Sei sulla pagina 1di 83

CARLA PIVARI

LE ALI IMPIGLIATE

Nella gabbia del panico

Nessuno pu mai dire: mai dire:


"Da quella strada
non passer".

Questa copia strettamente personale. Ne proibita


la copia, lo scambio, la vendita in tutte le forme. Non
cedibile a terzi n riproducibile su mezzi cartacei o
informatici, secondo le vigenti leggi del copyright.
INDICE
> Presentazione
Cap. 1 > Se in un pomeriggio d'estate, io ....
" 2 > Il primo attacco non si scorda mai
" 3 > Si aprono le danze
" 4 > Figure e figuri
" 5 > Farmaci si, farmaci no
" 6 > Quelli che ... mi hanno dato una mano
" 7 > I diciotto comandamenti
" 8 > Il temporale, la fuga e la telefonata
> La morale della favola
PRESENTAZIONE

Queste pagine parlano della mia decennale esperienza con il


Disturbo da Attacco di Panico. E' un' esperienza personale, ma,
soprattutto una voce che si leva accanto alle altre (ancora poche) per
rendere nota l'esistenza e la drammaticit di questo disagio che
purtroppo colpisce il 3 - 6 % della popolazione, ma del quale non si
parla abbastanza, chiss perch. Me lo sono chiesta tante volte (e
qualche risposta l'ho quantomeno intuita). Se ne sente parlare
veramente poco, qualche sporadico intervento ogni tanto, in qualche
talk-show o in quelle barbosissime mini-trasmissioni che si fregiano di
altisonanti titoli medici. Come mai, visto che si tratta di una sofferenza
veramente atroce per chi la vive, che non da tregua e quando ti pare
di avere fatto un passo avanti, il giorno dopo ti ritrovi dieci chilometri
indietro? Cosa ancor pi misteriosa: ti piomba addosso all'improvviso,
senza alcun motivo almeno apparente. D'altronde gli esami
ematochimici sono l a dimostrarlo: tutto O.K., non hai niente. Dal
punto di vista strettamente scientifico il problema stato vastamente
trattato (ma quale povero dappista ha la voglia e la capacit di
arrivare fino in fondo a testi zeppi di termini tecnici, in cui l'autore pare
abbia provato come unico assaggio di panico restare senza benzina
in autostrada?). Volendo anche tener conto dei seri professionisti del
settore (psichiatri e psicologi, le cui teorie sono il pi delle volte
diametralmente opposte), secondo me tutti i loro trattati lasciano il
tempo che trovano, specialmente quando da qualche riga scappa
birichina la parola d'ordine: Volont! Anzi Buona Volont, di cui
sembra che noi poveri smidollati siamo totalmente carenti. A questo
punto anche se sei un buon Cristiano ti verrebbe da augurare
all'illustre Cattedratico una mezz'oretta di Panico coi fiocchi, ma che
dico, basterebbero dieci minuti e l'esperto dirotterebbe sul genere
rosa. Per carit ognuno ha le sue teorie, ma di queste i dappisti non
campano, e continuano a trascinare il loro carretto di malesseri, anzi
di Mal d'Essere, cos difficile da spiegare, giorno dopo giorno in un
penoso calvario che man mano appiattisce e circoscrive le loro vite.
Ad onor del vero bisogna anche sottolineare che nella marea di tanta
incompetenza esiste chi il suo lavoro lo sa fare; chi con grande
esperienza sa accordare le terapie in base alla singola Persona. C'
ancora chi, per nostra somma fortuna, si ricorda di avere davanti
innanzitutto un Essere Umano da ascoltare, da guardare negli occhi,
le cui impressioni, sensazioni ed esperienze sono da considerare e
non liquidare con un paterno/annoiato: si... si. D'altronde questo il
grosso limite della medicina occidentale e dei suoi fallimenti: parlare di
fegato, cuore, stomaco come se si trattasse di pezzi di un giocattolo
rotto da rimettere assieme, indipendentemente dal possessore di essi.
Chiedo scusa per questa tirata assolutamente non prevista, ma,
essendo io anche infermiera diplomata, non mi sono lasciata sfuggire
l'occasione. Che ne direste se facessimo come in Cina dove il medico
viene pagato finch il suo paziente rimane sano? Certo ne vedremo
delle belle a cominciare dal calo pauroso che subirebbero le iscrizioni
a Medicina.
Abbiate piet: se avete perso il filo del discorso fate un salto indietro
fermandovi esattamente alle parole "genere rosa". O.K. ci siamo? Ci
siamo. Non per presunzione, ma di DAP lo specialista pi preparato
proprio il dappista attuale ed ex (io non mi metto in questa fascia per
pura scaramanzia! ). Egli, alle sue personali vicissitudini, ne aggiunge
varie altre, che sconfinano in disparati campi, sondati alla ricerca
disperata della libert perduta.
La mia non LA STRADA. E' solo una strada non lineare, fatta di
deviazioni, vicoli ciechi, inversioni ad "U". Ma ad un certo momento di
questo scampolo di vita, ho quasi 38 anni, mi piombato in testa un
dono inatteso, nel quale ormai forse non speravo pi. L, davanti a me
c'era un bel striscione azzurro con su scritto TRAGUARDO. Era finito
tutto, tutta quella sofferenza aveva lasciato il posto ad una vita
Normale. Normale si fa per dire, perch in dieci anni maturi, dentro, ad
una velocit incredibile (almeno cos a me successo). In ogni caso
nulla accade inspiegabilmente; a parte lo sprint finale, ti accorgi che
hai messo assieme un sacco di incontri, di terapie cos dette
alternative (lo saranno poi tanto alternative o sar la medicina del
domani?). Certo credo che senza l'incontro col mio "saggio Medico di
campagna" (con tre specialit, per), l'epilogo sarebbe stato pi
lontano o forse non ci sarebbe mai stato. Per farla breve sono rinata.
E quando torni a respirare la tua libert dopo dieci interminabili anni,
hai voglia di condividere le tue esperienze, nella speranza che ci sia
di utilit alla massa silenziosa che ancora si dibatte in acque
tempestose. Ma vorrei tanto che servisse anche alle persone che
vivono accanto a questi "pescati a caso" dal destino, che non riescono
a capire la portata di tanta pena, che magari si prendono il lusso di
canzonarli: ehi!, amico, che oggi ironico dispensi consigli sulla buona
volont, toccati dove preferisci, perch dall'oggi al domani potrebbe
succedere anche a te ( in USA vi un aumento impressionante e si
sa gli USA fanno tendenza!). In ogni caso scherzavo: primo perch
non si augura il male a nessuno; secondo volevo solo un po' scuoterti
e far sparire quel tuo sorrisetto beffardo ...
Vorrei anche che qualche terapeuta accettasse qualche consiglio fra
le righe con l'animo scevro da questioni di parte. Fatelo, vi prego, con
umilt e muterete qualcosa nel vostro approccio. Qualche titolo ce
l'ho, non liquidatemi pensando che non conosca i vari filoni e le varie
scuole, ho un buon punteggio sul mio libretto (Facolt di
Psicopedagogia). A voi medici dico che ho sufficienti nozioni di
anatomia, fisiologia, farmacologia.
A tutti ripeto, se ancora non si fosse capito, che ho alle spalle 8 anni,
8 mesi e 28 giorni di DAP. Non vi sembra abbastanza?
Ricerca continua, soprattutto interiore, ottimismo contro ogni limite
umano ragionevole, testardaggine, sono state le mie armi per
finalmente "...uscir di nuovo a riveder le stelle".
CAPITOLO PRIMO
Se un pomeriggio d'estate io ...

E' un caldissimo afoso pomeriggio di met giugno, l'aria gronda di


umidit, quasi solida. I rari passanti che girano con facce umide di
sudore appartengono senz'altro a due tipi di categorie. Il primo, pi
fortunato, fa parte di qualche pacchetto-tutto-compreso e non vuole
perdere neanche mezzo marco, teutonicamente si bea della vista
esterna del Duomo (niente di sublime, detto fra noi) oppure si attarda
davanti a vetrine che espongono i manufatti pi famosi del luogo e
cio le calzature. I secondi sono gli indigeni costretti ad un forzato tour
de force in centro per qualche "casereccia" dimenticanza. L'asfalto
evapora, il sole fa il suo lavoro e cio splende in maniera impietosa su
tutto. Le macchine sono scatolette roventi. Qualcuno, in alto dietro le
imposte sbarrate, star gustandosi la rituale siesta (in uso anche nella
laboriosa Padania), qualcun altro, magari pi giovane, sogner freschi
luoghi esotici, chino sui libri della Maturit. Immagino anche qualche
casalinga con l'incubo della cena, attorno a roventi fornelli: non si pu
mica andare avanti a prosciutto e melone tutti i giorni. Io sono tra
quelli che gironzolano: non ho marchi da spendere e a casa mia
funziona un buon condizionatore (masochista, direte) e l'ambiente
trabocca di cari amici libri che non sono costretta a studiare. Il frigo
rifornito di fresche bibite e c' pure una deliziosa insalata di riso.
Quindi, che ci faccio io qui con la camicia che s'incolla alla pelle e
rivoli di sudore gi per la schiena? Semplice: MI STO GUSTANDO LA
MIA LIBERTA'. Libert ritrovata dopo nove anni e alla quale non
riesco ancora a credere. Allora ecco che mi metto di continuo alla
prova: e sono felice. Di una felicit cos totale che mi metterei a
piangere. Tanto, sudore e lacrime sono sempre liquidi umani. Ed io
avevo anche sparso sangue, in modo metaforico certo, ma non poi
tanto. Perch la sofferenza dell'animo umano come il continuo
sanguinare di una ferita. "Verr la Vittoria - disse Churchill - ma
coster blood, sweat and tears". Io aggiungerei anche 'nu poco 'e
fortuna. Allora, dicevo, attraverso come un gatto sornione la strada
(cosa che fino a poche settimane prima facevo traballando, con il
cuore in gola e solo nei periodi pi tranquilli) entro al Bar, ordino un
bicchiere d'acqua e pure un caff, bevanda che per anni stata
proibitiva perch inevitabilmente mi scatenava l'Attacco. Ora, che sia
chiaro una volta per tutte, queste pagine avranno mille sfumature per
chi soffre o ha sofferto di panico, ed egli trover mille volte loccasione
di dire: "anch'io, anche a me", ma io non posso continuare a
soffermarmi a spiegare la valenza umana e simbolica di ogni singolo
episodio, per se fosse possibile lo scriverei di un altro colore per
dare un segnale anche ai "non sofferenti". Ad ogni buon conto,
nonostante questa solenne promessa, mi impegno gi da ora a non
mantenerla, perch il nocciolo della questione sta proprio l:
riprendere a fare le cose normalmente, quelle che facevi prima au-to-
ma-ti-ca-men-te. Vedete, talmente un'impresa titanica cercare di
spiegare quello che mi successo e succede a tanta gente.
Purtroppo se lo conosci lo eviti, ma evitandolo le cose vanno sempre
peggio. Forse meglio tornare alla cronaca, per me cos importante di
quel giorno di giugno. Visto cos un giorno qualsiasi di una vita della
quale tra 5O anni non rester traccia, ma in questo momento il
giorno in cui ho preso consapevolezza di essere nuovamente viva.
Non ho accompagnatori al mio fianco, solo il mio Angelo Custode che
gli altri non vedono. Scivolo fuori per le strade, volo quasi anche se
appesantita dai 15 chili che il disagio mi lascia in eredit. Ma agli
addominali e alle cremette penser domani: oggi il mio Rebirthing
Day, guarire dal Panico una vera e propria Rinascita su tutti i fronti:
mentale, fisico, spirituale ed il momento in cui ci si rende conto di
essere fuori della Palude ti scoppia dentro un cocktail incredibile fatto
di gioia, di sollievo, gratitudine, leggerezza. Io in quel momento rivolsi
il mio pensiero alle mie bimbe che mi avevano sempre conosciuta
cos, con certe strane limitazioni di movimenti e situazioni che le altre
mamme non avevano (no alle passeggiate a piedi, no al mercato, no
alle Sagre...) che non avevo mai loro spiegato, come a non
contagiarle, trincerandomi dietro ad un generico "La mamma ha mal di
schiena". Era appunto il mio modo di proteggerle e penso di aver fatto
bene, perch i piccoli sono come delle spugne: Pensai al compagno
della mia vita, di quanto sarebbe stato felice per me: vedevo gi i suoi
occhi brillare, perch ogni mia tristezza era stata la sua, ogni mia gioia
era da lui condivisa (ci eravamo promessi di rimanere uniti nel bene e
nel male e non erano rimaste vuote parole di una formula recitata per
convenzione). Pensai ai miei compagni di viaggio (o di sfiga, come
preferite) che costituivano il NOSTRO gruppo di lavoro contro
l'ineffabile disagio. Avrei voluto farli partecipi di un attimo di quel
sentire, tirarli fuori con le mani, le unghie, coi denti. Ma la storia di
ognuno unica e non esiste LA SOLUZIONE uguale per tutti: ognuno
vi arriva per sentieri diversi, anche se a mio giudizio esistono delle
coordinate che possono portare allo spunto iniziale per imparare di
nuovo a volare. Ne parleremo magari pi in l, anche perch si tratta
di argomento un poco tecnico, cosa che non mi ero prefissa di fare,
poi mi son detta: perch non prendere il toro per le corna ed esporre
una buona volta per tutte le Nostre teorie, i Nostri disaccordi con
quelle ufficiali, metterci dentro la Nostra Esperienza, ficcandoci dentro
le varie figure e figuri in cui ci siamo imbattuti e magari incautamente
arricchito nei nostri viaggi della Speranza? Lo so benissimo anch'io
che stiamo parlando di un argomento che definire drammatico
eufemistico, ma io qui mi prendo la libert di dare grande spazio al
lato umano della faccenda, ma non per fare la sentimentalona, quanto
per bilanciare l'altro piatto nel quale trovano posto definizioni
scientifiche, nomi di sostanze chimiche, prese di posizione assurde.
E invece cari miei il DAP soprattutto una spiacevole quotidianeit,
potremmo dire "un lungo intervallo tra le parole STO BENE"
Allora ora mi sbottono impudicamente, sapendo comunque gi che
questa mia cronaca comune a mille, diecimila, quante persone nel
nostro Paese? E limitiamoci al nostro amato stivaletto, perch se
andiamo a ficcare il naso fuori casa non ci raccapezziamo pi.
Ecco parlando del nostro Stato mi balenata davanti agli occhi
l'inquadratura finale del primo Rambo quando lui pronuncia con la
bocca di sghimbescio le ultime solenni parole, pur sempre
americanate se volete, ma tremendamente calzanti anche in questo
contesto. Che dite ci rigustiamo la scena? Domanda all'eroe che se
ne sta andando: "Dimmi John, che cosa vuoi veramente?" Risposta,
con occhi persi nell'infinito: "Io voglio, loro vogliono che questo Paese
li ami quanto noi amiamo Lui!" Anche per i dappisti un po' cos.
Vorremmo tanto che il nostro Paese, si, le istituzioni prestassero
orecchio alle nostre richieste, denuncie, suppliche, preghiere visto che
moltissimi di noi timbrano ogni giorno il cartellino sapendo che
soffriranno come cani per tutto il giorno e torneranno a casa con la
lingua fuori. Odo un coro di dappisti che mormora: " vero, vero."
Dio solo lo sa quanto vero: Lui e Noi.
27 agosto 1987 - 24 maggio 1996: poco meno di nove anni di
battaglie perse e di momenti di disperazione da sfiorare il suicidio con
la voglia fortissima di sterzare con la mia 126 contro quel camion:
diluviava quella mattina e la misura era colma. Il Cielo ebbe piet di
me e mi ritrovai tremante a casa e per di pi con nella testa l'idea o
meglio il tentativo che si sarebbe rivelato vincente. Si, perch cari
miei, posseggo un carattere che la quintessenza della
contraddizione: per dieci minuti mi piango addosso e si spalancano
baratri, un momento dopo riemergo dalle tenebre, novella Lazzara,
con qualche nuova strada da seguire. Se nove te ne vanno male non
detto che debba essere cos anche per la decima volta: lo sanno
bene quelli del 38 su Bari che non sono tutti dappisti (me lo auguro
per loro). Cos riparto alla riscossa: che sia merito del mio ascendente
arietino: o non Marte il dio della guerra? Ho speso tempo, denaro,
energie, speranze nel cercare a dispetto di qualsiasi consiglio od
opinione. Non ci si perde mai, quando si sta cercando. Verit antica e
sacrosanta che gi duemila anni fa qualcuno ci consigli. Nel bizzarro
corso degli eventi che fanno una vita, succede a volte (ma sar
veramente un caso?) che la salvezza giunga da un impulso
improvviso come un lampo o da un pensiero quasi pazzoide, che
riesce a filtrare prima che la mente comandi lo Stop. A me non mai
andata gi la parte dell'Invalida Civile non riconosciuta che per ora
questo disagio ti impone, tanto che l'ho sempre tenuto nascosto a
parenti, amici, non parliamo dei colleghi di lavoro. Per ironia del
destino lavoro in ospedale e sono riuscita a capire almeno uno dei
motivi per cui la Sanit non funziona: parecchie volte mi successo di
avere un attaccaccio al lavoro, di quelli del tipo forza 10.000. Mai
ripeto mai nessuno si accorto di nulla, mi ha chiesto "qualcosa non
va?" N un portantino, n un collega infermiere, n un primario, tanto
per sveltire la scala gerarchica. Ed io l pallida, ansante, gambe
tremebonde, viso ceruleo tanto per nominare quello che si sarebbe
potuto vedere dall'esterno. Se per me ne avessero fatto cenno sarei
sprofondata: ma vi rendete conto? Non hai neppure il coraggio, la
forza fisica, la volont di chiedere aiuto. Per anche gli altri: che
occhio clinico!! Comunque di che mi lamento? In ogni caso io non
avrei saputo spiegare e loro non avrebbero potuto capire, n fare
nulla per me. I pochi approcci che tentai mi scoraggiarono subito: chi
si prendeva la briga di ascoltare il resoconto del mio malessere
(abbastanza agevole la descrizione dei sintomi, problematica quella
della bufera interiore), se ne usciva alla fine con la ricettina facile e
pronta, una semplice parola. Buona Volont. E questo non solo dal
cosiddetto uomo della strada, ma anche da signori psichiatri e
psicologi di chiara fama ai quali sganciavo sulle quattrocentomila al
mese per sentirmi dire che "per uscirne dovevo soffrire". In pratica la
stessa teoria della buona e cara nonna: chi bella vuole apparire /
molto deve soffrire. Solo che lei non possedeva fior di laurea e non ti
chiedeva la parcella.
Vi sarete accorti che sto mettendo molta carne al fuoco, ma
inevitabile che si formino certe associazioni di idee e sarebbe un
peccato sacrificarle sull'altare dell'ordine cronologico. Stasera poi mi
sento particolarmente velenosa: ci si scaglia contro cartomanti definiti
in mazzo ciarlatani. Chi ci garantisce della seriet delle persone
prima menzionate? Chi ci tutela? Chi ci rende i nostri milioni spesi
inutilmente, solo perch l'ESPERTO ha il titolo di dottore e professore
davanti al nome e ti snocciola statistiche e nomi che mai potremo
controllare e che magari riguardano l'Arizona?
Se poi, dopo mesi e mesi di "terapia" non vi sono miglioramenti o
sono talmente infinitesimali da far sghignazzare i polli (del tipo: riesco
dopo un anno ad andare all'edicola a comprarmi il quotidiano,
abitudine alla quale non tengo in modo particolare, mentre muoio
dalla voglia di poter tornare a frequentare la mia discoteca preferita, o
seguire le lezioni in Facolt!), insomma se hai ancora tutte le tue
paure, anzi no, usiamo il vocabolo la Paura, il Panico insomma, vuoi
sapere di chi la colpa? Tua, naturalmente : non hai osato
abbastanza! Se non fosse tragica l'intera situazione farebbe
sganasciare anche i non-Dap sensibili comunque al problema. Ne
verrebbe fuori uno stupendo Spot per il Ministero della Sanit, anzi
ora che se ne occupi anche lui di questa malattia sociale.
Immaginatevi: lo schermo diviso a met in senso verticale: la parte
sinistra in bianco e nero e vi si scorge un volto dagli occhi sbarrati,
didascalia DAP, la parte destra colorata, una bella ragazza sorride,
didascalia ex-DAP e sussurra con voce carezzevole: j'ai ose! (io ho
osato!). Carino no? A sostegno della precedente teoria.
Riprendiamo questo argomento cos delicato pi tardi. Col discorso
dello Spot mi sono di nuovo persa il filo. Ah si! Un po' di attenzione
per favore, siamo arrivati ad un punto molto interessante. Spieghiamo
un po' alla gente di buona volont cosa diavolo (e sottolineo diavolo)
il disturbo da attacco di Panico, ma non scomoder nessun manuale e
lascer a riposo gli Americani (che devono soffrire di uno strano
complesso chiamato di "liberazione", loro se non liberano qualcuno da
qualcosa vanno in tilt, oh gli prende veramente male, allora dgli con
la 2 Guerra, dgli col Kuwait. In mancanza di guerre, dgli con le
malattie a cominciare dal virus dell'AIDS, non cambiato nulla, ma
intanto abbiamo fatto le presentazioni, e adesso c' questa faccenda
del DAP.
Invece qui si fa una cosina semplice semplice tra noi in puro italiano: il
DAP spiegato da una (ex) dappista.
E' un evento alquanto misterioso, chiamalo disturbo, disagio, malattia,
che ti piomba addosso come il classico fulmine a ciel sereno. A onor
del vero molto democratico e non fa discriminazioni sociali, solo che
chi ha pochi soldini ha pi possibilit di trascinarselo dietro, per motivi
facilmente intuibili. Questa strana malattia forse solamente la
combinazione disgraziata di pi fattori. In parole poverissime e per
quanto mi ha insegnato la mia esperienza, solitamente vi alle spalle
un'infanzia ed adolescenza complicati da rapporti poco sereni o
equilibrati con le figure parentali, a cui si aggiunge un qualche evento
traumatico, o vissuto come tale (che poi lo stesso) il quale pu
rimanere latente per anni ed anni. A questo simpatico prologo pare si
aggiunga anche uno specifico fattore organico, che pu essere stato
addirittura "preparato" dal vissuto drammatico e cio una certa area
del cervello (dal romantico nome di locus coeruleus) va in tilt e non
pi in grado di distinguere le situazioni che realmente minacciano la
vita dell'individuo da quelle pi banali e quotidiane. Avviene cos,
anche nei momenti pi tranquilli, un bombardamento di sostanze
ansiogene che, come delle chiavi impazzite, vanno ad infilarsi nelle
loro "toppe" (recettori) stile Mary Poppins, dando il via a tutta una
serie di risposte disordinate ed abnormi ad un immaginario pericolo,
mettendo in circolo tutta unarmata di mediatori chimici "convinti" di
fare il loro dovere, poveracci e povero Cristo il possessore di tale
biglietto sfortunato di questa lotteria. Quali sono le manifestazioni di
tale casino? Purtroppo avremo modo di tornarvi sopra, io, riporto le
mie esperienze e le mie sensazioni, ma da quanto ne ho saputo poi,
chi pi chi meno prova gli stessi sintomi con pi un gentile omaggio:
l'assoluta estrema Paura di morire o di impazzire. Accidenti! Pi
m'inoltro in questo argomento pi mi accorgo che veramente difficile
riportare certe cose, doverne tralasciare altre: corri il rischio della
dispersione, della banalit mai, mi auguro.
Molti ne sono usciti poi, ma non esiste la bacchetta magica. Ognuno
la strada se la deve trovare da solo, coi suoi tempi e le sue
convinzioni, perch anche se mettessimo dei cartelli segnaletici con
scritto USCITA-DAP non tutti li seguirebbero per i pi svariati motivi.
Io poi sono convinta che la malattia, qualsiasi essa sia, sia un
messaggio in codice che solo tu puoi decifrare. Cos accaduto per
me: sintetizzo: prima ero un vegetale, ora mi sento parte di
unArmonia Cosmica. Qui per c' dietro tutto un fare e disfare molto
intimo e delle convinzioni diciamo "di fede" che fanno parte del mio
personale bagaglio di crescita. Infatti senza il DAP non ci sarei mai
arrivata: chi ha orecchie da intendere ha gi inteso.
Poich avete il diritto di farvi un po' l'idea di questa logorroica che vi
scrive di DAP, pur non essendo "addetta ai lavori", ma pur sempre
girando con un cartellino di Lavori in corso, vi dico due parole di me.
Qualcosa della mia vita trascorsa lo vedrete pi avanti. Ho una cultura
classica, di cui vado fiera, un tre anni di facolt di Pedagogia che , tra
pigrizia, famiglia, ma soprattutto DAP (che ti impedisce di frequentare,
di girare autonoma per quella bolgia infernale che sono le Universit
italiane) non sono finora riuscita a portare a termine. Attualmente
lavoro come infermiera professionale. Riguardo a questo penso che
presto smetter questo lavoro cos declassato, sottopagato e non
considerato nel suo vero valore. E pensare che la mia fu vera
vocazione, tanto da lasciare Sociologia per intraprendere i 3 anni di
formazione. All'inizio mi sentivo Florence Nightingale, ora mi sento
uno schiavetto negro che corre appena suonano il campanellino.
Robe da pazzi, ma ho in cassetto un manoscritto anche riguardo
questa misconosciuta realt lavorativa. Detto tra noi: mai possibile
che tutte le realt "misconosciute" capitino a me? Mi sono seriamente
ripromessa di smettere presto questo lavoro, per raggiunti limiti di
sopportazione e che mi prender la mia inutile Laurea, tutta una
questione di orgoglio e poi adoro il clima che si respira in Facolt: a
costo di discutere la tesi coi capelli bianchi. Devo recuperare un
quarto della mia vita.
Sono solo la terapeuta di me stessa, o meglio una specie di
entronauta con una punta di sano narcisismo (conosco i miei lati
deboli, ma sono anche cosciente dei miei notevoli punti di forza). Ho
38 anni e mi sento un po' come Peter Pan o almeno aspirerei ad
esserlo, mi vesto da teen-ager, non sono la classica mamma chioccia,
mi scoccia se mi chiamano signora, se un extra comunitario mi vuole
vendere dei calzini io lo invito a pranzo, faccio decine di battute
sceme sul lavoro tanto per sdrammatizzare, detesto l'autorit, le
sveglie maleducate, i conti in rosso. Se voglio sfogarmi ballo al ritmo
degli Stones (come gli elefanti di Walt Disney), adoro Enja e la
proporrei nei programmi di rilassamento.
Soprattutto e anche se sembra una contraddizione, sono una persona
testarda e coraggiosa.
Dimenticavo: sono anche piuttosto modesta! Prima di entrare nel vivo
della questione, voglio solo aggiungere che ho avuto l'immensa
fortuna di sposare un uomo che ha sempre mantenuto un giusto
atteggiamento, che cosa rara sul mercato ed alquanto difficile.
"Sono qui, credo nella tua sofferenza anche se non riesci neppure ad
esprimerla a parole. Se pensi che andare a Timbuct ti possa servire
a qualcosa, ti accompagno, senza fare commenti, se starai cos male
da scacciarmi a male parole io sparisco, perch sento che stai
soffrendo realmente e non hai bisogno di sentirti ripetere le solite
banalit. Io sono sempre e comunque qui a condividere il tuo dolore, a
farti da autista, a vederti spendere quelli che avrebbero potuto essere
i nostri risparmi, in qualche nuovo tentativo. Non giudico. A volte
vorrei prendere la tua pena su di me, per sollevarti un poco". Ed ogni
tanto, ogni tanto spesso mi diceva: "Vedrai Carlina ce la faremo!" Ce
la FAREMO, non ce la farai: questa condivisione totale! Per tutto
questo suo lungo sostegno, prendendosi spesso anche il ruolo di
mamma per le piccole, penso che se anche mi tradisse con la Schiffer
lo perdonerei (sto scherzando NATURALMENTE!!!) Certo qualche
difettuccio ce l'ha: quando si lava i denti fa i gargarismi che lo senti
per tutta la casa e non sa cuocere mezzo uovo. Senza lui al mio
fianco difficilmente potrei parlare al passato del mio personale inferno.
Grazie Sandro.
Il quadretto iniziale che ho tratteggiato di me che gironzolo in centro
del paese in cui abito, ha un significato enorme nella genesi di questa
storia: come vi dicevo vi dentro tutto il sapore della Libert dopo
esattamente 8 anni 8 mesi e 28 giorni di prigione per scontare una
condanna che ancora non conosco. Finalmente Corpo e Mente non
viaggiavano pi su binari separati. E gli incoscienti (nel senso
etimologico del termine) sono loro, gli altri che non si rendono conto di
quanto bella sia la Riviera con le sue Ville, con le sue mille sfumature
di verde. Di quanto possa essere divertente aggirarsi tra scatole di
pasta e surgelati, se vedi le cose con una prospettiva diversa, quella
del post-DAP. Quanto bello posare piede dopo piede, fare un passo
dopo l'altro senza vacillare, non vergognandosi della gente che viene
avanti, senza tachicardia, senza pensare "adesso svengo". Che
emozione girovagare centellinandosi la vita come un bicchiere di
Champagne. In questo momento mi sento privilegiata: sono loro gli
sfortunati, loro che danno tutto per scontato.
Altre voci con questa esperienza si sono levate (penso a Valentina
Cultrera ed a Roselia Irti). Io voglio raccontare la mia vicenda e tutto
quanto ricordo del vibrare timoroso del mio animo, del battere furioso
del mio cuore perfino quando mi allacciavo le scarpe prima di dover
uscire. Uscire per forza perch bisogna pur continuare a vivere, a
lavorare, anche se un giorno mi presentai per dare le dimissioni. Pur
non conoscendo la mia malattia o meglio non riuscendo a
spiegargliela, i miei Capi di allora mi dissuasero.
Ora, dopo tanto rimandare, incomincio la mia storia. Inizia in quel
famoso 27 agosto 1987. In quell'azzurro gioved ebbero inizio le
ostilit e la mia mente e il mio corpo si dichiararono guerra.
CAPITOLO SECONDO
Il primo attacco non si scorda mai.

Venezia magica sempre, per me un misto di solenne e di bizzarro.


Solenne per la sua statica, bizzarra per la dinamica: i richiami dei
lavoranti, il modo di portare le carrozzine dei piccoli veneziani sui
ponti in modo estremamente naturale. I suoni, gli odori, ogni scorcio,
fatto di acqua e balconi nascosti anche una tua creazione, perch
ce n' a bizzeffe ed ognuno inventato da te ed altri occhi ed altri
cuori non lo vivranno come lo vivi tu.
Sono seduta ad una sgangherata (o ad un prezioso pezzo di
antiquariato?) scrivania dell'Ospedale, svolgendo i miei routinari
compiti di caposala. Lavoravo infatti in un Ospizio/Ospedale tra i pi
grandi ed antichi del Veneto, pullulante di vecchietti e gattoni extra-
large (nutriti di nascosto dai primi). Insomma non era il Principessa
Grace, per ce la passavamo mica male, a parte il lavoro in s
abbastanza gravoso: non facile seguire le persone anziane, alcune
di lucidissima mente, altre completamente dementi. Per alla fine del
turno io, Clara e Paola ci riprendevamo la nostra giovinezza
buttandoci nella variopinta calle al di fuori di quelle tristi mura. E
salpavamo verso il Lido a rilassarci, abbronzandoci.
Almeno fino a poco tempo prima, perch io adesso avevo a casa ad
aspettarmi un esserino di 5 mesi e quindi la mia vita di semi-
scapolona aveva subto una svolta. Tra poco pi di un'ora avrei
smesso il camice da infermiera per indossare l'abito da mamma. La
gravidanza era andata bene: Selene era nata quando aveva deciso
lei, superando di un paio di settimane le previsioni mediche (non le
nostre, a cui nessuno bad). Il travaglio era stato lunghissimo e
doloroso, la facemmo nascere a cento Km. da casa , in uno dei rari
ospedali dove si seguiva il metodo Leboyer del parto dolce, e quando
me la misero sulla pancia gir la testina in s scrutandomi dritto negli
occhi: la nostra prima presentazione! Era una bimba O.K.: sana,
dolce, con gli occhietti profondi stupendi. Passare da due a tre
ovviamente ci sconvolse la vita, ma non poi cos tanto. Stranamente
era pi lei che si adattava a noi .
Succedeva parecchie volte che, se io ero particolarmente stanca,
rimandasse senza protestare la sua sacrosanta poppata anche di due
ore! Insomma questa piccola nuova ospite dagli occhi di velluto era
entrata discretamente nella nostra vita e non aveva provocato
interminabili notti in bianco. Il suo nome, Selene, luna in greco antico,
rifletteva il suo carattere. Splendeva di luce argentea, non accecante,
ma illuminava tutta la casa. Era la classica neonata da "manuale"
Mi sono un po' dilungata su quel particolare periodo, anche per
cercare di capire se ci fosse stato un qualcosa di particolarmente
illuminante riguardo a quello che segu. Ma anche e soprattutto
perch quelli furono gli ultimi giorni di pace, di serenit o almeno di
normalit. Il respiro era normale, il battito impercettibile, le gambe non
vacillavano, la gente era amica, la stanchezza era stanchezza e
basta. Cos come la maggioranza delle persone che non ci stanno
neanche a pensare se dopo un respiro ne seguir un altro. Di questa
normalit mi sto con gioia ed entusiasmo rimpadronendo adesso,
imponendomi di non temere di avere diritto di star bene. Per
particolari motivi mi spiace accostare l'aggettivo maledetto al DAP, ma
mi viene spontaneo se penso di quanto di tenera infanzia delle mie
figlie mi ha defraudato. Questo non so proprio se riuscir a mandarlo
gi.
Io non avevo sofferto la classica depressione post-partum, anzi
ricordo che quando scrivevo il mio Piccolo Diario vi era in tutta la casa
una tenera atmosfera di Natali passati, anche se si era in piena
primavera. Ricordo benissimo invece che ero un po' euforica,
appagata, completa, ma un po' sopra le righe come fossi lievemente
brilla. I miei terapeuti trascurarono questo lieve particolare: solo 8
ripeto 8 anni dopo, mi venne spiegato che anche quella era disforia,
cio un andamento anomalo dell'umore che avrebbe dovuto far
riflettere. Mi fu detto anche che molte donne sviluppano il DAP a
seguito del parto. Specialmente in un caso come il mio un bravo
psicologo avrebbe letto la mia identificazione in quel momento cos
delicato con la maternit di mia madre, che in pratica io non ricordavo
nemmeno. Anche questo lo venni a sapere quasi due lustri dopo da
una psicologa (e non a pagamento). Butto qua e l queste annotazioni
medico-psicologiche, ed altre ne verranno, perch se dovessi levare
dita accusatrici non mi basterebbero quelle delle due mani e per
ribadire che veramente difficile trovare chi si interessi in maniera
seria ed umana al tuo dolore silenzioso e straziante senza pensare al
proprio portafoglio e ai cazzi suoi. Scusate la parolaccia catartica.
Fatto sta che se tu trascuri una carie, dopo 10 anni hai perso il dente,
ma pazienza puoi sempre mettere una protesi, ma i tuoi anni, il fiorire
di giovani vite che tu hai procreato, chi te li render mai?
Questo il lungo prologo, s per buttare fuori quello che ho dentro, per
prendermela con dei fantasmi, ma anche perch non che muoia
dalla voglia di rivivere quei momenti, mi prende un groppo qui, forse
perch so fin troppo bene quanto dur questa tragedia. Senza
nemmeno chiudere gli occhi tutto presente: coreografia interna e
sceneggiatura esterna, anche se mi sfugge il nome del regista o
Regista? Dunque se vero che come l'amore il primo Attacco non si
scorda mai, coraggio Carla, cosa successe dopo che ci hai deliziato
con le descrizioni della tua primogenita? Intanto mi alzo e mi fumo
una sigaretta e nel frattempo voi potreste programmare una bella gita
a Venezia. E' pur sempre una buona idea.

Non voglio fare la melodrammatica, ma talmente traumatico ricalarsi


in quei momenti! Chi conosce il Panico (quello vero) lo sa e capisce.
Agli altri chiedo: vi prego cercate di credermi dal profondo del cuore,
non pensate che siano esagerazioni, cos quando lo sentirete
nominare saprete almeno di cosa si tratta. Siete pronti a sciogliervi
per tutte le malattie del pianeta, questa ha il solo difetto che non si
vede e non dimostrabile scientificamente. E si sa che per la
scienza, Piero Angela docet, ci che non dimostrabile non esiste.
Che sia Dio o che sia il Panico (anche Pan era un dio) non fa
differenza. E' forse per questo che c' cos poca attenzione, semmai
tanta ironia su di essa? Niente paura: solo Panico. Mi torna alla
mente una vecchia canzone di Bob Dylan che diceva: ..... va tutto
bene mamma, sto solo sanguinando........
Bene, la sigaretta finita, cos la seconda, idem per la terza: si alzi il
sipario. Mio Dio aiutami a farmi capire che io dica non una parola di
pi, non una parola di meno. E che il ricordo non sia troppo lacerante
per me.
Sto tranquillamente scrivendo la dieta della settimana, da mandare
gi alle cucine: tot minestrine, tot formaggini. Davanti ho il paginone
rosa, ma ad un tratto l'azione dello scrivere mi appare una impresa
titanica: la mia penna nera fatica a mettera una lettera dopo l'altra, ci
devo pensare! Una frazione di secondo ed anche il cervello s'inceppa,
non riesco pi a connettere. Il cuore mi manca, anzi no, non
l'espressione esatta, il cuore si fa sentire TROPPO "Mi sta venendo
un infarto" penso sragionando perch non sono quelli i sintomi, ma in
quel momento non capisco pi nulla. La Carla a me conosciuta con la
sua precisa identit, il suo modo di fare, perfino di respirare o di
pensare all'attimo seguente, scomparsa per lasciar posto ad una
completa sconosciuta. E non una sensazione piacevole. Ma il cuore,
soprattutto il cuore, al centro di questo maremoto. Siamo abituati a
non aver percezione di questo fedele compagno silenzioso quasi, che
avvertiamo di tanto in tanto a sottolineare quelle tre quattro emozioni
fondamentali, che tutti conoscono. Oppure lo avvertiamo accelerato
si, ma sano e vitale al termine di uno sforzo fisico, magari una bella
corsetta nella brezza mattutina. Batte quando siamo accarezzati dallo
sguardo della persona amata, batte quando ci accorgiamo di aver
commesso qualche errore, batte vedendo stampato sul tabellone un
bel trenta, batte quando trilla il telefono per una telefonata tanto
attesa, batte quando odi per la prima volta la voce di tuo figlio che ti
sta uscendo dal grembo. Batte di gioia in maniera percettibile.
Si, certo, pu battere anche di paura, ma per un periodo di tempo
determinato tranne in rari casi di catastrofi, appunto neanche tanto
frequenti. Quando scrivo "batte" intendo dire lo senti battere, ne hai la
percezione.
Il cuore riveste un significato simbolico enorme: il centro della vita
che ha inizio con la sua prima contrazione e finisce con la sua ultima
dilatazione: TUM-TA. TUM: vede, signora, il cuoricino che pulsa? E' il
cuore di suo figlio. TA: Ci dispiace il suo cuore si fermato. Presente
in tutte le culture (di cui noi poi siamo il risultato conscio o meno); gli
Egizi lo tenevano in estrema venerazione considerandolo un piccolo
Sole. Altre culture ne facevano banchetto per acquisire il coraggio del
nemico. E poi, come dicevamo, il mondo delle emozioni con il suo
fiorito, ma esplicito, linguaggio: mi manca il cuore / mi spezzi il cuore /
non hai proprio cuore / cuore di pietra / tu che mi hai preso il cuor....
(come accidenti fai a dedicarle una canzone dopo che ti ha combinato
una nefandezza simile?).
Il cuore vita, il cuore sinonimo di coraggio. Il contrario del coraggio
la paura. Ed io intorno a mezzogiorno di quel gioved di Agosto
avevo tanta, tanta paura. Anzi era panico. Che nome mitico! Il figlio di
Ermete e di una Ninfa, dai piedi di capra, che vegliava sul riposo
meridiano e le greggi e, chiss poi perch, suscitava il timore nei
viandanti. Questo ameno personaggio della rifornita fantasia degli
antichi Greci ebbe cos l'onore di entrare, secoli dopo, nei manuali di
Psichiatria! Ma ancora io non conoscevo nemmeno il suo nome, non
pensavo fossero in tanti a temerlo, in quel momento ero sola. Una
paura ignota si impadroniva di me e saliva saliva come una marea,
prendendo possesso di tutto il mio corpo. Una ondata fredda di
terrore mi avvolse, partendo dalle gambe diventate come stracci
bagnati, appendici inutili ed ingombranti incapaci di reggermi. Tentai
ugualmente con grande sforzo di alzarmi in piedi, dovevo avere il
muso di un animale braccato. Le mani lasciarono sul tavolo impronte
fradicie di sudore. Avevo fame d'aria e non riuscivo a deglutire. E'
nella mente, nell'anima o dove? si era materializzata una Angoscia
senza limiti, mi sentivo precipitare in un baratro senza appigli. Sar
forse filtrato da queste pagine che per me Dio non sono solo tre
lettere. Credo visceralmente in un Essere Supremo che un giorno
mand Suo Figlio su questa terra. Questa precisazione, anche se
essere credenti oggi non fa trend, per cercare di esprimere con
l'immagine che mi pare pi calzante ed aderente il mio sentire di quel
primo episodio e dei molti che seguirono, anche se pu sembrare
bizzarro o presuntuoso: mi sentivo come Cristo nell'Orto degli Ulivi,
ma neanche un angelo scese a confortarmi.
Non pensai nessuna preghiera, solo continuavo a ripetermi: sto
morendo, assurdo, sto morendo, ho nostalgia degli anni che
verranno e sto morendo, prima stavo benissimo ed ora so solo che
sto morendo, sto morendo, sto morendo e non ci posso fare nulla. Nei
periodi seguenti questa angosciosa sensazione ci mise molto a
lasciarmi ed ogni volta era la prima e tornavo ad essere Cristo nel
buio di quell'orto di Gerusalemme.
Desideravo restare sola per non farmi vedere in quelle condizioni dai
colleghi, ero terrorizzata che qualcuno entrasse e nello stesso tempo
lo agognavo disperatamente, In quel momento, che io credevo
estremo, non ebbi pensieri per la mia famiglia, ero egoisticamente
concentrata su me stessa, nel tentativo disperato e contrastante di
resistere e di lasciarmi andare per poter finalmente smettere di
combattere. Sto parlando di attimi che furono secoli. Nel frattempo era
arrivata la dispensa e dalla porta fece capolino Renata col solito
berrettino da generica sulle ventitr in attesa di istruzioni. Io annaspai
un "Fai tu per favore", lei non si accorse di nulla ed usc cominciando
a spentolare ed a porre richieste con voce altissima e stridula. Tutto
mi infastidiva: colori, suoni. Il trillo del telefono acceler i miei battiti
gi impazziti. Come in un classico dell'horror staccai la cornetta con la
mano sudata e la posai sul tavolo. Ogni minimo gesto mi costava uno
sforzo enorme. "Cosa mi sta succedendo?" Portai le mani al seno:
pareva che il cuore mirasse a balzar fuori dalla finestra di fronte, in
quel momento avvertii anche la presenza del latte, pensai a Selene e
l'angoscia si fece intollerabile rompendo gli argini di guardia. Uscii
strisciando per i muri, camminando come una sonnambula, cercai la
prima stanza che avesse un letto libero, mi stesi e suonai il
campanello. Arriv Renata che rimase a bocca aperta, con la cuffia
sempre pi di sghimbescio. Mi chiedo come facesse la mia mente a
registrare particolari tanto insignificanti, ma sentivo che andava
morbosamente alla ricerca di dettagli, pensieri e quant'altro mi
mandasse ancora pi in tilt. In quei momenti mi era pi nemica di un
serpente a sonagli. Se pensate che esageri chiedete ad un dappista
del suo primo attacco. Io cerco di avvicinarmi pi possibile nella
descrizione del mio malessere, ma come certi veggenti non trovano
parole terrene per spiegare le loro visioni, a volte non si trovano
parole neppure per descrivere il Male. Bloccando le domande della
mia collega, alla quale non volevo regalare il poco fiato che avevo,
bisbigliai solamente: "Chiama un Medico, ma ti prego non il Dr.
Pisoni". Era il peggiore di tutti ed io avevo bisogno di una figura
rassicurante, nonostante le mie personali convinzioni sulla Medicina
occidentale, riaffiorava l'arcaica fiducia nel Guru vestito di bianco. In
quella sfigatissima giornata, mi compar davanti proprio lui. La
situazione presentava dei lati comici, ma non riuscii a vederli che a
posteriori, molto a posteriori. Solito rituale polso e pressione. Qualche
goccia di ipertensivo, mentre in quel momento ci sarebbe voluto,
come minimo, mezzo bidone di Valium. Se almeno si fosse intuito
allora che era qualcosa che aveva a che fare con l'ansia all'ennesima
potenza. Ma il dottore sentenzi: lei stressata, vada a casa e si
prenda un po' di riposo. Una parola! Non riuscivo a muovermi
all'interno del reparto, figurarsi raggiungere l'imbarcadero: ero
spaventatissima! Chiamai mio marito, maledicendo il telefono a muro
che mi costringeva a stare in piedi dondolando ora su una gamba ora
sull'altra come un trampoliere, centellinando le parole ed il fiato. "Vieni
a prendermi. Parti subito, fa presto".
Dall'ospedale a Rialto fu una cosa pietosa, la precedente vestizione
un supplizio: indossavo una tuta jeans e non ebbi neppure la forza di
allacciare tutti i bottoni. Mi trascinai fuori per la via, con mezzo seno
in vista e la voglia furiosa di entrare in ogni negozio a chiedere aiuto,
a stendermi per terra. Coprii un tragitto di sette minuti in tre quarti
d'ora ansimando come un animale ferito a morte. Era un caldo, afoso
mezzogiorno e l'imbarcadero traboccava di gente, che mi apparve
come un'enorme massa informe e minacciosa. Con l'ultimo briciolo di
dignit chiesi ad una vecchietta di starmi vicino lungo il tragitto. Mi
appoggiai allo schienale davanti, come una tossica fatta completa.
Persino le domande della mia body-guard m'infastidivano. "Come si
sente signorina? Cosa successo? C' qualcuno che l'aspetta?"
Risposi al limite della maleducazione. Intorno avvertivo la vita che
fluiva, la Venezia colorata e caotica di sempre, pulsante di movimenti
e suoni. Solo io non ero pi quella di sempre, non lo sarei mai pi
stata nel bene e nel male. Con gambe malferme scesi dal vaporetto.
Lo localizzai subito e mi precipitai nella macchina di Sandro sconvolto
dal mio apparire sconvolta. Nulla mi chiese, cap che non era il
momento. Io ancora sotto schock, anche se stavo un po' meglio,
centellinando il fiato gli bisbigliai che a casa avrei spiegato tutto.
Spiegare cosa? Non sapevo assolutamente cosa mi era successo. E
la paura di un pericolo ignoto la pi tremenda, non sai contro chi
devi combattere. Rimasi a letto per tre giorni, prostrata nel fisico e nel
morale, atterrita come un coniglietto braccato, dalle lenzuola mi
sbucavano solo gli occhi e tutto il mio fisico era spossato come da una
maratona ad alta quota. Ma la mente, la mente, quella poi era
indomabile, sorda a qualsiasi tentativo di distrazione: il pensiero
correva sempre a quegli istanti, m'imponeva per ore il solito film,
innumerevoli repliche di giorno e di notte. Ero l'essenza del terrore
puro: terrore che tutto potesse nuovamente ripetersi, terrore perch
non sapevo dare nome a quella cosa. Non retorica la mia. Come per
chi ha sofferto la fame, come per chi ha partorito un figlio morto, cos
per chi ha toccato certi abissi di paura allo stato puro. Solo questi
possono capire, perch esistono delle situazioni che, oltre a sfuggire
al razionale, sfuggono anche alle parole. Non pensate che i paragoni
che ho fatto prima siano esagerati o irrispettosi. L'attacco di panico
insidia il nostro io a pi livelli ed il nostro io ci a cui teniamo di pi.
Quindi questi miei goffi tentativi di far capire come ci si senta, o
meglio, come NON ci si senta pi, se presi di mira da questo disagio,
restano appunto solo tentativi.
Sono sicura che ribadir ancora questo concetto, ma nel frattempo
non rinuncer a tentare di far capire. Me ne sento addosso il dovere
morale: il dare voce a chi non ha voce. Sar per questo che fra
dappisti che non si sono mai incontrati nella loro vita, dalle condizioni
sociali pi disparate, convinzioni politiche, sesso, dialetto, scatta
immediatamente un feeling che scavalca tante regole comuni o
convinzioni del vivere sociale. Sboccia immediatamente l'Amicizia
sincera, partecipe, palpabile. O forse dovrei chiamarla Simpatia, mai
termine fu pi azzeccato. L'etimologia insegna. "Sin pazos" vuol dire
soffro insieme, quantomeno condivido, sento insieme.
Ma queste cose le scoprii anni dopo. In questo scampolo d'agosto, io
mi sentivo sola, di una solitudine che penso assomigli molto a quella
di quando nasciamo e di quando moriamo. I and I (io e me stesso)
dice una canzone di Dylan.
Poi pur sentendo, ma tanto sperando, nel profondo che a nulla valeva,
che non era l il problema, iniziai una serie impressionante di
accertamenti clinici. E intanto pregavo di avere un TSH abnorme, una
ipoglicemia rasoterra, s anche un tumore (inutile scandalizzarsi e fare
i farisei: alcuni di noi si sono augurati anche quello) ai quali attribuire
quella tempesta che mi era grandinata addosso sulla soglia dei 29
anni. La stessa et in cui mor mia madre.
Radiografie, ECG, EEG, visite neurologiche non rivelarono nulla di
anomalo. Io mi rodevo di delusione, situazione un po' comica vero,
dirsi "Che peccato..." ad ogni esito negativo. Ma accidenti, cercate di
capire: se sai da che parte sta il nemico, sai da che parte girarti. Buio
fuori e buio dentro. Il mio medico mi prescrisse degli ansiolitici ed io
ovviamente smisi di allattattare. Mi cost molto e questo incise anche
sul mio rapporto con Sally. Mi mancava quel contatto, quel suo nutrirsi
di me, ed iniziai ad avere perfino del rancore nascosto nei suoi
confronti. In fin dei conti tutto era iniziato dopo la sua nascita durante
il puerperio: nessuno, come accennai, mi parl di depressione post-
partum: solo otto anni dopo, OTTO.
Io avevo anche azzardato questa ipotesi coi miei svariati terapeuti: la
risposta, me la ricordo benissimo, fu un'alzata di spalle. Otto anni,
dicevo, una piccola vita che non mi era stato concesso di crescere in
modo completo, di godere dei suoi progressi. Ero troppo concentrata
sul mio misterioso male.
Di tutto questo tempo cos sfumato devo addossarmene io tutte le
colpe? Mio marito era padre e madre di noi due. Andammo in
vacanza come niente fosse successo, col nostro cucciolotto in un
paesino della Puglia. Le uscite in paese erano precedute da
ingurgitamento di pastiglione alla massima potenza del farmaco
giudicato "elettivo" in questi casi, ed il pi delle volte non era efficace.
La mia giornata si concludeva con in pi in bilancio un centinaio di
goccette calmanti, senza contare gli extra. Roba da cammelli, che
riusciva a malapena a tenere a bada la mia ansia perenne. Le normali
spese al "frutta e verdura" un tormento: i soliti martellanti sintomi ai
quali si aggiungevano nausea e diarrea. Bisognava fuggire. Nei nostri
undici anni insieme non ho mai inflitto una vacanza-tortura simile a
quella alla mia famiglia, in prospettiva assume proporzioni crudeli,
allora vi ero immersa e quando stai per affogare poco ti curi del resto.
Tornammo ed iniziai il rosario fatto di misteri dolorosi, percorrendo
stazioni di una Via Crucis da molti vissuta, in qualche caso
sovrapponibile. Avendo escluso qualsiasi causa organica (ero stata
rivoltata come un calzino) cominciai quelli che io chiamo viaggi della
speranza, anche se alcuni non comportarono grossi spostamenti.
Cos col mio cestello carico carico di pani-co, mi avventurai nel bosco
come Cappuccetto Rosso.
CAPITOLO TERZO
Si aprono le danze

Questa mia cronaca-Dap avr senz'altro tanti difetti, uno su tutti la


dispersione. E' difficile anche per me starmi dietro in questa girandola
di avventure e riflessioni, ma bisogna considerare che la vicenda
copre nove anni di vita. Io ero partita con l'intento di mantenere una
certa cronologia, l'ho gi detto, niente da fare. La penna corre da sola
ed io arranco dietro. Comunque chi lo dice che non vada bene anche
cos? Anche perch nella vita accadono parallelamente tante cose ed
alcune molto importanti. A me nel terzo anno di Dap, ad esempio...
accadde un'altra figlia. Ed allora facciamo un balzo indietro e torniamo
immediatamente dopo Venezia. Devo dire che il mio medico di base
mi ascolt sempre pazientemente cercando di aiutarmi quanto poteva,
anche quando diventavo francamente lagnosa e ripetitiva. M'imped di
fare un sacco di stupidaggini, assecond sempre le mie "intuizioni" e
non mi mand a lavorare forza per forza, concedendomi dei periodi a
casa proprio quando non ce la facevo pi. Mi credeva insomma anche
se certe volte ne avvertivo l'impazienza quando capitavo l a chiedere
un prolungamento di malattia e lui mi diceva di fare uno sforzo di
volont e "provare". Comunque credeva nella mia sofferenza e fu lui,
quando vide la situazione farsi sempre pi critica e cronica, a
pronunciare la parola Psichiatra. Io ebbi la solita reazione double-
face: da una parte "Oddio sono una malata di mente", dall'altra mi
sentii rassicurata, fu come consegnare il testimone dopo una lunga
corsa, delegare le decisioni che riguardavano la mia salute ad una
persona che sapevo essere preparata ad affrontare quel tipo di
problematiche. Sentivo inoltre che anche un serio trattamento
psicologico non sarebbe bastato: ci voleva qualcosa di pi chirurgico.
Ho gi narrato in parte questa mia esperienza, che avvenne in due
tappe: tra l'una e l'altra nacque Michela. E cos la chiamai in onore
dell'Arcangelo Guerriero che aveva combattuto contro Lucifero e cio
il Male. Per me il Male era in quel periodo il mio male, quindi la scelta
non fu un caso.
La teoria di questo mio psichiatra , e rimane questa: non ci importa la
sua storia personale, quindi le cause remote del suo Dap...Dap?
Finalmente la cosa aveva un nome! Si pu uscirne, questi sono i dati
(ma allora siamo in tanti! Circa un sesto della popolazione mondiale?
Maddai!!!) Vero vero. Mal comune mezzo gaudio. Si pu uscirne solo
soffrendo e molto (e finora cosa ho fatto?) Poi venni notevolmente
rinfrancata da frasi-slogans: di panico non si muore; pi si soffre prima
se ne esce; l'ansia come un cane che ti morde se mostri di temerlo,
se ne va se fai finta di nulla. Confesso che uscii abbastanza gagliarda
da quel primo incontro: tutto era stato ridimensionato, avevo molta
fiducia. Fino all'attacco successivo, quando il mio fragile castello di
carta croll.
Molti dappisti conoscono questo iter, pure quello del diario giornaliero
in cui per prima cosa riporti la situazioni che ti creano ansia fino ad
arrivare alla number one che detiene punteggio 100.
Il gioco consiste nel farsele fuori tutte cominciando dal basso, cos da
arrivare in cima senza pi sintonmi sgradevoli. Io vorrei conoscere 10
persone che hanno seguito questa tabella di marcia senza l'ausilio di
farmaci e sia uscito dal panico. S, ma la cosa che pi mi fa sorridere
quel malizioso "Da solo o con altri". Ovviamente il punteggio
diverso. Ovviamente. E avanti e indietro cos per otto mesi, nevicasse
o ci si sciogliesse dal caldo, sia che lavorassi sei o dieci ore.
L'esposizione (termine tecnico delle uscite forzate) doveva avvenire in
modo graduale, ma non si teneva conto del fatto principale: che io
andando al lavoro mi trovavo a fronteggiare situazioni a punteggio
altissimo. E molti altri si trovano col mio dilemma a meno che venga
riconosciuto loro un periodo di assenza retribuita dal lavoro come gi
avviene per chi si deve disintossicare: come si fa altrimenti a
fronteggiare un impegno terapeutico (nel quale comunque credo
poco) dovendo per il resto della giornata che, ricordo umilmente agli
psichiatri Sturm-Truppen, composta di 12 ore, assolvere ai normali
compiti come niente fosse?
Sotto Natale rimasi incinta, resistetti ancora fino ai primi caldi, poi mi
ritirai, non ce la facevo pi tra lavoro, battaglie quotidiane col Dap,
esercizi autoimposti mentre il pancino cresceva. In ogni caso ebbi
rassicurazioni dalla ginecologa che il bambino non soffriva, durante i
miei attacchi di panico, era superautonomo e protetto a meno che io
non assumessi farmaci. Per tutta la gravidanza ebbi il timore di non
avere un figlio sano, perch nei primi 15 giorni di gestazione io,
ignara, avevo preso il solito farmaco. Ansia che si aggiungeva ad
ansia . Mi si prospett seriamente l'ipotesi di un aborto terapeutico.
Furono delle brutte giornate. Scelsi la vita e probabilmente passai
qualche anticorpo a Michela. Vaccinata contro la paura la pi
temeraria delle mie due figlie. Scacco al Dap.
Quella famosa terapia di cui parlavo prima, detta cognitivo-
comportamentale, mi aveva fatto fare due passi indietro. Dicevo
spesso allo psichiatra "Lei mi manda in un campo di battaglia senza
armi". Infatti, a parte gli slogans, nulla avevo tra le mani per
fronteggiare il nemico, tranne le solite benzodiazepine, ormai prese
per abitudine, niente tecniche mentali o respiratorie. Di pieno avevo
solo le scatole. Lo psichiatra, tra l'altro persona affascinante e
rassicurante, che gira il mondo, alquanto preparata e, credevo,
aggiornata, tirava fuori spesso la parola VOLONTA'. Ma possibile che
non capiscano che non siamo dei Samurai, che quando stai male, tu
non esisti pi, quindi non puoi fare appello ad una parte di te che non
c'? Confrontando esperienze dello stesso tipo sono giunta alla
conclusione che la sola esposizione non basta (a meno che tu non
tema solamente i topi), ma deve appunto essere supportata. Anche
dai farmaci (e torniamo sul discorso e ci torneremo presto).
Un bravo psichiatra li deve conoscere come le note di un
pentagramma, deve sfruttare alcuni aspetti collaterali, contrastandone
altri, ed essere possibilmente a disposizione telefonicamente almeno
una volta alla settimana per aggiustare la terapia. Deve sapere che la
vita col panico non vita e che la persona ha diritto ad un po' di
respiro, senza sentirsi ripetere quel continuo "Ricordati che devi
soffrire" (Memento mori). Lo sappiamo fin troppo bene!
E cos pass un'altro anno stiracchiato e, come anticipai, nacque
Michela. Crisi, crisette e crisone continuavano tra alti e bassi, anche
se devo dire che l'arrivo del secondo cucciolo ci mise molta allegria ed
io mi sentii finalmente mamma completamente. Era diversissima da
sua sorella, scambi subito il giorno con la notte, pretendeva la
poppata al di fuori dalle ore canoniche, insomma una gran
rompiscatole con dei capellini ritti in testa alla Stanlio. Ero racchiusa in
quel piccolo nido famigliare e forse mi illudevo che, una volta uscita, le
cose sarebbero cambiate. Niente da fare: il Dap venne a trovarmi
anche dentro casa, sotto forma di cose strane e diverse. Mi accorgo
che uso quasi sempre la stessa parola per definire il disagio, la
malattia, il fatto che non sono capace di usare parole forti del
genere il Mostro, la Bestia, anche se possibile che qualche volta me
ne scappi qualcuna. Il perch semplice e complesso allo stesso
tempo: sebbene mi abbia regalato uno dei periodi peggiori che una
persona possa vivere, ormai una parte di me, non lo posso
rinnegare marchiandolo con appellativi infamanti. Non sarei diventata
la persona che sono oggi se non avessi attraversato quella palude.
Quella sofferenza, gradino dopo gradino, mi ha portato abbastanza in
alto da poter guardare la vita e la gente da una prospettiva differente,
diciamo pi ampia, vogliamo arrischiare "da una prospettiva
amorevole"? Questo discorso non per tutti, ma so che almeno
cinque persone mi capiranno. Basta st diventando manzoniana,
stavamo parlando del Dap "casalingo", ma non per questo meno
spaventoso. Ora tento di di descrivervi cosa accadde una delle prime
notti del gennaio '90. Gi lo so che pochi sono gli aggettivi per
qualificare quegli stati d'essere. Angoscia la parola pi calzante, ma
d ancora una pallida idea. Voglio rievocare quella notte, che non
raccontai mai a nessuno tranne che per sommi capi, forse per un fatto
catartico, liberatorio. Forse riuscir ad esorcizzare quell'incubo, che
ancora l, appena dietro agli occhi chiusi.
Vi ricordate la mia prima volta a Venezia in tutta la sua drammaticit?
Ecco, quella notte non ha paragoni, non posso affermare fu meglio, fu
peggio, ma fu diversa nel suo orrore. Forse perch ora c'erano due
figlie piccolissime. Io avevo gi alle spalle due anni abbondanti di
panico e poche prospettive di risolvere quel rebus. Forse si somm
tutta una serie di fattori (altro post-partum, allattamento, paure
ancestrali, timore incoscio che mi toccasse la stessa sorte di mia
madre, morta a 29 anni con 2 figlie piccolissime...).
Forse, sempre forse... e chi possiede qualche certezza in questo
mondo dove ci troviamo catapultati senza sapere il perch?
Io so solo che mi svegliai intorno all'una in preda all'angoscia,
cominci con la solita tachicardia, ma poi braccia e gambe presero a
tremare come fossi in preda ad una febbre altissima. Me la misurai: un
misero 37 scarso. La gola era arsa: chiesi un bicchier d'acqua a
Sandro e ricordo che feci una fatica da moribonda a deglutire per
mandar gi un sorso d'acqua. Battevo i denti in maniera indecente, in
preda ad una sensazione oscura e paurosa. Nel frattempo la piccolina
si era svegliata con le sue urla e le sue esigenze, mentre Selene
venne nel letto accanto a me... Io non riuscivo a smettere di
precipitare, tanto che lucidamente pensai che non avrei visto l'alba del
nuovo giorno. Mi vidi distesa sul marmo dell'obitorio e nel frattempo
provavo una grande nostalgia per la vita. Il mondo sarebbe andato
avanti anche senza di me, la gente si sarebbe alzata, avrebbe fatto
colazione e sarebbe uscita per recarsi al lavoro. L avrebbero saputo
della mia scomparsa, qualche commento bevendo il caff e poi il
solito tran-tran. Ecco se c' una cosa che mi scoccia tremendamente
che quando morir tra un giorno o cent'anni, succeder esattamente
cos. Cosa pretendo? Vorrei che per un momento tutto si fermasse, mi
accontenterei anche del classico minuto di silenzio prima di una
partita, meglio se la Nazionale capitanata da Maldini.
Lunga digressione per spezzare il ricordo di quegli eterni attimi.
Quando sei vicino alla morte o credi di esserlo ti capita di patteggiare
con il Cielo perch ti pare di aver lasciato qualcosa di incompiuto,
magari anche di fare pace con qualcuno o forse di non averla dipinta
troppo bene , questa tua piccola vita,mancano i ritocchi finali,prima dei
finali rintocchi
Strinsi la manina di Selene, 3 anni, le dissi che le volevo tanto bene,
ma che presto l'avrei lasciata. E ne ero convinta. Lei parve capirmi e
dolcemente mi copriva di bacini. La Liberazione tardava ad arrivare e
quel tormento non finiva, non finiva... Chiss che tempesta si era
scatenata nel mio cervello. Sillabai a mio marito, che cercava di
calmare una Michela furibonda: -Chiama il Medico- Vi assicuro che
per fare una simile richiesta io devo proprio essere allo stremo.
All'inizio la guardia medica rispose di portarmi in ospedale. Inutile, non
ce l'avrei mai fatta. Ero un fantoccio di pezza dai meccanismi
impazziti. Sandro era in forte difficolt con tre bambine a cui badare e
non avrebbe potuto assolutamente sacrificarne una per le altre.
Ritelefon ed alla fine arriv una guardia medica scocciatissima il cui
cognome e tratti somatici rivelavano una chiara origine araba. Ma ci
aveva messo poco ad impadronirsi dell'arroganza della maggior parte
dei suoi colleghi italiani. Si sa che l'Islam non tiene in grande
considerazione la donna e cos fui trattata io senza rispetto, come una
donnetta isterica e scocciatrice. Rifiutai l'endovena, perch allattavo,
ma cosa strana, mi sentivo rasserenata dalla presenza di quel dottore
che sbuffando con fare decisamente poco etico, mi controll cuore e
pressione. La classific come crisi isterica. Io, su suo sbrigativo
consiglio, presi quattro volte la dose del vecchio farmaco anti-panico.
OH! Quanto vorrei rivederlo in faccia e ringraziarlo per la sua
gentilezza di quella notte, non ebbe piet neppure del quadro penoso
di una donna tremante e spaventata, con una neonata ed un'altra
bimbetta di tre anni!
Verso mattina la crisi and scemando, lasciandomi spossata
mentalmente e fisicamente, come se avessi partorito un'altra volta.
Questi fenomeni di angoscia mortale, come li chiamo io, si
ripresentarono a distanza di mesi, cos senza motivo apparente. Io
non so se facciano parte del quadro generale del disturbo da attacco
di panico o se siano un patrimonio personale. Quindi rinuncio a
descriverli nei dettagli, regalandomi un grosso sollievo.
CAPITOLO QUARTO
Figure e figuri

Chi, come me, si trovato ad un certo punto della vita in analoghe


situazioni, e non parlo solo di Dap, sar di certo venuto in contatto col
mondo medico ufficiale, ma avr anche fatto qualche incursione
alternativa. Ovunque dimorano loschi figuri che speculano sul dolore
altrui. Ma il fatto tragico che anche tante figure professionali
consacrate tali, poco o nulla conoscono del loro mestiere e nessuno si
sogna di chieder loro il conto della loro ignoranza.
Il primo tentativo che feci, il Pronto Soccorso al quale approdai fu la
Psicologia, convinta che le vicissitudini della mia vita, non molto
pacifica in verit, fossero la causa remota dell'esplodere di quella
tempesta di sintomi bestiali che mi aveva drasticamente cambiato la
vita. Che dico la vita: tutta me stessa! La nostra malattia si differenzia
dalle altre perch ti toglie la tua identit, come poche altre. Quando ti
viene la crisi non sei pi tu, la tua personalit viene annientata, sei
posseduto dai tremori, dalla tachicardia, vertigini, gambe che non ti
reggono, paura di andare fuori di testa. Uno Zombie, in poche parole.
Confrontate un p questa situazione con un'ulcera, una frattura, una
cistite. La persona nel suo essere non viene intaccata. Se Carla si
taglia un dito, resta sempre Carla: il dito st li a dimostrare il suo male,
si guadagna magari un p di comprensione e viene giustificata se non
rende il 100%. Se Carla ha una crisi di panico, gi fatica a spiegarlo,
(non ne ha le parole n il fiato) poi si vergogna tantissimo perch sa
gi cosa frulla in capo agli altri: "le solite fisse..." "non ha voglia di fare
niente...". Ed per questo che c' BISOGNO DI INFORMAZIONE in
giro, e se l'iniziativa non parte da noi, non vedo all'orizzonte nessun
buon Samaritano.
Vi raccontavo prima dei miei svariati incontri ravvicinati del primo tipo
con gente "ufficialmen-te" abilitata, ma anche con altra sguazzante
nello smarrimento del proprio prossimo. Vi giuro che avrei voluto fare
nomi e cognomi. Oh massimo gaudio, oh sublime soddisfazione! Ma
non si pu: vai incontro ad un casino di rogne e cos ho solo
contraffatto il loro cognome. Come loro si sono presi il gusto di
alleggerire il mio portafoglio, io non mi nego il diritto di sputtanarli
allegramente, pescando qua e l. Ho la speranza recondita che un
giorno uno di loro possa per caso riconoscervisi. O erano/sono tutti in
buona fede? Allora proprio vero. Siamo un popolo di santi, di eroi e
di dappisti.

Lo psicologo ed il mio monologo.


La mia vita, dicevo prima. Ho perso mia madre quando avevo due
anni. Linfogranuloma di Hodgkins a ventinove anni. Girovagai per
case di parenti, da una parte e dall'altra d'Italia tanto da essere
soprannominata Madonna Pellegrina, finch mio padre ebbe la
malaugurata idea di risposarsi con la classica matrigna delle fiabe.
Subii violenze fisiche e psicologiche (tra l'altro molto sottili) di vario
genere. Poi, appena divenni "signorina", a 12 anni persi mio padre al
quale ero attaccatissima. Dopo poco tempo fui messa in una specie di
convitto- collegio, la cui direttrice era una Miss Minchin italica. Ancora
tutto come nelle fiabe che si rispettino. Scappai. Mi feci nove mesi di
Sanatorio per T.B.C. pleurica e fu uno dei periodi pi sereni e
spensierati della mia vita. Guarii in modo stupefacente , fui dimessa e
presi la maturit classica. E qui mi fermo perch non la storia della
mia vita questa, anche se avrei potuto gi scrivere "I miei primi 18
anni" e ne avrei dato del filo da torcere alla Marina!
Quindi , approdai alla psicologia per un fatto quasi fisiologico. Fu il
mio primo tentativo dei tanti che feci per trovare una via di uscita da
quel labirinto. Non credo che 1000 pagine mi basterebbero per
raccontare in dettaglio le mie esperienze con Yoga, Meditazione
Trascendentale, Mantra, Pranoterapia, Omeopatia, Dinamica Mentale,
Pensiero Positivo (perch son vivo, perch son vivo) e non ho finito:
tutte mi hanno dato qualcosa ed anno contribuito a plasmarmi in ci
che oggi sono, anche se alcune sono state delle vere e proprie
buggerate e quando ci ripenso mi si presenta sempre la solita
domanda: -Erano in buona fede?- Cio io credo che la retta
intenzione giustifichi tutto. Se lo erano li perdono. Se non lo erano, se
la vedranno con la loro coscienza.
Il mio primo psicologo rest l'ultimo per molto tempo, anni, tanta fu la
delusione. Ecco come si svolgevano le sedute o meglio i miei
soliloqui. Arrivavo l una volta alla settimana, regolarmente in
macchina fino al cancello, gi due passi mi facevano vacillare. Mi
riceveva con un sorriso surgelato e accomodante in un ufficcietto
squallido, scomoda anche la sedia. Incominciai la mia storia quasi dal
concepimento, decisa pi che mai a srotolare la mia vita davanti a
quello sconosciuto talmente ingenuamente sicura che mi avrebbe
dato una mano. Io parlavo parlavo, lui scriveva scriveva. Ero il caso X.
Non occorreva che mi venisse spiegato che tentava di seguire la
scuola freudiana ed infatti io non ebbi il diritto di sapere nulla
sull'impostazione del lavoro che avremmo dovuto fare assieme. So
solo che io raccontavo, facevo le mie brave libere associazioni,
qualche battutina accolta da un silenzio glaciale. Ricevevo domande
laconiche solo quando toccavo argomenti a sfondo sessuale. Allora
l'esperto, fiutando la preda mi incoraggiava ad approfondire. A volte, a
volte spesso, si alzava di scatto e spariva per un cinque minuti, al
punto che maliziosamente mi venne da pensare che certi particolari
che io gli affidavo in totale fiducia, lo spingessero ad atti solitari e
liberatori. Alla ventesima seduta non avevo niente in mano, neanche
mezza parola di spiegazione, di incoraggiamento. Il suo dossier scritto
cresceva, cos pure il mio Dap. Decisi di interrompere per sfinimento
e finalmente udii la sua voce che con tono monotono mi regal un
prezioso quarto d'ora di spiegazione per... il mio improvviso stop.
Indovinate il sunto: avevo delle forti resistenze di carattere sessuale,
un blocco che non mi permetteva di addentrarmi in particolari
francamente un po' intimi, in risposta alle sue domande incalzanti. Per
otto anni non volli pi sentir parlare di Psicologi , ma per vendetta detti
un esame stupendo proprio in psicologia all'Universit: in questi casi
ero sempre accompagnata da mio marito e facevo una mistura di due
farmaci. La crisi mi veniva ugualmente: Padova, l'affollatissima
Magistero, tutti che stavano bene, accidenti, ed io la paura dell'esame
sommata al Dap. Ma davanti al Professore dopo poco tutto spariva,
non avrei pi voluto andare via, dovevano quasi cacciarmi con un
triplo "basta cos signorina". Per un po' mi restava addosso una
grande euforia: la piazza quasi non mi faceva pi paura, poi tornavo
ad essere il topino tremante di sempre. Ma quest'inverno ci voglio
tornare da sola, caro il mio psicologo: mi piace troppo respirare l'aria
polverosa dell'Ateneo. Sar il massimo senza Dap: e non certo per
merito tuo.

Il pranoterapeuta folletto.
Non so se ho gi avuto l'occasione di dirlo, ma io credo nel valore
terapeutico della pranoterapia, anche perch ne avevo sperimentato
io stessa l'efficacia quando quattro anni fa scoprii di possedere il
prana e ci fu confermato da prove tecniche, ma soprattutto da dei
risultati confortanti in una ristretta cerchia di parenti e amici. Scoprii
questa facolt in modo del tutto casuale, ma in ogni modo legato al
Dap. Ero tornata a casa per la pausa del pranzo, ma dovetti
distendermi per una furiosa ed ingiustificata tachicardia. Non volevo
prendere le solite gocce, cos provai ad appoggiare le mani in
corrispondenza del cuore: avvertii subito un forte calore e pian piano
un senso di calma mi pervase durando tutto il pomeriggio. Ero
commossa ed incredula, cos la sera mi precipitai da mia suocera che
soffriva di un dolore al braccio che da tre anni la faceva dormire poco
e male. I risultati furono sorprendenti . Come Tommaso feci altre
prove, tra l'altro "guarii" Michela da una fastidiosa e ricorrente
epistassi (sangue dal nasetto) curata parecchie volte in ospedale
senza successo. Ero al settimo cielo pensavo di guarirmi da sola
individuando i punti da trattare. Sono sempre stata attirata, da brava
Pesci, dalle cose che esulano dalla Realt Visibile. Mi misi a leggere
testi pi o meno seri sull'argomento e mi feci una cultura in proposito.
Addirittura sognavo ad occhi aperti di guarire i miei compagni di
sventura con quel metodo antico e ora ritornato in auge. Quello fu il
primo gradino che mi condusse attraverso una serie di maturazioni ad
approdare al Reiki: dopo se salta fuori vi spiego cos'. B per farla
breve, poco dopo feci un'amara scoperta. Il mio cosidetto fluido non
funzion pi su di me, come ben sanno gli operatori del settore che
devono farsi curare da altri. Era stato come un segnale, una traccia
che seguii molto lentamente per il tempo a venire. In ogni caso potevo
fruire di questa opportunit rivolgendomi ad altri e fu ci che feci.
Vidi il prano-follettto (lo battezzai cos dall'aspetto: minuto, capelli
lunghetti, visetto da elfo) su di un canale di una Tiv privata.
Mitragliava discorsi molto belli, anche se un p utopistici. Parlava di
ecologia, di ambiente ideale di vita, della medicina ufficiale che aveva
perso di vista l'Uomo. Diceva cose che io condividevo appieno,
dimostrando grande cognizione di causa. Lui, oltre che di prano, se ne
intendeva anche di cristalli, piramidologia, cromoterapia. Ogni tanto
arrivava qualche telefonata: "Si pu curare la tal cosa?" Si, si poteva
curare tutto al 90 %. Mai una risposta dubbiosa o negativa (avrebbe
dovuto mettermi sul chi-va-l). Arriv pure una telefonata che
chiedeva del panico. Il panico? Pane quotidiano, una bazzecola, vieni
e vedrai con che velocit sconfiggeremo anche questo. Musica per le
mie orecchie! Ero in uno dei miei periodi di maggior confusione e
quello fu il colpo di grazia. Riuscii a rintracciare il numero telefonico
(non aveva potuto menzionarlo in trasmissione) tramite dei giri
pazzeschi.
Parlai infine con l'Onnipotente al telefono, anzi parl quasi solo lui.
Detto fatto. Appuntamento e tanta speranza. Due ore di viaggio,
accompagnata da un silente Sandro ed eccoci nel posto convenuto,
dove un'auto civetta ci guida nella cittadella dei miracoli. Visto di
persona pare ancora pi folletto, mi dice con tono confidenziale che
ha risolto centinaia (!) di casi come il mio e che in una ventina di
sedute "ti rimettiamo a posto". Poco male: quaranta ore di viaggio. Per
sconfiggere 'sta Piovra che mi avvolge coi tentacoli far pure questo.
Intanto lui compila una cartellona di lucido cartone e poi mi consegna
il promemoria degli appuntamenti. Io seguo tutto, ammutolita quando
mi chiede l'anticipo della seduta, sempre pi dubbiosa sgancio
200.000 . Che non sono proprio poche. Con fare da compagnone,
lasciato il mio povero marito in un'amena anticamera, mi introduce in
uno stanzino oscuro, ripetendomi come una litania "Vedrai Carla che ti
rimettiamo a posto noi" Ora mi da quasi fastidio quando pronuncia il
mio nome: presagisco che le mie speranze s'infrangeranno. Non mi
ha chiesto nulla, n da quanto tempo, n cosa mi succede quando sto
male, o qualsiasi altra domanda volta a focalizzare un po il problema:
b tra le tante virt avr anche quella della lettura del pensiero. Lo
stanzino illuminato da una luce azzurrina, mi fa spogliare, tranne gli
slip, chiama due garons ed impartisce con fare da capomastro: - Tu
me la lavori l, tu me la lavori qua -. Ogni tanto mi mette le mani in
testa, cos di passaggio, dimenticando che a lui mi ero affidata e non
ai suoi scagnozzi. Poi per farmi vedere quanto bravo passando le
mani sul mio corpo mi fa una specie di check-up: se nego di avere il
tale disturbo mi risponde che mi salter fuori prima o poi. Ma perch
me ne sto zitta a subire questa pagliacciata e non gli azzardo anch'io
qualche previsione? Del tipo: un giorno morirai. Invece sto a vedere
come ho impiegato i miei soldi. Dunque c' Tizio che mi fa
riflessologia, Caio che lavora sul plesso solare che il prano folletto ha
percepito bloccato (bella scoperta, quella della respirazione bloccata
dalla paura la sanno anche i bambini). Mi sento scema, oltre che nuda
come una vermessa. Infatti nel codice deontologico scritto che il
pranoterapeuta NON deve far spogliare la gente, ma solo far togliere i
metalli, cinture e scarpe. Non sono una verginella, ma stare a tette
nude davanti a quei tre... mi provoca un certo disagio. In fin dei conti
non hanno pagato neppure il biglietto!
Un bravo pranoterapeuta non se ne va avanti e indietro controllando
dalla porta i lavori. Non promette guarigioni miracolose a noi povera
gente, pronta ad abboccare al primo amo. E se ci non bastasse un
buon prano non ti chiede certe cifre a seduta (il numero delle quali
sempre nebuloso) quando il tariffario specifica i limiti dalle 20.000
alle 60.000. Io, ancora "sotto i ferri" decido che non torner pi.
Dappista si, scema non ancora. Non vedo l'ora che finisca 'sta
sceneggiata e 'sto ritornello del vedrai che ti mettiamo a posto.
La vera Pranoterapia tutt'altra cosa. Tu sarai anche un gran
parlatore amico, avrai senz'altro un po' di fluido, ma ne hai fatto una
montatura! Sei poi riuscito a comprarti uno spazio su di un'importante
emittente molto seguita e da l propini i tuoi sermoni. La terza volta
che ti ho visto, ho fatto bollendo il numero cercando di parlare in
diretta, di dire che non eri cos angelico come sembravi e che
oltretutto costavi assai. La tua segretaria mi chiese nome e domanda,
incautamente risposi che dovevo riferire la mia spiacevole esperienza
con te. Ovviamente la telefonata non pass.

La bioenergetica, attenti al lupo!


Nel mezzo del cammin di questa vicenda, mi ritrovai ad interessarmi
agli studi sul lavoro corporeo e lessi Lowen ed altri.
Chiamasi Bioenergetica una disciplina abbastanza complessa che ora
cerco di spiegare per sommi capi: essa parte dal concetto dell'unione
corpo-mente che sono elementi in continua interrelazione e
dipendenza. Attraverso varie posizioni corporee mantenute
staticamente si va ad agire sui blocchi o meglio corazze che sono
state determinate da una reazione repressa, ad un emozione
solitamente negativa. Sciogliendo il blocco corporeo, si arriverebbe
automaticamente allo sblocco emotivo. In pratica se la mente
condiziona il corpo anche il corpo pu condizionare la mente. Mi
sciroppai lo "Psicosoma" di Dychtwald, che un opera alquanto tosta,
come promette il cognome del suo autore e volli tentare anche questa
strada. Cercando alacremente trovai l'indirizzo di un dottore
specializzato in tale tecnica. Al telefono la voce era calma e
rassicurante, ebbi l'appuntamento, non nello studio dal quale parlava,
ma in un altro posto della citt.
A parte il fatto che non ero assolutamente in grado di spostarmi da
sola, una specie di premonizione mi fece pregare la mia amica Clara
di accompagnarmi. Arrivammo sul posto, col naso sulla mappa e
posteggiammo sotto degli alberi fronzuti. Eravamo in anticipo, cos
ogni persona di sesso maschile che apriva il portone col numero
civico dell'indirizzo, ipotizzavamo potesse essere il nostro uomo.
Quando scocc l'ora X scesi e pregai la mia amica di venir su in
qualche modo se dopo un'ora non mi vedeva scendere. Infatti una
serie di indizi ci aveva portato ad identificare il nostro uomo con buona
approssimazione. Udii Clara mormorare "Oddio, non sar mica
quello!" Alludeva ad un tizio che stava uscendo dal vicino bar, era un
misto tra James Dean a 70 anni (ma lui ne doveva avere una
quarantina), col ciuffo grigio sugli occhi ed un barbone delle Stazioni.
Camminava strascinando una gamba. Per nulla rassicurante. Lo
chiameremo Masticapini ( una trasformazione del suo cognome).
Dopo un paio di segni di croce, mi avviai su per le scale di uno
squallido condominio che pareva disabitato, col cuore che batteva una
volta tanto per motivi giustificati. Tutto era silenzio ed il suono del
campanello che premetti eccheggi all'interno. Nessuna risposta: al
secondo trillo finalmente qualcosa si mosse in fondo e dopo un paio di
minuti venne ad aprirmi. Lui mi accolse con un sorriso sdentato
facendomi attendere ancora una buona mezz'oretta in una saletta
polverosa. Cercai di distrami leggendo un giornale datato tre anni
prima. Ricordo ancora il pensiero dominante che mi ronzava in testa:
quante situazioni strane, persone ambigue, decisioni seguite da
repentini rimorsi mi faceva affrontare il mio disagio. Eppure per trovare
bisogna cercare e cercare non sempre agevole. Un giorno qualcuno
disse "La conquista una qualit dell'uomo" nelle piccole come nelle
grandi cose.
Timidamente mi alzai a dare un occhiata in giro per quel postaccio
che sapeva di stantio, legno vecchio e vetri polverosi. C'erano tante
porte con delle targhette, nessuna recante il suo nome. Quando gi
stavo pensando di squagliarmela, come per telepatia, arriv il dottore
a chiamarmi con un miagolante "Si accomodi". Entrai in una stanza
abbastanza spartana, per fortuna ben illuminata da una grande
finestra posta dietro la sua scrivania. Ma fu un sollievo di breve
durata: infatti quando mi sedetti mi accorsi che il suo viso rimaneva in
ombra, mentre il mio era completamente esposto, francamente non a
mio agio gli raccontai i fatti salienti della mia vita, tagliando corto sui
dettagli, memore di passate esperienze. Pareva ascoltarmi senza
particolare interesse, scrisse solo due cosette, dondolando ogni tanto
la testa, abbassando le palpebre. Mi dava l'impressione che si fosse
fatto un paio di grappette nel bar sottostante, anche per le zaffate che
ogni tanto mi arrivavano. Ed io intanto, dentro di me, mi mandavo
qualche accidente per aver seguito cos velocemente il mio impulso.
Avrei dovuto ponderare la scelta visto che ultimamente non facevo
che mietere esperienze tragicomiche e sborsare inutile, ma tanto
sudato, denaro. Cominciavo a credere alla nefasta influenza di
Saturno sui nativi del mio segno: se ne sarebbe uscito verso la
Pasqua del 96, campa cavallo!
Di panico non si parl che di sfuggita. Il Bioenergeuta (chiss se si
dice cos) aveva una faccia francamente luciferina. Confessate la
vostra incredulit: ne avreste motivo, forse pensate che stia calcando
la mano. Giuro che sto dicendo tutta la verit su quello che ho
raccontato finora e su ci che racconter, senz'altro, semmai, ho
trascurato qualcosa. Tutto questo a dimostrare di quanto la Realt
superi la fantasia e di quanta fauna variegata sia abitato questo nostro
pianetino, compresa la sottoscritta.
Dopo una lunga pausa, durante la quale rimase a fissarmi in silenzio e
facendosi qualche solitario risolino, senza mezza parola di
comprensione o di spiegazione, mi comunic che avremmo
cominciato subito. Come? "Si spogli". Io, fuori fredda e indifferente,
dentro un fuoco di fila di domande e di risposte ("La bioenergetica usa
particolari tecniche, ma non ho mai letto che...") Quello fra virgolette
era il mio dialogo interiore. -Come, scusi? Anche le mutandine?- Si.
Ero ragionevolmente combattuta tra l'idea di rivestirmi e andarmene di
corsa. Ma la mia mente mi suggeriva "Vai avanti, che ne sai tu di
queste cose? E se fosse un passo necessario in questo tipo di
terapia?" Va bene, ma se ci fosse stata un accidenti di presenza
femminile: un'infermiera, una segretaria, a garantire il tutto, come
uso dove lavoro io per una sorta di regola non scritta.
Oh mio caro Dap cosa si fa per te, nella speranza di non sentire il tuo
fiato sul collo!! Mi stesi sul divano come in trance e lui inizi a
massaggiarmi vigorosamente. Nessuna parola: arriv ai seni e gi ad
impastare come fossero palle di pizza: ansimava, spero per la fatica.
Ed io sempre l impassibile, con una ridda di pensieri in testa. Poi
scese a massaggiare vigorosamente il cosidetto Monte di Venere. Io
pensavo "Adesso basta, cosa succede se diciamo.. ehm.. entra nei
particolari? Maledetto Dap in che situazioni mi cacci? Anche se
gridassi questo labirinto deserto. Posso sperare in Clara, ma come
fa a trovarmi? Com'era il colpo del drago, dicono che micidiale.
Basterebbe un colpo sul suo Monte Senzanome, tanto per capirsi".
Intanto il mio viso rimaneva impassibile, come fossero cose di tutti i
giorni, non volevo che la mia paura trapelasse. Finalmente lo strazio
ebbe fine e da quella bocca sdentata usc la diagnosi e la terapia
bioenergetica: avevo forti blocchi sessuali (a ridaje! Mi pareva di
averlo gi sentito). Mi fiss l'appuntamento seguente e mi prescrisse il
seguente compitino per casa, forse non sapendo che ero sposata con
un bel ragazzo col quale conducevo una regolare vita di coppia,
dunque dovevo masturbarmi un paio di volte al giorno. Niente male
come esordio: gli passai il solito centone.
Se qualcuno pensa che abbia esagerato o se la bioenergetica
funziona realmente cos, me lo faccia sapere. Mi venne da pensare a
come sarebbe stata choccata qualche altra magari pi giovane o con
meno scorza della mia. Io trovo che il dottor Masticapini ci stia
benissimo nella mia galleria dei loschi figuri. Voi che ne dite ?

Il Bio Feed-back: ovvero tre scariche e via.


Da quello che avevo letto, sempre pi immersa nel disagio e nella
disperazione, il bio-feed-back era stato usato in America per la terapia
del panico con buoni risultati. Anzi lo sapevate che la loro
associazione di coniglietti si chiamava Free from fear, ovvero liberi
dalla paura: sembra il titolo di una canzone. Gli Inglesi invece con il
loro complesso di superiorit hanno chiamato la loro TOP dalle iniziali
delle parole trionfo sopra le fobie.
Ritornando al b.f.b. ora non ricordo esattamente tutta la tiritera, ma so
che il paziente viene collegato con degli elettrodi ad una
apparecchiatura e pu vedere la variazione del tracciato che
accompagna la contrazione muscolare. Un tracciato pi normale,
diciamo, lo induce a rispondere con maggiore calma, autoregolandosi,
incoraggiato dal fatto di avere sempre sott'occhio i suoi parametri, ci
agisce anche sul morale, perch egli si sente partecipe ed inoltre ha
un'immediata risposta di ritorno. Pian piano egli riuscirebbe (uso il
condizionale) a porre tutti i vari "pezzi" come salivazione, tensione
muscolare, battito cardiaco, in stato di normalit anche in modo
autonomo. Come si colleghi tutto questo col Dap non lo so. Non
preoccupatevi se ci avete capito poco o niente di questa
pseudospiegazione: capita anche a me.
Io volli tentare anche questo e il mio medico tollerante, ma
lungimirante mi disse letteralmente: -Non ti servir a niente, riceverai
soltanto una serie di scariche di ioni negativi, a carissimo prezzo-. Io
non che avessi soldi da buttare, ma il Dap non mi dava tregua ed io
che sono testarda come un mulo e non mi do pace se non realizzo un
progetto che ho in mente, non l'ascoltai. E ho anche il difetto
dell'impazienza; in Trentino c' un proverbio che mi definisce
perfettamente "copa, pela, magna" e cio ammazza, spella e mangia.
Questa volta, che fortuna (proprio come quelli che in Thailandia
scovano un ristorante italiano!) avevo un certo di b.f.b. vicinissimo a
casa mia cos, mi dicevo, avrei potuto saggiarne l'efficacia nello
stesso tragitto di ritorno (visto che per me era una fatica improba
allontanarmi da casa a piedi 50 metri).
La dottorssa Mara mi ricevette fasciata in un tubino stile spaziale,
anzi era tutta spaziale (non speciale) a partire dai discorsi (senza
alcuna offesa per i nostri fratelli cosmici). Il passo, la parlata erano
sicuri, casi di panico a iosa risolti alle spalle. La solita vaghezza sul
numero delle sedute: dicono tutti 6 o 7 poi si arriva alla decina, poi
anche alla ventina. Se non funziona evidentemente sono ancora
troppo poche, bisogna continuare. Stavolta erano 60.000 alla volta. Io
ne feci una decina e sborsai mezzo milione: come mai? Indovina
indovinello! Anche nella speculazione del dolore ulteriore vampirismo.
Ogni volta mi dovevo stendere su di un lettino, con accanto un
monitor ed un altro apparecchio pieno di bottoni. La dottorssa con
fare volutamente tranquillizzante (lo sentivo) ed esperto, mi piazzava
degli elettrodi sullo sterno e in vaga corrispondenza del plesso solare.
Poi premeva dei pulsanti, mi metteva in mano una specie di cilindro
col quale io potevo regolare l'intensit delle scariche. Ricordo che il
tetto massimo era 150. Poi azionava il timer e spariva, non prima di
avermi propinato un sorriso superiormente rassicurante, a svolazzare
verso altri nidi. La prima volta fu una cosa atroce raggiungere il
fatidico 150: dovetti stringere i denti, mi sentivo come se la pancia
fosse costantemente inserita in una spina della corrente. Mi
arrivavano di continuo delle scosse per nulla piacevoli, dopo una
settimana avevo il ventre comparso di dischetti rossastri che mi
davano un prurito tremendo: quando lo feci presente furono spostati
gli elettrodi nelle zone bianche a tormentare anche quelle. Ma io,
stoica, resistevo in base ai complicati ragionamenti della Mara
presente ad ogni seduta con un look diverso ed incredibilmente di
cattivo gusto, ed io non sono per nulla una che guarda l'abito firmato il
che tutto da dire. In quel girone dantesco avevo degli altri compagni
che venivano anche da lontano, affrontando una spesa ed un tragitto
non indifferenti. Da quel che sentivo di trattava per lo pi di malanni
muscolari, artriti, artrosi, quando qualcuno affabilmente mi chiedeva
che cosa avevo, rispondevo evasiva "mal di schiena" con le mie brave
pinzette tutte piazzate tra i seni e la pancia. C'era chi ancora non
sentiva beneficio ed allora veniva benevolmente invitato a continuare
(facendo un rapido calcolo le sedute erano ancora troppo poche... i
soldi inversamente proporzionali).
C'era chi ringraziava la dottorssa Mara, perch aveva sentito
beneficio gi dalla prima seduta. Lei, che dottoressa non era,
sorrideva compiaciuta, poi tornava da me. Mi raccontava di quanto
amasse quel lavoro per il fatto "che toglieva la sofferenza a tante
persone", quando le chiedevo di me, mi ripeteva una casistica
positiva, ma alquanto vaga del mio disturbo che forse non aveva ben
focalizzato in tutta la sua gravit. E poi c'era un altro neo. Quel tipo di
terapia, chiamiamola cos, tutto mi sembrava fuorch bio-feed back
(lavorando in ospedale qualcosa capisco e quelle mi parevano
semplici macchine che si servivano della trasmissione di corrente,
come quelle che si usano nelle terapie contro il dolore, nella
cosiddetta terapia antalgica). In ogni caso anche se mi fossi sbagliata,
non capivo proprio cosa diavolo c'entrassero col mio Dap. Non capivo
il nesso, ma volevo continuare, perch era in gioco uno dei miei
migliori difetti: l'incostanza accompagnata dall'impazienza; dovevo
vincerli entrambi, insieme al Dap possibilmente. Avrei tanto voluto
parlare con qualcuno che ne era guarito coi suoi marchingegni, ma la
risposta non arrivava mai e una volta fu: -Ma come non ti fidi di me?-
Con gli occhioni sgranati e la mano sul cuore. Tornavo a casa s
rilassata, ma sfido chiunque a sentirsi un po' meglio dopo una
mezz'oretta passata distesi a guardare il soffitto (il tragitto poi non era
a rischio: poca gente, niente negozi). Cominciavo a sperare e
sopportare stoicamente le scariche sulla mia povera pancia. Un paio
di giorni pi tardi un bel attaccone sul lavoro mi fece ricredere.
Un giorno per ne feci una delle mie e di nascosto tenni addosso un
medaglione portafortuna che porto sempre con me, il quale contiene
un magnete. L'apparecchio, molto "sensibile" al punto che bisognava
togliersi catene, bracciali e anelli, sembr impazzire. I tracciati erano
delle montagne russe continuamente in evoluzione. La 'Mara'
continuava a "non capire quel burlone che ogni tanto faceva il matto",
ma comunque "nessun problema, ogni tanto capita". Io sinceramente
non capivo molto di tracciati normali, ma quello pareva un quadro di
Picasso. Dopo un quarto d'ora di cincischiamenti, abbass una
levetta, disse tutto okkei e fece partire il timer. Io col mio magnete
nascosto non sapevo se ridere o piangere. Come si fa presto a
fregare il nostro prossimo! Quello fu l'ultimo trattamento. Staccai
l'assegno e con la coda tra le gambe me ne tornai a casa, triste molto
triste.
L'ipnosi: l'insostenibile inconsistenza del trattamento.
Immaginate come poteva trascorrere la mia vita, tra battaglie per tirar
avanti facendo finta che tutto andasse bene, anche quando mi sentivo
male da svenire, soprattutto sul lavoro, due figlie piccine part-time:
cio il tempo di benessere che mi veniva consentito. Sono arrivata ad
invidiare le vecchiette perch potevano autonomamente attraversare
la strada, fare la spesa, andare a messa: vi furono dei momenti in cui
avrei barattato la mia et con la loro, pur di essere libera da quel
fardello. Non potevo rassegnarmi a quel cancro dell'anima e, pur
continuando a sperare nel miracolo improvviso, capivo che la
guarigione non mi poteva calare dall'alto senza che io facessi niente
per tirarmela addosso, per arrivare a conquistare quel filo che mi
avrebbe fatto uscire dal labirinto. Io facevo tutto quello che era in mio
potere per tornare "normale". Tutto quello che la mia coscienza
giudicava lecito, naturalmente. Dai provate a mettervi nei miei panni.
Calatevi in questo personaggio patetico e tremebondo affamato di vita
e costretto quotidianamente ad affrontare una mini morte. Ah, sono
convinta che molto difficile, se non l'avevate provato almeno una
volta. La conoscenza umana deve necessariamente passare
attraverso la propria esperienza, ma se si riesce ad accantonare i
propri pregiudizi, se si tenta di mettersi nei panni altrui, forse qualcosa
si riesce almeno ad intuire, ma prima bisogna riuscire a zittire il
proprio ego ed accettare l'idea che esistono altre prospettive, altri
modi di sentire.
Immaginate. Nove anni sono fatti di cento mesi circa, ogni mese
trenta giorni, ogni giorno la stessa assurda croce. Arrancavo nella mia
palude di disperazione, ma ero sempre alla ricerca di nuove strade.
Fu cos che arriv il periodo del flirt con l'ipnosi. Leggo dei libretti
mezzo seri e mezzo no, leggo dei capitoloni sui trattati di psicologia,
leggo articoli su quei giornali per sole donne. Ed incomincia a
fermentarmi nella testa l'idea: prima circoscrivo il terreno d'azione,
valuto, penso come dirlo a Sandro (povero Cristo ogni giorno ce n'
una nuova!). Sogno un terapeuta che attraverso l'ipnosi mi sradichi da
questa condanna attraverso delle induzioni del tipo "quando sarai tra
la gente ti sentirai benissimo, andrai al lavoro saltando di gioia,
camminerai per le citt ed i paesi con leggerezza ed allegria, il tuo
corpo funzioner regolarmente senza reazioni esagerate, tu tornerai a
stare bene, tu da ora stai bene". Insomma Giucas Casella mi sarebbe
andato benissimo. Ero cos arrivata a delegare la mia salvezza a
qualcun'altro completamente, dimenticando che essa passa sempre
attraverso di noi, anche se gli aiuti esterni servono, eccome!!
Questa volta, memore delle passate esperienze, mi volli tutelare
maggiormente e cos telefonai a Roma per avere il nominativo di uno
psicologo specializzato in ipnosi, iscritto all'Albo. Detto fatto. Lo
contattai.
Il dr. Canile, dallo spiccato accento del Sud, mi accolse nel suo studio
ancora in allestimento, ma che gi rispecchiava i classici canoni: luci
soffuse, caldi colori di tapezzeria e tappeto similpersiano, scrivania
enorme in legno antico, morbide poltrone di pelle nera, quadri da
salotto borghese alle pareti. Lungo una parete lui, il protagonista: il
classico divano da psicanalisi che pi classico non si pu. Il mio
nuovo aspirante salvatore si present cordialmente, ma non troppo,
manteneva sempre un pochino di distacco dietro gli occhiali e i folti
baffi. Con ampio gesto mi fece accomodare ed io per l'ennesima volta
sciorinai la storia della mia vita e tentai di spiegargli del Dap come si
manifesta, come mi sentivo in quegli istanti persi nel sofferente nulla.
Ero ansiosa di entrare nel vivo, ero quasi convinta di essere sulla
strada giusta (quante volte l'avevo creduto!). Togliete ad un essere
umano la speranza e gli avrete tolto tutto: l'uomo adulto anche se
sanissimo ha sempre qualche speranza, solo i malati di mente ed i
bimbi non ne hanno bisogno, perch vivono il momento presente, il
qui ed ora. E noi che inseguiamo le nostre chimere non l'abbiamo
capito ancora che loro hanno la chiave della felicit. A ben rifletterci
se vivessimo nel presente, non esisterebbe Panico.
Torniamo nello studio del mio ipnologo: lui giustamente prendeva
tempo e appunti su appunti andavano ad inaugurare i fogli del suo
block notes (chiss dove saranno ora quei pezzetti di me). Mi fece il
test delle macchie e finalmente la terza o quarta volta che andavo su
e gi entrammo nel tempio dell'ipnosi. Notare che le prime volte mi
accompagnava quel sant'uomo di mio marito, ma un giorno in cui mi
sentivo pi sicura, dopo aver trangugiato la mia pasticca quotidiana
decisi di prendere il treno. Questa situazione per un dappista da
allarme rosso. La stazione, la folla, il casino multicolore in movimento,
l'allontanarsi da casa. All'andata and benino, nonostante il batticuore
che non diminuiva, scesi, percorsi il tunnel a testa bassa, salii le scale
e sbucai sulla citt. I problemi sorsero quando dovetti attraversare la
strada. Un terrore folle mi colse, il solito, le gambe tremavano, la testa
girava e i minuti passavano mentre restavo appiccicata come una
cozza ad un palo segnaletico. Mi buttai a capofitto stile par,
ripetendomi che avevo una meta, neanche tanto lontana e che l
sarei stata al sicuro. Cos mezzo barcollando e mezzo rasentando i
muri, con il cuore che ormai mi usciva dalle orecchie giunsi alla meta.
Non osavo immaginare cosa pensassero i passanti, ma ugualmente
questo pensiero ronzava in un angolo della mente e mi dava un
fastidio tremendo.
Le formule usate durante la seduta le sapevo a memoria, le avevo
masticate col training autogeno o col rilassamento progressivo, la
voce poi che me le cantilenava non mi comunicava per nulla
tranquillit o sonnolenza, semmai ero colta da una ilarit interna, per il
modo di pronunciare certe parole. C'era poi quel profumo, nel quale
evidentemente il dottore faceva il bagno ogni volta, a togliermi quel
minimo di concentrazione che mi restava. Era chiaramente un "pour
homme" pi adatto ad un incontro galante forse. Fatto sta che mi
ritrovai a percorrere certi sentieri gi esplorati con la Programmazione
Neuro Linguistica un paio di anni prima, e fatti in maniera molto molto
meno mirata e coinvolgente. Incominciavo ad annoiarmi. Mi
dispiaceva per l'ipnologo, ma mi venne da dubitare anche della sua
capacit di indurre una trance veramente profonda. Quando mi
accorsi di fare o di dire delle cose solamente per compiacerlo, decisi
di smettere. Accampai non ricordo quale scusa, dispiacendomi di
questo "tradimento", perch avevo la sensazione che fosse fresco del
mestiere e di essere la sua prima cliente (sensazione che avevo
ricavato anche quando gli telefonai un paio di volte a casa e mi
rispose la madre gonfia di orgoglio quande le chiesi di passarmi il
dottore). E cos fall miseramente anche l'ipnosi e come al solito
staccai l'assegno finale. Per da tutto questo ricavai un suggerimento
molto buono: mi comprai un piccolo registratore che avrei dovuto
usare nei momenti critici per monitorare le mie azioni ed i miei pensieri
di quegli attimi, e che divenne poi invece una specie di diario fedele e
di testimone oltre che strumento di nuove terapie (come quella del
pensiero positivo).
Ma lasciate che vi faccia partecipi di come fin quella volta che presi il
treno da sola. Nonostante la seduta, ebbi un attacco formidabile in
stazione. Dovetti stare in piedi pi di un'ora con la gola arsa e tutta la
solita litania, perch avevo perso il treno precedente. Erano circa le
diciannove, la gente mi girava attorno, avanti e indietro, presa negli
affari suoi, ovviamente incurante. Non sapevo pi che fare:
camminare, andare dalla Polfer, chiedere aiuto a qualcuno,
distendermi per terra o buttarmi sotto l'espresso in arrivo. Sguazzavo
nel terrore pi puro. Neanche una panchina per sedersi. Con gesti
convulsi e tremanti osai prendere una ventina di gocce in pubblico,
sotto la lingua. Mi dicevo: -Mettiti calma Carla adesso passa tutto, non
pu andare peggio di cos.- S che poteva invece: il peggio arrivava a
ondate ed il mio povero corpo combatteva contro se stesso. Scovai un
angolo di carretto su cui appoggiarmi, ma mi fu poco dopo sottratto
impietosamente: avrei strangolato l'innocente facchino. Mi studiai tutti
gli arrivi e tutte le partenze, ma il peggio non aveva fine. Desideravo
solo distendermi e lasciarmi andare. Probabilmente l'avrei fatto perch
ormai ero al limite, quando ebbi un guizzo d'intuizione: il treno fermo
davanti a me da pi di mezz'ora e che ora si stava riempiendo era il
mio. Avevo avuto la salvezza davanti a me e non me n'ero neanche
accorta, presa nella mia inutile sofferenza. Con le lacrime agli occhi
dalla tensione e con le ultime forze salii e mi cercai un posto
appartato. Mi sentii salva ancora una volta, ma mi sentii anche come
una foglia strappata dall'albero, in balia del vento.
CAPITOLO QUINTO
Farmaci si, farmaci no.

Come tanti dappisti, anch'io ero contraria all'assunzione di farmaci.


Dovervi ricorrere era contrario alle mie idee, ma per sopravvivere
dovetti arrendermi: per lavorare, per badare alla famiglia, per
conservare una apparenza di vita. Molto in uso e definito il farmaco
per elezione del Dap, fu prescritto anche a me. Io lo trovo costosetto,
anche per il fatto che ad un certo punto abbastanza velocemente
induce assuefazione, cio significa che devi aumentare la "dose"
quotidiana e se non lo assumi compaiono numerosi effetti rebound,
cio avverti proprio sintomi di astinenza. Non basta mai, almeno per
me era cos: il tempo di autonomia tra una pastiglia e l'altra si riduceva
sempre pi. Per la quantit che ti risparmia l'attacco anche quella
che ti da una sorta di torpore innaturale. In genere ognuno applica
una posologia fai da te: prima si rispetta la terapia ad orario, poi c' la
pillola al bisogno, alla fine a me successo di ingurgitarne quattro nel
giro di due ore.
Mi accorgevo che cos non andava bene, ma ero in trincea, sul lavoro
e non potevo scappare. Poi arriva il momento che giri anche con un
flaconcino di un altro medicinale ansiolitico, che assumi rintanata in
qualche cantuccio, sotto la lingua (fa effetto prima).
Mio Dio, a pensarci adesso mi pare impossibile aver vissuto certe
situazioni quasi da tossica, solo che l'eroina, bene o male, te la sei
voluta. Ma noi, noi che colpa abbiamo per trasformarci in esseri cos
tremebondi, con la borsetta o le tasche con l'immancabile boccettina?
Poi, a dire il vero, non che ti riportino a te stesso. Io, almeno, avevo
tanto la sensazione da scampato pericolo, era come mettere un
coperchio su di una pentola che bolle.. In pratica, secondo me, non
erano i farmaci adatti perch toglievano solo, e non sempre, il
sintomo. Se hai un po' di senso critico ti stai accorgendo che stai
mettendo solo pezze su pezze e trascinare la vita cos, giorno dopo
giorno, senza cercare di grattare sotto la superficie, proprio un
buttarla via. E a me questo proprio non andava gi, cos, tra una crisi
e l'altra, ero sempre alla ricerca di nuove strade.
Oltre il Panico e certe angosce notturne (cheteleraccomando),
arrivava l'agorafobia: tu sei qui e la strada che dovresti attraversare
un fiume minaccioso da solcare, un lago di ghiaccio che ti si pu
rompere sotto da un momento all'altro. Arrivano ogni tanto quelle
impennate di eroismo e dopo un estenuante autoconvincimento (ma
che cosa vuoi che succeda, al limite ti stendi per terra...), finalmente ti
butti, ma non riesci a camminare normalmente, il cuore ti esce dalle
orecchie ed allora cominci a correre, incurante se urti qualcuno
malamente: l'importante arrivare dall'altra parte. Sudata, stravolta,
battito a 150, ma non sar pericolosa tutta questa tachicardia per tanti
anni? Nessuno me l'ha mai spiegato : un'alzata di spalle e via.
Io mi sono convinta che contrastare la crisi comporta un grossissimo
dispendio di energia psichica e fisica (confermatomi dallo sballamento
di certi valori, tipo potassio, cortisolo, ecc...) Solo verso la fine di
questa Odissea ho trovato conferma nelle parole del mio terzo ed
ultimo Psichiatra. Mi dicevo : "non possibile che tutto questo stress
non intacchi il mio corpo, magari instaurando una specie di circolo
vizioso". Mi andavo a studiare gli effetti della carenza di potassio,
magnesio, zinco. Era una mezza speranza: vi fu un periodo in cui
ingurgitavo sali minerali ed oligo elementi, pensando che qualche
milligrammo di una di quelle sostanze potesse riportare al suo posto
l'ago della mia bilancia interna. Facevo delle orride miscele tra
farmaci allopatici e farmaci omeopatici. Ah, sentite, bella anche
questa! Mi sono rivolta ad un medico che al mattino, nel suo
ambulatorio di condotta, prescriveva cortisone, ed al pomeriggio per
sole lire 150.000 si trasformava in un medico omeopata,
sottoponendoti a strani test, domande sibilline, scrutandoti con
sguardo meditabondo.
Poi uscivi con la tua ricettina, ovviamente con l'indicazione del luogo
dove acquistare il tutto, ed in pi, la data del nuovo appuntamento.
Quando scoprii che gli incontri sarebbero proseguiti sempre a
pagamento, disdissi il mio successivo. Almeno il doc e famiglia non
sarebbero andati in Sudamerica a mie spese. In coscienza mi chiedo:
non vi conflitto in questo modo di esercitare la medicina?
Hahnemann, il padre dell'omeopatia, un pomeriggio dette fuori da
matto quando si rese conto della contraddizione intrinseca tra
medicina ufficiale e ci che andava scoprendo riguardo l'omeopatia.
Chiuse il suo ambulatorio urlando ai pazienti di andarsene, perch lui
non era in grado di far nulla per loro. Sublime onest! Quelli di oggi
sono in grado di fare tutto per l'oro. E guardate che due decimi di
stipendio due volte al mese non mi pare molto etico: consiglio loro di
ripassarsi il giuramento di Ippocrate.
Mi lego a questo episodio, anche se successe parecchi anni dopo, per
narrarvi una mia interessante esperienza con i Fiori di Bach.
Successe parecchio tempo dopo e due anni prima dell'uscita dalla
palude. Lessi il libro di Edward Bach, anche lui medico, convinto che
la natura avesse in s tutto il necessario per guarire l'Uomo, ma
soprattutto che ogni malessere fisico ha radici profonde in un
disequilibrio spirituale e mentale. Individu cos i primi dodici guaritori
naturali, indicando la tipologia di chi ne aveva bisogno. La cosa mi
affascin, la teoria era molto "nobile", se cos si pu dire, ed avallava
la mia convinzione di una stretta unione tra corpo e mente.
Individuai, gratis!, il mio rimedio, feci tutto da sola e dissi infatti
all'erborista che lo sentivo proprio mio. Infatti, chi ci pu conoscere
meglio di noi stessi, o almeno nella maniera meno approssimativa
possibile? Iniziai ad assumerlo per quattro volte al giorno, senza
troppa convinzione, lo devo ammettere. Il sesto giorno mi accorsi che
tutti i sintomi spiacevoli erano scomparsi: con meraviglia e
commozione lo comunicai al mio fornitore. Stavo bene nel mio habitat
e non mi pareva vero di lavorare senza quella minaccia oscura. Mi
riappropriai subito del mio benessere, senza farmi tante domande
(forse fu quello il mio errore perch non mi stancher di ripeterlo:
secondo me la malattia ti dice che c' qualcosa che non va nella tua
vita). Non mi spinsi mai per troppo fuori dal mio territorio. Dur la
bellezza di otto mesi. Assumevo una quantit minimale del solito
farmaco, era la mia copertina di Linus, per lasciavo la bottiglietta a
casa. Poi accadde che, in servizio, caddi come un salame per
sorreggere un ragazzo che , intuivo, stava svenendo. Ebbi uno
scivolamento di vertebra, accompagnato da un atroce mal di schiena.
Non denunciai l'accaduto perch mi pareva di approfittarne (che
scema, circondata da un mondo di parassiti). Il mal di schiena mi
dura ancora oggi, ma la cosa pi strana fu che, come per magia,
riebbi di ritorno tutto il mio Dap, bello intero, pi pimpante che mai
(dopo tanto tempo di vacanza!).
Questo fatto mi fece pensare parecchio. Ero sulla strada buona, stava
arrivando l'estate ed io avevo in programma di sforare e di mettermi
alla prova. Poi, dopo tanto tempo, capii che alla rottura di un
equilibrio fisico (colonna vertebrale) avvenne la rottura di quello
psichico. Altra prova della stretta interconnessione tra psiche e soma.
In ogni caso avevamo cominciato parlando di farmaci. Non vorrei
essere stata fraintesa e che sembrasse che io sia contraria all'uso di
farmaci di sintesi, quelli della farmacia, per intenderci. No, sto solo
raccontando il mio iter, i miei tentativi, i miei sconfinamenti. Anche
perch io, ad un certo punto, (meglio tardi che mai) mi resi conto di
aver bisogno di un serio supporto farmacologico.
Purtroppo c' in giro un casino di gente impreparata e non facile
azzeccare il terapeuta giusto, ma, guarda caso, quando l'ho trovato,
uscire dal Dap stato uno scherzo. Ma la storia ancora lunga e
dovete lasciarmi la soddisfazione di vuotare l'intero sacco. Ora seguo
la mia terapia quotidiana, senza pasticciare, perch mi stato
spiegato "il perch ed il per come". Vi assicuro che non casco dalle
sedie, non biascico quando parlo, la memoria buona, l'unico neo:
non ho l'erezione (ma questo, essendo femmina, accade da quando
sono nata).
Allora, io direi di finirla di demonizzare i farmaci, mi affiderei a chi li sa
maneggiare direi quasi con arte, se non con estrema destrezza,
perch anche in questo campo girano tanti emeriti ignoranti col titolati
e molto noti: ho avuto modo di conoscere qualche loro paziente
passato dallo stato DAP direttamente a quello zombie. Gi, ma chi ci
pu garantire da essi? Soltanto la buona sorte, ma anche il buon
vecchio passaparola (con me ha funzionato questo). Chi vuole
uscirne senza farmaci, libero di farlo. Come uno che ha il diabete e
non vuole l'insulina o iperteso e non assume le pastigliette. Le
obiezioni: "I farmaci avvelenano" "Ho paura di non essere pi io".
Perch forse il Dap non ti sta avvelenando la vita, togliendoti persino il
gusto di un misero giretto in centro a guardare le vetrine? Perch, sei
tu quando arranchi tra le file al supermercato, quando vorresti fuggire
(e magari lo fai) da quella coda alla Posta, che ti sembra
smisuratamente lunga? D'altronde anche nel mondo scientifico regna
la pi totale confusione, contrapporsi di teorie che corrono su binari
paralleli, senza degnarsi di guardarsi in faccia.
Psicologi contro psichiatri, che giocano agli indiani, contendendosi il
territorio (solo per amore di Scienza?). Anche il Dap sta diventando
un grosso business e dicevamo che scovare un bravo specialista un
terno al lotto. Ho ribadito pi volte che, secondo me, non esiste la
"Soluzione" precotta. Secondo il mio punto di vista, autorevole (!), in
quanto proveniente dall'esperienza, supporto farmacologico ed
approccio psicologico, assieme, fanno ben sperare ed hanno tirato
fuori parecchia gente. Ho elaborato una mia teoria personale, a ben
guardare la proposta cognitivo - comportamentale e quella
farmacologica non sono in contrapposizione come potrebbe
sembrare. La prima si propone di "allenare" il cervello, mediante un
programma prestabilito, in maniera che esso si abitui, mediante un
bombardamento di stimoli ansiogeni a non reagire in modo esagerato
a certe situazioni; la seconda, pi diretta ed autoritaria, glielo
impedisce ipso facto, senza trasformare la giornata in una roulette
russa e risparmiando tanta sofferenza morale e fisica.
Ciascuno fa la sua scelta, a tutti per va il diritto ad una corretta
informazione. Io faccio la mia parte, per quanto mi riguarda, gi con
questa lunga testimonianza. Ho comunque seguito entrambe le
strade, la prima per anni, ricavando s qualche successo, ma mai
definitivo ed a costo di infinite sofferenze. La seconda mi ha gi ridato
la vita.
E' stato dimostrato ( da entrambi gli esponenti delle teorie sopra
menzionate) che in questo disagio vi una area del cervello con
qualche rotella fuori posto, che continuamente sul "chi-va-l" e
quindi butta fuori neurotrasmettitori a getto. Non cercheresti di
chiudere un rubinetto che spande? Anch'io un tempo credevo di
farcela con le mie sole forze, magari ce l'avrei fatta, ad ottantanni. Ci
sono cose pi grandi di noi che non possiamo pretendere di
comprendere. Forse siamo attaccati a questa malattia. Da che cosa
ci preserva? Io mi sono fatta questa domanda, bisogna scavarsi
dentro parecchio. La risposta mia personale l'ho data e, guarda caso,
ho intrapreso la giusta strada verso la guarigione anche quando ho
accettato di assumermi LE MIE RESPONSABILITA'. Di un sacco di
cose. Questo disagio ti dispensa in qualche modo il fare qualcosa che
non vuoi, a costi altissimi lo so, ma intanto non puoi.
Sono sicura che qualche maliziosetto penser che io abbia firmato un
contratto con qualche casa farmaceutica, visto la mia linea pro-
farmaci (giusti). Io ho un contratto con la mia coscienza che mi
costringe ad aggiungere che se anche trovi lo Psichiatra giusto che ti
cuce addosso la terapia giusta, devi comunque lavorare su te stesso.
Altrimenti, il tuo corpo trover la maniera per recapitarti il messaggio,
che sempre una sofferenza porta; quindi se vuoi guarire rivedi a fondo
la tua vita e fa in modo che il tuo essere ed il tuo voler essere
coincidano. In altre parole, il tuo ideale non pu scontrarsi troppo con
il tuo essere quotidiano. Se non si pu operare un taglio netto si
possono per apportare le opportune modifiche. Si pu dirsi: "O.K.
messaggio ricevuto" Un discorso con se stessi che dura tutta la vita.
Mi scuso per l'andazzo filosofeggiante di queste righe ma, intanto,
meditatele perch noi Dappisti le viviamo sulla nostra pelle. Ed io
parlo sempre per esperienza diretta.
CAPITOLO SESTO
Quelli che ... mi hanno dato una mano

Dopo aver esposto gli episodi spiacevoli cui sono andata incontro in
questi anni di peregrinazioni, non sarebbe giusto deporre il fucile e
andarsene, dopo aver sparato nel mucchio. Altrimenti faccio la figura
del Cappuccetto Rosso sprovveduto in mezzo al bosco, anche se in
certi momenti lo sono stata davvero.
Molte delle cose che ho fatto mi sono state utili, tanto che le applico
ancora. Alcune persone sono state semplicemente meravigliose e
competenti e mi hanno lasciato in eredit qualcosa.Mentre,
inconsapevole, mi avviavo verso la fine del tunnel,venni a conoscenza
di una giovane associazione nazionale,fondata da una ragazza che
aveva avuto il coraggio e la forza,di raccontare la propria vicenda in
un noto talk show. Il mio incontro con la Lega Italiana per il Disturbo
da Attacchi di Panico,mi ha permesso di stabilire contatti con gente
che viveva il mio stesso disagio., Tra mille difficolt si retta ed
andata avanti da sola grazie al lavoro degli iscritti per lo pi dappisti
ed ex. Ha questa caratteristica che la differenzia dalle altre
associazioni: qui il fare, lo spostarsi, il muoversi costa fatica: non si
pu fare tutto per telefono. Per quanto ne so io le istituzioni sono
ancora sorde a questo problema infatti abbiamo bisogno di tutto, ma
la cosa che io reputo prioritaria sono le sedi: dateci una misera
stanzetta dove riunirci e impostare il nostro lavoro. Fanno finta di non
sentirci finch il figlio di qualche ministro verr colpito dagli strali di
questo disagio ed allora i vertici si sensibilizzeranno. Ormai ho
imparato che tante cose sono frutto del caso. Mi fa una rabbia
pensare a quanta gente vive tappata in casa, alcuni derisi dai parenti
che li giudicano ipocondriaci, altri che devono telefonarci di nascosto.
E importante che la gente sappia: per troppo tempo ho creduto di
essere l'unica sulla faccia della Terra a soffrire di quello strano male
che mi strappava brandelli di vita, a cui tutti abbiamo diritto.
Uno dei bisogni primari dell'Uomo che quello di aggregazione, di
stare insieme specialmente nella sofferenza. Eppure chi soffre di dap
fatica ad esporsi.Un tossicodipendente che voglia intraprendere la via
della disassuefazione gode di particolari privilegi sul posto di lavoro.
Non cos per noi: quanta gente conosco che si licenziata, stavo per
farlo anch'io, o che arrivata al minimo pensionabile con la lingua
fuori, come quei poveri cani che tirano una slitta troppo pesante? Ed
allora svegliamoli e SVEGLIAMOCI: spero che queste pagine servano
a qualcosa. E poich la MIA cronaca, ve la voglio spiattellare fino
alla happy end.
Tra le varie persone con le quali sono venuta a contatto voglio
ricordare i miei otto mesi di Programazione Neuro Linguistica, seguita
da Annalisa, una ragazza che aveva conseguito il Master negli USA.
Quel tempo mi ha regalato pi vantaggi degli incontri con lo psicologo
e tuttora me ne servo. La PNL un lavoro su se stessi che consiglio
caldamente: sono stata condotta per mano passo a passo ad
esplorare cosa c'era sotto la punta dell'iceberg. In senso stretto
consiste nel lasciare andare i vecchi schemi mentali che danno
origine ad emozioni ed abitudini negativi. Essi vengono sostituiti man
mano con nuovi schemi che dovrebbero spiazzare il vecchio modello
che causa la sofferenza. Attraverso una lieve ipnosi ben condotta
(Eriksoniana) ho imparato dapprima ad ascoltare e a dialogare con
una parte di me troppo a lungo trascurata eppure presente in modo
massiccio nella mia vita quotidiana: quella inconscia, poi mi sono
state aperte varie porte all'interno del mio Io pi profondo. Annalisa mi
ha insegnato piccole e grandi strategie, arricchendole con vari
aneddoti di vita vissuta intensamente tra ashram indiani ed i pi
moderni aggiornamenti della PNL seguiti in loco. Insomma tra lei e
l'ipnologo plurilaureato del quale vi ho parlato, 4 a 0 per lei.
Del Rebirthing parleremo pi avanti, dir solo che una particolare
tecnica di respirazione senza pausa che stata importata dall'Oriente
e che mi ha messo in contatto con la mia parte spirituale, mi ha
insegnato un'altra prospettiva, anche se sul piano pratico non mi ha
guarito dal Dap ma, sapete, io sono una Pesci che il segno pi
mistico dello zodiaco ed anche il pi fantasioso e credulone visto che
ogni tanto salta fuori 'sta lagna dei segni.
In periodi recentissimi mi sono riappacificata con la Psicologia, perch
a pezzi com'ero, all'inizio dell'anno mi resi conto che dovevo fare un
lavoro serio e la mia preoccupazione fu quella di trovare la persona
giusta. Anch'essa molto mi ha dato aiutandomi a scavare in me
stessa, rivedendo e sciogliendo certi nodi ed inutili sensi di colpa.
Chiara, psicologa del Sistema Sanitario Nazionale, una persona
deliziosa che mi ha incoraggiato nelle mie pazze idee, da quella di
questo libro a quella di perseguire il mio desiderio di lavorare con la
pranoterapia e con il Reiki. Stando nel suo piccolo studio mi sentivo
compresa, non giudicata. Penso che si sia creato il cosidetto transfert,
abbiamo srotolato insieme molte matassine e me la sono sentita un
po' come mamma. Grazie a lei mi sono ricreduta sull'approccio
psicologico. Poi, di punto in bianco, l'ho lasciata senza pi farmi
sentire contro ogni regola di buona educazione. Mi sono chiesta
parecchie volte il perch di questo comportamento, lei l'avr gi
capito e per questo non mi ha cercato. Lo sto comprendendo stasera:
probabilmente "abbandonandola" mi sono finalmente vendicata di mia
madre che con la sua morte troppo presto mi ha lasciato, scavando
un solco incolmabile nel mio cuore. Il cerchio forse si chiuso. E' una
mia ipotesi.
Contemporaneamente al lavoro con Chiara ne stavo facendo un altro:
dopo parecchie difficolt iniziali misi insieme un piccolo gruppo che si
venne a coagulare attorno ad uno psicoterapeuta. La nostra sede era
la barchessa di una caratteristica villa veneta. Siamo partiti
raccontando un po' la nostra storia personale, abbiamo proseguito e
stiamo proseguendo tuttora con l'imparare certe strategie utili nel
momento dell'attacco. Oltre che gruppo di lavoro si venuto a creare
un solido legame d'amicizia. Si, ma ora non voglio continuare a
scrivere annoiandomi ed annoiandovi con questo stile descrittivo e
scolastico, anche se l'ho fatto per dovere di cronaca: che non pensiate
che le nostre riunioni di gruppo siano sul genere di "Qualcuno vol sul
nido del cuculo". (nota posteriore:ora le linee guida sono molto
cambiate ed essa composta esclusivamente da gruppi di Auto
Aiuto,cio non guidati da un professionista, ma questa unaltra
storia,pi recente)
Rituffiamoci nella mia storia personale degli ultimi tempi che subisce
una svolta decisiva in un piovoso luned di maggio.
Per prima vorrei consegnarvi un piccolo vademecum, nella
scaramantica speranza che non ne abbiate mai bisogno.
CAPITOLO SETTIMO
I diciotto comandamenti

Se sapete o sospettate di avere il Dap, e dopo aver letto queste


pagine dovreste aver capito di cosa si tratta, o se qualcuno a voi caro
lo , non disperate. Si pu uscirne anche se non una strada agevole
e non esiste un programma fisso. Le uniche persone che possono
aiutarci sono: uno psichiatra, uno psicologo, ma soprattutto se stessi.
Attenti a non perdersi nella giungla degli specialisti. Informatevi bene
prima che abbiano esperienza del problema, non accettate di
spendere cifre esose n da soli n in gruppo. Chiedete un colloquio
preliminare. Vi confido un piccolo trucco: se alla parola Dap il vostro
interlocutore chiede spiegazioni di sicuro non aggiornato. Se
quando parlate di "panico" questi lo classifica genericamente come
"paura" siate cauti: noi sappiamo bene che il primo ben peggiore
della seconda. Insomma siate sempre con le orecchie aperte, perch
c' sempre chi pronto a speculare sul dolore e si rischia di buttare
tanti soldini, ma soprattutto del tempo prezioso. Ed ecco ora qualche
suggerimento per chi vive accanto ad un dappista
Il Dap c', esiste anche se non si vede:
- Non prendete mai in giro e non accusate di scarsa volont il "malato"
credetemi, soffre gi abbastanza e ancora di pi.
- Indirizzatelo con dolcezza e fermezza agli unici che possano tirarlo
fuori, ma prima, come dicevo, informatevi della loro validit ed
esperienza in materia.
- Non forzatelo, soprattutto non ingannatelo con i due passi che dopo
diventano quattro (a meno che non vi siate messi d'accordo prima):
cercate di pensare come vi sentireste voi faccia a faccia con la morte.
- Indirizzatelo a qualche gruppo o associazione (ma prima accertatevi
della seriet di questa e non fidatevi mai dellapparenza) si sentir
meno solo e scoprir di non essere l'unico, che non morir, non
impazzir e invece trover tanti amici veri.
- Sappiate che di Dap si guarisce, anche se un'esperienza
indimenticabile che segna tutta la vita.
- Invogliatelo a leggere i pochi libri sull'argomento (tra questi il mio,
ovviamente) in maniera che possa ritrovare le proprie sensazioni e
possa capire che veramente se ne esce.
- Scoraggiatelo dal leggere saggi scientifici in cui rischierebbe di
perdersi, correndo il rischio di esserne disorientato vista la divergenza
delle varie teorie.
- Lasciatelo sfogarsi, quando sente il bisogno di buttar fuori tutta la
sua amarezza e frustrazione.
- A volte il silenzio vale pi di mille parole. A meno che non siate un
ex-dap.
- Accertatevi che non trovi rifugio nell'alcool, sempre con discrezione
(da uno studio emerso che il 25% degli alcolisti ha avuto alle spalle
episodi di panico).
- Approfittate dei momenti buoni per osare insieme un pochino e
sottolineate i progressi fatti, anche se minimi. La mente tende a
fossilizzarsi sui pensieri negativi e a cancellare le cose riuscite bene.
- Se siete inclusi nel piano di recupero, aspettatevi di essere chiamati
nelle ore pi strane o scomode: io che sono una buona forchetta
ricevo telefonate drammatiche mentre mi accingo a gustarmi gli
spaghetti alla carbonara che, come tutti sanno, freddi sono una
schifezza.
- Se veramente volete bene a questa persona sappiate trovare il
giusto equilibrio nel vostro rapporto: n troppo protettivo, n troppo...
come posso dire? Insomma non stategli col coltello puntato alla
schiena per farlo uscire. Tenere un atteggiamento equilibrato non
cosa semplice me ne rendo conto, specialmente se si coinvolti da
vicino. Cercate di fare del vostro meglio e armatevi di tanta pazienza
(Detto tra noi: mi appena arrivata una comunicazione top secret che
dice che ai compagni o compagne dei dappisti riservato uno
speciale sconto di pena nell'altro mondo).
- Ricordatevi che, come mi capitato di sentire, se abbandonate
questa persona (che magari vostro partner) solo per questo disagio,
siete un emerito cretino/a e lo spingete pure nel tunnel della
depressione. Non si tratta di votarsi al martirio, siamo semplicemente
persone in temporanea difficolt, ma sappiamo anche dare moltissimo
(chiedetelo a mio marito che non certo una suora missionaria).
Inoltre tenete conto del fatto che, piaccia o no, si matura solo
attraverso la sofferenza e con essa si comprendono i veri valori della
vita che non sono certo l'orologio di marca, il cellulare o la macchina
superaccessoriata.
- Cercate di tenervi discretamente fuori dalle loro riunioni o uscite,
sacrificandovi a fare da semplice accompagnatore, se necessario. Ma
se venite invitati, non defilatevi: il Dap non contagioso.
- Tenete presente (non una minaccia) che non siete vaccinati contro
il Dap e che un giorno potreste essere voi ad essere
bisognosi di aiuto. Gi una volta uno se ne lav le mani e sappiamo
tutti come and a finire.

- Incoraggiatelo a proseguire la terapia (giusta), a non pretendere tutto


subito, a sorvolare sugli iniziali effetti collaterali degli antidepressivi.
- Sappiate che possiamo vantare antenati di sf...ortuna, visto che fin
dall'antichit ci sono giunte testimonianze di questo strano male. Ho
letto con mia somma meraviglia, non ricordo dove, che a Roma o ad
Atene visse un artigiano molto capace, ma che quando doveva
scendere in citt veniva colto da forti tremori e da pallore mortale,
tanto da rinunciarvi. Come minimo si sar detto: - Cosa mi sta
succedendo, per Giove?- Sappiate ancora che Freud era un fobico,
anche se il fatto che lo psicanalista possa essere pi "disturbato" del
paziente non cosa granch consolante.
E poi che ne sapete voi "normali"?
...potremmo anche essere dei visitatori di un lontanissimo pianeta
mandati in missione sulla Terra, con dei compiti speciali da svolgere e
che ogni tanto vengono colti da crisi di maladattamento ambientale...
con tutto questo inquinamento che avete qui!
PAURA eh???!!!
CAPITOLO OTTAVO
Il temporale, la fuga e la telefonata

Erano due settimane che avevo ripreso il lavoro e nulla sembrava


cambiato. Nonostante il lavorio di tre mesi, ogni giorno era il solito
balletto impazzito. Era umiliante, scoraggiante, avvilente dopo tanto
tempo, anni, dover lottare per strappare a ogni giorno un po' di
serenit.
Il terzo luned, mi svegliai con un senso di vertigine e nausea. Fuori
diluviava e dentro di me cominciava a montare la marea del
malessere: ed erano solo le sette del mattino! Ricordo che quando
infilai le scarpe, dovetti appoggiarmi al muro tanto il cuore batteva.
Dentro di me c'era un fortissimo rifiuto di recarmi in ospedale,
sebbene fossi assegnata ad un posto tranquillo. Mi muovevo come un
automa: stavo gi male, ero in piena ansia anticipatoria, come tanto
tempo prima. Non riuscivo a spiegarmi il motivo di quella tempesta
mattutina. La mia mente correva in varie direzioni come un topolino
chiuso in gabbia: cercavo una via d'uscita, ma c'era solo disperazione.
Se avessi telefonato per comunicare la mia assenza avrei solo
rimandato quella tortura e poi ero da poco rientrata dopo tre mesi di
assenza. Non ebbi nemmeno la forza di salutare con un bacio le mie
bambine che svolazzavano attorno, preparandosi per la scuola. Presi
la macchina, sempre sotto la pioggia e il cuore impazzito e arrivai nei
pressi dell'Ospedale. Facevo fatica anche a guidare, oltrepassai la
stradina e mi ritrovai all'incrocio successivo. Non sapevo cosa fare,
dove andare: mi sentivo persa e debolissima. Avevo solo una
certezza: di non essere in condizione di lavorare, ma anche tolta la
preoccupazione del lavoro, non mi sentivo per nulla sollevata: ero in
uno stato pietoso e mi pareva impossibile riuscire a tornare
nuovamente tranquilla. Sono quei momenti terribili in cui ti senti solo e
ti auguri la morte. Chi li ha provati, sa.
Pioveva a dirotto ed io mi destreggiavo malamente tra il traffico
mattutino. All'incrocio una vecchina grondante mi buss al finestrino:
io, che avevo i piedi che saltavano sui pedali, avrei voluto far finta di
niente e invece le aprii la portiera e la feci salire. Chiss perch
pensai che fosse un segno del Cielo: ed invece mi chiese un
passaggio in Ospedale facendo si che il mio cuore facesse le doppie
capriole ed aggiunse "che le dispiaceva tanto, perch chiss dove ero
diretta" Ironia della sorte!
Anche per me doveva essere quella la destinazione. E cos feci il mio
secondo tentativo. Quando rividi la sbarra d'ingresso, fui ripresa da
un'ondata di panico e quasi buttai fuori la vecchietta, tagliando corto
sui suoi ringraziamenti. Decisi di capitolare e presi la strada di casa.
Prima di svoltare a sinistra vidi un grosso camion che proveniva
dall'altra direzione: ebbi una tentazione maledetta e fortissima di
buttarmici sotto. Valeva forse la pena di continuare a vegetare cos?
E invece tornai a casa . Incrociai le mie bimbe che uscivano e si
stupirono un poco che la loro mamma "avesse lavorato cos poco". Io
non avevo neanche il coraggio di guardarle in faccia, a mio marito
dissi solo: - Non ce la faccio, sto malissimo - Stette zitto, non c'era
molto da dire, penso che bastasse guardarmi. Salii e mi buttai bocconi
sul letto, un po' pi tranquilla, ma col morale alle stalle. Sentivo il
cuore rimbalzare sul materasso nelle orecchie: BASTA, BASTA,
BASTA.
Provai il rilassamento, ma la mente ce la metteva tutta per distrarmi.
Ricordo le lenzuola azzurre che rimasi a fissare per lungo tempo.
Sapevo che DOVEVO fare qualcosa, ma non sapevo assolutamente
cosa. Tentai di piangere, ma dalla gola uscirono solo grida strozzate,
io continuai sperando di stappare il pozzo di tutte le lacrime trattenute
fino ad allora. Mi faceva male la gola, ma io continuai il mio pianto
animalesco, a secco
Penso di aver urlato un centinaio di volte: mamma, non ce la faccio
pi, mamma non ce la faccio pi. Ineffabile disperazione: mi pareva
di avere tentato ormai di tutto. Quando mi calmai un poco passai in
rassegna tutto ci che avevo tentato. Un lampo illumin i miei
pensieri. Affannosamente andai a cercare il numero di telefono di uno
psichiatra che aveva tirato fuori dalle secche Rosy, una mia amica
telefonica con la quale parecchie volte mi ero confidata. Ecco cosa mi
era mancato fino ad allora: un serio approccio farmacologico con uno
psichiatra che non abbracciasse la teoria del "Tu devi soffrire".
Composi il numero ed ebbi la fortuna di avere l'appuntamento di l a
quattro giorni, poich si era liberato un posto. Se mi fossi fermata a
ragionare un quarto d'ora di pi, non avrei chiamato. La mia mente
avrebbe trovato mille frasi per dissuadermi. Invece la zittii prima che
iniziasse il suo petulante chiaccherio. Ma se devo essere sincera
ormai non speravo pi in nulla.
I quattro giorni passarono velocemente; io quasi non ci pensavo a
quell'appuntamento, non volevo illudermi ancora. Mi facevo un po' di
problemi a chiedere a mio marito di accompagnarmi: erano
centocinquanta chilometri, ma anche fossero stati due, da sola non ce
l'avrei fatta. Mi vergognavo quasi, di creargli nuovi impicci, avevo
paura che mi rimproverasse per questo ennesimo tentativo. Ma ero
anche pronta ad urlargli in faccia: - Si tratta della mia vita, no?- Come
nei migliori film americani. Lui invece azzard qualche domandina ed
io lo zittii, perch ormai avevo deciso. In questi casi se non hai
qualcosa in cui sperare, uno scoglio al quale aggrapparsi finita: ne
avevo avuto conferma quel terribile luned. Finch la speranza viene
delusa ed allora ci si deve creare qualcos'altro. Perch io in realt
facevo finta di crederci, ma sotto sotto non ci credevo: non era
possibile che tutti quegli anni io avessi frequentato medici
incompetenti e che ora arrivasse il deus ex machina. Sarebbe stato
troppo assurdo e troppo bello.
Quindi durante il viaggio non ero particolarmente emozionata, mi
pareva uno dei soliti viaggi della speranza. Trovammo subito il
paesino e l'ambulatorio: arrivai puntualissima.
Mi ero preparata una specie di riassunto per sommi capi della mia
vita. Sapendo di essere una tipa logorroica, riportai i fatti salienti e la
mia reazione ad essi. In silenzio egli ascolt.
Quando gli raccontai i sintomi fisici e psichici dell'attacco, per la prima
volta non fui interrotta, non vidi un annuire dall'inizio alla fine, non udii
un saputo e compiaciuto si si. Come a dire "So tutto" per poi rivelare
nella pratica che non capiva un accidente della nostra pena, se poi ci
condannava ad una terapia del contrappasso come in una moderna
"Umana Commedia". Invece da alcuni particolari capii che conosceva
bene la bestia, che se ne intendeva e parecchio. Una cosa lo
sconcert: che avessi sofferto cos tanto per lungo tempo e si stup
che tanti suoi colleghi pi giovani non avessero saputo far di meglio
che ordinarmi la terapia della sofferenza. Si, neanche facessi parte di
un ordine monacale che si doveva autoinfliggere le pene pi atroci,
possibilmente senza scocciare troppo. Stop, sto farneticando: il fatto
che oggi stavo giusto facendo un elenco delle cose che oggi svolgo
con la massima naturalezza e che ieri paventavo solo a sentir
nominare. Vi rendete conto che non riuscivo nemmeno a sostenere un
breve dialogo per strada incontrando qualche conoscente, perch le
mie gambe tremanti volevano andarsene e la mia testa era come
fosse su una giostra? E di quanto temevo quella frasetta innocua: -
Vieni al Bar?- Al Bar non a Bari. E le cento, mille scuse accampate
per nascondere le catene? Spero di aver reso l'idea. Torniamo a
centocinquanta chilometri da casa di quel venerd benedetto.
Come un cuoco espertissimo del mestiere che dosa con sapienza
ingredienti ed aromi, che ti consiglia il vino giusto, che conosce i tempi
di cottura dei vari cibi, altrettanto quello psichiatra con i suoi strumenti
del mestiere. Dopo avermi visitato e dopo avermi fatto delle domande
mirate, mi confezion su misura la mia terapia. Per la prima volta oltre
che ascoltata veramente, fui compresa e fu compreso il mio dolore, lo
sfinimento di anni di sofferenza e terapie infruttuose. Venni ascoltata e
mi venne spiegata la genesi dell'attacco. Era un rapporto paritario.
Con calma potei esporre tutti i miei sintomi, specialmente quella
furiosa tachicardia, il baratro mentale che mi si spalancava davanti in
quei momenti. Feci mille domande e ricevetti risposte precise. Mi
venne detto anche che ero un donna molto coraggiosa, per usare un
eufemismo al posto del sostantivo molto forte e "maschile", altro che
paura di osare. Pagai una normale parcella e, meraviglia delle
meraviglie, non fui agganciata con appuntamenti successivi come
ormai tutti mi avevano abituata, tranne che a Lourdes. Ci sentivamo
sempre per telefono, per qualunque problema, reazione collaterale o
altro si presentasse avevo a disposizione un numero di telefono. E
non rispondevano segretarie dicendo che il dottore era occupato, o
era appena uscito, o che era in ferie, o che se n'era andato all'inferno.
Niente di tutto ci. Rispondeva sempre lui con voce pacata e sicura:
ascoltava, ti aggiustava, la terapia invitandoti a richiamarlo.
Ma come and, come and dopo? Ed io non ve lo dico, tutto finisce
qui.
A forza di frequentare sadici che mi incalzavano a soffrire, sono
diventata sadica anch'io.
Scusate se ho fatto la stupidina, ma il fatto che oggi sono felice di
poter raccontare la mia esperienza al passato e mi auguro che la
leggiate in tanti in primo luogo i Dappisti e poi chi sta loro accanto per
amore o per lavoro. Non sar certo l'unico psichiatra in gamba il mio.
Io sono qui a dirvi, a testimoniarvi che non una situazione
irreversibile.
Allora and cos: i primi tre giorni ebbi qualche problema a
addormentarmi, telefonai, mi venne spiegato il perch e mi venne
chiesto: - Preferisce il panico?- No, grazie. E cos and avanti per una
settimanella insieme ad un po' di stitichezza. Mi ricordo che, mentre
gli altri dormivano, io giravo per casa e vedevo arrivare le due, le tre,
le quattro, poi crollavo sfinita. Per fortuna che il mio medico di
famiglia, pure lui un "illuminato", mi aveva concesso due settimane a
casa per potermi adattare alla nuova terapia senza ulteriori problemi.
A pensarci bene sono stata fortunata anche in questo, perch ci sono
dei medici di famiglia alquanto ottusi, che ormai divenuti dei burocrati,
non ti guardano neppure in faccia. Dino, un grazie te lo devo. Dunque
si parlava della mia insonnia ed io gi tutta preoccupata, non
divertente passare le notti in bianco, quando non hai pi niente da
mettere sotto agli occhi e su tutti i canali trasmettono spezzoni a luci
rosse! Di giorno risentivo della stanchezza, ma sentivo che sul pianeta
Dap qualcosa si stava muovendo: infatti di l a poco si disintegr,
dopo essersi preso le ultime meschine vendette: il sonno, la fame
nervosa, un po' di tristezza. Ma il mio Angelo liberatore in terra
vigilava ed era prodigo di consigli, mentre il mio Angelo invisibile mi
sosteneva. Dopo un breve periodo stavo gi bene, dopo una
settimana avevo ripreso in modo naturale a fare di tutto e di pi:
lasciai libero il lato B dell'ultima Dap-cassetta, dove sgranavo i miei
misteri dolorosi non aveva pi senso. Non c'era pi materiale. La
prova del nove era per il rientro al lavoro, in quei luoghi teatro di
tante tragedie, compresa la mia; non ignoravo che esisteva anche il
pericolo di riflesso incondizionato, chi pu dire cosa pu combinarti la
mente? Dopo due settimane di cura vi fu il temuto terzo rientro ed
and fantasticamente bene, anche il secondo, il terzo, il quarto
giorno...... Mi presentavo cos festosa, con gli occhi che brillavano di
luce nuova che pi di qualcuno mi chiese se ero in dolce attesa,
mentre qualche materialone avr pensato che avevo vinto alla lotteria.
Stavo e sto vivendo quello che per tanto tempo non osavo nemmeno
sognare: mattinate squisitamente normali, senza fucili puntati alla
schiena, senza smodati battiti cardiaci. Confesso che all'inizio non
volevo crederci ed ero sul chi-va-l, tanto da avvertire un paio di volte
un leggero disagio subito superato con le tecniche acquisite negli
anni. Penso sia una cosa normale, dopo esser stati shockati per tanto
tempo.
Ho gi dimezzato la mia terapia, chi contrario ai farmaci sa gi
quello che penso. In pratica in questo periodo come se nutrissi la
parte del mio cervello trascurata da tanto tempo. Ora quando mi trovo
in una di quelle situazioni che mi facevano stare male e invece le vivo
serenamente, invio a quel medico di campagna tanti pensieri di
gratitudine e di luce che camper cent'anni in salute, se vero che il
pensiero energia. Ad altri consiglio di andare nuovamente a
ripassarsi il giuramento di Ippocrate, pi qualche corso di
aggiornamento.
E voi direte: tutto qui? In due parole pare che hai scoperto l'America,
prima sei stata male per nove anni, poi hai trovato il terapeuta giusto,
che ti ha indovinato i farmaci. Cos ora non stai pi male. Cosa c' di
tanto strano da scriverci un libro? Sei solo stata fortunata, perch
potevi girare a vuoto per altri vent'anni. Ma non esister mica solo
quello, non sar lui il Salvator Dappistorum: non ci stai dicendo nulla
di nuovo. Io non voglio guarire coi farmaci. Bene, auguri. Io voglio il
nome di quello Psichiatra. Bene, telefonami. Dicevo: uno pu
riassumere cos tutta la storia "Tratta di un disagio difficile, perch non
visibile, durato anni e risoltosi grazie all'intervento di un bravo
medico". Si, ma la Carla di nove anni fa non assomiglia per nulla a
questa; si obietter che in un decennio tutti cambiano. Bisogna vedere
COME. Senza il Dap io avrei alle spalle giorni e giorni di lavoro
sereno, ma insulso, buoni solo per la pensione, cos invece mi
rimasto qualcosa, ho avuto un sacco di esperienze, sono venuta a
contatto con tanta gente, ma soprattutto ho viaggiato all'interno di me
stessa. Socrate raccomandava il Conosci te stesso: e portare alla luce
qualcosa o qualcuno sempre faticoso, doloroso. A me successo di
portare alla luce potenzialit latenti, non so se sarebbe successo in
piena salute. Quando si sta male c' pi disponibilit per l'ascolto
interiore, le antenne sono sempre pronte a captare. Avrei preso ogni
giornata come un qualcosa di dovuto e non come un regalo da
sfruttare al meglio e di cui apprezzare le infinite sfaccettature. Ho fatto
una lista delle cose in cui ero limitata e che oggi non mi spaventano
pi, cos quando le faccio le VIVO dal di dentro, non lascio che
accadano semplicemente.
Quando ero malata, davo tutta la colpa al lavoro e avrei voluto
licenziarmi: mi sentivo incatenata: ora non ci penso pi. Serenamente
mi prefiggo di lasciarlo molto prima della pensione e dedicarmi a ci
che veramente mi interessa. Sono due cose che riguardano le mani e
il cuore.
Forse l'ho gi detto, ma non vi nulla che affratelli quanto la
sofferenza.
LA MORALE DELLA FAVOLA

Ho usato il termine favola, perch le fiabe hanno quasi sempre un


felice finale:...
La mia vicenda non stata certo una passeggiata, ma per fortuna
pare si sia conclusa bene. La grossa responsabilit che mi sento
addosso quella di far si che tutto quel dolore non sia passato
invano, ma che serva a te, a me, a chi verr sorteggiato in questa
penosa lotteria. In altre pagine avevo scritto del messaggio che
qualsiasi malattia porta sempre con s. Vorrei che questa mia lunga
cronaca servisse oltre che da testimonianza, da spunto di
meditazione. Esagero?
Vorrei che chi soffre di questo disagio arrivasse ad "allearsi" con lui,
non ad odiarlo. Mi rendo conto che non un discorso facile: si fa
presto a parlare quando il peggio finito, direte voi. In parte un
lavoro che ho fatto anche mentre ne ero immersa fino al collo. Certo
che a posteriori si acquista una prospettiva diversa. Dicevo di non
arrivare ad odiare la malattia, appunto perch un messaggio. E pi
siamo addormentati pi forte trilla il campanellino: -Ehi! C' qualcosa
che non va nella tua vita...- Io la vedo cos, mi rifiuto di pensare che
sia solo una cosa organica, anche se penso che questa ipotesi sia
vera in parte. Ed allora... allora niente siamo ai saluti. Prestatemi per
un po' di tempo ancora e sopportatemi non fosse altro che certi fatti
che ho raccontato avrei potuto scriverli col sangue tanto sono stati
sofferti.
Oggi non ho pi bisogno di monitorarmi col registratore. La terapia,
gi in fase decrescente, sta funzionando divinamente oltre ogni
speranza. Mi sto avidamente riappropriando dei miei pezzi, l'Araba
Fenice risorta ancora una volta. Quello che provo un'immensa
gratitudine verso quello psichiatra, verso Rosy che me l'ha
raccomandato (amica telefonica,scrittrice, la quale non ha ancora un
volto), verso Amalia che mi ha dato il numero di Rosy, intuendo che
l'avrei chiamata, grazie a quella voce anonima che mi ha messo in
contatto con Amalia .... Grazie a me stessa per non aver mollato.
Pensate un po': otto anni, otto mesi e ventotto giorni: sembra una
sentenza carceraria: a quale reato corrisponde questa condanna?
Due massime ho fatto mie, riuscendo a tenerle ben in luce nella
mente anche nei momenti pi critici: una di duemila anni fa e
promette "bussate e vi sar aperto". L'altra l'ho rubata a Sting: "Let
your soul be your pilot" lascia che sia il tuo cuore a guidarti.
L'accostamento insolito, ma io, da brava opportunista le ho mixate
e seguite entrambe: ho fatto in modo che fosse il mio cuore ad
indicarmi la porta alla quale bussare. Ma la porta della MIA gabbia,
quella sempre stata aperta davanti a me, vi ho scorto infinite albe e
tramonti. Vedevo gli altri vivere dalla mia prigione, da cui non potevo
volare via perch avevo le ali impigliate. Forse perch erano troppo
grandi. Furiosa mi rigiravo in quella gabbia, finch ho smesso di
dibattermi ed avvenuta la liberazione. Cos, semplicemente. Non
valeva la pena agitarsi e cercare tanto.
O forse s.