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Gianfranco La Grassa

(Il Popolo al Potere di Costanzo Preve, edizioni Arianna)

27.04.2006

Scrivere la recensione per un testo di Costanzo Preve non sicuramente un compito semplice. Preve un
filosofo nel senso antico della parola, capace di assaltare con coraggio ed antiaccademicamente le barricate
innalzate a difesa delle torri davorio dove si sono arroccate le discipline scientifiche post-moderne, la cui
pretesa scientificit una mera mistura di autoreferenzialit specialistica e di linguaggi complessi. Preve,
invece, insegue, anche in questo saggio, gli universali, fondando il proprio tentativo di comprensione del
reale sul percorso veritativo che conduce al bene, contro i formalismi tipici (dalla democrazia delegata, ai diritti
umani, alla guerra giusta) dellideologia di legittimazione dellesistente capitalistico.
Il saggio in questione parte proprio con uninversione filologica non autorizzata che dirotta la semantica del
concetto di Democrazia: dal potere del popolo al popolo al potere. Tale operazione si rende indispensabile
perch la stessa Democrazia divenuta un mero fantasma di legittimazione che si definisce per sottrazione,
che crea nemici per riempire il suo involucro formale: dal comunismo al fascismo fino allintegralismo
islamico dei nostri giorni.
In realt quella che il Clero mediatico di giornalisti e intellettuali allineati si ostina a chiamare Democrazia
, piuttosto, una oligarchia poggiante su una rete di mercati finanziari che domina il mondo attraverso una serie
di apparati ideologici i quali, ingurgitata la soggettivit sociale, lhanno resa incapace di guardare oltre la datit
del reale.
Il popolo cos inteso, un esercito di monadi rinchiuse nel proprio privato sociale che non partecipa alla vita
activa della polis (se non mediatamente) vedr sempre preclusa la propria possibilit di accesso al potere. Al
contrario il popolo che si educa alla Democrazia il popolo plurale di comunit liberamente organizzate che
non delegano a terzi il proprio destino.
La Democrazia , dunque, per Preve un processo dinamico che non ha nulla a che vedere con la ritualit
elettoralistica del voto a scadenze prefissate. Il popolo che alle elezioni si reca alle urne per scegliere tra due
mali, sebbene diversamente graduati, gi rinchiuso in una logica identitaria da stadio, che trova il suo climax
nei caroselli post-voto.
Ma questo centra davvero qualcosa con la Demokrazia? Se la Democrazia un processo di partecipazione
diffusa di un tipo umano non riducibile al profilo sociologico delluomo-ultr, ovvio che oggi abbiamo
sepolto la polis con tutti i greci. La Democrazia liberale dei nostri giorni una mera risorsa simbolica nelle
mani di lestofanti che la agitano come fosse unarma mortale.
Per quanto non tornando al modello di Democrazia ateniese che potremo recuperare il suo significato reale
(questa irrimediabilmente persa nellirreversibilit del tempo storico) tuttavia, la Democrazia dei greci resta
un modello insostituibile al quale ispirarsi, essa si realizza nellambito di un processo di educazione del popolo
chiamato a decidere direttamente della propria comunit, in contrasto con la Democrazia della delega,
occidentalocentrica e guerrafondaia.
La Democrazia antica era una Democrazia comunitaria che non poggiava sulla separazione liberale tra
propriet e libert di poter dire qualsiasi sciocchezza, (purch la sciocchezza resti sempre tale e non si traduca
in azione criminale). La democrazia greca era, al contrario, sostanzialista e poteva dividersi solo tra le aporie
di un discorso giusto e quelle di un discorso ingiusto. La stessa libert democratica non poteva che definirsi
esclusivamente insieme alla nozione e alla pratica di bene politico.
Cos recuperabile di tale concezione per noi moderni? Innanzitutto il modus operandi, la processualit del
metodo democratico che vive nel suo stesso movimento verso il bene, nel suo andare incontro agli ultimi. La
Democrazia cos come la viviamo oggi solo una declinazione di slogan ad uso e consumo di popoli tifanti e
plebi assetate di sangue. Ma, il vero spazio democratico definibile come lestensione di un processo educativo
comunitario, laddove il popolo agisce collettivamente per il bene della propria collettivit. La Democrazia
diviene, in tal maniera, una manifestazione pratica e concreta di prevalenza del popolo nella gestione della res
pubblica che non ha nulla a che vedere con forme di governo o di Stato. La Democrazia, cos esplicitata, non
semplicemente una forma di disciplinamento di soggetti neutralizzati in cerimonie pubbliche di
autorappresentazione estatica direzionati dai dominanti a proprio piacimento.
Preve conclude il suo saggio (che certo non si esaurisce nellepitome da noi fatta) con una presa di posizione
forte e coerente: Noi non viviamo in una Democrazia ed bene non credere a tutti coloro che vogliono
rassicurarci, dicendo che in fondo, viviamo in una Democrazia, sia pure limitata, minacciata, imperfetta,
migliorabile ecc.. Lautore auspica, comunque, lavvento di una Democrazia diversa dallattuale che non solo
possibile ma addirittura necessaria. La Democrazia necessaria Perch solo la pratica comunitaria della
Democrazia pu influire su quel decisivo livello dellidentit umana che la socializzazione pacifica e
razionale. Se Preve ha dunque ragione, e noi lo crediamo, lopera di educazione al processo democratico non
pu che partire dalla consapevolezza che quello che oggi chiamiamo Democrazia sia solo un simulacro celante
i giochi strategici delle oligarchie dominanti.

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