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Marco Fulvio Barozzi

(Popinga)

Loplop
Un mistero surrealista
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1
"Comincia qui la mia disperazione di scrittore. Ogni linguaggio è un alfabeto
di simboli il cui esercizio presuppone un passato condiviso
dagli interlocutori (…) Ciò che videro i miei occhi fu simultaneo;
quello che trascriverò, è successivo, perché lo è il linguaggio."

(Jorge Luis Borges, L'Aleph)

Dal punto di vista letterario l'idea di trovare antiche carte dimenticate in una
cassa, dietro un mobile, fra le pagine di un libro o sotto la sua rilegatura non è per
niente originale e accomuna autori mediocri e sublimi. Ma a Jean Cocteau capitò
per davvero, in un giorno grigio e imprecisato della tarda estate del 1933. L'artista
francese, da molti definito un vero e proprio genio poliedrico (era scrittore, poeta,
saggista, pittore, regista cinematografico, autore teatrale e musicista), si trovava
ospite nel castello del borgo medievale di Vigoleno, al confine tra le province di
Piacenza e di Parma. Qui la padrona di casa, la duchessa Maria Grammont Hugo,
nata principessa Ruspoli, amava accogliere intellettuali d'ogni genere nell'antica
dimora da lei acquistata e fatta restaurare, che era diventata un vero e proprio
salotto culturale e mondano.

Nel mese di luglio l'antico maniero aveva visto la nascita di un'opera d'arte.
Ospite della nobildonna, Max Ernst, il pittore surrealista tedesco, aveva visto
appesa alla parete della sala da pranzo una rappresentazione del "San Giorgio che
uccide il drago" che giudicò piuttosto mediocre. Un po' per volontà di sfida, un
po' perché ispirato dalla bellezza dei dintorni, preso dall'estro, decise di dipingere
una tela delle stesse dimensioni. Si recò a Milano e, procuratosi il supporto, tornò
al castello. In una sola giornata operò con una perizia tale da far nascere una
foresta con alti alberi dal tronco diritto e le cime contorte, sullo sfondo di un cielo
sereno, in cui sembra sospeso un anello di materia solida, forse di pietra, ma che
potrebbe anche essere un sole eclissato dalla luna, o una guarnizione per le
caffettiere: insomma un vero quadro surrealista. In più, in trasparenza sui tronchi
in primo piano, abbozzato da un tratteggio che ricorda la linea prestampata dei
cartamodelli per abiti, vola libero un buffo uccello, un po' piccione un po' rapace,
che Ernst chiamò Loplop.

Il dipinto s'intitola La foresta imbalsamata e, come raccontò lo stesso Ernst, il


curioso nome deriva dal commento dei dipendenti del castello alla vista del
quadro, con riferimento al duetto del terzo atto dell'Aida di Verdi, in cui
Amonasro ricorda alla figlia le foreste del paese natale, odorose d'essenze
balsamiche (si sa che al maestro di Busseto capitava di non essere molto esigente
con i suoi librettisti).

Il pittore avrebbe definito il Loplop un "fantasma privato" e "un gioco libero


dell'immaginazione", come se, senza Ernst, non ci sarebbe stato Loplop. Ernst

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diceva la verità e allo stesso tempo il falso, alternative che possono coesistere nel
sogno, nella follia, nel sacro e nella fisica quantistica, territori in cui non regna il
principio del terzo escluso, ma si realizza la coincidenza degli opposti, per cui un
essere può essere morto e vivo, un dio può essere maschio e femmina, un uomo
può essere genio e demente. Max Ernst e Jean Cocteau avrebbero scoperto,
inevitabilmente ciascuno per conto proprio, che il Loplop poteva essere anche
sogno, anche follia, anche esperienza del divino.

In un piovoso pomeriggio di metà settembre, Cocteau si aggirava annoiato per il


castello. Era anche pittore d'arte sacra, perciò si fermò ad osservare con occhio
interessato il vecchio dipinto del san Giorgio, ormai negletto e spostato in un buio
corridoio per far posto al fresco capolavoro surrealista. All'improvviso, toccando
la cornice per raddrizzare il quadro, che ormai non sembrava neanche più degno
di meritarsi la perpendicolarità rispetto alla verticale, combinò un piccolo guaio. Il
chiodo, che era stato piantato con negligenza, si staccò dal muro facendo
precipitare santo e drago sul pavimento. L'artista francese si rese conto che tra il
supporto posteriore e la cornice, che si era leggermente spostata, era stato infilato
un plico composto di una dozzina di fogli ingialliti. Lette le prime righe, decise
d'infilarsi in tasca il tutto, senza farne parola con la padrona di casa: una grande
scoperta vale un gesto di maleducazione. Cocteau appese di nuovo il quadro e
s'affrettò verso la sua camera. L'unica traccia dell'episodio fu la ritrovata
simmetria tra il quadro e la parete.

All'epoca del suo soggiorno a Vigoleno, Cocteau aveva quarantaquattro anni ed


era famoso e chiacchierato a tal punto che oggi occuperebbe un posto costante
sulle copertine dei settimanali di pettegolezzi. Omosessuale dichiarato, senza
tuttavia disprezzare gli amori femminili, dipendente dall'oppio (che rese necessari
diversi ricoveri in clinica), condusse una vita eccentrica e il suo carattere,
oscillante tra grandi entusiasmi e improvvise depressioni, era giudicato difficile e
volubile anche da chi lo conosceva bene.

Poco prima della Grande Guerra era entrato in confidenza con Jean Hugo, figlio
del grande romanziere e secondo marito di Maria Ruspoli, vedova ed ereditiera
del duca di Grammont, futura proprietaria del castello piacentino. Con Jean Hugo
si era appassionato di magia e spiritismo, divenendo così esperto di cultura
esoterica al punto che gran parte del suo multiforme percorso artistico ne è
fortemente ispirata. Amico e collaboratore di pittori come Picasso e di musicisti
come Stravinsky e Satie, aveva anche cominciato a frequentare i circoli del
"revival occultistico" francese. Nel 1924 aveva considerato l'idea di tornare al
cattolicesimo, influenzato dalle idee del filosofo Jacques Maritain, con il quale
intrattenne una corrispondenza quarantennale, terminata solo con la sua morte.

Surrealista più nel cuore che nel pensiero e nello stile, non aderì mai al
movimento artistico di cui André Breton era il capo riconosciuto, perché si sentiva

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imprigionato da idee che stavano diventando dogmi. Con l'autore del Manifesto
del Surrealismo ebbe rapporti molto conflittuali, al punto che si potrebbe dire che
i due si odiavano.

Sembra che Jean Cocteau non fosse giunto a Vigoleno solo per l'amicizia con la
colta duchessa Hugo. Egli era, infatti, completamente immerso in un'avvincente
ricerca di natura alchemica, che si potrebbe definire la "Cerca del Latte della
Vergine". Lo confermano alcuni appunti, trovati poco dopo la sua morte, insieme
alle antiche carte, nel castello che possedeva a Milly-la-Fôret, anche se è doveroso
riferire che una parte del mondo accademico non li ritiene attendibili. Il Filipescu1
li ha paragonati ai falsi diari di Hitler, mentre Pierre Caizergues, curatore del
Fondo Cocteau, ha parlato di "véridique mensonge, aussi croyable que
méprisable" [menzogna verosimile, tanto credibile quanto esecrabile], rifiutandosi
di accoglierli nella sua biblioteca presso l'università di Montpellier. Si è persino
paventata una montatura del Priorato di Sion, la misteriosa organizzazione
iniziatica che custodirebbe il segreto del Graal e vorrebbe insediare di nuovo i
Merovingi sul trono di Francia: Cocteau è stato indicato come uno degli ultimi
Grandi Maestri del Priorato. A tutti i dubbi e le illazioni ha cercato di rispondere
recentemente Lia Ottolenghi Pfizer2, la quale ha rilevato l'effetto repressivo del
pensiero razionale sulla creatività e sull'immaginazione, e quindi, per estensione,
sull'espressione artistica, perciò non è importante che gli appunti siano veri o falsi:
l'importante è che esistano.

*** * ***

"Appuntamento davanti a Nôtre Dame con Fulcanelli, grazie ai buoni uffici di


Canseliet. Sotto la luce dei lampioni nevicano luccicanti monetine da cinque
centesimi. A vederlo, così scuro e sciatto, non diresti che è il più grande
alchimista contemporaneo. Porta un cappello sgualcito di due misure più grande,
ma il suo naso sporge dalla tesa e brilla di neve sciolta.

Mi conduce davanti allo stilobate che sovrasta i portali d'ingresso. Indica la


scena con l'alchimista che scopre la fontana misteriosa. Acqua viva - sono sue
parole - sgorga gorgogliando dalla vecchia quercia cava. Parla con una vocina
acuta ma apparentemente calma. Nasconde bene il suo entusiasmo.

Dice che la quercia è il nome volgare del soggetto iniziale dell'Opera, come si
trova in miniera. Parla delle noci di galla, le piccole escrescenze tonde e rugose
che si trovano sovente sulle foglie di quercia. Non resiste alla tentazione della

1
Jean Filipescu, L'embarras-Cocteau, B.U.F., Paris, 1990
2
Lia Ottolenghi Pfizer, Le radici ebraiche del pensiero surrealista, Le Puntine, Firenze, 1989. Il
critico inglese John Bird ritiene tuttavia che anche il libro della studiosa italiana sia apocrifo.

4
cabbala fonetica: galla, Gallia, gallo. Spiega che il gallo è un attributo di
Mercurio, ma è anche simbolo della Gallia e troneggia orgoglioso e volubile al
vento sui campanili delle chiese francesi.

Stremato e affascinato dal suo eloquio, gli obietto che un gallo su un camino non
fa una nazione. Finge di non aver sentito e prosegue, dicendo che, in greco, gala
significa "latte", ed il mercurio dei filosofi è anche detto "Latte della Vergine". Ci
congediamo, intanto la neve comincia a coprire le strade e i marciapiedi. Mentre
si allontana penso che sia un impostore. Mi è stato utile, lo stesso".

"Finalmente finita «La Macchina infernale». L'ho letta a Jouvet, che ha ascoltato
attentamente. Abbiamo creato una civiltà così razionale, (peggio: così
«ragionevole», perché la ragione è posta al servizio dell'utile) così meccanica e
così complicata che ci è sfuggita di mano. Il divorzio tra scienza e religione è un
grave errore. Portiamo sulle spalle la presunzione del XIX secolo. Senza
consapevolezza ci siamo ridotti da creatori a semplici ingranaggi, anche noi
macchine. Servi delle leggi che vogliamo imporre al mondo. E' la vittoria della
Macchina Infernale sugli Uomini. Come sempre Jouvet dice che la messa in scena
non sarà facile."

"A Magnesia una sorgente scaturiva da una grande roccia che assomigliava ad
un seno di donna, in modo che l'acqua pareva colare come se fosse latte. I
Filosofi chiamano la materia dell'Opera «la nostra Magnesia» e il liquore
estratto da questa magnesia è detto Latte della Vergine".

"Il soggetto pittorico della Vergine che allatta il bambino (Madonna del Latte)
deriva dalle rappresentazioni della Iside egizia con in braccio il figlio Horo.
Gioco alla cabbala fonetica con Marcel: Horus, or, orient, oreiller [cuscino].
Ridiamo pensando ad un'occulta fontana che sgorga da un cuscino montato su
ruote di bicicletta, che corre per le strade di Parigi con i professori della Sorbona
ad inseguirlo e lui che scarta, accelera, finge di fermarsi, disseta clochards e
puttane e non si fa prendere! Un cuscino surrealista3 che dona la sapienza, ma
che i sapienti non riescono a raggiungere! Breton buon ultimo. Troppo intento a
fare proclami per accorgersi che le sue idee gli corrono davanti e lo
sbeffeggiano: marameo, presuntuoso trombone! "

"Mi guardo allo specchio e quasi fuggo inorridito: un Cocteau che guarda un
uaetcoC, un anti-Cocteau, che a sua volta guarda un Cocteau (che è diventato un
uaetcoC-itna), e così all'infinito. Prima di rinviarci le immagini, gli specchi

3
I californiani Jefferson Airplaine pubblicarono, nel febbraio 1967, l'album Surrealistic pillow (il
"Cuscino Surrealista"), il cui titolo è un'evidente citazione del gioco psichico e verbale di Cocteau
con l'amico Marcel.

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farebbero meglio a riflettere un po'. Gli specchi sono le porte da cui la Morte
entra nel mondo degli uomini. Un film sulla morte deve prevedere scene che
iniziano con inquadrature di specchi."

"Il culto della Madonna del Latte era molto diffuso in Italia nel XIV secolo, dove
molte chiese pretendevano di possedere una piccola quantità del latte della
Madonna, che serbavano come sacra reliquia. Il seno nudo della Vergine non
faceva ancora scandalo. Solo dopo il Concilio di Trento fu proibita la nudità delle
persone sacre. Maritain dice che "l'amore è la regola suprema del poeta che ama
la propria opera e del Santo che ama Dio", che "senza l'intelligenza non si può
fare niente", che "senza fede non c'è carità". E' vero, solo l'amore e la fede ci
consentono l'uscita da noi stessi. Ma fu carità e intelligenza coprire le nudità del
Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina?4".

"Di nuovo solo. Per fortuna Jouvet mi tiene in vita con le sue continue pretese per
l'allestimento della «Macchina» e il Latte della Vergine mi nutre di curiosità.
Questa volta non finirò in clinica: l'alchimia mi placa più dell'oppio."

"Alice è passata attraverso uno specchio per raggiungere il Paese delle


Meraviglie. Forse, alla fine di tutto, scoprirò che il compimento dell'Opera è la
follia della Lepre Marzolina e del Cappellaio Matto. Forse ciò che chiamiamo
follia è l'estremo limite della saggezza, è l'attraversamento dello specchio. Il mio
Latte della Vergine sarà una tazza di tè, sorseggiata in un posto dove sono
sempre le cinque del pomeriggio."

"Maria Hugo mi ha parlato del suo castello in Italia. Nel borgo c'è un Oratorio
settecentesco dedicato alla Madonna del Latte. Nell'abside un affresco
rappresenta la Vergine che allatta. Mi dice che un'immagine quattrocentesca
della Madonna che allatta si trova anche nella chiesa romanica del posto, che è
dedicata a san Giorgio. Accetto volentieri il suo invito di accompagnarla a
Vigoleno. Potrò anche fare le cure termali a Salsomaggiore, che è vicinissima. La
mia Cerca prosegue. Via da Jouvet, per un po'."

*** * ***

Nei giorni successivi alla scoperta, Cocteau s'inventò un'indisposizione per


giustificare il suo bisogno di solitudine di fronte alla duchessa e agli altri ospiti.
Nessuno gli credette, perché egli non era nuovo a simili comportamenti, che chi lo
conosceva attribuiva alla sua indole instabile. La sua poltrona vuota alla
rappresentazione dell'Ernani nel piccolo teatro di Busseto fu notata dal

4
Lo scrittore Liborio Vittori, noto per aver dimostrato ai credenti l'esistenza di Dio, in un
conferenza tenuta nell'anno giubilare ha affermato che gli appunti di Cocteau "anche se sono veri
dicono il falso, perché non sono illuminati dalla luce del Cristo risorto".

6
corrispondente locale della Gazzetta di Parma, che l'attribuì a uno screzio dello
scrittore con la nobildonna. Nello stesso articolo il cronista trascurava di dire che
l'opera era stata un fiasco per colpa della voce straziante del tenore, un protetto del
federale della provincia. Pare proprio che l'aumento del pettegolezzo nei mezzi
d'informazione sia proporzionale alla perdita della libertà.

Incurante di tutte le dicerie, lo scrittore si immerse nella lettura dei documenti,


che, si accorse, erano stati scritti da mani differenti in epoche diverse, anche se
erano legati da un unico, curiosissimo, filo conduttore. Riuscì a sistemarli in
ordine cronologico e li studiò con attenzione.

Lettera del Padre Inquisitore Podenzano al Vescovo di Piacenza

All'onorandissimo & reverendissimo Signore Vescovo Filippo Sega, in Piacenza,

Signore mio eminentissimo, si sa che la plebe è un cumulo d'errori, maestra di


consuetudini delittuose, la quale non può essere piegata né dalla ragione né
dall'autorità, né con la persuasione, perché disprezza quanto non capisce, è
ostinata & non è facile a convincersi, non ascolta il consiglio dei suoi pastori & è
preda della follia nei suoi giudizj. Fosse solamente per la pubblica fama degli
accadimenti che ebbero luogo in Vigoleno nella notte di Ognissanti, direi che si
trattò di menzogne di idioti & che non è opportuno crederci. Tuttavia la
descrizione degli eventi straordinari fattami dal reverendo padre Donnino
Barani, curato della parrocchia, uomo timorato di Dio & fededegno, & dal
cavaliere Messer Fiorenzo Torricella, capitano degli uomini del castello & sulla
cui attendibilità il conte Signore Odoardo Maria Scotti è pronto a giurare,
concorda con quella del volgo, perciò penso che converrà valutare attentamente
le parole di tutti i testimoni & giudicare con ponderazione, confidando nello
Spirito Santo, l'attendibilità degli indizj raccolti.
Solo in seguito potremo capire se trattossi di intervento diabolico, Iddio ce ne
scampi, di follia dovuta a qualche morbo pestifero nell'aere del borgo o di
cospirazione prava & heretica contro la Santa Romana Chiesa oppure contro la
persona di Sua Eccellenza il Duca Ottavio.
Raccomandandomi alla beneditione della Signoria Vostra, bacio humilimente le
mani.

Dato in Vigoleno, il 30 novembre dell'anno 1581 dalla nascita di N. S. Gesù


Cristo.

Il Provveditore Diocesano della Santa Inquisizione contro l'Heretica Pravità,


p. Giovanni Pietro Podenzano

7
Verbale dell'interrogatorio di Padre Barani

Il giorno 4 dicembre 1581, giorno di San Giovanni di Damasco, alle X hore, nella
sala grande del Castello Nuovo di Alseno, compare davanti a: Mons. Gio. Pietro
Podenzano, Provveditore Diocesano della Santa Inquisizione; Ludovico Bertosi,
notaro; Padre Battista Colombani, testimone; Frate Antonio Pighi, testimone;
Pietro Martire Casali, ferrajo, testimone, Gius. Machagni, reggitore, testimone,
Il reverendo Padre Donnino Barani, parrocho di san Giorgio in Vigoleno, il
quale, rispondendo per Dio e per li sacrosanti Evangeli, sopra li quali pone la
mano destra, informato delle conseguenze della mendace testimonianza, così
dichiara: "Io Donnino Barani, convocato dalle V. S. Eccel.me per rendere vera &
honesta relazione dei fatti avvenuti in Vigoleno, dico con la bocca e con il cuore,
& così giuro, che quanto dico è la sacrosanta verità. La notte che precedeva la
festa di Tutti i Santi, intorno all'hora di meza, mentre un forte temporale si
abbatteva sul borgo e sul castello, udii uno stridore come un grido d'aquila, tanto
forte da coprire il rombo de i tuoni. Uscito nella corte, vidi nel cielo una luce di
fuoco che formava l'imagine di un alato grifone, lo quale muovevasi verso
ponente. Lo detto uccello era grande come la torre del castello e parevami privo
di carne alcuna, ma era trasparente come vetro, tanto che potevo vedere gli
alberi del bosco dietro il suo corpo. Avvistai poi che lo detto grifo si mutava in
drago alato e terribile, quale vedesi nella figura che sta su la porta de la mia
chiesa. Poi vidi che un cavaliere, fatto della stessa sostanza de il mostro, gli si
opponeva giungendo da levante. Cavalcando con ardore gagliardissimo, lo detto
cavaliere colpì il drago con la lancia. La bestia immonda allontanossi
scomparendo all'orizzonte, con un grido che era gloglo o loblob e fece tremare le
mura tutte del borgo. Parevami il cavaliere il S.S. e Veneratissimo Santo Giorgio,
quale compare nella figura che sta sopra la porta della chiesa." Comandato al
teste, sotto pena di prigione e sotto il medesimo giuramento, che non parli con
alcuno di questa sua deposizione e fattolo allontanare, accertato che i testimoni
hanno inteso quanto è stato detto, acciò non resti alcun luogo a dubitare, si detta
il presente verbale.

Ludovico Bertosi, notaro, iuris utriusque doctor


P. Gio. Pietro Podenzano, provveditore Sanctae Rom. Ecclesiae

Estratto dal verbale dell'interrogatorio di Antonio Orsi, villico

Il giorno 11 dicembre 1581, giorno di San Damaso Papa, alle VIII hore, (…),
compare (…) Antonio Orsi, villico della Costa di Vigoleno, il quale, informato
(…), così dichiara: "Io Antonio Orsi, Convocato (…), dico che durante il
temporale de i Santi, quando che li morti vegnono a fare i dispetti a i vivi, vidi in
dal cielo un grande uxelo di luce, che gridava con voce che pareva l'acqua che la
bolle e faceva bloblo o lopolop. Lo detto uxelo che volava non era fatto de carna

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e de piuma, ma come de aria e de fuoco e starmiva [spaventava] le vache in dalle
stalle. A domanda di Vostra Signoria rispondo che non vidi alcuno drago o
cavaliere, ma solo lo detto uxelo, che volossi nel bosco sopra lo Stirone."

Estratto dal verbale dell'interrogatorio di Messer Fiorenzo Torricella

Il giorno 14 dicembre 1581, giorno di San Giovanni de la Croce, alle X hore,


(…), compare (…) Messer Fiorenzo Torricella, capitano delle guardie de il
castello di Vigoleno per il Signore Illustre G. Maria Scotti, informato (…), così
dichiara: "Io Fiorenzo Torricella, Convocato (…), dico che vidi nella notte de
Ognissanti un grande uccello che volava nel cielo nero e pareva fatto di luce e de
aria. Detto uccello gridava come il Diavolo e faceva gloglo e loplop. Poi, mentre
dicevo a le guardie di armare le balestre con i quadrelli e mentre che caricava
l'archibugio, lo uccello si dileguò sopra Salso."

Lettera del Padre Inquisitore Podenzano al Vescovo di Piacenza

All'onorandissimo et eminentissimo Signore Vescovo Filippo Sega, in Piacenza,

Signore mio reverendissimo, i sospetti di Sua Eccellenza il Duca Ottavio erano


purtroppo fondati. L'arresto dei NN.HH. Mario Landi & Gio. Battista Anguissola
et dei sacerdoti Pompeo Landi et Giulio Volpe è solo la conferma di quanto è
anche qui emerso sulla congiura ordita contro la Sua persona Ill.ma et quella del
di lui nipote Ranuccio. Con dolore apprendo che il N.H. Claudio Landi, ispiratore
del complotto, è sfuggito al giusto castigo della sua fellonia perché trovasi
soldato nelle Fiandre, quantunque egli dichiari di considerarsi immune dalla
giurisdizione ducale essendo feudatario del Sacro Romano Impero & come tale
dipendente dal Cesareo Tribunale.
L'uccello di fuoco di Vigoleno è risultato frutto della menzogna & del
tradimento del Landi & de' suoi accoliti per sollevare il popolo del borgo contro
il Conte Odoardo e contro il Duca Ottavio. Sottoposto su Vs. consiglio il padre
Barani al rigoroso esame5, egli ha abiurato le sue precedenti fallaci &
menzognere dichiarazioni &, per amore di Dio & della S. e Cattolica Chiesa, ha
confessato il delitto suo. Dopo due soli tratti di corda ha ammesso che il grifone
& poi drago volevasi essere il Duca Ottavio stesso, mentre il cavaliere era il
Landi, con ciò provando evidentissimamente il tradimento.
Il p. Barani è stato costituito in carcere a Parma per anni tre, indi sarà inviato
nel Nuovo Mondo dalla parte degli infedeli. Pastore in quel luogo, potrà
riscattare l'errore suo, per la salvezza dell'anima sua, a maggior gloria di Dio. Il
Torricella, traditore & heretico pervicace, non volendo mai ascoltare persuasione

5
Nel linguaggio dei tribunali dell'Inquisizione il rigoroso esame era la tortura.

9
nessuna che gli fosse fatta, anzi sempre più ostinato & pertinace nella sua falsa
opinione sull'uccello di fuoco, mai si volse ridurre nella S. Madre Chiesa romana
& non volendo intender niente secondo il suo pazzo cervello, fu alfine consegnato
al braccio del secolo & abbruciato vivo. I XII villici & le II guardie, dopo la
abiura et purgatione del p. Barani hanno tutti immantinente detto di non haver
mai visto l'uccello di fuoco. Essendo essi privi di vera responsabilità nella
congiura, ma vittime essi della loro propria ignoranza & follia, invocato il Nome
S.S. di Gesù, sono stati condannati a colpi X di frusta nonché a digiunare a pane
& acqua nei giorni di martedì & venerdì per la loro rimanente vita.
Grazie a Dio, a Maria sempre V. M. & a tutti i Santi del Paradiso, la mia opera
a Vigoleno si conclude. Raccomandomi sempre alla beneditione di V.S.

Dato in Vigoleno, il 3 aprile dell'anno 1582 dalla nascita di N. S. Gesù Cristo.

Il Provveditore Diocesano della Santa Inquisizione contro l'Heretica Gravità,


p. Giovanni Pietro Podenzano

Estratto dalla cronaca della parrocchia di Vigoleno nell'anno 1721

Il 19 marzo, infausto giorno della morte di Sua Santità Clemente XI papa, sul
colle che domina il borgo cinque villani vollero vedere verso le ore dieci una scia
luminosa alquanto, che procedeva dal piano verso i monti. Fattasi più prossima,
questa rivelò esser fatta come i fuochi che vedonsi talora sopra le tombe ne'
cimiteri et avere la forma di una tortora grande assai, con maestoso petto e ali e
capo.
L'uccello era fatto di etere sottile e trasparente, e dietro il corpo suo i cinque
immaginarono di vedere i boschi e le mura del borgo. Come di tortora, ma molte
volte assai più potente era il suo tubare: loplop-lop, dududu-du.
Mentre le due donne s'inginocchiarono e pregarono perché credevalo lo Spirito
Santo, i tre uomini si nascosero in una fossa piena colma di buazza di letame.
Tornarono così luridi e puzzolenti e merdosi che nessuno credette loro né volle
averli vicini. Quanto alle donne, il loro racconto era più vaneggiamento che
realtà, perciò le esortai a confessarsi più di spesso e a dimenticare il loro sogno.

p. Agostino Moroni

Frammento alchemico d'autore ignoto


(le sottolineature sono di Cocteau)

SOLVE. Uno è il tutto, per suo mezzo il tutto e verso di lui il tutto: se il tutto non
contenesse il tutto, il tutto non sarebbe nulla.

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La tua prima cura sarà fissare il tutto dell'Uno, per ottenere, dalla nostra
Magnesia, l'Acqua divina, il Latte della Vergine, fonte perenne che sgorga dalla
Pietra Nera.
Scoprirai questa Fonte Divina se, come fece San Giorgio, ucciderai il Drago.
Libererai allora dalla Pietra Nera nascosta nella terra, l'uccello più sottile
dell'aria, che uscirà dalla sua gabbia di tenebra, splendente di luce propria.

LAPIDEM OBSCVRVM PREHENDIS


LACTEM OCCVLTVM PROTRAHIS

*** * ***

Cocteau concluse la lettura in preda ad una forte eccitazione e, come gli capitava
in occasioni come quella, si sentì più intelligente, più colto e felice di stare al
mondo. Era il piacere della conoscenza, quello per il quale l'uomo perdette il
Paradiso ma fu più prossimo alla divinità.

L'attendibilità dei documenti sembrava fuori discussione: era abituato a sfogliare


antichi manoscritti e incunaboli e sapeva riconoscere e datare grafie, caratteri di
stampa, stili letterari, inchiostri e tipi di carta. Organizzò meticolosamente nella
mente quanto aveva scoperto, stendendo poi alcuni appunti.

"Esistono a Vigoleno diverse testimonianze dell'apparizione, a numerose persone


e in tempi differenti, di un essere alato che viene di volta in volta definito come
"alato grifone", "drago", "uccello di luce", "tortora", fatto di sostanza incorporea:
"privo di carne alcuna, ma trasparente come vetro", "non era fatto de carna e de
piuma, ma come de aria e de fuoco", "fatto di luce e di aria", "fatto di etere sottile
e trasparente". Le dimensioni dell'apparizione sono considerevoli: "grande come
la torre del castello", "grande", "grande assai". L'essere emette un suono che è
definito a seconda dei casi un grido d'aquila, un gorgogliare d'acqua bollente, un
grido diabolico, un potente tubare; il suono è reso con "bloblo", "gloglo",
"dududu-du", ma soprattutto con "loblob" oppure "loplop". E, Gesù, questo è il
nome dell'uccello di Ernst!"

"Le apparizioni del Loplop - d'ora in poi lo chiamerò anch'io così - sono state
volutamente sottovalutate dalle autorità del tempo, sia per motivi politici (1581-
82: interpretata come invenzione strumentale ad una supposta cospirazione

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contro il duca Ottavio Farnese - controllare se ci fu davvero6), sia perché
attribuita a vaneggiamenti di popolani (cronaca parrocchiale del 1721)."

"Il frammento alchemico è anonimo e privo di data. Sembra scritto in questi posti
alla fine del '700. Molto interessante."

"SOLVE: sciogli, separa. Dov'è finito il COAGULA? Forse manca una parte. La
frase sull'uno e il tutto è tipica del linguaggio ermetico. La verità troppo nuda
non eccita gli uomini: sotto le vesti di parole oscure si vogliono celare le
operazioni iniziali dell'opera alchemica (reperimento e preparazione della
Materia Prima, estrazione da questa del Mercurio dei Filosofi).

Denominazioni consuete della Materia Prima e del solvente universale: ma


perché proprio l'uccisione del Drago e il Latte della Vergine? Nella Chiesa di San
Giorgio di Vigoleno uccisione del drago sopra il portale d'ingresso e Madonna
del latte all'interno: sarà un caso? Nell'interrogatorio del povero prete nel 1581
ancora cavaliere che uccide il drago. Uccisione del drago = estrazione del
Mercurio filosofale.

Ultime righe. Uccisione del drago (estrazione) libera dalla Pietra Nera (Materia
Prima) proprio un uccello di sostanza sottile e trasparente (Mercurio) che è il
Loplop e anche il Latte della Vergine. Mio Dio, è un caso o Ernst sapeva?"

"Che dire della frase finale? Non è un bel latino, ma si capisce: "PRENDI LA
PIETRA OSCURA, FAI USCIRE IL LATTE NASCOSTO", ma le iniziali danno
LOPLOP7! Perché non ha usato il più noto V.I.T.R.I.O.L. - Visita Interiora Terrae
Rectificando Invenies Occultum Lapidem [discendi nelle viscere della terra,
distillando troverai la pietra dell'Opera]? Dov'è la pietra nascosta? E' la pietra
nera? Cercare, cercare, cercare."

*** * ***

Più volte, ripensando agli strani avvenimenti di quel pomeriggio del 30


settembre 1933, Cocteau dubitò di averli vissuti veramente. Eppure ebbe sempre
la consapevolezza, nel corso della sua vita successiva, che senza quei ricordi egli
non sarebbe stato lo stesso Cocteau, che senza quelle vertigini non avrebbe mai
trovato il suo punto d'equilibrio.

6
L'episodio è confermato dagli storici, anche se si dubita che la cosiddetta "congiura dei Landi",
che portò all'arresto e alla decapitazione di alcuni nobiluomini piacentini, ebbe luogo davvero o
non fu piuttosto un'invenzione dei Farnese per sbarazzarsi di scomodi avversari politici.
7
John Bird fa notare che "anche le iniziali della sedicente Lia Ottolenghi Pfizer danno L.O.P.".
Per maggiori dettagli si rimanda al suo "The numbers of literature. An essay on cabbalistic
criticism", Potomac & Hudson, Washington/New York, 1996.

12
Dopo la lettura dei documenti iniziò ad esplorare i dintorni e ben presto scoprì
che poco distante dal castello, nella valle dello Stirone, emergeva la brulla
mammella verde-nera di un'ofiolite, un frammento di crosta oceanica strappato
alla sua abissale tranquillità durante gli sconvolgimenti dell'orogenesi
appenninica. Lo sperone roccioso era chiamato localmente proprio Pietra Nera e
dominava con la sua cupa possanza un gruppo di povere casette e fienili che
parevano abbandonati. Ma qualcuno c'era.

Seduto a cavalcioni su una traballante sedia di paglia, le braccia appoggiate allo


schienale, un vecchio dal volto rugoso e dalla pelle dello stesso colore
dell'ofiolite guardava l'orizzonte, quasi come se fosse stato generato dalla roccia
stessa per fare da custode a qualche indicibile mistero. Interrogato dallo scrittore,
l'uomo gli disse che sì, quella era la Pietra Nera, messa lì dal Diavolo per
celebrare la cattiveria del Buso, ladro, assassino e violentatore, e la miseria dei
contadini. Cocteau avrebbe saputo più tardi che egli si riferiva al feroce Pier
Maria Scotti, conte di Vigoleno e Lugagnano, vissuto nei sanguinosi primi
decenni del XVI secolo che videro le invasioni guidate dai re francesi Carlo VIII
e Francesco I.

Il vecchio proseguì raccontando di come un giorno il Buso desiderò vivere in


eterno e fu accontentato dal Demonio in persona. Per novant'anni continuò a
tiranneggiare il popolo e a combattere i feudatari vicini, ma poi incominciò
restringersi e aggrinzirsi, diventando sempre più piccolo, fino a che non poté più
né mangiare, né bere, né camminare. Quando divenne grande come un
lucertolino - Cocteau pensò agli omuncoli creati dagli alchimisti - fu messo in
una fialetta, che fu appesa nella chiesa di San Giorgio. Una volta l'anno, il
Venerdì Santo, il Buso si muoveva per pochi istanti e poi ritornava al suo letargo
privo di primavera. L'ampollina sparì ai tempi della seconda venuta dei Francesi,
quando la ribellione della montagna di Parma e Piacenza contro le vessazioni del
governo napoleonico fu duramente repressa nel sangue dal generale Junot. Il
vecchio era convinto che da qualche parte il Buso viveva ancora nella sua
prigione di vetro, forse proprio nella Pietra Nera, perché lui ne sentiva talvolta il
lamento.

"Che tipo di lamento, signore?"


"Qualche volta sembra lo gnaulare di un gatto, altre il mugolare di chi sta
avendo un incubo. Il Buso si lamenta in molti modi diversi."
"Non ha mai fatto qualcosa come loplop?"
"No, quello è successo quando ho visto l'uccello."
"L'uccello? Quale uccello?"
"L'uccello di luce. Quello fa proprio il verso che dice lei."
"Quando l'ha visto?"

13
"La prima volta è successo quando ero bambino. Ma ero solo, e quando lo dissi
a casa nessuno mi credette. Poi l'ho rivisto qualche mese fa, ma quella volta ero
in compagnia. C'era con me un tipo strano, un pittore tedesco che stava
disegnando la foresta là in fondo. Scappò nel fienile e poi dovetti dargli un paio
di bicchieri di liquore per tirarlo su. Diceva che era impossibile, che il Popò, o
come diavolo lo chiamava, era un gioco, solo una fantasia. A me sembrava un po'
tocco. Va bene la paura, ma…"
"Sa come si chiamava quel pittore?"
"Non ricordo. Forse qualcosa come Ernesto… "
"Si chiamava forse Max Ernst?"
"Sì, proprio così. Lei lo conosce?"
"Sì, abbiamo un'amica in comune, ma è una lunga storia. Lei mi è stato di
grande aiuto, ma ora devo proprio andare, non vorrei essere sorpreso dal buio…"

Cocteau ringraziò il vecchio e fece qualche passo in direzione della Pietra Nera.
Prima d'infilarsi tra gli alberi si voltò per un ultimo cenno di saluto, ma l'uomo
era scomparso.

Il bosco era così fitto d'arbusti e pieno di rovi che Cocteau avanzava con
difficoltà, indifferente alla completa rovina della sua costosa giacca di tweed e
dei pantaloni di vigogna. Ad un tratto fu attirato da un rumore di rami spezzati e
da un frullare d'ali. Si diresse da quella parte, ma non vide nulla. Ormai era
giunto sotto la massa ripida e spoglia della Pietra Nera. Udì di nuovo il vibrare
delle ali, più forte, cento volte più forte. Di nuovo camminò in quella direzione e
di nuovo il rumore si fermò. Aveva le mani sanguinanti, ma decise di proseguire.
Ancora il frullare d'ali, come un rombo di cannone.

Finalmente li vide: storni. Migliaia di storni che, obbedienti a chissà quali leggi
del loro mondo, uscivano da una cavità in cima alla roccia e disegnavano nel
cielo geometrie mutevoli e inafferrabili. La luce radente del tramonto faceva
brillare i loro bruni piumaggi che quasi sembravano incandescenti. Poi colse
l'istante che raramente è dato agli uomini di vivere nel corso del loro soggiorno
terreno. Lo stormo, mutando direzione, si dispose di fronte a lui, con la foresta
sullo sfondo, disegnando nel cielo l'incredibile ed ineffabile immagine di un
uccello etereo e lucente, mentre i suoni vibranti di migliaia di coppie d'ali, giunti
in frenetica concordanza, sommarono la loro intensità generando una risultante
potente come il tuono: loplop, loplop.

La mente finalmente illuminata di Cocteau intuì il messaggio che lo sconosciuto


alchimista aveva voluto affidare al quadro di San Giorgio e al caso: la Pietra
Nera, la pietra occulta, la roccia di Magnesia aveva liberato il Mercurio dei
Filosofi, il Latte della Vergine, il Loplop.

14
Gli uccelli che la maggior parte degli uomini si ostina a definire favolosi o
fantastici non appartengono ad una specie fissa e per questo non trovano posto
nei manuali di zoologia. Essi sono mutevoli come i pensieri, incostanti come gli
elementi che li compongono, indecifrabili come i sogni, perché la loro logica non
è di questo mondo. La cavalcatura alata che portò Maometto da Gerusalemme al
settimo cielo aveva volto d'uomo, orecchie d'asino, corpo di cavallo e ali e coda
di pavone. Si chiamava Buràk, che vuol dire "splendente": non sorprende che ci
fu chi pensò che fosse un angelo. Il Roc che trasportò il marinaio Sinbad sulla
cima di una montagna era grande come una nuvola e nutriva i suoi piccoli
d'elefanti; secondo Marco Polo una sua gigantesca piuma fu portata dal mare
Arabico in Cina dai messaggeri del Gran Khan.

Ma il Loplop, nella sua unità fatta di molti - Uno è il tutto, come diceva il
frammento alchemico - ricorda piuttosto il Simurg, il remoto e immortale re degli
uccelli cinesi, il cui nome significa "Trenta Uccelli" e che vive sulla montagna
circolare che cinge la Terra. Un giorno gli uccelli della Cina decisero di cercarlo
e si lanciarono in un folle pellegrinaggio verso i confini del mondo, ma molti
disertarono e i più persero la vita durante la traversata. Trenta, sfiancati e
santificati dalle immani fatiche dell'avventura, raggiunsero la remota montagna
del Simurg per accorgersi che essi stessi erano il Simurg, e che il Simurg era tutti
loro e ciascuno di loro.

Il Loplop di Cocteau era fatto di storni, ma non è dato sapere sotto quale aspetto
esso si manifesti agli altri uomini né quale sostanza scelga per prendere forma di
fronte a loro. Sempre che decida di farsi vedere.

*** * ***

Le mosche, importune e implacabili, lo risvegliarono. Cocteau si rese conto


d'essere svenuto. Guardò l'orologio, ma si era fermato alle cinque, quando era
caduto. Si alzò in piedi, un po' malfermo, ancora insicuro non solo di quanto
aveva visto o creduto di vedere, ma della sua stessa esistenza reale. Sentiva le
ferite bruciare su tutto il corpo. Contemplò lo stato dei propri abiti, ma non c'era
disgusto nei suoi occhi, non poteva essercene in quegli stessi occhi che poco
prima avevano contemplato la tremenda bellezza del sovrumano. Gli studiosi
delle esperienze mistiche ed estatiche dicono che ogni manifestazione del divino
è avvolta in un velo che la occulta e insieme la rivela, poiché l'uomo è incapace
di abbracciare tutto ciò che, di per sé, non può essere conosciuto. Forse è per
questo che ogni simile esperienza non può essere descritta, perché non esistono
parole umane in grado di comunicarla. Cocteau seppe immediatamente che non
avrebbe mai parlato con nessuno della sua visione del Loplop: si era già molte
volte rimproverato di avere troppe cose da dire e non abbastanza cose da tacere.

15
Tornò al castello che era già buio. La contessa Hugo gli chiese preoccupata che
cosa gli fosse capitato, senza ottenere altra risposta che un sorriso e un vago
cenno della mano. Uno degli ospiti, ignorando di essersi avvicinato alla verità e
picchiettando l'indice su una tempia, disse che pareva uno che aveva incontrato
uno spettro.

Una volta rientrato nella sua camera, Cocteau volle che gli fosse portato un tè.
"Un tè alle undici di sera, signore?", chiese il cameriere, stupito.
"Sì, perché sono le cinque del pomeriggio. Sono sempre le cinque del
pomeriggio!"

*** * ***

Le frasi confuse di Max Ernst, riferite dal vecchio della Pietra Nera, rivelano un
mistero nel mistero, perché il Loplop compare nei quadri del pittore surrealista dal
1929, ben prima del suo soggiorno a Vigoleno. In realtà, il nome Loplop deriva
quasi certamente da quello di un poeta di strada del quartiere universitario
parigino, Ferdinand Lop, molto popolare in quegli anni.

Se Cocteau mantenne fino alla tomba il silenzio che s'era imposto


sull'apparizione del Loplop a Vigoleno, Ernst ne fece cenno allusivamente,
parlando poi di "incontro fortuito di due realtà distanti su un piano non-
congruente". Questa frase è stata erroneamente interpretata come un esempio del
metodo delle associazioni libere, il più tipico dei procedimenti surrealisti (ma di
chiara derivazione psicanalitica), che consiste nel accostare in un solo contesto
immagini solitamente non correlate (come il cuscino con le ruote di Cocteau).
L'episodio della Pietra Nera svela però una realtà diversa, in cui anche il tempo
sembra procedere in modo liberamente non sequenziale: il Loplop esisteva prima
d’essere inventato da Ernst. Secondo Hans Puck8, il Loplop si comporterebbe
come le antiparticelle nucleari, per le quali il tempo scorre dal presente al passato
(il positrone può essere descritto matematicamente come un elettrone che viaggia
a ritroso nel tempo). Ma ciò implicherebbe l'esistenza di un anti-Loplop, che
seguirebbe la normale freccia del tempo, perciò i testimoni dei documenti studiati
da Cocteau (e, come sappiamo, Cocteau stesso) avrebbero in realtà visto l'anti-
Loplop, mentre Ernst avrebbe visto, solo lui, il vero Loplop, comparso nel
presente (nella sua mente) e poi nel passato. E' difficile non pensare alle riflessioni
di Cocteau a proposito degli specchi. Il paradosso può essere spiegato, secondo il
Puck, con la relatività speciale di Einstein e cioè pensando che soltanto gli
osservatori che si trovino all'interno dello stesso sistema di riferimento possono
dire che un evento sta accadendo ora, oppure è accaduto prima, oppure accadrà

8
Hans Puck, Surrealismus: Traum, Kunst und die Geburt der modernen Atomphysik, Universität
Leipzig Verlag, Leipzig, 1995

16
dopo; questi termini non concordano per forza con l'osservazione dello stesso
evento fatta da un diverso osservatore in un diverso sistema di riferimento che si
muove con una certa velocità rispetto al primo.

Ma, si può obiettare, come ha fatto Mauro Paci9, che ben difficilmente nello
stesso luogo, nello stesso sistema di riferimento, a Vigoleno, possono manifestarsi
sia il Loplop sia l'anti-Loplop. Quando il grande uccello luminoso comparve al
vecchio e a Ernst, "si può forse dire che erano presenti nello stesso tempo il
Loplop (per Ernst) e l'anti-Loplop (per il vecchio)?" Paci sostiene che, per
comparire a tutti i testimoni (compreso Ernst), il Loplop dovrebbe essere privo sia
di carica che di massa. La soluzione sarebbe paragonarlo al neutrino, la particella
che appunto possiede le caratteristiche indicate e pare non abbia una sua
antiparticella.

Agostino Zibibbi10 dice di sé di "aver scoperto l'antimateria nucleare",


nonostante due fisici abbiano ricevuto il premio Nobel per questo motivo quando
lui era ancora in fasce. Si tratta evidentemente di altro caso di tempo che scorre a
ritroso: Zibibbi scopre l'antimateria e poi, trent'anni prima, la stessa idea vale
l'ambito riconoscimento a due suoi colleghi più anziani e più fortunati. Egli
sostiene che "l'esistenza della Scienza la dobbiamo alla cultura cristiana" (perciò
il processo a Galileo fu per lo scienziato una causa di beatificazione). Zibibbi non
è soddisfatto dell'interpretazione di Paci. Se il Loplop è privo di carica elettrica,
come spiegare i fenomeni luminosi associati alle sue apparizioni? E se si trattasse
"semplicemente e magnificamente" di un miracolo, come il sole roteante di Fatima
o la peperonata digerita dal giovane Padre Pio nonostante fosse gravemente
malato?

Tutto questo dibattito accademico rischia di apparire una grande idiozia, anche
se è espresso con argomentazioni e linguaggi formalmente ineccepibili. Insomma,
l'enigma di Vigoleno sembra resistere ad ogni tentativo di spiegazione nell'ambito
del pensiero scientifico.

*** * ***

Un pallido sole illuminava il grande studio e giocava a specchiarsi con quieta


cadenza sul lucido ottone della grande pendola. Giù dal colle una bruma
biancastra terminava il suo incantesimo e incominciava a rivelare i contorni
infreddoliti della pianura. Nella piazzetta davanti all'Oratorio il rumore dei carri

9
Mauro Paci, Neither charge nor mass: a contribution to the solution of the Vigoleno mystery.
Comunicazione al II convegno di studi di fisica taoista, Seattle, 1997.
10
Agostino Zibibbi, Fisica ancella della metafisica, Edizioni del Centro internazionale di studi
"Divina Provvidenza", San Giovanni Rotondo, 1999.

17
sul selciato si mescolava con i ragli dei muli e le grida nasali degli ufficiali. Il
marchese Alberto III Scotti di Vigoleno stava scrivendo alcuni appunti quando il
cameriere gli annunciò l'arrivo dei due illustri ospiti. Era il novembre 1796 e
l'Armata d'Italia di Napoleone Bonaparte aveva da poco iniziato la sua
straordinaria avventura. I due furono annunciati e fatti entrare.

"Entrate, entrate, commissario Saliceti."


"Marchese, i miei ossequi. Vi presento il generale Cambray dell'esercito
repubblicano. Generale, il Marchese Alberto Scotti di Vigoleno."
"Molto lieto, generale. Vi volete accomodare?"
"Enchanté, cittadino."
"Non sono cittadino, generale, non ancora. Lo diventerò quando mi
costringerete ad andarmene da qui."
Cristoforo Saliceti, commissario per l'esercito repubblicano in Italia, si era
procurato in pochi mesi una fosca fama di predatore delle ricchezze del Ducato,
culminata con la rapina delle casse del Monte di Piacenza e degli oggetti preziosi
che i ricchi cittadini vi avevano depositato credendolo un posto più sicuro dei loro
palazzi. Indifferente alle voci che commentavano il suo improvviso arricchimento,
forse anche compiaciuto dell'ombra che proiettava attorno a sé, generando timore
anche nelle personalità più eminenti, egli era il tipico rappresentante di una
categoria di criminali che sono generati dalla guerra e che prosperano nei
momenti d'incertezza e sopruso. Il Saliceti guardò con occhio beffardo il
marchese, facendo capire di aver colto il suo messaggio.
"Di certo, marchese, conoscerà il motivo della nostra visita a Vigoleno."
"Ovviamente, commissario, anche se non comprendo questa ulteriore
imposizione. Ho già fatto avere alla vostra Amministrazione tutto il grano, il vino,
la legna e il sale che mi sono stati richiesti, e dieci dei miei migliori cavalli. E ho
dovuto aderire al prestito richiesto dal duca Ferdinando per pagare la taglia
imposta dall'esercito francese…"
"Le nostre necessità d'approvvigionamento sono sempre crescenti. E poi, dopo
aver mangiato per mesi castagne e patate sulle Alpi, i nostri soldati dovrebbero
continuare nelle medesime privazioni ora che sono giunti nella fertile piana del
Po? Io dico di no!"
"Non sapevo che voi foste francese…"
"Io sono un rivoluzionario!"
"Strano modo di concepire la Libertà, la Fraternità e l'Eguaglianza. I miei
contadini incominciano ad associarle alla Fame."
Il generale Cambray non assomigliava al collaborazionista Saliceti. Aveva visto
troppi massacri per pensare ad arricchirsi con la guerra. Un militare come lui
aggiungeva la parola Onore alla triade del motto rivoluzionario e poi la
sottolineava. Le critiche del marchese lo ferirono.
"Cittadino - sottolineò volutamente -, ricordate che è in corso una guerra. Non
siamo qui per affamare il popolo, ma neanche per fare una passeggiata. Le
condizioni dell'armistizio sottoscritte dal vostro Borbone parlano chiaro: libertà di

18
passaggio e di sosta per l'Armata repubblicana e fornitura delle derrate necessarie
dietro il pagamento di un equo indennizzo…"
"Che non si sa quando arriverà!"
"Monsieur Scotti, moderate la vostra attitudine polemica, vi prego. Finora le
necessità belliche ci impediscono di onorare i nostri debiti. Ma Bonaparte già si
prepara a varcare l'Adige e a dirigersi verso Vienna. Presto pagheremo i nostri
fornitori con l'argenteria dell'Imperatore austriaco!"
Il Saliceti non voleva che la discussione degenerasse in litigio. Gli premeva
ottenere senza troppe difficoltà ciò per cui era venuto.
"Marchese, la Francia saprà essere riconoscente con gli amici della rivoluzione.
E alla rivoluzione ora serve il vostro castello: è ben collocato e permette di
controllare la pianura e i valichi verso Bardi e la Liguria. Non sarà una
requisizione totale, potrete continuare a vivere nelle stanze superiori.
Naturalmente, finita la guerra, riavrete i vostri possedimenti e tutto l'edificio. Mi
impegnerò personalmente a che non sia prelevata neanche una forchetta. Sempre
che voi non siate in combutta con gli Austriaci o con il Papa…"
"Ho fama di non amare chi lascia il popolo nell'ignoranza. E poi la politica non
m'interessa. Io bado ai miei studi."
"Di chimica, immagino. Ho visto il vostro laboratorio. Mi dispiace per i danni
arrecati dai nostri soldati, ma gli alambicchi hanno fatto credere ad alcuni che
fosse una distilleria d'acquavite."
"Beh, in un certo senso lo era… Ma non importa, le mie ricerche erano
concluse. Quanto al castello, capirete che non è conveniente che condivida
l'alloggio con la truppa. Mi trasferirò nel mio palazzo di città, in attesa di tempi
migliori. Avevate ragione, Cambray, mi avete fatto cittadino."
"Come volete, Marchese. Prenderemo possesso del castello dopodomani. Nel
frattempo i soldati dormiranno nell'ospizio dei romei, nell'Oratorio e in qualche
stalla."

Alberto Scotti di Vigoleno accompagnò alla porta i francesi, quello vero e quello
finto, e li congedò. Stette un po' di tempo seduto pensando a cosa gli capitava,
anche se da tempo sapeva cosa avrebbe dovuto fare. Prese da un cassetto un plico
di fogli e lo piegò. Poi lo nascose accuratamente, infilandolo dietro il quadro del
san Giorgio. Chiamò il maggiordomo.

"Giacomo, fai mettere i quadri di valore e le gioie fuori dalla portata degli artigli
del Saliceti. Lascia pure qui il san Giorgio, prima o poi a qualcuno piacerà."

19