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Le citt darte nellepoca della loro distruttibilit estetica e sociale

Giovanni Semi

Le citt occidentali stanno vivendo una nuova fase delloro. A lungo dominate nel corso del
Novecento dallo sviluppo industriale, che aveva svilito la loro funzione di rappresentanza,
quella commerciale e, in parte, quella culturale, ora appaiono in tutto il loro splendore,
rilanciate dal turismo internazionale, dalla produzione frenetica di eventi e dallevidente
embarras de richesse che caratterizza, in particolare, i centri storici.
Liberate dal peso delle zonizzazioni produttive, dalle rigide divisioni tra funzioni e
abbandonata lidea di una pianificazione razionale e duratura, quella del Piano Regolatore
Generale, le citt si sviluppano in maniera puntiforme. Infiniti progetti intervengono come
spilli in un quadro di agopuntura sociale, toccando nervi, liberando energie, scatenando
trasformazioni su piccola scala che, se viste tutte assieme, non sono meno incisive di un
intervento complessivo sul corpo urbano.
La maggior parte di questi spilli ha delle forme molto riconoscibili, ormai. Si tratta di quelli
che sono stati denominati flagship project, dove sullo spillo issata una bandiera su cui
leggiamo il nome di unarchistar, di una ditta costruttrice, di una partnership pubblico-privata
e di un fondo finanziario straniero (una cassa di pensionati norvegesi, un fondo sovrano di un
nobile saudita, una equity globale con sede in Lussemburgo).
Accanto allo spillo, che alle volte un museo disegnato da Gehry, altre volte un centro
polifunzionale di Ando, oppure uninfrastruttura di Calatrava, sorge un grattacielo, oppure un
caseggiato pi basso, rivolti a un mercato locale, talvolta globale, comunque privato. Nelle
citt storiche, dove pi difficile costruire ex-novo, si cambiano le funzioni ai luoghi e cos dei
palazzi che erano state sedi diplomatiche nel Cinquecento, palazzi signorili nei secoli
successivi ed edifici pubblici nel corso del Novecento, diventano centri commerciali del lusso
o hotel a 5 stelle.
Quando lo spillo si infilza sulla carne della citt, lesito sperato che produca un arrossamento
tutto attorno, che abbia un effetto di sensibilizzare un tessuto che viene ritenuto altrimenti
inerme. un effetto di valorizzazione, che permette allarea circostante di crescere
economicamente, generando profitti per chi ha investito prima dellagopuntura e, in parte, per
chi si attiver subito dopo. Lenergia che scorre sotto il corpo urbano quella del capitalismo
finanziario, sempre in cerca di spatial fix, come ha detto David Harvey (2011), di emergere
cio temporaneamente in superficie, decretare lo sviluppo o la morte di alcuni territori,
estrarne la rendita potenziale e poi inabissarsi nuovamente, qualche anno o decennio dopo,
per ricomparire altrove nel pianeta.
La metafora del capitalismo come flusso sotterraneo che emerge grazie agli infiniti interventi
di agopuntura urbana e permette temporanee liberazioni di energia non completamente
corretta, per. Possiamo pensare a questo modello anche in termini di entropia, dove lenergia
prodotta dagli interventi si dissolve nellaria, melts into air, per riprendere la lettura della
modernit che Marshall Berman dava a partire dalla celebre metafora contenuta nel
Manifesto di Marx ed Engels (2012). La dissipazione che osserviamo ha almeno due livelli.

Dissipazioni estetiche
Al primo di essi, abbiamo una dissipazione estetica. Forse questo il caso pi paradigmatico
ma anche paradossale delle urbanizzazioni contemporanee. Se infatti osserviamo su scala
globale le migliaia di spilli che colpiscono il corpo del pianeta ci accorgiamo che sono tutti
molto simili, nonostante la forma di quello che colpisce un angolo di Shanghai possa sembrare
antitetica alla forma di quello che ha appena liberato energia sulla costa di Dubai. Anche gli
effetti urbani sono i medesimi. Esteticamente, dopo aver visto infiniti convention centers,
opera houses e campus universitari, siamo colpiti pi dallomogeneit che dalla singolarit,
dalla mcdonaldizzazione di unestetica che si vuole unica ma produce in serie cloni di progetti
avveniristici che, allinfinito, replicano le distopie urbane che tanto piacciono a Rem Koolhaas
(2006). Si tratta di quella che stata definita da pi autori ormai come una disneyzzazione del
panorama contemporaneo (Hannigan, 1998; Zukin, 1993). Merita ricordare che nelle utopie
urbane progettate, sostenute e per fortuna non realizzate da Walt Disney, come la celebre
EPCOT, lidea di produrre citt radiali a partire dal nucleo dei parchi-divertimenti vi era
quantomeno unidea di futuro urbano, probabilmente irragionevole e assurda, ma comunque
pensata in quanto tale.
Nel caso della citt contemporanea prodotta per frammenti, tutti uguali nel meccanismo e
solo parzialmente diversi nel segno grafico, cio nella firma dellartista di turno, invece,
abbiamo una visione frattale senza una vera idea di urbano, di civilt futura. Il turista
contemporaneo, sia esso figlio della nuova classe media cinese o indiana oppure un
pensionato inglese, uno studente erasmus italiano o un gruppo di ragazze che partono per
celebrare un addio al nubilato, si trova a vivere Barcellona, Firenze o Stoccolma migrando da
luogo autentico a luogo autentico, attraversando atmosfere sapientemente costruite dal
design, dal marketing esperienziale e dalle guide turistiche globali. In due, massimo tre giorni,
viene assaporata lesperienza del luogo e nutrita la vana speranza di poter vivere un giorno
sulla riva di un canale, in una chiatta colorata e bella come quella affittata a prezzo esorbitante
su un sito internazionali di short-term rentals. La serialit dellesperienza, cos come la
serialit dei luoghi, frutto di quella macchina di prevenzione dello shock interculturale,
come stato definito il turismo internazionale dallantropologo svedese Ulf Hannerz (1998).
Poco male se, alla fine, Lisbona non cos diversa da Marsiglia o Napoli. Ne siamo sicuri? Da
un punto di vista strettamente culturale ed estetico, come gi accennato, il trionfo di una
piccola lite di artisti globali che si spartisce una fetta crescente delle commesse
internazionali diffondendo infinite tessere di un mosaico di cui nessuno ha idea del disegno
finale. La nozione di autenticit, gi ampiamente messa in questione da Benjamin un secolo fa
(2014), diventa uno strumento di valorizzazione economica senza oggetto darte, polverizzato
com in atmosfere tipicamente madrilene, parigine o berlinesi. Se questo il problema, si
potrebbe obiettare, basterebbe dotarsi di una visione urbana pi organica, tornare a pensare
architettura, design e arte in maniera umanistica, con lUomo e per lUomo. Quando tutto ci
che solido si dissolve nellaria, per, genera delle forme di entropia che non solo solamente
estetiche e culturali ma anche invece profonde ripercussioni sociali.

Dissipazioni sociali
La dissipazione sociale dunque il secondo effetto che si vuole qui illustrare.
Lenergia che libera lago non necessariamente a profitto di tutti, anzi. Lo sviluppo
economico non si traduce necessariamente in sviluppo sociale e culturale, ammesso che vi sia
un accordo su come possa essere definito questo tipo di sviluppo. Se prendiamo in
considerazione il primo degli effetti economici cercati dalla diffusione di flagship projects,
questo laumento dei valori immobiliari nella zona circostante il progetto. Chi cattura questa
crescita? Come gi anticipato, essa viene essenzialmente distribuita tra i finanziatori iniziali e
i primi che si avventureranno a investire nellarea interessata. Molto raramente, dunque,
stiamo parlando dei residenti, siano essi semplici abitanti o, addirittura, piccoli attori
economici.
Laumento dei prezzi al metro quadro si traduce quasi automaticamente in un aumento dei
prezzi dei servizi e in una tenaglia che colpisce prima di tutto i pi deboli: gli affittuari. Siano
essi locatari di case o affittuari di negozi, questi cittadini raramente riescono a stare dietro
agli aumenti dei loro canoni. Quando ci riescono, spesso sentono che il cambiamento del loro
quartiere non comunque pensato per loro e per il tipo di attaccamento al luogo che hanno.
il cambiamento! si sentono spesso dire, con il suggerimento magari di non essere
conservatori e di guardare dunque al futuro senza diffidenza. Per vero che per chi nato
in una citt mediterranea, ad esempio, ed dunque abituato a quella realt porosa come
laveva definita sempre Benjamin, in cui spazio pubblico e spazio privato si intersecano spesso
con un privato che esonda dalle mura e diventa pubblico (2007). Quando gli anziani erano
abituati a disporre le sedie davanti alluscio e pulire la verdura o bere il caff assieme, vedersi
obbligate a tornare dentro casa perch gli sciami dei turisti rendono impossibile sedersi per la
strada per queste persone pu essere un autentico shock culturale. Allo stesso modo, un
panorama commerciale di brand internazionali che usano la lingua internazionale del
commercio, linglese, spesso in modo ironico e divertente, per vendere cibo, intimo o accessori
per la casa, ha soppiantato in poco tempo tutta la rete di attivit commerciali di prossimit. Le
piccole botteghe costituivano per il fulcro di una vita locale autentica perch non pensata
come tale, reale perch pragmatica, dignitosa perch conquistata a fatica generazione dopo
generazione.
Anche i proprietari vengono colpiti da questi spilli. In maniera meno disastrosa, certo, perch
possono approfittare del momentaneo aumento dei valori per incassare e spostarsi. Cash and
flow. Ben sapendo, per, o talvolta persino ignorandolo, che il ritorno al centro non sar pi
possibile. Quando le aree a forte intensit turistica internazionale si apprezzano, la crescita
pu essere vertiginosa, superare il 2-300 % in pochi anni, rendendo impossibili i ritorni delle
generazioni successive.
Questo processo, nelle due dissipazioni qui descritte, noto con il nome di gentrification
(Semi, 2015). Accade almeno dagli anni Cinquanta del secolo scorso nella maggior parte delle
citt del pianeta e si espande a macchia dolio dove ci siano dei margini di sfruttamento.
Procede seguendo una logica gerarchica, estraendo l dove il margine maggiore, quindi
seguendo un filo tra geografie di nobilt urbana. Le citt globali e le citt darte sono le pi
colpite e non un caso che spesso i loro mercati immobiliari siano fortemente collegati e
integrati. Successivamente tocca per a tutte le altre citt, certo con magnitudo differenti e
quindi dinamiche pi dilatate nel tempo e nello spazio.

Espulsione a Venezia
Le vicende di Venezia si inscrivono dunque in questo meccanismo. Troppo bella per passare
inosservata, troppo redditizia per non sollevare appetiti locali e globali, una citta
morfologicamente perfetta per ingabbiare tutto questo valore in uno spazio finito. Le acque
circondano un numero finito di abitazioni, palazzi, luoghi. Tutto attorno una fitta rete di isole,
spesso troppo distanti e poco interessanti per i tempi del turismo internazionale. Il flusso di
capitale che scorre sotto la crosta terrestre rende Venezia un vero vulcano, emergendo in
superficie, e travolgendo tutto. Certo, un vulcano ampiamente desiderato e costruito, con le
amministrazioni locali che hanno consapevolmente lavorato per permettergli lemersione,
salvo poi lamentarsi che la lava aveva distrutto tutto ci che aveva incontrato.
In un recente lavoro, Saskia Sassen ha integrato questo tipo di dinamica urbana in un modello
di sfruttamento che secondo lei procede per espulsioni successive (2015). Il capitalismo
globale si avvarrebbe di formazioni predatorie che estraggono risorse da ogni possibile
ambito del pianeta. Conosciamo le estrazioni di risorse naturali e siamo consapevoli di quanto
stiano minacciando la nostra stessa presenza in quanto specie sul pianeta Terra. Abbiamo
purtroppo ancora una scarsa consapevolezza di come lestrazione di risorse economiche,
sociali e culturali stia minacciando di espulsione milioni di abitanti di citt, colpevoli
solamente di essere nati in luoghi reputati convenzionalmente belli, autentici o unici.
Le citt turistiche europee raccontano tutte la stessa storia, con il passaggio da citt
traboccanti di popolo a citt sfiancate da milioni di turisti. Venezia la citt degli espulsi, per
definizione: aveva 175mila residenti alla fine della seconda guerra mondiale, ne ha quasi
50mila adesso. Eppure sfacciatamente ricca e da tutti ritenuta ancora autentica.
Come per altri territori la cui autenticit era forgiata da secoli di caparbia resistenza e
adattamento a ogni tipo di influsso, conquista e cambiamento, Venezia ha visto in pochissimo
tempo stravolgere la propria quotidianit sotto i colpi dei bed&breakfast e dei grandi eventi.
Il cibo da passeggio, la paccottiglia prodotta altrove e venduta come locale o le maree di esseri
umani trasportati in maniera industriale da sito a sito non sono per che la parte visibile di
questo mutamento, e dunque solo parzialmente responsabile.
Sotto la pelle della citt che attraversiamo, scorre un fiume di capitale pronto a salire in
superficie quando un ago la perforer con la scusa di riqualificare, rigenerare e sviluppare un
luogo. Questo fiume non si vede ma c. Compito del nostro lavoro di svelarlo perch si possa
almeno discutere se ci di cui abbiamo davvero bisogno per vivere meglio, a Venezia come
altrove.

Riferimenti bibliografici
BENJAMIN, Walter. Immagini di citt. Milano: Einaudi, 2007.
BENJAMIN, Walter. Lopera darte nellepoca della sua riproducibilit tecnica. Milano: Einaudi,
2014.
BERMAN, Marshall. Tutto ci che solido svanisce nellaria. Lesperienza della modernit.
Bologna: Il Mulino, 2012.
HANNERZ, Ulf. La complessit culturale. Lorganizzazione sociale del significato. Bologna: Il
Mulino, 1998.
HANNIGAN, John. Fantasy City. Pleasure and Profit in the Postmodern Metropolis. New York:
Routledge, 1998.
HARVEY, David. Lenigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza. Milano: Feltrinelli,
2011.
KOOLHAAS, Remmert. Junkspace. Per un ripensamento radicale dello spazio urbano. Macerata:
Quodlibet, 2006.
SASSEN, Saskia. Espulsioni. Brutalit e complessit nelleconomia globale. Bologna: Il Mulino,
2015.
SEMI, Giovanni. Gentrification. Tutte le citt come Disneyland? Bologna: Il Mulino, 2015.
ZUKIN, Sharon. Landscapes of Power. From Detroit to Disney World. Los Angeles: University of
California Press, 1993.
BIO
Giovanni Semi Professore Associato di Sociologia presso lUniversit di Torino.
Nelle sue ricerche si occupato di fenomeni migratori, mutamenti della struttura sociale
italiana e trasformazioni urbane. Prima di insegnare all'Universit di Torino, ha lavorato
presso l'Universit di Milano ed stato visiting scholar presso le universit di Chicago, City
University New York, Paris 7 e Paris Est - Marne la Valle. Tra i suoi ultimi lavori,
Gentrification. Tutte le citt come Disneyland? (il Mulino 2015) e Fronteggiare la crisi. Come
cambia lo stile di vita del ceto medio, con Roberta Sassatelli e Marco Santoro (il Mulino 2015).
Incidentalmente, nato a Venezia a met degli anni Settanta e vive, felicemente, lontano da
essa.