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ENRICO GIUSTI ANALISI MATEMATICA 1 “YERZA EDIZIONE INTERAMENTE RIVEDUTA & AMPLIATA PROGRAMMA 5 | MATEMATICA FISICA ELETTRONICA SOLLAT BORINGHIERI Mario Ageno, Elementi di fisica T.M. Apostol, Calcolo Vol. | Analisi 1 Vol. 2 Geometria Vol. 3 Analisi 2 Michael Artin, Algebra Luca Baracco e Giuseppe Zampieri, Analisi 1 Vincenzo Barone, Relativita: principi e applicazioni Franco Bassani € Umberto M. Grassano, Fisica dello stato solide Michiel Bertsch, Istituzioni di matematica Scipione Bobbio € Emilio Gatti, Elettromagnetismo Ottica Max Born, Fisica atomica Francesco Bottacin e Giuseppe Zampieri, Analisi 2 Stefano Campi, Massimo Picardello € Giorgio Talenti, Analisi matematica ecalcolatori Vito Cappellini, Elaborazione numerica delle immagini Francesco Carassa, Comunicazioni elettriche Sergio Carta, Termodinamica: aspetti recenti e applicazioni alla chimica e all’ingegneria Ciro Ciliberto, Algebra lineare Claudio Citrini, Analisi marematica 1 Claudio Citsini, Anatisi matematica 2 Chiara de Fabritiis e Carlo Petronio, Esercizi svolti e complementi di Topologia e Geometria P.A.M. Dirac, I principi della meccanica quantistica Albert Einstein, 11 significato della relativita Antonio Fasano e Stefano Marmi, Meccanica analitica con elementi di meccanica Statistica e dei continui Bnrico Fermi, Termodinamica Giorgio Franceschetti, Campi elettromagnetici Giovanni Gallavotti, Meccanica elementare Graziano Gentili, Fabio Podesta e Edoardo Vesentini, Lezioni di geometria differenziale Enrico Giusti, Analisi matematica 1 Enrico Giusti, Analisi matematica 2 Enrico Giusti, Exercizi e complementi di analisi matematica: vol. 1 PROGRAMMA DI MATEMATICA, FISICA, ELETTRONICA Enrico Giusti, Esercizi e complementi di analisi matematica: vol. 2 Angelo Guerraggio, Matematica generale Hermann Haken e Hans C, Wolf, Fisica atomica e quantistica Werner Heisenberg, 1 principi fisici della teoria dei quanti David A. Hodges e Horace G. Jackson, Analisi e progetto di circuiti integrati digitali Charles Kittel, Introduzione alla fisica dello stato solido Charles Kittel e Herbert Kroemer, Termodinamica statistica Serge Lang, Algebra lineare P.F. Manfredi, Piero Maranesi e Tiziana ‘Tacchi, L'amplificatore operazionale Jacob Millman, Circuiti e sistemi microelettronici Jacob Millman e C.C. Halkias, Microelettronica R.S. MullereT. I. Kamins, Dispositivi elettronici nei circuiti integrati Luciano Pandolfi, Analisi matematica 1 Athanasios Papoulis, Probabilita, variabili aleatorie e processi stocastici Wolfgang Pauli, Teoria della relativita B. Povh, K. Rith, C. Schalze F. Zetsche, Particelle e nuclei: un'introduzione ai concetti fisici Ilya Prigogine e Dilip Kondepudi, Termodinamica: dalle machine termiche alle strutture dissipative Giovanni Prodi, Analisi matematica Antonio Ruberti e Alberto Isidori, Teoria dei sistemi Walter Rudin, Analisi reale e complessa HH, Schaefer, Introduzione alla teoria speurale Edoardo Sernesi, Geometria 1 Edoardo Sernesi, Geometria 2 IM. Singer e J. A. Thorpe, Lezioni di ropologia elementare e di geometria Giovanni Soncini, Tecnologie microelettroniche Guido Tartara, Teoria dei sistemi di comunicazione Alberto Tesei, Istituzioni di analisi superiore ENRICO GIUSTI ANALISI MATEMATICA 1 TERZA EDIZIONE INTERAMENTE RIVEDUTA E AMPLIATA PIANO DELLA PRESENTE OPERA VOLUME PRIMO: ANALISE MATEMATICA 1 VOLUME SECONDO: ANALISI MATEMATICA 2 BOLLATI BORINGHIERI | | | Prima edizione 1985 Seconda edizione riveduta 1988 ‘Terza edizione interamente riveduta ¢ ampliata 2002 Ristampa novembre 2005 © 2002 Bollati Boringhieri editore s.r.|., Torino, corso Vittorio Emanuele Il, 86 diritti di memorizzazione elettronica, di riproduzione € di adattamento totale o parziale con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati L’editore potrd concedere a pagamento l'autorizzazione a riprodurre una porzione non superiore a un decimo del presente volume. Le richieste di riproduzione vanno inoltrate all Associazione Italiana per i Diritti di Riproduzione defie Opere a Stampa (A10RO), via delle Erbe, 2, 2012! Mitano, e-mail: segreteria@aidro.org Stampato in Italia dalla Litografia «lt Mettifoglio» di Torino SBN 88-339-5684-9 i Introduzione, 1x Analisi matematica | 1. Preliminari, 3 La teoria degli insiemi, 3 Sottoinsiemi, 6 Operazioni con gli insiemi, 8 Nozioni elementari di logica, /3 I predicati, 16 Iquantificatori, 19 I numeri naturali e il principio di induzione, 23 Formule ricorsive, 28 1.9 Notizie storiche, 33 1.10 Risposte agli esercizi, 37 eLaUERORE 2. Inumeri reali, 42 2.1 Richiami sui numeri razionali, 42 2.2 Le radici, 43 2.3 I numeri reali: gli assiomi algebrici, 45 2.4 Intervalli, 47 2.5 J numeri reali: l’assioma di continuita, 50 i 2.6* I numeri naturali come sottoinsieme di R, 54 2.7* Un modello dei numeri reali, 55 2.8 L’estremo superiore, 58 2.9. ILvalore assoluto, 6 2.10 Inumeri complessi, 64 2.11 Radici di un numero complesso, 69 2.12 Notizie storiche, 72 2.13 Risposte agli esercizi, 77 Vv Indice 3. La topologia della retta reale, 82 3.1 Ladistanza in R, 62 Intorni, 86 Insiemi aperti e chiusi, 89 Punti di accumulazione, 93 TI teorema di Bolzano-Weierstrass, 96 Risposte agli esercizi, 98 Prep BaRBD 4, Le funzioni reali, 0] 4,1 Richiami sulle funzioni, /0/ 4.2. Le funzioni elementari ei loro grafici, 107 4.3 Funzioni di pit variabili, 117 4.4 Restrizioni, 120 4.5. Estremo superiore e infetiore, 124 4.6 Successioni, 126 4.7. Successioni estratte, 127 4.8 Insiemi numerabili, 129 4.9 Risposte agli esercizi, /31 5. Limiti di funzioni, 1/36 5.1 Introduzione, 136 5.2. Definizioni e teoremi sui limiti, 138 5.3 Alcuni limiti notevoli, 146 5.4 iti infiniti, 752 5.5 Limit all’infinito, 157 5.6 Limiti destro e sinistro, 162 5.7 Limiti di funzioni monotone, 166 5.8 Asintoti, 168 5.9 Risposte agli esercizi, 172 6. Successioni e serie, 174 6.1 Limiti di successioni, 174 6.2 Successioni monotone, /80 6.3 Successioni ricorsive, 183 6.4 Ieriterio di Cauchy, 189 6.5* Un secondo modelio dei numeri reali, 197 6.6 Serie, 193 6.7 Leserie telescopiche, /99 6.8 Serie a termini positivi, 20/ 6.9 Criteri di convergenza, 204 6.10 Setie a termini di segno variabile, 2/3 6.11 Notizie storiche, 217 6.12 Risposte agli esercizi, 279 ~ 7, Funzioni continue, 223 7.1 Continuitd delle funzioni clementari, 223 7.2 Punti di discontinuita, 227 7.3 I teorema dei valori intermedi, 237 7.4 Continuita della funzione inversa, 235 Indice vat 7.5 Iteorema di Weierstrass, 238 7.6 Lacontinuitd uniforme, 239 7.7 Funzioni in pid variabili, 242 7.8 Notizie storiche, 244 7.9 Risposte agli esercizi, 246 8. Il calcolo differenziale, 248 8.1 Laderivata, 248 8.2. Calcolo di alcune derivate, 254 8.3 Regole di derivazione, 258 8.4 Massimi e minimi, 263 8.5 Lteoremi di Rolle, Lagrange e Cauchy, 275 8.6* Altre applicazioni del teorema di Lagrange, 28/ 8.7 Lteoremi di de l’Hépital, 285 8.8 Risposte agli esercizi, 294 9. Liintegrale, 300 9.1 Introduzione, 300 9.2. L’integrale di Riemann, 307 9.3 Funzioni integrabili, 374 9.4 Il teorema fondamentale det calcolo, 317 9.5 Areadi figure piane, 323 9.6 L’integrazione per sostituzione, 327 9.7 L*integrazione per parti, 337 : 9.8 Integrazione delle funzioni razionali, 335 9.9 Ancora sullintegrazione per sostituzione, 342 9.10* Calcolo approssimato degli integrali, 347 9.11 Integrali impropri, 352 9.12 Notizie storiche, 359 9.13 Risposte agli esercizi, 362 10. Derivate successive, 367 von 10.1. Derivate seconde, 367 10.2. Funzioni convesse, 369 10.3* Il metodo di Newton, 373 10.4 Studio del grafico di una funzione, 378 10.5 Le equazioni differenziali, 386 10,6 Equazioni differenziali e modelli, 401 10.7 La formula di Taylor, 410 10.8 Stime del resto. Il numero ¢, 419 10.9 Laserie di Taylor, 423 10.10 Notizie storiche, 428 10.11 Risposte agli esercizi, 440 Nota bibliografica, 453 Indice dei simboli, 455 Indice analitico, 459 Introduzione ‘A quasi venti anni dalla prima edizione del corso di Analisi matematica, molte cose sono cambiate nell’ Universita italiana. Varie riforme si sono succedute, sono stati va~ rati nuovi corsi di laurea e nuovi ordinamenti per quelli gia esistenti, con un naturale adeguamento dei contenuti dei corsi e dei programmi di insegnamento. Nondimeno, i testo di Analisi matematica, cosi come era stato strutturato due decenni fa, era rimasto finora complessivamente valido, e restava utilizzabile con profitto nei corsi di laurea in Matematica, in Fisica, in Informatica, e in Ingegneria. L’organizzazione della materia in due volumi corrispondeva al ritmo biennale del- V'insegnamento dell’ analisi nelle facolta scientifiche, secondo un impianto didattico che era passato invariato attraverso contestazioni e riforme. L’ultimo provvedimento legislativo, che ristruttura completamente |’ organizzazione degli studi universitari, ha scompaginato I’assetto tradizionale e ha reso necessario un adeguamento dei corsi.e dei loro contenuti alla nuova situazione. I corsi annuali sono stati sostituiti da corsi semestrali, e in molti casi lo spazio dedicato all’analisi si é ridotto da due annualita a tre semestri, quando non addirittura a due. Una riforma cosi radicale non poteva non toccare i libri di testo, che devono neces- sariamente adeguarsi ai nuovi ordinamenti. Naturalmente, non si tratta di operare un semplice taglio degli argomenti da trattare, in modo che possano essere svolti in due 0 tre semestri invece che in quattro — a questo si oppone il carattere propedeutico del corso di Analisi, i cui temi sono suggeriti (o meglio imposti) in gran parte dalle neces- sita dei corsi successivi ~ ma di delineare un percorso culturalmente valido, e allo stesso tempo che possa essere ragionevolmente condotto a termine nei tempi pid ri- stretti che il nuovo ordinamento impone. Senza d”altra parte rinunciare alla possibi- lita, qualora vi sia un semestre addizionale, di completare la formazione in maniera armonica. Una possibile risposta alla contrazione dei tempi é costituita dalla trasformazione del corso di Analisi in un corso di Calculus di tipo americano, orientato soprattutto al- Vacquisizione di tecniche di manipolazione, nel quate le parti teoriche, in particolare x Introduzione le dimostrazioni, risultino ridotte al minimo. Quanto questa soluzione sia valida, semplifichi il lavoro degli studenti, oggetto di discussione. Non manca chi fa notare come le dimostrazioni costituiscano il filo che lega tra loro le varie parti della teoria, & che la loro eliminazione costringe gli studenti a uno sforzo mnemonico che supera il vantaggio di una riduzione delle pagine da studiare. Di certo essa snatura gli studi di matematica, ridotti all’ acquisizione acritica di una serie di nozioni, e pit adatti a sti- molare la memoria che la fantasia. La nuova edizione delle Lezioni di Analisi indica un’altra direzione, in cui la ne- cessaria riduzione quantitativa degli argomenti trattati non vada esclusivamente a scapito della cultura matematica dello studente né del rigore dell’ esposizione. L’im- postazione generale & sempre quella delle Lezioni originali, ma tutta la materia stata tivista con l’obiettivo di semplificare al massimo le dimostrazioni, eventualmente sa- crificando qualcosa della generalita, di eliminare parti inessenziali, e di aumentare il legame con le applicazioni. Il corso @ diviso in quattro parti, corrispondenti a quattro semestri. Le prime due, che formano I’argomento del primo volume, contengono essenzialmente l’analisi delle funzioni di una variabile, e possono essere utilizzate per un corso di due seme- stri, eventualmente con l’aggiunta di elementi di calcolo infinitesimale in pid variabili Per non eliminare totalmente degli argomenti importanti, che tradizionalmente face- vano parte del programma del secondo anno, abbiamo aggiunto una breve trattazione delle equazioni differenziali pid semplici e di largo uso, e una discussione degli spazi a pid’ dimensioni e delle funzioni di pit’ variabili. L’impostazione é mantenuta al li- vello pid’ semplice possibile, in modo da ridurre al massimo le parti essenzialmente tecniche. In ogni caso, pur con queste aggiunte e revisioni, l’impianto complessivo del primo volume resta quello ormai collaudato delle edizioni precedenti. Il secondo volume invece & quello che si discosta maggiormente dal precedente, per tener conto della possibilita e delle necesita di un corso di analisi basato su tre se- mestri. Il terzo semestre, che in alcuni casi sara quello conclusivo, prevede lo studio del calcolo infinitesimiale in pid variabili (integrale di Riemann), delle serie di funzioni e della geometria differenziale delle curve delle superfici. In ogni caso, i tre seme- stri cosi delineati permettono allo studente di acquisire una preparazione soddisfacente anche se di carattere elementare. Infine la materia del quarto semestre contiene le equazioni differenziali, l’integrale ¢ la misura di Lebesgue (introdotto a partire dall’integrale di Riemann) e un’ introdu- zione agli spazi funzionali. Analisi matematica I Capitolo 1 Preliminari 1.1. La teoria degli insiemi _Iprincipi sono sempre la parte pit difficile. Se questo vale in genere per tutte le at- tivita umane, ancora di pid, forse, vale per Ja matematica, dove essi sono letteralmente i fondamenti di tutta a costruzione successiva. Le ragioni di queste difficolta sono facili da dire, La matematica ha a che fare con oggetti specifici, alcuni dei quali, i punti, le rette, i numeri, le figure geometriche, sono estratti dalle attivita quotidiane dell'uomo; altri, come le funzioni, appartengono aun grado superiore di astrazione, e provengono per cosi dire dall’interno stesso della matematica. Normalmente, questi oggetti vengono introdotti mediante apposite defi- nizioni, che ci dicono di cosa si tratta, eventualmente accompagnate da opportuni as- siomi e postulati che ne descrivono le proprieta ¢ ci danno le regole per il loro uso. D'altra parte le definizioni non possono che riferirsi a qualcosa di gia conosciuto. Si capisce dunque che man mano che si risale verso i principi, le cose conosciute di- minviscono, con il risultato che definizioni e assiomi divengano sempre pit astratti. In genere, una definizione rimanda ad altri oggetti definiti in precedenza, in una scala che dal particolare va verso il generale. Quando perd si giunge ai principi, questa ca- tena ascendente si arresta: non ci sono concetti pid generali ai quali riferirsi. In questi casi, non c’é che da rinviare al linguaggio comune, cercando di spiegare in parole po- vere € per mezzo di esempi che cosa si vuole intendere. Invece che delle definizioni si danno delle descrizioni. In questo caso si parla di oggetti o concetti primitivi, cio’ che vengono supposti noti, senza che ci sia bisogno di darne una definizione formale, e che vengono introdotti per mezzo di spiegazioni ed esempi. La celta dei concetti primitivi é una questione di gusti e soprattutto di opportunita; dipende da cosa si vuole fare. Ad esempio, in geometria pud essere opportuno partire dai concetti di retta e di cerchio, dei quali tutti abbiamo un’idea abbastanza chiara. Se invece ci interessa |’aritmetica, un buon punto di partenza é il concetto di numero in- tero, che conosciamo fin da bambini. E vero che la retta, il cerchio e il numero potreb- 4 Preliminari_ | Cap. 1 bero essere definiti a partire da concetti ancora pid primitivi, ma da una parte non & detto che un concetto pid generale sia intuitivamente pit comprensibile, ¢ dall’altra per arrivare a definire i numeri occorrerebbe fare una fatica notevole, che non sarebbe pari all’effettivo guadagno. In effetti, specie all’inizio, la strada & abbastanza \unga, e se si volesse percorrerla tutta, prima di arrivare alle cose importanti si sarebbe consu- mato tutto il tempo disponibile. Quello che si fa allora & prendere una scorciatoia: si assumono pitt concetti primitivi del necessario, in modo da eliminare tutte le noiose parti intermedi. Uno dei concetti fondamentali della matematica moderna @ quello di insieme, che ‘assumeremo come primitivo, accontentandoci di dire che un insieme A é una collezione i oggetti, che prendono il nome di elementi di A. In molti casi, & possibile elencare esplicitamente gli elementi di A; ad esempio, se A 2 formato dai numeri 1 ¢ 4, potremo scrivere A=(1,4)}. Da notare che |'ordine in cui sono elencati gli elementi @ inessenziale; ad esempio Vinsieme (4, 1} coincide con ’insieme {1,4}. | Se aé un elemento dell’insieme A, diremo che a appartiene ad A, e seriveremo aca. Se invece a non appartiene ad A, si scriveraa EA. Attenzione! Non si deve confondere un elemento a con l’'insieme {a} costituito dal solo elemento a. Il primo un elemento; il secondo un insieme. Cosi mentre a € {a} 8 un’ affermazione vera, {a) € {a} @ falsa ({a) non 2 un elemento dell’insieme {a}). A volte un insieme con un solo elemento si chiama un singoletto. Ad esempio, & un singoletto ’insieme {1}, ma non il numero 1, che non é un insieme. o Insiemi che utilizzeremo spesso sono 1. Linsieme dei.numeri naturali (gli intericpositivi 1, 2, 3, ece.), che indicheremo conN. - nN Lrinsieme degli interi relativi Z (iniziale di Zahlen; in tedesco: numeri), i cui elementi sono i numeri interi positivi e negativi, ¢ lo zero. 3. L’insieme Q dei numeri razionali 5 incui q@ un numero naturale ¢ p un intero relativo. I numeri razionali si possono scrivere in forma decimale, semplicemen- te eseguendo la divisione; il risultato @ un numero decimale finito (come ad esempio 3 = 375) © un numero decimale periodico (come nel caso di 2 = = 0.42424) 03). 1.1 | La teoria degli insiemi 5 4, L’insieme R dei numeri reali, che & l’insieme di base per |’ Analisi, e che esami- neremo in dettaglio pid avanti. 5. Gli insiemi R* e R™, costituiti rispettivamente dai numeri reali positivi e nega- tivi: Rt =(xER:x>0} R= (xER:x<0). Notiamo che nessuno degli insiemi precedenti pud essere descritto elencandone gli elementi, dato che ce ne sono infiniti. In effetti, un insieme si pud rappresentare espli- citamente solo se & finito, cio’ se & costituito di un numero finito di elementi.' In caso contrario, o anche quando l’elencazione esplicita non é efficace, si pud individuare un_ insieme assegnando una sua proprieta caratteristica, ossia una proprieta goduta esclusivamente dai suoi elementi. Cosi ad esempio, R* @]’insieme dei numeri x € R tali che (:)x>0. In generale, se A & un insieme, e P(x) 2 una propriet’definita in A, possiamo consi- derare ’insieme B costituito da quegli elementi di A che godono della propriet’ P(x); in formule: B={xEA:9Q)). L'insieme B cosi costruito si chiama estensione della propriet& P(x) in A. ‘Ad esempio la proprieta ze N definisce l’insieme P dei numeri pari. Corrispon- dentemente, Pinsieme P é l’estensione (in N) della propriet’ EN. A volte pud accadere che la proprieta P(x), pur essendo definita per gli elementi di A, non sia soddisfatta da nessuno di essi. Ad esempio la proprieta 2n & dispari non é soddisfatta da nessun numero naturale n, dato che 2n 8 sempre un numero pati. Di conseguenza, l’insieme {n EN: 2n &dispari} non contiene nessun elemento: é J’insieme vuoto. L’insieme vuoto si indica con il simbolo 8. Avremo dunque ({nEN: 2n 2 dispari) = 90. * Peraltro nella pratica una rappresentazione esplicita é possibile solo se il numero di element dell’insieme & abbastanza piccolo; l"insieme delle persone viventi al | gennaio 2000 é sicuramente finito, rua non sarebbe sem- plice elencarle tute. 6 Preliminari_ | Cap. 1 Esercizi 1.1. Scrivere in forma esplicita i seguenti insiemi: 1. (xEN:20} 9 {rez f{xER:x’-x=2},B=R™ 5.A={xEN:x°<15}, B= (xEN:x°>10} 6. 7. . A= (1, 2,3}, B= (3,2, 1} -A={(xEQ:x°=2)},B=(xER:x?=2} 1.4 | Nozioni elementari di logica 13 1.4, Calcolare AN (BU C), (A — B) Ce (AUB) — C nei casi seguenti: 1, 2,3, 4}, B= (2,4, 6}, C= (1,3, 4} 1,0, 1,2}, B={-1, 2,3}, C= {2,3, 4} A=N,B=Q*,C=Z . A=R,B=9,C={1} . A= (0},B=9,C=R Upene Tramite i relativi diagrammi di Eulero-Venn visualizzare le relazioni seguenti: A-(A~B)=ANB AU(B-A)=AUB . (AN B)U(A-B)=A (AUB)-A=B-A . (AUB) — (ANB) =(A-B)U(B—A) (AUB) -C=(A-QU(B-C) DAUARWNS 1.4. Nozioni elementari di logica Come la teoria degli insiemi, anche la logica @ sempre stata usata in matematica, anche se in maniera informale; come monsieur Jourdain faceva della prosa, cosi i ma- tematici hanno sempre fatto della logica senza saperlo, Solo alla fine dell’ Ottocento, nell’ambito di una sempre maggiore ricerca di rigore, si € cominciato a riflettere in maniera approfondita sulle strutture logiche che stavano alla base della matematica, dando inizio alla moderna logica matematica. Questa disciplina si 2 poi considerevol- mente sviluppata nel Novecento, anche grazie alle impouenti applicazioni che ha tro- vato nel campo dei computers, in particolare nei linguaggi di programmazione. Peraltro, a parte alcuni campi specifici, l’uso della logica in matematica @ sempre stato piuttosto limitato, non andando mai al di 1a di considerazioni elementari. II fatto & che la logica che serve nella maggior parte delle dimostrazioni matematiche non va molto al di 18 del buon senso, e dunque pud essere usata senza un apparato formale esplicite. r Anche noi ci atterremo a questo metodo, anche perché una trattazione rigorosa della logica matematica cosa molto difficile, e in ogni caso ci condurrebbe jnolto al di la di quanto ci serve us UCHR GARAIOE 0. Benché gran parte del materiale della matematica sia costituito da proposizioni, dire cosa sia una proposizione é cosa piuttosto delicata, Molto spesso si dice che una proposizione @ una frase per la quale ha senso chiedersi se sia vera o falsa, In effetti una proposizione in matematicaé usualmente 0 vera 0 falsa, ma questo ovviamente & "un po’ troppo vago per essere una definizione; semmai si pud prendere come un av- vertimento: di una frase, espressa in linguaggio comune, non ha senso chiedersi.se sia vera o falsa, questa non sara ufla proposizione, ma qualcosa d’ altro. “4 Preliminari | Cap. 1 D’altra parte, quando si incontra una proposizione la si riconosce subito; ad esempio a. , 2. “Dati comunque due insiemi A e B, risultaA UB = BUA”, 3.“14+2=0" 4. “La somma degli angoli di un qualsiasi triangolo @ uguale a tre retti” sono tutte proposizioni, vere le prime due, false la terza e la quarta. Non sono invece_/ proposizioni frasi di tipo interrogativo o esortativo, come “piove?” o “vai a casa!”. Infine, si potrebbe discutere a lungo se le frasi del linguaggio comune siano o meno delle proposizioni, se non altro perché in molti casi non é cosi evidente se una certa affermazione vera o falsa. Ad esempio, quando si dice: “Tizio ha detto un sacco di scemenze”, qualcuno potrebbe obiettare che le scemenze non sono poi cosi tante, e probabilmente Tizio non sara d’accordo. Per fortuna le proposizioni matema- tiche, se ben espresse, non hanno di queste ambiguita. Proposizioni pid semplici si possono combinare tra loro per formare nuove propo- sizioni pid complesse. Cid avviene per mezzo di operatori che si chiamano connettivi Jogici, che si possono ridurre ai tre che seguono: ~ \ |! Negazione, che si indica col segno — (non, in inglese nor),? | . Congiunzione, che si indica con (e, in inglese and), 3. Disgiunzione, che si indica con v (0, in inglese or). Il significato intuitivo dei tre conneitivi & immediato. Ad esempio, se # é la propo- sizione “2 € un numero pari” e 2 indica “il triangolo ABC é isoscele”, — sara “2 non &un numero pari”, P a2 sta per “2 & un numero parie il triangolo ABC é isoscele” e Pv significa “2 @ un numero pari o il triangolo ABC 8 isoscele”, Da notare che it connettivo v indica la disgiunzione debole (che corrisponde al la- tino vel); ® vQ & vera se almeno una delle due proposizioni P 0 9 2 vera, e quindi anche se sono vere ambedue. Per fare un esempio, se P & “6 8 un numero pari” e 2 sta per “9 @ divisibile per 3”, ambedue vere, sara vera anche P v2 = “6 & pari 0 9 2 divi- sibile per 3”. Per quanto riguarda gli altri connettivi, é immediato notare che aP & vera se € solo se & falsa, e che # A & vera quando sono vere sia P che Q, e falsa negli altri casi. | Diun certo interesse sono le combinazioni della negazione — con i connettivi ve A. Ad esempio, Pv) 2 vera see solo se PV e falsa, € questo accade se e solo se P ¢ 2 sono ambedue false. Si ha dunque a(PVI)=AP vA7Q., [1.8] Analogamente, APA =A Pv. [1.9] 2 : Diamo anche i termini inglesi perché si trovano spesso nei linguaggi di programmazione. 7 1.4 | Nozioni elementari di logica 1S Le [1.8] [1.9] si chiamano leggi di De Morgan per la loro analogia con le leggi di De Morgan [1.6] ¢ [1.7] per gli insiemi; in questa analogia il connettivo » corrisponde all’intersezione per gli insiemi, v corrisponde all’ unione, e — al passaggio al comple- mentare. Segue dalle [1.8] [1.9] che uno dei due connettivi v e si pud esprimere per mezzo dell’ altro e della negazione. Infatti dalla [1.8] si ha PVQ=A(AFA9) [1.10] mentre dalla [1.9] segue PAX=A(WPvV—=9). quay Noi comunque continueremo a usare ambedue i simboli v e 4, dato che a un’ eco- nomia di simboli corrisponderebbe una notevole complicazione delle formule. Anzi, molte volte sara opportuno servirsi anche di altri connettivi logici, anch’ essi esprimi- bili mediante i precedenti. I pit comuni sono: 1. L’implicazione (se-allora; in inglese if-then), che si scrive P = 9, e silegge “P implica 2” 0 “se P allora 2”. L’importanza dell’ implicazione sta nel fatto che essa & la forma di quasi tutti i teoremi in matematica: se P rappresenta le ipotesi del teorema 2 lasua tesi, ® = 2 dice che dalle ipotesi segue !a tesi, ossia che se sono vere quel- Je @ vera anche questa. ra x Da notare che per confutare l’implicazione # => 2, occorre far vedere che le ipotesi sono vere € la tesi 2 falsa; in altre parole, la proposizione P => 9.2 falsa solo nel caso in cui 9 verae 9 & falsa, mentre & vera in tutti gli altri casi. In particolare, essa é vera quando & é falsa, indipendentemente dal valore di verita di 2. Di conseguenza si ha P32=-Pv9 5 2. L’equivalenza 0 doppia implicazione (se e solo se; in inglese if and only if, spes- so abbreviato in iff), che si indica col simbolo P = 2. La proposizione P > 2 @ una forma abbreviata di (P = 2) A(2 => P), e pertanto P BIL=(APVA)A(-QvVF). 3. La disgiunzione esclusiva, spesso chiamata XOR,’ che noi indicheremo con v*: la proposizione “P v* 2” & vera se & vera una delle due proposizioni # 0 9, ma non ambedue. Si ha dunque PvtD=(PvAaAAQAvrAP) =AP or. > Cid corrisponde al fatto ben noto che da ipotesi false si pud dedurre qualsiasi proposizione. * Talvolta, ma di rado, in italiano si trova “sse”. ° La pronuncia “ecsor” rinvia a “exclusive or”. 16 Preliminari. { Cap. 1 Esercizi 1.6. Sia P = “(—3)° = ~3" e 9 =“5 & un numero primo”. Dire se le seguenti pro- posizioni sono vere o false: 1. Pv 6. 24% 10. sP vag 2.9 A 7. aPvo 11. Pvao 3.932 8. nF = 2 12. (PAL V(GPr) 4Fear 9. APF oO 1B. (P3)39 5.239 1.7. Se = “La somma degli angoli di un triangolo & uguale a due retti” € 9 = “il prodotto di due numeri dispari @ dispari”, stabilire se le seguenti espressioni sono vere o false: 1 Pv 5. nPvQ 9 APvaAD 2 PAD 6. AP >AQ 10. PrMv(AP aD) 3. LP 7. P>—P 11. PSAMoy 4.2 => AP 8. WP =P 1.8. Scrivere le seguenti espressioni per mezzo delle sole +, ve A: 1 3G 32 3. Pa(P39) 2* PawaeP 4% Pv*# (Psa) 1.9. Scrivere le seguenti espressioni per mezzo delle sole +e v: LA’ 3.P ead 2. PAD 4. PVD 1.10. Scrivere le seguenti espressioni per mezzo delle sole 4 1: LAQae 3.F ead 2. Pvid 4. PvAD 1.5. I predicati Quella che abbiamo brevemente descritto fin qui & la logica delle proposizioni, Come abbiamo visto, una proposizione asserisce qualeosa riguardo a oggetti matema- ci specifici, come ad esempio “3 > 1” 0 “4 & divisibile per 3”. _ Molte volte perd le affermazioni matematiche riguardano oggetti generici di un in- sieme, come accade ad esempio nelle frasi “x > 0” 0 “x — y = 1”, nelle quali xe y de- notano un generico numero reale. Si parla in questo caso di predicati. 15 | I predicati $ 7 Intuitivamente, un predicato @ una frase che contiene una o pitt variabili, ¢ che af- ferma qualcosa al loro riguardo; o in altre parole: Un predicato P(x), definito su un insieme A, 2 un enunciato che ad ogni elemento a di A associalla proposizione P(a).* ae i Cosi ad esempio, il predicato P(x) = “x > 0”, definito in R, fa corrispondere a ogni numero reale a la proposizione “a > 0”. Si ha dunque P(2) =“2>0",e P(-1 =“~—1>0”, la prima vera, la seconda falsa. Analogamente, il predicato 2(x, y 1” 2 definito in R’, e fa corrispondere a ogni coppia ordinata (a, b) di numeri reali la proposizione “a — b = 1”; ad esempio 9(1, 2) =“1—-2=1”, Come avveniva per le proposizioni, ¢ possibile operare sui predicati con i connettivi —, ve v per ottenere degli altri predicati pid complessi. Una cosa importante da notare subito é che un predicato non é una proposizione, € dunque in generale un predicato non & né vero né falso, neanche quando, come avvie- ne ad esempio per 2(x) : “x =x", 2(a) & vero per ogni a. Quelle che sono vere o false sono le varie proposizioni che si ottengono sostituendo alla o alle variabili che com- paiono nel predicato degli elementi particolari dell’insieme in cui esso @ definito. Ad ésertipio, dal predicato P(x) : “x > 1” otteniamo sostituendo alla x il valore 2 la propo- sizione vera “21”, e ponendo x= —3 la proposizione falsa “~3=1". In questo senso si dice talvolta che i valore di verita di un predicato dipende dal valore che at- tribuiamo alla variabile x. In genere, un predicato pud contenere un numero qualsiasi di variabili. Noi studie- remo pid da vicino quelli a una variabile, che vengono anche chiamati proprieta. La ragione di questa terminologia é immediata. I predicati {in R) x>0 x°-3x+2=0 xEQ esprimono tutti delle proprieta della variabile x: essere positiva, verificare l’equazio- ne x? — 3x +2 =0, essere un numero razionale. Analogamente, i predicati in due variabili, come “x> y” 0 “x + y = 2” esprimono una relazione tra le variabili xe y, Un caso particolarmente importante di proprieta in R sono le equazioni ¢ le dise- quazioni Consideriamo un polinomio P(x);7 ad esempio x* + 3x— 1 0 2x3 - 3x +4. Il predi- cato (0 proprieta) P(X)=0 si chiama equazéone, mentre P(x) >0 Pid precisamente, un predicato su A & una funzione (vedi cap. 4) da A nell’insieme delle proposizioni. 7 Opiv in generale una funzione f(x), vedi cap. 4. 18 Preliminari | Cap. 1 si dice una disequazione. Osserviamo che sono disequazioni anche i predicati P(x) <0,P@)<0 © P(x)=0. Ad esempio, 8 un’ equazione il predicato x? +3x-1=0 che si pud scrivere anche nella forma equivalente xP +3x=1, mentre sono delle disequazioni e43x>1 e 2x3-3x+4<0. Risolvere un’ equazione o una disequazione significa trovare I’estensione del pre- dicato relativo, ossia trovare l’insieme {xER: P(x) =0) nel caso di un’ equazione, ¢ {xER: P(e) >0)} nel caso della disequazione P(x) > 0. Esempio 1.2 Risolvere I’equazione P+x-2=0. Qui siamo nelle cose note. Si ha infatti _ vee we] 2 2 Siha dunque {xER:x?+x-2=0)={1 Usualmente, invece di scrivere la formula precedente, si dice semplicemente che le soluzioni dell’equazione sono 1 e —2. o Esempio 1.3 Risolvere la disequazio1 Pi re la disequazione Me 270.) Le radiei de’ equazione sono, come abbiamo visto, 1 e ~2 All interno det inter- vallo.(=2,.1).si,hax*+x—2<0, mentre all’esterno risulta x7 +x —2>0. La dise~ quazione & dunque verificata per x< —2e perx>1. Qo Lyne? 1 1.6 | I quantificatori 19 i Esercizi LAL. Siano P(x) : “x > 2” € D(x) : “x? — x > 0" due predicati definiti in R. Dire se sono vere o false le seguenti proposizioni: 5 1. FO) 6. PO) VAI) » f 2. (2) 7. aP(-1)v2Q) 3. P2) 8. 93) = 91) 4, PUL) = 2(0) 9. 93) = (2(1) => 2(2)) } 5. PO) A2(-1) 10. PC) v# 92) 1.12. Risolvere le seguenti equazioni in R: 1. 4x-3=0 7. dxt~ x2 ‘ 2.3xt1=x 8. x? +4x+4=0 B.x+2=34x 9, —x*42x+1=0 4, 4x—3=3x+2 10. 9-2? -2r=0 5.x°-3x+2=0 Mext-2x?=3 } 6. 3x?=2x-1=0 12. x=|2| 1.13. Risolvere le seguenti disequazioni: 1. 3x+2>0 7. x(-2)>0 2.3-x<2+x 8. x°(1-x) >0 3.x4+30 5.41 0, e si legge: “per ogni numero reale x, x* @ maggiore o uguale a 0"; mentre la terza di- venta 3xER: te 4, che si legger&: “esiste un numero reale x tale che x8 uguale a4”. In questo modo emerge chiaramente la struttura e il modo di formazione delle pro- posizioni in esame: si prende un predicato P(x) definito in un insieme A, nel nostro caso rispettivamente x? > 0 e x? = 4, ambedue definiti in R, € se ne satura la variabile mediante un quantificatore (3 0 V), ottenendo le due proposizioni SxEA: P(x) e VxEA, P(x). Quest'ultima & la forma della maggior parte dei teoremi di matematica, che solo di rado riguardano proprieta di oggetti particolari, e per lo pit, anche quando cid non ap- pare esplicitamente, hanno a che fate con proprietd di tutti gli oggetti di una classe. Cosi ad esempio, quando si scrive (a + bYa~b) ~p si intende in realt& Va, DER, (at b)(a-b)=a?— b; mentre il teorema di Pitagora: “in un triangolo rettangolo la somma dei quadrati dei cateti @ uguale al quadrato dell’ipotenusa” si deve leggere “in ogni triangolo rettangolo la somma dei quadrati dei cateti @ uguale al qua- drato dell’ipotenusa”. 1.6 | Tquantificatori 21 La saturazione di una variabile per mezzo di un quantificatore da luago.a.un.predi- cat con una variabile in meno. Quando il predicato di partenza contiene una sola va- riabile x, si ottiene una proposizione, nella quale lax compare solo in maniera formale. Essa infatti pud essere formulata in modo che non vi compaia esplicitamente nessuna variabile} ad esempio le proposizioni 1, ¢ 3. si possono enunciare rispettivamente nella forma: “qualsiasi numero reale, elevato alla quarta potenza, da un risultato maggiore o uguale a zero” “esiste un numero reale che elevato al quadrato fa 2”, e non contengono esplicitamente nessuna variabile. Per questo motivo in esse la x si chiama una variabile muta; essa pud essere sosti tuita da un’altra variabile qualunque senza alterare minimamente la proposizione. Po- tremmo scrivere ad esempio la 1. nella forma VzER, 720 o anche in maniera un po’ stravagante VoER, o=0. Un’attenzione maggiore meritano le proposizioni 2. e 4. Ad esempio, la seconda si pud riscrivere in maniera pid esplicita nella forma “per ogni intero n esiste un intero k tale che k? =n”, che si presta immediatamente ad una trascrizione formale: VnENIKEN: kK? =n Analogamente, la quarta proposizione diventa Aan€EN, AEN: =n, o pid brevemente an, kEN: R= Come abbiamo visto, quest’ ultima affermazione & vera, mentre la precedente & falsa. Per dimostrarlo, in un caso abbiamo trovato un esempio, cioé due numeri n e k (nel nostro esempio n = 9 e k= 3) con k? =n; nell’altro un controesempio, abbiamo infatti detto che il numero n = 2 non era quadrato di nessun intero (sappiamo infatti che la radice di 2 8 un numero irrazionale). 22 Preliminari_ | Cap.1 In generale, per dimostrare la proposizione 3xEA: POX) basta trovare un esempio, cio’ un elemento a di A che verifica la proprieta P(a).* Viceversa, se si vuole dimostrare che la proposizione VxEA, P(x) 2 falsa, sara sufficiente trovare un controesempio, vale a dire un elemento b di A che non verifice (0). In altre parole, negare la proposizione VxEA, P(x) equivale ad affermare che 3xEA : P(x). Analogamente, negare la proposizione AxGA, Pa) equivale ad affermare che VxEA: P(2). A sua volta, anche il predicato P(x) potra contenere dei quantificatori, sui quali si procedera allo stesso modo, fino a giungere a una proposizione in cui tutti i quantifi- catori vengono prima del segno di negazione. Supponiamo ad esempio di voler nega- re la proposizione R="“VnENIKEN =n” che come abbiamo visto asserisce che ogni intero @ il quadrato di un altro intero. La sua struttusa 2 del tipo VnEN, P(r) dove P(n) 8 il predicato® “3kKEN: =n”. Siha allora aR ="ANEN : Play”. D’altra parte, per quanto abbiamo detto, AP(n) = "WEN, Pen” § Si moti che abbiamo detto “basta” e non “bisogna”. Infatti si porebbe pracedere per assurdo, supponendo che per nessun x € A valga la proprieta P(x), e fadendo vedere che Cosi si arriva a una contraddizione. Lo stesso vale per la proposizione successiva, * Si noti che il predicato 9(n) dipende da n, ma non da k; infatti quest’ ultima variabile & saturata dal quantifi- catore 3, mentre x non lok. 17 | [numeri naturali e il principio di induzione 23 e quindi in conclusione SR =“AnEN: VEEN, En”, Osserviamo che R @ falsa, e quindi sR & vera; infaiti se si prende n = 2 non esiste nessun numero intero k con k? = 2. Esere 1.14, Scrivere in maniera formale le seguenti proposizioni: 1. Esiste un numero naturale maggiore di 3. 2. Il quadrato di un numero naturale @ maggiore del numero. 3. Esiste un numero reale pitl piccolo del suo cubo. 4, Esiste un numero naturale maggiore di tutti gli altri. 5. Ogni numero intero (positivo, negativo o nullo) é differenza di due numeri na- turali. 6. Ogni numero reale somma di due numeri razionali. 7. La sola soluzione reale dell’ equazione x + 3 =08 —3. 8, Il quadrato di un qualsiasi numero razionale é razionale. 9. Il quadrato di un qualsiasi numeso irrazionale & irrazionale. 10. Il quadrato di qualche numero irrazionale & irrazionale. 11. I quadrato di qualche numero irrazionale é razionale. 12. La radice cubica di un numero naturale @ irrazionale 13. Sex?>1allorax>1. * 14. Sex>1allorax?>1 1.15. Dire se le proposizioni precedenti sono vere o false. 1.16. Negare le proposizioni dell’esercizio 1.14. 1,7. I numeri naturali e il principio di induzione Un posto di un certo rilievo in matematica & occupato da proposizioni che coinvol- gono i numeri naturali, come ad esempio il teorema 1.1: “un insieme con n elementi ha 2" sottoinsiemi”, a proposito del quale avevamo osservato che una dimostrazione rigorosa doveva far appello alle proprieta, e dunque alla struttura assiomatica, dell’ insieme N dei numeri naturali. Una sistemazione patticolarmente conveniente é dovuta a G. Peano, che ha formulato il sistema di assiomi che porta il suo nome. 24 Preliminari_ | Cap. 1 Peano definisce i numeri naturali come un sistema costituito da un insieme N in cui definita I’ operazione di “successivo” e da un elemento 1, verificante i seguenti assiomi: 1.18 un numero, 2. il successive di un numero é un numero, 3. 1 non & successivo di nessun numero, 4, numeri diversi hanno successivi diversi, \'5.se ACN contiene | ¢ i successivo di ogni suo elemento, allora A = N. Intuitivamente, il primo assioma ci assicura che N non é vuoto, in quanto contiene almeno il numero 1, che @ il primo elemento di N; il secondo garantisce che in N si pud “contare”, prendendo sempre il successivo. Il terzo assioma ci dice che contando non si torna mai a I, e i] quarto che non si torna mai a un numero gia incontrato; insieme ci garantiscono che contando non si finisce per girare in tondo. Infine il quinto, come vedremo, & quello che rende possibili dimostrazioni come quella del teorema 1.1. Osserviamo che si possono dare situazioni in cui valgono i primi quattro assiomi e non il quinto. Ad esempio, se prendiamo come N gli usuali numeri naturali, ma defi- niamo “successivo di n” il numero n + 2, i primi quattro assiomi sono verificati, men- tre il quinto non lo é; infatti l’insieme A dei numeri dispari contiene | ¢ il successivo di ogni suo elemento (se né dispari, lo @ anche il suo successivo n+ 2), ma non coin- cide con tutto N. Possiamo scrivere in termini formali gli assiomi di Peano, introdu- cendo il simbolo s(n) per indicare il successivo di n:!° “LLEN, 2.WnEN, s(nEN, 3. Wn EN, s(n) #1, 4..Vn, mEN, s(n) = s(m) > n=m, 5.WACN, (EA) A(Wn EN, n GA = s(n) EA)} AEN. Osservazione 1.4 A volte invece di partire da 1 si comincia da 0. Si tratta solo di una questione di gusti e di opportunita, che comporta solo cambiamenti formali degli assiomi, che diventano LOEN, 2.W n EN, s(n) EN, 3. Vn EN, s(n) #0, 4.¥n, mEN, s(n)=s(m) 3 n =m, 5. WAGN, {OEA)A(VNEN, NEA = s(n) EA)} = A=N. "© A partire dalla nozione di successive & possibile definire le operazioni usuali sui numeri interi: 1a somma, il prodotto, la differenza, ecc. In particolare, si pone n +1 = s(n), € a partire da questa relazione si definisce la somma di due interi. Noi non entreremo nei dettagli, e considereremo acquisite le proprieta delle operazioni clementari sugli interi; in particolare seriveremo per lo pidin + Lal posto di s(n) 17 | [numeri naturati¢ il principio ait induzione 25 Volendo, si potrebbe cominciare anche da 2, o da un numero qualsiasi, senza alte- rare altro che i nomi dei numeri. 0 Come abbiamo detto, I’assioma 5. & di grande utilita nelle dimostrazioni. Suppo- niamo infatti di avere un predicato 9(n), come ad esempio “un insieme con n elementi ha 2" sottoinsiemi oppure \Wa>-1,(1+ay"=1+na, una diseguaglianza di una certa utilita in matematica,'! e supponiamo di volere dimo- strare che P(n) vale per ogni intero n. : Una prima possibilita @ di affrontare la dimostrazione direttamente. Ad esempio, supponiamo di voler dimostrare che n° — n= 0 per ognin EN. Sihan?~n=n(n—1), e dunque la quantita in esame vale 0 per n= 0e n= 1, mentre se n > | 8 il prodotto di due numeri positivi, e quindi é positiva. In ogni caso si ha n(n — 1) =0, e il risultato & dimostrato. Una dimostrazione diretta possibile solo nei casi pid semplici. Quando abbiamo a che fare con situazioni pitt complesse, essa funziona solo raramente. Viene allora in aiuto il seguente Principio diinduzione Se una proprieta P(n) vale per n=, e se, supposta vera per n, risulta vera per n+ 1, allora An) é vera per ogni n. che si pud enunciare in modo formale: PA)ALWA, Pla) > Pint 1)} > V0, PO). U principio di induzione deriva immediatamente dall’assioma 5. Consideriamo in- fatti l’insieme A dei numeri naturali n per i quali P(n) 8 vera: A={nEN: Pn}. Siccome per ipotesi P(1) & vera, si ha 1 € A. Inoltre se P(n) & vera (cio’ se n EA) allora lo & anche P(n + 1), e quindi 7 +1€A. Per l’assioma 5, A=N, ossia P(n) & vera per ogni n. Si pud anche dimostrare che l’assioma 5 segue dal principio di induzione. Infatti sia A un insieme che contiene 1, ¢ il successivo di ogni suo elemento, e consideriamo il predicato P(n) : “n EA”. P(1) & vera, dato che 1 € A; inoltre se P(n) d vera, cio’ se nGA, alloran + 1A, e dunque & vera P(n + 1). Per il principio di induzione P(n) & vera per ogni n, e pertanto A = N, ™ $i noti che il precedente & un predicato in N, dato che a@ una variabile muta. 26 Preliminari_ | Cap. 1 Con Maiuto degli assiomi di Peano, e in particolare del principio di induzione, ri- prendiamo in esame il teorema I.1: “un insieme A con n elementi ha 2” sottoinsiemi”. ‘Avevamo cominciato la dimostrazione facendo vedere che aggiungendo un elemento aun insieme, il numero delle parti raddoppia; in formule, chiamando p(n) il numero dei sottoinsiemi di un insieme di n elementi, aveyamo provato che p(n + 1) = 2p(n). Noi vogliamo dimostrare che p(n) = 2". : Si pud ora procedere per induzione. Si ha p(1) = 2 (un insieme con un solo elemen- to ha due sottoinsiemi); inoltre se p(n) = 2", risulta p(n +1) = 2p(n)= 2X 2"=2""1, In conclusione, il predicato p(n) = 2" & vero per n= 1; inoltre se @ vero per n, & vero anche per n + 1. Per il principio di induzione, esso & allora vero per ogni n, ¢ il teorema & dimostrato. Esempio 1.4 Come secondo esempio dell’ uso del principio di induzione, dimo- striamo che per a> —1 vale la diseguaglianza G+ay=l+na. (1.12] Per n = 1, questa diseguaglianza si riduce a 1 + a>1 +a, che vera, dato che vale il segno Supponiamo ora che la [1.12] valga per n, e dimostriamola per n + 1. Siha (ta)"*!= +a)" +a). Noi abbiamo supposto che la [1.12] fosse valida per n; si ha dunque (1+ a)"=1+na. Inoltre, poiché a> 1, avremo 1 + a> 0; di conseguenza (t+a)(l+a)2(ltnayi+a)=lt+natatnad =14+(nt+Vatna= 21+(+)a. Abbiamo in conclusione (tay! S14 (n+ Da, che é la [1.12] per n +1. Per il principio di induzione, la [1.12] vale allora per ogni n. Nel caso a> 0, la [1.12] pud essere interpretata in termini di interessi. Se un capi- tale 1 viene impiegato all’ interesse annuo a, dopo n anni esso sara diventato (1+ a)" se si calcola I’interesse composto (cio’ se dopo ogni anno l’interesse maturato entra a far parte del capitale), ¢ 1+ na nel caso dell’interesse semplice (ogni anno viene re- munerato solo il capitale iniziale). La [1.12] ci dice, come era prevedibile, che l’inte- esse composto é pil vantaggioso per chi investe. Analogamente, quando — 1 3 4.18. Dimostrare che se —11leb<1 sihaab+1satb. 1.21.* Dimostrare che se a;, a tat... +a,2n a, sono numeri positivi, con ayap...d,=1, si ha 1.8. Formule ricorsive In molte delle formule del paragrafo precedente, come ad esempio 1434+5+..+(Qn-D= oppure n(n+1) +24..¢n= 1+24..4n . appaiono una serie di puntini, che indicano un numero di termini intermedi che si ot- tengono secondo una legge che viene lasciata sottintesa. Nei casi che abbiamo visto, la formazione dei termini successivi é piuttosto evidente, e nessuno in genere ha nien- te da ridire. Lo stesso avviene nel caso della formula co Here et [114] mentre 2454104 ..+92 8 gia pid difficile, e magari per indovinare far comodo qualche altro termine: 2454104174 26+...+92. [1.15] Si vede cosi che si passa dal primo al secondo termine aggiungendo 3, da secondo al terzo aggiungendo 5, dal terzo al quarto aggiungendo 7, € cosi via secondo i nume- ri dispari. E chiaro che in molti casi la difficolta di indovinare il meccanismo di for- mazione dei termini pud diventare notevole; non di rado si trovano indovinelli che consistono per I’ appunto nel continuare una serie dopo alcuni termini Tutte queste difficolt& possono essere eliminate mediante le cosiddette formule ri- corsive. Per fissare le idee, riprendiamo in esame la [1.15], e indichiamo con s,, 52, 53, eccetera, rispettivamente i! primo termine, la somma dei primi due, quella dei primi tre, e cost via. 1.8 | Formule ricorsive 29 Siha allora 5 =2 sy=24+3=5,4(2%1+1) 53=24345=5,+5=5)+(2X24+1) e poi S4= 534+ (2X34+1) S5=5,4+(2X441) In generale, si avr Sei =Sn+ Qn +). Quest’ ultima 8 appunto una formula ricorsiva; essa consente di calcolare il termine 5, +1 8e Si conosce quello precedente s,. Cosi da s, = 2 si pud calcolare s, = 2+ 3 =5, poi s;=5+5=10, ecceteta. Una formula ricorsiva permette dunque di calcolare quanti,j'termini si vogliono non appena si conosea il primo. Esempio 1.6. Si chiama “n fattoriale”, ¢ si indica con il simbolo n!, il prodotto dei numeri interi da Lan compreso: nl=1X2X..X(n—-2)X(a—-1) Xa. [1.16] In particolare lf=1 2!=2 31=6 4!=24 5!=120 ¢ via calcolando. Con un po’ di pazienza, si vede che n! diventa subito molto grande: si ha ad esempio 10! = 3 628 800; non c’é abbastanza carta per scrivere 100!. Si pud mettere ta [1.16] in forma ricorsiva osservando che per ottenere (n + 1)! si deve mol- tiplicare n! per n + 1. Abbiamo danque le formule ricorsive: ! (n+1) nlX(a+1). (1.17) E poi utile porre 0! = 1; in tal modo il simbolo n! & definito per n = 0. o Esempio 1.7 (II simbolo di sommatoria) Molte formule matematiche, come ad esempio le due che aprono questo paragrafo, hanno a che fare con la somma di un certo numero di termini. Un modo conveniente per indicarle senza far uso di puntini 30 Preliminari_ | Cap. I (e dunque senza ricorrere all’ intuizione per indovinare i termini intermedi, é di utiliz~ zare il simbolo >) di somma. Ad esempio, invece di 1+2t+..¢n odi 14+3+..+(Qn-1) potremo scrivere Sk oppure S)(2k-1), im a Pid in generale, se a;, a>. .., , sono dei numeri reali, scriveremo Sa [1.18] a per indicare la somma a, + a3 +... + 4,. Il significato da dare alla [1.18] @ il seguente: si prende k= 1 si ottiene il termine 4;, poi per k= 2 si ottiene a», che si somma ad a,, poi si prende k = 3 e si somma il ter- mine corrispondente a3 ai due precedenti, e cosi via fino a giungere al termine a, sommato il quale ci si ferma. 3 Ad esempio, se si vuole calcolare la somma ‘>’ k, si prende prima k= 1 e si ha 1, poi k=2.che si sommaa | e fa 3, e infine k = 3, che sommato ai precedenti fa 6. Avre- mo allora Pid in generale, con il simbolo ya 4 si indica la somma ay, + dy 4, +... + dy, fatta a partire dam. Naturalmente deve essere m2" Z 1.9, Notizie storiche Agli inizi dell’ Ottocento, grazie ai lavori di AuGUsTIN-Lours Caucny (1789-1857) e pid tardi di KARL WetersTRAss (1815-1897), ha inizio un processo di rifondazione della matematica basato sulla chiarezza degli assiomi e sul rigore delle dimostrazioni. Gli scienziati dei secoli precedenti avevano privilegiato per molti versi il procedere della scoperta rispetto alla sicurezza delle dimostrazioni, certi, non completamente a torto, che l'importanza dei risultati valesse in qualche modo come prova della bonta dei metodi usati, anche se non sempre questi ultimi erano giustificati fino in fondo. Viene cosi inventata la geometria analitica, soprattutto ad opera di RENE DESCARTES (1596-1650), il cui nome viene ancor oggi italianizzato in CARTESIO; cinquant’ anni pid tardi GOTTFRIED W. LEIBNIz (1646-1716) e Isaac NEWTON (1642-1727) inventano il calcolo infinitesimale, che con LEONHARD EULER (1707-1783) (italianizzato in EULERO), i fratelli Jacop (1654-1705) e JoHANN BEI 1 (1667-1748), e Giuserre Luici LAGRANGE (1736-1813), per non citare che gli autori pid importanti, diventa uno degli strumenti pit potenti della matematica e conduce a soluzione la maggior parte dei problemi delle scienze esatte, A fronte della mole imponente di risultati, le fondazioni sono piuttosto deboli: non, si ha una teoria soddisfacente dei numeri reali, e l'ambiguita del concetto di limite e di derivata'? provoca ‘tina serie di controversie tra gli studiosi. Addirittura lo stesso concetto di numero intero é fermo a quanto di esso aveva detto EucLIvE (c. 300 a. C.): “Tl numero é una collezione di wnita”; una definizione che dava adito a discussioni sul fatto se 1 (I’unita) fosse 0 meno un numero. Agli inizi dell’ Ottocento questo panorama, da molti deprecato senza costrutto, co- mincia a cambiare. In una serie di volumi, risultato delle sue lezioni all’ Ecole Polyte- chnique di Parigi, CAUCHY pone in maniera rigorosa le fondazioni del calcolo infini tesimale, anche se manca ancora una sistemazione soddisfacente del concetto di nume- ro reale, che verra precisato mezzo secolo pid tardi da GeorG Cantor (1845-1918), CHARLES MgrAyY (1835-1915), e soprattutto da RICHARD DEDEKIND (1831-1916). Ma & soprattutto grazie alle ricerche di KARL WEIERSTRASS e della sua scuola che il pro- blema delle fondazioni della matematica verr’ posto all’ attenzione dei matematici, e verra avviata Ja sua soluzione. Un’ attenzione particolare merita il problema dei numeri interi positivi, che si chia- mano pid precisamente numeri naturali, In questo caso, 1a mancanza di wna steuttura ® Vedi cap. 5e8. 34 Preliminari | Cap. 1 assiomatica precisa non solo privava di rigore le dimostrazioni relative, ma impediva dicogliere una delle pia potenti tecniche di dimostrazione: il principio di induzione. In precedenza, quando si voleva dimostrare che una certa proprieta P(n) valeva per ogni intero n, se ne dava una dimostrazione “generica”; in altre parole si faceva la di- mostrazione ad esempio per n = 7, ma congegnandola in modo tale che per dimostra- re la proprieta per n = 9 (o per un qualsiasi altro jntero) bastava cambiare 7 in 9, e fare le modifiche del caso. Si dava cio’ una dimostrazione particolare per un certo numero, ma che chiunque avrebbe potuto adattare a un altro numero a sua scelta. ‘Ad esempio, per dimostrare che un insieme din elementi ha 2" sottoinsiemi, si sa- rebbe ragionato cosi: prendiamo ad esempio n = 4. Un insieme di 1 elemento ha 2 sottoinsiemi; uno con 2 elementi ne ha il doppio, quindi ne ha 4 = 2°. Continuando, un insieme con 3 elemen- tiha il doppio di sottoinsiemi di uno di 2, e quindi ha 8 = 2° sottoinsiemi; e infine, uno di 4 elementi ha di nuovo il doppio di uno di 3, e dunque ha 16 = 2* sottoinsiemi. La dimostrazione finiva qui; stava poi al lettore convincersi che se invece di 4 si avevano 7 elementi, la stessa dimostrazione, continuando per un po’, avrebbe portato a 27 sottoinsiemi. La prima apparizione chiara del principio di induzione si trova nelle opere del messi- nese FRANCESCO. Mauporico (1494. 1575), uno dei maggiori matematici del xvi secolo. Mavrotico vuole dimostrare che sommando i numeri dispari successivi si ottiene sempre un quadrato; ossia la relazione 14+3+5+..+Qn-D=n, [1.23] che abbiamo considerato nell’ esempio[1.5]. Per questo, egli dimostra in primo luogo che “ogni quadrato, sommato con il numero dispari successivo, da il quadrato successivo",in formule wt QntD= (at) [1.24] Cid premesso, MAUROLICO pud procedere alla dimostrazione della [1.23]: Infatti per la [1.24], I'unit& co! numero dispari seguente, fa il quadrato seguente, cio 4. E il se- condo quadrato 4, col terzo numero dispari 5, fa il terzo quadrato, cio® 9. Analogamente il terzo quadrato 9, col quarto numero dispari 7, fa il quarto quadrato, cio’ 16. E cosi via all"infinito, ri- petendo sempre la [1.24], si dimostra la relazione voluta."? Un ragionamento simile si trova circa un secolo pid tardi in BLAISE PASCAL (1623- 1662). PASCAL vuole dimostrare una formula relativa al cosiddetto triangolo di TAR- TAGLIA (noto anche come triangolo di PascaL). Per questo egli dice: Benché questa proposizione abbia un’ infinita di casi, ne dard una dimostrazione brevissima, sup- ponendo due lemmi I primo, che 2 evidente di per sé, 2 che questa relazione & vera nella seconda riga [cio’ per n © F, Maurolico, Arithmeticorum libri duo, Venezia 1575. 19 | Notizie storiche 35 Il secondo, che se questa relazione é vera in una riga qualungue, essa sara necessariamente vera nella riga seguente, Da dove si vede che @ vera in tutte le righe: infatti @ vera nella seconda per il primo lemma; dun- que per il secondo é vera nella terza, dunque nella quarta, e cosi via al!'infinito, Il ragionamento di MAUROLICO ¢ di PASCAL venne spesso ripetuto nei secoli s guenti, senza perd che in esso si vedesse altro che un comodo artificio di dimostrazio- ne, Rer trovare il principio di induzione enunciato con precisigne, dobbiamo aspettare pid di tre secoli, quando Giuseppe PEANo (1858-1932) lo mette tra gli assiomi che de- finiscono i numeri naturali.'* | “""* - : . a A partire dai numeri naturali, si possono costruire gli interi relativi (aggiungendo lo zero e i numeri negativi), i numeri razionali (come rapporto di due interi), e infine i numeri reali ¢ complessi, in modo che tutti i numeri possono essere ricondotti ai nu- meri naturali. Nel frattempo, CANTOR veniva sviluppando una nuova branca della matematica, la teoria degli insiemi, che sembrava fondata su un concetto ancora pid semplice e intuiti- “Yo di quello di numero. Un insieme poteva essere infatti immaginato come una colle- zione di elementi di qualsiasi natura, e le operazioni sugli insiemi: riunire gli elemen- ti di due insiemi, prendere gli elementi comuni, vedere se un insieme era contenuto in un altro, sembravano ancora pitt elementari di quelle sui numeri. Di qui il programma di fondare la matematica sul concetto primitivo di insieme, al quale ridurre anche quello di numero. T principali, fautori di questo progetto riduzionistico furono RICHARD DEDEKIND e Gorton RREGE (1848-1925). Nella sua opera Cosa sono e cosa dovrebbero essere i iumert, chiamati equipotenti due insiemi se i loro elementi si possono mettere in cor- rispondenza biunivoca (in modo che a un elemento del primo insieme cortisponda luno un solo elemento de! secondo),'* DEDEKIND osservava che l"equipotenza @ una relazione di equivalenza, ¢ definiva il numero di elementi di un insieme A (0 megiio la “cardinalith” di A) come Ja classe di tutti gli insiemi equipotenti ad A. ae In questo modo 0 é la classe che ha come rappresentante I’insieme vuoto:'9 0 = [0], ilnumero 1 & insieme di tuttii singoletti, cioé di tutti gli insiemi equipotenti a {0}, 2 @ la classe degli insiemi equipotenti a {9, {6}}, eccetera."” __ Questo programma venne messo in crisi da BERTRAND RUSSELL (1872-1970), che in una lettera a Frege proponeva il paradosso che porta il suo nome, un’antinomia che metteva in crisi gli stessi fondamenti della teoria degli insiemi, mostrando allo stesso : 'S Arithmetices principia nova methodo expasita, Torino 1889. In realta li assiomi di Peano sono nove, perché oltte ai cinque che abbiamo visto egli ne introduce altri quattro, che sono piuttosto assiomi logici, e precisamente: 1. VaEN,a=a, 2. Va, bEN a=besb=a, 3. Va, b, cEN,a=bvb 4.a=bVbEN>aEN Sa=c, *S pin preci 1 Pill precisamente, A e B sono equipotenti se esiste una funzione bigettiva (vedi cap. 4) di A in B. Questa classe contiene solo l'insieme vuoto, che @ l’unico insieme privo di elementi. ” i 7 Si noti il ruolo detl’insieme vuoto nella costruzioni delle classi successive, 36 Preliminari | Cap. 1 tempo che non si poteva operare con gli insiemi con le categorie logiche del linguag- gio comune. Il paradosso di RUSSELL @ il seguente. Chiamiamo normale un insieme E se non contiene sé stesso come elemento, cio’ se E € E, ed eccezionale se invece contiene st stesso come elemento. '* Consideriamo ora 'insieme B di tutti gli insiemi normali: B={E:E€E}, e chiediamoci: l’insieme B é normale 0 no? RUSSELL dimostra che ambedue le rispo- ste portano a un assurdo. Se infatti B & normale, appartiene all’ insieme degli insiemi normali; si ha allora B € B, e quindi B é eccezionale. Viceversa, se B& eccezionale si ha B B, e pertanto B appartiene all’insieme di tutti gli insiemi normali, e dunque é normale. ! Il paradosso di RUSSELL, a cui ne seguirono ben presto degli altri, mostra come il | concetto di insieme sia molto meno semplice di quanto si potesse credere, e che per \ operare con gli insiemi bisognava usare molta cautela.'? Si aprivano cosi due ordini di problemi: da una parte stabilire con chiarezza gli assio- mi della teoria degli insiemi, in ‘modo da eliminare i paradossi derivanti da un'eccessiva liberta nelle operazioni; e dall’altra rendere esplicite le stesse regole del ragionamento matematico, cosi da poter controllare ad ogni passo la validita delle dimostrazioni. Sono due esigenze complementari e ambedue necessarie, che hanno portato la prima all’attuale teoria degli insiemi, la seconda alla logica matematica moderna.......- Per quanto riguarda la prima, dopo vari tentativi, alcuni dei quali, come quello di” RUSSELL ¢ ALFRED N, WHITEHEAD (1861-1947), molto complessi e ingegnosi, la siste- mazione assiomatica della teoria degli insiemi comunemente usata nella matematica © moderna é quella dovuta a ERNST ZERMELO (1871-1953), poi migliorata da ABRAHAM A. FRAENKEL (1891-1965) e PAUL BERNAYS (1888-1977). Non sono mancate perd altre proposte sostenzialmente diverse, che perd, come quella di RUSSELL e WuHI- TEHEAD, hanno avuto piit sucesso tra i filosofi che tra i matematici, La logica, dopo le ricerche pionieristiche di PEANO e della sua scuola, che aveva in- trapreso il progetto di riscrivere la matematica tutta in simboli, eliminando cioé tutte le frasi del linguaggio comune, ha conosciuto un grande sviluppo soprattutto per opera di Davin Hitperr (1862-1943), uno dei maggiori matematici di tutti i tempi, che addirittura si era proposto di dimostrare la non contraddittorieta della matemati- ca. Pid precisamente, HiLBERT proponeva di stabilire delle regole di calcolo logico, ri- gorosamente finitistiche, con le quali, a partire dagli assiomi, si potesse giungere a 'S Che questi ultimi insiemi esistano 0 meno 2 irrilevante per quanto riguarda il paradosso di Russell; 'im- portante & che ci siano insiemi normali, e tutti gli insiemi che abbiamo visto finora Ib sono. '° Th particolare, ® da evitare ’uso generico del!’estensione di un predicato, come nella definizione dell’ “insie- me” B, senza specificare su quale insieme esso opera. Quando nel §1. abbiamo definite l'insieme {xEA : P(x)}, Vindicazione dell’insieme A non era una limitazione, ma una necessita. 110 | Risposte agli esercizi 37 una teoria matematica comprendente I’ aritmetica (cio i numeri naturali e dunque, per quanto abbiamo detto sopra, tutti i numeri) e allo stesso tempo completa e non contraddittoria; nella quale cio’ da una parte ogni proposizione vera fosse dimostra- bile, e dall’altra si potesse provare che, per quanto si procedesse, non si poteva mai giungere a una contraddizione. Alcuni decenni pid tardi, KURT GOpEL (1906-1978) dimostrd che questo program- ma, almeno nella forma pensata da HILBERT, non era realizzabile: una teoria non con- traddittoria che contenesse l’aritmetica era necessariamente incompleta; esistevano cio’ delle proposizioni delle quali non si poteva dimostrare né che erano vere, né che erano false. Dopo fa seconda guerra mondiale, la logica matematica ha avuto un grande svilup- po, sia dal punto di vista teorico, sia soprattutto nel campo delle applicazioni ai com- puter. Infatti il suo linguaggio totalmente esplicito, in cui cio’, a differenza del lin- guaggio di tutti i giorni, ma anche di quello comunemente usato in matematica, nulla viene lasciato sottinteso, fa si che la logica matematica sia particolarmente adatta ad essere usata nei linguaggi di programmazione, dove occorre dare alla macchina istru- zioni univoche e esplicite. Si sono pertanto sviluppate una serie di ricerche, a meta tra la logica astratta |’ informatica, ‘che continuano tuttora e costituiscono una parte im- “portante della logica. Cosi un settore della matematica che sembrava all’ inizio di ca- rattere totalmente teorico, si é rivelato uno dei pid importanti strumenti della tecnolo- gia; a riprova del fatto che nella matematica non ci sono discipline totalmente astratte o totalmente applicate. 1.10, Risposte agli esercizi Ll. 1. {2,3} 6. [ir Sei Zd va 2.0 7. {-3, -2,-1,0, 1,2, 3} 3. (-1+-V2, -1-v2}_ 8. {1,2,3} 4. {1,2,3,4, 5,6} 9. {-2,-1,0,1} 5. {~2,-1,0, 1,2} 10. Ose —22 1.2. 1. 9, {0}, {1}, {0,1} 6. Non é un insieme 2.9, (1}, (2}, 1,2} 7.0, {=2y Z-2%2 5 3.6 8. 9, (1), (4},{- 1,114), (L- 1 (4-1, (4,- 1) 4. 6, {9} 9. 8, (1) 5.8, {-1} 10. 8, {5}. {7}, {5,7} Preliminari_ | Cap. 1 1.3. 1. AUB=(1,2,3,4,5], ANB={1,3}, A-B={ 2. AUB= {1,3,5,7,9,21}, {1,5} A~B= {3,7} 3. AUB=A, B, Renee reece eee 4. AUB=R-U (2}, (-1h A~B= (2) 5, AUB=N, = A-B=A=(1,2,3} 6. AUB=(1,2,3}, ANB=(1,2,3}, A-B=0 7. AUB={-V2, v2}, A-B=0 14, LAN(BUCQ=A, (A~B)NC=[1,3}, (AUB)~ C= {2,6} (A-B)NC=S, (AUB) ~ C= (~1,0,1} (A-B)NC=4, (AUB)-C=Q*-N (A-B)NC=(1}, (AUB)~C=R- {1} (A-B)NC={0}, (AUB)-C=9 1.10 | Risposte agli esercizi 1.8. 1LPvo UP 1.9. 1. 2VP 2. a(aPvQ) 1.10. 1. A QamP) 2, (PAD) Ld. LF 3.F 5.F 2V 4.V 6.V 1.12. 3 {3} 4.x=5 2 sen$ 5. {1,2} 3.0 6.44,- 1.13. 2 5 Lx>-F 4.xsz Lary 5. -13 2. VnEN,W>n 3, dxERix<¥ 4. 4nEN: VkEN,n>k 5. Va€ZIn,kEN:a=n-k 6. VxER3p,qEQ:x=ptq 7.VxER x+3=0ex=-3 3. PvO 4. aP VP AB) y AGP VI)VaAQVY)) ACP vAva(APv=A)) > 3. AP AD) Aa(QAaP) 4, a(GPAnWABGPAX) LV av 8.F 10. V x= ewe 10. {0,2,-1} 8. {-2} lLx=tV3 9.x=1£V2 12. R* 7.0lsx>] .VxERx>lexr>l 4! Preliminari | Cop. 1 1.10 | Risposte agli evercizi Pipotesi induttiva aya, + ao +... +a, =. D’altra parte per Vesercizio precedente Gydy 1 SAF Ans ~ 1, da cui segue il risultato perm + 1. L 4.22.5) = 15 S241 = Sn + OG : 1.23. (—2r>) 12434445 41414141 teed steder 2. at4tse 3°2 fae B.1424+44+8416 1. Wn EN, n<3 8. 4gEQ:7 EQ 2.4nEN: E 5K $. aE Z: Vn, kENatn—k 12. 3nEN: Wn EQ = iba 6. 4xER: Vp,qEQxtptq 13. 2xER:¥>1ax<1 21 6 Sve 7. AxER:xt+3=Oax#—-3 14. 3xER:x>1ar SI it ale ~ Spee 1.17. Si verifichi che le relazioni valgono per 1 = 1, e che se valgono per n valgono anche per n+ 1. Ad esempio, dimostriamo che 3">n? +1. Siha3!=3>?+1=2,e quindi la relazione vale per n = 1. Se poi vale per n, risulta 3"*! =3 x 3">3(n? + 1), mentre (n +1)? + L=n?+2n+2<3n?+2<3(n? +1). 3. aS) One a aye a 1.25. 1.18. La diseguaglianza é vera per n = 1. Se si suppone vera per n, siha (1 +a)"*!S ra Leshan =o Sep Sa bss tent DP <(1+a)| 1+na+™"}, Bseguendo il prodotto, e ricordando che a <0, si vede che Lee a fi n+2n il 2. 5,21. 5p41= 5,41 6. 51 =1, Spt = Sn t+ (— D+) il secondo membro @ minore di 1 + (n + La + @<14 (at Dat zen t Da ee T8221 Spe = St 2 4.5) = 1, 5941 = Sat LY ie 1 : - 1.19, Si ha s,=1>-, e dunque la relazione @ vera per n= 1. Se la suppaniamo a : ‘ 2 . : *P 1.26. Dimostriamo ad esempio che n">n!, La relazione & vera pet n= 1, dato che 1!. Se si suppone vera per n, si ha (nt Dy =(nt Dt D'> Gt Dae (4 Dal =@t DE : 1 1 ee foe vera per n, Si ha sz"! = s§ + way Pera ie per Questi ultimi sono 2" termini, ognuno ae 7 dei quali maggiore 0 uguale age Ia loro somma é allora maggiore di sere 7 n+ Si ha allora sy. > 5+ 772 oe ela relazione vale per n +1. 1.20, Sihaab+ l=a+b—(a-1\d-b) 1. Suppo- niamo allora che il risultato sia vero per ne dimostriamolo per n + 1. Sia0 1, e quindi aa, 4, >a); per Capitolo 2 Tnumeri reali 2.1. Richiami sui numeri razionali La prima classe di numeri che si incontra nella matematica é quella dei numeri na- turali N: 0, 1, 2, 3, ..., connessi con V’attivita di contare. Le quattro operazioni (somma ¢ prodotto con le loro inverse, sottrazione e divisione) suggeriscono subito la necessita di un ampliamento dell’ orizzonte numerico. Infatti, mentre la somma e il prodotto sono sempre possibili rimanendo nell’ambito dei numeri naturali, Ia sottra- zione ¢ la divisione lo sono solo in certi casi particolari: 1a sottrazione a — 6 quando a & maggiore o uguale ab, la divisione a : b quando a un multiplo di b. Quando questo non avviene, per condurre a termine le operazioni occorrer’ allargare il campo dei nu- meri introducendo i numeri negativi e le frazioni. Con i primi, la sottrazione diventa sempre possibile: con i secondi, si pud effettuare ogni divisione, purché il divisore sia diverso da zero. Aggiungendo ai numeri naturali i numeri negativi, si ottengono gli interi relativi, che si indicano con Z; questi a loro volta sono delle particolari frazioni con denomi- natore 1, 0 pid in generale frazioni in cui il numeratore 8 multiplo del denominatore.' 4.8 ae . Cosi +-€ 5 sono frazioni che rappresentano lo stesso numero intero 4, I fatto che ci siano frazioni diverse che rappresentano lo stesso numero, porta a in- a : : ; eae trodurre il concetto di numero razionale. In primo huogo due frazioni + e si chia- bod aaa . 6 , ad esempio = & equivalente a > 6 9 ~4 eee . 2 7 valente a ara Tutte le frazioni equivalenti tra loro rappresenteranno allora lo stesso meranno equivalenti quando ad numero razionalé, che potra essere individuato da una qualsiasi di esse. Molto spesso, a * Ricordiamo che una frazione 2 il rapporto tra due interi a e b, con il denominatore b positivo. a fi Le radici : a a Wela olocet ts sma non obbligatoriamente, si prende come rappresentante di un numero razionale 1, tra tutte Te possibili frazioni equivalenti, quella ridotta ai minimi termini, cick quella i cui re § imi tra loro, cio® gon. hanno-fattorieemuni; jl cui numeratore e denominatore sono primi tra : mote TF an 4 \ RoW AWN (Ok Love LA, | Pale if i re. Cosi invece di 6 si preferisce scrivere 3 Si pud anche dire quando una frazione & maggiore di un’altra: si hay > 7 quando ad> be? J numeri razionali cosi introdotti sono una classe chiusa relativamente alle quattro operazioni aritmetiche, che sono sempre possibili e danno sempre come risultato un Je. Come si impara da piccoli, le regole di somma e prodotto delle fra- numero razional zioni sono le seguenti: Tnumeri razionali sono sufficienti per gran parte delle necesita pratiche della ma- tematica; essi possono essere usati per contare, ma anche per misurare, dato che ogni grandezza si pud esprimere con precisione grande quanto si vuole per mezzo di un nu- mero razionale. Ed altra parte tutte le macchine per calcolare, dai semplici caleolato- ri tascabili ai pid moderni computers, usano sempre ¢ solo numeri razionali: meglio ancora, numeri razionali con un numero determinato di cifre. Esercizi kW. 21, Siano 4 e-$ due frazioni equivalent (ad = bc), ¢ siano $e ancora due fra- zioni equivalenti (xz = yw). Dimostrase che: ge cw 442 equiv: Logg he (1) G5 Sequivaleme a 7% (2) 7 + 5 2 equivalente agt o 2.2, Le radici Per quanto sufficienti dal punto di vista delle applicazioni, i numeri razionali mo- strano nondimeno qualche lacuna quando si esca dalle quattro operazioni, € si prenda in esame, ad esempio, l’estrazione di radice. 2 Notiamo che questa definizione & consistente perché abbiamo preso i denominator positivi 44 I numeri reali | Cap. 2 Definizione 2.1 Sia a un numero > 0. Si chiama “radice quadrata” di a un nu- mero b> O tale che 0? = Ad esempio, la radice quadrata di 48 2, dato che 28 positivo, e 2?=4 Attenzione! Qualche volta si dice che “la radice quadrata di un numero positivo a @ quel numero che elevato al quadrato da a”, omettendo di specificare “positive”. Questa definizione non é corretta, perché normalmente di numeri che elevati al qua- drato danno a ce ne sono due (ad esempio se a= 4 oltre a 2 c’8 anche — 2), e non é chiaro a quale di essi ci si riferisce. Per questo nella nostra definizione abbiamo speci- ficato che la radice deve essere un numero posifivo (0 0 se a = 0); quando scriveremo Va ci riferiremo sempre alla tadice positiva, Questo non impedisce di considerare anche la radice negativa; bastera scrivere per questa — Va. D Notiamo che la definizione 2.1 non ci dice se la radice di un numero a esiste, e in generale, se restiamo nell’ambito dei numeri razionali, la risposta a questa domanda & negativa. Ad esempio, se cerchiamo un numero razionale ™ che elevato al quadrato dia 2, si va incontro a una spiacevole sorpresa, dato che un simile numero non esiste In linguaggio geometrico, il lato ¢ 1a diagonale del guadrafo sono grandezze incom- ili;? il loro 0 rapport 1 non si pud esprit ‘tin tan mero razionale, “Questa scoperta, che gli storici attribuiscono alla scuola pitagorica (vi secolo a.C.), @ uno dei primi esempi di dimostrazione per assurdo. Si dice che essa mettesse in crisi i fondamenti stessi della dottrina pitagorica, tutta basata sui numeri ¢ sui loro rapporti, al punto che i membri di quella setta giurassero di mantenerla segreta; uno scolio* degli Elementi di Euclide narra che chi ka divulgd per in un naufragio. Testimonianze pid sicure le troviamo in Aristotele,* che parlando della dimostra- zione per assurdo dice: “Una dimostrazione di questo tipo, ad esempio, & quella che stabilisce Pincommensurabilita della diagonale [e del lato del quadrato], che si fonda sul fatto che se si suppone che siano commensurabili, i numeri dispari risultano ugua- li ai numeri pari”. La dimostrazione cui Aristotele si riferisce @ probabilmente la seguente. Supponiamo a per assurdo che V2 sia un numero razionale, individuato dalla frazione —-. Possiamo assumere che tale frazione sia ridotta ai minimi termini, cio’ che men tuto primi tra loro. In particolare, m ed n non potranno.essere ambedue pari. ~ : | mie Elevando al quadrato la,relazione V2 asi ottiene : | 7 m a=" vedunque 21? =m 2.3 | [numeri reali: gli assiomi algebrici 45 Dall’ultima relazione segue chem” 8.un.numero pari, e dunque anche m @ pari, co- sigché m= 2k per qualche intero k. D’altra parte Qn =m? = (2k? = 44? edunque | n? - cosicché n”& pari, e quindi anche n pari. Questo ® assurdo, dato che m en, che sono primi tra loro, non possono essere ambedue pari. Esercizi 2.2. Dimostrare che V3 non é un numero razionaie. 2.3. Dimostrare che 2 non @ un numero razionale. 2.3.1 numeri reali: gli assiomi algebrici La risposta al problema dell incommensurabilita, che emerge dall'estrazione della radice, 2 per molti versi simile a quella che ha permesso di eseguire sempre la sottra- zione o 1a divisione. Dato che nei numeri naturali la sottrazione a — b non era sempre possibile, si @ allargato il concetto di numero, introducendo i numeri negativi ¢ le re- lative regole di calcolo, in modo che due numeri si possano sempre sottrarre. Analo- gamente, siccome la divisione non é sempre possibile in Z, si sono introdotte le fra- zioni che si possono sempre dividere tra loro purché il denominatore non sia zero. Cosi, non potendo sempre eseguire I’ estrazione di radice nell’ambito dei numeri ra- zionali, si introdurra una classe pid vasta di numeri, i numeri reali, nei quali questa difficolta viene superata. Allo stesso modo, V’esigenza di estrarre la radice anche dei numeri negativi portera all’introduzione dei numeri complessi. ‘A volte il sistema numerico pit ampio viene definito tramite quello pit ridotto; cost ad esempio le frazioni si possono definire dandone il numeratore p ¢ il denominatore q, ossia come coppie (p, g) di numeri interi, con q > 0, soggette alle regole di calcolo® — (p,q) + (8) = (ps +97. 98) on (P,Q) X18) (pr, 98). Anche per i numeri reali @ possibile dare una definizione a partire dai numeri razio- nali, Noi perd adotteremo un punto di vista diverso, e cercheremo di definire l'insieme dei numeri reali nel suo complesso individuandone delle propriet® caratteristiche. In altre parole, daremo una definizione assiomatica dell’insieme R dei numeri reali. Le prime proprieta sono ben note, ¢ riguardano le operazioni di somma e di prodotto, e ordinamento dei numeri reali. Grosso modo, due numeri reali si possono sommare ¢ B © Se invece i (p,q) seriviamo Fritroviamo le usuali operazioni con fe frazioni 46 Inumeri reali | Cap. 2 moltiplicare tra loro, dando luogo a un numero reale; inolire si possono confrontare, per vedere quale dei due & maggiore dell’ altro. Pitt precisamente, in R sono definite due operazioni, la somma + e il prodotto X, con le seguenti propriet’: S$). a+b=b +a (propriet’ commutativa della somma). So. (a+b) +¢=a+(b +c) (proprieta associativa della somma). Grazie a questa proprieta si pud fare a meno delle parentesi e sctivere a + b+. Infatti, sia che si calcoli prima a + be poi a questo si sommi c, sia invece che si sommi @ al risultato di b + ¢, il risultato finale & sempre lo stesso. Ss. Esiste un numero reale, che indichiamo con 0, tale chea +0=0+a=a. S,. Per ogni numero reale a esiste opposto, che indichiamo con ~a, tale che a+ +(-a)=(—a)+a=0. Per brevita, invece dia + (— b) si serive di solito a ~b. La seconda operazione, il prodotto, gode delle proprieta seguenti: P,. aX b= bX a (proprieta commutativa del prodotto). P,. (@Xb)X c= aX (bX c) (proprieta associativa del prodotto). Anche qui dunque si pud fare a meno delle parentesi e scrivere a X b X c. Ps. Esiste un numero reale diverso da 0, che indichiamo con I, tale che 1X a=a X xl=a. P,. Per ogni numero reale a diverso da 0 esiste un inverso, che indichiamo con a~', talecheaXa7!=a"'Xa=1 In genere inyece di scrivere a Xb si scrive pit semplicemente ab. Inolire-il a prodotto ab™' si scrive spesso zB Oltre alla somma e al prodotto, in R & definito un ordinamento, che si indica con < (a d (c maggiore di d) significa che c>d (ossia d0 e b=0, allora ab>0 (il prodotto di due numeri positivi & positivo). A partire da questi assiomi si possono dimostrare le principali proprietd delle ope- razioni algebriche. Esempio 2.1 Risultaax0=0. Si ha infatti (1 +0) X a=1Xa=a per S$; e P3. D’altra parte per SP avremo (1 +0) X Xa=1Xa+0Xa=a+t0Xa, Di conseguenza si ha a=a+0 Xa, e sommando ad ambedue i membri ~ aed applicando S, si conclude che 0= 0 Xa. fa Esempio 2.2. Sea>0,siha~a< Infatti, sommando — a ad ambedue i membri della diseguaglianza a > 0, e usando la SO, siha0=a+(—a)>0+(~a)=~—a. = Esercizi 2.4. Dimostsare che sea +b=a +c, allorab=c. 2.8. Si dimostri che —a=(—1)Xa. 2.6. Si dimostri che sea0sihaasa} [2.3] avremo una semiretta aperta. Lo stesso avviene se consideriamo I’insieme dei numeri minori di a: (-~,a)={xERix1} 5. (~1, +29) 10..N 2.10. Calcolare l’unione A U B, l'intersezione AB e la differenza A ~ B dei se- guenti insiemi: 2.A=(0,2),B ~1,0), B= (0,11 A=(xER:x°>4},B=(1,3) 9. A=(1,2)UG, 4), B= {xER: <3} 10. A= (~~, 2], B= (xER:x°>0} 1 A=(1,3),B=[2,4) 6. A=(~1,+%), B= (1,3) TA 8. 5. A=(~, 3], B=(—@, 1) 2.11. Calcolare AM (BU C), (A ~ B)N Ce (A UB) — C nei casi seguenti: 1, A=(-@, 1], B=(~ 3,3), C=(-1,5] 2. A=(0, +), B= (~0, 2], C= [~3, 6). 3.A=0,B=R,C=[0, 1]. =(-1,1), B=R*, C=. R*,C=[-2,3). 2.12, Trovate il complementare (in R) dei seguenti insiemi: 1, (=, 0) ke >} 6. (~, 1)UCI, +) ae yi ean ey aR to,k8} 8. (kER:x7>5} 4k fo 9. R~@,3) 5. [0,1] 10. {xERix° 0 sihaa A questo punto il nostro matematico ipotetico ha un’ idea: continuando a dividere a meta, si troveranno via via degli intervalli sempre pid piccoli, ognuno dei quali con- tiene la radice di 2. Potremo dunque trovare dei valori approssimati di quest’ ultima, con un errore che si pud rendere piccolo a piacere. Vediamo i dettagli. Lcalcoli precedenti avevano gia detto che la radice di 2 era compresa tra 1 e 2, in = <2, e quindi V2 € [é 3, simboli V2 € [1,2], ¢ poi che ve|1.3 Dividendo ancora questo intervallo in due parti uguali con il punto isulta (2) = qisulta (7 “16 a2 Continuando questo procedimento, il nostro matematico ottiene una successione di intervalli dimezzati, ossia una successione di intervalli chiusi [a,, by], ognuno costi- tuito da una delle meta del precedente, che contengono tutti la radice di 2. D’altra parte — egli pensa — non ci pud essere un secondo numero contenuto an- ch’esso in tutti gli intervalli.’ Di conseguenza, la radice di 2 sara individuata come 7 Qui il nostro matematico si sbaglia: i soli assiomi del § 2.3 non sono sufficienti per escludere questa possi- Dilit&. Occomre supporre qualcosa che impedisca l’esistenza di numeri infinitesimi, come ad esempio l'assioma i Archimede: Dati due numeri positivia.e b, esiste un multiplo di a maggiore di b. Come vedremo, questo assio~ ‘ma? una conseguenza dell’ assioma di continuita 2S 1 I numeri reali: U'assioma di continuita St - unico numero che appartiene a tutti gli intervalli [a,, bj]. Nel linguaggio della teoria degli insiemi, cid significa che ’intersezione di questi intervalli 2 costituita dal solo numero V2: nche se non é riuscito a ottene- a quantomeno dimostrato che essa é I’ unico elemento - Hi nostro matematico &m re explicitamente la radice di _dell’insieme Aland Tnoltre ha ottenuto un metodo per calcolare dei valori a, che approssimano V2 per - difetto ¢ dei valori b, che l’approssimano per eccesso; |’errore che si fa prendendo ad esempio a, non supera 2~*, e quindi pud essere reso piccolo a piacere prendendo k ab- bastanza grande. Quando pero va tutto contento a comunicare agli altri quello che ha trovato, li trova - in preda allo sconforto: avevano appena dimostrato che la radice di 2 non esiste. Cosa # successo? B successo che il nostro matematico era tanto sicuro dell’ esisten- _gadi V2, che ha sempre pensato che essa fosse contenuta in ognuno degli intervalli {a), by}, ¢ dunque nella loro intersezione. Non gli & mai passato per la mente che que- sta intersezione potesse essere yuota, come in effetti accade se si considerano solo i numeri razionali. eee L’idea fondamentale perd & giusta. Quello che occorre é di ampliare il campo dei ‘fumeri, considerando oltre ai numeri razionali anche quelli irrazionali, in modo da essere sicuri che in questa classe pit! ampia I’intersezione in questione non sia vuota. "Dal punto di vista assiomatico, cid significa che l’insieme R dei numeri reali gode della seguente proprieta: (2.5] Assioma di continuita Data una successione [ay by] di intervalli dimezzati,s esiste uno e un solo punto contenuto in tutti gli intervalli. In altre parole, esiste uno e un solo numero A tale che a, b. uita suggerisce anche una possibile rappresentazione dei numeri reali. - Osserviamo innanzitutto che ogni numero reale x si scrive come somma di un inte- relativo, la parte intera di x, che indicheremo con il simbolo” [x]. e di un numero ae as : . b Dimostrazione Consideriamo la successione di imervalli dimezzati (0, bl. [o,% : oll 6 il ee : ae compreso tra Oe } (O incluso). Baster& quindi rappresentare i numeri compresi tra 0 1. OF) Og fms [0, b2~4], .... Per 'assioma di continuita, la loro intersezione & co- Una suecessione di intervalli dimezzati, a partire da [0, 1] 8 individuata se si dice a stituita da uno e un solo punto, che @ evidentemente 0. Di conseguenza, esiste un nu- ‘gni passo quale si seeglie dei due intervalli della divisione. Conyeniame che 0 signi- mero k tale che a€ [0, b2~*]. Essendo a> 0, si dovra allora avere a> 2°‘, e quindi he $i Ses yall os! e Allora una Ya>b a : 1 d ‘fre 0 ¢ 1, © vice- versa una tale sequenza indivi ‘idua una successione di intervalli dimezzati. Ad esempio, ey Sulla base dell’assioma di continuita si pud anche dimostrare V'esistenzaeV'unicita = jg sequenza 1001... significa che si prendono successivamente gli intervalli della radice quadrata, Noi non lo faremo, perché pid avanti dimostreremo un risultato PSP S19 3 molto pitt generale, dal quale seguir immediatamente L'esistenza della radice k-esima a al [5: ah [#: 168 A eccetera, Poiché una successione di intervalli dimezzati individua uno e un solo numero reale di un numero positivo, Ci interessa invece mostrare come I’assioma di continuita non solo permetta di compreso tra 0 ¢ 1, a ogni sequenza di cifre 0¢ | corrisponde un numero reale a. dimostrare l’esistenza di un certo numero (nel nostro caso la radice di 2 0 di un altro Viceversa, se @ un numero reale, possiamo associare ad @ una sequenza di inter- numero positivo), ma dia spesso origine a procedimenti costruttivi, mediante i quali si _Walli dimezzati partendo da (0, 1] e prendendo a ogni passo I’intervallo che contiene il possono ottenere delle stime del numero cercato. Inoltre, basato com’é su un procedi- ‘numero ©. Qui dobbiamo fare un po’ di attenzione, perché & possibile che in qualche mento di bisezione successiva, esso si presta particolarmente bene alla messa in opera “caso @ appartenga ad ambedue gli intervalli della divisione.'® In questo caso si con- ce , e dunque permette di scrivere dei programmi molto ‘viene di scegliere il secondo intervallo, e la cifra corrispondente 1. he egue calcola la radice di un qualsiasi numero positivo q. ~ Le sequenze cosi ottenute sono tutte quelle tra le cui cifre compare sempre qualche 0, ~ _ 9ssia quelle che non sono definitivamente uguali a 1. A ogni sequenza cosiffatta corri- ‘sponde dunque un numero reale a e viceyersa a ogni numero reale ot corrisponde una ‘sequenza di questo tipo, che si chiama la rappresentazione binariadelnumero @. oo 10 REM radice di un numero 20 REM Si lavora in precisione doppia 30 DEFDBL Q, A, B 40 INPUT “Introdurre ii mumerce di cui si vuole calcolare la ra- Analogamente, avremmo potuto dividere |’intervallo [0, 1] in 10 parti uguali: [o oh eee 2 9 : 50 IF Q<0 THEN PRINT *I1 numero deve essere positivo!”: GOTO 40 laa Fg" | pe indicarl con le cifre da 0 a9, Si stabitisce cos! una comrisponden- 60 K=0 za biunivoca tra i numeri reali compresi tra Oe | ¢ le sequenze infinite di cifre, escluse Quelle che valgono 9 da un certo punto in poi. In genere si fa cominciare questa sequen- 80 IF Q<1 THEN A=Q: B=1 ELSE A=1: B=Q zacon 0. ¢ quindi ad esempio 0.14358202839998436 rappresenta un numero reale com- Preso tra 0 e 1. Di qui la possibile definizione dei numeri reali come decimali illimitati. 70 REM Si parte dall’intervallo [q, 1] se q1l. 90 REM Scelta tra i due intervalli della bisezione. ‘il 100 IF (A+B) # (A+B) >4*Q THEN B= (A+B) /2# ELSE A= (A+B) /2# _ Se infine il numero of non é compreso tra 0 e 1, si premette al punto, invece della ~~ 110 REM Arresto di sicurezza dopo cento iterazioni. — cifta 0, la parte intera di a, come ad esempio 31.1450873465. 120 K=K+1: IF K=100 THEN 150 130 REM Se l’errore & maggiore di 10*{—16} si ripete la bise- zione, 140 IF ABS(AxA~Q) >1D~16 THEN 100 150 PRINT “La radice di *; Q; “@r=";A 160 PRINT “prova: ("; A;")*2=%; AeA 170 PRINT “Numero di iterazioni: ‘; K 180 END Esercizi 2.15. Calcolare W5 con due cifre decimali esatte. ? [x] Bl pid grande intero che non supera x; ad esempiof1.5] = » ; Questo avviene se a2 il punto di mezzo dell’ intervallo. 54 Tnumeri reali | Cap.2 Un modello dei numeri reali 5S s(m) => n=m, 2.6. [numeri naturali come sottoinsieme di R “5. VACN, (VEA)ACWNEN, nA = 5(n) EA)} SA=N, Lo scopo di questa sezione é di far vedere come, a partire dall’insieme R dei nume- ri reali, sia possibile individuare un suo sottoinsieme con le propriet caratteristiche dei numeri naturali, cio’ che verifica gli assiomi di Peano. Il problema centrale é costituito dall’individuazione dell’ insieme N dei numeri na- turali. Ovviamente il numero 1 deve appartenere a N, come devono appartenere a N il successivo di 1, poi il successivo di questo, e cosi via. In altre parole, ’insieme N si ottiene contando a partire da 1. Si tratta allora di porre questa idea in maniera rigorosa. La verifica molto semplice. _ [primi due assiomi dicono che N @ un insieme induttivo, cosa che abbiamo gia she, come abbiamo osservato, la semiretta [1, +ee) € un insieme induttivo, e quindi Ll, +e). I quarto assioma é anche evidente, dato che da n + 1=m +1, sommando — 1 ad ambo i membri si ottiene n = m. _ Infine ii quirito assioma ci dice che l’unico sottoinsieme induttivo di N @ N stesso, ‘e segue immediatamente dalla definizione di N come intersezione di tutti gli insiemi _induttivi. Definizione 2.3 Un insieme A CR si dice induttivo se verifica le seguenti proprieta: ()1EA, Q)xEAaxt+1EA. Ad esempio, R é ovviamente un insieme induttivo, come anche sono induttivi (0, +0) € [1, +e). Non é invece induttivo [2, +e) che veri [1, 5] che verifica (1) ma non (2). E chiaro che un insieme induttivo, che contiene 1, deve contenere 2=1+1,e poi = + 1, eccetera. Cosi ogni insieme induttivo deve contenere tutti i numeri naturali. Si capisce allora il senso della definizione che segue. ~ Abbiamo cosi dimostrato che l’insieme N definito nella 2.4 verifica gli assiomi di eano, e dunque si pud prendere come un modello dei numeri naturali. A partire poi dai numeri naturali si possono definire gli interi relativi e i razionali, anche questi come sottoinsiemi di R. Non insisteremo su questo punto, che il lettore potr’ sviluppare senza difficolta. ‘a (2) ma non (1), né l’intervallo Definizione 2.4 L’insieme dei numeri naturali é U'intersezione di tutti i sottain-_ siemi induttivi di R. +2.7.* Un modello dei numeri reali L’insieme dei numeri naturali si indica con N; esso non é vuoto, dato che 1 appar- Con l’assioma di continuita si completa la struttura a: siomatica dei numeri reali, che tiene a ogni insieme induttivo, e quindi anche all’ intersezione di tutti. ‘Possono essere definiti come un insieme dotato di due operazioni (somma e prodotto) € ‘una relazione d’ordine, che verificano gli assiomi algebrici ¢ Y’assioma di continuita. -Naturalmente, ci si potrebbe chiedere se un tale insieme esiste, o in altre parole si potrebbe evocare la possibilita che gli assiomi posti alla sua base siano contraddittori. - Dimostrazione Abbiamo gia osservato che 1€N. Supponiamo ora che xEN, . La risposta a queste obiezioni consiste nella costruzione di un modello, cio’ di un i cio’ che x appartenga a ogni insieme induttivo A. Per la (2), anche x-+ 1 apparterr& a Sistema, costruito a partire da oggetti gia conosciuti, che verifichi gli assiomi dei nu tutti gli insiemi induttivi A, e quindi anche alla toro intersezione N. i: meri reali. In questo modo non si esclude la possibilita di una contraddizione, ma la si fa retrocedere al live]lo degli oggetti utilizzati per la costrazione del modello. Nel no- stro caso, noi costruiremo un modello dei numeri reali partendo dai numeri razionali, quindi in ultima analisi dagli interi; di conseguenza la non contraddittorieta dei nu- meri reali & rinviata all analoga non contraddittoriet dei numeri interi: se questi non _ Sono contraddittori non Jo sono nemmeno quelli. Benché le idee che stanno alla base del modello siano piuttosto semplici, le verifi- che di tutti gli assiomi sono spesso lunghe e tediose. Noi ci limiteremo ad alcuni cenni, dedicando uno spazio pit ampio all’assioma di continuita, che come.abbiamo visto 2 'assioma caratteristico dei numeri reali. Proposizione 2.1 N é un insieme induttivo. L'insieme N & dunque il pitt piccolo insieme induttivo, dato che per definizione & contenuto in ogni insieme induttivo A. Facciamo ora vedere che N verifica gli assiomi di Peano, che riscriviamo: ae eee 2.VNEN, s(nEN, 3. Vn EN, s(n) #1, 56 Inumeri reali | Cap. 2 27 | Unmodello dei numeri reali 57 Per quanto riguarda il prodotto, si comincera a definirlo per A e B positivi, cioé che Supponiamo quindidi conoscere l’insieme Q dei numeri razionali con le relative u < contengono numeri maggiori di zero. operazioni. Chiameremo semiretta un insieme A CQ (e diverso da Q), con la pro- prieta che se contiene un numero razionale ¢ contiene anche tutti i numeri minori di f; AB= {rsi:r€A,s€B,r=0, 520} US(0). (eae Come si vede, per calcolare il prodotto AB si fanno tutti i possibili prodotti degli ‘elementi positivi i.B, e a questo insieme (che non é una semiretta, perché man- -cano tutti i numeri negativi) si aggiunge $(0), cio’. l’insieme dei razionali negativi. Se poi uno dei due numeri, ad esempio A, @ negativo, mentre B > 0, si definisce AB ‘come il numero reale — {(— AB]. Infine se A e B sono ambedue negativi, si pone A\(—B). ‘Come abbiamo detto, non discuteremo gli assiomi algebrici, ¢ ci limiteremo a far vedere che per l’insieme R cosi definito vale l’assioma di continuita. ~ Consideriamo dunque un intervallo [A, B], ¢ una successione di intervalli dimezzati {A, B,]. Siha Ad esempio, dato un numero razionale a, & una semiretta ’insieme S(a) = {x EQ: :x A,, per ogni n; d’altra parte per ogni ne mrisulta A, 0. Per definizione, H — K contiene un numero razio- nale positivo r = % si avrebbe allora per ogni n» A+B={r+s:r€A,s€ Bh. M ra per ognia A. ae : 0 allora —A <0 e viceversa, Infatti se A>0 ci sara _ 17> Oesiste un b EA tale che b + r>a per ogni aE A. almeno un a A cona > 0, ¢ dungue affinché x —A dovra essere — x>ae quindi x<—a, cosicché — AC S(— a). 2.48.* Dimostrare la [2.6]. T numeri reali gg |) Lestremo superiore a {'estremo superiore di E si indica con sup EF; esso @ caratterizzato dalle seguenti oprieti: 1. sup £2 un maggiorante di E, ‘4, Nessun numero minore di sup E8 un maggiorante di E. 2.8. L’estremo superiore Vedremo in questo € nei prossimi capitoli l’importanza dell’assioma di continuita, Ce ne serviremo in primo luogo per introdurre un concetto di notevole importanz. Vestremo superiore, il suo simmetrico, l’estremo inferiore. Consideriamo un insieme £ di numeri reali: ZC R. B possibile che E contenga un _ elemento maggiore di tutti gli altri; come ad esempio il punto 2 nell’insieme E=(0,2)=(xER:0 A. Poiché per ygni k si ha a, 0), altre volte — x (se x <0). .bbiamo dunque il segno + con un significato diverso dal precedente. “Inolire V'affermazione |x|= tx, anche se interpretata nel senso giusto, non dice ‘quando si deve prendere il segno + quando il segno —, e quindi rende necessarie ulte- -riori precisazioni, che si riducono in sostanza alla definizione che abbiamo dato sopra. 2.19, Dimostrare che se l’insieme E ha minimo, l’estremo inferiore coincide col minimo. 2.20. Trovare I’ estremo superiore dei seguenti insiemi, e dire se si tratta del massimo. 1 eR: <8) 4 6. (— 4] (1,5) 2. {x@R:2+1>3x-2} . {t La Qualche altra volta poi si trova scritto che il valore assoluto di un numero @ i nu- : 2°3 ero ptivato del segno. Stavolta si tratta di una definizione sbagliata, perché rimanda « 1 @ un’ operazione, quella di privare un numero del suo segno, che non é definita, e per eee 3. {xERixt+5Ss3x+4) 8. “Ly : 4. (xEQ: 2° <2} 9. (xER: xR razionale} Per trovare il valore assoluto di — 2 si priva — 2 del suo segno e si trova 2. Ma poi ven- gon le difficolta: qual’é il valore assoluto di ~ a? Si sarebbe tentati di rispondere a, 5. (0, 1] U[2, 3] Ma se poi a= — 1? E il valore assoluto di x — y? La morale & che bisogna diffidare 2.21. Trovare I’estremo inferiore degli insiemi dell’ esercizio precedente, e dire sé : a ‘definite: alla prima difficolta si rischia di rimanete nelle peste. a si trata del minimo. _ Attenzione! Quanto vale Va"? In genere si tende a rispondere a, ¢ infatti ad esempio V3? = V9 =3,e V2? = V4 =2, Se perd ci si pensa bene, si vede che le cose non sono cosi semplici, Ad esempio, se , enon — 3 come dovrebbe essere se Va" fosse ugua- 2.22, Dimostrare che se A C B, allora sup A = sup B e inf A > inf B. "? 4 volte, per poter considerare il sup e I'inf di ogni insieme, si pone sup 0 = — o» e inf P= + »», Cosi facendo, si perde perd la proprieta che inf £ 3 e x<3. Nel primo caso, risulta =3]=x— 3, ¢ dunque la diseguaglianza diventa x ~3<2x +1, 0 semplificando 4>0, cheé verificata perx > — 4, Ne segue che per x> 3 risulta sempre |x — 3| < Qxt1. ‘Se invece x <3, si ha |x~3|=3~x, e dunque la diseguaglianza diventa 3 ~x< a sea>0 a sea<0 . ~2>0,cl ‘ificata per x > =. In conclusione, si ha |x —3|< o pid succintamente: 2x + 1, ovvero 3x — 2>0, che & veri Ps 3 , Siha|. | 2 fo en _ 2x-+ 1 sia quando x>3 che se 5. a Va? =|a|. Esempio 2.5 Risolvere la disequazione Segue immediatamente dalla definizione che il valore assoluto di un numero a é i pit grande dei due numeri ae ~a fe-1)S3|x +1). ‘Anche qui si potrebbero discutere separatamente tre casi: x< —1, =xSlex>1. pud perd procedere pit speditamente elevando al quadrato i due membri della dise- lianza, Si ha allora x? ~ 2x +1<9(2? + 2x +1), cio’ |a|=max {a, ~a), e dunque in particolare |a|=|-a|,a=|al,e-as|a]. 2x +5x+220, Teorema 2.3 (Disuguaglianza triangolare) Per ognia, bER si ha : : : 1 hha come soluzioni tutti i valori dix compresi tra 2e ~ 5. Osserviamo che in quest’ ultimo caso si pud elevare al quadrato perché si sa che i "due membri della disequazione sono positivi. Infatti, se si fosse usato lo stesso metodo esercizio precedente, si sarebbe giunti alla disequazione 3x? + 10x — 8 = 0, che & Ja+b|=|a|+ |b]. Dimostrazione Dalle relazioni a<|a|e b<|b| segue sommando a+ b<|a| +|5| Analogamente, da ~a<|a|e —b<(b| segue —a~b<|a| +|b|, e dungue |a + b| 2 = max (a+b, ~(a+b)} <|a| +]. _ soddisfatta dai punti.x> come prima, ma anche dagli x <—4, che invece non veri- sano la disequazione |x —3|<2x +1 8 La [2.7] si pud mettere nella forma equivalente Il4l-[b]S]a +9]. Infatti, se vale la [2.7] risulta |a|=|a+b—b|<|a +5] +|d| e quindi |a|—|b|< 4x41 x|-3<0 L 3.x8 2) apt Pez 4.x? <]x]-2 9. 1+-V2x?4+3x—2>x 5. |[x+3|-[x-1|<0 = 2x(1 + |x| <0 2.28. Dimostrare che per ogni x, y> 0 risulta | Vx — VylSV\x 2.29. Dimostrare che per x <4 rigulta 2l+x. 2.10. I numeri complessi 1 introduzione dei numeri irrazionali,.che insieme ai razionali formano,’insieme Rodei numeri seali, ci ha permesso di trovare la radice di 2, cio’ di risolvere I'equazio- "= 2, Nessun numero reale ci potra perd far risolvere I’ equazione x? = — 1; infat- ti dato.che i! quadrato x? di un numero reale x8 sempre positivo (0 zero se x= 0), x? non potra mai essere uguale a — 1. Pertanto I’equazione x? +1=0 non ha soluzioni nel campo reale. : Per risolvere anche questa equazione, dovremo ampliare di nuovo il nostro oriz- zonte, introducendo una unita immaginaria, che indicheremo con la lettera i. con la Proprieta che i? = — 1. In questo modo, l’equazione x? + 1 = 0 ha come soluzioni x e anche x = —~ i, dato che (— i)? =(-1)?x?=~1, Con Pintroduzione del “numero” j una qualsiasi equazione di secondo grado x? + + 2px-+q=0, ha soluzione x==p2 Vea avremo due soluzioni reali se p*> g, una soluzione doppia x= ~p se p? = q, mentre se p?0,] a)=Osee solo se «= 0,|%|= | a}, ¢ indicando con (a) e 3(a la parte reale e la parte immaginaria di @, | t(o)}<| |, |S (@)|<| @|. Siha inoltre a+ +G=2K(@), a-G=2i3(a). Inumeri reali | Cap.2 = 2.10 | Inumeri complessi 67 Esempio 2.7 La formula per |’inverso consente di ridurre 1a divisione tra numeri complessi al prodotto. Si ha infatti a B Calcoliamo ad esempio a Siha|\+il?=2,equindi (1 +i)! mo allora op. (BI? so fisultato si sarebbe arrivati moltiplicando numeratore e denominatore per il numero | — i, complesso coniugato del denominatore. Qo Per quanto riguarda il modulo del prodotto, si ha [OB = aBop = oPoB= | cc)" Bl? : Figura 21 da cui |a@B| = |||] Da quest’ ultima relazione segue la diseguaglianza triangolare per i numeri com- aie i plessi ‘Sina infat ° os Bolore Pert numeri com- i”. z= x— iy corrisponde il simometrico diz tispetto all’asse reale, mentre [z| = Vi? +9" = oe 2 Ba distanza del punto (x, y) dall'origine. [a+ BP = (a+ PG+ B)= c+ BB+ oB + Pa=| a? + |B +20 (op) < La corrispondenza tra numeri complessi e punti del piano suggerisce la possibilit’ Sal? + (Bl +2|a||B|= a] + |B)? di individuare un numero complesso z assegnando la sua distanza dall’ origine (cio8 il © quindi modulo r= z\) ¢angolo d che la retta per lorigine e per il punto (x, y) fa con asse : delle x (vedi fig. 2.1). L'angolo 8 si chiama argomento del numero complesso 2. lat BlSlal+/ Al. 2.1} Sihax=rcos 8ey =rsen 8, e quindi zero, con i punti dell’ asse y (I’asse immaginario). In questa corrispondenza al punto Osservazione 2.3 Un numero complesso a= a + ib individuato univocamente aoe Mee ene ee dalla sua parte reale ae dalla parte immaginaria . Di conseguenza, senza parlare mai Notiamo che mentre il numero r & univocamente determinato, l’argomento 88 de- del numero i, si potrebbero definire formalmente i numeri complessi came coppie di terminato a meno di multipli di 2z; due numeri complessi che hanno lo stesso modulo numeri reali (a, b), con la somma e il prodotto definiti da ¢ i cui argomenti differiscono di un multiplo di 27 sono uguali. Cosi a ogni coppia (r, 8), (@,6)+(€,d)=(a+e,b+d) ; con r= 0, corrisponde un unico numero complesso z= r(c0s 9+ {sen 9); viceversa a (a, b\(c, d) = (ac — bd, ad + be). : ogni z=.x-+ iy corrisponde un numero r= |z|= Ve “+g? eunangolo 8, determinato a meno di multipli di 27.'* Spesso si prende 9 compreso tra 0 e 27; in questo caso si Con queste definizioni, si vede subito che l"elemento neutro della somma & (0, 0), parla di argomento principale di z. Altre volte @ pid conveniente prendere 8 compreso quello del prodotto (1, 0), i numeri reali sono quelli del tipo (a, 0), ¢ la coppia (0, 1) tra~ men. prende il posto dell’unita immaginaria, dato che (0, 1)(0, 1) = (— 1, 0). o La [2.12] @ una forma particolarmente adatta per il prodotto di due o pit’ numeri complessi, Infatti se w = R(cos g + isen @) si ha Come i numeri reali si possona mettere in corrispondenza biunivoca con i punti delia retta, i numeri complessi si possono rappresentare con i punti del piano, facendo corrispondere a ogni punto di coordinate (x, y) il numero complesso z= x + iy. In que- sto modo i numeri reali ¢ i dai i : ( i " 2 Se eee cue ee pereecmiat aay Punti sull’asse delle x (che prende il ¥ Questo se r>0; se r= 0 (cio8 se 2 =0) if puto (x, y) coincide con 'origine, eT’angolo 8 completamente nome di retia reale), e gli immaginari puri, cio i numeri complessi con parte reale indeterminato. zw = rR(cos B+ isen 8)(cos g + isen g) = rR[cos Bcos y— sen Bsen e+ + i(cos Bsen p + sen dsen'g)} = rR(cos(d-+ g) + isen(O+ @)). [2.13] = Inumeri reali | Cap. 2 21 | Radici di un numero complesso 69 2,32. Dimostrare che se z2 un numero complesso con |z|= 1, siha che ha come modulo il prodotto dei moduli, e come argomento la somma degli argo. menti. Lo stesso per il prodotto di tre o pitt numeri. In particolare, si ha £=r"(cosnd+ isennd). Osservazione 2.4 Le formule per il prodotto di due numeri complessi ricordang 2.11. Radici di un numero complesso quelle del prodotto delle potenze (il prodotto di due potenze con la stessa base hi come esponente la somma degli esponenti). In effetti, se poniamo per brevita A partire dalla [2.14], o se si vuole dalla sua forma esponenziale, possiamo dare delle formule semplici per il calcolo delle radici n-esime di un numero complesso w. Notiamo qui una differenza importante con le radici nel campo reale. Li ad esem- wevamo definite la radice quadrata di un numero positive a come quell’ unico nu- 0 positivo che elevato al quadrato da a, Da notare che sia a che la sua radice sono vi: il primo, perché altrimenti la sua radice non esisterebbe (nel campo iei numeri reali; come abbiamo detto, uno dei motivi per l'introduzione dei numeri _ complessi I’esigenza di avere radici anche di numeri negativi); il secondo perché al- trimenti verrebbe meno l’unicita della radice. L’esistenza di un ordinamento nel campo reale ci permette di individuare con precisione a quale delle due radici di a ciot dei due numeri che elevati al quadrato danno a) ci si riferisce. Quandi si passa dal campo reale a quello complesso, ambedue questi motivi cessano di valere. In primo luogo, ora tutti i numeri hanno radici, ¢ non c’é pid bisogno di restringersi ai _ numeri positivi. D’altra parte, mancando nei numeri complessi un ordinamento,'* non _¢'? modo di scegliere in maniera univoca a quale delle radici ci si riferisce. Di conse- guenza, tutte le radici di un numero complesso si trovano sullo stesso piano; mentre péf un numero realé si pud definire la radice n-esima, intendendo quella positiva, pet un numero complesso si dovra parlare delle radici n-esime, senza che ce ne sia una _ privilegiata. Cid premesso, veniamo al calcolo delle radici. Per definizione, una radice n-esima di w 8 uo numero complesso z tale che z" = w. Se poniamo z= re'” e w= Re'®, dovre- e! = (cos B+ isen 8) (2.15 le [2.13] e [2.14] diventano rel? RelP= Rel 0 (pel ax prin, Naturalmente le formule precedenti sono solo una scrittura formafe; non avendo definito cosa sia e'®, non possiamo che vederlo come un modo abbreviato per scrivere cos 0+ isen 8. Le formule relative traggono la loro giustificazione unicamente dalla” [2.13] e dalla [2.14]. D’altra parte, il simbolo e"® si comporta formalmente come una’ vera ¢ propria potenza. Potremo dunque, quando fara comodo, scrivere i numeri com plessi in forma esponenziale, e operate su di essi con Ie regole dell’ algebra; salvo ri- cordare alla fine che la forma esponenziale non @ altro che un’ abbreviazione di scrit- tura, che deve essere interpretata tramite la formula di Eulero (2.15).!° Esercizi 2.30. Calcolare il modulo dei seguenti numeri complessi: 1-29 i ee 21-2 5. G-DE+DU-3i) 8. 1 +9? 11. Qi~18 eee 4, = ret? = Rel ~ 0. eee ea a 9. 1+it+id +2) i 2 Fa 2-3 _€quindi, ricordando che due numeri complessi sono uguali se hanno Jo stesso modulo ese i loro argomenti differiscono per un multiplo di 2m: 2.31. Mettere in forma esponenziale i seguenti numeri complessiz Ati ae Lit 4. 7. 10, = : : ae (— V6 - iv2)8 eae 8. (1+) - 21) fea iG-1) 1- 3.2 6. (+i) OF ant 12. —— d+ i 16 In sealt, come tutti gli insiemi, anche i numesi complessi ammettono ordinamenti (ad esempio si potrebbe ire che il numero a + ib minore dic + id se am:n>C:D; in altre parole se esistono due interi men tali che nA > mB manCmD,