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Ai nostri amici

A Billy, Guccio, Alexis e Jeremy Hammond, dunque,


Non esiste un altro mondo.
Esiste semplicemente unaltra maniera di vivere.

Jacques Mesrine
LE INSURREZIONI, INFINE, SONO ARRIVATE.A un tal ritmo e in cos tanti paesi che a par-
tire dal 2008 lintero edificio di questo mondo che, frammento dopo frammento, sembra
disintegrarsi. Dieci anni fa predire una sollevazione esponeva chi lo faceva agli sghignazzi
di chi ascoltava: oggi sono coloro che annunciano il ritorno allordine che fanno la figura
dei buffoni. Ci dicevano che non ci fosse nulla di pi saldo, di pi sicuro, della Tunisia di
Ben Ali, della indaffarata Turchia di Erdogan, della Svezia socialdemocratica, della Siria
baathista, del Quebec sotto tranquillanti o del Brasile delle spiagge, dellebolsa famliae
delle unit di polizia pacificatrici. Si visto come finita. La stabilit morta. Anche in
politica ormai ci pensano due volte prima di assegnare una tripla A.
Uninsurrezione pu scoppiare in ogni momento, per qualsiasi motivo, in un qualun-
que paese; e portare ovunque. I dirigenti camminano sul baratro. Persino la loro ombra
sembra minacciarli.Que se vayan todos!era uno slogan, diventato parte della saggezza
popolare: un basso continuo dellepoca, un mormorio che passa di bocca in bocca per poi
elevarsi verticalmente, come unascia, quando meno ce lo si aspetta. I politici pifurbine
hanno fatto una promessa elettorale. Non hanno scelta. Il disgusto, la pura negativit, il
rifiuto assoluto sono attualmente le sole forze politiche discernibili.
Le insurrezioni sono arrivate, ma non la rivoluzione. Raramente, come successo negli
ultimi anni, si assistito in un cos breve lasso di tempo a tanti assalti al potere ufficiale,
dalla Grecia allIslanda. Occupare delle piazze nel cuore delle citt, piantarvi delle tende,
erigendovi barricate, mense o baracche di fortuna e tenervi delle assemblee diventato
presto un riflesso politico, come ieri accadeva con lo sciopero. Sembra che lepoca abbia
cominciato a secernere i propri luoghi comuni cominciando da questo ACAB (All Cops
Are Bastards) con cui una strana internazionale ad ogni ondata di rivolta costella i muri
delle citt, al Cairo come a Istanbul, a Roma come a Parigi o a Rio.
Tuttavia, per quanto grande sia il disordine sotto il cielo, ovunque la rivoluzione sembra
soffocarsi allo stadio della rivolta. Nel migliore dei casi un cambio di regime attenua per
un istante il bisogno di cambiare il mondo, per poi tornare immediatamente alla solita in-
soddisfazione. Nel peggiore la rivoluzione fa da predellino a quelli stessi che, parlando in
suo nome, hanno il solo fine di liquidarla. In certi posti, come in Francia, linesistenza di
forze rivoluzionarie abbastanza fiduciose in se stesse apre la via a coloro la cui professione
consiste, infatti, nel simularla: i fascisti. Limpotenza inacidisce.

A questo punto, dobbiamo ammetterlo, noialtri rivoluzionari siamo stati sconfitti. Non
perch dal 2008 in poi non abbiamo avuto come obiettivo la rivoluzione ma perch ci
siamo allontanati, di continuo, dalla rivoluzionecome processo. Quando si fallisce ce la
si pu prendere col mondo intero, elaborare ogni sorta di spiegazione a partire da mille
risentimenti, persino da spiegazioni scientifiche, oppure ci si pu interrogare sui punti
dappoggio di cui il nemico dispone in noi stessi e che determinano il carattere non for-
tuito ma ricorrente dei nostri fallimenti. Potremmo magari interrogarci su quanto resta,
ad esempio,di sinistranei rivoluzionari, qualcosa che li espone non solo alla sconfitta ma

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a un odio quasi generale. Una certa maniera di professare unegemonia morale di cui non
possiedono i mezzi un difetto dei rivoluzionari ereditato dalla sinistra. Come anche lin-
sostenibile pretesa di dettare la giusta maniera di vivere quella veramente progressista,
illuminata, moderna, corretta, decostruita, non-inquinata. Pretesa che riempie di desideri
omicidi chiunque si trova rigettato senza preavviso dal lato dei reazionari-conservato-
ri-oscurantisti-provinciali-zotici-superati. Lappassionata rivalit dei rivoluzionari con la
sinistra, invece di affrancarli, finisce col trattenerli sul suo terreno. Molliamo gli ormeggi!
A partire daLinsurrezione che vienesiamo andati l dove lepoca si incendiava. Abbiamo
letto, abbiamo lottato, abbiamo discusso con compagni di ogni paese e di ogni tendenza,
insieme a loro ci siamo scontrati con gli ostacoli invisibili del tempo. Alcuni di noi sono
morti, altri hanno conosciuto la prigione. Abbiamo perseverato. Non abbiamo rinunciato
a costruire dei mondi n ad attaccare questo mondo. Dai nostri viaggi siamo tornati con
la certezza di non vivere delle rivolte erratiche, separate, che si ignorano vicendevolmente
e che bisognerebbe collegare tra di esse. Questo ci che mette in scena linformazione in
tempo reale nella sua gestione calcolata delle percezioni. Lopera della contro-insurrezione
comincia da questa infima scala. Non siamo contemporanei di rivolte sparse, ma di unu-
nica ondata mondiale di sollevazioni che comunicano impercettibilmente fra loro. Di una
sete universale di ritrovarsi, che sola spiega luniversale separazione. Di un odio generale
della polizia che parla del lucido rifiuto dellatomizzazione generale che essa supervisio-
na. Ovunque si legge la stessa inquietudine, lo stesso panico di fondo, a cui rispondono
i medesimi soprassalti di dignit, e non di indignazione. Quello che accade nel mondo
dal 2008 in poi non costituisce una serie incoerente di folli eruzioniallinterno di spazi
nazionali ermeticamente chiusi. una sola sequenza storica che si svolge in una stretta
unit di tempo e luogo, dalla Grecia al Cile. E solamente un punto di vistasensibilmente
mondialepermette di chiarirne il significato. Non possiamo lasciare il pensiero applicato
di questa sequenza ai solithink tankdel capitale.
Ogni insurrezione, per quanto localizzata possa essere, fa segno al di l di se stessa, con-
tiene immediatamente qualcosa di mondiale. In essa ci eleviamo, tutti insieme, allaltezza
dellepoca. Ma lepoca anche quello che troviamo al fondo di noi stessi non appena ac-
cettiamo di discendervi, quando ci immergiamo in ci che viviamo, vediamo, sentiamo,
percepiamo. Troviamo qui un metodo di conoscenza e una regola dazione; qui risiede
anche la spiegazione della connessione sotterranea fra la pura intensit politica della lotta
di strada e la nuda presenza a s del solitario. al fondo di ogni situazione e di ciascuno
che bisogna cercare lepoca. l chenoici ritroviamo, l che sono i veri amici, dispersi
ai quattro angoli del mondo ma che camminano insieme.
I cospirazionisti sono controrivoluzionari quantomeno perch riservano solo ai potenti il
privilegio di cospirare. Se evidente che i potenti complottano per preservare ed estendere
le proprie posizioni certo anche cheovunque c della cospirazione: negli atri dei condo-
mini, alla macchina del caff, nel retro dei kebab, nelle serate, negli amori, nelle prigioni. E
tutti questi legami, tutte queste conversazioni, tutte queste amicizie tessono capillarmente,

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su scala mondiale, un partito storico allopera il nostro partito, come diceva Marx. Di
fronte alloggettiva cospirazione dellordine delle cose, esiste una cospirazione diffusa alla
quale apparteniamo di fatto. Ma al suo interno regna la massima confusione. Dappertutto
il nostro partito si scontra con la suaeredit ideologica: inciampa in una serie di tradizio-
ni rivoluzionarie sconfitte e defunte ma che esigono rispetto. Ora, lintelligenza strategica
viene dal cuore e non dal cervello e il torto dellideologia consiste precisamente nel fare
schermo tra il pensiero e il cuore. In altri termini: bisogna forzare la porta del luogo in
cui gi siamo. Lunico partito da costruire quello che gi qui. Dobbiamo sbarazzarci di
tutto il caos mentale che ostacola la chiara comprensione della nostra comune situazione,
della nostra comune terrestrit, secondo lespressione di Gramsci. La nostra eredit non
preceduta da alcun testamento.
Come ogni slogan pubblicitario, la parola dordine Noi siamo il 99% trae la sua efficacia
non da ci che dice, ma da ci che non dice. E ci che non dice lidentit dell1% deipo-
tenti. Quello che caratterizza l1% non consiste nel fatto che siano ricchi- negli USA i
ricchi sono ben pi dell1% n che siano celebri- anzisono piuttosto discreti e, peraltro,
chi oggi non ha diritto al suo quarto dora di gloria?
Quello che caratterizza l1% il fatto che sonoorganizzati. Loro si organizzano anche per
organizzare la vita degli altri. La verit di questo slogan molto crudele, in effetti i numeri
contano poco: si pu essere il 99% e perfettamente dominati. Inversamente, i saccheggi
collettivi di Tottenham dimostrano sufficientemente che si smette di essere poveri dal mo-
mento in cui ci si comincia a organizzare. C una considerevole differenza tra una massa
di poveri e una massa di poveri determinati ad agire insieme.
Organizzarsi non ha mai voluto dire affiliarsi alla stessa organizzazione. Organizzarsi si-
gnifica agire secondo una percezione comune, a qualsiasi livello essa sia. Ora, quello che fa
difetto alla situazione non la collera della gente o il bisogno, non la buona volont dei
militanti n la diffusione della coscienza critica e nemmeno la moltiplicazione del gesto
anarchico. Quello che ci manca una percezione condivisa della situazione. Senza questo
legame i gesti si dissolvono nel nulla senza lasciare traccia, le vite hanno la consistenza dei
sogni e le sollevazioni finiscono nei libri di scuola.
La profusione quotidiana di informazioni, per gli uni allarmanti e per gli altri semplice-
mente scandalose, plasma la nostra comprensione di un mondo globalmente inintelligibi-
le. Il suo aspetto caotico la nebbia della guerra dietro la quale esso si rende inattacabile.
grazie al suo aspetto ingovernabile che realmentegovernabile. questo il trucco. Adot-
tando la gestione della crisi come tecnica di governo il capitale non ha semplicemente so-
stituito il ricatto della catastrofe al culto del progresso, ma ha riservato per s lintelligenza
strategica del presente, la vista dinsieme sulle operazioni in corso. Ed questo ci che
fondamentale contendergli. In materia di strategia si tratta di riconquistare due mosse
danticipo sulla governance globale. Non c unacrisida cui bisognerebbe uscire. C una
guerra che bisogna vincere.
Una intelligenza condivisa della situazione non pu nascere da un solo testo, ma da un

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dibattito internazionale. Ma perch un dibattito abbia luogo bisogna cominciare a mettere
in circolo dei documenti. Eccone uno, quindi. Abbiamo sottoposto la tradizione e le posi-
zioni rivoluzionarie al banco di prova della congiuntura storica e abbiamo provato a tran-
ciare i mille fili ideali che tengono legato al suolo il Gulliver della rivoluzione. Abbiamo
cercato a tastoni quali passaggi, quali gesti e quali pensieri potrebbero permettere di tirar-
ci fuori dallimpasse del presente. Non c movimento rivoluzionario senza un linguaggio
capace di esprimere allo stesso tempo la nostra condizione e il possibile che la incrina.
Quanto segue un contributo alla sua elaborazione. A tale scopo questo testo appare in
otto lingue e in quattro continenti. Se siamo dappertutto, se siamo legioni, dobbiamo or-
ganizzarci mondialmente.

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Merry crisis and happy new fear

1. Che la crisi un modo di governo.


2. Che la vera catastrofe esistenziale e metafisica.
3. Che lapocalisse delude.
1. Noialtri rivoluzionari siamo i grandi cornuti della storia moderna. In una maniera o
nellaltra si sempre complici della propria cornificazione. Il fatto doloroso e quindi, ge-
neralmente, viene negato. Abbiamo avuto nella crisi una fede cieca, cos cieca e antica che
non abbiamo visto come lordine neoliberale ne ha fatto la pietra angolare del suo arsena-
le. Allindomani del 1848 Marx scriveva: Una nuova rivoluzione non sar possibile che
a seguito di una nuova crisi: luna tanto certa quanto laltra. E lui effettivamente pass
il resto dei suoi giorni, a ogni minimo spasmo delleconomia mondiale, a profetizzare la
grande crisi finale del capitale, attendendola invano. Esistono ancora dei marxisti che ci
vendono la crisi attuale come The Big One e che ci invitano ad aspettare la loro curiosa
specie di Giudizio universale.
Se vuoi imporre un cambiamento, consigliava Milton Friedman ai suoi Chicago Boys,
scatena una crisi. Lungi dal temere le crisi il capitale cerca ormai di produrle sperimen-
talmente. Cos come si provocano delle valanghe per poterne controllare tempi e propor-
zioni. Cos come si bruciano delle pianure per assicurarsi che lincendio che le minaccia
morir per mancanza di combustibile. Dove e quando una questione di opportunit
o di necessit tattica. di pubblico dominio che appena nominato il direttore dellElstat,
listituto statistico greco, non ha mai smesso di falsificare i conti relativi al debito del paese,
aggravandoli per giustificare lintervento della Troika. dunque un fatto che la crisi dei
debiti sovrani stata innescata da un uomo che in quel momento era ancora un agente
ufficialmente remunerato dal FMI, unistituzione che si suppone dovrebbe aiutare i pa-
esi a uscirne. Si trattava in questo caso di sperimentare a grandezza naturale, in un paese
europeo, il progetto neoliberale di rifondare completamente una societ, gli effetti di una
buona politica di aggiustamento strutturale.
Per tutta la modernit, con la sua connotazione medica, la crisi stata questo fenomeno
naturale che, sopraggiungendo improvvisamente o ciclicamente, costringeva a prendere
una decisione, una decisione capace di mettere fine allinsicurezza generale prodotta dalla
situazione critica. Che lesito fosse favorevole o meno dipendeva dal fatto che la medicina
impiegata fosse adeguata. Il momento critico era anche il momento della critica - il breve
intervallo in cui si apriva il dibattito intorno ai sintomi e alle cure. Oggi non pi cos.
Il rimedio non serve pi a porre fine alla crisi. Al contrario la crisi viene aperta in vista
di introdurre il rimedio. Dora in avanti si parler di crisi a proposito ci che si intende
ristrutturare, cos come vengono definiti terroristi coloro che ci si prepara a colpire. La
crisi delle banlieues, in Francia, nel 2005 fu di fatto lannuncio della pi grande offensiva
urbanistica degli ultimi trentanni contro le cosiddette banlieues, orchestrata diretta-
mente dal ministero degli Interni.
Il discorso sulla crisi nei neoliberali un doppio discorso tra di loro preferiscono
parlare di doppia verit. Da un lato, la crisi il momento vivificante della distruzione
creatrice, creatrice di opportunit, dinnovazione e di imprenditori tra i quali sopravvive-
ranno solo i migliori, i pi motivati, i pi competitivi. Forse questo, in fondo, il mes-
saggio del capitalismo: la distruzione creatrice, il rifiuto delle tecnologie desuete e dei
vecchi modi di produzione a vantaggio di quelli nuovi la sola maniera per innalzare il
livello di vita [] Il capitalismo crea un conflitto in ciascuno di noi. Ci troviamo a essere

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di volta in volta limprenditore aggressivo e il pantofolaio che, nel profondo di se stesso,
preferisce uneconomia meno competitiva e stressante, in cui tutti guadagnano alla stessa
maniera, scrive Alan Greenspan, direttore della Federal Reserve americana dal 1987 al
2006. Dallaltro lato, il discorso sulla crisi interviene come metodo politico di gestione
delle popolazioni. La ristrutturazione permanente di tutto, degli organigrammi come dei
sussidi sociali, delle imprese come dei quartieri, lunico modo di organizzare, mediante
il costante sconvolgimento delle condizioni di esistenza, linesistenza del partito avverso.
La retorica del cambiamento serve a smantellare ogni abitudine, a spezzare tutti i legami,
a distruggere ogni certezza, a disarcionare ogni certezza, a dissuadere ogni solidariet, a
mantenere una cronica insicurezza esistenziale. Tale retorica corrisponde a una strategia
che si pu formulare in questi termini: Prevenire attraverso la crisi permanente ogni vera
crisi. Questo si apparenta, sulla scala del quotidiano, alla ben nota pratica contro-insur-
rezionale del destabilizzare per stabilizzare, che consiste nel provocare volontariamente
il caos da parte delle autorit cos da rendere lordine pi desiderabile della rivoluzione.
Dal micro-management alla gestione di un intero paese, mantenere la popolazione in una
sorta di stato di shock permanente porta con s lo stordimento, la derelizione a partire
dalla quale si pu fare di tutti e di ciascuno pi o meno quello che si vuole. La depressione
di massa che sta colpendo i greci il prodotto voluto della politica della Troika, non un suo
effetto collaterale.
Proprio per il fatto di non aver capito che la crisi non un fatto economico ma una
tecnica politica di governo, alcuni si sono resi ridicoli affrettandosi a proclamare, con le-
splosione della truffa dei subprimes, la morte del neoliberismo. In realt non stiamo
vivendo una crisi del capitalismo ma, al contrario, il trionfo del capitalismo di crisi. La
crisi significa: il governo cresce. Essa diventata lultima ratio di ci che regna. La mo-
dernit misurava tutto alla luce dellarretratezza alla quale pretendeva di strapparci; dora
in avanti ogni cosa si misura alla luce del suo crollo imminente. Quando si dimezza lo sti-
pendio dei funzionari greci, lo si fa lasciando intendere che si potrebbe anche non pagarli
del tutto. Ogni volta che si aumentano gli anni di contribuzione dei salariati francesi lo si
fa col pretesto di salvare il sistema pensionistico. La crisi odierna, permanente e onni-
laterale, non pi la crisi classica, il momento decisivo. Al contrario essa una fine senza
fine, unapocalisse duratura, una sospensione indefinita, un differimento efficace del crollo
effettivo e perci stato deccezione permanente. La crisi attuale non promette pi niente;
essa tende, al contrario, a liberare chi governa da ogni vincolo quanto ai mezzi impiegati.

2. Le epoche sono orgogliose. Ognuna si vuole unica. Lorgoglio della nostra consiste nel
realizzare la collisione storica di una crisi ecologica planetaria, di una crisi politica genera-
lizzata delle democrazie e di una inesorabile crisi energetica, il tutto coronato da una rigo-
gliosa crisi economica mondiale senza equivalenti da un secolo a questa parte. Tutto ci
lusinga e acuisce il nostro godimento di vivere in unepoca veramente unica. Basta aprire
i giornali degli anni Settanta, leggere il rapporto del Club di Roma su I limiti dello svilup-
po del 1972, larticolo del cibernetico Gregory Bateson su Le radici della crisi ecologica

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del marzo 1970 oppure La crisi della democrazia, pubblicato dalla Commissione Trilate-
rale nel 1975, per constatare che viviamo sotto lastro oscuro della crisi integrale almeno
dallinizio degli anni Settanta. Un testo del 1973 come Apocalisse e rivoluzione di Giorgio
Cesarano la analizza gi con molta lucidit. Se il settimo sigillo stato levato in un preciso
momento, non data certo da ieri.
Alla fine del 2012 il molto ufficiale Centers for Disease Control americano ha diffuso,
tanto per cambiare, un fumetto. Il suo titolo: Preparedness 101: Zombie apocalypse. Lidea
semplice: la popolazione deve tenersi pronta a ogni eventualit, una catastrofe nucleare
o naturale, unavaria generalizzata del sistema o uninsurrezione. Il documento si conclude
cos: Se siete preparati per unapocalisse di zombie, siete pronti per qualsiasi situazione
di emergenza. La figura dello zombie proviene dalla cultura voodoo haitiana. Nel cine-
ma americano le masse di zombie in rivolta servono cronicamente come allegoria di una
insurrezione generalizzata del proletariato nero. dunque a questo che bisogna tenersi
pronti. Oggi che non c pi la minaccia sovietica da brandire per assicurare la coesione
psicotica dei cittadini, tutto fa brodo per fare in modo che la popolazione si tenga pronta a
difendersi, cio a difendere il sistema. Mantenere uno spavento senza fine per di prevenire
una fine spaventosa.
In questo comic ufficiale raccolta tutta la falsa coscienza occidentale. evidente che i
veri morti-viventi sono i piccoli borghesi dei suburbs americani. evidente che la mera
volont di sopravvivenza, langoscia economica di mancare di tutto, il sentimento di con-
durre una forma di vita insostenibile non ci che verr dopo la catastrofe, ma ci che
anima gi da ora la disperata struggle for life di ogni individuo nel regime neoliberale. La
vita decadente non quello che ci minaccia ma ci che gi qui, quotidianamente. Tutti
lo vedono, tutti lo sanno, tutti lo sentono. I Walking dead sono i salary men. Se questa
epoca va matta per le messinscene apocalittiche, che costituiscono buona parte della
produzione cinematografica, non solo per il godimento estetico che questo genere di
distrazione autorizza. Del resto, lApocalisse di Giovanni ha gi tutto della fantasmagoria
hollywoodiana, con i suoi attacchi aerei di angeli scatenati, i suoi inenarrabili diluvi e i
suoi spettacolari flagelli. Solo la distruzione universale, la morte di tutto pu lontanamen-
te procurare allimpiegato che vive nelle villette a schiera il sentimento di esser vivo, lui che
tra tutti il meno vivo. Che la si faccia finita! e Purch duri! sono i due sospiri che al-
ternativamente procurano uneguale disperazione civilizzata. A ci si mescola un vecchio
gusto calvinista della mortificazione: la vita un rinvio, mai una pienezza. Non si parlato
invano di nichilismo europeo. Del resto un articolo che si esportato cos bene che
il mondo ne ormai saturo. Infatti pi che una mondializzazione neoliberale abbiamo
avuto soprattutto la mondializzazione del nichilismo.
Scrivevamo nel 2007 che ci con cui abbiamo a che fare non la crisi di una societ, ma
lestinzione di una civilt. Allepoca questo genere di frasi vi facevano passare per un il-
luminato. Ma la crisi passata proprio da l. Persino Attac si accorta che c una crisi
di civilt - il ch tutto dire. Pi pungente, un veterano americano della guerra in Iraq,
divenuto consulente in strategia, scriveva nellautunno 2013 sul New York Times: Oggi,
quando scruto il futuro, vedo il mare devastare il sud di Manhattan. Vedo le rivolte della

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fame, degli uragani e dei profughi climatici. Vedo i soldati dell82 reggimento aerotra-
sportato scontrarsi con dei saccheggiatori. Vedo black out generali, dei porti devastati, le
scorie di Fukushima e delle epidemie. Vedo Baghdad. Vedo le Rockaway sommerse. Vedo
un mondo strano e precario. [] Il problema posto dal cambiamento climatico non
quello di sapere come il ministro della Difesa si prepara alle guerre per le materie prime,
o come dovremmo innalzare dighe per proteggere Alphabet City, o quando evacuare Ho-
boken. Il problema non sar risolto comprando unautomobile ibrida, firmando trattati
o spegnendo laria condizionata. Il problema fondamentalmente filosofico, si tratta di
capire che la nostra civilt gi morta.
Alla fine della Prima Guerra mondiale la civilt si definiva ancora come mortale; come
innegabilmente , in tutti i sensi del termine.
In realt da un secolo che la diagnosi clinica della fine della civilt occidentale stata
stabilita e contrassegnata dagli eventi. Discettarci ancora costituisce ormai solo un modo
per distrarsi. Ma soprattutto una maniera per distrarsi dalla catastrofe che gi qui, e
da parecchio tempo, dalla catastrofe che noi siamo, dalla catastrofe che lOccidente. Que-
sta catastrofe innanzitutto esistenziale, affettiva, metafisica. Essa risiede nellincredibile
estraneit al mondo delluomo occidentale, quella che per esempio esige che egli si faccia
signore e possessore della natura si cerca di dominare solo ci che si teme. Non un caso
che egli abbia posto tanti schermi tra s e il mondo. Ritraendosi dallesistente luomo occi-
dentale ne ha fatto questa distesa desolata, questo nulla tetro, ostile, meccanico, assurdo,
che deve continuamente stravolgere con il suo lavoro, con il suo attivismo cancerogeno,
attraverso una isterica agitazione di superficie. Rigettato senza requie dalleuforia allebe-
tismo e da questo alleuforia, egli tenta di rimediare alla sua assenza al mondo attraverso
unenorme accumulazione di competenze, di protesi, di relazioni e di chincaglierie tec-
nologiche che alla fine sono deludenti. Egli visibilmente e sempre pi un esistenzialista
sovraequipaggiato che non cessa di progettare e ricreare tutto, non potendo soffrire una
realt che lo sopravanza da ogni parte. Comprendere il mondo per un uomo, confessava
senza tanti giri di parole quel coglione di Camus, significa ridurre quello allumano, im-
primergli il proprio sigillo. Egli tenta piattamente di reincantare il suo divorzio dallesi-
stenza, da se stesso, dagli altri questo inferno! chiamandolo libert, quando non lo
fa a forza di feste deprimenti, di distrazioni stupide o attraverso luso massiccio di droghe.
Per lui la vita effettivamente, affettivamente, assente, perch ne prova disgusto; in fin dei
conti gli d la nausea. Tutto ci che il reale contiene di instabile, di irriducibile, di palpa-
bile, di corporeo, di pesante, di calore e di fatica quello da cui riuscito a proteggersi
proiettandolo sul piano ideale, visuale, distante, digitale, senza frizioni n lacrime, senza
morte n odore di Internet.
La menzogna dellapocalittica occidentale consiste nel proiettare sul mondo il lutto che
non siamo capaci di fare. Non il mondo a essere perduto, siamo noi che abbiamo perso il
mondo e lo perdiamo incessantemente; non il mondo che presto finir, siamo noi che sia-
mo finiti, amputati, arroccati, noi che rifiutiamo allucinatoriamente il contatto vitale con
il reale. La crisi non economica, ecologica o politica, la crisi prima di tutto quella della
presenza. Al punto tale che il must della merce tipicamente, liPhone e lHummer con-

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siste in una sofisticata apparecchiatura dellassenza. Da un lato, liPhone concentra in un
unico oggetto tutti gli accessi possibili al mondo e agli altri; torcia e macchina fotografi-
ca, la livella del muratore e il registratore del musicista, la televisione e la bussola, la guida
turistica e il mezzo per comunicare; dallaltro, la protesi che blocca ogni disponibilit a
quello che qui, imponendomi un regime di semi-presenza costante, comoda, trattenen-
do in s ad ogni istante una parte del mio esserci. Recentemente stata anche lanciata una
applicazione per smartphone destinata a porre rimedio al fatto che la nostra connessione
al mondo digitale ventiquattrore su ventiquattro ci disconnette dal mondo reale intorno a
noi. stata graziosamente chiamata GPS for the Soul. Quanto allHummer, esso la pos-
sibilit di trasportare la mia bolla autistica, la mia impermeabilit a tutto, fin negli angoli
pi reconditi della natura; e di tornare intatto. Il fatto che Google persegua come nuovo
orizzonte industriale la lotta contro la morte ci dice molto su quanto si sbagli su che cos
la vita.
Al limite della sua demenza lUomo si addirittura proclamato forza geologica; egli
giunto fino a dare il nome della propria specie a una fase della vita del pianeta: si messo
a parlare di Antropocene. Per unultima volta si attribuisce il ruolo principale, salvo
accusarsi di aver saccheggiato tutto i mari, i cieli, i suoli e i sottosuoli , salvo pentirsi
per lestinzione senza precedenti di specie vegetali e animali. Ma ci che vi di notevole
che, al disastro prodotto dal suo disastroso rapporto con il mondo, egli vi si rapporta in
maniera disastrosa. Egli calcola la velocit con la quale scompare la banchisa. Misura lo
sterminio delle forme di vita non umane. Non parla del mutamento climatico a partire
dalla propria esperienza sensibile - quelluccello che non torna pi nello stesso periodo
dellanno, quellinsetto di cui non si sentono pi gli striduli, quella pianta che non fiorisce
pi insieme con quellaltra. Ne parla con delle cifre, delle medie, scientificamente. Pensa
di dire qualcosa quando stabilisce che la temperatura si innalzer di un certo numero di
gradi e le precipitazioni diminuiranno di un certo numero di millimetri. Parla addirittura
di biodiversit. Osserva la rarefazione della vita sulla terra dallo spazio. Colmo dorgo-
glio adesso pretende, paternalisticamente, di proteggere lambiente, che non glielha mai
chiesto. Vi sono buone ragioni di credere che questa sia la sua ultima fuga in avanti.
Il disastro oggettivo ci serve innanzitutto a mascherare unaltra devastazione, ancora pi
evidente e massiccia. Lesaurimento delle risorse naturali probabilmente meno avanzato
dellesaurimento delle risorse soggettive e vitali che colpisce i nostri contemporanei. Se ci
si dedica tanto a dettagliare la devastazione dellambiente, lo si fa anche per velare la spa-
ventosa rovina dellinteriorit. Ogni marea nera, ogni pianura sterile, ogni estinzione di
specie una immagine delle nostre anime in brandelli, un riflesso della nostra assenza al
mondo, della nostra intima impotenza ad abitarlo. Fukushima offre lo spettacolo di questo
perfetto fallimento delluomo e del suo dominio, il quale genera solo delle rovine queste
pianure nipponiche in apparenza intatte, ma dove nessuno potr vivere per decenni. Una
decomposizione interminabile che finisce per rendere il mondo inabitabile: lOccidente
finir per prendere in prestito il suo modo desistenza da quello che teme di pi - la scoria
radioattiva.
Quando le si domanda in cosa consisterebbe la rivoluzione, la sinistra della sinistra si

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affretta a rispondere: mettere lumano al centro. Quello che questa sinistra non ha re-
alizzato quanto il mondo sia stanco dellumano, quanto noi siamo stanchi dellumanit
- questa specie che ha creduto di essere il gioiello della creazione e che si sentita in diritto
di distruggere tutto poich tutto le era dovuto. Mettere lumano al centro stato il pro-
getto occidentale. Si sa dove ha portato. venuto il momento di abbandonare la nave, di
tradire la specie. Non c una grande famiglia umana che esisterebbe separatamente da cia-
scuno dei mondi, degli universi familiari, da ciascuna delle forme di vita che disseminano
la terra. Non esiste unumanit, vi sono dei terrestri e i loro nemici, ovvero gli Occidentali,
di qualsiasi colore sia la loro pelle. Noialtri rivoluzionari, con il nostro umanismo atavico,
faremmo bene ad accorgerci dei sollevamenti ininterrotti dei popoli indigeni dellAmerica
centrale e del Sud durante gli ultimi ventanni. La loro parola dordine potrebbe essere:
Mettere al centro la terra. una dichiarazione di guerra allUomo. Dichiarargli guerra
forse il modo migliore per farlo ritornare sulla terra, se non facesse il sordo, come sempre.

3. Il 31 dicembre 2012 non meno di 300 giornalisti accorsi da 18 Paesi hanno invaso il
piccolo villaggio di Bugarach, nellAude. Nessuna fine dei tempi era stata annunciata per
quella data in nessun calendario maya finora conosciuto. Le voci secondo cui questa lo-
calit avrebbe avuto un qualche rapporto con questa profezia inesistente era infatti uno
scherzo. Tuttavia le televisioni del mondo intero vi hanno inviato delle armate di reporter.
Si era curiosi di vedere se ci fosse veramente della gente disposta a credere alla fine del
mondo, noi che non riusciamo neanche pi a credere in esso e facciamo fatica a credere
nei nostri amori. Quel giorno a Bugarach non cera nessuno, nessuno tranne un gran nu-
mero di officianti dello spettacolo. I giornalisti si ritrovarono a fare dei servizi su se stessi,
sulla loro attesa senza oggetto, sulla loro noia e sul fatto che non succedeva nulla. Presi
nella loro stessa trappola, mostravano il volto della vera fine del mondo: i giornalisti, lat-
tesa, lo sciopero degli eventi.
Non deve essere sottovalutata la frenesia dapocalisse, la sete di Armageddon da cui le-
poca attraversata. La sua specifica pornografia esistenziale consiste nel mostrare dei
documentari danticipazione in cui si mostrano in immagini di sintesi le nubi di cavallette
che nel 2075 si abbatteranno sui vigneti di Bordeaux e le orde di migranti climatici che
prenderanno dassalto le coste meridionali dellEuropa quegli stessi che Frontex si sta gi
impegnando a decimare. Nulla pi antico della fine del mondo. La passione apocalittica
fin dallantichit ha sempre avuto il favore degli impotenti. La novit che stiamo vivendo
unepoca in cui lapocalittica stata integralmente assorbita dal capitale e messa al suo ser-
vizio. Lorizzonte della catastrofe ci a partire da cui siamo attualmente governati. Ora,
se c una cosa destinata a restare incompiuta la profezia apocalittica, sia essa economi-
ca, climatica, terrorista o nucleare. La profezia enunciata al solo fine di evocare i mezzi
per scongiurarla, cio, nella maggior parte delle volte, la necessit del governo. Nessuna
organizzazione, n politica n religiosa, ha mai confessato la propria sconfitta perch i
fatti avevano smentito le sue profezie. Poich lo scopo della profezia non quello di ave-
re ragione sul futuro, ma di operare sul presente: imporre qui e ora lattesa, la passivit, la
sottomissione.

Merry crisis and happy new fear 15


Non solo non vi altra catastrofe a venire se non quella che gi qui, ma evidente che
la maggior parte dei disastri effettivi offrano una soluzione al nostro disastro quotidiano.
Numerosi esempi attestano il sollievo dellapocalisse esistenziale attraverso la catastrofe
reale, dal terremoto che colp San Francisco nel 1906 alluragano Sandy che ha devastato
una parte di New York nel 2012. Di solito si pensa che i rapporti tra la gente, in situazioni
di emergenza, rivelino la loro profonda ed eterna bestialit. Si desidera che ogni terremoto,
ogni crack economico o ogni attacco terroristico confermi la vecchia chimera dello sta-
to di natura con la sua coda di atrocit incontrollabili. Si vorrebbe che affiori, quando gli
esili argini della civilt cedono, quel volgare fondo delluomo che ossessionava Pascal, le
cattive passioni, la natura umana, invidiosa, brutale, cieca e detestabile che, almeno dai
tempi di Tucidide, serve da argomento ai depositari del potere fantasma che purtroppo
smentito dalla maggior parte dei disastri storicamente conosciuti.
Leclissi della civilt generalmente non prende la forma di una guerra caotica di tutti con-
tro tutti. Questo discorso ostile serve solamente, in situazioni di gravi catastrofi, a giustifi-
care la priorit accordata alla difesa della propriet contro il saccheggio tramite la polizia,
lesercito o, in mancanza di meglio, di milizie di vigilantes formate per loccasione. Pu an-
che servire a coprire le malversazioni delle stesse autorit, come nel caso della Protezione
civile italiana dopo il terremoto de LAquila. La decomposizione di questo mondo, assunta
come tale, apre invece la strada ad altre maniere di vivere, anche in piena situazione dur-
genza. Ad esempio gli abitanti di Citt del Messico nel 1985, che, in mezzo alle macerie
della loro citt colpita da un terremoto micidiale, reinventarono con un unico gesto il
carnevale rivoluzionario e la figura del supereroe al servizio del popolo sotto la forma
del leggendario campione di catch Super Barrio. In seguito alla euforica ripresa in mano
della propria esistenza urbana in ci che ha di pi quotidiano, assimilarono il crollo degli
immobili al crollo del sistema politico, liberando per quanto possibile la vita della citt dal
controllo del governo e ricostruendo le proprie abitazioni distrutte. Unentusiasta di Hali-
fax non diceva cose diverse quando dichiar dopo luragano del 2003: Ci siamo svegliati
una mattina e tutto era diverso. Non cera pi elettricit e tutti i negozi erano chiusi, nessu-
no aveva accesso ai media. Dun tratto tutti si sono ritrovati in strada per parlare e testimo-
niare. Non era veramente una festa di strada, ma tutti erano l fuori nello stesso momento:
una felicit, in un certo senso, di vedere tutta questa gente che fino a quel momento ci era
sconosciuta. Cos come queste comunit in miniatura formatesi spontaneamente a New
Orleans nei giorni successivi al passaggio di Katrina che, a fronte del disprezzo dei poteri
pubblici e alla paranoia delle agenzie di sicurezza, si organizzarono quotidianamente per
nutrirsi, curarsi, vestirsi e a volte per saccheggiare qualche negozio.
Ripensare unidea di rivoluzione capace di far breccia nel corso del disastro significa dun-
que, per cominciare, depurarla da tutto ci che essa ha contenuto finora di apocalittico.
Significa vedere che lescatologia marxista non si distingue di fatto dallaspirazione impe-
riale fondatrice degli Stati Uniti dAmerica - quella che troviamo ancora stampata su ogni
biglietto da un dollaro: Annuit coeptis. Novus ordo seclorum. Socialisti, liberali, sansi-
moniani, russi e americani della Guerra Fredda, tutti hanno sempre espresso la medesima
aspirazione nevrastenica allinstaurazione di unera di pace e di abbondanza sterile nella

16 Merry crisis and happy new fear


quale non vi sarebbe stato pi nulla da temere, in cui le contraddizioni sarebbero state fi-
nalmente risolte e il negativo riassorbito. Impiantare mediante la scienza e lindustria una
societ prospera, integralmente automatizzata e finalmente pacificata. Qualcosa come un
paradiso terrestre organizzato sul modello dellospedale psichiatrico o del sanatorio. Un
ideale che pu venire in mente solo a esseri profondamente malati, i quali non aspirano
pi nemmeno alla guarigione. Heaven is a place where nothing ever happens, dice la
canzone.
Tutta loriginalit e lo scandalo del marxismo fu di pretendere che per accedere al millen-
nium fosse necessario passare per lapocalisse economica, mentre gli altri la giudicavano
superflua. Noi non aspetteremo n il millennium n lapocalisse. Non ci sar mai pace
sulla terra. Abbandonare lidea della pace la sola vera pace. Di fronte alla catastrofe
occidentale la sinistra generalmente adotta la posizione della lamentazione, della denuncia
e quindi di quellimpotenza che la rende odiosa agli occhi di quelli stessi che pretende di
difendere. Lo stato di eccezione nel quale viviamo non va denunciato, va ritorto contro
il potere stesso. Eccoci cos sollevati, a nostra volta, da ogni riguardo per la legge a
proporzione dellimpunit che ci arroghiamo, del rapporto di forza che creiamo. Abbiamo
il campo assolutamente libero per ogni decisione e ogni attacco, per poco che rispondano
a unintelligenza fine della situazione. Per noi ormai c solamente un campo di battaglia
storico e le forze che vi si muovono. Il nostro margine dazione infinito. La vita storica
ci tende le braccia. Esistono innumerevoli ragioni per rifiutarla, ma tutte rivelano delle
nevrosi. Di fronte allapocalisse in un recente film di zombie, un vecchio funzionario delle
Nazioni Unite arriva a questa lucida conclusione: Its not the end, not even close. If you
can fight, fight. Help each other. The war has just begun - Non la fine, ne siamo ancora
lontani. Se puoi batterti, battiti. Aiutatevi lun laltro. La guerra appena cominciata.

Merry crisis and happy new fear 17


Vogliono costringerci a governare.
Non cadremo in questa provocazione

1. Fisionomia delle insurrezioni contemporanee.


2. Che non esiste uninsurrezione democratica.
3. Che la democrazia non altro che il governo allo stato puro.
4. Teoria della destituzione.
1. Un uomo muore. stato ucciso dalla polizia, direttamente, indirettamente. un
anonimo, un disoccupato, un dealer di qualcosa, un liceale, a Londra, Sidi Bouzid,
Atene o Clichy-sous-Bois. Si dice che sia un giovane, che abbia 16 o 30 anni. Si dice che
un giovane perch non niente socialmente. Ai tempi in cui potevi essere qualcuno solo
da adulto, i giovani erano appunto quelli che non sono ancora nulla.
Un uomo muore, un paese si solleva. Luno non la causa dellaltro, ne solo il detonatore.
Alexandros Grigoropoulos, Mark Duggan, Mohamed Bouazizi, Massinissa Guesma - il
nome del morto diventa in quei giorni, in quelle settimane, il nome proprio dellanonimato
generale, di una comune espropriazione. Linsurrezione innanzitutto quella di coloro
che non sono nulla, che si trascinano nei bar, nelle strade, nella vita, alluniversit, su
Internet. Essa aggrega lelemento fluttuante, plebeo e piccolo-borghese, leccedenza
prodotta dallininterrotta disgregazione del sociale. Tutto ci che era ritenuto marginale,
superato o senza avvenire ritorna al centro. A Sidi Bouzid, a Kasserine, a Thala, sono i
pazzi, i dimenticati da Dio, i buoni a nulla, i freaks, che allinizio hanno sparso
la notizia della morte del loro compagno di sventura. Sono saliti sulle sedie, sui tavoli, sui
monumenti, in tutti i luoghi pubblici, in tutta la citt. Con i loro discorsi hanno incendiato
gli animi di quelli che erano disposti ad ascoltarli. Subito dopo sono entrati in azione i
liceali, quelli che non hanno alcuna speranza di carriera.
La sollevazione dura qualche giorno o qualche mese, porta alla caduta del regime o
alla rovina di tutte le illusioni di pace sociale. Essa stessa anonima: senza leader, senza
organizzazione, senza rivendicazione, senza programma. Le parole dordine, quando ci
sono, sembrano esaurirsi bruscamente nella negazione dellordine esistente: Vattene!,
Il popolo vuole la caduta del sistema!, Ce ne fottiamo!, Tayyip, winter is coming.
In televisione e alla radio i responsabili martellano con la retorica di sempre: si tratta di
bande di incappucciati, teppisti, terroristi venuti dal nulla, sicuramente al soldo di paesi
stranieri. Quello che si solleva non ha nessuno da mettere sul trono al posto di chi cera
prima, a parte forse un punto interrogativo. A rivoltarsi non sono i bassifondi o la classe
operaia, n la piccola borghesia o le moltitudini. Niente che sia abbastanza omogeneo per
ammettere un rappresentante. Non c un nuovo soggetto rivoluzionario la cui emergenza
sarebbe finora sfuggita agli osservatori. Se si dice quindi che il popolo in strada, non si
tratta di un popolo preesistente ma, al contrario, di quello che precedentemente mancava.
Non il popolo che produce la sollevazione, la sollevazione che produce il suo popolo,
suscitandone lesperienza e lintelligenza comune, il tessuto umano e il linguaggio della
vita reale che erano scomparsi. Le rivoluzioni del passato promettevano una vita nuova,
le insurrezioni contemporanee ce ne offrono le chiavi. Le curve di ultras del Cairo non
erano dei gruppi rivoluzionari prima della rivoluzione, erano solamente delle bande
in grado di organizzarsi per scontrarsi con la polizia; perch hanno svolto un ruolo
decisivo durante la rivoluzione che si sono poi trovati costretti a porsi, nella situazione,
le domande che di solito sono riservate ai rivoluzionari. qui che risiede levento: non
nel fenomeno mediatico che stato forgiato per vampirizzare la rivolta attraverso la sua
celebrazione esteriore, bens negli incontri che si sono effettivamente prodotti. Certo,
qualcosa di meno spettacolare del movimento o della rivoluzione, ma molto pi
decisivo. Nessuno sa cosa pu un incontro.

Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione 19


cos che le insurrezioni si prolungano, molecolarmente, impercettibilmente, nella vita
dei quartieri, dei collettivi, degli squat, dei centri sociali, degli esseri singolari, in Brasile
come in Spagna, in Cile come in Grecia. Non perch mettono in opera un programma
politico, ma perch mettono in movimento dei divenire-rivoluzionari. Perch ci che
stato vissuto in esse brilla di un tale splendore che quelli che ne hanno fatto esperienza, se
vogliono essergli fedeli, sono portati a non separarsene, a costruire quello che mancava
alla loro vita precedente. Se il movimento spagnolo delle occupazioni delle piazze, una
volta scomparso dal radar mediatico, non fosse proseguito con un processo di messa
in comune e di autorganizzazione nei quartieri di Barcellona e di altrove, il tentativo di
distruggere il centro sociale di Can Vies nel giugno 2014 non sarebbe stato messo in scacco
da tre giorni di rivolta di tutto il quartiere di Sants, e non si sarebbe vista unintera citt
partecipare come un sol uomo alla sua ricostruzione. Ci sarebbe stata, nellindifferenza
generale, giusto la protesta di qualche squatter contro lennesimo sgombero. Quello che si
sta costruendo qui non la nuova societ in forma embrionale, n lorganizzazione che
finalmente rovescer il potere per costituirne uno nuovo; la potenza collettiva che, con
la sua consistenza e la sua intelligenza, condanna il potere allimpotenza, sventando volta
per volta le sue manovre.
Spesso sono proprio i rivoluzionari quelli che vengono presi pi alla sprovvista
dalle rivoluzioni. Ma nelle insurrezioni contemporanee c qualcosa che li disorienta
particolarmente: esse non partono pi da ideologie politiche, ma da delle verit etiche.
Ecco due parole il cui accostamento suona come un ossimoro per ogni spirito moderno.
Stabilire ci che vero non forse il ruolo della scienza?, la quale non ha nulla a che fare con
le nostre norme morali e altri valori contingenti. Per il moderno, da un lato c il Mondo,
dallaltra c lui e poi c il linguaggio per scavalcare labisso. Ci stato insegnato che una
verit un solido ponte al di sopra dellabisso un enunciato che descrive adeguatamente
il Mondo. Abbiamo opportunamente dimenticato il lento apprendistato nel corso del
quale abbiamo acquisito, insieme al linguaggio, tutto un rapporto al mondo. Il linguaggio,
lungi dal servire a descrivere il mondo, ci aiuta piuttosto a costruirne uno.
Le verit etiche dunque non sono delle verit sul Mondo, ma le verit a partire dalle
quali possiamo abitarlo. Sono delle verit, delle affermazioni, enunciate o silenziose, che si
provano ma non possono essere provate. Lo sguardo taciturno, a pugni chiusi, conficcato
negli occhi del capetto mentre lo squadra, per un interminabile minute, ne un buon
esempio, vale quanto il tonante si ha sempre ragione di ribellarsi. Sono delle verit che
ci legano, a noi stessi, a ci che ci circonda e gli uni agli altri. Ci introducono dun colpo
solo in una vita comune, a unesistenza inseparata, indifferente alle pareti illusorie del
nostro Io. Se i terrestri sono pronti a rischiare la loro vita per impedire che una piazza
venga trasformata in un parcheggio come a Gamonal in Spagna, che un parco diventi
un centro commerciale come a Gezi in Turchia o che dei boschi diventino un aeroporto,
come a Notre-Dame-Des-Landes in Francia, perch ci che amiamo, ci a cui siamo
affezionati esseri, luoghi o idee fa anche esso parte di noi: non ci riduciamo a un Io
che per il tempo di una vita alloggia in un corpo fisico delimitato dalla sua pelle, il tutto
caratterizzato dallinsieme di propriet che crede di possedere. Quando il mondo viene
toccato, siamo noi stessi a essere attaccati.

20 Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione


Paradossalmente, anche laddove una verit etica si enuncia con un rifiuto,
il fatto di dire No! ci pone pienamente nellesistenza. Non meno paradossalmente
lindividuo si scopre cos poco individuale che a volte basta un solo suicidio per far andare
in pezzi tutto ledificio della menzogna sociale. Il gesto con cui Mohamed Bouazizi si
immolato davanti alla prefettura di Sidi Bouzid lo attesta sufficientemente. La sua potenza
esplosiva legata allaffermazione dirompente che contiene: La vita che ci data non
merita di essere vissuta, Non siamo nati per lasciarci umiliare cos dalla polizia, Potete
ridurci a essere niente, non ci priverete mai della parte di sovranit che appartiene ai viventi
o ancora Guardate come noi, gli ultimi, quelli che a malapena esistono, gli umiliati, siamo
al di l dei miserabili mezzi con cui conservate fanaticamente il vostro potere da mutilati.
Tutto questo fu sentito distintamente in quel gesto. Se, in Egitto, lintervista televisiva di
Wal Ghonim, dopo il suo sequestro da parte dei servizi, ha avuto un simile effetto
di capovolgimento in quella situazione perch dal fondo delle sue lacrime una verit
esplodeva nel cuore di ciascuno. Infatti, durante le prime settimane di Occupy Wall Street,
prima che gli abituali manager di movimento istituissero i loro piccoli gruppi di lavoro
incaricati di preparare le decisioni che poi lassemblea avrebbe giusto dovuto votare, il
modello degli interventi fatti davanti alle 1500 persone presenti in quel momento fu come
quello di un ragazzo che un giorno prese la parola per dire: Hi! Whats up? My name is
Mike. Im just a gangster from Harlem. I hate my live. Fuck my boss! Fuck my girlfriend!
Fuck the cops! I just wanted to say: Im happy to be here, with you all (Ciao, come va?
Mi chiamo Mike. Sono solo un delinquente di Harlem. Io odio la vita che faccio. Fanculo
il mio boss! Fanculo la mia ragazza! Fanculo gli sbirri! Volevo solo dire che sono felice di
esseri qui con tutti voi). E le sue parole furono ripetute sette volte dal coro dei megafoni
umani che sostituivano i microfoni vietati dalla polizia.
Il vero contenuto di Occupy Wall Street non era nella rivendicazione, incollata a posteriori
sul movimento come un post-it su un ippopotamo, di salari migliori, alloggi decenti o di
sussidi sociali pi generosi, ma il disgusto per la vita che ci fanno vivere. Il disgusto per una
vita in cui siamo tutti soli, soli di fronte alla necessit di ciascuno di guadagnare la propria
vita, di trovare il proprio alloggio, di nutrirsi, di svilupparsi o di curarsi. Disgusto per la misera
forma di vita dellindividuo metropolitano - diffidenza scrupolosa / scetticismo raffinato,
smart / amori superficiali, effimeri / febbrile sessualizzazione, conseguentemente, di ogni
incontro / poi ritorno periodico a una separazione confortevole e disperata / distrazione
permanente, quindi ignoranza di s, quindi paura di s, quindi paura dellaltro. La vita
comune che si delineava a Zuccotti Park, in tenda, al freddo, sotto la pioggia, circondati
dalla polizia nella piazza pi sinistra di Manhattan, non era certo il dispiegamento della
vita nuova, ma solo il punto a partire dal quale la tristezza dellesistenza metropolitana
cominciava a divenire flagrante. Finalmente ci si rendeva conto insieme della nostra
condizione comune, della nostra eguale riduzione al rango di imprenditori di s. Questo
sconvolgimento esistenziale stato il cuore pulsante di Occupy Wall Street, fino a quando
Occupy Wall Street fu fresco e vivace.
Quello che in gioco nelle insurrezioni contemporanee la domanda di sapere che cos
una forma desiderabile della vita, e non la natura delle istituzioni che la dominano. Ma
riconoscerlo implicherebbe immediatamente di riconoscere la nullit etica dellOccidente.

Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione 21


E questo vieterebbe di credere che la vittoria di questo o quel partito islamico in seguito
a questa o quella sollevazione sia dovuta a una supposta arretratezza mentale delle
popolazioni. Bisognerebbe al contrario ammettere che la forza degli islamisti risiede
proprio nel fatto che la loro ideologia politica si presenta innanzitutto come un sistema di
prescrizioni etiche. Detto altrimenti, se loro riescono meglio degli altri politici perch non
si pongono centralmente sul terreno della politica. Si potr allora finirla di piagnucolare
o di gridare al lupo ogni volta che un adolescente sincero preferisce raggiungere i ranghi
degli jihadisti piuttosto che la coorte suicidaria dei salariati del terziario. E si accetter,
come adulti, di scoprire il nostro volto in questo specchio poco lusinghiero.
Nel 2012, in Slovenia, nella tranquilla citt di Maribor, esplosa una rivolta di strada che
si poi diffusa in buona parte del paese. Uninsurrezione in un paese dalle apparenze quasi
elvetiche gi qualcosa di abbastanza inatteso. Ma ci che pi sorprende il fatto che il
suo punto di partenza sia stata la rivelazione che se gli autovelox si moltiplicavano in citt
era perch unimpresa privata vicina al potere si intascava la quasi totalit delle multe. Si
pu immaginare qualcosa di meno politico di una questione di autovelox come punto
di partenza di uninsurrezione? Ma ci pu essere qualcosa di pi etico del rifiuto di farsi
tosare come delle pecore? Michael Kohlhaas nel XXI secolo. Limportanza del tema della
corruzione imperante in quasi tutte le rivolte contemporanee attesta quanto siano etiche
prima di essere politiche, oppure che sono politiche precisamente perch disprezzano la
politica, compresa la politica radicale. Fino a quando essere di sinistra significher negare
lesistenza di verit etiche e sostituire a questa mutilazione una morale, tanto debole quanto
opportunista, i fascisti potranno continuare a passare per lunica forza politica affermativa,
essendo i soli a non scusarsi di vivere come vivono. Passeranno di successo in successo e
continueranno a ritorcere contro se stessa lenergia delle rivolte nascenti.
Forse qui la ragione della sconfitta, altrimenti incomprensibile, di tutti i movimenti
contro lausterit in Europa, i quali, viste le condizioni attuali, avrebbero dovuto
incendiare la prateria e invece sono ancora alla decima, fiacca, partenza. Il fatto che la
questione dellausterit non viene posta sul terreno sulla quale si situa veramente: quello
di un brutale disaccordo etico, di un disaccordo su che cos vivere, il vivere bene. Per dirla
in poche parole: essere austeri nei paesi di cultura protestante considerata una virt,
essere austeri in buona parte del sud dellEuropa vuol dire, in fondo, essere un poveraccio.
Quello che accade attualmente non trova il suo senso nel fatto che qualcuno vuole imporre
a qualcun altro unausterit economica contro la sua volont. La questione che alcuni
pensano che lausterit sia, in assoluto, una cosa buona, mentre altri considerano, senza
davvero osare dirlo, che lausterit sia, in assoluto, una miseria. Limitarsi a lottare contro
i piani di austerit non solo aggrava il malinteso ma, per di pi, assicura la sconfitta nel
mentre si ammette implicitamente unidea della vita che non ci corrisponde. Non bisogna
cercare altrove il motivo dello scarso entusiasmo della gente nel lanciarsi in una battaglia
perduta in anticipo. Bisogna invece assumere la vera posta in gioco del conflitto: una
certa idea protestante della felicit essere lavoratore, economo, sobrio, onesto, diligente,
moderato, modesto, discreto vuole imporsi ovunque in Europa. Quello che andrebbe
contrapposto ai piani di austerit allora unaltra idea della vita, che consiste, per esempio,
nel condividere pi che nelleconomizzare, nel conversare piuttosto che nel non proferir

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parola, nel battersi e non nel subire, nel celebrare le nostre vittorie invece di evitarle,
nellentrare in contatto piuttosto che nellessere riservati. incommensurabile la forza data
ai movimenti indigeni del subcontinente americano dal fatto di assumere il buen vivir
come affermazione politica. Da un lato, questo traccia un contorno netto di quello per
cui e di quello contro il quale si lotta; dallaltro, apre alla scoperta serena delle mille altre
maniere in cui si pu intendere la buona vita, maniere che per quanto differenti non
sono tra loro nemiche, almeno non necessariamente.

2. La retorica occidentale senza sorprese. Ogni volta che una sollevazione di massa
abbatte un satrapo fino al giorno prima onorato da tutte le ambasciate si dice che perch
il popolo aspira alla democrazia. Lo stratagemma vecchio quanto Atene. E funziona
cos bene che persino lassemblea di Occupy Wall Street, nel novembre 2011, ha ritenuto
giusto assegnare 29.000 dollari a una ventina di osservatori internazionali per andare a
controllare la regolarit delle elezioni egiziane. A questo dei compagni di piazza Tahrir,
che si pensava di aiutare in quel modo, hanno risposto: In Egitto non abbiamo fatto
la rivoluzione per le strade col semplice obiettivo di ottenere un Parlamento. La nostra
lotta che pensiamo di condividere con voi molto pi larga dellottenimento di una
democrazia parlamentare ben funzionante.
Lottare contro un tiranno non significa lottare per la democrazia si pu anche lottare per
avere un altro tiranno, per il califfato o per la semplice gioia di lottare. Ma, soprattutto, se
c davvero qualcosa che non ha nulla a che fare con il principio aritmetico di maggioranza,
ebbene, sono proprio le insurrezioni, la cui vittoria dipende da criteri qualitativi - la
determinazione, il coraggio, la fiducia in se stessi, lintelligenza strategica, lenergia collettiva.
Se le elezioni costituiscono da almeno due secoli lo strumento pi consueto, dopo lesercito,
per far tacere le insurrezioni, perch gli insorti non sono mai una maggioranza. Quanto
al pacifismo, che viene associato cos naturalmente allidea di democrazia, anche in questo
caso lasciamo la parola ai compagni del Cairo: Chi dice che la rivoluzione egiziana
stata pacifica non ha visto gli orrori che la polizia ci ha inflitto, non ha visto neanche la
resistenza e la forza che i rivoluzionari hanno utilizzato contro la polizia per difendere
le occupazioni e i propri spazi. Il governo stesso lo ha confessato: 99 commissariati sono
stati incendiati, migliaia di automobili della polizia sono state distrutte e tutti gli uffici
del partito al potere sono stati bruciati. Linsurrezione non rispetta alcun formalismo,
nessuna delle procedure democratiche. Essa impone, come ogni grande manifestazione,
il proprio uso dello spazio pubblico. Essa , come ogni sciopero determinato, una politica
del fatto compiuto. il regno delliniziativa, della complicit pratica, del gesto: la decisione
viene presa nella strada, ricordando a chi lo avesse dimenticato che popolare viene dal
latino populor, devastare, distruggere. Linsurrezione pienezza dellespressione nei
canti, sui muri, nei discorsi, negli scontri e assenza di deliberazione. Forse il miracolo
dellinsurrezione consiste in questo: nello stesso tempo in cui dissolve la democrazia come
problema, ne prefigura gi un al di l.
Ovviamente non mancano degli ideologi, come Antonio Negri e Michael Hardt, pronti a
dedurre dalle sollevazioni degli ultimi anni che la costituzione di una societ democratica

Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione 23


allordine del giorno e a proporsi di renderci capaci di democrazia insegnandoci le
competenze, i talenti e le conoscenze necessarie a governarci. Per loro, come riassume
rozzamente un negrista spagnolo: Da Tahrir alla Puerta del Sol, da piazza Syntagma
a piazza Catalunya, un grido si ripete di strada in strada: Democrazia. Questo il
nome dello spettro che oggi si aggira per il mondo. In effetti tutto andrebbe bene se la
retorica democratica non fosse una voce proveniente dal cielo e imposta dallesterno su
ogni sollevazione, dai governanti o da chi vorrebbe succedergli. La si dovrebbe ascoltare
religiosamente, come lomelia del prete, e pure sorridendo. Ma non si pu non constatare
come questa retorica abbia uneffettiva presa sugli spiriti, sui cuori, sulle lotte, come mostra
il movimento detto degli indignati di cui si tanto parlato. Scriviamo indignati tra
virgolette perch nel corso della prima settimana di occupazione della Puerta del Sol si
faceva riferimento a piazza Tahrir e non allinoffensivo opuscolo del socialista Stphane
Hessel, il quale fa lapologia di una insurrezione cittadina delle coscienze per scongiurare
la minaccia di una vera insurrezione. Solo in seguito a unoperazione di ricodificazione,
compiuta dopo due settimane doccupazione dal quotidiano El Pas, anchesso legato al
partito socialista, quel movimento ha ricevuto il suo nome piagnucoloso, cio buona parte
della sua eco e lessenziale dei suoi limiti. Ci vale daltronde anche per la Grecia dove coloro
che occupavano piazza Syntagma rifiutarono in blocco letichetta di aganaktismenoi
(indignati) che i media gli avevano incollato addosso, preferendo chiamarsi movimento
delle piazze. Movimento delle piazze, nella sua neutralit fattuale, comunque rendeva
conto meglio della complessit, se non della confusione, di queste strane assemblee in cui
i marxisti coabitavano con i buddhisti della via tibetana e i fedeli di Syriza con dei patrioti
borghesi. La manovra spettacolare, e ben conosciuta, consiste nel prendere il controllo
simbolico dei movimenti celebrandoli in un primo tempo per quel che non sono, allo
scopo di poterli meglio sotterrare al momento opportuno. Assegnandogli lindignazione
come contenuto li si condannava allimpotenza e alla menzogna. Nessuno mente tanto
quanto lindignato, constatava Nietzsche. Egli mente sulla sua estraneit rispetto a quello
per cui si indigna, fingendo di non avere nulla a che fare con ci che suscita in lui quel
sentimento. Egli postula la propria impotenza, in modo da potersi meglio sottrarre a
ogni responsabilit circa il corso delle cose; poi la converte in affetto morale, in affetto di
superiorit morale. Crede di avere dei diritti, il poveretto. Se si sono gi viste delle folle in
collera fare delle rivoluzioni, non si sono mai viste delle masse di indignati fare altro che
protestare impotentemente. La borghesia si sente oltraggiata e poi si vendica; la piccola
borghesia invece si indigna e poi torna a cuccia.
La parola dordine che stata associata al movimento delle piazze fu quella di democracia
real ya! poich loccupazione della Puerta del Sol fu promossa da una quindicina di
hacktivisti alla fine della manifestazione chiamata come la piattaforma che portava quel
nome il 15 maggio 2011 - 15M lo chiamano da quelle parti. Non si trattava in questo
caso di democrazia diretta come nei consigli operai, n di una vera democrazia allantica,
ma di democrazia reale. Non sorprende che il movimento delle piazze si sia stabilito ad
Atene ad un tiro di schioppo dal luogo della democrazia formale, lAssemblea nazionale.
Fino ad oggi abbiamo ingenuamente pensato che la democrazia reale fosse quella che era
l dentro, come la conosciamo da sempre, con le sue promesse elettorali fatte per essere

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tradite, le sue camere di ratifica chiamate parlamenti e le sue pragmatiche relazioni a
beneficio delle diverse lobby. Ma per gli hacktivisti del 15M la realt della democrazia era
invece il tradimento della democrazia reale. Non indifferente il fatto che siano stati dei
cybermilitanti ad aver lanciato questo movimento. La parola dordine democrazia reale
significa questo: le vostre elezioni che si svolgono ogni cinque anni, i vostri grassi deputati
che non sanno usare un computer, le vostre assemblee che assomigliano a una cattiva
commedia teatrale o a una corsa a chi prima arriva - tutto ci obsoleto. Oggi, grazie alle
nuove tecnologie della comunicazione, grazie a Internet, allidentificazione biometrica,
agli smartphone, ai social network, siete completamente superati. possibile instaurare
una democrazia reale, cio un sondaggio permanente, in tempo reale, dellopinione della
popolazione, sottoponendole realmente ogni decisione prima di prenderla. Uno scrittore
lo anticipava gi negli anni Venti: Si potrebbe immaginare che un giorno delle invenzioni
ingegnose permetteranno a ciascuno di esprimere in ogni momento le proprie opinioni
sui problemi politici senza uscire di casa, grazie a unapparecchiatura in grado di registrare
tutte queste opinioni in una centrale, dove non resterebbe che leggere il risultato. Egli
vi vedeva una prova della privatizzazione assoluta dello Stato e della vita pubblica. Ed
questo sondaggio permanente, pur se riuniti in una piazza, che dovevano manifestare
in silenzio le mani alzate o abbassate degli indignati dopo ogni presa di parola. Anche
lantico potere di acclamare o di fischiare era stato tolto alla folla l presente.
Il movimento delle piazze stato da un lato la proiezione, o meglio, il crash sul reale, del
fantasma cibernetico di una cittadinanza universale, dallaltro un eccezionale momento
di incontri, azioni, feste e di ripresa tra le proprie mani della vita comune. Cosa, questa,
incomprensibile alleterna micro-burocrazia che cerca di far passare i suoi capricci ideologici
come posizioni dellassemblea e che pretende di controllare tutto col pretesto che ogni
azione, ogni gesto, ogni dichiarazione dovrebbe essere convalidata dallassemblea per
avere diritto ad esistere. Per tutti gli altri, questo movimento ha definitivamente liquidato
il mito dellassemblea generale, cio quello della sua centralit. La prima sera, il 16 maggio
2011, in piazza Catalunya a Barcellona cerano 100 persone, il giorno dopo 1000, il giorno
dopo ancora 10.000, per arrivare a essere 30.000 nel corso dei primi due fine settimana. Fu
chiaro a tutti che quando si cos numerosi non c pi alcuna differenza fra democrazia
diretta e democrazia rappresentativa. Lassemblea il luogo in cui si costretti ad ascoltare
delle stronzate senza potervi replicare, esattamente come davanti alla televisione; inoltre
il luogo di una teatralit estenuante e altrettanto menzognera, in quanto mima la sincerit,
labbattimento o lentusiasmo. La burocratizzazione estrema delle commissioni infine ha
avuto ragione sui pi resistenti e ci vollero due settimane alla commissione contenuti
per partorire un documento indigesto e orribile di due pagine in cui veniva riassunto, cos
pensavano, ci in cui crediamo. A quel punto, davanti una situazione cos ridicola, degli
anarchici hanno sottoposto al voto la proposta che lassemblea diventasse un semplice
spazio di discussione, un luogo di informazione e non un organo decisionale. Era davvero
qualcosa di comico: mettere ai voti la proposta di non votare pi. Ma ci fu qualcosa di
ancora pi comico: lo scrutinio fu sabotato da una trentina di trotskisti. E siccome questo
genere di micropoliticanti diffonde tanta noia quanto grande la sua sete di potere,
tutti finirono per abbandonare queste fastidiose assemblee. Non sorprende che molti

Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione 25


partecipanti di Occupy fecero la stessa esperienza, traendone la stessa conclusione. Tanto
a Oakland quanto a Chapel Hill si arriv a considerare che lassemblea non aveva alcun
titolo per convalidare ci che i vari gruppi potevano o volevano fare e che essa era un
luogo di scambio e non di decisione. Quando unidea presentata in assemblea prendeva,
era semplicemente perch un bel po di persone la trovavano buona e si davano i mezzi
per metterla in opera e non in virt di un qualche principio di maggioranza. Le decisioni
prendevano oppure no; non furono mai prese. In piazza Syntagma, un giorno di giugno
2011, migliaia di individui votarono in assemblea generale una serie di azioni da farsi in
metropolitana; il giorno prefissato non cerano nemmeno una ventina di persone per agire
affettivamente. cos che il problema della presa di decisione, ossessione di tutti i fanatici
democratici del mondo, si rivelato non essere mai stato altro che un falso problema.
Il fatto che con il movimento delle piazze il feticismo dellassemblea generale sia
stato sconfitto non intacca minimamente la pratica dellassemblea. Bisogna solo essere
consapevoli che da unassemblea pu uscire solo ci che vi gi contenuto. Se si riuniscono
migliaia di estranei che non condividono niente tranne il fatto di trovarsi nella stessa piazza,
non ci si pu aspettare che ne scaturisca pi di quanto la loro separazione autorizzi. Non
bisogna immaginare per esempio che unassemblea possa, per s stessa, arrivare a produrre
quella fiducia reciproca che conduce a prendersi insieme il rischio di agire illegalmente.
Che sia possibile una cosa cos ripugnante come unassemblea generale di comproprietari
dovrebbe gi premunirci contro la passione per le assemblee generali. Ci che unassemblea
attualizza semplicemente il livello di condivisione esistente. Unassemblea di studenti
non unassemblea di quartiere, la quale non unassemblea di quartiere in lotta contro
la sua ristrutturazione. Unassemblea di operai non la stessa allinizio e alla fine di
uno sciopero. E certamente ha poco a che vedere con unassemblea popolare dei popoli di
Oaxaca. Lunica cosa che qualsiasi assemblea pu produrre, se ci si prova, un linguaggio
comune. Ma laddove lunica esperienza comune la separazione, si sentir solamente il
linguaggio informe della vita separata. Lindignazione allora effettivamente il massimo
dintensit politica al quale pu accedere lindividuo atomizzato, che confonde il mondo
con il suo schermo cos come confonde i suoi sentimenti con i suoi pensieri. Lassemblea
plenaria di tutti questi atomi, a dispetto della sua toccante comunione, non far che esporre
la paralisi indotta da una falsa comprensione del politico e prima di tutto lincapacit ad
alterare minimamente il corso del mondo. Tutto questo fa leffetto di una infinit di volti
incollati a una parete di vetro che osservano stupiti luniverso meccanico che continua a
funzionare senza di loro. Il sentimento di impotenza collettiva, seguito alla gioia di essersi
incontrati e contati, ha disperso i proprietari di tende Quechua alla stessa maniera dei
manganelli e dei lacrimogeni.
E tuttavia in queste occupazioni cera qualcosa che andava molto al di l di questo sentimento
ed era precisamente quello che non trovava posto nel momento teatrale dellassemblea; era
tutto ci che viene dalla miracolosa attitudine dei viventi ad abitare, ad abitare persino
linabitabile: il cuore delle metropoli. Nelle piazze occupate tutto ci che la politica dalla
Grecia classica in poi ha relegato nella sfera in fondo disprezzata della economia, della
gestione domestica, della sopravvivenza, della riproduzione, del quotidiano e del
lavoro, si al contrario affermata come dimensione di una potenza politica collettiva,

26 Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione


sfuggendo alla subordinazione del privato. La capacit di autorganizzazione quotidiana
che vi si dispiegava e che in certi casi ha permesso di sfamare 3000 persone per ogni pasto,
di costruire un villaggio in pochi giorni o di prendersi cura dei rivoltosi feriti, suggella forse
la vera vittoria politica del movimento delle piazze. A questo loccupazione di Taksim
e di Madan hanno aggiunto larte di difendere delle barricate e di confezionare molotov
in quantit industriale. Il fatto che una forma di organizzazione cos banale e prevedibile
come lassemblea sia stata investita di una simile, frenetica, venerazione, la dice lunga sulla
natura degli affetti democratici. Se linsurrezione si accompagna inizialmente alla collera e
poi alla gioia, la democrazia diretta col suo formalismo essenzialmente una faccenda da
angosciati. Non deve accadere nulla che non sia determinato da una procedura prevedibile.
Che nessun evento ci ecceda. La situazione deve restare alla nostra altezza. Nessuno deve
sentirsi ingannato o in conflitto aperto con la maggioranza. Mai nessuno sia obbligato a
contare solo sulle proprie forze per farsi sentire. Non si imponga mai niente, a nessuno.
Per arrivare a questo obiettivo i diversi dispositivi dellassemblea dal giro per la presa
di parola agli applausi silenziosi organizzano uno spazio strettamente ovattato, senza
che vi sia altra asperit che quella di una successione di monologhi, i quali disattivano la
necessit di battersi per ci che si pensa. Se il democratico deve strutturare la situazione
fino a questo punto perch non vi ripone alcuna fiducia ma anche perch, in fondo,
non ha fiducia in se stesso. la sua paura di lasciarsi trasportare dalla situazione che lo
condanna a volerla controllare a ogni costo, spesso fino a distruggerla. La democrazia
innanzitutto linsieme delle procedure tramite le quali si d forma e struttura a questa
angoscia. Non c da fare il processo alla democrazia: non si processa unangoscia.
Solo un dispiegamento onnilaterale dellattenzione attenzione non solo a ci che
detto, ma soprattutto a ci che non lo , attenzione alla maniera in cui le cose sono dette,
a quello che si legge sui volti e nei silenzi pu liberarci dallaffezione per le procedure
democratiche. Si tratta di sommergere il vuoto mantenuto dalla democrazia tra gli atomi
individuali con un pieno di attenzione reciproca, con unattenzione inedita per il mondo
comune. La posta in gioco consiste nel sostituire al regime meccanico dellargomentazione
un regime di verit, di apertura, di sensibilit verso ci che presente. Nel XII secolo,
quando Tristano e Isotta si incontrano nella notte e conversano un parlamento; quando
delle persone, favorite dalla strada e dalle circostanze, si radunano e si mettono a discutere
una assemblea. Ecco che cosa bisogna contrapporre alla sovranit delle assemblee
generali, alle chiacchiere dei parlamenti: la riscoperta della carica affettiva legata alla
parola, alla parola vera. Il contrario della democrazia, non la dittatura, la verit. Ed
proprio perch sono dei momenti di verit, in cui il potere nudo, che le insurrezioni non
sono mai democratiche.

3. La pi grande democrazia del mondo lancia senza grande scalpore una caccia globale
a uno dei suoi agenti, Edward Snowden, il quale ha avuto la pessima idea di rivelare il
suo programma di sorveglianza generalizzata delle comunicazioni. Di fatto la maggior
parte delle nostre belle democrazie occidentali sono diventate degli spudorati regimi
polizieschi, mentre la maggior parte dei regimi polizieschi odierni ostentano fieramente il

Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione 27


titolo di democrazia. Nessuno si scandalizzato per il fatto che un primo ministro come
Papandrou si sia visto licenziare senza preavviso per aver avuto lidea davvero incredibile
di sottoporre la politica del suo paese, cio quella della Troika, agli elettori. Daltro canto
ormai diventata unabitudine, in Europa, sospendere le elezioni quando si prevedono esiti
incontrollabili; oppure si fanno rivotare i cittadini quando non danno il risultato atteso
dalla Commissione europea. I democratici del mondo libero che fino a ventanni fa si
pavoneggiavano, si staranno strappando i capelli. Sapete che Google, a fronte allo scandalo
della sua partecipazione al programma di spionaggio Prism, si ridotta a invitare Henry
Kissinger per spiegare ai suoi dipendenti che bisognava farlo, che la nostra sicurezza
richiede questo prezzo? C qualcosa di comico nellimmaginare luomo di tutti i colpi di
Stato fascisti degli anni Settanta in America del Sud, dissertare di democrazia davanti a
degli impiegati cos cool, cos innocenti e apolitici come quelli di Google nella Silicon
Valley.
Ci si sovviene della frase di Rousseau nel Contratto sociale: Se esistesse un popolo di di,
si governerebbe democraticamente. Un governo cos perfetto non conviene agli uomini.
O di quella, pi cinica, di Rivarol: Ci sono due verit che non bisogna mai separare in
questo mondo: la prima, che la sovranit risiede nel popolo; la seconda, che il popolo non
deve mai esercitarla.
Edward Bernays, il fondatore delle public relations, comincia cos il primo capitolo del
suo libro Propaganda, intitolato Organizzare il caos: La manipolazione cosciente
e intelligente delle opinioni e delle abitudini organizzate delle masse svolge un ruolo
importante nelle nostre societ democratiche. Coloro che manipolano questo meccanismo
sociale impercettibile costituiscono il governo invisibile che governa veramente il paese.
Era il 1928. Quello che si intende, in fin dei conti, quando si parla di democrazia
lidentit tra governanti e governati, quali che siano i mezzi attraverso i quali si ottiene
questa identit. da questa identit che viene lepidemia dipocrisia e isteria che affligge le
nostre contrade. In regime democratico si governa senza dare troppo nellocchio; i padroni
si agghindano con gli attributi dello schiavo e gli schiavi si credono padroni. Gli uni,
esercitando il potere in nome della felicit delle masse, si trovano condannati a unipocrisia
costante, gli altri, immaginano di disporre di un potere di acquisto, di diritti o di una
opinione che viene continuamente calpestata e diventano isterici. E siccome lipocrisia
la virt borghese par excellence, c sempre qualcosa di irrimediabilmente borghese nella
democrazia. Su questo punto il sentimento popolare non si lascia ingannare.
Che sia democratico alla Obama o partigiano accanito dei consigli operai, quale che sia
la maniera in cui ci si immagina lautogoverno del popolo, la questione della democrazia
finisce sempre con loccultare quella del governo. Questo il suo postulato e il suo impensato:
necessario governare. Governare un modo molto particolare di esercitare il potere.
Governare non significa imporre una disciplina a un corpo, n far rispettare la Legge su
un territorio fino a suppliziare i trasgressori, come sotto lAncien Rgime. Un re regna.
Un generale comanda. Un giudice giudica. Governare unaltra cosa. Significa guidare
le condotte di una popolazione, di una molteplicit sulla quale bisogna vegliare come un
pastore sul suo gregge, in modo da massimizzarne il potenziale e orientarne la libert.
Significa quindi tener conto dei suoi desideri, modellare i suoi modi di fare e di pensare,

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le sue abitudini, i suoi timori, le sue disposizioni, il suo ambiente. Vuol dire dispiegare un
insieme di tattiche: tattiche discorsive, poliziesche, materiali, facendo grande attenzione
alle emozioni popolari, alle loro misteriose oscillazioni; significa agire a partire da una
sensibilit costante alla congiuntura affettiva e politica in modo da prevenire la rivolta e
la sovversione. Agire sullambiente e modificarne continuamente le variabili, agire sugli
uni per influenzare la condotta degli altri, per mantenere il dominio sul gregge. Significa,
insomma, condurre una guerra senza che ne abbia il nome e lapparenza su quasi tutti i
piani dellesistenza umana. Una guerra dinfluenza, sottile, psicologica, indiretta.
Dal XVII secolo in poi, ci che non ha mai smesso di svilupparsi, in Occidente, non
il potere dello Stato, bens, prima attraverso ledificazione degli stati nazionali e adesso
tramite le loro rovine, il governo in quanto forma di potere specifica. Se oggi le vecchie
sovrastrutture arrugginite degli Stati-nazione possono essere lasciate crollare senza
timore perch devono lasciare il posto a questa famosa governance, flessibile, plastica,
informale, taoista, che si impone in ogni campo, nella gestione di s, delle relazioni, delle
citt o delle imprese. Noialtri, rivoluzionari, non riusciamo a sottrarci alla sensazione che
se perdiamo una dopo laltra tutte le battaglie perch vengono condotte su un piano al
quale non abbiamo mai avuto accesso, sia perch ammassiamo le nostre forze attorno a
posizioni gi perdute e sia perch gli attacchi vengono portati l dove non sappiamo come
difenderci. Ci dipende in larga parte dal fatto che immaginiamo ancora il potere sotto
forma di Stato, di Legge, di Disciplina, di Sovranit, mentre in quanto governo che esso
avanza continuamente. Cerchiamo il potere allo stato solido mentre ormai da parecchio
tempo che passato allo stato liquido, se non gassoso. Presi dalla disperazione finiamo
per sospettare di tutto quello che ancora possiede una forma precisa abitudini, fedelt,
radicamento, padronanza o logica mentre il potere si manifesta piuttosto nellincessante
dissoluzione di tutte le forme.
Le elezioni non hanno nulla di particolarmente democratico: per lungo tempo i re
furono eletti e rari sono gli autocrati che tengono il broncio davanti a un piccolo piacere
plebiscitario di tanto in tanto. Le elezioni sono democratiche in ci che permettono di
assicurare, consistente non certo in una partecipazione della gente al governo bens in
una certa adesione a esso, grazie allillusione di avere contribuito almeno un p alla sua
scelta. La democrazia, scriveva Marx, la verit di tutte le forme di Stato. Si sbagliava.
La democrazia la verit di tutte le forme di governo. Lidentit di governante e governato
il punto limite in cui il gregge diventa pastore collettivo e il pastore si dissolve nel suo
gregge, quello in cui la libert coincide con lobbedienza, la popolazione con il sovrano.
Il riassorbimento luno nellaltro del governante e del governato il governo allo stato
puro, senza pi alcuna forma n limite. Non un caso che oggi si teorizzi la democrazia
liquida. Poich qualunque forma fissa un ostacolo allesercizio del puro governo. Nel
grande movimento di fluidificazione generale, non ci sono pi sistemi darresto. Vi sono
solo i gradienti di un asintoto. Pi fluido, pi governabile, pi democratico. Il single
metropolitano evidentemente pi democratico della coppia sposata, la quale a sua
volta pi democratica del clan familiare, che a sua volta pi democratico del quartiere
mafioso.
Quelli che hanno creduto che le forme del Diritto fossero una conquista definitiva della

Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione 29


democrazia, e non una forma transitoria in via di superamento, sono serviti. Quelle
forme sono ormai un ostacolo formale sia alleliminazione dei nemici combattenti
della democrazia che alla continua riorganizzazione delleconomia. DallItalia degli
anni Settanta alle dirty wars di Obama, lantiterrorismo non una spiacevole violazione
dei nostri bei principi democratici, uneccezione ai loro margini, bens il continuo atto
costituente delle democrazie contemporanee. Gli Stati Uniti hanno compilato una lista di
680.000 terroristi del mondo intero e mantengono un corpo di 25.000 uomini, gli JSOC,
incaricati di uccidere segretamente quasi chiunque, sempre e ovunque. Con la loro flotta
di droni poco attenti allesatta identit di coloro che fanno a pezzi, le esecuzioni extra-
giudiziarie si sono sostituite alle procedure extra-giudiziare del tipo Guantnamo. Chi se
ne scandalizza semplicemente non capisce che cosa significhi governare democraticamente.
rimasto fermo a una fase precedente, quella in cui lo Stato moderno parlava ancora il
linguaggio della Legge.
In Brasile, si arrestano per terrorismo dei giovani il cui crimine di aver voluto organizzare
una manifestazione contro il Mondiale di calcio. In Italia, si incarcerano quattro compagni
per terrorismo motivandolo con il fatto che un attacco al cantiere del TAV, rivendicato da
tutto il movimento, avrebbe incendiato un compressore e quindi gravemente danneggiato
limmagine del paese. Inutile moltiplicare gli esempi, si tratta di un fatto universale: tutto
ci che resiste agli attacchi dei governi sar sempre pi trattato come terrorista. Uno
spirito liberale potrebbe temere che i governi stiano intaccando la legittimit democratica.
Niente affatto: cos facendo, la rifondano. A patto che loperazione funzioni. Se hanno ben
sondato gli animi e preparato il terreno delle sensibilit. Perch pu accadere che, come
quando Ben Ali o Mubarak hanno denunciato come bande di terroristi le folle scese in
strada, il discorso non abbia presa e loperazione di rifondazione si ritorca contro loro
stessi; la sua sconfitta gli toglie il tappeto della legittimit da sotto i piedi; si ritrovano a
pedalare nel vuoto, sotto gli occhi di tutti; la loro caduta imminente. Loperazione rivela
la propria natura solo quando fallisce.

4. Partita dallArgentina, la parola dordine Que se vayan todos! ha davvero fatto tremare
i potenti del mondo intero. Innumerevoli sono le lingue con le quali, nel corso degli ultimi
anni, abbiamo urlato il nostro desiderio di destituire il potere in carica. Il fatto sorprendente
che in molti casi ci si sia pure riusciti. Ma, quale che sia la fragilit dei regimi che hanno
fatto seguito a simili rivoluzioni, la seconda parte dello slogan, Y que no quede ni uno!
- e che non ne resti nemmeno uno! -, rimasta lettera morta: nuovi fantocci hanno
occupato i posti lasciati vacanti. Il caso pi esemplare indubbiamente quello dellEgitto.
Tahrir ha ottenuto la testa di Mubarak e il movimento Tamarut quella di Morsi. La strada
ha ogni volta preteso una destituzione che non aveva la forza di organizzare, infatti sono le
forze gi organizzate, i Fratelli musulmani prima e poi lesercito, ad aver usurpato questa
destituzione volgendola a proprio favore. Un movimento che esige finisce sempre per avere
la peggio di fronte a una forza che agisce. Si ammirer, inoltre, come il ruolo di sovrano e
quello di terrorista siano alla fine intercambiabili, come velocemente si passa dai palazzi
del potere ai sottosuoli delle prigioni, e viceversa.

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Il lamento che generalmente si eleva tra gli insorti di ieri, allora recita: La rivoluzione
stata tradita. Non siamo morti perch un governo provvisorio organizzasse delle elezioni
e perch poi unassemblea costituente preparasse una nuova costituzione per dettare le
modalit delle nuove elezioni dalle quali verr fuori un nuovo regime, praticamente identico
al precedente. Volevamo che la vita cambiasse e invece nulla cambiato, o molto poco.
Su questo punto i radicali hanno la loro solita spiegazione: il popolo dovrebbe governarsi
da s invece di eleggere dei rappresentanti. Se le rivoluzioni sono sistematicamente
tradite, magari opera della fatalit; o magari segno che nella nostra idea di rivoluzione
vi sono dei vizi nascosti che la condannano a un tale destino. Uno di questi vizi risiede
nel fatto che spesso pensiamo ancora la rivoluzione come una dialettica tra il costituente
e il costituito. Crediamo ancora alla favola secondo cui ogni potere costituito si radica
in un potere costituente, che lo Stato sia unemanazione della nazione, come il monarca
assoluto lo di Dio, e che sotto la costituzione in vigore esista permanentemente unaltra
costituzione, un ordine allo stesso tempo soggiacente e trascendente, il pi delle volte
muto ma che pu manifestarsi allimprovviso come il fulmine. Vogliamo credere che sia
sufficiente che il popolo si riunisca, se possibile davanti al parlamento, e che gridi Voi
non ci rappresentate!, perch attraverso la sua semplice epifania il potere costituente
cacci magicamente i poteri costituiti. Questa finzione del potere costituente di fatto serve
solo a nascondere lorigine propriamente politica, il coup de force con cui ogni potere si
istituisce. Quelli che hanno preso il potere retroproiettano sulla totalit sociale, che ormai
controllano, la fonte della propria autorit e cos la faranno legittimamente tacere, in suo
nome. cos che si realizza regolarmente la prodezza di far sparare sul popolo in nome del
popolo. Il potere costituente labito di luce con il quale si riveste lorigine sempre sordida
del potere, il velo che ipnotizza e fa credere a tutti che il potere costituito molto pi di
ci che .
Quelli che, come Antonio Negri, si propongono di governare la rivoluzione vedono
ovunque, dalla rivolta delle banlieue fino alle sollevazioni del mondo arabo, nientaltro
che lotte costituenti. Un negrista madrileno, sostenitore di un ipotetico processo
costituente emerso dal movimento delle piazze, osa perfino fare appello alla creazione
del partito della democrazia, il partito del 99%, in vista di articolare una nuova
costituzione democratica tanto qualunque, cos a-rappresentativa, cos post-ideologica
quanto stato il 15M. Questo genere di stupidaggini ci incitano piuttosto a ripensare
lidea di rivoluzione come pura destituzione.
Istituire o costituire un potere significa dotarlo di una base, di un fondamento, di una
legittimit. Vuol dire, per un apparato economico, giudiziario o poliziesco, ancorare la
propria fragile esistenza ad un piano che lo superi, in una trascendenza pensata come
inaccessibile. Con questa operazione, quella che sempre unentit localizzata, determinata
e parziale si eleva verso un altrove dal quale potr poi pretendere di abbracciare il tutto;
in quanto costituito che un potere diviene ordine senza fuori, esistenza senza confronto,
qualcosa che pu solo sottomettere o annientare. La dialettica del costituente e del
costituito conferisce quindi un senso superiore a ci che non mai nientaltro che una
forma politica contingente: cos la Repubblica diventa lo stendardo universale di una
natura umana indiscutibile ed eterna o il califfato lunico riparo della comunit. Il potere

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costituente nomina questo mostruoso sortilegio grazie al quale lo Stato non ha mai torto,
essendo fondato sulla ragione; non ha mai nemici, giacch opporglisi significa essere un
criminale; pu fare qualsiasi cosa, essendo senza onore.
Per destituire il potere non basta dunque sconfiggerlo nelle strade, smantellare i suoi
apparati, bruciarne i simboli.
Destituire il potere significa privarlo del suo fondamento. Ed appunto quello che fanno
le insurrezioni. Qui, il potere costituito appare per ci che , nelle sue mille manovre
efficaci o maldestre, rozze o sofisticate. Il re nudo, si dice allora, perch il velo del
costituente lacerato e ciascuno pu vedervi attraverso. Destituire il potere significa
privarlo della legittimit, condurlo ad assumere il suo carattere arbitrario, a rivelare la
sua dimensione contingente. Significa mostrare che pu reggere solo nella situazione,
dispiegando stratagemmi e artifici - significa farne una configurazione passeggera delle
cose che, come tante altre, deve combattere e mistificare per sopravvivere. Significa
forzare il governo ad abbassarsi al livello degli insorti, i quali non possono pi essere
dei mostri, dei criminali o dei terroristi ma, semplicemente, dei nemici. Significa
costringere la polizia a essere nientaltro che una gang e la giustizia unassociazione a
delinquere. Nellinsurrezione, il potere in carica solo una forza tra le altre su un piano di
lotta comune, non pi questa meta-forza che regge, ordina o condanna tutte le potenze.
Tutte le carogne hanno un indirizzo. Destituire il potere, significa riportarlo sulla terra.
Quale che sia lesito degli scontri nelle strade, linsurrezione ha gi da sempre dislocato
il tessuto compatto delle credenze che permettono al governo di esercitarsi. Per questo
quelli che hanno fretta di sotterrare linsurrezione non perdono il loro tempo a cercare
di rammendare il fondamento in briciole di una legittimit ormai perduta. Al contrario,
tentano di infondere nel movimento stesso una nuova pretesa alla legittimit, cio una
nuova pretesa a essere fondato sulla ragione, a sovradeterminare il piano strategico sul
quale si scontrano le diverse forze. La legittimit del popolo, degli oppressi o del
99% il cavallo di Troia mediante cui si riporta del costituente nella destituzione
insurrezionale. il metodo pi efficace per vincere uninsurrezione - quella che non
necessita neanche di essere sconfitta nelle strade. Per rendere la destituzione irreversibile,
dobbiamo cominciare dunque col rinunciare alla nostra legittimit. Bisogna abbandonare
lidea che si fa la rivoluzione in nome di qualcosa, che esisterebbe unentit essenzialmente
giusta e innocente che le forze rivoluzionarie avrebbero il compito di rappresentare. Non
si riporta il potere sulla terra per innalzare se stessi al di sopra dei cieli.
Destituire la forma di potere specifica di questepoca richiede, per cominciare, di riportare
al suo rango di ipotesi levidenza che vuole che gli uomini devono essere governati, sia
democraticamente da loro stessi, sia gerarchicamente da altri. Questo presupposto risale
almeno alla nascita greca della politica - la sua potenza tale che persino gli zapatisti
hanno riunito i loro comuni autonomi allinterno di giunte del buon governo. qui
allopera unantropologia situabile, che si ritrova tanto nellanarchico individualista che
aspira alla piena soddisfazione delle proprie passioni e bisogni, quanto nelle concezioni
apparentemente pi pessimiste che vedono nelluomo una bestia avida che solo un
potere vincolante pu trattenere dal divorare il suo prossimo. Machiavelli, per il quale gli
uomini sono Ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de pericoli, cupidi di

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guadagno, si ritrova daccordo con i fondatori della democrazia americana: Quando si
edifica un governo, bisogna partire dal principio secondo cui ogni uomo una canaglia,
postula Hamilton. In entrambi i casi, si parte dallidea che lordine politico abbia vocazione
a contenere una natura umana pi o meno bestiale, in cui lIo si contrappone agli altri
come al mondo, in cui ci sono solamente corpi separati che vanno tenuti insieme tramite
qualche artificio. Come ha dimostrato Marshall Sahlins, questidea di una natura umana
che spetta alla cultura contenere unillusione occidentale. Essa esprime la nostra
miseria, non quella di tutti i terrestri. Per la maggior parte dellumanit legoismo che noi
conosciamo tanto bene non naturale nel senso normativo del termine: esso piuttosto
considerato come una forma di follia o di stregoneria, come un motivo di ostracismo,
di messa a morte o quanto meno di una malattia da cui bisogna guarire. La cupidigia
esprime meno una natura umana presociale che un difetto di umanit.
Ma per destituire il governo non basta criticare questa antropologia e il suo supposto
realismo. Bisogna riuscire a comprenderla dal di fuori, affermare un altro piano di
percezione. Poich noi ci muoviamo effettivamente su un altro piano. Dal fuori relativo di
ci che viviamo, di ci che tentiamo di costruire, siamo arrivati a questa convinzione: la
questione del governo si pone solo a partire da un vuoto, un vuoto che il pi delle volte
stato necessario produrre. Al potere stato necessario essersi sufficientemente distaccato
dal mondo, aver creato un certo vuoto attorno allindividuo, oppure in lui, aver creato
tra gli esseri uno spazio abbastanza deserto perch ci si possa, da qui, domandare come
mettere insieme tutti questi elementi disparati che non hanno pi alcun legame, come
riunire il separato in quanto separato. Il potere crea il vuoto. Il vuoto chiama il potere.
Uscire dal paradigma del governo significa partire politicamente dallipotesi inversa.
Non c vuoto, tutto abitato, ciascuno di noi il luogo di passaggio e di tessitura di una
quantit di affetti, linee, storie, significati, flussi materiali che ci eccedono. Il mondo non ci
circonda, ci attraversa. Ci che abitiamo ci abita. Quello che ci circonda ci costituisce. Noi
non ci apparteniamo. Siamo gi da sempre disseminati in tutto ci a cui ci leghiamo. La
questione non di formare il vuoto dal quale riusciremo finalmente a riprendere quanto
ci sfugge, ma di imparare ad abitare meglio ci che qui, il che implica riuscire a percepirlo
e questo non ha nulla di evidente per i miopi figli della democrazia. Percepire un mondo
popolato non da cose ma da forze, non da soggetti ma da potenze, non da corpi ma da
legami. grazie alla loro pienezza che le forme di vita compiono la destituzione. Qui la
sottrazione affermazione e laffermazione fa parte dellattacco.

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Il potere logistico.
Blocchiamo tutto!

1. Che il potere risiede ormai nelle infrastrutture.


2. Della differenza fra organizzare e organizzarsi.
3. Del blocco.
4. Dellinchiesta.
1. Occupazione della Kasbah a Tunisi, di piazza Syntagma ad Atene, assedio di Westminster
a Londra durante il movimento studentesco del 2011, accerchiamento del parlamento a
Madrid il 25 settembre 2012 o a Barcellona il 15 giugno 2011, scontri attorno alla Camera
dei deputati a Roma il 14 dicembre 2010, tentativo di invadere lAssembleia da Repblica
a Lisbona il 15 ottobre 2011: i luoghi del potere istituzionale esercitano unattrazione
magnetica sui rivoluzionari. Ma quando gli insorti riescono ad assaltare i parlamenti, i
palazzi presidenziali e altre sedi istituzionali, come in Ucraina, in Libia o nel Wisconsin,
scoprono dei luoghi vuoti, vuoti di potere e ammobiliati con cattivo gusto. Se si resiste cos
ferocemente alla loro invasione, dunque, non per impedire al popolo di prendere il
potere, ma per non fargli realizzare che il potere non risiede pi nelle istituzioni. Sono
solo dei templi abbandonati, delle fortezze in disuso, delle semplici scenografie che, in
compenso, restano delle vere trappole per rivoluzionari. Limpulso popolare a invadere la
scena per scoprire che cosa accade dietro le quinte destinato a rimanere deluso. Nemmeno
i pi ferventi complottisti, se vi avessero accesso, vi scoprirebbero qualche arcano: la
semplice verit che il potere non pi quella realt teatrale alla quale la modernit ci
aveva abituati.
Tuttavia, la verit sulla effettiva localizzazione del potere non affatto nascosta;
solo che ci rifiutiamo di vederla perch gelerebbe le nostre confortevoli certezze. Per
rendersi conto di questa verit basta osservare le banconote emesse dall Unione europea.
Anche se n i marxisti n gli economisti neoclassici lhanno mai ammesso, un fatto
archeologicamente accertato: la moneta non uno strumento economico, ma una realt
essenzialmente politica. Non si mai vista una moneta che non fosse sorretta da un ordine
politico in grado di garantirla. Il che spiega anche perch le valute dei vari paesi rechino
tradizionalmente limmagine personale degli imperatori, dei grandi statisti, dei padri
fondatori oppure le allegorie in carne e ossa della nazione. Ebbene, che cosa figura sui
biglietti in euro? Non delle figure umane, n le insegne di una sovranit personale, bens
dei ponti, degli acquedotti, degli archi delle architetture impersonali il cui cuore vuoto.
Ogni europeo ha nelle sue tasche un esemplare stampato della verit sulla natura odierna
del potere. Essa si formula in questo modo: il potere risiede ormai nelle infrastrutture di
questo mondo. Il potere contemporaneo di natura architettonica e impersonale e non
rappresentativa e personale. Il potere tradizionale era di natura rappresentativa: il papa
era la rappresentazione del Cristo sulla Terra, il re, di Dio, il Presidente, del popolo e il
Segretario Generale del Partito, del proletariato. Tutta questa politica personale morta,
perci i pochi tribuni che sopravvivono sulla superficie del globo fanno spettacolo pi
che governare. Il personale politico effettivamente composto da clown di pi o meno
talento; da qui la folgorante ascesa dello squallido Beppe Grillo in Italia o del sinistro
Dieudonn in Francia. Tutto sommato sanno almeno divertirvi. Infatti, rimproverare i
politici di non rappresentarci alla fine significa solo intrattenere una nostalgia, oltre che
sfondare una porta aperta. I politici non sono l per questo, sono l per distrarci, poich
il potere altrove. questa giusta intuizione che diviene folle in tutti i cospirazionismi
contemporanei. Il potere certamente altrove, altrove rispetto alle istituzioni, ma non
nascosto. O se lo , lo al modo della Lettera rubata di Poe. Nessuno lo vede perch tutti
lo hanno, in ogni momento, sotto gli occhi - sotto forma di un traliccio dellalta tensione,

Il potere logistico. Blocchiamo tutto! 35


di unautostrada, di una rotatoria, di un supermercato o di un programma informatico. E
se nascosto lo al modo duna rete fognaria, dun cavo sottomarino, della fibra ottica che
corre lungo i binari della ferrovia o di un data center nel folto di una foresta. Il potere
lorganizzazione stessa di questo mondo, questo mondo modellato, configurato, disegnato.
Il segreto che non c nessun segreto.
Il potere ormai immanente alla vita, cos come essa organizzata tecnologicamente e
commercialmente. Ha lapparenza neutra di una struttura abitativa o della pagina bianca
di Google. Chi determina la configurazione dello spazio, chi governa gli ambienti e le
atmosfere, chi amministra le cose, chi gestisce gli accessi - governa gli uomini. Il potere
contemporaneo si fatto erede da un lato della vecchia scienza di polizia, che consiste nel
vegliare sul benessere e la sicurezza dei cittadini, dallaltro della scienza logistica dei
militari, trasformando larte di muovere gli eserciti in quella di assicurare la continuit
delle reti di comunicazione e la mobilit strategica. Tutti presi dalla nostra concezione
linguistica della cosa pubblica e della politica, abbiamo continuato a dibattere mentre le
vere decisioni venivano eseguite sotto i nostri occhi. Le leggi contemporanee si scrivono con
strutture dacciaio e non con delle parole. Tutta lindignazione dei cittadini non pu che
sbattere la sua testa inebetita contro il cemento armato di questo mondo. Il grande merito
della lotta contro il Tav in Italia quello di aver compreso molto chiaramente quanto si
giocasse di politico in un semplice cantiere pubblico. Una cosa che, simmetricamente,
nessun politico pu ammettere. Come quel Bersani, che rispose un giorno ai No Tav:
Dopotutto stiamo parlando di una ferrovia, non di un bombardiere. Tuttavia il generale
Lyautey, un uomo senza rivali quanto a capacit di pacificare le colonie, osservava che
un cantiere vale un battaglione. Se in ogni parte del mondo, dalla Romania al Brasile, si
moltiplicano le lotte contro le grandi opere, significa che questa intuizione si sta imponendo.
Chi vuole intraprendere qualcosa contro il mondo esistente deve partire da questo dato
di fatto: la vera struttura del potere lorganizzazione materiale, tecnologica e fisica di
questo mondo. Il governo non pi nel governo. Il vuoto di potere durato pi di un anno
in Belgio lo attesta inequivocabilmente: il paese ha potuto fare a meno del governo, dei
rappresentanti eletti, del parlamento, del dibattito politico, delle elezioni, senza che niente
del suo normale funzionamento ne venisse intaccato. Identicamente, sono anni che in
Italia si passa da un governo tecnico allaltro e nessuno si scandalizzato per il fatto che
questa espressione risalga al Manifesto del Partito Politico Futurista del 1918, che incuba
i primi fascisti.
Ormai il potere lordine stesso delle cose e la polizia incaricata di difenderlo. Non
facile pensare un potere che consiste nelle infrastrutture, nei mezzi per farle funzionare,
controllarle e costruirle. Tanto pi, non facile pensare al come contestare un ordine che
non si definisce, che si costruisce passo a passo e senza spiegazioni. Un ordine che si
incorporato negli oggetti della vita quotidiana. Un ordine la cui costituzione politica
la sua costituzione materiale. Un ordine che si d non tanto nelle parole del presidente,
quanto nel silenzio del suo funzionamento ottimale. Allepoca in cui il potere si manifestava
con editti, leggi e regolamenti, vi era ancora la possibilit di criticarlo. Ma non si critica un
muro, lo si distrugge o lo si tagga. Un governo che dispone la vita mediante i suoi strumenti
e le sue ristrutturazioni, i cui enunciati assumono la forma di una strada bordata da segnali

36 Il potere logistico. Blocchiamo tutto!


e sovrastata da videocamere, il pi delle volte appella a una distruzione anchessa senza
spiegazioni. Perci modificare il quadro della vita quotidiana divenuto un sacrilegio:
assomiglia a violare la sua costituzione. Il ricorso indiscriminato alla devastazione nelle
rivolte urbane esprime allo stesso tempo la coscienza di questo stato di cose e una relativa
impotenza di fronte a esso. Il muto e indiscutibile ordine che materializza la pensilina
dellautobus, purtroppo, non giace a pezzi una volta che la si fracassata. Tutti i proclami
ipocriti sul carattere sacro dellambiente, tutte le sante crociate per la sua difesa, si
chiariscono solo alla luce di questa novit: il potere divenuto esso stesso ambientale, si
fuso nel mobilio urbano. questo che si invoca a difendere negli appelli ufficiali alla
preservazione dellambiente, non certo i pesciolini.

2. La vita quotidiana non sempre stata organizzata. Per riuscirci stato necessario
innanzitutto smantellare la vita, cominciando dalla citt. La vita e la citt sono state
decomposte in funzioni, secondo i bisogni sociali. Il quartiere degli uffici, la zona
industriale, il quartiere residenziale, gli spazi ricreativi, il quartieri di tendenza dove
divertirsi, il posto dove si mangia, quello dove si lavora, quelli dove si rimorchia e lauto o il
bus per collegarli, sono il risultato dun lavoro di messa in forma della vita che equivale alla
devastazione di ogni forma di vita. stato portato avanti con metodo, per oltre un secolo,
da unintera casta di organizzatori, una grigia armata di manager. La vita e luomo sono
stati sezionati in un insieme di bisogni per poi organizzarne la sintesi. Poco importa che
questa sintesi abbia assunto il nome di pianificazione socialista o quello di mercato.
Poco importa che tutto ci abbia portato al fallimento delle nuove citt o al successo dei
quartieri alla moda. Il risultato lo stesso: deserto e anemia esistenziale. Non resta nulla
di una forma di vita una volta che la si decomposta in organi. Da tutto questo proviene,
al contrario, la gioia palpabile che debordava dalle piazze occupate di Puerta del Sol, di
Tahrir, di Gezi o lattrattiva esercitata dalloccupazione dei terreni a Notre-Dame-des-
Landes, nonostante la melma infernale che caratterizza il bocage nantese. Da tutto quello
viene la gioia che si lega ad ogni comune. Improvvisamente la vita cessa di essere tagliata
in tronconi riconnessi tra loro. Dormire, battersi, mangiare, curarsi, fare festa, cospirare,
discutere, scaturiscono da un unico movimento. Niente organizzato, tutto si organizza.
La differenza notevole. Luna richiede la gestione, laltra lattenzione disposizioni
altamente incompatibili.
Raccontando le sollevazioni aymara dei primi anni 2000 in Bolivia, Raul Zibechi, un
attivista uruguayano, scrive: In questi movimenti lorganizzazione non separata dalla
vita quotidiana; la vita quotidiana stessa che si dispiega nellazione insurrezionale. Egli
constata che nei quartieri di El Alto, nel 2003, un ethos comunalista ha rimpiazzato il
vecchio ethos sindacale. Ecco quello che chiarisce in cosa consiste la lotta contro il potere
infrastrutturale. Chi dice infrastruttura dice che la vita stata separata dalle sue condizioni.
Che sono state poste delle condizioni alla vita. Che essa dipende da fattori su cui non ha
pi alcuna presa. Che ha perso piede. Le infrastrutture organizzano una vita senza mondo,
sospesa, sacrificabile, alla merc di chi le gestisce. Il nichilismo metropolitano solo una
spacconata per non confessarselo. Ci permette invece di chiarire che cosa si cerca nelle

Il potere logistico. Blocchiamo tutto! 37


sperimentazioni in corso in tanti quartieri e villaggi del mondo intero, nonch gli inevitabili
ostacoli. Non un ritorno alla terra, ma un ritorno sulla terra. Quello che costituisce la forza
durto delle insurrezioni, la loro capacit di distruggere durevolmente linfrastruttura
dellavversario, infatti il loro livello di autorganizzazione della vita comune. Il fatto che
uno dei primi riflessi di Occupy Wall Street sia stato quello di andare a bloccare il ponte
di Brooklyn o il fatto che la Comune di Oakland abbia cercato, in migliaia, di paralizzare
il porto della citt durante lo sciopero generale del 12 dicembre 2011, testimoniano del
legame intuitivo tra autorganizzazione e blocco. La fragilit dellautorganizzazione appena
abbozzata in queste occupazioni non ha permesso a questi tentativi di andare pi lontano. Al
contrario, le piazze Tahrir e Taksim sono dei nodi centrali della circolazione automobilistica
del Cairo e di Istanbul. Bloccare questi flussi significava aprire la situazione. Loccupazione
era immediatamente blocco. Di qui la sua capacit di disarticolare il regno della normalit
di unintera metropoli. A un livello completamente diverso, difficile non collegare il fatto
che gli zapatisti oggi si propongano di legare tra loro 29 lotte di difesa contro progetti di
miniere, strade, centrali elettriche e dighe che coinvolgono diversi popoli indigeni di tutto
il Messico, con quello di aver passato gli ultimi dieci anni a dotarsi di tutti i mezzi possibili
per la propria autonomia rispetto ai poteri federali ed economici.

3. Un manifesto del movimento contro il CPE nel 2006, in Francia, diceva: Questo mondo
si mantiene grazie ai flussi. Blocchiamo tutto! Questa parola dordine, allepoca portata
avanti dalla minoranza di un movimento a sua volta minoritario, anche se fu vittorioso,
ha conosciuto da allora una considerevole fortuna. Nel 2009, il movimento contro la
pwofitasyon che ha paralizzato la Guadalupa lha applicata in grande. In seguito, durante
il movimento francese contro la riforma delle pensioni nellautunno 2010, si vista la
pratica del blocco diventare la pratica di lotta elementare, applicandosi in egual maniera
a un deposito di carburante, un centro commerciale, una stazione ferroviaria o un sito di
produzione. Il che rivela un certo stato del mondo.
Non da sottovalutare politicamente il fatto che al cuore del movimento francese contro la
riforma delle pensioni ci sia stato il blocco delle raffinerie. Fin dalla fine degli anni Settanta
esse hanno rappresentato lavanguardia di quelle che allepoca si chiamavano industrie di
processo o di flusso. Si pu dire che da quel momento in poi il funzionamento delle
raffinerie servito da modello per la ristrutturazione della maggior parte delle fabbriche.
Del resto, non bisogna pi parlare di fabbriche ma di siti, di siti di produzione. La differenza
fra la fabbrica e il sito sta nel fatto che una fabbrica una concentrazione di operai, di
competenze, di materie prime, di stock; un sito solo uno dei nodi su di una mappa di
flussi produttivi. Il loro unico tratto comune consiste nel fatto che ci che esce dalluna e
dallaltro ha subito una certa trasformazione rispetto a come vi entrato. La raffineria il
luogo in cui per la prima volta si rovesciato il rapporto fra lavoro e produzione. Loperaio,
o meglio loperatore, non ha pi nemmeno il compito della manutenzione e riparazione
delle macchine, generalmente affidato a dei lavoratori interinali, ma semplicemente di
vigilare su un processo di produzione totalmente automatizzato. Si pu trattare di una
spia che si accende e non dovrebbe. Di un gorgoglo anomalo in una canalizzazione. Di

38 Il potere logistico. Blocchiamo tutto!


un fumo che sfugge stranamente da qualche parte o che non ha laspetto che dovrebbe
avere. Loperaio della raffineria una specie di vigile delle macchine, una figura inoperosa
della concentrazione nervosa. E in tendenza ci valido per la maggior parte dei settori
industriali in Occidente. Loperaio classico si associava gloriosamente al Produttore: qui
il rapporto tra lavoro e produzione semplicemente invertito. C lavoro solo quando la
produzione si ferma, non appena un disfunzionamento la ostacola e bisogna porvi
rimedio. I marxisti possono mettersi lanima in pace: il processo di valorizzazione della
merce, dallestrazione alla pompa di benzina, coincide con il processo di circolazione che,
a sua volta, coincide con il processo di produzione, il quale, daltronde, dipende in tempo
reale dalle fluttuazioni finali del mercato. Il dire che il valore della merce cristallizza il
tempo di lavoro delloperaio fu unoperazione politica tanto fruttuosa quanto sbagliata.
In una raffineria, come del resto in qualsiasi fabbrica perfettamente automatizzata, dirlo
diventato qualcosa di ironico. Diamo alla Cina altri dieci anni dieci anni di scioperi
e di rivendicazioni operaie e le cose andranno allo stesso modo. Non va sottovalutato
ovviamente il fatto che gli operai delle raffinerie siano da tempo tra i meglio pagati
dellindustria e che proprio in questo settore sia stata sperimentata per la prima volta,
almeno in Francia, ci che con un eufemismo si soliti chiamare la fluidificazione dei
rapporti sociali, segnatamente quelli sindacali.
Se la maggior parte dei depositi di carburante francesi sono stati bloccati non dai loro
pochi operai ma da dei professori, dagli studenti, dai camionisti, dai ferrovieri, dai postini,
dai disoccupati e dai liceali, non perch quegli operai non ne avessero il diritto. solo
perch in un mondo in cui lorganizzazione della produzione decentralizzata, mobile e
largamente automatizzata, in cui ogni macchina solo un anello in un sistema integrato
di macchine che la sussume, in cui questo sistema-mondo di macchine, di macchine
che producono macchine, tende a unificarsi ciberneticamente, ogni singolo flusso un
momento della riproduzione dinsieme della societ del capitale. Non c pi alcuna sfera
della riproduzione, della forza-lavoro o dei rapporti sociali, distinta dalla sfera della
produzione. Daltro canto questultima non pi una sfera, quanto piuttosto la trama
del mondo e di tutti i rapporti. Attaccare fisicamente questi flussi in un punto qualsiasi
significa quindi attaccare politicamente il sistema nella sua totalit. Se il soggetto dello
sciopero era la classe operaia, quello del blocco perfettamente chiunque. chiunque,
chiunque decida di bloccare - prendendo cos partito contro la presente organizzazione
del mondo.
Spesso le civilt crollano proprio nel momento in cui hanno raggiunto il loro massimo
grado di sofisticatezza. Ogni catena di produzione si allunga fino a un tale livello di
specializzazione, attraverso un tale numero di intermediari, da ritrovarsi paralizzata
o addirittura distrutta non appena uno solo di essi dovesse venir meno. Tre anni fa gli
stabilimenti Honda in Giappone sono stati costretti a uno dei pi lunghi periodi di inattivit
tecnica, dagli anni Sessanta a questa parte, solo perch il fornitore di un particolare chip
era scomparso nel terremoto del marzo 2011 e nessun altro era in grado di produrlo. In
questa mania di bloccare tutto che ormai accompagna ogni grande movimento, bisogna
leggere un netto rovesciamento del rapporto con il tempo. Noi guardiamo il futuro come
lAngelo della storia di Walter Benjamin guardava il passato. L dove davanti a noi appare

Il potere logistico. Blocchiamo tutto! 39


una catena di avvenimenti, egli vede ununica catastrofe, che ammassa incessantemente
macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Il tempo che passa viene percepito come
una lenta progressione verso una fine probabilmente spaventosa. Ogni decennio a venire
visto come un passo ulteriore verso il caos climatico che, come ormai chiaro a tutti,
la verit del lezioso riscaldamento climatico. Giorno dopo giorno i metalli pesanti
continueranno ad accumularsi nella catena alimentare, come lo fanno i nucleidi radioattivi
e tanti altri inquinanti invisibili ma fatali. Perci bisogna vedere ogni tentativo di bloccare
il sistema globale, ogni movimento, ogni rivolta, ogni sollevazione, come un tentativo
verticale di arrestare il tempo e di biforcare in una direzione meno fatale.

4. Non la debolezza delle lotte che spiega levaporare di ogni prospettiva rivoluzionaria;
lassenza di prospettiva rivoluzionaria credibile che spiega la debolezza delle lotte.
Ossessionati come siamo da unidea politica della rivoluzione, abbiamo finito per
trascurarne la dimensione tecnica. Una prospettiva rivoluzionaria non poggia pi sulla
riorganizzazione istituzionale della societ, bens sulla configurazione tecnica dei mondi.
In quanto tale, essa una linea tracciata nel presente, non unimmagine che fluttua nel
futuro. Se vogliamo ritrovare una prospettiva, dobbiamo agganciare lovvia constatazione
che questo mondo non pu durare con il desiderio di fondarne uno migliore. Perch se
questo mondo si mantiene in piedi prima di tutto grazie alla dipendenza materiale, con
cui ciascuno convive per la sua semplice sopravvivenza, dal buon funzionamento generale
della macchina sociale. Dobbiamo disporre di una conoscenza tecnica approfondita
dellorganizzazione di questo mondo; una conoscenza che permetta al tempo stesso di
mettere fuori uso le strutture dominanti e di guadagnare il tempo necessario a organizzare
il nostro affrancamento materiale e politico dal corso generale della catastrofe, un
affrancamento che non sia perseguitato dallo spettro della penuria n dallurgenza della
sopravvivenza. Per dirla semplicemente: finch non sapremo come fare a meno delle
centrali nucleari e il loro smantellamento sar un business per chi le vuole eterne, aspirare
allabolizione dello Stato continuer a far sorridere; finch la prospettiva di una sollevazione
popolare significher una sicura penuria di cure, di cibo o di energia, non esister un
deciso movimento di massa. In altri termini: dobbiamo riprendere un lavoro meticoloso
di inchiesta. Dobbiamo cercare di incontrare in tutti i settori, su tutti i territori che
abitiamo, coloro che dispongono dei saperi tecnici strategici. Solo a partire da questo dei
movimenti oseranno veramente bloccare tutto. solo cos che si liberer la passione della
sperimentazione di unaltra vita, passione tecnica in larga misura, da considerare come il
rovesciamento della generale dipendenza tecnologica. Questo processo di accumulazione
di sapere, insieme alla creazione di complicit in tutti i campi, la condizione per un
ritorno serio e di massa della questione rivoluzionaria.
Il movimento operaio non stato sconfitto dal capitalismo, ma dalla democrazia,
diceva Mario Tronti. stato sconfitto anche perch non riuscito ad appropriarsi
dellessenziale della potenza operaia. Quel che costituisce un operaio non il fatto di
essere sfruttato da un padrone, cosa che egli condivide con qualsiasi salariato. Quel che
costituisce positivamente un operaio la sua padronanza tecnica, incarnata, di un mondo

40 Il potere logistico. Blocchiamo tutto!


di produzione particolare. Troviamo qui uninclinazione al contempo colta e popolare,
una conoscenza appassionata che costituiva la ricchezza del mondo operaio prima che il
capitale, resosi conto del pericolo contenuto in tale mondo e non prima di averne succhiato
tutte le conoscenze, non decidesse di trasformare gli operai in operatori, sorveglianti e
manutentori delle macchine. Ma anche in questo caso la potenza operaia permane: chi in
grado di far funzionare un sistema sa anche come sabotarlo efficacemente. Ora, nessuno
pu padroneggiare individualmente linsieme delle tecniche che consentono al sistema
attuale di riprodursi. Solo una forza collettiva pu farlo.
Costruire una forza rivoluzionaria, oggi, significa proprio questo: articolare tutti i mondi
e tutte le tecniche rivoluzionariamente necessarie, aggregare tutta lintelligenza tecnica in
una forza storica e non in un sistema di governo.
Il fallimento del movimento francese di lotta contro la riforma delle pensioni dellautunno
2010 ci ha dato infatti unamara lezione: se la CGT riuscita ad avere il controllo complessivo
della lotta in virt della nostra insufficienza su questo piano. Le bastato fare del blocco
delle raffinerie, settore in cui egemonica, il centro di gravit del movimento. In tal modo
si messa in condizione di poter fischiare in qualunque momento il fine partita, riaprendo
le valvole delle raffinerie e allentando cos la pressione sul paese. Ci che mancato al
movimento era infatti una conoscenza minima del funzionamento materiale di questo
mondo, conoscenza che si trova dispersa tra le mani degli operai, concentrata nella testa
duovo di qualche ingegnere e ovviamente messa in comune, dal fronte avversario, in
qualche oscura istanza militare. Se si fosse stati in grado di bloccare lapprovvigionamento
di lacrimogeni della polizia, o di interrompere per una giorno la propaganda televisiva, se
si fosse stati capaci di privare le autorit dellelettricit, possiamo essere certi che le cose
non sarebbero finite cos pietosamente. Del resto, bisogna considerare che la principale
sconfitta politica del movimento consistita nellaver lasciato allo Stato, sotto la forma
delle requisizioni prefettizie, la prerogativa strategica di stabilire chi potesse avere della
benzina e chi no.
Se al giorno doggi volete sbarazzarvi di qualcuno, dovete prendervela con le sue
infrastrutture, scrive molto correttamente un accademico americano. Dalla Seconda
Guerra mondiale a oggi laviazione americana non ha mai smesso di sviluppare lidea di
guerra infrastrutturale, vedendo nelle infrastrutture civili pi banali i migliori obiettivi
per mettere in ginocchio i suoi avversari. Ci daltronde spiega perch le infrastrutture
strategiche di questo mondo siano circondate da un segreto sempre crescente. Per una
forza rivoluzionaria non ha senso saper bloccare linfrastruttura dellavversario se non
capace di farla funzionare, in caso di necessit, a proprio vantaggio. Saper distruggere il
sistema tecnologico presuppone di sperimentare e contemporaneamente mettere allopera
le tecniche che lo rendono superfluo. Ritornare sulla terra significa, per cominciare,
smettere di vivere nellignoranza delle condizioni della nostra esistenza.

Il potere logistico. Blocchiamo tutto! 41


FUCK OFF GOOGLE

1. Che non esiste una rivoluzione Facebook, ma una


nuova scienza di governo, la cibernetica.
2. Guerra agli smarts!
3. Miseria della cibernetica.
4. Tecniche contro tecnologia
1. La genealogia poco conosciuta e quindi merita di esserlo: Twitter proviene da un
programma chiamato TXTMob, inventato da degli attivisti americani per coordinarsi
con i telefoni portatili in occasione delle manifestazioni contro la convenzione naziona-
le repubblicana del 2004. Questapplicazione fu utilizzata da almeno 5000 persone per
condividere in tempo reale informazioni sulle varie azioni e sui movimenti della polizia.
Twitter, lanciato due anni dopo, venne utilizzato anchesso con finalit simili, per esem-
pio in Moldavia, e le manifestazioni iraniane del 2009 hanno reso popolare lidea che
si trattasse di uno strumento necessario al coordinamento degli insorti, specialmente
contro le dittature. Nel 2011, quando le sommosse hanno coinvolto unInghilterra che
si pensava definitivamente impassibile, dei giornalisti si inventarono logicamente che il
tweet aveva facilitato il propagarsi dei disordini dal loro epicentro, Tottenham. Venne
accertato invece che i rivoltosi per comunicare avevano scelto i Blackberry, dei telefonini
criptati creati per il top management di banche e multinazionali e dei quali nemmeno i
servizi segreti britannici avevano le chiavi daccesso. Un gruppo di hackers ha piratato
daltra parte il sito della Blackberry per dissuaderla, dopo i fatti, dal cooperare con la po-
lizia. Se Twitter, in questo caso, ha permesso unautorganizzazione stata invece quella
delle orde di cittadini-spazzini intenzionati a ripulire le strade e a riparare i danni causati
da scontri e saccheggi. Questa iniziativa fu lanciata e coordinata da CrisisCommons,
una rete di volontari che lavorano insieme per costruire e usare strumenti tecnologici
che aiutino ad affrontare i disastri e ad aumentare la resilienza e la risposta a una crisi.
Un giornalaccio di sinistra francese paragon allepoca questa iniziativa allorganizza-
zione di Puerta del Sol durante il movimento dei cosiddetti indignati. Pu sembrare
assurdo lamalgama tra una iniziativa che mira ad accelerare il ritorno allordine e il fatto
di organizzarsi per vivere insieme con migliaia di altre persone in una piazza occupata,
malgrado i ripetuti attacchi della polizia. Salvo non vederci dei gesti spontanei, connessi
e cittadinisti. Gli indignati spagnoli, o almeno una parte non trascurabile, a partire dal
15M hanno mostrato la loro fede nellutopia di una cittadinanza connessa. Per costoro
i social network avevano non solo accelerato la propagazione del movimento del 2011
ma, anche e soprattutto, posto le basi per un nuovo tipo di organizzazione politica per
la lotta e per la societ: una democrazia connessa, partecipativa, trasparente. Non una
gran bella cosa, per dei rivoluzionari, condividere una simile idea con Jared Cohen,
consigliere del governo americano in materia di antiterrorismo che, nel 2009, durante la
rivoluzione iraniana contatt Twitter per indurlo a restare in funzione nonostante la
censura. Jared Cohen ha recentemente scritto con lex dirigente di Google, Eric Schmidt,
un agghiacciante libro politico: The New Digital Age. Gi dalla prima pagina vi si pu leg-
gere questa frase capziosa: Internet il pi grande esperimento di anarchia della storia.
A Tripoli, Tottenham o Wall Street la gente ha protestato contro il fallimento delle po-
litiche attuali e le scarse possibilit offerte dal sistema elettorale [] Hanno perduto la
fede nel governo e nelle altre istituzioni centralizzate del potere [] Non c giustificazio-
ne accettabile del fatto che un sistema democratico limiti la partecipazione dei cittadini
al solo momento del voto. Viviamo in un mondo in cui la gente comune contribuisce a
Wikipedia; organizza in rete manifestazioni nel cyberspazio e nel mondo fisico, come le

Fuck off google 43


rivoluzioni egiziane e tunisine o il movimento degli indignati in Spagna; analizza minuzio-
samente i messaggi diplomatici svelati da WikiLeaks. Le stesse tecnologie che ci permetto-
no di lavorare insieme a distanza creano la speranza che potremmo autogovernarci molto
meglio. Non una indignata che parla, o se lo bisogna precisare che ha occupato per
lungo tempo un ufficio della Casa Bianca: Beth Noveck dirigeva il programma per lOpen
Government dellamministrazione Obama. Questo programma parte dalla constatazione
che la funzione governamentale consiste ormai nel mettere in relazione i cittadini e nel
mettergli a disposizione le informazioni conservate nella macchina burocratica. Infatti,
per il comune di New York: la struttura gerarchica che si fonda sul fatto che il governo
saprebbe cosa buono per voi ormai antiquata. Il nuovo modello per questo secolo fa
leva sulla co-creazione e la collaborazione.
Non sorprende che il concetto di Open Government sia stato elaborato non da dei poli-
tici ma da degli informatici - peraltro ferventi difensori dello sviluppo di programmi open
source - che invocavano lambizione dei Padri fondatori degli Stati Uniti - che ogni citta-
dino prenda parte al governo. Il governo, in questo caso, ridotto al ruolo di animatore
o di facilitatore, infine a quello di piattaforma di coordinamento dellazione civica. Il
parallelo con i social network viene interamente assunto. Come pu la citt pensarsi allo
stesso modo dellecosistema API (interfacce di programmazione) di Facebook o di Twit-
ter?, ci si domanda nel municipio di New York. Ci dovrebbe permetterci di produrre
unesperienza di governo pi centrata sullutente, perch la posta in gioco non solo il
consumo ma la coproduzione di servizi pubblici e di democrazia. Anche volendo ripor-
tare questi discorsi al rango di elucubrazioni, frutto dei cervelli un po surriscaldati della
Silicon Valley, confermano che la pratica di governo tende a identificarsi sempre meno
con la sovranit statale. Nellepoca delle reti governare significa garantire linterconnessio-
ne di uomini, oggetti e macchine, cos come la libera circolazione, cio trasparente, cio
controllabile, dellinformazione prodotta in quel modo. Infatti unattivit che si compie
gi in larga misura al di fuori degli apparati di Stato, anche se questi cercano con ogni
mezzo di conservarne il controllo. Quel che certo che Facebook non tanto il modello
di una nuova forma di governo, quanto la sua realt gi in atto. Il fatto che dei rivoluziona-
ri labbiano impiegato e continuino a farlo per ritrovarsi in massa nelle strade prova solo
che possibile, in determinati contesti, utilizzare Facebook contro se stesso, contro la sua
vocazione essenzialmente poliziesca.
Quando oggi gli informatici si introducono nei palazzi presidenziali o nei municipi delle
pi grandi citt del mondo, non lo fanno per restarvi quanto per enunciare le nuove regole
del gioco: ormai le amministrazioni si trovano in concorrenza con altri che offrono i me-
desimi servizi e che, purtroppo per loro, partono avvantaggiati. Proponendo il suo cloud
per mettere i servizi di Stato al sicuro dalle rivoluzioni, ad esempio il catasto che ormai
accessibile da unapplicazione per smartphone, The New Digital Age sentenzia: In futuro
la gente non si limiter a salvare i propri dati: salver anche il proprio governo. E, nel caso
non si fosse capito chi il boss adesso, conclude: I governi potranno crollare e le guerre
potranno distruggere le infrastrutture fisiche, le istituzioni virtuali gli sopravviveranno.
Ci che si cela, con Google, dietro uninnocente interfaccia e di un motore di ricerca di
rara efficacia, un progetto esplicitamente politico. Unazienda che cartografa il pianeta

44 Fuck off google


Terra, sguinzagliando i suoi team in ognuna delle strade delle citt del mondo, non pu
avere solo mire di carattere commerciale. Si cartografa soltanto ci di cui ci si vuole im-
padronire. Dont be evil!: lasciatevelo fare.
piuttosto sconcertante constatare che, sia sotto le tende che ricoprivano Zuccotti Park,
quanto negli uffici dei gabinetti strategici - cio un po pi in alto nel cielo di New York -
si pensi la risposta al disastro negli stessi termini: connessione, rete, autorganizzazione.
il segno che mentre si varavano le nuove tecnologie della comunicazione che ormai
tessono non solo la loro rete sulla Terra, ma la materia del mondo in cui viviamo, si
stava affermando vittoriosamente un certo modo di pensare e di governare. Ora, le basi
di questa nuova scienza del governo furono gettate da quelli stessi, scienziati e ingegne-
ri, che inventarono i mezzi tecnici per applicarla. La storia la seguente: il matematico
Norbert Wiener, mentre finiva di lavorare per lesercito americano, negli anni Quaranta
si propose di fondare insieme a una nuova scienza anche una nuova definizione delluo-
mo, del suo rapporto al mondo e del rapporto con se stesso. Prese parte a questa impresa
anche Claude Shannon, ingegnere presso Bell e al MIT, i cui lavori sul campionamento o
la misura dellinformazione servirono allo sviluppo delle telecomunicazioni. Come pure
lo stupefacente Gregory Bateson, antropologo a Harvard, impiegato dai servizi segreti
americani nel Sud-Est asiatico durante la Seconda Guerra mondiale, raffinato estimatore
dellLSD e fondatore della Scuola di Palo Alto. O ancora il truculento John von Neumann,
redattore del First Draft of a Report on the EDVAC, considerato come il testo fondatore
della scienza informatica, inventore della teoria dei giochi, apporto determinante alle-
conomia neoliberista, partigiano di un attacco nucleare preventivo contro lURSS e che,
dopo aver stabilito il punto ottimale in cui sganciare la Bomba sul Giappone, non ha mai
smesso di rendere svariati servizi allesercito americano e alla giovane CIA. Dunque, pro-
prio coloro che contribuirono in misura non trascurabile allo sviluppo dei nuovi mezzi
di comunicazione e al trattamento dellinformazione dopo la Seconda Guerra mondiale,
gettarono anche le basi di quella scienza che Wiener chiam cibernetica. Un termine
che Ampre, un secolo prima, aveva avuto la buona idea di definire come la scienza del
governo. E cos, ecco unarte di governare il cui atto fondativo quasi dimenticato ma
i cui concetti hanno camminato sotterraneamente, dispiegandosi allo stesso tempo dei
cavi che venivano tirati uno dopo laltro sullintera superficie del globo, irrigando linfor-
matica come la biologia, lintelligenza artificiale, il management o le scienze cognitive.
Non stiamo vivendo dal 2008 una brusca e inattesa crisi economica, stiamo assistendo
solo al lento fallimento delleconomia politica in quanto arte di governare. L economia
non mai stata n una realt n una scienza; essa nata immediatamente, nel XVII seco-
lo, come arte di governare le popolazioni. Bisognava evitare la carestia per evitare le som-
mossa, donde limportanza della questione dei cereali, nonch produrre ricchezza per
accrescere la potenza del sovrano. La via pi sicura per qualunque governo consiste nel
basarsi sugli interessi degli uomini, diceva Hamilton. Governare voleva dire, una volta
chiarite le leggi naturali delleconomia, lasciar giocare il suo armonioso meccanismo,
muovere gli uomini manovrandone gli interessi. Armonia, prevedibilit delle condotte,
avvenire radioso, supposta razionalit degli attori. Tutto ci implicava una certa fiducia,
il poter fare credito. Ebbene, sono precisamente questi fondamenti della vecchia prati-

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ca governamentale che sono stati polverizzati dalla gestione della crisi permanente. Non
stiamo vivendo una imponente crisi di fiducia, bens la fine della fiducia, diventata su-
perflua per il governo.
Laddove regnano il controllo e la trasparenza, laddove la condotta dei soggetti anticipata
in tempo reale dal trattamento algoritmico della massa di informazioni disponibili su di
essi, non c pi bisogno di dargli fiducia, n che lo facciano loro: sufficiente che siano ben
sorvegliati. Come diceva Lenin, la fiducia va bene, il controllo ancora meglio. La crisi
di fiducia dellOccidente in se stesso, nel suo sapere, nel suo linguaggio, nella sua ragione,
nel suo liberalismo, nel suo soggetto e nel mondo, risale infatti alla fine del XIX secolo;
essa esplode in ogni ambito con e attorno la Prima Guerra mondiale. La cibernetica si
sviluppata su questa piaga aperta della modernit; si imposta come rimedio alla crisi esi-
stenziale e quindi governamentale dellOccidente. Siamo soltanto dei naufraghi, riteneva
Wiener, su un pianeta ormai condannato [] In un naufragio non necessariamente scom-
paiono le regole e i valori umani e noi dobbiamo trarne il pi grande vantaggio possibile.
Finiremo per essere sommersi ma bene che avvenga in una maniera che possiamo fin
da ora considerare degna della nostra grandezza. Il governo cibernetico per sua natura
apocalittico. Il suo fine impedire localmente il movimento spontaneamente entropico,
caotico, del mondo e assicurare delle oasi di ordine, di stabilit e chiss? la perpetua
autoregolazione dei sistemi, mediante la circolazione libera, trasparente e controllabile
dellinformazione. La comunicazione il cemento della societ e quelli il cui lavoro con-
siste nel tenere aperte le vie di comunicazione sono gli stessi da cui dipende primariamen-
te la durata o la caduta della nostra civilt, credeva di sapere Wiener.

2. Negli anni Ottanta, Terry Winograd, il mentore di Larry Page, uno dei fondatori di
Google, e Fernando Flores, gi ministro dellEconomia di Salvador Allende, scrivevano
a proposito della elaborazione dei concetti in ambito informatico che essa di ordine
ontologico. Essa costituisce un intervento sullo sfondo del nostro patrimonio culturale e
ci spinge fuori delle nostre abitudini, andando a toccare in profondit la nostra maniera d
essere. [] Essa necessariamente riflessiva e politica. Si pu dire altrettanto della ciber-
netica. Ufficialmente, siamo ancora governati dal vecchio paradigma occidentale dualista
in cui c il soggetto e il mondo, lindividuo e la societ, gli uomini e le macchine, lo spirito
e il corpo, il vivente e linerte; sono tutte distinzioni ritenute ancora valide dal senso comu-
ne. In realt, il capitalismo cibernetizzato pratica unontologia, e dunque unantropologia,
la cui anteprima riservata ai suoi quadri. Il soggetto occidentale razionale, cosciente dei
propri interessi, aspirante al dominio del mondo e perci stesso governabile, cede il posto
alla concezione cibernetica di un essere senza interiorit, di un selfless self, di un Io senza
Io, emergente, climatico, costituito dalla sua esteriorit, dalle sue relazioni. Un essere che,
armato del suo Apple Watch, giunge a comprendere se stesso integralmente a partire dal
di fuori, dalle statistiche generate da ognuna delle sue condotte. Un Quantified Self che
vorrebbe davvero controllare, misurare e ottimizzare disperatamente ognuno dei suoi ge-
sti, ognuno dei suoi affetti. Per la cibernetica pi avanzata non c gi pi luomo e il suo
ambiente ma un essere-sistema iscritto in un insieme di complessi sistemi di informazio-

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ni, sedi del processo di autorganizzazione. Per luomo, essere vivo equivale a partecipare
a un ampio sistema mondiale di comunicazione, anticipava Wiener nel 1948.
Come leconomia politica ha prodotto un homo conomicus gestibile nel quadro degli Sta-
ti industriali, la cibernetica produce la propria umanit. Unumanit trasparente, svuotata
dagli stessi flussi che lattraversano, elettrizzata dallinformazione, connessa al mondo me-
diante una quantit sempre crescente di dispositivi. Unumanit inseparabile dal proprio
ambiente tecnologico poich da lei costituito e attraverso di lui guidata. Ormai questo
loggetto del governo: non pi luomo o i suoi interessi, bens il suo ambiente sociale. Un
ambiente il cui modello la citt intelligente. Intelligente perch, grazie ai suoi recettori,
essa produce linformazione il cui trattamento in tempo reale permette lautogestione. E
intelligente perch produce ed prodotta da abitanti intelligenti. L economia politica re-
gnava sugli esseri umani lasciandoli liberi di perseguire il proprio interesse, la cibernetica
invece li controlla lasciandoli liberi di comunicare. Dobbiamo reinventare i sistemi socia-
li in un quadro controllato, riassumeva Alex Pentland, professore al MIT, in un articolo
del 2011.
La visione pi pietrificante e realistica della metropoli a venire non si trova nelle brochure
che lIBM distribuisce ai municipi per vendergli i sistemi di controllo dei flussi dacqua,
dellelettricit o della viabilit. invece quella che si sviluppata a priori contro questa
visione orwelliana della citt: delle smart cities co-prodotte dai loro stessi abitanti (o
comunque dai pi connessi tra loro). Un altro professore del MIT in viaggio in Catalogna
si compiace di vedere la sua capitale divenire poco a poco una fab city: Seduto nel pie-
no centro di Barcellona, vedo che si sta inventando una nuova citt, nella quale chiunque
potr avere accesso agli strumenti tramite i quali essa diviene completamente autonoma.
I cittadini, dunque, non sono pi dei subalterni, ma degli smart people; dei ricettori e ge-
neratori di idee, servizi e soluzioni, come dice uno di loro. In questa visione la metropoli
non diventa smart grazie alla decisione e allazione di un governo centrale, ma emerge
come un ordine spontaneo, quando i suoi abitanti trovano dei nuovi strumenti per
fabbricare, collegare e dare senso ai propri dati. Cos nasce la metropoli resiliente, quella
che deve resistere a tutti i disastri.
Dietro la promessa futurista dun mondo duomini e oggetti integralmente connessi
quando automobili, frigo, orologi, aspirapolveri e vibratori saranno collegati direttamente
tra loro e a Internet , c quello che gi presente, il ricettore pi polivalente gi in fun-
zione: me stesso. Io condivido la mia geolocalizzazione, il mio umore, le mie opinioni,
il racconto di ci che ho visto oggi di incredibile o di incredibilmente banale. Ho corso;
immediatamente ho condiviso il mio percorso, il mio tempo, le mie performance e la loro
autovalutazione. Posto continuamente foto delle mie vacanze, delle mie serate, delle mie
sommosse, dei miei colleghi, di ci che sto per mangiare come di ci che sto per scopare.
Ho laria di non fare nulla e invece produco continuamente dei dati. Che io lavori o meno,
la mia vita quotidiana resta integralmente valorizzabile in quanto stock di informazioni.
Grazie alle reti diffuse dei ricettori, avremo su noi stessi il punto di vista onnisciente
di Dio. Per la prima volta possiamo cartografare con precisione la condotta di masse di
gente fin nella loro vita quotidiana, si entusiasma Alex Pentland. I grandi archivi elettro-
nici refrigerati costituiscono la dispensa del governo presente. Curiosando nei database

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prodotti e continuamente aggiornati dalla vita quotidiana degli umani connessi, il go-
verno cerca le correlazioni che permettono di stabilire non gi delle leggi universali, n
dei perch, ma dei quando, dei che cosa, delle previsioni puntuali e situate, degli
oracoli. Gestire limprevedibile, governare lingovernabile senza pi tentare di abolirlo:
questa lambizione dichiarata della cibernetica. La questione del governo cibernetico non
solamente, come al tempo delleconomia politica, di prevedere per orientare lazione,
ma di agire direttamente sul virtuale, di strutturare i possibili. Alcuni anni fa la polizia di
Los Angeles si dotata di un nuovo software, chiamato Prepol. Esso calcola, a partire
da una moltitudine di statistiche sul crimine, le probabilit che venga commesso questo o
quel delitto, quartiere per quartiere, strada per strada. il programma stesso che, a partire
da queste probabilit aggiornate in tempo reale, guida le pattuglie della polizia in citt. Un
Padre cibernetico scriveva, su Le Monde, nel 1948: Possiamo sognare un tempo in cui la
macchina del governo verr a supplire nel bene o nel male, chi lo sa? linsufficienza
oggi patente del personale e degli apparati tradizionali della politica. Ogni epoca sogna
quella successiva, salvo che il sogno delluna diviene lincubo quotidiano dellaltra.
Loggetto della grande raccolta di informazioni personali non unindagine individua-
lizzata dellinsieme della popolazione. Se ci si insinua nellintimit di tutti e di ciascuno,
non per produrre delle schedature individuali, ma delle grandi basi statistiche che pro-
ducono senso attraverso la quantit. pi economico mettere in relazione le caratteristi-
che comuni degli individui in una moltitudine di profili, e i probabili divenire che ne
derivano. Non ci si interessa allindividuo presente e intero ma solo a ci che consente di
determinare le sue linee di fuga potenziali. Linteresse di applicare la sorveglianza su dei
profili, degli eventi e delle virtualit sta nel fatto che le entit statistiche non si ribella-
no; gli individui infatti possono sempre pretendere di non essere sorvegliati, almeno in
quanto persone. Mentre la governamentalit cibernetica opera gi in base a una logica del
tutto nuova, i suoi soggetti attuali continuano a pensarsi secondo il vecchio paradigma.
Crediamo ancora che i nostri dati personali ci appartengano, come la nostra auto o le
nostre scarpe, e che staremmo solo esercitando la nostra libert individuale decidendo
di lasciare che Google, Facebook, Apple, Amazon o la polizia vi abbiano accesso, senza
renderci conto degli effetti immediati su quelli che vi si rifiutano e che saranno trattati
come sospetti, potenziali devianti. Non c dubbio che in futuro, prevede The New Digital
Age, ci sar ancora della gente che resister alladozione e allutilizzo della tecnologia, gente
che rifiuter di avere un profilo virtuale, uno smartphone o il pi piccolo contatto con dei
sistemi di dati online. Da parte sua, un governo pu sospettare che la gente che diserta
completamente tutto questo abbia qualcosa da nascondere e sia quindi pi suscettibile di
violare la legge. Come misura antiterroristica il governo costituir dunque uno schedario
delle persone nascoste. Se non avete alcun profilo conosciuto su nessun social network
o non avete un abbonamento di telefonia mobile, e se particolarmente difficile trovare
dei riferimenti su di voi in Internet, siete dei perfetti candidati per un simile schedario.
Potreste vedervi applicare tutto un insieme di regolamenti particolari che includono delle
rigorose perquisizioni negli aeroporti e anche il divieto di viaggiare.

48 Fuck off google


3. I servizi di sicurezza iniziano a considerare quindi pi credibile un profilo facebook
che lindividuo che dovrebbe esservi dietro. Ci mostra abbastanza bene la porosit tra
quello che viene chiamato ancora il virtuale e il reale. Laccellerazione nella traduzione in
dati del mondo rende, effettivamente, sempre meno pertinente il pensare come separati
mondo connesso e mondo fisico, cyberspazio e realt. Guardate Android, Gmail, Google
Maps, Google Search. questo che facciamo. Fabbrichiamo dei prodotti senza i quali
impossibile vivere, affermano a Mountain View. Da qualche anno, lonnipresenza degli
oggetti connessi nella vita quotidiana degli umani provoca, da parte di questi ultimi, qual-
che riflesso di sopravvivenza. Alcuni barman hanno deciso di bandire i Google Glass dai
loro locali che cos diventano davvero alla moda. Fioriscono iniziative che incitano a
disconnettersi puntualmente (un giorno alla settimana, un weekend, un mese) per misu-
rare la propria dipendenza dagli oggetti tecnologici e rivivere una autentica esperienza
del reale. Il tentativo ovviamente si rivela vano. Il simpatico weekend in riva al mare con la
propria famiglia e senza smartphone viene vissuto innanzitutto in quanto esperienza della
disconnessione; cio viene proiettato immediatamente verso il momento della riconnes-
sione e della sua condivisione in rete. Nel lungo termine succede tuttavia che - essendosi
il rapporto astratto delluomo occidentale al mondo oggettivato in un enorme insieme di
dispositivi, in tutto un universo di riproduzioni virtuali - il cammino verso la presenza si
trova paradossalmente riaperto. Siccome ci siamo distaccati da tutto, finiremo per distac-
carci anche dal nostro distacco.
Il martellamento tecnologico ci restituir finalmente la capacit di commuoverci dellesi-
stenza nuda, senza pixel, di un caprifoglio. Ci sarebbe bisogno che ogni sorta di schermo si
interponesse tra noi e il mondo per restituirci, per contrasto, lincomparabile bagliore del
mondo sensibile, la meraviglia davanti a quello che qui. Ci sarebbe bisogno che centinaia
di amici ai quali non frega niente di noi ci likent su Facebook per meglio ridicolizzarci
dopo, perch ritrovassimo lantico gusto dellamicizia. Non essendo riusciti a produrre dei
computer capaci di emulare luomo, ci si impegnati nellimpoverire lesperienza umana
fino al punto in cui la vita pu confondersi con la sua modellizzazione digitale. Ci sarebbe
bisogno che il viaggiatore cedesse il posto al turista per immaginarsi che questo avrebbe
accettato di pagare per percorrere il mondo come ologramma dal suo salotto. Ma la mini-
ma esperienza reale far esplodere la miseria di questo escamotage.
la sua miseria che, alla fine, abbatter la cibernetica.
Per una generazione iperindividualizzata la cui socialit primaria stata quella dei social
network, lo sciopero studentesco del 2012 in Qubec fu innanzitutto la folgorante rive-
lazione della potenza insurrezionale del semplice fatto di essere insieme e di mettersi in
marcia. Ci si incontr come mai prima di allora, fino a quando queste amicizie insorgenti
andarono a sbattere contro i cordoni degli sbirri. Le trappole per topi non potevano nulla
contro tutto questo: al contrario, erano divenute unaltra maniera per sentirsi insieme. La
fine dellIo sar la genesi della presenza, augurava Giorgio Cesarano nel suo Manuale di
sopravvivenza.
La virt degli hacker stata quella di partire dalla materialit delluniverso ritenuto vir-
tuale. Come ha detto un membro di Telecomix, gruppo di hacker diventato famoso per

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avere aiutato i siriani ad aggirare il controllo statale sulle comunicazioni in Internet, se
lhacker in anticipo sul proprio tempo perch non ha considerato questo nuovo stru-
mento [Internet] come un mondo virtuale a parte, bens come una estensione della real-
t fisica. Ci risulta ancora pi evidente oggi, quando il movimento hacker si proietta
fuori dagli schermi per aprire degli hackerspace in cui possibile analizzare, manipolare
e riparare sia dei programmi informatici che degli oggetti. Lestensione e la messa in rete
del Do It Yourself ha portato con s la sua quantit di pretese: si tratta di manipolare le
cose, la strada, la citt, la societ e anche la vita. Alcuni cadaverici progressisti si sono af-
frettati a vedervi le premesse di una nuova economia, se non di una nuova civilt, questa
volta basata sulla condivisione. Salvo che leconomia capitalistica odierna valorizza gi
la creazione, fuori del vecchio giogo industriale. I manager sono incitati a facilitare la
liberazione delle iniziative, a promuovere i progetti innovativi, la creativit, il genio, persi-
no la devianza lazienda del futuro deve proteggere il deviante, perch il deviante che
innova e che capace di creare della razionalit nellignoto, dicono. Oggi il valore non
si cerca n nelle nuove funzionalit di una merce e nemmeno nella sua desiderabilit o
nel suo senso, ma nellesperienza che offre al consumatore. E quindi, perch non offrire, a
questo consumatore, lesperienza ultima di passare dallaltro lato del processo di creazio-
ne? In questa prospettiva, gli hackerspace o i fablab diventano degli spazi dove possono
realizzarsi i progetti dei consumatori-innovatori ed emergere delle nuove piazze di
mercato. A San Francisco, la societ Techshop pretende di sviluppare un nuovo genere di
fitness club nei quali, in cambio di unadesione annuale, ci si pu recare settimanalmente
per creare e sviluppare i propri progetti.
Il fatto che lesercito americano finanzi dei luoghi simili nel quadro del programma Cyber
Fast Track della DARPA (Defense Advance Research Project Agency) non condanna in
quanto tali gli hackerspace. Almeno non pi del fatto che la cattura nel movimento Ma-
ker di questi spazi in cui si possono costruire, riparare o detournare gli oggetti industriali
dal loro uso primario, li condanni a partecipare allennesima ristrutturazione del processo
di produzione capitalistico. I kit per la costruzione di villaggi, come quello di Open Source
Ecology, con le sue cinquanta macchine modulabili - trattore, fresa, betoniera etc. - e i
moduli abitativi costruibili in proprio, potrebbero anche avere un altro destino che quello
di servire a fondare una piccola civilt con tutto il comfort moderno o a creare delle
economie complete, un sistema finanziario o una nuova governance, come sogna
il suo attuale guru. Lagricoltura urbana che si pratica sui tetti degli edifici o sulle aree in-
dustriali dismesse sul modello dei 1300 giardini comunitari di Detroit potrebbe avere
altre ambizioni da quella di partecipare alla ripresa economica o alla resilienza delle zone
devastate. Gli attacchi come quelli condotti da Anonymous/LulzSec contro la polizia, le
banche, le multinazionali del filo spinato o delle telecomunicazioni, potrebbero benissimo
andare al di l del cyberspazio. Come ha detto un hacker ucraino: Quando devi badare
alla tua vita, smetti velocemente di stampare della roba in 3D. Bisogna trovare un altro
piano.

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4. Qui interviene la famosa questione della tecnica, a tuttoggi il punto cieco del mo-
vimento rivoluzionario. Un tale di cui possiamo dimenticare il nome descriveva cos la
tragedia francese: un paese globalmente tecnofobo dominato da unlite globalmente
tecnofila; se la constatazione non vale forse per tutto il paese, in tutti i casi vale per gli
ambienti radicali. Il grosso dei marxisti e dei post-marxisti aggiungono alla loro propen-
sione atavica allegemonia una forte preferenza per la tecnica-che-libera-luomo, mentre
una buona parte degli anarchici e dei post-anarchici si accontentano di una confortevole
posizione di minoranza, o di minoranza oppressa, accampando posizioni generalmente
ostili alla tecnica. A ogni tendenza la sua caricatura: ai partigiani negristi del cyborg e
della rivoluzione elettronica condotta dalle moltitudini connesse rispondono gli anti-in-
dustriali che hanno fatto della critica del progresso e del disastro della civilt tecnica un
genere letterario tutto sommato abbastanza redditizio e unideologia di nicchia in cui stare
al calduccio, invece di cercare una qualsiasi possibilit rivoluzionaria. Tecnofilia e tecno-
fobia formano una coppia diabolica unita da questa menzogna centrale: che esisterebbe
una cosa come la tecnica. Si potrebbe, cos pare, poter separare nellesistenza umana tra
ci che tecnico e ci che non lo . Niente affatto: sufficiente vedere in quale stato di in-
compiutezza nasce il rampollo umano e il tempo che ci mette prima di riuscire a muoversi
nel mondo come a parlare, per rendersi conto che il suo rapporto al mondo non qualcosa
di gi dato, ma piuttosto il risultato di una complessa elaborazione. Il rapporto delluomo
al mondo, non essendo basato su unadeguatezza naturale, essenzialmente artificiale,
tecnico, per parlare greco. Ogni mondo umano una certa configurazione di tecniche, di
tecniche culinarie, architettoniche, musicali, spirituali, informatiche, agricole, erotiche,
guerriere, etc. Questo proprio perch non esiste unessenza umana generica: esistono solo
delle tecniche particolari, ciascuna delle quali configura un mondo, materializzando cos
un certo rapporto a esso, una certa forma di vita. Non si costruisce quindi una forma di
vita; non si fa altro che incorporare delle tecniche, con lesempio, lesercizio o lapprendi-
mento. Ecco perch anche il nostro mondo familiare raramente ci appare come tecnico:
perch linsieme degli artifici che lo articolano fanno gi parte di noi; sono piuttosto quelli
che non conosciamo che ci appaiono avere una strana artificialit. Anche il carattere tecni-
co del nostro mondo vissuto ci salta agli occhi solamente in due circostanze: linvenzione e
il guasto. Solo quando assistiamo a una scoperta, oppure quando un elemento familiare
viene a mancare, a rompersi o a malfunzionare, lillusione di vivere in un mondo naturale
cede davanti levidenza del contrario.
Non si possono ridurre le tecniche a un insieme di strumenti equivalenti di cui lUomo,
questo essere generico, si servirebbe indifferentemente senza che la sua essenza ne sia toc-
cata. Ogni utensile configura e incarna un determinato rapporto al mondo e i mondi cos
forgiati non sono equivalenti, cos come non lo sono gli umani che li popolano. E siccome
questi mondi non sono equivalenti non sono gerarchizzabili. Non esiste niente che per-
metta di stabilire che alcuni sarebbero pi avanzati di altri. Sono semplicemente distinti,
ciascuno avente il proprio divenire e la sua storia. Per gerarchizzare i mondi bisogna in-
trodurvi un criterio, un criterio implicito che permetta di classificare le diverse tecniche.
Nel caso del progresso questo criterio semplicemente la produttivit quantificabile delle
tecniche, ricavata indipendentemente da tutto ci che ogni tecnica porta con s dal punto

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di vista etico, indipendentemente da quello che genera come mondo sensibile. Per questo
motivo lunico progresso quello capitalistico e ancora per questo il capitalismo la de-
vastazione continua dei mondi. Infatti, non perch le tecniche producono dei mondi e
delle forme di vita che lessenza delluomo la produzione, come credeva Marx. Ecco cosa
sfugge ai tecnofili e ai tecnofobi: la natura etica di ogni tecnica.
Bisogna aggiungere unaltra cosa: lincubo di questepoca non sta nel fatto che essa sareb-
be l et della tecnica, ma in quello che l era della tecnologia. La tecnologia non il
perfezionamento delle tecniche, ma, al contrario, lespropriazione degli umani delle loro
diverse tecniche costitutive. La tecnologia la messa in sistema delle tecniche pi efficaci
e conseguentemente il livellamento dei mondi e dei rapporti al mondo che ogni tecnica
dispiega. La tecno-logia un discorso sulle tecniche che non finisce mai di realizzarsi. Come
lideologia della festa la morte della festa reale e lideologia dellincontro limpossibilit
stessa dellincontro, cos la tecnologia la neutralizzazione di tutte le tecniche particolari.
In questo senso il capitalismo essenzialmente tecnologico: l organizzazione redditizia,
in un sistema, delle tecniche pi produttive. La sua figura cardinale non l economista,
ma lingegnere. Lingegnere lo specialista e dunque lespropriatore in capo delle tecniche,
colui che non si lascia toccare da nessuna di esse e che propaga ovunque la propria assenza
di mondo. una figura triste e serva. In questo punto si salda la solidariet tra capitalismo
e socialismo: nel culto dellingegnere. Sono degli ingegneri che hanno elaborato la mag-
gior parte dei modelli delleconomia neoclassica e dei software di trading contemporanei.
Non dimentichiamo per che il titolo di gloria di Brenev fu di essere stato ingegnere
nellindustria metallurgica in Ucraina.
La figura dell hacker diametralmente opposta a quella dellingegnere, quali che siano i
tentativi artistici, polizieschi o imprenditoriali di neutralizzarla. Laddove lingegnere cer-
ca di catturare tutto ci che funziona perch funzioni meglio, per metterlo al servizio del
sistema, lhacker si chiede come funziona questa cosa? per trovarne i difetti ma anche
per inventarne altri usi, per sperimentare. Sperimentare significa quindi: vivere ci che
implica eticamente questa o quella tecnica. Lhacker mira a strappare le tecniche al sistema
tecnologico per liberarle. Se siamo schiavi della tecnologia perch c tutto un insie-
me di artefatti della nostra esistenza quotidiana che riteniamo specificamente tecnici,
come fossero delle semplici scatole nere di cui saremmo gli innocenti utilizzatori. Luso di
computer per attaccare la CIA prova sufficientemente che la cibernetica in realt non la
scienza dei computer, cos come lastronomia non la scienza dei telescopi. Capire come
funziona uno qualsiasi degli apparecchi che ci circondano comporta un immediato accre-
scimento di potenza, dandoci una presa su quello che non ci appare pi come un ambiente
ma come un mondo organizzato in una certa maniera e che possiamo modificare. que-
sto il punto di vista hacker sul mondo.
In questi ultimi anni, il milieu hacker ha compiuto un percorso politico considerevole,
arrivando a identificare pi chiaramente amici e nemici. Il suo divenire-rivoluzionario si
scontra tuttavia con molti importanti ostacoli. Nel 1986, Doctor Crash scriveva: Che
tu lo sappia o meno, se sei uno hacker, sei un rivoluzionario. Non ti preoccupare, sei dalla
parte giusta. Non certo sia ancora permessa uninnocenza di questo tipo.
Nel milieu hacker c unillusione originaria secondo la quale si potrebbe opporre la liber-

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t di informazione, la libert di Internet o la libert dellindividuo a quelli che vor-
rebbero controllarla. Si tratta di un grave equivoco. La libert e la sorveglianza, la libert e
il panottico si basano sul medesimo paradigma di governo.
Lestensione infinita delle procedure di controllo storicamente il corollario di una forma
di potere che si realizza attraverso la libert degli individui. Il governo liberale non quello
che si esercita direttamente sui corpi dei suoi soggetti o che si aspetta da loro una obbe-
dienza filiale. un potere completamente in ombra che preferisce organizzare lo spazio e
regnare su degli interessi piuttosto che su dei corpi. Un potere che vigila, sorveglia e riduce
la sua azione al minimo, intervenendo solo laddove il quadro minacciato, su ci che va
troppo lontano. Si possono governare solo dei soggetti liberi e presi in massa. La libert in-
dividuale non qualcosa che si possa brandire contro il governo, poich il meccanismo
su cui esso si sostiene, quello che lo regola il pi finemente possibile per ottenere, dallag-
gregazione di tutte queste libert, leffetto di massa voluto.
Ordo ab chao. Il governo quellordine al quale si obbedisce come si mangia quando si ha
fame, come ci si copre quando si ha freddo, quella schiavit che coproduco nel momento
stesso in cui perseguo la mia felicit, quando esercito la mia libert di espressione. La
libert di mercato necessita di una politica attiva ed estremamente vigile, precisava uno
dei fondatori del neoliberismo. Per lindividuo non c libert se non sotto sorveglianza.
questo che i libertariani, nel loro infantilismo, non capiranno mai ed questa incom-
prensione che rende la stupidit libertariana attraente per alcuni hacker. Un essere auten-
ticamente libero non lo si dice neanche libero. Lo , semplicemente, esiste e si sviluppa
secondo il proprio essere. Di un animale si dice che in libert solo quando cresce in
un ambiente gi completamente controllato, ordinato, civilizzato: nel parco delle regole
umane in cui si svolge il safari. Friend e free in inglese, Freund e frei in tedesco
derivano dalla stessa radice indoeuropea che rimanda allidea di una potenza comune che
cresce. Essere libero ed essere legato sono una cosa sola. Sono libero perch sono legato,
perch partecipo di una realt pi grande di me. I figli dei cittadini nella Roma antica era-
no i liberi: era grazie a loro che Roma si ingrandiva. Quindi, la libert individuale del fac-
cio quello che voglio uno scherzo, un imbroglio. Se vogliono combattere veramente il
governo, gli hacker devono rinunciare a questo feticcio. La causa della libert individuale
ci che gli impedisce di costituire dei gruppi forti e capaci di dispiegare, oltre a una serie
di attacchi, una vera strategia; allo stesso tempo anche ci che spiega la loro inettitudine
a legarsi a qualcosa di diverso da s, la loro incapacit di divenire una forza storica. Un
membro di Telecomix ha messo in guardia i suoi compagni con queste parole: Quel che
certo che il territorio in cui vivete difeso da persone che fareste bene a incontrare.
Perch loro cambiano il mondo e non vi stanno ad aspettare.
Un altro ostacolo, per il movimento hacker, come dimostra ogni nuova riunione del Cha-
os Computer Club, consiste nel riuscire a tracciare una linea del fronte al proprio interno
tra chi lavora per un governo migliore, cio per il governo, e chi lavora alla sua destituzio-
ne. arrivato il tempo di una presa di partito. questa primordiale questione che elude
Julian Assange, quando dice: Noi, lavoratori dellalta tecnologia, siamo una classe ed ora
che ci riconosciamo in quanto tale. La Francia recentemente ha spinto questo vizio fino
ad aprire ununiversit per formare degli hacker etici sotto la supervisione della DCRI,

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cio per formare della gente alla lotta contro i veri hacker, quelli che non hanno rinunciato
all etica hacker.
Questi due problemi si coniugano in un caso che ci ha toccati: quello degli hacker di
Anonymous/LulzSec, i quali, dopo una serie di attacchi che in molti abbiamo ammirato,
si ritrovano quando li arrestano, come Jeremy Hammond, quasi soli di fronte alla repres-
sione. Il giorno di Natale 2011, LulzSec ha defacciato il sito di Stratfor, una multinazionale
di intelligence privata. Sulla pagina iniziale vi ha fatto scorrere il testo dell Insurrezione
che viene in inglese e 700.000 dollari sono stati dirottati dai conti dei clienti di Stratfor
verso un insieme di associazioni caritatevoli - regalo di Natale. E noi non abbiamo potuto
fare niente, n prima n dopo il loro arresto. Certo, pi sicuro operare da soli o in pic-
coli gruppi - cosa che comunque non mette al riparo dagli infiltrati - quando si attaccano
simili obiettivi, ma catastrofico che degli attacchi cos politici e che riprendono lazione
mondiale del nostro partito possano essere ricondotti dalla polizia a un qualsiasi crimine
privato passibile di decenni di prigione o utilizzato come mezzo di pressione per trasfor-
mare in agente governativo questo o quel pirata di Internet.

54 Fuck off google


Scompariamo

1. Una strana sconfitta.


2. Pacifisti e radicali una coppia infernale.
3. Il governo come contro-insurrezione.
4. Asimmetria ontologica e felicit.
1. Chiunque abbia vissuto i giorni di dicembre 2008 ad Atene sa cosa significa la parola
insurrezione in una metropoli occidentale. Le banche erano ridotte in briciole, i
commissariati assediati, la citt nelle mani degli insorti. I negozi di lusso avevano rinunciato
a far riparare le loro vetrine: avrebbero dovuto farlo ogni mattina.
Nulla di quello che incarna il regno poliziesco della normalit rimase indenne da
quellondata di fuoco e di pietre i cui protagonisti erano ovunque e i rappresentanti da
nessuna parte si arriv ad incendiare perfino lalbero di Natale in piazza Syntagma. Ad
un certo punto, le forze dellordine si ritirarono: erano a corto di lacrimogeni. Impossibile
dire chi, in quel momento, si prese la piazza. Si disse che era la generazione 600 euro,
i liceali, gli anarchici, la feccia venuta fuori dallimmigrazione albanese, si disse
tutto e il suo contrario. La stampa incrimin, come sempre, i koukoulophoroi, gli
incappucciati. Gli anarchici, in verit, erano stati sopraffatti da questa ondata di rabbia
senza volto. Il monopolio dellazione selvaggia, della tag ispirata e persino della molotov
gli era stato strappato di mano senza troppi complimenti. La sollevazione generale che
non osavano pi neanche sognare era davanti a loro, ma non somigliava allidea che se ne
erano fatti. Era nata unentit sconosciuta, un grgore, che non si plac finch tutto quello
che lo meritasse fosse stato ridotto in cenere. Il tempo bruciava, si fratturava il presente
come prezzo di tutto il futuro che ci era stato strappato.
Gli anni seguenti in Grecia ci hanno insegnato cosa significa, in un paese occidentale, la
parola contro-insurrezione. Una volta passata londata, le centinaia di bande che si erano
formate fin nel pi piccolo villaggio del paese tentarono di restare fedeli al varco che quel
mese di dicembre aveva aperto. Svaligiavano le casse di un supermercato e si filmavano
mentre bruciavano il bottino. Da unaltra parte si attaccava in pieno giorno unambasciata
in solidariet con questo o quellamico infastidito dalla polizia del suo paese. Alcuni
decisero, come nellItalia degli anni Settanta, di portare lattacco a un livello superiore
prendendo di mira, con le bombe o le armi da fuoco, la Borsa di Atene, dei poliziotti,
dei ministeri oppure la sede di Microsoft. Come negli anni Settanta, la sinistra promulg
delle nuove leggi antiterrorismo. Le retate, gli arresti e i processi si moltiplicarono. In
breve tempo si fu ridotti a lottare contro la repressione. LUnione europea, la Banca
mondiale, lFMI, in accordo con il governo socialista, decisero di far pagare la Grecia
per questa imperdonabile rivolta. Non bisogna mai sottostimare il risentimento dei ricchi
verso linsolenza dei poveri. Fu deciso di dare una raddrizzata allintero paese attraverso
una vagonata di misure economiche di una violenza pi o meno uguale, per quanto
scaglionata nel tempo, a quella della rivolta.
A ci risposero decine di scioperi generali chiamati dai sindacati. I lavoratori occuparono
dei ministeri, gli abitanti presero possesso dei comuni, dei dipartimenti universitari e
ospedalieri sacrificati decisero di autorganizzarsi. Cos si arriv al movimento delle
piazze. Il 5 maggio 2010 eravamo 500.000 a marciare nel centro di Atene. Si tent pi
volte di bruciare il Parlamento. Il 12 febbraio 2012, un ennesimo sciopero generale fu
proclamato per opporsi disperatamente allennesimo piano di rigore. Quella domenica fu
la Grecia intera, i suoi pensionati, i suoi anarchici, i suoi funzionari, i suoi operai e i suoi
barboni, a scendere in piazza in stato di semi-sollevazione. Quella sera, con il centro citt
di Atene di nuovo in fiamme, fu come un parossismo di giubilo e di scoraggiamento: il

56 Scompariamo
movimento percep tutta la sua potenza ma realizz anche il fatto che non sapeva come
usarla.
Negli anni, malgrado le migliaia di azioni dirette, le centinaia di occupazioni e i milioni di
greci nelle strade, lebrezza della rivolta si era spenta nello scannatoio della crisi. Le braci
continuano evidentemente a covare sotto la cenere; il movimento ha trovato altre forme,
si dotato di cooperative, di centri sociali, di reti di scambio senza intermediari e anche
di fabbriche e di ambulatori autogestiti; diventato pi costruttivo, in un certo senso.
Tuttavia siamo stati sconfitti. Una delle pi vaste offensive del nostro partito nel corso
degli ultimi decenni stata respinta a colpi di debiti, di smisurate condanne alla prigione
e di un generale fallimento. Non saranno certo i free-shop a far dimenticare ai greci la
determinazione della contro-insurrezione a immergerli fino al collo nel bisogno. Il potere
ha barcollato e, per un momento, ha dato limpressione di essersi volatilizzato; in realt ha
saputo spostare il terreno dello scontro e prendere il movimento in contropiede. I greci
sono stati messi davanti al ricatto il governo o il caos; hanno avuto il governo e il caos.
E la miseria come premio.
Con il suo movimento anarchico pi forte di tutti gli altri paesi, col suo popolo largamente
restio al fatto stesso di essere governato, col suo Stato gi da sempre fallito, la Grecia
un caso da manuale delle nostre insurrezioni sconfitte. Attaccare la polizia, sfondare le
banche e mettere temporaneamente in scacco il governo, non significa ancora destituirlo.
Quello che ci insegna il caso greco che senza unidea sostanziale di quello che significa
una vittoria siamo destinati alla sconfitta. La sola determinazione insurrezionale non
sufficiente; la nostra confusione ancora troppo fitta. Che lo studio delle nostre disfatte ci
serva almeno a dissiparla un po.

2. Quarantanni di contro-insurrezione trionfante in Occidente ci hanno inflitto due


tare gemelle, egualmente nefaste, ma che insieme formano un tremendo dispositivo: il
pacifismo e il radicalismo. Il pacifismo mente e mente a se stesso facendo della discussione
pubblica e dellassemblea il modello compiuto del politico. in virt di questo che un
movimento come quello delle piazze si trovato incapace di divenire qualcosa di diverso
da un insorpassabile punto di partenza. Per capire cos il politico non c altra scelta che
fare una nuova deviazione attraverso la Grecia, ma quella antica questa volta. Dopo tutto
lei che ha inventato la politica. Ai pacifisti ripugna ricordarlo, ma gli antichi greci hanno
inventato fin da subito la politica come continuazione della guerra con altri mezzi. La
pratica dellassemblea cittadina proviene direttamente dalla pratica dellassemblea dei
guerrieri. Luguaglianza nella parola deriva da quella davanti alla morte. La democrazia
ateniese una democrazia oplitica. Si cittadini perch si soldati; da qui lesclusione
delle donne e degli schiavi. In una cultura cos violentemente agonistica come quella greca
classica, il dibattito viene vissuto come un momento dello scontro guerriero, tra cittadini
questa volta, nella sfera della parola, con le armi della persuasione. Agn, daltra parte,
significa sia assemblea che gara. Il perfetto cittadino greco colui che vittorioso
nelle armi cos come nei discorsi.

Scompariamo 57
Ma soprattutto, i greci antichi hanno concepito in un solo gesto la democrazia assembleare
e la guerra come massacro organizzato, luna come garante dellaltra. Daltronde gli si
fa credito dellinvenzione della prima solo a condizione di occultare il suo legame con
linvenzione di questo genere eccezionale di massacro quale fu la guerra di falange una
forma di guerra in linea che sostitu allabilit, al coraggio, alla prodezza, alla forza singolare,
a qualsiasi genio, la pura e semplice disciplina, la sottomissione assoluta di ciascuno al
tutto. Quando i persiani si trovarono di fronte a questa maniera cos efficace di condurre la
guerra, ma che riduceva a niente la vita del fante, la giudicheranno a buon diritto qualcosa
di perfettamente barbarico, come in seguito faranno tutti i nemici travolti dagli eserciti
occidentali. Il contadino ateniese che si fa eroicamente trucidare nella prima linea della
falange laltra faccia del cittadino attivo che prende parte alla Boul. Le braccia inanimate
dei cadaveri che ricoprono lantico campo di battaglia sono la condizione obbligata delle
braccia che si levano per intervenire nelle deliberazioni dellassemblea. Questo modello
greco di guerra cos potentemente ancorato nellimmaginario occidentale che si dimentica
che quasi nello stesso momento in cui gli opliti accordavano il trionfo a quella delle due
falangi che, nello scontro decisivo, piuttosto che arretrare accettava di avere il numero
massimo di caduti, i cinesi inventarono unarte della guerra che consiste al contrario nel
minimizzare le perdite, a fuggire per quanto possibile lo scontro diretto, nel tentare di
vincere la battaglia prima della battaglia - evitando di sterminare lesercito sconfitto
una volta ottenuta la vittoria. Lequazione guerra=scontro armato=massacro corre dalla
Grecia antica fino al XX secolo: essa , in fondo, la definizione occidentale della guerra da
duemilacinquecento anni. Che si possa chiamare guerra irregolare, guerra psicologica,
piccola guerra o guerriglia ci che altrove la norma della guerra non che un aspetto
della stessa aberrazione.
Il pacifista sincero, quello che non sta semplicemente cercando di razionalizzare la propria
vigliaccheria, commette la prodezza di sbagliarsi due volte sulla natura del fenomeno che
pretende di combattere. Non solo la guerra non riducibile allo scontro armato n al
massacro, ma essa la matrice della politica assembleare per la quale simpatizza. Il vero
guerriero, diceva Sun Tzu, non bellicoso; il vero lottatore non violento; il vincitore
evita il combattimento. Due conflitti mondiali e una terrificante lotta planetaria contro
il terrorismo ci hanno insegnato che in nome della pace che vengono condotte le pi
sanguinose campagne di sterminio. La messa al bando della guerra esprime in realt il
rifiuto infantile o senile di ammettere lesistenza dellalterit. La guerra non il massacro,
ma la logica che presiede al contatto tra potenze eterogenee. Essa si fa ovunque, sotto
innumerevoli forme, e la maggior parte delle volte con dei mezzi pacifici. Se esiste una
molteplicit di mondi, se esiste una irriducibile pluralit di forme di vita, allora la guerra
la legge della loro co-esistenza su questa terra. Perch nulla permette di presagire cosa
avverr al momento del loro incontro: i contrari non vivono in mondi separati. Se noi non
siamo degli individui unificati e dotati di unidentit definitiva, come vorrebbe la polizia
sociale dei ruoli, ma la sede di un gioco conflittuale di forze le cui successive configurazioni
designano nullaltro che dei provvisori equilibri, allora bisogna riconoscere che la guerra
in noi la guerra santa, diceva Ren Daumal. La pace non possibile n desiderabile. Il
conflitto la stoffa di ci che esiste. Resta da acquisire la maniera di condurlo, la quale

58 Scompariamo
unarte di vivere le situazioni che presuppone finezza e mobilit esistenziale piuttosto che
volont di schiacciare chiunque sia altro da noi.
Il pacifismo testimonia dunque o di una profonda stupidit oppure di una completa
cattiva fede. Persino il nostro sistema immunitario riposa sulla distinzione tra amico e
nemico, senza la quale moriremmo di cancro o di qualsiasi altra malattia auto-immune.
Daltra parte noi crepiamo di cancro e di malattie auto-immuni. Il rifiuto tattico dello
scontro non altro che unastuzia di guerra. Si capisce molto bene perch, ad esempio,
la Comune di Oaxaca si immediatamente autoproclamata pacifica. Non si trattava di
rifiutare la guerra bens di essere sconfitti in una battaglia militare con lo Stato messicano
e i suoi mercenari. Come spiegavano dei compagni del Cairo: Non si deve confondere
la tattica che impieghiamo quando cantiamo non-violenza con una feticizzazione della
non-violenza. Del resto, al pacifismo stata necessaria la falsificazione storica per trovare
degli antenati presentabili! Cos, appena morto, successo al povero Thoreau di diventare
un teorico della Disobbedienza civile, tramite lamputazione del titolo del suo testo La
disobbedienza al governo civile. Eppure era stato proprio lui a scrivere nella sua Apologia
in favore del capitano John Brown: Io penso che una volta tanto i fucili Sharp e le pistole
sono stati impiegati per una giusta causa. Gli strumenti erano nelle mani di chi sapeva
usarli. La stessa collera che si dice abbia gi una volta cacciato gli indesiderabili dal tempio,
lo ripulir ancora una volta. La questione non di sapere quale sar larma, ma in quale
spirito la si user. Ma la cosa pi divertente, in materia di genealogie fallaci, sicuramente
laver fatto di Nelson Mandela, il fondatore dellorganizzazione armata dellANC, una icona
mondiale della pace. Racconta lui stesso: Dissi che il tempo della resistenza passiva era
finito, che la non-violenza era una strategia perdente e non poteva rovesciare il regime di
una minoranza bianca decisa a conservare il potere a tutti i costi. Dissi che la violenza era
lunica arma che avrebbe distrutto lapartheid, e che in un futuro non lontano avremmo
dovuto essere pronti a usarla. La folla era eccitata. I giovani, in particolare, applaudivano
sottolineando con un coro di approvazioni ogni passaggio del discorso. Condividevano il
mio pensiero ed erano pronti a entrare subito in azione. A quel punto intonai una canzone
di lotta che diceva: Laggi sono i nemici: impugniamo le armi e andiamo allattacco. Le
voci di tutti si unirono al canto, e quando questo fu finito puntai il braccio verso la polizia
e dissi: Eccoli, questi sono i nostri nemici!.
Decenni di pacificazione di massa e di massificazione delle paure hanno fatto del pacifismo
la coscienza politica spontanea del cittadino. Ad ogni movimento bisogna ormai misurarsi
con questo stato di fatto desolante. Pacifisti che consegnano dei rivoltosi vestiti di nero
alla polizia: lo si visto in Plaza Catalunya nel 2011, come abbiamo visto linciare dei
Black Bloc a Genova nel 2001. Come risposta migliaia di rivoluzionari hanno generato,
in guisa di anticorpo, la figura del radicale colui che in ogni cosa prende in contropiede
il cittadino. Alla proscrizione morale della violenza di questultimo risponde lapologia
puramente ideologica dellaltro. Laddove il pacifista cerca di tirarsi fuori dal corso del
mondo restando buono e non commettendo nulla di male, il radicale si tira fuori da ogni
partecipazione allesistente attraverso una lista della spesa di illegalismi abbelliti da prese
di posizione intransigenti. Entrambi aspirano alla purezza, luno con lazione violenta e
laltro astenendosene. Uno lincubo dellaltro. Non cos sicuro che queste due figure

Scompariamo 59
continuerebbero a esistere per molto tempo se ciascuna non avesse laltra al suo fondo.
Come se il radicale viva solo per far rabbrividire il pacifista che c in lui e viceversa. Non
un caso che la bibbia delle lotte cittadiniste americane degli anni Settanta si intitoli: Rules
for Radicals, di Saul Alinski. Il fatto che pacifisti e radicali sono uniti in uno stesso rifiuto
del mondo. Essi godono della loro esteriorit a ogni situazione. Galleggiano e ne traggono
il sentimento di non si sa quale eccellenza. Preferiscono vivere come degli extraterrestri
tale il comfort che autorizza, ancora per qualche tempo, la vita delle metropoli, il loro
biotopo privilegiato.
A partire dalla disfatta degli anni Settanta la questione morale della radicalit si
insensibilmente sostituita alla questione strategica della rivoluzione. Infatti la rivoluzione
ha subito la sorte di ogni cosa in questi decenni: stata privatizzata. diventata
unoccasione di valorizzazione personale e la radicalit ne il criterio di valutazione. I gesti
rivoluzionari non sono pi apprezzati a partire dalla situazione in cui si inscrivono, dai
possibili che aprono o che chiudono. Si estrae invece da ciascuno di essi una forma. Quel
sabotaggio, fatto in quel momento, in una certa maniera, per una certa ragione, diviene
semplicemente un sabotaggio. E il sabotaggio, in quanto pratica timbrata rivoluzionaria,
si inscrive saggiamente al suo posto in una scala nella quale gettare una molotov si situa
al di sopra del lancio di una pietra ma al di sotto della gambizzazione che, a sua volta, vale
meno di una bomba. Il dramma che nessuna forma dazione in se stessa rivoluzionaria:
il sabotaggio stato infatti praticato dai riformisti cos come dai nazisti. Il grado di
violenza di un movimento non indica affatto la sua determinazione rivoluzionaria. Non
si misura la radicalit di una manifestazione dal numero di vetrine rotte. Oppure s, ma
allora bisogna lasciare il criterio della radicalit a coloro la cui preoccupazione quella
di misurare i fenomeni politici per poi riportarli sulla loro scheletrica scala morale.
Chiunque si metta a frequentare gli ambienti radicali si stupisce innanzitutto dello iato
che regna tra i loro discorsi e le loro pratiche, tra le loro ambizioni e il loro isolamento.
Sembrano come votati a una sorta di autodistruzione permanente. Non si tarda allora
a comprendere che non sono occupati a costruire una reale forza rivoluzionaria, ma a
mantenersi in una corsa alla radicalit autosufficiente che si muove indifferentemente sul
terreno dellazione diretta, del femminismo o dellecologia. Il piccolo terrore che vi regna e
che rende tutto cos inflessibile non quello del partito bolscevico. piuttosto quello della
moda, questo terrore che nessuno esercita in prima persona ma che si applica a tutti. In
questi ambienti si ha paura di non essere pi radicali, cos come altrove si teme di non far pi
tendenza, di non essere cool o alla moda. sufficiente poco per infangare una reputazione.
Si evita di andare alla radice delle cose a profitto di un consumo superficiale di teorie, di
manifestazioni e di relazioni. La competizione feroce tra i gruppi come dentro ognuno
di essi determina la loro periodica implosione. C sempre della carne fresca, giovane e
facile da ingannare, per compensare labbandono da parte degli esausti, degli esauriti, dei
disgustati, degli svuotati. Una vertigine prende a posteriori chi ha disertato questi circoli:
come ci si pu sottomettere a una pressione cos mutilante per degli scopi cos enigmatici?
Pi o meno lo stesso genere di vertigine che deve prendere qualsiasi ex-impiegato
stressato e diventato panettiere, quando ricorda la sua vita precedente. Lisolamento di
questi ambienti strutturale: tra loro e il mondo interpongono la radicalit come criterio;

60 Scompariamo
non percepiscono pi i fenomeni ma solo la loro misura. Una volta che lautofagia
arrivata a un certo livello, si rivalizzer in radicalit nella critica dellambiente stesso; cosa
che non intaccher in niente la sua struttura. A noi sembra che quello che veramente leva
la libert, scriveva Malatesta, e rende impossibile liniziativa lisolamento che rende
impotente. Infine, che una frazione degli anarchici si autoproclami nichilista logico:
il nichilismo limpotenza a credere a quello in cui tuttavia si crede in questo caso, alla
rivoluzione. Daltra parte non esistono i nichilisti, ma solo degli impotenti.
Il radicale, definendosi come produttore di azioni e di discorsi radicali, ha finito per
forgiarsi unidea puramente quantitativa della rivoluzione come fosse una sorta di crisi
di sovrapproduzione di atti di rivolta individuale. Non perdiamo di vista, scriveva gi
mile Henry, che la rivoluzione sar la risultante di tutte queste rivolte particolari. La
Storia si incarica di smentire questa tesi: che si tratti della rivoluzione francese, russa o
tunisina, ogni volta la rivoluzione la risultante dello choc tra un atto particolare la presa
di una prigione, una disfatta militare, il suicidio di un venditore ambulante di frutta e la
situazione generale, e non la somma aritmetica di atti di rivolta separati. Nel frattempo,
questa assurda definizione della rivoluzione fa i suoi prevedibili danni: ci si sfianca in un
attivismo che si basa sul nulla, ci si d a un culto della performance per la quale si tratta di
attualizzare in ogni momento, qui e ora, la propria identit radicale in corteo, in amore
o nel discorso. Tutto questo dura un po il tempo di arrivare al burn out, alla depressione
o alla repressione. E niente sar cambiato.
Se unaccumulazione di gesti non sufficiente a fare una strategia perch non
esiste il gesto in assoluto. Un gesto rivoluzionario non per il suo contenuto ma per il
concatenamento di effetti che genera. la situazione che determina il senso di un atto
e non lintenzione degli autori. Sun Tzu diceva che bisogna domandare la vittoria alla
situazione. Ogni situazione composita, attraversata da linee di forza, da tensioni,
conflitti espliciti o latenti. Assumere la guerra che qui, agire strategicamente, presuppone
di partire da unapertura alla situazione, di comprenderla interiormente, di cogliere i
rapporti di forza che la configurano, le polarit che la lavorano. Unazione rivoluzionaria
o meno a seconda del senso che prende a contatto con il mondo. Tirare una pietra non
significa mai semplicemente tirare una pietra. Pu gelare una situazione o scatenare
unintifada. Lidea che sarebbe possibile radicalizzare una lotta importandovi tutto il
bazar di pratiche e di discorsi reputati essere radicali disegna una politica da extraterrestri.
Un movimento vive solo attraverso la serie di spostamenti che opera sul filo del tempo.
In ogni istante c quindi un certo scarto tra il suo stato e il suo potenziale. Se finisce di
spostarsi, lascia il suo potenziale irrealizzato e poi muore. Il gesto decisivo quello che si
trova ad essere un passo avanti rispetto allo stato del movimento e che, rompendo cos
con lo status quo, gli apre laccesso al suo potenziale. Questo gesto pu essere quello di
occupare, di distruggere, di colpire o semplicemente quello di dire la verit; lo stato del
movimento che lo decide. rivoluzionario ci che causa effettivamente delle rivoluzioni. E
se questo si lascia definire solo a cose fatte, una certa sensibilit alla situazione nutrita da
conoscenze storiche di grande aiuto per averne lintuizione.
Lasciamo dunque la cura della radicalit ai depressi, alle Jeunes-Filles e ai falliti. La vera
questione per i rivoluzionari quella di far crescere le potenze vive alle quali partecipano,

Scompariamo 61
di organizzare i divenire-rivoluzionari per arrivare infine ad una situazione rivoluzionaria.
Tutti quelli che si gargarizzano opponendo dogmaticamente i radicali ai cittadini, le
rivolte in atto alla popolazione passiva, costituiscono una diga contro questi divenire. In
questa maniera non fanno altro che anticipare il lavoro della polizia. In questepoca bisogna
considerare il tatto come la virt rivoluzionaria cardinale e non la radicalit astratta; e per
tatto intendiamo larte di organizzare i divenire-rivoluzionari.
Bisogna contare tra i miracoli della lotta in Val di Susa quello di essere riuscita a
strappare un buon numero di radicali allidentit che si erano pateticamente forgiati. Li
ha fatti tornare sulla terra. Riprendendo contatto con una situazione reale hanno lasciato
dietro le spalle buona parte del loro scafandro ideologico, attirandosi cos linesauribile
risentimento di quelli che sono restati confinati nel recinto di una radicalit intersiderale
dallaria malsana. Questo accaduto senza dubbio grazie alla speciale arte che questa lotta
ha sviluppato, cio quella di non lasciarsi mai catturare nellimmagine che il potere le
tende per imprigionarla meglio che sia quella di un movimento ecologista di cittadini
legalisti o quella di unavanguardia della violenza armata. Alternando le manifestazioni
con le famiglie e gli attacchi al cantiere del TAV, ricorrendo sia al sabotaggio che ai sindaci
della valle, mettendo insieme gli anarchici con i cattolici, ecco una lotta che ha almeno
questo di rivoluzionario, ovvero la capacit che ha avuto sino ad ora di disattivare la coppia
infernale del pacifismo e del radicalismo. Comportarsi politicamente, riassumeva prima
di morire un dandy stalinista, significa agire invece di essere agito, fare la politica invece di
essere fatto da lei. Significa condurre una battaglia, una serie di battaglie, fare una guerra,
la propria guerra, con degli obbiettivi di guerra, delle prospettive vicine e lontane, una
strategia, una tattica.

3. La guerra civile, diceva Foucault, la matrice di tutte le lotte di potere, di tutte le


strategie di potere e, di conseguenza, anche la matrice di tutte le lotte a proposito del, e
contro, il potere. E aggiungeva: La guerra civile, non solo mette in scena degli elementi
collettivi, ma li costituisce. Lungi da essere il processo attraverso il quale si discende dalla
repubblica allindividuo, dal sovrano allo stato di natura, dallordine collettivo alla guerra
di tutti contro tutti, la guerra civile il processo attraverso e per il quale si costituiscono
un certo numero di nuove collettivit che fino a quel momento non avevano visto ancora
la luce. su questo piano di percezione che si dispiega, in fondo, ogni esistenza politica.
Il pacifismo che ha gi perduto, come il radicalismo che vuole solo perdere, sono due
maniere di non vederlo. Di non vedere che la guerra, in definitiva, non ha nulla di militare.
Che la vita essenzialmente strategica. Lironia dellepoca vuole che i soli a situare la guerra
l dove effettivamente viene condotta, e dunque a svelare i piani del governo, si trovano tra
gli stessi contro-rivoluzionari. Colpisce il vedere come, negli ultimi cinquanta anni, i non-
militari hanno cominciato a rifiutare la guerra in tutte le sue forme nel momento stesso in
cui i militari sviluppavano un concetto non-militare, un concetto civile della guerra.

Qualche esempio a caso tratto da scritti contemporanei:

62 Scompariamo
Il luogo del conflitto collettivo armato si progressivamente dilatato dal campo
di battaglia alla terra nella sua interezza. Alla stessa maniera la sua durata si
distende allinfinito, senza dichiarazioni di guerra n di armistizio. [] Per
questo motivo gli strateghi contemporanei sottolineano che la vittoria moderna
viene dalla conquista dei cuori dei membri di una popolazione piuttosto che
del loro territorio. Bisogna suscitare la sottomissione attraverso ladesione, e
ladesione attraverso la stima. In effetti si tratta di imporsi nellinteriorit di
ciascuno, laddove si stabilisce ormai il contatto sociale tra collettivit umane.
Denudate dalla mondializzazione, contattate dalla globalizzazione e penetrate
dalla telecomunicazione, ormai nel foro interiore di ognuno dei membri che
le compongono, che si situa il fronte. [] Una simile fabbrica di partigiani
passivi pu riassumersi nella frase: Il fronte in ogni persona, e nessuno su
ogni fronte. [] Tutta la sfida politico-strategica di un mondo n in guerra
n in pace, che annichila ogni regolamentazione dei conflitti per le classiche
vie militari e giuridiche, consiste nellimpedire ai partigiani passivi che sono
sullorlo dellazione, sulla soglia della belligeranza, di divenire dei partigiani
attivi.
(Laurent Danet, La polmosphre)

Oggi, nel momento in cui il terreno della guerra ha oltrepassato i domini


terrestri, marittimi, aerei, spaziali e elettronici per estendersi ai campi della
societ, della politica, delleconomia, della diplomazia, della cultura e anche
della psicologia, linterazione tra i differenti fattori rende molto difficile la
preponderanza del campo militare in quanto fattore dominante in ogni guerra.
Lidea che la guerra possa svolgersi in dei campi non guerrieri estranea
alla ragione e difficile da ammettere ma gli eventi mostrano sempre pi che
questa la tendenza. [] In questo senso non esiste pi nessun campo che
non possa essere usato in guerra e non esiste quasi pi alcun campo che non
presenti laspetto offensivo della guerra.
(Qiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra senza limiti)

La guerra probabile non si fa tra le societ, essa si fa nelle societ []


Siccome lobiettivo la societ umana, la sua governance, il suo contratto
sociale, le sue istituzioni e non pi questa o quellaltra provincia, quel fiume
o quella frontiera, non c pi una linea o un terreno da conquistare o da
proteggere. Il solo fronte che le forze impegnate devono tenere quello
delle popolazioni. [] Vincere la guerra significa controllare lambiente
[] Non si tratta pi di percepire delle masse di carri armati e di localizzare
dei bersagli potenziali, ma di comprendere degli ambienti sociali, dei

Scompariamo 63
comportamenti, delle psicologie. Si tratta di influenzare le volont umane
attraverso lapplicazione selettiva e proporzionata della forza. [] Le azioni
militari sono veramente una maniera di parlare; ogni grande operazione
ormai innanzitutto unoperazione di comunicazione nella quale tutti gli atti,
anche minori, parlano in maniera pi forte delle parole. [] Condurre la
guerra significa innanzitutto gestire le percezioni, quelle dellinsieme degli
attori, vicini e lontani, diretti e indiretti.
(Vincent Desportes, La Guerre probable)

Le societ postmoderne sviluppate sono diventate estremamente complesse


e di conseguenza molto fragili. Per prevenire il loro crollo in caso di panne
devono imperativamente decentralizzarsi (la salvezza viene dai margini e
non dalle istituzioni). [] imperativo appoggiarsi sulle forze locali (milizie
dautodifesa, gruppi paramilitari, societ militari private), innanzitutto da
un punto di vista pratico, in ragione della loro conoscenza dellambiente e
delle popolazioni, e quindi perch da parte dello Stato vuol dire dargli un
contrassegno di fiducia che federa cos le differenti iniziative e le rinforza,
infine e soprattutto, perch sono pi atte a trovare delle soluzioni allo stesso
tempo appropriate e originali (non convenzionali) a delle situazioni delicate.
In altri termini, la risposta apportata dalla guerra non convenzionale deve
essere prima di tutto cittadina e paramilitare piuttosto che poliziesca e
militare [] Se Hezbollah divenuto un attore internazionale di primordine,
se il movimento neo-zapatista riuscito a rappresentare unalternativa alla
mondializzazione neoliberale, allora bisogna ammettere che il locale pu
interagire con il globale e che questa interazione una delle caratteristiche
strategiche maggiori del nostro tempo. [] Per farla breve, ad uninterazione
locale-globale bisogna poter rispondere con unaltra interazione dello stesso
tipo non appoggiandosi sullapparato statale (diplomazia, esercito) ma
sullelemento locale per eccellenza il cittadino.
(Bernard Wicht, Vers lorde oblique: la contre-gurilla lge de linfoguerre)

Dopo aver letto queste righe si guarda un po diversamente al ruolo delle milizie di spazzini-
cittadini e degli appelli alla delazione in seguito alle rivolte dellagosto 2011 in Inghilterra,
o allintroduzione poi leliminazione opportuna quando il pitbull diventato troppo
grosso - dei fascisti di Alba Dorata nel gioco politico greco. Per non parlare del recente
armamento delle milizie cittadine nel Michoacn da parte dello Stato federale messicano.
Quello che accade oggi si riassume pi o meno nei termini seguenti: la contro-insurrezione,
da dottrina militare diventata principio di governo. Uno dei telegrammi della diplomazia
americana rivelati da WikiLeaks lo attesta crudamente: Il programma di pacificazione
delle favelas riprende certe caratteristiche della dottrina e della strategia di contro-

64 Scompariamo
insurrezione degli Stati Uniti in Afghanistan e in Irak. Lepoca viene riportata in ultima
istanza a questa lotta, con questa rapidit, tra la possibilit dellinsurrezione e i partigiani
della contro-insurrezione. del resto quello che la rara crisi di chiacchiericcio politico
esploso in Occidente a seguito delle rivoluzioni arabe aveva la funzione di mascherare.
Mascherare ad esempio che il fatto di tagliare ogni comunicazione nei quartieri popolari
non era il capriccio di un dittatore perduto, ma la stretta applicazione del rapporto della
Nato Urban operation in the year 2020.
Non c un governo mondiale: esiste invece una rete mondiale di dispositivi locali di
governo, cio un apparato mondiale, reticolare, di contro-insurrezione. Le rivelazioni
di Snowden lo attestano ampiamente: servizi segreti, multinazionali e reti politiche
cooperano senza vergogna al di l del livello statale, del quale tutti se ne sbattono ormai.
Non vi un centro e una periferia, cos come non c una sicurezza interna e le operazioni
esterne. Quello che si sperimenta sui popoli lontani la sorte che, prima o poi, si riserva al
proprio popolo: le truppe che hanno massacrato il proletariato parigino nel giugno 1848 si
erano allenate nella guerra di strada, nei raid e nelle enfumades dellAlgeria in corso di
colonizzazione. I battaglioni dei cacciatori alpini, appena rientrati dallAfghanistan, sono
dispiegati in Val di Susa. In Occidente, limpiego di forze armate sul territorio nazionale
in caso di grossi disordini non pi un tab ma uno scenario ben costruito. Dalla crisi
sanitaria allimminente attacco terrorista, gli spiriti vi sono stati metodicamente preparati.
Ovunque ci si addestra alla battaglia urbana, alla pacificazione, alla stabilizzazione post-
conflitto: ci si tiene pronti alle prossime insurrezioni. Bisogna quindi leggere le dottrine
contro-insurrezionali come teoria della guerra che ci viene fatta e che tessono, fra le altre
cose, la nostra situazione comune in questepoca. Bisogna leggerle contemporaneamente
come un salto qualitativo nel concetto di guerra, al di qua della quale non possiamo
situarci, e come specchio ingannevole. Se le dottrine della guerra contro-rivoluzionaria
si sono modellate sulle successive dottrine rivoluzionarie, non si pu infatti dedurre
negativamente nessuna teoria dellinsurrezione dalle teorie contro-insurrezionali. qui
linsidia logica. Non pi sufficiente portare avanti la piccola guerra, attaccarli di sorpresa
o rubare i bersagli allavversario. Anche questo tipo di asimmetria stata riassorbita. In
materia di guerra come di strategia, non sufficiente a colmare il nostro ritardo: abbiamo
bisogno di anticiparli. Abbiamo bisogno di una strategia che non prenda come obbiettivo
lavversario ma la sua strategia e che quindi la ritorca contro essa stessa. Che faccia in
modo che quanto pi pensa di aver vinto, tanto pi si incammini verso la disfatta.
Il fatto che la contro-insurrezione abbia preso la societ come teatro delle operazioni
non sta affatto ad indicare che la guerra da condurre sia la guerra sociale con la quale si
gargarizzano alcuni anarchici. Il vizio essenziale di questa nozione che, amalgamando
sotto una stessa appellazione le offensive condotte dallo Stato e il Capitale e quelle dei
loro avversari, pone i sovversivi in un rapporto di guerra simmetrico. La vetrina sfondata
di un ufficio di Air France in rappresaglia allespulsione di sans-papiers viene dichiarata
atto di guerra sociale allo stesso titolo che unondata di arresti contro quelli che lottano
contro i centri di detenzione. Se dobbiamo riconoscere ai sostenitori della guerra sociale
uninnegabile determinazione, bisogna anche dire che loro accettano di combattere lo Stato
faccia a faccia, su di un terreno, il sociale, che sempre stato il suo terreno. In questo

Scompariamo 65
caso solo le forze in presenza sono asimmetriche. La disfatta inevitabile.
Lidea di guerra sociale infatti non altro che un aggiornamento maldestro della guerra
di classe, una volta che la posizione di ciascuno in seno ai rapporti di produzione non
ha pi la chiarezza formale della fabbrica fordista. A volte sembra che i rivoluzionari
siano condannati a costituirsi sul modello di ci che combattono. Cos, come riassumeva
nel 1871 un membro dellAssociazione internazionale dei lavoratori, se i padroni erano
organizzati mondialmente come classe attorno ai loro interessi, il proletariato doveva
organizzarsi mondialmente, in quanto classe operaia e attorno ai suoi interessi. O come
spiegava un membro del giovane partito bolscevico, se il regime zarista era organizzato
in un apparato politico-militare disciplinato e gerarchico, anche il Partito doveva quindi
organizzarsi come apparato politico-militare disciplinato e gerarchico. Si potrebbero
moltiplicare i casi storici, tutti egualmente tragici, di questa maledizione della simmetria.
Come fu il caso del FLN algerino, il quale non aspett di vincere per rendersi simile nei
metodi alloccupante coloniale che combatteva. O quello delle Brigate Rosse, le quali
immaginavano che abbattendo la cinquantina di uomini che, secondo loro, costituivano
il cuore dello Stato, sarebbero arrivate a impadronirsi dellintero apparato. Oggi
lespressione pi erronea di questa tragedia della simmetria viene dalle bocche zuccherose
della nuova sinistra: bisognerebbe opporre allImpero diffuso, strutturato in rete, ma
comunque dotato di centri di comando, delle moltitudini, altrettanto diffuse, strutturate
in rete e anchesse dotate di una burocrazia, la quale, venuto il momento, sar in grado di
occupare i centri del comando.
Segnata da una simile simmetria, la rivolta non pu che essere sconfitta non solo perch
offre un facile bersaglio, un viso riconoscibile, ma soprattutto perch finisce per assumere i
tratti dellavversario. Per convincersene apriamo, per esempio, Contro-insurrezione. Teoria
e pratica di David Galula. Vi si trovano, metodicamente dettagliate, le tappe della vittoria
definitiva di una forza lealista su degli insorti qualsiasi. Dal punto di vista dellinsorto, la
migliore causa per definizione quella che pu attirare il pi grande numero di sostenitori
e dissuadere il minimo di oppositori [...] Non assolutamente necessario che il problema
sia palese, bench il lavoro dellinsorto in questo caso sia facilitato. Se il problema solo
latente, la prima cosa da fare per linsorto di renderlo palese attraverso lelevazione della
coscienza politica delle masse. [] Linsorto non deve limitarsi a sfruttare una sola causa.
A meno che non disponga di una causa globale come lanticolonialismo, la quale di per
s sufficiente perch combina i problemi politici, sociali, economici, razziali, religiosi
e culturali, egli ha tutto da guadagnare nello scegliere un assortimento di cause adattate
specificamente ai differenti gruppi che compongono la societ di cui tenta di impadronirsi.
Chi linsorto di Galula? Nientaltro che il riflesso deformato del politico, del funzionario,
del pubblicitario occidentale: cinico, estraneo a ogni situazione, sprovvisto di qualsivoglia
sincero desiderio fatto salvo per la sua smisurata sete di dominio. Linsorto che Galula sa
combattere estraneo al mondo cos come estraneo a ogni fede. Per lui, linsurrezione
non emana mai dalla popolazione la quale, tutto sommato, non aspira che alla sicurezza e
tende a seguire il partito che la protegge meglio, o che la minaccia di meno. Essa solo una
pedina, una massa inerte, una palude nella lotta tra pi lite. Potrebbe sembrare strano
che la comprensione che il potere ha dellinsorto oscilli ancora tra la figura del fanatico

66 Scompariamo
e quella del lobbista astuto ma sorprende di pi la sollecitudine di tanti rivoluzionari
nellindossare queste maschere ingrate. Sempre quella stessa comprensione simmetrica
della guerra, per quanto asimmetrica - dei gruppuscoli che si battono per il controllo
della popolazione, e che intrattengono con essa un rapporto di esteriorit. qui, a termine,
il monumentale errore della contro-insurrezione: essa, che ha saputo riassorbire cos bene
lasimmetria introdotta dalle tattiche di guerriglia, continua comunque a produrre la figura
del terrorista a partire da ci che lei stessa. Qui sta dunque il nostro vantaggio, almeno
fino a quando ci si rifiuta di incarnare quella figura. Questo quello che ogni strategia
rivoluzionaria efficace deve prendere come suo punto di partenza. Ne una testimonianza
la sconfitta americana in Irak e in Afghanistan. La contro-insurrezione ha piegato cos
bene la popolazione che lamministrazione Obama deve assassinare quotidianamente e
chirurgicamente tutto quello che, visto da un drone, potrebbe assomigliare a un insorto.

4. Se per gli insorti si tratta di condurre, contro il governo, una guerra asimmetrica,
perch tra gli uni e laltro esiste una asimmetria ontologica e dunque un disaccordo sulla
definizione stessa della guerra, sui suoi metodi e sui suoi obbiettivi. Noialtri rivoluzionari
siamo allo stesso tempo la posta in gioco e il bersaglio di questa offensiva permanente alla
quale ormai si riduce il governo. Noi siamo i cuori e gli spiriti che devono conquistare.
Noi siamo le folle che vogliono controllare. Noi siamo lambiente nel quale gli agenti
governamentali si muovono e che contano di domare, e non unentit rivale nella corsa al
potere. Noi non lottiamo nel popolo come un pesce nellacqua; noi siamo lacqua stessa
in cui sguazzano i nostri nemici un pesce solubile. Noi non ci nascondiamo nella plebe
di questo mondo, perch in noi stessi che si nasconde la plebe. dal pi profondo di
noi stessi che zampillano la vitalit e lespropriazione, la rabbia e limbroglio, la verit e la
furbizia. Non c nessuno da organizzare. Noi siamo questa materia che cresce dallinterno,
si organizza e si sviluppa. Qui riposa la vera asimmetria e la nostra reale posizione di forza.
Quelli che, invece di comporsi con quello che esiste l dove si trovano, fanno della loro
fede, attraverso il terrore o la performance, un articolo desportazione, non fanno altro che
separarsi da se stessi e dalla loro base. Non c da strappare al nemico un qualsiasi sostegno
della popolazione n questa alla sua passivit compiacente: bisogna fare in modo che non
vi sia pi popolazione. La popolazione non mai stata loggetto del governo senza essere
prima di tutto il suo prodotto; essa cessa di esistere in quanto tale dal momento che cessa
di essere governabile. Questa la posta in gioco della battaglia che infuria sordamente
dopo ogni sollevazione: dissolvere la potenza che vi si trovata, condensata e dispiegata.
Governare non mai stata altra cosa che negare al popolo ogni capacit politica, ovvero
prevenire linsurrezione.
Separare i governati dalla loro potenza politica di agire ad esempio quello che fa la
polizia ogni volta che tenta, alla fine di una bella manifestazione, di isolare i violenti.
Per schiacciare uninsurrezione nulla pi efficace che provocare una scissione in seno
al popolo insorto, tra la popolazione innocente o vagamente consenziente e la sua
avanguardia militarizzata, necessariamente minoritaria, la maggior parte delle volte

Scompariamo 67
clandestina e ben presto terrorista. Dobbiamo a Frank Kitson, il padrino della contro-
insurrezione britannica, lesempio pi compiuto di questa tattica. Negli anni che seguirono
lincredibile conflagrazione che colp lIrlanda del Nord nellagosto 1969, la grande forza
dellIRA era di fare corpo unico con i quartieri cattolici che si erano dichiarati autonomi e
lavevano chiamata in aiuto durante le rivolte a Belfast e a Derry. Free Derry, Short Strand,
Ardoyne: in molti luoghi erano state organizzate queste no-go areas che ritroviamo spesso
nelle zone dapartheid e che, ancora oggi, sono circondate da chilometri di peace lines. I
ghetti si erano sollevati e avevano barricato le loro entrate, ormai interdette agli sbirri e ai
lealisti. Dei ragazzini di 15 anni alternavano le mattine a scuola con le notti sulle barricate.
I membri pi rispettati della comunit facevano la spesa per dieci e organizzavano degli
spacci alimentari clandestini per quelli che non potevano pi passeggiare innocentemente.
Sebbene allinizio fu presa alla sprovvista dagli eventi dellestate, lIRA provisional si fuse nel
tessuto etico estremamente denso di queste enclave in stato di insurrezione permanente.
A partire da questa irriducibile posizione di forza tutto sembrava possibile. Il 1972 doveva
essere lanno della vittoria.
Leggermente presa in contropiede, la contro-insurrezione dispieg dei grandi mezzi: al
termine di unoperazione militare senza equivalenti per la Gran Bretagna almeno dalla crisi
di Suez, furono svuotati i quartieri e frantumate le enclave estirpandovi le mille complicit
che si erano tessute, separando cos effettivamente i rivoluzionari professionali dalle
popolazioni in rivolta che si erano sollevate nel 1969. Con questa manovra si costrinse
lIRA provisional a essere giusto una frazione armata, un gruppo paramilitare, certamente
impressionante e determinato ma votato allesaurimento, allinternamento senza processo
e alle esecuzioni sommarie. La tattica della repressione consistette nel far esistere un
soggetto rivoluzionario radicale, separandolo da tutto quello che ne faceva una forza viva
della comunit cattolica: un radicamento territoriale, una vita quotidiana, una giovent.
Come se non bastasse si organizzarono dei falsi attentati dellIRA, per aizzarle contro
una popolazione paralizzata. Dalle counter gangs alle false flag operations, tutto tornava
buono per fare dellIRA un mostro clandestino, territorialmente e politicamente separata
da quello che faceva la forza del movimento repubblicano: i quartieri, la loro capacit di
sbrogliarsela e di organizzarsi, la loro abitudine alla rivolta. Una volta isolati i paramilitari
e banalizzato le mille procedure deccezione per annientarli, non restava che aspettare che
i troubles si esaurissero da s.
Quando la repressione pi cieca si abbatte su di noi, dunque, guardiamoci bene dal vedervi
la prova provata della nostra radicalit. Non crediamo che vogliano distruggerci. Partiamo
invece dallipotesi che si sta cercando di produrci. Produrci in quanto soggetto politico,
in quanto anarchici, in quanto Black Bloc, in quanto anti-sistema, per estrarci
dalla popolazione generica appioppandoci unidentit politica. Quando la repressione
ci colpisce, cominciamo a non prenderci per noi stessi, dissolviamo il soggetto-terrorista
fantasmatico che i teorici della contro-insurrezione si sforzano malamente di imitare; un
soggetto la cui esposizione serve soprattutto a produrre per contraccolpo la popolazione
- la popolazione come aggregato apatico e apolitico, massa immatura buona solo per essere
governata, per soddisfare i suoi bassi istinti e i suoi sogni di consumo.
I rivoluzionari non devono convertire la popolazione dallesterno cavo di non si sa

68 Scompariamo
quale progetto di societ. Devono piuttosto partire dalla loro presenza, dai luoghi che
abitano, dai territori che gli sono familiari, dai legami che li uniscono a quello che si trama
attorno a loro. dalla vita che emana lidentificazione del nemico, le strategie e le tattiche
efficaci, e non da una professione di fede preliminare. La logica dellaccrescimento della
potenza, questo ci che si pu opporre alla presa del potere. Abitare pienamente, ecco
quello che si pu opporre al paradigma del governo. Ci si pu lanciare contro lapparato di
Stato; se il terreno guadagnato non viene immediatamente riempito da una nuova vita, il
governo finir per riprenderselo. Raul Zibechi scrive rispetto allinsurrezione aymara di El
Alto in Bolivia nel 2003: Delle azioni di questa portata non possono essere condotte senza
lesistenza di una densa rete di relazioni tra le persone, relazioni che sono esse stesse delle
forme di organizzazione. Il problema che non siamo disposti a considerare che le relazioni
di vicinato, di amicizia, di cameratismo, di famiglia, che si forgiano nella vita quotidiana,
sono delle organizzazioni allo stesso livello del sindacato, del partito e persino dello Stato.
[] Nella cultura occidentale le relazioni create per contratto, codificate attraverso gli
accordi formali, sono spesso pi importanti delle lealt tessute dai legami affettivi. Noi
dobbiamo accordare ai dettagli pi quotidiani, pi infimi della nostra vita comune la
stessa cura che accordiamo alla rivoluzione. Perch linsurrezione lo spostamento su di
un terreno offensivo di questa organizzazione che non unorganizzazione, non essendo
possibile distaccarla dalla vita ordinaria. Essa un salto qualitativo in seno allelemento
etico, non una rottura che si consuma col quotidiano. Zibechi continua cos: Gli organi
che sostengono la sollevazione sono gli stessi che sostengono la vita collettiva quotidiana
(le assemblee di quartiere nei consigli di quartiere di El Alto). La rotazione e gli obblighi
che regolano la vita quotidiana regolano alla stessa maniera il blocco delle autostrade e
delle vie. In questo modo si dissolve la sterile distinzione tra spontaneit e organizzazione.
Non c da un lato una sfera pre-politica, irriflessa, spontanea dellesistenza e dallaltro
una sfera politica, razionale e organizzata. Chi ha dei rapporti di merda non pu fare che
una politica di merda.
Questo non vuol dire che, per condurre unoffensiva vittoriosa, bisognerebbe bandire
tra di noi ogni disposizione al conflitto al conflitto, non al complotto o allintrigo. La
resistenza palestinese ha potuto opporre una dura resistenza allesercito israeliano in gran
parte grazie al fatto di non aver mai impedito alle differenze di giocare dentro di essa
senza arrivare ad affrontarsi apertamente. Qui come altrove, la frammentazione politica
sia il segno di uninnegabile vitalit etica che lincubo dei servizi segreti incaricati di
cartografare le resistenze per poi annientarle. Un architetto israeliano scrive: I metodi
di combattimento israeliani e palestinesi sono fondamentalmente differenti. La resistenza
palestinese frammentata in una moltitudine di organizzazioni, ognuna dotata di
unala armata pi o meno indipendente le brigate Ezzedine al-Quassam per Hamas, le
brigate dei martiri di Al-Aqsa, la Forza 17 e Tanzim al-Fatah per Fatah. A queste vanno
aggiunti i Comitati della resistenza popolare (CRP) indipendenti e i membri supposti
o reali di Hezbollah e/o di Al-Qada. Linstabilit dei rapporti che intrattengono questi
gruppi, oscillante tra cooperazione, rivalit e conflitti violenti, rende le loro interazioni
altrettanto pi difficili da circoscrivere e allo stesso tempo accresce la loro capacit, la loro
efficacia e la loro resilienza collettiva. La natura diffusa della resistenza palestinese, nella

Scompariamo 69
quale le diverse organizzazioni condividono saperi, competenze e munizioni a volte
organizzando delle operazioni congiunte, altre abbandonandosi a una feroce concorrenza
-, limita considerevolmente leffetto degli attacchi condotti dalle forze di occupazione
israeliane. Assumere il conflitto interno quando si presenta da s non ostacola affatto
lelaborazione concreta di una strategia insurrezionale. Al contrario, per un movimento
la migliore maniera di restare vivo, di mantenere aperte le questioni essenziali, di operare
per tempo gli spostamenti necessari. Ma se noi accettiamo la guerra civile, compreso quella
tra di noi, non solamente perch ci costituisce in s una buona strategia per mettere
in rotta le offensive imperiali. anche e soprattutto perch essa compatibile con lidea
che ci facciamo della vita. In effetti, se essere rivoluzionario implica legarsi a certe verit,
deriva dallirriducibile pluralit di queste che il nostro partito non conoscer mai una
pacifica unit.
In materia di organizzazione, non c dunque da scegliere tra la pace fraterna e la guerra
fratricida. C da scegliere tra le forme di scontro interno che rinforzano le rivoluzioni e
quelle che le ostacolano.
Alla domanda Qual la vostra idea di felicit?, Marx rispondeva: Combattere. Alla
domanda, perch vi battete?, noi possiamo rispondere che ne va della nostra idea di felicit.

70 Scompariamo
Nostra sola patria: linfanzia

1. Che non esiste una societ da difendere n da distruggere.


2. Che c da rovesciare la selezione in secessione.
3. Che non esistono le lotte locali ma una guerra dei
mondi.
1. Il 5 maggio 2010 Atene viveva una di quelle giornate di sciopero generale in cui tutti
sono in piazza. Latmosfera primaverile e combattiva. Sindacalisti, maoisti, anarchici,
funzionari e pensionati, giovani e immigrati, il centro della citt letteralmente sommerso
da manifestanti. Il paese scopre con una rabbia ancora integra gli inverosimili memorandum
della Troika. Manca poco perch il Parlamento, che sta per votare una nuova raffica di
misure di rigore, sia preso dassalto. Al suo posto il ministero dellEconomia che
cede e comincia a bruciare. Un po dappertutto lungo il percorso si disselcia la strada, si
sfondano le banche e ci si scontra con la polizia, che non risparmia sulle bombe assordanti
e i terribili lacrimogeni importati da Israele. Gli anarchici lanciano ritualmente le loro
molotov e, cosa meno abituale, vengono applauditi dalla folla. Si intona il classico sbirri,
porci, assassini e si grida bruciamo il parlamento!, governo assassino!. Quello che
assomiglia a un inizio di sollevazione si arrester allinizio del pomeriggio, abbattuto
in volo da un dispaccio del governo. Degli anarchici, dopo aver tentato di incendiare la
libreria Ianos in via Stadiou, avrebbero appiccato il fuoco ad una banca che non aveva
rispettato la parola dordine dello sciopero generale; cerano degli impiegati allinterno. Tre
di loro moriranno soffocati, tra i quali una donna incinta. Non si precisa, sul momento,
che la direzione aveva sbarrato le uscite demergenza.
Levento della Marfin Bank avr sul movimento anarchico greco leffetto dellesplosione di un
panetto di plastico. Adesso era lui, e non pi il governo, a trovarsi nel ruolo dellassassino. La
linea di frattura, che gi era visibile dal dicembre 2008, tra anarchici sociali e anarchici
nichilisti raggiunse sotto la pressione dellevento il massimo dellintensit. Risorgeva
la vecchia questione di sapere se bisognasse andare incontro alla societ per cambiarla,
proponendogli altri modelli di organizzazione, oppure se bisognava semplicemente
distruggerla senza risparmiare quelli che, per la loro passivit e sottomissione, assicuravano
la sua perpetuazione. Su questo punto, ci si incasina come non mai. Non ci si ferma alla
diatriba. Ci si batte a sangue, sotto locchio ilare della polizia.
La tragedia, in questo affare, che forse ci si dilaniati attorno a una questione che non
si pone pi; cosa che spiegherebbe il fatto che il dibattito sia restato cos sterile. Forse
non esiste pi una societ da distruggere n da convincere: forse questa finzione nata
alla fine del XVIII e che ha occupato tanti rivoluzionari e governanti per due secoli
spirata senza che ce ne accorgessimo. Dobbiamo ancora imparare a elaborarne il lutto,
restando impermeabili alla nostalgia del sociologo che frigna su La fine delle societ, come
allopportunismo neoliberale che un giorno proclam con il suo aplomb marziale: There
is no such thing as society.
Nel XVII secolo, la societ civile ci che si oppone allo stato di natura, significa
il fatto dessere uniti insieme sotto lo stesso governo e sotto le stesse leggi. La societ
un certo stadio della civilt, oppure la buona societ aristocratica, quella che
esclude la moltitudine dei plebei. Nel corso del XVIII secolo, man mano che si sviluppa
la governamentalit liberale e la triste scienza che gli corrisponde, leconomia
politica, la societ civile inizia a designare la societ borghese. Essa non si oppone
pi allo stato di natura, diviene essa stessa in qualche maniera naturale, a misura che si
espande labitudine a considerare che sia naturale per luomo comportarsi come creatura
economica. La societ civile diviene allora ci che si reputa fronteggi lo Stato. Ci vorr

72 Nostra sola patria: linfanzia


tutto il saint-simonismo, tutto lo scientismo, tutto il socialismo, tutto il positivismo e tutto
il colonialismo del XIX secolo per imporre levidenza della societ, levidenza che gli
umani formerebbero, in ogni manifestazione della loro esistenza, una grande famiglia, una
totalit specifica. Alla fine del XIX secolo tutto diventato sociale: lalloggio, la questione,
leconomia, la riforma, le scienze, ligiene, la sicurezza, il lavoro e anche la guerra la guerra
sociale. Allapogeo di questo movimento, dei filantropi interessati fondarono a Parigi, nel
1894, persino un Museo sociale votato alla diffusione e alla sperimentazione di tutte
le tecniche atte a perfezionare, pacificare e depurare la vita sociale. Ancora nel XVIII
secolo non ci si immaginava che sarebbe stata fondata una scienza come la sociologia e
ancor meno che lo fosse sul modello della biologia.
In fondo, la societ designa lombra proiettata dai successivi modi di governo. Prima
fu linsieme dei sudditi dello Stato assoluto ai tempi del Leviatano, poi quello degli attori
economici nello Stato liberale. Nella prospettiva dello Stato-provvidenza era luomo stesso,
in quanto detentore dei diritti, dei bisogni e della forza-lavoro che costituiva lelemento di
base della societ. La scaltrezza che c nellidea di societ sta nel fatto che sempre
servita al governo per naturalizzare il prodotto della sua attivit, delle sue operazioni, delle
sue tecniche; stata costruita come quello che essenzialmente gli preesisterebbe. Solo poco
tempo dopo la Seconda Guerra mondiale si oser parlare esplicitamente di ingegneria
sociale. La societ da allora ufficialmente qualcosa che si costruisce, un po come si
fa del nation-building invadendo lIrak. Cosa che non funziona pi granch a partire dal
momento che si pretende di farlo apertamente.
Difendere la societ sempre stato, di epoca in epoca, difendere loggetto del governo, a
costo di andare contro gli stessi governanti. Fino ad oggi, uno degli errori dei rivoluzionari
stato quello di battersi sul terreno di una finzione che gli era essenzialmente ostile, di
appropriarsi di una causa dietro la quale il governo avanzava mascherato. Infatti, una buona
parte dellattuale smarrimento del nostro partito attiene al fatto che, dagli anni Settanta,
il governo ha rinunciato a questa finzione. Ha rinunciato a integrare tutti gli umani in
una totalit ordinata Margareth Thatcher ha solamente avuto il coraggio di confessarlo.
Il governo in un certo senso diventato pi pragmatico, abbandonando lestenuante
costruzione di una specie umana omogenea, ben definita e ben separata dal resto della
creazione, in basso limitata dalle cose e dagli animali e dallalto da Dio, il cielo e gli angeli.
Lentrata nellera della crisi permanente, gli anni dei soldi facili e la conversione di ciascun
individuo in imprenditore disperato di se stesso, hanno inferto allideale sociale un colpo
sufficiente da farlo venir fuori un po intontito dagli anni Ottanta. Il colpo seguente, e
certamente fatale, si incarna nel sogno della metropoli globalizzata, indotto dallo sviluppo
delle telecomunicazioni e dalla frammentazione della produzione su scala planetaria.
Ci si pu ostinare a vedere il mondo in termini di nazioni e di societ, ma queste ultime
sono oramai attraversate, perforate, da un insieme di flussi indomabili. Il mondo si
presenta come un immensa rete nella quale le grandi citt, divenute metropoli, sono solo
delle piattaforme di interconnessione, i punti di entrata e di uscita le stations. Ormai
si pu vivere indistintamente, cos pare, a Tokyo o a Londra, a Singapore o a New York:
tutte le metropoli tessono uno stesso mondo nel quale quello che conta la mobilit e non
pi il radicamento in un luogo. Lidentit individuale ha il ruolo di pass universale che

Nostra sola patria: linfanzia 73


assicura la possibilit, ovunque si , di connettersi alla sotto-popolazione dei propri simili.
Una collezione di ber-metropolitani addestrati a correre in permanenza, da una hall
dellaeroporto al bagno di un Eurostar, non costituisce una societ, fosse anche globale.
Lhyper-borghesia che negozia un contratto vicino agli Champs-lyses prima di recarsi
ad ascoltare un dj set su di una terrazza di Rio e poi, per riprendersi dalle emozioni, corre
ad un after a Ibiza, pi limmagine della decadenza di un mondo, che vuol godere in
fretta prima che sia troppo tardi, che lanticipazione di un qualsiasi avvenire. Giornalisti e
sociologi non la smettono di piangere la defunta societ con la loro solfa sul post-sociale,
lindividualismo crescente, la disintegrazione delle antiche istituzioni, la perdita dei punti
di riferimento, lascesa dei comunitarismi, la crescita senza fine delle ineguaglianze. E in
effetti quello che se ne va con essa il loro mezzo di sostentamento. Bisogner pensare a
riconvertirsi.
Londata rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta ha portato il colpo di grazia al
progetto di societ del capitale in cui tutti si integravano pacificamente. Come risposta, il
capitale ha intrapreso una ristrutturazione territoriale. Siccome il progetto di una totalit
organizzata si sgretolava alla base, dalla base, da delle basi sicure e connesse tra di loro,
che verr ricostruita la nuova organizzazione mondiale, in rete, della produzione di valore.
Non ci si aspetta pi che la societ sia produttiva, ma che lo siano i territori, alcuni
territori. In questi ultimi trentanni la ristrutturazione del capitale ha preso la forma di una
nuova organizzazione del mondo. Il suo obbiettivo la creazione di clusters, di centri di
innovazione, in modo da offrire agli individui dotati di un forte capitale sociale - per gli
altri, ci spiace, la vita sar un po pi difficile - le condizioni ottimali per creare, innovare,
intraprendere e soprattutto per farlo insieme. Il modello universale la Silicon Valley.
Gli agenti del capitale si dedicano ovunque a modellare un ecosistema che permetta
allindividuo, attraverso la messa in relazione, di realizzarsi pienamente, di massimizzare
i suoi talenti. Questo il nuovo credo delleconomia creativa nella quale la coppia
ingegnere/polo di competitivit viene tallonata dal duo designer/quartiere popolare
gentrificato. Secondo questa nuova vulgata la produzione di valore, specie nei paesi
occidentali, dipende dalla capacit di innovazione. Ora, come riconoscono i pianificatori,
un ambiente propizio alla creazione e alla sua mutualizzazione, unatmosfera fertile, non
si inventa, situata, germina in un luogo in cui una storia, unidentit, pu entrare in
risonanza con lo spirito dinnovazione. Il cluster non si impone, emerge su di un territorio
a partire da una comunit. Se la vostra citt in decadenza, la salvezza non verr n
dagli investitori n dal governo, ci spiega un imprenditore alla moda: bisogna organizzarsi,
trovare altra gente, imparare a conoscersi, lavorare insieme, reclutare altre persone
motivate, formare delle reti, dare una svolta allo status quo. Bisogna crearsi una nicchia
attraverso una corsa forsennata verso lavanzamento tecnologico, dove la concorrenza sia
provvisoriamente abolita e dalla quale si possa per qualche anno ricavare una rendita
di posizione. Concependosi secondo una logica strategica globale, il capitale dispiega
territorialmente tutta una casistica della pianificazione. Questo permette a dei pessimi
urbanisti di dire a proposito della ZAD, territorio occupato per impedire la costruzione
di un aeroporto a Notre-Dame-des-Landes, che essa senza dubbio lopportunit di
una specie di Silicon Valley del sociale e dellecologia... Questultima daltronde nata in

74 Nostra sola patria: linfanzia


un luogo che presentava poco interesse allepoca, ma dove il basso costo degli spazi e
limpegno di qualche persona hanno contribuito a farne la sua specificit e la sua celebrit
internazionale. Ferdinand Tnnies, che pensava che la societ sempre mercantile,
scriveva: Mentre nella comunit gli uomini restano legati a dispetto di ogni separazione,
nella societ sono separati a dispetto di ogni legame. Nelle comunit creative del
capitale, si legati attraverso la separazione. Non c pi un fuori a partire dal quale si possa
distinguere la vita e la produzione di valore. La morte si muove dentro se stessa: giovane,
dinamica e vi sorride.

2. Lincitazione permanente allinnovazione, allimpresa, alla creazione, funziona al suo


meglio su di un cumulo di rovine. Da qui la grande pubblicit che stata fatta in questi
ultimi anni alle imprese cool e digitali che tentano di fare del deserto industriale chiamato
Detroit un terreno di sperimentazione. Se pensate a una citt che era vicina alla morte e
che inizia una nuova vita, Detroit. Detroit una citt in cui succede qualcosa, una citt
aperta. Quello che offre Detroit per gente giovane, interessante, impegnata, gli artisti,
gli innovatori, i musicisti, i designer, i progettisti di citt, scrive quello che ha venduto a
sovrapprezzo lidea di un nuovo sviluppo urbano articolato attorno alle classi creative.
Sta parlando di una citt che ha perduto in cinquantanni la met della sua popolazione,
che al secondo posto per tasso di criminalit tra le grandi citt americane, che ha 78.000
palazzi abbandonati, un vecchio sindaco in prigione e la cui percentuale di disoccupazione
si avvicina al 50%, ma dove Amazon e Twitter hanno aperto dei nuovi uffici.
Se la sorte di Detroit ancora aperta, abbiamo gi potuto vedere che unoperazione
promozionale su scala di una citt sufficiente a trasformare un disastro postindustriale
ultradecennale, fatto di disoccupazione, depressione e illegalismo, in un distretto alla
moda, votato alla cultura e alla tecnologia. un simile tocco di bacchetta magica che
ha trasformato la vecchia citt di Lille a partire dal 2004, quando fu leffimera capitale
europea della cultura. Inutile precisare che questo implica di rinnovare drasticamente
la popolazione del centro-citt. Da New Orleans allIrak, quella che giustamente stata
chiamata strategia dello choc permette di ottenere, zona per zona, una frammentazione
redditizia del mondo. In questa demolizione-rinnovamento controllata della societ, la
desolazione pi ostentata e la ricchezza pi insolente sono due aspetti di un unico metodo
di governo.
Quando si leggono i rapporti prospettici degli esperti, vi si incontra per lo pi la
geografia seguente: le grandi regioni metropolitane in competizione tra di loro per attirare
i capitali e gli smart people; i poli metropolitani di seconda zona che si arrangiano con la
specializzazione; le zone rurali povere che vivacchiano diventando dei luoghi suscettibili
di attirare lattenzione dei cittadini desiderosi di natura e biodiversit; e infine le zone
di relegazione pura e semplice, che presto o tardi si finir per circondare con dei check
point e che verranno controllate da lontano, a colpi di droni, elicotteri, operazioni lampo e
intercettazioni telefoniche a tappeto. Il capitale, come si vede, non si pone pi il problema
della societ, ma quello della governance, come dice educatamente. I rivoluzionari

Nostra sola patria: linfanzia 75


degli anni Sessanta e Settanta gli hanno sbattuto in faccia che non ne potevano pi di lui;
da allora, seleziona i suoi eletti.
Il capitale non si pensa pi nazionalmente, ma territorio per territorio. Non si diffonde
pi in maniera uniforme, ma si concentra localmente organizzando ciascun territorio
come ambiente culturale. Non cerca di far marciare il mondo allo stesso passo, al ritmo
del progresso, al contrario lascia che il mondo si suddivida in zone a forte estrazione di
plusvalore e in zone abbandonate, in teatri di guerra e in spazi pacificati. C il nord-est
dellItalia e la Campania, la seconda buona giusto ad accogliere limmondizia della prima.
C Sofia-Antipolis e Villiers-le-Bel. C la City e Notthing Hill, Tel-Aviv e la striscia di
Gaza. Le smart cities e le periferie putrefatte. Idem per la popolazione. Non esiste pi la
popolazione generica. C la giovane classe creativa che fa fruttificare il suo capitale
sociale, culturale e relazionale nel cuore delle metropoli intelligenti e tutti quelli che sono
diventati cos chiaramente inimpiegabili. Vi sono delle vite che contano e altre che non
ci si prende neanche la cura di contabilizzare. Vi sono delle popolazioni, alcune a rischio,
altre a forte potere dacquisto.
Se qualcosa restava a tenere insieme lidea di societ e costituiva un bastione contro la
sua polverizzazione, era sicuramente la deplorevole classe media. Per tutto il XX secolo
essa non ha cessato di estendersi, almeno virtualmente infatti due terzi degli americani e
dei francesi oggi credono sinceramente di fare parte di questa non-classe. Oggi, a sua volta,
anche lei in preda a un impietoso processo di selezione. Non si spiega la moltiplicazione
dei reality show che mettono in scena le forme pi sadiche di competizione, se non
come una propaganda di massa che mira a familiarizzare ciascuno con i piccoli omicidi
quotidiani tra amici in cui si riassume la vita in un mondo di selezione permanente.
Nel 2040, predicono gli oracoli della DATAR, lorgano che prepara e coordina lazione
governamentale francese in materia di riorganizzazione del territorio, la classe media
sar diventata meno numerosa. I suoi membri pi favoriti costituiranno la frazione
inferiore delllite internazionale, gli altri vedranno il loro tenore di vita avvicinarsi
sempre pi alle classi popolari, questo esercito ancillare che provveder ai bisogni
delllite e vivr in quartieri degradati, coabitando con un proletariato intellettuale in
attesa di integrazione o in rottura con le alte gerarchie sociali. Detto in termini meno goffi,
la loro visione pi o meno questa: delle zone residenziali devastate, i cui vecchi abitanti
andranno in delle bidonville per far posto al complesso agricolo metropolitano che
organizza il rifornimento di derrate fresche della metropoli sulla base dei circuiti corti, ai
molteplici parchi naturali, alle zone di disconnessione e di ricreazione per i cittadini
che vogliono fare esperienza del selvaggio e dellinsolito.
Il grado di probabilit di tali scenari importa poco. Quello che qui conta che coloro
che pretendono di coniugare proiezione nellavvenire e strategia dazione proclamano
preliminarmente il decesso dellantica societ. La dinamica globale di selezione si oppone
punto per punto alla vecchia dialettica dellintegrazione, della quale le lotte sociali erano
un momento. La partizione tra territori produttivi da un lato e sinistrati dallaltro, tra la
classe smart da una parte e dallaltra gli idioti, gli arretrati, gli incompetenti, quelli
che resistono al cambiamento, i radicati, non pi predeterminata da una qualsiasi
organizzazione sociale o tradizione culturale. Il fine quello di poter determinare in

76 Nostra sola patria: linfanzia


tempo reale, in maniera sottile, dove si trova il valore, su quale territorio, con chi, per chi.
Larcipelago ricomposto delle metropoli non ha pi molto a che fare con lordine includente
e gerarchizzato chiamato societ, ogni pretesa totalizzante stata abbandonata. quello
che i rapporti della DATAR ci mostrano: quelli stessi che avevano riorganizzato il territorio
nazionale, che avevano costruito lunit fordista della Francia gollista, si sono lanciati nella
sua decostruzione. Decretano senza rimorsi il crepuscolo dello stato-nazione. Porre dei
limiti definitivi, che ci sia fatto attraverso lo stabilire delle frontiere sovrane o la distinzione
indubitabile tra luomo e la macchina, tra luomo e la natura, una cosa del passato. la fine
del mondo dei confini. La nuova societ metropolitana si distribuisce su di uno spazio
piatto, aperto, espansivo, non tanto liscio quanto fondamentalmente bavoso. Si espande
ai suoi margini, oltrepassa i suoi contorni. Non pi cos facile dire, una volta per tutte,
cos e cosa non : nello smart-mondo una smart-spazzatura fa pi parte della societ
che un barbone o un villico. Ricomponendosi su di un piano orizzontale, frammentato,
differenziato quello della pianificazione del territorio e non pi sul piano verticale e
gerarchico della teologia medievale, la societ, come terreno di gioco del governo, ha dei
confini sfumati, mobili e perci facilmente revocabili. Il capitale si mette persino a sognare
un nuovo socialismo riservato ai suoi aderenti. Adesso che Seattle stata svuotata dei
suoi poveri a profitto degli impiegati futuristi di Amazon, Microsoft e Boeing, venuto il
tempo di instaurare la gratuit dei trasporti pubblici. La citt non far pagare quelli la cui
intera vita produzione di valore. Sarebbe una mancanza di gratitudine.
La decisa selezione delle popolazioni e dei territori contiene dei rischi. Una volta
fatta la divisione tra chi si fa vivere e chi si lascia morire, non certo che coloro che si
sanno destinati alla discarica umana si lascino ancora governare. Si pu solo sperare di
riuscire a gestire questo resto ingombrante essendo inverosimile integrarlo mentre
liquidarlo sarebbe senza dubbio indecente. I pianificatori, indifferenti o cinici, ammettono
la segregazione, la crescita delle ineguaglianze, lestensione delle gerarchie sociali
come un dato dellepoca e non come una deriva che bisognerebbe bloccare. La sola deriva
che prendono in conto quella che potrebbe portare la segregazione a mutarsi in secessione
la fuga di una parte di popolazione verso delle periferie dove si organizza in comunit
autonome, eventualmente in rottura con i modelli dominanti della mondializzazione
neoliberale. Questa la minaccia da gestire, questo il ruolo del governo.
La secessione che il capitale gi pratica, noi dovremmo assumerla ma alla nostra maniera.
Fare secessione non vuol dire ritagliare una parte di territorio nella nazione, non significa
isolarsi, tagliare le comunicazioni con il tutto il resto questo significherebbe la morte
assicurata. Fare secessione non significa costituire, a partire dagli scarti di questo mondo,
dei contro-clusters o delle comunit alternative che si compiacciono della loro autonomia
immaginaria rispetto alla metropoli questo fa parte dei piani della DATAR, che ha gi
previsto di lasciarle vegetare nella loro inoffensiva marginalit. Fare secessione vuol dire
abitare un territorio, assumere la nostra configurazione situata del mondo, la nostra maniera
di dimorarvi, la forma di vita e le verit che siamo e a partire da questo entrare in conflitto
o in complicit. Significa quindi legarsi strategicamente alle altre zone di dissidenza,
intensificare la circolazione con le contrade amiche, senza curarsi delle frontiere. Fare
secessione non significa rompere con il territorio nazionale ma con la geografia esistente

Nostra sola patria: linfanzia 77


e disegnarne unaltra, discontinua, intensiva, come un arcipelago e dunque andare
incontro ai luoghi e ai territori che ci sono vicini, anche se bisogna percorrere 10.000
chilometri. In una loro pubblicazione, degli oppositori alla linea ferroviaria Lione-Torino
scrivono: Cosa vuol dire essere No TAV? Vuol dire partire da un enunciato semplice Il
TAV in Val di Susa non passer mai e organizzare la propria vita per fare in modo che
quellenunciato si verifichi. Da ventanni, moltissimi si sono incontrati intorno a questa
certezza. Da l, da quel punto molto particolare su cui non si ceder mai, tutto il mondo
attorno si riconfigura. La lotta in Val Susa riguarda il mondo intero, non in quanto difende
in generale il bene comune, ma perch l viene pensata in comune una certa idea di ci
che bene. Questa si scontra con altre concezioni, si difende da chi la vuole annientare e
si lega con chi si trova in affinit con essa.

3. Un qualunque geopolitico della pianificazione del territorio pu scrivere che la crescita


dei conflitti attorno ai progetti di ristrutturazione da ventanni tale che ci si pu domandare
se non si assista in realt a uno scivolamento progressivo della conflittualit nella nostra
societ dal campo sociale verso quello territoriale. Pi indietreggiano le lotte sociali, pi
prendono forza le lotte la cui posta in gioco il territorio. Si sarebbe tentati quasi di dargli
ragione vista la maniera con cui la lotta in Val di Susa, da delle remote montagne, d il ritmo
alla contestazione politica in Italia in questi ultimi anni; nel vedere la potenza aggregante
della lotta contro i trasporti di rifiuti nucleari CASTOR nel Wendland in Germania; nel
constatare la determinazione di coloro che combattono contro la miniera di Hellas Gold
in Calcidica o di quelli che hanno respinto la costruzione di un inceneritore di rifiuti a
Keratea nel Peloponneso. Infatti sempre pi rivoluzionari si gettano avidamente su ci
che chiamano lotte locali come ieri facevano con le lotte sociali. Mancava giusto che
i marxisti si iniziassero a domandare, con appena un secolo di ritardo, se non convenga
rivalutare il carattere territoriale di un sacco di scioperi, di battaglie di fabbrica che
coinvolgevano intere regioni e non solo gli operai e il cui terreno era la vita piuttosto che il
semplice rapporto salariale. Lerrore di questi rivoluzionari di considerare il locale come
facevano con la classe operaia, cio come una realt preesistente alla lotta. Logicamente
finiscono per immaginare che venuto il tempo di costruire una nuova internazionale delle
resistenze alle grandi opere inutili e imposte che le renderebbe pi forti e contagiose. Ma
questo significa dimenticare che la battaglia stessa che, riconfigurando la quotidianit
dei territori in lotta, crea la consistenza del locale il quale, prima della lotta, era del tutto
evanescente. Il movimento non si limitato a difendere un territorio per come era, ma
lha vissuto ed abitato per come poteva essere...lo ha fatto esistere, lha costruito e gli ha
dato una consistenza, notano degli oppositori del TAV. Furio Jesi osservava che Ci si
appropria di una citt fuggendo o avanzando nellalternarsi delle cariche, molto pi che
giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi pi tardi con una ragazza. Nellora
della rivolta non si pi soli nella citt. Lo stesso accade per gli abitanti della Val di Susa:
non avrebbero una conoscenza cos minuziosa della loro valle, e un tale attaccamento ad

78 Nostra sola patria: linfanzia


essa, se non lottassero da trentanni contro lo sporco progetto dellUnione europea.
Quello che lega tra loro queste differenti lotte, la loro posta in gioco, non il territorio,
non il fatto di essere di fronte alla medesima ristrutturazione capitalista, ma le maniere
di vivere che inventano o riscoprono nel corso del conflitto. Ci che le lega sono i gesti di
resistenza che ne derivano il blocco, loccupazione, la sommossa, il sabotaggio in quanto
attacchi diretti contro la produzione di valore che si genera attraverso la circolazione
dinformazione e di merci e la messa in connessione dei territori innovativi. Non si
tratta di mobilitare la potenza che emana dalla lotta in vista della vittoria: essa stessa la
vittoria, nella misura in cui, passo dopo passo, la potenza cresce. A questo proposito, il
movimento Semina la tua ZAD ha scelto bene il suo nome. Si tratta di riprendere delle
attivit agricole sui terreni espropriati dal costruttore dellaeroporto di Notre-Dame-des-
Landes, ormai occupati dagli abitanti. Un simile gesto pone immediatamente quelli che vi
si riconoscono in un tempo lungo, in ogni caso pi lungo di quello dei movimenti sociali
tradizionali, e induce una riflessione pi generale sulla vita alla ZAD e il suo divenire. Una
proiezione che include necessariamente la disseminazione al di l di Notre-Dame-des-
Landes.
C tutto da perdere a rivendicare il locale contro il globale. Il locale non la rassicurante
alternativa alla globalizzazione, ma il suo prodotto universale: prima che il mondo
fosse globalizzato, il luogo dove abitavo era solamente il mio territorio familiare, non lo
conoscevo come locale. Il locale non altro che il rovescio del globale, il suo residuo,
la sua secrezione e non ci che lo pu far esplodere. Niente era locale prima di essere
stato sradicato per ragioni professionali, mediche o per le vacanze. Il locale il nome
della possibilit di una condivisione unita alla condivisione di unespropriazione. una
contraddizione del globale, che si fa consistere o meno. Ogni mondo singolare appare
ormai per ci che : una piega nel mondo e non il suo fuori sostanziale. Riportare al rango
irrilevante di lotte locali - cos come c un colore locale, simpaticamente folklorico -
delle lotte come quelle di Val di Susa, della Calcidica o dei Mapuche, che hanno ricreato un
territorio e un popolo dallaura planetaria, una classica operazione di neutralizzazione.
Si tratta per lo Stato, col pretesto che questi territori sono situati ai suoi margini, di
marginalizzarli politicamente. Chi, a parte lo Stato messicano, si sognerebbe di qualificare
la lotta zapatista e lavventura che ne seguita come lotta locale? E tuttavia non c nulla
di pi localizzato di questa insurrezione armata contro lavanzata del neoliberalismo che
ha ispirato un movimento di rivolta planetaria contro la globalizzazione. La contro-
operazione che riuscita agli zapatisti consistita nellestrarsi immediatamente dal quadro
nazionale, dunque dallo statuto minore di lotta locale, e legarsi invece a ogni sorta di
forza nel mondo; in questo modo sono riusciti a prendere lo Stato messicano in una
manovra a tenaglia e a renderlo doppiamente impotente, sul suo territorio e al di l delle
frontiere. La manovra imparabile, e riproducibile.
Tutto locale, compreso il globale; manca ancora di localizzarlo. Legemonia neoliberale
proviene precisamente dal fatto che fluttua nellaria, si espande per innumerevoli canali
spesso invisibili e sembra invincibile perch insituabile. Invece di vedere Wall Street
come un rapace celeste che domina il mondo come ieri lo faceva Dio, avremmo tutto da
guadagnare a localizzare le sue reti materiali e relazionali, a seguire le connessioni di una

Nostra sola patria: linfanzia 79


sala della borsa fino allultima delle sue fibre ottiche. Ci si renderebbe conto che i traders
sono semplicemente dei coglioni che non meritano la loro reputazione diabolica e che
la stronzaggine una potenza in questo mondo. Ci si interrogherebbe sullesistenza di
questi buchi neri che sono le camere di compensazione, come Euronext o Clearstream.
Identicamente per lo Stato il quale, in fondo, non nientaltro, come ha ipotizzato un
antropologo, che un sistema di fedelt personale. Lo Stato la mafia che ha vinto tutte le
altre e che in questo modo ha guadagnato il diritto di trattarle come criminali. Identificare
questo sistema, tracciarne i contorni, scoprirne i vettori, significa riportarlo alla sua natura
terrestre, alla sua vera condizione. Solo un lavoro dinchiesta, tutto da fare, pu strappare
laura a ci che si vuole egemonico.
Un altro pericolo incombe su tutto quello che opportunamente si presenta come lotta
locale. Quelli che scoprono attraverso la loro organizzazione quotidiana il carattere
superfluo del governo possono concluderne che esista una societ soggiacente, prepolitica,
in cui la cooperazione avviene naturalmente. Cos arrivano logicamente a ergersi contro
il governo in nome della societ civile. E questo va sempre insieme alla credenza in
unumanit stabile, pacifica, omogenea nelle sue aspirazioni, animata da una disposizione
cristianeggiante al mutuo aiuto, alla bont e alla compassione. Nel momento stesso del
suo trionfo, scrive una giornalista americana a proposito dellinsurrezione argentina del
2001, la rivoluzione sembra aver gi, istantaneamente, tenuto la sua promessa: tutti gli
uomini sono fratelli, chiunque pu esprimersi, i cuori sono in festa, la solidariet forte.
La formazione di un nuovo governo, storicamente, trasferisce molta di questa potenza
allo Stato piuttosto che alla societ civile: [] Il periodo di transizione tra due regimi
sembra ci che pi si avvicina allideale anarchico di una societ senza Stato, un momento
in cui tutti possono agire e nessuno detiene lautorit ultima, quando la societ si inventa
da sola, passo dopo passo. Un nuovo giorno si lever su di unumanit piena di buon
senso, responsabile e capace di prendersi in carico tramite una concertazione rispettosa
e intelligente. Tutto ci significa credere che la lotta si accontenti di lasciar emergere una
natura umana buona, mentre sono proprio le condizioni della lotta che producono questa
umanit. Lapologia della societ civile non fa altro che ripetere su scala globale lideale
del passaggio allet adulta, quando potremo finalmente fare a meno del nostro tutore lo
Stato poich avremo compreso; saremo degni alla fine di governarci da soli. Questa litania
riprende tutto quello che si lega al tristissimo divenire-adulto: una certa noia responsabile,
una retorica benevolenza e la rimozione degli affetti vitali che abitano linfanzia, cio una
certa disposizione al gioco e al conflitto. Lerrore di fondo senza dubbio il seguente: i
sostenitori della societ civile, almeno a partire da Locke, hanno sempre identificato la
politica con le tribolazioni indotte dalla corruzione e lincuria del governo essendo la
base sociale qualcosa di naturale e senza storia. La storia, infatti, non sarebbe altro che
la concatenazione degli errori e delle approssimazioni che ritardano il ritorno a se stessa
di una societ soddisfatta. Il grande fine che gli uomini perseguono quando entrano
in societ di godere della loro propriet pacificamente e senza pericolo. Per questo
coloro che lottano contro il governo in nome della societ, quali che siano le loro pretese
radicali, non possono che desiderare, in fondo, che farla finita con la storia e la politica,
cio con la possibilit del conflitto, ovvero con la vita, la vita vivente.

80 Nostra sola patria: linfanzia


Noi partiamo da tuttaltro presupposto: non c n natura n societ. Sradicare
gli umani da tutto il non-umano che tesse, per ognuno di essi, il suo mondo familiare e
riunire le creature cos amputate sotto il nome di societ una mostruosit che durata
abbastanza. Ovunque in Europa vi sono dei comunisti o dei socialisti che propongono
unuscita nazionale dalla crisi: uscire dalleuro e ricostituire una bella totalit limitata,
omogenea e ordinata, questa sarebbe la soluzione. Questi deficienti non possono fare a
meno di allucinare il loro membro fantasmatico. E poi, diciamolo, in materia di totalit
belle e ordinate i fascisti avranno sempre la meglio.
Nessuna societ, dunque, ma dei mondi. Nessuna guerra alla societ: fare la guerra a
una finzione significa materializzarla. Non c nessun cielo sociale sopra le nostre teste,
ci siamo noi e linsieme dei legami, delle amicizie, delle inimicizie, delle prossimit e
delle distanze effettive di cui facciamo esperienza. Quello che esiste sono dei noi, delle
potenze eminentemente situate e la loro capacit a estendere le loro ramificazioni in seno
al cadavere sociale che si decompone e ricompone senza fine.
Un brulicare di mondi, un mondo fatto di un insieme di mondi e attraversato da conflitti
tra di essi, da attrazioni e repulsioni. Costruire un mondo significa elaborare un ordine,
fare posto o meno ad ogni cosa, a ogni essere, a ogni inclinazione e pensare questo posto,
cambiarlo se ce n bisogno. Ad ogni apparizione del nostro partito, che sia attraverso
loccupazione di una piazza, unondata di rivolte o una frase sconvolgente taggata su di un
muro, si diffonde il sentimento che siamo proprio noi a essere l, in tutti questi luoghi
nei quali non siamo mai stati. Ecco perch il primo dovere dei rivoluzionari di prendersi
cura dei mondi che costituiscono. Come hanno mostrato gli zapatisti, il fatto che ciascun
mondo sia situato non lo priva affatto dellaccesso alla generalit ma, al contrario, glielo
procura. Luniversale, ha detto un poeta, il locale meno i muri. Esiste piuttosto una facolt
duniversalizzazione che attiene allapprofondimento in s stessi, allintensificazione di ci
che sperimentiamo in ciascun punto del mondo. Non c da scegliere tra la cura portata a
quello che costruiamo e la nostra forza durto politica. La nostra forza fatta dallintensit
di quello che viviamo, dalla gioia che ne emana, dalle forme despressione che si inventano,
dalla capacit collettiva a sopportarne la prova di cui essa testimonia.
Nellinconsistenza generale dei rapporti sociali, i rivoluzionari devono singolarizzarsi per
la densit di pensiero, daffezione, di finezza, dorganizzazione che pervengono a mettere
in opera e non per la loro disposizione alla scissione, allintransigenza senza oggetto o
per la concorrenza disastrosa sul terreno di una fantasmatica radicalit. attraverso
lattenzione al fenomeno, attraverso le loro qualit sensibili, che arriveranno a divenire una
reale potenza e non per coerenza ideologica.
Lincomprensione, limpazienza e la negligenza, ecco il nemico.
Il reale ci che resiste.

Nostra sola patria: linfanzia 81


Omnia sunt communia

1. Che la comune ritorna.


2. Abitare da rivoluzionari.
3. Per finirla con leconomia.
4. Formare una potenza comune.
1. Uno scrittore egiziano, liberale convinto, scriveva ai tempi ormai lontani della prima
piazza Tahrir: Le persone che ho visto in piazza Tahrir erano degli esseri nuovi che
non somigliavano pi a quelli con i quali ero quotidianamente in rapporto, come se
la rivoluzione avesse ricreato degli Egiziani di una qualit superiore [], come se la
rivoluzione che aveva liberato gli Egiziani dalla paura li avesse ugualmente guariti dai
loro problemi sociali [] Piazza Tahrir era diventata simile alla Comune di Parigi. Era
stato rovesciato il regime e al suo posto si era instaurato il potere del popolo. Si erano
create delle commissioni di ogni genere, come quella per le pulizie o quella incaricata di
costruire delle latrine e delle sale da bagno. Dei medici volontari avevano costruito degli
ospedali da campo. A Oakland, il movimento Occupy teneva la piazza Oscar Grant in
quanto Comune di Oakland. A Istanbul non si trov, fin dai primi giorni, un nome pi
giusto di Comune di Taksim per designare quello che era nato. Un modo di dire che la
rivoluzione non era ci sul quale un giorno sarebbe sfociata Taksim, ma la sua esistenza in
atto, la sua effervescente immanenza, qui e ora.
Nel settembre 2002 un povero villaggio del delta del Nilo di 3.000 abitanti, Tahsin,
dichiar la sua indipendenza dallo Stato egiziano. Non si pagheranno pi le tasse. Non si
pagher pi la scuola. Ce la faremo da soli la scuola. Ci occuperemo noi dei rifiuti, delle
nostre strade. E se un funzionario dello stato mette piede nel villaggio per qualcosa di
diverso dallaiutarci, lo cacceremo, dissero gli abitanti. Sulle alte montagne di Oaxaca,
allinizio degli anni Ottanta, degli Indiani che cercavano di formulare quello che costituiva
la specificit della loro forma di vita, arrivarono alla nozione di comunalit. Lessere
comunale indiano allo stesso tempo ci che riassume il suo fondo tradizionale e ci
che loppone al capitalismo, in vista di una ricostruzione etica dei popoli. Si anche
visto, recentemente, il PKK convertirsi al comunalismo libertario di Murray Bookchin, e
preferire una federazione di comuni alla costruzione di uno Stato kurdo.
Non solo la comune non morta, ma ritorna. E non torna per caso e in qualsiasi momento.
Ritorna nello stesso momento in cui lo Stato e la borghesia svaniscono in quanto forze
storiche. Infatti fu lemersione dello Stato e della borghesia che annunci la sconfitta della
rivolta comunalista che scosse la Francia e lItalia dallXI al XIII secolo. La comune, a
quel tempo, non era la citt franca e neanche la collettivit che si dota di istituzioni di
autogoverno. Se pur si ottenne a volte che la comune venisse riconosciuta da una o laltra
autorit, generalmente alla fine di aspre lotte, essa non ne ha bisogno per esistere. Non
ha neanche necessit di una Carta e quando ce n una molto raro che fissi una qualsiasi
forma di costituzione politica o amministrativa. Essa pu avere un sindaco o meno. Quello
che costituisce la comune, allora, il mutuo giuramento prestato dagli abitanti di una citt
o di una campagna di resistere insieme. Nel caos dellXI secolo la comune significa giurarsi
assistenza, impegnarsi a curarsi gli uni degli altri e a difendersi contro ogni oppressore.
letteralmente una conjuratio e i congiurati sarebbero restati qualcosa di onorevole se nei
secoli seguenti i giuristi reali, per meglio sbarazzarsene, non li avessero associati allidea di
complotto. Uno storico dimenticato riassume: Senza associazione attraverso il giuramento
non ci sarebbe stata alcuna comune e questa associazione era sufficiente perch vi fosse
una comune. Comune ha esattamente lo stesso senso di giuramento comune. La comune
quindi il patto di affrontare insieme il mondo. contare sulle proprie forze come fonte

Omnia sunt communia 83


della propria libert. Non unentit quello a cui si punta: una qualit del legame e una
maniera dessere nel mondo. Un patto che infatti implose con laccaparramento di tutte le
cariche e di tutte le ricchezze da parte della borghesia, con il dispiegamento dellegemonia
statale. questo senso originario, medievale, della comune, perduto per molto tempo, che
non si sa come fu ritrovato dalla frazione federalista della Comune di Parigi nel 1871. Ed
di nuovo questo senso che risorge periodicamente da allora, dal movimento delle comuni
sovietiche che fu la punta di diamante dimenticata della rivoluzione bolscevica prima di
essere liquidato dalla burocrazia staliniana fino allintercomunalismo rivoluzionario di
Huey P. Newton passando per la Comune di Kwangju del 1980 in Corea del Sud. Dichiarare
la Comune significa ogni volta far uscire il tempo storico dai suoi cardini, far breccia nel
continuum disperato delle sottomissioni, nel concatenamento senza ragione dei giorni,
nella cupa lotta di ciascuno per la sopravvivenza. Dichiarare la Comune accettare di
legarsi. Nulla sar pi come prima.

2. Gustav Landauer scriveva: Nella vita comunitaria degli uomini c una sola struttura
adeguata dello spazio: la comune e la confederazione di comuni. Le frontiere della
comune sono piene di senso (cosa che naturalmente esclude la dismisura, ma non la
irragionevolezza o linopportunit in casi isolati): esse circondano un luogo che finisce
naturalmente l dove finisce. Che una realt politica possa essere essenzialmente spaziale,
ecco qualcosa che sfida la comprensione moderna. Da un lato perch siamo stati abituati
a pensare la politica come una cosa astratta nella quale si distribuiscono, da destra a
sinistra, posizioni e discorsi. Dallaltra perch ereditiamo dalla modernit una concezione
dello spazio come estensione vuota, uniforme e misurabile, nella quale prendono posto
oggetti, creature o paesaggi. Tuttavia il mondo sensibile non si d a noi in questo modo.
Lo spazio non neutro. Le cose e gli esseri non occupano al suo interno una posizione
geometrica, ma laffettano e ne sono affettati. I luoghi sono irriducibilmente carichi di
storie, impressioni e emozioni. Una comune si lega al mondo a partire dal luogo che gli
proprio. N entit amministrativa n semplice suddivisione geografica, essa esprime
piuttosto un certo livello di condivisione inscritto territorialmente. Ci facendo aggiunge
al territorio una dimensione di profondit che nessuno stato maggiore potr far figurare
sulle sue mappe. Con la sua sola esistenza rompe la suddivisione ragionata dello spazio e
destina alla sconfitta ogni velleit di pianificazione del territorio.
Il territorio della comune fisico perch esistenziale: laddove le forze doccupazione
pensano lo spazio come una rete ininterrotta di clusters ai quali differenti operazioni di
branding danno lapparenza della diversit, la comune si pensa innanzitutto come rottura
concreta, situata, con lordine globale del mondo. La comune abita il suo territorio e lo
plasma mentre questo gli offre una dimora e un riparo. Vi tesse i legami necessari, si nutre
della sua memoria, trova un senso e un linguaggio alla terra. In Messico, un antropologo
indiano, uno di quelli che difende ormai la comunalit come principio direttivo della
loro politica, dichiara a proposito della comune Ayuujk: la comunit descritta come
qualcosa di fisico, con le parole najx e kajp (najx, la terra, e kajp, il popolo). Najx,

84 Omnia sunt communia


la terra, rende possibile lesistenza del kajp, il popolo, ma il popolo, kajp, d un senso
alla terra, najx. Un territorio intensamente abitato finisce per divenire in se stesso
unaffermazione, unesplicitazione, unespressione di quello che si vive. Ci si pu osservare
sia in un villaggio Bororo, la pianta del quale rende manifesto il rapporto degli abitanti con
gli dei, che nella fioritura di tag che seguono ad una rivolta, unoccupazione di piazze o un
qualsiasi momento in cui la plebe si mette ad abitare di nuovo lo spazio urbano.
Il territorio ci attraverso cui la comune prende corpo, trova la sua voce, accede alla
presenza. Il territorio il nostro spazio di vita, le stelle che vediamo la notte, il calore
o il freddo, lacqua, la sabbia, la ghiaia, la foresta, il nostro modo dessere, di lavorare, la
nostra musica, la nostra maniera di parlare. Cos si esprime un indiano Nahua, uno dei
communeros che ripresero con le armi, negli anni Ottanta, le terre comunali di Ostula che
erano state sequestrate da una banda di piccoli proprietari terrieri del Michuacan, per
dichiararvi la Comune autonoma di San Diego Xayakalan. Il fatto che ogni esistenza, se
ha un minimo di presa sul mondo, ha bisogno di una terra in cui inscriversi, che sia a Seine-
Saint-Denis o nelle terre aborigene dAustralia. Abitare significa inscriversi, raccontarsi
anche alla terra, che una cosa che ancora possiamo sentire nella parola geo-grafia. Il
territorio sta alla comune come la parola sta al senso cio mai come un semplice mezzo.
qui che la comune si oppone fondamentalmente allo spazio infinito dellorganizzazione
mercantile: il suo territorio la tavoletta dargilla che svela il suo senso, e non una semplice
estensione dotata di funzioni produttive abilmente ripartite da un pugno di esperti della
pianificazione. Tra un luogo abitato e una zona dattivit vi sono le stesse differenze che
sussistono tra un diario intimo e unagenda. Due usi della terra, due usi dellinchiostro e
della carta, che non si assomigliano in nulla.
Ogni comune, in quanto decisione daffrontare insieme il mondo, pone questo al suo
centro. Quando un teorico della comunalit scrive che essa inerente allesistenza e alla
spiritualit dei popoli indigeni, caratterizzata dalla reciprocit, la collettivit, i legami
di parentela, le lealt primordiali, la solidariet, il mutuo aiuto, il tequio, lassemblea, il
consenso, la comunicazione, lorizzontalit, lautosufficienza, la difesa del territorio,
lautonomia e il rispetto della terra madre, dimentica di dire che lo scontro con lepoca
che ha richiesto questa teorizzazione. La necessit di autonomizzarsi dalle infrastrutture
del potere non significa aspirare allautarchia, ma si deve al fatto che solo cos possibile
conquistare la libert politica. La comune non si accontenta di dirsi tale: quello che essa
intende rendere manifesto prendendo corpo non la sua identit o lidea che si fatta
di se stessa, ma lidea che si fa della vita. La comune non pu daltra parte crescere che a
partire dal suo fuori, come un organismo che vive solo dellinteriorizzazione di quello che
lo circonda. La comune, proprio perch vuole ingrandirsi, pu nutrirsi solamente di ci
che non . Dal momento che si separa dal suo fuori perde vitalit, si autodivora, si dilania,
diventa inespressiva o si lascia andare a quello che i greci, proprio perch si sentono isolati
dal resto del mondo, chiamano su scala dellintero paese cannibalismo sociale. Per la
comune non c differenza tra guadagnare in potenza e curarsi essenzialmente del proprio
rapporto con quello che non . Storicamente, le comuni del 1871, quella di Parigi ma anche
quelle di Limoges, Prigueux, Lione, Marsiglia, Grenoble, Le Creusot, Saint-tienne, Rouen,
come le comuni medievali, sono state condannate dal loro isolamento. Ed esattamente

Omnia sunt communia 85


come, una volta che la calma fu ristabilita in provincia, fu possibile a Thiers schiacciare il
proletariato parigino nel 1871, alla stessa maniera la principale strategia della polizia turca
al momento delloccupazione di Taksim stata quella di impedire alle manifestazioni che
partivano dai quartieri in agitazione di Gazi e Besiktas o dai quartieri anatolici dellaltro
lato del Bosforo di raggiungere Taksim, e a Taksim di mettersi in collegamento con loro.
Il paradosso che affronta la comune dunque il seguente: essa deve contemporaneamente
riuscire a far consistere una realt territoriale eterogenea allordine globale e suscitare
e stabilire dei legami tra delle consistenze locali, cio staccarsi dal radicamento che la
costituisce. Se uno dei due obbiettivi non viene raggiunto: o la comune incistata nel suo
territorio si fa lentamente isolare e sopprimere; oppure diviene un gregge errante, senza
terra, estranea alle situazioni che attraversa, ispirando al suo passaggio nientaltro che
diffidenza. quello che accadde al distaccamento della Lunga Marcia nel 1934. Due terzi
dei combattenti vi trovarono la morte.

3. Che il cuore della comune sia precisamente quello che le sfugge, ci che la traversa
senza che possa mai appropriarsene, era gi la caratteristica delle res communes nel diritto
romano. Le cose comuni erano loceano, latmosfera, i templi; ci di cui non ci si pu
appropriare in quanto tale: ci si pu appropriare di qualche litro dacqua di mare, di
una striscia della riva o delle pietre di un tempio ma non si pu possedere il mare o un
luogo sacro in quanto tali. Le res communes sono paradossalmente quello che resiste alla
reificazione, alla loro trasformazione in res, in cose. la denominazione in diritto pubblico
di quello che sfugge al diritto pubblico: quello che di uso comune irriducibile alle
categorie giuridiche. Il linguaggio, tipicamente, il comune: ci si esprime grazie a lui,
attraverso di esso, ma allo stesso tempo nessuno pu possederlo in proprio. Si pu solo
farne uso.
In questi ultimi anni degli economisti si sono dedicati a sviluppare una nuova teoria dei
commons. I commons sarebbero linsieme delle cose che il mercato ha difficolt a
valutare ma senza le quali non potrebbe funzionare: lambiente, la salute mentale e fisica,
gli oceani, leducazione, la cultura, i Grandi Laghi, etc., ma anche le grandi infrastrutture
(le autostrade, Internet, le reti telefoniche o fognarie, etc.). Secondo questi economisti,
inquieti per lo stato del pianeta e desiderosi di un miglior funzionamento del mercato,
bisognerebbe inventare per questi commons una nuova forma di governance che non
riposi esclusivamente su di esso. Governing the Commons il titolo del recente best-seller di
Elinor Ostrom, premio Nobel delleconomia nel 2009, in cui vengono definiti otto principi
per gestire i commons. Avendo compreso che cera un posto da occupare in uneventuale
amministrazione dei commons, Negri e consorti hanno fatto propria questa teoria, al
fondo perfettamente liberale, estendendo la nozione di comune alla totalit di quello che
produce il capitalismo, arguendo che essa deriva in ultima istanza dalla cooperazione
produttiva tra gli umani, ai quali non rimane che appropriarsene attraverso uninsolita
democrazia del comune. Gli eterni militanti, sempre a corto di idee, si sono affrettati a
mettersi al seguito e si ritrovano adesso a rivendicare la salute, lalloggio, limmigrazione,

86 Omnia sunt communia


il lavoro di cura, leducazione, le condizioni di lavoro nellindustria tessile come altrettanti
commons di cui appropriarsi. Se continuano su questa via non tarderanno a rivendicare
lautogestione delle centrali nucleari, non senza aver chiesto prima quella della NSA, visto
che Internet deve appartenere a tutti. Dei teorici pi raffinati immaginano invece di fare
del comune lultimo principio metafisico tirato fuori dal cilindro magico dOccidente.
Unarch, scrivono, nel senso di ci che ordina, comanda e regge tutta lattivit politica,
un nuovo inizio che dovr far nascere delle nuove istituzioni e un nuovo governo del
mondo. Quello che c di sinistro in tutto ci lincapacit a immaginare qualcosa di
diverso, in guisa di rivoluzione, di un mondo scortato da unamministrazione degli uomini
e delle cose ispirato ai deliri di Proudhon e alle tristi fantasie della Seconda Internazionale.
Le comuni contemporanee non rivendicano laccesso n la presa in carico di un qualsiasi
comune; esse invece mettono in opera immediatamente una forma di vita comune,
ovvero elaborano un rapporto comune rispetto a ci di cui non possono appropriarsi, a
cominciare dal mondo.
Quandanche questi commons passassero nelle mani di una nuova specie di burocrazia,
in fondo non cambierebbe nulla di ci che ci uccide. Tutta la vita sociale delle metropoli
opera come una gigantesca impresa di demoralizzazione. Ciascuno, in ogni aspetto della
sua esistenza, rigorosamente gestito dallorganizzazione dinsieme del sistema mercantile.
Si pu anche militare in una o laltra organizzazione, uscire con la propria banda di
amici; in ultima istanza, il modo ciascuno per s e non c ragione alcuna di credere
che possa andare diversamente. Ogni movimento, ogni vero incontro, ogni episodio di
rivolta, ogni sciopero, ogni occupazione, una breccia aperta nella falsa evidenza di questa
vita, attesta che una vita comune possibile, desiderabile, potenzialmente ricca e gioiosa.
A volte sembra come che tutto cospiri a dissuaderci dal credervi, a cancellare ogni traccia
di altre forme di vita da quelle che si sono spente a quelle che ci si appresta a sradicare. I
disperati che sono al comando della nave temono innanzitutto il fatto di avere a bordo dei
passeggeri meno nichilisti di loro. E in effetti tutta lorganizzazione di questo mondo, cio
la nostra rigorosa dipendenza da quella, una quotidiana smentita di ogni altra possibile
forma di vita.
A misura che la vernice sociale si sgretola, lurgenza di costituirsi in forza si espande,
sotterraneamente ma sensibilmente. Dalla fine del movimento delle piazze, in numerose
citt spagnole sono sbocciate delle reti di mutuo appoggio per impedire gli sfratti, dei
comitati di sciopero e delle assemblee di quartiere, ma anche delle cooperative per tutti
e per tutto. Cooperative di produzione, di consumo, dalloggio, dinsegnamento, di
credito e persino delle cooperative integrali che vorrebbero prendere in carico ogni
aspetto della vita. Tramite questa proliferazione tutta una serie di pratiche che erano state
precedentemente marginalizzate si diffondono al di l del ghetto radicale che in qualche
modo le aveva riservate a se stesso. Esse acquisiscono anche un grado di seriet e di efficacia
fin qui sconosciuto. Sono meno soffocanti. Non sono tutte eguali. Si affronta insieme il
bisogno di soldi, ci si organizza per averne o per farne a meno. Tuttavia una falegnameria
o unofficina meccanica cooperativa saranno altrettanto penose del lavoro salariato se
vengono pensate come un obbiettivo in se stesso, invece di essere concepite come mezzo
di cui ci si dota in comune. Ogni entit economica votata alla morte, gi la morte, se

Omnia sunt communia 87


la comune non riesce a smentire la sua pretesa di completezza. La comune allora ci
che fa comunicare tra di esse tutte le comunit economiche, quello che le trapassa e le
eccede, il legame che contrasta la loro propensione allautocentramento. Il tessuto etico
del movimento operaio barcellonese dellinizio del XX secolo pu servire da guida alle
sperimentazioni in corso. Quello che costituiva il suo carattere rivoluzionario non era n i
suoi atenei libertari n i suoi padroncini che stampavano di contrabbando la moneta con il
simbolo della CNT-FAI, n i sindacati di categoria, n le sue cooperative operaie, n i suoi
gruppi di pistoleros. Era il legame tra tutto questo, la vita che si diffondeva tra tutto ci e che
non assegnabile a nessuna di queste attivit, a nessuna di queste entit. Questa era la sua
base inespugnabile. daltra parte interessante notare che al momento dellinsurrezione
del 1936 i soli a legare offensivamente tutte le componenti del movimento anarchico siano
stati quelli del gruppo Nosotros, una banda marginalizzata che il movimento sospettava
di anarco-bolscevismo e che sub un mese dopo un processo e una semi-esclusione da
parte della FAI.
In un buon numero di paesi europei colpiti dalla crisi si assiste a un ritorno
massiccio delleconomia sociale e solidale e delle ideologie cooperativiste e mutualiste che
laccompagnano. Lidea quella che potrebbe costituire unalternativa al capitalismo. Noi
vi vediamo invece unalternativa alla lotta, unalternativa alla comune. Per convincersene
sufficiente guardare alla maniera in cui leconomia sociale e solidale stata strumentalizzata
dalla Banca mondiale negli ultimi ventanni, specie in America del Sud, come tecnica di
pacificazione politica. risaputo che il lodevole progetto di aiutare i paesi del Terzo
Mondo a svilupparsi nato negli anni Sessanta dallo spirito particolarmente contro-
insurrezionale di Robert McNamara, il segretario della Difesa degli Stati-Uniti dal 1961 al
1968, luomo del Vietnam, dellAgente Arancio e delloperazione Rolling Thunder. Lessenza
di questo progetto economico in s non ha nulla di economico: puramente politica e il
suo principio semplice. Per assicurare la sicurezza degli Stati-Uniti, cio per vincere
le insurrezioni comuniste, bisogna privarle della loro migliore causa: leccessiva povert.
Niente povert, niente insurrezione. Del puro Galula. La sicurezza della repubblica,
scriveva McNamara nel 1968, non dipende solo e soprattutto dalla sua potenza militare
ma anche dallelaborazione di sistemi stabili, economici e politici, tanto da noi che nei paesi
in via di sviluppo del mondo intero. In una simile prospettiva la lotta contro la povert
ha molti meriti: prima di tutto permette di occultare il fatto che il vero problema non la
povert ma la ricchezza il fatto che qualcuno detenga, con il potere, lessenziale dei mezzi
di produzione; quindi ne fa una questione dingegneria sociale e non un dato politico. Chi
motteggia sul quasi sistematico fallimento degli interventi della Banca mondiale dagli anni
Settanta in poi per ridurre la povert, farebbe meglio a prendere in conto che sono stati
dei gran successi in relazione ai loro veri scopi: prevenire linsurrezione. Un bel percorso
durato fino al 1994.
1994, il Programma nazionale di solidariet (PRO-NASOL) lanciato in Messico
appoggiandosi su 170.000 comitati di solidariet locali per ammortizzare gli effetti
della violenta destrutturazione sociale, che era la logica introduzione agli accordi di libero
scambio con gli Stati-Uniti, sfocia nellinsurrezione zapatista. Da allora, la Banca mondiale
scommette solo sul micro-credito, il rinforzamento dellautonomia e lempowerment dei

88 Omnia sunt communia


poveri (Rapporto della Banca mondiale del 2001), le cooperative, le casse mutue, ovvero:
leconomia sociale e solidale. Favorire la mobilitazione dei poveri in organizzazioni locali
attraverso cui controllino le istituzioni statali, partecipino al processo di decisione locale
e, in questo modo, collaborino ad assicurare il primato della legge nella vita quotidiana,
dice lo stesso Rapporto. Traducete: cooptare nelle nostre reti i leader locali, neutralizzare
i gruppi contestatari, valorizzare il capitale umano, integrare nei circuiti mercantili pur
se marginali tutto quello che, sinora, gli sfuggiva. Lintegrazione di decine di migliaia di
cooperative e di fabbriche recuperate nel programma Argentina al lavoro il capolavoro
contro-insurrezionale di Cristina Kirchner, la sua calibrata risposta alla sollevazione
del 2001. Il Brasile non da meno: il suo Segretariato nazionale delleconomia solidale,
che nel 2005 contava gi 15.000 imprese, si integra armoniosamente nella success story
del capitalismo locale. La mobilitazione della societ civile e lo sviluppo di unaltra
economia non sono la risposta adeguata alla strategia dello choc, come crede
ingenuamente Naomi Klein, ma laltro capo del dispositivo. Insieme alle cooperative
anche la forma-impresa, alfa e omega del neoliberalismo, che si diffonde. Non ci si pu
piattamente felicitarsi, come fa certa sinistra greca, che nel proprio paese negli ultimi due
anni siano nate un gran numero di cooperative autogestite. Perch la Banca mondiale
altrove fa la stessa cosa e con identica soddisfazione. Lesistenza di un settore economico
marginale sostenitore del sociale e del solidale non rimette in questione in nessun modo
la concentrazione del potere politico e dunque di quello economico. Anzi, lo preserva da
ogni rimessa in questione. Dietro questo bastione difensivo gli armatori greci, lesercito
e le grandi imprese del paese possono continuare il loro business as usual. Un po di
nazionalismo, una spruzzata di economia sociale e solidale e linsurrezione pu aspettare.
Perch leconomia possa pretendere allo statuto di scienza dei comportamenti oppure
di psicologia applicata c bisogno di far proliferare sulla superficie della Terra la creatura
economica lessere del bisogno. Lessere del bisogno, il bisognoso, non si trova in natura.
Per molto tempo sono esistite solamente delle maniere di vivere e non dei bisogni. Si
abitava una certa porzione di mondo e si sapeva come nutrirsi, vestirsi, divertirsi, farsi un
tetto. I bisogni sono stati storicamente prodotti attraverso lo sradicamento degli uomini
dal loro mondo. Che abbia preso la forma della razzia, dellespropriazione, delle enclosures
o della colonizzazione, poco importa. I bisogni sono quello attraverso cui leconomia ha
gratificato luomo come prezzo del mondo di cui lha privato. Noi partiamo da questo,
sarebbe vano negarlo. Ma se la comune prende in carico dei bisogni non lo fa per una
preoccupazione economica dautarchia, ma perch la dipendenza economica da questo
mondo un fattore politico non meno che esistenziale davvilimento continuo. La comune
risponde ai bisogni per annientare in noi lessere del bisogno. Il suo gesto elementare ,
laddove viene accusata una mancanza, di dotarsi dei mezzi per farla scomparire ogni
volta che si presenta. Qualcuno ha un bisogno di casa? Non ci si limita a costruirla, si
mette in piedi unofficina per permettere a chiunque di costruirsi rapidamente una casa. Si
prova la necessit di un luogo per riunirsi, parlare o far festa? Lo si occupa oppure se ne
costruisce uno che si metter a disposizione anche di coloro che non fanno parte della
comune. La questione, come si vede, non quella dellabbondanza ma della scomparsa del
bisogno, cio della partecipazione a una potenza collettiva che sia in grado di dissolvere la

Omnia sunt communia 89


sensazione di affrontare il mondo da soli. Lebrezza del movimento non sufficiente; sono
necessari una serie di mezzi. Per questo conviene fare la differenza tra la recente ripresa
della fabbrica Vio-Me di Salonicco da parte dei suoi operai e un buon numero di tentativi
argentini dautogestione disastrosa, ai quali Vio-Me comunque si ispirata. La ripresa della
fabbrica stata concepita da subito come unoffensiva politica che si appoggiava sul resto
del movimento greco e non come un semplice tentativo di economia alternativa. Con
le stesse macchine, questa fabbrica di materiale edile si riconvertita nella produzione
di gel disinfettante che viene fornito in particolare agli ambulatori medici tenuti dal
movimento. In questo caso leco tra le diverse parti del movimento che prende il
carattere di comune. Se la comune produce lo fa solo incidentalmente; se soddisfa i
nostri bisogni in qualche modo lo fa in pi, in aggiunta al suo desiderio di vita comune,
e non prendendo la produzione e i bisogni come suo oggetto.
nelloffensiva aperta contro questo mondo che la comune trover gli alleati che esige la
sua crescita. La crescita delle comuni la vera crisi delleconomia e la sola seria decrescita.

4. Una comune pu formarsi in qualsiasi situazione, attorno a qualsiasi problema. Gli


operai delle fabbriche AMO, pionieri del comunalismo bolscevico, aprirono la prima
casa-comune dellURSS perch dopo anni di guerra civile e di rivoluzione gli mancava
crudelmente un luogo per andare in vacanza. Un comunardo scrisse nel 1930: E quando
sul tetto della datcha collettiva cominciarono a tamburellare le lunghe piogge dautunno,
sotto questo tetto fu presa una decisione: continuiamo la nostra esperienza durante
linverno. Se non esiste un punto di partenza privilegiato per la nascita di una comune
perch non esistono punti privilegiati dentrata nellepoca. Ogni situazione, per poco
che la si viva conseguentemente, ci riporta a questo mondo e ci lega a lui, a ci che vi
di invivibile come a ci che si presenta come incrinatura e apertura. In ogni dettaglio
dellesistenza ne va dellintera forma di vita. Poich loggetto di ogni comune, in fin dei
conti, il mondo essa deve quindi fare attenzione a non lasciarsi determinare interamente
dal compito, la questione o la situazione che presiedettero alla sua costituzione e che furono
solo loccasione dellincontro. Nel dispiegamento di una comune, una soglia salutare viene
cos sorpassata quando il desiderio dessere insieme e la potenza che ne deriva cominciano
a oltrepassare le ragioni iniziali della sua costituzione.
Se restato un insegnamento dagli ultimi sollevamenti, a parte le tecniche di piazza e il
ricorso ormai universale alla maschera a gas simbolo di unepoca divenuta definitivamente
irrespirabile -, uniniziazione alla gioia che vale quanto unintera educazione politica.
Tutti, anche i pezzi di merda dalla nuca rasata di Versailles, negli ultimi anni hanno preso
gusto alla manifestazione selvaggia e agli scontri con gli sbirri. Ogni volta le situazioni
durgenza, di rivolta, doccupazione, hanno fatto nascere pi di quello che inizialmente esse
stesse hanno messo in gioco a livello di rivendicazione, strategia o speranza. Quelli che
sono andati a Taksim per impedire che venissero segati seicento alberi vi hanno trovato
qualcosaltro da difendere: la piazza stessa in quanto matrice e espressione di una potenza
ritrovata, dopo dieci anni di castrazione politica e di smembramento preventivo di ogni

90 Omnia sunt communia


parvenza di organizzazione politica.
Quello che testimonia della comune nelloccupazione di piazza Tahrir, della Puerta del
Sol, in certe occupazioni americane o negli indimenticabili quaranta giorni della libera
repubblica della Maddalena in Val di Susa, il fatto di scoprire che ci si pu organizzare su
di una quantit di piani impossibili da totalizzare. questo che ci ha inebriato: il sentimento
di partecipare, di fare lesperienza di una potenza comune, inassegnabile e, anche se per
poco tempo, invulnerabile. Invulnerabile perch la gioia che circondava ogni momento,
ogni gesto, ogni incontro, non potr mai esserci tolta. Chi fa da mangiare per 1.000 persone?
Chi fa la radio? Chi scrive i comunicati? Chi tira la catapulta sugli sbirri? Chi costruisce
una casa? Chi taglia la legna? Chi sta parlando in assemblea? Non si sa e non importa a
nessuno: tutto questo una forza senza nome, come disse un Bloom spagnolo prendendo
a prestito senza saperlo questa nozione agli eretici del Libero Spirito del XIV secolo. Il
solo fatto di sentire che quello che si fa, quello che si vive, partecipa di uno spirito, di una
forza, di una ricchezza comune permette di farla finita con leconomia, cio con il calcolo,
la misura, la valutazione, con tutta questa piccola mentalit contabile che ovunque il
segno del risentimento, in amore come nelle officine. Un amico che era stato accampato
per molto tempo in piazza Syntagma si stupito del fatto che gli domandassimo come
i Greci avrebbero potuto organizzare la loro sopravvivenza alimentare se il movimento
avesse incendiato il Parlamento e messo in ginocchio leconomia del paese: Dieci milioni
di persone non si sono mai lasciate morire di fame. Anche se tutto ci forse avrebbe dato
luogo a qualche piccola scaramuccia qui e l, questo disordine sarebbe stato infimo rispetto
a quello che regna ordinariamente.
La specificit della situazione alla quale una comune fa fronte sta nel fatto che nel darvisi
interamente vi si trova sempre pi di ci che vi si porta o di quello che vi si cerca: vi si
trova con sorpresa la propria forza, una resistenza e uninventivit che non si conosceva,
e la felicit che si prova ad abitare strategicamente e quotidianamente una situazione
deccezione. In questo senso la comune lorganizzazione della fecondit. Essa fa nascere
sempre pi di quello che rivendica. questo che rende irreversibile lo sconvolgimento
che ha toccato le folle arrivate in tutte le piazze e le strade di Istanbul. Le folle, forzate per
settimane a regolare autonomamente le questioni cruciali dellapprovvigionamento, della
costruzione, della cura, della sepoltura o dellarmamento, non imparano solo a organizzarsi,
apprendono quello che per la gran parte ignoravano; ovvero: che possiamo organizzarci
e che questa potenza fondamentalmente gioiosa. Che questa fecondit della piazza sia
stata passata sotto silenzio da parte di tutti i commentatori democratici della riconquista
dello spazio pubblico, la dice lunga sulla sua pericolosit. Il ricordo di quei giorni e di
quelle notti fa apparire lordinata quotidianit della metropoli ancora pi intollerabile e
mette a nudo la sua vanit.

Omnia sunt communia 91


Today Libya, tomorrow Wall Street

1. Storia di quindici anni.


2. Liberarsi dallattrazione del locale.
3. Costruire una forza che non sia unorganizzazione.
4. Prendersi cura della potenza.
1. Il 3 luglio 2011, in risposta allespulsione dalla Maddalena, decine di migliaia di persone
convergono in pi cortei verso la zona del cantiere occupata dalla polizia e dallesercito.
Quel giorno, in Val di Susa, ci fu unautentica battaglia. Successe persino che un carabiniere
un po avventuroso fu catturato e disarmato nei boschi dai manifestanti. Dal barbiere alle
nonne quasi tutti si erano muniti di una maschera a gas. Quelli troppo vecchi per uscire
di casa ci incoraggiavano dalle finestre urlando Ammazzateli!. Alla fine non si riusc a
cacciare le forze doccupazione dal loro misero rifugio.
Il giorno dopo tutti i giornali italiani ripetevano allunisono le menzogne della polizia:
Maalox e ammoniaca: la guerriglia dei Black Bloc, etc. In risposta a questa operazione
di propaganda giocata sulle falsit, fu convocata una conferenza stampa. La risposta del
movimento fu enunciata in questi termini: E allora, se attaccare il cantiere significa
essere un Black Bloc, siamo tutti dei Black Bloc!. Dieci anni prima, giorno dopo giorno,
la stampa embedded aveva servito la stessa spiegazione per la battaglia di Genova: il Black
Bloc, entit dalla provenienza indeterminata, sarebbe riuscito a infiltrare la manifestazione
e a mettere da solo la citt a ferro e a fuoco. Il dibattito pubblico opponeva a quel tempo
gli organizzatori della manifestazione, che sostenevano la tesi che il cosiddetto Black Bloc
era composto da poliziotti in borghese, a quelli che vi vedevano invece unorganizzazione
terrorista la cui sede si trovava allestero. Il meno che si possa dire che, se la retorica
politica restata identica, il movimento reale ha fatto dei grandi passi in avanti.
Dal punto di vista del nostro partito una lettura strategica degli ultimi quindici anni
parte fatalmente dal movimento anti-globalizzazione, lultima offensiva mondiale
organizzata contro il capitale. Poco importa che si dati la sua nascita con la manifestazione
di Amsterdam contro il trattato di Maastricht nel 1997, con la rivolta di Ginevra contro
lOMC nel maggio 1998, con il Carnival Against Capital di Londra nel giugno 1999 o
con Seattle nel novembre dello stesso anno. Importa altrettanto poco che si pensi sia
sopravvissuto allapogeo di Genova, che fosse ancora vivo nel 2007 a Heiligendam o a
Toronto nel giugno del 2010. Quello che certo che sorto alla fine degli anni Novanta
un movimento di critica planetario che ha preso come bersaglio le multinazionali e gli
organi mondiali di governo (FMI, Banca mondiale, Unione europea, G8, NATO, etc.). La
contro-rivoluzione globale che si dette come pretesto l11 settembre va compresa come
una risposta politica al movimento anti-globalizzazione. Dopo Genova, la scissione che
era apparsa nelle societ occidentali doveva essere ricucita con ogni mezzo.
Logicamente, nellautunno 2008, dal cuore stesso del sistema capitalista, dal luogo che
era stato preso come bersaglio privilegiato della critica del movimento no global che
partita la crisi: dal sistema finanziario. Il fatto che la contro-rivoluzione, per quanto
massiccia possa essere, ha solo il potere di congelare le contraddizioni, non di abolirle.
Altrettanto logicamente, quello che ritorna ci che per sette anni era stato rimosso:
Dicembre 2008, riassumeva un compagno greco, fu una Genova su scala nazionale e che
durata un mese. Le contraddizioni erano maturate sotto il ghiaccio.
Storicamente, il movimento anti-globalizzazione rester come il primo assalto, toccante
e derisorio, della piccola borghesia planetaria contro il capitale. Come se avesse avuto
unintuizione della sua imminente proletarizzazione. Non c una sola delle funzioni
storiche della piccola-borghesia medico, giornalista, avvocato, artista o professore che

Today Libya, tomorrow Wall Street 93


non si sia riconvertita in versione attivista: street medics, reporter alternativi di Indymedia,
legal team o specialisti di economia solidale. La natura evanescente del movimento anti-
globalizzazione, la cui inconsistenza evidente fin nelle sommosse dei contro-vertici, dove
sufficiente che si alzino i manganelli per far scomparire la folla come un volo duccelli,
va ricollegata al carattere fluttuante della piccola-borghesia in quanto non-classe, alla sua
indecisione storica e alla sua nullit politica. La poca realt delluna spiega la poca resistenza
dellaltro. stato sufficiente che si levasse il vento invernale della contro-rivoluzione per
polverizzare il movimento nel giro di poche stagioni.
Se lanima del movimento anti-globalizzazione fu la critica dellapparato mondiale di
governo, si pu dire che la crisi ha espropriato i depositari di questa critica: i militanti e
gli attivisti. Quello che dava senso a dei piccoli circoli di creature politicizzate adesso di
unevidenza lampante per chiunque. Mai come dopo lautunno 2008 ha avuto tanto senso,
e un senso cos condiviso, il distruggere le banche ma, proprio per questo, mai ha avuto
cos poco senso farlo in piccoli gruppi di rivoltosi professionisti. Dopo il 2008 sembra
come se il movimento anti-globalizzazione si sia dissolto nella realt. Esso scomparso
perch si realizzato. Tutto quello che costituiva il suo lessico elementare passato nel
dominio pubblico: chi dubita ancora dellimpudente dittatura finanziaria, della funzione
politica delle ristrutturazioni ordinate dallFMI, del saccheggio dellambiente da parte
della rapacit capitalista, della folle arroganza della lobby nucleare, del regno della
menzogna spudorata, della svergognata corruzione dei dirigenti? Chi non resta nauseato
dallunilateralit del neoliberalismo come rimedio al suo stesso fallimento? Bisogna
rammentarsi come, dieci anni fa, le convinzioni che oggi tessono il senso comune fossero
esclusivo patrimonio di ristretti circoli militanti.
La gente ha saccheggiato tutto del movimento anti-globalizzazione, anche il suo
arsenale di pratiche. La Puerta del Sol aveva il suo legal team, il suo medical team, il suo
info point, i suoi hactivisti e le sue tende da campeggio, come ieri accadeva in qualsiasi
contro-vertice, in qualunque No border camp. Quello che stato portato nel cuore della
capitale spagnola sono le forme assembleari, lorganizzazione in barrios e in commissioni
e persino i ridicoli codici gestuali provenienti dal movimento anti-globalizzazione. Il 15
giugno 2010, a Barcellona, le acampadas hanno tentato di bloccare allalba, in migliaia di
persone, il parlamento della Catalogna per impedirgli di votare il piano dausterit -
esattamente come alcuni anni fa si impediva ai rappresentanti dei differenti paesi allFMI
di arrivare al conference centre. Il Book Bloc del movimento studentesco inglese del 2011
la ripresa nel quadro di un movimento sociale di una pratica usata dalle Tute Bianche ai
contro-vertici. Il 22 febbraio 2014 a Nantes, durante la manifestazione contro il progetto di
aeroporto, la pratica di scontro che consiste nellagire mascherati in piccoli gruppi mobili
era cos diffusa che parlare di Black Bloc era solo una maniera di riportare linedito a
qualcosa di gi conosciuto, se non semplicemente il discorso del ministro degli Interni.
Laddove la polizia individua lazione di gruppi radicali non difficile capire che ci che
tenta di occultare una radicalizzazione generale.

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2. E cos il nostro partito ovunque, ma fermo. Il problema che, con la scomparsa del
movimento anti-globalizzazione, stata perduta la prospettiva di un movimento che sia
planetario quanto lo il capitale e con essa si smarrita la capacit di metterlo in difficolt.
La prima questione che ci si pone dunque la seguente: come possibile che un insieme
di potenze situate costituiscano una forza mondiale? Come un insieme di comuni fanno
un partito storico? O, per dirla in altra maniera: a un certo momento c stato bisogno di
disertare il rituale dei contro-vertici con i suoi attivisti professionali, i suoi puppetmasters
depressivi, i suoi scontri prevedibili, la sua pienezza di slogan e il suo vuoto di senso,
per radicarsi in dei territori vissuti; stato necessario liberarsi dellastrazione del globale;
come liberarsi oggi dellattrazione del locale?
Tradizionalmente, i rivoluzionari si aspettano che lunificazione del loro partito risulti
dalla designazione di un nemico comune. il loro incurabile vizio dialettico: La logica
dialettica, diceva Foucault, una logica che fa giocare dei termini contraddittori in un
elemento omogeneo. Io propongo di sostituire a questa logica dialettica una logica della
strategia. Una logica della strategia non pone dei termini contraddittori in un elemento
omogeneo che promette di risolverli in ununit. La logica della strategia ha per funzione
quella di stabilire le connessioni possibili tra dei termini disparati che restano disparati.
La logica della strategia la logica della connessione delleterogeneo e non la logica
dellomogenizzazione del contraddittorio. Nessun legame effettivo tra le comuni, tra delle
potenze eterogenee, situate, potr arrivare dalla designazione di un nemico comune. Se
i militanti, dopo quarantanni che ne discutono, non sono mai riusciti a decidere se il
nemico lalienazione, lo sfruttamento, il capitalismo, il sessismo, il razzismo, la civilt o
lesistente nella sua interezza, vuol dire che la questione era mal posta e fondamentalmente
oziosa. Il nemico non qualcosa che viene designato una volta che lo si strappato
dallinsieme delle sue determinazioni e lo si trasporti su non si sa quale piano politico o
filosofico. Attraverso una simile operazione tutte le vacche sono grige, il reale annebbiato
dalla stessa estraneit che ci si inflitta: tutto ostile, freddo, indifferente. Il militante
potr allora far partire delle campagne contro questo e quello, lo far sempre contro una
forma del vuoto, una forma del proprio vuoto impotenza e mulini a vento. Per chiunque
parta da dov, dallambiente che frequenta, dal territorio che abita, dallimpresa in cui
lavora, la linea del fronte si disegna da sola, al contatto. Chi lavora per i bastardi? Chi non
osa compromettersi? Chi si prende dei rischi per ci in cui crede? Fin dove si permette
di arrivare il partito avverso? Davanti a cosa indietreggia? Su cosa si appoggia? Non
una decisione unilaterale ma lesperienza stessa che traccia la risposta a queste domande,
di situazione in situazione, incontro dopo incontro. In questo caso il nemico non pi
lectoplasma che si costituisce designandolo, il nemico ci che si d, quello che si impone
a tutti coloro che evitano di fare il gesto di astrarsi da quello che sono e da dove sono per
proiettarsi, a partire da questo denudamento, sul terreno astratto della politica questo
deserto. Esso si d invece a quelli che hanno ancora abbastanza vita in se stessi per non
fuggire istintivamente davanti al conflitto.
Ogni comune dichiarata suscita attorno a lei, e a volte fino a molto lontano, una nuova
geografia. Laddove vi era un territorio uniforme, una pianura in cui tutto si scambiava
indistintamente, nel grigiore dellequivalente generale, fa sorgere dalla terra una catena

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di montagne, dei rilievi, dei colli, delle cime, delle incredibili scorciatoie tra quello che
amico e delle pareti invalicabili tra ci che nemico. Tutto non appare pi cos semplice, o
lo in unaltra maniera. Ogni comune crea un territorio politico che si estende e si ramifica
mano a mano che essa cresce. Ed in questo movimento che essa disegna i sentieri che
portano verso altre comuni, che tesse le linee e i legami che costituiscono il nostro partito.
La nostra forza non nascer dalla designazione del nemico, ma dallo sforzo fatto dagli uni
per entrare nelle geografie degli altri.
Noi siamo gli orfani di un tempo in cui il mondo si divideva tra sostenitori e nemici
del blocco capitalista. Con il crollo dellillusione sovietica, ogni semplice griglia di
interpretazione geopolitica andata perduta. Nessuna ideologia permette di separare da
lontano lamico dal nemico quale che sia il tentativo disperato di restaurare una griglia di
lettura nuovamente rassicurante, come quella per cui lIran, la Cina, il Venezuela o Bachar
El-Assad assumono la figura degli eroi della lotta contro limperialismo. Chi, da qui, poteva
dire qualcosa di davvero sensato sulla natura dellinsurrezione libica? Chi pu separare,
nelloccupazione di Taksim, quello che cera di vecchio kemalismo dallaspirazione a un
mondo inedito? E Madan? Che cos Madan? Bisogna andare a vedere. Bisogna andare ad
incontrarli. E discernere, nella complessit dei movimenti, le comuni amiche, le alleanze
possibili, i conflitti necessari. Secondo una logica della strategia e non della dialettica.
Dobbiamo essere dallinizio, scriveva il compagno Deleuze pi di quarantanni fa, pi
centralisti dei centralisti. evidente che una macchina rivoluzionaria non pu accontentarsi
di lotte locali e puntuali: essa deve essere iperdesiderante e ipercentralizzata allo stesso
momento. Il problema concerne allora la natura dellunificazione che deve operare
trasversalmente, attraverso una molteplicit, e non verticalmente, cosa che schiaccerebbe
la molteplicit che propria al desiderio. Dal momento in cui esistono dei legami tra di
noi, la dispersione, la cartografia esplosa del nostro partito, non una debolezza ma, al
contrario, una maniera di privare le forze ostili di ogni bersaglio decisivo. Come disse un
amico del Cairo nellestate del 2010: Credo che quello che ci ha salvato finora di quello che
successo in Egitto, sia il fatto che non esiste un leader di questa rivoluzione. questa forse
la cosa pi sconcertante per la polizia, per lo Stato, per il governo. Non c nessuna testa
da tagliare per fermarla. La maniera con cui abbiamo conservato questa organizzazione
popolare, senza gerarchia, completamente orizzontale, organica e diffusa, la rende simile
a un virus che muta in permanenza per preservare la sua esistenza. Quello che non si
struttura come uno Stato, come unorganizzazione, del resto non pu che essere disperso e
frammentario e trova nel suo carattere di costellazione lenergia per la sua espansione. A noi
tocca organizzare le consistenze locali. Il compito rivoluzionario divenuto parzialmente
un compito di traduzione. Non esiste un esperanto della rivolta. Non sta ai ribelli imparare
a parlare lanarchico, ma agli anarchici di divenire poliglotti.

3. La difficolt successiva che ci si pone questa: come costruire una forza che non sia
unorganizzazione? Anche su questo, se da un secolo che la querelle sul tema spontaneit
o organizzazione viva, vuol dire che la questione stata cos mal posta da non essere

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mai riusciti a formulare una buona risposta. Questo falso problema riposa su una
cecit, unincapacit a percepire le forme dorganizzazione che in maniera soggiacente
si nascondono sotto tutto quello che si dice spontaneo. Ogni vita, a fortiori ogni vita
comune, secreta delle maniere di essere, di parlare, di produrre, di amarsi, di lottare,
cio delle regolarit, delle abitudini, un linguaggio delle forme. Il problema che noi
abbiamo imparato a non vedere delle forme in tutto ci che vivo. Una forma, per noi,
una statua, una struttura o uno scheletro e mai un essere che si muove, mangia, danza,
canta e si rivolta. Le vere forme sono immanenti alla vita e si colgono solo in movimento.
Un compagno egiziano ci raccontava: Il Cairo non era mai stato cos vivo come durante
la prima piazza Tahrir. Siccome non funzionava pi nulla, ognuno si prendeva cura di
quello che aveva intorno. La gente si incaricava della sporcizia, pulivano i marciapiedi e
a volte li ridipingevano, disegnando degli affreschi sui muri, gli uni si prendevano cura
degli altri. Da quando non cerano pi vigili urbani anche la circolazione era diventata
miracolosamente fluida. Quello di cui ci siamo improvvisamente resi conto che ci
avevano espropriato dei gesti pi semplici, quelli che fanno s che la citt sia nostra e che
noi apparteniamo a lei. Piazza Tahrir, la gente arrivava e spontaneamente si domandava
come poteva essere daiuto, andavano a cucinare, trasportavano i feriti, preparavano degli
striscioni, degli scudi, delle fionde, discutevano, inventavano delle canzoni. Ci si resi
conto che lorganizzazione statale era nei fatti la massima disorganizzazione, poich riposa
sulla negazione della facolt umana di organizzarsi. Piazza Tahrir, nessuno dava ordini.
Era evidente che se qualcuno si fosse messo in testa di organizzare tutto questo, sarebbe
diventato immediatamente un caos. Viene alla memoria la famosa lettera di Courbet
durante la Comune: Parigi un vero paradiso: niente polizia, niente stupidaggini, nessuna
esazione, nessuna disputa. Parigi cammina da sola come fosse su delle rotelle, bisognerebbe
che restasse per sempre cos. In una parola, una vera estasi. Dalle collettivizzazioni
in Aragona del 1936 alle occupazioni delle piazze degli ultimi anni, le testimonianze di
questa estasi sono una costante della Storia: la guerra di tutti contro tutti non quello
che accade quando non c pi lo Stato, ma ci che questo organizza sapientemente fino a
quando esiste.
Tuttavia, riconoscere le forme che la vita genera spontaneamente non significa affatto
che ci si rimetta a una qualche spontaneit per quello che c da conservare, per far
crescere queste forme e operare le metamorfosi necessarie. Questo richiede al contrario
unattenzione e una disciplina costanti. Non lattenzione reattiva, cibernetica, istantanea,
comune agli attivisti e allavanguardia del management, che si fida solo della rete, della
fluidit, del feed-back e dellorizzontalit, che gestisce tutto dallesterno senza comprendere
niente. Non la disciplina esterna, sordamente militare, delle vecchie organizzazioni del
movimento operaio, che daltra parte sono diventate ovunque delle appendici dello Stato.
Lattenzione e la disciplina di cui parliamo si applicano alla potenza, al suo stato e al
suo accrescimento. Esse sorvegliano i segni che la minacciano, indovinano ci che la fa
crescere. Non confondono mai quello che dipende dal lasciar-essere e quello che invece
viene dal lasciar-andare questa piaga delle comuni. Vegliano che non sia appannaggio
di alcuni, ma data alliniziativa di tutti. Sono allo stesso tempo la condizione e loggetto
della vera condivisione e la garanzia della sua finezza. Sono il nostro scudo contro la

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tirannia dellinformale. Sono la consistenza stessa del nostro partito. In quarantanni di
contro-rivoluzione neoliberale si dimenticato innanzitutto il legame che esiste tra la
vera disciplina e la gioia. Lo si riscopre oggi: la vera disciplina non ha per oggetto i segni
esteriori dorganizzazione, ma lo sviluppo interiore della potenza.

4. La tradizione rivoluzionaria colpita dal volontarismo come fosse una tara congenita.
Vivere in tensione verso il futuro, marciare verso la vittoria, una delle rare maniere di
sopportare lorrore senza maschera del presente. Il cinismo laltra opzione, la peggiore,
la pi banale. Una forza rivoluzionaria di questi tempi veglier piuttosto allaccrescimento
paziente della sua potenza. Questa questione, essendo stata nascosta per molto tempo
dietro il tema desueto della presa del potere, ci lascia relativamente senza idee quando si
tratta di affrontarla. Non mancano mai dei burocrati che sanno esattamente cosa bisogna
fare della potenza dei nostri movimenti, ovvero di come loro contano di farne un mezzo, un
mezzo per i loro fini. Ma della potenza in quanto tale, non abbiamo labitudine a curarcene.
Sentiamo confusamente che esiste, percepiamo le sue fluttuazioni, ma la trattiamo con la
stessa disinvoltura che riserviamo a tutto quello che ci sembra far parte dellesistenziale.
Un certo analfabetismo in materia non estraneo alla cattiva consistenza degli ambienti
radicali: ogni piccola impresa gruppuscolare crede stupidamente, impegnata com nella
patetica lotta per minuscole parti di mercato politico, che uscir rinforzata indebolendo i
suoi rivali ricorrendo alla calunnia. un errore: si guadagna in potenza combattendo un
nemico, non umiliandolo. ci che mostra la stessa antropofagia: si mangia il proprio
nemico perch lo si stima abbastanza per volersi nutrire della sua forza.
In mancanza di poter attingere alla tradizione rivoluzionaria su questo punto, ci si pu
rivolgere alla mitologia comparata. Georges Dumezil studiando le mitologie indoeuropee
approdato alla famosa tripartizione: Dietro i preti, i guerrieri e i produttori, si
articolano le funzioni gerarchizzate della sovranit magica e giuridica, della forza
fisica e principalmente guerriera e dellabbondanza tranquilla e feconda. Omettiamo la
gerarchia tra le funzioni e parliamo invece di dimensioni. Noi diremmo questo: ogni
potenza ha tre dimensioni, lo spirito, la forza e la ricchezza. La condizione della sua
crescita nel tenerle insieme. In quanto potenza storica, un movimento rivoluzionario
il dispiegamento di unespressione spirituale che prenda una forma teorica, letteraria,
artistica o metafisica -, di una capacit guerriera che sia orientata verso lattacco o
lautodifesa e di unabbondanza di mezzi materiali e di luoghi. Queste tre dimensioni
si sono composte diversamente nel tempo e nello spazio, dando nascita a delle forme,
a dei sogni, a delle forze, a delle storie ogni volta singolari. Ma ogni volta che una di
queste dimensioni ha perduto il contatto con le altre per autonomizzarsi, il movimento
degenerato in avanguardia armata, in setta di teorici o in impresa alternativa. Le Brigate
Rosse, i situazionisti e le discoteche pardon, i centri sociali dei Disobbedienti come
idealtipi della sconfitta in materia di rivoluzione. Vegliare sullaccrescimento della propria
potenza esige da ogni forza rivoluzionaria che progredisca simultaneamente su ognuno
di questi piani. Restare bloccati sul piano offensivo significa mancare a breve termine di

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idee sagaci e rendere insipida labbondanza dei mezzi. Non muoversi pi teoricamente
vuol dire farsi prendere alla sprovvista dai movimenti del capitale e perdere la capacit
di pensare la vita nei nostri luoghi. Rinunciare a costruire dei mondi con le nostre mani
significa votarsi a unesistenza da spettri.
Che cos la felicit? La sensazione che la potenza cresce, che si sta superando una
resistenza, scriveva un amico.
Divenire rivoluzionario significa assegnarsi una felicit difficile, ma immediata.

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Ci sarebbe piaciuto farla breve.
Fare a meno di genealogie, di etimologie, di citazioni.
Che una poesia, una canzone, fossero sufficienti.
Ci sarebbe piaciuto che fosse abbastanza scrivere
rivoluzione su un muro per incendiare la piazza.
Ma bisognava sbrogliare la matassa del presente,
e regolare qui e l i conti con delle falsit
millenarie.
Era necessario tentare di digerire sette anni di convulsioni
storiche. E decifrare un mondo in cui la confusione
fiorita su di un tronco di malintesi.
Ci siamo presi il tempo di scrivere sperando
che altri si prendessero il tempo di leggere.
Scrivere una vanit, se non lo si fa per lamico.
Per lamico che ancora non si conosce, anche.
Negli anni che vengono saremo
dappertutto il mondo prende fuoco.
Nei periodi di tregua non difficile
trovarci.
Proseguiremo limpresa
di delucidazione cominciata qui.
Ci saranno delle date e dei luoghi in cui
ammassare le nostre forze contro degli obbiettivi logici.
Ci saranno delle date e dei luoghi per
ritrovarci e discutere.
Noi non sappiamo se linsurrezione avr
laspetto di un assalto eroico o se avr quello di
una crisi di pianto planetaria un brutale accesso
di sensibilit dopo decenni danestesia,
di miseria, di stupidit.
Nulla garantisce che lopzione fascista non sar
preferita alla rivoluzione.
Noi faremo quello che c da fare.
Pensare, attaccare, costruire -
questa la linea favolosa.
Questo testo linizio di un piano.

A molto presto,
Comitato Invisibile
Ottobre 2014