Sei sulla pagina 1di 236

DICHIARAZIONE DELL'AUTORE

A quei lettori maligni, incapaci di leggere senza dare un volto alle figure corrotte e ridicole descritte nell'opera
che stanno leggendo, io dico che avrebbero torto a voler identificare i personaggi ritratti in questo mio libro.
Faccio una pubblica confessione: io mi sono proposto soltanto di rappresentare la vita umana com', e a Dio non
piaccia che io abbia inteso riferirmi a qualcuno in particolare! Nessuno dei miei lettori giudichi dunque rivolto a se stesso
ci che pu valere anche per altri, o, come dice Fedro, si scoprir inutilmente: Stulte nudabit animi conscientiam.
S'incontrano in Castiglia, come in Francia, medici il cui metodo di cura consiste nel cavar troppo sangue ai
malati, e dappertutto s'incontrano i medesimi vizi e i medesimi tipi stravaganti. Confesso che non sempre ho seguito
meticolosamente le costumanze spagnole, e coloro che sanno quale vita disordinata conducano le attrici a Madrid,
potrebbero rimproverarmi di non averne dipinto a tinte abbastanza forti le sregolatezze; ma io ho creduto bene di
temperarle alquanto per adattarle ai nostri costumi.

GIL BLAS AL LETTORE

Prima di leggere la storia della mia vita, ascolta, amico lettore, questa favola.
Due studenti se ne andavano insieme da Peafiel a Salamanca. Strada facendo videro una fontana e, sentendosi
assetati e stanchi, si fermarono a bere. Mentre si concedevano un po' di riposo, dopo essersi dissetati, scorsero per caso
accanto a loro, a fior di terra, una pietra sulla quale erano incise alcune parole semicancellate dal tempo e dagli zoccoli
degli animali che andavano ad abbeverarsi alla fonte. Lavarono la pietra con un po' d'acqua e poterono cos leggere queste
parole in lingua castigliana: A qui est encerrada el alma del licenciado Pedro Garcias, ossia Qui racchiusa l'anima
del laureato Pedro Garcias.
Lo studente pi giovane, che era esuberante e sventato, non aveva ancora finito di leggere l'iscrizione, che,
prorompendo in una fragorosa risata, esclam: Questa s che bella! Qui racchiusa l'anima... Un'anima imprigionata!
Vorrei proprio sapere chi stato quell'originale che ha potuto scrivere un epitaffio tanto ridicolo. Cos dicendo si alz per
andarsene. Il suo compagno, pi giudizioso, disse fra s: Qui c' sotto qualche mistero; voglio fermarmi ancora un po' per
vedere se mi riesce di chiarirlo. Lasci quindi che il compagno se ne andasse, poi, senza perder tempo, si mise a scavare
tutt'intorno alla pietra con la punta del suo coltello, finch non riusc a sollevarla. Sotto la pietra trov una borsa e l'apr.
Dentro la borsa vi erano cento ducati e un foglio di carta su cui era scritto in latino: Tu, che sei stato tanto accorto da
scoprire il senso dell'iscrizione, prendi la mia eredit e fa' del mio danaro miglior uso di quello fattone da me. Lo
studente, felicissimo della scoperta, rimise la pietra al suo posto e prosegu il cammino verso Salamanca, portando seco
l'anima del laureato.
Amico lettore, chiunque tu sia, potrai somigliare all'uno o all'altro dei due studenti. Se leggerai le mie avventure
senza badare al loro contenuto morale, non coglierai alcun frutto da questo libro; ma se lo leggerai con attenzione, vi
troverai, secondo il detto di Orazio, l'utile e il dilettevole.

LIBRO PRIMO

I NASCITA DI GIL BLAS E SUA EDUCAZIONE

Mio padre, Blas di Santillana, dopo avere a lungo militato agli ordini della monarchia spagnola, si ritir nella sua
citt natale. Qui spos una ragazza non pi molto giovane, di modeste condizioni, e dieci mesi dopo il matrimonio, venni
alla luce io. In seguito i miei genitori si trasferirono a Oviedo, dove furono costretti a cercarsi una sistemazione; mia
madre fece la cameriera, mio padre lo scudiero. Poich non avevano altre entrate all'infuori del loro salario, io avrei corso
il rischio di essere allevato piuttosto male se non avessi avuto, in quella citt, uno zio canonico. Questi si chiamava Gil
Perez. Era fratello maggiore di mia madre e mio padrino. Figuratevi un nanerottolo, alto tre piedi e mezzo,
straordinariamente grasso, con la testa infossata fra le spalle: tale era mio zio. Per il resto, era un ecclesiastico che pensava
soltanto a viver bene, cio a mangiar molto, e questo gli era consentito da una prebenda pi che discreta.
Egli mi prese con s quando ero ancora bambino e si impegn a educarmi. Dovetti sembrargli sveglio a tal punto
che decise di coltivare il mio ingegno. Mi compr un sillabario e mi insegn egli stesso a leggere; questo non fu meno
utile a lui che a me, perch, facendomi compitare, torn a praticare la lettura, che aveva sempre molto trascurato, e, a forza
di applicarvisi, giunse cos a leggere correntemente il suo breviario, cosa che non aveva mai fatto prima di allora. Avrebbe
voluto insegnarmi anche il latino, e per lui sarebbe stato tanto denaro risparmiato, ma ohim, povero Gil Perez! in vita sua
non ne aveva conosciuto neppure i rudimenti; era probabilmente (ma non lo do per certo) il canonico pi ignorante
dell'intero capitolo: infatti ho sentito dire che aveva ottenuto il beneficio non per la sua erudizione, ma per la riconoscenza
di alcune pie religiose che avevano trovato in lui un mediatore discreto ed erano riuscite a farlo ordinare sacerdote senza
bisogno d'esame.
Mio zio fu pertanto costretto a mettermi sotto la ferula di un maestro: mi mand dal dottor Godinez, che aveva
fama di essere il miglior precettore di Oviedo. Seppi trarre tale profitto dai suoi insegnamenti, che in capo a cinque o sei
anni conoscevo discretamente gli autori greci e abbastanza bene i poeti latini. Mi dedicai inoltre allo studio della logica,
che mi insegn a ragionare. Mi piaceva a tal punto discutere, che giunsi a fermare per la strada le persone, conosciute o
sconosciute che fossero, e a proporre loro argomenti su cui dissertare. Mi capitava a volte di attaccar discorso con qualche
ibernese, che non chiedeva di meglio, e allora bisognava vederci discutere! che gesti! che smorfie! che contorcimenti!
Con gli occhi fuori dell'orbita, con la schiuma alla bocca, pi che filosofi dovevamo sembrare indemoniati.
Per questo, e nonostante questo, mi acquistai in citt la fama di uomo sapiente. Mio zio ne fu entusiasta, perch
pensava che io avrei ben presto smesso di essergli a carico. Suvvia, Gil Blas, mi disse un giorno, non sei pi un
bambino. Hai gi diciassette anni e sei diventato un giovanotto in gamba: ora devi proseguire per la tua strada. Ho pensato
di mandarti all'Universit di Salamanca: con l'ingegno che dimostri troverai certamente un buon posto. Ti dar qualche
ducato per il viaggio e la mia mula, che vale per lo meno dieci o dodici pistole; a Salamanca la venderai e impiegherai il
danaro per mantenerti fin quando avrai trovato una sistemazione.
Non avrebbe potuto farmi una proposta pi gradita, perch io morivo dalla voglia di vedere il mondo. Riuscii
tuttavia a dominarmi e a nascondere la mia gioia, e, quando fu il momento di partire, mostrandomi sensibile soltanto al
dolore di lasciare uno zio verso il quale avevo tanti obblighi, intenerii il buon uomo, il quale mi dette pi soldi di quanti
me ne avrebbe dati se avesse potuto leggere nel mio cuore. Prima di partire andai ad abbracciare mio padre e mia madre,
che non mi risparmiarono gli ammonimenti. Mi esortarono a pregare Iddio per mio zio, a vivere onestamente, a non
imbarcarmi in cattivi affari e, soprattutto, a non prendere la roba altrui. Finita la predica, mi concessero la benedizione,
che era l'unico dono che mi aspettassi da loro. Quindi montai sulla mia mula e uscii di citt.

II SPAVENTO PROVATO DA GILL BLAS SULLA VIA DI PEAFLOR; CHE COSA FECE ARRIVANDO
IN CITT E CON CHI CONSUM LA SUA CENA

Eccomi dunque fuori di Oviedo, in mezzo alla campagna sulla strada di Peaflor, padrone di me stesso, di una
cattiva mula e di quaranta buoni ducati, senza contare qualche reale che avevo rubato al mio onoratissimo zio. La prima
cosa che feci fu di lasciare andare la mula a suo piacimento e cio al passo. Le lasciai le briglie sul collo e, tratti di tasca i
miei ducati, li versai nel cappello, contandoli e ricontandoli. Non avevo mai visto tanto danaro, e non mi stancavo di
guardarlo e di maneggiarlo. Stavo contandolo forse per la ventesima volta, quando ad un tratto la mula, alzando la testa e
drizzando le orecchie, si ferm in mezzo alla strada. Pensai che qual cosa l'avesse spaventata; mi guardai intorno per
scoprirne la causa: vidi per terra un cappello rovesciato su cui c'era un rosario a grani grossi e, nello stesso tempo, sentii
una voce lamentosa che diceva: Signor viandante abbiate piet di un povero soldato storpio; gettate, di grazia, qualche
moneta d'argento nel cappello; ne sarete ricompensato nell'altro mondo. Mi volsi subito dalla parte da cui veniva la voce;
vidi presso un cespuglio, a venti o trenta passi di distanza, una specie di soldato il quale appoggiava su due bastoni
incrociati la canna di uno schioppo, che a me parve pi lungo di una picca, e mi prendeva di mira. A questa vista, che mi
fece tremare per il bene della Chiesa, mi arrestai di botto; intascai rapidamente i miei ducati, tirai fuori alcuni reali e,
avvicinatomi al cappello messo l per ricevere la carit dagli atterriti fedeli, ve li gettai a uno a uno, per mostrare al soldato
che sapevo far nobile uso del mio danaro. Questi fu soddisfatto della mia generosit e mi impart tante benedizioni quanti
colpi di tallone io diedi alla mula, per allontanarmi di l il pi rapidamente possibile; ma la maledetta bestia, facendosi
beffe della mia impazienza, non se ne dette per intesa: la lunga abitudine di camminar passo passo con mio zio sulla
groppa le aveva fatto perdere l'uso del galoppo.
Questa avventura non mi parve di buon presagio per la continuazione del viaggio. Pensavo che ero ancora
lontano da Salamanca e, nel frattempo, avrei potuto fare incontri anche peggiori. Giudicai mio zio molto imprudente per
non avermi affidato a un mulattiere. Era senza dubbio ci che avrebbe dovuto fare; ma, pi preoccupato della spesa che
dei pericoli che avrei potuto correre durante il viaggio, aveva pensato che, dandomi la mula, il mio viaggio sarebbe venuto
a costar meno. Cos, per riparare al suo errore, decisi, se avessi avuto la fortuna di arrivare a Peaflor, di vendere la mia
mula e di affidarmi a un mulattiere per andare ad Astorga, proseguendo poi per Salamanca con lo stesso mezzo.
Quantunque non fossi mai uscito da Oviedo, conoscevo il nome delle citt per le quali dovevo passare, essendomene
informato prima di partire.
Arrivai felicemente a Peaflor: mi fermai davanti a una locanda di aspetto abbastanza buono. Non avevo ancor
messo piede a terra, che l'albergatore mi si fece incontro molto cortesemente; prese lui stesso la valigia, se la caric sulle
spalle e mi condusse fino alla mia camera, mentre uno dei suoi garzoni conduceva la mula nella scuderia. Questo
albergatore, il pi gran chiacchierone delle Asturie, e tanto pronto a raccontare senza necessit gli affari suoi quanto
curioso di sapere quelli altrui, mi disse che si chiamava Andrea Corcuelo; che per lungo tempo aveva prestato servizio nel
regio esercito in qualit di sergente e che, da quindici mesi, aveva lasciato il servizio per sposare una ragazza di Castropol,
la quale, bench non troppo bianca di carnagione, sapeva far valere la locanda. Mi disse ancora un'infinit di cose che
avrei fatto volentieri a meno di ascoltare. Dopo queste confidenze, credendosi in diritto di saper tutto di me, mi domand
di dove venivo, dove andavo e chi ero. Dovetti rispondere punto per punto, perch lui accompagnava ogni domanda con
una riverenza cos profonda e si scusava per la sua curiosit con un'aria cos rispettosa, che io non potevo rifiutare di
soddisfarla. Intavolammo cos una lunga conversazione che mi diede il destro di parlargli del mio progetto e delle ragioni
per cui volevo disfarmi della mula, per poi affidarmi a un mulattiere; idea che egli approv calorosamente, e con grandi
sproloqui, prospettandomi tutte le disgrazie che avrebbero potuto succedermi lungo la strada; mi raccont anche certe
storie sinistre accadute ad alcuni viaggiatori. Credevo che non avrebbe pi smesso. Invece termin dicendo che, se volevo
vendere la mia mula, lui conosceva un onesto mercante di cavalli che l'avrebbe comprata. Lo pregai di mandarlo a cercare:
and immediatamente lui stesso.
Torn di l a poco col suo uomo che mi present lodandomene molto la probit. Andammo insieme in cortile
dove fu condotta la mula. Venne fatta passare e ripassare davanti al sensale, che cominci a esaminarla dai piedi alla testa.
Non manc di dirmene molto male. Confesso che sarebbe stato difficile dirne molto bene: ma, quand'anche fosse stata la
mula del papa, quell'uomo avrebbe certo trovato da ridire. Mi assicur che la mula aveva tutti i difetti del mondo e, per
meglio persuadermene, chiam a testimonio l'albergatore, che aveva senza dubbio le sue buone ragioni per convenirne.
Ebbene, mi disse freddamente il sensale, quanto credete di poter ricavare da questa bestiaccia? Dopo gli elogi che ne
aveva fatto e la conferma del signor Corcuelo, che ritenevo sincero e buon intenditore, avrei dato la mia mula per niente;
perci dissi al mercante che mi rimettevo alla sua buona fede; che ne stimasse lui stesso il prezzo secondo coscienza, e che
io avrei accettato senz'altro la sua stima. Allora, per far vedere che era un uomo d'onore, mi rispose che, rimettendomi alla
sua coscienza, io lo prendevo per il suo debole. E non era certamente il suo forte, perch, invece di stimare la mula dieci o
dodici pistole, come aveva fatto mio zio, non ebbe vergogna di fissarne il prezzo a tre ducati, che io presi contento, come
se avessi fatto un affare.
Dopo che mi fui disfatto vantaggiosamente della mia mula, l'albergatore mi condusse da un mulattiere che
l'indomani doveva partire per Astorga. Questo mulattiere mi disse che sarebbe partito prima dell'alba e che sarebbe venuto
a svegliarmi. Stabilimmo il prezzo del nolo di una mula e del vitto per me e, quando tutto fu regolato, me ne tornai alla
locanda insieme a Corcuelo, che, cammin facendo, si mise a raccontarmi la storia di quel mulattiere. Mi fece sapere tutto
quello che se ne diceva in citt. Avrebbe cos continuato a intontirmi con le sue chiacchiere, se, per fortuna, un uomo assai
distinto non fosse venuto a interromperlo, rivolgendosi a lui molto educatamente. Li lasciai soli e continuai la mia strada,
non sospettando minimamente di essere l'oggetto dei loro discorsi.
Giunto alla locanda, chiesi la cena. Era giorno di magro: mi servirono delle uova. Mentre me le preparavano,
attaccai discorso con la moglie dell'albergatore, che ancora non avevo veduto. Mi parve piuttosto graziosa e cos piena di
brio, che, anche se suo marito non me l'avesse detto, non avrei stentato a credere che la locanda dovesse avere una vasta
clientela. Quando mi portarono la frittata che avevano preparato per me, mi sedetti, solo, ad un tavolo. Non avevo ancor
cominciato a mangiare che l'albergatore entr nel locale, seguito da quell'uomo che l'aveva fermato per la strada. Questo
cavaliere, di forse trent'anni, portava al fianco una lunga spada da duello. Si avvicin al mio tavolo con aria ossequiosa:
Signor studente, mi disse, ho saputo or ora che voi siete il signor Gil Blas di Santillana, ornamento di Oviedo e
luminare della filosofia. Siete proprio voi quel grande sapiente, quel bell'ingegno, la cui reputazione cos grande in
questo paese? Voi non sapete, prosegu rivolgendosi ai padroni della locanda, voi non sapete chi vi stia dinnanzi; avete
un tesoro nella vostra locanda: in codesto giovane gentiluomo voi vedete l'ottava meraviglia del mondo. Voltatosi poi
verso di me, mi gett le braccia al collo aggiungendo: Scusate il mio entusiasmo; non so trattenermi per la gioia che mi
procura la vostra presenza.
Io non potei rispondergli subito perch mi teneva tanto stretto che non potevo nemmen respirare e solo quando
ebbi la testa libera dal suo abbraccio, gli dissi: Signor cavaliere, non sapevo che il mio nome fosse conosciuto a
Peaflor. E come no? replic lui sullo stesso tono. Noi teniamo nota di tutte le persone importanti che vivono entro
un raggio di venti leghe dal nostro paese. Qui voi siete stimato un prodigio, e non dubito che un giorno la Spagna si
glorier di avervi avuto per figlio, come la Grecia si gloria dei suoi sapienti. Queste parole furono seguite da un nuovo
abbraccio che dovetti sopportare, col pericolo di subire la sorte di Anteo. Un minimo di esperienza mi avrebbe evitato di
cadere vittima delle sue espansioni e delle sue lodi iperboliche; le esagerate adulazioni mi avrebbero subito fatto capire
che si trattava di uno di quei parassiti che si trovano in tutte le citt e che - appena arriva uno straniero - gli si appiccicano
addosso per rimpinzarsi a sue spese; ma la mia giovinezza e la vanit mi fecero giudicare la cosa in modo del tutto diverso.
Mi parve che il mio ammiratore fosse un galantuomo e l'invitai a cenare con me. Molto volentieri, esclam, sono
troppo lieto per la fortuna di aver incontrato l'illustre Gil Blas di Santillana, per non goderne la compagnia il pi
lungamente possibile. Veramente non avrei molto appetito, prosegu quello, mi metter a tavola soltanto per farvi
compagnia e manger qualche cosa per compiacervi.
Cos dicendo il mio panegirista si sedette di fronte a me. Gli fu portato un coperto. Si gett subito sulla frittata
con tanta avidit, che sernbrava non avesse mangiato da tre giorni. Dalla sua aria soddisfatta capii subito che la frittata
sarebbe presto sparita. Ne ordinai una seconda e questa fu preparata cos rapidamente, che quando ce la servirono
avevamo, o meglio, lui aveva appena finito di mangiare la prima. Quello proseguiva tuttavia a mangiare con ininterrotta
rapidit, e trovava modo, senza perdere una forchettata, di continuare a lodarmi; e questo mi rendeva molto orgoglioso.
Inoltre, assai spesso alzava il bicchiere; una volta alla mia salute, un'altra a quella di mio padre e di mia madre,
indicibilmente fortunati di aver un figlio come me. Intanto continuava a versarmi del vino, invitandomi a brindare con lui.
Io accettavo di buon grado il suo invito e questo, unitamente alle sue adulazioni, mi fece insensibilmente diventare di cos
buon umore che, vedendo che la nostra seconda frittata era gi sparita a met, domandai all'albergatore se poteva servirci
del pesce. Il signor Corcuelo che, secondo tutte le apparenze, se la intendeva con quel parassita, mi rispose: Avrei una
trota eccellente, ma molto costosa per coloro che la mangeranno: troppo prelibata per voi. Come sarebbe a dire,
troppo prelibata? disse allora il mio adulatore alzando la voce; volete scherzare, amico mio: sappiate che non vi nulla
di troppo prelibato per il signor Gil Blas di Santillana, che merita di essere trattato come un principe.
Fui ben contento che egli avesse rimbeccato l'albergatore e in questo mi prevenne. Sentendomi offeso, dissi
sdegnosamente a Corcuelo: Portateci la trota e non preoccupatevi d'altro. L'albergatore, che non domandava di meglio,
la fece preparare e non tard molto a servircela. Alla vista del nuovo piatto una gran gioia vidi brillare negli occhi del
parassita, che si mostr nuovamente ben disposto a fargli onore, vale a dire si gett sul pesce come si era gettato sulle
uova. Fu costretto tuttavia a darsi per vinto, per paura di un accidente, essendo pieno fino alla gola. Finalmente dopo aver
bevuto e mangiato a saziet, volle porre fine alla commedia. Signor Gil Blas, mi disse alzandosi da tavola, sono troppo
contento del trattamento che mi avete riservato, per andarmene senza darvi un avvertimento importante di cui mi sembra
che abbiate bisogno. In avvenire state in guardia contro le lodi. Diffidate di coloro che non conoscete. Potreste incontrare
altri che, al pari di me, vorranno farsi beffe della vostra credulit e forse spingersi anche pi lontano; non lasciatevi
abbindolare e non credete, se ve lo dicono, di essere l'ottava meraviglia del mondo. Detto questo, mi rise in faccia e se ne
and.
Da questa burla fui cos ferito quanto lo fui in seguito dalle pi grandi disgrazie che mi son capitate. Non potevo
darmi pace per essermi lasciato turlupinare cos grossolanamente o, per meglio dire, per l'umiliazione subita dal mio
orgoglio, Suvvia! dicevo, il traditore si dunque preso gioco di me! Quando poco fa ha fermato per la strada
l'albergatore, stato soltanto per farlo cantare, o piuttosto, erano d'accordo tutti e due. Ah! povero Gil Blas! muori di
vergogna per aver permesso a questi bricconi di metterti in ridicolo. Ne faranno di tutto ci una bella storia che potr
arrivare fino a Oviedo e che ti far molto onore. Certo i tuoi genitori si pentiranno di aver dato tanti avvertimenti a uno
sciocco: ma invece di esortarmi a non imbrogliare nessuno, avrebbero dovuto raccomandarmi di non lasciarmi
imbrogliare! Messo in agitazione da questi pensieri mortificanti, pieno di dispetto, mi chiusi in camera mia e me ne andai
a letto; ma stentavo ad addormentarmi e non avevo ancora chiuso occhio, che il mulattiere venne ad avvertirmi che
aspettava soltanto me per partire. Mi alzai subito; e mentre mi vestivo, arriv Corcuelo col conto in cui non era certo stata
dimenticata la trota; e non solo dovetti ingoiare il rospo, ma provare anche il dispiacere di accorgermi, mentre gli davo il
danaro, che quel boia stava ripensando alla mia avventura. Dopo aver pagato ben salata una cena cos mal digerita, andai
con la mia valigia dal mulattiere, mandando al diavolo il parassita, l'albergatore e sua moglie.

III TENTAZIONE AVUTA DAL MULATTIERE DURANTE IL VIAGGIO E LE CONSEGUENZE CHE NE


DERIVARONO. IN QUAL MODO GIL BLAS, VOLENDO EVITARE SCILLA, CADDE IN CARIDDI

Mi misi in viaggio non soltanto col mulattiere: insieme vi erano due giovani di buona famiglia, di Paaflor; l'uno
di essi era un cantastorie di Mondognedo che girava il mondo, l'altro di Astorga, tornava a casa con una giovane donna
sposata di fresco a Verco. Ben presto facemmo conoscenza, e ciascuno di noi disse di dove veniva e dove era diretto. La
sposina, sebbene giovane, era cos bruna e cos poco attraente, che non ci trovavo molto gusto a guardarla; tuttavia
essendo giovane e grassottella, diede nell'occhio al mulattiere che decise di fare un tentativo per ottenerne i favori. Per
tutto il giorno medit il progetto, che poi decise di mettere in esecuzione l'ultima notte. Ci avvenne a Cacabelos. Ci fece
scendere alla prima locanda che trovammo. Questa casa era ancora pi in campagna che in citt, ed il proprietario gli era
ben noto come uomo discreto e compiacente. Il mulattiere ebbe cura di farci condurre in una camera separata, dove ci
lasci cenare tranquillamente; ma verso la fine del pasto, lo vedemmo apparire tutto infuriato, gridando: Maledizione!
Mi hanno derubato! Avevo cento pistole in un sacchetto di pelle; bisogna che le ritrovi. Vado subito dal giudice del paese,
che uno che non fa scherzi, e vi metter tutti alla tortura, finch non avrete confessato il furto e restituito il denaro.
Dopo queste parole, che ci sembravano del tutto veritiere, usc, lasciandoci estremamente sconvolti.
A nessuno venne in mente che fosse un inganno, poich non ci conoscevamo abbastanza per poter rispondere gli
uni degli altri. Anzi, io credetti che a fare il colpo fosse stato il piccolo cantastorie e forse lui pensava lo stesso di me.
D'altra parte eravamo tutti dei giovani ingenui. Non sapevamo a quali procedure si era soliti ricorrere in simili casi: perci
credemmo senz'altro che avrebbero cominciato col metterci alla tortura. Cos, mossi dallo spavento, uscimmo
precipitosamente dalla camera. Una parte corre in istrada, gli altri verso il giardino; ognuno pensa di salvarsi con la fuga,
e il giovane di Astorga, atterrito al par di noi dall'idea della tortura, si salv, qual novello Enea, senza preoccuparsi della
moglie. Come ho saputo in seguito, il mulattiere, pi libidinoso dei suoi muli, raggiante che il suo stratagemma aveva
prodotto il successo che si era atteso, and a vantarsi di questo ingegnoso artifizio dalla donna, e cerc di approfittare
dell'occasione; ma questa Lucrezia delle Asturie, spinta anche dall'aspetto piuttosto brutto del suo seduttore, oppose una
accanita resistenza, urlando a perdifiato. La ronda di guardia che per caso si trovava nelle vicinanze di quella locanda, che
riteneva luogo degno della sua attenzione, vi entr e domand la causa di quelle grida. L'albergatore, che se ne stava in
cucina cantando e fingendo di non udire, fu obbligato a condurre il comandante e i suoi arcieri nella camera da cui
provenivano le urla della donna. Arrivarono giusto in tempo: l'asturiana non ce la faceva ormai pi. Il comandante, uomo
grossolano e brutale, appena vide di cosa si trattava, dette cinque o sei colpi di alabarda all'amoroso mulattiere,
apostrofandolo con un linguaggio che offendeva il pudore non meno dell'azione che tale linguaggio gli suggeriva. Ma non
si limit a questo: fece arrestare il colpevole che fu trascinato davanti al giudice alla presenza dell'accusatrice che,
nonostante lo stato in cui si trovava, aveva voluto andare di persona a chiedere giustizia per l'attentato da lei subito. Il
giudice l'ascolt e, dopo averla attentamente osservata giudic che l'accusato non era meritevole di perdono. Lo fece
spogliare seduta stante e bastonare n sua presenza poi dette l'ordine che se l'indomani il marito della donna non fosse
comparso, due arcieri, a spese del delinquente, avrebbero accompagnato la ricorrente fino alla citt di Astorga.
Per quanto mi riguarda, io che mi ero spaventato forse pi di tutti gli altri, me la diedi a gambe per la campagna;
attraversai non so quanti prati e brughiere e, saltando tutti i fossati che mi si paravano innanzi, arrivai infine vicino ad un
bosco. Stavo per inoltrarmi e nascondermi nel folto di una macchia, quando improvvisamente due uomini a cavallo mi
sbarrarono il passo, gridando: Chi va l? La sorpresa mi imped di rispondere subito e allora essi si avvicinarono e,
mettendomi una pistola alla gola, mi domandarono chi ero, di dove venivo, che cosa ero venuto a fare in quel bosco, e
soprattutto, mi intimarono di non cercare di ingannarli. A questo modo di interrogare, che mi parve non fosse meno
spaventevole della tortura prospettataci dal mulattiere, risposi loro che ero un giovane di Oviedo diretto a Salamanca:
raccontai anche dello spavento che avevamo provato e confessai che il timore di venir sottoposto alla tortura mi aveva
fatto prendere la fuga. A sentire il mio racconto, che rispecchiava la mia ingenuit, scoppiarono dalle risa, e uno dei due
mi disse: Rassicurati, amico mio; vieni con noi e non aver paura di nulla; noi ti salveremo. Detto questo, mi fece
montare sulla groppa del suo cavallo e insieme ci inoltrammo nel bosco.
Non sapevo che cosa pensare di questo incontro; comunque non prevedevo nessun pericolo. Se fossero dei
ladri, dicevo fra me, mi avrebbero derubato e forse anche assassinato. Deve essere della brava gente del paese, che,
vedendomi spaventato, si impietosita e mi conduce a casa propria per carit. Non rimasi a lungo nell'incertezza. Dopo
alcuni giri nel bosco, fatti nel massimo silenzio, ci trovammo ai piedi di una collina, dove scendemmo da cavallo. Qui
la nostra abitazione, mi disse uno dei cavalieri. Avevo un bel guardare da tutte le parti, non scorgevo n una casa, n una
capanna e neppure l'ombra di una abitazione. Senonch i due uomini, tolto un ammasso di ramaglie, misero allo scoperto
una specie di grande botola di legno, che chiudeva l'entrata di un lungo viale sotterraneo in discesa, dove i cavalli,
evidentemente abituati, si avviarono da soli. I cavalieri mi fecero entrare con loro, poi, riabbassata la copertura della
botola mediante un appropriato sistema di corde, ecco il degno nipote di mio zio Perez preso in trappola come un topo!

IV DESCRIZIONE DEL SOTTERRANEO E DI TUTTO QUELLO CHE POT VEDERVI GIL BLAS

Mi resi subito conto con che gente avevo a che fare ed facile capire come questa constatazione mi tolse il mio
iniziale timore. Una paura pi grande e pi giustificata si impadron di me; credetti che oltre ai ducati, avrei perso anche la
vita. Perci, vedendomi gi vittima designata da sacrificarsi sull'altare degli olocausti, pi morto che vivo, camminavo in
mezzo ai due uomini, che, sentendomi tremare, si sforzavano invano di rassicurarmi. Dopo aver fatto duecento passi circa
in quel viale tutto svolte e in discesa, entrammo in una scuderia, illuminata da due grosse lampade di ferro appese al
soffitto. In essa era ammassata una buona provvista di paglia ed erano allineati molti barili di orzo. Poteva essere occupata
comodamente da una ventina di cavalli; ma in quel momento v'erano soltanto quei due che erano appena entrati. Un
vecchio negro che tuttavia sembrava piuttosto robusto, si accinse a legarli alla greppia.
Uscimmo dalla scuderia e, alla triste luce di alcune lampade, che sembravano fatte apposta per mettere in
evidenza l'orrore del luogo, arrivammo in una cucina, dove una vecchia faceva arrostire della carne sopra un braciere e
preparava la cena. Nella cucina facevano bella mostra di s tutti gli utensili necessari, mentre nella dispensa,
immediatamente dietro alla cucina, v'erano provviste di ogni genere. La cuoca (vale la pena di descriverla) era una donna
di sessanta e pi anni. Aveva avuto in giovinezza i capelli d'un biondo assai brillante e, dato che il tempo non li aveva
sbiancati completamente, essi conservavano ancora i riflessi dell'antico colore. Di carnagione olivastra, aveva il mento
aguzzo e sporgente con le labbra molto rientranti; un gran naso aquilino le cascava quasi in bocca, e i suoi occhi
apparivano d'un meraviglioso rosso porpora.
Eccovi, signora Leonarda, disse uno dei cavalieri presentandomi a quel bell'angelo delle tenebre, ecco un
giovanotto che vi abbiamo condotto. Cos dicendo il cavaliere si volt verso di me e vedendo che ero pallido e stravolto
mi disse: Amico mio, rincuorati, nessuno vuol farti del male. Avevamo bisogno di un garzone per aiutare la nostra cuoca;
ti abbiamo incontrato e puoi ritenerti fortunato. Occuperai il posto di un ragazzo che morto dopo quindici giorni. Era un
giovane molto delicato di salute. Ma tu mi sembri pi robusto: non morirai tanto presto. Non vedrai pi il sole, questo
vero, ma, in compenso, te la passerai molto bene. Trascorrerai i tuoi giorni insieme a Leonarda che ha sentimenti assai
umani e non ti mancher nulla. Adesso voglio farti vedere che non siamo dei pitocchi. Detto ci, prese una torcia e mi
ordin di seguirlo.
Mi condusse in una cantina, dove vidi un'infinit di bottiglie e di vasi di terracotta ben sigillati che, a suo dire,
erano pieni di un vino eccellente. Attraversammo poi diverse camere. In alcune vi erano pezze di tela; in altre stoffe di
lana e di seta. In un'altra ancora intravidi dell'oro e dell'argento nonch del vasellame con incisioni di stemmi. Dopo di ci
lo seguii in un grande salone illuminato da tre lampadari di rame e comunicante con altre stanze. L il mio
accompagnatore mi fece ulteriori domande. Mi chiese il nome e la ragione per cui ero partito da Oviedo, e quando ebbi
soddisfatto la sua curiosit, mi disse: Ebbene, Gil Blas, poich hai lasciato la tua citt natale al solo scopo di procurarti un
buon posto, bisogna dire che sei nato con la camicia, cadendo nelle nostre mani. Come ti ho gi detto, qui vivrai
nell'abbondanza e in mezzo all'oro e all'argento. Comunque, sarai al sicuro. Questo sotterraneo talmente nascosto, che le
guardie della Santa Hermandad potrebbero venire cento volte in questa foresta, senza riuscire a scoprirlo. Soltanto io e i
miei compagni ne conosciamo l'entrata. Forse mi domanderai come abbiamo potuto costruirlo senza che se ne
accorgessero gli abitanti dei dintorni; ma sappi amico mio, che non opera nostra, e che esso stato fatto molto tempo fa.
Dopo che i Mori ebbero conquistato Granata, l'Aragona e quasi tutta la Spagna, i cristiani che non vollero sopportare il
giogo degli infedeli fuggirono, venendo a nascondersi qui in questo paese, a Biscaglia e nelle Asturie, dove il valoroso
Pelagio si era ritirato. Divisi in gruppi, i fuggitivi vivevano nelle montagne e nei boschi. Alcuni abitarono nelle caverne,
altri costruirono numerosi sotterranei come questo. Avuta poi la fortuna di cacciare dalla Spagna il nemico, tornarono a
popolare le diverse citt. Da quel tempo in poi, i loro nascondigli hanno servito da asilo per coloro che esercitano la nostra
professione. vero che la Santa Hermandad ne ha scoperti e distrutti alcuni, ma altri ne restano e, grazie al cielo, sono
quasi quindici anni che io abito impunemente in questo. Io sono il capitano Orlando, capo della compagnia, e l'uomo che
hai visto con me uno dei miei cavalieri.

V ARRIVO DI ALCUNI ALTRI LADRI NELLA CAVERNA E LORO PIACEVOLI CONVERSARI

Il signor Orlando aveva appena finito di parlare, che apparvero nel salone sei nuovi volti. Erano il luogotenente
con cinque uomini di truppa che tornavano carichi di bottino. Portavano due cestoni pieni di zucchero, cannella, pepe,
fichi, mandorle e uva secca. Il luogotenente, rivolgendosi al capitano, gli disse che aveva rubato quei cestoni a un
droghiere di Benavente, portandogli via anche il mulo. Dopo la relazione del luogotenente, le spoglie del droghiere furono
portate nella dispensa e tutti si diedero all'allegria. Prepararono una gran tavola nel salone e mi rifilarono in cucina, dove
la signora Leonarda mi insegn quello che dovevo fare. Mi rassegnai alla mia cattiva sorte e, soffocando il mio dolore, mi
preparai a servire quei galantuomini.
Cominciai ad apparecchiare la tavola con tazze d'argento e con vasi di terracotta, pieni di quel buon vino che il
signor Orlando mi aveva decantato; poi portai due piatti di stufato che non furono serviti prima che tutti i cavalieri si
fossero messi a tavola. Cominciarono a mangiare con grande appetito, mentre io, in piedi dietro i commensali, servivo
loro da bere. Lo feci con tanto garbo da avere perfino la fortuna di venire complimentato. Il capitano raccont in poche
parole la mia storia, che divert molto. Poi cominci a farle mie lodi; ma io le avevo appena sperimentate e potevo
ascoltarle senza pericolo. Inoltre tutti mi elogiarono; dissero che io sembravo nato per fare il loro coppiere e che valevo
cento volte di pi del mio predecessore. E poich, dopo la sua morte, la signora Leonarda aveva l'onore di versare il
nettare a quegli dei infernali, essi la privarono di questo glorioso incarico per darlo a me. Cos, novello Ganimede,
succedetti a quella vecchia Ebe.
Dopo lo stufato, un gran piatto d'arrosto serv a saziare la fame di quei ladri, i quali, bevendo in proporzione di
quel che mangiavano, diventarono ben presto di gran buon umore e cominciarono a fare un baccano del diavolo. Ed eccoli
che parlano tutti in una volta: uno comincia una storia, un altro racconta una barzelletta, un terzo si mette a cantare e un
altro ancora a gridare, senza ascoltarsi a vicenda. Alla fine Orlando, stanco che nessuno ascoltasse quel che lui diceva,
alz talmente la voce che impose silenzio a tutti gli altri. Signori, disse egli con un tono da padrone, ascoltate quello
che vi propongo: invece di assordarci scambievolmente parlando tutti insieme, non faremmo meglio a conversare come
persone ragionevoli? Mi viene un'idea: da quando ci siamo messi insieme, non abbiamo mai avuto la curiosit di
domandarci qualche cosa delle nostre famiglie e neppure di chiederci per quale connessione di avvenimenti abbiamo
abbracciato la nostra professione. Eppure mi sembra che sarebbe interessante saperlo. Per divertirci, ognuno racconti la
sua storia. Il luogotenente e tutti gli altri, quasi avessero delle bellissime cose da raccontare, approvarono molto
calorosamente la proposta del capitano, che, per primo, cominci il suo racconto.
Voi saprete, signori, che sono figlio unico di un ricco borghese di Madrid. Il giorno della mia nascita fu
festeggiato con grande gioia in famiglia. Mio padre, che era gi vecchio, fu estremamente felice di avere un erede; mia
madre volle allattarmi ella stessa. A quell'epoca viveva ancora il mio nonno materno: era un buon vecchio, che non faceva
altro che recitare il rosario e raccontare le sue imprese di guerra, poich era stato per molto tempo sotto le armi e si vantava
di aver partecipato a diversi combattimenti. A poco a poco io divenni l'idolo di queste tre persone che, a vicenda, mi
tenevano continuamente in braccio. Nei miei primi anni, per paura che lo studio mi affaticasse troppo, i miei genitori mi
concedevano di svagarmi coi divertimenti pi puerili. Mio padre diceva che non bisogna che i fanciulli si diano allo studio
prima che si sia loro sviluppata la mente. In attesa di tale sviluppo, non imparai n a leggere n a scrivere, senza per questo
perdere tempo: mio padre mi insegnava un'infinit di giochi. Sapevo giocare perfettamente alle carte e ai dadi e da mio
nonno avevo imparato molte canzoni di guerra. Per giorni e giorni mi ripeteva le stesse strofe e quando, dopo aver
declamato per tre mesi dieci o dodici versi, avevo imparato a recitarli senza sbagliare, i miei genitori ammiravano la mia
memoria. Anche il mio spirito era motivo di ammirazione, quando io, approfittando della libert che mi era concessa di
dire qualsiasi cosa, interrompevo i loro discorsi per parlare a dritto e a rovescio. Ah! com' carino! esclamava mio padre,
incantato a guardarmi. Mia madre mi colmava di carezze, mentre mio nonno piangeva di gioia. Davanti a loro, inoltre, mi
comportavo impunemente nel modo pi indecente; mi perdonavano tutto: mi adoravano. Tuttavia, fino a dodici anni non
avevo avuto ancora un maestro. Me ne venne dato uno, ma questi ricevette allo stesso tempo ordini precisi di insegnare ma
di evitarmi i castighi, concedendogli tutt'al pi di minacciarmeli qualche volta, per incutermi un po' di timore. Questo
sistema non dette buoni frutti, perch io o me la ridevo delle minacce del mio precettore, oppure con le lacrime agli occhi,
andavo a lamentarmi da mia madre o da mio nonno, facendo loro credere che mi avesse maltrattato duramente. Il povero
diavolo cercava invano di smentirmi ma non veniva creduto; passava per un uomo brutale, e si credeva sempre a me
piuttosto che a lui. Un giorno arrivai al punto di graffiarmi a bella posta e di mettermi a gridare come se mi avessero
scorticato vivo: mia madre accorse e licenzi su due piedi il maestro, nonostante che questi protestasse e chiamasse il
cielo a testimonio di non avermi toccato.
In questo modo mi liberai di tutti i maestri, finch non venne a presentarsene uno come lo desideravo io. Era un
baccelliere di Alcala. Eccellente maestro per un ragazzo di buona famiglia! Gli piacevano le donne, il giuoco e le taverne:
non potevo cadere in mani migliori. Con la dolcezza si conquist dapprima il mio affetto: vi riusc, e di conseguenza
guadagn la stima dei miei genitori, che mi lasciarono completamente sotto la sua guida. Non ebbero a pentirsene; ben
presto mi insegn il viver del mondo. A forza di condurmi con lui in tutti quei luoghi che gli piacevano, ne presi tanto
gusto che, escluso il latino, ne sapevo di tutto. Quando il maestro vide che non avevo pi bisogno dei suoi insegnamenti,
se ne and ad offrirli ad altri.
Se nella mia fanciullezza, restando in casa, avevo goduto di molta libert, ben altra cosa accadde quando
divenni padrone delle mie azioni. Fu in famiglia che feci le prime prove della mia impertinenza. Me la ridevo
continuamente di mio padre e di mia madre. Loro non facevano che ridere dei miei frizzi, e pi questi erano piccanti, pi
li trovavano divertenti. Intanto mi davo alle orge di ogni genere con giovani del mio temperamento, e poich non
ricevevamo dai nostri genitori denaro sufficiente per condurre una vita cos deliziosa, ciascuno rubava in casa propria ci
che poteva, ma, non essendo tutto ci sufficiente, cominciammo ad andar di notte a rubare, cosa che non costituiva certo
un piccolo supplemento. Disgraziatamente il giudice venne a sapere delle nostre gesta. Prese la decisione di farci
arrestare; ma noi fummo avvertiti in tempo del suo cattivo piano. Prendemmo la fuga e divenimmo ladri di strada. Da quel
tempo, signori, Dio mi ha fatto la grazia di invecchiare nel mio mestiere, nonostante i pericoli che esso comporta.
A questo punto il capitano cess di parlare e, come si conveniva, il luogotenente prese la parola dopo di lui:
Signori, diss'egli, un'educazione del tutto opposta a quella avuta dal signor Orlando ha ottenuto lo stesso effetto. Mio
padre era un macellaio di Toledo; veniva reputato, non senza ragione, come l'uomo pi brutale della comunit, e mia
madre non era da meno. Quando ero piccolo, facevano a gara per battermi, tanto che in capo al giorno mi buscavo un
migliaio di sferzate. Il minimo sbaglio che commettevo era seguito dai pi rudi castighi. Avevo un bel domandare
perdono con le lacrime agli occhi, e dire di pentirmi di ci che avevo fatto, non mi veniva perdonato nulla. Quando mio
padre mi picchiava, mia madre, invece di intercedere per me, rincarava la dose come se non fosse sufficiente. Questo
trattamento mi ispir tanta avversione per la casa paterna, che non avevo ancora quattordici anni quando me ne fuggii di
casa. Presi la strada d'Aragona e mendicando arrivai a Saragozza. L mi intrufolai in una banda di accattoni che vivevano
abbastanza allegramente. Mi insegnarono a imitare i ciechi e gli storpi, a coprire le gambe di ulcere posticce e cos via
discorrendo. La mattina, a guisa di attori che si preparano per la recita, ci disponevamo a eseguire la nostra parte.
Ciascuno si recava al posto assegnato e, la sera ci trovavamo insieme, per goderci, nella notte, ci che la piet dei passanti
ci aveva elargito di giorno. Tuttavia mi annoiai presto di star insieme con quei miserabili e, volendo viver pi
onestamente, pensai di mettermi insieme a dei cavalieri d'industria. Questi mi insegnarono a fare dei tiri birboni, ma ben
presto per dovemmo andar via da Saragozza, perch litigammo con uno della questura, che fin allora ci aveva protetti.
Ciascuno di noi prese la sua decisione. Per parte mia, sentendomi portato a grandi imprese, entrai in una banda di uomini
coraggiosi che sulla strada taglieggiavano i viaggiatori; mi son tanto appassionato a questa vita, che da allora non ho mai
pi voluto cambiarla. Perci, signori, sono molto grato ai miei genitori per i maltrattamenti che mi hanno inflitto, poich,
se mi avessero trattato con pi dolcezza, sarei oggi senza dubbio soltanto un povero macellaio, mentre ho l'onore di esser
il vostro luogotenente.
Signori, disse allora un giovane ladro, che era seduto fra il capitano e il luogotenente, non faccio per
vantarmi, ma la mia storia pi curiosa e strana di quelle che avete udito e sono certo che vorrete convenirne. Io debbo la
vita ad una contadina dei dintorni di Siviglia, alla quale, essendo giovane, molto pulita e buona nutrice, tre settimane dopo
la mia nascita, fu proposto di prendere a balia un bambino. Era questi figlio unico di una famiglia nobile di Siviglia. Mia
madre accett volentieri la proposta e and a prenderlo. Cos le venne affidato il bambino, e non appena se lo fu portato al
villaggio, notando una certa rassomiglianza fra me e lui, pens di farmi passare per il bambino nobile, credendo cos che
un giorno le sarei stato riconoscente. Mio padre, che non era pi scrupoloso degli altri contadini, approv l'inganno e cos,
scambiate le fasce, il figlio di Don Rodrigo di Herrera venne mandato, col mio nome, da un'altra balia, e io rimasi presso
mia madre.
Nonostante quel che si dice dell'istinto e della voce del sangue, i genitori del piccolo nobiluomo non si
accorsero di nulla. Non ebbero il minimo sospetto del brutto tiro che era stato loro giocato, e fino all'et di sette anni non
fecero altro che coccolarmi. Poi, avendo intenzione di fare di me un perfetto cavaliere, mi presero dei maestri d'ogni
genere; ma anche al pi abile insegnante capita talvolta di avere degli scolari che gli fan poco onore: io avevo ben poca
disposizione per gli esercizi insegnati e tanto meno per lo studio. Preferivo assai di pi giocare coi servitori, che andavo a
cercare ad ogni istante in cucina o nella stalla. Il gioco tuttavia non costitu a lungo la mia passione predominante; ancor
prima dei diciassette anni mi ubriacavo tutti i giorni e cercavo di sedurre tutte le donne di casa. Corsi dietro soprattutto ad
una sguattera che mi parve meritare le mie prime galanterie. Era assai grassottella, e il suo brio e la sua formosit mi
piacevano molto. Feci all'amore con lei con cos poca circospezione, che lo stesso don Rodrigo se ne accorse. Mi
rimprover aspramente rinfacciandomi la volgarit dei miei sentimenti e, temendo che la presenza della donna amata
rendesse inutili le sue prediche, licenzi in tronco la mia principessa.
Questo licenziamento mi dispiacque e decisi di vendicarmi. Rubai gioielli di gran valore alla moglie di don
Rodrigo, ma questo furto non mi soddisfece abbastanza; allora, recatomi dalla mia bella Elena, che era andata a stare con
una lavandaia sua amica, la portai via in pieno giorno, in modo che tutti vedessero. Non contento di questo, la condussi al
suo paese, dove la sposai con gran solennit, pi per far dispetto agli Herrera, che per dare il buon esempio ai giovani di
buona famiglia. Tre mesi dopo il matrimonio seppi che don Rodrigo era morto. Non rimasi insensibile a questa notizia; mi
precipitai a Siviglia per raccogliere l'eredit; ma qui le cose erano radicalmente cambiate. Mia madre, morendo, aveva
avuto l'indiscrezione di confessare tutto davanti al curato del villaggio e ad altri validi testimoni. Il figlio di don Rodrigo
era gi stato messo al mio, anzi al suo posto e accolto dalla famiglia con una gioia tanto pi grande quanto pi odioso era
stato il mio comportamento, di modo che, non avendo ormai nulla da sperare da quella parte e non sentendo pi nessuna
attrazione verso la mia grassa moglie, mi unii ad alcuni avventurieri coi quali cominciai le mie scorrerie.
Finita che fu la storia di questo giovane ladro, un altro disse che era figlio di un mercante di Burgos; che da
giovane, spinto da una forte passione religiosa, si era fatto frate entrando in un ordine molto severo, e dopo qualche anno
aveva gettato la tonaca alle ortiche. Infine gli altri otto ladri narrarono uno dopo l'altro la loro storia e quando li ebbi tutti
ascoltati non fui pi sorpreso di vederli insieme. Quindi passarono ad altri argomenti. Prospettarono diversi piani per la
prossima spedizione, e, dopo aver preso una decisione, si alzarono per andare a dormire. Accesero delle candele e si
ritirarono nelle loro camere. Io seguii il capitano nella sua e mentre l'aiutavo a spogliarsi, con tono allegro egli mi disse:
Suvvia, Gil Blas, hai visto che vita facciamo. Siamo sempre in allegria; non vi odio n invidia fra noi; non abbiamo,
insieme, la minima seccatura e siamo pi uniti dei frati. Qui, ragazzo mio, condurrai una vita molto piacevole, perch non
ti credo tanto sciocco da farti scrupolo di stare insieme a dei ladri. E d'altronde, forse diversa l'altra gente? No, amico
mio, ognuno desidera appropriarsi della roba altrui; un istinto comune a tutti, soltanto il modo di appagarlo diverso. I
conquistatori, per esempio, si impadroniscono degli stati vicini. I nobili prendono a prestito e non si sognano di restituire.
I banchieri, i tesorieri, gli agenti di cambio, gli impiegati e tutti i negozianti, grandi e piccoli, non hanno molti scrupoli.
Non parliamo poi dei magistrati; tutti sanno quel che son capaci di fare. Bisogna tuttavia confessare che sono pi umani di
noi, perch noi spesso togliamo la vita agli innocenti, mentre loro talvolta la salvano perfino ai colpevoli.

VI TENTATIVO DI GIL BLAS DI METTERSI IN SALVO, E QUALE NE FU IL SUCCESSO

Fatta cos l'apologia della sua professione, il capitano dei ladri si mise a letto, e io tornai nel salone per
sparecchiare e rimettere in ordine. Andai poi in cucina, dove Domingo (tale era il nome del vecchio negro) e la signora
Leonarda mangiavano mentre mi aspettavano. Bench non avessi appetito, tuttavia mi sedetti vicino a loro. Non potevo
mangiare, e, siccome me ne stavo triste e malinconico, quella degna coppia cerc di consolarmi; ma lo fece in modo tale
che, invece di lenire il mio dolore, mi spinse quasi alla disperazione. Perch ti affliggi cos, figlio mio? mi disse la
vecchia. Dovresti piuttosto rallegrarti di essere qui. Sei giovane e sembri facilmente influenzabile; ti saresti presto
perduto nel mondo. Avresti certamente incontrato dei libertini che ti avrebbero spinto a ogni genere di dissolutezze,
mentre qui da noi la tua innocenza al sicuro. La signora Leonarda ha ragione, disse a sua volta con aria grave il
vecchio negro, e si pu aggiungere che il mondo un mare di guai. Ringrazia il cielo di esser stato liberato tutto d'un
tratto dai pericoli, dai fastidi e dai dolori della vita.
Sopportai con calma questi discorsi, perch non mi avrebbe servito a nulla mostrarmi seccato. Anzi, non dubito
che, se mi fossi mostrato in collera, avrei dato loro occasione di ridere alle mie spalle. Infine Domingo, dopo aver ben
mangiato e ben bevuto, si ritir nella scuderia. Leonarda, accesa una lampada, mi condusse in una grande grotta che
serviva da cimitero per quei ladri che morivano di morte naturale, e in essa vidi un giaciglio, che pi che un letto sembrava
una tomba. Ecco la tua camera, mio piccolo pollastrello mi disse la vecchia facendomi una carezza sotto al mento, il
ragazzo il cui posto hai la fortuna di occupare vi ha dormito finch vissuto tra noi e qui riposa ancora dopo la sua morte.
Lui ha voluto morire nel fiore degli anni; non essere cos sciocco da imitarlo. Ci detto, mi dette la lampada e ritorn in
cucina. Io posai a terra la lampada e mi buttai sul giaciglio, pi per riflettere che per riposare. Oh cielo! pensavo, ci pu
essere un destino peggiore del mio? Vogliono che rinunci alla vista del sole; e, come se non fosse abbastanza essere
sepolto vivo a diciotto anni, sono costretto anche a servire dei ladri e passare il giorno con dei briganti e la notte con dei
morti! Questi pensieri che mi sembravano mortificanti, e lo erano in realt, mi facevano piangere amaramente. Maledissi
cento volte il proposito di mio zio di mandarmi a Salamanca; mi pentii di aver avuto paura delle guardie di Cacabelos;
avrei preferito la tortura. Ma poi, considerando che mi struggevo in inutili pianti, cominciai a riflettere in qual modo avrei
potuto scappare. Possibile che io non possa uscire di qui? dicevo fra me, i ladri dormono, fra poco la cuoca e il negro
faranno lo stesso: mentre tutti dormiranno, non potrei, con questa lampada, trovare la strada per la quale sono disceso in
questo inferno? vero che forse non sono forte abbastanza per sollevare la botola che chiude l'entrata. Ma tentiamo: non
voglio aver nulla da rimproverarmi. La disperazione me ne dar le forze, e forse ce la far.
Maturai dunque questo ardito progetto. Mi alzai appena credetti che Leonarda e Domingo riposassero. Presi la
lampada ed uscii dalla grotta raccomandandomi a tutti i santi del paradiso. Non senza fatica mi districai nei giri di quel
nuovo labirinto. Tuttavia arrivai alla porta della scuderia, e finalmente vidi il passaggio che cercavo. Cammino, avanzo
verso la botola con una gioia mista a paura; ma ohim! a mezza strada trovai una maledetta cancellata ben chiusa, le cui
sbarre erano cos vicine l'una all'altra, che appena appena poteva passarci una mano. Rimasi di stucco alla vista di questo
nuovo ostacolo, di cui non mi ero accorto entrando, perch l'inferriata era allora aperta. Tuttavia non mancai di tastare le
sbarre. Esaminai la serratura, cercavo gi di forzarla, quando improvvisamente mi sentii arrivare sulle spalle cinque o sei
forti colpi di nervo di bue. Mandai un urlo cos lacerante, che ne rimbomb il sotterraneo e, voltandomi, vidi il vecchio
negro in camicia, che in una mano teneva una lanterna cieca e nell'altra lo strumento del mio supplizio. Ah! Ah!
bricconcello! volevi scappare! Oh, non pensare di potermela fare; ti ho sentito benissimo, hai creduto di trovare il cancello
aperto, non vero? Sappi, amico mio, che d'ora in poi lo troverai sempre chiuso. Quando teniamo qui qualcuno suo
malgrado, deve essere pi furbo di te per poterci scappare.
Intanto, col mio urlo, due o tre ladri si svegliarono di soprassalto; e non sapendo se era la Santa Hermandad che
piombava su di loro, si alzarono chiamando a gran voce i loro compagni. In un attimo tutti sono in piedi. Prendono le loro
spade e le loro carabine, e avanzano quasi nudi fino al luogo dove mi trovavo insieme a Domingo. Ma non appena seppero
la causa del rumore che avevano sentito, la loro inquietudine si tramut in scoppi di risa. Ma come, Gil Blas, mi disse il
ladro apostata, non sono sei ore che sei qui con noi e gi te ne vuoi andare? Devi avere una grande avversione per la vita
appartata. Che cosa faresti se fossi certosino? Va' a dormire. Per questa volta te la cavi con le botte che ti ha dato
Domingo; ma se ti capita mai di fare ancora un tentativo di fuga, per San Bartolomeo!, ti scorticheremo vivo. Dopo
queste parole, si ritir. Anche gli altri ladri se ne tornarono nelle loro camere, ridendo di tutto cuore per il tentativo da me
fatto di piantarli in asso. Il vecchio negro, molto soddisfatto del suo intervento, rientr nella scuderia ed io tornai nel mio
cimitero, dove passai la notte a piangere e a sospirare.

VII CI CHE FECE GIL BLAS NON POTENDO FAR DI MEGLIO

I primi giorni credetti di morire dal dolore; la vita mi era divenuta una vera agonia. Ma, alla fine, il mio buon
genio mi dette l'ispirazione di dissimulare. Cercai di mostrarmi meno afflitto; pur non avendone nessuna voglia, cominciai
a ridere e a cantare: in poche parole, mi dominai cos bene, che Leonarda e Domingo ne furono ingannati. Credettero che
l'uccello si fosse assuefatto alla gabbia. Lo stesso pensarono i ladri. Assumevo un'aria spigliata quando versavo loro da
bere, e mi mescolavo ai loro discorsi se mi si presentava l'occasione di qualche battuta di spirito. Anzich mostrarsi
seccati, essi si divertivano per le libert che mi prendevo. Gil Blas, mi disse il capitano, una sera che ero in vena di
scherzare hai fatto molto bene, amico mio, a cacciar via i tristi pensieri; ammiro il tuo buon umore e il tuo spirito.
proprio vero che le persone non si conoscono di primo acchito; non ti avrei mai creduto tanto arguto e gioviale.
Anche gli altri ladri mi fecero mille lodi, esortandomi a mantenere quei generosi sentimenti che io testimoniavo
loro; infine, mi sembrarono cos contenti di me che, approfittando di una cos buona disposizione, dissi loro: Signori,
permettete che vi apra il mio cuore. Dacch sono qui mi sento un tutt'altro uomo. Voi mi avete spogliato dei pregiudizi
dell'educazione che ho avuto; senza accorgermene, ho acquistato il vostro modo di pensare. La vostra professione mi va a
genio: muoio dalla voglia di aver l'onore di diventare compagno vostro, e di dividere con voi i pericoli delle vostre
scorrerie. La compagnia intera applaud le mie parole. Venne lodata la mia buona volont; poi fu deciso all'unanimit
che mi avrebbero tenuto ancora per qualche tempo come servitore, per accertarsi della mia vocazione; che, in seguito, mi
avrebbero fatto fare delle scorrerie di prova; dopo di che mi avrebbero concesso di prendere l'onorevole posto che avevo
richiesto, e che non si poteva, in coscienza, rifiutare a un giovane di cos buona volont come me.
Dovetti perci continuare a dominarmi e a svolgere le mie mansioni di coppiere. Questo mi rattristava molto,
perch io desideravo diventar ladro esclusivamente per avere la possibilit di uscire come gli altri; speravo che, facendo
delle scorrerie insieme con loro, un giorno o l'altro avrei avuto la possibilit di prendere la fuga. Questa unica speranza mi
aiutava a vivere. L'attesa mi pareva tuttavia molto lunga e pi di una volta cercai di eludere la vigilanza di Domingo: ma
non c'era nulla da fare, lui stava troppo attento: avrei sfidato cento Orfei a incantare questo Cerbero. anche vero che, per
paura di rendermi sospetto, non facevo tutto il possibile per ingannarlo. Lui mi osservava, ed io ero costretto ad agire con
molta circospezione per non tradirmi. Mi rimettevo dunque al tempo che i ladri avevano stabilito per accogliermi nella
loro banda, e attendevo tale momento con tanta impazienza, come se avessi dovuto entrare a far parte del corpo degli
esattori del re.
Questo momento, grazie al cielo, dopo sei mesi arriv. Una sera il signor Orlando disse ai suoi cavalieri:
Signori, dobbiamo mantenere la parola che abbiamo dato a Gil Blas. Il concetto che mi sono formato di quel ragazzo
tutt'altro che cattivo; penso che egli possa seguire con successo il nostro esempio: credo che ne faremo qualcuno. Io sarei
d'avviso di condurlo domani con noi a cogliere gli allori sulle strade maestre; tocca a noi di lanciarlo sul sentiero della
gloria.
I ladri furono tutti d'accordo col loro capitano; e per dimostrarmi che mi consideravano gi come uno dei loro
compagni, da quel momento mi dispensarono dal servirli. Ristabilirono la signora Leonarda in quell'impiego che le era
stato tolto per darlo a me. Mi fecero togliere il mio abito, che consisteva in una corta tunichetta tutta sdrucita, mi ornarono
con le spoglie di un gentiluomo appena derubato. Dopo di ci, mi preparai a fare la mia prima scorreria.

VIII GIL BLAS ACCOMPAGNA I LADRI. SUA PRODEZZA SULLE STRADE MAESTRE

Accadde all'alba di un giorno di settembre che io uscii dal sotterraneo insieme coi ladri. Al pari di loro ero armato
di una carabina, due pistole, una spada e una baionetta, e cavalcavo un cavallo abbastanza buono rubato a quello stesso
gentiluomo, di cui portavo l'abito. Era tanto tempo che vivevo nelle tenebre, che, al momento, fui abbagliato dal giorno
nascente; ma a poco a poco i miei occhi si abituarono a quella luce.
Passammo vicino a Pontferrada e preparammo un'imboscata in una piccola foresta che era ai margini della strada
maestra di Leon, da dove, senza venire scorti, potevamo vedere tutti coloro che passavano. Aspettavamo che la fortuna ci
offrisse l'occasione di qualche buon colpo, quando vedemmo un frate dell'ordine di San Domenico, che, contrariamente
all'abitudine di quei buoni padri, montava una pessima mula. Sia lodato Iddio, esclam ridendo il capitano, ecco
l'occasione per il capolavoro di prova di Gil Blas. Il suo compito che vada a svaligiare quel frate: vediamo come se la
caver. Tutti gli altri ladri convennero sull'opportunit di questo incarico e mi esortarono a portarlo a buon fine.
Signori dissi loro, sarete soddisfatti; vado subito a spogliar nudo quel domenicano e vi porter qui la sua mula. No,
no, disse Orlando, non ne vale la pena; portaci soltanto la borsa di Sua Reverenza; tutto quello che vogliamo da te.
Allora vado, ripresi, e far la mia prima prova sotto gli occhi dei miei maestri: spero che otterr il loro plauso. Ci
detto, uscii dal bosco e mi diressi verso quel frate, pregando il cielo di perdonarmi quello che stavo per fare, poich era
troppo poco tempo che stavo con quei birboni, per non sentire grande ripugnanza per quell'azione. Veramente avrei voluto
approfittare di quel momento per scappare, ma la maggior parte dei ladri avevano cavalli ancora migliori del mio: se mi
avessero visto fuggire, si sarebbero messi alle mie calcagna e mi avrebbero subito ripreso, o forse mi avrebbero scaricato
addosso le loro carabine. Pertanto non osai correre quel rischio. Raggiunsi il padre, e gli domandai la borsa, puntandogli
contro la pistola. Il frate si ferm subito, mi guard fissamente e, senza sembrare d'essere impaurito, mi disse: Figlio mio,
sei molto giovane e hai cominciato presto un brutto mestiere. Padre mio, gli risposi, per quanto brutto, vorrei averlo
cominciato pi presto! Ah! figlio mio replic il buon frate che, naturalmente, non poteva capire il vero senso delle mie
parole. Che dici mai? Che cecit! Lascia che ti mostri l'infelicit... Padre mio, lo interruppi precipitosamente, bando
alla morale, per piacere: non son venuto sulle strade maestre per ascoltare delle prediche: no, non si tratta di questo; mi
dovete dare dei quattrini. Voglio del danaro. Danaro? mi disse lui, con aria stupefatta. Hai una cattiva opinione della
carit degli spagnoli, se pensi che le persone come me abbiano bisogno di danaro per viaggiare in Ispagna. Disilluditi.
Siamo ricevuti bene dappertutto: ci danno da mangiare e da dormire, non chiedendoci altro che le nostre preghiere. Perci
noi non portiamo danari quando viaggiamo; ci affidiamo alla Provvidenza. Eh no, replicai io, non vi ci affidate
affatto; avete sempre delle buone monete per essere pi sicuri della Provvidenza. Ma tempo di finirla: i miei compagni
che sono nel bosco finiranno per perder la pazienza; buttate subito per terra la vostra borsa, altrimenti vi uccido.
A queste parole, che pronunciai con aria minacciosa, il reverendo sembr temere per la propria vita e mi disse:
Aspetta un minuto, ti accontenter, visto che non c' via di scampo. Con voialtri sono inutili le figure retoriche.
Dicendo ci, tir fuori dalla tonaca una grande borsa di pelle di camoscio, che lasci cadere a terra. Allora gli dissi che
poteva andarsene e lui non se lo fece dire due volte. Si allontan rapidamente dando colpi di tallone alla mula, che,
smentendo l'opinione che mi ero fatta di essa stimandola non migliore di quella di mio zio, si mise subito al trotto. Mentre
il reverendo si allontanava io scesi a terra. Raccolsi la borsa che mi parve pesante. Rimontai a cavallo e mi precipitai verso
il bosco, dove i ladri mi aspettavano con impazienza per congratularsi con me come se la vittoria appena riportata mi fosse
costata molta fatica. Mi dettero appena il tempo di scendere da cavallo tanto si davano da fare per abbracciarmi.
Coraggio, Gil Blas, mi disse Orlando. Hai fatto meraviglie. Ti ho osservato durante la tua azione; ho notato il tuo
comportamento; ti predico, o io non me ne intendo, che diventerai un ladro eccellente per le scorrerie sulle strade
maestre. Il luogotenente e gli altri applaudirono alla predizione del capitano, e mi assicurarono che un giorno essa si
sarebbe sicuramente avverata. Li ringraziai per l'alta stima che mi avevano dimostrato, e promisi di fare ogni sforzo per
continuare a meritarmela.
Dopo che mi ebbero lodato pi di quanto meritassi, vollero vedere il bottino da me conquistato, Vediamo,
dissero, che cosa c' nella borsa del reverendo. Deve essere ben fornita, continu uno dei ladri, perch questi buoni
padri non viaggiano certo da pellegrini. Il capitano sleg la borsa, l'apr, e ne tir fuori due o tre pugni di piccole
medaglie di rame, miste ad agnus-Dei e a qualche scapolare. Alla vista di quel bottino di nuova specie, tutti i ladri
scoppiarono dalle risa. Vivaddio! esclam il luogotenente, dobbiamo davvero essere grati a Gil Blas: col suo colpo di
prova ha portato un bel guadagno alla nostra compagnia. Questa spiritosaggine fu seguita da molte altre. Quegli
scellerati, e specialmente quello che si era macchiato di apostasia, cominciarono a divertirsi intorno a questo fatto. Si
lasciarono scappare mille facezie che non mi lecito riferire e che mostrano a qual punto fosse giunta la sregolatezza dei
loro costumi. Soltanto io non ridevo. anche vero che quei motteggiatori me ne toglievano la voglia, sghignazzando cos
a mie spese. Ognuno mi lanci la sua frecciata, e il capitano mi disse: In fede mia, Gil Blas, ti consiglio, da amico, di non
fartela pi coi frati; gente troppo intelligente e troppo furba per te.

IX GRAVE FATTO AVVENUTO DOPO QUESTA AVVENTURA

Restammo nel bosco la maggior parte della giornata, senza vedere nessun viaggiatore che ci potesse compensare
del frate. Infine uscimmo dal bosco per ritornare nel sotterraneo, limitando le nostre prodezze a quella ridicola impresa,
che era ancora soggetto dei nostri discorsi, quando vedemmo in lontananza una carrozza tirata da quattro mule. Veniva
verso di noi al gran trotto, ed era scortata da tre uomini a cavallo che mi parvero ben armati e decisi a riceverci
degnamente, qualora avessimo avuto il coraggio di passare all'attacco. Orlando fece fermare la banda per tener consiglio
sul da farsi, e il risultato fu di attaccare. Allora il capitano ci fece disporre in quell'ordine che gli pareva opportuno e
marciammo contro la carrozza. Nonostante gli applausi ricevuti nel bosco, mi sentii preso da un gran tremore e cominciai
a sudar freddo non presagendo nulla di buono. Per maggior fortuna, mi trovavo nel mezzo dello schieramento, fra il
capitano e il luogotenente, i quali mi avevano appositamente destinato a quel posto perch mi abituassi subito ad
affrontare il fuoco. Orlando, avendo osservato che ero preso da un tale terrore da non poterlo nascondere, mi guard di
traverso e mi disse bruscamente: Guarda di fare il tuo dovere, Gil Blas; se ti vedo indietreggiare ti spacco la testa con un
colpo di pistola. Ero troppo convinto che l'avrebbe fatto sul serio, per non prendere alla leggera il suo avvertimento;
perci non mi rest che raccomandar l'anima a Dio, poich avevo ugualmente da temere da entrambe le parti.
Intanto la carrozza e i cavalieri si avvicinavano. Essendosi resi conto di che razza di gente eravamo e quali erano
le nostre intenzioni, si fermarono alla distanza di un tiro di schioppo. Al pari di noi essi erano armati di carabine e di
pistole. Mentre si disponevano ad affrontarci, dalla carrozza usc un uomo di bell'aspetto e riccamente vestito. Salt su un
cavallo tenuto alla briglia da uno dei cavalieri, e si mise alla testa dei suoi. Era armato solo di una spada e due pistole.
Sebbene fossero solo quattro contro nove, perch il cocchiere era rimasto a cassetta, si lanciarono contro di noi con
un'audacia, che raddoppi il mio terrore. Tuttavia, sebbene tremassi da capo a piedi, mi tenni pronto a sparare, ma, per dire
le cose come stanno, nello scaricare la mia carabina chiusi gli occhi e voltai la testa; credo pertanto di non avere quel colpo
sulla coscienza.
Non mi dilungher a descrivere l'azione; quantunque presente, non vedevo pi nulla; e la mia paura, soffocando
l'immaginazione, mi nascondeva l'orrore di quello spettacolo spaventoso. So soltanto che dopo un gran fracasso di
schioppettate, sentii i miei compagni gridare: Vittoria! Vittoria! A questa acclamazione, il mio terrore scomparve e io
vidi sul campo di battaglia i quattro cavalieri, ormai privi di vita. Da parte nostra ci fu un morto soltanto: era l'apostata che
in quella occasione ebbe ci che si meritava per la sua apostasia e per le sue sacrileghe bestemmie. Un altro dei nostri
aveva ricevuto una pallottola alla rotula del ginocchio destro. Il luogotenente fu pure ferito, ma molto leggermente, perch
il proiettile aveva appena sfiorato la pelle.
Il signor Orlando corse subito alla portiera della carrozza. In essa si trovava una signora di ventiquattro o
venticinque anni, che a lui parve molto bella, nonostante lo stato in cui la vedeva. Aveva perso i sensi durante il
combattimento e il suo svenimento persisteva. Mentre lui si occupava ad osservarla attentamente, noialtri ci occupammo
del bottino. Cominciammo col recuperare i cavalli degli uomini uccisi, che, spaventati dal rumore dei colpi si erano
allontanati avendo perso le loro guide. In quanto alle mule, esse non si erano mosse, sebbene, durante l'azione, il cocchiere
avesse lasciato il suo posto per mettersi in salvo. Scendemmo da cavallo per staccarle, e le caricammo dei numerosi bauli
che trovammo attaccati sul davanti e sul dietro della carrozza. Fatto ci, venne presa, per ordine del capitano, la signora
che ancora non aveva ripreso i sensi, e venne messa a cavallo, sostenuta da un ladro fra i pi robusti e meglio montati; poi,
abbandonando sulla strada la carrozza e i morti, dopo averli spogliati, ce ne andammo, portando con noi la signora, le
mule e i cavalli.

X IN CHE MODO I LADRI TRATTARONO LA SIGNORA. GRANDE PROGETTO DI GIL BLAS E QUALE
NE FU L'ESITO

La notte era caduta da oltre un'ora quando arrivammo nel sotterraneo. Portammo dapprima le bestie in scuderia,
dove fummo costretti a provvedere noi stessi ad attaccarle alla greppia e a governarle, perch il vecchio negro da tre giorni
era a letto ammalato. Oltre ad aver subito un forte attacco di gotta, un reumatismo l'aveva rattrappito in tutte le membra.
Gli restava libera solamente la lingua, che per sfogare la sua impazienza, adoperava per bestemmiare orribilmente. Noi
lasciammo quel miserabile alle sue imprecazioni e andammo in cucina, dove ci prodigammo intorno alla signora che
sembrava circondata da un'ombra di morte. Non risparmiammo nulla per farla rinvenire e ci riuscimmo. Ma quando
riprese i sensi, e si trov fra le braccia di sconosciuti, si rese conto della disgrazia e n'ebbe raccapriccio. Quanto di pi
terribile possono provocare il dolore e la disperazione apparve nei suoi occhi, che ella lev al cielo, quasi a rimproverarlo
per ci che la minacciava; poi, cedendo a quelle immagini spaventose, chiude gli occhi e sviene di nuovo, tanto che i ladri
credono che la morte stia per toglier loro la preda. Allora il capitano, pensando fosse meglio lasciarla a se stessa invece di
continuare a tormentarla con nuovi soccorsi, la fece portare sul letto di Leonarda, abbandonandola al suo destino.
Noi passammo nel salone, dove uno dei ladri che era stato chirurgo, esamin le ferite del luogotenente e dell'altro
ladro, e le unse con del balsamo. Finita questa operazione, si volle vedere che cosa c'era dentro ai bauli. Alcuni erano pieni
di merletti e di biancheria, altri di abiti; ma l'ultimo che fu aperto conteneva dei sacchi pieni di pistole, cosa che rallegr
moltissimo gli interessati. Dopo questo esame, la cuoca prepar la tavola e cominci a servire. Ci intrattenemmo
dapprima sulla grande vittoria che avevamo riportato. Allora Orlando, rivolgendosi a me: Confessa, Gil Blas, mi disse,
confessa, ragazzo mio, che hai avuto una grande paura. Risposi che non potevo in buona fede negarlo; ma che ero certo
che quando avessi partecipato a due o tre battaglie, avrei combattuto come un paladino. Tutti furono dalla mia parte,
dicendo che bisognava scusarmi; che la zuffa era stata violenta e che, per un ragazzo che non era mai stato al fuoco, non
me l'ero cavata poi cos male.
In seguito il discorso cadde sulle mule e sui cavalli che avevamo appena portati nel sotterraneo. Fu deciso che
l'indomani, sul far del giorno, saremmo andati tutti a venderli a Mansilla, dove probabilmente non sarebbe ancor giunta
l'eco della nostra scorreria. Presa questa risoluzione, finimmo di cenare; poi ritornammo in cucina, e l trovammo la
signora nelle medesime condizioni, tanto che pensammo che non avrebbe passato la notte. Tuttavia, nonostante non le
restasse pi che un filo di vita, alcuni ladri non mancarono di gettar su di lei uno sguardo impudico e di mostrare un brutale
desiderio, che avrebbero soddisfatto, se non ne fossero stati impediti da Orlando, che fece loro presente che avrebbero
dovuto almeno aspettare che la donna si fosse riavuta da quello svenimento, che le aveva tolto l'uso dei sensi. Il rispetto
che essi avevano per il loro capitano ebbe il sopravvento sulla loro libidine; senza di ci nulla avrebbe potuto salvare la
donna; forse neppur la morte avrebbe potuto impedirle di perder l'onore.
Lasciammo perci l'infelice signora nello stato in cui si trovava. Orlando si accontent di raccomandare a
Leonarda di averne cura, e tutti si ritirarono nella loro camera. Quanto a me, quando fui a letto, invece di dormire, non feci
che riflettere sulla disgrazia toccata alla signora. Non dubitavo che fosse di nobile lignaggio e la sua sorte mi pareva ancor
pi infelice. Non potevo pensare, senza fremere, agli orrori che l'attendevano e mi sentivo cos vivamente toccato come se
fossi stato legato a lei da vincoli di sangue o di amicizia. Finalmente, dopo aver pianto amaramente sul suo destino, mi
misi a riflettere sulle possibilit di salvare l'onore della donna dal pericolo che la minacciava, e nello stesso tempo di
fuggire dal sotterraneo. Pensavo che il vecchio negro non si poteva muovere e che, da quando era a letto, era la cuoca ad
avere le chiavi del cancello. Questo pensiero accese la mia fantasia e mi fece fare un progetto, che, dopo averlo ben
maturato, misi immediatamente in esecuzione nella maniera che segue.
Finsi di essere preso da una colica. Cominciai a lamentarmi sommessamente, poi sempre pi forte, finch mi misi
addirittura a urlare. A queste grida i ladri si svegliano e sono subito attorno a me. Mi domandano perch urlo. Risposi che
avevo una fortissima colica e, per rendere la cosa pi plausibile, mi misi a digrignare i denti, a fare delle smorfie e dei
contorcimenti spaventosi, e ad agitarmi in modo strano. Dopo di ci, tutt'ad un tratto mi quietai, come se i dolori mi
avessero dato un po' di respiro; ma subito dopo ricominciai a fare dei salti sul mio giaciglio e a torcermi le mani. In poche
parole, feci cos bene la commedia, che i ladri, nonostante la loro furberia, ci cascarono e credettero che effettivamente
fossi preso da violente coliche. Ma recitando cos bene la mia parte fui tormentato in uno strano modo; infatti dal
momento che i miei pietosi confratelli credettero che io soffrissi, eccoli tutti che si affrettano a portarmi aiuto: uno mi
porta una bottiglia di grappa e me ne fa ingoiare met; un altro mi fa, mio malgrado, un clistere di olio di mandorle dolci;
un terzo va a scaldare un tovagliolo e me lo mette, caldissimo, sul ventre. Avevo un bel gridare misericordia; essi
pensavano che io gridassi per i dolori della colica e continuavano a farmi soffrire dei veri dolori per togliermi quello che
non avevo affatto. Alla fine, non potendo pi resistere, fui costretto a dire che i dolori erano cessati e li scongiurai di
lasciarmi in pace. Allora smisero di torturarmi coi loro rimedi, ed io mi guardai bene dal lamentarmi ulteriormente, per
paura che volessero ricominciare a soccorrermi.
Questa scena dur circa tre ore. Poi i ladri, pensando che l'alba non era lontana, si prepararono a partire per
Mansilla. Allora io feci di nuovo la commedia; per far credere che avevo gran desiderio di accompagnarli, finsi di volermi
alzare, ma ne fui impedito. No, no, Gil Blas, disse il signor Orlando, resta qui, figlio mio; potresti avere ancora un
accesso di colica. Verrai con noi un'altra volta, perch oggi non ne sei in grado. Riposati tutto il giorno, che ne hai
bisogno. Pensai bene di non dover insistere troppo, per paura che si lasciassero persuadere della mia richiesta; mi limitai
soltanto a mostrarmi molto mortificato di non poter essere della partita: feci la mia parte in modo cos naturale, che se ne
andarono via tutti dal sotterraneo, senza avere il minimo sospetto di quanto avevo progettato. Dopo la loro partenza, che
mi ero augurato avvenisse in fretta, mi misi a riflettere: Suvvia, Gil Blas, dissi fra me, arrivato il momento di esser
risoluti. Armati di coraggio per portare a buon fine quel che hai cos felicemente cominciato. La cosa mi sembra facile:
Domingo non in grado di opporsi alla tua impresa, e Leonarda non ti pu impedire di compierla. Cogli questa occasione
per scappare; forse non ne troverai mai una pi favorevole. Queste riflessioni mi riempirono di fiducia; mi alzai, presi la
spada e le mie pistole e andai dapprima in cucina; ma prima di entrare, sentendo che Leonarda stava parlando, mi fermai
per ascoltare. La vecchia cercava di confortare la signora sconosciuta, che aveva ripreso i sensi e che, pensando alla sua
disgrazia, piangeva disperatamente. Piangete pure, signora, diceva Leonarda, scioglietevi in lagrime, figlia mia, date
sfogo al vostro dolore; vi far bene. La vostra profonda emozione era pericolosa, ma adesso che avete pianto, non c' pi
pericolo. Il vostro dolore si calmer a poco a poco e vi abituerete a vivere qui con questi signori, che sono brava gente.
Sarete trattata meglio di una principessa; loro avranno mille attenzioni per voi e vi daranno continuamente prove d'affetto.
Molte donne desidererebbero essere al vostro posto.
Non detti tempo a Leonarda di continuare. Entrai, e puntandole una pistola alla gola, le imposi con aria
minacciosa di darmi la chiave del cancello. Il mio gesto la spavent; e quantunque gi molto avanti negli anni, provava
ancora troppo attaccamento alla vita per opporsi al mio ordine. Appena fui in possesso della chiave, mi rivolsi alla
desolata signora, dicendole: Signora, il cielo vi ha mandato un liberatore; alzatevi e seguitemi; vi condurr dove voi
vorrete. La signora non fu sorda alle mie parole, e la impressionarono cos fortemente, che, raccolte tutte le sue forze, si
alz, venne a gettarsi ai miei piedi scongiurandomi di salvarle l'onore. Io l'aiutai a rialzarsi e la assicurai che poteva fidarsi
di me. Allora presi una fune che trovai nella cucina, e, aiutato dalla signora, legai bene stretta Leonarda ai piedi di una
pesante tavola, minacciandola di morte al minimo grido. La buona Leonarda, persuasa che non avrei mancato se avesse
osato contraddirmi, mi lasci fare tutto quel che volevo. Accesi una candela e con la sconosciuta andai nella stanza dove i
ladri avevano riposto l'oro e l'argento. Mi riempii le tasche di doppie e di doppioni e invitai la signora a fare lo stesso; ci
che lei fece senza scrupolo alcuno, avendole io fatto presente che non faceva che riprendere ci che era suo. Fatta cos una
buona provvista di danari, ci avviammo verso la scuderia, dove per entrai solo, armato di due pistole pronte a sparare. Mi
rendevo conto infatti che il vecchio negro, nonostante la sua gotta e i suoi reumatismi, non mi avrebbe lasciato
tranquillamente sellare il mio cavallo, e perci ero risoluto a farlo guarire del tutto dai suoi malanni, se avesse voluto
opporsi alla mia volont; ma per fortuna era talmente sfinito dai dolori sofferti e che ancora soffriva, che io potei tirar fuori
il cavallo dalla stalla, senza che lui neppure se ne accorgesse. La signora mi aspettava alla porta. Infilammo rapidamente il
passaggio che portava all'uscita del sotterraneo, arrivammo al cancello, lo aprimmo, e giungemmo finalmente alla botola.
Faticammo molto per sollevarla, e vi riuscimmo soltanto in virt dei nostri sforzi accresciuti dall'ansia di metterci in salvo.
Cominciava ad albeggiare quando uscimmo da quell'abisso. Pensammo d'allontanarci al pi presto. Montai a
cavallo; la signora sal in groppa dietro di me, e seguendo al galoppo il primo sentiero che trovammo, in breve tempo
uscimmo dal bosco. Arrivammo ad una piana attraversata da diverse strade; ne imboccammo una a casaccio. Io tremavo
dalla paura che fosse quella che conduceva a Marsilla e che avremmo incontrato Orlando e i compagni, cosa che ci poteva
facilmente capitare. Fortunatamente la mia paura fu vana. Arrivammo ad Astorga verso le due dopo mezzogiorno. Vidi
della gente che ci guardava con estrema attenzione come se per loro fosse uno spettacolo nuovo vedere una donna a
cavallo dietro a un uomo. Scendemmo alla prima locanda che trovammo e per prima cosa io ordinai che ci preparassero
una pernice e un coniglio arrostiti allo spiedo. Mentre si eseguiva il mio ordine e si preparava la cena, io condussi la
signora in una camera e l incominciammo a chiacchierare; cosa che non avevamo potuto fare durante il viaggio troppo
precipitoso. Lei mi espresse anzitutto la sua estrema gratitudine per quanto avevo fatto per lei, e mi disse che non poteva
credere, dopo un'azione cos generosa, che io fossi un compagno di quei briganti, dalle grinfie dei quali io l'avevo salvata.
Per confermarla nella sua buona opinione nei miei riguardi, le raccontai la mia storia. In tal modo la spinsi ad aver fiducia
in me e a raccontarmi le sue disgrazie, cosa che fece come dir nel seguente capitolo.

XI STORIA DI DONNA MENCIA DE MOSQUERA

Mi chiamo donna Mencia de Mosquera e sono nata a Valladolid. Mio padre, don Martino, dopo aver consumato
quasi tutto il suo patrimonio prestando servizio militare, fu ucciso in Portogallo, alla testa di un reggimento ai suoi ordini.
Mi lasci una sostanza cos misera che, pur essendo figlia unica, rappresentavo un partito poco desiderabile. Non
mancavano tuttavia gli adoratori, malgrado la mia mediocre fortuna. Parecchi gentiluomini spagnoli, di condizione
elevata, mi chiesero in isposa. Quello per il quale mi sentivo pi attratta era don Alvaro de Mello. Per dir la verit, era il
pi bello di tutti; ma qualit ben pi solide mi spinsero a dargli la preferenza. Aveva ingegno, discrezione, onest ed era
valoroso. Oltre a ci era l'uomo pi allegro del mondo. Organizzava le feste in modo perfetto, e nei tornei cavallereschi si
faceva ammirare per la sua forza e per la sua abilit. Per queste ragioni diedi a lui la preferenza e lo sposai.
Pochi giorni dopo il nostro matrimonio, egli incontr in un luogo solitario don Andrea de Baesa, che era stato
uno dei suoi rivali. Vennero a lite, e misero mano alle spade. Don Andrea rimase ucciso. Poich egli era nipote del giudice
di Valladolid, uomo violento e nemico mortale della famiglia de Mello, don Alvaro, pens di dover senza indugio lasciare
la citt. Ritorn immediatamente a casa e, dato ordine di sellargli un cavallo, mi raccont quanto gli era successo. Mia
cara Mencia, mi disse alla fine, necessario che ci separiamo. Tu conosci il giudice: non facciamoci illusioni, sono certo
che non mancher di perseguitarmi. Data la sua influenza, non posso sentirmi sicuro all'interno del regno. Non pot dire
altro, tanto era compreso del suo e del mio stesso dolore. Gli feci prendere dell'oro e dei gioielli e poi ci abbracciammo
singhiozzando, per un quarto d'ora, finch lo avvertirono che il cavallo era pronto. Si stacca bruscamente da me e parte
lasciandomi in uno stato indicibile: felice me, se in quel momento il grande dolore mi avesse uccisa! Quanti tormenti e
angosce mi avrebbe risparmiato la morte! Qualche ora dopo che don Alvaro era partito, il giudice fu informato della sua
fuga. Lo fece braccare da tutte le guardie di Valladolid e non lasci nulla di intentato per averlo nelle mani. Ma mio marito
riusc a sfuggire alla sua rabbia, mettendosi in salvo; per cui il giudice, non potendo vendicarsi in altro modo, fece
confiscare i beni di colui di cui avrebbe voluto versare il sangue. Tutto ci che don Alvaro possedeva fu confiscato.
Io rimasi in una situazione cos miserevole, che appena mi rest di che vivere. Cominciai a fare una vita molto
ritirata, limitandomi ad una sola domestica. Passavo le mie giornate a piangere, non per uno stato di povert che avrei
sopportato, ma per la mancanza del mio sposo adorato, di cui non avevo avuto pi nessuna notizia.
Tuttavia egli mi aveva promesso, all'atto del nostro doloroso distacco, che mi avrebbe dato notizie di s, dal
luogo dove l'avrebbe condotto la sua cattiva stella. Ma passarono sette anni senza che venissi a sapere qualche cosa di lui.
L'incertezza del suo destino mi era causa di grande tristezza. Seppi alla fine che era morto in battaglia, combattendo nel
regno del Fez, per il re del Portogallo. Questo mi fu detto da un uomo, venuto da poco dall'Africa, assicurandomi che
aveva conosciuto benissimo don Alvaro de Mello, con lui aveva combattuto nell'armata portoghese, e che lui stesso
l'aveva visto cadere in combattimento. A questo racconto aggiunse altri particolari, che mi dettero la certezza della morte
di mio marito: questa certezza aument il mio dolore e mi fece prendere la decisione di non rimaritarmi mai pi. In quel
tempo venne a Valladolid don Ambrogio Mesio Carillo, marchese della Guardia. Era uno di quei vecchi gentiluomini che,
con le loro maniere squisitamente cortesi, fanno dimenticare la loro et e sanno piacere ancora alle donne. Per puro caso
gli fu raccontata un giorno la storia di don Alvaro, e quello che gli dissero di me gli fece venir la voglia di vedermi. Per
togliersi questa curiosit, si serv di una mia parente che, d'accordo con lui, mi invit a casa sua. Naturalmente c'era anche
lui. Mi vide e gli piacqui, nonostante l'espressione triste del mio viso; ma che dico mai, nonostante? fu forse proprio la mia
aria languida e triste a commuoverlo e a convincerlo della mia fedelt. Fu forse la mia malinconia a suscitare in lui
l'amore. Pi di una volta egli mi disse che considerava eccezionale la costanza del mio affetto, e che invidiava la sorte, pur
tristissima, di mio marito. In breve, egli rimase talmente colpito nel vedermi, che non ebbe bisogno di un secondo incontro
per decidersi a chiedere la mia mano.
Attraverso la stessa parente, cerc di farmi accettare il suo proposito. Essa venne a farmi visita e mi espresse il
parere che, dato che mio marito aveva portato a termine il suo destino nel regno di Fez, come c'era stato raccontato, non
era ormai pi ragionevole continuare a tener celate le mie attrattive; che avevo pianto abbastanza a lungo un uomo col
quale ero stata insieme solo pochi momenti, e che dovevo approfittare dell'occasione che mi si presentava; che sarei stata
la donna pi felice del mondo. Mi vant inoltre la nobilt, la ricchezza e la bont d'animo del vecchio marchese; ebbe un
bel presentarmi con eloquenza tutti i vantaggi che possedeva, ma non riusc a convincermi. Non che io dubitassi della
morte di don Alvaro, n mi arrestava il timore di rivederlo quando meno me lo sarei aspettato. La poca inclinazione, anzi
direi la ripugnanza per un secondo matrimonio, dopo tutte le disgrazie del primo, costituiva l'unico ostacolo che la mia
parente doveva superare. Quindi quella non si scoraggi affatto: al contrario raddoppi il suo zelo in favore di don
Ambrogio. Esort tutta la mia famiglia nell'interesse di quel vecchio. I miei parenti cominciarono a incitarmi ad accettare
un partito tanto vantaggioso; ogni momento mi importunavano, mi tormentavano e mi ossessionavano. D'altra parte la
mia povert, che aumentava di giorno in giorno, contribu non poco a vincere la mia resistenza, che sarebbe stata
incrollabile, se non mi fossi trovata in quell'orribile necessit.
Non potei dunque difendermi; cedetti alle sollecitazioni dei miei parenti e sposai il marchese della Guardia, che,
l'indomani delle nozze, mi condusse in un bellissimo castello di sua propriet nei pressi di Burgos, fra Grajal e Rodillas. Il
suo amore per me non tard a divampare: notavo in tutte le sue azioni la voglia di piacermi: si studiava di prevenire ogni
mio minimo desiderio. Sono certa che nessuno sposo ha avuto mai tanti riguardi per sua moglie e che nessun uomo
innamorato ha mai mostrato tanto compiacimento per la sua amante. Io ero presa d'ammirazione per il suo carattere cos
adorabile, e in certo qual modo mi consolavo della perdita di don Alvaro, perch in fondo facevo la felicit di un
gentiluomo qual era il marchese. L'avrei amato appassionatamente, nonostante la differenza di et, se fossi stata capace di
amare qualcuno dopo don Alvaro. Ma i cuori perseveranti non sanno amare due volte. Il ricordo del mio primo sposo
rendeva inutili tutte le attenzioni che il secondo aveva per me. Perci soltanto con puri sentimenti di riconoscenza io
potevo corrispondere alla sua tenerezza.
Questo era il mio stato d'animo, quando un giorno affacciandomi alla finestra per prendere un po' d'aria, scorsi
nel giardino un tale che sembrava un contadino e che mi fissava attentamente. Pensai che fosse un giardiniere. Non mi
curai molto di lui; ma il giorno dopo, affacciatami nuovamente alla finestra, lo rividi sempre l e mi parve ancora che
avesse grande interesse per me. Questo mi colp. Mi misi anch'io a guardarlo con attenzione; e dopo averlo osservato un
po', mi sembr di riconoscere le sembianze dello sfortunato don Alvaro. Questa rassomiglianza suscit in me un'emozione
profonda: gettai un forte grido. Fortunatamente allora ero sola con Ines, la mia cameriera con la quale mi confidavo
maggiormente. Le dissi del sospetto che mi agitava. Lei si mise a ridere e pens che io fossi stata ingannata da una leggera
rassomiglianza. Rassicuratevi, signora, mi disse, e non pensate di aver visto il vostro primo marito. Vi par verosimile
che lui sia qui nelle vesti di un contadino? E poi, credibile che sia ancora vivo? Ma, per mettervi l'anima in pace,
aggiunse, andr in giardino e parler con lui; sapr chi e torner subito a dirvelo. E cos Ines scese in giardino, e poco
tempo dopo la vidi ritornare molto turbata. Signora, mi disse, il vostro sospetto vero, purtroppo; lei ha realmente visto
don Alvaro, che si rivelato dapprima, e vi domanda un appuntamento segreto.
Siccome il marchese era a Burgos, mi era possibile ricevere subito don Alvaro e quindi incaricai la cameriera di
condurlo nel mio studio facendolo passare per una scala di servizio. Potrete ben immaginare che ero in uno stato di
agitazione terribile. Non potei sostenere la vista di un uomo che aveva il diritto di subissarmi di rimproveri: caddi in
deliquio non appena mi si present. Fui prontamente soccorsa da lui stesso e da Ines e quando ripresi i sensi, don Alvaro
mi disse: Signora, fatevi animo, vi supplico; che la mia presenza non sia per voi un supplizio; non mia intenzione
arrecarvi il minimo dolore. Io non vengo da sposo infuriato a domandarvi ragione della giurata fede, e a considerare un
crimine il vostro secondo matrimonio. So benissimo che stato opera dei vostri congiunti; conosco tutte quante le
pressioni che avete subito riguardo a ci. D'altra parte a Valladolid si sparsa la voce della mia morte; e voi avete avuto
tanto pi ragione di crederlo, in quanto non avete ricevuto nessuna mia lettera, che vi facesse supporre il contrario. E poi
sono al corrente del genere di vita che avete condotto dal momento della nostra crudele separazione, e so che la necessit,
pi che l'amore, vi ha gettata fra le braccia del marchese. Ah! signore, lo interruppi io singhiozzando, perch volete
scusare la vostra sposa? Voi siete vivo e perci io sono colpevole. Ohim! perch non sono rimasta nella misera
condizione in cui mi trovavo prima di sposare don Ambrogio! Triste imeneo! Nella mia miseria avrei almeno la
consolazione di rivedervi senza dover arrossire.
Mia cara Mencia, continu don Alvaro con un tono che esprimeva quanto fosse commosso dalle mie lacrime,
io non mi lamento di voi; e ben lungi dal rimproverarvi la situazione brillante in cui vi ritrovo, giuro che ne ringrazio il
Cielo. Dal giorno della mia partenza da Valladolid, sono stato sempre perseguitato dalla sfortuna: la mia vita stata un
seguito di disgrazie; e, per colmo di sventura, non mi stato possibile farvi avere mie notizie. Troppo sicuro del vostro
amore, avevo sempre dinanzi agli occhi la situazione in cui vi aveva portata la mia fatale passione; mi raffiguravo donna
Mencia in lacrime: voi eravate il mio maggior tormento. Qualche volta, lo confesso, ho considerato un delitto da parte mia
la fortuna di esservi piaciuto. Sono arrivato a desiderare che voi aveste avuto propensione per uno dei miei rivali, poich la
preferenza che avevate data a me vi costava cos cara. Tuttavia, dopo sette anni di sofferenze, pi che mai innamorato, ho
voluto rivedervi. Non ho potuto resistere a questo desiderio, e, dal momento che ero ormai libero da una lunga schiavit,
sotto mentite spoglie, col pericolo di essere scoperto, sono arrivato a Valladolid. Col sono stato informato di tutto. Sono
poi venuto a questo castello e ho trovato il modo di farmi assumere come aiuto dal giardiniere. Ecco ci che ho fatto per
riuscire a parlarvi segretamente. Ma non pensate che sia mia intenzione turbare la vostra felicit con la mia permanenza
qui. Vi amo pi di me stesso; rispetto la vostra quiete, e dopo questo incontro, andr a finire lontano i miei tristi giorni che
vi sacrifico.
No, don Alvaro, no, esclamai dopo quelle parole, non per nulla la Provvidenza vi ha condotto qui, ed io non
permetter che mi lasciate per la seconda volta; voglio partire con voi; soltanto la morte potr ormai separarci.
Credetemi, donna Mencia, replic lui, restate con don Ambrogio; non venite a condividere le mie sventure; lasciate che
io ne sostenga tutto il peso. Questo ed altro mi disse, ma pi egli sembrava deciso a immolarsi per la mia felicit, tanto
meno mi sentivo disposta a permetterlo. Quando si accorse che la mia decisione di seguirlo era irrevocabile, cambi
subito tono, e con un'aria divenuta assai meno triste mi disse: Signora, mai possibile che siate veramente animata da
quel sentimento che mi avete espresso? Ah! Poich mi amate ancora tanto da preferire la mia miseria alla prosperit di cui
godete, andiamo dunque ad abitare a Betancos, nel regno di Galizia. Ho col un asilo sicuro. Se la mia sventura ha potuto
farmi perdere tutte le mie sostanze, non ha potuto farmi perdere tutti i miei amici; me ne restano ancora di fedeli, che mi
hanno offerto la possibilit di condurvi con me. Col loro aiuto finanziario ho fatto costruire a Zamora una carrozza; ho
comprato delle mule e dei cavalli e ho ottenuto una scorta di tre galiziani assai valorosi. Sono armati di carabine e pistole
e aspettano i miei ordini nel villaggio di Rodillas. Approfittiamo, aggiunse, dell'assenza di don Ambrogio. Far venire la
carrozza fino alla porta del castello e poi partiremo immediatamente. Io mi dichiarai d'accordo. Don Alvaro si precipit a
Rodillas e torn prestissimo, coi suoi tre cavalieri, per portarmi via fra lo spavento delle mie cameriere che non sapevano
che pensare di questo rapimento. Soltanto Ines era al corrente della cosa: ma non volle unire la sua sorte alla mia, perch
era innamorata di un cameriere di don Ambrogio: questo prova che l'attaccamento ai padroni dei pi fedeli servitori non
regge alla prova dell'amore.
Montai dunque in carrozza insieme con don Alvaro, portando meco soltanto i miei abiti e qualche pietra
preziosa, che era di mia propriet ancor prima che mi sposassi per la seconda volta; non volevo infatti prendere nulla di
quanto mi aveva regalato il marchese sposandomi. Imboccammo la strada che conduce al regno di Galizia, senza sapere se
avremmo avuto la fortuna di arrivarci. Temevamo infatti che don Ambrogio, appena tornato al castello, ci inseguisse con
molti dei suoi e ci raggiungesse. Viaggiammo invece per due giorni senza veder arrivare nessuno. Speravamo che anche il
terzo sarebbe passato allo stesso modo e gi cominciavamo a chiacchierare tranquillamente. Don Alvaro mi raccont la
brutta avventura che aveva dato origine alla voce della sua morte, e in qual modo, dopo cinque anni di schiavit, aveva
riconquistato la libert, quando incontrammo ieri, sulla via di Leon, la banda di ladri coi quali vi trovavate anche voi. lui
che hanno ucciso con tutta la sua scorta, ed la sua morte che anche ora mi addolora cos amaramente.

XII IN CHE MODO SPIACEVOLE FU INTERROTTA LA CONVERSAZIONE DI GIL BLAS CON LA


SIGNORA

Terminato il suo racconto, donna Mencia proruppe in lacrime. Ben lungi dal pretendere di consolarla con gli
argomenti di Seneca, lasciai che desse libero sfogo al suo pianto; anzi, piansi anch'io con lei, tanto naturale il prender
parte ai dolori altrui e specialmente a quelli di una bella donna desolata! Stavo per domandarle che cosa pensava di fare
nel frangente in cui si trovava, e forse ella stessa stava per chiedermene consiglio, se la nostra conversazione non fosse
stata interrotta: sentimmo un gran fracasso nell'interno della locanda, che, nostro malgrado, attir la nostra attenzione.
Tale rumore era causato dall'arrivo del giudice accompagnato da due guardie e da diversi arcieri. Entrarono nella camera
dov'eravamo noi. Era con loro un giovane gentiluomo che, avvicinatosi a me per primo, guard attentamente l'abito che
avevo indosso. Non ebbe bisogno di esaminarlo a lungo. Per San Giacomo! esclam, guardate qui il mio giubbotto! lo
riconosco, come ho riconosciuto il mio cavallo. Potete arrestare questo galantuomo sulla mia parola; non ho alcun timore
di esser obbligato a domandargli scusa: sono sicuro che uno di quei ladri che hanno un nascondiglio in questo paese.
A queste parole, che mi fecero comprendere che quel gentiluomo era lo stesso che era stato derubato e di cui, per
mia disgrazia, possedevo tutte le spoglie, rimasi sorpreso, confuso e sconcertato. Il giudice, obbligato dal suo dovere a
trarre una cattiva conseguenza dal mio imbarazzo, piuttosto che ad interpretarlo favorevolmente, giudic che l'accusa non
era infondata, e presumendo che la signora potesse essere mia complice, ci fece imprigionare tutti e due separatamente.
Quel giudice non era di quelli dallo sguardo terribile; aveva un aspetto dolce e sorridente. Se questo suo atteggiamento
corrispondesse per a una maggiore bont d'animo, Dio solo lo sa! Appena fui in prigione, lui venne a trovarmi
accompagnato dai suoi due gorilla, vale a dire da due guardie; entrarono con aria allegra; sembrava che avessero un
presentimento di star per concludere un buon affare. Non dimenticarono le loro buone abitudini: cominciarono a
perquisirmi dappertutto. Che bazza per quei signori! Forse non avevano mai fatto un miglior colpo. Ad ogni manciata di
monete d'oro che tiravano fuori, vedevo i loro occhi scintillare di gioia. Soprattutto il giudice era fuori di s. Ragazzo
mio mi disse con voce piena di dolcezza, noi facciamo il nostro dovere: ma non devi aver paura di nulla; se non sei
colpevole, nessuno ti far del male. Tuttavia mi vuotarono con bel garbo le tasche, e mi presero anche quello che i ladri
avevano rispettato, e cio i quaranta ducati di mio zio. Non ancora contenti, con le loro mani avide e infaticabili mi
frugarono dalla testa ai piedi; mi voltarono da tutte le parti, e mi spogliarono per vedere se avessi nascosto del denaro fra
la camicia e la pelle. Credo che mi avrebbero volontieri aperto il ventre, per vedere se ce ne fosse dentro. Dopo che ebbero
fatto cos scrupolosamente il loro dovere, il giudice pass all'interrogatorio. Io raccontai ingenuamente tutto quello che mi
era accaduto. Egli fece scrivere la mia deposizione, poi se ne and insieme coi suoi giannizzeri e coi miei soldoni,
lasciandomi nudo sulla paglia.
O vita umana! esclamai quando rimasi solo e in quello stato, a quante vicissitudini bizzarre e a quante
traversie sei mai soggetta! Da quando sono uscito da Oviedo, non ho avuto che disgrazie: appena uscito da un pericolo,
sono caduto in un altro. Arrivando in questa citt ero ben lungi dal pensare che avrei subito fatto la conoscenza del
giudice. Assorto in queste inutili riflessioni indossai quel maledetto giubbotto e il resto dei vestiti, causa della mia
disgrazia; poi, cercando di farmi coraggio, dissi fra me: Su, Gil Blas, sii forte; pensa che, dopo la tempesta viene forse il
sereno. Ti par logico disperarti perch sei in una prigione comune, dopo aver fatto una cos triste prova di pazienza nel
sotterraneo? Ma, ohim! aggiungevo tristemente, io m'inganno. Come potr uscire di qui? Me ne hanno tolto i mezzi,
poich un prigioniero senza danaro come un uccello a cui abbiano tarpato le ali.
Invece della pernice e del coniglio che avevo ordinato di far arrostire allo spiedo, mi portarono un pezzetto di
pane nero e una brocca d'acqua, lasciandomi mordere il freno, chiuso nella mia prigione. Vi restai per ben quindici giorni,
senza vedere nessuno all'infuori del carceriere, che veniva tutte le mattine a riportarmi il pasto. Appena lo vedevo, cercavo
di attaccar discorso con lui per cacciare un poco la noia; ma mi fu impossibile tirargli fuori una sola parola; anzi, spesso
entrava ed usciva senza degnarmi di uno sguardo. Al sedicesimo giorno venne il giudice e mi disse: Amico mio,
finalmente le tue pene sono terminate; rallegrati pure; ti porto una buona notizia. Ho fatto condurre a Burgos la signora
che era con te; l'ho interrogata prima della sua partenza, e le sue risposte ti sono favorevoli. Oggi stesso sarai scarcerato,
purch il mulattiere che ti ha condotto da Peaflor a Cacabelos confermi la tua deposizione. Egli si trova ad Astorga. L'ho
mandato a cercare e l'aspetto; se lui conferma l'avventura che mi hai raccontato, ti metter in libert.
Queste parole mi consolarono. Da quel momento credetti di essere fuori dei guai. Ringraziai il giudice per la sua
solerzia e rettitudine, e non avevo ancora finito il mio elogio, che giunse il mulattiere accompagnato da due arcieri. Lo
riconobbi subito: ma quel farabutto, che aveva certo venduto la mia valigia con tutto quel che c'era dentro, temendo di
dover restituire il denaro incassato, se confessava di riconoscermi, disse sfrontatamente che non mi aveva mai visto n
conosciuto. Ah traditore, esclamai, d piuttosto che hai venduto la roba mia e confessa la verit. Guardami bene, io
sono uno di quei giovani che minacciasti di tortura a Cacabelos, e che spaventasti molto. Freddamente il mulattiere
rispose che non sapeva di che cosa parlassi; e poich sostenne che gli ero sconosciuto fino alla fine, la mia scarcerazione
fu rimandata a miglior occasione. Ragazzo mio, mi disse il giudice, vedi bene che la testimonianza del mulattiere non
concorda con la tua; perci, nonostante il mio desiderio, non posso rimetterti in libert. Dovetti armarmi nuovamente di
pazienza, contentarmi di vivere ancora a pane e acqua e sopportare il taciturno carceriere. Quando pensavo che, pur senza
aver commesso il minimo delitto, ero costretto a rimanere fra gli artigli della giustizia, mi sentivo prendere dalla
disperazione, e rimpiangevo il sotterraneo. In fondo in fondo, dicevo tra me, laggi stavo meglio che in questa
prigione, mangiavo bene, conversavo piacevolmente coi ladri, e vivevo nella dolce speranza di scappare; ora invece,
nonostante la mia innocenza, potr forse dirmi fortunato se uscir di qui per andare ai lavori forzati.

XIII PER QUALE COMBINAZIONE GIL BLAS USC FINALMENTE DI PRIGIONE E DOVE SI DIRESSE

Mentre trascorrevo le giornate a spassarmela con tristi riflessioni, le mie avventure, come le avevo descritte nella
mia deposizione, furono conosciute in citt. Molte persone erano curiose di vedermi. Venivano uno dopo l'altro a
presentarsi ad una piccola finestra che dava luce alla prigione, e dopo avermi osservato qualche tempo, se ne andavano.
Fui sorpreso di questa novit. Dacch ero prigioniero non avevo visto nessuno venire a quella finestra, che dava su un
cortile sporco e silenzioso. Allora capii che in citt si era sparsa la voce della mia disavventura e che molti ne parlavano;
non sapevo per se da questo fatto dovessi trarre buoni o cattivi auspici.
Una delle prime persone che vidi fu il piccolo cantastorie di Mondognedo, che, al pari di me, per timore della
tortura era scappato. Lo riconobbi e anche lui mi riconobbe. Ci salutammo a vicenda; poi ci mettemmo a fare una lunga
chiacchierata. Io fui obbligato a fare un nuovo dettagliato racconto delle mie avventure, cosa che produsse un duplice
effetto sui presenti che stavano ad ascoltare: li feci ridere e mi attirai la loro compassione. Da parte sua il cantastorie mi
raccont quello che era successo nella locanda di Cacabelos, fra il mulattiere e la giovane donna, dopo che noi eravamo
scappati per la paura; in breve, mi raccont tutto ci che ho gi riferito in un capitolo precedente. Poi, prima di andarsene,
il cantastorie mi promise che si sarebbe subito dato da fare per la mia liberazione. Allora tutte le altre persone che erano
venute come lui per curiosit, mi dissero che la mia disgrazia li aveva mossi a compassione; mi assicurarono anche che si
sarebbero uniti al cantastorie, e avrebbero fatto tutto il possibile per procurarmi la libert.
Mantennero effettivamente la loro promessa. Parlarono al giudice in mio favore, il quale, non dubitando ormai
pi della mia innocenza, soprattutto dopo che il cantastorie gli ebbe raccontato ci che sapeva, venne dopo tre settimane a
trovarmi in prigione. Gil Blas, mi disse, potrei ancora trattenerti qui se fossi un giudice pi severo; ma non voglio
tirare le cose in lungo: vai, sei libero, puoi uscire quando vuoi. Per, dimmi, aggiunse se ti conducessero nel bosco dove
si trova il sotterraneo, sapresti indicarcelo? No, signore, gli risposi, mi impossibile ritrovare il luogo, perch vi sono
sempre entrato di notte e uscito ancor prima che facesse giorno. Allora il giudice se ne and, dicendomi che avrebbe dato
ordine al carceriere di aprirmi la porta. Effettivamente, poco dopo venne il carceriere accompagnato da una guardia, che
portava un fagotto di tela. Senza far motto e d'un'aria grave, mi tolsero il giubbotto e i pantaloni che erano di stoffa
finissima e quasi nuovi; poi, dopo avermi rivestito di una logora casacca, mi cacciarono fuori con uno spintone.
La vergogna di vedermi cos mal vestito attenu quella gioia che provano tutti i prigionieri quando riacquistano
la libert. Ero tentato di uscire subito dalla citt per sottrarmi alla vista della gente di cui non potevo sopportare le
occhiate. Ma un sentimento di riconoscenza vinse la mia vergogna: andai a ringraziare il piccolo cantastorie, al quale ero
tanto obbligato. Questi non pot fare a meno di ridere, quando mi vide: Come vi hanno conciato! mi disse, con questo
abbigliamento sulle prime non vi ho riconosciuto. La giustizia, a quanto pare, ve ne ha fatte passare di tutti i colori! Non
mi lamento della giustizia gli risposi, essa imparziale; vorrei soltanto che tutti i funzionari fossero onesti: avrebbero
dovuto almeno lasciarmi l'abito; mi sembra di averlo pagato abbastanza. Ne convengo, disse lui, ma vi faranno
osservare che sono formalit che loro stessi debbono osservare. Credete, ad esempio, che il vostro cavallo l'abbiano
restituito al legittimo proprietario? Neanche per sogno; esso si trova attualmente nella scuderia del cancelliere, quale
prova del furto, e io penso che al povero proprietario non sar restituita neppure la groppiera. Ma cambiamo discorso,
continu, cosa pensate di fare adesso? Voglio prendere la strada di Burgos gli risposi andr a trovare la signora che
ho liberato; lei mi dar dei soldi; comprer un abito nuovo e poi andr a Salamanca, dove spero di mettere a profitto il mio
latino. Quello che mi imbarazza che io non sono ancora arrivato a Burgos: intanto bisogna vivere; non ignorerete che
nessuno fa buon viso a chi viaggia senza danaro. Vi capisco, mi rispose, e vi offro la mia borsa: un po' leggerina, in
verit, ma voi sapete che un cantastorie non un vescovo; cos dicendo la tir fuori, e me la mise in mano con tanta
buona grazia, che non potei rifiutarla. Lo ringraziai come se mi avesse dato tutto l'oro del mondo e gli promisi che avrei
ricambiato il grande favore che mi aveva fatto; questa promessa rimase per senza seguito. Dopo di che lo lasciai, e uscii
di citt senza andare a far visita alle altre persone che avevano contribuito alla mia liberazione mi accontentai di dar loro
mille benedizioni nell'interno del mio cuore.
Il piccolo cantastorie aveva avuto ragione di non decantarmi la sua borsa; ci trovai poche monete, e quali monete!
soltanto degli spiccioli: fortunatamente gi da due mesi mi ero abituato ad una vita molto frugale, e mi restava ancora
qualche reale quando arrivai al villaggio Ponte di Mula, che non molto lontano da Burgos. Qui mi fermai per chiedere
notizie di donna Mencia. Entrai in una locanda, la cui proprietaria era una donnetta segaligna, con un'aria spiritata e
maligna. Vidi subito, dalla smorfia che fece, che il mio abito cencioso non le andava a genio e non posso biasimarla. Mi
sedetti ad un tavolo. Mangiai pane e formaggio, e bevetti qualche sorso di pessimo vino che mi ero fatto portare. Durante
quel pasto, che si accordava perfettamente col mio abbigliamento, cercai di attaccar discorso con la padrona, che mi fece
capire, con una smorfia di disgusto, che sdegnava di conversare meco. Tuttavia la pregai di dirmi se conosceva il
marchese della Guardia; se il suo castello era lontano dal villaggio, e soprattutto se lei sapeva che cosa era accaduto della
moglie del marchese. Volete sapere troppe cose, mi rispose quella, con aria molto sprezzante. Tuttavia, molto
sgarbatamente mi disse che il castello di don Ambrogio era a meno di una lega dal Ponte di Mula.
Finito di mangiare e di bere, dato che era ormai notte, dissi che desideravo riposare, e chiesi una camera. Una
camera a voi? mi disse la padrona con uno sguardo di disprezzo, non ho camere per quelli che cenano con un pezzetto
di formaggio. Tutti i miei letti sono prenotati. Aspetto dei gentiluomini importanti che vengono a dormire qui stasera.
Tutto quello che posso fare per voi di mettervi nel fienile: credo che non sar la prima volta che dormirete sulla paglia.
Cos dicendo non pensava certo che diceva la verit. Io non fiatai alle sue parole, e me ne andai buono buono nel fienile,
dove presi subito sonno, come fa chi da molto tempo stato soggetto a grande fatica.

XIV COME DONNA MENCIA ACCOLSE GIL BLAS A BURGOS

L'indomani mattina non feci il poltrone. Andai a fare i conti con la padrona, che era gi in piedi, e che mi parve
meno ostica e di miglior umore della sera precedente; cosa che attribuii alla presenza di tre onesti arcieri della santa
Hermandad, che si intrattenevano con lei in modo molto familiare. Essi avevano dormito nella locanda, ed era stato certo
per quegli importanti gentiluomini che tutti i letti erano stati prenotati.
Nel villaggio chiesi la strada per il castello dove mi volevo recare. Per caso mi rivolsi a un uomo dello stesso
carattere del mio albergatore di Peaflor. Non solo rispose alla mia domanda, mi fece anche sapere che don Ambrogio era
morto da tre settimane, e che la marchesa, sua moglie, si era ritirata in un convento di Burgos, del quale mi fece il nome.
Mi diressi subito verso questa citt, invece di prendere la strada del castello, come avevo pensato prima, e mi affrettai ad
andare per prima cosa al monastero dove abitava donna Mencia. Pregai la monaca portinaia di dire alla signora che un
giovane, uscito di poco dalla prigione di Astorga, desiderava parlarle. La portinaia and subito a fare la commissione.
Ritorn poco dopo, e mi fece entrare in un parlatorio dove non ebbi molto da aspettare che apparisse, in gran lutto, la
vedova di don Ambrogio.
Benvenuto mi disse in tono molto cortese. Quattro giorni fa ho scritto a una persona di Astorga. Gli mandavo
a dire di venirvi a trovare, e di dirvi da parte mia che vi pregavo vivamente di venirmi a trovare non appena foste uscito di
prigione. Non dubitavo che sareste stato messo in libert quanto prima: quello che avevo detto al giudice a vostro
discarico era sufficiente. Cos ho ricevuto risposta che avevate riacquistato la libert, ma che non si sapeva pi nulla di
voi. Temevo di non rivedervi pi, e di non avere il piacere di testimoniarvi la mia riconoscenza, e questo mi sarebbe molto
dispiaciuto. Consolatevi, continu la signora rendendosi conto della vergogna che avevo di essermi presentato a lei con
un abito cos cencioso, non il caso di affliggersi per lo stato in cui vi trovate. Dopo quanto avete fatto per me, sarei la
pi ingrata delle donne, se non facessi nulla per voi. Voglio togliervi dalla misera condizione in cui siete; lo debbo, e lo
posso. I miei mezzi sono pi che sufficienti per potermi sdebitare verso di voi, senza che debba soffrirne io stessa.
Voi conoscete le mie avventure, continu a dirmi la signora, fino al giorno in cui ci misero entrambi in
prigione; adesso vi dir quello che mi successo dopo. Quando il giudice di Astorga ebbe ascoltato il mio fedele racconto
di quanto mi era accaduto, mi fece condurre a Burgos, ed io andai subito al castello di Ambrogio. Il mio ritorno dest
grandissima sorpresa; tuttavia mi dissero che ero arrivata troppo tardi; che il marchese, colpito dalla mia fuga come da un
fulmine, si era ammalato, e che i medici disperavano di salvarlo. Ci fu per me una nuova ragione per lamentarmi della
durezza del mio destino. Tuttavia lo feci avvertire della mia venuta. Poi entrai in camera sua, e corsi a gettarmi in
ginocchio ai piedi del letto, col viso inondato di lacrime e il cuore oppresso da forte dolore. Chi vi ha ricondotta qui?, mi
domand appena mi vide, venite a vedere il frutto della vostra opera? Non vi stato sufficiente togliermi la vita? Volete
avere la soddisfazione di essere testimone della mia morte? Signore, gli risposi, Ines vi avr detto che sono fuggita col
mio primo marito; e, senza la disgrazia che me lo ha fatto perdere, non mi avreste rivista mai pi. Gli raccontai anche che
don Alvaro era stato ucciso da dei ladri, che in seguito ero stata portata in un sotterraneo. Gli narrai tutto il resto; e quando
ebbi finito di parlare, don Ambrogio mi tese la mano. Basta cos, mi disse teneramente. Non posso continuare a
lamentarmi di voi. E in realt come potrei rimproverarvi? Ritrovate uno sposo adorato; mi abbandonate per seguir lui;
posso io biasimare simile condotta? No, signora, avrei torto di lamentarmi. Cos non ho voluto farvi inseguire, sebbene il
dolore di perdervi abbia causato la mia morte. Rispettavo i diritti sacri del vostro rapitore, e l'affetto stesso che voi avevate
per lui. Infine vi rendo giustizia, e col vostro ritorno riguadagnate tutta la mia tenerezza. S, mia cara Mencia, la vostra
presenza mi colma di gioia; ma, ahim! non ne godr per molto tempo. Sento avvicinarsi la mia ultima ora. Voi mi siete
appena restituita, e gi io debbo darvi l'eterno addio. A queste commoventi parole, le mie lacrime raddoppiarono. Provai
e feci scoppiare un affetto smisurato. Don Alvaro, che pur adoravo, non mi aveva fatto versare tante lacrime. Il
presentimento di don Ambrogio non era sbagliato: l'indomani mor ed io rimasi erede del notevole patrimonio di cui mi
aveva arricchita sposandomi. Non ne voglio fare cattivo uso, non mi si vedr certo, bench ancora giovane, passare fra le
braccia di un terzo marito. A parte la sconvenienza, che sarebbe a mio avviso degna soltanto di donne senza pudore e
senza tatto, vi dir che il mondo non ha pi per me nessuna attrattiva; voglio finire i miei giorni in questo convento, e mi
dedicher a opere di bene.
Tale fu il discorso che mi fece donna Mencia. Poi tir fuori una borsa che mi mise fra le mani dicendomi: Qui ci
sono cento ducati che vi d solo per vestirvi. Dopo di ci, tornate da me; non voglio limitare la mia riconoscenza a cos
poca cosa. La ringraziai mille volte, e le giurai che non sarei andato via da Burgos senza passare a salutarla. Dopo questa
promessa, che non volevo violare, andai a cercare una locanda. Entrai nella prima che mi capit. Chiesi una camera, e per
prevenire la pessima impressione che potevo ancora dare con quel vestito cencioso, assicurai l'albergatore che, nonostante
il mio aspetto, ero in grado di pagare bene l'alloggio. A queste parole, l'albergatore, chiamato Majuelo, per sua natura gran
motteggiatore, squadrandomi dalla testa ai piedi, mi rispose con aria indifferente e maliziosa che lui non aveva bisogno di
nessuna assicurazione per convincersi che io non avrei badato a spese nella sua locanda; che attraverso il mio abito
riconosceva in me un certo grado di nobilt, ed infine che non dubitava che fossi un gentiluomo assai agiato. Mi accorsi
subito che il briccone mi derideva, e per tagliar corto ai suoi motteggi, gli feci vedere la mia borsa. Gli contai perfino i
miei ducati su di un tavolo, e mi accorsi che il mio denaro lo inducevano a giudicarmi in modo pi favorevole. Lo pregai
di far venire un sarto. meglio, mi disse, mandare a chiamare un rigattiere; vi porter tutti gli abiti che volete, e vi
potrete vestire seduta stante. Accettai il consiglio, e volli seguirlo; ma poich era quasi notte, rimandai la compera
all'indomani e non pensai ad altro che a fare una buona cena, per rifarmi dei cattivi pasti consumati dopo la mia fuga dal
sotterraneo.

XV COME SI VEST GIL BLAS, CHE NUOVO REGALO RICEVETTE DA DONNA MENCIA E CON
QUALE EQUIPAGGIAMENTO LASCI LA CITT

Mi fu servita un'abbondante fricassea di piedi di montone, che divorai quasi tutta. Bevvi in proporzione, poi
andai a letto. Avevo un letto piuttosto buono, e speravo di addormentarmi immediatamente. Invece non potei chiudere
occhio, non feci che pensare all'abito che avrei dovuto scegliere. Che cosa debbo fare? mi chiedevo, debbo seguire la
mia prima idea? Prendere una finanziera per andare a Salamanca, e l cercarmi un posto di precettore? oppure vestirmi da
dottore, come se avessi vocazione per lo stato ecclesiastico? No, no, la mia attitudine proprio l'opposto. Voglio portare la
spada e cercare di far fortuna nel mondo. E cos mi decisi.
Pensai di comprare un abito da cavaliere, persuaso che in questo modo avrei potuto ottenere un posto adatto e
remunerativo. Con questo ingannevole pensiero, aspettavo il giorno con impazienza, e non appena ci fu un po' di luce mi
alzai. Feci tanto chiasso che svegliai tutti quelli che dormivano nella locanda. Chiamai i camerieri che erano ancora a
letto, e che mi risposero bestemmiando. Tuttavia furono obbligati ad alzarsi, ed io non li lasciai respirare finch non
andarono a chiamare un rivenditore d'abiti usati. Vidi ben presto apparirne uno che fu condotto da me. Era accompagnato
da due garzoni, ognuno dei quali portava un grande involto di tela verde. Mi salut molto cortesemente, e mi disse:
Signor cavaliere, siete fortunato a rivolgervi a me piuttosto che a un altro. Non che io voglia denigrare i miei colleghi;
Dio me ne guardi dal fare il minimo torto alla loro reputazione! ma, detto fra noi, non ce n' uno che abbia un po' di
coscienza; sono tutti peggio degli ebrei. Sono l'unico rigattiere ad avere una morale. Mi limito a un guadagno ragionevole:
mi contento di una lira per soldo, volevo dire un soldo per lira. Grazie a Dio, io esercito lealmente la mia professione.
Dopo questo preambolo, che io, da semplicione, credetti alla lettera, il rigattiere fece aprire i fagotti dai suoi
garzoni. Mi mostr alcuni abiti di diversi colori e altri in tinta unita. Li rifiutai con disprezzo, perch mi sembravano
troppo modesti; ma me ne fecero provare uno che sembrava fatto su misura per me, e che mi parve stupendo, quantunque
un po' passato di moda. Era un giubbone a maniche frastagliate, con un paio di pantaloni e un mantello, il tutto di velluto
blu e ricamato in oro. Decisi di prenderli e ne chiesi il prezzo. Il rigattiere, che si accorse che l'abito mi piaceva, mi disse
che avevo un gusto squisito. Vivaddio! esclam, si vede bene che ve ne intendete. Sappiate che quest'abito stato fatto
per uno dei pi grandi signori del regno, e non stato portato neppure tre volte. Esaminatene il velluto, non ce n' di pi
bello; e per il ricamo, dovete ammettere che una lavorazione stupenda. A quanto lo vendete? gli chiesi. Sessanta
ducati, rispose, e mi creda un birbante, se non li ho gi rifiutati. L'alternativa era convincente. Gliene offrii
quarantacinque; ne valeva forse la met. Signor gentiluomo, mi disse freddamente il rigattiere, io non chiedo mai un
prezzo esagerato e ho una parola sola. Vedete, continu mostrandomi gli abiti che avevo rifiutato, prendete questi; vi
far un prezzo migliore. In questo modo non faceva che esaltare in me il desiderio di acquistare quell'abito che avevo
scelto; e poich pensavo che non mi avrebbe fatto nessuno sconto, gli contai, uno sull'altro, sessanta ducati. Credo che,
quando vide che pagavo con tanta facilit, nonostante la sua morale, si sia morso le labbra per non aver chiesto di pi.
Tuttavia, contento di aver guadagnato una lira per soldo, se ne and coi suoi garzoni, cui non mancai di dare la mancia.
Possedevo dunque un giubbone, un paio di pantaloni e un mantello assai eleganti. Bisognava ora pensare al resto
dell'abbigliamento, cosa che mi prese tutta la mattina. Comprai della biancheria, un cappello, calze di seta, un paio di
scarpe e una spada; dopo di che mi vestii. Che piacere provavo a vedermi cos ben equipaggiato! I miei occhi non
potevano saziarsi di rimirare la roba che avevo acquistato. Nessun pavone ha mai ammirato di pi le proprie penne. In
quello stesso giorno, feci una seconda visita a donna Mencia, che mi ricevette anche questa volta con molta grazia. Mi
ringrazi di nuovo per quanto avevo fatto per lei. Ci scambiammo molti complimenti. Poi, con l'augurio di ogni bene, mi
salut, e si ritir senza darmi nient'altro che un anello del valore di trenta pistole, che mi preg di tenere per suo ricordo.
Rimasi di stucco, prendendo l'anello; mi ero aspettato un regalo pi consistente. Cos, poco soddisfatto della
generosit della signora, mi avviai pensieroso verso la locanda; ma, appena entrato, vidi arrivare un uomo che mi aveva
seguito e che, toltosi improvvisamente il mantello in cui era avviluppato fin sopra il naso, mise in mostra un grosso
sacchetto, che portava sotto l'ascella. Alla vista del sacco, che aveva tutta l'aria d'esser pieno di monete, spalancai tanto
d'occhi, e altrettanto fecero quelli che erano presenti; e mi parve di udire la voce d'un serafino, quando l'uomo, posando il
sacchetto sulla tavola, mi disse: Signor Gil Blas ecco qui quello che vi manda la signora marchesa. Ringraziai con
grandi inchini il portatore, lo colmai di ossequi, e appena fu uscito, mi precipitai sul sacchetto, come il falco sulla preda, e
me lo portai in camera mia. Senza perder tempo lo slegai e vi trovai mille ducati. Avevo appena finito di contarli, quando
l'albergatore, che aveva sentito le parole dell'uomo che aveva portato il sacchetto, entr per saperne il contenuto. Alla
vista delle monete d'oro sparse sul tavolo, rimase oltremodo stupito. Accidenti! esclam, questi s son quattrini! Poi,
sorridendo maliziosamente, soggiunse: Si vede che sapete trattare con le donne. Non sono neppure ventiquattro ore che
siete a Burgos, e gi ricevete contributi da delle marchese!
Questo discorso non mi dispiacque affatto, fui tentato di lasciar Majuelo nell'errore, sentivo che ci stuzzicava la
mia vanit. Non mi stupisco se ai giovani piace sentir dire che son fortunati con le donne. Tuttavia la castigatezza dei miei
costumi ebbe il sopravvento sulla vanit. Disingannai l'albergatore. Gli raccontai la storia di donna Mencia, che lui ascolt
molto attentamente. Poi gli parlai delle cose mie, e, poich pareva interessarsene, lo pregai di aiutarmi coi suoi consigli.
Egli rimase qualche istante sopra pensiero, poi, parlandomi con una certa seriet, mi disse: Signor Gil Blas, ho per voi
una vera simpatia, e poich avete abbastanza fiducia in me da parlarmi a cuore aperto, vi dir senza adulazioni quello che
penso possa convenirvi. Mi sembrate nato per star a corte; vi consiglio di andarvi, e di appoggiarvi a qualche gran signore;
ma state attento dall'immischiarvi nei suoi affari, o dal prender parte ai suoi divertimenti; altrimenti perderete il vostro
tempo. Io conosco i grandi: non valutano affatto lo zelo e l'affezione di un uomo onesto; non si preoccupano che delle
persone che son loro necessarie. Voi avete ancora una risorsa, continu, siete giovane, di bella presenza, e quand'anche
non aveste molto ingegno, pi di quanto basta per far girare la testa a una ricca vedova o a qualche bella sposina
scontenta del suo matrimonio. Se l'amore manda in rovina uomini che possiedono un patrimonio, molte volte arricchisce
chi non lo possiede. Sono dunque del parere che andiate a Madrid; ma non dovete presentarvi senza un servitore. L, come
dovunque, si giudica dalle apparenze, e voi sarete apprezzato in proporzione del vostro tenore di vita. Vi dar io un
cameriere, ragazzo fedele e saggio, in poche parole, un uomo quale lo so scegliere io. Comprate due mule, una per voi,
l'altra per il servitore, e partite il pi presto possibile.
Questo consiglio mi piaceva troppo per non seguirlo. L'indomani stesso comprai due belle mule e assunsi il
cameriere propostomi dall'albergatore. Era un giovanotto di trent'anni, che si present con fare semplice e rispettoso. Mi
disse che era del regno di Galizia, e che si chiamava Ambrogio Lamela. Quello che mi parve singolare fu che, a differenza
degli altri domestici, che sono comunemente molto interessati, lui non si preoccupava affatto di guadagnare un buon
salario; anzi mi disse che si sarebbe contentato di quello che, bont mia, avrei voluto dargli. Comperai anche degli
stivaletti, con una valigia per la biancheria e per i miei ducati. Quindi saldai il conto dell'albergo, e, prima dell'alba del
giorno seguente, partii da Burgos, diretto a Madrid.

XVI SI DIMOSTRA CHE NON BISOGNA CONTAR TROPPO SULLA FORTUNA

La prima notte dormimmo a Dueas, e l'indomani verso le quattro dopo mezzogiorno arrivammo a Valladolid. Ci
fermammo in un albergo che mi parve essere uno dei migliori della citt. Lasciai al mio servitore l'incarico delle mule, e
salii in una camera dove feci portare la mia valigia da un garzone dell'albergo. Poich mi sentivo un po' stanco, mi gettai
sul letto senza levarmi gli stivali e, senza accorgermene, mi addormentai. Mi svegliai che era quasi notte. Chiamai
Ambrogio. Questi non era in albergo, ma non tard ad arrivare. Gli chiesi da dove veniva; lui, con aria devota, mi rispose
che si era recato in chiesa a ringraziare Iddio perch avevamo potuto fare il viaggio da Burgos a Valladolid senza
incidenti. Approvai la sua azione, poi gli ordinai di farmi preparare per cena un pollo allo spiedo.
Mentre davo quest'ordine, entr l'albergatore con una lampada in mano. Alla sua luce vidi una signora
riccamente vestita, che mi parve pi bella che giovane. Si appoggiava al braccio di un vecchio domestico e un moretto le
teneva lo strascico. Rimasi sorpreso non poco quando questa signora, dopo una profonda riverenza, mi chiese se per caso
non ero il signor Gil Blas di Santillana. Avevo appena detto di s, che quella, lasciato il braccio del vecchio, venne ad
abbracciarmi in un trasporto di gioia che raddoppi la mia sorpresa. Sia benedetto il Cielo esclam, siete proprio voi
che cerco, signor cavaliere! Questo esordio mi fece venire in mente il parassita di Peaflor, e sospettai che la signora non
fosse che una avventuriera; ma quello che disse dopo me ne diede una migliore opinione. Io sono prima cugina di donna
Mencia de Mosquera, prosegu la signora, che so esserle tanto obbligata. Stamattina ho ricevuto da lei una lettera. Mi
manda a dire che avendo saputo che eravate diretto a Madrid, mi prega di farvi le migliori accoglienze nel caso che voi
passaste di qui. Sono due ore che giro per tutta la citt. Sono entrata in tutti gli alberghi, per informarmi se ci fossero
stranieri; e, da quanto mi ha detto il vostro albergatore, ho pensato che voi potevate essere il liberatore di mia cugina. Oh,
poich ho avuto la fortuna di incontrarvi, continu, voglio mostrarvi quanto sia sensibile ai favori fatti alla mia
famiglia, e specialmente alla mia cara cugina. Da questo momento siete mio ospite, in casa mia vi troverete pi
comodamente di qui. Io volevo esimermi dall'accettare, dicendo che non volevo disturbare la signora: ma non ci fu verso
di resistere alle sue insistenze. Alla porta della locanda c'era una carrozza che ci aspettava. Lei stessa si dette cura di far
caricare la valigia, perch, diceva, a Valladolid ci sono molti bricconi; cosa che si dimostr fin troppo vera. Infine montai
in carrozza insieme con la signora e col vecchio domestico, e cos fui costretto a lasciare la locanda con grande dispiacere
del padrone, che si vedeva defraudato del danaro che aveva pensato avrei speso restando con la signora, il domestico e il
moretto.
La nostra carrozza, dopo un breve tragitto, si ferm. Scendemmo ed entrammo in un palazzo piuttosto grande, e
salimmo in un appartamento non privo di eleganza, rischiarato da venti o trenta candele. In esso c'erano diversi domestici,
ai quali la signora domand per prima cosa se don Raffaele era arrivato; risposero di no. Allora la signora, rivolgendosi a
me, disse: Signor Gil Blas, sto aspettando mio fratello, che deve tornare questa sera da un castello di nostra propriet a
circa due leghe da qui. Che lieta sorpresa sar per lui trovare in casa sua un uomo al quale tutta la nostra famiglia
debitrice di tanto! Aveva appena finito di parlare, che sentimmo un rumore e ci fu detto che don Raffaele era arrivato. E
infatti dopo poco don Raffaele entr nella stanza. Era un giovane di alta statura e molto distinto. Sono felice del tuo
ritorno, fratello mio, gli disse la signora, mi aiuterai a ricevere come si conviene il signor Gil Blas di Santillana. Non
saremo mai abbastanza riconoscenti per quello che ha fatto per la nostra parente donna Mencia. Guarda, gli disse
porgendogli una lettera, guarda che cosa mi scrive. Don Raffaele apr la lettera e la lesse ad alta voce: Mia cara
Camilla, il signor Gil Blas di Santillana, che mi ha salvato l'onore e la vita, partito per andare a corte. Passer senza
dubbio per Valladolid. Ti prego, per i nostri legami di parentela e soprattutto di amicizia, di riceverlo degnamente e di
trattenerlo per qualche tempo in casa tua. Mi lusingo che mi farai questo piacere, e che il mio liberatore ricever da te e da
mio cugino Raffaele le migliori accoglienze. Da Burgos. Tua affezionatissima cugina, donna Mencia.
Perbacco! esclam don Raffaele dopo aver letto la lettera, proprio a codesto cavaliere che la mia parente
deve l'onore e la vita? Ringrazio il Cielo per questo felicissimo incontro. Cos dicendo, si avvicin a me, e
abbracciandomi strettamente: Che piacere, continu poi, aver qui il signor Gil Blas di Santillana! Non c'era certo
bisogno che la marchesa mia cugina si raccomandasse di farvi buon'accoglienza; bastava che ci dicesse che dovevate
passare da Valladolid: era sufficiente. Mia sorella Camilla ed io sappiamo benissimo come si deve trattare un uomo che ha
reso il pi gran servizio che si possa immaginare alla persona della nostra famiglia alla quale vogliamo pi bene. Risposi
come meglio mi fu possibile a questi discorsi, che furono seguiti da molti altri simili e da mille carezze. Finch don
Raffaele, accorgendosi che avevo ancora indosso gli stivali, me li fece togliere da uno dei camerieri.
Passammo poi nella stanza da pranzo e ci mettemmo a tavola tutti e tre. Durante il pranzo, i miei ospiti mi dissero
una quantit di frasi gentili. Mostravano di apprezzare molto quello che dicevo io, e andavano a gara nell'offrirmi i cibi pi
prelibati. Don Raffaele beveva spesso alla salute di donna Mencia. Io seguivo il suo esempio, e mi sembrava che qualche
volta la signora Camilla, che beveva con noi, mi lanciasse delle occhiate significative, cercando, cos almeno mi pareva, di
farlo senza che il fratello se ne accorgesse. Ne ebbi abbastanza per pensare che la signora avesse una certa propensione per
me, e mi lusingai di approfittarne fermandomi a Valladolid. Questa speranza m'indusse ad accettare senza fatica l'invito di
passare qualche giorno presso di loro. Mi ringraziarono per la mia cortesia, e la gioia che dimostr Camilla mi conferm
nell'idea che io le piacessi molto.
Don Raffaele, dopo che ebbi accettato il suo invito, mi propose di condurmi nel suo castello. Me ne fece una
descrizione magnifica, e mi parl dei divertimenti che sarebbe stato lieto di offrirmi. Qualche volta, mi disse,
possiamo andare a caccia, qualche altra a pescare; e se vi piace passeggiare, abbiamo dei boschi e dei giardini magnifici.
Inoltre saremo in buona compagnia: spero che non vi annoierete. Accettai la proposta, e fu stabilito che saremmo andati
in quel castello il giorno seguente. Con questa bella prospettiva ci alzammo da tavola. Don Raffaele, che pareva fuor di s
dalla gioia, mi abbracci e mi disse: Signor Gil Blas, vi lascio con mia sorella. Io vado a dare gli ordini necessari, e a
mandare gli inviti a quelli che voglio avere ospiti nel castello. Ci detto usc dalla stanza dov'eravamo ed io rimasi a
conversare con la signora, le cui parole si accordarono perfettamente con le occhiate che mi aveva gettate durante il
pranzo. Mi prese la mano e, guardando l'anello che avevo al dito, mi disse: davvero un bel diamante, peccato che sia un
po' piccolo. Ve ne intendete voi di pietre preziose? Io risposi di no. Peccato! riprese, altrimenti mi avreste detto
quanto vale questo. Cos dicendo, mi fece vedere un grosso rubino che aveva al dito, e mentre stavo guardandolo, lei
soggiunse: Uno dei miei zii, che stato governatore dei possedimenti spagnoli nelle isole Filippine, mi ha regalato
questo rubino. I gioiellieri di Valladolid lo hanno valutato trecento pistole. Lo credo bene, interruppi io, veramente
magnifico. Dato che vi piace, disse la signora, voglio fare un cambio con lei. Detto fatto, prese il mio anello e mi
mise il suo nel dito mignolo. Dopo questo baratto, che mi parve il modo pi gentile di fare un regalo, Camilla mi strinse la
mano facendomi gli occhi languidi, poi, troncando all'improvviso la conversazione, mi diede la buona notte, e si ritir
tutta confusa, come vergognosa di avermi fatto troppo capire i suoi sentimenti.
Sebbene fossi alle prime armi in amore, capii che cosa significasse questa subitanea sparizione, e ne dedussi che
non me la sarei passata male durante il mio soggiorno in campagna. Con questa lusinghiera speranza, e col pensiero della
mia brillante condizione economica, andai nella mia camera da letto, dopo aver detto al mio servitore di svegliarmi
l'indomani per tempo. Invece di pensare a dormire, mi abbandonai alle dolci fantasticherie che mi ispiravano la vista della
mia valigia, posata sul tavolo, e del rubino che avevo al dito. Grazie a Dio, pensavo fra me, se sono stato ben infelice,
ora non lo sono pi. Da una parte mille ducati, un anello da trecento pistole dall'altra: ne ho da star bene per parecchio
tempo. Majuelo non mi ha adulato affatto, me ne rendo ben conto: a Madrid far innamorare le donne a migliaia, dato che
con Camilla ho fatto colpo cos facilmente. I favori di quella generosa signora si presentavano alla mia mente come
deliziose prospettive, e gi pregustavo il piacere dei divertimenti che don Raffaele mi preparava nel suo castello. Pur cos
fantasticando, sentii prendermi dal sonno, mi spogliai e andai a letto.
L'indomani mattina, quando mi svegliai, mi accorsi che era gi tardi. Rimasi piuttosto sorpreso di non veder
arrivare il mio servitore, dopo l'ordine che gli avevo dato. Ambrogio, pensai, il mio fedele Ambrogio o andato in
chiesa, o bisogna dire che oggi molto poltrone. Ma cambiai ben presto opinione su di lui per averne una peggiore;
appena fui alzato, non vedendo pi la valigia, pensai che me l'avesse rubata durante la notte. Per rendermi conto di quel
che era successo, aprii la porta e chiamai a pi riprese quell'ipocrita. Alle mie grida accorse un vecchio e mi disse: Che
cosa desiderate, signore? Tutti i vostri amici sono partiti dalla mia casa prima dell'alba. Come dalla vostra casa?
esclamai, non questa la casa di don Raffaele? Non so chi sia questo cavaliere, mi rispose il vecchio, voi vi trovate
in un appartamento mobiliato, e io ne sono il proprietario. Ieri sera, un'ora prima del vostro arrivo, la signora che ha cenato
con voi venne qui e fiss questo appartamento per un gran signore, cos diceva, che viaggia in incognito; e, mi ha pagato
perfino in anticipo.
Allora mi resi conto di quel che era successo. Seppi che cosa dovevo pensare di Camilla e di don Raffaele, e
compresi che il mio servitore, che sapeva tutto di me, mi aveva venduto a quei due furfanti. Invece di dare solo a me stesso
la colpa di quella disgrazia, e di pensare che ci non mi sarebbe avvenuto se non avessi avuto l'indiscrezione di raccontare
i fatti miei a Majuelo senza necessit, imprecai contro la sorte innocente e maledissi cento volte la mia cattiva stella. Il
padrone dell'appartamento, al quale raccontai la mia storia, che probabilmente gli era gi nota, fece mostra di partecipare
al mio dolore. Mi disse che gli dispiaceva molto che un tal fatto fosse successo in casa sua; ma io credo che, nonostante le
sue affermazioni, egli non avesse minor parte in questa birbonata di quella avuta dal mio albergatore di Burgos, al quale
ho sempre attribuito il merito dell'invenzione.

XVII DECISIONE PRESA DA GIL BLAS DOPO LA DISAVVENTURA NELL'APPARTAMENTO


AMMOBILIATO

Dopo essermi lamentato a lungo, ma del tutto inutilmente, per la mia disgrazia, pensai che, invece di
abbandonarmi alla malinconia, avrei fatto meglio a irrigidirmi contro la mia mala sorte. Mi feci coraggio e, per
consolarmi, mentre mi vestivo dissi fra me: Sono stato ancora troppo fortunato che quei bricconi non mi abbiano portato
via gli abiti e quei pochi ducati che mi son rimasti in tasca. Fui loro grato per quella discrezione. Erano stati anche tanto
generosi da lasciarmi gli stivali, che vendetti all'albergatore, per un terzo del prezzo che avevo pagato. Finalmente uscii
dall'appartamento senza aver bisogno, grazie a Dio, di nessuno per portare i miei bagagli. La prima cosa che feci fu di
andare a vedere se le mie mule erano ancora nella locanda dov'ero sceso il giorno prima. Naturalmente pensavo che
Ambrogio non le avrebbe lasciate, e avesse voluto il Cielo che il mio giudizio su di lui fosse sempre stato cos giusto! Mi
dissero che la sera stessa le aveva portate via. Fatto ormai conto di non rivedere pi n le mule, n la mia cara valigia, me
ne andai tristemente girovagando per le strade, riflettendo su quello che avrei dovuto fare. Fui tentato di ritornare a Burgos
per rivolgermi ancora una volta a donna Mencia; ma, sia per non abusare della bont della signora, sia per non far la figura
del minchione, abbandonai questo pensiero. Giurai in pari tempo a me stesso di star in guardia per l'avvenire contro le
donne, e di non fidarmi nemmeno della casta Susanna. Di tanto in tanto davo un'occhiata al mio anello, e quando pensavo
che era un regalo di Camilla, sospiravo per la tristezza. Ahim! dicevo a me stesso, io non mi intendo di rubini, ma
conosco coloro che ne hanno fatto baratto. Non credo proprio che sia necessario andare da un gioielliere per convincermi
che sono un cretino.
Volevo tuttavia rendermi conto di quello che poteva valere quell'anello, e andai da un mercante di gioielli, che lo
stim tre ducati. A sentire questa valutazione pur non restandone sorpreso, mandai al diavolo la nipote del governatore
delle isole Filippine, o piuttosto, non feci che rinnovargliene il dono. Uscito dal negozio del gioielliere, mi pass vicino un
giovanotto che si ferm a guardarmi attentamente. Bench sapessi che era una persona che conoscevo perfettamente, non
mi venne subito in mente chi era. Eh via! Gil Blas, mi disse allora quello, fai finta di non conoscermi? Oppure in due
anni il figlio del barbiere Nuez talmente cambiato, che non riesci a ravvisarlo? Non ti ricordi di Fabrizio, tuo
compaesano e compagno di scuola? Abbiamo discusso cos spesso insieme dal dottor Godinez sugli universali e sui gradi
metafisici.
Non aveva ancora finito di parlare, che mi ero sovvenuto di lui. Ci abbracciammo affettuosamente, e lui riprese a
dire: Amico mio, non posso dirti quanto sono felice di averti incontrato! Poi, guardandomi con aria sorpresa: Ma sai
che sei vestito come un principe! Una bella spada, calze di seta, un giubbotto e un mantello di velluto con ricami in
argento! Accidempoli! Tutto questo segno di grande fortuna. Scommetto che qualche vecchia generosa lieta di
finanziarti. Ti sbagli, gli dissi, i miei affari non vanno cos bene come ti immagini. Dalla da bere agli altri, replic
lui, non vuoi fare l'indiscreto. E quel bel rubino che vedo al tuo dito, per cortesia, signor Gil Blas, di dove proviene?
Viene, risposi, da una maledetta farabutta. Fabrizio, mio caro Fabrizio, sappi che invece di essere il coccolo delle
donne di Valladolid, ne sono stato la vittima.
Pronunciai queste ultime parole con tale tristezza, che Fabrizio si rese conto che qualcuno mi aveva fatto un
brutto tiro. Mi preg di dirgli come mai io mi lamentavo cos del bel sesso. Non feci fatica per risolvermi a soddisfare la
sua curiosit, ma poich dovevo fare un lungo discorso, e d'altronde non volevamo separarci cos presto, entrammo in una
bettola per parlare pi comodamente. Mentre facevamo colazione, gli raccontai tutto quello che mi era successo dopo la
mia partenza da Oviedo. Lui convenne che le mie avventure erano state veramente strane, e mi assicur che prendeva viva
parte alla triste situazione in cui mi trovavo; poi mi disse: Caro il mio ragazzo, non bisogna disperarsi per tutte le
disgrazie che succedono nella vita: in questi casi che le anime forti e coraggiose si distinguono da quelle deboli. Una
persona di spirito, se si trova in miseria, aspetta pazientemente tempi migliori. Mai, come dice Cicerone, deve lasciarsi
abbattere fino al punto di dimenticare di essere uomo. Per quanto mi riguarda, io sono di quel carattere: le mie disgrazie
non mi avviliscono affatto, io mi mantengo sempre al di sopra della cattiva sorte. Ti faccio un esempio: amavo una brava
ragazza di Oviedo, e ne ero riamato; la chiesi in isposa a suo padre, ma quello non volle saperne. Un altro sarebbe morto di
dolore; io invece, ammira il mio coraggio, la rapii. Lei era vivace, un po' stordita e civettina; al dovere anteponeva sempre
il piacere. Per sei mesi me la portai dietro viaggiando in Galizia: lei prese gusto ai viaggi e volle andare in Portogallo, ma
ci and con un altro. Sarebbe stato un altro motivo di disperazione. Io non me la presi neanche sotto il peso di questo
nuovo dolore, e, pi saggio di Menelao, invece di armarmi contro il Paride che mi aveva soffiato la mia Elena, gli fui grato
di avermene liberato. Dopo questo fatto, non volendo pi tornare nelle Asturie, per evitare ogni discussione con la
giustizia, me ne andai in giro nel regno di Leon, spendendo di citt in citt il denaro che mi era restato dal rapimento della
mia bella; poich, partendo da Oviedo noi due avevamo arraffato quanto ci fu possibile e non eravamo mal provvisti; ma
tutto ci che avevo sfum presto. Arrivai a Palencia con un solo ducato, che mi serv in parte a comprare un paio di scarpe;
col resto non potevo andare troppo lontano. La situazione divenne imbarazzante; cominciavo gi persino a digiunare:
dovevo decidermi subito a fare qualche cosa. Cominciai a lavorare presso un grande mercante di stoffe che aveva un figlio
scapestrato. Questa sistemazione mi salv dal digiuno, ma mi mise in un grande imbarazzo. Il padre mi ordin di spiare il
figlio, e il figlio mi preg di aiutarlo a ingannare il padre: bisognava scegliere. Io, anzich al comando, detti la preferenza
alla preghiera, e questa scelta fu la causa del mio licenziamento. Passai allora al servizio di un vecchio pittore, che, per
simpatia, volle insegnarmi i primi rudimenti della sua arte; ma intanto mi faceva morire di fame. Questo mi disgust della
pittura e di Palencia. Venni a Valladolid, e qui, per mia grandissima fortuna, un amministratore dell'ospedale mi assunse
come servitore in casa sua: questo posto lo conservo tuttora e ne sono contentissimo. Il mio padrone, signor Manuel
Ordoez, un uomo straordinariamente pio e molto dabbene, poich cammina sempre con gli occhi bassi ed un rosario in
mano. Si dice che dall'epoca della sua giovinezza, avendo di mira soltanto il bene dei poveri, vi si sia dedicato con
infaticabile zelo. Tale zelo ha avuto la sua ricompensa: tutto gli andato a gonfie vele. Quale benedizione! Facendo gli
affari dei poveri, si riempito le tasche.
Dopo aver ascoltato il racconto di Fabrizio, gli dissi: Sono ben contento che tu sia soddisfatto della tua sorte;
ma, detto fra noi, mi sembra che potresti avere una posizione migliore di quella di cameriere; credo che ne saresti degno.
Non pensarci neppure, Gil Blas, mi rispose, sappi che, per un uomo del mio tipo, non c' posizione pi piacevole della
mia. Il mestiere di servitore sgradevole, lo ammetto, per gli stupidi; ma ha molte attrattive per un ragazzo intelligente.
Un uomo di ingegno superiore che accetta un tal posto, non fa il servizio come un babbeo. Entra in una famiglia pi per
comandare che per servire. Comincia a studiare il padrone: si presta alle sue debolezze, guadagna la sua fiducia, e finisce
per menarlo pel naso. Cos ho fatto io col mio amministratore. Fin da principio compresi chi era il mio personaggio: mi
accorsi che voleva passare per un sant'uomo; finsi di esserne la vittima, questo non costa niente. Ma feci di pi, copiai il
suo sistema, e comportandomi davanti a lui come lui si comportava davanti agli altri, ingannai l'ingannatore, e a poco a
poco son diventato il suo factotum. Spero che un giorno, con la sua protezione, potr anch'io immischiarmi negli affari
della povera gente. Forse io pure far fortuna, perch, al pari di lui, ho una grandissima tendenza a darmi da fare per il loro
bene.
Queste, caro Fabrizio, gli dissi, sono belle speranze, e ti auguro che si avverino. Io, per parte mia, torno al mio
primitivo progetto. Cambier questo abito ricamato con una semplice zimarra, andr a Salamanca, dove, sotto gli auspici
dell'universit, far il precettore. Proprio un bel progetto! mi interruppe Fabrizio, una magnifica idea! Ma sei matto,
alla tua et, di metterti a fare il pedagogo? Sai tu, infelicissimo uomo, dove andrai a finire, se insisti nella tua idea? Appena
avrai ottenuto il posto in una famiglia, tutti ti terranno gli occhi addosso, e le tue azioni verranno scrupolosamente
controllate. Bisogner che tu ti domini continuamente e che impari a fare l'ipocrita, dimostrando di possedere tutte le virt.
Non avrai quasi pi tempo per godertela. Censore perpetuo del tuo scolaro, passerai le giornate a insegnargli il latino, e a
rimproverarlo quando lui dir o far qualche cosa contro la buona creanza; e questo non ti dar poco da fare. E poi, dopo
tanta fatica e tanto impegno, quale sar il frutto delle tue premure? Se il piccolo gentiluomo un cattivo soggetto, ti
diranno che sei stato tu a educarlo male, e i genitori ti cacceranno via senza ricompensa, forse anche senza pagarti quel che
ti dovuto. Perci, non parlarmi di fare il precettore; un impiego che va bene per i preti, ai quali imposta la cura delle
anime. Parlami piuttosto del posto di servitore; un impiego facile che non ti impegna per niente. Se il padrone ha dei vizi,
l'uomo di ingegno superiore che lo serve li favorisce, e spesso li sfrutta persino a suo vantaggio. Un cameriere in una
buona casa vive senza pensieri. Dopo aver mangiato e bevuto a saziet, si addormenta come un bambino, senza doversi
preoccupare n del macellaio n del panettiere.
Se volessi enumerare tutti i vantaggi dei camerieri, continu, non finirei pi. Credi a me, Gil Blas, abbandona
per sempre l'idea di fare il precettore, e segui il mio esempio. S, va bene, Fabrizio, risposi, ma non si trovano tutti i
giorni degli amministratori; e se mi dovessi decidere ad andare a servizio, vorrei almeno non esser mal piazzato. In
questo hai ragione, disse Fabrizio, ma lascia che me ne occupi io. Ti garantisco un buon posto, non foss'altro che per
sottrarre un galantuomo all'universit.
La minaccia dell'imminente miseria e l'aria soddisfatta di Fabrizio, mi convinsero ancor pi dei suoi
ragionamenti, e perci decisi di optare per il servizio. Uscimmo quindi dalla taverna e il mio compaesano mi disse:
Adesso ti condurr direttamente da un uomo al quale si indirizza la maggior parte dei servitori disoccupati; lui ha degli
informatori che lo tengono al corrente di tutto ci che avviene nelle famiglie. Sa dove c' bisogno di servitori, e tiene un
registro esatto non solo dei posti liberi, ma anche delle buone e cattive qualit dei padroni. uno che stato frate in non so
quale convento, ed a lui che debbo il mio posto.
Mentre mi parlava di un ufficio di collocamento tanto speciale, il figlio del barbiere Nuez mi condusse in un
vicolo cieco. Entrammo in una piccola casa, dove trovammo un uomo di cinquanta anni e pi che stava scrivendo seduto
ad un tavolo. Lo salutammo, perfino con troppo rispetto; ma lui, o che fosse superbo per natura, o che, abituato a trattare
solo con servitori e cocchieri, avesse preso l'abitudine di ricevere la sua clientela come se fosse un gran signore, non si
degn di alzarsi, contentandosi di fare un leggero cenno col capo. Tuttavia mi guard con particolare attenzione. Vidi
bene che era sorpreso che un giovane in abito di velluto ricamato volesse diventare servitore; pi logicamente poteva
pensare che venissi a domandargliene uno. In ogni caso non pot restar molto tempo in dubbio sulle mie intenzioni, poich
Fabrizio gli disse subito: Signor Arias de Londona, permettete che vi presenti il mio migliore amico? un bravo ragazzo
che, in seguito a una serie di disgrazie, si trova nella necessit di andare a servizio. Vi prego di trovargli un buon posto, e
contate sulla sua riconoscenza. Egregi signori, rispose con freddezza Arias, ecco come siete voi tutti: prima di
ottenere il posto, fate le pi belle promesse del mondo: quando l'avete ottenuto, non ve ne ricordate pi. Ma come!
esclam Fabrizio, vi lamentate forse di me? Non mi sono forse comportato bene con voi? Avreste potuto comportarvi
ancor meglio, ribatt Arias. Il posto che vi ho dato vale quanto quello di un impiegato d'ordine, e voi mi avete pagato
come se vi avessi messo presso uno scrittore. A questo punto presi io la parola, e dissi al signor Arias che, per mostrargli
che non ero un ingrato, volevo che la riconoscenza precedesse il servizio. Cos dicendo tirai fuori due ducati e glieli detti,
con la promessa che, se mi avesse procurato una buona famiglia, non mi sarei limitato a quel tanto.
Parve contento del mio modo di fare. Mi piace, egli disse, che mi si tratti cos. Ci sono degli ottimi posti
liberi; adesso ve li nomino, e voi sceglierete quello che vi piacer. Detto ci, si mise gli occhiali, apr un registro, che
aveva sul tavolo, volt qualche pagina e cominci a leggere: Il capitano Turbine Torbellino ha bisogno di un servitore.
un uomo collerico, brutale e capriccioso: brontola continuamente, bestemmia e bastona i suoi domestici, spesso
storpiandoli. Passiamo a un altro, esclamai a questo ritratto, questo capitano non di mio gusto. La mia vivacit
fece sorridere Arias che prosegu cos la lettura: Donna Manuela de Sandoval, vedova pensionata, astiosa e bizzarra,
attualmente senza domestici; di solito ne tiene uno solo, che per non resiste un giorno intero. Da dieci anni lo stesso abito
serve per tutti i servitori che si presentano, qualunque sia la loro statura: ma si pu dire che non fanno che provarlo, e che
ancora del tutto nuovo, nonostante duemila domestici l'abbiano indossato. Un servitore richiesto dal dottor Alvar
Fanez. un medico alchimista. D da mangiar bene ai suoi domestici, non fa loro mancar nulla, paga perfino un buon
salario; ma prova su di essi le medicine di sua invenzione. Quello l rimane spesso senza domestico.
Lo credo bene, in fede mia, interruppe Fabrizio ridendo, ci avete elencato proprio dei buoni posti!
Pazienza, disse Arias de Londona, non siamo ancora alla fine; siate certi che troveremo chi fa per voi. E continu a
leggere come segue: Donna Alfonsa de Solis, vecchia bigotta che passa due terzi della giornata in chiesa, e vuole che il
suo domestico stia sempre accanto a lei, da tre settimane senza servitori. Il laureato Sedillo, vecchio canonico del
capitolo di questa citt, cacci via ieri sera il suo domestico... Basta cos, signor Arias de Londona, esclam a questo
punto Fabrizio, questo il posto che fa per noi. Il laureato Sedillo amico del mio padrone, e io lo conosco
perfettamente. So che ha per governante una vecchia beghina, che chiamano la signora Giacinta, e che in casa fa da
padrona. una delle migliori case di Valladolid: vi si vive tranquillamente, e si mangia benissimo. D'altra parte, il
canonico un vecchio gottoso che presto far testamento: c' dunque la speranza di un lascito. Buona prospettiva per un
servitore! Caro Gil Blas, prosegu Fabrizio volgendosi verso di me, non perdiamo tempo; corriamo subito dal nostro
laureato. Ti presenter io stesso e mi far garante per te. Detto ci, per paura di perdere una cos bella occasione, ci
congedammo bruscamente dal signor Arias, che, per il danaro che gli avevo dato, mi assicur di trovarmi un posto
altrettanto buono, qualora quello scelto mi fosse sfuggito.

LIBRO SECONDO

I FABRIZIO CONDUCE GIL BLAS DAL LAUREATO SEDILLO E GLIELO PRESENTA. STATO DI
SALUTE DEL CANONICO E RITRATTO DELLA SUA GOVERNANTE

Avevamo tanta paura di arrivare troppo tardi dal vecchio laureato, che con un salto dal vicolo cieco,
raggiungemmo la sua casa. La porta di strada era chiusa: bussammo. Ci venne ad aprire una ragazzina di dieci anni, che la
governante, a scanso di maldicenza, faceva passare per sua nipote: e mentre le chiedevamo se era possibile parlare col
canonico, apparve la signora Giacinta. Era una donna gi arrivata all'et della ragione, ma ancor bella, e la freschezza della
sua carnagione mi colp in modo speciale. Aveva una lunga tunica di lana comune con una larga cintola di cuoio, da una
parte della quale pendeva un mazzo di chiavi, e dall'altra un rosario a grani grossi. Appena la vedemmo la salutammo con
molto rispetto; lei rispose cortesemente al nostro saluto, ma con aria modesta e gli occhi bassi.
Ho sentito, disse il mio amico rivolgendosi a lei, che il signor laureato Sedillo ha bisogno di un bravo
ragazzo, e sono venuto a presentargliene uno di cui spero sar contento. A queste parole la governante alz gli occhi, mi
guard attentamente, e non potendo mettere d'accordo il mio abito ricamato col discorso di Fabrizio, domand se ero io
che aspiravo al posto vacante. S, le disse il figlio di Nuez, proprio questo giovanotto. Tal quale lo vedete, egli ha
subto una serie di disgrazie che lo obbligano ad andare a servizio: se poi avr la fortuna, aggiunse il mio amico in tono
mellifluo, di entrare in questa casa e di vivere presso la virtuosa signora Giacinta, che meriterebbe d'essere la governante
del patriarca delle Indie, si consoler delle sue sventure. A queste parole, la vecchia beghina cess di osservarmi, per
rivolgere lo sguardo a chi le parlava con tanta autorevole grazia, e, sembrandole che non fosse un viso sconosciuto, gli
disse: Ho un'idea confusa di avervi gi visto; aiutatemi a ricordare. O virtuosa Giacinta, le rispose Fabrizio, mi
sento molto onorato di aver attirato i vostri sguardi. Sono venuto due volte in questa casa col mio padrone il signor Manuel
Ordoez, amministratore dell'ospedale. Ah! giusto, replic lei, adesso mi ricordo, e vi riconosco. Se state col signor
Ordoez vuol dire che siete un bravo e degno ragazzo. Il fatto di essere in quella casa il pi bell'elogio per voi, e questo
giovanotto non potrebbe avere un miglior mallevadore. Venite meco, vi far parlare col signor Sedillo. Penso che sar ben
lieto di avere un domestico presentato da voi stesso.
Seguimmo la signora Giacinta. Il canonico abitava al pian terreno, e il suo appartamento consisteva di quattro
stanze con le pareti rivestite di legno. Entrammo nell'anticamera, dove la governante ci preg di attendere qualche istante;
poi lei pass nello studio del laureato. Dopo esservi rimasta un certo tempo da sola con lui per metterlo al corrente della
cosa, venne a dirci che potevamo entrare. Entrati che fummo, vedemmo il vecchio podagroso affondato in una poltrona,
con un guanciale sotto la testa, diversi cuscini sotto le braccia, e con le gambe appoggiate su di un grosso cuscino a terra
imbottito di piume. Ci accostammo a lui senza far risparmio di riverenze, e Fabrizio, prendendo ancora una volta la parola,
non si content di ripetere quello che aveva detto alla governante; si mise a vantare i miei meriti, soffermandosi
soprattutto sull'onore che mi ero acquistato presso il dottor Godinez nelle discussioni filosofiche: quasi fosse necessario
essere un gran filosofo per diventare il domestico di un canonico! Tuttavia, il magnifico elogio che quello fece di me, serv
a gettare polvere negli occhi del laureato, che, avendo d'altra parte notato che io non dispiacevo alla signora Giacinta disse
al mio mallevadore: Amico caro, prendo al mio servizio il giovanotto che mi presenti; mi ispira parecchia fiducia, e
giudico che sia di buoni costumi, dato che mi viene presentato da un domestico del signor Ordoez.
Fabrizio, appena vide che ero stato assunto, fece una gran riverenza al canonico, un'altra ancor pi profonda alla
governante, e se ne and assai soddisfatto, dopo avermi sussurrato all'orecchio che ci saremmo poi riveduti, ma che
intanto io restassi l. Dopo che se ne fu andato, il laureato mi domand il nome e perch avessi lasciato la mia citt natale;
e attraverso le sue domande mi indusse, davanti alla signora Giacinta, a raccontare la mia storia. Si divertirono molto
entrambi, specialmente al racconto della mia ultima avventura. Camilla e don Raffaele furono per loro tale motivo di riso,
che il vecchio gottoso quasi ci rimetteva la vita, perch, dal gran ridere, fu preso da una cos violenta tosse, che io credetti
che se ne andasse. Non aveva fatto ancora testamento: figuratevi se la governante ne fu allarmata! La vidi tremante,
smarrita, correre in soccorso del brav'uomo, e, come si fa coi bambini quando tossiscono, gli stropicci la fronte e gli dette
delle pacche sulla schiena. Si trattava per di un falso allarme: il vecchio cess di tossire e la governante di tormentarlo.
Quindi, volli terminare il mio racconto, ma la signora Giacinta, temendo un secondo attacco di tosse, vi si oppose. Mi fece
anzi venir via dallo studio del canonico e mi condusse in guardaroba, dove in mezzo a molti abiti, c'era quello del mio
predecessore. Me lo fece prendere e al suo posto mise il mio, che non mi dispiaceva conservare, nella speranza che mi
potesse ancora servire. Andammo quindi insieme a preparare il desinare.
Non mi mostrai inesperto nell'arte culinaria. vero che ne avevo fatto il felice tirocinio alle dipendenze della
signora Leonarda, che poteva passare per una buona cuoca: tuttavia non era paragonabile alla signora Giacinta, che forse
superava perfino il cuoco dell'arcivescovo di Toledo. Tutto quello che faceva lei era eccellente. Le zuppe di pesce, che
sapeva insaporire con sughi di carni diverse, erano considerate squisite, e le sue polpette, preparate con speciali
ingredienti, erano gustosissime. Quando il pranzo fu pronto, tornammo nello studio del canonico e, mentre io preparavo
una tavola vicino alla sua poltrona, la governante gli mise un tovagliolo al collo, che fiss sulle spalle. Poi io servii una
minestra che si sarebbe potuta presentare al pi famoso confessore di Madrid, e due portate che sarebbero state in grado di
stimolare la volutt di un vicer, se la signora Giacinta non avesse evitato le droghe, per paura di provocare accessi di
gotta al laureato. Alla vista di quelle pietanze, il vecchio, che io credevo immobilizzato in tutte le sue membra, mi fece
vedere che non aveva ancora perduto completamente l'uso delle braccia. Se ne aiut per liberarsi di tutti i cuscini, e si
prepar allegramente a mangiare. Sebbene la mano gli tremasse, se ne serviva continuamente per portare il cibo alla
bocca, pur spargendone la met sulla tovaglia e sul tovagliolo. Quando non ne volle pi, gli tolsi la zuppa di pesce, e gli
portai una pernice guarnita di due quaglie arrosto che la signora Giacinta tagli a pezzetti. Di tanto in tanto la signora gli
faceva bere gran sorsi di vino, un poco annacquato, da una coppa d'argento larga e profonda, che lei gli teneva alla bocca
come si fa con un bambino di quindici mesi. Il vecchio canonico si accan sulla pernice, e onor parimenti le quaglie.
Quando si fu ben rimpinzato, la beghina gli tolse il tovagliolo, gli rimise a posto guanciale e cuscini; poi, lasciandolo
gustare nella sua poltrona il riposino che si fa comunemente dopo mangiato, sparecchiammo e ce ne andammo noi pure a
mangiare.
Ecco dunque qual era il pranzo giornaliero del nostro canonico, che era forse il pi grande mangione del capitolo.
La sua cena era tuttavia pi leggera: si accontentava di un pollo o di un coniglio, guarniti con composta di frutta. In quanto
a me, debbo dire che in quella casa mangiavo bene, e conducevo una vita molto piacevole. L'unico inconveniente era che
per tutta la notte dovevo vegliare il mio padrone come se fossi stato un infermiere. Oltre ad una ritenzione d'orina che
l'obbligava a chiedere il vaso da notte dieci volte all'ora, il vecchio andava soggetto a forti sudate, e quando questo
succedeva, dovevo cambiargli la camicia. Gi la seconda notte egli mi disse: Senti, Gil Blas, tu sei abile e attivo; prevedo
che sar contento del tuo servizio. Ti raccomando soltanto di assecondare la signora Giacinta, e di fare docilmente tutto
quello che ti ordiner, come se te lo ordinassi io stesso; quella figliola mi serve da quindici anni con uno zelo eccezionale;
ha per me una tale cura che non le sar mai abbastanza riconoscente. Per cui, ti confesso, mi pi cara di qualsiasi persona
di famiglia. Per amor suo, ho cacciato di casa mio nipote, figlio di mia sorella, e son certo di aver fatto bene. Lui non aveva
nessun rispetto per quella povera figliola, e invece di riconoscere la sincerit dell'attaccamento che lei ha per me,
quell'insolente la trattava da bigotta. Il fatto che oggi per i giovani la virt non che ipocrisia. Grazie a Dio, mi son
liberato di quel briccone. Ai legami del sangue preferisco l'affetto che mi si dimostra, e non mi faccio impressionare che
dal bene che ricevo. Avete ragione, signore, risposi allora al laureato, la riconoscenza deve avere il sopravvento in
noi sulle leggi di natura. Certo, continu a dire lui, e il mio testamento dimostrer che dei miei parenti non me ne
importa un fico. La mia governante vi avr una buona parte, e tu non verrai dimenticato, se continuerai a servirmi come
hai cominciato. Il servitore che ho licenziato ieri ha perduto un buon lascito per colpa sua. Quel miserabile avrebbe potuto
diventar ricco se, col suo modo di fare, non mi avesse costretto a cacciarlo via; ma era un orgoglioso che mancava di
rispetto alla signora Giacinta, uno scansafatiche numero uno. Non gli piaceva affatto vegliarmi la notte, e l'assistermi gli
pareva gran fatica. Ah, che disgraziato! esclamai quasi ispirato dal genio di Fabrizio, non meritava certo di stare con
un uomo retto come voi. Un ragazzo che ha la fortuna di servirvi, deve avere un infaticabile zelo; deve sentir piacere
nell'adempimento dei suoi doveri, e non credere di affaticarsi, anche quando dovesse sudar sangue per voi.
Mi accorsi che queste parole piacquero assai al laureato. Non meno contento fu quando lo assicurai che sarei
stato sempre sottomesso in modo perfetto alle volont della signora Giacinta. Volendo quindi esser considerato un
servitore che non scansava la fatica, facevo il mio servizio col miglior garbo possibile. Non mi lamentavo mai di dover
stare in piedi tutte le notti. Tuttavia non potevo non trovarlo sgradevolissimo; e senza la speranza dell'eredit, mi sarei ben
presto disgustato delle condizioni in cui mi trovavo; non avrei potuto resistervi, pur ammettendo che per qualche ora al
giorno mi era permesso riposare. Debbo anche riconoscere che la governante aveva per me molti riguardi, dovuti alla
premura che mi davo di accattivarmi la sua benevolenza con modi gentili e rispettosi. Quando eravamo a tavola, lei, sua
nipote Inesilla ed io, non mancavo di cambiare i piatti, di versar loro da bere, e di avere un'attenzione tutta particolare nel
servirle. In questo modo ottenni la loro amicizia. Un giorno che la signora Giacinta era uscita per la spesa, trovandomi
solo con Inesilla, attaccai discorso. Le domandai se i suoi genitori erano ancora vivi. Oh! no, mi rispose, molto
tempo che sono morti; me l'ha detto la mia buona zia e io non li ho mai visti. Credetti pietosamente alle parole della
ragazzina, quantunque la sua risposta non fosse rigorosa, e le detti tanta corda, che lei mi disse anche pi di quello che
volevo sapere. Mi raccont, o meglio potei io stesso intuire, dalle ingenuit che le scappavano di bocca, che la sua buona
zia aveva un buon amico, che stava anche lui in casa di un vecchio canonico, del quale amministrava le rendite, e che
questi fortunati domestici facevano conto di mettere in comune le spoglie dei loro padroni con un imeneo, di cui
gustavano in anticipo le dolcezze. Ho gi detto che la signora Giacinta, quantunque anzianotta, aveva ancora una certa
freschezza. A dire il vero, nulla risparmiava per conservarsi: tutte le mattine si faceva un clistere, e durante il giorno, e
prima di andare a letto, prendeva dei concentrati di frutta speciali. Si aggiunga che, mentre io vegliavo il mio padrone, lei
dormiva tranquillamente tutta la notte. Ma quello che forse pi di tutto contribuiva a mantenerle una carnagione fresca
erano, secondo quanto mi disse Inesilla, due cateteri che la governante applicava alle gambe.

II IN QUALE MODO VENNE TRATTATO IL CANONICO CADUTO AMMALATO, QUELLO CHE GLI
SUCCESSE, E CHE COSA LASCI PER TESTAMENTO A GIL BLAS

Da tre mesi ero a servizio del laureato Sedillo, senza lamentarmi delle cattive notti che ero costretto a passare,
quando egli cadde ammalato con febbre alta, che gli provocava dolori e accessi di gotta. Per la prima volta nella sua lunga
vita dovette ricorrere al medico. Mand a chiamare il dottor Sangrado, che tutta Valladolid considerava un secondo
Ippocrate. La signora Giacinta avrebbe preferito che il canonico avesse prima fatto testamento; gliene fece qualche
accenno: ma lui, a parte il fatto che non credeva ancora prossima la sua fine, in certe cose era molto testardo. Andai
dunque a cercare il dottor Sangrado e lo condussi a casa. Era un uomo alto, segaligno e pallido, e che, almeno da
quarant'anni, dava da fare alle forbici delle Parche. Questo sapiente medico aveva un aspetto grave; pesava le sue parole e
le ammantava di nobilt. I suoi ragionamenti erano di un rigore matematico, e le sue opinioni singolarissime.
Dopo aver esaminato il mio padrone, gli disse con gravit dottorale: Qui si tratta di supplire alla mancanza di
traspirazione. Altri, al mio posto, ordinerebbero certamente dei rimedi salini, diuretici, volatili, e che contengono per lo
pi zolfo e mercurio; ma i purganti e i preparati sudoriferi sono dannosi e inventati da ciarlatani: tutti i composti chimici
sembrano fatti apposta per nuocere. Io adopro dei mezzi pi semplici e pi sicuri. Ditemi, signor Sedillo, quali sono i cibi
di cui comunemente vi nutrite? Ordinariamente, rispose il canonico, mangio delle zuppe di pesce e delle pietanze
succulente. Delle zuppe di pesce e delle pietanze succulente? esclam sorpreso il dottore, davvero non mi meraviglio
che siate malato! Le pietanze squisite sono dei piaceri avvelenati: sono trappole tese agli uomini per farli pi sicuramente
morire. Bisogna che rinunciate agli alimenti che solleticano il palato; quelli pi scipiti sono i migliori per la salute.
Siccome il sangue insipido, vuole delle pietanze che siano della stessa natura. E vino, ne bevete? S, rispose il
laureato, del vino annacquato. Annacquato quanto vorrete voi, riprese il medico, che sregolatezza! Il vostro un
regime spaventevole. Dovreste essere morto gi da parecchio tempo. Quanti anni avete? Entro nel mio
sessantanovesimo anno, rispose il canonico. Ecco, appunto, replic il medico, una vecchiaia precoce sempre il
frutto dell'intemperanza. Se voi in tutta la vostra vita non aveste bevuto altro che acqua della fonte, e vi foste accontentato
di cibi semplici, come ad esempio, patate lesse, piselli o fave, adesso non sareste tormentato dalla gotta, e tutte le vostre
membra sarebbero in grado di adempiere alle loro funzioni. Tuttavia io non dispero di rimettervi in piedi, purch voi
segniate le mie prescrizioni. Il laureato, pur essendo un gran goloso, promise di obbedirgli in tutto e per tutto.
Il dottor Sangrado mi mand quindi a chiamare un chirurgo di sua conoscenza, e da lui fece cavare al mio
padrone sei buoni misurini di sangue, per cominciare a supplire al difetto della circolazione. Poi disse al chirurgo:
Maestro Martino Oez, tornate fra tre ore a fare altrettanto; domani comincerete da capo. un errore pensare che il
sangue sia necessario per conservarsi in vita; di salassi non se ne faranno mai abbastanza. Poich il paziente non
costretto a fare molti movimenti, e non ha altro da fare che evitare di morire, non ha bisogno, per vivere, che di quel tanto
di cui necessita un dormiente: in entrambi i casi, la vita consiste soltanto nel battito cardiaco e nella respirazione. Il buon
canonico, ritenendo che un cos grande medico non potesse fare dei ragionamenti sbagliati, si lasci salassare senza oppor
resistenza. Oltre a frequenti e copiosi salassi, il dottore prescrisse anche di fargli bere spesso dell'acqua calda, asserendo
che l'acqua bevuta in abbondanza poteva esser considerata la vera medicina specifica contro tutte le malattie. Quindi il
dottore se ne and, dicendo con aria confidenziale alla signora Giacinta e a me che rispondeva della vita del malato,
purch fosse trattato nel modo da lui prescritto.
La governante, che forse giudicava in modo diverso dal medico il metodo di cura da lui stabilito, promise che si
sarebbe attenuta scrupolosamente alle sue prescrizioni. E, in realt, facemmo immediatamente scaldare dell'acqua, e
poich il medico ci aveva soprattutto raccomandato di non farne risparmio, ne facemmo subito tracannare al mio padrone
due o tre pinte. Un'ora dopo ricominciammo; poi, di tanto in tanto, tornavamo alla carica, versando cos nello stomaco del
paziente un diluvio d'acqua. Dal canto suo, il chirurgo ci assecondava con gli abbondanti salassi, cos che in meno di due
giorni portammo il vecchio canonico al lumicino.
A un certo punto quel buon ecclesiastico, mentre io volevo fargli bere un bicchierone della medicina specifica
contro tutte le malattie, non potendone pi, mi disse con voce fioca: Basta, Gil Blas, non darmene pi, amico mio. Vedo
bene che necessario morire, nonostante la virt dell'acqua, e, bench mi resti appena una goccia di sangue, io non sto
meglio: cosa che dimostra che anche il pi bravo medico del mondo non ha la facolt di prolungare la vita, quando
giunto il momento fatale. Mi debbo perci preparare a partire per l'altro mondo; va a chiamare un notaio, voglio far
testamento. A queste ultime parole, che non mi dispiacevano affatto, assunsi un'aria molto triste, come usano fare in
simili casi tutti coloro che si aspettano l'eredit, e, nascondendo il desiderio di correre dal notaio, gli dissi: Eh via,
signore, grazie a Dio, non state poi tanto male da non poter guarire. No, no, ragazzo mio, riprese lui, la fine; sento
che la gotta peggiora e che la morte si avvicina: affrettati e va dove ti ho detto. Mi accorsi che effettivamente stava
peggiorando a vista d'occhio, e la cosa mi parve cos urgente, che uscii senza indugio per eseguire l'ordine che mi aveva
dato, lasciando vicino a lui la signora Giacinta, la quale temeva, ancor pi di me, che il canonico morisse senza far
testamento. Andai dal primo notaio che mi fu indicato e, trovatolo in casa, gli dissi: Signore, il laureato Sedillo, mio
padrone, sta per morire; vuole dettare le sue ultime volont; non c' un minuto da perdere. Il notaio era un vecchietto
allegro che si divertiva a scherzare: mi domand chi era il medico curante. Gli risposi che era il dottor Sangrado. A questo
nome, il notaio, preso in fretta il soprabito e il cappello, esclam: Oh Dio, andiamo subito, perch quel dottore cos
sbrigativo, che non lascia tempo ai suoi ammalati di chiamare il notaio. Quello l mi ha soffiato tanti di quei testamenti.
Cos dicendo, uscimmo in fretta; e mentre camminavamo a gran passi per arrivare prima che il canonico entrasse
in agonia, gli dissi: Voi sapete che chi sta per morire mentre fa il testamento perde sovente la memoria; se per caso il mio
padrone dovesse dimenticarmi, vi prego di ricordargli i miei meriti. Lo far certamente, ragazzo mio, mi rispose il
notaio, ci puoi contare. giusto che un padrone ricompensi il domestico che lo ha servito a dovere. Anzi io gli
consiglier di lasciarti qualche cosa di sostanzioso, se appena appena egli vorr riconoscere i tuoi meriti. Il canonico,
quando arrivammo in camera sua, era ancora completamente in s. Vicino a lui stava in finte lacrime la signora Giacinta.
Stava recitando la sua parte per preparare il buon uomo a farle un buon lascito. Lasciammo che il notaio rimanesse solo
col mio padrone, e andammo in anticamera dove era arrivato in quel momento il chirurgo, mandato dal medico per fare un
nuovo ed ultimo salasso. Lo fermammo. Aspettate, maestro Martino, gli disse la governante, in questo momento non
permesso entrare in camera del signor Sedillo. Sta dettando le sue ultime volont a un notaio: appena avr fatto testamento
potrete fargli tranquillamente il salasso.
Tanto la bigotta quanto io avevamo una gran paura che il canonico morisse mentre faceva testamento; ma
fortunatamente il documento che ci lasciava tanto inquieti fu firmato. Vedemmo uscire il notaio, che, incontrandomi, mi
batt una mano sulla spalla e sorridendo mi disse: Gil Blas non stato dimenticato. A queste parole provai una tal gioia
e fui cos riconoscente al mio padrone di essersi ricordato di me, che promisi a me stesso di pregare Iddio per lui dopo la
sua morte che non tard ad arrivare, perch il povero vecchio, gi molto indebolito, dopo il salasso che gli fece ancora il
chirurgo, rese l'anima a Dio. Proprio in quel momento arriv il medico, che, nonostante l'abitudine di spedire all'altro
mondo i suoi malati, rimase un poco mortificato. Tuttavia, prima di uscire, invece di imputare la morte del canonico
all'acqua calda e ai salassi, disse con aria glaciale che il paziente non aveva subito abbastanza salassi e non gli si era fatta
bere sufficientemente acqua calda. L'esecutore materiale delle prescrizioni del gran medico, voglio dire il chirurgo,
vedendo che non c'era pi bisogno dell'opera sua, se ne and insieme col dottor Sangrado, mentre entrambi affermarono
che fin dal primo giorno avevano condannato il paziente. Ed effettivamente non si sbagliavano quasi mai, quando
esprimevano un tale giudizio.
Quando la signora Giacinta, Inesilla ed io vedemmo il padrone ormai senza vita, facemmo un tal concerto di
lamenti funebri che fu udito da tutto il vicinato. Specialmente la bigotta, che aveva pi degli altri motivo di rallegrarsi,
lanciava delle grida cos strazianti, che sembrava la donna pi infelice del mondo. In un momento la stanza si riemp di
gente, attratta pi dalla curiosit, che dalla compassione. I parenti del defunto, appena avuto sentore della sua morte,
piombarono in casa, e fecero mettere dappertutto i sigilli. Vedendo che la governante era tanto afflitta, pensarono in un
primo tempo che il canonico non aveva fatto testamento: ma ben presto vennero a sapere, con loro grande delusione, che
il testamento c'era, munito di tutti i crismi della legalit. Quando poi il testamento fu aperto, e seppero che il testatore
aveva lasciato la maggior parte dei suoi beni alla signora Giacinta e alla giovanetta, quelli proruppero in un'orazione
funebre con parole assai poco laudative per la memoria del defunto. Non mancarono di vomitare ingiurie nei confronti
della bigotta, e neppur io fui del tutto risparmiato. Bisogna dire che lo meritavo. Il laureato, che Iddio lo giudichi!, per far
s che io mi ricordassi di lui per tutta la vita, cos si espresse nel suo testamento: Item, poich Gil Blas un ragazzo gi
istruito, lascio a lui, perch perfezioni la sua istruzione, la mia biblioteca che comprende i miei libri e i miei manoscritti,
senza eccezione alcuna.
Io non sapevo dove trovare questa pretesa biblioteca; non mi ero mai accorto che ne esistesse una in tutta la casa.
Sapevo solamente che nello studio del mio padrone su due assi di abete c'erano, insieme con alcune carte, cinque o sei
volumi: ecco tutta la mia eredit! Quei libri non potevano del resto essermi molto utili: uno era intitolato: Il cuoco
perfetto; un altro trattava dell'indigestione e del modo di guarirla; e gli altri, con le pagine mezze mangiate dai tarli,
costituivano le quattro parti del breviario. Per quanto si riferisce ai manoscritti, il pi curioso conteneva tutti gli atti di un
processo che il canonico aveva a suo tempo sostenuto per la sua prebenda. Dopo aver esaminato con maggior cura che
meritasse il contenuto del mio lascito, lo regalai ai parenti del canonico, che me lo avevano tanto invidiato. Regalai anche
l'abito che avevo indosso, e ripresi il mio, limitando cos al solo salario il frutto delle mie fatiche. Lasciai poi la casa per
andare a cercare un altro servizio. Quanto alla signora Giacinta, oltre le somme ereditate, si trov ad avere dei buoni abiti
usati che, durante la malattia del laureato, aveva portato via con l'aiuto del suo buon amico.

III GIL BLAS TROVA POSTO AL SERVIZIO DEL DOTTOR SANGRADO E DIVENTA UN CELEBRE
MEDICO

Avevo pensato di andare a trovare il signor Arias de Londona per scegliere nel suo registro una nuova
sistemazione; ma, mentre stavo entrando nel vicolo dove abitava, incontrai il dottor Sangrado, che non avevo pi visto dal
giorno della morte del mio padrone, e mi presi la libert di salutarlo. Lui mi riconobbe immediatamente, quantunque
avessi un altro abito, e, mostrando di esser contento di rivedermi, mi disse: Guarda chi si vede, ragazzo mio, in questo
momento pensavo proprio a te. Ho bisogno di un bravo servitore e ritenevo che avresti fatto proprio al caso mio, se tu
sapessi leggere e scrivere.
Signor dottore, gli risposi, in questo caso va benissimo, perch io so l'uno e l'altro. Allora, riprese il
medico, fai al caso mio. Vieni da me, avrai soltanto soddisfazioni; ti tratter bene. Pur non dandoti nessun salario, vedrai
che non ti mancher nulla. Mi prender cura di te, e ti insegner la grande arte di guarir tutte le malattie. In altre parole, pi
che un servo diventerai un mio allievo.
Nella speranza di diventar celebre nel campo medico sotto la guida di un maestro cos sapiente, accettai la
proposta. Lui mi condusse subito seco per mettermi al lavoro cui mi aveva destinato, e questo lavoro consisteva nello
scrivere il nome e l'indirizzo dei malati che lo chiamavano quando lui era in citt. A questo scopo teneva un registro, in cui
una vecchia serva, che era l'unica domestica che aveva, scriveva gli indirizzi; ma, oltre al fatto che lei non conosceva
l'ortografia, aveva una pessima calligrafia tanto che spesso non si poteva pi decifrarla. Ebbi l'incarico di tenere in ordine
questo registro, che si poteva a ragione definire un registro mortuario, perch coloro di cui notavo il nome morivano quasi
tutti. In esso prenotavo, per cos dire, le persone che volevano partire per l'altro mondo, nello stesso modo in cui
l'impiegato di un ufficio di viaggi scrive il nome di coloro che prenotano i posti. Dovevo prendere spesso la penna in
mano, perch in quel tempo a Valladolid non c'era medico pi stimato del dottor Sangrado. Questi aveva acquistato fama
per le sue speciali argomentazioni, avvalorate da un'aria imponente, e da qualche cura fortunata, che gli aveva dato pi
rinomanza di quel che meritasse.
La clientela non gli mancava, e quindi non gli mancavano neppure i soldi. Ma non per questo faceva miglior
tavola: a casa sua i pasti erano molto frugali. Ordinariamente mangiavamo soltanto piselli, fave, patate cotte e formaggio.
Diceva che tali alimenti erano i pi adatti allo stomaco, perch facilmente triturabili, cio pi facili da masticare. Tuttavia,
pur ritenendoli digeribili facilmente, non voleva che ce ne saziassimo e in questo aveva ragione. Ma se proibiva alla donna
e a me di mangiar molto, in compenso ci permetteva di bere acqua a volont. Anzich limitarcene il consum, soleva dire:
Bevete, ragazzi miei, la salute consiste nell'elasticit e umidit dei tessuti. Bevete acqua in abbondanza, che un solvente
universale, e scioglie tutti i sali. Se il battito cardiaco lento, l'acqua lo rende pi frequente, e, se troppo rapido, lo
rallenta. Il nostro dottore era talmente in buona fede su questo punto, che lui stesso non beveva altro che acqua, pur
essendo avanzato negli anni. Secondo lui la vecchiaia non era altro che una forma naturale di tisi che ci asciuga e ci
consuma; e, sulla base di questa definizione, deplorava l'ignoranza di coloro che dicono che il vino sia il latte dei vecchi.
Egli sosteneva che il vino li usura e li rovina, e con grande eloquenza dimostrava che quel funesto liquido per essi, come
per tutti, un amico che tradisce e un piacere che inganna.
Nonostante questi dotti ragionamenti, dopo otto giorni che ero in quella casa, mi prese una forte diarrea e un gran
mal di stomaco, che io ebbi la temerit di attribuire al solvente universale e al cattivo nutrimento. Me ne lamentai col mio
maestro pensando di renderlo meno severo e di indurlo a concedermi un po' di vino durante il pasto, ma lui era troppo
nemico di tale bevanda per acconsentire alla mia richiesta. Quando avrai preso l'abitudine di bere acqua, mi disse, ne
apprezzerai la bont; del resto, se proprio ti ripugna bere acqua, ci sono delle sostanze innocue per sostenere lo stomaco
contro la scipitezza delle bevande a base di acqua. La salvia, per esempio, e la veronica, danno loro un sapore eccellente;
e, se le vuoi rendere ancor pi deliziose, basta che ci versi dei chiodi di garofano, rosmarino o papavero.
Aveva un bel vantare l'acqua e insegnarmi i segreti per farne delle bevande squisite, io ne bevevo cos poca che
lui fin per accorgersene e mi disse: Gil Blas, non mi meraviglio affatto che non goda perfetta salute; il fatto che tu,
amico mio, non bevi abbastanza. L'acqua presa in piccole quantit non serve che a sviluppare e attivare l'organo della bile,
mentre necessario trattarlo con abbondante solvente. Non temere, caro ragazzo, che l'abbondanza d'acqua indebolisca o
raffreddi il tuo stomaco: lungi da te quel timor panico che ti prende per le frequenti bevute! Io ti garantisco il successo; e
se non ti fidi di me, Celso stesso te ne dar garanzia. Questo oracolo latino fa un ammirevole elogio dell'acqua, e dice
espressamente che coloro i quali, per bere del vino, accampano il pretesto della debolezza del loro stomaco, commettono
un'ingiustizia verso quel loro viscere, cercando solo di nascondere la loro golosit.
Poich non sarebbe stato conveniente mostrarmi recalcitrante mentre iniziavo la carriera del medico, feci finta
d'essermi convinto che aveva ragione, e debbo confessare che lo credetti veramente. Continuai perci a bere acqua,
sull'autorit di Celso, o piuttosto cominciai a diluire la bile bevendo abbondantemente quel liquido e, sebbene mi sentissi
di giorno in giorno sempre peggio, il pregiudizio ebbe il sopravvento sull'esperienza. Come si vede, avevo un'ottima
disposizione a diventare dottore. Per alla fine non potei resistere alla violenza dei miei mali, che si accrebbero in modo
tale, da indurmi a decidere di lasciare il Dottor Sangrado. Ma un nuovo incarico che ebbi da lui, mi fece cambiare idea.
Ascolta, Gil Blas, mi disse un giorno, io non sono di quei padroni severi e ingrati che lasciano diventar vecchi i loro
domestici prima di dar loro una ricompensa. Io sono contento di te e ti voglio bene; e, senza aspettare altro tempo, ho
deciso di fare la tua fortuna cominciando da adesso; perci voglio subito svelarti il segreto dell'arte sanitaria che io
professo da tanti anni. Gli altri medici lo fanno consistere nella conoscenza di mille scienze astruse, mentre io ho la
pretesa di abbreviarti un cos lungo cammino, e di risparmiarti la fatica di studiare la fisica, la farmacologia, la botanica e
l'anatomia. Devi sapere, amico mio, che non c' bisogno d'altro che far salassi e far bere acqua calda: ecco il segreto per
guarire tutte le malattie del mondo. S, questo semplice segreto che io ti ho rivelato, e che la natura, incomprensibile ai
miei confratelli, non ha potuto celare alle mie osservazioni, racchiuso in queste due norme: salassi e bevute frequenti.
Non ho bisogno di insegnarti altro, sei gi padrone dell'arte medica; e, approfittando del frutto della mia lunga esperienza,
diventi di colpo abile al pari di me. In questo modo, continu, tu puoi subito diventare mio aiuto; la mattina terrai in
ordine il nostro registro, e il pomeriggio andrai a visitare una parte dei miei malati. Mentre io mi occuper dei nobili e del
clero, tu andrai da coloro che appartengono al terzo stato; e quando poi avrai esercitato per qualche tempo, ti far iscrivere
al collegio dei medici. Tu hai la fortuna, Gil Blas, di essere sapiente prima di diventare medico, mentre gli altri sono
medici per lungo tempo, e la maggior parte per tutta la vita, prima di diventare sapienti.
Ringraziai il dottore di avermi cos rapidamente reso capace di servirgli da sostituto; e, per dimostrargli la mia
riconoscenza, gli promisi che avrei seguito i suoi criteri per tutta la vita, quand'anche fossero contrari a quelli di Ippocrate.
Per debbo dire che questa promessa non era del tutto sincera. Disapprovavo la sua opinione nei riguardi dell'acqua, e mi
proposi di bere vino tutti i giorni, quando uscivo per visitare i miei malati. Per la seconda volta appesi al gancio il mio
abito ricamato, ne presi uno del mio maestro per darmi l'aria di dottore. Cos mi preparai a esercitare l'arte medica, alla
faccia di chi mi avrebbe chiamato. Il mio debutto lo feci con un agente di polizia, che aveva una pleurite: ordinai salassi
senza misericordia e frequenti bevute d'acqua. In seguito andai da un pasticcere, che la gotta faceva urlare dal dolore.
Trattai il suo sangue non diversamente da quello dell'agente di polizia, e ordinai che gli dessero continuamente da bere.
Per le mie visite ricevetti dodici reali, e questo mi fece prender tanto gusto alla professione, che non domandavo altro che
malanni. Uscendo dalla casa del pasticcere, incontrai Fabrizio, che non avevo pi visto dopo la morte del laureato Sedillo.
Lui mi guard a lungo, sorpreso, poi cominci a ridere a crepapelle. Il suo riso non era del tutto ingiustificato: avevo un
mantello che strascicava per terra e un vestito quattro volte pi grande del necessario. Potevo passare per una figura
originale e grottesca. Lo lasciai sfogare, ed ero quasi tentato di imitarlo; ma mi trattenni, perch non volevo venir meno,
per la strada, al decoro proprio del medico, che non certo un animale risibile. Se il mio aspetto ridicolo aveva destato
l'ilarit di Fabrizio, la mia seriet la raddoppi e quando si fu ben sfogato, mi disse: Vivaddio, Gil Blas, sei proprio
vestito in modo ameno. Chi diavolo ti ha travestito cos? Adagio, risposi, rispetta un novello Ippocrate! Sappi che
sono il sostituto del dottor Sangrado, che il medico pi famoso di Valladolid. Vivo a casa sua da tre settimane. Da lui ho
appreso i fondamenti della medicina, e poich non pu visitare tutti i malati che lo chiamano, per aiutarlo ne visito io una
parte. Lui va nelle grandi case e io nelle piccole. Benissimo, disse allora Fabrizio, vuol dire che abbandona a te il
sangue del popolo, e riserva a se stesso quello dei nobili. Ti faccio i miei complimenti per la divisione dei compiti;
meglio aver a che fare col popolino che col gran mondo. Viva il medico dei sobborghi! I suoi errori sono meno in vista e
i suoi assassini non fanno chiasso. S, ragazzo mio, aggiunse, la tua sorte mi par degna di invidia, e, parafrasando il
detto di Alessandro il Grande, se non fossi Fabrizio vorrei esser Gil Blas.
Per mostrare al figlio del barbiere Nuez che non aveva torto nel magnificare la sistemazione da me raggiunta,
gli feci vedere i reali che l'agente di polizia e il pasticcere mi avevano dato; poi andammo in una taverna a berne una parte.
Ci portarono del vino abbastanza buono, che il desiderio di bere mi fece stimare anche migliore. Ne bevvi a gran sorsi e,
non dispiaccia all'oracolo latino, a mano a mano che lo versavo nello stomaco, sentivo che questo viscere non si
lamentava dell'ingiustizia che gli facevo. Rimanemmo per molto tempo nella taverna, Fabrizio ed io, ridendo alle spalle
dei nostri padroni, come son soliti fare i servitori. Poi, vedendo che si approssimava la notte, ci separammo, dopo averci
scambievolmente promesso di ritrovarci nello stesso posto il pomeriggio del giorno seguente.

IV GIL BLAS CONTINUA A ESERCITARE LA MEDICINA CON UN SUCCESSO PARI ALLA SUA
CAPACIT. AVVENTURA DELL'ANELLO RITROVATO
Ero appena giunto a casa, che arriv anche il dottor Sangrado. Gli dissi dei malati che avevo visitato, e gli
consegnai otto reali dei dodici che avevo ricevuto per le mie visite. Dopo averli contati, lui mi disse: Otto reali per due
visite sono un po' poco, ma bisogna contentarsi di tutto. Cos li prese quasi tutti. Tenne per s sei reali e mi mise in mano
gli altri due dicendo: Tieni, Gil Blas, eccoti per cominciare a farti un capitaletto; inoltre, voglio far con te un patto che ti
sar molto vantaggioso; ti lascer un quarto di quanto porterai a casa. In poco tempo sarai ricco, amico mio, perch, a Dio
piacendo, quest'anno ci saranno molte malattie.
Potevo dirmi veramente contento della mia compartecipazione, perch, essendomi proposto di trattenermi ogni
volta il quarto di quello che mi davano in citt, e ricevendo ancora il quarto del resto, venivo a percepire, se l'aritmetica
non un'opinione, quasi la met di quello che incassavo. Questa considerazione fece aumentare la mia passione per la
medicina. L'indomani dopo pranzo, rivestito l'abito di sostituto del dottore, mi rimisi in azione. Visitai diversi malati di cui
avevo preso nota, e li trattai tutti allo stesso modo, bench avessero malattie diverse. Fino allora le cose erano andate lisce,
e nessuno, grazie al Cielo, si era ancora lagnato delle mie prescrizioni; ma, per quanto sapiente sia l'arte di un medico,
questa trover sempre dei critici e degli invidiosi. Quando dunque andai in casa di un droghiere che aveva un figlio
idropico, vi trovai un medico basso di statura e bruno di capelli, chiamato dottor Cuchillo, e che un parente del padrone di
casa aveva condotto seco per far visitare l'ammalato. Feci profonde riverenze a tutti, e specialmente a colui che pensavo
fosse stato chiamato a consulto. Lui mi salut con aria grave; poi, dopo avermi osservato qualche istante con molta
attenzione, mi disse: Signor dottore, vi prego di scusare la mia curiosit. Credevo di conoscere tutti i medici di
Valladolid, miei colleghi, e tuttavia vi confesso che voi mi siete del tutto sconosciuto. Deve essere da poco tempo che siete
venuto a stabilirvi in questa citt. Risposi che ero un giovane assistente del dottor Sangrado, e che stavo facendo pratica
sotto le sue direttive. Mi rallegro con voi, disse lui gentilmente, per aver adottato i metodi di cura di un uomo cos
illustre. Non dubito che abbiate acquistato gi una grande abilit, sebbene sembriate assai giovane. Si era espresso con
un tono cos naturale, che non sapevo se avesse parlato sul serio, o se mi avesse preso in giro. Stavo pensando che cosa
dovevo rispondere, quando il droghiere, cogliendo il momento giusto per intervenire, ci disse: Signori, sono convinto
che entrambi siete valenti medici: vi prego di visitare mio figlio, e di prescrivergli quello che giudicate si debba fare per
farlo guarire.
Allora quel dottorello cominci a visitare l'ammalato; e, dopo avermi fatto notare tutti i sintomi caratteristici
della malattia, mi domand che cosa ritenessi di dover fare. Io penso, risposi, che sarebbe necessario fare dei salassi
ogni giorno, e fargli bere abbondantemente acqua calda. E voi credete davvero, mi interruppe sorridendo
maliziosamente, che questi rimedi gli salveranno la vita? Senza dubbio, esclamai con grande seriet, vedrete che il
malato migliorer a vista d'occhio; quei rimedi devono guarire perch sono degli specifici contro tutte le malattie.
Domandatelo al signor Sangrado! Allora Celso ha torto, riprese lui, quando dice che, per guarire pi facilmente un
idropico, conveniente fargli soffrire la fame e la sete. Celso non il mio oracolo, risposi, anche lui, come gli altri, si
sbagliava, e qualche volta mi sembra giusto andare contro i suoi concetti; me ne trovo benissimo. Dai vostri discorsi,
mi disse Cuchillo, riconosco il sistema pratico e soddisfacente che il dottor Sangrado vuole imporre ai suoi giovani
assistenti. Salassi e bevande costituiscono la sua medicina universale. Non mi fa meraviglia se tanta brava gente
soccombe nelle sue mani... Bando alle invettive! interruppi io piuttosto bruscamente, un professionista come voi ha
proprio il diritto di parlare in quel modo! Andiamo! signor dottore, anche senza i salassi e l'acqua calda, si mandano i
pazienti all'altro mondo; e forse voi stesso ne avete mandato pi di altri! Se ce l'avete col signor Sangrado, mettete per
iscritto le vostre accuse contro di lui; vi risponder, e vedremo chi sar l'ultimo a ridere. Per San Giacomo e San
Dionisio! interruppe a sua volta incollerito il mio interlocutore, voi non conoscete il dottor Cuchillo. Sappiate che ho
becco e artigli, e che non ho nessuna paura di Sangrado, che, nonostante la sua presunzione e vanit, non che uno
stravagante. La collera del dottorello provoc la mia. Gli risposi aspramente; lui ribatt nello stesso modo, e ben presto
venimmo alle mani. Prima che il droghiere e il suo parente potessero separarci, facemmo in tempo a scambiarci qualche
pugno e a strapparci i capelli. Dopo esserci riusciti, mi pagarono la visita, e trattennero il mio antagonista, evidentemente
ritenuto pi abile di me.
Dopo questa avventura, poco manc che me ne capitasse un'altra. Andai a visitare un cantore, grande e grosso,
che aveva la febbre. Appena sent parlare di acqua calda, si dimostr tanto restio a inghiottire questo specifico, che si mise
a bestemmiare. Mi mand mille insulti, minacciandomi perfino di buttarmi gi dalla finestra, se non mi fossi affrettato ad
andarmene. Non me lo feci dire due volte; scappai via, e, non volendo pi per quel giorno visitare ammalati, andai nella
locanda dove avevo dato appuntamento a Fabrizio. Lo trovai che era gi l. Siccome eravamo in vena di bere, prendemmo
la sbornia, e ce ne tornammo dai nostri padroni in ottimo stato, ossia alquanto brilli. Il signor Sangrado non si accorse
della mia ubriachezza, perch io gli raccontai l'alterco avuto col dottorello con tanta vivacit di gesti, che lui prese il mio
brio per l'emozione ancor viva provata durante il litigio. Per altro, immedesimandosi con la parte da me avuta nel fatto, e
sentendosi offeso, mi disse: Ben hai fatto, Gil Blas, a difendere la virt dei nostri rimedi contro quel piccolo aborto della
facolt di medicina. Lui pretende dunque che non si devono permettere le bevande acquose agli idropici? un ignorante!
Io invece sostengo che se ne debba prescrivere l'uso. S, continu, l'acqua pu guarire tutte le specie di idropisia, nello
stesso modo come giova nei casi di anemia, anche eccellente per i febbroni che producono vampe di calore e brividi di
freddo nel medesimo tempo, ed meravigliosa perfino nelle malattie dovute a secrezioni fredde, sierose, flogistiche ed
emetiche. Questa teoria sembra strana ai giovani medici come Cuchillo; ma invece perfettamente sostenibile nella buona
arte medica; e se quelli l fossero capaci di ragionare logicamente, invece di sparlare di me, ammirerebbero il mio metodo
e diverrebbero gli adepti miei pi zelanti.
Il mio padrone non suppose dunque affatto che io avessi bevuto, tanto si era incollerito; poich io, per aizzarlo
maggiormente contro il dottorello, avevo infiorita la mia narrazione con circostanze di mia invenzione. Tuttavia, per
quanto fosse preso dal mio racconto, non pot fare a meno di accorgersi che quella sera io bevevo pi acqua del solito.
In realt ero alquanto alterato dal vino. Qualunque altro che non fosse stato lui, si sarebbe messo in sospetto per
la mia gran sete e per le gran sorsate d'acqua che ingurgitavo: ma lui, pensando ingenuamente che io cominciassi a prender
gusto alle bevande acquose, mi disse sorridendo: A quel che vedo, Gil Blas, non hai pi tanta avversione per l'acqua.
Perdio! la bevi come se fosse un nettare. Ma ci non mi meraviglia, amico mio, sapevo bene che ti saresti abituato a questo
liquore. Signore, gli risposi, ogni cosa a suo tempo: oggi per una pinta d'acqua darei una botte di vino. Questa
risposta mand in sollucchero il dottore, che non perse una cos bella occasione per magnificare l'eccellenza dell'acqua.
Cominci di nuovo a cantarne le lodi, ma non da monotono conferenziere, bens come peroratore entusiasta. Mille
volte, esclam! mille e mille volte pi rispettabili e innocue delle taverne del giorno d'oggi erano le mescite dei secoli
passati, dove non si andava a scialacquare vergognosamente le proprie sostanze e a mettere in pericolo persino la propria
vita ingurgitando del vino, ma dove la gente si riuniva per divertirsi onestamente e senza pericolo, bevendo acqua calda.
Non si potr mai apprezzare abbastanza la saggia previdenza di quegli antichi maestri della vita civile, che avevano
destinato locali pubblici per dispensare acqua ad ognuno che passava, relegando il vino, da usarsi soltanto su ordinazione
medica, nelle botteghe dei farmacisti. Somma sapienza! senza dubbio, aggiunse, grazie ad una felice persistenza di
quella vecchia frugalit degna del secolo d'oro, se ancor oggi vi sono delle persone che, come te e come me, bevono
soltanto acqua, e che sono convinti di preservarsi da ogni sorta di malanni o di guarirsene, bevendo dell'acqua calda che
non sia bollita; infatti ho osservato che l'acqua quando bollita, pi pesante e meno accetta allo stomaco.
Mentre il dottore teneva questo eloquente discorso, credetti pi di una volta di scoppiare dal ridere. Tuttavia
riuscii a mantenermi serio. E feci di pi; gli detti corda. Biasimai l'uso del vino, e compiansi coloro che, disgraziatamente
avevano preso gusto a una bevanda cos dannosa. Infine, sentendo che non avevo ancora smaltito la sbornia, riempii
d'acqua un enorme bicchiere, e, dopo aver bevuto a grandi sorsi, esclamai: Suvvia, signore, abbeveriamoci con questo
benefico liquore! Facciamo rivivere in casa vostra quelle antiche mescite che tanto rimpiangete. Il dottore approv le
mie parole, e per un'ora intera mi esort a non bere mai altro che acqua. Per abituarmi a questa bevanda, gli promisi di
berne ogni sera una grande quantit; e per mantenere pi facilmente questa promessa, andai a letto col proposito di andare
tutti i giorni nella taverna.
Lo spiacevole incidente avvenuto in casa del droghiere non m'imped di continuare l'esercizio della mia
professione e, subito il giorno dopo, di prescrivere salassi e acqua calda. Uscendo da una casa dove avevo visitato un poeta
che delirava, incontrai per la strada una vecchia che mi ferm per domandarmi se ero medico. Alla mia risposta
affermativa, lei mi disse: Signor dottore, vi supplico umilmente di venire con me: ieri mia nipote si ammalata, e io non
so di che cosa si tratti. Seguii la vecchia che mi condusse a casa sua, e mi fece entrare in una stanza ben ammobiliata,
dove c'era a letto una donna. Mi avvicinai per osservarla, e subito rimasi colpito dalla sua fisionomia. La fissai qualche
istante e riconobbi in lei, senza tema di sbagliare, quell'avventuriera che aveva sostenuto cos bene la parte di Camilla. Dal
canto suo, lei non sembr riconoscermi, o perch fosse oppressa dal male, o perch il mio abito di medico mi rendesse
irriconoscibile ai suoi occhi. Le presi il braccio per tastarle il polso, e vidi che al dito aveva il mio anello. Fui terribilmente
scosso alla vista di quell'oggetto di cui ero in diritto di impadronirmi, e fui molto tentato di riprendermelo con la forza; ma,
riflettendo che quelle donne si sarebbero messe a strillare, e che don Raffaele, o qualche altro difensore del bel sesso,
avrebbe potuto accorrere alle loro grida, mi guardai bene dal cedere alla tentazione. Pensai che era meglio dissimulare, e
consultarmi con Fabrizio. Mentre prendevo questa decisione, la vecchia insisteva perch le dicessi qual'era la malattia di
sua nipote. Non fui tanto stupido da confessare che non ne capivo niente; al contrario, feci il saccente, e, copiando il mio
maestro, dissi con aria grave che la malattia proveniva dalla mancanza di sudorazione; bisognava per tanto affrettarsi a
farle un salasso, perch il salasso era il sostituto naturale della traspirazione, e, per stare alle regole, prescrissi acqua calda.
Abbreviai la mia visita il pi possibile, e corsi dal figlio di Nuez, che incontrai mentre usciva per fare una
commissione, di cui l'aveva incaricato il suo padrone. Gli raccontai la mia nuova avventura, e gli domandai se gli pareva
il caso di far arrestare Camilla dalla polizia: Dio te ne guardi! rispose Fabrizio, devi stare attento, non sarebbe questo
il modo di riavere il tuo anello. Sai bene che i poliziotti non ci tengono alle restituzioni. Ricordati della tua prigionia ad
Astorga: sia il tuo cavallo, che il tuo danaro, e perfino il tuo abito, non rimasto tutto nelle loro mani? Bisogna piuttosto
ricorrere all'astuzia se si vuol ricuperare il tuo diamante. Mi occupo io di trovare qualche stratagemma. Ci penser mentre
vado all'ospedale, dove debbo fare un'ambasciata al provveditore da parte del mio padrone. Tu vammi ad aspettare alla
taverna, e abbi pazienza, ch fra poco ti raggiunger.
Passarono tuttavia pi di tre ore dal momento in cui ero arrivato al luogo dell'appuntamento, quando arriv
Fabrizio. Da principio non lo riconobbi: oltre ad aver cambiato abito, si era fatto le trecce e si era applicato un paio di baffi
posticci che gli ricoprivano met del viso. Una grande spada con un'elsa di almeno tre piedi di circonferenza gli pendeva
al fianco, ed era scortato da cinque uomini, che, come lui, avevano un'aria risoluta, dei grandi mustacchi e dei lunghi
spadoni. Servitore del signor Gil Blas, mi disse avvicinandosi, vedete in me un bargello di nuovo conio, e nei bravi
ragazzi che mi accompagnano, degli arcieri dello stesso stampo. Non dovete far altro che condurci dalla donna che vi ha
rubato il diamante e noi ve lo faremo restituire, parola mia. A queste parole, che mi svelavano lo stratagemma, abbracciai
Fabrizio, e gli dissi che approvavo senza riserve l'espediente da lui escogitato. Salutai anche i falsi arcieri. Questi erano tre
domestici e due garzoni di barbiere suoi amici, da lui ingaggiati per fare la parte di quei personaggi. Ordinai del vino per
abbeverare la squadra, e tutti insieme, sul far della notte, andammo a casa di Camilla. Avendo trovata chiusa la porta,
bussammo. Venne ad aprirci la vecchia, la quale, ritenendo che le persone che erano meco fossero dei poliziotti che non
senza motivo volevano entrare in casa, ne fu sommamente spaventata. Rassicuratevi, buona donna, le disse Fabrizio,
siamo venuti qui per un affaruccio che sar presto sbrigato, perch noi siamo gente svelta. Cos dicendo, entrammo e ci
dirigemmo verso la camera dell'ammalata, accompagnati dalla vecchia che ci precedeva, tenendo in mano un candeliere
d'argento con una candela accesa. Presi in mano il candeliere, mi avvicinai al letto e, affinch Camilla mi vedesse bene in
viso, esclamai: Malvagia donna, ecco qui quel troppo credulo di un Gil Blas che voi avete ingannato. Ah, scellerata, vi
ritrovo alla fine, dopo avervi lungamente cercata! Il giudice ha ricevuto la mia denuncia, e ha incaricato questo bargello di
arrestarvi. Andiamo, signor ufficiale, dissi rivolgendomi a Fabrizio, fate il vostro dovere. Non c' bisogno, rispose
lui esagerando la voce, che voi mi suggeriate di fare il mio dovere. Mi ricordo di quella donna l. Son gi dieci anni che
segnata in rosso nel mio registro. Alzatevi, principessa mia, aggiunse rivolgendosi alla donna, vestitevi subito; vi far
da cavaliere per condurvi alle prigioni della citt, se questo vi fa piacere.
A queste parole, Camilla, bench malata, accorgendosi che due arcieri dai baffoni stavano per tirarla gi dal letto,
si drizz a sedere, giunse le mani in modo supplichevole, e guardandomi con occhi pieni di terrore: Signor Gil Blas, mi
disse, abbiate piet di me, ve ne supplico per quella casta donna di vostra madre; sono pi infelice che colpevole, e ve ne
renderete conto se vorrete ascoltare la mia storia. No, signorina Camilla, esclamai, non voglio ascoltarvi. So troppo
bene che siete bravissima a contar storie. Ebbene, ella riprese poich non volete permettermi che mi giustifichi, vi
restituisco il diamante, ma non vogliate la mia rovina. In cos dire si lev l'anello dal dito, e me lo porse. Ma io le risposi
che il mio diamante non era sufficiente, e che pretendevo la restituzione dei mille ducati rubatimi nell'appartamento
ammobiliato. Oh! i vostri ducati, signore, non me li domandate, replic la donna. Quel traditore di don Raffaele se li
port via la notte stessa, e da allora non l'ho pi visto... Eh! cara la mia bambina disse allora Fabrizio, non vorrete
dire, per togliervi d'impaccio, che non avete avuto una fetta della torta? Non ve la caverete a cos buon mercato. Basta
soltanto il fatto che siate stata complice di don Raffaele, perch dobbiate render conto del vostro passato. E ne dovete ben
avere di peccati sulla coscienza! Se non vi dispiace, verrete in prigione a fare una confessione generale. Voglio condurvi
anche questa buona vecchietta; credo che sappia un'infinit di cose curiose che non dispiaceranno al signor giudice.
A questo punto le due donne fecero di tutto per muoverci a compassione. Riempirono la stanza di urli e di
lamenti. Mentre la vecchia in ginocchio un po' davanti al bargello, un po' davanti agli arcieri, implorava misericordia,
Camilla mi pregava, nel modo pi commovente, di salvarla dalle mani della giustizia. Era un vero spettacolo. Io finsi di
lasciarmi commuovere e dissi al figlio di Nuez: Signor ufficiale, poich il diamante mi stato restituito, far a meno del
resto. Non desidero che si faccia del male a questa povera donna; non voglio la morte del peccatore. Ohib! disse
allora Fabrizio, siete proprio un grande umanitario! Non sareste certo adatto a fare l'ufficiale di polizia. Io debbo eseguire
il mio compito. Mi stato espressamente ordinato di arrestare queste fanciulle; il signor giudice se ne vuol servire per dare
un esempio. Per favore, ribattei io, vi prego di tener conto della mia richiesta, e trascurare un po' il vostro dovere in
cambio del presente che queste signore vi offriranno. Allora la cosa cambia, disse Fabrizio ecco quello che si chiama
una figura retorica ben appropriata. Vediamo un poco, che cosa vogliono darmi queste signore? Io ho una collana di
perle, disse Camilla, e degli orecchini di notevole valore. S, ma, interruppe bruscamente il bargello, se vengono
dalle isole Filippine, non so proprio che cosa farmene. Potete prenderli a occhi chiusi, ribatt la donna, ve li
garantisco autentici. Si fece subito portare dalla vecchia una scatoletta, da cui tir fuori la collana e gli orecchini, e li
diede in mano al signor bargello. Costui, sebbene non si intendesse pi di me di preziosi, ritenne che ambedue fossero
autentici. Questi gioielli, disse dopo averli rimirati lungamente, mi sembrano di valore, e se aggiungiamo il candeliere
d'argento che ha in mano il signor Gil Blas, non rispondo pi dei miei scrupoli. Io non credo, intervenni io
rivolgendomi a Camilla, che non vogliate accettare, per un'inezia, un patto cos conveniente per voi. Cos dicendo, presi
la candela, la misi in mano alla vecchia, e detti il candeliere a Fabrizio, il quale, non vedendo probabilmente nella stanza
pi nulla che si potesse portar via facilmente, si ritenne soddisfatto, e disse alle due donne: Addio, signore, state
tranquille. Vado a parlare al signor giudice, e vi far apparire pi candide della neve. Noi sappiamo voltare le cose a piacer
nostro, e facciamo dei rapporti veritieri soltanto quando non siamo spinti a farne di falsi.

V CONTINUA L'AVVENTURA DELL'ANELLO RITROVATO. GIL BLAS ABBANDONA LA MEDICINA E


LASCIA VALLADOLID

Dopo aver messo in pratica, come sopra ho detto, lo stratagemma di Fabrizio, uscimmo dalla casa di Camilla,
lieti di un successo che aveva sorpassato la nostra aspettativa, perch avevamo calcolato di ricuperare solo l'anello. Il resto
lo portammo via senza complimenti. Ben lontani dal farci degli scrupoli per aver derubato delle cortigiane, pensavamo di
aver fatto un'azione meritoria. Signori, ci disse Fabrizio quando fummo in istrada, dopo aver portato a termine una
cos bella impresa, dovremo forse lasciarci senza festeggiarla alzando il bicchiere? Io non la penso cos, e propongo di
andare alla nostra taverna a godercela per tutta la notte. Domani venderemo il candeliere, la collana e gli orecchini, e ci
divideremo il ricavato da buoni fratelli; poi ciascuno se ne andr a casa sua, scusandosi col proprio padrone nel modo che
creder migliore. La proposta del bargello ci parve molto sensata. Tornammo tutti alla taverna, gli uni pensando che
avrebbero facilmente trovato una scusa per aver passato una notte fuori, e gli altri poco curandosi di un licenziamento.
Facemmo preparare una buona cena, e ci mettemmo a tavola con un buon umore pari al nostro appetito. Il pasto
fu infiorato da un'infinit di chiacchiere piacevoli. Soprattutto Fabrizio, che sapeva rendere briosa la conversazione,
divert un mondo la compagnia con alcune battute piene di sale castigliano, che non vale meno del sale attico: ma mentre
eravamo al colmo dell'allegria, la nostra gioia fu improvvisamente turbata da un avvenimento imprevisto e oltremodo
sgradevole. Nella stanza in cui cenavamo entr un uomo di bell'aspetto, seguito da due loschi figuri. Dopo di loro ne
comparvero altri tre, e poi ancora altri tre, di modo che a tre a tre divennero dodici. Avevano a tracolla una carabina con
baionetta e al fianco una spada. Ci rendemmo subito conto che erano degli arcieri della ronda notturna, e non ci fu difficile
capire le loro intenzioni. Al primo momento fummo presi dal desiderio di resistere, ma loro ci circondarono in un attimo,
e cos ci tennero a bada, sia col numero, sia con le armi. Signori, ci disse il comandante con aria canzonatoria, so con
quale ingegnoso stratagemma avete sottratto un anello a una certa avventuriera. L'invenzione sicuramente eccellente, e
merita una ricompensa pubblica, che, siatene certi, non vi mancher. La giustizia, che vi assicura un alloggio nel suo
palazzo, si far premura di rimunerare un cos bel lampo di genio. Questo discorso ci turb profondamente. Cambiammo
il nostro contegno, provando a nostra volta quello spavento che noi avevamo ispirato a Camilla. Tuttavia Fabrizio,
ancorch pallido e agitato, tent di giustificarci. Signore, disse, noi non abbiamo avuto cattive intenzioni, e perci
credo che ci si debba perdonare questa piccola soperchieria. Per tutti i diavoli, esclam il comandante infuriato, e voi
la chiamate una piccola soperchieria? Sapete che c' il capestro? A parte il fatto che non permesso farsi giustizia da s,
voi avete arraffato un candeliere, una collana e un paio di orecchini; e, quello che senza dubbio porta dritto alla forca
che, per commettere il furto, vi siete travestiti da arcieri. Dei miserabili camuffati da galantuomini per commettere un
misfatto! Potrete dirvi fortunati se sarete condannati alle galere. Quando capimmo che la cosa era ancor pi seria di
quello che avevamo in un primo tempo supposto, ci gettammo tutti ai loro piedi, e lo pregammo di aver compassione della
nostra giovinezza; ma le nostre preghiere furono inutili. Inoltre, e questo deve venir considerato un fatto straordinario,
quando gli proponemmo di cedergli la collana, gli orecchini, il candeliere e perfino il mio anello, questi rifiut, forse
perch c'erano troppi testimoni; in conclusione egli rimase inesorabile. Fece disarmare i miei compagni, e ci condusse tutti
in prigione. Strada facendo, uno degli arcieri mi raccont che la vecchia che abitava con Camilla, avendo sospettato che
non fossimo veri poliziotti, ci aveva seguiti fino alla taverna, dove il suo sospetto divenne certezza, e, per vendicarsi, ci
aveva denunciati alla ronda di polizia.
Fummo per prima cosa frugati dappertutto. Ci portarono via la collana, gli orecchini e il candeliere: ugualmente
mi strapparono l'anello, col rubino delle isole Filippine, che disgraziatamente avevo in tasca; non mi lasciarono neppure i
reali che avevo ricevuto per le visite che avevo fatto quel giorno; questo mi prov che i funzionari di polizia di Valladolid
non furono da meno, nell'esplicare i loro compiti, di quelli d'Astorga, e che i sistemi di questi signori erano uguali
dappertutto. Mentre mi spogliavano dei gioielli e dei quattrini, il comandante della ronda, che era presente, raccont il
fatto ai funzionari dell'ufficio rapine. Il fatto parve loro cos grave, che la maggior parte di essi ci ritennero meritevoli
della pena di morte. Quelli meno severi dissero che potevano bastare duecento colpi di frusta per ciascuno, e qualche anno
di servizio sul mare. In attesa della decisione del signor giudice, ci rinchiusero in gattabuia, dove ci sdraiammo sulla
paglia ammucchiata per terra, nello stesso modo che si usa nelle stalle per fare le lettiere ai cavalli. Avremmo potuto
restare in prigione per molto tempo, e uscirne soltanto per la condanna alle galere, se gi il giorno dopo, il signor Manuel
Ordoez non fosse venuto a conoscenza della nostra avventura, e non avesse deciso di far liberare Fabrizio, e, per
necessaria conseguenza noi tutti. Era questi un uomo che godeva in citt di grande reputazione: non risparmi le
sollecitazioni; e un po' per il proprio prestigio, un po' per quello dei suoi amici, in capo a tre giorni ottenne la nostra
scarcerazione. Ma noi non uscimmo dalla prigione come vi eravamo entrati: il candeliere, la collana, gli orecchini, il mio
anello col rubino, tutto rimase nelle mani della polizia. Questo fatto mi fece venire in mente quei versi di Virgilio che
cominciano: Sic vos non vobis....
Appena rimessi in libert tornammo dai nostri padroni. Il dottor Sangrado mi accolse con benevolenza: Mio
povero Gil Blas, mi disse, soltanto stamattina son venuto a conoscenza della tua disgrazia. Mi stavo preparando a
sollecitare la tua liberazione. Devi intanto consolarti, amico mio, e dedicarti pi che mai alla medicina. Risposi che
anch'io avevo questa stessa intenzione, e in realt mi consacrai interamente a quella professione. Ben lungi dal restare
senza lavoro, come il mio maestro aveva cos felicemente predetto, vi furono molte malattie. Il vaiuolo e le febbri
perniciose cominciarono a diffondersi nella citt e nei sobborghi. Tutti i medici di Valladolid, e noi specialmente,
avemmo una numerosa clientela. Non passava giorno senza che ciascuno di noi due non dovesse visitare otto o dieci
malati; da questo si giudichi quanta acqua veniva bevuta e quanto sangue veniva sparso. Ma quello che non so spiegarmi
il fatto che tutti gli ammalati morivano, o perch il nostro sistema di cura era sbagliato, o perch le loro malattie erano
incurabili. Difficilmente facevamo tre visite ad uno stesso ammalato: dopo la seconda, o venivamo a sapere che era gi
morto, o lo trovavamo in agonia. Poich io ero un giovane medico che non aveva avuto ancora tempo sufficiente per fare
il callo all'omicidio, mi accoravo per i lutti che mi si potevano imputare. Signore, dissi una sera al dottor Sangrado, il
cielo mi testimone che seguo scrupolosamente il vostro metodo; tuttavia tutti i miei malati se ne vanno all'altro mondo:
si direbbe che si divertano a morire per screditare la nostra arte medica. Oggi ne ho incontrati due che venivano portati al
cimitero. Ragazzo mio, mi rispose, potrei dirti presso a poco la stessa cosa; non mi succede molto spesso di avere la
soddisfazione di guarire le persone che capitano fra le mie mani, e se non fossi cos sicuro dei principii che metto in
pratica, penserei che i miei rimedi siano nocivi per quasi tutte le malattie che vengono sottoposte alle mie cure. Creda a
me, signore ribattei, cambiamo sistema. Proviamo per curiosit a dare ai nostri ammalati dei preparati chimici:
sperimentiamo il chermes minerale; alla peggio questi medicamenti potranno produrre lo stesso effetto della cura con
salassi e acqua calda. Farei volentieri questo esperimento, rispose il dottore, se non ci fossero conseguenze; ma ho
pubblicato un libro in cui ho magnificato l'effetto dei frequenti salassi e l'uso delle bevande: vuoi forse che sconfessi la
mia dottrina? Avete perfettamente ragione, risposi: non bisogna lasciare che trionfino i vostri nemici, i quali
certamente direbbero che vi siete accorto del vostro errore, e lederebbero cos la vostra reputazione. Meglio che perisca il
popolo, la nobilt e il clero! Continuiamo dunque col nostro sistema. Dopo tutto, i nostri confratelli, con tutta l'avversione
che hanno per il salasso, non fanno pi miracoli di noi, e credo che le loro droghe equivalgano ai nostri specifici.
Continuammo a lavorare con nuova lena, e procedemmo in modo tale che in meno di sei settimane facemmo
altrettante vedove e orfani, quanti ne fece l'assedio di Troia. A Valladolid si facevano tanti funerali, che sembrava ci fosse
la peste. Non passava giorno che non venisse da noi qualche padre che ci chiedeva conto di un figlio che gli avevamo
tolto, o qualche zio che ci rimproverava la morte di un nipote. Per i figli e i nipoti, i cui padri e zii si erano trovati male con
i nostri rimedi, non venivano mai a reclamare da noi. Anche i mariti si mostravano molto discreti; non facevano tanti
cavilli per la perdita delle loro mogli; per le persone veramente addolorate, delle quali dovevamo subire i rimproveri,
esprimevano talvolta il loro dolore in modo brutale e non misuravano le parole, chiamandoci ignoranti e assassini. Io mi
turbavo profondamente per i loro insulti, ma il mio maestro, che c'era ormai abituato, conservava il suo sangue freddo.
Forse anch'io avrei potuto, come lui, farci il callo, se la Provvidenza, certo per liberare i malati di Valladolid da uno dei
loro flagelli, non avesse fatto sorgere un'occasione che mi disgust dell'arte medica, da me praticata con cos poco
successo. E di ci far una descrizione dettagliata, anche se il lettore dovesse ridere a mie spese.
Nelle vicinanze della nostra abitazione c'era un giuoco di pallacorda, dove gli sfaccendati della citt si davano
tutti i giorni convegno. Fra gli altri c'era uno di quegli spadaccini di professione, che si arrogano il diritto di far da maestri
e di trinciar giudizi nei casi di controversia. Era di Biscaglia, poteva avere circa trent'anni e si faceva chiamare don
Rodrigo de Mondragon. Di statura media, ma segaligno e nervoso. Oltre a due occhietti scintillanti, mobilissimi, che
sembravano minacciare tutti coloro che guardava, un naso camuso pendeva su due baffi a punta che arrivavano fino alle
tempie. Parlava in modo cos rozzo e brutale, che quando apriva bocca ispirava terrore. Questo rompi-racchette era
divenuto il tiranno della pallacorda; con tono imperioso giudicava i contrasti che sorgevano fra i giocatori, e non
ammetteva appello ai suoi giudizi, a meno che l'appellante non fosse disposto a ricevere, il giorno seguente, una sfida a
duello. Tal quale l'ho dipinto, il signor don Rodrigo, che, nonostante il don che egli metteva davanti al nome, era del
tutto plebeo, suscit della tenerezza nel cuore della padrona del locale. Era questa una donna di quarant'anni, ricca,
abbastanza piacente, e vedova da quindici mesi. Non so come lui potesse piacerle: non certo per la sua bellezza; fu dunque
per un non so che di indefinibile. Comunque sia, se ne invagh, e pens di sposarlo. Ma mentre si preparava a mandar ad
effetto il suo proposito, cadde ammalata e, disgraziatamente per lei, io divenni il suo medico. Anche se la sua malattia non
fosse stata una febbre perniciosa, i miei rimedi erano sufficienti per renderla grave. In capo a quattro giorni riempii la
bisca di lutto. La padrona della pallacorda se ne and dove mandavo tutti i miei ammalati, e i suoi parenti si
impossessarono delle sue sostanze. Don Rodrigo, disperato per la perdita della sua promessa sposa, o meglio, della sua
speranza di un matrimonio molto vantaggioso per lui, non si content di far fuoco e fiamme contro di me, ma giur che mi
avrebbe trapassato da parte a parte con la sua spada, e che mi avrebbe eliminato la prima volta che mi avesse incontrato.
Un vicino caritatevole mi inform di quel giuramento, e per quel che sapevo di Mondragon, ben lungi dal trascurare
quell'informazione, fui preso da agitazione e terrore. Non osavo uscire di casa per paura di incontrare quel diavolo
d'uomo, e mi immaginavo in continuazione di vederlo entrare come una furia; non potevo restare un momento tranquillo.
Questo fatto mi allontan dalla medicina, e non pensai ad altro che a liberarmi dalla mia angoscia. Tornai a vestirmi col
mio abito ricamato; e dopo aver salutato il mio maestro che non riusc a trattenermi, uscii sul far del giorno dalla citt, non
senza il timore di incontrare don Rodrigo sul mio cammino.

VI QUALE STRADA PRESE GIL BLAS NELL'USCIRE DA VALLADOLID, E CHI LO RAGGIUNSE


DURANTE IL CAMMINO

Camminavo molto alla svelta voltandomi indietro di tanto in tanto, per assicurarmi che lo spaventevole
biscagliese non mi seguisse: la mia immaginazione era talmente ossessionata, che mi pareva di vederlo raffigurato in ogni
albero e in ogni cespuglio: ad ogni momento il cuore mi trasaliva dalla paura. Tuttavia, dopo aver percorso una buona
lega, cominciai a sentirmi pi sicuro, e continuai con minor fretta il mio cammino verso Madrid, dove avevo pensato di
recarmi. Non rimpiangevo la mia permanenza a Valladolid; l'unico dispiacere era di dovermi separare da Fabrizio, il mio
caro Pilade, che non avevo neppure avuto modo di salutare. L'aver rinunciato alla medicina non mi rincresceva affatto;
anzi domandai perdono a Dio per averla esercitata. Non mi stancavo di contare con piacere il danaro che avevo in tasca,
quantunque esso fosse il frutto dei miei assassinii. Somigliavo alle donne che smettono di far le puttane, ma che ad ogni
buon conto conservano il profitto del mestiere esercitato. Tutte le mie sostanze consistevano in un numero di reali
equivalente a circa cinque ducati. Con questi mi ripromettevo di andare a Madrid dove pensavo di trovarmi un buon posto.
D'altronde, desideravo ardentemente arrivare in quella superba citt, che mi era stata magnificata come il compendio di
tutte le meraviglie del mondo.
Mentre richiamavo alla mente tutto quello che me ne era stato detto, e godevo in anticipo dei piaceri che essa
offre, sentii la voce di un uomo che veniva dietro di me, e cantava a gola spiegata. Sulle spalle aveva un sacco di cuoio,
appesa al collo una chitarra, e al fianco portava una spada piuttosto lunga. Andava di passo cos spedito, che in breve
tempo mi raggiunse. Era uno dei due garzoni di barbiere, coi quali ero stato messo in prigione per l'affare dell'anello. Ci
riconoscemmo subito, nonostante che entrambi avessimo cambiato d'abito, e ci meravigliammo molto di trovarci
inopinatamente sulla strada maestra. Io gli dissi che ero felicissimo di averlo per compagno di viaggio e lui, dal canto suo,
parve molto contento di rivedermi. Gli raccontai il fatto che mi spingeva ad andarmene da Valladolid, e lui, per farmi
ugual confidenza, mi disse che aveva litigato col suo padrone, e che entrambi si erano dati un eterno addio. Se avessi
voluto rimanere ancora a Valladolid, aggiunse, avrei trovato dieci botteghe per una che avevo lasciato, perch, non per
vantarmi, oso dire che non c' barbiere in tutta la Spagna che sappia meglio di me radere la barba a pelo e contro pelo, e
arricciare i baffi coi pezzetti di carta. Ma non ho potuto pi resistere al gran desiderio di tornare nel mio luogo di nascita,
da cui sono partito or sono dieci anni giusti. Voglio respirare un po' d'aria nativa, e sapere come stanno i miei parenti. Sar
fra loro dopodomani, perch il luogo dove abitano, che si chiama Olmedo, un grosso villaggio al di qua di Segovia.
Mi decisi di accompagnare questo barbiere fino a casa sua, e di andare a Segovia per poi proseguire con qualche
mezzo di trasporto fino a Madrid. Durante la strada cominciammo a discorrere di cose indifferenti. Quel giovanotto era di
buon umore e assai faceto. Dopo un'ora di conversazione, mi domand se avevo appetito. Gli risposi che glielo avrei fatto
vedere alla prima locanda che avremmo incontrata. Prima di arrivarci, mi disse, potremmo fare una pausa: nel sacco
ho quanto occorre per uno spuntino. Quando viaggio, porto sempre meco delle provviste. Non mi preoccupo di portare
abiti, biancheria e altre cose inutili: non voglio nulla di superfluo. Nella mia sacca metto soltanto munizioni da bocca, il
mio rasoio e una saponetta: non ho bisogno d'altro. Lodai la sua accortezza, e accettai di buon grado la pausa da lui
proposta. Avevo fame e mi preparai a fare un buon pasto: dopo quel che lui aveva detto, me lo aspettavo. Ci allontanammo
dalla strada maestra e ci sedemmo sull'erba. Allora il mio garzone di barbiere tir fuori i suoi viveri, che consistevano di
cinque o sei cipolle, con qualche pezzetto di pane e di formaggio; ma ci che di meglio estrasse dal sacco fu un piccolo
otre pieno di un vino che lui disse delicato e gustoso al palato. Quantunque i cibi non fossero molto saporiti, la fame che
avevamo non ce li fece trovare cattivi, e vuotammo anche l'otre, che conteneva circa due pinte di un vino che il barbiere
avrebbe potuto pure fare a meno di vantarmi. Ci alzammo finito il pasto, e ci rimettemmo in cammino molto allegramente.
Il barbiere, al quale Fabrizio aveva parlato delle mie singolari avventure, mi preg di narrargliele io stesso. Pensai che non
potevo ricusare nulla a un uomo che mi aveva cos generosamente trattato, e soddisfeci il suo desiderio. Finito il mio
racconto gli dissi che, per ricambiarmi il favore, anche lui avrebbe dovuto narrarmi la sua storia. Oh! la mia storia!
esclam non merita certo di venir ascoltata: sono semplici avvenimenti di poco conto. Tuttavia, aggiunse, siccome
non abbiamo da far niente di meglio, ve la racconter fedelmente. E cominci ad esporla nel modo che segue.

VII STORIA DEL GARZONE BARBIERE

Fernando Pres de la Fuente, mio nonno, (comincio la storia un po' alla lontana) dopo essere stato per cinquanta
anni il barbiere del villaggio d'Olmedo, mor lasciando quattro figli. Il maggiore, di nome Nicola, si appropri della
bottega, e seguit a esercitare l'arte del padre. Il secondo, chiamato Bertrando, volle fare il commerciante e divenne
merciaio; mentre il terzogenito Tommaso divenne maestro di scuola. Il quarto di nome Pedro, sentendosi la vocazione per
le belle lettere, dopo aver venduto un pezzo di terreno che rappresentava la sua parte di eredit, and a stare a Madrid,
dove sperava che un giorno si sarebbe distinto per il sapere e l'ingegno. I suoi tre fratelli non vollero separarsi: si
stabilirono a Olmedo e si sposarono con figlie di contadini, che portarono loro poca dote, ma in compenso una grande
fecondit. Sembrava che facessero a gara a mettere al mondo figliuoli. Mia madre, che aveva sposato il barbiere, ne
partor sei in cinque anni di matrimonio. Ed io ero uno di quelli. Mio padre m'insegn assai presto a fare la barba ai clienti,
e, quando ebbi raggiunto l'et di quindici anni, mi mise sulle spalle questo sacco, che vedete, al fianco una lunga spada, e
mi disse: Va, Diego, sei ora in grado di guadagnarti la vita. Mettiti in viaggio, perch soltanto viaggiando puoi dirozzarti
e perfezionare la tua arte. Parti, e non tornare a Olmedo senza aver fatto il giro di tutta la Spagna; prima d'allora non voglio
sentir nulla di te. Detto questo, mi abbracci cordialmente e mi mise fuori dell'uscio.
Questo fu l'addio di mio padre. Quanto a mia madre, che era meno burbera di lui, parve pi commossa per la
mia partenza. Vers qualche lacrima, e di nascosto mi mise in mano un ducato. Lasciai quindi Olmedo, e mi diressi verso
Segovia. Non avevo ancor fatto duecento passi, che mi fermai per vedere che cosa c'era nel sacco. Ero curioso e volevo
conoscere esattamente qual era la mia ricchezza. Tirai fuori una custodia contenente due rasoi che sembrava avessero
servito per dieci generazioni, una coramella per affilarli, e un pezzetto di sapone; oltre a ci trovai una camicia di canapa
tutta nuova, un paio di scarpe vecchie di mio padre e - ci che pi di tutto mi rallegr - una ventina di reali avvolti in un
pezzo di tela. Queste erano tutte le mie sostanze. Potrete quindi farvi un'idea di quanto il barbiere mastro Nicola
confidasse nella mia abilit, poich mi aveva lasciato partire con cos pochi mezzi. Tuttavia il possesso di un ducato e di
venti reali era qualcosa di affascinante per un giovanetto che non aveva mai avuto un soldo. Pensavo che le mie risorse
finanziarie fossero inesauribili, e raggiante di gioia, proseguii il mio cammino, guardando ogni momento con
compiacimento l'elsa della mia draghinassa, il cui fodero mi batteva a ogni passo sui polpacci, e talora m'impediva di
camminare.
Verso sera arrivai al villaggio di Ataquines con una fame terribile. Andai ad alloggiare in una locanda e, come
se fossi stato in grado di darmi alle spese, ad alta voce chiesi da cenare. L'albergatore stette un momento a guardarmi, poi,
rendendosi conto con chi aveva a che fare, mi disse con dolcezza: Ai comandi, mio signore, sarete soddisfatto, sarete
trattato da principe. Cos dicendo, mi condusse in una cameretta, e dopo un quarto d'ora mi fece servire un salm di gatto,
che mangiai con avidit, come se si fosse trattato di lepre o di coniglio. Quell'eccellente rag fu annaffiato con un vino
tanto buono che, a detta dell'oste, neppure il re ne beveva di migliore. Mi accorsi tuttavia che era vino andato a male; ma
questo non mi imped di onorarlo allo stesso modo del gatto. Poi, per completare il trattamento da principe, fui costretto ad
accucciarmi in un lettuccio pi adatto a far perdere il sonno che a conciliarlo. Figuratevi una cuccia strettissima, e tanto
corta che non potevo stendere le gambe, nonostante fossi tutt'altro che alto. In luogo di un materasso di piuma c'era un
pagliericcio trapuntato e, sopra, un panno messo in doppio che, dopo l'ultima lavatura, sar forse servito a cento
viaggiatori. Tuttavia, proprio in quel letto che vi ho detto, con lo stomaco pieno di salm e del vino che mi avevano dato,
grazie alla mia giovinezza e al mio temperamento, dormii profondamente, senza risentire di alcun disturbo.
Il giorno seguente, dopo aver fatto colazione e ben pagato il buon trattamento riservatomi, mi recai direttamente
a Segovia. Appena arrivato, ebbi la fortuna di trovare una bottega di barbiere, dove fui assunto e, in compenso, nutrito e
alloggiato; ma non ci restai che sei mesi: un garzone di barbiere, di cui avevo fatto conoscenza e che voleva andare a
Madrid, mi indusse a lasciare il posto e a partire con lui. Anche a Madrid non feci fatica a trovare una sistemazione come
a Segovia. Entrai in una delle pi avviate botteghe. La vicinanza della chiesa di Santa Croce e del Teatro del Principe
aveva certamente contribuito ad attirare una clientela talmente vasta, che il mio padrone, due garzoni anziani ed io
potevamo riuscire appena a servire. Veniva gente di tutte le condizioni sociali, e, fra gli altri, dei commedianti e degli
autori drammatici. Un giorno due di costoro si trovarono insieme in bottega. Cominciarono a discorrere dei poeti e della
poesia di allora, e li sentii pronunciare il nome di mio zio, e ci mi fece prestare maggior attenzione ai loro discorsi. Don
Giovanni de Zavaleta diceva uno dei due, un autore sul quale mi sembra che il pubblico non debba fare assegnamento.
un uomo senza immaginazione e di temperamento freddo: il suo ultimo spettacolo lo ha terribilmente screditato. E
Luigi Velez de Guevara, diceva l'altro, dove me lo mettete? Si mai visto un lavoro pi miserevole di quello che ha fatto
rappresentare ultimamente? I due continuarono a parlare di non so quanti altri poeti dei quali ho dimenticato il nome;
ricordo solamente che di tutti dissero molto male. Per quanto riguarda mio zio, furono pi benevoli: convennero ambedue
che era un uomo di merito. S, disse uno, don Pedro de la Fuente un autore eccellente: i suoi scritti sono pieni di spirito
e di erudizione, che li rendono arguti e mordaci. Non mi meraviglio della stima che gode a corte e in citt, e del fatto che
molti nobili gli corrispondano uno stipendio. Oh certo! disse l'altro, sono gi diversi anni che guadagna moltissimo.
Vive in casa del duca di Medina Celi, non spende nulla, e penso che sia molto ricco.
Non persi una sola parola di quanto dissero di mio zio i due poeti. A casa mia avevamo gi sentito dire che le sue
opere facevano furore a Madrid; ce l'avevano detto diverse persone che erano di passaggio per Olmedo; ma poich lui non
si era curato di darci sue notizie, e sembrava essersi distaccato completamente da noi, anche noi, da parte nostra,
sentivamo una grande indifferenza per lui. Ma buon sangue non mente: appena sentii dire che lui godeva di un'ottima
posizione, mi feci dare l'indirizzo, e fui tentato di andarlo a trovare. Una cosa sola mi rendeva titubante: quegli autori
l'avevano chiamato don Pedro. Quel don mi impensieriva, perch temevo che si trattasse non di mio zio, ma di un altro
poeta. Tuttavia il mio timore alla fine non mi trattenne dal proposito di andargli a far visita; in fin dei conti, poteva esser
diventato nobile in virt del suo ingegno. Perci, col permesso del mio padrone, una bella mattina mi vestii come meglio
potevo, e uscii dalla nostra bottega, alquanto superbo di essere il nipote di un uomo che, per il suo genio, aveva acquistato
una cos grande reputazione. I barbieri sono vanitosi non meno degli altri, e perci cominciai a concepire una grande
opinione di me stesso, e, camminando impettito, mi feci indicare l'abitazione del duca di Medina Celi. Quivi giunto, dissi
che desideravo parlare al signor don Pedro de la Fuente. Il portiere mi indic una piccola scala in fondo al cortile e mi
disse: Salite quella scala e bussate alla prima porta a destra. Seguii le sue indicazioni: bussai ad una porta. Venne ad
aprirmi un giovanotto, al quale chiesi se abitava l il signor don Pedro de la Fuente. S, mi rispose, ma adesso non
possibile parlare con lui. Sarei ben contento di vederlo, dissi io, gli porto notizie della sua famiglia. Anche se gli
portaste notizie del papa, non potrei in questo momento introdurvi nella sua stanza, mi interruppe il giovane, sta
componendo, e quando lavora bisogna guardarsi bene dal distrarlo. Non sar visibile che verso mezzogiorno: andate a fare
un giretto e ritornate a quell'ora.
Uscii, e per tutta la mattina andai in giro per la citt, pensando continuamente a come sarei stato accolto da mio
zio. Credo, dicevo fra me, che sar entusiasta di vedermi. Gli attribuivo i miei stessi sentimenti, e mi preparavo a una
scena commovente quando ci saremmo ritrovati insieme. All'ora fissata tornai da lui, e il cameriere mi disse: Arrivate a
proposito perch il padrone sta per uscire. Aspettate un momento che vado ad annunciarvi. Cos dicendo, mi lasci in
anticamera. Dopo un attimo vi torn, e mi fece entrare nello studio del suo padrone, il cui aspetto mi colp subito per una
certa aria di famiglia. Mi sembr che fosse mio zio Tommaso, tanto i due si rassomigliavano. Lo salutai molto
rispettosamente, e gli dissi che ero il figlio di mastro Nicola de la Fuente, barbiere di Olmedo, che da tre settimane
esercitavo a Madrid lo stesso mestiere di mio padre in qualit di garzone, e che avevo intenzione di fare il giro di tutta la
Spagna per perfezionarmi nella mia arte. Mentre parlavo mi accorsi che mio zio se ne stava pensoso. Evidentemente era
incerto se dovesse rinnegarmi come nipote o disfarsi astutamente di me: scelse questa seconda soluzione. Assumendo
un'aria sorridente, mi disse: Ebbene, amico mio, dimmi se tuo padre e i tuoi zii stanno bene e come vanno i loro affari.
Allora mi misi a parlare della numerosa prole della nostra famiglia, elencando tutti i fanciulli maschi e femmine, e non
dimenticando neppure i padrini e le madrine. Non mi parve che mio zio si interessasse troppo a questi dettagli, e, venendo
al dunque, mi disse: Caro Diego, approvo completamente il tuo progetto di andare in giro per il paese allo scopo di
perfezionarti nell'arte tua, e ti consiglio di non restare ulteriormente a Madrid, luogo pericoloso per la giovent e dove
potresti rovinarti, ragazzo mio. Farai bene ad andare nelle altre citt del regno, dove i costumi non sono cos corrotti.
Adesso vai pure, continu, e quando sarai pronto per partire, torna da me; ti dar una doppia per aiutarti a fare il giro
della Spagna. Ci dicendo, mi spinse garbatamente fuori della porta e mi conged.
Io non ebbi l'accortezza di capire che lui cercava di liberarsi di me. Tornai in bottega, e raccontai al padrone la
visita che avevo fatto. Anche lui non si rese conto, al pari di me, delle vere intenzioni del signor Pedro, e mi disse: Io non
sono del parere di vostro zio; invece di consigliarvi di andare in giro per il paese, mi sembra che avrebbe dovuto piuttosto
spingervi a restare in questa citt. Lui ha tante relazioni con persone altolocate! Potrebbe facilmente collocarvi presso una
casa signorile, e darvi la possibilit di mettere insieme a poco a poco una buona fortuna. Incantato da questo discorso che
mi faceva intravedere delle prospettive lusinghiere, andai, due giorni dopo, a trovare nuovamente mio zio, e lo pregai di
servirsi delle sue relazioni per farmi assumere al servizio di qualche signore della Corte. Ma la mia richiesta non gli
piacque affatto. Un uomo vanitoso, che entrava liberamente nelle case dei gran signori, e mangiava tutti i giorni con loro,
non si sarebbe trovato a suo agio se, mentre lui era a tavola coi padroni, suo nipote fosse stato visto in cucina coi servi: il
piccolo Diego avrebbe fatto arrossire il signor don Pedro. Perci mio zio mi mise alla porta, in modo perfino brutale.
Come? mi disse infuriato, piccolo sfacciato che non sei altro, vuoi abbandonare la tua professione? Vattene, ti lascio a
coloro che ti danno consigli cos cattivi. Esci di casa mia, e non rimettervi mai pi piede; altrimenti, ti far castigare come
meriti. Rimasi sbalordito per queste parole, e pi ancora per il tono con cui erano state dette. Me ne andai con le lacrime
agli occhi, e molto turbato per la durezza che mio zio aveva per me. Tuttavia, siccome sono sempre stato per mia natura
altero e vivace, asciugai ben presto le mie lacrime. Dal dolore passai anzi allo sdegno, e decisi di mandare al diavolo
quell'iniquo parente, del quale fino allora avevo fatto benissimo a meno.
Ormai non pensai pi che a perfezionarmi nella mia arte, e mi detti anima e corpo al lavoro. Durante il giorno
facevo la barba ai clienti, e la sera, per svagarmi un poco, imparavo a suonar la chitarra. Mi era maestro un vecchio
bracciere al quale di solito facevo la barba. Mi insegnava anche la musica che lui conosceva perfettamente anche perch
una volta era stato cantore in una cattedrale. Si chiamava Marcos de Obregon. Uomo saggio, ricco di esperienza e di
ingegno, mi amava come se fossi suo figlio. Faceva da cavalier servente alla moglie di un medico che abitava a trenta
passi da casa nostra. Alla sera, appena finito il mio lavoro, andavo a trovarlo, e tutti e due, seduti sulla soglia dell'uscio di
casa, facevamo un piccolo concerto che non dispiaceva al vicinato. Non che avessimo delle gran belle voci, ma, mentre
pizzicavamo le corde, cantavamo alternativamente le nostre strofe, e questo era sufficiente per dare diletto a coloro che ci
ascoltavano. Specialmente donna Mergelina, moglie del dottore, si divertiva; veniva a sentirci sulla strada, e qualche volta
ci faceva anche ripetere le ariette che pi le piacevano. Suo marito non le proibiva questo passatempo. Bench spagnuolo
e gi vecchio, non era affatto geloso; d'altra parte, la sua professione lo teneva completamente occupato, cos che, quando
la sera tornava a casa stanco per le visite fatte durante il giorno, andava a letto presto, senza preoccuparsi dell'attenzione
che la moglie prestava ai nostri concerti. Forse anche perch non li riteneva capaci di suscitare pericolose sensazioni.
Inoltre non credeva che ci fosse la minima ragione di temere. Mergelina, pur essendo giovane e bella, era di una virt cos
feroce, che non poteva soffrire gli sguardi degli uomini. Per questi motivi il dottore non considerava delitto un passatempo
che riteneva innocente e onesto, e ci lasciava cantare a nostro piacimento.
Una sera, arrivato che fui alla porta del medico con l'intenzione di svagarmi come di consueto, vidi il vecchio
bracciere che mi aspettava. Mi prese per la mano, e mi disse che voleva fare un giretto con me, prima di incominciare il
nostro concerto. Mi condusse in una strada deserta, dove, vedendo che poteva parlare liberamente, mi disse con aria triste:
Diego, figlio mio, ho qualcosa di speciale da comunicarti. Temo molto che ci pentiremo di divertirci a fare tutte le sere i
nostri concerti sulla soglia della casa del mio padrone. Sento molta amicizia per te: sono ben contento di averti insegnato
a suonar la chitarra e a cantare; ma se avessi previsto la disgrazia che ci minaccia, avrei, viva Dio!, scelto un altro luogo
per darti lezione. Questo discorso mi spavent. Pregai il bracciere di spiegarsi pi chiaramente, e di dirmi di che cosa
dovevamo aver paura; in realt io non ero uomo di sfidare i pericoli, e non avevo ancor fatto il mio giro attraverso la
Spagna. Adesso ti racconto, rispose il vecchio, quello che necessario che tu sappia, perch possa renderti conto del
pericolo che entrambi corriamo.
Quando entrai al servizio del medico, dopo un anno, prosegu il mio interlocutore, questi mi condusse davanti
a sua moglie e mi disse: 'Ascoltate, Marcos, ecco qui la vostra padrona; lei che dovete accompagnare dappertutto.'
Rimasi ammirato davanti a donna Mergelina: mi parve meravigliosamente bella, quasi da dipingere, e fui soprattutto
incantato dal suo modo di comportarsi. 'Signore,' risposi al medico, 'sono felice di dover servire una signora cos
attraente.' La mia risposta dispiacque a Mergelina che bruscamente mi disse. 'Guardate quel bel tomo che libert si
prende! Non mi piacciono le galanterie.' Queste parole, uscite da una bocca s bella, mi sorpresero stranamente; non
potevo conciliare questo modo di parlare sgarbato e grossolano con la grazia che emanava da tutta la persona della
signora. Il marito, che vi era abituato, e anzi si gloriava di avere una sposa di un cos raro carattere, mi disse: 'Caro Marcos,
mia moglie un modello di virt.' Poi, vedendo che lei si metteva il mantello per andare alla messa, mi disse di condurla
in chiesa. Appena giunti in istrada incontrammo, e in questo non vi nulla di straordinario, degli uomini che, colpiti
dall'aspetto distinto di donna Mergelina, le rivolsero, nel passare, parole molto lusinghiere. Lei rispondeva, ma non
potresti immaginare fino a qual punto le sue risposte fossero stupide e ridicole. Loro rimasero molto stupefatti, non
potendo concepire che ci potesse essere al mondo una donna che se ne avesse a male di venir complimentata. 'Signora,' le
dissi subito, 'non badate a quello che vi dicono; meglio star zitti che rispondere sgarbatamente.' 'No, no' esclam lei,
'voglio insegnare a quegli insolenti che non sono donna da permettere che mi si manchi di rispetto.' E, rivoltasi ai suoi
ammiratori, si lasci sfuggire tanti improperi, che non potei fare a meno di dirle quel che pensavo, anche a costo di
dispiacerle. Usando tuttavia il maggior tatto possibile, le feci presente che lei faceva torto alla natura, e che, con l'asprezza
del suo carattere selvaggio, sciupava le molte altre sue buone qualit; che una donna di carattere dolce e gentile poteva
farsi amare anche senza essere bella, ma che una donna bella, senza dolcezza e cortesia, veniva da tutti disprezzata. A
questo ragionamento ne aggiunsi non so quanti altri allo scopo di correggere i suoi difetti. Dopo aver fatto tanto il
moralista temetti di eccitare la collera della mia padrona, e di tirarmi addosso qualche risposta sgarbata; invece lei non
reag ai miei rimproveri, ma li rese inutili, cosa che avvenne anche i giorni seguenti per il mio stupido desiderio di arrivare
a correggerla.
Alla fine smisi di rimproverarle inutilmente i suoi difetti, e la lasciai in balia dell'asprezza del suo carattere.
Eppure, lo crederesti? quest'anima selvaggia, questa donna orgogliosa, da due mesi ha cambiato completamente carattere.
gentile con tutti, e ha dei modi graziosi. Non pi quella stessa Mergelina, che non faceva che dire delle villanate agli
uomini che le rivolgevano delle frasi gentili; divenuta sensibile alle lodi; le fa piacere sentirsi dire che bella, che nessun
uomo pu vederla senza rimanerne incantato; le adulazioni la lusingano; insomma attualmente il suo carattere divenuto
come quello di qualsiasi altra donna. Questo cambiamento appena concepibile: e quello che ancor pi ti sorprender
che proprio tu sei l'autore di un miracolo cos grande. S, mio caro Diego, continu il vecchio, tu sei la causa della
metamorfosi di Mergelina; sei tu che di una tigre hai fatto un agnello; in poche parole, ti sei cos attirato la sua attenzione.
Me ne sono accorto pi di una volta; e, o io non m'intendo di donne, o quella ha concepito per te un violentissimo amore.
Ecco, ragazzo mio, la triste notizia che dovevo darti, e la situazione imbarazzante in cui ci troviamo.
Ma io non vedo, dissi allora al vecchio bracciere, che debba esservi motivo di afflizione per noi, n che sia
una disgrazia per me l'esser amato da una graziosa signora. Ah! Diego, replic lui, tu ragioni da giovincello; non vedi
che l'esca, senza stare attento all'amo; pensi solo al piacere, e invece io ne prevedo tutte le sgradevoli conseguenze. Alla
fine tutto precipita; se continui a venire a cantare a casa nostra, faresti crescere la passione di Mergelina che, perdendo
forse ogni ritegno, lascer scorgere la sua debolezza al dottor Oloroso, suo marito; e questo marito, che oggi si mostra cos
compiacente perch crede di non aver motivo d'esser geloso, andr su tutte le furie, vorr vendicarsi della moglie, e potr
far molto male a te e a me. Ebbene, signor Marcos, risposi, mi arrendo alle vostre argomentazioni e seguir i vostri
consigli. Ditemi come devo comportarmi per evitare guai. Non dobbiamo far altro che smettere i nostri concerti, disse
lui, non farti pi vedere dalla signora: non vedendoti, torner ad acquistare la sua serenit. Resta a casa del tuo padrone,
verr a trovarti io, e suoneremo la chitarra l senza pi alcun pericolo. Sta bene, diss'io, vi prometto di non mettere pi
piede in casa vostra. Effettivamente, ero deciso di non andare pi a cantare sulla soglia della porta del dottore, e di
rimaner chiuso nella mia bottega, dato che la mia presenza era divenuta cos pericolosa.
Tuttavia, quel brav'uomo di Marcos, con tutta la sua prudenza, dovette rendersi conto, dopo qualche giorno, che
il sistema da lui pensato per estinguere la passione di donna Mergelina otteneva l'effetto opposto. Gi la seconda notte,
non sentendomi cantare, la signora gli chiese perch avevamo cessato i nostri concerti, e perch non m'ero fatto pi
vedere. Lui rispose che ero talmente occupato, da non poter pi disporre di tempo libero per i miei svaghi. Lei parve
contentarsi della scusa, e ancora per tre giorni sopport con sufficiente tranquillit la mia lontananza; ma, alla fine, la mia
principessa perse la pazienza, e disse al bracciere: Voi m'ingannate, Marcos; ci deve essere una ragione perch Diego ha
smesso di venir qui, e io voglio chiarire questo mistero. Vi ordino di parlare senza nascondermi nulla. Signora, rispose
lui cercando un'altra scusa, poich volete sapere come stanno le cose, vi dir che il mio allievo ha dovuto andar spesso a
letto senza cena, perch, quando tornato a casa dopo i nostri concerti, ha trovato la tavola sparecchiata. Ma com'
possibile, senza cena! esclam la signora rattristata, perch non me l'avete detto prima? Andare a letto senza cena!
Povero ragazzo! Andate subito a cercarlo e ditegli che torni da stasera; non andr pi via senza mangiare, ci sar sempre
un piatto per lui.
Ma che dite mai, signora? disse allora il mio maestro di chitarra, fingendosi sorpreso, Cielo! che
cambiamento! Siete proprio voi, signora, che mi parlate in questo modo? Da quando in qua siete diventata cos pietosa e
sensibile? Da quando, rispose lei aspramente, da quando voi siete entrato in questa casa, o meglio, da quando voi avete
biasimato il mio modo di fare sgarbato, e vi siete sforzato di rendermi pi remissiva e pi amabile. Ma ohim! prosegu
Mergelina commossa, sono passata da un estremo all'altro: ero altera e insensibile, e sono divenuta anche troppo tenera e
mansueta; amo il vostro giovane amico Diego, e non riesco a vincere la mia passione; e la sua assenza, ben lungi
dall'affievolire il mio amore, sembra averlo fatto ancor pi divampare. Ma mai possibile, riprese il vecchio, che un
giovane che non n bello, n prestante, abbia potuto suscitare una tale passione? Potrei perdonare il vostro sentimento se
si trattasse di qualche gentiluomo brillante... Ah! Marcos, interruppe Mergelina, io non somiglio dunque alle altre
donne, oppure, nonostante la vostra lunga esperienza, voi non le conoscete affatto, se credete che la scelta dipenda dal
merito. Se posso giudicare guardando me stessa, penso che le donne si innamorino inconsapevolmente. L'amore un
disordine mentale che ci trascina verso un determinato oggetto e ci incatena ad esso nostro malgrado: una malattia che ci
viene come la rabbia viene agli animali. Non ditemi perci che Diego non degno del mio affetto; sufficiente che io
l'ami per trovare in lui mille belle qualit che voi non vedete, e che magari lui stesso non ha. Avete un bel dire che il suo
aspetto e la sua persona non meritano la minima attenzione, a me sembra meraviglioso, e pi bello del sole. In pi, lui ha
nella voce una dolcezza che mi commuove, e mi sembra che suoni la chitarra con una grazia tutta particolare. Ma
signora, replic Marcos, avete riflettuto che cos' Diego? La sua umile condizione... La mia non migliore della sua,
interruppe ancora una volta la signora, e quand'anche appartenessi alla nobilt, non me ne importerebbe affatto.
Il risultato di questo discorso fu che il vecchio Marcos, resosi conto dell'inutilit di cercar di influenzare la
padrona, smise di combattere la di lei testardaggine, come un abile pilota cede alla tempesta che lo allontana dal porto
dove si proposto di andare. Ma fece ancora di pi: per contentare la sua padrona, venne a cercarmi, mi prese da parte, e
dopo avermi raccontato il dialogo avvenuto con Mergelina, mi disse: Vedi bene, Diego, che non potremmo fare a meno
di continuare i nostri concerti alla porta di Mergelina. assolutamente necessario, amico mio, che la signora torni a
vederti; altrimenti potrebbe fare qualche sciocchezza, che nuocerebbe alla sua reputazione pi di qualunque altra cosa. Io
non mi atteggiai affatto a uomo crudele: risposi a Marcos che sarei andato sul far della sera da lui con la mia chitarra e che
poteva andare a portare alla signora questa buona notizia. Egli assolse l'incarico con grande contentezza di quell'amante
appassionata, consapevole che la sera stessa avrebbe avuto la gioia di vedermi e di sentirmi cantare.
Poco manc tuttavia che un fatto piuttosto sgradevole frustrasse la sua speranza. Proprio quella volta non mi fu
possibile uscire di bottega prima di notte, che, a sconto dei miei peccati, era oscurissima. Camminavo per la strada a
tastoni, e non avevo ancora fatto met del cammino, quando da una finestra mi fu rovesciato addosso un bruciaprofumi,
ossia un vaso da notte, il cui contenuto non mandava certo un odore molto soave. E posso anche dire che fui cos bene
centrato che non ne persi una goccia! In questa situazione non sapevo che partito prendere: se fossi tornato indietro, che
bella scena per i miei compagni! Voleva dire espormi ai peggiori motteggi; ma continuare il cammino e andare da
Mergelina nello stato in cui mi trovavo, mi era sommamente spiacevole. Pur tuttavia mi decisi, e andai a casa del medico.
Trovai Marcos che mi aspettava alla porta. Mi disse che il dottor Oloroso era appena andato a letto, e che noi potevamo
liberamente divertirci. Risposi che bisognava che prima pulissi i miei abiti, e gli raccontai il disgraziato incidente che mi
era successo. Lui si rese conto della cosa, e mi fece entrare in una stanza dove era la sua padrona. Appena ebbe saputa la
mia avventura, e vide in che stato ero io, la signora si dolse meco, come se mi fosse capitata la pi grande sventura; poi
maledisse mille volte la persona che mi aveva conciato a quel modo. Signora, le disse Marcos, moderate la vostra
collera; bisogna considerare che l'accaduto un puro caso, ed esso non giustifica un tale risentimento. Perch non
volete, esclam eccitata la sua padrona, che mi prenda a cuore l'offesa che stata fatta a questo agnellino, a questa
colomba innocente, che neppure si lamenta per l'oltraggio subito? Ah! perch non sono un uomo per vendicarlo!
La signora disse ancora un'infinit di cose, che testimoniavano l'immensit del suo amore e, passando ai fatti,
mentre Marcos mi puliva con un asciugamano, lei corse in camera sua, e ritorn con una scatola piena di ogni sorta di
profumi. Per profumare i miei abiti, bruci alcune spezie odorifere, e mi spruzz abbondantemente con essenze
aromatiche. Dopo i suffumigi e l'aspersione, quella donna caritatevole and essa stessa in cucina e mi port del pane, del
vino e qualche pezzo di montone arrostito, che aveva messo da parte appositamente per me. Mi obblig a mangiare e,
provando piacere a servirmi, ora mi tagliava la carne, ora mi versava da bere, nonostante che Marcos ed io cercassimo
d'impedirglielo. Dopo che ebbi mangiato, i signori della sinfonia si prepararono ad accordare le loro voci col suono della
chitarra. Facemmo un concerto che mand in visibilio Mergelina. Vero che noi cantammo delle canzoni le cui parole
lusingavano il suo amore; e debbo aggiungere che cantando io la guardavo di tanto in tanto con la coda dell'occhio in
modo da dar fuoco alla miccia; il fatto che il giuoco cominciava a piacermi. Nonostante il concerto durasse a lungo, io
non mi annoiavo affatto. Per la signora, alla quale le ore sembravan minuti, lei avrebbe passato volentieri tutta la notte a
sentirci cantare, se il vecchio bracciere, al quale i minuti sembravano ore, non le avesse fatto presente che era gi tardi. La
signora gli fece ripetere l'ammonimento almeno dieci volte. Ma lui fu infaticabile, e non la lasci tranquilla finch io non
me ne fui andato. Poich egli era saggio e prudente, e aveva visto che la sua padrona era in preda a una folle passione,
temeva che ci capitasse qualche guaio serio. Il suo timore si dimostr ben presto giustificato: il medico, o che dubitasse di
qualche intrigo segreto, o che il demone della gelosia, che l'aveva risparmiato fino ad allora, si fosse impossessato di lui,
cominci a criticare i nostri concerti. Non solo, ma a un certo punto li proib da padrone, e, senza dir le ragioni di un tale
comportamento, fece intendere che non avrebbe pi permesso che degli estranei fossero ricevuti in casa sua.
Marcos mi dette notizia di questa proibizione, che riguardava me in modo particolare, e che mi rattrist
moltissimo. Avevo concepito delle speranze che mi dispiaceva molto che andassero deluse. Tuttavia, per raccontare i fatti
da storico fedele, confesser che accettai con pazienza la mia mala sorte. Ma non fu lo stesso per Mergelina: i suoi
sentimenti aumentarono di intensit. Mio caro Marcos, disse al suo bracciere, solo voi potete essermi di aiuto. Fate in
modo, vi prego, che possa vedere Diego segretamente. Che cosa mi chiedete mai? rispose il vecchio incollerito, con
voi sono stato fin troppo compiacente. Per soddisfare la vostra insensata passione, non voglio contribuire a disonorare il
mio padrone, a far perdere a voi la reputazione, e a coprirmi di infamia, proprio io che sono sempre stato ritenuto un
domestico di irreprensibile condotta. Preferisco lasciare la vostra casa, piuttosto che comportarmi in un modo cos
vergognoso. Ah! Marcos, interruppe la signora atterrita per queste ultime parole, voi mi spezzate il cuore quando dite
di volervene andare. Uomo senza piet, pensate di abbandonarmi dopo avermi ridotta in questo stato? Rendetemi dunque
prima il mio orgoglio e quell'arroganza che voi stesso mi avete tolto. Perch non ho ancora quei benedetti difetti? Oggi
sarei tranquilla, mentre i vostri indiscreti rimproveri mi hanno tolto la pace di cui godevo. Siete stato voi a corrompermi,
volendo correggermi... Ma, prosegu piangendo, che dico mai, infelicissima donna? Perch vi rimprovero
ingiustamente? No, no, padre mio, non siete voi la causa della mia disgrazia, il mio maledetto destino che mi preparava
questo tormento. Non badate, vi prego alle parole sconclusionate che mi scappano di bocca. Ohim! La mia passione mi
turba: abbiate piet della mia debolezza; voi siete la mia unica consolazione, e, se vi cara la mia vita, non rifiutatemi il
vostro aiuto.
Cos dicendo, i suoi singhiozzi raddoppiarono troncandole in bocca le parole. Coprendosi il viso col fazzoletto,
si lasci cadere su di una sedia, come chi sta per svenire. Il vecchio Marcos, che forse era la miglior pasta d'uomo che sia
mai esistita, non pot resistere a tale spettacolo, e ne fu profondamente commosso; confuse perfino le sue lacrime con
quelle della padrona e, impietosito, le disse: Ah! signora, mi avete stregato; non posso resistere al vostro dolore, che ha
ormai vinto la mia virt. Vi prometto il mio aiuto. Non mi sorprendo pi se l'amore ha la forza di farvi dimenticare il
vostro dovere, poich solamente la compassione capace di indurmi a dimenticare il mio. In questo modo il bracciere, in
contrasto con la sua irreprensibile condotta, si dedic a corpo morto alla causa di Mergelina. Una mattina venne a
trovarmi, e mi mise al corrente della faccenda; e prima di andar via, mi disse che stava gi pensando al modo di farmi
avere un abboccamento segreto con la signora. Questo ravviv le mie speranze; ma, due ore dopo, ebbi una cattiva notizia.
Un garzone di farmacista del quartiere, uno dei nostri clienti, entr in bottega per farsi fare la barba. Mentre mi preparavo
a servirlo, lui mi disse: Signor Diego, che cosa pensate del vostro amico Marcos de Obregon? Sapete che sta per
andarsene dalla casa del dottor Oloroso? Risposi che la cosa mi era nuova, e allora lui riprese: La cosa certissima; oggi
verr licenziato. Il suo padrone ed il mio hanno parlato poco fa di questo in mia presenza, ed ecco qual stata la loro
conversazione: 'Signor Apuntador,' ha detto il medico, 'debbo pregarvi di un favore. Non sono affatto contento di un
vecchio bracciere che ho al mio servizio, e vorrei sostituirlo con una governante fedele, severa e vigilante che sorvegliasse
mia moglie.' 'Vi capisco bene,' lo ha interrotto il mio padrone. 'Avreste bisogno della signora Melancia, che stata
governante di mia moglie, ed ancora con me, quantunque da sei settimane sia rimasto vedovo. Sebbene essa mi sia utile
per l'andamento della casa, sono disposto a cedervela, perch prendo parte alla vostra ansia di tutelare il vostro onore.
Potete affidare l'incolumit della vostra fronte a questa donna: la perla delle governanti, e un vero drago a salvaguardia
della pudicizia del sesso. Durante i dodici anni che stata vicina a mia moglie, la quale, come sapete, era giovane e bella,
non ho mai visto l'ombra di un adoratore in casa mia. Oh! vivaddio! non c'era da scherzare. Vi dir perfino che la povera
morta aveva, sulle prime, una grande tendenza alla civetteria; ma la signora Melancia la calm ben presto, e le ispir
grande amore per la virt. Insomma, questa governante un tesoro, e mi ringrazierete pi di una volta di avervi fatto
questo regalo.' Il dottore ha mostrato di essere molto contento di quanto gli ha detto il mio padrone, e insieme hanno
stabilito che la governante sarebbe andata il giorno stesso a sostituire il vecchio bracciere.
Questa notizia che io credetti vera, e che lo era in realt, sconvolse le lusinghiere speranze che avevo cominciato
a nutrire, e che Marcos venne nel pomeriggio a distruggere, confermandomi quanto mi aveva detto il garzone del
farmacista. Mio caro Diego, mi disse il buon bracciere, sono felice che il dottor Oloroso mi abbia licenziato
risparmiandomi cos tanti dispiaceri. A parte il fatto che con mio grande rincrescimento avevo accettato un incarico
disonorevole, avrei dovuto escogitare sotterfugi e scappatoie per combinare colloqui segreti fra te e Mergelina. Sarebbe
stato un bell'imbarazzo! Grazie al Cielo, sono libero da queste cure incresciose, e dai pericoli che le accompagnano. Da
parte tua, figlio mio, devi consolarti della perdita di qualche momento piacevole, che per avrebbe potuto essere causa di
mille guai. Accettai la morale di Marcos perch non speravo pi nulla, e abbandonai l'avventura. Confesso che non ero di
quegli amanti testardi che puntano i piedi contro gli ostacoli: ma quand'anche lo fossi stato, la signora Melancia m'avrebbe
fatto abbandonare la presa. Il carattere che veniva attribuito a quella governante mi sembrava capace di disarmare
qualsiasi adoratore. Tuttavia, indipendentemente dai colori coi quali mi era stata dipinta, due o tre giorni dopo venni a
sapere che la moglie del medico era riuscita ad addormentare quell'Argo, oppure a corromperlo. Ero appena uscito di
bottega per andare a far la barba a un nostro vicino, quando una buona vecchia mi ferm per la strada, e mi chiese se mi
chiamavo Diego de la Fuente. Risposi di s, e allora quella mi disse: Proprio voi cercavo. Trovatevi stanotte davanti alla
porta di donna Mergelina, fatele un segnale, e verrete introdotto in casa. Benissimo, risposi, si tratta di stabilire quale
dev'essere il segnale. Io so rifare alla perfezione il miagolio del gatto; lo ripeter a diverse riprese. Allora tutto a posto
disse la messaggera d'amore; riferir la vostra risposta. Serva vostra, signor Diego, che Dio vi conservi! Oh! come siete
simpatico! Per santa Agnese! se soltanto avessi quindici anni, non verrei certo a cercarvi a vantaggio degli altri. Detto
questo, la compiacente vecchia si allontan.
Potete ben immaginare in che razza di agitazione mi mise questo messaggio: addio morale di Marcos! Aspettai
con impazienza la notte, e quando pensai che il dottor Oloroso sarebbe stato gi a letto, andai davanti alla porta di casa
sua. Appena arrivato, mi misi a fare dei miagolii che certo dovevano sentirsi molto lontano e che facevano senza dubbio
molto onore al maestro che mi aveva insegnato un'arte s bella. Un istante dopo Mergelina stessa venne ad aprirmi pian
piano la porta e, appena fui entrato, subito la richiuse. Andammo nella sala dove aveva avuto luogo l'ultimo nostro
concerto, e che era debolmente illuminata da una piccola lampada che ardeva sul caminetto. Per conversare ci sedemmo
l'uno vicino all'altro, entrambi molto emozionati, con la sola differenza che lei lo era solo per il piacere che provava,
mentre io lo ero un poco anche per la paura. Inutilmente la mia bella mi assicurava che non c'era niente da temere da parte
di suo marito; io sentivo un brivido che turbava la mia gioia. Signora, le domandai, in che modo avete potuto eludere la
sorveglianza della vostra governante? Da quello che ho sentito dire della signora Melancia, non credevo che vi sarebbe
mai stato possibile trovare il mezzo per farmi avere vostre notizie, e tanto meno per darmi modo di vedervi segretamente.
Donna Mergelina sorrise e mi rispose: Non sarete pi sorpreso per l'abboccamento di questa notte, quando vi avr
raccontato quello che successo fra me e la mia governante. Quando lei venuta in casa nostra, mio marito l'accolse con
estrema gentilezza, e mi disse: 'Mergelina, ti affido a questa giudiziosa signora che la quint'essenza di tutte le virt; uno
specchio che avrai incessantemente davanti agli occhi per mantenerti saggia. Questa ammirevole signora stata per dodici
anni la governante della moglie di un mio amico farmacista, e l'ha guidata in un modo... come non capita mai; ne ha fatto
una specie di santa.'
Questo elogio, che l'aspetto severo della signora Melancia non smentiva affatto, mi cost molte lacrime, e mi
spinse quasi alla disperazione. Gi mi figuravo quali lezioni avrei dovuto sopportare dalla mattina alla sera, e quanti
rimproveri avrei dovuto sorbirmi ogni giorno. Insomma, mi aspettavo di divenire la donna pi infelice del mondo. In
questa crudele attesa, non appena mi trovai sola con lei, senza alcun riguardo le dissi bruscamente: 'Voi vi preparate certo
a farmi soffrire molto, ma vi avverto che non sono molto paziente. Da parte mia io vi dar tutti i fastidi possibili. Vi
dichiaro fin d'ora che sono presa da una passione che i vostri rimproveri non potranno smorzare: sappiatevi regolare.
Raddoppiate la vostra vigilanza, vi garantisco che far di tutto per eluderla.' A queste parole, la governante accigliata
(tanto che credetti che, come debutto, stesse per farmi una predica) si rasseren, e sorridendo mi disse: 'Avete un carattere
delizioso, e la vostra franchezza suscita la mia. Vedo proprio che siamo fatte l'una per l'altra. Ah! mia bella Mergelina, voi
mi conoscete male, se mi volete giudicare dal bene che ha detto di me il dottore vostro marito, o anche dal mio aspetto
barboso! Io non sono affatto nemica dei piaceri, e mi consacro alla gelosia dei mariti soltanto per essere utile alle belle
donne. ormai molto tempo che possiedo la grande arte di simulare, e posso dire che sono doppiamente felice, perch mi
godo insieme i piaceri del vizio e la reputazione procurata dalla virt. Detto fra noi, il mondo virtuoso soltanto in questo
modo. troppo faticoso essere veramente virtuosi: oggi basta solo averne le apparenze.'
'Lasciatevi guidare da me,' prosegu la governante, 'la daremo ad intendere come vorremo al vecchio dottor
Oloroso. In fede mia, avr lo stesso destino del signor Apuntador. Non mi pare che la fronte di un medico sia pi
rispettabile di quella di un farmacista. Poveretto! ne abbiam fatti di scherzi, sua moglie ed io! Com'era gentile quella
signora! che buon caratterino aveva! pace all'anima sua! Vi assicuro che lei ha goduto assai la sua giovinezza. Non so
quanti sono gli amanti che ha avuto, e che io le ho condotto in casa, senza che suo marito se ne sia mai accorto. Dunque,
cara signora, vi prego di considerarmi pi benevolmente, e persuadetevi che, per quanto abile fosse il vecchio bracciere
che vi serviva, nulla perdete nel cambio. Io vi sar forse anche pi utile di lui.'
Potete immaginare, caro Diego, continu Mergelina, se sono stata riconoscente alla mia governante di
scoprirsi cos francamente con me. E io che la credevo di una virt incrollabile! Ecco come si giudicano male le donne!
Fin dal primo momento mi piacque per la sua sincerit. L'abbracciai in uno slancio di gioia, che gi significava quanto ero
lieta di averla per governante. In seguito le confidai completamente i miei sentimenti, e la pregai di procurarmi al pi
presto un abboccamento segreto con voi. La governante ha mantenuto l'impegno. Stamattina ha messo sotto quella
vecchia che vi ha parlato, e che una intrigante utilizzata spesso per la moglie del farmacista. Ma quello che pi comico
in questa avventura, continu ridendo Mergelina, che Melancia, edotta da me circa l'abitudine di mio marito di dormire
tranquillamente tutta la notte, si coricata presso di lui, e, in questo momento, occupa il mio posto. Tanto peggio,
signora, diss'io allora, non approvo lo stratagemma. Vostro marito pu benissimo svegliarsi e accorgersi dell'imbroglio.
Non se ne accorger, state tranquillo, mi interruppe lei in fretta, e che un vano timore non avveleni il piacere che dovete
provare di trovarvi con una giovane signora che vi vuol bene.
La moglie del vecchio dottore, vedendo che le sue parole non avevano vinto la mia paura, mise in opera tutto ci
che riteneva riuscisse a rassicurarmi, e tanto fece che ci riusc. Io non pensai pi ad altro che ad approfittare
dell'occasione; ma, mentre Cupido, accompagnato da risa e sollazzi, si preparava a farmi felice, sentimmo bussare
violentemente alla porta di strada. Immediatamente l'amore e il suo seguito scomparvero, come timidi uccellini spaventati
da un gran rumore improvviso. Mergelina mi nascose subito sotto la tavola della sala, spense la lampada e, come era gi
d'accordo con la governante nel caso di un contrattempo, corse vicino alla porta della camera da letto del marito. Intanto i
colpi al portone raddoppiavano di intensit, tanto da rimbombare in tutta la casa. Il medico si sveglia di soprassalto, e
chiama Melancia. La governante si getta fuori dal letto, sebbene il dottore, che la credeva sua moglie, le dicesse di non
alzarsi, raggiunge la sua padrona, la quale, sentendosela vicina, si mette a chiamare anch'essa Melancia, e le dice di andare
a vedere chi bussa alla porta. Signora, risponde la governante, eccomi qui; tornate pure a letto, vi prego, vado subito a
vedere che cosa successo. Mergelina, che nel frattempo si era spogliata, and a letto vicino al dottore, che non ebbe il
minimo sospetto dell'inganno. Debbo dire per che la scena venne rappresentata nell'oscurit da due attrici, l'una delle
quali era impareggiabile, e l'altra aveva grandissima disposizione per diventarlo.
La governante, in veste da camera, comparve dopo poco con un lume in mano, e disse al suo padrone: Signor
dottore, favorite alzarvi. Il libraio Fernandez de Buendia, nostro vicino, ha avuto un colpo apoplettico; vi pregano di andar
subito l a prestargli soccorso. Il medico si vest in fretta e usc di casa. La moglie, anch'essa in veste da camera, venne con
la governante nella sala dov'ero io. Mi tiraron fuori di sotto la tavola pi morto che vivo. Non dovete avere nessuna paura,
Diego mi disse Mergelina, tranquillizzatevi. In due parole mi mise al corrente di quello che era successo. Poi avrebbe
voluto continuare con me la conversazione interrotta; ma la governante si oppose. Signora, le disse, pu darsi che
vostro marito trovi il libraio gi morto, e quindi torni subito indietro. D'altra parte, continu a dire la vecchia, vedendomi
paralizzato dalla paura, che cosa potreste fare con quel povero ragazzo? Non certo in grado di sostenere la
conversazione. meglio che se ne vada; ripeteremo la cosa domani. Donna Mergelina acconsent a malincuore, tanto era
desiderosa di approfittare del momento presente, e credo che rimase molto mortificata di non aver potuto costringere il
dottore a mettersi la nuova berretta che gli era stata preparata.
Per quel che mi riguarda, io, meno afflitto di non aver potuto gustare i supremi piaceri dell'amore, che lieto per
lo scampato pericolo, me ne ritornai a casa dal mio padrone, e passai il resto della notte a riflettere sulla mia avventura.
Stetti molto in forse se tornare all'appuntamento la notte seguente. Non avevo molta maggior fiducia in questa seconda
scappatella che non ne avessi avuta nella prima; ma il diavolo, che ci perseguita sempre, o meglio si impadronisce di noi
in simili circostanze, mi sugger che sarei stato uno scemo se mi fossi fermato a met del cammino. Mi fece perfino
apparire Mergelina dotata di nuove attrattive, e ingigant i valori dei piaceri che mi attendevano. Decisi di persistere nella
mia prima idea, ripromettendomi di essere pi coraggioso, mi recai l'indomani, con questa bella disposizione d'animo, alla
porta della casa del dottore fra le undici e mezzanotte. L'oscurit era completa, non si vedeva brillare in cielo nessuna
stella. Miagolai due o tre volte per avvertire che c'ero, ma poich nessuno veniva ad aprire, non solo ricominciai, ma mi
misi a contraffare tutti gli svariati versi dei gatti, che avevo imparati da un pastore di Olmedo; e lo feci cos bene, che un
vicino che stava per rientrare in casa sua, scambiandomi per una di quelle bestie di cui io imitavo i miagolii, prese un sasso
e me lo scagli addosso con tutte le sue forze, gridando: Maledetto gattaccio! Il colpo mi arriv in testa, e al momento ne
fui cos stordito che credetti di cadere per terra. Sentendo che ero ferito, non ebbi bisogno d'altro per disgustarmi delle
avventure amorose e, perdendo sangue e amore, tornai a casa, dove svegliai e feci alzare tutti quanti. Il mio padrone
guard la ferita e la medic, giudicandola assai pericolosa. Tuttavia non ci furono complicazioni, e dopo tre settimane la
ferita era completamente rimarginata. Durante tutto quel tempo non sentii pi parlare di Mergelina. Suppongo che la
signora Melancia, per staccarla da me, le abbia fatto fare qualche vantaggiosa conoscenza. Ma di ci io non mi interessai
affatto perch, appena fui completamente guarito, me ne andai via da Madrid, per continuare il mio giro attraverso la
Spagna.

VIII INCONTRO DI GIL BLAS E DEL SUO COMPAGNO DI VIAGGIO CON UN UOMO CHE
RAMMOLLIVA CROSTE DI PANE IN UNA FONTANA. QUALE FU LA LORO CONVERSAZIONE
Il signor Diego de la Fuente mi raccont ancora diverse altre avventure che gli accaddero poi, ma che passer
sotto silenzio, poich non mi sembrano interessanti. Io dovetti tuttavia ascoltarle, e la narrazione ne fu cos lunga che dur
finch arrivammo al Ponte del Duero. In questo villaggio ci fermammo tutto il resto della giornata. Andammo in una
locanda, e ci facemmo preparare una minestra di cavoli e una lepre allo spiedo, che non mancammo di controllare
attentamente. L'indomani, allo spuntar del giorno, dopo aver riempito il nostro otre con un vino eccellente, e il nostro
sacco con la met della lepre che c'era avanzata e qualche pezzo di pane, proseguimmo il nostro cammino.
Dopo aver fatto circa due leghe, sentimmo appetito e, avendo visto a circa duecento passi al margine della strada
maestra un gruppo di alberi che formavano un ombroso boschetto, ci recammo in quel posto dove ci fermammo. Col
incontrammo un uomo di ventisette o ventotto anni, che rammolliva delle croste di pane nell'acqua di una fontana. Per
terra, vicino a lui, c'era una lunga spada e uno zaino, che si era tolto dalle spalle. Ci parve piuttosto mal vestito, ma di un
aspetto bello e accogliente. Lo salutammo gentilmente: lui rispose al saluto. Poi ci mostr le sue croste, e sorridendo ci
disse se volevamo favorire. Noi ci dichiarammo disposti ad accettare l'invito, purch lui fosse d'accordo che, per rendere
la colazione pi consistente, riunissimo le nostre provviste alle sue. Lui acconsent volentieri, e allora tirammo fuori la
nostra roba, cosa che non dispiacque affatto al nostro sconosciuto, che molto allegramente esclam: Per Bacco! signori,
queste s che son provviste! Vedo che lor signori sono molto previdenti. Per parte mia, io non viaggio con tanta cautela, e
mi lascio guidare dal caso. Tuttavia, nonostante lo stato in cui mi vedete, posso dire, senza vantarmi, che talvolta mi
presento molto brillantemente. Non sapete che ordinariamente son trattato da principe, e ho una quantit di guardie al mio
seguito? Vi capisco, disse Diego, volete farci comprendere che siete un attore di teatro. Avete indovinato, rispose
l'altro, almeno da quindici anni faccio il commediante. Ero ancora un bambino quando cominciai a recitare delle piccole
parti. Francamente, replic il barbiere scuotendo la testa, faccio fatica a credervi. Conosco gli attori di teatro; costoro
non viaggiano a piedi come voi, e non prendono dei pasti da sant'Antonio; dubito perfino che voi smoccoliate le candele.
Potete benissimo, riprese a dire l'istrione, credere di me quello che vorrete, ma a me spettano le prime parti in
commedia, e io sono primo amoroso. Quand' cos, disse il mio compagno, mi felicito con voi, e sono entusiasta che
il signor Gil Blas e io abbiamo l'onore di far colazione con un personaggio di cos grande importanza.
Cominciammo a rosicchiare le nostre croste, e a mangiare i preziosi avanzi della nostra lepre, dando
contemporaneamente all'otre tanti di quegli abbracci, che ben presto lo vuotammo del tutto. Occupati com'eravamo a
calmar l'appetito, non parlammo quasi affatto durante il pasto, ma appena terminato di mangiare, riprendemmo la nostra
conversazione. Sono sorpreso, disse il barbiere al commediante, che siate cos male in arnese. Per essere un eroe del
teatro, avete un aspetto ben meschino. Scusate se mi permetto di esprimere cos liberamente il mio pensiero. Cos
liberamente? esclam il commediante, voi non conoscete proprio Melchiorre Zapata! Grazie a Dio, io non ho affatto un
carattere irritabile. Mi fate piacere che parliate con tutta franchezza, perch anch'io quello che ho in cuore ho sulla bocca.
Confesso sinceramente che non sono ricco. Guardate! prosegu, facendoci vedere che la sua giacca era foderata con
manifesti di commedie, ecco la stoffa che ordinariamente mi serve da fodera; e se volete vedere il mio guardaroba,
soddisfo subito la vostra curiosit. Tir fuori dallo zaino un abito tutto coperto di vecchi nastri d'argento falso, un
cappellaccio con qualche vecchia piuma, delle calze di seta piene di buchi, e delle scarpe di marocchino rosso assai
malandate. Vedete, diss'egli, che pi pezzente di cos non potrei essere. Questo mi meraviglia molto, replic
Diego, non avete dunque n moglie n figlie? Ho una moglie giovane e bella, rispose Zapata, ma non mi giova a
nulla. Quando si dice la fatalit! sposo una graziosa attrice nella speranza che non mi lascer morir di fame, e, per mia
disgrazia, di una virt incorruttibile. Chi non si sarebbe ingannato? Bisogna proprio che fra le attrici di campagna ce ne
sia una virtuosa, e che questa tocchi a me. E il barbiere: proprio una disgrazia. Ma perch non avete sposato un'attrice
della grande compagnia di Madrid? Sareste stato sicuro del fatto vostro. D'accordo, rispose l'istrione, ma, accidenti!
A un piccolo commediante di campagna non lecito elevare il pensiero fino a quelle famose eroine. Soltanto uno degli
attori del teatro del Principe potrebbe farlo: eppure anche fra loro ve ne sono di quelli che sono costretti a provvedersi di
moglie cittadina. Fortunatamente per essi anche in citt si trovano spesso di quelle che valgono di pi delle principesse
della scena.
E voi, disse il mio compagno, non avete mai pensato di intrufolarvi nella compagnia reale? Ci vogliono forse
dei grandissimi meriti per farne parte? Oib! rispose Melchiorre, volete scherzare, coi vostri grandissimi meriti? Ci
sono venti attori. Domandate al pubblico che cosa ne pensa, e sentirete che lusinghieri apprezzamenti! Eppure, almeno la
met meriterebbe di portare ancora lo zaino. Malgrado ci, non per facile entrare a farne parte. Per supplire alla
mediocrit del talento ci vogliono quattrini o potenti protezioni. Lo so bene io, dato che ultimamente ho debuttato a
Madrid, dove sono stato solennemente fischiato come tutti i diavoli, mentre avrei dovuto essere molto applaudito, perch
ho urlato, ho gesticolato in modo stravagante, e mille volte ho preso un tono innaturale; per di pi, mentre declamavo,
mettevo il pugno sotto il mento della mia principessa; in una parola, ho recitato secondo l'uso dei grandi attori di quel
paese; e tuttavia lo stesso pubblico, che va in visibilio per la loro recitazione, non ha potuto sopportarla con me. Vedete a
che punto arriva la prevenzione! Allora, visto che non son piaciuto come recitavo, e non avendo la possibilit di farmi
accettare fra i grandi a dispetto di coloro che mi hanno fischiato, me ne torno a Zamora. Ci vado per riunirmi a mia moglie
e ai miei camerati, che l non fanno ottimi affari. Per poterci recare in un'altra citt speriamo di non essere costretti a
questuare, come del resto accaduto altre volte!
Detto questo il principe attore si alz, riprese lo zaino e la spada, e ci lasci dicendoci in tono declamatorio: ...
Addio, signori! Vi elargiscan gli Dei grandi favori! E voi, gli rispose Diego sullo stesso tono, possiate ritrovare a
Zamora vostra moglie cambiata e ben mantenuta! Il signor Zapata se ne and gesticolando e declamando a gran voce,
mentre il barbiere ed io cominciammo a fischiare per ricordargli il successo del suo debutto. I nostri fischi rompevano le
orecchie, e certo gli sembr di risentire i fischi di Madrid. Si volt indietro, e, vedendo che noi ce la godevamo ridendo a
sue spese, anzich offendersi, prese parte al giuoco con grandi scoppi di risa, mentre si allontanava. Da parte nostra,
essendo ormai sazi e riposati, tornammo sulla strada maestra, e riprendemmo il cammino.

IX IN QUALE STATO DIEGO RITROV LA SUA FAMIGLIA E QUALI FURONO I DIVERTIMENTI


SUOI E DI GIL BLAS PRIMA CHE SI SEPARASSERO

Quella sera andammo a dormire in un piccolo villaggio fra Moyados e Valpuesta, del quale non ricordo pi il
nome, e l'indomani, verso le undici del mattino, arrivammo nella pianura di Olmedo. Signor Gil Blas, mi disse il mio
compagno, ecco il luogo dove sono nato; non posso vederlo senza commuovermi, tanto naturale l'amore per il paese
natio. Gli risposi: Signor Diego, un uomo che manifesta tanto amore per il proprio paese, dovrebbe, a mio avviso,
parlarne in modo pi adeguato. Mi sembra che Olmedo sia una citt e non un villaggio, come avete detto voi; avreste
dovuto parlare almeno di una grossa borgata. E il barbiere: Faccio onorevole ammenda, ma voi capite, che dopo aver
visto Madrid, Toledo, Saragozza, e tutte le altre grandi citt, dove mi sono fermato facendo il giro della Spagna, le piccole
citt mi sembrano soltanto villaggi. Man mano che avanzavamo nella pianura, ci sembrava di vedere sempre pi gente
nei pressi di Olmedo, e quando fummo vicini, un vero spettacolo si offr ai nostri occhi. In tre padiglioni posti a una certa
distanza l'uno dall'altro, c'era un gran numero di cuochi e di sguatteri che stavano preparando un banchetto. Questi
apparecchiavano delle lunghe tavole poste sotto le tende, quelli riempivano di vino delle brocche di terracotta. Altri
sorvegliavano le pentole, e altri ancora facevano girare gli spiedi, sui quali erano infilzati pezzi di carne di diverse qualit.
Ma quello che pi di tutto attrasse la mia attenzione, fu un gran teatro costruito l presso. Era tutto decorato con cartoni
dipinti a diversi colori, e fregiato con citazioni greche e latine. Quando il barbiere ebbe viste quelle iscrizioni, disse:
Tutte quelle frasi greche mi sanno tanto dello zio Tommaso; scommetto che ci ha messo lo zampino; perch, detto fra
noi, quello un uomo in gamba. Sa a memoria un'infinit di libri scolastici. Quello che mi rincresce, che lui infiora
continuamente i suoi discorsi nella conversazione con dei brani di autore, e questo non piace a tutti. Oltre a ci, continu,
mio zio ha tradotto diversi poeti latini e autori greci. Ha nel sangue l'antichit, come lo dimostrano i suoi magnifici
commenti. Senza di lui non avremmo mai saputo che nella citt d'Atene i bambini piangevano quando venivano frustati:
questa scoperta la dobbiamo alla sua profonda erudizione.
Dopo aver visto tutte le cose che ho detto, al mio compagno e a me ci venne la curiosit di sapere la ragione di
quei preparativi. Stavamo per andar ad informarci, quando vedemmo un uomo che sembrava essere l'organizzatore della
festa, nel quale Diego riconobbe il signor Tommaso de la Fuente, che ci affrettammo a raggiungere. Il maestro di scuola
non riconobbe subito il giovane barbiere, per il cambiamento che in dieci anni aveva subto. Ma appena l'ebbe
riconosciuto, l'abbracci con molta cordialit, e gli disse affettuosamente: Eccoti qui, Diego, mio caro nipote; sei dunque
di ritorno nella tua citt natale? Vieni a trovare i tuoi di Penati, e la Provvidenza ti restituisce sano e salvo alla tua
famiglia. O giorno tre e quattro volte felice! Albo dies notanda lapillo! Ce ne sono di notizie, amico mio, prosegu il
signor Tommaso, tuo zio Pedro, quell'uomo dalla mente eletta, diventato vittima di Plutone, morendo tre mesi fa. Era
un avaro che, quando era vivo, aveva sempre paura di mancare del necessario: argenti pallebat amore. Oltre al fatto che
percepiva grossi stipendi da alcuni gran signori, lui non spendeva pi di dieci doppie all'anno per il suo mantenimento, e
teneva anche un servitore a cui non dava mai da mangiare. Quel pazzo, pi insensato del greco Aristippo, che fece gettare
in mezzo alla Libia tutte le ricchezze portate dai suoi schiavi, considerate un inutile fardello che ostacolava la marcia,
economizzava tutto l'oro e l'argento che poteva accumulare. E per chi, poi? Per degli eredi che non voleva neppur vedere.
Aveva un patrimonio di trentamila ducati, che ci siamo divisi fra tuo padre, tuo zio Bertrando e me, e che ci permette di
dare una buona sistemazione ai nostri figliuoli. Mio fratello Nicola ha gi maritato tua sorella Teresa col figlio di uno dei
nostri alcadi: Connubio junxit stabili propriamque dicavit. proprio questo matrimonio, attuato sotto i migliori auspici,
che da due giorni celebriamo con tanta festa. Abbiamo fatto costruire nella pianura questi padiglioni. I tre eredi di Pedro
hanno ciascuno il suo, e a turno sopportano le spese della giornata. Peccato che tu non sia arrivato prima, avresti visto
l'inizio dei nostri festeggiamenti. L'altro ieri, giorno del matrimonio, era tuo padre a sostenere le spese. Dette un pranzo
magnifico, seguito dal tiro all'anello. Ieri tuo zio il merciaio, dopo un lauto banchetto, dette una festa pastorale, con dieci
ragazzi di bell'aspetto e dieci giovanette, tutti vestiti da pastori, impiegando, per adornarli, tutti i nastri e i cordoni del suo
negozio. Poi questa brillante giovent ha intrecciato diverse danze e cantato un'infinit di garbate canzoni di musica
leggera. Eppure, bench non ci sia nulla di pi leggiadro, la festa non fece grande effetto: bisogna dire che il genere
pastorale non piace pi come una volta.
Oggi poi, continu a dire il signor Tommaso, sono io di turno, e voglio offrire ai cittadini di Olmedo uno
spettacolo di mia invenzione; finis coronabit opus. Ho fatto costruire un teatro, in cui, con l'aiuto di Dio, far
rappresentare dai miei discepoli un dramma da me composto, avente per titolo: I divertimenti di Mulej Bugentuf, re del
Marocco. Verr recitato molto bene, perch i miei scolari declamano come i commedianti di Madrid. Sono dei ragazzi di
Peafiel e di Segovia che io tengo a pensione. Che attori magnifici! vero che sono stato io a istruirli: la loro
declamazione porta l'impronta del maestro, ut ita dicam. Per lasciarti il piacere della sorpresa, non ti dir nulla del
dramma. Dir solo che dovr entusiasmare il pubblico. uno di quei soggetti tragici che commuovono nel profondo
dell'anima per le immagini di morte che offrono agli spettatori. Io la penso come Aristotele: bisogna suscitare il terrore.
Ah! se mi fossi dato al teatro, avrei presentato soltanto principi sanguinari ed eroi assassini, e avrei bagnato la mia penna
nel sangue. Nelle mie tragedie, non soltanto i principali personaggi, ma perfino le guardie sarebbero morti: sarei arrivato
a sgozzare perfino il suggeritore; insomma, a me piace soltanto ci che spaventoso. cos che questi poemi trascinano le
folle, fanno vivere nel lusso gli attori, e rendono famosi i poeti.
Aveva appena finito di parlare che vedemmo una gran quantit di persone di ambo i sessi uscir dal villaggio e
venire nella pianura. Erano i due sposi, accompagnati da parenti e da amici, e preceduti da dieci o dodici musicanti che,
suonando tutti insieme, facevano un baccano d'inferno. Andammo loro incontro, e Diego fu riconosciuto fra grida di gioia
dei presenti, ciascuno dei quali si affrett a salutarlo. Bisogna dire che lui ebbe un bel da fare per accogliere tutte le
testimonianze di amicizia che gli venivano da ogni parte. L'intera sua famiglia e tutti i presenti lo soffocarono con gli
abbracci. Poi suo padre gli si accost e gli disse: Che tu sia il benvenuto, Diego! Troverai i tuoi genitori un po' pi ricchi,
amico mio; per ora non ti dico altro, ma presto te lo spiegher dettagliatamente. Frattanto tutti si erano diretti verso i
padiglioni e seduti a tavola sotto le tende, preparate per la circostanza. Io non abbandonai il mio compagno, e tutti e due
mangiammo allo stesso tavolo degli sposi, che mi parvero una coppia ben assortita. Il pasto dur molto tempo perch il
maestro di scuola ebbe la vanit di voler fare un pranzo di tre portate, per battere i fratelli che non avevano fatto le cose
con tanta magnificenza.
Dopo il banchetto, tutti i convitati mostrarono grande impazienza di assistere alla rappresentazione del dramma
del signor Tommaso, non dubitando - dicevano - che la produzione di un cos grande genio ne avrebbe ben meritato
l'ascolto. Ci avvicinammo al teatro, davanti al quale stavano allineati i sonatori, pronti ad eseguire dei pezzi di musica
durante gli intermezzi. Mentre tutti, in gran silenzio, aspettavano l'inizio dello spettacolo, gli attori comparvero sulla
scena, e l'autore si sedette fra le quinte con in mano il testo del dramma, pronto a far da suggeritore. Aveva avuto ragione
a dirci che il dramma era tragico; infatti, nel primo atto, il re del Marocco, per divertirsi, uccise cento schiavi mori col
lancio di frecce; nel secondo, fece tagliare la testa a trenta ufficiali portoghesi che uno dei suoi capitani aveva fatto
prigionieri; e, infine, nel terzo, questo monarca, stufo delle sue donne, appicc lui stesso il fuoco a un palazzo isolato dove
esse erano rinchiuse, e lo ridusse in cenere insieme con quelle. Gli schiavi mori, al pari degli ufficiali portoghesi, erano dei
manichini di vimini fatti con arte mirabile, e il palazzo, che era di cartone, quando fu incendiato sembr un fuoco
d'artificio. Con questo incendio, accompagnato da mille urla di terrore che sembravano uscire di tra le fiamme, fin lo
spettacolo in modo molto divertente. Lo scroscio degli applausi alla fine di cos bella tragedia fu tale, che si sent in tutta
la pianura, e mise in rilievo il buon gusto del poeta che evidentemente sapeva scegliere bene i suoi soggetti.
Dopo I divertimenti di Mulej Bugentuf pensavo che non ci fosse pi nulla da vedere; ma mi sbagliavo. Col
suono dei timpani e delle trombe fu annunciato un nuovo spettacolo: si trattava della distribuzione dei premi, che
Tommaso de la Fuente, per dare maggiore solennit alla festa, aveva stabilito di consegnare a quelli dei suoi scolari, sia
pensionanti che esterni, che avessero fatto i migliori componimenti. I premi consistevano in libri che il maestro aveva
comprato a Segovia di tasca sua. Furono portati dunque sulla scena due grandi banchi di scuola, con uno scaffale pieno di
libri ben rilegati. Allora tutti gli attori del dramma tornarono alla ribalta, e si disposero intorno al signor Tommaso, il cui
contegno era grave e dignitoso, come quello di un prefetto di collegio. Teneva in mano un foglio di carta su cui erano
scritti i nomi di coloro che avevano meritato il premio. Lo diede al re del Marocco, che cominci a leggerlo a voce alta.
Ogni scolaro, al sentire il suo nome, andava rispettosamente a ricevere il libro dalle mani del pedagogo; dopo di che
veniva incoronato di alloro, e fatto sedere su uno dei banchi per restare esposto agli sguardi del pubblico entusiasmato.
Tuttavia, per quanto grande fosse il desiderio del maestro di scuola di mandar via contenti gli spettatori, non riusc ad
appagarlo, poich, avendo assegnato quasi tutti i premi ai suoi pensionanti, cos com' usanza fare, qualcuna delle madri
degli esterni and su tutte le furie accusandolo di parzialit: cos che quella festa, che fino a quel momento era stata
trionfale per lui, rischi di finir male come la festa dei Lapiti.

LIBRO TERZO

I ARRIVO DI GIL BLAS A MADRID. CHI FU IL SUO PRIMO PADRONE

Mi fermai qualche giorno a casa del giovane barbiere. Poi mi unii a un mercante di Segovia, che pass per
Olmedo. Questi aveva trasportato con quattro mule della merce a Valladolid, e ritornava, scarico, a casa. Facemmo
conoscenza lungo la strada, e lui mi prese tanto in simpatia, che volle assolutamente ospitarmi quando arrivammo a
Segovia. Restai due giorni a casa sua, e quando stavo per partire per Madrid con la vettura di un mulattiere, mi consegn
una lettera, pregandomi di consegnarla di persona al destinatario, senza dirmi che era una lettera di raccomandazione. Io
non mancai di portarla al signor Matteo Melendez, mercante di stoffe, che abitava alla porta del Sole, angolo di via dei
Cassettai. Lui apr la lettera e, appena l'ebbe letta, mi disse molto cortesemente: Signor Gil Blas, il mio corrispondente
Pedro Palacio mi scrive tanto bene di voi, che non posso fare a meno di invitarvi a essere mio ospite. Inoltre mi prega di
trovarvi un buon posto, e io me ne incaricher volontieri. Sono persuaso che non mi sar molto difficile sistemarvi
convenientemente.
Accettai l'offerta di Melendez con tanta maggior gioia, in quanto le mie finanze diminuivano a vista d'occhio; ma
non gli restai a carico per molto tempo. Dopo otto giorni mi disse che mi avrebbe proposto a un cavaliere di sua
conoscenza che aveva bisogno di un cameriere, e che, secondo tutte le apparenze, quel posto non avrebbe dovuto
sfuggirmi. Infatti, proprio in quel momento, comparve il cavaliere. Signore, gli disse Melendez presentandomi, c' qui
quel giovanotto di cui vi ho parlato. un ragazzo onorato e di buona moralit; ne rispondo come di me stesso. Il
cavaliere mi osserv attentamente, disse che avevo un aspetto simpatico, e che mi assumeva al suo servizio. Pu
seguirmi anche subito, soggiunse, gli dir quali sono i suoi compiti. Detto ci, salut il mercante, e mi condusse sulla
strada grande, proprio davanti alla chiesa di San Filippo. Entrammo in una bella casa, un'ala della quale era la sua
abitazione; salimmo una scala di cinque o sei gradini, poi mi introdusse in una camera chiusa da due robuste porte, che
egli apr, e la prima delle quali aveva nel centro una finestrella con griglia. Da questa passammo in una stanza da letto
ammobiliata con gusto, ma senza lusso.
Se il mio padrone volle attentamente osservarmi quando eravamo in casa di Melendez, anch'io non mancai di
scrutarlo minuziosamente. Era un uomo di poco pi di cinquant'anni di aspetto freddo e serio. Mi parve di carattere
bonario; e non mi sbagliai nel giudicarlo. Lui mi fece molte domande riguardanti la mia famiglia, e rimase soddisfatto
delle mie risposte. Gil Blas, mi disse, mi sembri un ragazzo molto ragionevole, e son lieto di averti al mio servizio. Per
parte tua, penso che sarai contento delle condizioni che ti faccio. Ti dar sei reali al giorno che ti serviranno per il vitto e
per le altre spese, e in aggiunta puoi contare su piccoli guadagni che avrai modo di fare stando con me. D'altra parte il
servizio non difficile; ordinariamente non resto a casa a mangiare: me ne vado in citt. Il tuo compito si riduce a mettere
in ordine la mattina i miei abiti, poi sei in libert per tutto il resto della giornata. Ti raccomando soltanto di rientrare la sera
di buon'ora, e di aspettarmi alla porta; ecco tutto quello che esigo. Dopo avermi spiegato qual'era il mio dovere, trasse di
tasca sei reali che mi diede per cominciare a mantenere il contratto. Uscimmo poi tutti e due; lui stesso chiuse entrambe le
porte e intasc le chiavi, dicendo: Amico mio, inutile che tu mi segua; va dove ti pare e, se vuoi, va a spasso per la citt;
ma quando io torno questa sera, ti voglio trovare su questa scala. Detto questo, mi lasci, libero di disporre di me stesso
come meglio credevo.
In fede mia, Gil Blas, dissi allora a me stesso, non avresti potuto trovare un padrone migliore! Guarda un po':
trovi un uomo che per farsi spazzolare gli abiti e riordinare la stanza al mattino, ti d sei reali al giorno, lasciandoti libero
di andare a passeggio e divertirti come uno scolaro in vacanza. Vivaddio! Non c' sistemazione pi felice. Non mi
meraviglio pi di aver avuto tanto desiderio d'arrivare a Madrid; certo avevo il presentimento della fortuna che mi
aspettava. Passai tutto quel giorno a girare per le strade, divertendomi ad osservare tutto ci che era nuovo per me, e
questo mi tenne non poco occupato. La sera, dopo aver mangiato in un ristorante poco lontano da casa nostra, andai subito
dove il padrone mi aveva ordinato di trovarmi. Lui arriv tre quarti d'ora dopo di me, e parve essere lieto per la mia
puntualit. Benissimo, mi disse, mi piace che i domestici facciano puntualmente il loro dovere. Apr le due porte del
suo appartamento e, appena fummo entrati, le richiuse. Poich non c'era luce, prese l'acciarino e accese una candela; poi
l'aiutai a spogliarsi. Quando fu a letto, per suo ordine, accesi una lampada situata sul caminetto e, presa la candela, me ne
andai a dormire in anticamera su di un lettino senza cortine. L'indomani mattina spazzolai i suoi abiti e lui si alz poco
dopo le nove. Prima di congedarmi, mi dette i sei reali pattuiti, e quindi usc meco. Dopo che ebbe chiuso accuratamente
le porte, ognuno and per conto suo per tutta la giornata.
Tale era il nostro tenore di vita, per me molto piacevole. La cosa pi curiosa era per che io non sapevo il nome
del mio padrone, ignorato dallo stesso Melendez che aveva conosciuto quel cavaliere perch qualche volta era andato
nella sua bottega a comprare della stoffa. Neppure i vicini furono in grado di soddisfare la mia curiosit; tutti mi dissero
che il mio padrone era loro sconosciuto, quantunque da due anni abitasse nel loro quartiere. A sentir loro, non frequentava
nessun abitante dei dintorni, e qualcuno, abituato a trarre conseguenze temerarie, concludeva che non si poteva pensar
bene di un tal personaggio. Mi arrivarono perfino a dire che supponevano fosse una spia del re del Portogallo, e mi
avvertirono caritatevolmente di stare in guardia. Questo consiglio mi preoccup: pensavo che, se la cosa era vera correvo
il rischio di diventare ospite delle prigioni di Madrid, che non ritenevo pi gradevoli di quelle degli altri paesi. Il fatto che
io ero innocente non mi dava nessun affidamento di sicurezza: le mie passate disgrazie mi facevano avere un gran timore
della giustizia. Ben due volte avevo provato che, se essa non fa morire gli innocenti, osserva tuttavia cos male le leggi
dell'ospitalit, da rendere molto triste il soggiorno presso di lei.
Per una questione cos delicata pensai di consultarmi con Melendez. Anche lui non sapeva che consiglio darmi.
Se da una parte non poteva credere che il mio padrone fosse una spia, dall'altra non c'erano sufficienti prove per negarlo.
Allora decisi di sorvegliarlo, ed eventualmente di piantarlo in asso, se mi fossi accorto che era un nemico dello stato; mi
sembr tuttavia che la prudenza e i vantaggi della mia sistemazione richiedevano che fossi prima bene sicuro del fatto
mio. Cominciai dunque a prendere in esame le sue azioni, e, per sondarlo, una sera, mentre l'aiutavo a svestirsi, gli dissi:
Signore, non so proprio che cosa bisogna fare per mettersi al riparo dalle male lingue. Il mondo veramente cattivo! Fra
l'altro, abbiamo dei vicini che sono peggio del diavolo. Che gente maligna! Non potete immaginare che cosa dicono di
noi. Ma, Gil Blas, mi rispose, che cosa possono mai dire, amico mio? In verit, soggiunsi, la maldicenza trova
sempre argomenti, e la virt stessa gliene fornisce materia. I nostri vicini dicono che siamo gente pericolosa, degni
dell'attenzione della Corte; insomma voi passate per una spia del re del Portogallo. Mentre dicevo questo, guardavo fisso
in viso il mio padrone, come Alessandro scrut il suo medico, e impiegavo tutta la mia perspicacia per rendermi conto
dell'effetto delle mie parole. In realt mi parve di scorgere in lui una certa agitazione che concordava molto con le
congetture del vicinato, e ci che mi fece cattiva impressione fu di vederlo diventar pensieroso. Tuttavia si rimise presto
dal suo turbamento, e mi disse con aria tranquilla: Gil Blas, lasciamo che i nostri vicini dicano quello che vogliono, e non
facciamo dipendere la nostra tranquillit dalle loro dicerie. Non preoccupiamoci dei loro pettegolezzi quando non c'
motivo che pensino male di noi.
Detto ci se ne and a letto, e io feci lo stesso, senza sapere che pesci pigliare. La mattina del giorno seguente,
mentre stavamo per uscire, sentimmo battere fortemente alla prima porta sulle scale. Il mio padrone apr la seconda e
guard dalla spia. Vide un uomo ben vestito, che gli disse: Signor cavaliere, io sono il bargello, e son venuto a dirvi che
il signor giudice desidera parlarvi. Che cosa vuole da me? risponde il mio padrone. Non lo so proprio, replic il
bargello, ma basta che andiate a trovarlo, e saprete tutto. Portategli i miei saluti, disse il mio padrone, non ho niente
a che fare con lui. Ci detto richiuse bruscamente la seconda porta; poi, dopo esser andato avanti e indietro come uno,
almeno cos mi parve, cui il discorso del bargello avesse destato viva preoccupazione, mi mise in mano i miei sei reali, e
mi disse: Gil Blas, amico mio, tu puoi uscire, e passare la giornata come vorrai; io invece non andr fuori subito ma non
ho bisogno di te stamattina. Da queste parole dedussi che aveva paura di venir arrestato, e che per questo fosse costretto
a rimanere in casa. Uscii e, per vedere se la mia supposizione era giusta, mi nascosi in un posto di dove potevo osservare
la porta di casa. Avrei avuto la pazienza di restare tutta la mattina nel mio posto d'osservazione, se lui non me ne avesse
risparmiato il fastidio. Ma dopo circa un'ora lo vidi scendere in istrada con un'aria di sicurezza che mi fece dubitare del
mio intuito. Tuttavia, lungi dall'arrendermi alle apparenze, diffidai ancor di pi, perch ormai non sarei stato per lui un
testimonio a favore. Pensavo che il suo contegno poteva essere volutamente tranquillo, e arrivai a immaginare che fosse
rimasto in casa solo per prendere quel che poteva avere di oro e di gioielli, e che probabilmente avrebbe cercato, con una
rapida fuga, di mettersi in salvo. Ormai non speravo pi di vederlo, e fui perfino incerto se andare la sera ad aspettarlo a
casa sua, tanto ero persuaso che sarebbe fuggito dalla citt per salvarsi dal pericolo che lo minacciava. Tuttavia non
mancai al mio dovere, e rimasi sorpreso di vederlo arrivare come d'ordinario. And a letto senza mostrare la minima
inquietudine, e la mattina si alz con altrettanta tranquillit.
Aveva appena finito di vestirsi, che sentimmo improvvisamente bussare alla porta. Il mio padrone guard
attraverso la spia. Riconobbe il bargello del giorno precedente, e gli domand che cosa voleva. Aprite, rispose il
bargello, c' qui il signor giudice. A queste parole il sangue mi si gel nelle vene. Avevo una paura del diavolo di quella
gente, da quella volta che ero caduto nelle loro grinfie, e in quel momento avrei voluto essere cento leghe lontano da
Madrid. Per parte sua, il mio padrone si mostr meno spaventato di me; apr la porta e ricevette il giudice molto
rispettosamente. Voi vedete, disse il giudice, che non vengo qui con un gran seguito; voglio agire senza far chiasso.
Nonostante le voci poco favorevoli che corrono sul vostro conto, penso che abbiate diritto a qualche riguardo. Ditemi
qual' il vostro nome, e che cosa fate a Madrid. Signore, rispose il mio padrone, io sono don Bernardo de Castil
Blazo, e provengo dalla nuova Castiglia. Per quanto si riferisce alle mie occupazioni, vi dir che passeggio, frequento gli
spettacoli, e mi diverto tutti i giorni in una piccola cerchia di persone simpatiche. Avrete di certo, riprese il giudice,
delle grosse entrate. No, signore, lo interruppe il mio padrone, non ho n rendite, n terre, n case. E allora di che
cosa vivete? domand il giudice. Di quello che ora vi mostrer, rispose don Bernardo. E spost una tappezzeria dietro
la quale apr una porta, che non avevo mai notata, poi una seconda che stava subito dietro, e col giudice entr in un
gabinetto dove c'era un gran baule tutto pieno di monete d'oro.
Signore, disse al giudice mostrandogli il contenuto del baule, voi sapete che gli spagnoli sono nemici del
lavoro; tuttavia, per quanta avversione essi possano avere per la fatica, io riesco a superarli tutti perch ho una pigrizia
innata che mi impedisce qualunque attivit. Se volessi far apparire virt quello che il mio difetto, chiamerei indolenza
filosofica la mia pigrizia; direi che essa il frutto di una mente disingannata di tutto quello che si cerca ardentemente nel
mondo: ma, in buona fede, confesser che io sono pigro di natura, e cos pigro che se dovessi lavorare per vivere, credo
che mi lascerei morire di fame. Per condurre dunque una vita confacente al mio carattere, per non far la fatica di
amministrare i miei beni, e ancor pi per non affidarli alla custodia di un amministratore, ho convertito in danaro contante
tutto il mio patrimonio, consistente in alcuni notevoli lasciti ereditari. In questo baule ci sono cinquantamila ducati. pi
che sufficiente per il resto della mia vita, anche se dovessi campare pi di cent'anni, dato che non arrivo a spendere mille
ducati all'anno, e che ormai ho gi passato il decimo lustro. Non ho dunque nessuna preoccupazione per l'avvenire perch,
grazie al Cielo, non sono schiavo di nessuna delle tre cose che ordinariamente rovinano gli uomini. Non sono un
buongustaio, giuoco solo per divertimento, e so cosa pensare delle donne. Non ho alcun timore di diventare, nella mia
vecchiaia, uno di quei vecchi barbogi libidinosi ai quali le puttane vendono i loro favori a peso d'oro.
Che uomo felice! disse allora il giudice. Come sbagliano quelli che vi credono una spia! Questo titolo non si
conviene a un uomo del vostro carattere. Andiamo, don Bernardo, continuate la vostra bella vita. Ben lungi dal voler
disturbare la vostra tranquillit, me ne dichiaro il difensore: vi domando la vostra amicizia e vi offro la mia. Ah!
Signore, esclam il mio padrone, commosso da quelle gentili parole, accetto con gioia e devozione la vostra preziosa
offerta. Dandomi la vostra amicizia, aumentate la mia ricchezza, e portate al colmo la mia felicit. Dopo questa
conversazione, che il bargello ed io sentimmo ascoltando alla porta del gabinetto, il giudice si conged da don Bernardo,
che non sapeva come esprimergli abbastanza la sua riconoscenza. Da parte mia, per secondare il mio padrone nel fare gli
onori di casa, fui gentilissimo col bargello: gli feci una quantit di profonde riverenze, sebbene in fondo al cuore sentissi
per lui il disprezzo e l'avversione che un onest'uomo prova sempre per un bargello.

II MERAVIGLIA PROVATA DA GIL BLAS NELL'INCONTRARE A MADRID IL CAPITANO ORLANDO,


E COSE CURIOSE RACCONTATEGLI DA QUEL LADRO

Don Bernardo de Castil Blazo, dopo aver accompagnato il giudice fin sulla porta di strada, torn rapidamente
indietro per chiudere la sua cassaforte e le porte di sicurezza; poi uscimmo entrambi, molto soddisfatti, lui per aver trovato
un amico potente, e io per sapermi assicurati i sei reali al giorno. Per il desiderio di raccontare questa avventura a
Melendez, mi incamminai verso casa sua, ma stavo per arrivarci, quando incontrai il capitano Orlando. Ne fui
enormemente sorpreso, e non potei reprimere un fremito di paura. Anche lui mi riconobbe, mi ferm con sussiego, e,
conservando ancora la sua aria di superiorit, mi ordin di seguirlo. Obbedii tremando, e dissi fra me: Ohim! Quello
vuol certo farmela pagare. Dove vorr condurmi? Anche in questa citt ha forse qualche sotterraneo. Maledizione! Ma se
ci fosse, gli farei veder subito che i miei piedi non hanno la gotta. Camminavo dunque dietro di lui, facendo la massima
attenzione per vedere dove si sarebbe fermato, risoluto a darmela a gambe, per poco che il luogo mi sembrasse sospetto.
Orlando dissip ben presto il mio timore. Entr in una taverna molto rinomata, dove io lo seguii. Ordin il
miglior vino, e disse all'oste di prepararci da pranzare. In attesa passammo in un'altra stanza, dove il capitano, vedendo
che eravamo soli, mi disse: Devi esser molto sorpreso, Gil Blas, di rivedere qui il tuo vecchio comandante, e lo sarai
ancor di pi quando saprai quello che sto per dirti. Il giorno che ti lasciai nel sotterraneo partendo per Mansilla con tutta la
banda, per andar a vendere le mule e i cavalli che avevamo razziato la sera precedente, incontrammo il figlio del giudice di
Leon, scortato da quattro uomini ben armati, che seguivano a cavallo la sua carrozza. Noi facemmo mordere la polvere a
due cavalieri della scorta, mentre gli altri due fuggirono al galoppo. Allora il cocchiere, temendo per il suo padrone, grid
con voce supplichevole: In nome di Dio, cari signori, non uccidete l'unico figlio del signor giudice di Leon! Queste
parole non commossero i miei accoliti, anzi li fecero andare su tutte le furie. Uno di essi esclam: Signori, non lasciamoci
scappare il figlio del pi grande nemico di tutti noi, che ha fatto morire tanti nostri colleghi! Vendichiamoli, sacrifichiamo
questa vittima ai loro Mani, che in questo momento sembrano essere in attesa dell'olocausto. Gli altri approvarono, e lo
stesso luogotenente si preparava a servire da gran sacerdote, quando io lo trattenni. Fermo, gli dissi, perch voler
spargere del sangue senza necessit? Contentiamoci della borsa di questo giovane. Siccome non fa alcuna resistenza,
ucciderlo sarebbe una vigliaccheria. In fin dei conti, lui non responsabile delle azioni di suo padre, il quale a sua volta,
pronunciando le sentenze di morte, non fa che il suo dovere, come noi facciamo il nostro depredando i viaggiatori.
La mia intercessione per il figlio del giudice non rimase inascoltata. Prendemmo soltanto tutto il denaro che
aveva, e i due cavalli degli uomini da noi uccisi. Questi cavalli li vendemmo poi a Mansilla insieme con gli altri che
avevamo condotto con noi. Ripartimmo poi, e poco prima dell'alba del giorno dopo arrivammo al nostro sotterraneo.
Restammo molto sorpresi di vedere che la botola era aperta, e fummo ancora pi sorpresi quando in cucina trovammo
Leonarda legata. In poche parole lei ci mise al corrente dei fatti. Il ricordo della tua colica ci fece ridere: ammirammo il
modo con cui ci avevi ingannati: non ti avremmo mai creduto capace di giocarci un simile tiro, e ti perdonammo per il
merito dell'invenzione. Dopo aver liberato la cuoca, le ordinai di prepararci da mangiare. Intanto andammo a portar i
cavalli nella scuderia, dove il vecchio negro, rimasto ventiquattro ore senza assistenza, era ormai agli estremi. Cercammo
di soccorrerlo, ma lui aveva gi perduto conoscenza, e noi, sembrandoci che non ci fosse pi nulla da fare, lasciammo il
povero diavolo fra la vita e la morte. Questo non ci imped di metterci a tavola, e, dopo esserci abbondantemente saziati, ci
ritirammo nelle nostre camere, e dormimmo tutta la giornata. Quando ci risvegliammo, Leonarda ci disse che Domingo
era morto. Lo portammo in quella cantina, dove ti ricorderai di aver dormito e lo seppellimmo con la stessa solennit che
avremmo usato se fosse stato uno dei nostri.
Passarono cinque o sei giorni, e una mattina, avendo deciso di fare una spedizione, incontrammo, all'uscita del
bosco, tre brigate di arcieri della Santa Hermandad, che pareva ci stessero proprio aspettando. Sulle prime ne vedemmo
solo una. Pur avendo un numero di uomini superiore al nostro, non ci fece paura, e passammo all'attacco; ma mentre
eravamo impegnati nella battaglia, piombarono su di noi le altre due brigate, che si erano tenute nascoste; in tal modo il
nostro valore fu vano. Dovemmo cedere a tanti nemici. Il nostro luogotenente e due uomini furono uccisi. Gli altri due
uomini ed io, serrati da presso, fummo fatti prigionieri, e mentre due brigate ci conducevano a Leon, la terza and a
distruggere il nostro asilo, che era stato scoperto nel modo che ora ti dir. Un contadino di Luceno, attraversando la foresta
per tornare a casa sua, vide per caso la botola del nostro rifugio che tu non avevi richiuso con la ribalta; era infatti lo stesso
giorno in cui tu te ne andasti con la signora. Il contadino sospett che si trattasse del nostro rifugio. Non ebbe il coraggio
di entrare. Si limit a osservare i dintorni; poi, per poter meglio individuare il posto, incise col suo coltello la corteccia
degli alberi vicini, e di altri ancora che man mano incontrava fino all'uscita del bosco. And quindi a Leon, per dare
comunicazione della sua scoperta al giudice, che ne fu tanto pi lieto, in quanto proprio suo figlio era stato derubato da
noi. Il giudice dette l'ordine a tre brigate di arcieri di venirci ad arrestare, e il contadino fu loro di guida.
Il mio arrivo nella citt di Leon fu uno spettacolo per i suoi abitanti. Se fossi stato un generale portoghese
prigioniero di guerra, non ci sarebbe stato un cos grande affollamento di gente desiderosa di vedermi. Eccolo, dicevano,
eccolo il famoso capitano, terrore delle nostre contrade! Meriterebbe di venire squartato insieme coi suoi colleghi. Ci
condussero davanti al giudice, che cominci ad insultarmi. Eccoti qui, scellerato; Iddio, stanco dei tuoi delitti, ti ha
finalmente abbandonato alla mia giustizia. Signore, gli risposi, se ho commesso molti delitti, almeno non ho sulla
coscienza la morte del vostro unico figlio; dovreste avere per me un po' di riconoscenza per avergli salvato la vita. Ah!
miserabile, esclam il giudice, proprio con della gente del tuo stampo che bisogna essere generosi! E anche se ti
volessi salvare, il dovere che mi impone il mio ufficio non me lo permetterebbe. Detto questo, ci fece rinchiudere in una
prigione bassa e oscura, dove i miei compagni non ebbero da languire per molto tempo. Dopo tre giorni ne uscirono per
andare a rappresentare una tragedia sulla piazza grande della citt. Io fui invece tenuto in prigione tre intere settimane.
Pensavo che il mio supplizio venisse differito soltanto per renderlo pi terribile, e mi aspettavo un procedimento di
esecuzione capitale del tutto nuovo invece il giudice mi fece condurre in sua presenza, e mi disse: Ascolta la tua sentenza:
sei libero! Senza di te il mio unico figlio sarebbe stato assassinato sulla strada. Come padre ho voluto esserti riconoscente;
e come giudice, non potendo assolverti, ho scritto alla Corte domandando la grazia per te, e l'ho ottenuta. Va dunque dove
vuoi. Ma ascoltami, aggiunse, approfitta di questa fortunata circostanza, rientra in te stesso, e abbandona per sempre il
brigantaggio.
Queste parole mi turbarono profondamente, e partii per Madrid col proponimento di cambiare vita, e di vivere
in pace in quella citt. Quando arrivai seppi che i miei genitori erano morti, e che la mia eredit era in mano a un mio
vecchio parente, che me ne ha reso conto con quella fedelt che usano normalmente tutti i tutori. Non ho potuto avere che
tremila ducati, che forse non rappresentano nemmeno un quarto di quello che mi sarebbe spettato. Ma, che fare? A far
causa non avrei guadagnato nulla. Per non stare in ozio, ho comprato la carica di bargello, che esercito come se nella mia
vita non avessi fatto altro. I miei colleghi si sarebbero certamente opposti alla nomina, se avessero saputo la mia storia.
Fortunatamente la ignorano o fingono di ignorarla, ci che lo stesso; poich, in questo onorevole corpo, ognuno ha
interesse a tener nascosti i fatti suoi. Nessuno, Dio sia ringraziato, ha da muover rimprovero ai suoi colleghi. Che il
diavolo si porti il migliore! Tuttavia, amico mio, continu a dire Orlando, voglio aprirti l'animo mio. Questa
professione non affatto di mio gusto; richiede un contegno troppo subdolo e raffinato, non dovendo far altro che
architettare inganni sottili ed esoterici. Oh! quanto rimpiango il mio primo mestiere. Confesso che in questo c' maggior
sicurezza; ma l'altro pi piacevole, e io amo la libert. Ho gi la voglia di abbandonare la mia carica, e di andarmene una
bella mattina sulle montagne alla sorgente del Tago. So che c' da quelle parti un rifugio abitato da una banda numerosa,
costituita soprattutto da catalani: questo il pi bell'elogio che le si possa fare. Se mi vuoi accompagnare, andremo a
ingrossare le file di quei grandi uomini. Nella loro compagnia io sar il comandante in seconda; e, per farti accettare
volentieri, dir che ti ho visto combattere dieci volte al mio fianco. Porter il tuo valore alle stelle, e dir di te un bene
maggiore di quello che direbbe un generale di un suo subalterno, per fargli avere la promozione. Naturalmente, per non
renderti sospetto, mi guarderei bene dal raccontare il tiro che ci giocasti. E allora, Gil Blas, sei pronto a seguirmi? Aspetto
la tua risposta.
Ognuno ha le sue inclinazioni, risposi, voi siete nato per le imprese temerarie, e io per una vita pacifica e
tranquilla. Capisco, mi interruppe Orlando, la signora, il cui amore vi ha spinto a portarla via, vi sta ancora a cuore, e
senza dubbio godete a Madrid quella dolce vita che sommamente vi piace. Confessate, signor Gil Blas, che vi ha
ammobiliato un appartamento, e che insieme vi mangiate le doppie che avete portato via dal sotterraneo. Gli risposi che
si sbagliava, e che, per dimostrarglielo, sarei stato disposto a raccontargli durante il pranzo la storia della signora; cosa che
feci realmente, informandolo anche di quanto mi era successo dal giorno della mia fuga. Verso la fine del pasto, Orlando
torn ancora sull'argomento dei catalani. Mi confess perfino che aveva ormai deciso di andarli a raggiungere, e fece un
nuovo tentativo per persuadermi a essere della partita. Ma, vedendo che non ci riusciva, cambi improvvisamente tono e
contegno; mi guard con fierezza, e mi disse molto seriamente: Poich sei abbastanza vigliacco da preferire la tua
condizione servile all'onore di far parte di una compagnia di uomini coraggiosi, ti abbandono alla volgarit della tua
indole. Ma ascolta bene quel che ti dico, e che le mie parole si imprimano nella tua mente! Dimentica di avermi incontrato
oggi, e non parlare mai di me con nessuno; perch, se vengo a sapere che nei tuoi discorsi fai anche un solo accenno alla
mia persona... tu mi conosci: non ti dico altro. Detto questo, chiam l'oste, pag il conto, e ci alzammo da tavola per
andarcene.

III GIL BLAS LASCIA DON BERNARDO DE CASTIL BLAZO E VA AL SERVIZIO DI UN


PADRONCINO

Stavamo salutandoci per non pi rivederci, quando ci pass davanti il mio padrone. Mi vide, e io mi accorsi che
guard pi di una volta il capitano. Supposi che fosse sorpreso di trovarmi insieme a un uomo di quella fatta. Debbo dire
che l'aspetto di Orlando non deponeva certo favorevolmente nei suoi riguardi. Era infatti un uomo assai alto, col viso
allungato e il naso da pappagallo; e, bench non potesse dirsi brutto, aveva l'aria di un vero briccone.
Non mi ero sbagliato nella mia supposizione. Quella sera vidi che a don Bernardo era rimasta impressa la figura
del capitano, e son certo che avrebbe creduto di lui tutte le belle cose che avrei potuto raccontargli, se solo l'avessi osato.
Gil Blas, mi disse, chi era quello spilungone che ho visto stamattina con te? Risposi che era un bargello, pensando
che questa risposta gli bastasse; ma invece mi fece molte altre domande; e siccome mostrai un certo imbarazzo, perch mi
ricordavo delle minacce di Orlando, egli tronc improvvisamente la conversazione e and a letto. L'indomani mattina,
dopo che ebbi fatto il mio consueto servizio, mi cont sei ducati invece dei sei reali, e mi disse: Tieni amico mio, ecco
quanto ti do per avermi servito finora. Cercati un altro posto: a me non piacciono i servitori che hanno simili conoscenze.
Io cercai di giustificarmi dicendo che conoscevo quel bargello per avergli dato certe medicine quando facevo il medico a
Valladolid, ma lui esclam: Benissimo, la scusa ingegnosa: avresti dovuto inventarla ieri sera, invece di confonderti.
Signore, risposi, in verit, non osavo parlarvene per discrezione, questa stata la causa del mio imbarazzo. Certo,
replic don Bernardo, battendomi leggermente sulla spalla, questo s che si chiama essere riservati! Non ti avrei mai
creduto cos scaltro. Vai pure, ragazzo mio: un servitore che bazzica coi bargelli non fa assolutamente per me.
Andai subito a portare questa brutta notizia a Melendez, che per consolarmi, mi disse che mi avrebbe trovato un
posto migliore. E, realmente, dopo qualche giorno mi disse: Gil Blas, amico mio, non vi aspettate certo la buona nuova
che sto per darvi! Vi ho trovato il miglior posto del mondo, presso don Mattia de Silva. un uomo di prim'ordine, uno di
quei giovani signori che vengono chiamati padroncini. Io ho l'onore di essere il suo fornitore. Gli fornisco le stoffe, a
credito, per dir la verit; ma con questi signori non c' d'aver paura di rimetterci: spesso sposano delle ricche ereditiere che
pagano i loro debiti, e, quando questo non succede, un negoziante che sa il suo mestiere vende sempre a un prezzo tale che
se la cava anche incassando soltanto la quarta parte dei suoi crediti. L'amministratore di don Mattia mio intimo amico.
Andiamo a trovarlo, e lui stesso vi presenter al suo padrone. Vedrete che per riguardo verso di me, sarete tenuto nella
massima considerazione.
Mentre stavamo andando verso il palazzo di don Mattia, il negoziante mi disse: Penso che sia opportuno, perch
possiate regolarvi, che vi metta al corrente circa il carattere dell'amministratore, che si chiama Gregorio Rodriguez. Detto
fra noi, un uomo venuto su dal nulla, che, ritenendosi nato per trattare gli affari, ha seguito la sua inclinazione, e si
arricchito mentre era amministratore di due famiglie andate in rovina. Vi avverto che molto vanitoso; prova piacere nel
veder strisciare davanti a s gli altri domestici. a lui che debbono rivolgersi se hanno da chiedere il minimo favore al
padrone, poich se si d il caso che l'abbiano ottenuto senza la sua partecipazione, lui trova il modo di farlo revocare, o di
renderlo inutile. Perci sappiate regolarvi, Gil Blas: fate la corte al signor Rodriguez pi che allo stesso padrone, e cercate
il modo di diventargli simpatico. La sua amicizia vi sar molto utile. Riceverete puntualmente la paga, e, se riuscirete a
conquistarvi la sua fiducia, otterrete anche qualche ossicino da rosicchiare; e in quella casa ce ne sono tanti! Don Mattia
un giovane signore che non pensa che a divertirsi, e che non vuole assolutamente occuparsi dei propri affari. Oh che
pacchia per un amministratore!
Quando fummo giunti al palazzo, chiedemmo di parlare col signor Rodriguez. Ci dissero che l'avremmo trovato
nel suo appartamento. Lo trovammo infatti che stava con un tipo di contadino, il quale aveva in mano un sacchetto di tela
turchina pieno di monete. L'amministratore, che era pi pallido e giallastro di una zitella afflitta dal celibato, corse con le
braccia tese incontro a Melendez, che a sua volta apr le sue in un abbraccio che dimostrava un'amicizia pi artificiosa che
reale. Parlarono subito di me. Rodriguez mi squadr da capo a piedi; poi, gentilmente, disse che ero proprio quel che ci
voleva per don Mattia, e che mi avrebbe volentieri presentato a quel signore. Dal canto suo, Melendez fece capire il suo
grande interessamento per me: preg l'amministratore di concedermi la sua protezione, e, dopo una infinit di
complimenti, mi lasci con lui e se ne and. Uscito che fu il negoziante, Rodriguez mi disse: Appena avr sbrigato
questo bravo agricoltore, vi condurr dal mio padrone. Si avvicin al contadino, gli prese il sacchetto, e gli disse:
Talego, vediamo se ci son tutte le cinquecento doppie. Fece lui stesso il conto, lo trov giusto, dette la quietanza della
somma al contadino, e lo conged. Poi rivolgendosi a me: Adesso, mi disse, possiamo andare dal mio padrone. Di
solito si alza verso mezzogiorno; quasi l'una, le finestre del suo appartamento saranno gi aperte.
Effettivamente don Mattia si era appena alzato. Era ancora in veste da camera, e, sdraiato in una poltrona con una
gamba su di un bracciuolo, si dondolava grattugiando tabacco. Stava parlando con un lacch, il quale, sostituendo il
cameriere, era pronto a servirlo. Signore, gli disse l'amministratore, c' qui un giovanotto, che mi prendo la libert di
presentarvi, per sostituire quel cameriere che cacciaste via l'altro ieri. Melendez, il negoziante dal quale vi servite, se ne fa
mallevadore; mi ha assicurato che un ragazzo in gamba, e credo che ne sarete molto contento. Basta cos, rispose il
giovane signore, poich siete voi che me lo proponete, lo prendo a occhi chiusi al mio servizio come cameriere
personale. Ma ora parliamo d'altro, Rodriguez. Stavo per mandarvi a chiamare, quando siete arrivato proprio a tempo. Ho
da darvi una cattiva notizia, mio caro Rodriguez. Stanotte ho avuto una gran disdetta al giuoco; oltre alle cento doppie che
avevo con me ne ho perse altre duecento sulla parola. Voi conoscete l'importanza che ha per le persone di un certo rango
liquidare questo genere di debiti. Sono gli unici che l'onore ci costringe a pagare con puntualit. Per questo non siamo cos
scrupolosi con gli altri creditori. Bisogna dunque trovare subito duecento doppie, e mandarle alla contessa de Pedrosa.
Signore, disse l'amministratore, la cosa pi facile a dire che a fare. Di dove volete, per favore, che tiri fuori una tal
somma? Dai vostri fittavoli, nonostante le minacce che faccio loro, non incasso un sol maravedi. Tuttavia debbo
provvedere alle necessit della casa, e sudar sangue per far fronte alle vostre spese personali. vero che finora, con l'aiuto
di Dio, ne son venuto a capo; ma adesso non so pi a che santo votarmi; sono proprio agli estremi. Tutte chiacchiere
inutili, lo interruppe don Mattia, e questi dettagli mi annoiano. Non pretenderete mica, Rodriguez, che cambi vita, e mi
diverta ad amministrare il mio patrimonio? Bel divertimento per un uomo come me! Pazienza, disse l'amministratore,
nel modo in cui vanno le cose, prevedo che vi sbarazzerete presto e per sempre di questa preoccupazione. Voi mi
stancate, replic bruscamente il giovane signore, mi atterrate. Lasciatemi andare in rovina senza che me ne accorga. Mi
occorrono, vi ripeto, duecento doppie; ne ho bisogno. In questo caso, disse Rodriguez, vi chiedo se dovr ancora
ricorrere a quel vecchietto che vi ha gi prestato del denaro ad usura. Se volete, ricorrete anche al diavolo, ribatt don
Mattia, purch io abbia le duecento doppie, il resto non mi interessa.
Appena ebbe finito di pronunziare queste parole in tono brusco e irritato l'amministratore usc, e nello stesso
momento entr don Antonio de Centelles, giovane gentiluomo. Che cosa hai, amico mio? domand questi al mio
padrone, hai il viso scuro e mi sembri arrabbiato. Chi pu mai averti fatto andare in collera? Scommetto che stato quel
furfante che uscito or ora. S, rispose don Mattia, il mio amministratore. Ogni volta che mi viene a parlare, mi fa
passare un brutto quarto d'ora. Si dilunga a cianciare dei miei affari, e mi assicura che mi sto mangiando il capitale fonte
delle mie rendite... Brutto animale! Non vorr mica dire che lui che ci perde, no? Ragazzo mio, disse allora don
Antonio, io sono nelle tue stesse condizioni. Ho un incaricato di affari che non ragiona meglio del tuo amministratore.
Quando quel facchino, per obbedire ai miei ripetuti ordini, mi porta del danaro, si direbbe che ci rimetta del suo. Mi fa
sempre un sacco di prediche, dicendomi che sto precipitando nell'abisso, e che le mie rendite sono sequestrate. Sono
costretto a troncargli la parola in bocca per fargli smettere le sue elucubrazioni. Il guaio, disse don Mattia, che non
possiamo fare a meno di quella gente; un male necessario. Ne convengo, Centelles, ma... aspetta, continu a dire
ridendo a crepapelle, mi viene un'idea molto carina. Credo proprio non si sia mai pensato nulla di meglio. Noi possiamo
far diventare comiche le scene noiose che abbiamo con quella gente, e divertirci con quello che ora ci infastidisce.
Ascoltami: sar io a domandare al tuo amministratore il danaro che ti abbisogna, e tu farai lo stesso con il mio incaricato
d'affari. Che loro chiacchierino fin che vogliono, noi li ascolteremo a sangue freddo. Il tuo amministratore verr a fare i
conti con me, e il mio incaricato li far con te. Io non avr da ascoltare altro che l'elenco dei tuoi sperperi, e tu ascolterai
quello dei miei. Sar un divertimento.
Mille facezie seguirono quella proposta strampalata, e misero in allegria i due giovani signori. La loro brillante
conversazione venne interrotta da Gregorio Rodriguez, che entr seguito da un vecchietto, quasi completamente calvo.
Don Antonio volle allora andarsene, e disse: Addio, don Mattia; ci rivedremo presto. Ti lascio con questi signori; avrete
certamente da parlare di cose serie. No, no, esclam il mio padrone, fermati pure, non sei di troppo. Questo vecchio,
dall'aria riservata, un onest'uomo che mi presta danaro al venti per cento. Come, come? esclam Centelles sorpreso,
al venti per cento? Io non vengo trattato cos bene: io debbo acquistare il danaro a peso d'oro. Ordinariamente per le
somme che prendo a prestito mi fanno pagare il trentatre per cento. Che usurai! esclam il vecchio usuraio, che
bricconi! non pensano che c' l'altro mondo? Non mi meraviglio pi se si inveisce tanto contro chi d il danaro a prestito.
il profitto esagerato che taluno vuol trarre dal proprio danaro che ci fa perdere l'onore e la reputazione. Se tutti i miei
colleghi mi somigliassero, non saremmo tanto screditati; per conto mio, io d a prestito soltanto per far piacere al mio
prossimo. Ah! se i tempi fossero quelli di una volta, vi offrirei la mia borsa senza pretendere alcun interesse, e, nonostante
la miseria che regna oggi, quasi quasi mi faccio scrupolo di chiedere il venti per cento. Ma si direbbe che il danaro sia
sprofondato nelle viscere della terra: non se ne trova pi e la sua scarsit mi costringe a far violenza al mio senso morale.
Di quanto avete bisogno? seguit a dire rivolgendosi al mio padrone. Mi occorrono duecento doppie,
rispose don Mattia. Benissimo, disse l'usuraio, ho qui con me quattrocento doppie; baster che ve ne dia la met. E
tir fuori di sotto il mantello un sacchetto di tela turchina, che mi parve fosse lo stesso che, con cinquecento doppie, il
fittavolo Talego aveva consegnato a Rodriguez. Mi resi subito conto di quel che bisognava pensare, e compresi che
Melendez non mi aveva vantato senza motivo l'abilit di quell'amministratore. Il vecchio vuot il sacchetto su di un
tavolo, e si mise a contare le monete. La vista di quel danaro eccit la cupidigia del mio padrone, che fu colpito da tutta
quella somma. Signor Descomulgado, disse all'usuraio, ora che ci penso sono un grande sciocco prendendo soltanto
quello che mi occorre per mantenere il mio impegno, senza pensare che resto senza un soldo; domani sarei costretto a
rivolgermi di nuovo a voi. Per risparmiarvi il fastidio di ritornare, penso sia meglio che mi prenda le quattrocento doppie.
Signore, rispose il vecchio, una parte di questi denari era destinata a una brava persona, un laureato che impiega
caritatevolmente dei grandi lasciti per ritirare dal mondo delle giovanette, e arredare i loro ritiri; ma, se voi avete bisogno
dell'intera somma, la tengo a vostra disposizione, basta che mi diate la relativa garanzia... Oh! Per la garanzia, lo
interruppe Rodriguez, tirando fuori di tasca un foglio di carta, ne avrete una buonissima. Basta che il signor don Mattia
firmi questo documento. Con esso siete autorizzato a riscuotere cinquecento doppie dal fittavolo Talego, ricco agricoltore
di Mondejar. Benissimo, replic l'usuraio, io non faccio nessuna difficolt; per poco che le proposte che mi vengono
fatte siano ragionevoli, le accetto subito senza far tante storie. L'amministratore porse una penna al mio padrone che,
senza leggere, mise, fischiettando, il suo nome ai piedi del foglio.
Concluso cos l'affare, il vecchio salut il mio padrone che corse ad abbracciarlo, dicendogli: Arrivederci,
signor usuraio; sono vostro servitore. Non so perch voi altri passiate per dei bricconi; io penso invece che siate molto
necessari allo Stato: siete la consolazione di migliaia di figli di famiglia, e la risorsa di tutti i signori le cui spese superano
le loro rendite. Hai ragione, esclam Centelles, gli usurai sono persone oneste che non si possono stimare abbastanza,
e io pure voglio abbracciare costui che presta il danaro al venti per cento. Ci detto si avvicin al vecchio per
abbracciarlo, e cos i due padroncini si divertirono rimandandosi l'un l'altro il vecchio usuraio, come due giocatori di
pallacorda si lanciano la palla. Dopo che l'ebbero sballottato ben bene, lo lasciarono uscire insieme con l'amministratore,
che, pi del vecchio, avrebbe meritato quel genere di abbracci, e anche qualcosa di pi.
Dopo che Rodriguez e la sua anima dannata furono usciti, don Mattia mand il servitore, che si trovava con me
nella camera a portare met della somma alla contessa di Pedrosa, e mise l'altra met in una grossa borsa intessuta d'oro e
di seta, che era solito portare in tasca. Molto soddisfatto di sapersi in quattrini, disse allegramente a don Antonio: Che
cosa dobbiamo fare oggi? Pensiamoci un po' sopra. Questo significa parlare sensatamente, rispose Centelles, ben
volentieri, decidiamo. Mentre stavano fantasticando su quello che avrebbero dovuto fare, arrivarono due altri signori.
Erano don Alessio Segiar e don Fernando de Gamboa, entrambi pressappoco dell'et del mio padrone, e cio di ventotto o
trent'anni. Questi quattro cavalieri cominciarono ad abbracciarsi, come se non si fossero visti da dieci anni. Poi don
Fernando, che era un gran bontempone, rivolgendosi a don Mattia e a don Antonio, disse loro: Signori, dov' che andrete
a mangiare quest'oggi? Se non siete impegnati, vi conduco io in una taverna dove potrete bere un vino celestiale. Stanotte
ho cenato l, e ne sono uscito stamattina fra le cinque e le sei. Avessi anch'io, esclam il mio padrone, passato la notte
in modo cos saggio! non avrei perso i miei quattrini.
In quanto a me, disse Centelles, ieri sera ho trovato un nuovo passatempo, perch mi piace cambiare i
divertimenti. Soltanto la variet dei piaceri rende gradevole la vita. Un mio amico mi ha condotto a casa di uno di quei
signori che fanno gli esattori delle imposte, e curano i loro affari insieme a quelli dello Stato. L'arredamento era lussuoso
e di buon gusto, e le portate del pranzo mi parvero scelte con cura; tuttavia notai nei padroni di casa qualche cosa di
ridicolo che mi divert molto. L'esattore, sebbene fosse il pi plebeo della compagnia, si dava arie di nobiluomo, e la
moglie, bench bruttissima, faceva la civettina, e diceva un monte di sciocchezze, messe in rilievo da uno spiccato accento
biscaglino. Aggiungete che a tavola c'erano quattro o cinque ragazzini col loro precettore. Ditemi se non era divertente un
tal pranzo familiare!
E io, signori, disse don Alessio Segiar, ho cenato in casa di Arsenia, un'attrice di teatro. Eravamo in sei a
tavola: Arsenia, Florimonda, una civettuola sua amica, il marchese de Zenette, don Giovanni de Moncade, e il vostro
umile servitore. Abbiamo passato la notte a bere, e a raccontarci storielle sporche. Che delizia! vero che tanto Arsenia
che Florimonda non sono dei gran geni, per hanno un modo di parlare sboccato, che supplisce egregiamente alla
mancanza di spirito. Sono delle creature allegre, vivaci e folleggianti; ditemi se non valgono cento volte di pi delle donne
assennate.

IV IN QUAL MODO GIL BLAS CONOBBE I CAMERIERI DEI PADRONCINI. MERAVIGLIOSO


SEGRETO CHE GLI INSEGNARONO PER ACQUISTARSI A POCO PREZZO LA REPUTAZIONE DI
UOMO DI SPIRITO, E STRANO GIURAMENTO CHE GLI FECERO FARE

Quei signori continuarono a intrattenersi nel modo anzidetto, mentre io aiutavo il mio padrone a vestirsi. Quando
fu pronto, mi ordin di seguirlo, e tutti i padroncini si incamminarono verso la taverna dove don Fernando de Gamboa
aveva proposto di condurli. Io e altri tre camerieri, perch ciascuno dei cavalieri aveva il suo, li seguivamo a distanza. Con
grande sorpresa notai che quei tre domestici scimmiottavano i padroni, e si davano le loro stesse arie. Io mi presentai come
loro compagno. Anche loro mi salutarono, e uno di essi, dopo avermi osservato qualche istante, mi disse: Fratello, vedo
dal vostro portamento che non siete mai stato al servizio di un giovane signore. Ohim! No, gli risposi, ed poco
tempo che sono a Madrid. Si vede, replic quel cameriere, avete l'aria provinciale, vi mostrate timido, imbarazzato e
maldestro nei vostri movimenti. Ma non fa niente, noi vi dirozzeremo presto, parola mia. Volete forse lusingarmi?
domandai. No, no, rispose, non c' sciocco che noi non possiamo trasformare; contateci pure.
Non ci fu bisogno che mi dicesse altro per convincermi che i miei confratelli erano dei bravi ragazzi, e che io non
avrei potuto cadere in mani migliori per divenire un giovane di belle maniere. Quando arrivammo alla taverna trovammo
che il pranzo era pronto, perch il signor don Fernando aveva avuto la precauzione di ordinarlo la mattina presto. I nostri
padroni si misero a tavola, e noi fummo pronti a servirli. Ed ecco che i quattro padroncini cominciarono a conversare
allegramente. Io provavo un immenso piacere a starli a sentire. Il loro carattere, i loro pensieri, le loro espressioni, mi
divertivano un mondo. Che brio! Che battute di spirito! Quei signori mi parevano di una razza speciale. Quando furono
alla frutta, noi portammo loro una gran quantit di bottiglie dei migliori vini di Spagna, e ce ne andammo in una saletta
dove era stato apparecchiato per noi.
Non ci misi molto ad accorgermi che i cavalieri della mia squadra erano pi spiritosi di quello che mi ero
immaginato in principio. Non contentandosi di scimmiottare le maniere dei loro padroni, quei mariuoli ne
contraffacevano anche il linguaggio, e li imitavano cos bene, che, tolta una sfumatura di qualit, si sarebbe detto che
appartenevano alla stessa razza. Ammiravo la loro franchezza e la loro disinvoltura, e ancor pi mi piaceva il loro spirito,
e non speravo certo di riuscire a diventare cos amabile come loro. Il cameriere di don Fernando, visto che era stato il suo
padrone a fare l'invito, fece gli onori di casa, e, non volendo che mancasse niente, chiam l'oste e gli disse: Signor
padrone, portateci dieci bottiglie del vostro miglior vino, e, come fate di solito, le aggiungerete a quelle che avranno
bevuto i nostri signori. Molto volentieri, rispose l'oste, ma, signor Gaspard, voi sapete che il signor Fernando in
debito con me d'una quantit di pranzi. Se, per mezzo vostro, potessi incassare qualcosa... Oh! lo interruppe il
cameriere, non preoccupatevi per i vostri crediti; ne rispondo io; i debiti del mio padrone valgono come l'oro in verghe.
ben vero che qualche screanzato creditore ci ha fatto sequestrare le nostre rendite; ma noi faremo subito togliere il
sequestro, e vi pagheremo il conto senza nemmeno guardarlo. L'oste ci port il vino, nonostante il sequestro, e noi
bevemmo, intanto che ne aspettavamo l'annullamento. Bisognava vedere i brindisi che facevamo ogni momento,
chiamandoci a vicenda col nome dei nostri padroni. Il cameriere di don Antonio chiamava Gamboa quello di don
Fernando, e il cameriere di don Fernando chiamava Centelles quello di don Antonio; io ero chiamato Silva, e tutti a poco
a poco sotto quelle mentite spoglie ci sborniammo, proprio nello stesso modo dei signori che imitavamo.
Sebbene io fossi meno brillante dei miei commensali, essi mi dimostrarono la loro simpatia. Silva, mi disse
uno dei pi sagaci, vedrai che ne faremo qualcosa di te, amico mio: mi accorgo che hai delle naturali attitudini, ma non le
sai far valere. Il timore di non saperti esprimere come si deve, ti impedisce di parlare a casaccio; eppure soltanto
parlando a casaccio che un'infinit di persone pretendono di esser considerate menti elette. Vuoi esser brillante? Basta che
ti abbandoni alla tua vivacit, e arrischi di dire la prima cosa che ti viene alla mente: la tua sventatezza verr presa per
nobile ardimento. Se poi ti capitasse di dire cento spropositi, purch ti salti fuori un motto di spirito, le tue stupidaggini
verranno dimenticate, mentre la tua battuta verr ricordata, e il tuo merito sar tenuto in grande considerazione. Questo
il sistema cos felicemente messo in pratica dai nostri padroni, ed il vero metodo che debbono usare tutti coloro che
desiderano acquistarsi la reputazione di spiriti eletti.
A parte il fatto che io desideravo anche troppo di venir considerato un uomo d'ingegno, il segreto che mi era stato
insegnato per riuscire nell'intento mi pareva cos facile, che pensai di non trascurarlo. Lo sperimentai subito, e il vino che
avevo bevuto dette alla prova un esito felice: mi misi a parlare a dritta e a manca, ed ebbi la fortuna di intramezzare, fra
una quantit di stravaganze, qualche buona battuta che mi valse l'applauso. Questo esperimento mi dette fiducia;
raddoppiai il mio brio per tirar fuori qualche arguzia indovinata, e il caso volle che i miei tentativi non risultassero inutili.
Ebbene, mi disse allora quel mio compagno che mi aveva rivolto la parola per la strada, non ti pare di aver gi
cominciato a dirozzarti? Non son nemmeno due ore che sei con noi, ed eccoti gi trasformato; migliorerai ogni giorno a
vista d'occhio. Vedi che cosa significa essere servitori di signori d'alto rango? Con essi l'ingegno si affina, mentre ci non
si verifica stando al servizio di famiglie borghesi. Certamente, risposi, e perci d'ora in avanti andr solamente a
servire persone appartenenti alla nobilt. Bravissimo! esclam il servitore di don Ferdinando fra una bevuta e l'altra, i
borghesi non hanno diritto ad avere dei geni come siamo noi. Avanti, signori, soggiunse, facciamo un giuramento:
giuriamo per le acque dello Stige che non andremo mai a servizio da quei mascalzoni! Noi tutti applaudimmo, e col
bicchiere alzato facemmo quel giuramento burlesco. Rimanemmo a tavola finch i nostri padroni decisero di lasciare il
locale. Era mezzanotte, e i miei camerati ritennero che ci rappresentasse un eccesso di morigeratezza. Bisogna per dire
che quei signori uscivano dalla taverna cos presto per andare da una famosa cortigiana che abitava nel quartiere della
Corte, la cui casa era aperta giorno e notte per chi voleva far baldoria. Era una donna fra i trentacinque e i quarant'anni,
ancora perfettamente bella, allegra, e cos consumata nell'arte di piacere, che si diceva vendesse i resti della sua bellezza a
un prezzo maggiore di quello che aveva preteso quando ne aveva venduto le primizie. Teneva sempre presso di s due o
tre altre puttanelle di prim'ordine, che contribuivano non poco ad attirare gran numero di signori. Questi passavano il
pomeriggio a giocare; poi la sera cenavano, e la notte si davano a bere e a sollazzarsi. I nostri padroni rimasero l fino
all'alba, e anche noi non ci annoiammo, perch, mentre i signori stavano con le padrone, noi ci divertivamo con le servette.
Infine, allo spuntar del sole, ci separammo, e ognuno and per i fatti suoi a riposarsi.
Il mio padrone si alz, come di consueto, verso mezzogiorno, si vest e poi usc. Io lo seguii, e andammo a casa di
don Antonio Centelles, dove trovammo un certo don Alvaro de Acuna. Questi era un vecchio gentiluomo, professore di
dissolutezze. Tutti i giovani che volevano diventare uomini a modo si affidavano a lui. Questi li guidava nei piaceri,
insegnava loro il modo di essere brillanti in societ, e di dissipare il loro patrimonio. Per se stesso non aveva pi bisogno
di imparare, perch le sue sostanze se le era mangiate da un pezzo. Dopo gli abbracci dei tre cavalieri, Centelles disse al
mio padrone: Per bacco, don Mattia! non potevi capitare pi a proposito di cos! Don Alvaro venuto a prendermi per
condurmi a casa di un borghese che ha offerto un pranzo al marchese de Zenette e a don Giovanni de Moncade: vorrei che
tu fossi del numero. Com' che si chiama quel borghese? domand don Mattia. Gregorio de Noriega, rispose don
Alvaro, e in due parole vi dir chi questo giovanotto. Suo padre, ricco gioielliere, andato all'estero per trattare affari di
pietre preziose, e ha lasciato al figlio il godimento di una grossa rendita. Gregorio uno scemo pronto a mangiarsi tutto il
suo patrimonio, si atteggia a padroncino, e vuol esser preso per uomo d'ingegno, a dispetto della sua dappocaggine. Mi ha
pregato di servirgli da guida. Io ho accettato, e vi assicuro che lo condurr in porto. Il suo patrimonio stato gi ben bene
intaccato. Non ne dubito affatto, esclam Centelles, lo vedo gi all'elemosina. Andiamo, don Mattia, andiamo a
conoscere quell'uomo, e aiutiamolo a rovinarsi. Sono d'accordo, rispose il mio padrone, tanto pi che mi piace veder
andare in malora quei signorotti plebei, che si immaginano di venir confusi con noi. Ad esempio, nulla mi divert di pi
della disgrazia di quel figliolo di un affarista, al quale il gioco e la vanit di esser preso per nobile fecero vendere perfino
la casa. Oh! Quanto a quello l, replic don Antonio, non merita certo di esser compatito: nella sua miseria non
meno vanitoso di quando era ricco.
Centelles e il mio padrone andarono insieme con don Alvaro a casa di Gregorio de Noriega. Mogicon e io lo
seguimmo, lieti di andare a mangiare a sbafo, e di contribuire anche noi a provocare la rovina di quel borghese. Entrati che
fummo, vedemmo diversi uomini affaccendati a preparare il pranzo con degli intingoli da cui si sprigionava un odorino
che faceva venire l'acquolina in bocca. Intanto arrivarono il marchese de Zenette e don Giovanni de Moncade. Il padrone
di casa mi parve un gran sempliciotto. Invano si sforzava di darsi l'aria di un padroncino; era una cattiva copia di quegli
eccellenti originali, o, per dir meglio, un imbecille che voleva apparire disinvolto. Figuratevi un tal uomo fra cinque
motteggiatori, che non avevano altro scopo che burlarsi di lui, e spingerlo a dissipare il danaro. Signori, disse don
Alvaro dopo i primi saluti, vi presento il signor Gregorio de Noriega, uno dei pi perfetti cavalieri, e dotato di un'infinit
di stupende qualit. Per rendervi conto del suo ingegno e della sua cultura, non avete che l'imbarazzo della scelta: in tutte
le materie lui forte nello stesso modo, dalla logica, la pi sottile e stringata, fino all'ortografia. Oh no! mi adulate
troppo! interruppe il borghese ridendo sgangheratamente, io potrei, signor Alvaro, dir lo stesso di voi, che siete, come si
suol dire, un pozzo di scienza. Non era mia intenzione, prosegu a dire don Alvaro, provocare una lode cos spiritosa,
ma vi dico in verit, cari signori, che il signor Gregorio non mancher di farsi un nome nella societ. Per me, disse don
Antonio, quello che mi entusiasma di lui, e che considero ancor pi dell'ortografia, la scelta giudiziosa delle persone
che frequenta. Invece di limitarsi a bazzicare col ceto borghese, vuol avere vicino a s soltanto giovani gentiluomini,
senza preoccuparsi di quanto gli coster questa scelta. Essa denota sentimenti elevati che mi incantano; ecco quello che
significa saper spendere con gusto e discernimento!
Questi discorsi ironici dettero l'avvio a mille altri dello stesso genere. Il povero Gregorio fu conciato per le feste:
i padroncini gli lanciavano a turno delle frecciate, di cui quel sempliciotto non sentiva il veleno, anzi prendeva sul serio
tutto quello che gli dicevano, e sembrava molto contento dei suoi ospiti, e credeva che lo esaltassero perfino quando lo
mettevano in ridicolo. Per dirla breve, egli fu il loro giocattolo finch rimasero a tavola, e cio per l'intero pomeriggio e
tutta la notte. Quanto a noi, imitammo i nostri padroni bevendo senza misura, e, quando uscimmo da quella casa, eravamo
tutti, padroni e servitori, sistemati a dovere.

V GIL BLAS SI D ALLE AVVENTURE GALANTI E FA LA CONOSCENZA DI UNA GRAZIOSA


GIOVANE

Dopo qualche ora di sonno, mi alzai di buon umore e, ricordandomi il consiglio di Melendez, mentre aspettavo
che il mio padrone si svegliasse, andai a far la corte al nostro amministratore, la cui vanit mi parve dovesse venir
lusingata dalla deferenza con la quale andavo a presentargli i miei ossequi. Mi ricevette gentilmente, e mi domand se mi
piaceva il genere di vita dei giovani gentiluomini. Risposi che era nuovo per me, ma che non disperavo di abituarmici in
seguito.
Effettivamente mi ci abituai, e anche abbastanza presto. Inoltre cambiai d'umore e di indole. Mentre prima ero
assennato e riflessivo, diventai vivace, sventato e burlone. Il cameriere di don Antonio mi fece molti complimenti per la
mia metamorfosi, e mi disse che, per diventare un uomo brillante mi mancavano soltanto delle avventure amorose. Mi
fece intendere che erano assolutamente necessarie per render completo un uomo garbato; che tutti i nostri compagni erano
gli amanti di qualche bella donna, e che lui stesso fruiva delle buone grazie di due donne di alto rango. Io credetti per che
quel briccone dicesse una bugia. Signor Mogicon! gli dissi, voi siete certamente un ragazzo ben fatto, assai spiritoso e
di molto merito, ma non posso capire come delle donne di alto rango, delle quali lei non condivide l'abitazione, possano
essere state sedotte da un uomo del vostro ceto. Oh! veramente, rispose, loro non sanno chi sono. Quelle conquiste le
ho fatte indossando gli abiti del mio padrone, e usando perfino il suo nome. Ecco com'. Mi vesto da giovane signore, e ne
imito i modi; poi vado al passeggio, e adocchio tutte le donne che vedo, finch ne trovo una che corrisponde alle mie
occhiate. Allora la seguo, e trovo il modo di parlarle. Mi presento come don Antonio Centelles. Le chiedo un
appuntamento; la signora fa delle storie, io insisto, lei accetta... et coetera. Questo il sistema, ragazzo mio, che io adotto
per avere avventure amorose, e ti consiglio di seguire il mio esempio.
Avevo troppo desiderio di divenire un uomo brillante, per non ascoltare quel consiglio: oltre a ci non provavo
ripugnanza per un intrigo amoroso. Pensai dunque di travestirmi da giovane signore per andare in cerca di avventure
galanti. Non osavo cambiar d'abito in casa per paura che qualcuno se ne accorgesse. Feci un pacco di un bel vestito preso
dal guardaroba del mio padrone, e lo portai a casa di un garzone barbiere che serviva i miei amici, dove ritenevo che avrei
potuto vestirmi e svestirmi con tutta comodit. L mi abbigliai come meglio potei. Anche il barbiere mi diede una mano, e,
quando pensammo che non mancasse pi nulla, mi incamminai verso il prato di San Girolamo, sicuro che non ne sarei
venuto via senza che mi fosse capitata una qualche avventura amorosa. Ma non mi fu necessario andare cos lontano per
trovarne una molto brillante.
Nell'attraversare una strada fuori mano, vidi uscire da una casetta, e salire su di una carrozza di piazza che era
ferma davanti alla porta, una bellissima signora, riccamente vestita. Mi fermai di botto per guardarla bene, e la salutai in
modo da farle comprendere che lei mi piaceva. Da parte sua, la signora, per farmi vedere che era ancor pi degna della mia
attenzione, sollev per un attimo la veletta, mostrandomi un viso molto attraente. Tuttavia la carrozza si mise in moto, e io
rimasi in mezzo alla strada, un po' stordito dalle fattezze di quella donna. Che meravigliosa figurina! dissi fra me,
accidenti! ci vorrebbe lei per farmi diventare un uomo brillante. Se le due amanti di Mogicon sono altrettanto belle,
bisogna dire che quel buono a nulla ben felice. Io sarei entusiasta del mio destino, se potessi avere un'amante come
quella. Mentre facevo queste riflessioni, il mio sguardo cadde sulla casa da cui era uscita quella simpatica signora, e vidi
a una finestra del pianterreno una vecchia che mi fece cenno di entrare.
Volai subito in quella casa, e trovai in una saletta ben arredata quella veneranda e prudente vecchia, che,
prendendomi almeno per un marchese, mi salut rispettosamente, e mi disse: Non vorrei, signor mio, che vi formaste una
cattiva opinione di una donna che, senza conoscervi, vi fa cenno di entrare; ma mi giudicherete forse pi favorevolmente,
quando saprete che non lo faccio con tutti. Voi mi sembrate un signore della Corte. Non vi sbagliate affatto, nonnina,
la interruppi, stendendo la gamba destra e inchinando il corpo sull'anca sinistra, appartengo, non per vantarmi, a una
delle pi nobili famiglie di Spagna. Si vede subito, continu a dire la vecchia, e vi confesso che mi compiaccio di
accontentare le persone nobili: il mio debole. Vi ho osservato dalla finestra. Voi avete fissato molto attentamente, mi
sembra, quella signora che uscita or ora da casa mia. Ditemi in confidenza: sentite forse della propensione per lei?
Parola di gentiluomo della Corte, risposi quella signora mi ha colpito: non ho mai visto nulla di pi provocante.
Metteteci in contatto, mia cara, e contate sulla mia riconoscenza. un buon affare rendere questo genere di servizi a noi
altri gentiluomini: non siamo di quelli che lesinano sul prezzo.
Ve l'ho gi detto, replic la vecchia, mi dedico volentieri alle persone nobili, e mi piace esser loro utile. In
casa mia ricevo, ad esempio, delle donne che, per salvar le apparenze, non vogliono ricevere i loro amanti nella propria
casa. Io presto loro la mia, per conciliare i loro sentimenti col dovuto decoro. Benissimo, dissi io allora, e la signora
di cui si tratta ha verosimilmente avuto da lei un tale favore? No, rispose, quella una giovane vedova di nobile
lignaggio che cerca un amante, ma di gusti cos difficili su ci, che non so se voi le piacereste, nonostante tutti i meriti
che possiate avere. Le ho gi presentato tre cavalieri di bell'aspetto, ma lei li ha disdegnati. Oh per bacco! mia cara,
esclamai con aria confidenziale, basta che tu me la porti, e te lo sapr dire, parola mia. Sono curioso di trovarmi a tu per
tu con una bellezza difficile: fino ad ora non ne ho mai trovate di quel carattere. Ebbene, mi disse la vecchia, ritornate
domani a quest'ora, e la vostra curiosit sar soddisfatta. Non mancher, le risposi prontamente, vedremo se a un
giovane gentiluomo come me pu capitare di far fiasco.
Ritornai dal garzone barbiere senza cercare altre avventure, molto impaziente di veder il seguito di quella che mi
era capitata. Cos, il giorno seguente, dopo essermi di nuovo bene azzimato, andai, con un'ora di anticipo, a casa della
vecchia. Signore, mi disse, siete puntuale e vi ringrazio. pur vero che ne vale la pena. Ho visto la nostra vedovella, e
abbiamo parlato molto di voi. Mi stato impedito di farlo, ma ho preso tanto interesse per voi, che non ho potuto tacere.
Gli siete piaciuto, e son certa che sarete felice. Detto fra noi, la signora un bocconcino appetitoso: suo marito stato cos
poco con lei, che passato a somiglianza di un'ombra, lasciandola come una fanciullina. Senza dubbio la buona vecchia
intendeva dire di quelle fanciulline ingegnose che sanno vivere da nubili senza annoiarsi.
L'eroina dell'appuntamento, vestita splendidamente, arriv ben presto in una carrozza di piazza, come il giorno
precedente. Appena apparve in sala cominciai il mio debutto con cinque o sei riverenze da padroncino, eseguite con
graziosi contorcimenti. Poi mi avvicinai a lei molto familiarmente, e le dissi: Mia principessa, voi vedete un gentiluomo
ai vostri piedi. Da ieri la vostra immagine continuamente presente al mio spirito, e avete cacciato via dal mio cuore
quella di una duchessa che stava per impossessarsene. Il trionfo troppo glorioso per me, rispose lei togliendosi il
velo, ma la mia non vera gioia. Un giovane gentiluomo volubile, e il suo cuore, si dice, pi difficile da trattenere.
Mia regina, replicai, lasciamo stare l'avvenire, e pensiamo al presente. Voi siete bella, e io sono innamorato. Se
accettate il mio amore, non ci pensiamo su. Imbarchiamoci come i marinai che non guardano ai pericoli della navigazione,
ma ne godono soltanto i piaceri.
Appena detto questo, mi gettai impetuosamente alle ginocchia della mia ninfa, e, per imitare meglio i padroncini,
le chiesi con insistenza di farmi felice. Mi parve che lei fosse un po' emozionata per la mia richiesta, ma pensando che non
fosse conveniente arrendersi subito, mi respinse dicendomi: Fermatevi, siete troppo vivace, e avete un'aria libertina. Ho
paura che siate un po' dissoluto. Ohib! Signora, esclamai, potete forse odiare quello che amano le donne distinte?
Oggi c' soltanto qualche borghesuccia cui ripugni la dissolutezza. Basta cos, disse lei, mi arrendo a un argomento
cos decisivo. Vedo bene che con voialtri gentiluomini sono inutili le schermaglie: bisogna che la donna faccia met del
cammino. Avete vinto! soggiunse, apparentemente confusa, come se il suo pudore avesse sofferto di questa confessione,
mi avete ispirato dei sentimenti che non ho mai avuto per nessuno, e mi occorre soltanto conoscere il vostro nome per
scegliervi come amante. Credo che siate un giovane gentiluomo, e anche un uomo onesto: tuttavia debbo assicurarmene, e
bench senta molta inclinazione per voi, non voglio dare il mio amore a uno sconosciuto.
Mi ricordai allora del sistema usato dal cameriere di don Antonio per togliersi da un simile imbarazzo, e,
seguendo il suo esempio, volli esser preso per il mio padrone. Signora, dissi alla mia vedovella, non ho nessuna
ragione per nascondervi il mio nome, che abbastanza degno di venir confessato. Avete mai sentito parlare di don Mattia
de Silva? S, rispose, l'ho anche visto in casa di una persona di mia conoscenza. Sebbene fossi divenuto sfrontato,
rimasi un momento confuso per questa risposta. Ma subito mi ripresi e, spremendo le meningi per togliermi d'imbarazzo,
soggiunsi: Ebbene, angelo mio, voi conoscete un signore... che... conosco anch'io... sono della sua famiglia, se volete
saperlo. Suo nonno spos la cognata di uno zio di mio padre. Come vedete, siamo parenti abbastanza stretti. Io mi chiamo
don Cesare. Sono figlio unico dell'illustre don Fernando de Ribera che, quindici anni fa, fu ucciso in una battaglia alla
frontiera portoghese. Vi descriver poi minutamente quell'azione di guerra, che fu terribilmente accesa; ma ora non
perdiamo tempo prezioso, che l'amore consiglia di utilizzare in modo pi gradevole.
Dopo questo discorso diventai insistente e appassionato, ma non approdai a nulla. La mia dea mi respinse, ma le
parole lusinghiere che mi aveva detto prima aumentarono il mio desiderio. Quella crudele se ne and sulla carrozza che
aspettava alla porta. Tuttavia me ne andai anch'io abbastanza soddisfatto dell'avventura, sebbene non potessi dirmi ancora
perfettamente felice. Se sono riuscito a ottenere una mezza promessa, dicevo fra me, certo perch la signora di
nobile lignaggio, e non ha voluto cedere alla mia passione in un primo abboccamento. La fierezza dovuta ai suoi illustri
natali ha ritardato la mia felicit; ma certo questione di pochi giorni. Per dir la verit, mi venne anche in mente che
quella donna potesse essere una volpe delle pi raffinate. Ma preferii considerare la cosa ottimisticamente, e stetti fermo
nella vantaggiosa opinione nei riguardi della mia vedovella. Prima di lasciarci, eravamo rimasti d'accordo di rivederci il
dopodomani, e la speranza di ottenere il mio scopo mi faceva pregustare la gioia che mi lusingavo di raggiungere.
Con l'animo pervaso dalle pi ridenti immagini, mi recai dal mio barbiere. Cambiai d'abito, e andai a raggiungere
il mio padrone in una bisca, dove sapevo che lui si trovava. Lo vidi immerso nel giuoco, e mi accorsi che stava vincendo;
infatti lui non era come quei giocatori freddi, che restano impassibili tanto di fronte a una vincita che li fa ricchi, quanto
davanti a una perdita che li rovina. Il mio padrone era motteggiatore e insolente quando vinceva, e molto bisbetico quando
la fortuna gli era avversa. Usc dalla bisca tutto allegro, e s'incammin verso il teatro del Principe. Io lo seguii fino alla
porta del teatro, e l, mettendomi in mano un ducato, mi disse: Tieni, Gil Blas, oggi ho vinto, e voglio che tu ne goda:
vatti a divertire coi tuoi compagni, e vieni a prendermi a mezzanotte a casa di Arsenia, dove sono invitato a cena con don
Alessio Segiar. Detto questo, entr nel teatro, e io stetti a pensare con chi avrei potuto spendere il mio ducato, secondo
l'intenzione del donatore. Non stetti molto a pensare. Improvvisamente mi apparve davanti Clarin, cameriere di don
Alessio. Lo condussi alla prima taverna che trovammo, e l ci divertimmo fino a mezzanotte. Poi andammo a casa di
Arsenia, dove anche Clarin aveva l'ordine di trovarsi. La porta ci venne aperta da un giovane lacch, che ci introdusse in
una saletta del pianterreno, dove la cameriera di Arsenia e quella di Florimonda, conversando insieme, se la ridevano a pi
non posso, mentre le loro signore si intrattenevano coi nostri padroni al piano di sopra.
L'arrivo di due buontemponi che avevano appena fatto una buonissima cena non poteva essere sgradevole per
delle servette, e tanto pi per delle servette d'attrici: ma immaginatevi la mia sorpresa quando riconobbi in una di loro la
mia vedova, la mia adorabile vedovella, che io avevo creduto contessa o marchesa! Anche lei mi parve sorpresa al pari di
me di vedere il suo caro don Cesare de Ribera cambiato in cameriere di un padroncino. Tuttavia ci guardammo entrambi
senza scomporci, e nello stesso tempo ci prese a tutti e due una tale voglia di ridere, che non potemmo trattenerci. Poi
Laura ( cos che si chiamava) mi prese da parte mentre l'altra parlava con Clarin, mi tese con grazia la mano, e mi disse
piano: Stringetela, signor don Cesare; invece di farci reciproci rimproveri, complimentiamoci a vicenda, amico mio!
Avete fatto meravigliosamente la vostra parte, e io me la son cavata non tanto peggio; che ne dite? Confessate che mi
avete presa per una di quelle graziose donne nobili che si divertono a fare delle scappatelle. Verissimo, risposi, ma
chiunque voi siate, mia regina, io, anche cambiando d'abito, non ho cambiato i miei sentimenti. Gradite, vi prego, i miei
omaggi, e permettete che il cameriere di don Mattia porti a termine l'opera che don Cesare ha cos felicemente
cominciato. Va l, replic lei, ti amo ancor pi come sei. Le tue prerogative di uomo si equivalgono alle mie di
donna: questo il miglior elogio che posso farti. Ti ricevo nel numero dei miei spasimanti. Non abbiamo pi bisogno di
ricorrere a quella vecchia: puoi venire qui a trovarmi liberamente. Noi donne di teatro, viviamo senza imbarazzo in
compagnia degli uomini. So bene che talvolta se ne sussurra; ma il pubblico ride e, come sai, noi siamo fatte per
divertirlo.
Siccome non eravamo soli, smettemmo la nostra conversazione, che divenne generale, viva, allegra e piena di
doppi sensi, molto chiari per altro. Ognuno disse la sua. Specialmente la servetta d'Arsenia, la mia cara Laura, brill per il
suo spirito, pi che per la sua virt. D'altra parte, i nostri padroni e le attrici esplodevano in scoppi di risa che arrivavano
fino a noi, e questo fa supporre che la loro conversazione fosse dello stesso genere della nostra. Se tutte le belle cose che
furono dette quella notte in casa di Arsenia, fossero state scritte, credo che si sarebbe potuto formarne un libro molto
istruttivo per la giovent. Tuttavia venne l'ora di ritirarsi, cio l'alba, e bisogn separarsi. Clarin and con don Alessio, e io
con don Mattia.

VI CONVERSAZIONE DI ALCUNI GENTILUOMINI RELATIVA AGLI ATTORI DELLA COMPAGNIA


DEL TEATRO DEL PRINCIPE

Quel giorno il mio padrone, appena alzato dal letto ricevette un biglietto di don Alessio Segiar che lo pregava di
andare da lui. Andammo subito, e trovammo con lui il marchese de Zenette, e un altro giovane gentiluomo di bell'aspetto
che non avevo mai visto. Don Mattia, disse Segiar al mio padrone, presentandogli quel cavaliere a me sconosciuto,
ecco qui don Pompeo de Castro, mio parente. Quasi dal tempo della sua infanzia alla Corte di Polonia. arrivato ieri
sera a Madrid, e gi domani torna a Varsavia. Non gli resta che la giornata di oggi da dedicarmi: voglio approfittare di un
tempo tanto prezioso, e, ritenendo di fargli cosa gradita, ho pensato a voi e al marchese de Zenette. Allora il mio padrone
e il parente di don Alessio si abbracciarono, e si fecero un monte di complimenti. Quello che disse don Pompeo mi
piacque molto, e mi sembr che avesse una mente agile e quadrata.
Il pranzo fu servito in casa Segiar e, dopo il pasto, quei signori, per divertirsi, si misero a giocare finch venne
l'ora d'andare a teatro. Allora tutti insieme si recarono al teatro del Principe, dove si rappresentava una nuova tragedia
intitolata La regina di Cartagine. Dopo la rappresentazione, tornarono a cena in casa Segiar, e la loro conversazione
vert prima sul poema che avevano visto rappresentare, e poi sugli attori. Per quanto riguarda il dramma, esclam don
Mattia, mi pare che valga poco; la figura di Enea mi sembra ancor pi scialba che nell'Eneide. Ma bisogna convenire che
l'interpretazione degli attori stata divina. Che cosa ne pensa il signor don Pompeo? Mi sembra che non sia dello stesso
parere. Signori, disse questi sorridendo, ho visto che vi siete tanto entusiasmati dei vostri attori e pi ancora delle
vostre attrici, che quasi non oso confessarvi che il mio giudizio del tutto diverso. Questa s che bella! lo interruppe
scherzosamente don Alessio, le vostre critiche troverebbero qui un cattivo uditorio. Rispettate le nostre attrici davanti a
noi, che siamo gli araldi della loro fama. Tutti i giorni noi mangiamo con loro, e le garantiamo perfette; saremo pronti a
darne, a richiesta, un certificato scritto. Non ne dubito affatto, rispose il suo parente, e son certo che sareste anche
pronti a certificare in merito alla loro vita e ai loro costumi, tanto mi sembrate in amicizia con loro!
Le vostre attrici polacche, domand ridendo il marchese de Zanette, sono senza dubbio migliori delle nostre,
non vero? Certamente, rispose don Pompeo, sono migliori. Ce n' qualcuna almeno che non ha il minimo difetto.
E quelle, replic il marchese, possono esibire un vostro certificato? Io non ho alcun legame con esse, rispose don
Pompeo, non partecipo alle loro baldorie, e perci posso giudicare senza prevenzione. In buona fede, credete che la
vostra compagnia sia proprio eccellente? No, per bacco! rispose il marchese, non lo credo, e voglio solo difendere un
numero esiguo di attori: tutti gli altri non mi interessano. Non vorrete forse convenire con me che l'attrice che ha fatto la
parte di Didone veramente ammirevole? Non ha rappresentato questa regina con tutta la nobilt e leggiadria
corrispondenti all'idea che noi ne abbiamo? E non avete ammirato con quale arte essa avvince gli spettatori, e fa loro
provare l'emozione delle passioni da lei mirabilmente espresse? Si pu dire che un'attrice perfetta nell'arte della
declamazione. Sono d'accordo, rispose don Pompeo, che essa riesca a turbare e commuovere: nessuna attrice fu mai
cos sensibile, e la sua interpretazione bella; per non si pu dire che sia senza difetti. Nella sua esecuzione ci sono due
o tre cose che mi hanno urtato. Quando ha voluto esprimere meraviglia ha strabuzzato gli occhi in maniera esagerata,
disdicevole a una principessa. A questo aggiungete che alzando il suo tono di voce, che naturalmente dolce, ne rovina la
dolcezza e si abbassa in modo sgradevole. D'altra parte, mi sembrato che in pi di un passo del dramma non abbia capito
bene la sua parte. Tuttavia preferisco credere a una distrazione, anzich a mancanza di intelligenza.
A quanto pare, disse allora don Mattia a quel severo critico, voi non vi sentireste di scrivere versi di lode per
le nostre attrici, non vero? Perdonatemi, rispose don Pompeo, attraverso i loro difetti riconosco anche molto
talento. Vi dir perfino che sono rimasto ammirato dell'attrice che recita negli intermezzi. Com' naturale! Con che grazia
si muove sulla scena! Quando deve dire qualche spiritosaggine, l'accompagna con un sorrisetto malizioso e seducente che
la mette in risalto. Si potrebbe criticarla quando talvolta mostra un po' troppo brio, e supera i limiti di una castigata
audacia; ma non bisogna essere troppo severi. Vorrei soltanto che si correggesse di una cattiva abitudine. Spesso, a met
di una scena, in un passo serio, essa interrompe improvvisamente l'azione, per cedere a un impulso di risa che la prende.
Mi si dir che proprio in questi casi il pubblico applaude, e per l'attrice certamente un successo.
E degli attori che cosa ne pensate? lo interruppe il marchese, se non avete risparmiato le donne, figuriamoci
se non vorrete fare strage degli uomini. No, disse don Pompeo, qualche giovane attore promette bene, e mi piaciuto
soprattutto quell'attore alto che ha sostenuto la parte di primo ministro di Didone. Ha recitato con naturalezza, come si usa
fare in Polonia. Se siete contento di quello l, disse Segiar, allora dovete essere entusiasta del personaggio d'Enea.
Non vi sembra che sia un grande attore, molto originale? S, molto originale, rispose quel criticone, la sua voce
assume spesso dei toni particolari, e talvolta cade nel falsetto. Quasi sempre innaturale, lui sorvola sulle frasi che
rappresentano sentimenti, e mette in rilievo le altre, arrivando perfino a degli scoppi di voce durante i passaggi. Mi ha
divertito molto, specialmente quando palesa al suo confidente lo sforzo che doveva fare su se stesso per abbandonare la
sua principessa: non si poteva esprimere il dolore in modo pi comico. Adagio, cugino, replic don Alessio, va a
finire che ci farai credere che alla Corte di Polonia non regni troppo il buon gusto. Non sai che l'attore di cui parliamo un
soggetto raro? Non hai sentito che applausi scroscianti ha provocato? Questo prova che non poi tanto cattivo. Questo
non prova niente, ribatt don Pompeo, lasciamo da parte, cari signori, gli applausi della platea, che spesso sono tributati
a sproposito. Il pubblico applaude pi raramente al vero merito che a quello apparente, come ce lo dimostra Fedro con una
sagace favoletta che mi permetto di raccontarvi:
Il popolo di una citt si era riunito nella piazza principale per assistere a una pantomima. Fra gli attori ce ne era
uno che veniva continuamente applaudito. Questo buffone, prima di terminare la rappresentazione, volle chiudere con uno
spettacolo di nuovo genere. Apparve sulla scena da solo, si inchin, si copr la testa col suo mantello, e cominci a imitare
il grugnito di un porcellino da latte, facendo credere di averne uno vero sotto il tabarro. Dalla platea gli si grid di
levarselo, e lui obbed, mostrando al pubblico che non aveva nascosto nessun maialino. Allora gli applausi scrosciarono a
non finire. Un contadino, che era fra il pubblico, seccato per quel tributo di ammirazione, esclam: Signori, avete torto di
essere entusiasti di quel comico, che non poi tanto bravo come credete. Io so fare meglio di lui il verso di un porcellino
da latte, e, se ne dubitate, vi invito a tornar qui domani a questa medesima ora. Il giorno seguente il popolo, prevenuto a
favore del mimo, si riun ancor pi numeroso nella piazza, pi per fischiare il contadino che per veder lo spettacolo. I due
rivali apparvero sulla scena. Il buffone cominci per primo, e fu ancora pi applaudito del giorno precedente. Allora il
contadino, dopo essersi inchinato e coperto col mantello, tir le orecchie a un vero porcellino che teneva nascosto sotto il
braccio, e gli fece fare grida laceranti. Tuttavia il pubblico url il suo plauso all'attore, e dette la baia al contadino che,
mostrando improvvisamente il porchetto, esclam: Signori, voi non state fischiando me, fischiate il maialino. Ecco che
giudici siete!
Cugino mio, disse don Alessio, la tua favola alquanto pungente. Tuttavia, nonostante il tuo porcellino, noi
restiamo del nostro parere. Ma cambiamo argomento, perch questo comincia ad annoiarmi. Tu devi proprio partire
domani, anche se ti pregassi di rimanere un po' pi a lungo? Piacerebbe anche a me, rispose quel suo parente,
trattenermi ancora qualche giorno, ma non mi possibile, come vi ho detto; son venuto alla Corte spagnola per un affare
di Stato. Ieri, al mio arrivo, ho parlato col primo ministro, che dovr vedere ancora domattina, e subito dopo partir per
Varsavia. Allora sei proprio diventato polacco, replic Segiar, e, a quanto sembra, non tornerai pi ad abitare a
Madrid. Credo di no! rispose don Pompeo, ho la fortuna che il re di Polonia mi vuol bene, e sono molto ben visto
anche a Corte. Ma nonostante la bont del re, lo credereste? sono stato sul punto di andarmene per sempre dal suo regno.
E perch mai? domand il marchese, raccontateci, vi prego. Volontieri, disse don Pompeo, e, con questa
occasione, vi racconter anche la mia storia.

VII STORIA DI DON POMPEO DE CASTRO

Don Alessio, continu a dire don Pompeo, al corrente che io, ancor giovanetto, volevo abbracciare la
carriera delle armi, ma poich il nostro paese era in pace, andai in Polonia, alla quale i Turchi avevano appena dichiarato
guerra. Mi feci presentare al re, che mi arruol nell'esercito polacco. Ero un cadetto fra i meno ricchi di Spagna, e questo
mi imponeva di segnalarmi con qualche impresa che attirasse l'attenzione del generale. Feci cos bene il mio dovere, che,
alla fine della lunga guerra, dopo la firma del trattato di pace, il re, in base alle eccellenti testimonianze rese sul mio conto
dai generali, mi gratific di una notevole pensione. Sensibile alla generosit di quel monarca, non perdevo occasione per
testimoniargli, col mio zelo, la mia riconoscenza. Ogni qualvolta era possibile, mi facevo vedere a Corte da lui. Cos
comportandomi, a poco a poco il principe mi prese a ben volere e mi fece ancora molti favori.
Un giorno che mi distinsi nella corsa all'anello, preceduta da un combattimento di tori, tutta la Corte lod la mia
forza e la mia abilit; e quando, dopo essere stato colmato d'applausi, tornai a casa mia, trovai un biglietto in cui era scritto
che una signora, la cui conquista doveva lusingarmi pi che l'onore che mi ero fatto quel giorno, voleva parlarmi, e che mi
trovassi, sul far della notte, in un determinato luogo, indicato sul biglietto. Questa comunicazione mi fece pi piacere di
tutte le lodi che mi erano state tributate, e pensai che la persona che mi aveva scritto doveva essere una signora di alto
rango. Potete immaginare che andai di volo al convegno. Una vecchia, che mi aspettava per farmi da guida, mi introdusse,
passando attraverso una porticina del giardino, nel salotto riccamente arredato di un grande palazzo, dicendomi:
Aspettate qui; vado ad avvertire la mia signora del vostro arrivo. Guardandomi intorno, vidi molte cose preziose in quel
salotto, illuminato da una grande quantit di candelabri, e quello sfarzo mi conferm nell'idea che mi ero fatta della
signora. Se da quel sontuoso arredamento potevo desumere che non poteva trattarsi che di una persona d'alto rango,
quando lei apparve, finii di persuadermene per la sua aria nobile e maestosa. E tutta via non era quello che pensavo.
Signor cavaliere, mi disse, dopo il passo che ho fatto, sarebbe inutile volervi nascondere la passione che nutro
per voi. Il valore da voi dimostrato oggi davanti a tutta la Corte non per ci che me l'ha ispirata, ma ne ha soltanto
accelerata la confessione. Vi ho visto pi di una volta; mi sono informata sul vostro conto, e il bene che mi hanno detto di
voi mi ha spinta a seguire la mia inclinazione. Non crediate, continu, di aver fatto la conquista di un'altezza reale; non
sono che la vedova di un semplice ufficiale delle guardie del re; ma ci che pu rendervi superbo la preferenza che vi d
rispetto a una delle pi alte personalit del regno. Il principe de Radzivill innamorato di me, e fa di tutto per piacermi.
Ma per lui tutto inutile, e sopporto le sue dichiarazioni solo per vanit.
Sebbene mi rendessi conto che avevo a che fare con una civettuola, benedissi la mia stella per questa avventura.
Donna Ortensia - cos si chiamava la signora - era ancora nella prima giovinezza, e io fui affascinato dalla sua bellezza.
Per di pi ella mi offriva il suo cuore che aveva rifiutato a un principe: che trionfo per un cavaliere spagnuolo! Mi gettai ai
suoi piedi per ringraziarla della sua benevolenza. Dissi tutto quello che un innamorato pu dire per rendere bene accette le
sue effusioni. Ci separammo quindi come i migliori amici del mondo, dopo esserci messi d'accordo di vederci tutte quelle
sere in cui il principe non poteva venire a trovarla, cosa di cui sarei stato avvertito tempestivamente. Cos accadde, e io
divenni, alla fine, l'Adone di questa Venere novella.
Ma i piaceri della vita non durano eternamente. Per quanta prudenza avesse la signora nel tener nascosta la
nostra relazione al mio rivale, lui venne a sapere tutto quello che sarebbe stato importante ignorasse: una domestica
malcontenta fece la spia. Quel principe, generoso per natura, ma altero, geloso e violento, fu indignato per la mia audacia.
La collera e la gelosia gli fecero perdere la testa; e, spinto dal suo furore, decise di vendicarsi di me in modo obbrobrioso.
Una notte che ero da Ortensia, venne ad aspettarmi alla porticina del giardino con tutti i suoi servi armati di bastone.
Appena uscito, mi fece assalire da quei ribaldi, ordinando loro di caricarmi di botte. Picchiate forte, disse loro, picchiate
quel temerario fino ad accopparlo! cos che voglio punire la sua insolenza. Non aveva terminato di dire ci, che i servi
si gettarono su di me dandomi tante bastonate da farmi cadere a terra privo di sensi. Poi se ne andarono col loro padrone,
che aveva assistito con gioia feroce a quel crudele spettacolo. Per tutto il resto della notte restai l per terra. All'alba alcune
persone che mi passarono vicino, accortesi che respiravo ancora, si impietosirono e mi portarono da un chirurgo. Per
fortuna le mie ferite non erano mortali e l'abilit del medico che mi cur mi fece guarire perfettamente in capo a due mesi.
Guarito che fui, ritornai alla Corte, riprendendo le vecchie abitudini; ma non tornai pi a casa di Ortensia, che, da parte
sua, non fece alcun passo per rivedermi perch il principe, soltanto a quella condizione, le aveva perdonato la sua
infedelt.
Poich la mia avventura era giunta all'orecchio di tutti, e d'altra parte si sapeva che non ero un vigliacco, la gente
si meravigliava di vedere che me ne restavo tranquillo, come se non avessi ricevuto nessun affronto; infatti io dissimulavo
il mio pensiero, e facevo mostra di non avere alcun risentimento. Nessuno sapeva a cosa attribuire la mia falsa
insensibilit. Gli uni pensavano che, nonostante il mio coraggio, il rango del mio offensore mi imponesse rispetto e mi
obbligasse a ingoiare l'offesa; gli altri, pi ragionevolmente, diffidavano del mio silenzio, e pensavano che il mio
contegno esprimesse una calma soltanto apparente. Il re, al pari di questi ultimi, ritenne che io non ero uomo da lasciar
impunita un'offesa, e che aspettavo soltanto l'occasione favorevole per vendicarmi. Per rendersi conto se aveva visto
giusto, mi fece entrare un giorno nel suo studio, e mi disse: Don Pompeo, sono al corrente di quanto vi accaduto e la
vostra calma vi confesso che mi stupisce: sono certo che dissimulate. Sire, risposi, io non so chi sia il mio offensore;
sono stato assalito di notte da degli sconosciuti: una disgrazia di cui devo darmi pace. No, no, replic il re, non mi
lascio ingannare da parole poco sincere: so tutto. Il principe Radzivill vi ha offeso mortalmente. Voi siete nobile e
castigliano, e io so fino a che punto vi impegnano queste due qualit: sono sicuro che avete deciso di vendicarvi. Voglio
che mi diciate in confidenza qual' il vostro progetto. Non temete di dovervi pentire di avermi confidato il vostro segreto.
Poich un ordine di Vostra Maest, risposi, d'uopo che le riveli il mio disegno. S, mio signore, voglio
vendicarmi dell'affronto che mi stato fatto. Chi porta un nome come il mio ne risponde alla sua stirpe. Voi conoscete
l'azione indegna commessa verso di me, e io ho deciso di uccidere il principe, perch la mia vendetta corrisponda
all'offesa. Gli immerger un pugnale nel petto, oppure gli tirer un colpo di pistola; poi, se mi sar possibile, scapper in
Ispagna. Ecco il mio progetto.
Questo progetto piuttosto spietato, disse il re, tuttavia non saprei come condannarlo. Dopo l'oltraggio
crudele fattovi, Radzivill sarebbe degno di tale castigo. Ma non eseguite subito la vostra vendetta; lasciatemi cercare un
mezzo che sia soddisfacente per entrambe le parti. Ah! Sire esclamai rattristato, perch mi avete costretto a rivelarvi il
mio segreto? Quale mezzo si pu trovare... Se non riesco a trovarne uno che vi soddisfi, m'interruppe il re, potrete fare
quello che avete pensato. Non pretendo di abusare della vostra confidenza. Non voglio tradire in nessun modo il vostro
onore; siate pure tranquillo.
Ero piuttosto ansioso di sapere con che mezzo il re voleva arrivare a una conciliazione. Ecco quello che fece.
Chiam segretamente il mio rivale, e gli disse: Principe, voi avete offeso don Pompeo de Castro, pur sapendo benissimo
che un uomo di illustri natali, un cavaliere al quale sono affezionato, e che mi sempre stato fedele servitore. Voi gli
dovete una soddisfazione. Non sono alieno dal dargliela, rispose il principe, se lui si lamenta del mio modo di
procedere, sono pronto a offrirgli la riparazione con le armi. No, disse il re, non questa la soddisfazione che gli spetta;
un gentiluomo spagnuolo troppo esperto in questione d'onore, per battersi lealmente con un vile assassino. Non posso
qualificarvi altrimenti; e l'unico mezzo per espiare il vostro indegno comportamento, che offriate un bastone al vostro
nemico e vi dichiarate pronto a sopportare i suoi colpi. Oh, mio Dio! esclam il mio rivale, che dite mai, sire? Volete
che un uomo del mio rango si abbassi umiliandosi davanti a un semplice cavaliere, e che subisca perfino dei colpi di
bastone? No, disse il monarca, costringer don Pompeo a promettermi che non far uso di quel bastone. Domandategli
scusa per il sopruso che gli avete fatto porgendogli un bastone; tutto quello che esigo da voi. E che troppo
richiedermi, Sire, lo interruppe bruscamente Radzivill; preferisco espormi alla vendetta che il suo risentimento mi
prepara. La vostra vita mi cara, disse il re, e vorrei che questa vicenda non avesse un seguito tragico. Per diminuire la
vostra mortificazione, sar solamente io testimonio di questa soddisfazione che vi ordino di dare allo Spagnolo.
Per ottenere un passo cos mortificante, il re dovette far uso di tutto l'ascendente che aveva sul principe. Ma
finalmente ottenne il suo scopo: poi mi mand a chiamare. Mi raccont il dialogo avuto col mio nemico, e mi domand se
sarei stato contento della soddisfazione che aveva proposto di darmi. Risposi affermativamente, e gli detti la mia parola
d'onore che non solo non avrei colpito il mio offensore, ma mi sarei perfino rifiutato di prendere il bastone che mi avrebbe
presentato. Regolata cos la questione, il principe ed io ci trovammo un giorno, a una data ora, dal re, e insieme con lui
andammo nel suo studio. Andiamo, disse questi a Radzivill, riconoscete il vostro torto e fate in modo da meritare il suo
perdono. Allora il mio nemico mi fece le sue scuse, e mi present un bastone che teneva in mano. Don Pompeo, mi
disse allora il monarca, prendete questo bastone, e non tenete conto della mia presenza per vendicare il vostro onore
oltraggiato. Vi rendo la parola d'onore che mi avete dato di non colpire il vostro nemico. No, sire, gli risposi,
sufficiente che lui sia disposto a ricevere i colpi; uno Spagnolo offeso non domanda di pi. Ebbene, replic il re, poich
siete soddisfatto di questa riparazione, potete adesso seguire le regole di un procedimento normale. Misurate le vostre
spade, per portare a termine in modo degno questa contesa. quello che ardentemente desidero, esclam con collera il
principe, ed soltanto ci che mi pu consolare del passo obbrobrioso che ho fatto.
Detto questo se ne and infuriato, e due ore dopo mi mand a dire che mi aspettava in un luogo appartato. Vi
andai, e trovai quel signore pronto per il duello. Non aveva ancora quarantacinque anni, e non mancava n di coraggio n
di abilit; si pu dire che ci battevamo ad armi pari. Venite, don Pompeo, mi disse, terminiamo qui la nostra contesa.
Entrambi dobbiamo essere esasperati, voi per l'offesa che vi ho fatto, e io per avervi chiesto perdono. Detto questo mise
bruscamente mano alla spada, senza lasciarmi il tempo di rispondere. In principio mi incalz con gran furia, ma io ebbi la
fortuna di riuscire a parare i suoi colpi. Lo incalzai a mia volta: capii subito che avevo a che fare con un uomo ugualmente
abile nella difesa come nell'assalto, e non so come sarebbe andata a finire se lui, rinculando, non avesse fatto un passo
falso, cadendo riverso. Mi fermai di colpo, e dissi al principe: Rialzatevi. Perch volete risparmiarmi? domand lui, la
vostra compassione un'offesa per me. Non posso approfittare della vostra disgrazia, risposi, farei torto al mio onore.
Ancora una volta, alzatevi, e riprendiamo il duello.
Don Pompeo, disse allora il principe rialzandosi, dopo questa prova di generosit, l'onore non mi permette di
battermi con voi. Che si direbbe di me se riuscissi a trapassarvi il cuore? Si direbbe che sono un vile per aver tolto la vita
ad un uomo che era in diritto di uccidermi. Perci non posso pi combattere contro di voi, e sento che la riconoscenza ha
cambiato in un senso di amicizia il furore da cui ero agitato. Don Pompeo, continu, facciamo tacere il nostro odio.
Superiamolo anzi, diventando buoni amici. Ah signore! esclamai, accetto con gioia una proposta cos cortese. Vi offro
un'amicizia sincera, e per darvene una prova, vi prometto che non rimetter mai pi piede in casa di donna Ortensia, anche
se lei volesse rivedermi. Son io, ribatt il principe, che vi cedo quella signora; pi giusto che la lasci a voi dato che vi
ha dimostrato il suo affetto. No, no, lo interruppi, voi l'amate. Le attenzioni che potrebbe avere per me potrebbero
procurarvi dolore; le sacrifico dunque alla vostra tranquillit. Ah! troppo generoso castigliano, replic Radzivill
abbracciandomi, i vostri sentimenti mi commuovono e mi fanno sentire rimorso. Con che dolore e con che vergogna
penso all'oltraggio da voi ricevuto! In questo momento la soddisfazione che vi ho dato nello studio del re mi sembra
perfino inadeguata. Ma ancor meglio voglio ora riparare l'ingiuria, e per cancellarne del tutto l'infamia, vi offro in isposa
una mia nipote sulla quale posso esercitare la patria potest. una ricca ereditiera, non ha ancora quindici anni, e la sua
bellezza la rende ancora pi attraente della sua giovent.
Ringraziai il principe per l'onore che mi faceva, e pochi giorni dopo sposai sua nipote. Tutta la Corte si
compliment col principe per aver fatto la fortuna di un cavaliere che era stato da lui coperto di ignominia, e i miei amici
si rallegrarono meco per il felice epilogo di un'avventura che era avviata a una tragica fine. Da quel tempo, o signori, vivo
beatamente a Varsavia, amato da mia moglie, e ancora sempre innamorato di lei. Il principe Radzivill mi d ogni giorno
nuove prove di amicizia, e oso vantarmi di essere favorevolmente considerato dal re di Polonia. Una prova della sua stima
l'importante viaggio che, per suo ordine, ho intrapreso venendo a Madrid.

VIII QUALE FU LA CAUSA PER CUI GIL BLAS FU COSTRETTO A CERCARSI UNA NUOVA
SISTEMAZIONE

Questa fu la storia narrata da don Pompeo, e che il cameriere di don Alessio e io riuscimmo ad ascoltare, bench
fosse stata presa la precauzione di mandarci fuori dalla sala prima che incominciasse il racconto. Noi per, invece di
allontanarci, ci mettemmo dietro la porta che avevamo lasciata socchiusa, e cos non ne perdemmo neppure una parola.
Finito il racconto, i signori continuarono a far baldoria, ma questa volta non fino all'alba, perch don Pompeo, che doveva
parlare l'indomani mattina col ministro, voleva prima riposarsi. Il marchese de Zenette e il mio padrone abbracciarono il
cavaliere, gli dissero addio, e lo lasciarono con don Alessio.
Questa volta noi andammo a dormire prima dell'aurora, e al suo risveglio, don Mattia mi dette un nuovo incarico.
Gil Blas, mi disse, prendi carta e calamaio per scrivere due o tre lettere che ti voglio dettare: ti promuovo a mio
segretario. Bene, dissi fra me, aumentano le mansioni. Come lacch, seguo il mio padrone dappertutto; come
cameriere, lo vesto, e adesso, come segretario scriver anche quel che mi detta: sia lodato il cielo! Come la tripla Ecate,
sto per rappresentare tre personaggi diversi. Vuoi sapere, continu a dire il mio padrone, qual' il mio progetto? Te lo
dico: ma devi osservare la pi scrupolosa segretezza: ne va della tua vita. Siccome talvolta trovo di quelli che vantano le
loro fortune amorose, voglio dar loro lo sgambetto tirando fuori di tasca qualche falsa lettera di donna, che legger ad alta
voce. Questo sar un bel divertimento; io, pi felice di coloro che fanno delle conquiste soltanto per raccontarle, le
racconter senza prendermi la briga di farle. Ma, attenzione! soggiunse don Mattia, guarda di cambiar calligrafia nei
diversi biglietti, perch non ci si accorga che son stati scritti tutti dalla stessa mano.
Presi allora carta penna e calamaio e mi preparai a scrivere. Don Mattia mi dett allora il seguente biglietto
amoroso: Stanotte non siete venuto all'appuntamento. Ah! don Mattia, cosa potrete dire per giustificarvi? Che sbaglio ho
fatto mai! Ora voi mi castigate per aver avuto la vanit di credere che tutti i divertimenti e tutti gli impegni debbano venir
sacrificati al piacere di vedere donna Clara de Mendoce! Dopo quel biglietto, don Mattia me ne fece scrivere un altro, di
una donna che per lui sacrificava un principe; e infine un terzo nel quale una signora diceva che, se lui le avesse dato la
sicurezza della discrezione, ella avrebbe fatto con lui il viaggio all'isola di Citera. Il mio padrone non si content di farmi
scrivere quei leggiadri biglietti, ma pretese che io li firmassi col nome di donne di alto rango. Non potei fare a meno di
fargli presente che una tal cosa mi sembrava troppo spinta; ma lui mi preg di non dargli consigli se non quando lui me li
avesse richiesti. Dovetti tacere e fare come lui mi aveva ordinato. Quando ebbi finito di scrivere, lo aiutai a vestirsi. Lui
mise le lettere in tasca, e insieme uscimmo per andare a pranzo da don Giovanni de Moncade che, quel giorno, aveva
invitato cinque o sei cavalieri suoi amici.
Ci fu una grande baldoria, e l'allegria, che il miglior condimento dei festini, regn sovrana in quel banchetto.
Tutti i convitati contribuirono a rendere vivace la conversazione, alcuni con delle facezie, altri raccontando storielle di cui
si dicevano gli eroi. Il mio padrone non perse una cos bella occasione per servirsi delle lettere che mi aveva fatto scrivere.
Le lesse ad alta voce, e in modo cos naturale, che probabile che tutti, ad eccezione del suo segretario, se la bevessero.
Fra i cavalieri presenti che assistettero a quella sfacciata lettura c'era un certo don Lope de Velasco, persona molto seria,
che, invece di rallegrarsi come gli altri per le pretese avventure amorose del lettore, gli domand freddamente se la
conquista di donna Clara gli era stata difficile. Niente affatto, gli rispose don Mattia, stata lei a fare i primi approcci.
Lei mi vede alla passeggiata; io le piaccio. Mi fa pedinare e sa il mio nome. Allora mi scrive dandomi appuntamento a
casa sua a un'ora della notte quando tutti dormivano. Andai, mi condussero nelle sue stanze... il resto sono troppo discreto
per raccontarlo.
Questa laconica spiegazione fece avvampare in viso il signor de Velasco, al quale, evidentemente, stava molto a
cuore quella signora. Guardando incollerito il mio padrone, esclam: Tutti quei biglietti sono assolutamente falsi, e in
special modo quello che voi vi vantate di aver ricevuto da donna Clara de Mendoce. In tutta la Spagna non c' ragazza pi
riservata di lei. Da due anni un cavaliere, che non da meno di voi n per nascita, n per meriti personali, fa di tutto per
ottenerne l'amore. Il risultato per ora soltanto qualche innocente cortesia ma pu vantarsi che se lei fosse disposta a
concedere qualche cosa di pi, lo far solamente a lui. Chi vi dice il contrario? lo interruppe don Mattia in tono
canzonatorio, sono perfettamente d'accordo che si tratta di una ragazza onestissima. D'altra parte anch'io sono un uomo
onestissimo. Perci potete star tranquillo che fra noi non c' stato nulla di disonesto. Ah! questo troppo! lo interruppe
a sua volta don Lope, basta coi motteggi. Voi siete un impostore. Donna Clara non vi ha dato mai un appuntamento di
notte. Non tollero che gettiate del fango sulla sua reputazione. Sono anche troppo generoso a non dirvi il resto. Detto
questo, don Lope salut bruscamente i commensali, e usc con un cipiglio che mi fece presagire un brutto seguito a questa
vicenda. Il mio padrone, che era assai coraggioso come tutti i signori del suo tipo, accolse con disprezzo le minacce di don
Lope. Che uomo vanesio! esclam scoppiando in una risata, i cavalieri erranti sostenevano la bellezza delle loro
donne, e quello l vuol sostenere la virt della sua: questo mi sembra ancor pi stravagante.
La partenza di Velasco, che Mancade aveva invano tentato di impedire, non turb affatto la festa. I cavalieri non
ci dettero soverchia importanza e continuarono a divertirsi fino all'alba, quando tutti si separarono. Erano le cinque del
mattino quando il mio padrone ed io andammo a coricarci. Io morivo dal sonno e pregustavo una buona dormita; ma feci
i conti senza l'oste, o, per dir meglio, senza il portiere di casa nostra, il quale mi venne a svegliare un'ora dopo dicendomi
che gi al portone c'era un ragazzo che voleva parlarmi. Maledetto portinaio! esclamai sbadigliando, non sapete che
soltanto poco fa sono andato a dormire? Dite a quel ragazzo che sto riposando, e che ritorni pi tardi. Ma lui dice,
replic il portiere, che vi deve parlare subito, perch si tratta di cosa urgente. Allora mi alzai, mi infilai i calzoni e mi
misi la giubba; poi, bestemmiando, andai gi e dissi al ragazzo: Amico, dimmi, ti prego, qual' quell'affare urgente che
mi procura l'onore della tua visita cos mattutina? Ho una lettera, mi rispose, che debbo consegnare personalmente al
signor don Mattia, e bisogna che la legga subito perch la cosa di estrema importanza per lui: perci vi prego di farmi
entrare in camera sua. Pensando che realmente si trattasse di un affare importante, mi presi la libert di svegliare il mio
padrone. Scusatemi, gli dissi, se mi sono permesso di disturbarvi; ma ha grande importanza... Che diavolo vuoi?
mi interruppe bruscamente. Signore, gli disse allora il ragazzo che era venuto con me, ho da consegnarvi
personalmente una lettera di don Lope de Velasco. Don Mattia prese la lettera, l'apr, e dopo averla letta, disse al
cameriere di don Lope: Ragazzo mio, sappi che non mi alzerei mai prima di mezzogiorno, anche se fossi invitato a
partecipare a un divertimento; figurati poi se mi alzer alle sei per andare a un duello! Puoi dire al tuo padrone che se lui
si trover ancora a mezzogiorno e mezzo nel luogo dove mi aspetta, noi ci verremo; questa la risposta che devi portare al
tuo padrone. Detto questo si cacci sotto le lenzuola e riprese subito sonno.
Verso le undici si alz, e si vest calmissimo, fino a mezzogiorno; poi usc dicendomi che mi dispensava dal
seguirlo; ma io ero troppo tentato di vedere quello che sarebbe successo, per obbedirgli. Lo seguii fino al prato di San
Girolamo, dove vidi don Lope Velasco che l'attendeva a pi fermo. Mi nascosi per sorvegliarli, ed ecco quello che vidi da
lontano. Si avvicinarono e un momento dopo cominciarono a battersi. Il duello fu lungo. Si incalzavano a vicenda con
abilit e vigore. Tuttavia la vittoria rimase a don Lope: questi trafisse il mio padrone, lo stese a terra, e se ne fugg molto
soddisfatto per essersi cos ben vendicato. Io corsi dall'infelice don Mattia, che aveva perso i sensi e stava ormai per
morire. Questo spettacolo mi commosse, e non potei trattenermi dal piangere per quella morte della quale ero stato
involontario strumento. Tuttavia, nonostante il dolore, non dimenticai di pensare un po' al mio interesse. Tornai
immediatamente a casa senza fiatare, feci un pacco delle mie robe, in cui per inavvertenza misi anche qualche vestito del
mio padrone, e portatolo dal mio amico barbiere, dove era anche rimasto l'abito delle mie avventure amorose, sparsi nella
citt la voce della disgrazia di cui ero stato testimone. La raccontai a tutti coloro che avevano interesse a conoscerla e
soprattutto a Rodriguez. Questi, pi che afflitto, mi parve preoccupato per le misure da prendere. Riun i domestici, ordin
loro di seguirlo, e tutti insieme andammo al prato di San Girolamo. Trovammo don Mattia che respirava ancora, ma spir
tre ore dopo che l'avevamo portato a casa.
Cos mor il signor don Mattia de Silva, che ebbe la velleit di leggere inopportunamente alcuni apocrifi biglietti
amorosi.

IX DA CHI AND A SERVIZIO GIL BLAS DOPO LA MORTE DI DON MATTIA DE SILVA

Qualche giorno dopo i funerali di don Mattia, tutti i suoi domestici furono liquidati e licenziati. Io andai ad
abitare dal garzone barbiere, col quale ero sempre pi in amicizia. Ritenevo che da lui me la sarei passata meglio che a
casa di Melendez. Siccome il danaro non mi mancava, non mi affrettai a cercare una nuova sistemazione, tanto pi che su
questo punto ero diventato difficile. Ormai non volevo pi andare a servizio da persone ordinarie, e avevo deciso di
pensarci su ben bene, prima di accettare i posti che mi sarebbero stati offerti. Pensavo che nessuna sistemazione sarebbe
stata troppo buona per me, tanto migliore mi pareva la posizione di cameriere di un giovane signore, rispetto a qualsiasi
altro servizio!
In attesa che la fortuna mi facesse trovare una casa degna del mio merito, pensai che non potevo far di meglio che
consacrare il mio ozio alla mia bella Laura, che non avevo pi visto dal giorno in cui avevamo cos piacevolmente chiarito
il vicendevole inganno. Non osai vestirmi da don Cesare de Ribera; se non volevo esser preso per uno stravagante, avrei
potuto mettere quell'abito soltanto per mascherarmi. Ma il mio abito era ancora in ottime condizioni, e inoltre ero ben
calzato e ben pettinato. Con l'aiuto del barbiere, mi abbigliai dunque in modo che ero qualcosa di mezzo fra don Cesare e
Gil Blas. In queste condizioni mi recai a casa di Arsenia. Trovai Laura, sola nella sala in cui l'avevo vista l'altra volta.
Ah! siete voi! esclam appena mi vide, credevo che vi foste smarrito. Son gi sette o otto giorni che vi ho dato il
permesso di venirmi a trovare; ma, a quel che vedo, non abusate affatto delle concessioni delle signore.
Mi scusai adducendo la morte del mio padrone, i fastidi che me ne erano seguiti, e molto cortesemente soggiunsi
che, anche nelle mie preoccupazioni, l'immagine della mia amabile Laura era stata sempre presente al mio pensiero. Se
questo vero, mi disse lei, non vi far pi alcun rimprovero, e vi confesser che anch'io ho pensato a voi. Appena ho
saputo della disgrazia toccata a don Mattia, ho escogitato un progetto che forse non vi dispiacer. Gi da molto tempo ho
sentito dire dalla mia padrona che vorrebbe avere in casa una specie di uomo d'affari, un ragazzo che s'intenda di
contabilit, e che tenga in ordine un libro in cui registrare le somme che gli vengono affidate per le spese di casa. Ho
gettato gli occhi su vossignoria, pensando che possiate espletare non troppo male quelle funzioni. Son sicuro, risposi,
che me la caver a meraviglia; ho letto gli Economici di Aristotele, e per quanto si riferisce al tenere libri, sono
maestro... Ma, bimba mia, una difficolt mi impedisce di venire a servizio da Arsenia. Quale difficolt? mi domand
Laura. Ho giurato, risposi, di non andare pi a servizio da persone della borghesia; l'ho giurato nientemeno che sulle
acque dello Stige! Se Giove non si sent di violare quel giuramento, figuratevi se un cameriere deve rispettarlo! Che
cosa intendi tu per borghesia? esclam con fierezza la servetta. Chi credi che siano le commedianti? Sappi, amico mio,
che le attrici sono nobili, arcinobili, per le relazioni che contraggono coi grandi signori. Se la cosa sta cos, altezza reale,
posso accettare il posto che mi offrite, sicuro di non venire meno al giuramento. No, certo, disse lei, il passare dal
servizio di un padroncino a quello di una eroina del teatro, vuol dire restar sempre con persone del medesimo ceto. Noi
siamo alla pari dei nobili. Abbiamo lo stesso equipaggiamento, mangiamo altrettanto bene e, in fondo, dobbiamo venir
considerate allo stesso livello nella vita civile. In effetti, soggiunse, se paragoniamo la vita di un marchese con quella di
un attore nel corso di una giornata, vediamo che quasi la stessa cosa. Se il marchese, per tre quarti della giornata , per il
suo rango, superiore al commediante, questi, per l'altro quarto, si innalza ancor pi sopra di lui, facendo la parte di un
imperatore o di un re. C' dunque, mi sembra, una compensazione di nobilt e grandezza che ci porta allo stesso livello
delle persone altolocate della Corte. S, per bacco! diss'io, siete veramente allo stesso livello, non c' discussione.
Diamine! gli attori non sono affatto dei bricconi come credevo, e voi mi fate venir la voglia di servire persone cos per
bene. Allora, riprese lei, torna fra due giorni. Ho bisogno di questo tempo per predisporre la mia padrona ad
accettarti: le parler bene di te. Ho qualche ascendente su di lei, e son sicura di farti entrare qui.
Ringraziai Laura per la sua buona volont. Le dissi che ero pervaso di riconoscenza, e gliene diedi la certezza con
tal slancio di affetto da dissipare ogni dubbio. Continuammo per molto tempo a parlare, e la nostra conversazione sarebbe
stata pi lunga, se un giovane lacch non fosse venuto a dire alla mia principessa che Arsenia la voleva. Ci separammo. Io
uscii dalla casa dell'attrice, con la dolce speranza di aver presto diritto di mangiare alla sua Corte, e due giorni dopo vi
ritornai. Ti aspettavo, mi disse la servetta, per darti la notizia che sarai nostro commensale. Vieni con me, ti presenter
alla mia padrona. Detto ci, mi condusse in un appartamento di cinque o sei locali situati sullo stesso piano, riccamente
ammobiliati l'uno pi dell'altro.
Che lusso! che magnificenza! credetti di essere in casa di una viceregina o, per meglio dire, mi parve che tutte le
ricchezze del mondo fossero ammassate in quel luogo. Effettivamente c'erano oggetti di diverse nazioni, e
quell'appartamento si sarebbe potuto definire il tempio di una dea dove ogni viaggiatore aveva portato l'offerta di qualche
rarit del suo paese. La dea stava seduta su un gran cuscino di raso ed era molto attraente, arricchita dall'olocausto dei
sacrifici divini. Aveva indosso una provocante vestaglia, e con le sue belle mani stava preparando una nuova parrucca per
la parte che avrebbe dovuto recitare quella sera. Signora, le disse la servetta, ecco l'amministratore di cui vi ho parlato;
posso assicurarvi che non potreste trovare di meglio. Armenia mi guard molto attentamente ed ebbi la fortuna di non
dispiacerle. Capperi! Laura, esclam, hai trovato un bel ragazzo; sono certa che ci metteremo d'accordo. E
rivolgendosi a me: Ragazzo mio, disse, voi fate al caso mio, e io vi dico soltanto questo: voi sarete contento di me se io
lo sar di voi. Le risposi che avrei fatto di tutto per accontentarla. Messici cos d'accordo, andai subito a prendere la mia
roba, e mi insediai in quella casa.

X CAPITOLO CHE NON AFFATTO PI LUNGO DEL PRECEDENTE

Si avvicinava l'ora del teatro, quando la mia padrona mi disse di accompagnarla insieme con Laura. Entrammo
nel suo camerino, e l'attrice si tolse l'abito da passeggio, per indossarne un altro pi lussuoso per andare in iscena. Quando
ebbe inizio lo spettacolo, Laura mi condusse in un posto da dove si potevano perfettamente vedere e ascoltare gli attori, e
si sedette vicino a me. Per la maggior parte i commedianti non mi piacquero, forse perch ero gi prevenuto per quello che
aveva detto don Pompeo. Tuttavia molti furono applauditi, e qualcuno fra essi mi fece venire in mente la favola del
maialino.
Mano mano che gli attori e le attrici comparivano sulla scena, Laura non solo me ne diceva i nomi, ma, da
maliziosa maldicente, me ne faceva spassosamente il profilo. Quello l, diceva, ha il cervello bacato, quell'altro uno
screanzato. Quella ragazzina, che ha un'aria pi sfacciata che graziosa, si chiama Rosarda ed stata un cattivo acquisto per
questa compagnia; bisognerebbe metterla in quella che si formata per ordine del vicer della Nuova Spagna e che sta per
andare in America. Guardate, guardate quell'astro luminoso che si avanza, bel sole al tramonto: si chiama Casilda. Se, da
quando ha cominciato ad avere degli amanti, si fosse fatta dare da ciascuno di loro una pietra squadrata per costruire una
piramide, come fece una volta una principessa egiziana, oggi sarebbe in grado di farne edificare una che arriverebbe fino
al terzo cielo! Per farla breve, Laura annichil tutti con la sua maldicenza. Che cattiva lingua! Neppure la sua padrona fu
capace di risparmiare.
Tuttavia debbo confessare il mio debole: nonostante il suo carattere moralmente discutibile, la mia servetta mi
aveva ammaliato. Sparlava della gente in modo tanto grazioso, che perfino la sua malignit mi riusciva gradita. Durante
gli intervalli si alzava e andava a vedere se Arsenia aveva bisogno di lei; ma, invece di tornar subito al suo posto, si
divertiva dietro le quinte per ricevere le proposte galanti degli uomini che la vezzeggiavano. Una volta volli seguirla per
spiarla, e notai che aveva molti amici. Contai fino a tre commedianti che uno dopo l'altro la fermarono e si misero a
conversare con lei trattandola, cos mi parve, molto familiarmente. Questa cosa non mi piacque affatto, e per la prima
volta in vita mia mi resi conto che cosa vuol dire essere geloso. Tornai al mio posto cos pensieroso e triste, che Laura se
ne accorse subito, appena mi ebbe raggiunto. Cos'hai, Gil Blas? mi domand sorpresa, cos' quell'umor nero che ti ha
preso durante la mia assenza? Hai l'aria scura e triste. Mia principessa, le risposi, la ragione c': le vostre maniere
sono alquanto esuberanti. Vi ho appena vista insieme con degli attori... Ah! che ridicolo motivo di tristezza! mi
interruppe lei ridendo, per bacco! questo che ti addolora? Guarda che non sei ancora alla fine; vedrai ben altro stando
con noi. Bisogna che ti adatti ai nostri facili costumi. Niente gelosia, ragazzino! Nell'ambiente dei comici, i gelosi sono
considerati ridicoli. Per ci non ce n' quasi nessuno. I padri, i mariti, i fratelli, gli zii e i cugini sono le persone pi
accomodanti che ci siano, e spesso sono loro stessi che con la loro spregiudicatezza riescono a sistemarsi.
Dopo avermi esortato a non adombrarmi per nessuno, e a considerare tutte le cose con tranquillit, mi disse che io
ero quel fortunato mortale che aveva trovato la via del suo cuore. Poi mi assicur che sarei stato sempre il suo unico
amore. In base a questo impegno, del quale non potevo dubitare senza esser considerato troppo diffidente, le promisi che
non me la sarei pi presa per nessun motivo, e mantenni la parola, anche quando, la sera stessa, la vidi conversare
allegramente con degli uomini. All'uscita del teatro, ritornammo a casa con la nostra padrona, e poco dopo arriv
Florimonda insieme con tre anziani gentiluomini e un attore, che erano stati invitati a cena. Come domestici in quella casa,
oltre a Laura e a me, c'erano una cuoca, un cocchiere e un giovane lacch. Per preparare il pasto fummo impegnati tutti e
cinque. La cuoca, che non era meno abile della signora Giacinta, prepar le pietanze, aiutata dal cocchiere. La cameriera e
il lacch apparecchiarono la tavola, e io feci da credenziere mettendo in ordine delle bellissime stoviglie d'argento e un
ricco vasellame d'oro, altre offerte che la dea del tempio aveva ricevuto. Preparai inoltre molte bottiglie di vini diversi, e,
quando la cena ebbe inizio feci da coppiere, per mostrare alla mia padrona che sapevo far di tutto. Ammirai il contegno
delle attrici durante il pasto; si atteggiavano a dame di grande importanza, immaginandosi di essere signore d'alto rango.
Ben lungi dal trattare quei gentiluomini col titolo di eccellenza, non li chiamavano neppure cavalieri, ma si limitavano
al solo nome. pur vero che erano stati quei signori a guastarle e a renderle cos vanitose, familiarizzando eccessivamente
con loro. D'altra parte l'attore, abituato a sostenere la parte dell'eroe, non faceva complimenti; beveva alla loro salute e si
atteggiava a rappresentare la persona di maggior importanza. Per bacco, dissi fra me, quando Laura mi ha dimostrato
che gli attori e i marchesi sono allo stesso livello durante il giorno, poteva aggiungere che, a maggior ragione, lo sono
durante la notte, che tutta intera la passano insieme a bere.
Arsenia e Florimonda erano allegre per natura. Si lasciavano sfuggire un'infinit di frasi molto spinte,
intramezzate da piccole cortesie e atteggiamenti affettati che solleticavano assai quei vecchi peccatori. Mentre la mia
padrona ne divertiva uno con qualche scherzetto innocente, la sua amica, che era seduta fra gli altri due, non si comportava
da casta Susanna. Mentre stavo osservando questo quadretto, che era anche troppo seducente per un giovanotto della mia
et, fu portata la frutta. Allora misi sulla tavola delle bottiglie di liquori e dei bicchieri e uscii dalla sala per andare a cenare
con Laura che mi aspettava. Ebbene, Gil Blas, mi disse, che cosa pensi di quei signori che hai visto di l? Sono
senza dubbio, risposi, degli spasimanti di Arsenia e Florimonda. Niente affatto, disse lei, sono soltanto dei vecchi
libidinosi che frequentano le donne galanti senza lasciarsi sedurre. Esigono da loro soltanto qualche piacevolezza, e sono
abbastanza generosi per pagar bene quelle inezie che vengono loro concesse. Grazie a Dio, tanto Florimonda che la mia
padrona sono attualmente senza amanti; voglio dire che non hanno di quegli amanti che vogliono fare da mariti, e che
pretendono di essere l'unica fonte di piacere, perch sono soltanto loro a pagare. In quanto a me, ne sono ben contenta, e
penso che una cortigiana assennata deve tenersi lontana da questo genere d'impegni. Infatti, perch darsi un padrone?
meglio guadagnarsi soldo per soldo un patrimonio, che averlo di colpo a quel prezzo.
Quando Laura era in vena di discorrere, e lo era quasi sempre, non le mancavano certo le parole. Che loquacit!
Mi raccont una quantit d'avventure capitate alle attrici della compagnia del Teatro Principe, e dai suoi discorsi trassi la
conclusione che non potevo trovarmi in un posto migliore per acquistare profonda conoscenza dei vizi. Disgraziatamente
ero in una et in cui essi fanno tutt'altro che ribrezzo, e bisogna aggiungere che la mia servetta sapeva descrivere cos bene
quelle scostumatezze, che io non ne vedevo altro che la parte voluttuosa. Laura non ebbe il tempo di raccontarmi neppure
la decima parte delle prodezze delle commedianti, sebbene fossero tre ore che continuava a parlare. Intanto gli invitati se
ne andarono insieme con Florimonda che accompagnarono a casa.
Appena furono usciti, la mia padrona mi dette del danaro dicendo: Tenete, Gil Blas, qui ci sono dieci doppie per
far le spese domattina. Cinque o sei dei nostri signori e delle nostre dame pranzeranno da noi: abbiate cura di farci un buon
trattamento. Signora, risposi, con questa somma prometto di portare a casa quanto occorrerebbe per tutta la brigata.
Amico mio, continu Arsenia, correggete la vostra espressione, per favore: sappiate che non bisogna assolutamente
dire brigata, ma compagnia. Si pu dire senz'altro una brigata di banditi o di accattoni o di autori drammatici, ma si deve
dire una compagnia di commedianti: soprattutto gli attori di Madrid meritano di venir chiamati nel loro insieme una
compagnia. Chiesi scusa alla mia padrona di aver usato un termine cos poco rispettoso, e la supplicai umilmente di
perdonare la mia ignoranza. Promisi che in futuro, quando avrei parlato dei signori commedianti di Madrid
collettivamente, avrei sempre usato il vocabolo compagnia.

XI VITA IN COMUNE DEI COMMEDIANTI E LORO COMPORTAMENTO VERSO GLI AUTORI


DRAMMATICI

L'indomani mattina andai a fare la spesa, per iniziare la mia attivit di economo. Era un giorno di magro e, per
ordine della mia padrona, comprai dei pollastrelli ben grassi, dei conigli, delle pernici e altro uccellame. Poich i signori
commedianti non sono soddisfatti del modo in cui vengono trattati dalla Chiesa, non ne osservano con scrupolo i
comandamenti. Portai a casa tanta di quella carne, che sarebbe stata anche troppa per dodici persone di buon appetito
durante i tre giorni di carnevale. La cuoca ebbe da fare tutta la mattina. Mentre quella preparava il pranzo, Arsenia rimase
occupata fino a mezzogiorno per vestirsi e farsi bella. A quell'ora arrivarono i signori commedianti Rosimiro e Riccardo.
Seguirono poi le due attrici Costanza e Celinaura, e un momento dopo apparve Florimonda insieme con un uomo che
aveva l'aspetto di un signor cavaliere dei pi disinvolti. Aveva i capelli elegantemente annodati dietro la testa, un
cappello ornato con delle piume color foglia morta, un paio di calzoni attillati, e dallo sparato della giubba mostrava una
camicia molto fine con delle trine bellissime. I guanti e il fazzoletto spuntavano dall'elsa della spada, e portava il mantello
con un'eleganza tutta speciale.
Tuttavia, sebbene il suo aspetto fosse di persona ben fatta e irreprensibile, notai in lui qualche cosa di strano.
Quel gentiluomo, dissi fra me, deve essere un bell'originale. E non mi ingannai; infatti era una vera macchietta.
Appena entrato nell'appartamento di Arsenia, corse, con le braccia aperte, ad abbracciare uno dopo l'altro gli attori e le
attrici, con dimostrazioni d'affetto ancor maggiori di quelle in uso fra i padroncini. Quando lo sentii parlare, mi convinsi
sempre pi che la mia opinione era giusta. Scandiva tutte le sillabe, e pronunciava le parole in modo enfatico, con gesti e
con sguardi appropriati al discorso. Ebbi la curiosit di domandare a Laura chi fosse quel cavaliere. Capisco, mi
rispose, questa tua curiosit: impossibile non provarla quando si vede e si sente parlare per la prima volta il signor
Carlo Alonso de la Ventoleria; adesso te lo dipingo al naturale. Anzitutto ti dir che stato un attore. Ha lasciato il teatro
per puro capriccio, e se ne poi pentito quando ci ha ripensato. Hai notato i suoi capelli neri? Sono tinti al pari delle
sopracciglia e dei baffi: pi vecchio di Saturno; ma poich quando nacque i suoi genitori trascurarono di far annotare la
sua nascita nei registri della parrocchia, lui ne approfitta per ringiovanire di almeno vent'anni. D'altra parte, la persona
pi tronfia di tutta la Spagna. Per i primi dodici lustri della sua vita rimasto di una ignoranza crassa; poi, per diventar
sapiente, ha preso un maestro che gli ha insegnato a compitare in greco e in latino. Inoltre sa a memoria un'infinit di belle
favole che, spacciandole come farina del suo sacco, ha recitato tante volte che alla fine ha creduto lui stesso di esserne
l'autore. Le intramezza alla conversazione, e si pu dire che appaia di spirito pronto e vivace a spese della sua memoria.
Del resto si dice che sia un grande attore. Io, per compassione, voglio crederlo, quantunque ti confesso che non mi piace
per niente. Qualche volta lo sento quando declama qui da noi e, per me, fra gli altri difetti, ha una pronuncia troppo
affettata e una voce tremolante, per cui la sua declamazione risulta antiquata e ridicola.
Questo fu il ritratto che la mia servetta fece di quell'istrione onorario e, per dir la verit, non ho mai visto nessuno
con un contegno tanto superbo. Anche quella volta si atteggi a fine dicitore. Non manc dal tirar fuori dal sacco due o tre
novellette, che recit in modo solenne e ben studiato. D'altra parte, neppure le attrici e gli attori, che non erano venuti da
Arsenia per stare zitti, rimasero muti. Cominciarono a tagliare i panni addosso, per verit in modo poco caritatevole, ai
loro colleghi assenti; ma questo un difetto che bisogna perdonare tanto ai commedianti, quanto agli autori drammatici.
Con la maldicenza verso il prossimo la conversazione divent a poco a poco vivace. Voi non conoscete, signore mie,
disse Rosimiro, la nuova di Cesarino, nostro caro confratello. Stamattina ha comprato delle calze di seta, dei nastri e dei
merletti e se li fatti portare a casa, in presenza di tutti, come se glieli avesse mandati una contessa. Che briccone!
disse il signore de la Ventoleria con un sorriso fatuo e frivolo; al tempo mio eravamo pi in buona fede, e non ci passava
neppure per l'anticamera del cervello d'inventare quelle fandonie. vero che allora le signore di alto rango ci
risparmiavano tali invenzioni; pensavano loro stesse a fare gli acquisti. Che volete? Avevano di questi capricci. Per
bacco! disse Riccardo sullo stesso tono, questi capricci li hanno ancor oggi, e se fosse permesso di fare degli esempi...
Ma meglio non raccontare queste avventure, soprattutto quando si tratta di persone di alto rango.
Signori, lo interruppe Florimonda, vi prego di lasciar da parte le vostre avventure amorose, che tutti
conoscono. Parliamo invece di Ismenia. Si dice che quel signore che ha speso tanto per lei, l'abbia piantata. S, s,
esclam Costanza, e vi dir di pi: si lasciata scappare un mercantuccio che sarebbe sicuramente riuscita a mandare in
rovina. La notizia di prima mano. Il suo Mercurio stato vittima di un quiproqu: ha portato al gentiluomo il biglietto
che lei aveva scritto per il mercante, e viceversa ha portato al mercante quello che doveva andare al gentiluomo. Queste
s che sono gravi perdite, bimba mia! comment Florimonda. Oh! quella del cavaliere di poca importanza. Ormai lui
si mangiato quasi tutto il suo patrimonio, ma il mercantuccio era alle prime armi, poich non era ancora passato per le
mani delle cortigiane: veramente un peccato!
Questa fu presso a poco la conversazione dei convitati prima del pranzo; e quando furono a tavola continuarono
sullo stesso tono. Se volessi raccontare tutti i discorsi intessuti di maldicenza o di fatuit che sentii, non la finirei pi, e
perci il lettore approver la mia decisione di sopprimerli, per raccontare invece in qual modo fu ricevuto un povero
diavolo di autore drammatico, che arriv a casa di Arsenia verso la fine del pranzo.
Il nostro giovane lacch, parlando ad alta voce, disse alla mia padrona: Signora, un uomo con la biancheria tutta
sporca, col fango fin dietro la schiena, e che, con rispetto parlando, ha l'aria di un poeta, chiede di parlarvi. Fallo salire,
rispose Arsenia, e rivolgendosi agli ospiti: Signori, non c' bisogno che ci scomodiamo, si tratta di un autore
drammatico. Effettivamente era un autore che aveva composto una tragedia accettata dal teatro e che veniva a portare
alla mia padrona la parte del copione a lei destinata. Si chiamava Pedro de Moja. Quando entr fece cinque o sei riverenze
a tutti i convitati, che non solo non si alzarono in piedi, ma neppure lo salutarono. Soltanto Arsenia rispose con un
semplice cenno della testa agli omaggi di cui era fatta oggetto. Il poeta avanz nella sala tremante e imbarazzato,
lasciando cadere i guanti e il cappello. Li raccolse, si avvicin alla mia padrona, e le present un fascicolo con un rispetto
maggiore di quello che uno sotto processo usa mostrare al suo giudice: Signora, le disse, degnatevi di accogliere la
parte che mi prendo la libert di consegnarvi. Arsenia, con aria fredda e sprezzante, prese il fascicolo, senza neppure
degnarsi di rispondere al complimento.
Questa accoglienza non turb affatto il nostro autore che, cogliendo l'occasione per distribuire le parti ad altri
attori, ne dette una a Rosimiro e una a Florimonda, i quali non si comportarono verso di lui in modo pi urbano di quello
usato da Arsenia. Al contrario, il commediante molto cortese per natura, come sono la maggior parte di questi signori, lo
insult con motteggi piccanti. Fedro de Moja accus il colpo, ma non os rilevare l'insulto per paura che ne dovesse andar
di mezzo la sua tragedia. Se ne and senza dir niente, ma mi parve vivamente turbato per l'accoglienza che gli era stata
fatta. Credo che nella sua irritazione, egli abbia in cuor suo maledetto i commedianti, come effettivamente lo meritavano;
e i commedianti, dal canto loro, cominciarono, appena lui fu uscito, a parlare degli autori con molto rispetto.
Mi sembra, disse Florimonda, che il signor Pedro de Moja non se ne sia andato molto soddisfatto. Eh!
signora, esclam Rosimiro, perch ve la prendete? Gli autori drammatici sono forse degni dei nostri riguardi? Trattarli
da pari a pari sarebbe il vero modo di guastarli. Io li conosco questi signorini, li conosco bene: ci vorrebbe poco perch
dimenticassero chi sona, loro. Trattiamoli sempre da schiavi e non abbiamo paura che perdano la pazienza. Se il loro
risentimento li allontana da noi qualche volta, la smania di scrivere ce li fa ritornare, e sono anche troppo fortunati se noi
siamo disposti a rappresentare i loro drammi. Avete perfettamente ragione, disse Arsenia, perdiamo soltanto quegli
autori di cui facciamo la fortuna. Ma essi, quando noi li abbiamo ben sistemati, si adagiano nell'ozio, e non scrivono pi.
Fortunatamente gli attori se ne consolano, e il pubblico non ne soffre.
Questi bei discorsi furono applauditi, e fu concluso che gli autori, nonostante fossero maltrattati dagli attori,
restavano ancora debitori verso di loro. Quegli istrioni li misero sotto i piedi, ed espressero per essi il loro profondo
disprezzo.

XII GILL BLAS PRENDE GUSTO AL TEATRO, SI ABBANDONA AI PIACERI DELLA VITA DEI COMICI
E DOPO POCO TEMPO SE NE DISGUSTA

I convitati rimasero a tavola fino all'ora di andare, a teatro, e poi tutti insieme vi si recarono. Io li seguii per
assistere al dramma che veniva rappresentato quel giorno. Ci presi tanto gusto, che decisi di andare ogni sera a godermi lo
spettacolo. Effettivamente ci andai, e a poco a poco mi affezionai agli attori. Guardate un po' che cosa significa la forza
dell'abitudine! Mi piacquero in modo speciale quei comici che, sulla scena, strillavano e gesticolavano, e non ero il solo ad
avere simili gusti.
La bellezza dei drammi mi appassionava non meno delle recitazioni. Ce n'era qualcuno che mi entusiasmava e,
fra gli altri, quelli in cui comparivano tutti i cardinali o i dodici paladini di Francia. Qualche pezzo di quegli incomparabili
poemi mi restava impresso nella mente. Mi ricordo che in due giorni imparai a memoria un'intera composizione
drammatica intitolata La regina di fiori. La Rosa, che rappresentava la regina, aveva per confidente la Violetta, e per
bracciere il Gelsomino. Nulla mi parve pi sagace di quelle opere che, a mio avviso, dovevano fare molto onore alla nostra
nazione.
Ma non mi contentai di arricchire la mia memoria dei pezzi pi belli di quei capolavori drammatici; volli
perfezionare il mio gusto e, a questo scopo, ascoltavo con avidit e attenzione quello che ne dicevano i comici. Se essi
lodavano un dramma, l'apprezzavo anch'io, e se dicevano che non valeva niente, anch'io lo disprezzavo. Pensavo che il
loro giudizio sulle composizioni teatrali fosse pari a quello dei gioiellieri sui diamanti. E tuttavia la tragedia di Pedro de
Moja ebbe un grande successo, contrariamente al parere degli attori che prevedevano un fiasco. Questo fatto non scosse la
mia fiducia nel loro giudizio, e preferii pensare che il pubblico non avesse buon senso piuttosto che dubitare
dell'infallibilit di giudizio della compagnia del teatro; per mi fu assicurato da diverse parti che di solito i nuovi drammi
biasimati dagli attori venivano applauditi, mentre quelli che gli attori avevano apprezzati venivano quasi sempre fischiati.
Mi fu detto che era da considerarsi una regola costante dei comici sbagliare il giudizio sulle composizioni teatrali, e
all'uopo mi furono citati moltissimi esempi. Soltanto queste prove riuscirono a disingannarmi.
Non dimenticher mai quello che successe un giorno, quando fu rappresentata una nuova commedia. Gli attori
l'avevano giudicata fredda e noiosa, tanto da ritenere che non si sarebbe potuto arrivare alla fine. Fu rappresentato il primo
atto e il pubblico applaud; meraviglia degli attori. Fu rappresentato il secondo, e il pubblico applaud ancor di pi; gli
attori ne furono disorientati. Che cosa strana, disse Rosimiro questa commedia sembra che piaccia. Alla fine fu
rappresentato il terzo atto; il pubblico applaud freneticamente. Non ci capisco nulla, disse Riccardo, abbiamo pensato
che questa commedia non sarebbe piaciuta, e guardate l'entusiasmo del pubblico! Signori, disse allora molto
ingenuamente uno degli attori, il fatto che in quella commedia c' un'infinit di battute di spirito che noi non abbiamo
notato.
Smisi dunque di considerare i comici giudici eccellenti, e imparai ad apprezzarne il merito in giusta misura. Col
loro comportamento, giustificavano l'opinione diffusa che alcuni loro atteggiamenti fossero ridicoli. Vidi attrici e attori
che gli applausi avevano guastato, e che, considerandosi degni d'ammirazione, si immaginavano di fare un grande favore
al pubblico quando recitavano. Ero disgustato dei loro difetti, ma, disgraziatamente, mi piaceva troppo il loro modo di
vivere, e cos mi diedi a ogni specie di vizi. E come ormai avrei potuto difendermi? Tutti i discorsi che ascoltavo erano
molto dannosi per la giovent, e tutto quel che vedevo serviva solo a corrompermi. Anche se non avessi visto quello che
succedeva da Casilda, da Costanza e dalle altre commedianti, la vita che si conduceva in casa di Arsenia sarebbe bastata
per perdermi. Oltre quei vecchi signori di cui ho gi parlato, venivano in casa padroncini e ragazzi di buona famiglia ai
quali gli usurai avevano dato modo di spendere; qualche volta venivano anche dei consiglieri di amministrazione, che,
invece di ricevere il gettone di presenza come nelle loro assemblee, dovevano pagare col per essere presenti.
Florimonda, che abitava in una casa vicina a quella di Arsenia, pranzava e cenava tutti i giorni con lei. Erano
talmente unite che la gente se ne meravigliava. Sorprendeva che due cortigiane andassero cos d'accordo, e si pensava che
presto o tardi avrebbero litigato a causa di qualche cavaliere; ma le si conosceva male. Una solida amicizia le univa.
Invece di esser gelose, come le altre donne, loro facevano vita comune. Preferivano spartirsi le spoglie degli uomini che
disputarsene scioccamente i sospiri.
Laura, seguendo l'esempio di quelle due illustri socie, approfittava anche lei della sua giovent. Me l'aveva detto
che ne avrei viste di belle! E tuttavia io non feci il geloso; avevo promesso di uniformarmi al sistema della compagnia
teatrale. Per qualche giorno dissimulai. Mi accontentai di chiederle il nome di quegli uomini coi quali la vedevo in una
conversazione tutta particolare. Ogni volta lei mi diceva che era uno zio o un cugino. Quanti parenti aveva! Bisogna dire
che la sua famiglia era pi numerosa di quella di Priamo. La servetta non si limitava agli zii e ai cugini; qualche volta
andava ad adescare anche degli estranei, e a far la vedova di alto rango in casa di quella buona vecchia, di cui ho gi
parlato. Per dare al lettore un'idea precisa di quello che era Laura, dir infine che essa era cos giovane, cos graziosa e cos
puttana come la sua padrona, la quale non aveva su di lei altro vantaggio di quello di divertire pubblicamente il suo
pubblico.
Per tre settimane mi lasciai trascinare dalla corrente, dandomi ad ogni genere di piaceri. Debbo dire per che, in
mezzo a tali piaceri, sentivo spesso dentro di me un certo rimorso dovuto alla mia educazione, che mi rendeva amaro il
godimento. La dissolutezza non trionf sui rimorsi: al contrario, essi aumentavano quanto pi mi davo ai piaceri, e, in
virt del mio buon carattere, le sregolatezze della vita dei commedianti cominciarono a farmi orrore. Ah! miserabile,
dicevo a me stesso, cos che corrispondi alle aspettative della tua famiglia? Non stato abbastanza ingannarla
imboccando una strada diversa da quella di precettore? La tua condizione servile deve proprio impedirti di essere un uomo
onesto? Ti conviene restare con questa gente piena di vizi? Gli uni sono schiavi dell'invidia, della collera e dell'avarizia,
gli altri sono senza pudore; questi sono intemperanti e pigri, quelli orgogliosi e insolenti. Ho deciso; non voglio continuare
a vivere in compagnia dei sette peccati mortali.

LIBRO QUARTO
I GIL BLAS, NON ESSENDOSI POTUTO ABITUARE AI COSTUMI DEI COMMEDIANTI, LASCIA IL
SERVIZIO DA ARSENIA E TROVA UNA CASA PI ONESTA

Quel tanto di religione e di senso dell'onore che mi era rimasto in mezzo a tanta corruzione, mi spinse non solo ad
andarmene da Arsenia, ma anche a rompere con Laura, che tuttavia non potevo fare a meno di amare, pur conoscendo le
sue infedelt. Felice colui che pu approfittare dei momenti in cui la ragione riesce ad avvelenare i piaceri che l'hanno
troppo invischiato!
Una bella mattina, feci fagotto, e senza fare i conti con Arsenia, che per verit non mi doveva quasi niente, e
senza congedarmi dalla mia cara Laura, lasciai quella casa in cui si respirava soltanto aria di dissolutezza. Avevo appena
fatto quell'azione meritoria, che la Provvidenza me ne dette la ricompensa. Incontrai l'amministratore del fu don Mattia,
mio antico padrone, lo salutai: lui mi riconobbe e mi ferm per domandarmi da chi ero a servizio. Risposi che proprio da
un istante ero libero; che dopo esser stato a servizio quasi un mese, per salvare la mia innocenza, mi ero licenziato da
Arsenia, i costumi della quale lasciavano troppo a desiderare. L'amministratore, quasi fosse per sua natura uomo retto,
approv la mia sensibilit, e mi disse che voleva lui stesso trovarmi un buon posto, poich ero un ragazzo cos timorato.
Mantenne la promessa, e fin da quel giorno mi sistem presso don Vincenzo de Guzman, il cui procuratore era suo amico.
Non avrei potuto entrare in una casa migliore, e non mi sono in seguito mai pentito di aver accettato quel posto.
Don Vincenzo era un vecchio signore ricchissimo, da molti anni viveva felice, senza processi e senza moglie, che i medici
gli avevano tolto per guarirla di una tosse che non avrebbe potuto impedirle di vivere ancora molti anni, se lei non avesse
preso le medicine da loro prescritte. Invece di pensare a risposarsi, don Vincenzo si era dedicato esclusivamente
all'educazione della sua unica figlia Aurora che, a quel tempo, era entrata nel ventiseiesimo anno di et, e mostrava di
essere persona compitissima. Era di una bellezza non comune, di eccellente ingegno e molto colta. Suo padre era di
un'intelligenza limitata, ma sapeva far bene i suoi affari. Aveva un difetto che bisogna perdonare alle persone anziane: gli
piaceva parlare molto, e soprattutto di guerre e di combattimenti. Se per disgrazia si toccava questo tasto in sua presenza,
immediatamente faceva squillare la tromba dell'eroismo, e i suoi ascoltatori potevano dirsi fortunati quando se la
cavavano con la descrizione di due assedi e di tre battaglie. Siccome aveva passato due terzi della sua vita sotto le armi, la
sua memoria era una sorgente inestinguibile di una serie di gesta, che non sempre si ascoltavano con quel piacere con cui
egli le raccontava. Aggiungete che era balbuziente e prolisso, e questo non rendeva molto piacevole il suo modo di
narrare. Del resto, non ho mai visto un gentiluomo di cos buon carattere; di umore sempre uguale: non era n testardo, n
capriccioso: cosa notevole in un gentiluomo. Quantunque sapesse amministrare bene il suo patrimonio, viveva con molto
decoro. Aveva diversi camerieri e tre cameriere al servizio di Aurora. Mi resi subito conto che l'amministratore di don
Mattia mi aveva procurato un buon posto, e pensai bene di mantenermelo. Cominciai a studiare il terreno, e cercai di
capire le tendenze degli uni e degli altri; regolandomi in conseguenza, non tardai a conquistarmi l'affabilit del mio
padrone e di tutti i domestici.
Era gi passato pi di un mese dacch ero entrato in casa di don Vincenzo, quando mi accorsi che sua figlia mi
prediligeva fra tutti i servitori. Ogni volta che mi guardava, mi sembrava di notare nei suoi sguardi una specie di
compiacimento che non c'era quando guardava gli altri. Se non avessi frequentato dei padroncini e dei commedianti, non
avrei mai supposto che Aurora sospirasse per me; ma ero stato alquanto guastato dalla convivenza con quella gente,
presso la quale anche le donne di alto rango non sono sempre irreprensibili. Se, dicevo fra me, si deve credere a quegli
istrioni, qualche volta anche le nobildonne hanno dei capricci di cui loro approfittano: chiss che anche la mia padrona
non abbia uno di quei capricci? Ma no, soggiunsi dopo un istante, non posso proprio crederlo. Lei non una di quelle
Messaline che, smentendo la nobilt dei loro natali, abbassano i loro sguardi fin nella polvere, e si disonorano senza
arrossire; lei piuttosto una di quelle ragazze virtuose, ma sensibili, che, soddisfatte dei limiti in cui la loro virt
circoscrive la loro tenerezza, non si creano scrupoli di ispirare e di sentire un affetto delicato che le diverta senza
pericolo.
Cos giudicavo la mia padrona, senza per altro sapere con precisione quale contegno dovevo tenere. Tuttavia sta
di fatto che, quando mi guardava, mi sorrideva e mostrava di vedermi con piacere. Credo che chiunque, senza passare da
sciocco, avrebbe potuto illudersi, e anch'io non potei farne a meno. Pensai che Aurora apprezzasse molto le mie doti, e da
quel momento mi considerai uno di quei fortunati domestici ai quali l'amore rende dolce il servire. Per essere in qualche
modo meno indegno del bene che la mia buona stella mi faceva presentire, cominciai ad avere maggior cura della mia
persona, e strologai cosa potevo fare per rendermi pi gradito. Per comperare biancheria, pomate e profumi spesi tutti i
soldi che avevo. La mattina, la prima cosa che facevo era quella di acconciarmi con cura e di profumarmi, per non farmi
vedere trascurato, nel caso dovessi presentarmi alla mia padrona. Con questa accuratezza nel vestirmi e con l'attenzione
che ponevo nel rendermi gradito, mi lusingavo che la mia felicit non sarebbe stata molto lontana.
Fra le cameriere di Aurora ce ne era una che si chiamava Ortiz. Era una vecchia che da pi di venti anni stava in
casa di don Vincenzo, e che, avendone allevato la figlia, conservava ancora la qualifica di governante, senza tuttavia farne
la parte pi odiosa. Al contrario, invece di scoprire gli altarini di Aurora, come faceva quando la ragazza era piccola,
adesso si preoccupava di nasconderli. In tal modo godeva la piena fiducia della padrona. Una sera la signora Ortiz, colta
l'occasione di parlarmi da sola a solo, mi disse a bassa voce che, se fossi stato prudente e discreto, avrei dovuto trovarmi a
mezzanotte in giardino, dove sarei stato informato di qualche cosa che non mi avrebbe fatto dispiacere. Stringendo la
mano alla governante, le dissi che non avrei mancato all'appuntamento, e subito ci separammo per paura di venire
scoperti. A questo punto non ebbi pi dubbi: avevo suscitato una passione nella figlia di don Vincenzo, e ne provai una
gioia che feci fatica a contenere. Interminabile mi parve il tempo trascorso per arrivare alla cena, sebbene si cenasse assai
presto, e poi quello che occorse perch il mio padrone andasse a letto! Quella sera mi pareva che tutto andasse
straordinariamente a rilento. Per di pi, quando don Vincenzo si fu ritirato nella sua stanza, invece di pensare ad andare a
letto, cominci a rifriggere il racconto delle sue campagne in Portogallo, una narrazione con la quale mi aveva gi spesso
stordito. Ma, cosa che ancora non aveva fatto, e che, proprio per quella sera mi aveva riserbato, mi fece l'elenco dei nomi
di tutti gli ufficiali che si erano distinti, e mi narr le loro gesta. Che sofferenza fu per me doverlo ascoltare fino alla fine!
Finalmente smise di parlare e and a letto. Io andai subito nella mia cameretta dalla quale, per una scala secondaria, si
scendeva in giardino. Mi profumai tutto il corpo, mi misi una camicia bianca dopo averla anch'essa profumata, e, quando
pensai di non aver dimenticato nulla di quello che mi parve potesse contribuire a lusingare l'amor proprio della mia
padrona, andai al luogo dell'appuntamento.
Ma la Ortiz non c'era. Io pensai subito che, annoiata dalla lunga attesa, se ne fosse tornata in casa, e che il
momento propizio per il mio amore fosse ormai passato. Maledissi don Vincenzo e le sue campagne di guerra, ma, proprio
in quel momento, sentii l'orologio battere le dieci. Credetti che l'orologio fosse guasto perch mi pareva che dovesse
essere almeno l'una dopo mezzanotte. Per mi ingannai, perch, dopo un buon quarto d'ora, un altro orologio batt ancora
le dieci. Benissimo, dissi allora fra me, non ho che due ore giuste da aspettare. Almeno non si lamenteranno della mia
puntualit. Ma che cosa debbo fare fino a mezzanotte? Andr avanti e indietro per il giardino, e mi preparer per la parte
che debbo rappresentare, del tutto nuova per me. So benissimo che cosa bisogna fare con le puttanelle e con le
commedianti, ma non sono ancora preparato per i capricci delle nobildonne. Le prime ti abbordano familiarmente,
andando direttamente allo scopo, ma con le persone nobili bisogna usare un'altra tattica. Ritengo che lo spasimante debba
essere cortese, compiacente, tenero e rispettoso, senza per altro apparir troppo timido. Invece di voler affrettare l'ora della
felicit con un atteggiamento appassionato, bisogna saper cogliere il giusto momento di debolezza.
Questi furono i miei pensieri e, conseguentemente, decisi di seguire con Aurora quella linea di condotta. Gi mi
figuravo che dopo poco tempo avrei avuto la gioia di gettarmi ai piedi di quella amabile donna, e di dirle un'infinit di frasi
appassionate. Richiamai perfino alla memoria quei passi dei drammi teatrali che avrebbero potuto essere adatti per il
nostro abboccamento e di farmi cos onore. Speravo che, a somiglianza di qualche attore di mia conoscenza, avrei fatto la
figura di uomo di ingegno, sebbene fosse soltanto un esercizio di memoria. Immerso in questi pensieri, pi soddisfacenti
per la mia impazienza degli sproloqui militari del mio padrone, sentii suonare le undici. Bene, bene, dissi fra me, ho
solo sessanta minuti da aspettare; armiamoci di pazienza. Mi feci coraggio e tornai alle mie fantasticherie, un po'
passeggiando, e un po' seduto in un chiosco in fondo al giardino. Finalmente son mezzanotte, l'ora attese da tanto tempo.
Qualche minuto dopo apparve Ortiz, anche lei puntuale, ma meno impaziente di me. Signor Gil Blas, mi disse quando
mi fu vicina, quant' che mi aspettate? Due ore, le risposi. Ah! per bacco! esclam facendosi una bella risata a mie
spese, siete proprio puntuale: un piacere fissare con voi degli appuntamenti notturni. vero per, continu a dire
tornando a esser seria, che la fortuna che sto per annunciarvi assolutamente impagabile. La mia padrona vuol avere un
abboccamento segreto con voi, e mi ha ordinato di farvi passare nelle sue stanze dove sta ad aspettarvi. Non posso dirvi
altro: il resto un segreto che verrete a sapere dalla bocca della signora. Seguitemi; io vi precedo. Cos dicendo mi prese
per mano e, passando attraverso una porticina di cui lei sola aveva la chiave, mi condusse con aria di mistero nella camera
della sua padrona.

II COME AURORA RICEVETTE GIL BLAS E QUALE FU LA LORO CONVERSAZIONE

Aurora era in veste da camera, e questo mi rallegr molto. La salutai con il massimo rispetto, e nel modo pi
garbato possibile. Lei mi accolse sorridendo, e mi fece sedere vicino a s, nonostante la mia esitazione; poi - cosa che
port al colmo il mio entusiasmo - disse alla sua ambasciatrice di lasciarci soli. Quando questa fu uscita, mi disse: Signor
Gil Blas, vi sarete certamente accorto dei miei sguardi benevoli e della preferenza che d a voi in confronto agli altri
domestici di mio padre; e, anche se non ve ne foste accorto, il mio passo di stanotte non pu lasciarvi alcun dubbio.
Non le lasciai il tempo di dire di pi. Credetti che da uomo corretto dovevo risparmiare al suo pudore l'imbarazzo
di parlare pi chiaramente. Mi alzai di scatto, e, gettandomi ai piedi di Aurora, come un eroe di teatro si getta alle
ginocchia della sua principessa, esclamai in tono declamatorio: Ah! signora; pur vero! proprio a me che sono dirette
le vostre parole? possibile che Gil Blas, fino adesso lo zimbello della fortuna e il rifiuto della societ, abbia potuto
ispirarvi dei sentimenti... Non parlate cos forte, mi interruppe ridendo la mia padrona, altrimenti sveglierete le mie
cameriere che dormono nella stanza accanto. Alzatevi, riprendete il vostro posto, e ascoltatemi fino in fondo, senza
interrompermi. S, Gil Blas, continu, tornando ad esser seria, ho dell'affetto per voi, e per darvi la prova della mia
stima vi sveler un segreto a cui legata la tranquillit del mio avvenire. Sono innamorata di un giovane cavaliere, bello,
aitante nella persona e di illustri natali; si chiama don Luigi Pacheco. Lo incontro qualche volta alla passeggiata e agli
spettacoli, ma non ho mai parlato con lui. Non conosco neppure il suo carattere, n so se sia irreprensibile dal punto di
vista morale. questo che vorrei sapere con precisione. Avrei bisogno di un uomo che si informasse con cura dei suoi
costumi, e me ne riferisse con assoluta sincerit. Fra tutti i nostri domestici ho scelto voi. Credo che non corro alcun
rischio affidandovi questa missione. Spero che riuscirete a cavarvela con tanta abilit e discrezione, da non farmi pentire
di avervi dato la mia fiducia.
La mia padrona si tacque in attesa della mia risposta. Io sul momento ero rimasto molto sconcertato per aver
preso un granchio cos spiacevole, ma mi ripresi subito e, vincendo la vergogna che sempre frutto di una temerit
sfortunata, mostrai alla signora di essere pronto a soddisfare il suo desiderio con tanto zelo, e a dedicarmi al suo servizio
con tanto ardore, che, se non riuscii a toglierle dalla testa il sospetto che io avevo pazzescamente creduto al suo amore per
me, potei almeno farle vedere che ero in grado di rimediare a quella mia balordaggine. Le chiesi soltanto due giorni di
tempo per ragguagliarla sul conto di don Luigi. Allora la mia padrona chiam la signora Ortiz, che mi ricondusse in
giardino, e che prima di lasciarmi mi disse con aria motteggiatrice: Buona notte, Gil Blas, non ho bisogno di
raccomandarvi di venire per tempo al primo appuntamento; conosco troppo la vostra puntualit per essere preoccupata.
Ritornai in camera mia piuttosto indispettito per la delusione provata, ma fui abbastanza ragionevole per
consolarmene. Riflettei che, in fondo, mi conveniva di pi essere il confidente della mia padrona, piuttosto che il suo
amante. Pensai anche che questo avrebbe potuto portarmi qualche notevole vantaggio, poich i sensali d'amore sono
ordinariamente ricompensati assai bene, e perci andai a letto risoluto a far quello di cui Aurora mi aveva dato l'incarico.
L'indomani uscii presto di casa per mettermi all'opera. Non mi fu difficile scoprire dove abitava don Luigi, e cominciai a
informarmi sul suo conto; ma coloro a cui mi ero rivolto non poterono soddisfare completamente la mia curiosit, sicch
fui costretto a continuare le mie ricerche il giorno seguente. Questa volta fui pi fortunato. Per puro caso incontrai per la
strada un giovanotto che conoscevo, e ci fermammo a chiacchierare. In quel mentre pass un amico suo che si un a noi, e
ci raccont che era stato licenziato da don Giuseppe Pacheco, padre di don Luigi, per un quartino di vino che era stato
accusato di aver bevuto. Naturalmente io non persi una cos bella occasione per informarmi di quello che desideravo
conoscere, e, a forza di far domande, venni a sapere tante di quelle cose, che tornai a casa soddisfatto di poter mantenere
l'impegno che avevo preso con la mia padrona. Dovevo tornare da lei la notte seguente, alla stessa ora e nello stesso modo
della prima volta. Ma quella sera non fui cos smanioso, e, invece di sopportare impazientemente gli sproloqui del mio
padrone, fui io a portare il discorso sulle campagne di guerra. Aspettai la mezzanotte con la pi grande tranquillit del
mondo, e, soltanto dopo aver sentito battere le ore a diversi orologi scesi in giardino, senza impomatarmi n profumarmi:
anche questa era una cosa che avevo imparato.
All'appuntamento trovai la fedele governante che maliziosamente mi rimprover di aver ridotto di parecchio la
mia puntualit. Non le detti risposta, e insieme andammo nell'appartamento di Aurora che, appena mi vide, mi domand
se mi ero ben informato sul conto di don Luigi, e se avevo potuto raccogliere molte notizie. S, signora, le risposi ne ho
abbastanza per soddisfare la vostra curiosit. Anzitutto vi dir che sta per partire per Salamanca, dove deve terminare i
suoi studi. Stando a quello che mi hanno detto, un giovane cavaliere, probo e uomo d'onore. Coraggio ne ha da vendere,
poich gentiluomo e castigliano. Inoltre ha molto ingegno e garbatissime maniere; ma, quello che forse non sar di
vostro gradimento, e che tuttavia non posso dispensarmi dal dirvi, che ha tendenze un po' troppo simili a quelle dei
giovani signori, vale a dire terribilmente libertino. Sapete che alla sua et ha gi successivamente mantenuto due
commedianti? Che dite mai? mi interruppe Aurora, Che scostumato! Ma Gil Blas, siete sicuro che conduca una vita
cos licenziosa? Non ne dubito punto, risposi, me l'ha detto un cameriere che stato licenziato stamattina, e i
camerieri sono sinceri quando parlano dei difetti dei loro padroni. D'altra parte don Luigi frequenta don Alessio Segiar,
don Antonio Centelles e don Ferdinando de Gamboa: basta questo per provare in modo convincente la sua licenziosit.
Basta cos, Gil Blas, disse allora sospirando la mia padrona, in base a quello che mi avete detto, cercher di combattere
questo indegno amore che, nonostante sia profondamente radicato nel mio cuore, non dispero di vincere. Andate, ora,
continu a dire Aurora, mettendomi in mano una borsa piccola, ma non vuota, questo per il vostro disturbo. Ma, mi
raccomando, non svelate a nessuno il mio segreto; pensate che l'ho affidato alla vostra discrezione.
Assicurai la mia padrona che io ero l'Arpocrate dei camerieri di fiducia, e che poteva star tranquilla. Poi me ne
andai, impaziente di vedere che cosa c'era dentro alla borsa: vi trovai venti doppie. Pensai subito che Aurora, che aveva
pagato cos bene una brutta notizia, me ne avrebbe date sicuramente di pi se la notizia fosse stata buona. Mi pentii di non
aver imitato i funzionari della giustizia, che qualche volta deformano la verit nei loro processi verbali. Ero spiacente di
aver distrutto sul nascere un'avventura galante, che se non mi fossi stupidamente piccato di essere sincero, mi sarebbe
stata in seguito molto vantaggiosa. Tuttavia mi consolai pensando che ero stato indennizzato delle spese che, tanto a
sproposito, avevo fatto per pomate e profumi.

III GRANDE CAMBIAMENTO IN CASA DI DON VINCENZO E STRANA DECISIONE CHE L'AMORE
FECE PRENDERE AD AURORA

Poco tempo dopo il fatto che ho narrato, il signor don Vincenzo si ammal. Anche se la sua et non fosse stata
cos avanzata, i sintomi della malattia furono cos violenti, tali da far ritenere che la sua fine sarebbe stata ormai prossima.
Subito all'inizio della malattia furono fatti venire i due pi famosi medici di Madrid, che erano il dottor Andros e il dottor
Oquetos. Esaminarono attentamente l'ammalato, e ambedue furono d'accordo nel diagnosticare che gli umori erano in
violenta agitazione; ma l'accordo si limit alla diagnosi. Uno dei medici voleva che il malato prendesse subito una purga,
mentre l'altro sosteneva la necessit di aspettare a purgarlo. necessario, disse Andros, affrettarsi a purgare gli umori,
anche se allo stato fluido, mentre sono agitati violentemente dal flusso e dal riflusso, affinch non si vadano a fissare in
qualche organo nobile. Oquetos, al contrario, sostenne che bisognava aspettare che gli umori si ispessissero, prima di
ingerire il purgante. Ma il vostro metodo, replic il primo, in netto contrasto con quello del principe della medicina.
Ippocrate consiglia il purgante fin dai primi giorni, quando la febbre alta, e dice formalmente che bisogna essere pronti
a purgare quando gli umori sono in orgasmo ossia in violenta agitazione. Ecco dov' il vostro errore, replic
Oquetos, Ippocrate col vocabolo orgasmo non intende l'agitazione violenta, bens l'ispessimento degli umori.
I nostri dottori cominciano a scaldarsi. L'uno si riferisce al testo greco, e cita gli autori che l'hanno inteso come
lui; l'altro, fidandosi di una traduzione latina, sostiene con forza ancor maggiore la propria versione. A chi dei due
credere? Don Vincenzo non era certo in grado di risolvere la questione. Tuttavia, dovendo decidere, dette la preferenza a
quel medico che aveva mandato al Creatore un maggior numero di pazienti, ovverosia al pi vecchio. Allora Andros, che
era il pi giovane, si ritir, non senza lanciare al suo collega pi anziano qualche frizzo sull'interpretazione
dell'orgasmo. Ecco dunque che Oquetos trionf, e siccome seguiva i principi del dottor Sangrado, cominci a far
salassare abbondantemente l'ammalato, aspettando a purgarlo che gli umori si fossero ispessiti; ma la morte, temendo
sicuramente che una purga, cos saggiamente differita, le strappasse la preda, prevenne l'ispessimento e si port via il
paziente. Questa fu la fine del signor don Vincenzo, che perse la vita perch il suo medico curante non aveva studiato il
greco.
Aurora, dopo aver fatto a suo padre un funerale degno di un uomo del suo rango, avoc a s l'amministrazione del
suo patrimonio. Divenuta padrona di se stessa, licenzi alcuni domestici, dando loro una buona uscita corrispondente alle
loro mansioni, e si ritir senza indugio in un castello di sua propriet sulle rive del Tago, fra Sacedon e Buendia. Io fui di
quelli che restarono, e che la seguirono in campagna, ed ebbi persino la fortuna di rendermi indispensabile. Nonostante la
relazione fedele che le avevo fatto in merito a don Luigi, lei lo amava ancora, o, piuttosto, non potendo vincere il suo
amore, si era abbandonata alla sua passione. Ormai non aveva pi bisogno di usare precauzioni per parlarmi da sola a solo.
Perci mi chiam, e mi disse con un sospiro: Gil Blas, non posso dimenticare don Luigi; per quanti sforzi faccia per
scacciarlo dai miei pensieri, la sua immagine mi continuamente presente, ma non come tu me l'hai dipinto, immerso
nelle dissolutezze, ma come io vorrei che fosse: tenero, amoroso, costante. Era molto commossa mentre diceva queste
parole, e non pot trattenere qualche lacrima. Poco manc che mi mettessi a piangere anch'io, tanto fui turbato da quelle
lacrime. La mia sensibilit le fu certamente di grande conforto. Amico mio, disse asciugandosi i suoi begli occhi, vedo
che hai una natura sensibile, e sono tanto soddisfatta del tuo zelo, che ti prometto che lo compenser molto bene. Il tuo
aiuto, mio caro Gil Blas, mi ora pi che mai necessario. Mi venuta un'idea che ora ti comunicher, e che ti parr molto
strana. Voglio partire al pi presto per Salamanca. L, voglio travestirmi da cavaliere, e, sotto il nome di don Felice, fare
la conoscenza con Pacheco; cercher di guadagnare la sua fiducia e la sua amicizia; gli parler spesso di Aurora de
Guzman, facendomi credere suo cugino. Pu darsi che lui desiderer conoscerla, ed qui che lo voglio. A Salamanca noi
prenderemo due appartamenti: in uno sar don Felice, e nell'altro Aurora; e facendomi vedere da don Luigi, ora travestita
da uomo, ora nei miei propri panni, mi lusingo di indurlo a poco a poco a corrispondere al mio desiderio. Capisco
anch'io, aggiunse ancora, che il mio progetto assai stravagante, ma sono spinta dalla passione, e la purezza delle mie
intenzioni contribuisce a farmi decidere di intraprendere il tentativo che voglio arrischiare.
Io la pensavo come Aurora in merito al carattere di quel progetto. Mi pareva insensato. Tuttavia, pur
considerandolo irragionevole, mi guardai bene dal fare il pedagogo. Al contrario, indorando la pillola, cercai di dimostrare
che quell'idea pazza non era, in fondo, che una trovata geniale, piacevole e senza conseguenze. Non mi ricordo pi quello
che le dissi per dimostrarglielo, ma lei accett il mio ragionamento, poich gli amanti sono ben lieti di venir lusingati nelle
loro pi grandi follie. Considerammo perci quell'impresa temeraria una semplice commedia, per la quale bisognava
soltanto ben orchestrarne la rappresentazione. Scegliemmo gli attori fra i domestici, poi distribuimmo le parti; e questo si
pot fare senza clamori e senza litigi, perch non eravamo commedianti di professione. Si decise che la signora Ortiz
avrebbe fatto la parte della zia di Aurora, col nome di donna Ximena de Guzman, e che sarebbero state date due cameriere,
e che Aurora, travestita da gentiluomo, avrebbe avuto me come suo cameriere, oltre a una delle cameriere, travestita da
paggio per servirla personalmente. Stabilite cos le diverse parti, ritornammo a Madrid, dove fummo informati che don
Luigi vi si trovava ancora, ma era in procinto di partire per Salamanca. Facemmo fare con grande sollecitudine gli abiti di
cui avevamo bisogno. Appena pronti, li imballammo in attesa di servircene a tempo e a luogo. Quindi, lasciando la
sorveglianza della casa all'amministratore, Aurora, io e tutti i domestici che avevano una parte in quella commedia,
partimmo in carrozza, tirata da quattro mule, verso il regno di Leone.
Avevamo gi attraversato la Vecchia Castiglia, quando si ruppe un asse della carrozza. Eravamo in una localit
fra Avila e Villaflor, a tre o quattrocento passi da un castello che si scorgeva ai piedi di una montagna. Si approssimava la
notte e ci trovavamo in grande imbarazzo, quando, per caso, sopraggiunse un contadino, che, senza metterci nulla del suo,
ci tolse d'impiccio. Ci inform che il castello che vedevamo apparteneva a donna Elvira de Pinares, e ci parl tanto bene di
quella signora, che la mia padrona mi mand al castello per chiedere da parte sua di ricoverarci per una notte. Elvira non
sment l'affermazione del contadino, pur considerando che io feci la commissione in maniera tale, che, se anche non fosse
stata la persona pi gentile del mondo, si sarebbe decisa ad accoglierci; mi ricevette con molta grazia, e ai miei
complimenti dette la risposta che desideravo. Cos andammo tutti al castello, dove le mule trascinarono pian piano la
carrozza. Sulla porta, la vedova di don Pedro ricevette la mia padrona. Non star a raccontare lo scambio di frasi imposte
dall'educazione in tali frangenti; dir soltanto che Elvira era una vecchia signora che sapeva adempiere, meglio di
qualsiasi altra signora, i doveri dell'ospitalit. Condusse la mia padrona in una stanza arredata lussuosamente, dove la
lasci affinch prendesse un po' di riposo, quindi si occup minuziosamente di noi. Poi, quando la cena fu pronta, dette
ordine che venisse servita nella camera dov'era Aurora, e si mise a tavola con lei. La vedova di don Pedro non era una di
quelle persone che non fanno onore ai pasti, assumendo un'aria pensosa o triste. Era di umor gaio, e sosteneva
piacevolmente la conversazione. Si esprimeva in modo forbito ed elegante, e io ne ammirai lo spirito e la finezza del modo
in cui manifestava i propri pensieri. Anche Aurora, al pari di me, ne fu entusiasmata. Le due signore divennero amiche, e
si promisero di mantenere viva per il futuro una corrispondenza epistolare. Poich la nostra carrozza poteva venir riparata
soltanto il giorno seguente, per evitare il rischio di partire troppo tardi, fu deciso che saremmo rimasti al castello anche
l'indomani. A noi domestici furono servite per cena vivande a profusione, e potemmo andare a dormire cos comodamente
come ottimamente avevamo mangiato.
Il giorno appresso la mia padrona ebbe modo di apprezzare altre buone qualit di Elvira nella conversazione che
ebbe con lei. Il pranzo fu servito in un salone, alle pareti del quale erano appesi numerosi quadri. Fra di essi ce n'era uno in
cui le figure erano meravigliosamente rappresentate, ma che offriva all'occhio dell'osservatore uno spettacolo assai
tragico. Vi era dipinto un cavaliere morto, riverso per terra e immerso nel suo sangue; e, pur essendo morto, aveva un
aspetto minaccioso. Vicino a lui era una giovane signora, anch'essa stesa per terra, ma in un atteggiamento tutto diverso.
Con una spada immersa nel petto, si vedeva che stava morendo, e il suo sguardo era fisso su di un giovane che sembrava
in preda a un mortale dolore nell'imminenza di perdere la donna. Sul quadro il pittore aveva raffigurato anche una figura
che non sfugg alla mia attenzione: era un vecchio di bell'aspetto, che, vivamente turbato dalla vista di quello spettacolo, si
mostrava non meno commosso del giovane. Si sarebbe detto che quelle immagini di sangue, pur turbando in egual modo
i due uomini, avessero per prodotto impressioni diverse. Il vecchio, profondamente triste, sembrava accasciato, mentre
nello sguardo del giovane si poteva leggere l'afflizione mescolata al furore. Tutte queste immagini erano dipinte in modo
cos vero, che non potevamo saziarci di guardare quel quadro. La mia padrona chiese quale dramma rappresentasse quel
dipinto. Signora, le disse Elvira, un quadro fedele delle disgrazie successe alla mia famiglia. Questa risposta
provoc la curiosit di Aurora, la quale mostr tale un desiderio di saperne di pi, che la vedova di don Pedro non pot
rifiutarsi di prometterle che avrebbe soddisfatto il suo desiderio. Questa promessa, che fu fatta in presenza mia, di Ortiz e
delle sue due compagne, ci trov dopo il pasto riuniti tutti e quattro in quel salone. La mia padrona voleva mandarci via;
ma Elvira, che si era accorta che anche noi morivamo dalla voglia di sentire la spiegazione del quadro, ebbe la bont di
farci restare, dicendo che la storia che stava per raccontarci non era tale da richiedere di rimanere segreta. Poi cominci
senz'altro il racconto.

IV MATRIMONIO PER VENDETTA

Ruggero, re di Sicilia, aveva un fratello e una sorella. Il fratello, che si chiamava Manfredi gli si ribell, e
provoc una guerra intestina rovinosa e cruenta: ebbe per la disgrazia di perdere due battaglie, e di cadere nelle mani del
re che, come punizione, si limit a privarlo della libert. Quella clemenza ebbe l'effetto di far passare Ruggero per un
barbaro agli occhi di una parte dei suoi sudditi. Molti infatti dicevano che, se aveva risparmiato la vita a suo fratello, lo
aveva fatto soltanto allo scopo di vendicarsi in modo lento e disumano. Ma gli altri, con maggior fondamento, imputavano
alla sorella Matilde i duri trattamenti inflitti in prigione a Manfredi. In realt quella principessa aveva sempre odiato il
fratello, e continu a perseguitarlo finch'egli visse. Ella mor poco dopo di lui, e questa morte fu considerata una giusta
punizione per il suo odio snaturato.
Manfredi lasci due figli ancora bambini. Ruggero ebbe la tentazione di disfarsene, per paura che, una volta
cresciuti, il desiderio di vendicare il padre li spingesse a ricostituire un partito, che non essendo ancora del tutto debellato,
avrebbe potuto esser causa di nuovi disordini nell'interno del regno. Perci il re parl della cosa col suo ministro, senatore
Leonzio Siffredi, il quale cerc di dissuaderlo dal compiere un tale misfatto, e, per convincerlo, prese l'incarico di educare
lui stesso il primogenito principe Enrico, e consigli di affidare il pi giovane, chiamato don Pedro, alle cure del
conestabile di Sicilia. Ruggero, persuaso che affidando a quei due uomini l'educazione dei nipoti, questi avrebbero
mantenuto verso di lui quella sudditanza che gli dovevano, accett la pro posta, e si prese cura personalmente della nipote
Costanza, che aveva la stessa et di Enrico, ed era figlia unica della principessa Matilde. Le dette maestri e cameriere, e
non risparmi nulla per farle avere un'educazione adeguata.
Leonzio Siffredi aveva un castello a poche leghe da Palermo, nella localit chiamata Belmonte. In quel castello
aveva fatto venire il principe Enrico, con l'impegno di educarlo in modo da renderlo degno di salire un giorno sul trono di
Sicilia. Avendo osservato che il principe aveva delle notevoli buone qualit, gli si affezion come un padre che non avesse
altri figli. E tuttavia aveva due figlie: la primogenita, Bianca, pi giovane di un anno di Enrico, era di una bellezza
perfetta, e la secondogenita, Porzia, che nascendo aveva causato la morte della madre, era ancora in fasce. Bianca ed
Enrico, appena giunti all'et in cui l'amore si desta, si innamorarono l'uno dell'altra, ma non avevano la libert di stare
insieme da soli. Tuttavia il principe riusciva talvolta a coglierne l'occasione, e seppe cos bene approfittare di questi
momenti preziosi, che ottenne dalla figlia di Siffredi il permesso di effettuare un progetto che aveva escogitato. Proprio
allora avvenne che Leonzio, per ordine del re, dovette fare un viaggio in una delle regioni pi lontane dell'isola. Allora
Enrico, approfittando della sua assenza, fece fare un'apertura nel muro del suo appartamento che lo separava dalla camera
di Bianca. Questa apertura era coperta da un pannello di legno scorrevole del tutto invisibile che, adattandosi in modo
perfetto alla parete, non permetteva agli occhi di accorgersene. Un bravo architetto, che era stato incaricato dal principe,
aveva fatto quest'opera con grande abilit e segretezza.
L'appassionato Enrico si introduceva qualche volta nella camera della sua innamorata, ma non abusava mai della
condiscendenza di lei. Se lei aveva avuto l'imprudenza di permettergli un'entrata segreta nella sua camera, l'aveva fatto
soltanto dopo aver ricevuto la promessa che i loro abboccamenti sarebbero sempre stati irreprensibili. Una notte il
principe si accorse che Bianca era molto inquieta; aveva saputo che il re Ruggero era molto ammalato, e che aveva
mandato a chiamare Siffredi per renderlo depositario, in qualit di gran cancelliere, delle sue ultime volont. La
principessa si figurava gi il suo caro Enrico sul trono, e, temendo di perderlo a causa della elevata posizione di lui, si
sentiva stranamente turbata, tanto che, quando il principe entr, lo ricevette con le lacrime agli occhi. Voi piangete,
signora, le disse, a che cosa debbo attribuire tanto dolore? Signore, gli rispose Bianca, non posso nascondervi la
mia paura; vostro zio il re sta per morire, e voi ne sarete il successore. Quando penso che la vostra dignit regale vi
allontaner da me, vi confesso che mi sento turbata. Un re vede le cose con occhio diverso da quello di un amante, e ci
che prima rappresentava il pi importante dei suoi desideri, finch soggiaceva a un potere superiore al suo, diventa cosa da
nulla quando salito sul trono. Sia presentimento, o sia raziocinio, ho nel cuore un'angoscia che non pu essere alleviata
dalla fiducia che ho in voi. Non dubito punto della costanza dei vostri sentimenti, dubito soltanto della mia felicit. Mia
adorata Bianca, replic il principe, i vostri timori lusingano il mio amor proprio, e legittimano il mio affetto per voi; ma
l'eccesso di sfiducia offende il mio amore e, oso dire, la vostra stima per me. No, no, non pensate neppure lontanamente
che il mio destino possa essere separato dal vostro, ma siate certa che soltanto voi sarete sempre la mia gioia, e soltanto voi
potrete farmi felice. Scacciate dunque questa vana paura: deve essa avvelenare il piacere di questi momenti cos dolci?
Ah! Signore, ribatt la figlia di Leonzio, quando avrete sul capo la corona reale, i vostri sudditi potranno volere come
regina una principessa di stirpe reale, e pretendere che il matrimonio apporti nuovi territori allo Stato; e allora, ahim!
allora forse voi vi sentirete in obbligo di corrispondere alle aspettative del popolo, anche in contrasto con le vostre
aspirazioni pi care. Ma perch, replic Enrico con impeto, perch, troppo incline a tormentarvi, volete vedere nero
il futuro? Se Iddio vorr chiamare a s mio zio, e farmi padrone della Sicilia, giuro che ci sposeremo a Palermo, in
presenza di tutta la Corte. Ve lo giuro su ci che pi sacro nel vincolo che ci accomuna.
Le affermazioni di Enrico rassicurarono un poco la figlia di Siffredi. Il resto della conversazione si svolse sulla
malattia del re. Enrico manifest la bont del suo carattere compiangendo la sorte di suo zio, sebbene non avesse motivo
di esserne eccessivamente commosso; e la forza del sangue gli fece provare gran dolore per un sovrano, la cui morte
rappresentava per lui una corona reale. Quanto a Bianca, lei non conosceva ancora le disgrazie che la minacciavano. Il
conestabile di Sicilia, un giorno che era andato al castello di Belmonte per il disbrigo di alcuni affari importanti, vide la
ragazza mentre usciva dall'appartamento di suo padre, e ne rimase colpito. L'indomani stesso la domand in isposa a
Siffredi, che dette il suo consenso; ma il matrimonio venne rimandato, a cagione della sopravvenuta malattia di Ruggero,
e Bianca non ne venne minimamente informata.
Una mattina, Enrico, che aveva allora appena finito di vestirsi, rimase sorpreso di veder entrare nel suo
appartamento Siffredi, seguito da Bianca. Signore, gli disse il ministro, la notizia che vi porto vi far molto dispiacere,
ma un'altra notizia temperer il vostro dolore. Il re vostro zio morto poco fa, e vi lascia, con la sua morte, erede del suo
scettro. Siete divenuto re di Sicilia. I grandi del regno sono a Palermo in attesa di ordini: mi hanno incaricato di riceverli
da voi, e io vengo, insieme a mia figlia, a farvi i primi sinceri omaggi che vi sono dovuti dai vostri nuovi sudditi. Il
principe, che ben sapeva che da due mesi Ruggero era affetto da una malattia che lo distruggeva a poco a poco, non fu
affatto meravigliato per questa notizia. Tuttavia, scosso dal subitaneo cambiamento della sua posizione, sent scatenarsi
nel suo cuore un tumulto di sentimenti diversi. Stette qualche tempo pensoso, poi, rompendo il silenzio, rivolse a Leonzio
le seguenti parole: Mio saggio Siffredi, io vi considero sempre come un padre. Sar mio vanto lasciarmi guidare dai
vostri consigli, e la Sicilia verr governata pi da voi che da me. Detto questo, si avvicin allo scrittoio, prese un foglio di
carta, e scrisse il suo nome a pi della pagina. Cosa volete fare, signore? gli domand Siffredi. Darvi prova della mia
riconoscenza e della mia stima, rispose Enrico. Poi il principe tese a Bianca quel foglio dicendo: Prendete, signora, il
pegno della mia fede, e accettate il potere che vi concedo sulle mie volont. Bianca prese il foglio arrossendo, e disse:
Signore, ricevo con doveroso ossequio l'offerta del mio re, ma io dipendo da mio padre, e voi reputerete forse giusto che
io consegni a lui questo foglio, perch ne faccia quell'uso che gli verr consigliato dalla sua assennatezza.
Cos dicendo, prese il documento di Enrico e lo porse a suo padre. Allora Siffredi comprese ci che era fino ad
allora sfuggito alla sua penetrazione. Cap i sentimenti del principe, e gli disse: Non dar mai motivo a Vostra Maest di
rimproverarmi, e non abuser della confidenza... Mio caro Leonzio, lo interruppe il principe, non abbiate timore di
abusarne. Qualsiasi uso farete di quella carta, avrete la mia approvazione. Ma ora andate, tornate a Palermo, provvedete
alla cerimonia della mia incoronazione, e dite ai miei sudditi che io vi seguir per ricevere il loro giuramento di fedelt, e
per dar loro l'assicurazione del mio affetto. Il ministro obbed agli ordini del suo nuovo signore e, insieme alla figlia, si
avvi verso Palermo.
Qualche ora dopo, anche il principe lasci il castello di Belmonte, pi preoccupato del suo amore che della
dignit regale che andava ad assumere. Quando fu visto comparire in citt, fu accolto da mille grida di gioia; poi, fra due
ali di popolo acclamante, entr nel palazzo reale, dove tutto era gi preparato per la cerimonia, e dove si trovava anche, in
abito di strettissimo lutto, la principessa Costanza, che appariva molto commossa per la morte di Ruggero. Poich era
d'obbligo che si facessero reciprocamente le condoglianze, se la cavarono entrambi con molto spirito, ma Enrico mostr
una certa freddezza nei confronti di Costanza, che, nonostante le discordie passate, non aveva alcun odio verso il principe.
Questi si assise sul trono, mentre la principessa sedette al suo fianco, in una poltrona alquanto pi bassa. I grandi del regno
si sedettero ai posti loro assegnati secondo il rango di ognuno. Allora la cerimonia ebbe inizio: Leonzio, nella sua qualit
di gran cancelliere e di depositario del testamento del defunto Sovrano, cominci a leggere a voce alta l'atto che conteneva
le ultime volont di Ruggero. Questo atto diceva in sostanza che il defunto re, essendo senza figli, nominava suo
successore il nipote, figlio primogenito di Manfredi, alla condizione che sposasse la principessa Costanza, e nel caso per
che lui rifiutasse questo matrimonio, la corona di Sicilia sarebbe passata all'infante don Pedro, suo fratello, con la
medesima clausola.
Tali parole sorpresero in modo singolare il principe Enrico. Ne prov una pena inconcepibile, pena che divenne
ancor maggiore quando Leonzio, dopo aver terminato la lettura del testamento, cos parl all'assemblea: Signori, ho
creduto mio obbligo informare delle ultime volont del defunto re il nostro nuovo monarca, che generosamente
acconsente a onorare della sua mano sua cugina, la principessa Costanza. Sentendo queste parole, Enrico interruppe il
cancelliere. Ma Leonzio, gli disse, ricordatevi del foglio che Bianca... Signore, lo interruppe a sua volta,
precipitosamente, Siffredi, senza dar tempo al principe di spiegarsi, eccolo qui. In questo documento, prosegu a dire
mostrando il documento all'assemblea, i grandi del regno vedranno, testimoniata dalla firma di vostra Maest, la stima
che nutrite per la principessa, e la vostra deferenza per le ultime volont del defunto sovrano vostro zio.
Detto questo, il ministro lesse il contenuto del documento, da lui stesso compilato. Con questo documento il
nuovo re faceva, in forma ortodossa, solenne promessa ai suoi sudditi di sposare Costanza, conformemente ai voleri di
Ruggero. Grandi, prolungate acclamazioni da parte dell'assemblea seguirono quella lettura. Viva il nostro magnanimo re
Enrico! esclamarono a gran voce i presenti. Poich era nota l'avversione che il principe aveva sempre avuto verso la
principessa, si temeva, e con ragione, che si sarebbe ribellato all'imposizione contenuta nel testamento, causando gravi
torbidi nella nazione; ma la lettura del documento, rassicurando i grandi del regno e lo stesso popolo, provoc generali
acclamazioni, che, nel segreto del suo cuore, il monarca sentiva come inesprimibile tormento.
Costanza, che per ambizione e per simpatia aveva partecipato pi di ogni altro agli applausi, approfitt del
momento per esprimere al nuovo re la sua riconoscenza. Questi fece il possibile per contenersi, ma, mentre riceveva gli
ossequi della principessa, era tanto turbato e confuso che non pot dire nemmeno quello che la buona creanza esigeva da
lui. Alla fine, non potendone pi, si accost a Siffredi, che, per la sua carica, era obbligato a stargli abbastanza vicino, e a
bassa voce gli disse: Che cosa avete fatto Leonzio? Il foglio che ho dato a vostra figlia non doveva servire a quello scopo.
Voi tradite...
Signore, lo interruppe ancora una volta in tono reciso Siffredi, pensate alla gloria d'essere re. Se rifiutate di
obbedire al defunto vostro zio, perdete la corona di Sicilia. Appena ebbe terminato di dire queste parole, si allontan
rapidamente per impedire una replica da parte del re. Enrico si trov in estremo imbarazzo; il suo animo era agitato da
un'infinit di sentimenti contrastanti. Era irritato contro Siffredi, non poteva risolversi ad abbandonare Bianca, e, diviso
dal pensiero di lei e da quello contrastante della gloria del trono, fu per molto tempo incerto a che partito appigliarsi. Alla
fine prese una decisione che credette gli desse il mezzo di conservare il trono, senza perdere la figlia di Siffredi. Finse di
sottomettersi alla volont di Ruggero, col proposito per, mentre si attendeva da Roma la dispensa per il matrimonio con
la cugina, di guadagnare a s, con opportuni benefizi, i grandi del regno, e di consolidare la sua potenza in modo da non
esser costretto a soddisfare la condizione imposta dal testamento.
Presa questa risoluzione, divenne pi tranquillo, e, rivoltosi a Costanza, le conferm quello che il cancelliere
aveva letto davanti all'assemblea. Ma proprio nel momento in cui dissimulava fin al punto di impegnarsi verso la
principessa, arriv Bianca nella sala del Consiglio. Giungeva, per ordine di suo padre, a presentare i suoi omaggi alla
principessa, e, mentre stava entrando, ud le parole di Enrico. Per di pi Leonzio, volendo che la figlia non avesse pi
alcun dubbio della sua disgrazia, le disse, presentandola a Costanza: Figlia mia, presentate gli omaggi alla vostra regina,
e auguratele tutto il bene possibile per un regno prosperoso e un felice imeneo. Questo fu un colpo terribile per la
sfortunata Bianca. Invano tent di nascondere il suo dolore; il suo viso divenne prima rosso e poi pallido, e il suo corpo fu
scosso da un tremito. Tuttavia la principessa non ebbe alcun sospetto, avendo attribuito la confusione della fanciulla
all'imbarazzo di una giovanetta educata in un castello e poco avvezza ai modi di Corte. Ma non fu lo stesso per il giovane
re: la vista di Bianca lo scombussol, e la disperazione che lesse nei suoi occhi lo fece andare fuori di s. Cap benissimo
che, stando alle apparenze, lei era convinta della sua infedelt. Se almeno avesse potuto parlarle, la sua angustia si sarebbe
calmata; ma come fare in quel momento in cui tutta la Sicilia aveva, per cos dire, gli occhi su di lui? D'altra parte Siffredi
gli tolse crudelmente ogni speranza. Quel ministro che leggeva nel cuore dei due amanti, e voleva evitare la sventura che
la violenza del loro amore avrebbe potuto causare allo Stato, condusse scaltramente la figlia fuori dalla sala, e con lei si
diresse al castello di Belmonte, risoluto, per pi di una ragione, a maritarla al pi presto.
Arrivati al castello, le fece sapere tutto l'orrore del suo destino. Le dichiar che l'aveva promessa in isposa al
conestabile. Oh! mio Dio! esclam la fanciulla, pervasa da un impeto di dolore che la presenza del padre non fu
sufficiente a reprimere, a quali terribili supplizi avete voluto sottoporre la sciagurata Bianca! L'impeto della passione fu
cos violento, che tutte le facolt dell'anima rimasero sospese. Le si ghiacci il sangue nelle vene, impallid, e cadde
svenuta nelle braccia di suo padre. Questi rest vivamente impressionato dallo stato di sua figlia. Tuttavia, quantunque ne
provasse un grande dolore, non volle decampare dalla sua decisione. Finalmente Bianca riprese i sensi, pi per un accesso
di dolore, che per l'acqua che Siffredo le spruzz sul viso; e quando, aprendo languidamente gli occhi, vide il padre che si
affacendava a soccorrerla, Signore, gli disse con un filo di voce, mi vergogno di mostrarvi la mia debolezza, ma la
morte, che non pu tardare a por fine ai miei tormenti, vi liberer presto di un'infelice figliuola che ha impegnato il suo
cuore senza il consenso paterno. No, mia cara Bianca, rispose Leonzio, non morirete, e la vostra virt riprender su di
voi il suo dominio. La richiesta del conestabile vi fa onore; il migliore partito in tutto il regno... Stimo la sua
personalit e il suo merito, lo interruppe Bianca, ma, signore, il re mi aveva fatto sperare... Figlia mia, la interruppe
a sua volta Siffredi, so tutto quello che potete dire a tal proposito. Non ignoro l'amor vostro per il principe, e non lo
disapproverei in altre circostanze. Anzi, sarei stato disposto a far di tutto per farvi sposare Enrico, se l'interesse della sua
gloria e quello dello Stato non rendessero necessario che lo sposi Costanza. soltanto alla condizione di questo
matrimonio che il defunto re l'ha designato suo successore. Volete che vi preferisca alla corona di Sicilia? Credetemi, io
soffro con voi per il colpo mortale che avete ricevuto. Tuttavia, poich non possiamo andare contro il destino, siate
generosa: ne va del vostro onore non far vedere a tutti che vi siete lusingata con una vana speranza. La vostra passione per
il re darebbe luogo anche a dei pettegolezzi a vostro danno, e il solo modo di evitarli quello di sposare il conestabile.
Insomma, Bianca, non c' ormai pi nulla da fare. Il re vi cede per il trono, sposando Costanza. Il conestabile ha la mia
parola; tenete fede a questo mio impegno, ve ne prego; e se fosse necessaria la mia autorit paterna per farvi risolvere,
ebbene, sappiate che un ordine.
Dopo questo discorso, Siffredi la lasci sola perch riflettesse su quanto le aveva detto. Sperava che, dopo aver
ben ponderato i ragionamenti di cui egli si era servito per far trionfare la virt sulla passione del cuore, lei si sarebbe da se
stessa decisa a concedersi al conestabile. N si ingann: ma a quale prezzo l'afflittissima Bianca prese questa risoluzione!
La sua situazione era ben degna della pi grande piet. Il dolore di vedere che i suoi presentimenti dell'infedelt di Enrico
erano divenuti certezza, e l'essere costretta, perdendo lui, a darsi ad un uomo che non amava, le procurava degli impeti di
disperazione cos violenti che ad ogni istante raddoppiava il suo dolore. Se la mia infelicit sicura, esclamava, come
posso resistere senza morire? Inesorabile destino, perch mai mi concedevi le pi dolci speranze, se poi dovevi
precipitarmi in un orribile abisso? E tu, perfido innamorato, mi prometti eterna fedelt, e poi ti concedi ad un'altra! Hai
potuto dunque cos presto dimenticare la promessa fede? Per punirti di avermi cos crudelmente ingannata, voglia Iddio
che il letto coniugale, insozzato dal tuo spergiuro, sia il teatro dei tuoi rimorsi e non quello dei tuoi piaceri! Che le carezze
di Costanza siano veleno per il tuo cuore infedele! possa il tuo imeneo divenire orribile come il mio! S, traditore, io
sposer il conestabile, che non amo affatto, per vendicarmi di me stessa, per punirmi di aver scelto cos male l'oggetto
della mia folle passione. Poich la mia religione mi proibisce il suicidio, voglio che i giorni che mi restano da vivere siano
soltanto un infelice seguito di afflizioni e tormenti. E se hai ancora per me qualche scintilla d'amore, mi vendicher anche
di te, gettandomi di fronte ai tuoi occhi fra le braccia di un altro; e se poi mi hai completamente dimenticata, la Sicilia
almeno potr vantarsi di avere una figlia che si punita da se stessa per avere troppo leggermente impegnato il suo cuore.
Tale fu il modo in cui quella triste vittima dell'amore e del dovere pass la notte che precedette il suo matrimonio
con il conestabile. Siffredi, trovandola il giorno dopo pronta a far quello che lui desiderava, si affrett ad approfittare di
quella favorevole disposizione d'animo. Lo stesso giorno fece venire a Belmonte il conestabile, e fece celebrare
segretamente il matrimonio nella cappella del castello. Che giornata fu quella per Bianca! Non era stato abbastanza
rinunciare a una corona regale, perdere un uomo amato e darsi a colui che era oggetto di odio; bisognava ancora che
dissimulasse i suoi sentimenti verso un marito ardentemente preso di lei, e logicamente geloso. Questo marito, felice di
possederla, era continuamente ai suoi piedi. Non le lasciava neppure la triste consolazione di piangere in segreto la sua
infelicit. Quando venne la notte, la figlia di Leonzio sent raddoppiare il suo affanno. Ma che cosa ne fu di lei, quando,
dopo essere stata spogliata dalle sue cameriere, si trov sola col conestabile? Egli le chiese rispettosamente la causa del
suo abbattimento, e Bianca, imbarazzata, finse di sentirsi male. L per l suo marito le credette, ma questa convinzione non
dur a lungo. Veramente preoccupato dello stato in cui si trovava la moglie, la preg di mettersi a letto, ma la donna, mal
interpretando l'invito del conestabile, che risvegli in lei un'immagine odiosa, non pot pi frenarsi, e dette libero sfogo ai
suoi sospiri e alle lacrime. Che scena per un uomo che aveva creduto di aver raggiunto la sognata felicit! A questo punto
egli non ebbe pi dubbi: la disperazione di sua moglie racchiudeva certamente qualche cosa di sinistro per il suo amore.
Tuttavia, nonostante che questa constatazione lo mettesse in una situazione quasi altrettanto dolorosa di quella di Bianca,
ebbe la forza di dissimulare i suoi sospetti. Raddoppi le sue cure, e continu a sollecitarla di mettersi a letto,
assicurandola che le avrebbe lasciato quel riposo di cui aveva bisogno. Si offr perfino di chiamare le cameriere, se lei
credeva che avrebbero potuto aiutarla ad alleviare il suo male. Bianca, tranquillizzata dalle parole del marito, gli disse che
aveva soltanto bisogno di dormire nello stato di debolezza in cui si trovava. Il conestabile finse di crederle. Si mise a letto
accanto a lei, ed entrambi passarono una notte ben diversa da quella che l'amore e l'imeneo concedono a due innamorati
estasiati l'uno dell'altro.
Mentre la figlia di Siffredi era immersa nel suo dolore, il conestabile stava almanaccando quale potesse essere la
causa che aveva reso il suo matrimonio cos triste. Pens senz'altro di avere un rivale, ma, per quanto strologasse, non
riusciva a capire chi potesse essere. Sapeva soltanto di essere il pi infelice degli uomini. Aveva gi passato due terzi della
notte in queste dolorose fantasticherie, quando un rumore sordo colp le sue orecchie. Rimase sorpreso quando sent che
qualcuno si introduce va con precauzione nella stanza. Credette di sbagliarsi, perch ricord che lui stesso aveva chiuso la
porta, dopo che le cameriere di Bianca se ne erano andate. Apr le cortine del letto per rendersi conto della causa del
rumore che aveva sentito, ma la lampada sul caminetto si era spenta; e nello stesso tempo sent una voce languida e fioca
che chiamava a pi riprese Bianca. Allora la sua gelosia divamp furiosa e, pensando che il suo onore gli imponeva di
prevenire un affronto o di vendicarlo, balz dal letto, prese la spada, e si diresse da quella parte da dove gli pareva
provenisse la voce. Sente una spada opporsi alla sua. Avanza, l'avversario si ritira. Lui insegue, l'altro si svincola. Cerca in
tutti gli angoli della camera, per quanto l'oscurit lo permette, colui che sembra sfuggirgli, e non riesce a trovare nessuno.
Allora si ferma, sta in ascolto, e non ode pi nulla. un incantesimo! Si avvicina alla porta pensando che sua moglie
avesse favorito la fuga dello sconosciuto nemico del suo onore, ma la porta era chiusa come prima col chiavistello. Non
potendo rendersi conto di questa incomprensibile vicenda, il conestabile apr la porta, ci si mise di traverso stando in
guardia per evitare la fuga del presunto nemico, e quindi chiam quei servitori che erano a portata della sua voce.
Alle sue ripetute grida, arrivarono alcuni domestici muniti di torce. Prende allora una candela e, con la spada alla
mano, torna a cercare per tutta la stanza. Ma non trov nessuno, e neppure una traccia che qualcuno vi si fosse introdotto.
Nessuna porta segreta, nessun varco per il quale qualcuno fosse potuto passare; d'altra parte, non poteva illudersi sulla
realt della sua sventura. La sua mente era agitata da mille confusi pensieri. Non poteva rivolgersi a Bianca, che aveva
troppo interesse a nascondere la verit, per ottenerne un chiarimento anche minimo. Perci decise di andare a parlare a
cuore aperto a suo suocero, dopo aver rimandato i servitori, dicendo loro che aveva creduto di sentire dei rumori in camera
sua, e che si era sbagliato. Leonzio, svegliato dal chiasso, stava uscendo dalla sua camera, quando incontr il genero, che
estremamente agitato, e profondamente triste, gli raccont quanto era accaduto.
Siffredi rimase sorpreso di quell'avventura. Pur sembrandogli fantastica, la ritenne vera, e pensando che anche
l'inverosimile poteva essersi verificato dato il grande amore del re, questo pensiero lo rattrist vivamente. Ma, ben lungi
dall'assecondare suo genero nei sospetti di gelosia, gli fece presente, con tono di sicurezza, che la voce che si immaginava
di aver sentito, e la spada che credeva si fosse opposta alla sua, non potevano essere se non il frutto di una allucinazione
prodotta dalla gelosia; che era impossibile che qualcuno fosse entrato nella camera di sua figlia: che per quanto riguardava
la tristezza notata nella sua sposa, poteva essere stata prodotta da un qualche malessere; che l'onore non doveva essere per
nulla responsabile dei cambiamenti di umore; che il cambiamento di condizione di una fanciulla abituata a vivere in un
castello solitario e che si vede improvvisamente unire ad un uomo, che non aveva avuto il tempo n di conoscere n di
amare, poteva spiegare i pianti, i sospiri e quella gran tristezza di cui lui si lagnava; che l'amore, in una donna di nobile
stirpe, poteva accendersi soltanto col tempo e con ripetute prove di attaccamento, che lui lo esortava a calmarsi, a
raddoppiare la tenerezza e le cure verso la figlia per predisporla a essere pi affettuosa; e che lo pregava infine di tornare
da lei, convinto che la diffidenza e il turbamento di lui offendevano la virt della sposa.
Il conestabile non fece alcuna obiezione ai ragionamenti del suocero, o perch effettivamente cominciava a
convincersi di essersi ingannato per lo stato di agitazione in cui si trovava, o perch giudicava pi opportuno dissimulare,
anzich cercare inutilmente di convincere il vecchio della realt di un fatto cos inverosimile. Ritorn nella camera di sua
moglie, si sdrai vicino a lei, e cerc di trovare nel sonno un sollievo alle sue inquietudini. Dal canto suo, Bianca, la
tristissima Bianca, non era meno turbata del marito, avendo anche troppo inteso le stesse cose, e non potendo ritenere
illusione un fatto di cui lei conosceva il segreto e il motivo. Era soltanto sorpresa che Enrico cercasse di introdursi in
camera sua, dopo aver solennemente giurato fedelt alla principessa Costanza. Invece di provar gioia per questa impresa,
la consider un nuovo oltraggio, e il suo cuore arse tutto di sdegno.
Mentre la figlia di Siffredi, prevenuta contro il giovane re, lo credeva il pi malvagio degli uomini, l'infelice
principe, preso pi che mai d'amore per Bianca, voleva parlarle per rassicurarla contro le apparenze che lo condannavano.
A questo scopo sarebbe andato ancor prima a Belmonte, se una quantit di cose che era in obbligo di sbrigare glielo
avessero permesso; ma prima di quella notte non gli fu possibile lasciare la Corte. Conosceva troppo bene i luoghi dove
era stato educato, per non trovar difficolt a introdursi furtivamente nel castello di Siffredi, e comunque aveva ancora la
chiave di una porticina segreta che metteva in giardino. Arriv cos nel suo vecchio appartamento, e di l pass nella
camera di Bianca. Immaginate quale fu lo sbalordimento del principe di trovarvi un uomo, e di sentire una spada opporsi
alla sua. Manc poco che gridasse, e non facesse punire all'istante il temerario che osava alzare la sua mano sacrilega
contro il proprio re; ma il riguardo che doveva alla figlia di Leonzio fren la sua ira. Si ritir nello stesso modo in cui era
venuto, e, pi turbato che mai, ritorn a Palermo. Vi arriv poco prima che facesse giorno, e si chiuse nel suo
appartamento. Era troppo agitato per cercare di riposarsi. Non pensava ad altro che a ritornare a Belmonte. La sua
sicurezza, il suo onore, e soprattutto il suo amore non gli permettevano di differire il chiarimento di tutte le circostanze
d'una cos crudele avventura.
Appena giorno, si fece portare il suo equipaggiamento di caccia e, col pretesto di andare a divertirsi, si inoltr nel
bosco di Belmonte insieme coi suoi bracchieri e qualcuno dei suoi cortigiani. Per nascondere la sua vera intenzione
partecip per qualche tempo alla caccia, e quando vide che tutti galoppavano dietro la muta dei cani, si separ dagli altri,
e tutto solo si diresse verso il castello di Leonzio. Conosceva troppo bene tutti i sentieri della foresta per non sbagliare la
strada, e, non risparmiando il cavallo per l'impazienza che aveva, in pochissimo tempo super lo spazio che lo separava
dall'oggetto del suo amore. Stava pensando a un plausibile pretesto per procurarsi un abboccamento segreto con la figlia di
Siffredi, quando, nell'attraversare un sentiero che conduceva ad una porta del parco, vide due donne che discorrevano fra
loro, sedute ai piedi di un albero. Pens subito che appartenessero al castello, e quella vista gli caus una certa emozione;
ma la sua agitazione crebbe a dismisura quando, in una delle due donne, che si erano voltate udendo il galoppo del cavallo,
riconobbe la sua cara Bianca. Insieme con Nisa, la sua cameriera pi fidata, era scappata dal castello per piangere
liberamente sulla sua infelicit.
Sceso da cavallo, Enrico si precipit ai piedi di lei, e leggendo nei suoi occhi la pi profonda afflizione, ne fu
intenerito. Bianca diletta, le disse, date tregua al vostro dolore. Confesso che le apparenze mi fanno colpevole ai vostri
occhi, ma quando saprete il progetto che ho escogitato per voi, quello che considerate delitto vi fornir la prova della mia
innocenza e del mio amore smisurato. Queste parole che Enrico riteneva fossero sufficienti per calmare il dolore di
Bianca, non servirono che ad accrescerlo a dismisura. La figlia di Siffredi volle rispondere, ma i singhiozzi le soffocarono
la voce. Il principe, meravigliato dell'emozione della donna, le disse: Ma come, signora, non posso dunque alleviare il
vostro dolore? Per qual sortilegio ho potuto perdere la vostra fiducia? Io, che metto in pericolo la mia corona regale e la
mia vita stessa per mantener la mia fede? Allora la figlia di Leonzio, facendo uno sforzo su se stessa per poter rispondere,
gli disse: Signore, le vostre promesse sono ormai fuori luogo. Nulla ormai potr unire i nostri destini. Ah! Bianca, la
interruppe bruscamente Enrico, che crudelt mai questa? Chi pu togliervi al mio amore? Chi oser opporsi al furore di
un re che metter a ferro e fuoco tutta la Sicilia, piuttosto di permettere che vi strappino alle sue speranze? Tutta la
vostra potenza, signore, rispose tristemente la figlia di Siffredi, diventa inutile contro gli ostacoli che ci separano. Sono
la moglie del conestabile.
La moglie del conestabile! esclam il re, indietreggiando di qualche passo. Non pot continuare; accasciato
dal colpo imprevisto, perse le forze, e cadde ai piedi di un albero che si trovava alle sue spalle. Era pallido, tremante,
disfatto, e soltanto gli occhi erano vivi, e fissavano il volto di Bianca a significare la sua disperazione per la terribile
notizia. Da parte sua la donna lo guardava in un modo tale da fargli comprendere che la stessa sua disperazione si era
impadronita di lei, e quei due sventurati amanti restarono in un silenzio che aveva qualcosa di spaventoso. Poi il re,
riavutosi alquanto, con uno sforzo di volont riprese la parola e Signora, disse a Bianca con un profondo sospiro, che
cosa avete mai fatto? Con la vostra ingenuit avete perso me e voi stessa.
Bianca, sdegnata per il fatto che Enrico pareva volesse farle dei rimproveri, mentre credeva di avere lei maggior
ragione di lamentarsi di lui: Ma come? Signore, rispose, all'infedelt volete dunque aggiungere l'ipocrisia? Avreste
preteso forse che non credessi ai miei occhi e alle mie orecchie? E che nonostante quel che ho visto e sentito, vi credessi
ancora innocente? No, signore, vi confesso che non son capace di fare questo sforzo mentale. Tuttavia, signora,
replic il re, quelle testimonianze alle quali avete creduto hanno servito a ingannarvi; cos vero che io sono innocente e
fedele, come vero che voi siete la sposa del conestabile. Ma come? Signore, ribatt Bianca, non ho io forse sentito
quello che dicevate a Costanza, quando le confermaste di concederle la vostra mano e il vostro cuore? Non forse vero
che avete dato assicurazione ai grandi di stato di obbedire alla volont del defunto sovrano? E la principessa non ha forse
ricevuto gli omaggi dei vostri sudditi in qualit di regina e di sposa del re? I miei occhi erano dunque ottenebrati da un
sortilegio? Dite, dite piuttosto, uomo infedele, che non avete creduto che Bianca potesse valere l'importanza di un trono, e
senza umiliarvi a fingere ci che pi non sentite, e forse non avete mai sentito, confessate che la corona di Sicilia vi parsa
pi sicura con Costanza che con la figlia di Leonzio. Avete ragione, signore: lo splendore di un trono non era fatto per me
pi di quanto lo fosse il cuore di un principe come voi. Fui troppo ambiziosa per pretendere l'uno e l'altro; ma voi non
dovevate lasciarmi in quella vana speranza. Voi ricordate quello che vi dissi quando ebbi paura di perdervi, e quanto
questa perdita mi parve ineluttabile. Perch allora tranquillizzarmi? Era necessario dissipare i miei timori? Avrei
incolpato non voi, ma il destino, e voi avreste conservato il mio cuore invece di aver la mia mano, che a nessun altro avrei
mai concesso. Ormai non c' pi tempo per le giustificazioni. Sono la sposa del conestabile; e per risparmiarmi il seguito
di una conversazione che mi fa arrossire, permettete, signore, che, senza venir meno al rispetto dovutovi, mi allontani da
un sovrano che non mi pi permesso di ascoltare.
Detto questo, l'infelice Bianca cerc di fuggire cos rapidamente come glielo permettevano le sue forze; ma
Enrico la trattenne esclamando: Fermatevi, signora, non riducete alla disperazione un principe che preferisce rovesciare
quel trono che voi mi avete rimproverato di preferirvi, anzich corrispondere all'attesa dei suoi nuovi sudditi. Questo
sacrificio sarebbe oggi perfettamente inutile, obiett Bianca, bisognava strapparmi al conestabile, prima di prorompere
in questi impeti di generosit. Poich non sono pi libera, poco m'importa che la Sicilia sia ridotta in cenere, e quale sia la
donna che voi sposerete. Se ho avuto la debolezza di cedere alla passione avr almeno la fermezza di soffocarla, e di far
vedere al nuovo re di Sicilia che la moglie del conestabile non pi l'innamorata del principe Enrico. Cos parlando, la
figlia di Siffredi era giunta a una porta del parco; senza voltarsi, vi entr insieme a Nisa, e si chiuse la porta alle spalle,
lasciando il principe annichilito dal dolore. Egli non poteva riaversi dal colpo che Bianca gli aveva inferto con la notizia
del suo matrimonio. Ingiusta Bianca! esclam, avete dimenticato il nostro impegno! Non ostante i miei e i vostri
giuramenti, noi siamo oggi separati! La mia speranza di avervi stata dunque una vana illusione! Ah! crudele, come mi
hai fatto pagar cara la gioia di aver corrisposto al mio amore.
A questo punto, l'idea della felicit del suo rivale si affacci alla sua mente con tutti i tormenti della gelosia e il
furore che provoc in lui lo spinse per qualche istante a pensare di uccidere il conestabile e perfino Siffredi. La ragione
tuttavia ebbe a poco a poco il sopravvento. Ma la constatazione dell'impossibilit di togliere alla figlia di Leonzio
l'impressione della sua infedelt, lo spingeva alla disperazione. Si lusingava di poter cancellare tale impressione, se
soltanto avesse potuto parlare liberamente con Bianca. Per raggiungere questo scopo, bisognava per allontanare il
conestabile, e perci Enrico decise di farlo arrestare, come sospetto nelle congiunture in cui lo Stato si trovava. Ne dette
l'ordine al capitano delle sue guardie, che la notte stessa and a Belmonte, arrest il conestabile, e lo condusse al castello
di Palermo.
Questo incidente provoc costernazione a Belmonte. Siffredi part immediatamente per farsi garante presso il re
dell'innocenza di suo genero, e per prospettargli le incresciose conseguenze di quell'arresto. Il re, che aveva previsto la
mossa del suo ministro, e che voleva avere almeno un abboccamento con Bianca prima di far rilasciare il conestabile,
aveva espressamente fatto sapere ai domestici che fino all'indomani non avrebbe ricevuto nessuno. Tuttavia Leonzio,
nonostante la proibizione, riusc a entrare nella camera del re. Signore, gli disse inchinandosi davanti a lui, se
permesso a un suddito rispettoso e fedele di lamentarsi del suo signore, io vengo a farlo con voi di voi stesso. Qual' il
delitto che ha commesso mio genero? Vostra Maest ha ben riflettuto che in questo modo la mia famiglia viene coperta
eternamente di obbrobrio, e che le conseguenze di quell'arresto possono alienarvi la simpatia di molte persone che
coprono le maggiori cariche dello Stato? Ho ricevuto informazioni sicure, rispose il re, che il conestabile mantiene
rapporti criminosi con l'infante don Pedro. Rapporti criminosi! lo interruppe sorpreso Leonzio. Non credetelo
Maest: vi hanno sicuramente ingannato. Nella famiglia Siffredi non ci sono stati mai traditori, e basta il fatto che il
conestabile sia mio genero, per essere al coperto da qualsiasi sospetto. Il conestabile innocente, ma segrete
macchinazioni vi hanno indotto a farlo arrestare.
Poich voi mi parlate cos apertamente, disse allora il re, anch'io vi parler alla stessa maniera. Voi vi
lamentate dell'arresto del conestabile! E non ho io il diritto di lamentarmi della vostra condotta? Siete voi, inumano
Siffredi, che mi avete tolto la pace, e mi avete ridotto con le vostre ufficialit, a invidiare la sorte dei pi umili mortali; non
illudetevi infatti che io condivida le vostre idee. La decisione del mio matrimonio con Costanza non ha fondamento...
Ma come? Signore, lo interruppe Leonzio fremendo, voi non vorreste sposare la principessa, dopo averla lusingata
con questa speranza in faccia al popolo tutto? Se io vengo meno all'attesa del popolo replic il re, prendetevela con
voi stesso. Perch mi avete messo nella necessit di promettere quello che non potevo mantenere? Chi vi ha costretto a
scrivere il nome di Costanza nel foglio che avevo dato a Bianca soltanto? Voi sapevate quali erano le mie intenzioni: era
dunque necessario torturare vostra figlia facendole sposare un uomo che non amava? E che diritto avete voi su di me per
favorire una principessa che odio? Avete forse dimenticato che essa la figlia di quella crudele Matilde che, mettendosi
sotto i piedi i diritti del sangue e dell'umanit, fece morire mio padre fra i tormenti di una inumana prigionia? E io dovrei
sposarla! No, Siffredi, perdete pure questa speranza; prima di accendere le fiaccole di questo orribile imeneo, voi vedrete
tutta la Sicilia in fiamme e tutti i suoi campi inondati di sangue.
Che cosa ho udito mai? esclam Leonzio, Ah! Signore, quali prospettive, quali minacce! Ma no, io mi
allarmo troppo, continu il ministro cambiando tono, voi amate troppo i vostri sudditi per condannarli a un cos triste
destino. Voi non vi lascerete vincere dall'amore, e non getterete un'ombra sui vostri meriti cadendo vittima delle
debolezze degli uomini comuni. Se ho dato mia figlia al conestabile, l'ho fatto, mio signore, soltanto per dare a Vostra
Maest un suddito valoroso che in grado col suo braccio e con la forza dell'esercito di cui a capo, di favorire gli
interessi del re, contro quelli del principe don Pedro. Ho pensato che legandolo alla mia famiglia con vincoli cos stretti...
E proprio questi vincoli, esclam Enrico, questi funesti vincoli, sono quelli che mi hanno perduto. Amico crudele,
perch colpirmi in modo cos violento? Vi avevo forse dato l'incarico di proteggere i miei interessi a spese del mio cuore?
Perch non mi avete lasciato difendere da solo i miei diritti ? Mi manca forse il coraggio per ridurre all'obbedienza quei
sudditi che mi si volessero opporre? Avrei pensato io a punire il conestabile, se mi avesse disobbedito. Lo so che i re non
debbono essere tiranni, e che il benessere dei sudditi il loro primo dovere; ma debbono per questo diventar loro schiavi?
E dal momento in cui il cielo li sceglie per governare, perdono per questo il diritto che la natura concede a tutti gli uomini
di disporre del loro cuore? Ah!, se essi non possono godere quello che godono i pi umili mortali, riprendetevi, Siffredi,
quella potenza sovrana che avete voluto farmi avere a spese della mia serenit.
Voi non potete ignorare, signore, replic il ministro, che vostro zio il defunto sovrano ha vincolato la
successione al trono al matrimonio con la principessa. E quale diritto, ribatt Enrico, aveva mio zio di imporre quella
clausola? Quando ebbe la successione al trono di suo fratello Carlo, aveva ricevuto anche lui una tale indegna
imposizione? E voi, dovreste avere la debolezza di soggiacere a una condizione s ingiusta? Per essere gran cancelliere,
voi siete male informato delle nostre usanze. Per farla breve, quando promisi di sposare Costanza, il mio impegno non fu
volontario. Non intendo assolutamente mantenere quell'impegno, e se don Pedro si basa sul mio rifiuto per nutrir la
speranza di salire al trono, ebbene, non occorre scatenare una sanguinosa guerra civile, sar la spada a decidere chi di noi
due sar pi degno del trono. Leonzio non os insistere ulteriormente, e si limit a chiedere in ginocchio la libert per
suo genero; e il re la concesse. Andate, disse il sovrano, ritornate a Belmonte; presto vi raggiunger anche il
conestabile. Il ministro usc e torn al suo castello, persuaso che suo genero l'avrebbe seguito. Ma si sbagli. Enrico
voleva vedere Bianca quella notte stessa, e perci rimand al giorno seguente la liberazione del marito.
Intanto il conestabile rifletteva amaramente. Il suo arresto gli aveva aperto gli occhi sulla vera ragione della sua
disgrazia. Si lasci prendere dalla gelosia, e, smentendo quella fedelt al sovrano che fino ad allora lo aveva reso
incorruttibile, non pens ad altro che a vendicarsi. Poich riteneva per certo che il re non avrebbe mancato quella notte di
andar a trovare Bianca, per sorprenderli insieme, preg il governatore del castello di Palermo di lasciarlo uscire dalla
prigione, dandogli la parola d'onore che sarebbe rientrato prima del far del giorno. Il governatore, che gli era devoto,
acconsent tanto pi volentieri in quanto aveva gi saputo che Siffredi aveva ottenuto la libert per suo genero, e gli fece
perfino dare un cavallo per recarsi a Belmonte. Appena giunse al castello, il conestabile leg il cavallo ad un albero, entr
nel parco per una porticina di cui aveva la chiave, e, fortunatamente per lui, pot insinuarsi nel castello senza incontrare
nessuno, e introdursi nell'appartamento di Bianca. Nell'anticamera c'era un paravento dietro il quale si nascose, con
l'intenzione di osservare quel che sarebbe successo, e di entrare nella camera della moglie non appena avesse sentito un
qualche rumore. Dal suo punto di osservazione vide dopo poco uscire Nisa, che aveva lasciata sola la padrona per andare
a dormire in una stanzetta vicina.
La figlia di Siffredi, che aveva facilmente indovinato il motivo dell'arresto del marito, ritenne per certo che il
conestabile non sarebbe rientrato quella notte al castello, bench suo padre le avesse comunicato la promessa del re di
lasciarlo uscire subito dopo di lui. Ma Bianca non ebbe dubbi sul fatto che Enrico volesse approfittare della circostanza
per poterla vedere e parlarle liberamente. Cos pensando, stava in attesa di vederlo arrivare, per rimproverarlo di un'azione
che poteva avere per lei delle conseguenze terribili. Di fatto, poco tempo dopo che Nisa era uscita, si apr il pannello
segreto, e il re venne a gettarsi alle ginocchia di Bianca. Signora, le disse, non condannatemi senza ascoltarmi. Se ho
fatto arrestare il conestabile, sappiate che era l'unico mezzo che mi restava per giustificarmi. dunque soltanto colpa
vostra se ho dovuto ricorrere a questo mezzo. Perch stamattina non avete voluto ascoltarmi? Ahim! domani il vostro
sposo sar libero, e non mi sar pi possibile parlare da solo con voi. Per l'ultima volta, dunque, ascoltatemi. Se il dover
rinunciare a voi mi render per sempre infelice, concedetemi almeno la triste consolazione di farvi sapere che non stata
la mia infedelt a procurarmi questa disgrazia. vero che ho confermato a Costanza di concederle la mia mano, ma nella
situazione creata da vostro padre non potevo fare altrimenti. Era necessario ingannare la principessa nel vostro e nel mio
interesse, per assicurare a voi la corona e la mano del vostro innamorato. Mi ripromettevo di riuscire nel mio progetto, e
avevo gi preso misure atte a rompere quell'impegno; ma voi avete rovinato l'opera mia, e, disponendo troppo alla leggera
di voi stessa, avete causato un perpetuo dolore a due cuori che un perfetto amore avrebbe reso felice.
Le parole di Enrico furono accompagnate da gesti cos evidenti di una effettiva disperazione che Bianca ne fu
commossa. Non ebbe pi dubbi sulla innocenza del re: in un primo momento fu pervasa da un sentimento di gioia; poi la
coscienza della sua disgrazia le caus un pi vivo dolore. Ah! signore, disse al re, dopo il colpo che il destino ci ha
fatto subire, voi mi causate ora una nuova pena facendomi sapere che non siete stato colpevole. Che ho fatto mai io,
disgraziata? Il mio risentimento mi ha sconvolta; ho creduto di essere abbandonata, e, indispettita, ho accettato la mano
del conestabile, ubbidendo a mio padre. Sono stata io a compiere questo misfatto e a procurare la nostra infelicit. Ohim!
mentre io vi accusavo di ingannarmi, ero dunque io stessa che, amante troppo ingenua, rompevo quei nodi che avevo
giurato di rendere eterni. Tocca a voi vendicarvi, signore. Esecrate l'ingrata Bianca... dimenticate... E posso forse farlo
signora? la interruppe tristemente Enrico: con che mezzo potrei strapparmi dal cuore una passione che perfino la vostra
crudelt non sarebbe capace d'estinguere? Eppure dovete, signore, fare questo sforzo, rispose sospirando, la figlia di
Siffredi... E voi stessa ne sareste capace? replic il re. Non posso esserne sicura, riprese Bianca, ma far di tutto per
riuscirvi. Ah! crudele, disse il principe, voi dimenticherete facilmente Enrico, soltanto per il fatto di averlo pensato.
Allora, disse la figlia di Siffredi con tono pi risoluto, qual dunque il vostro pensiero? Potete forse lusingarvi che io
vi permetta di continuare a farmi la corte? No, signore, rinunciate a questa speranza. Se non ero nata per esser regina, la
Provvidenza non ha neppure voluto che io accettassi un amore illegittimo. Anche il mio sposo , come voi, della nobile
Casa di Angi, e quand'anche il mio dovere non fosse un ostacolo insormontabile alle vostre profferte d'amore, il mio
onore non permetterebbe di accettarle. Vi scongiuro di andar via: ormai non lecito di vederci mai pi. Che crudelt!
esclam il re. Ah! Bianca, mai possibile che mi trattiate con tanta severit? Non dunque abbastanza, per annichilirmi,
che siate fra le braccia del conestabile; volete anche impedirmi di vedervi, l'unica consolazione che mi resta? Fuggite
piuttosto, rispose fra le lacrime la figlia di Siffredi, la vista di ci che si ha teneramente amato non pi un bene quando
si persa la speranza di possederlo. Addio, signore, allontanatevi da me; cercate di farvi forza a salvaguardia del vostro
onore e della mia reputazione. Ve lo domando anche per la mia pace, perch, quantunque la mia virt non resta scossa dai
moti del mio cuore, il ricordo del vostro amore mi scatena nell'anima battaglie tanto crudeli, da non poterle sopportare.
Avendo accompagnato queste parole con gesti troppo vivaci, la figlia di Leonzio rovesci involontariamente la
lampada che stava su di un tavolo vicino. Cadendo, la lampada si spense. Bianca la raccoglie e, per riaccenderla, apre la
porta dell'anticamera, e va nella stanza di Nisa, che ancora non era andata a letto; poi ritorna con la candela accesa. Il re,
che l'aspettava, appena la vide ricominci a pregarla di non respingere il suo affetto. Sentendo la voce del principe, il
conestabile, con la spada alla mano, entr bruscamente nella camera quasi contemporaneamente a sua moglie, e,
slanciatosi contro Enrico con tutto il risentimento provocato dalla sua rabbia, grid: Questo troppo, o tiranno! Non
credere che io sia cos vile da inghiottire l'affronto che stai facendo al mio onore. Ah! traditore! rispose il re
sfoderando la spada, non credere tu piuttosto, che io lasci impunita la tua intenzione. Allora i due rivali cominciarono
un duello che era troppo furioso per durare a lungo. Il conestabile, temendo che Siffredi e i domestici accorressero troppo
presto alle grida di Bianca, e gli impedissero la sua vendetta, non seppe mantenere il sangue freddo. Ottenebrato dal suo
furore, sbagli il passo, infilandosi da se stesso sulla spada dell'avversario con tanto slancio, che la spada penetr fino
all'elsa. Il conestabile cadde a terra, e il re rimase immobile.
La figlia di Leonzio, commossa per lo stato in cui vedeva il marito, e superando la naturale ripugnanza che
provava per lui, si gett a terra cercando di portargli soccorso. Ma quello sciagurato era troppo prevenuto contro di lei per
lasciarsi intenerire dalle sue manifestazioni di dolore e di compassione. La visione della morte, che sentiva vicina, non
pot soffocare l'impeto della sua gelosia. Nell'imminenza del trapasso, egli non pensava ad altro che alla felicit del suo
rivale, e questa immagine gli parve talmente orribile che, richiamando con un supremo sforzo di volont le poche forze
che gli restavano, alz la spada che ancora teneva in pugno, e la immerse nel petto di Bianca: Muori, sposa infedele, le
disse trapassandola, poich i vincoli del matrimonio non hanno valso a farti serbare quella fede che mi giurasti davanti
all'altare! E tu, Enrico, non rallegrarti del tuo destino! Non potrai godere della mia infelicit, perch io muoio contento.
Cos dicendo spir, e il suo viso, bench soffuso di pallore mortale, conserv ancora un aspetto fiero e terribile. Ben
diverso era l'atteggiamento di Bianca. Anch'essa era colpita a morte, e cadde vicino al corpo morente del marito, tanto che
il sangue dell'innocente vittima si mescolava con quello del suo assassino, il quale aveva agito tanto rapidamente da
impedire al re di intervenire per tempo.
Quello sventurato principe, vedendo cadere Bianca, gett un grido, e pi colpito nel cuore di quanto lo fosse stato
lei dalla spada che le toglieva la vita, cerc di prestarle quelle cure che Bianca aveva voluto, cos mal ricompensata,
prestare al marito. Ma la donna con moribonda voce: Signore, gli disse, ogni cura ormai inutile; sono la vittima di un
destino spietato. Possa questo olocausto placarne la collera, e dare felicit al vostro regno! Aveva appena finito di dire
queste parole, che Leonzio, attratto dalle grida che la figlia aveva lanciato, giunse nella camera, e, alla vista di quel
tremendo spettacolo, rimase impietrito. Bianca, che non l'aveva visto, continu a parlare al re. Addio, principe, gli
disse, serbate di me un ricordo affettuoso; lo merito per il mio amore e per la mia infelicit. Non nutrite alcun
risentimento verso mio padre. Abbiate cura di lui, confortatelo nel suo dolore, e rendete giustizia al suo zelo. Soprattutto
fategli sapere che sono innocente, e questo ve lo raccomando pi di ogni altra cosa. Addio, Enrico mio caro... io muoio...
accogliete il mio ultimo sospiro.
Cos dicendo, mor. Il re stette per qualche tempo in un cupo silenzio. Poi disse a Siffredi, che appariva
mortalmente accasciato: Ecco Leonzio, contemplate l'opera vostra; davanti a questa tragedia, pensate qual stato il
frutto delle vostre premure e del vostro zelo per me. Il vecchio non rispose, tanto era preda di un intenso dolore. Ma
perch indugiarmi a descrivere ci che le parole non riescono ad esprimere? Mi basti dire che i due uomini appena
poterono dar libero sfogo al loro tremendo dolore, si abbandonarono a commoventi gesti di disperazione.
Il re conserv per tutta la vita un dolce ricordo della sua innamorata, e non pot risolversi a sposare Costanza.
Quella si un in matrimonio con don Pedro, ed entrambi fecero il possibile per far valere la clausola del testamento di
Ruggero, ma alla fine furono costretti a darsi per vinti a Enrico, che riusc a debellare tutti i suoi nemici. Per quel che
riguarda Siffredi, il dispiacere di aver causato tante sciagure lo fece ritirare a vita privata, e gli rese insopportabile vivere
nella sua patria. Abbandon dunque la Sicilia, e venne con la figlia Porzia in Ispagna, dove fece acquisto di questo
castello. Qui visse circa quindici anni dopo la morte di Bianca e, prima di morire, ebbe la consolazione di maritare Porzia
a don Girolamo de Silva. Io sono l'unico frutto di quel matrimonio. Ecco, prosegu la vedova di don Pedro de Pinarest la
storia della mia famiglia, e la narrazione fedele della sciagura raffigurata in quel quadro, che mio nonno Leonzio fece
dipingere, per lasciare ai suoi discendenti un documento di quella funesta avventura.

V CI CHE FECE AURORA DE GUZMAN QUANDO ARRIV A SALAMANCA

Ortiz, le sue compagne e io, dopo aver ascoltato la storia che ho narrato, uscimmo dal salone, e lasciammo sole
Aurora ed Elvira, che passarono il resto della giornata in piacevoli conversari, facendosi una buonissima compagnia.
L'indomani, quando partimmo, le due signore ebbero tanto dispiacere nel lasciarsi, come due amiche che hanno preso una
dolce abitudine di vivere insieme.
Infine arrivammo senza incidenti a Salamanca. Prendemmo subito in affitto un appartamento ammobiliato
intestato alla signora Ortiz che, come era stato convenuto, prese il nome di donna Ximena de Guzman. Essa aveva fatto
per troppo tempo la governante, per non essere una buona attrice. Una mattina usc con Aurora, una cameriera e un lacch,
e si rec a un albergo dove, secondo le informazioni prese, Pacheco abitava di solito. Domand se c'era qualche
appartamento libero. Gliene fu mostrato uno assai ben messo, che la Ortiz fiss senz'altro. Pag anzi un acconto, dicendo
che l'appartamento serviva per un suo nipote che da Toledo veniva a studiare a Salamanca, e avrebbe dovuto arrivare il
giorno stesso.
La governante e la mia padrona, dopo aver fissato quell'appartamento, tornarono a casa, e la bella Aurora, senza
perder tempo, si travest da cavaliere. Copr i suoi capelli neri con una parrucca bionda, si tinse le sopracciglia dello stesso
colore, e si acconci in modo da poter benissimo passare per un giovane gentiluomo. I suoi gesti erano liberi e disinvolti,
e, ad eccezione del viso un po' troppo bello per un uomo, nulla poteva far pensare a un travestimento. La cameriera, che
doveva fare il paggio, si travest anche lei, e non si pu dire che rappresentasse male la sua parte: oltre al fatto che non era
molto bella, aveva un'aria alquanto sfrontata molto adatta al personaggio che rappresentava.
Nel pomeriggio, io e le due attrici, pronte a prodursi sulla scena che in questo caso era l'albergo ammobiliato,
prendemmo una carrozza, e, con i bagagli che ci erano necessari, ci facemmo portare all'albergo.
La padrona, che si chiamava Bernarda Ramirez, ci ricevette molto gentilmente, e ci condusse nell'appartamento
che avevamo fissato, dove conversammo un po' con lei. Fu convenuto che ci avrebbe fatto pensione, e ne fu stabilito il
prezzo mensile. Le domandammo poi se c'erano altri pensionanti. In questo momento, ci rispose, non ne ho nessuno.
Se volessi ne avrei in abbondanza, ma non sono disposta a prendere della gente qualunque: alla mia tavola voglio soltanto
giovani gentiluomini. Ne aspetto proprio uno stasera che viene da Madrid per completare i suoi studi. un cavaliere di
vent'anni al massimo e si chiama don Luigi Pacheco; se non lo conoscete personalmente, potete averne sentito parlare.
No, disse Aurora, so che di una famiglia illustre, ma non lo conosco, e mi farebbe piacere saperne qualcosa, dato che
dovremo vivere sotto lo stesso tetto. Signore, disse l'albergatrice, guardando il falso cavaliere, don Luigi un
giovane di bellissima presenza, presso a poco come voi. Oh, come starete bene insieme! Per san Giacomo! potr vantarmi
di aver qui da me i due pi bei gentiluomini di tutta la Spagna. Ma questo don Luigi, domand ancora la mia padrona,
avr certamente avventure amorose in questa citt, non vero? Altro che! un vero galletto, parola mia: basta che si
faccia vedere per conquistare le donne. Fra le altre, ha fatto innamorare una signorina, certa Isabella, che ha giovent e
bellezza, ed la figlia di un vecchio dottore in giurisprudenza. Questa ha preso una tale cotta, che perder certamente il
senno. E ditemi, cara signora, la interruppe precipitosamente Aurora, anche lui veramente innamorato di lei?
Prima della sua partenza per Madrid l'amava, rispose Bernarda Ramirez, ma non so se l'ama ancora; un tipo di cui
non c' troppo da fidarsi. Passa da una donna all'altra, come sono soliti fare tutti i giovani cavalieri.
La buona vedova non aveva ancora finito di parlare, che sentimmo un certo chiasso nel cortile. Ci affacciammo
subito alla finestra, e vedemmo due uomini scendere da cavallo. Era proprio don Luigi Pacheco che stava arrivando da
Madrid con un cameriere. La vecchia ci lasci per andarlo a ricevere, e la mia padrona, alquanto emozionata, si prepar a
fare la parte di don Felice. Poco dopo lo stesso don Luigi, ancora con gli stivali, entr nel nostro appartamento. Ho
saputo or ora, diss'egli salutando Aurora, che un giovane gentiluomo toledano abita in questo albergo; spero che vorr
permettermi di dirgli che sono lieto di abitare con lui. Mentre la mia padrona rispondeva a quel complimento, Pacheco
mi parve cos sorpreso di trovarsi davanti un cavaliere tanto amabile, che non pot trattenersi dal dirgli che non aveva mai
visto un giovanotto cos attraente e pi ben fatto di lui. Dopo uno scambio di frasi cortesi, don Luigi si ritir
nell'appartamento a lui destinato.
Mentre si faceva sfilare gli stivali, e si cambiava di biancheria e di vestito, una specie di paggio che cercava di lui
per consegnargli una lettera, incontr casualmente Aurora sulle scale. La scambi per don Luigi e consegnandole la lettera
le disse: Tenete, signor cavaliere, quantunque non conosca il signor Pacheco non credo di aver bisogno di domandarvi se
siete voi; dal ritratto che me ne stato fatto, son persuaso che non mi sbaglio. No, no, amico mio, si affrett a
rispondere la mia padrona con un'ammirevole presenza di spirito, non vi sbagliate affatto. Eseguite a meraviglia la
commissione che vi stata affidata. Avete indovinato perfettamente che io sono don Luigi Pacheco. Andate pure, penser
io a mandar la risposta. Il paggio se ne and, e Aurora, chiudendosi nel suo appartamento con la cameriera e con me, apr
la lettera, e ci lesse le seguenti parole: Ho saputo che siete arrivato a Salamanca. Che gioia ho provato quando mi giunta
questa bella notizia! Ho creduto di impazzire. Ma voi amate ancora Isabella? Affrettatevi a confermarle che siete sempre
lo stesso. Se siete rimasto fedele, credo che ne morir di piacere.
La lettera appassionata, disse Aurora, e indica un'anima molto innamorata. Questa signora una rivale
pericolosa. Bisogna che faccia di tutto per staccarla da don Luigi e anzi per impedirle che lui la riveda. Confesso che
l'impresa difficile, ma spero di riuscirci. Detto ci si mise a riflettere, e poco dopo soggiunse: Vi garantisco che in
meno di ventiquattro ore avranno litigato. In realt Pacheco, dopo essersi riposato un poco nel suo appartamento, venne
nel nostro, e continu a conversare con Aurora fino all'ora di cena. Signor cavaliere, le disse celiando, credo che i
mariti e gli amanti non debbano rallegrarsi troppo del vostro arrivo a Salamanca; penso che procurerete loro qualche
preoccupazione. Per quanto mi riguarda, tremo per le mie conquiste. Sentite, gli rispose la mia padrona col medesimo
tono, la vostra paura non affatto infondata. Vi avverto che don Felice de Mendoza alquanto temibile. Io sono gi stato
in questo paese, e so che le donne non sono troppo difficili. Che prova ne avete? la interruppe don Luigi con vivacit.
Una prova convincente, disse la figlia di don Vincenzo; un mese fa sono passato per questa citt: mi ci sono fermato
otto giorni, e confidenzialmente vi dir che ho fatto innamorare la figlia di un vecchio dottore in giurisprudenza.
Osservai che, sentendo questo, don Luigi si turb alquanto. Sarebbe lecito, disse, sapere, senza essere troppo
indiscreto, il nome della signora? Come sarebbe a dire, esclam il falso don Felice, senza esser troppo indiscreti?
Perch mai dovrei farvene un mistero? Mi credete forse pi discreto degli altri gentiluomini della mia et? Non fatemi un
simile torto. D'altra parte, detto fra noi, si tratta soltanto di una borghesuccia che non merita tanti riguardi. Voi sapete bene
che chi appartiene alla nobilt non prende molto sul serio una donna di basso rango, e anzi, proprio disonorandola, le fa
molto onore. Vi dir perci senza tanti complimenti che la figlia del dottore si chiama Isabella. E il dottore, la
interruppe impaziente don Luigi, si chiamerebbe forse Murcia de la Llana? Proprio cos, rispose la mia padrona. Ho
qui una lettera che ho ricevuto or ora; leggetela, e poi ditemi se non cotta di me. Don Luigi dette uno sguardo alla
lettera, e, riconoscendo la scrittura, rimase confuso e interdetto. Che vedo mai? disse allora Aurora con aria
meravigliata, voi impallidite? Credo, Dio mi perdoni, che a voi interessi quella persona. Che rabbia ad avervi parlato con
tanta franchezza!
Ve ne sono molto grato, io, disse don Luigi in un impeto misto di dispetto e di collera. Perfida e volubile!
Caro don Felice, ve ne sono proprio obbligato! Voi mi avete tolto un'illusione che avrei continuato ad avere per chi sa
quanto tempo. Pensavo di essere amato da Isabella, ma che dico, amato? adorato piuttosto. Avevo fiducia in quella
creatura, e adesso mi rendo conto che non che una civetta degna di tutto il mio disprezzo. Capisco il vostro
risentimento, disse Aurora fingendo di sdegnarsi anche lei, la figlia di un dottore in giurisprudenza dovrebbe esser ben
contenta di avere per amante un giovane gentiluomo tanto simpatico come voi. Non posso scusare la sua volubilit, e, ben
lungi dal compiacermi del fatto che vi ha sacrificato per me, intendo punirla sdegnando i suoi favori. Per quanto mi
riguarda, replic Pacheco, non la rivedr mai pi in vita mia questa la sola vendetta che debbo prendermi. Avete
ragione, esclam il falso Mendoza, tuttavia, per farle sapere fino a qual punto la disprezziamo, propongo che ciascuno
di noi le scriva una lettera piena di insulti. Io metter in una busta le lettere che le mander in risposta di quello che mi ha
scritto. Ma prima di arrivare a tanto, consultate il vostro cuore; vi sentite abbastanza disamorato verso quella ragazza
infedele da non dovervi poi pentire un giorno di aver rotto i ponti con lei? No, no, la interruppe don Luigi, non avr
mai questa debolezza, e, per mortificare quella ingrata, son d'accordo con la vostra proposta.
Io andai subito a cercare carta, penna e calamaio, e ciascuno di loro si mise a scrivere una lettera molto pepata per
la figlia del dottor Murcia de la Llana. Soprattutto Pacheco non riusciva a trovare parole tali da esprimere i suoi
sentimenti, e stracci cinque o sei lettere incominciate, perch gli sembrava che non fossero abbastanza offensive.
Finalmente ne scrisse una di cui fu soddisfatto e di cui aveva ben ragione di esserlo. Eccone il testo: O mia regina,
imparate a conoscere voi stessa, e non siate pi cos vanitosa da credere che io sia innamorato di voi. Per prendermi nella
rete ci vuole ben altra abilit della vostra. Per di pi le vostre attrattive non sono tali da farmi divertire anche per breve
tempo. Voi siete giusto adatta per offrire uno svago agli studenti pi scalcinati dell'universit. Questa fu la gentile lettera
scritta da don Luigi, e Aurora, quando ebbe finito di scrivere la sua, che non era meno offensiva di quella di lui, le sigill
entrambe, le mise in una busta, e nel darmele, mi disse: Tieni, Gil Blas, fa in modo che Isabella le riceva stasera. Mi
capisci, nevvero? soggiunse facendomi un cenno con gli occhi che io capii perfettamente. S, signore, risposi, sarete
servito come desiderate.
Presi la busta e uscii, e quando fui per istrada dissi a me stesso: Ol, signor Gil Blas, la tua intelligenza viene
messa alla prova; in questa commedia non devi forse fare la parte del cameriere? Ebbene, amico mio, fa' vedere che hai
abbastanza spirito per assolvere un compito che ne richiede parecchio. Il signor don Felice si limitato a strizzarti
l'occhio. quindi evidente che ha fiducia nella tua intelligenza. Ha forse avuto torto? Niente affatto, io capisco benissimo
quello che vuole da me. Quel cenno vuol dire che io debbo consegnare soltanto la lettera di don Luigi; chiaro come il
sole. Sicuro di non sbagliarmi, aprii la busta. Ne trassi la lettera di Pacheco, e la portai a casa del dottor Murcia, dopo
essermi fatto dare l'indirizzo. Alla porta di casa, vidi quel paggetto che era venuto nel nostro albergo. Fratello, gli dissi,
non siete per caso il domestico della figlia del signor dottor Murcia? Lui mi rispose affermativamente, con l'aria di chi
abituato a portare e a ricevere lettere galanti. Allora io continuai a dirgli: Avete un aspetto cos affabile, che mi prendo
la libert di pregarvi di consegnare questo biglietto d'amore alla vostra signora.
Il paggetto mi domand chi era che mi mandava, e appena gli dissi che era don Pacheco, mi rispose: In questo
caso, seguitemi; ho l'ordine di farvi entrare, perch Isabella vuole parlarvi. Fui introdotto in un salottino dove la
signorina non tard a comparire. Fui colpito dalla bellezza del suo viso; non avevo mai visto lineamenti tanto fini. Aveva
un'aria leggiadra e infantile, sebbene questo non impedisse che da almeno trent'anni camminasse senza briglie. Amico
mio, mi disse sorridendo, siete forse un domestico di don Luigi Pacheco? Le risposi che ero il suo cameriere da tre
settimane. Poi le consegnai la lettera fatale. Lei la lesse e la rilesse due o tre volte: sembrava che non credesse ai suoi
occhi. Effettivamente si aspettava tutt'altro che una simile risposta. Alz gli occhi al cielo, si morse le labbra, e, per
qualche istante, il suo contegno rivel le pene del suo cuore. Poi, ad un tratto, si rivolse a me dicendomi: Amico mio, don
Luigi forse impazzito da quando ci siamo visti l'ultima volta? Non capisco il suo modo di procedere. Ditemi, se lo
sapete, perch mi scrive una lettera tanto galante. Qual demonio si impadronito di lui? Se vuole troncare la nostra
relazione, non avrebbe potuto farlo senza offendermi cos brutalmente?
Signorina, le dissi assumendo un atteggiamento di sincerit, il mio padrone ha sicuramente torto: ma in certo
qual modo stato costretto a comportarsi in quella maniera. Se mi promettete di mantenere il segreto, vi spiegher il
mistero. Ve lo prometto, mi interruppe precipitosamente la signorina, non abbiate paura che vi comprometta: parlate
pure liberamente. Ebbene, ripresi, ve lo spiego in due parole. Poco tempo dopo che il signor Pacheco aveva ricevuto
la vostra lettera, entr nel nostro albergo una signora col viso coperto da un fitto velo. Chiese del signor Pacheco, si
intrattennero in disparte per breve tempo, e soltanto verso la fine del loro colloquio, potei sentire che lei gli disse:
Giuratemi che non la rivedrete mai pi; ma non basta, voglio avere la soddisfazione che le scriviate subito una lettera che
io vi detter: questo quanto io esigo da voi. Don Luigi ha fatto ci che voleva la signora, e consegnandomi quella
lettera, mi ha detto: Informati dove abita il dottor Murcia de la Llana, e poi fa abilmente pervenire questa lettera galante
a sua figlia Isabella.
Vedete bene, signorina, continuai a dire, che quella lettera scortese opera di una rivale, e che perci il mio
padrone non poi cos colpevole. Oh santo cielo! esclam lei, Lo ancor pi di quello che io pensavo. La sua
infedelt mi offende di pi della lettera che mi ha scritto. Ah! lo spergiuro ha potuto legarsi ad un'altra!... ma, soggiunse,
assumendo un atteggiamento di grande fierezza, si abbandoni pure senza ritegno al suo nuovo amore; io non ho la
pretesa di impedirglielo. Vi prego di dirgli che non aveva bisogno di insultarmi per costringermi a lasciare libero il campo
alla mia rivale, e che io disprezzo troppo un innamorato cos volubile per avere il minimo desiderio di riconquistarlo. Ci
detto, mi conged, irritatissima contro don Luigi.
Uscii dalla casa del dottor Murcia de la Llana molto soddisfatto di me, e mi resi conto che, se avessi voluto
mettermi nel giro, sarei divenuto una birba di tre cotte. Tornai al nostro albergo, dove trovai i signori Mendoza e Pacheco
che stavano cenando e conversavano come se si conoscessero da molti anni. Dal mio viso allegro, Aurora si accorse che
avevo assolto felicemente l'incarico avuto. Eccoti dunque ritornato, Gil Blas, mi disse, raccontateci come andata.
Capii che anche qui era necessario giocare d'astuzia. Dissi che avevo consegnato la busta nelle mani di Isabella, la quale
dopo aver letto le due dolci lettere, anzich restar sconcertata, si era messa a ridere come una pazza, dicendo: In fede mia,
i giovani gentiluomini hanno uno stile divertente; bisogna confessare che gli altri non scrivono tanto garbatamente.
un bel sistema per togliersi dagli impicci, esclam la mia padrona; questa la sua abilit. Per conto mio, soggiunse
don Luigi, da questo atteggiamento non riconosco Isabella; bisogna dire che durante la mia assenza il suo carattere ben
cambiato. Anch'io, riprese a dire Aurora, l'avrei giudicata in modo del tutto diverso. Questo significa che ci sono
delle donne che sanno presentarsi in tutti gli atteggiamenti. Io pure mi ero innamorato di una di quelle, e per molto tempo
ne sono stato la vittima. Gil Blas lo pu dire, quella ragazza aveva l'aria tanto assennata da ingannare chiunque.
Verissimo, dissi io, immischiandomi nella conversazione, aveva un musetto capace di ingannare i pi scaltri; io stesso
confesso che ci sarei cascato.
Il falso Mendoza e Pacheco si sganasciarono dalle risa sentendomi parlare in tal modo, e, anzich infastidirsi per
la libert che mi prendevo di partecipare alla loro conversazione, si rivolgevano di tanto in tanto a me per divertirsi alle
mie risposte. Continuammo a parlare delle donne che possiedono l'arte di portare la maschera, e il risultato di tutte le
nostre chiacchiere fu che Isabella venne debitamente accusata e dichiarata colpevole di essere una vera civetta. Don Luigi
afferm nuovamente che non l'avrebbe rivista mai pi, e don Felice, seguendo il suo esempio, giur che avrebbe sempre
avuto per lei il pi profondo disprezzo. In seguito a queste solenni dichiarazioni, i due giovani fecero un patto di amicizia,
con la mutua promessa di non avere segreti l'uno per l'altro. Dopo cena continuarono la conversazione, e finalmente si
ritirarono nei rispettivi appartamenti per dormire. Io seguii Aurora, e le resi esatto conto del colloquio che avevo avuto con
la figlia del dottore; non dimenticai nessun dettaglio, e anzi aggiunsi qualche particolare di mia invenzione per meglio
ingraziarmi la mia padrona, che fu tanto contenta del mio racconto, che poco manc che mi abbracciasse dalla gioia. Mio
caro Gil Blas, mi disse, sono proprio entusiasta del tuo spirito. Quando si ha la disgrazia di esser presi da una passione
che ci costringe a ricorrere a dei sotterfugi, un bel vantaggio avere l'aiuto di un ragazzo cos ingegnoso come te.
Coraggio, amico mio, abbiamo tolto di mezzo una rivale che avrebbe potuto procurarci seri imbarazzi, e questo gi
qualche cosa. Ma, poich gli innamorati sono soggetti a strane fiamme di ritorno, penso sia opportuno bruciare le tappe, e
gi da domani far apparire in scena Aurora de Guzman. Approvai l'idea e, lasciando don Felice insieme al suo paggio, mi
ritirai nella mia stanza da letto.

VI ASTUZIE MESSE IN OPERA DA AURORA PER FARSI AMARE DA DON LUIGI PACHECO

Il primo pensiero dei due novelli amici, l'indomani mattina, fu quello di ritrovarsi insieme. Cominciarono la
giornata con grandi abbracci, che Aurora fu costretta a dare e a ricevere, per rappresentare bene la parte di don Felice.
Andarono poi insieme a passeggio per la citt, e io li accompagnai con Chilindron, cameriere di don Luigi. Ci fermammo
davanti all'Universit per guardare, affissi alla porta, alcuni avvisi pubblicitari di libri. Diverse persone si divertivano a
leggerli, e fra gli altri scorsi un ometto che li commentava ad alta voce. Notai che lo ascoltavano con estrema attenzione,
e che lui stesso credeva di meritare tale attenzione dei presenti. Mi parve piuttosto vanitoso, e trinciava giudizi in modo
perentorio, come di solito fanno gli uomini di poco conto. Questa Nuova traduzione di Orazio, diceva l'ometto, che
vedete annunciata al pubblico a grossi caratteri, un'opera in prosa compilata da un vecchio maestro di collegio. un
libro molto stimato dagli scolari, e, soltanto loro, ne hanno richiesto quattro edizioni. Ma non c' intenditore che ne abbia
comprato una copia. Non molto migliori erano gli apprezzamenti che faceva degli altri libri, che criticava tutti senza
piet. Evidentemente si trattava di uno scrittore. Mi sarebbe piaciuto ascoltarlo fino in fondo, ma dovetti andare con don
Luigi e don Felice che, non avendo per quelle chiacchiere maggior interesse che per l'elenco dei libri da quello criticati,
piantarono in asso lui e l'Universit.
Tornammo all'albergo all'ora di pranzo. La mia padrona si mise a tavola con Pacheco, e molto abilmente fece
cadere il discorso sulla propria famiglia: Mio padre, disse, un cadetto della famiglia Mendoza, che si stabilito a
Toledo, e mia madre sorella di donna Ximena de Guzman, che, da qualche giorno, venuta a Salamanca per un affare
importante, insieme con sua nipote Aurora, figlia unica di don Vincenzo de Guzman, che avete forse conosciuto. No,
rispose don Luigi, ma spesso mi hanno parlato di lui, e anche di vostra cugina Aurora. Debbo credere a quanto si dice di
quella ragazza? Si afferma che non abbia l'eguale per spirito e bellezza. Per quel che riguarda lo spirito, riprese don
Felice, debbo dire che non gliene manca certo; anche assai colta. Ma bella non direi; dicono che mi somigli
moltissimo. In questo caso, esclam Pacheco, merita la sua fama. I vostri lineamenti sono regolari, e la vostra
carnagione bellissima; vostra cugina deve essere molto attraente. Mi piacerebbe conoscerla, e parlare con lei. Sono
disposto a soddisfare la vostra curiosit, replic il falso Mendoza, anche oggi stesso. Questo pomeriggio vi condurr da
mia zia.
Dopo aver detto questo, la mia padrona cambi improvvisamente discorso, parlando di cose indifferenti. Il
pomeriggio, mentre i due amici si preparavano a uscire per andare da donna Ximena, io li precedetti, e corsi ad avvertire la
governante di prepararsi a quella visita. Tornai poi subito per accompagnare don Felice, che finalmente condusse da sua
zia il signor don Luigi. Appena entrati in casa, incontrammo la zia che fece subito segno di non far rumore. Parlate a
bassa voce, sussurr, per non svegliare mia nipote. Da ieri tormentata da una tremenda emicrania che non le lascia
requie, e soltanto da un quarto d'ora la poverina ha finalmente potuto prendere sonno. Questo contrattempo mi dispiace
molto, disse Mendoza, assumendo un'aria mortificata, speravo che avremmo potuto vedere mia cugina. Avevo
promesso questo piacere al mio amico Pacheco. Non poi una cosa cos urgente, rispose sorridendo la Ortiz, potete
senz'altro rimandarla a domani. I due cavalieri, senza dilungarsi ulteriormente a parlare con la vecchia, si ritirarono.
Don Luigi ci condusse a casa di un giovane gentiluomo suo amico, che si chiamava don Gabriele de Pedros. Da
lui passammo il resto della giornata; vi cenammo anche, e non ce ne andammo che verso le due dopo mezzanotte, per
tornare all'albergo. Eravamo circa a mezza strada, quando urtammo coi piedi due uomini stesi a terra. Pensammo che
fossero due infelici assassinati, e ci fermammo per soccorrerli, per il caso che fossimo ancora in tempo. Mentre cercavamo
di renderci conto, per quanto l'oscurit della notte poteva permettercelo, delle condizioni dei due uomini, arriv la ronda di
polizia. Il comandante in un primo momento ci prese per assassini, e ci fece circondare dagli agenti; ma quando ci sent
parlare, e, alla luce di una lanterna cieca, vide le facce di Mendoza e di Pacheco, cambi d'opinione. Per suo ordine gli
arcieri della ronda esaminarono i due uomini che noi ritenevamo fossero stati uccisi; si trattava invece di un grasso
laureato e del suo cameriere, tutti e due presi dal vino o, per meglio dire, ubriachi fradici. Signori, esclam uno degli
arcieri, lo conosco io questo grassone. il laureato signor Guyomar, rettore della nostra Universit. In che stato ridotto!
Eppure una persona importantissima, un ingegno superlativo. Non ci sono filosofi che lui non riesca a metter nel sacco
in qualsiasi discussione, e la sua loquacit senza pari. Peccato che ami un po' troppo il vino, le liti e le donnette. Ha
cenato a casa della sua Isabella, dove, per disgrazia, la sua guida si ubriacata come lui. Cos sono caduti entrambi. Prima
che il laureato fosse rettore, questo gli capitava molto spesso. Come vedete, gli onori non cambiano sempre i costumi.
Lasciammo quegli ubriaconi in mano alla ronda, che ebbe cura di portarli a casa loro. Noi proseguimmo verso il nostro
albergo, dove ciascuno di noi non vedeva l'ora di andare a dormire.
Verso mezzogiorno, tanto don Felice che don Luigi si alzarono, e per prima cosa parlarono di Aurora de
Guzman. Gil Blas, mi disse la mia padrona, va a casa di mia zia donna Ximena, e domandale da parte mia se il signor
Pacheco ed io possiamo oggi veder mia cugina. Uscii per far questa ambasciata, o piuttosto per concertare con la
governante quello che dovevamo fare, e quando fummo d'accordo, tornai dal falso Mendoza, e gli dissi: Signore, vostra
cugina Aurora sta benissimo; lei stessa mi ha incaricato di comunicarvi che la vostra visita le sar graditissima; e donna
Ximena mi ha detto di assicurare il signor Pacheco che, presentato da voi, sar sempre il benvenuto in casa sua.
Mi accorsi che quest'ultima frase fece piacere a don Luigi. Se ne accorse anche la mia padrona, e ne trasse un
felice presagio. Poco prima del pranzo arriv il cameriere della signora Ximena, e disse a don Felice: Signore, un uomo
di Toledo venuto a casa della vostra signora zia domandando di voi ed ha lasciato questa lettera. Il falso Mendoza l'apr,
e lesse ad alta voce quanto segue: Se desiderate avere notizie di vostro padre, e sapere qualche cosa di grande importanza
per voi, recatevi subito - appena avrete ricevuto la presente - al Cavallo Nero, vicino all'Universit. Sono troppo
curioso, esclam don Felice, di saper quali sono queste cose importanti, per non soddisfare la mia curiosit. Non vi dico
addio, Pacheco, prosegu rivolgendosi a don Luigi, se non sono di ritorno fra due ore, potrete andare da solo a trovare
mia zia: vi raggiunger dopo pranzo. Sapete bene quel che vi ha detto Gil Blas da parte di donna Ximena, e perci siete
senz'altro in diritto di fare questa visita. Cos dicendo usc dall'albergo, dopo avermi fatto cenno di seguirlo.
Potete ben immaginare che, invece di dirigerci verso il Cavallo Nero, infilammo la strada che ci condusse alla
casa dove stava la Ortiz. Appena arrivati, ci preparammo a rappresentare la commedia. Aurora si tolse la parrucca bionda,
lav, sfregando, le sopracciglia, e si vest da donna, trasformandosi cos in una bella ragazza bruna, come lo era al
naturale. Bisogna dire che il suo travestimento la cambiava a tal punto che Aurora e don Felice sembravano davvero due
persone diverse; come donna pareva perfino pi alta che come uomo: vero che a dare tale impressione contribuivano non
poco i tacchi di notevole altezza. Dopo che alle sue attrattive naturali ebbe aggiunto tutte quelle che l'arte le suggeriva,
stette in attesa di don Luigi con un'emozione mista di timore e di speranza. Un momento le dava fiducia il pensiero del suo
spirito e della sua bellezza, e un momento dopo si scoraggiava pensando di far fiasco. Dal canto suo, la Ortiz si preparava
a far del suo meglio per assecondare la sua padrona. Per quel che mi riguarda, poich Pacheco non doveva vedermi in
quella casa, e, come gli attori che compaiono soltanto all'ultimo atto, dovevo farmi vedere soltanto alla fine della visita,
me ne andai appena mangiato.
Quando arriv don Luigi tutto era pronto. La signora Ximena lo ricevette molto cortesemente, e Aurora si
intrattenne con lui per due o tre ore, dopo di che entrai io nel salotto dove i due giovani stavano conversando, e rivoltomi
a don Luigi gli dissi: Signore, il mio padrone don Felice non pu assolutamente venire quest'oggi, e vi prega di scusarlo;
con tre persone di Toledo, delle quali gli impossibile sbarazzarsi. Ah! piccolo scostumato! esclam donna Ximena,
scommetto che a far bisboccia. No, signora, replicai, sta trattando affari molto seri. proprio assai dolente di non
poter venire qui; mi ha incaricato di dirlo sia a voi che a donna Aurora. Io non accetto le sue scuse, disse scherzando la
mia padrona, sa che sono stata poco bene, e doveva mostrare uno po' pi di premura per una sua consanguinea. Per
punirlo, non voglio vederlo per quindici giorni. Oh! signora, disse allora don Luigi, non prendete una decisione cos
crudele; don Felice gi abbastanza punito per non avervi potuta vedere quest'oggi.
Dopo aver scherzato un poco su questo argomento, Pacheco and via. Aurora cambia subito aspetto, riprende
l'abito da cavaliere, e il pi rapidamente possibile ritorna all'albergo. Vi prego di scusarmi, amico caro, disse a don
Luigi, se non ho potuto venire da mia zia; ma non mi stato proprio possibile sbarazzarmi di quelle persone di Toledo.
Mi consolo per pensando che avete avuto almeno tutto il tempo per soddisfare la vostra curiosit. Ebbene, che cosa ne
pensate di mia cugina? Ditemelo senza complimenti. Ne sono entusiasta, rispose Pacheco. Avevate ragione di dire
che voi due vi somigliate. Non avevo mai visto delle fattezze cos uguali; lo stesso contorno del volto, gli stessi occhi, la
stessa bocca, lo stesso timbro di voce. Tuttavia c' qualche differenza: Aurora un po' pi alta di voi; lei bruna, e voi
siete biondo; lei seria e voi allegro: ecco tutto quello che vi distingue. Per quanto poi si riferisce allo spirito, non penso
che vi sia un angelo che ne possieda di pi di vostra cugina. In breve, infinitamente bella.
Il signor Pacheco pronunci queste ultime parole tanto vivacemente, che don Felice gli disse sorridendo:
Amico, mi pento di avervi fatto conoscere donna Ximena; credete a me, non andate pi a trovarla: ve lo consiglio per la
vostra tranquillit. Aurora de Guzman potrebbe turbarvi, e ispirarvi una passione...
Non ho bisogno di rivederla, la interruppe Pacheco, per innamorarmi di lei: ormai cosa fatta. Ne sono
molto dolente per voi, replic il falso Mendoza, perch voi non siete uomo da legarvi, e mia cugina non un'Isabella, ve
lo avverto. Lei non accetterebbe certo un innamorato che non avesse intenzioni serie. Intenzioni serie? domand don
Luigi, se ne possono forse avere di non serie con una ragazza del suo sangue? Mi offendete se mi credete capace di gettar
su di lei uno sguardo sacrilego; imparate a conoscermi meglio, mio caro Mendoza: ahim! sarei il pi felice degli uomini,
se lei accondiscendesse alla mia brama e volesse legare il suo destino al mio.
Se la prendete su quel tono, replic don Felice, sono disposto ad aiutarvi. S, capisco i vostri sentimenti. Vi
offro i miei buoni uffici presso mia cugina Aurora, e gi da domani cercher di guadagnare alla vostra causa mia zia, che
ha molta influenza su di lei. Pacheco ringrazi vivamente il cavaliere per tanta premura, e noi constatammo con gioia che
il nostro stratagemma non avrebbe potuto avere miglior risultato. Il giorno seguente, con una ulteriore trovata,
aumentammo l'amore di don Luigi. La mia padrona, dopo esser stata a trovare donna Ximena, come per parlarle a favore
del cavaliere, torn all'albergo da don Luigi, e gli disse: Ho parlato con mia zia, e ho dovuto faticar molto a predisporla a
vostro favore. Era decisamente prevenuta contro di voi. Non so chi le abbia messo in mente che siete un libertino; sta
comunque di fatto che qualcuno vi ha dipinto in modo molto svantaggioso: fortunatamente ho preso io le vostre difese con
tanto calore, che sono arrivato a cancellare la cattiva impressione che aveva nei riguardi dei vostri costumi. Ma non
basta, continu Aurora, voglio che abbiate un colloquio con la zia in mia presenza, per assicurarci del tutto il suo
appoggio.
Pacheco mostr una grande impazienza di parlare con donna Ximena, e questa soddisfazione gli fu concessa la
mattina seguente. Il falso Mendoza lo accompagn dalla signora Ortiz, e la conversazione che ne segu fece chiaramente
comprendere che don Luigi in poco tempo aveva preso una cotta solenne. L'astuta signora Ximena finse di lasciarsi
commuovere dall'affetto che lui dimostrava di avere, e gli promise di fare il possibile per indurre sua nipote a sposarlo.
Pacheco si gett in ginocchio davanti a una zia cos comprensiva, per ringraziarla della sua bont. Allora don Felice
domand se sua cugina si era gi alzata. No, rispose la governante, riposa ancora, e non possibile vederla subito; ma
ritornate oggi nel pomeriggio, e potrete parlare con lei finch vorrete. Questa risposta di donna Ximena raddoppi -
come potete ben immaginare - la gioia di don Luigi, al quale il resto della mattina sembr non volesse mai passare.
Ritorn all'albergo con Mendoza che con non poco piacere lo osservava, e notava in lui tutti i segni di un vero amore.
Non fecero che parlare di Aurora, e, dopo che ebbero pranzato, don Felice disse a Pacheco: Mi viene un'idea.
Vado a casa di mia zia un po' prima di voi; voglio parlare da solo a sola con mia cugina per sondare, se possibile, i suoi
sentimenti verso di voi. Don Luigi approv l'idea; lasci che il suo amico lo precedesse, e dopo circa un'ora and anche
lui a casa di donna Ximena. La mia padrona approfitt cos bene di quel tempo, che, quando il suo adoratore arriv, lei si
era gi trasformata in donna. Credevo, disse don Luigi, dopo aver salutato Aurora e la governante, che avrei trovato
qui don Felice. Lo vedrete fra poco, rispose la governante, sta scrivendo nel mio salottino. Pacheco parve
contentarsi della risposta, e cominci a conversare con le due signore. Tuttavia, nonostante la presenza dell'oggetto del
suo amore, si accorse che le ore passavano senza che Mendoza si facesse vivo; e non potendo fare a meno di mostrare una
certa sorpresa, fu allora che Aurora mut improvvisamente contegno e, ridendo, disse a don Luigi: Ma proprio
possibile che non abbiate ancora il minimo sospetto della gherminella che vi hanno fatto? Una parrucca bionda e delle
ciglia tinte mi fanno cambiare talmente d'aspetto, da poter fino a tal punto trarre in inganno? Disingannatevi, signor
Pacheco, continu Aurora ridiventando seria, sappiate che don Felice Mendoza e Aurora de Guzman sono la stessa
persona.
Non contenta di averlo tirato fuori da questo errore, la fanciulla confess il debole che aveva per lui, e tutti i passi
che aveva escogitato per trarlo a s. Don Luigi non sapeva se essere pi sorpreso o lusingato per tali parole, e, gettandosi
in ginocchio ai piedi della mia padrona, appassionatamente esclam: Ah mia bella Aurora, posso proprio credere di
essere il fortunato mortale verso il quale avete avuto tanta bont? Che cosa posso mai fare per ricambiarla? Un amore
eterno non sarebbe abbastanza. Queste parole furono seguite da un'infinit di frasi tenere e appassionate, e, alla fine, i
due innamorati si intrattennero sulle misure da prendere per portare a compimento i loro desideri. Fu stabilito che
saremmo partiti tutti subito per Madrid, dove avremmo terminato la nostra commedia con un bel matrimonio. Il progetto
fu realizzato quasi contemporaneamente alla sua ideazione; quindici giorni dopo don Luigi spos la mia padrona, e le
nozze furono motivo di feste e di divertimenti senza fine.

VII GIL BLAS CAMBIA PADRONE, E VA A SERVIZIO DA DON GONZALE PACHECO

Tre settimane dopo il matrimonio, la mia padrona volle ricompensare i servizi che le avevo resi. Mi regal cento
doppie, e mi disse: Gil Blas, amico mio, non ho nessuna intenzione di mandarti via da casa mia; anzi potrai restare finch
vorrai; ma uno zio di mio marito, don Gonzale Pacheco, vorrebbe averti come cameriere. Ho parlato tanto bene di te, che
mi ha fatto capire che gli farei un gran piacere cedendoti a lui. un signore del vecchio stampo, di un gran buon carattere,
e tu ti troveresti molto bene con lui.
Ringraziai Aurora per la sua bont, e, poich lei non aveva pi bisogno di me, accettai tanto pi volentieri il posto
offertomi, in quanto non ero costretto a uscire da quella famiglia. Una mattina dunque, la novella sposa mi mand a casa
del signor don Gonzale. Pur essendo quasi mezzogiorno, questi era ancora a letto. Quando entrai in camera sua, lo trovai
che stava bevendo del brodo che un paggio gli aveva portato. Il vecchio aveva i baffi arricciati, gli occhi quasi spenti, e un
viso pallido e scarno. Era uno di quei vecchi scapoli che, molto licenziosi in giovent, non lo sono meno in et pi
avanzata. Mi ricevette cortesemente e mi disse che, se avessi voluto servirlo con lo stesso zelo con cui avevo servito sua
nipote, non avrei avuto da pentirmi della mia sorte. In base a ci, promisi di aver per lui lo stesso attaccamento che avevo
avuto per Aurora, e lui mi assunse senz'altro al suo servizio.
Eccomi dunque con un nuovo padrone, e Dio sa che razza di uomo era quello! Quando si alz, credetti di
assistere alla resurrezione di Lazzaro. Figuratevi un corpo alto e talmente magro che, visto nudo, avrebbe potuto servire
per lo studio dell'anatomia ossea. Aveva le gambe cos sottili, che mi parvero ancora molto magre dopo che si fu messo tre
o quattro paia di calze l'una sull'altra. Oltre a ci, questa mummia vivente soffriva d'asma, e a ogni parola che diceva dava
un colpo di tosse. Dopo aver sorbito una tazza di cioccolata, si fece portare carta, penna e calamaio, e scrisse una lettera
che chiuse accuratamente e consegn al paggio che gli aveva portato il brodo, perch la recapitasse all'indirizzo segnato
sulla busta. Si rivolse poi a me, e mi disse: Amico, d'ora in avanti voglio incaricare te di eseguire le mie commissioni, e
specialmente quelle che si riferiscono a donna Eufrasia. Questa signora una giovane che io amo e dalla quale sono
teneramente riamato.
Dio mio! dissi allora fra me, come mai possibile impedire ai giovani di credersi amati, se questo vecchio
spelacchiato si immagina di essere idolatrato? Gil Blas, continu a dire il vecchio, oggi stesso ti condurr a casa sua,
dove ceno quasi tutte le sere. Vedrai una persona molto gentile, e sarai entusiasta del suo contegno saggio e riservato. Ben
lungi dall'assomigliare a quelle storditelle che si appigliano ai giovani e si fidano delle apparenze, lei possiede gi maturit
e giudizio; vuole che l'uomo sia sensibile, e alle attrattive fisiche, anche notevoli, antepone i sentimenti di un amante
veramente capace di amare. E non fin qui l'elogio di don Gonzale per la sua amante: volle farla apparire la quintessenza
di tutte le virt: ma su questo punto aveva un ascoltatore difficile da persuadere. Dopo tutti i raggiri che avevo visto fare
alle commedianti, non credevo affatto che i vecchi gentiluomini fossero molto fortunati in amore. Tuttavia per
compiacenza, finsi di prestare fede a tutto quello che disse il mio padrone; anzi, feci di pi: lodai il discernimento e il buon
gusto di Eufrasia, ed ebbi perfino l'impudenza di dire che non avrebbe potuto avere un amante pi attraente di lui. Quel
babbeo non si accorse che lo prendevo in giro, anzi si compiacque delle mie parole: tanto vero che un adulatore pu tutto
arrischiare con le persone altolocate che accettano le pi sfacciate adulazioni !
Dopo aver finito di scrivere, il vecchio si tolse con una pinzetta qualche pelo dalla barba, poi si lav gli occhi per
toglierne la cispa che li riempiva. Si lav anche le orecchie, quindi le mani, e quando ebbe fatto queste abluzioni si tinse di
nero i baffi, le sopracciglia e i capelli. Stette davanti allo specchio pi a lungo di una vecchia che si sforza di nascondere
l'ingiuria degli anni. Aveva appena finito di abbigliarsi, quando un altro vecchio, suo amico, il conte d'Asumar, entr nella
stanza. Che differenza c'era fra loro! Il conte mostrava i suoi capelli bianchi, si appoggiava al bastone, e sembrava
gloriarsi della sua vecchiaia, anzich sforzarsi di apparir giovane. Signor Pacheco, disse mentre entrava nella stanza,
sono venuto per invitarmi a pranzo. Siate il benvenuto conte, rispose il mio padrone. Dopo essersi abbracciati si
sedettero, e cominciarono a conversare in attesa dell'ora del pranzo.
Dapprincipio parlarono di una corrida che aveva avuto luogo pochi giorni prima. Ricordarono i cavalieri che vi
avevano dimostrato maggior forza e perizia; allora il vecchio conte, al pari di Nestore al quale tutte le cose presenti davano
occasione di lodare quelle passate, disse sospirando: Ohim! oggi non ci sono pi uomini paragonabili a quelli che ho
visto ai miei tempi, e anche i tornei non si fanno pi con la magnificenza di quando ero giovane. Io ridevo dentro di me
della prevenzione di quel buon uomo del conte d'Asumar, che non si limit ai tornei; mi ricordo di quel che disse quando
durante il pranzo furono portate a tavola delle bellissime pesche: Al tempo mio, le pesche erano molto pi grosse di
quelle che si trovano oggi; la natura si indebolisce di giorno in giorno. Di questo passo, dissi sorridendo dentro di me,
le pesche del tempo di Adamo dovevano essere di una grossezza meravigliosa.
Il conte d'Asumar rest quasi fino a sera col mio padrone, il quale, appena pot sbarazzarsi di lui, usc di casa
ordinandomi di seguirlo. Andammo da Eufrasia che abitava a cento passi da casa nostra, in un appartamento molto ben
messo. Era vestita leggiadramente, e aveva un aspetto cos giovanile che sembrava una minorenne, quantunque avesse
perlomeno trent'anni. Si poteva dire che era graziosa, e presto mi accorsi che aveva molto spirito. Non era una di quelle
civette che hanno un parlare sboccato e modi licenziosi: al contrario, era modesta nei gesti e nei discorsi, e parlava con
brio, ma senza affettazione. Io ne ero estremamente sorpreso: Santo Cielo! dicevo fra me, mai possibile che una
persona che si mostra cos riservata sia poi capace di far la puttana? Immaginavo che tutte le puttane dovessero essere
sfrontate. Ero sorpreso di vederne una dall'aspetto apparentemente modesto, ma non riflettevo che quelle creature sanno
darsi un contegno conforme al carattere dei ricchi e dei gentiluomini che cadono nelle loro grinfie. Se costoro amano i
temperamenti passionali, esse sono vivaci e impetuose. Se apprezzano un contegno riservato, esse mostrano saggezza e
virt. Sono dei veri camaleonti che cambiano di colore a seconda dell'umore e dell'indole degli uomini che le avvicinano.
Don Gonzale non era uno di quei gentiluomini che apprezzano la sfacciataggine nella bellezza; anzi non poteva
soffrirla, e per solleticarlo, bisognava che una donna avesse l'aria di una vestale: cos Eufrasia, regolandosi in
conseguenza, dimostrava che non tutte le migliori commedianti si trovano nel teatro. Lasciai il mio padrone con la sua
ninfa, e discesi in una sala dove trovai una vecchia cameriera che avevo conosciuto quando era la servetta di una
commediante. Anche lei mi riconobbe, e insieme recitammo una scena degna di una rappresentazione teatrale. Oh! siete
voi, signor Gil Blas! mi disse, felice dell'incontro, ve ne siete dunque andato via da Arsenia, come io da Costanza?
Veramente, le risposi, molto tempo che l'ho lasciata; sono stato da allora perfino al servizio di una nobildonna. La
vita dei commedianti non di mio gusto. Mi sono licenziato io stesso senza neppure degnarmi di parlare con Arsenia.
Avete fatto molto bene, disse la servetta che si chiamava Beatrice. Anch'io ho fatto quasi lo stesso con Costanza. Un
bel mattino le ho detto seccamente che volevo fare i conti; lei non ha risposto neppure una parola, e cos ci siamo separate
piuttosto civilmente.
Sono molto lieto, ripresi, che ci ritroviamo in una casa di persone pi oneste. Donna Eufrasia mi sembra una
specie di nobildonna, e credo che abbia un buon carattere. Non vi ingannate, mi rispose la vecchia cameriera, quella
ragazza ha certo nobili origini, come si vede dal suo contegno; e per quanto riguarda il suo umore, vi posso assicurare che
sempre uguale e assai dolce. Lei non come quelle padrone irose e difficili, che su tutto trovano da ridire, che gridano
sempre e tormentano i loro domestici, rendendo un inferno il loro servizio. Non l'ho mai sentita gridare neppure una volta,
tanto ama la dolcezza. Se talora mi capita di far qualche cosa che non la soddisfa, mi rimprovera senza collera, e non le
scappano mai di bocca quegli improperi di cui le signore colleriche sono cos generose. Anche il mio padrone, dissi a
mia volta, di indole molto dolce, e mi tratta familiarmente come se fossi un suo pari anzich il cameriere, insomma il
migliore di tutti gli uomini e da questo punto di vista possiamo dire che tanto voi quanto io ci troviamo molto meglio di
quando eravamo insieme con i commedianti. Mille volte meglio, riprese Beatrice, allora menavo vita tumultuosa,
mentre adesso vivo tranquilla. Qui da noi non vengono uomini all'infuori del signor don Gonzale, e io, nella mia
solitudine, non vedr che voi, e ne sar ben contenta. molto tempo che nutro affetto per voi, e pi di una volta ho
invidiato la felicit di Laura di avervi per amico; ma adesso spero che non sar meno felice di lei. In fondo, se non ho la
sua giovent e la sua bellezza, in compenso odio la civetteria, cosa questa che gli uomini non sapranno mai abbastanza
apprezzare, e per la fedelt posso dire di essere una tortorella.
Poich la buona Beatrice era una di quelle che son costrette a offrire i loro favori, perch altrimenti nessuno glieli
chiederebbe, non fui affatto tentato di approfittare delle sue profferte. Non volli tuttavia che lei si accorgesse che la tenevo
in dispregio, anzi spinsi la mia cortesia fino al punto di lasciarle una speranzella che mi innamorassi di lei. Pensavo
dunque di aver fatto la conquista di una vecchia domestica, ma anche qui mi ingannavo. La servetta non si comportava in
quel modo soltanto per i miei begli occhi: il suo scopo era di farmi innamorare per conquistarmi agli interessi della sua
padrona, alla quale era tanto attaccata, che non si preoccupava di quello che le avrebbe potuto costare il servirla.
Riconobbi il mio errore gi l'indomani mattina, quando portai a Eufrasia, per ordine del mio padrone, un biglietto
amoroso. Quella signora mi accolse molto affabilmente, mi disse un'infinit di frasi gentili e anche la cameriera volle dire
la sua. Mentre una si diceva ammirata del mio aspetto fisico, l'altra lodava il mio contegno saggio e prudente. Secondo
loro il signor don Gonzale aveva trovato in me un tesoro. In poche parole, mi lodarono tanto che diffidai di loro. Pur
avendone capito lo scopo, accettai le loro lodi con l'apparente ingenuit di uno sciocco, e con questa contro manovra
ingannai quelle briccone, che alla fine gettarono la maschera.
Senti, Gil Blas, mi disse Eufrasia sta in te fare la tua fortuna. Mettiamoci d'accordo, amico mio. Don Gonzale
vecchio e cos delicato di salute, che la pi piccola febbre, con l'aiuto di un buon medico, se lo porter via. Utilizziamo
il tempo che ancora gli resta da vivere, e facciamo in modo che lasci a me la maggior parte del suo patrimonio. Te ne dar
anche a te una buona fetta, te lo prometto; e considera la mia promessa come se te l'avessi fatta davanti a tutti i notai di
Madrid. Servitor vostro, risposi, disponete pure di me. Basta che mi diciate come devo comportarmi, e ne sarete
soddisfatta. Ebbene, prosegu Eufrasia, bisogna sorvegliare il tuo padrone e riferirmi ogni sua mossa. Quando poi si
intrattiene a parlare con te, fa in modo che il discorso cada sulle donne, e allora cogli l'occasione per dire, ma con
accortezza, ogni bene di me; cerca di ricordargli Eufrasia pi spesso che puoi. Ma questo non ancor tutto quello che
esigo da te, amico mio; devi stare molto attento a quello che si dice nella famiglia dei Pacheco. Se ti accorgi che qualche
parente di don Gonzale cerca di stargli molto vicino e punta sulla sua eredit, devi avvertirmene subito: non ti chiedo altro;
penser io a liquidarlo in breve tempo. Conosco i diversi caratteri dei parenti del tuo padrone: so qual' il modo per
renderli ridicoli agli occhi di lui, e sono gi riuscita a mal disporlo verso i nipoti e i cugini.
Da queste istruzioni e da altre che Eufrasia credette bene di impartirmi, capii che lei era una di quelle che si
attaccano ai vecchi prodighi. Poco tempo prima aveva fatto vendere a don Gonzale un terreno, e il ricavato della vendita
era andato a finire in tasca sua. Tutti i giorni si faceva regalare dei bei vestiti, e per di pi sperava di non venir dimenticata
nel testamento del vecchio. Io feci finta di impegnarmi volentieri a fare tutto quello che lei si aspettava da me e, per dire le
cose come sono, mentre ritornavo a casa, mi domandavo se avrei dovuto contribuire a ingannare il mio padrone, oppure
cercare di distaccarlo dalla sua amante. Mi parve che la seconda soluzione del dilemma fosse pi onesta dell'altra, e mi
sentivo pi propenso ad adempiere il mio dovere anzich venirne meno. D'altra parte, Eufrasia non mi aveva promesso
nulla di positivo, e forse fu questa la ragione per cui non fu capace di corrompermi. Decisi pertanto di servire con zelo don
Gonzale, e mi persuasi che se fossi riuscito a strapparlo al suo idolo, avrei avuto per questa buona azione una miglior
ricompensa.
Per raggiungere il mio scopo, mi dimostrai del tutto devoto alla causa di donna Eufrasia. Le feci credere che
parlavo sempre di lei col mio padrone, raccontandole delle bubbole che lei prendeva per danaro contante. Seppi
insinuarmi cos bene nell'animo suo, da farle credere che mi ero dedicato completamente a lavorare per lei. Per meglio
ispirarle fiducia, finsi inoltre di essere innamorato di Beatrice, la quale, felice di venir corteggiata, alla sua et, da un
giovanotto, non si preoccupava che io la ingannassi, purch sapessi farlo intelligentemente. Quando il mio padrone e io ci
trovavamo con le nostre principesse, formavamo due differenti quadretti dello stesso genere. Don Gonzale secco e pallido
come l'ho gi descritto, quando voleva fare gli occhi dolci aveva l'aspetto di un agonizzante, e la mia infante, man mano
che io mi mostravo pi appassionato, assumeva un atteggiamento infantile, e metteva in opera tutti gli artifici di una
vecchia puttana: per questo aveva avuto almeno quarant'anni di scuola. Si era raffinata al servizio di qualcuna di quelle
eroine della civetteria che hanno l'arte di piacere fino alla loro vecchiaia, e che muoiono cariche delle spoglie di due o tre
generazioni.
Non mi limitavo ad andare da Eufrasia tutte le sere insieme al mio padrone; anche durante il giorno le facevo
visita da solo, e ogni volta mi aspettavo di trovare in quella casa, nascosto, qualche giovane adoratore; ma qualunque fosse
l'ora, non incontravo mai nessun uomo, e neppure qualche donna dall'aria equivoca. Non riuscivo a scoprire la minima
traccia d'infedelt, e questo mi stupiva non poco perch, quantunque Beatrice mi avesse assicurato che la sua padrona non
riceveva nessuna visita maschile, non potevo capacitarmi che quella bella ragazza potesse mantenersi interamente fedele
a don Gonzale. Il mio sospetto non era certamente temerario, e la bella Eufrasia, come vedrete tra poco, per aspettare con
maggior pazienza l'eredit del mio padrone, si era provveduta di un amante pi adatto a una donna della sua et.
Una mattina che avevo portato, come il solito, alla principessa un biglietto amoroso, vidi, mentre ero in camera
sua, i piedi di un uomo nascosto dietro una tenda. Feci finta di niente, e dopo aver fatto la mia commissione, me ne andai
senza mostrare di essermi accorto di quei due piedi; ma, sebbene questo fatto non dovesse sorprendermi, e comunque non
mi riguardasse, ne fui molto emozionato. Ah! perfida, dicevo fra me pieno di sdegno, scellerata Eufrasia! Non
abbastanza che tu ti imponga a un povero vecchio facendogli credere che l'ami, bisogna anche che tu ti conceda ad un altro
per colmo di tradimento!
Quando ci penso, quant'ero stupido a ragionare in tal modo! Bisognava invece ridere di quell'avventura,
considerandola piuttosto come compenso per le noie e gli sdilinquimenti che la ragazza doveva sopportare nella relazione
col mio padrone. In ogni caso avrei fatto meglio a non farne parola, piuttosto che servirmi di questa occasione per agire da
buon servitore. Ma, invece di moderare il mio zelo, presi tanto a cuore gli interessi di don Gonzale, che gli feci un rapporto
fedele di quello che avevo visto, e per di pi gli raccontai che Eufrasia aveva voluto corrompermi. Non tacqui nulla di ci
che lei mi aveva detto, e fu poi compito suo andare a fondo della cosa e conoscere meglio la sua amante. Il vecchio mi fece
qualche domanda come se non avesse prestato intera fede al mio racconto; ma le mie risposte furono tali da togliergli la
soddisfazione di dubitare della mia sincerit. Ne fu molto scosso, nonostante il sangue freddo che sapeva conservare in
ogni occasione, e un'ombra di collera che pass sul suo viso mi fece presagire che la donna non gli sarebbe stata
impunemente infedele. Basta cos, Gil Blas, mi disse, ti sono molto grato per l'attaccamento che mi dimostri, e mi
compiaccio per la tua fedelt. Vado subito a casa di Eufrasia. Voglio coprirla di rimproveri e rompere i rapporti con
quell'ingrata. Detto questo, usc di casa per andare effettivamente da lei, e mi dispens dall'accompagnarlo, per
risparmiarmi la parte odiosa che avrei avuto durante la loro spiegazione.
Aspettai con la maggior impazienza il ritorno del mio padrone. Non dubitavo che, avendo un cos grande motivo
di lamentarsi della sua ninfa, si sarebbe liberato dalle sue seduzioni, o, quanto meno, avrebbe deciso di rinunciarvi. Cos
pensando, mi rallegravo per l'opera mia. Mi figuravo il piacere che avrebbero avuto gli eredi di don Gonzale, quando
avrebbero saputo che il loro congiunto non era pi la vittima di una passione cos contraria ai loro interessi. Mi lusingavo
che essi ne avrebbero tenuto conto nei miei riguardi, e che, insomma, mi sarei distinto fra gli altri camerieri, di solito pi
inclini a fomentare i vizi dei loro padroni che a cercare di trarli fuori. Avevo il senso dell'onore, e pensavo con gioia che
sarei stato considerato il corifeo dei domestici; ma qualche ora dopo, questo pensiero cos allettante svan. Il mio padrone
arriv, e mi disse: Amico mio, ho avuto un colloquio molto vivace con Eufrasia. L'ho trattata come un'ingrata e una
perfida, e l'ho coperta di rimproveri. Vuoi sapere che cosa mi ha risposto? Che avevo torto a dar ascolto ai camerieri.
Sostiene che tu mi hai raccontato un sacco di bugie. Secondo lei, non sei altro che un impostore, un servo devoto ai miei
nipoti, nell'interesse dei quali non lasceresti nulla di intentato per mettermi in urto con lei. L'ho vista piangere, ed erano
lacrime vere. Mi ha giurato, su quel che c' di pi sacro, che non ti ha fatto nessuna proposta, e che non vede mai nessun
uomo. Beatrice, che mi sembra una brava donna, incapace di mentire, mi ha garantito la stessa cosa; di modo che, mio
malgrado, la mia collera si calmata.
Ma come, signore? lo interruppi, profondamente addolorato, voi dubitate della mia sincerit? Diffidate di
me... No, ragazzo mio, mi interruppe il vecchio a sua volta, ti rendo giustizia. Non ti credo affatto d'accordo coi miei
nipoti. Sono persuaso che sei stato mosso soltanto dal pensiero del mio interesse, e di questo te ne sono grato; ma, dopo
tutto, le apparenze sono ingannatrici; pu darsi che quello che hai creduto di vedere sia stato soltanto un'immaginazione;
e, in questo caso, giudica tu stesso fino a qual punto la tua accusa debba aver offeso donna Eufrasia! Checch ne sia,
quella una donna che non posso fare a meno di amare; il mio destino: bisogna perfino che io faccia il sacrificio che lei
esige dal mio amore e questo sacrifizio quello di licenziarti. Ne sono profondamente dolente, mio povero Gil Blas,
continu don Gonzale, e ti assicuro che ho acconsentito soltanto a malincuore: ma non potrei fare altrimenti: compatisci
la mia debolezza, e consolati pensando che non ti mander via senza darti una buona ricompensa. Per di pi, penso di
sistemarti presso una signora mia amica, dalla quale ti troverai molto bene.
Rimasi molto mortificato di vedere che il mio zelo si era ritorto contro di me. Maledissi Eufrasia, e deplorai la
debolezza di don Gonzale di esserne divenuto succube. Il buon vecchio si rendeva abbastanza conto che, licenziandomi
soltanto per far piacere alla sua amante, commetteva un'azione ben poco virile, e allora, per compensare quella debolezza,
e per farmi ingoiare meglio la pillola, mi regal cinquanta ducati, e il giorno dopo mi condusse a casa della marchesa de
Chaves, alla quale disse, in mia presenza, che ero un giovane pieno di buone qualit, che mi voleva molto bene, e che,
poich ragioni di famiglia non gli permettevano pi di tenermi presso di s, la pregava di assumermi al suo servizio. La
marchesa subito accondiscese, cosicch io, tutto ad un tratto, mi trovai in una nuova casa a prestare servizio.

VIII QUALE ERA IL CARATTERE DELLA MARCHESA DE CHAVES, E QUALI PERSONE


FREQUENTAVANO DI SOLITO LA SUA CASA

La marchesa de Chaves era una vedova di trentacinque anni, bella alta e ben fatta. Godeva di una rendita di
diecimila ducati, e non aveva figlioli. Non ho mai visto una donna pi seria e pi parca di parole. Questo non impediva che
venisse ritenuta la donna pi intellettuale di Madrid. A darle tale reputazione contribuiva forse, pi del suo stesso merito,
il gran numero di persone aristocratiche e di letterati che quotidianamente frequentavano i suoi salotti. Non mi sento di
dare un giudizio in merito. Mi basti dire che al suo nome era associata l'idea di un essere superiore, e che in citt la sua
casa veniva chiamata il cenacolo degli intellettuali.
Effettivamente, non passava giorno che non si desse lettura di opere drammatiche e di altra poesia, sempre per
di genere serio; i lavori comici venivano disprezzati. La migliore delle commedie e il romanzo, anche il pi ben composto
e divertente, venivano considerati frivole composizioni che non meritavano alcuna lode; viceversa un'opera seria, anche
piccola, come un'ode, un'egloga, un sonetto, veniva apprezzata come la pi alta espressione dello spirito umano.
Succedeva talvolta che il pubblico non confermasse il giudizio di quel cenacolo, e perfino che fischiasse, con poca
cortesia, le opere che erano state in esso accolte con estremo favore.
In quella casa io ero maggiordomo; pi precisamente le mie mansioni consistevano nel preparare i saloni di
ricevimento, mettere a posto le sedie per gli uomini e gli sgabelli imbottiti per le donne, e, quando arrivavano gli ospiti,
stavo sulla porta della sala per annunciarli e introdurli. Il primo giorno del mio servizio c'era con me in anticamera, per
pura combinazione, il capo dei paggi, il quale, man mano che io facevo entrare le persone, me le descriveva con molta
arguzia. Si chiamava Andrea Molina. Era di natura freddo e beffardo, e non mancava di spirito. Dapprima si present un
vescovo. Lo annunciai, e dopo che l'ebbi introdotto, il capo dei paggi mi disse: Quel prelato ha un carattere
piacevolissimo. Gode di un certo credito a Corte, ma vorrebbe far credere di averne molto di pi. Offre i propri servizi a
tutti, e in realt non serve a nessuno. Un giorno incontra dal re un cavaliere che lo saluta; lui lo ferma, lo colma di cortesie,
gli stringe la mano e gli dice: Sono a disposizione di vossignoria. Vi prego di mettermi alla prova; non morr contento se
non capita un'occasione in cui io possa esservi utile. Il cavaliere lo ringrazi pieno di riconoscenza, e appena separati, il
prelato dice a uno dei suoi ufficiali: Mi pare di conoscere quel tipo l: ho una vaga idea d'averlo visto in qualche luogo.
Poco dopo il vescovo, arriv il figlio di una grande personalit, e quando l'ebbi condotto in salotto, Molina mi
disse: Quel signore anche lui un originale. Pensate che spesso gli capita di andare in una casa per trattare un affare
importante col padrone, e poi se ne va senza ricordarsi di parlargliene. Ma ecco, continu a dire il mio informatore,
vedendo arrivare due donne, ecco donna Angela de Peafiel e donna Margherita de Montalvan. Sono due donne che non
si assomigliano affatto. Donna Margherita si picca di filosofia; tiene testa ai pi sapienti dottori di Salamanca, e per
nessuna ragione si darebbe per vinta. Donna Angela invece non si atteggia a erudita, quantunque sia molto colta. I suoi
ragionamenti sono azzeccati, i suoi pensieri sagaci, e sa esprimersi in modo fine e naturale. Quest'ultimo carattere,
dissi io, ammirevole, ma l'altro mi pare non si convenga al bel sesso. Non troppo, rispose Molina sorridendo, e
anzi spesso rende ridicoli anche gli uomini. La signora marchesa, nostra padrona, anche lei un po' patita di filosofia.
Chiss quali temi verranno dibattuti oggi! Dio voglia che non si discuta di religione!
Aveva appena finito di parlare, che vedemmo venire un uomo magrissimo, che aveva l'aria grave e accigliata. Il
mio informatore non risparmi neppure lui. Quello l, mi disse, uno di quegli uomini contegnosi, che vogliono
passare per grandi geni, con silenzi che vorrebbero essere pieni di significato, o con qualche giudizio preso a prestito da
Seneca; in realt, studiandoli attentamente, si vede che sono soltanto degli sciocchi. Dopo quel tizio, entr un cavaliere
di bell'aspetto, dall'aria greca, ovverosia dalle maniere piene di sussiego. Domandai chi era, e Molina mi rispose: un
poeta drammatico che in vita sua avr scritto centomila versi che non gli hanno fruttato neppure un soldo; ma, in
compenso, con sei righe di prosa si fatta una considerevole posizione.
Stavo per informarmi quale fosse il genere di fortuna fatta con cos poca fatica, quando sentii un gran rumore per
le scale. Benissimo, esclam Molina, ecco arrivare il laureato Campanario. Si annuncia da solo prima di arrivare.
Comincia a parlare appena entra dalla porta di strada, e non la smette fino a quando se ne va. Effettivamente si sentiva
rimbombare la voce del rumoroso laureato che, alla fine, entr in anticamera con un suo amico baccelliere, e non la smise
di chiacchierare per tutta la visita. Il signor Campanario, diss'io a Molina, apparentemente un uomo di genio. S,
rispose il mio informatore, un uomo capace di frizzi brillanti e di espressioni ermetiche; molto divertente. Ma, oltre ad
essere un chiacchierone impenitente, ripete sempre le stesse cose, e, per dire pane al pane, credo che l'atteggiamento
piacevole e comico con cui parla rappresenti il suo merito pi grande. Infatti la maggior parte delle sue arguzie non
farebbe molto onore a una raccolta di freddure.
In seguito vennero molte altre persone, delle quali Molina mi fece divertenti ritratti. Non dimentic neppure la
marchesa, che mi dipinse in un modo che mi piacque molto. Vi assicuro, mi disse, che la nostra padrona ha una mente
equilibrata, nonostante la sua filosofia. Il suo umore facilmente sopportabile per chi la deve servire, e non soggetto a
capricci. una delle donne pi ragionevoli che io conosca, e non nemmeno vincolata a nessuna passione. Non prova
gusto n per il gioco, n per la civetteria, e le piace soltanto la conversazione. Per la maggior parte delle signore il suo
genere di vita sarebbe noioso. Con questo elogio il mio informatore mi predispose a favore della mia padrona. Tuttavia,
qualche giorno dopo, non potei impedirmi di sospettare che non fosse tanto nemica dell'amore, e qui di seguito dir quale
fu il fondamento di tale sospetto.
Una mattina, mentre la marchesa faceva toletta, mi si present un ometto di quarant'anni, di aspetto sgradevole,
pi sudicio dell'autore Pedro de Moja, e gobbo per soprammercato. Mi disse che voleva parlare alla signora marchesa.
Alla mia domanda, da parte di chi veniva, rispose con fierezza: Vengo da parte mia. Ditele che io sono il cavaliere di cui
le parl ieri donna Anna de Velasco. Lo introdussi nell'appartamento della mia padrona, e lo annunciai. La marchesa
dette in un'esclamazione di gioia, e disse che poteva entrare. Poi, non solo lo ricevette molto gentilmente, ma disse alle
cameriere di uscire dalla stanza, di modo che il gobbetto, pi felice di qualsiasi persona per bene, rest solo con lei. Le
cameriere ed io ci mettemmo a ridere per quel bel colloquio a quattrocchi, che dur quasi un'ora; poi la mia padrona
conged il gobbo con tanti complimenti, che mi fecero comprendere che era stata molto contenta di lui.
Effettivamente il colloquio doveva esserle piaciuto molto, perch la sera, presomi in disparte, mi disse: Gil
Blas, quando il gobbo ritorner, fatelo entrare nel mio appartamento il pi segretamente possibile. Confesso che
quest'ordine mi indusse a fare strane supposizioni; ci nonostante, quando l'ometto ritorn - il che avvenne la mattina
seguente - eseguii l'ordine della marchesa, e lo introdussi in camera sua facendolo passare per una scala secondaria. Due o
tre volte ripetei bonariamente questa manovra, giungendo alla conclusione che la marchesa aveva dei gusti bizzarri,
oppure che il gobbo faceva il mezzano.
In fede mia, mi dicevo, prevenuto da queste riflessioni, se la mia padrona amasse qualche bell'uomo, glielo
potrei perdonare, ma se si incapricciata di quel macaco, francamente non posso scusare un gusto cos depravato. Ma
come giudicavo male la mia padrona! Il gobbetto si occupava di magia, e, siccome le avevano detto che lui era molto
bravo, la marchesa, che assisteva volontieri ai giuochi di prestigio dei ciarlatani, aveva voluto quei segreti abboccamenti.
Il mago prediceva il futuro guardando in un globo di vetro, faceva girare lo staccio, e rivelava, dietro compenso, tutti i
misteri della cabala; oppure, per dire proprio la verit, era un furfante che viveva alle spalle dei creduloni; e si diceva che
avesse come clienti parecchie signore dell'aristocrazia.

IX QUALE FU LA CAUSA PER CUI GIL BLAS LASCI LA MARCHESA DI CHAVES, E QUELLO CHE
AVVENNE IN SEGUITO

Erano gi sei mesi che mi trovavo a servizio dalla marchesa di Chaves, ed ero contentissimo della mia posizione.
Ma il mio destino non mi permise di restare pi a lungo in quella casa, e neppure a Madrid. Sentite quale fu l'avventura che
mi costrinse ad allontanarmi.
Fra le cameriere della mia padrona ce n'era una chiamata Porzia. Oltre ad essere giovane e bella, aveva un cos
buon carattere che me ne innamorai, senza sapere che avrei dovuto combattere per conquistarla. Il segretario della
marchesa, uomo geloso e pieno di alterigia, si era invaghito della mia bella. Appena si accorse del mio amore, senza
cercare di rendersi conto dei sentimenti di Porzia a mio riguardo, decise di sfidarmi a duello. A questo scopo, un bel
mattino, mi dette appuntamento in un luogo solitario. Siccome lui era cos piccoletto che arrivava appena all'altezza delle
mie spalle, e mi pareva assai deboluccio, non pensai che fosse un rivale molto pericoloso. Andai fiducioso nel luogo
indicatomi. Ero sicuro di riportare una facile vittoria, e farmi bello agli occhi di Porzia; ma il fatto non corrispose alla mia
aspettativa. Quel piccoletto di un segretario, che aveva tirato di scherma per due o tre anni, mi disarm come se fossi stato
un ragazzino, e, puntandomi la spada al petto, mi disse: Preparati a morire, o dammi la tua parola d'onore che oggi stesso
te ne andrai via dalla marchesa de Chaves, e che lascerai stare Porzia. Gli feci volentieri tale promessa, e la mantenni
senza dispiacere. Mi vergognavo di farmi vedere, dopo la sconfitta, dagli altri domestici, e soprattutto dalla bella Elena,
oggetto del nostro duello. Tornai a casa soltanto per prendere i miei abiti e il danaro, e, il giorno stesso, mi avviai verso
Toledo con la borsa ben fornita, e sulla schiena uno zaino con la mia roba. Nonostante non mi fossi impegnato a lasciare
Madrid, ritenni opportuno di allontanarmene almeno per qualche anno. Decisi di visitare la Spagna e di fermarmi in una
citt dopo l'altra. Il denaro che possiedo, pensavo, mi condurr lontano: sapr come spenderlo, e quando non ne avr
pi, torner a fare il cameriere. Un giovanotto come me trover tutti i posti che vorr, quando ne sar in cerca, e non avr
che la difficolt della scelta.
Soprattutto avevo desiderio di visitare Toledo, dove giunsi dopo tre giorni. Andai ad abitare in un buon albergo
facendomi passare per un cavaliere importante, in virt dell'abito da vagheggino che avevo avuto cura di indossare; e con
l'aria da padroncino di cui facevo mostra, dipendeva soltanto da me stringere relazione con delle belle ragazze del
vicinato: ma, avendo imparato che con loro all'inizio bisognava spendere molto, repressi i miei desideri, e preferendo
continuare a viaggiare, dopo aver visto quello che c'era di interessante a Toledo, me ne partii un bel mattino, allo spuntar
del giorno, e mi incamminai verso Cuena, col proposito di proseguire per Aragona. Il secondo giorno di viaggio mi
fermai in un albergo che trovai per strada. Mentre mi stavo rinfrescando, vidi entrare una squadra di arcieri della Santa
Hermandad. Questi chiesero del vino, si misero a bere e a conversare, ed io sentii che avevano l'ordine di arrestare un
giovane di cui indicarono i connotati. Quel cavaliere, disse uno degli sbirri, non ha pi di ventitr anni; porta lunghi
capelli neri, possiede una bella corporatura, ha il naso aquilino, e cavalca un baio dal mantello scuro.
Ascoltai la loro conversazione facendo finta di niente e, in realt non me ne importava affatto. Li lasciai
all'albergo, e ripresi la mia strada. Non avevo percorso un mezzo quarto di lega, che vidi un cavaliere di bell'aspetto,
montato su di un cavallo castano. In fede mia, dissi fra me, dovrei sbagliarmi di molto se questo non l'uomo ricercato
dagli arcieri. La sua capigliatura nera e il naso aquilino; certo lui che vogliono pescare. Bisogna assolutamente che lo
aiuti. Signore, gli dissi, mi permetto di chiedervi se siete implicato in qualche questione d'onore. Il giovane non mi
rispose, ma mi guard fisso, sorpreso della mia richiesta. Io lo assicurai che non era per curiosit che gli avevo rivolto
quella domanda. Egli se ne persuase quando gli raccontai quello che avevo sentito all'albergo. Generoso sconosciuto,
mi disse, non nego che ho motivo di credere che son proprio io che gli sbirri stanno cercando; perci ritengo opportuno
cambiare strada. Allora replicai: Secondo il mio parere, sarebbe meglio che cercassimo un rifugio in cui voi possiate
stare al sicuro, e dove tutti e due possiamo metterci al riparo dal temporale che sta per scoppiare. Cos ci avviammo per
un viale alberato, che ci condusse ad un eremitaggio ai piedi di una montagna.
Era una grotta grande e profonda che le intemperie avevano scavato nel dosso del monte, e alla quale la mano
dell'uomo aveva aggiunto un avancorpo di abitazione costruito con pietre incrostate e conchiglie, e tutto ricoperto di zolle
erbose. Intorno, un'infinit di fiori profumavano l'aria, e vicino alla grotta, da una piccola fenditura, sgorgava
gorgogliando una sorgente d'acqua che si perdeva in un prato. All'ingresso di questo solitario abituro stava un buon
eremita, che sembrava stremato dalla vecchiaia. Con una mano si appoggiava a un bastone, e nell'altra teneva un rosario di
almeno venti decine di grani grossi. Aveva la testa imbacuccata in un berretto di lana marrone a lunghe bande laterali, e
una barba bianca come la neve che gli scendeva fino alla cintola. Ci avvicinammo a lui, e io gli dissi: Padre, possiamo
chiedervi asilo per proteggerci dal temporale che ci minaccia? Venite, figlioli, rispose l'anacoreta dopo avermi ben
osservato, questo eremo a vostra disposizione, e potrete restarci finch vorrete. Quanto al vostro cavallo, prosegu il
vecchio mostrandoci l'avancorpo di costruzione, star benissimo l. Il cavaliere che mi accompagnava condusse il
cavallo nel posto indicato, poi, insieme, seguimmo l'eremita nell'interno della grotta.
Facemmo appena in tempo ad entrare che si scaten una violenta pioggia accompagnata da lampi e tuoni
spaventosi. L'eremita si mise in ginocchio davanti a un'immagine di san Pacomio incollata al muro, e noi seguimmo il suo
esempio. Frattanto cess di tuonare. Non ci alzammo, ma poich la pioggia continuava a cadere, e presto si sarebbe fatto
notte, il vecchio ci disse: Figliuoli miei, non vi consiglio di mettervi in cammino con questo tempaccio, a meno che non
abbiate affari urgenti da sbrigare. Rispondemmo entrambi che nulla ci impediva di restare, e che se non eravamo troppo
di incomodo, l'avremmo pregato di lasciarci passare la notte nel suo eremitaggio. Non mi disturbate affatto, rispose
l'eremita, piuttosto siete voi che vi dovrete adattare. Non posso offrirvi che un pasto da anacoreta e un giaciglio poco
accogliente.
Dopo aver detto questo, il sant'uomo ci fece sedere a una piccola tavola, e, mettendoci davanti un paio di
cipolline, un pezzo di pane e una brocca d'acqua: Figliuoli miei, continu a dire, vedete qual' il mio pasto ordinario:
ma oggi, per farvi onore, voglio fare uno strappo. Cos dicendo, and a prendere un po' di formaggio e due manciate di
nocciole che depose sulla tavola. Il giovane cavaliere, che non aveva appetito, non fece molto onore al pasto, e allora
l'eremita gli disse: Mi accorgo che siete abituato a una tavola migliore della mia, o piuttosto che il peccato di gola ha
corrotto il vostro naturale istinto. Anch'io, come voi, ho vissuto nel mondo. Le carni pi delicate, e gli intingoli pi squisiti
non erano mai troppo buoni per me; ma da quando vivo nella solitudine, ho riportato il mio gusto alla sua primitiva
purezza. Adesso mi piace mangiare soltanto le radici, la frutta e il latte, insomma, tutto quello di cui si nutrivano i nostri
antenati.
Mentre l'eremita parlava, il giovane era caduto in una profonda fantasticheria. L'eremita se ne accorse, e gli disse:
Figlio mio, vi vedo molto turbato. Posso saperne la ragione? Apritemi il vostro cuore. Ve lo chiedo non perch sia
curioso, ma per puro spirito di carit. Per la mia et, io sono in grado di dar dei consigli, e voi forse ne avete bisogno. S,
padre mio, rispose sospirando il cavaliere, ne ho proprio bisogno, e seguir i vostri consigli, poich avete avuto la bont
di offrirmeli. Penso che non correr alcun rischio aprendo l'animo mio a un uomo come voi. Certamente no, figlio
mio, rispose il vecchio, non avete nulla da temere, e potete farmi tranquillamente qualsiasi confidenza. Allora il
cavaliere cominci il suo racconto.
X STORIA DI DON ALFONSO E DELLA BELLA SERAFINA

Racconter la mia disgrazia senza nascondere nulla, n a voi, mio buon padre, n al cavaliere che mi ascolta:
avrei torto di diffidare di lui, dopo il suo generoso gesto verso di me. Io sono di Madrid ed ecco la mia origine. Il barone de
Steinbach, ufficiale della guardia tedesca, tornando a casa una sera, vide ai piedi della scala un involto di tela bianca con
dentro un neonato. Lo prese e lo port in camera di sua moglie. Il bambino era avvolto in finissimo lino, e aveva accanto
a s un biglietto nel quale si dichiarava che il bambino era figlio di nobili, che un giorno si sarebbero fatti vivi, e che era
stato battezzato col nome di Alfonso. Quella infelice creatura ero io, e non so altro di me. Vittima dell'onore o
dell'infedelt, non so se mia madre mi abbia abbandonato soltanto per nascondere un amore proibito, o se, sedotta da un
amante spergiuro, si sia trovata nella crudele impossibilit di riconoscermi per suo.
Qualunque fosse la ragione, il barone e sua moglie, rimasero commossi per la mia sorte, e non avendo bambini,
decisero di allevarmi sotto il nome di don Alfonso. Pi crescevo e pi si affezionavano a me. Le mie maniere amabili e
compiacenti li invitavano ad accarezzarmi ad ogni momento. Insomma riuscii a farmi voler molto bene. Ebbi maestri di
ogni genere. La mia educazione divenne la loro unica preoccupazione; e, lungi dall'attendere con impazienza che i miei
genitori si facessero vivi, sembrava, al contrario, che desiderassero che la mia nascita rimanesse per sempre un mistero.
Quando il barone mi vide in grado di portare le armi, mi fece assumere nel servizio militare. Ottenne per me il grado di
alfiere, mi equipaggi di tutto punto, e per indurmi a cercare le occasioni di imprese gloriose, mi comunic che la carriera
dell'onore era aperta a tutti, e che avrei potuto farmi in guerra un nome tanto pi famoso, in quanto l'avrei dovuto soltanto
a me stesso. In quell'occasione mi rivel il segreto della mia nascita, che, fino ad allora, mi aveva tenuto nascosto.
Siccome a Madrid tutti mi ritenevano figlio del barone, e io stesso l'avevo creduto, quella rivelazione, lo confesso, mi
turb profondamente. Non potevo pensarci e anche oggi non lo posso, senza provare vergogna. Pi ho la sensazione che
sono realmente di nobile origine, pi mi rattrista il pensiero di esser stato abbandonato da coloro cui devo la vita.
Andai in guerra nei Paesi Bassi: ma dopo poco tempo fu fatta la pace, e, poich la Spagna si trovava senza
nemici dichiarati, ma non senza invidiosi, ritornai a Madrid, dove ebbi dal barone e da sua moglie nuove testimonianze di
affetto. Erano gi passati due mesi dal mio ritorno, quando, una mattina, un paggetto entr in camera mia, e mi consegn
una lettera presso a poco del seguente tenore: Non sono n brutta, n malfatta, e tuttavia voi mi vedete spesso alla mia
finestra, senza fare alcun gesto invitante. Questo non si accorda col vostro aspetto seducente, e io ne sono tanto piccata
che, per vendicarmi, sarei disposta a darvi un po' d'amore.
Dopo aver letto la lettera, non ebbi alcun dubbio che fosse di una vedova, di nome Leonora, che abitava di
fronte a noi, e che aveva la reputazione di essere molto civetta. Ne chiesi al paggetto che, sulle prime, voleva fare il
discreto, ma poi, con un ducato che gli misi in mano soddisfece la mia curiosit. Fu disposto perfino a portare la mia
risposta alla sua padrona attraverso la quale le mandavo a dire che riconoscevo il mio delitto, e che sentivo che lei era gi
per met vendicata.
Non fui insensibile a questo genere di conquista. Per tutto il resto della giornata rimasi in casa, avendo cura di
stare affacciato alla mia finestra per vedere la signora, che non manc di affacciarsi alla sua. Le feci dei segni. Lei mi
rispose, e il giorno seguente mi fece sapere per mezzo del paggetto che, se la prossima notte mi fossi trovato in istrada fra
le undici e mezzanotte, avrei potuto parlarle a una finestra del pianterreno. Bench non mi sentissi molto innamorato per
una cos vivace vedovella, non mancai di inviarle una risposta molto appassionata, e di aspettare la notte con tanta
impazienza come se fossi veramente preso d'amore per lei. Scesa la notte, andai a passeggiare al Prado fino all'ora
dell'appuntamento. Non vi ero ancora arrivato, che un uomo, a cavallo di un bellissimo baio, mi venne accanto e, sceso
improvvisamente di sella, mi abbord in modo assai brusco: Cavaliere, non siete il figlio del barone de Steinbach? S,
risposi. Allora siete voi, continu lo sconosciuto, che questa notte ha un appuntamento alla finestra di Leonora? Ho
letto le sue lettere e le vostre risposte; me le ha mostrate il suo paggio; e io vi ho seguito stasera da casa vostra fin qui, per
farvi sapere che avete un rivale la cui vanit sdegna di dover contendere con voi un cuore di donna. Non credo ci sia
bisogno di aggiungere altro. Siamo in un luogo solitario, battiamoci dunque a duello, a meno che, per evitare il mio
castigo, voi mi promettiate di rompere qualsiasi relazione con Leonora. O sacrificate le vostre speranze, oppure sar io a
togliervi la vita. Bisognava risposi, chiedermelo questo sacrificio, e non gi esigerlo. Avrei potuto accondiscendere
alle vostre preghiere, ma respingo le vostre minacce.
Ebbene, replic lui dopo aver attaccato il cavallo ad un albero, non ci resta che batterci. Non conviene ad una
persona come me abbassarsi a pregare un uomo come voi. Al mio posto, la maggior parte dei miei pari si vendicherebbero
di voi in un modo meno onorevole. Mi sentii punto da queste ultime parole e, vedendo che lui aveva gi tirato fuori la
spada, sfoderai la mia. Cominciammo un duello tanto furioso, che il combattimento fu di breve durata. O che il mio
avversario fosse troppo impetuoso, o che io fossi pi abile di lui, lo trapassai quasi subito con un colpo mortale. Lo vidi
vacillare e cadere. Allora, preoccupato soltanto di mettermi in salvo, montai sul suo cavallo, e presi la strada di Toledo.
Non osai ritornare a casa del barone de Steinbach, pensando che la mia avventura l'avrebbe certo afflitto profondamente;
e quando riflettevo al pericolo che correvo, credevo che non mi sarei mai allontanato abbastanza presto da Madrid.
Mentre facevo queste tristi riflessioni, cavalcai il resto della notte e tutta la mattina seguente. Ma verso
mezzogiorno dovetti fermarmi per far riposare il cavallo, e aspettare che diminuisse il caldo divenuto insopportabile. Mi
fermai in un villaggio fino al calar del sole; poi proseguii il cammino volendo arrivare in una sola tappa a Toledo. Avevo
gi oltrepassato Illescas di due buone leghe, quando, verso la mezzanotte, un uragano come quello di oggi mi sorprese in
mezzo alla campagna. Mi avvicinai al muro di cinta di un giardino che vidi a qualche passo di distanza, e, non trovando un
rifugio pi comodo, mi sistemai alla meglio, insieme col cavallo, al di sotto del balcone sovrastante un chiosco situato alla
estremit del muro. Essendomi appoggiato al portone, sentii che era aperto, cosa che attribuii a negligenza dei domestici.
Allora, non tanto per curiosit, quanto per ripararmi meglio dalla pioggia che continuava a cadere anche sotto al balcone,
scesi da cavallo, e mi inoltrai tenendo il cavallo per la briglia nell'interno di quel chiosco.
Mentre il temporale continuava a imperversare, mi guardai intorno con attenzione, e sebbene non potessi
vederci che alla luce dei lampi, mi resi conto che era una casa che non doveva appartenere a persone ordinarie. Attendevo
sempre che la pioggia cessasse, per proseguire il mio cammino, quando vidi una gran luce in lontananza che mi fece
cambiare idea. Lasciai il cavallo nel chiosco, ne chiusi la porta, e mi diressi verso quella luce, persuaso che qualcuno era
ancora alzato in quella casa, e deciso a chiedere ospitalit per quella notte. Dopo aver attraversato diversi corridoi, arrivai
ad una sala di cui trovai anche la porta aperta. Vi entrai, e quando ne ebbi vista tutta la magnificenza grazie ad un bel
lampadario di cristallo munito di qualche candela, non ebbi pi dubbi di essere a casa di un gran signore. Il pavimento era
di marmo, il rivestimento delle pareti bellissimo e dorato artisticamente, la cornice mirabilmente lavorata, e il soffitto
dipinto, per quel che potei giudicare, dai pi insigni pittori. Ma quello che specialmente mi colp fu una notevole quantit
di busti di eroi spagnoli su piedistalli di marmo variegato, disposti lungo le pareti del salone. Ebbi agio di osservare tutti
questi particolari nella vana attesa di sentire qualche rumore o di vedere arrivare qualcuno.
A un lato della sala vi era una porta non chiusa del tutto; l'aprii un poco, e potei vedere una fuga di stanze, delle
quali soltanto l'ultima era illuminata. Che cosa debbo fare? domandai a me stesso, debbo tornarmene indietro, oppure
ardire di arrivare fino a quella camera? Sapevo bene che sarebbe stato pi prudente tornar sui miei passi; ma non potei
resistere alla curiosit, o, per meglio dire, dovetti seguire l'impulso del mio destino. Vado dunque avanti, attraverso tutte
le stanze, e arrivo dove c'era una luce, cio una candela accesa entro un candeliere d'argento dorato posto su di una tavola
di marmo. Per prima cosa osservai un arredamento estivo molto elegante e civettuolo, ma, subito dopo, volgendo lo
sguardo verso un letto, le cui cortine a causa del caldo erano state lasciate socchiuse, la mia attenzione fu completamente
attratta da qualcosa. Si trattava di una giovane donna, che, nonostante l'assordante rumore dei tuoni, dormiva
profondamente. Mi avvicinai pian piano e, alla luce di quella candela, scoprii una carnagione e dei lineamenti che mi
lasciarono abbagliato. A quella vista rimasi sconvolto. Mi sentii attratto, trasportato; tuttavia, malgrado i sentimenti che
mi agitavano, la convinzione della nobilt del suo sangue mi imped di concepire pensieri temerari, e il rispetto vinse sul
sentimento. Mentre quella vista mi inebriava, la dormiente si svegli.
Potete figurarvi la sua sorpresa di vedere in camera sua e nel cuor della notte un uomo sconosciuto. Nello
scorgermi rabbrivid, e lanci un grido. Io mi sforzai di rassicurarla, e mettendo un ginocchio a terra, le dissi: Signora,
non temete; non sono qui per farvi del male. Volevo continuare, ma lei era cos spaventata, che non mi ascoltava.
Ripetutamente chiama le sue ancelle, e poich nessuno le rispondeva, prende una leggera vestaglia posata ai piedi del
letto, si alza rapidamente, e corre attraverso le stanze per cui ero passato, sempre chiamando le cameriere e una sorella
minore che aveva sotto la sua tutela. Mi aspettavo che mi arrivassero addosso tutti i servitori, e avevo ragione di temere
che, senza volermi ascoltare, mi conciassero per le feste; ma, fortunatamente per me, per quanto la signora gridasse, non
apparve nessuno all'infuori di un vecchio domestico che certo non le sarebbe stato molto d'aiuto, se lei avesse avuto
qualche cosa da temere. Tuttavia, preso un po' pi di coraggio per la presenza del vecchio, mi chiese sdegnosamente chi
fossi, e da qual parte e per quale ragione avessi avuto l'audacia di entrare nella sua casa. Cominciai allora a giustificarmi;
e appena le dissi che avevo trovata aperta la porta del chiosco nel giardino, subitamente esclam: Giusto cielo! che
sospetto mi si affaccia alla mente!
Cos dicendo, prese il candeliere che era sulla tavola, percorse tutte le stanze una dopo l'altra, senza trovare n le
cameriere, n la sorella; pot soltanto rendersi conto che anche la loro roba era sparita con loro. Allora i suoi sospetti le
apparvero anche troppo fondati, e rivolgendosi a me in preda a grande agitazione: Malvagio uomo, mi disse, non
aggiungere la finzione al tradimento. Non per caso che sei entrato qui: tu fai parte del seguito di don Fernando de Leyva,
e hai partecipato al suo delitto. Ma non pensare di potermi sfuggire; sono ancora in grado di farti arrestare. Signora,
risposi, non confondetemi coi vostri nemici. Io non conosco don Fernando de Leyva, e non so neppure chi siate voi
stessa. Io sono un disgraziato che una questione d'onore costringe ad allontanarsi da Madrid, e giuro, su quanto c' di pi
sacro, che, se non fosse stato l'uragano che mi ha sorpreso per via, non sarei davvero entrato in casa vostra. Giudicatemi
dunque pi favorevolmente: invece di credermi complice del delitto che tanto vi turba, convincetevi piuttosto che sono
pronto a vendicarvi. Queste mie ultime parole, e il tono con il quale le pronunciai, calmarono la signora, che mi parve
persuasa a non dovermi considerare un nemico; per alla sua collera subentr un profondo dolore che la fece piangere a
calde lacrime. Il suo pianto mi commosse e fui altrettanto afflitto, pur non sapendo ancora la ragione del suo dolore. Non
mi limitai a piangere anch'io; impaziente di vendicarla, mi sentii preso da un subitaneo furore. Signora esclamai, qual'
l'oltraggio che vi stato fatto? Parlate: mi associo al vostro risentimento. Volete che insegua don Fernando, e gli trafigga
il cuore? Ditemi i nomi di chi debbo uccidere: sono ai vostri comandi. Qualunque pericolo, qualunque jattura la sua
vendetta comporti, questo sconosciuto, che voi avete creduto in combutta coi vostri nemici, pronto a sfidarli.
La mia foga stup la signora che smise di piangere. Ah! signore, mi disse, perdonate i miei sospetti,
considerando la crudele situazione in cui mi trovo. Tali generosi sentimenti fanno ricredere Serafina, e mi fanno perfino
superare la vergogna di avere un estraneo a testimone di un affronto fatto alla mia famiglia. S, nobile sconosciuto,
riconosco il mio errore, e non disdegno il vostro aiuto; ma non chiedo la morte di don Fernando. Ebbene, ripresi, che
cosa posso fare per voi? Signore, rispose Serafina, ecco la ragione del mio dolore. Don Fernando de Leyva
innamorato di mia sorella Giulia, che incontr per caso a Toledo, dove noi abitiamo di solito. Tre mesi fa la chiese in
isposa a mio padre il conte de Polan, che rifiut il suo consenso, a causa di una vecchia ruggine fra le nostre famiglie. Mia
sorella, che non ha ancora quindici anni, avr avuto la debolezza di seguire i cattivi consigli delle mie cameriere,
certamente corrotte da don Fernando, il quale, informato del fatto che noi eravamo sole in questa casa di campagna, ne ha
approfittato per rapire Giulia. Vorrei almeno sapere dove l'ha nascosta, affinch mio padre e mio fratello, che da due mesi
si trovano a Madrid; possano pensare al da farsi. In nome di Dio, soggiunse Serafina, andate a perlustrare, vi prego, i
dintorni di Toledo, e cercate di aver notizie esatte di questo rapimento: la mia famiglia vi sar debitrice per questa nobile
azione. La signora non si rendeva conto che l'incarico che mi affidava non si conveniva a un uomo, per il quale, fuggire
dalla Castiglia, non era mai troppo presto; ma come avrebbe potuto pensarci, quando io stesso non ci pensavo?
Felice per essermi reso necessario alla pi amabile di tutte le donne, accettai con entusiasmo l'incarico, e le
promisi che mi sarei occupato della cosa con la massima cura. Effettivamente non aspettai che facesse giorno per
adempiere la mia promessa; mi congedai subito da Serafina, pregandola di scusarmi per lo spavento che le avevo causato,
e assicurandola che le avrei dato mie notizie al pi presto. Uscii, rifacendo in senso inverso la strada che avevo percorso
entrando, ma con la mente cos occupata dall'immagine della signora, che non mi fu difficile rendermi conto che ne ero gi
perdutamente innamorato. E ancor pi me ne convinsi per l'ansia che avevo di agire per lei, e per i castelli in aria che
facevo. Mi immaginavo che Serafina, ancorch presa dal suo dolore, avesse notato il mio amore nascente, e ne aveva forse
provato piacere. Inoltre pensavo che, se avessi potuto portarle sicure notizie della sorella, e le cose avessero preso una
piega corrispondente ai suoi desideri, tutta mia sarebbe stata la gloria.
A questo punto don Alfonso interruppe il suo racconto, e disse al vecchio eremita: Vi domando scusa, padre, se,
tutto preso dalla mia passione, mi dilungo in particolari che certamente vi annoiano. No, no, figlio mio, rispose
l'anacoreta, non mi annoiano affatto; anzi ho piacere di conoscere fino a qual punto siate innamorato di quella giovane
signora: questo mi servir per potervi dare consigli adeguati.
Con la fantasia riscaldata da quelle immagini lusinghiere, prosegu don Alfonso, cercai per due giorni il
rapitore di Giulia; ma ebbi un bel fare tutte le ricerche immaginabili, non riuscii a scoprirne le tracce. Molto mortificato
per il fiasco subto, tornai a casa di Serafina che immaginavo estremamente preoccupata. Invece la trovai molto pi
tranquilla di quel che pensavo. Mi disse che era stata pi fortunata di me; che sapeva cosa era successo a sua sorella; che
aveva ricevuto una lettera di don Fernando che le comunicava di aver sposato Giulia segretamente, e di averla condotta in
un convento di Toledo. Ho mandato a mio padre la lettera, continu Serafina, e spero che la faccenda possa essere
regolata amichevolmente, e che un sontuoso matrimonio porr presto fine all'odio che da s gran tempo divide le nostre
famiglie.
Dopo avermi informato di quanto era accaduto alla sorella, la signora mi parl dei fastidi che mi aveva dato, e
del rischio che mi aveva fatto correre impegnandomi a cercare il rapitore di Giulia, senza ricordarsi che io le avevo detto
di essere un fuggiasco per questioni d'onore. Mi fece le sue scuse molto gentilmente, e siccome vide che ero molto stanco,
mi condusse nel salone, dove entrambi ci ponemmo a sedere. La signora aveva una vestaglia di taffett bianco a righe
nere, e una cuffietta della stessa stoffa con piume nere, e questo mi fece arguire che fosse vedova. Ma mi sembrava tanto
giovane che non sapevo che cosa pensare.
Se grande era il mio desiderio di saperlo, non minore era il suo di conoscere chi io fossi. Mi preg di dirle il mio
nome, non dubitando - diceva - che dal mio aspetto nobile, e pi ancora dalla generosa compassione che mi aveva spinto
ad aiutarla, fossi di famiglia altolocata. La domanda mi mise in imbarazzo: arrossii, mi confusi; e debbo confessare che,
vergognandomi meno di dire una bugia che palesare la verit, risposi che ero il figlio del barone de Steinbach, ufficiale
delle guardie tedesche. Mi piacerebbe anche sapere, continu la signora, la ragione per cui avete lasciato Madrid. Mi
impegno in anticipo a farvi usufruire dell'influenza non indifferente di mio padre e di mio fratello don Gaspare. il pi
piccolo segno di riconoscenza che possa dare a un cavaliere che, per aiutarmi, arrivato al punto di rischiare la vita. Io
non ebbi alcuna difficolt a metterla al corrente delle circostanze che furono causa del mio duello: lei dette torto al
cavaliere che avevo ucciso, e mi promise di interessare a mio favore tutta la sua famiglia.
Dopo aver soddisfatto la sua curiosit, la pregai di appagare la mia. Le domandai se era ancora nubile. Tre anni
fa, mi rispose, mio padre mi fece sposare don Diego de Lara, e da quindici mesi sono rimasta vedova. Signora, le
chiesi, per quale disgrazia avete perso cos presto il marito? Ve lo dico subito, rispose, per corrispondere alla
confidenza che avete dimostrato verso di me.
Don Diego de Lara, continu, era un cavaliere di bellissimo aspetto; ma, quantunque nutrisse per me un
violentissimo amore, ed escogitasse ogni giorno per piacermi tutto ci che il pi tenero amante pu pensare per essere
ricambiato; sebbene avesse moltissime buone qualit, non riusc per a conquistare il mio cuore. Non sempre l'amore il
frutto di premure e di meriti, sia pur apprezzati. Ahim! talvolta uno sconosciuto ci ammalia gi al primo sguardo. Non mi
era possibile dunque amarlo. Pi turbata che lusingata dai segni della sua tenerezza, e costretta a corrispondergli senza
simpatia, se mi accusavo in segreto d'ingratitudine, nello stesso tempo mi sentivo degna di compassione. Per sua e mia
disgrazia la sua gentilezza superava il suo amore. Dai miei atteggiamenti e dalle mie parole riusciva a capire i miei pi
segreti sentimenti. Mi leggeva nel fondo dell'anima. Tutti i momenti si lamentava per la mia indifferenza, e si sentiva tanto
pi infelice di non riuscire a piacermi, in quanto sapeva bene che non aveva nessun rivale in amore: infatti avevo appena
sedici anni, e prima di chiedermi in isposa, era riuscito a conquistarsi tutte le mie cameriere, dalle quali aveva saputo che
fino allora nessuno aveva suscitato in me una speciale simpatia. 'S, Serafina,' mi diceva spesso, 'preferirei che foste
innamorata di un altro, e che soltanto questo fosse la causa della vostra indifferenza per me. Le mie premure e la vostra
virt trionferebbero certamente; ma cos non ho speranza di conquistare il vostro cuore, poich esso non si arreso a tutto
l'amore che vi ho dimostrato.' Stanca di sentir ripetere gli stessi discorsi, gli dicevo che invece di turbare la sua e la mia
pace con troppe cortesie, avrebbe fatto meglio a confidare nel tempo. In realt, all'et che avevo, non ero in grado di
apprezzare le finezze di un amore cos delicato, e don Diego avrebbe dovuto ascoltare questo consiglio; invece, essendo
passato ormai un anno senza aver fatto il minimo passo avanti rispetto al primo giorno, perse la pazienza o, meglio detto,
la ragione; e fingendo di aver da sbrigare un affare importante a Corte, part volontario a combattere nei Paesi Bassi, e ben
presto nei pericoli trov quello che cercava, ossia la fine della sua vita e dei suoi tormenti.
Dopo che la signora ebbe fatto questo racconto, parlammo ancora del carattere singolare di suo marito. Fummo
interrotti dall'arrivo di un corriere che consegn a Serafina una lettera del conte de Polan. La signora mi chiese il permesso
di leggerla, e mentre la leggeva mi accorsi che diventava pallida e tremante. Finita la lettura, alz gli occhi al cielo, sospir
profondamente, e in un momento il suo viso fu inondato di lacrime. Vedendo il suo dolore mi commossi, e, quasi avessi
presentito il colpo che stavo per ricevere, sentii il sangue agghiacciarmisi per un terrore mortale. Signora, le dissi con
voce fievole, posso chiedervi che disgrazia vi annuncia questa lettera? Tenete, signore, mi disse tristemente Serafina
porgendomi il foglio, leggete voi stesso ci che mi scrive mio padre. Ohim! la cosa vi riguarda anche troppo.
Fremetti a queste parole, e tremando presi la lettera che diceva testualmente: Don Gaspare, tuo fratello, ieri al
Prado si battuto a duello. Ha ricevuto un colpo di spada per cui oggi deceduto, e, prima di morire, ha detto che il
cavaliere che l'ha ucciso il figlio del barone de Steinbach, ufficiale della guardia tedesca. Per colmo di disgrazia,
l'assassino mi sfuggito di mano. Si dato alla fuga; ma dovunque si nasconda, non lascer nulla di intentato per
scoprirlo. Scriver subito a diversi governatori che non mancheranno di farlo arrestare se lui dovesse passare per le citt
poste sotto la loro giurisdizione, e con altre lettere, mi rivolger a persone influenti per precludergli ogni via di scampo.
Il conte de Polan

Potete immaginare quale sconvolgimento provoc nel mio animo la lettura di quel foglio. Per un momento
restai immobile senza aver la forza di parlare. Nel mio abbattimento mi resi conto della mazzata crudele che per il mio
amore rappresentava la morte di don Gaspare. Un senso di disperazione mi prese improvvisamente. Snudai la spada, mi
gettai ai piedi di Serafina, e porgendole l'arma esclamai: Signora, risparmiate al conte de Polan la cura di cercare un uomo
che potrebbe sfuggirgli. Vendicate voi stessa vostro fratello, uccidendone l'uccisore con la vostra propria mano: colpite.
Quella spada che tolse a lui la vita divenga funesta al suo infelice avversario. Signore, rispose Serafina alquanto
commossa per il mio gesto, io amavo don Gaspare; quantunque l'abbiate ucciso da uomo leale, e lui stesso sia stato
cagione della sua disgrazia, dovete rendervi conto che io partecipo al risentimento di mio padre. S, don Alfonso, io sono
vostra nemica, e far contro di voi tutto quello che il sangue e l'amicizia esigono da me: ma non abuser della vostra
cattiva sorte, che la pone in balia della mia vendetta; se l'amore mi spinge a combattervi, mi proibisce anche di farlo
vilmente. I diritti dell'ospitalit devono rimanere inviolabili, e io non voglio ripagarvi con un assassinio il servizio che mi
avete reso. Fuggite, sottraetevi, se potete, alle nostre ricerche, e ai rigori della legge, e salvate la vostra testa dal pericolo
che la minaccia.
Come, signora! diss'io, voi stessa avete la possibilit di vendicarvi, e vi rimettete alle leggi che forse
deluderanno il vostro rancore? Ah! trafiggete piuttosto questo miserabile che non merita di venir risparmiato. No, signora,
non comportatevi con me in un modo tanto nobile e generoso. Sapete voi chi son io veramente? Tutta Madrid mi crede
figlio del barone de Steinbach, e invece sono soltanto un infelice da lui allevato per compassione. Io stesso non so chi
siano i miei genitori. Non importa mi interruppe precipitosamente Serafina, quasi che le mie ultime parole le avessero
procurato un nuovo dolore. Anche se foste l'ultimo degli uomini, io far ci che l'onore mi prescrive. Ebbene, signora,
replicai, se la morte di un fratello non sufficiente per indurvi a spargere il mio sangue, voglio aumentare il vostro odio
con un nuovo delitto, sperando che voi non perdonerete la mia audacia. Signora, io vi adoro: la vostra bellezza mi ha
abbagliato e, nonostante l'incertezza del mio destino, avevo sperato d'essere vostro. Tanto era il mio amore, anzi la mia
vanit, che mi lusingavo che il Cielo, che forse mi risparmia nascondendomi la mia origine, me l'avrebbe fatta conoscere
un giorno, e avrei potuto, senza arrossirne, farvi sapere il mio nome. Dopo questa confessione che un oltraggio per voi,
vorrete ancora esitare a punirmi? Questa confessione temeraria, replic la signora, mi avrebbe sicuramente offesa in
altre circostanze, ma la scuso per il turbamento che vi sconvolge. D'altronde, nelle condizioni in cui io stessa mi trovo, non
posso fare attenzione alle parole che vi sfuggono di bocca. Ancora una volta, don Alfonso, soggiunse lei piangendo
sommessamente, partite, allontanatevi da questa casa; ogni istante che restate qui aumenta il mio dolore. Ebbene,
signora, risposi alzandomi, non mi oppongo pi alla vostra volont; mi allontaner da voi; ma non pensate che,
preoccupato di salvare una vita che vi odiosa, vada a cercare un asilo dove possa stare al sicuro. No, no, mi consacro al
vostro risentimento. Vado impazientemente a Toledo, incontro al destino che voi mi preparate, e, consegnandomi ai miei
persecutori, affretter io stesso la fine delle mie sventure.
Appena detto questo, presi il cavallo e partii per Toledo, dove rimasi otto giorni, avendo, in verit, cos poca
cura di nascondermi, che non so come non abbiano potuto arrestarmi; non posso credere infatti che il conte de Polan, che
non pensa ad altro che a precludermi ogni via alla fuga, non abbia riflettuto che avrei potuto passare da Toledo. Ieri infine
sono uscito da quella citt, dove sembravo stanco di sentirmi libero, e senza passare per vie sicure, sono arrivato a questo
eremitaggio, come chi non ha nulla da temere. Ecco padre mio, lo stato del mio animo. Vi prego di aiutarmi coi vostri
consigli.

XI CHE UOMO ERA IL VECCHIO EREMITA, E IN QUAL MODO GIL BLAS SI ACCORSE DI TROVARSI
FRA CONOSCENTI
Quando don Alfonso ebbe finito il triste racconto delle sue sventure, il vecchio eremita gli disse: Figlio mio,
avete avuto una bella imprudenza a soffermarvi a Toledo per tanto tempo. Il mio punto di vista in merito a quello che mi
avete raccontato completamente diverso dal vostro, e il vostro amore per Serafina mi sembra pura follia. Date retta a me,
non chiudete gli occhi davanti alla realt; bisogna dimenticare quella giovane signora che non potr mai essere vostra.
Arrendetevi di buon grado alle difficolt che vi separano da lei, e affidatevi alla vostra buona stella, che, secondo le
apparenze, vi promette ben altre avventure. Troverete certamente qualche giovane donna che dester in voi lo stesso
amore, e della quale non avrete ucciso il fratello.
A queste parole il buon eremita stava aggiungendone altre per esortare don Alfonso ad aver pazienza, quando
vedemmo entrare nell'eremo un altro eremita carico di una bisaccia ben gonfia. Era di ritorno dopo aver fatto un
abbondante questua nella citt di Cuena. Sembrava pi giovane del suo compagno, e aveva una folta barba rossa. Siate
il benvenuto, fratello Antonio, gli disse il vecchio anacoreta. Che notizie mi portate dalla citt? Abbastanza cattive,
rispose il frate dal pelo rosso porgendogli un foglio piegato in forma di lettera, questo biglietto vi informer. Il vecchio
l'apr, e, dopo averlo letto con quell'attenzione che meritava, esclam: Dio sia lodato! Poich la miccia stata scoperta,
dobbiamo prendere una decisione. Cambiamo stile, signor don Alfonso, prosegu, rivolgendosi al giovane cavaliere,
voi vedete un uomo che, come voi, in bala dei capricci della fortuna. Ricevo notizie da Cuena, citt distante una lega
da qui, che sono stato messo in cattiva luce presso la giustizia, i cui galoppini debbono venire domani in questo eremo per
impadronirsi della mia persona. Ma non troveranno la lepre nel covo. Non la prima volta che mi trovo in simili imbrogli.
Grazie a Dio, me la son sempre cavata ingegnosamente. Adesso mi mostrer in una forma nuova, perch, cos come mi
vedete, non sono affatto n eremita n vecchio.
Cos dicendo, si tolse la lunga tonaca che aveva indosso, mettendo in evidenza una giubba di rascia nera a
maniche frastagliate. Poi si tolse il berretto, sleg un cordoncino che reggeva la barba finta, e prese ad un tratto l'aspetto di
un uomo di ventotto o trent'anni. Frate Antonio, seguendo il suo esempio, si tolse l'abito da eremita, si liber, come aveva
fatto il compagno, della finta barba rossa, e si vest di una misera redingote, tirata fuori da un vecchio baule di legno
mezzo marcio. Ma figuratevi la mia sorpresa, quando nel vecchio anacoreta riconobbi il signor don Raffaele, e nel frate
Antonio il mio carissimo e fedelissimo cameriere Ambrogio de Lamela. Vivaddio! esclamai, a quel che vedo mi trovo
fra vecchie conoscenze. verissimo, signor Gil Blas, mi disse don Raffaele ridendo, voi ritrovate qui due amici
quando meno ve l'aspettavate. Mi rendo conto che potete avere dei motivi per lamentarvi di noi; ma dimentichiamo il
passato, e ringraziamo Dio che ci ha fatto ritrovare. Ambrogio ed io vi offriamo i nostri servigi, che non sono da
disprezzare. Non crediateci cattiva gente. Noi non assaltiamo e non assassiniamo nessuno; cerchiamo soltanto di vivere
alle spalle altrui, e se il furto un'azione ingiusta, la necessit ne attenua l'ingiustizia. Associatevi a noi, alla nostra vita
errabonda. un genere di vita molto piacevole, purch si usi prudenza. Questo non toglie che, non ostante tutta la nostra
prudenza, la concatenazione di cause secondarie non sia qualche volta tale da procurarci delle avventure spiacevoli. Non
importa, noi badiamo soltanto alle buone. Siamo abituati alle variazioni dei tempi e alle alternative della fortuna.
Signor cavaliere, prosegu il falso eremita rivolgendosi a don Alfonso, facciamo a voi la stessa proposta, e, io
penso che nella situazione in cui voi sembrate trovarvi, non dovreste rifiutarla, perch, anche senza considerare la causa
che vi costringe a nascondervi, senza dubbio non disponete di molto danaro; non cos? Purtroppo cos, rispose don
Alfonso, e confesso che questo accresce la mia preoccupazione. Ebbene, replic don Raffaele, restate dunque con
noi; la cosa migliore che potete fare. Non vi mancher nulla, e noi eluderemo tutte le ricerche dei vostri nemici.
Conosciamo quasi tutta la Spagna, perch siamo stati dappertutto. Sappiamo dove sono i boschi, le montagne, e tutti i
luoghi adatti a servire da asilo contro la brutalit della giustizia. Don Alfonso li ringrazi per la loro buona volont, e,
poich si trovava effettivamente senza denaro e senza alcuna risorsa, decise di accompagnarsi a loro. Anch'io presi la
stessa decisione perch non volli abbandonare quel giovanotto, per il quale sentivo nascere in me una vera affezione.
Stabilimmo dunque di restare tutti e quattro insieme, e di non separarci pi. Presa questa decisione, eravamo in
dubbio se partire subito, oppure dare qualche abbraccio a un otre pieno di eccellente vino che frate Antonio aveva portato
il giorno prima dalla citt di Cuena; ma don Raffaele, che aveva pi esperienza di tutti, fece presente che, prima di ogni
altra cosa, dovevamo pensare alla nostra sicurezza, che lui era del parere di marciare tutta la notte per arrivare a una
foresta molto fitta che si trovava fra Villardesa e Almodabar, che l ci saremmo fermati e, ormai tranquilli, avremmo
potuto riposare per tutto il giorno. Fu approvata questa proposta. Allora i falsi eremiti fecero due involti degli abiti e delle
provviste che avevano, e li caricarono, a guisa di soma, sul cavallo di don Alfonso. Fatta questa operazione con la
massima diligenza, ci allontanammo dall'eremo, lasciando in preda alla giustizia le due tonache da eremita, la barba
bianca e la barba rossa, due cuccette, una tavola, un baule malandato, due vecchie seggiole impagliate e l'immagine di san
Pacomio.
Camminammo tutta la notte, e cominciavamo a sentirci molto stanchi, quando, sul far del giorno, vedemmo in
lontananza il bosco, meta del nostro viaggio. La vista del porto d nuova lena ai marinai stanchi per una lunga
navigazione. Ci facemmo coraggio, e finalmente arrivammo alla fine del nostro viaggio prima del levar del sole. Ci
inoltrammo nel fitto del bosco, e ci fermammo in un luogo incantevole, su di un prato circondato da molte grandi querce,
i cui rami intrecciati formavano una volta che il calore del sole non poteva attraversare. Scaricammo il cavallo e gli
togliemmo le briglie per lasciarlo pascolare a suo agio. Ci sedemmo a terra, e, dopo aver tolto dalla bisaccia di frate
Antonio alcuni grossi pezzi di pane e molti pezzi di carne arrostita, cominciammo a mangiare con grande voracit, quasi
volessimo gareggiare fra noi. Nonostante il grande appetito, ogni tanto smettevamo di mangiare per attaccarci all'otre, che
continuamente ci passavamo l'uno coll'altro.
Alla fine del pasto, don Raffaele disse a don Alfonso: Signor cavaliere, dopo la confidenza che mi avete fatto,
giusto che anch'io vi racconti, con la stessa sincerit, la storia della mia vita. Mi farete molto piacere, rispose il
giovane. E a me moltissimo, esclamai io, ho una grande curiosit di conoscere le vostre avventure, che non dubito
affatto non siano degne di venir ascoltate. Ve lo garantisco, replico don Raffaele, e penso che un giorno le scriver.
Sar lo svago della mia vecchiaia, perch sono ancor giovane, e voglio aver modo di aumentare le pagine del mio libro.
Ma adesso siamo stanchi; riposiamoci con qualche ora di sonno. Mentre noi tre dormiremo, Ambrogio veglier per evitare
sorprese, e poi anche lui potr riposare a sua volta. Bench mi sembri che qui siamo del tutto al sicuro, penso che stare
all'erta sia sempre opportuno. Dopo aver detto questo, si sdrai sull'erba. Don Alfonso fece lo stesso. Io seguii il loro
esempio, mentre Lamela stava di sentinella.
Don Alfonso, invece di riposarsi, pensava ai suoi guai, e anch'io non potei chiuder occhio. Don Raffaele invece
prese subito sonno. Ma dopo un'ora si svegli, e vedendo che noi eravamo disposti ad ascoltarlo, disse a Lamela:
Carissimo amico Ambrogio, tu puoi ora gustare la dolcezza del sonno. No, no, rispose Lamela, io non ho nessuna
voglia di dormire, e bench conosca tutti gli avvenimenti della vostra vita, essi sono cos istruttivi per le persone della
nostra professione, che sar ben lieto di sentirli raccontare ancora una volta. Allora don Raffaele cominci a narrare la
storia della sua vita.

LIBRO QUINTO

I STORIA DI DON RAFFAELE

Sono figlio di una commediante di Madrid, famosa per la sua arte declamatoria, e pi ancora per i suoi facili
costumi; si chiamava Lucinda. Per quanto riguarda mio padre, non posso, senza esser temerario, indicarne il nome. So
bene chi era quel signore aristocratico innamorato di mia madre quando io venni al mondo, ma quell'epoca non una
prova convincente che a lui dovessi la vita. Una donna della professione di mia madre talmente soggetta a cauzione che,
nel tempo stesso in cui sembra molto affezionata a un aristocratico, trova sempre, per danaro, qualche sostituto.
Non c' nulla di meglio che essere superiori alla maldicenza. Lucinda, invece di allevarmi di nascosto a casa sua,
mi prendeva disinvoltamente per la mano, e mi conduceva a teatro con molta onest, senza curarsi dei pettegolezzi che
facevano sul suo conto, n dei sorrisetti maligni che la mia apparizione non mancava di suscitare. Ero insomma il suo
coccolo, e tutti gli uomini che venivano a casa mi accarezzavano: si sarebbe detto che la voce del sangue li disponesse a
mio favore.
I primi dodici anni della mia vita li passai in mezzo a ogni genere di frivoli divertimenti. Imparai soltanto a
leggere e a scrivere, e ancor meno mi insegnarono i principi della mia religione. Imparai soltanto a ballare, a cantare e a
suonar la chitarra: questo tutto ci che sapevo fare quando il marchese de Leganez mi chiese a mia madre per far
compagnia al suo unico figlio, che aveva presso a poco la mia et. Lucinda acconsent volentieri, e fu allora che cominciai
ad avere un'occupazione seria. Il giovane Leganez non era certo pi avanti di me: questo piccolo gentiluomo non
sembrava nato per lo studio; non conosceva quasi neppure una lettera dell'alfabeto, bench avesse un precettore da
quindici mesi. Anche gli altri maestri non riuscivano a ottenere di pi; lui metteva a dura prova la loro pazienza. per da
notare che non era loro permesso di essere severi con lui, avendo ricevuto l'ordine preciso di istruirlo senza castigarlo; e
questo ordine, aggiunto alla cattiva disposizione naturale del soggetto, rendeva le lezioni piuttosto inutili.
Ma, come vedrete, il precettore, per impressionare il bambino senza venir meno agli ordini del padre, trov un
bell'espediente: decise di dare a me le frustate quando il piccolo Leganez meritava una punizione, e non manc di mettere
in pratica questa sua idea. Io non considerai affatto l'espediente di mio gusto; scappai, e andai a lamentarmi da mia madre
di un trattamento cos ingiusto. Tuttavia, per quanto mi volesse bene, mia madre ebbe la forza di resistere alle mie lagrime,
e, pensando che era un grande vantaggio per suo figlio vivere in casa del marchese de Leganez, mi ci fece ricondurre
immediatamente. Restai dunque alla merc del precettore. Questi, avendo visto che la sua invenzione dava buoni frutti,
continu a frustarmi al posto del piccolo aristocratico, e per impressionarlo maggiormente, mi batteva in modo molto
brutale. Non passava giorno che non fossi sicuro di dover pagare per il giovane Leganez. Posso dire che ogni lettera
dell'alfabeto che lui imparava mi sia costata cento colpi di frusta; giudicate voi quanto dovetti pagare i primi rudimenti
delle sue cognizioni!
La frusta non era l'unica cosa spiacevole che dovevo sopportare in quella casa: siccome tutti mi conoscevano, i
domestici, anche gli infimi, e perfino gli sguatteri, mi rinfacciavano la mia nascita. Tutto questo mi irrit a tal punto, che
un giorno scappai di casa, dopo essermi impossessato di tutto il danaro contante del precettore, il cui ammontare si
aggirava sui centocinquanta ducati. Questa fu la vendetta per i colpi di frusta che lui mi aveva dato ingiustamente, e credo
che non avrei potuto trovarne una pi ingrata per lui. Feci questo colpo di mano con molta destrezza, nonostante fosse il
mio primo tentativo, ed ebbi l'astuzia di sottrarmi alle ricerche che per due giorni furono fatte. Partii da Madrid, e mi recai
a Toledo senza aver nessuno alle mie calcagna.
A quel tempo entravo nel mio quindicesimo anno. Che piacere, a quell'et, sentirsi indipendenti e padroni della
propria volont! Feci ben presto la conoscenza di giovani che mi scozzonarono, e mi aiutarono a mangiare i miei ducati. In
seguito mi unii a dei cavalieri d'industria, che coltivarono cos bene le mie felici inclinazioni, che in poco tempo divenni
uno dei migliori campioni di quell'ordine. Dopo cinque anni mi venne voglia di viaggiare: lasciai i miei confratelli e,
volendo cominciare i miei viaggi dall'Estremadura, raggiunsi Alcantara; ma, prima di arrivarci, mi si present l'occasione
di esercitare i miei talenti, e certo non me la lasciai sfuggire. Siccome andavo a piedi, e per di pi carico di uno zaino
piuttosto pesante, mi fermavo di tanto in tanto a qualche passo dalla strada maestra, sotto gli alberi che, con la loro ombra,
mi invitavano a riposare. Incontrai due ragazzi che, seduti sull'erba, prendevano il fresco e chiacchieravano allegramente.
Li salutai cortesemente e, sembrandomi che lo gradissero, presi parte alla loro conversazione. Il pi anziano non aveva
ancora quindici anni, e tutti e due erano molto ingenui. Signor cavaliere, mi disse il pi giovane, noi siamo figli di due
ricchi borghesi di Plazencia. Abbiamo una gran voglia di visitare il Portogallo, e per poter soddisfare la nostra curiosit,
ciascuno di noi ha preso cento doppie ai suoi genitori. Sebbene viaggiamo a piedi, cercheremo di poter andare abbastanza
lontano con questo danaro. Che ne dite? Se ne avessi altrettanto, gli risposi, Dio sa fin dove arriverei! Vorrei visitare
le quattro parti del mondo. Perbacco! Duecento doppie! una somma enorme, di cui non vedrete mai la fine. E
soggiunsi: Se vi fa piacere, signori, avr l'onore di accompagnarvi fino alla citt di Almerin, dove vado a prendere
l'eredit di uno zio che si era stabilito l circa venti anni or sono.
I giovani borghesi mi dissero che la mia compagnia sarebbe stata loro gradita. Cos, dopo esserci tutti e tre
riposati ancora un po', ci incamminammo verso Alcantara, dove arrivammo molto prima di notte. Andammo in un buon
albergo. Chiedemmo una camera, e ce ne dettero una che aveva un armadio che si poteva chiudere a chiave. Ordinammo
dapprima la cena, e in attesa che ce la preparassero, proposi ai miei compagni di viaggio di fare un giro per la citt, ed essi
furono d'accordo. Dopo aver chiuso i nostri zaini nell'armadio, di cui uno dei ragazzi prese la chiave, uscimmo
dall'albergo. Andammo a visitare le chiese e, mentre eravamo nella cattedrale, io finsi tutto ad un tratto di aver da sbrigare
un affare importante. Signori, dissi ai miei camerati, mi viene in mente che una persona di Toledo mi ha incaricato di
fare un'ambasciata a un mercante che abita qui vicino. Vi prego di aspettarmi qui; torner fra un istante.
Detto questo, mi allontanai. Corro all'albergo, volo all'armadio, ne forzo la serratura, e, frugando negli zaini dei
miei due borghesucci, trovo le doppie. Poveri ragazzi! Non ne lasciai neppure una per pagare l'alloggio, le presi tutte.
Fatto ci, uscii subito dalla citt, e presi la strada di Merida, senza preoccuparmi di quello che sarebbe successo ai due.
Questa avventura, che mi faceva tanto ridere quando ci ripensavo, mi mise in condizione di viaggiare
comodamente. Pur essendo giovane, mi sentivo capace di comportarmi con prudenza. Posso dire che, per la mia et, ero
molto evoluto. Decisi di comperare una mula, cosa che feci difatti al pi vicino villaggio. Cambiai anche il mio zaino con
una valigia, e cominciai a darmi una certa importanza. Il terzo giorno, incontrai sulla strada maestra un uomo che cantava
i salmi a piena gola. Pensai che fosse un cantore, e gli dissi: Coraggio, signor baccelliere, tutto va per il meglio! A quanto
vedo, siete appassionato al vostro mestiere. Signore, mi rispose, sono un cantore, per servirvi, e son ben contento di
tener in esercizio la voce.
Cominciammo cos a far conversazione. Mi accorsi di aver a che fare con una persona molto spiritosa e molto
simpatica. Poteva avere ventiquattro o venticinque anni. Siccome lui andava a piedi, tenni al passo la mula per aver il
piacere di conversare con lui. Fra l'altro, parlammo di Toledo. Conosco benissimo quella citt, mi disse il cantore,
dove ho abitato per molto tempo, e dove ho perfino degli amici. Dov' che abitavate a Toledo? lo interruppi. Nella
via Nuova, rispose, insieme con don Vincenzo de Buena Garra, don Mattia de Cordel, e due o tre altri cavalieri perbene.
Abitavamo e mangiavamo insieme, e passavamo il tempo in allegria. Queste parole mi sorpresero, perch bisogna sapere
che i gentiluomini da lui nominati erano quei cavalieri d'industria con i quali avevo avuto a che fare a Toledo. Signor
cantore, esclamai, conosco bene quei signori che mi avete citato, e anch'io ho abitato con loro nella via Nuova.
Capisco, replic lui sorridendo, vuol dire che voi siete entrato nella compagnia tre anni dopo che io l'avevo lasciata.
Ho lasciato quei signori, ripresi io, perch mi venuto il desiderio di viaggiare. Voglio fare il giro di tutta la Spagna, e
quando avr maggior esperienza sar diventato pi bravo. Senza dubbio, disse lui, per affinare l'ingegno bisogna
viaggiare. proprio per questa ragione che anch'io lasciai Toledo, bench mi ci trovassi molto bene. Ringrazio il Cielo,
prosegu a dire, che mi ha fatto incontrare un cavaliere del mio ordine, quando meno ci pensavo. Uniamoci e viaggiamo
insieme, attentiamo alla borsa del nostro prossimo, e approfittiamo di tutte le occasioni che si presenteranno per esercitare
la nostra abilit.
Mi fece questa proposta cos francamente e con tanta buona grazia, che l'accettai senz'altro. Dandomi la sua
confidenza, si guadagn subito la mia. Ci aprimmo l'uno all'altro. Gli raccontai la mia storia, e lui mi narr le sue
avventure. Mi disse che veniva da Portalegre, dove, per una gherminella fallitagli per un contrattempo, aveva dovuto
precipitosamente scappare con l'abito che aveva indosso. Dopo che mi ebbe fatto le sue confidenze, stabilimmo di andare
ambedue a cercar fortuna a Merida, di fare qualche buon colpo se ci era possibile, e poi andarcene subito in qualche altro
luogo. Da quel momento mettemmo in comune i nostri beni. In verit Morales - cos si chiamava il mio compagno - non si
trovava in una situazione molto brillante, possedendo appena cinque o sei ducati, e qualche indumento che aveva in una
bisaccia; ma se io mi trovavo in migliori condizioni per quanto si riferiva al denaro contante, in compenso lui era pi
esperto nell'arte di imbrogliare il prossimo. Cavalcammo alternativamente la mia mula, e in questo modo arrivammo a
Merida.
Ci fermammo in un albergo dei sobborghi dove il mio camerata si vest con un abito tratto fuori dalla bisaccia;
subito dopo andammo a fare un giro per la citt per tastare il terreno, e vedere se si presentasse qualche buona occasione
per lavorare. Ci guardammo intorno con molta attenzione, simili, come dice Omero, a due nibbi che scrutano la campagna
per scoprire gli uccelli dei quali far preda. Aspettavamo che il caso ci fornisse la possibilit di mettere a profitto la nostra
bravura, quando vedemmo per la strada un cavaliere dai capelli grigi che, spada alla mano, si batteva in mezzo alla strada
con tre uomini che vigorosamente lo incalzavano. La disparit delle forze mi fece ribollire il sangue, e poich io sono di
natura sempre pronto a menare le mani, volai in soccorso del vecchio. Morales, per farmi vedere che non mi ero messo in
societ con un vigliacco, segu tosto il mio esempio. Ci lanciammo contro i tre nemici del cavaliere, e li costringemmo a
prendere la fuga.
Dopo la loro ritirata, il vecchio si profuse in frasi di riconoscenza. Noi siamo lieti, gli dissi, di essere arrivati
a proposito per aiutarvi; desidereremmo per sapere a chi abbiamo avuto la fortuna di essere utili, e diteci, per favore,
perch quei tre uomini volevano assassinarvi. Signori, ci rispose, vi sono troppo obbligato per non soddisfare la
vostra curiosit. Mi chiamo Gerolamo de Mayadas, e vivo di rendita in questa citt. Uno degli assassini dai quali mi avete
salvato innamorato di mia figlia. Mi chiese di sposarla qualche giorno fa, e siccome ho rifiutato il mio consenso, lui mi
ha aggredito per vendicarsi. E si pu sapere, ripresi a dire, per quale ragione avete rifiutato di concedere a quel
cavaliere la mano di vostra figlia? Ve lo dir subito, mi rispose. In questa citt avevo un fratello mercante: si
chiamava Agostino. Due mesi fa si trovava a Calatrava, ospite di Giovanni Velez de la Membrilla, suo corrispondente.
Erano amici intimi, e mio fratello, per stringere maggiormente i legami dell'amicizia, promise la mia unica figlia,
Fiorentina, al figlio del suo corrispondente, non dubitando di avere su di me influenza bastante per obbligarmi a
mantenere la sua promessa. Effettivamente, quando mio fratello fu di ritorno a Merida e mi parl di quel matrimonio, io,
per amor suo, detti il consenso. Lui mand a Calatrava il ritratto di Fiorentina, ma, ahim! non ha avuto la soddisfazione di
veder completata l'opera sua, perch morto tre settimane fa. Morendo, mi scongiur di non disporre di mia figlia se non
in favore del figlio del suo corrispondente. Io glielo ho promesso, ed ecco perch ho rifiutato Fiorentina al cavaliere che
mi ha poco fa assalito, nonostante rappresentasse un partito molto vantaggioso. Sono schiavo della mia parola, e aspetto
da un momento all'altro il figlio di Giovanni Velez de la Membrilla per farlo diventare mio genero, quantunque non abbia
mai visto n lui, n suo padre. Vi domando scusa delle mie chiacchiere, ma siete voi che l'avete voluto.
Ascoltai molto attentamente quel discorso, e, arrischiandomi di mettere in atto una soperchieria che mi era
venuta in mente all'improvviso, mostrai una grande meraviglia e alzai gli occhi al cielo. Poi, rivolgendomi al vecchio,
esclamai con tono patetico: Ah! signor de Moyadas, proprio possibile che, arrivando a Merida, io abbia avuto la fortuna
di salvare la vita a mio suocero? Queste parole sorpresero stranamente il vecchio borghese, e non meravigliarono meno
Morales, che, col suo contegno, mi fece capire che gli sembravo un grande briccone. Che cosa dite mai? rispose il
vecchio. Voi sareste il figlio del corrispondente di mio fratello? S, signor Gerolamo, dissi, giocando d'audacia e
gettandogli le braccia al collo, io sono proprio il fortunato mortale al quale destinata l'adorabile Fiorentina. Ma, prima
di esprimervi la mia gioia di entrare a far parte della vostra famiglia, permettetemi di piangere per il dolore che mi produce
il ricordo di vostro fratello Agostino. Sarei il pi ingrato di tutti gli uomini se non fossi profondamente addolorato per la
morte di colui a cui devo la mia felicit. Dicendo questo, abbracciai nuovamente quel buon uomo di Gerolamo, e mi
passai la mano sugli occhi, quasi ad asciugarne le lacrime. Morales, che comprese immediatamente quale vantaggio
potevamo trarre da un simile inganno, non manc di assecondarmi. Si fece passare per mio cameriere, e rincar la dose del
rimpianto che io provavo per la morte del signor Agostino. Signor Gerolamo, esclam, che perdita mai stata per voi
la scomparsa di vostro fratello! Era tanto un brav'uomo, la fenice dei commercianti, un mercante disinteressato e in buona
fede, come oggi non se ne trovano pi.
Avevamo a che fare con un uomo semplice e credulone, che, ben lungi dall'avere qualche sospetto per la nostra
frode, lui stesso vi si prestava. Ma perch, mi disse, non siete venuto direttamente a casa mia? Non dovevate
assolutamente andare all'albergo. Nelle nostre condizioni, non si devono far complimenti. Signore, disse Morales
togliendomi la parola di bocca, il mio padrone un po' formalista; mi permetter di rimproverargli questo difetto.
Bisogna per anche scusarlo, continu a dire, per non aver voluto presentarsi a voi nell'abito che porta indosso. Siamo
stati derubati sulla strada maestra, e ci han portato via tutti gli abiti. Questo ragazzo, dissi io interrompendolo, vi dice
la verit, signor de Moyadas. Quella disavventura stata la causa per cui non son venuto direttamente a casa vostra. Con
questo abito non osavo presentarmi alla padrona di casa che ancora non mi conosce, e aspettavo il ritorno di un servitore
che ho mandato a Calatrava. Questo incidente, disse ancora il vecchio, non avrebbe dovuto impedirvi di venire ad
abitare da me, e voglio che veniate subito meco.
Cos dicendo, mi condusse a casa sua, ma prima di arrivarci parlammo ancora del preteso furto da noi subito, e io
dissi che il mio pi grande dispiacere era stato quello di aver perduto, insieme con tutta la mia roba, il ritratto di
Fiorentina. Per questo, mi disse ridendo Gerolamo de Moyadas, potevo consolarmi, perch l'originale valeva pi della
copia. Effettivamente, appena arrivati a casa sua, il vecchio chiam la figlia che, pur non avendo pi di sedici anni, poteva
dirsi una ragazza ormai fatta. Ecco, mi disse il padre, la signorina che il mio povero fratello vi aveva promesso. Ah!
Signore, esclamai con accento appassionato, non c' bisogno di dirmi che chi mi sta dinanzi l'amabile Fiorentina: i
suoi incantevoli lineamenti sono impressi nella mia memoria, e ancor pi nel mio cuore. Se il ritratto da me perduto, che
non che una pallida immagine di tanta bellezza, ha potuto infiammarmi d'amore, figuratevi qual' la passione che mi
agita in questo momento! Queste parole sono troppo adulatrici, mi disse Fiorentina, non sono vanitosa al punto di
giudicare di meritarle. Continuate pure a farvi i complimenti, la interruppe il padre, e mi lasci solo con la figlia, dopo
aver chiamato in disparte Morales, a cui disse: Amico mio, i ladri vi hanno portato via tutte le vostre cose, e senza dubbio
il vostro denaro, poich sempre da questo che incominciano, non vero? S signore, rispose il mio amico. Una
numerosa banda di ladri ci piombata addosso vicino a Castil-Blazo; non ci hanno lasciato che gli abiti che indossiamo;
ma prestissimo riceveremo delle lettere di credito, e allora non avremo pi bisogno di nulla.
Mentre aspettate quelle lettere, replic il vecchio, tirando fuori di tasca una borsa, ecco cento doppie a vostra
disposizione. Oh! Signore, esclam Morales, il mio padrone non vorr sicuramente accettarle. Voi non lo conoscete.
Perdio! molto suscettibile da questo lato. Non e uno di quei figli di pap che sono sempre pronti ad arraffare il denaro.
Cos giovane com', non vuole far debiti. Chiederebbe l'elemosina piuttosto che prendere in prestito un centesimo.
Tanto meglio, disse il borghese, lo stimo ancor pi per questo. Non posso soffrire che si facciano debiti. Scuso soltanto
gli aristocratici, perch per loro un'abitudine. Per quanto mi hai detto, continu il vecchio, non voglio contrariare il
tuo padrone, e se gli fa dispiacere che gli offrano in prestito del danaro, non parliamone pi. Cos dicendo, fece per
rimettersi in tasca la borsa; ma il mio compagno gli ferm il braccio. Aspettate, signor de Moyadas. gli disse; per
quanta avversione il mio padrone abbia per i prestiti, non dispero di fargli accettare le vostre cento doppie. C' modo e
modo di prenderlo. Dopo tutto, soltanto dagli estranei che non accetta danaro in prestito, mentre con la sua famiglia non
fa complimenti. Quando ha bisogno, chiede senz'altro a suo padre il danaro che gli serve. Quel ragazzo, come vedete, sa
distinguere le persone e, in questo caso, deve considerarvi un secondo padre.
Con questi discorsi, Morales si impossess della borsa del vecchio, che, mentre sua figlia ed io continuavamo a
scambiarci reciproci complimenti, torn da noi, interrompendo la conversazione. Inform Fiorentina del debito di
riconoscenza che aveva verso di me, e a questo proposito mi fece capire che non era un ingrato. Io approfittai di questa
buona disposizione. Dissi a quel buon borghese che il segno migliore della riconoscenza che poteva dimostrarmi era di
affrettare il mio matrimonio con sua figlia. Lui cedette di buon grado alla mia impazienza. Mi assicur che, tre giorni dopo
al pi tardi, sarei divenuto lo sposo di Fiorentina; per di pi soggiunse che, invece di seimila ducati che aveva promesso in
dote per la figlia, ne avrebbe dati diecimila, per dimostrarmi fino a che punto mi era grato del servigio che gli avevo
prestato.
Morales e io eravamo dunque in casa di quel brav'uomo di Gerolamo de Mayadas magnificamente trattati e nella
dolce attesa di intascare diecimila ducati, coi quali pensavamo di allontanarci senza indugio da Merida. Un timore turbava
per la nostra gioia temevamo che, prima dei tre giorni, il vero figlio di Giovanni Velez de la Membrilla venisse a
minacciare, o meglio, a distruggere la nostra felicit, comparendo all'improvviso. Questo timore non fu privo di
fondamento. Gi il giorno dopo, una specie di contadino con una grossa valigia, arriv dal padre di Fiorentina. Io non
c'ero; c'era invece il mio camerata. Signore, disse il contadino al vecchio, sono un domestico del cavaliere di
Calatrava, signor Pedro de la Membrilla, che deve diventare vostro genero. Siamo arrivati or ora in questa citt: lui sar
qui tra breve; io l'ho preceduto per avvertirvi. Ebbe appena finito di parlare, che arriv il suo padrone, cosa che
meravigli moltissimo il vecchio, e scombussol alquanto Morales.
Il giovane Pedro era un ragazzo di bell'aspetto. Fece per parlare al padre di Fiorentina, ma il brav'uomo non
gliene dette il tempo, e volgendosi verso il mio compagno, gli domand che cosa significasse tutto ci. Allora Morales,
che per impudenza non la cedeva a nessuno, con aria di gran sicurezza rispose al vecchio: Signore, questi due uomini che
vedete appartengono alla banda di ladri che ci hanno derubato sulla strada maestra; li riconosco entrambi, e specialmente
quello che ha la sfacciataggine di dirsi figlio del signor Giovanni Velez de la Membrilla. Il vecchio borghese, senza
esitare, credette a Morales e, persuaso che i nuovi venuti fossero dei bricconi, disse loro: Signori, arrivate troppo tardi;
siete stati prevenuti. Pedro de la Membrilla da ieri in casa mia. State attento a quello che dite, rispose il giovane di
Calatrava, vi hanno ingannato; voi avete in casa un impostore. Sappiate che Giovanni Velez de la Membrilla non ha altri
figli oltre a me. Andatelo a raccontare ad altri, replic il vecchio, so benissimo chi siete voi. Non riconoscete questo
giovanotto, e non vi ricordate del suo padrone che avete derubato sulla strada maestra di Calatrava? Come, derubato?
riprese Pedro, ah! se non fossi in casa vostra, taglierei le orecchie a questo birbante che ha l'insolenza di trattarmi da
ladro. Ringrazi la vostra presenza che mi trattiene dallo sfogare la mia collera Signore, prosegu a dire, vi ripeto che
siete stato ingannato. Io sono il giovane a cui vostro fratello Agostino ha promesso vostra figlia. Volete che vi mostri tutte
le lettere che ha scritto a mio padre in merito al matrimonio? Vorrete credere quando vi mostrer il ritratto di Fiorentina,
che lui mi mand poco tempo prima di morire?
No, lo interruppe il vecchio borghese, il ritratto non potr persuadermi pi delle lettere. So benissimo in che
modo caduto nelle vostre mani, e vi consiglio benignamente di andarvene al pi presto da Merida, per evitare il castigo
che meritano le persone come voi. Questo troppo, lo interruppe a sua volta il giovane cavaliere, non sopporter
certo che venga usurpato impunemente il mio nome, n che io venga fatto passare per furfante. Conosco alcune persone in
questa citt, vado subito a cercarle, e torner con loro per smascherare l'impostore che vi ha ingannato nei miei riguardi.
Detto questo and via col suo domestico, e Morales rimase padrone del campo. Questo episodio spinse perfino Gerolamo
de Moyadas a decidere di farmi sposare sua figlia lo stesso giorno, e immediatamente and a dare le necessarie
disposizioni per il matrimonio.
Bench il mio camerata fosse assai contento di vedere il padre di Fiorentina cos ben disposto verso di noi, era
tuttavia preoccupato. Temeva il risultato dei passi che, logicamente, Pedro non avrebbe mancato di fare, e mi aspettava
con impazienza per informarmi dell'accaduto. Lo trovai immerso in profonda meditazione. Che c' amico mio? gli
domandai, mi sembri molto preoccupato. Non lo sono senza motivo, mi rispose, e mi mise al corrente di quanto era
successo. Vedi bene, soggiunse poi, se ho torto a essere in pensiero. colpa tua, temerario che non sei altro, se ci
troviamo in questo impiccio. Confesso che l'impresa era brillante, e ti avrebbe colmato di gloria se fosse riuscita; ma, a
quanto pare, la cosa finir male, e io sarei d'avviso, per prevenire gli inevitabili chiarimenti, che noi ce la battessimo con
l'unica piuma che abbiamo strappato all'ala di quel bravo uomo.
Signor Morales, feci io dopo il discorso del mio camerata, non affrettiamoci troppo; voi vi arrendete troppo
presto di fronte alle difficolt. Non fate molto onore a don Mattia de Cordel, n agli altri cavalieri coi quali avete abitato a
Toledo. Quando si fatto il tirocinio sotto tali grandi maestri, non ci si deve allarmare tanto facilmente. Per me, che voglio
seguire le orme di quegli eroi, e dar prova di esserne degno discepolo, mi irrigidisco davanti all'ostacolo che vi spaventa,
e mi vanto di superarlo. Se ne venite a capo, mi disse il mio compagno, vi porr al di sopra di tutti gli uomini illustri
di Plutarco.
Morales aveva appena finito di parlare, che comparve Gerolamo de Moyadas, il quale mi disse: Ho disposto
tutto per il vostro matrimonio, e stasera sarete mio genero. Dal vostro domestico, aggiunse, avrete saputo quel che
successo. Che ne pensate della sfacciataggine di quel briccone che voleva farmi credere di essere il figlio del
corrispondente di mio fratello? Morales stava sulle spine, curioso di sapere come me la sarei cavata da questo affaraccio,
e fu non poco sorpreso quando, volgendomi con aria triste ed ingenua verso Moyadas gli risposi: Signore, dipende solo
da me il mantenervi nell'errore e approfittarne, ma sento che non sono nato per sostenere una bugia. Vi debbo
sinceramente confessare che non sono affatto il figlio di Giovanni Velez de la Membrilla. Che dite mai? mi interruppe
precipitosamente il vecchio estremamente sorpreso, voi non siete il giovane al quale mio fratello... Di grazia,
signore, lo interruppi a mia volta, degnatevi di ascoltare sino alla fine la mia confessione sincera e fedele. Otto giorni fa
mi sono innamorato della vostra figliola, e l'amore mi ha fatto trattenere a Merida. Ieri, dopo essere corso in vostro aiuto,
stavo per chiedervi la mano di Fiorentina, ma voi mi chiudeste la bocca, dicendomi che l'avevate destinata ad un altro. Mi
diceste che vostro fratello, morendo, vi scongiur di darla a Pedro de la Membrilla, che voi glielo prometteste, e che
insomma eravate schiavo della parola data. Confesso che queste parole mi annichilirono, e il mio amore esasperato mi
sugger lo stratagemma di cui mi son servito. Vi dir tuttavia che nell'intimo dell'animo mio me lo sono rimproverato; ma
ho poi creduto che me l'avreste perdonato quando ve lo avrei svelato, e quando avreste saputo che io sono un principe
italiano che viaggia in incognito. Mio padre sovrano delle valli che confinano con la Svizzera, il Milanese e la Savoia.
Pensavo perfino che sareste stato gradevolmente sorpreso quando vi avrei palesato quali sono i miei natali, e pregustavo,
quale sposo sensibile e innamorato, la gioia di farne partecipe Fiorentina dopo le nozze. Il Cielo, prosegu cambiando
tono, non ha permesso che io fossi tanto felice. Pedro de la Membrilla arrivato; necessario restituirgli il suo nome, per
quanto mi costi il farlo. La vostra promessa vi impegna a sceglierlo per genero; non posso lamentarmi, ma solo soffrirne;
giusto che voi lo preferiate senza riguardi al mio rango, senza aver piet della situazione crudele in cui mi riducete. Non
voglio farvi riflettere che vostro fratello non era che lo zio di vostra figlia, mentre voi ne siete il padre, e che sarebbe pi
giusto tener conto dell'obbligo di riconoscenza verso di me, anzich, per punto d'onore, mantenere una promessa che non
vi impegna eccessivamente.
S, certo, ci che dite assai giusto, esclam Gerolamo de Moyadas, non posso mettere sullo stesso piano voi
e Pedro de la Membrilla. Se mio fratello Agostino vivesse ancora, non riterrebbe ingiusto che io dessi la preferenza a un
uomo che mi ha salvato la vita, e, ci che pi importa, a un principe che non disdegna la mia parentela abbassandosi fino
al mio livello. Bisognerebbe che aversassi la mia fortuna, e avessi completamente perduto la testa, se non vi concedessi
mia figlia, e se, anzi, non affrettassi un matrimonio cos vantaggioso per lei. Signore, replicai non siate troppo
precipitoso, non fate nulla senza matura riflessione; pensate solo ai vostri interessi, e, nonostante la nobilt del mio
sangue... Voi scherzate, mi interruppe, vi pare che possa esitare un solo istante? No, no, mio principe, e vi supplico di
onorare fin da stasera con la vostra mano la fortunata Fiorentina. Ebbene, risposi, sia come voi volete: andate voi
stesso a portarle la notizia, e a parteciparle il suo glorioso destino.
Mentre il buon borghese correva a dire alla figlia che aveva fatto la conquista di un principe, Morales, che aveva
ascoltato tutta la conversazione, mi si mise davanti in ginocchio, e mi disse: Signor principe italiano, figlio del sovrano
delle valli che confinano con la Svizzera, il Milanese e la Savoia, concedetemi di prostrarmi ai piedi di Vostra Altezza per
testimoniarvi il mio entusiasmo. Parola di un briccone, vi reputo un vero prodigio. Mi credevo il primo uomo del mondo,
ma, veramente, abbasso le armi davanti a voi, nonostante la vostra minor esperienza. Ora sei tranquillo? domandai.
Oh! quanto a questo, rispose, che venga pure il signor Pedro quante volte vorr, ora non c' pi pericolo. Eccoci
dunque, Morales e io ben saldi in sella. Pensavamo gi alla strada che dovevamo prendere appena avuta la dote, sulla
quale contavamo con tale sicurezza che, se l'avessimo gi intascata, non ne saremmo stati altrettanto sicuri. In realt per
non ce l'avevamo ancora, e gli sviluppi dell'avventura non corrisposero alla nostra aspettativa.
Ben presto vedemmo tornare il giovanotto di Calatrava. Era accompagnato da due borghesi e da un bargello,
tanto rispettabile per i suoi mustacchi e il colorito scuro del viso, quanto per la sua carica. Signor de Moyadas, disse
Pedro al padre di Fiorentina, che stava conversando con noi, ecco qui tre galantuomini che mi conoscono, e vi possono
dire chi sono. Certamente, intervenne il bargello, posso senz'altro dirlo, e certificare a tutti gli interessati che vi
conosco: voi vi chiamate Pedro, e siete figlio unico di Giovanni Velez de la Membrilla; chiunque osi dire il contrario un
impostore. Vi credo, signor bargello, disse allora quel buon uomo di Gerolamo de Moyadas. La vostra testimonianza
sacra per me, come sacra anche quella dei signori commercianti che sono con voi. Sono pienamente convinto che il
giovane cavaliere che vi ha condotto qui l'unico figlio del corrispondente di mio fratello. Ma che cosa me ne importa?
Non sono pi disposto a dargli mia figlia; ho cambiato idea.
Oh! Questo un'altro affare, disse il bargello. Io son venuto da voi soltanto per testimoniare che conosco
questo giovanotto. Voi siete certamente padrone di disporre di vostra figlia, che nessuno potrebbe costringere a prendere
marito senza il vostro consenso. Anch'io lo interruppe Pedro, non pretendo oppormi alla volont del signor Moyadas,
che pu disporre di sua figlia come meglio crede; ma mi sar permesso chiedere per quale ragione ha cambiato idea. Ha
qualche cosa da rimproverarmi? Ah! Se debbo perdere la dolce speranza di diventare vostro genero, che almeno sappia
che non stata colpa mia! Io non mi lamento affatto di voi; rispose il buon vecchio, anzi vi dir che mi dispiace molto
di trovarmi nella necessit di mancarvi di parola, e vi scongiuro di perdonarmi. Sono persuaso che siete troppo generoso
per volermene se do la preferenza a un rivale che mi ha salvato la vita. Eccolo, prosegu a dire, indicandomi, questo il
signore che mi ha liberato da un grande pericolo, e, per avvalorare maggiormente le mie scuse, sappiate che un principe
italiano il quale, nonostante la disuguaglianza sociale, disposto a sposare Fiorentina, di cui si innamorato.
Sentendo queste parole, Pedro rimase muto e confuso. I due commercianti spalancarono gli occhi dalla sorpresa.
Ma il bargello, abituato a vedere le cose dal lato peggiore, ebbe il sospetto che questa meravigliosa avventura fosse un
imbroglio di cui egli avrebbe potuto avvantaggiarsi. Mi piant gli occhi addosso, e poich, non conoscendomi, i miei
lineamenti non l'aiutavano a convalidare il suo sospetto, si mise a guardare il mio camerata con la stessa attenzione.
Disgraziatamente per la mia altezza reale, riconobbe Morales e, ricordandosi di averlo visto nelle prigioni di Ciudad-Real,
esclam: Ah! Ah! ecco uno dei miei clienti. Riconosco questo gentiluomo, e ve lo d per uno dei pi perfetti bricconi che
esistono nei regni e nei principati della Spagna. Andiamo, signor bargello, disse Gerolamo de Moyadas, siamo
prudenti; questo ragazzo, che ci dipingete a tinte cos fosche, un servo del principe. Benissimo, replic il bargello,
ne ho abbastanza per sapere quello che debbo fare. Dal servitore giudico il padrone. Non ho alcun dubbio che questi due
bellimbusti siano due imbroglioni che sono d'accordo per ingannarvi. Conosco i miei polli, e per dimostrarvi che questi
bei tomi sono degli avventurieri, me li porto subito in prigione. Voglio preparare loro un abboccamento col signor
giudice; dopo di ch si accorgeranno che le frustate sono ancora di moda. Alto l! signor ufficiale, replic il vecchio,
non spingiamo troppo oltre le cose. Voi altri signori non avete tanti riguardi, anche quando si tratta di molestare un
galantuomo. Non potrebbe darsi che il domestico sia un furfante, senza che lo sia il suo padrone? forse la prima volta
che un briccone al servizio di un principe? Mi fate ridere coi vostri principi, lo interruppe il bargello. Questo
giovanotto un intrigante, parola mia, e io, in nome del re, l'arresto insieme col suo camerata. Ho venti arcieri alla porta
che, se questi due non vengono con le buone, li condurranno in prigione con la forza. Su, principe! soggiunse
rivolgendosi a me, andiamo.
Morales e io rimanemmo sbalorditi a sentire queste parole, e il nostro turbamento mise in sospetto Gerolamo de
Moyadas, o, per meglio dire, lo convinse che avevamo voluto ingannarlo. Tuttavia prese quel partito che, in questa
occasione, doveva prendere un galantuomo. Signor ufficiale, disse al bargello, le vostre supposizioni potrebbero
essere false, oppure anche troppo vere. Comunque siano, non approfondiamo la cosa. Che questi due giovani vadano dove
vogliono. Vi prego di lasciarli andare: un favore che vi chiedo, per disobbligarmi verso di loro di quel che hanno fatto
per me. Per fare il mio dovere, metterei in prigione questi signori, senza curarmi della vostra preghiera, rispose il
bargello, ma voglio fare uno strappo alla regola per riguardo verso di voi, a condizione che immediatamente se ne
vadano via da questa citt, perch, se dovessi incontrarli ancora domani, vivaddio! vedranno quello che succeder.
Quando Morales ed io sentimmo che ci lasciavano liberi, ci rimettemmo alquanto. Volevamo assumere un'aria di
sicurezza, e sostenere che eravamo persone oneste; ma il bargello ci guard di traverso, imponendoci il silenzio. Non so
spiegarmi come mai quella gentaglia ha sempre un tale ascendente su di noi. Fatto sta che dovemmo abbandonare
Fiorentina e la sua dote a Pedro de la Membrilla, che certamente divent genero di Gerolamo de Mayadas. Uscii dunque
col mio camerata, e insieme ci incamminammo verso Truxillo, con la consolazione di aver almeno guadagnato cento
doppie in questa avventura. Un'ora prima di notte passammo per un piccolo villaggio, decisi a pernottare pi oltre.
Scorgemmo un albergo che, per quel luogo, poteva dirsi di aspetto abbastanza bello. L'albergatore e la moglie stavano
seduti su di una panchina di pietra accanto alla porta. L'uomo, alto, magro e di et gi avanzata, grattava una cattiva
chitarra per divertire la consorte, che sembrava ascoltarlo con piacere. Signori, ci grid l'albergatore quando vide che
avevamo intenzione di proseguire, vi consiglio di fermarvi qui. Per arrivare al pi vicino villaggio ci vogliono tre
interminabili leghe, e vi avverto, che non vi troverete cos bene come da noi. Credete a me, entrate nel mio albergo;
mangerete bene e a buon mercato. Ci lasciammo convincere. Ci avvicinammo e, dopo aver salutato i padroni
dell'albergo, ci sedemmo vicino a loro, e tutti e quattro ci mettemmo a discorrere di cose indifferenti. L'albergatore ci disse
di essere ufficiale della santa Hermandad, e la moglie era una gioconda grassona che aveva l'aria di saper vendere bene la
sua mercanzia.
La nostra conversazione fu interrotta dall'arrivo di una truppa di dodici o quindici cavalieri, montati in parte su
mule e in parte su cavalli, seguiti da una trentina di muli carichi di balle. Ah! Quanti principi! esclam l'oste alla vista di
tanta gente; dove potremo alloggiarli tutti? In un momento il villaggio si riemp di uomini e di animali. Per fortuna
vicino all'albergo c'era una grande rimessa dove furono sistemati i muli col carico; i cavalli e le mule furono ricoverati in
altri posti. Per quanto riguarda gli uomini, essi, pi che un letto, desideravano una buona cena. L'albergatore, la moglie e
una giovane domestica non si risparmiarono, e fecero man bassa di tutto il pollame del loro cortile. Con l'aggiunta di
qualche intingolo di coniglio e di gatto, e di una zuppa di cavoli e montone, ce ne fu abbastanza per tutti.
Morales ed io osservavamo quei cavalieri i quali, di tanto in tanto, a lor volta ci guardavano. Finalmente
attaccammo discorso, e noi dicemmo loro che, se erano d'accordo, avremmo cenato insieme. Dissero che ne avrebbero
avuto piacere. Eccoci quindi a tavola tutti insieme. Fra quella gente c'era un uomo che dava gli ordini, e per il quale gli
altri, pur trattandolo familiarmente, mostravano un certo rispetto. da notarsi che quel tizio spesso montava in pulpito:
parlava a voce alta, talvolta contraddiceva cavallerescamente gli altri i quali, ben lungi dal rendergli la pariglia,
sembravano accettare tutte le sue opinioni. Il discorso cadde per caso sull'Andalusia, e siccome Morales credette bene di
lodare Siviglia, quel tale di cui ho fatto cenno gli disse: Signor cavaliere, voi fate l'elogio della citt che ha visto i miei
natali, essendo nato nei dintorni, e precisamente nel borgo di Mayrena. Io posso dire la stessa cosa, replic Morales,
anch'io sono di Mayrena, e non possibile che non conosca i vostri genitori, dato che, dall'alcade fino ai pi infimi
abitanti, conosco tutti. Di chi siete figlio? Di un onesto notaio, rispose il cavaliere, di Martino Morales. Martino
Morales! esclam il mio camerata con una gioia pari alla sorpresa. In fede mia, l'avventura davvero singolare! Voi
siete dunque il mio fratello maggiore, Manuel Morales? Proprio cos, disse l'altro, e, evidentemente voi siete il mio
fratello minore Luigi che lasciai in fasce quando abbandonai la casa paterna? L'avete detto, rispose il mio camerata.
Ci dicendo, si alzarono entrambi da tavola, e si abbracciarono ripetutamente. Poi il signor Manuel disse alla compagnia:
Signori, questo un fatto veramente meraviglioso. Il caso vuole che incontri e riconosca un fratello che non ho pi visto
da venti anni almeno: permettete che ve lo presenti. Allora tutti i cavalieri, che per educazione stavano in piedi,
salutarono il Morales cadetto, abbracciandolo affettuosamente. Poi ci rimettemmo a tavola, e ci rimanemmo tutta la notte.
A letto non si and affatto. I due fratelli sedettero l'uno vicino all'altro, e si intrattennero a bassa voce sulle vicende della
loro famiglia, mentre gli altri commensali bevevano e stavano allegri.
Luigi, dopo una lunga conversazione con Manuel, mi prese in disparte e mi disse: Tutti questi cavalieri sono al
servizio del conte di Montanos, che da poco tempo stato dal re nominato vicer di Maiorca. Portano il suo
equipaggiamento ad Alicante, dove devono imbarcarsi. Mio fratello, che diventato intendente del conte, mi ha proposto
di prendermi con s, e siccome ha visto il mio dispiacere di lasciarvi, mi ha detto che, se volete essere della partita, vi far
avere un buon posto. Caro amico, prosegu, ti consiglio di non rifiutare questa proposta. Andiamo insieme all'isola di
Maiorca. Se saremo contenti, ci resteremo, e se non ci piacer, torneremo in Ispagna.
Accettai volentieri la proposta. Il giovane Morales ed io ci unimmo agli ufficiali del conte, e con essi partimmo
dall'albergo ancor prima dell'aurora. A grandi giornate raggiungemmo la citt di Alicante, dove, prima che ci
imbarcassimo, acquistai una chitarra e mi feci fare un abito adatto. Non pensavo ormai pi ad altro che all'isola di
Maiorca, e Luigi Morales era nella stessa disposizione d'animo. Si sarebbe detto che avessimo rinunciato alla marioleria.
Siamo sinceri: volevamo che i cavalieri del conte ci prendessero per gente onesta, e questo frenava i nostri istinti.
Finalmente, tutti allegri, ci imbarcammo, lusingandoci di arrivare ben presto a Maiorca; ma appena fuori dal porto di
Alicante ci sorprese una terribile burrasca. A questo punto del mio racconto avrei l'opportunit di farvi una bella
descrizione della tempesta, del cielo tutto in fiamme, dei fulmini accompagnati da tuoni assordanti, del lacerante fischio
del vento, dei marosi frangentisi contro la nave, ecc. ecc.; ma, trascurando tutti questi fiori retorici, mi limiter a dire che
l'uragano fu violento, e ci costrinse ad approdare alla punta dell'isola di Cabrera. questa un'isola deserta, con un fortino
che in quel tempo era presidiato da cinque o sei soldati con un ufficiale, dal quale fummo ricevuti molto cortesemente.
Poich era necessario fermarci l parecchi giorni onde aggiustare le vele e i cordami, per evitare la noia,
cercammo di divertirci in vari modi. Ognuno seguiva i propri gusti: qualcuno giocava a primiera, altri se la passavano
diversamente, mentre io, con quei cavalieri ai quali piaceva passeggiare, andavo in giro per l'isola; questa era la mia
passione. Saltavamo di roccia in roccia, perch il terreno ineguale, petroso e quasi privo di terra. Un giorno, mentre
osservavamo quei luoghi aridi e infecondi, ammirando i capricci della natura, a volta a volta feconda o sterile, sentimmo
improvvisamente un odore molto gradevole provenir dall'oriente. Ci affrettammo verso il luogo da cui proveniva l'odore,
e con grande sorpresa vedemmo fra le rocce una grande aiuola verde di caprifogli pi belli e pi profumati perfino di
quelli che crescono nell'Andalusia. Ci avvicinammo lietamente a quegli arbusti incantevoli che profumavano l'aria
tutt'intorno, e vedemmo che circondavano l'entrata di una caverna molto profonda. La caverna era larga, non molto
oscura, con gradini di pietra che formavano una scala a chiocciola svolgentesi tutt'intorno. Scendemmo gi per quei
gradini, i cui margini erano ornati di fiori. Quando arrivammo al fondo della grotta, vedemmo serpeggiare su di una sabbia
pi gialla dell'oro, e perdersi nella terra, parecchi rivoletti d'acqua formati da un incessante stillicidio proveniente dalle
rocce. L'acqua era cos limpida che ci invit a bere, ed era tanto fresca che decidemmo di tornare il giorno dopo in quella
grotta, portando con noi delle bottiglie di vino, certi che in quel luogo l'avremmo bevuto con grande piacere.
Lasciammo con dispiacere quel posticino delizioso, e, quando fummo ritornati al fortino, non mancammo di
vantare ai nostri camerati una cos bella scoperta: ma il comandante della fortezza ci consigli amichevolmente di non
andare pi in quella grotta di cui eravamo tanto entusiasti. E perch? domandai, c' da temere qualche cosa? Senza
dubbio, mi rispose. I corsari di Algeri e di Tripoli fanno talvolta scalo in quest'isola per approvvigionarsi d'acqua a
quella fonte. Una volta sorpresero due soldati della mia guarnigione e li fecero schiavi. Per quanto l'ufficiale parlasse
molto seriamente, non ci convinse. Credemmo che scherzasse, e l'indomani tornai in quella grotta con tre cavalieri
dell'equipaggio. Per dimostrare che non avevamo paura non prendemmo con noi neppure armi da fuoco. Il giovane
Morales non volle essere della partita, e prefer, come suo fratello, rimanere nel fortino a giocare.
Come avevamo fatto il giorno prima, scendemmo in fondo alla grotta, e mettemmo a rinfrescare alcune bottiglie
di vino che avevamo portate con noi. Mentre stavamo gustando con grande diletto quel vino, chiacchierando allegramente
e suonando la chitarra, vedemmo comparire sull'orlo della caverna parecchi uomini dai folti mustacchi, vestiti da turchi e
con in testa il turbante. Pensammo che alcuni uomini dell'equipaggio e il comandante del fortino si fossero travestiti per
farci paura. Convinti di questo, ci mettemmo a ridere, e lasciammo che ne venissero gi una decina senza pensare a
difenderci. Ben presto fummo purtroppo disingannati, e capimmo che si trattava di un corsaro che, coi suoi uomini, era
venuto a rapirci. Arrendetevi, cani, ci grid in lingua castigliana, se non volete che vi ammazziamo subito tutti.
Mentre diceva questo, gli uomini che l'accompagnavano ci puntarono addosso le carabine, e se avessimo fatto la minima
resistenza, avremmo ricevuto una bella scarica di pallottole; ma fummo abbastanza ragionevoli per non farla. Preferimmo
la schiavit alla morte: ci arrendemmo consegnando al pirata le nostre spade. Lui ci fece incatenare e condurre sul suo
vascello, che era ancorato poco lontano dalla costa; poi, le vele al vento, fece rotta verso Algeri.
In questo modo fummo giustamente puniti per aver trascurato il consiglio del comandante della guarnigione. Per
prima cosa il corsaro ci fece una minuziosa perquisizione portandoci via il denaro. Un buon colpo per lui! Le duecento
doppie dei ragazzi di Plazencia, e le cento che Morales aveva ricevuto da Gerolamo de Moyadas, che sfortunatamente
avevo io indosso, mi furono razziate senza misericordia. Anche i miei compagni avevano la borsa ben fornita, e cos fu
una bella retata. Il pirata sembr rallegrarsene molto, e, non contento di averci sottratto il nostro danaro, quel boia ci
insult con motteggi che ci addoloravano molto meno della necessit di subirli. Dopo una infinit di stupidi lazzi, il
corsaro, per maggiormente schermirci, fece portare le bottiglie di vino che noi avevamo messo in fresco, e che i suoi
uomini avevano avuto cura di portar via. Cominci a vuotarle, bevendo, insieme ai suoi, alla nostra salute.
Durante tutto quel tempo, i miei camerati avevano tenuto un contegno che palesava i loro sentimenti. Erano tanto
pi mortificati per esser caduti in schiavit, in quanto avevano pregustato la gioia di andare all'isola di Maiorca, dove
avevano pensato di poter condurre una vita deliziosa. Per quanto mi riguarda, io ebbi la forza d'animo di prendere una
decisione, e, meno afflitto degli altri, attaccai discorso con quel beffeggiatore, accettando perfino con buona grazia i suoi
motteggi, cosa che gli piacque. Giovanotto, mi disse, apprezzo il tuo modo di fare, e in fondo, invece di gemere e
sospirare, meglio armarsi di pazienza e adattarsi alle circostanze. Suonaci una canzonetta, continu a dire vedendo che
avevo una chitarra, vediamo quel che sai fare. Dopo che mi ebbe fatto slegare le braccia obbedii, e cominciai a suonar la
chitarra in modo da guadagnarmi i suoi applausi. A questo riguardo debbo dire che sapevo suonar piuttosto bene quello
strumento. Mi misi anche a cantare, e anche la mia voce piacque molto. Tutti i turchi che erano sul vascello mostrarono
con gesti d'ammirazione il piacere che provavano nell'ascoltarmi, e questo mi fece pensare che in fatto di musica non
erano poi senza gusto. Il pirata mi sussurr all'orecchio che non sarei stato uno schiavo infelice, e che col mio talento avrei
potuto avere un impiego che avrebbe reso sopportabile la mia schiavit.
Mi consolai alquanto sentendo queste parole, ma, per quanto assai lusinghiere, non mi tolsero la preoccupazione
circa l'impiego che il corsaro mi prediceva, perch temevo che non sarebbe stato affatto di mio gusto. Quando arrivammo
nel porto di Algeri, vedemmo un gran numero di persone giunte per vederci, e non eravamo ancora sbarcati, che quella
gente cominci ad assordarci con grida di gioia. A queste si aggiungeva un suono confuso di trombe, di flauti moreschi e
di altri strumenti in uso in quei paesi, e il tutto costituiva una sinfonia pi rumorosa che gradevole. La causa di questo
tripudio era conseguenza di una falsa voce che si era sparsa in citt. Si era sentito dire che il rinnegato Mehemet (questo
era il nome del nostro pirata) era morto durante l'assalto a un grosso vascello genovese; per cui tutti i suoi parenti ed amici,
informati del suo ritorno, si erano affrettati a manifestargli la loro gioia.
Appena posto piede a terra, fui condotto, insieme coi miei compagni, al palazzo del pasci Solimano, dove uno
scrivano cristiano ci interrog a uno a uno, chiedendoci il nome, l'et, il luogo di nascita, la religione e quello che
sapevamo fare. Allora Mehemet mi present al pasci, vantandogli la mia voce, e dicendogli che suonavo
meravigliosamente bene la chitarra. Non occorse altro per far decidere Solimano a prendermi al suo servizio. Fui dunque
condotto nei locali dell'harem, per assumere le mansioni che mi erano state assegnate. Gli altri prigionieri furono portati in
una piazza pubblica e venduti secondo il costume locale. Effettivamente si avver quanto Mehemet mi aveva predetto sul
vascello: fui veramente fortunato. Infatti non fui abbandonato alla merc delle guardie dei prigionieri, n adibito ai lavori
pesanti. Solimano pasci, per un riguardo particolare, mi fece sistemare in un locale speciale, insieme con cinque o sei
schiavi di nobile origine che dovevano venir presto riscattati, e che erano adibiti a lavori leggeri. Io fui incaricato di
innaffiare gli aranceti e i fiori dei giardini. Non avrei potuto avere occupazione pi gradita: ringraziai perci la mia buona
stella, ed ebbi il presentimento, senza saperne la causa, che non sarei stato infelice in casa di Solimano.
Questo pasci (bisogna che ne faccia il ritratto) era un uomo di quarant'anni, di bell'aspetto, molto cortese e
attraente, per quanto possa esserlo un Turco. Aveva per favorita una donna del Cachemir, che, per la sua belt e
intelligenza, aveva acquistato su di lui un ascendente assoluto. Lui l'amava fino all'idolatria. Ogni giorno le procurava un
nuovo divertimento, una volta con un concerto vocale e strumentale, un'altra con una commedia secondo l'uso dei Turchi;
questo vuol dire che si trattava di poemi drammatici, nei quali il pudore e la decenza non erano rispettati pi che non lo
fossero le regole di Aristotele. La favorita, che si chiamava Farrukhnaz, amava appassionatamente tali spettacoli, e
talvolta faceva persino rappresentare dalle sue cameriere, davanti al pasci, delle commedie arabe. Lei stessa vi prendeva
parte, conquistandosi tutti gli spettatori con la grazia e la vivacit della sua interpretazione. Un giorno, mentre mi trovavo
fra i suonatori a uno di questi spettacoli, Solimano mi ordin di cantare da solo, accompagnandomi con la chitarra, durante
un intermezzo. Ebbi la fortuna di piacere al pasci, che non solo mi applaud con un battimano, ma anche a gran voce, e mi
sembr che la favorita mi guardasse assai affabilmente.
Il giorno dopo, mentre stavo innaffiando gli aranceti del giardino, un eunuco mi pass vicino e, senza fermarsi n
dirmi nulla, gett ai miei piedi un biglietto. Lo raccolsi con un turbamento misto di piacere e di timore. Mi sdraiai per
terra, per paura di venire scoperto dalle finestre dell'harem, e, nascondendomi dietro alcune casse di piante d'arancia, aprii
il biglietto. Vi trovai un diamante di gran valore, e queste parole scritte in buon castigliano: Giovane cristiano, ringrazia
il Cielo per la tua prigionia. L'amore e la fortuna ti faranno felice: l'amore, se sei sensibile alle attrattive di una bella donna,
e la fortuna, se hai il coraggio di sfidare ogni sorta di pericoli. Non dubitai neppure un istante che la lettera non fosse
della sultana favorita; lo stile e il diamante me ne davano la sicurezza. A parte il fatto che io per natura non sono timido, la
vanit di essere amato dalla moglie favorita di un gran signore, e pi ancora, la speranza di ricavarne una somma
quadrupla di quella che occorreva per il mio riscatto, tutto ci mi fece decidere di tentare quest'avventura, qualunque
fossero i rischi che avrei corso. Continuai il mio lavoro pensando al modo di entrare nell'appartamento di Ferrukhnaz, o
piuttosto, aspettando che lei me ne fornisse il mezzo; infatti, pensavo che la favorita non si sarebbe limitata a quel che
aveva fatto, ma avrebbe ella stessa percorso met del cammino. Non mi ingannavo. Quello stesso eunuco che mi era
passato vicino, ripass un'ora dopo, e mi disse: Cristiano, hai riflettuto abbastanza, e hai il coraggio di seguirmi?
Risposi affermativamente, e lui continu: Ebbene, che il Cielo ti protegga Mi rivedrai domani mattina; tienti pronto a
lasciarti guidare. Ci detto, scomparve. Il giorno seguente, verso le otto del mattino, lo vidi ricomparire. Mi fece cenno di
seguirlo, e mi condusse in una sala dove c'era un grande rotolo di tela che lui stesso insieme con un altro eunuco aveva
portato, e che dovevano trasportare nell'appartamento della sultana, per servire alla decorazione di uno spettacolo di
genere arabo che lei stava preparando per il pasci.
I due eunuchi, vedendo che io ero pronto ai loro cenni, non persero tempo; svolsero il rotolo, mi ci fecero
adagiare lungo disteso, poi, a rischio di soffocarmi, avvolsero nuovamente il rotolo con me dentro. Quindi lo sollevarono
alle due estremit, e cos mi portarono, senza destar sospetti, nella camera dove dormiva la bella cachemiriana, che era
sola con una vecchia schiava a lei devota. Ambedue le donne svolsero il rotolo, e Farrukhnaz, alla mia vista, dette in
esclamazioni di gioia che rivelavano il temperamento delle donne del suo paese. Per quanto fossi di natura coraggioso,
non potei trovarmi, cos di colpo, nell'appartamento riservato alle donne, senza provare un po' di terrore. La signora se ne
accorse, e, per dissipare il mio timore, mi disse: Giovanotto, non aver paura di nulla. Solimano partito per la sua casa di
campagna, e vi rester tutto il giorno: possiamo quindi stare insieme liberamente.
Queste parole mi rassicurarono, e mi fecero assumere un contegno che raddoppi la gioia della favorita. Mi
siete piaciuto, continu a dire, e voglio addolcire i rigori della vostra schiavit. Vi credo degno dei sentimenti che provo
per voi. Per quanto nelle vesti di uno schiavo, voi avete un aspetto nobile e attraente che mi fa capire che non siete di
origine plebea. Ditemi in confidenza chi siete. So bene che i prigionieri di nobile stirpe nascondono la loro condizione per
venir riscattati a minor prezzo, ma voi non dovete usare una tale precauzione, che sarebbe offensiva per me, poich vi
prometto la libert. Siate dunque sincero, e confessatemi che siete un giovanotto di famiglia distinta. Effettivamente,
signora, risposi sarebbe mal ripagare la vostra bont, se volessi dissimulare. Voi volete assolutamente che vi sveli la
mia origine; sarete soddisfatta. Sono figlio di un grande di Spagna. Forse dicevo la verit, in ogni caso la sultana lo
credette, e, lietissima di aver messo gli occhi su di un cavaliere importante, mi assicur che, per quanto stava in lei,
avrebbe fatto il possibile perch ci vedessimo spesso da soli. Il nostro abboccamento dur a lungo. Mai ho visto una donna
pi attraente. Sapeva diverse lingue e soprattutto il castigliano, che parlava abbastanza bene. Quando pens che fosse
tempo di separarci, volle che mi ficcassi in un cestone di vimini, coperto con un drappo di seta ricamato da lei; poi fece
chiamare i due schiavi di prima, che mi riportarono via, come se fosse un regalo che la favorita mandava al pasci, cosa
questa sacra per tutti gli uomini preposti alla guardia delle donne.
Farrukhnaz ed io escogitammo poi altri mezzi per trovarci insieme, e quella amabile prigioniera mi ispir a poco
a poco tanto amore quanto lei ne aveva per me. Per due mesi la nostra relazione rimase segreta, nonostante sia assai
difficile, in un harem, che i misteri amorosi sfuggano a lungo ai cento occhi di Argo. Ma un contrattempo sconcert i
nostri piccoli intrighi, e la mia fortuna mi volt le spalle. Un giorno, che, nel corpo di un drago finto costruito per una
rappresentazione teatrale, ero stato portato nella camera della sultana, e mi intrattenevo con lei, Solimano, che io credevo
occupato fuori di citt, comparve ad un tratto. Entr cos bruscamente nell'appartamento della sua favorita, che la vecchia
schiava ebbe appena il tempo di avvertirci del suo arrivo. Tanto meno ebbi io il modo di nascondermi. Cos fui io il primo
ad esser visto dal pasci.
Questi parve molto sorpreso di vedermi, e subitaneamente i suoi occhi lampeggiarono di furore. Io considerai
prossima la mia fine, e gi mi immaginavo di dover morire fra le torture. In quanto a Farrukhnaz, mi accorsi, per dir la
verit, che era spaventatissima, ma, anzich chiedere perdono del delitto commesso, disse a Solimano: Signore, prima di
pronunciare la mia condanna, degnatevi di ascoltarmi. Le apparenze, certo, mi condannano, e sembra che io abbia
commesso un tradimento degno dei pi terribili castighi. Ho fatto venir qui questo giovane prigioniero, e per introdurlo
nelle mie stanze, ho usato quei mezzi di cui mi sarei servita se fossi innamorata pazzamente di lui. Tuttavia - e chiamo a
testimonio il nostro grande profeta - nonostante le apparenze, non vi sono affatto infedele. Ho voluto parlare con questo
schiavo cristiano per fargli abbandonare la sua religione e fargli abbracciare quella dei credenti. Ho trovato in lui una
resistenza che mi ero aspettata. Tuttavia, ho vinto i suoi pregiudizi, e lui mi ha promesso che abbraccer la religione
maomettana.
Confesso che avrei dovuto smentire la favorita, senza aver riguardo per la terribile situazione in cui mi trovavo;
ma, nello stato di abbattimento in cui ero, spaventato per il pericolo che correva la donna che amavo, e ancor pi del
pericolo che io stesso correvo, rimasi interdetto e confuso. Non potei proferire parola, e il pasci, convinto dal mio
silenzio che la sua favorita avesse detto la verit, si lasci ammansire. Signora, le disse, voglio credere che non mi
abbiate tradito, e che il desiderio di fare una cosa grata al profeta vi abbia spinta ad una azione cos pericolosa. Scuso
perci la vostra imprudenza, a condizione che questo prigioniero si lasci immediatamente imporre il turbante. Fece
venire subito un marabutto, e io fui vestito con un abito alla turca. Feci tutto quello che vollero senza che avessi la forza di
protestare, o, per meglio dire, nell'estremo mio turbamento, non sapevo quel che facevo. Quanti cristiani in una simile
occasione sarebbero stati vili al pari di me!
Dopo la cerimonia uscii dall'harem per andare ad assumere, sotto il nome di Sidy Hally, un modesto impiego
datomi da Solimano. Non rividi pi la sultana, ma un giorno uno dei suoi eunuchi venne a trovarmi. Mi port delle pietre
preziose del valore di duemila sultanini d'oro, con un biglietto in cui la favorita mi assicurava che non avrebbe mai
dimenticato la mia generosit accettando di farmi maomettano per salvarle la vita. Per la verit, oltre ai regali che avevo
ricevuto da Farrukhnaz, ottenni per mezzo suo un impiego molto pi redditizio del primo, cos che in meno di sei o sette
anni divenni uno dei pi ricchi rinnegati di Algeri.
Potete ben immaginarvi che, se assistevo alle preghiere che i mussulmani recitano nelle loro moschee, e
adempivo gli altri doveri della loro religione, era soltanto per finta. Avevo il preciso intendimento di rientrare in seno alla
chiesa, e, a questo fine, mi proponevo di ritornare un giorno in Ispagna o in Italia, con le ricchezze che avevo nel frattempo
accumulate. In questa attesa conducevo una vita molto piacevole. Avevo una bella casa con giardini superbi, un gran
numero di schiavi, e graziosissime donne nel mio harem. Nonostante che l'uso del vino in quel paese sia proibito ai
maomettani, la maggior parte di essi ne bevono in segreto. Quanto a me, ne bevevo senza riguardi, come fanno tutti i
rinnegati. Mi ricordo che avevo due compagni di bisboccia, coi quali spesso passavo tutta la notte a tavola. Uno era ebreo
e l'altro arabo. Credevo che fossero brave persone, e, cos pensando, stavo con loro senza alcun timore. Una sera li invitai
a cena a casa mia. Quel giorno mi era morto un cane a cui ero molto affezionato; insieme gli lavammo il corpo, e lo
sotterrammo con quella cerimonia che in uso quando si seppellisce un maomettano. Per dir la verit, facemmo ci, non
per mettere in ridicolo la religione mussulmana, ma soltanto per divertirci, e per soddisfare lo stupido desiderio, provocato
dalla sbornia, di cantare le esequie al mio cane.
Per questo fatto fui per sul punto di rovinarmi, come adesso vedrete. Il giorno dopo venne a casa mia un uomo
che mi disse: Signor Sidy Hally, vengo per una cosa importante. Il signor cad vuol parlarvi; vi prego di andar subito da
lui. Per piacere, risposi, ditemi che cosa vuole. Ve lo dir lui stesso, replic l'uomo, tutto ci che posso dirvi io
che un mercante arabo che ha cenato con voi ieri sera ha denunciato un atto di empiet da voi commesso per il
seppellimento di un cane; voi sapete bene di che cosa si tratta, ed per questo che io vi intimo di comparire oggi davanti
al giudice, in mancanza di che vi avverto che si proceder penalmente contro di voi. Detto questo se ne and,
lasciandomi stordito per la sua intimazione. L'Arabo non aveva nessun motivo di lamentarsi di me, ed io non potevo
comprendere come mai quel traditore mi aveva giocato quel tiro mancino. In ogni modo la cosa era meritevole di
attenzione. Sapevo che il cad era in apparenza un uomo severo, ma in fondo poco scrupoloso, e per di pi avido di danari.
Misi duecento sultanini d'oro in una borsa, e andai da quel giudice. Mi fece entrare nel suo studio, e con viso arcigno
esclam: Siete un empio, un sacrilego, un uomo abominevole! Avete sepolto un cane come se fosse un mussulmano!
Che profanazione! dunque cos che rispettate le nostre cerimonie pi sacre? Ed per burlarvi delle nostre pratiche
religiose che vi siete fatto maomettano? Signor cad, gli risposi, l'Arabo che ha fatto una tale denuncia, questo falso
amico, complice del mio crimine, se tale si pu chiamare il concedere gli onori della sepoltura a un fedele domestico, a
un animale dotato di mille buone qualit. Lui era tanto affezionato alle persone di merito e di riguardo, che, prima di
morire, ha voluto dar loro un segno della sua amicizia, lasciando loro tutti i suoi beni in un testamento, di cui io sono
l'esecutore testamentario. Ha lasciato ad uno venti scudi, ad un'altro trenta, e non ha dimenticato neppure voi,
monsignore; soggiunsi, tirando fuori di tasca la borsa, ecco qui duecento sultanini d'oro che mi ha incaricato di
consegnarvi. A queste parole, il cad perse la sua aria severa, non pot trattenersi dal ridere, e - siccome eravamo senza
testimoni - prese la borsa senza tanti complimenti, e congedandomi, mi disse: Andate, signor Sidy Hally, avete avuto
ragione a seppellire con pompa ed onori un cane che aveva tanta stima per le persone onorate.
Con questo sistema me la cavai, e se il fatto non mi rese pi saggio, mi fece almeno divenire pi circospetto. Non
feci pi bisboccia con l'Arabo e neppure con l'Ebreo. Come mio compagno di baldoria scelsi un giovane gentiluomo
livornese che era mio schiavo, e si chiamava Azarini. Io non somigliavo affatto agli altri rinnegati che fanno soffrire gli
schiavi cristiani ancor pi degli stessi Turchi; tutti i miei prigionieri attendevano abbastanza pazientemente di venir
riscattati. Per dir la verit, li trattavo cos bene che, talvolta, mi dicevano di aver pi paura di cambiar padrone, di quanto
sospirassero per riavere la libert, per quanto grande ne sia l'attrattiva per coloro che vivono in schiavit.
Un giorno, i vascelli del pasci tornarono in porto con un considerevole bottino. Avevano preso sulle coste della
Spagna pi di cento schiavi dell'uno e dell'altro sesso. Solimano ne trattenne solo una piccola parte, il resto fu venduto.
Arrivai sulla piazza dove si faceva la vendita, e acquistai una giovanetta spagnola di dieci o dodici anni. Piangeva a calde
lacrime, disperata. Fui sorpreso di vedere che a quell'et era tanto addolorata per essere stata fatta schiava. Le dissi in
castigliano di calmarsi, assicurandola che era caduta in mano di un padrone che, sebbene portasse il turbante, non era
privo di umanit. La piccola, immersa nel suo dolore, non mi ascoltava; non faceva che piagnucolare e maledire la sua
sorte, e di tanto in tanto, con gesti di disperazione, esclamava: Mamma mia, mamma mia, perch non siamo pi insieme?
Se almeno lo fossimo, potrei darmi pace. Dicendo questo, si voltava verso una donna sui quarantacinque o cinquant'anni,
che stava a pochi passi da lei, e teneva gli occhi bassi, aspettando, in cupo silenzio, che qualcuno la comprasse. Domandai
alla ragazzina se quella era sua madre. Oh! s, signore, mi rispose, in nome di Dio, lasciatemi insieme con lei.
Ebbene, bimba mia, replicai, se per consolarti basta che rimaniate insieme, sarai subito accontentata. In pari tempo
mi avvicinai alla donna per comprarla; ma appena l'ebbi vista, riconobbi in lei, con quell'emozione che potete
immaginare, i lineamenti, proprio i veri lineamenti di Lucinda. Giusto cielo! dissi fra me, questa mia madre, non c'
dubbio. Quanto a lei, o che una vivace reazione alla sua sventura le facesse vedere soltanto nemici intorno a s, o che il
mio abito la ingannasse, o forse che io fossi realmente cambiato nei dodici anni dacch non l'avevo pi vista, fatto sta che
non mi riconobbe affatto. Dopo averla quindi comprata, la condussi a casa mia insieme con la figlia.
Soltanto quando fummo arrivati, volli far loro la gradita sorpresa di rivelare chi ero. Signora, dissi a Lucinda,
mai possibile che il mio viso non vi dica nulla? I miei baffi e il turbante trasfigurano dunque tanto il vostro figliuolo
Raffaele. A queste parole mia madre trasal, mi guard fisso, mi riconobbe, e ci abbracciammo affettuosamente. Poi io
abbracciai la sua bambina che forse non sapeva di avere un fratello, pi di quanto io sapessi di avere una sorella.
Confessate, madre mia, dissi a Lucinda, che in nessuna delle vostre rappresentazioni teatrali avete avuto una scena
tanto perfetta, in cui due personaggi si ritrovano e si riconoscono. Figlio mio, rispose lei sospirando, sulle prime ho
provato una grande gioia nel rivedervi, ma poi la mia gioia si mutata in dolore. In quale stato, ohim! vi ritrovo! La mia
schiavit mi fa soffrire cento volte meno che il vedervi in quell'abito odioso!... Ah! per bacco! signora, la interruppi
ridendo, ammiro i vostri scrupoli, che apprezzo assai in un'attrice; ma, Dio buono; madre mia, siete ben cambiata, se la
mia metamorfosi vi offende in tal modo. Invece di prendervela contro il mio turbante, consideratemi piuttosto come un
attore che, sulla scena, interpreta la parte di un Turco. Sebbene rinnegato, non sono mussulmano pi di quello che lo ero in
Ispagna, e in fondo all'animo mi sento sempre attaccato alla mia religione. Quando avrete conosciuto tutte le avventure
che mi sono capitate in questo paese, mi scuserete. L'amore la causa del mio peccato, e io ho sacrificato a quel dio. E
questo, vi avverto, l'ho ereditato da voi. Poi c' un'altra ragione, continuai a dire, che deve attenuare il dispiacere di
vedermi in questo stato. Non potevate aspettarvi in Algeri altro che una dura schiavit, e trovate invece nel vostro padrone
un figlio tenero, rispettoso e abbastanza ricco per farvi vivere qui nell'abbondanza, finch ci si presenti l'occasione
propizia per ritornare senza rischi in Ispagna. Accettate la verit del proverbio che dice che non tutto il male vien per
nuocere.
Figlio mio, mi disse Lucinda, poich la vostra intenzione di ritornare un giorno nel nostro paese e di
abiurare l'islamismo, mi consolo del tutto. Grazie al Cielo, continu, potr ricondurre sana e salva in Castiglia vostra
sorella Beatrice. S, signora! esclamai, lo potrete. Al pi presto possibile partiremo tutti e tre, e raggiungeremo il
resto della nostra famiglia, poich voi avrete probabilmente lasciato in Ispagna ancora qualche altro segno della vostra
fecondit. No, rispose mia madre, non ho altri figli che voi due, e sappiate che Beatrice il frutto di un matrimonio
del tutto legittimo. E perch, replicai, avete dato questa preferenza alla mia sorellina? Come avete potuto decidervi a
prender marito? Quando ero piccolo, ho sentito dire cento volte da voi che non avreste mai perdonato ad una bella donna
di sposarsi. Altri tempi, figlio mio, altri modi di pensare, rispose, gli uomini pi pertinaci sono soggetti a cambiare, e
voi volete che una donna sia irremovibile nelle sue idee! Vi racconter la mia storia, da dopo la vostra partenza da
Madrid. E cominci il seguente racconto, che non dimenticher mai. Ed troppo curioso perch io voglia privarvene.
Se ben ricordate, sono circa tredici anni da quando lasciaste il piccolo Leganez. A quell'epoca il duca di Medina
Celi mi disse che una sera avrebbe voluto cenare da solo con me. Mi fiss il giorno. Io l'aspettai: lui venne, e gli piacqui.
Mi chiese di sacrificargli tutti i suoi possibili rivali. Io accettai nella speranza che lui mi avrebbe ricompensato
largamente. Effettivamente fu ci che fece. Gi l'indomani mi mand dei regali che, nel tempo, furono seguiti da molti
altri. Io avevo paura di non poter tenere a lungo legato a me un signore di rango cos elevato, e la mia paura era tanto pi
fondata in quanto sapevo che lui si era liberato di donne famose per la loro bellezza, con le quali aveva con la stessa
facilit allacciati e rotti i rapporti. Tuttavia, il piacere che provava stando con me, invece di diminuire col passar del
tempo, sembrava aumentare. Insomma, conoscevo l'arte di divertirlo, e di impedire al suo cuore, per natura volubile, di
seguire la sua inclinazione.
Erano gi tre mesi che mi amava, e avevo ragione di pensare che il suo amore sarebbe stato di lunga durata,
quando insieme con una amica andai a sentire un concerto vocale e strumentale in una sala dove c'erano anche il duca e la
moglie. Noi ci sedemmo per caso piuttosto vicino alla duchessa, la quale ritenne sconveniente che io osassi apparire dove
lei si trovava. Cos mi mand a dire per mezzo di una sua cameriera, che mi pregava di andarmene subito. Io risposi
sgarbatamente alla messaggera. La duchessa irritata si lagn con suo marito, che venne personalmente a dirmi: Uscite
Lucinda: quando signori di alto rango hanno relazioni con persone di basso rango come voi, essi non devono per questo
dimenticare la loro condizione: se noi vi amiamo pi delle nostre mogli, onoriamo per le nostre mogli pi di voi, e ogni
qualvolta voi sarete insolenti per gareggiare con esse, subirete sempre la vergogna di venir trattate con disprezzo.
Fortunatamente il duca mi fece questo crudele discorso a voce cos bassa, che nessuno dei vicini pot sentire. Io
me ne andai tutta vergognosa, e piansi di dispetto per l'affronto ricevuto. Per colmo di disdetta, gli attori e le attrici
vennero a conoscenza della cosa gi da quella sera stessa. Si direbbe che fra la gente di teatro ci sia un demonio che si
diverte a raccontare a ciascuno i pettegolezzi che riguardano gli altri. Se, ad esempio, un attore, durante una bisboccia ha
fatto qualche cosa di stravagante, se un'attrice si lega con un ricco adoratore, la compagnia ne viene tosto informata. Tutti
i miei compagni vennero dunque a sapere quello che era successo al concerto, e Dio sa quanto si divertirono alle mie
spalle. Fra loro regna uno spirito di carit che si manifesta in tali occasioni. Tuttavia io fui superiore ai loro motteggi, e mi
consolai della perdita del duca di Medina Celi, che non venne pi a casa mia. Qualche giorno dopo seppi che era stato
conquistato da una cantante.
Quando una donna di teatro ha la fortuna di essere in voga, non le mancano certo gli amanti, e l'amore di un
signore altolocato, anche se dura soltanto tre giorni, aumenta la sua rinomanza. Io fui assediata dagli spasimanti, appena si
seppe a Madrid che il duca aveva smesso di frequentarmi. I rivali che gli avevo sacrificato, sedotti pi di prima dalle mie
attrattive, tornarono in folla alla ribalta, e io ricevetti l'omaggio di mille altri cuori. Non ero stata mai tanto di moda. Fra
tutti gli uomini che aspiravano ai miei favori, quello che mi parve pi appassionato era un grosso Tedesco, gentiluomo del
duca di Ossuna. Non aveva un aspetto gradevolissimo, ma attir la mia attenzione per un migliaio di doppie che aveva
messe insieme al servizio del suo padrone, e che prodig per esser posto nella lista dei miei amanti fortunati. Questo
brav'uomo si chiamava Brutandorf. Finch fu in soldi, lo ricevetti amabilmente, quando per si fu rovinato, gli chiusi la
porta in faccia. Ma il mio sistema non fu di suo gradimento. Mi venne a cercare in teatro durante lo spettacolo. Io ero fra
le quinte. Lui cominci a rimproverarmi, e io gli risi in faccia. Allora lui, preso dalla collera, mi dette uno schiaffo,
veramente tedesco. Io lanciai un grande strillo: interruppi la rappresentazione. Andai sul palcoscenico e, volgendomi al
duca d'Ossuna, che quella sera era in teatro insieme con la duchessa sua moglie, chiesi giustizia per le maniere tedesche
del suo gentiluomo. Il duca comand che si continuasse la rappresentazione, e disse che, dopo la recita, avrebbe ascoltato
entrambe le parti. Appena finito lo spettacolo, mi presentai molto emozionata al duca, e gli esposi con vivacit le mie
lagnanze. Quanto al Tedesco, questi disse solo due parole a sua difesa, e cio che invece di pentirsi del suo gesto, avrebbe
ricominciato daccapo. Dopo aver ascoltato le due parti, il duca d'Ossuna disse al Tedesco: Brutandorf, vi licenzio, e non
voglio mai pi vedervi, non per aver dato uno schiaffo ad una commediante, ma per aver mancato di rispetto al vostro
padrone e alla duchessa, e per aver osato interrompere lo spettacolo in loro presenza.
Quel giudizio mi rest sullo stomaco. Provai un atroce dispetto pensando che il licenziamento del tedesco non era
stato causato dal fatto che lui mi aveva insultata. Pensavo che una tale offesa fatta ad un'attrice avrebbe dovuto venir
punita con la severit che si sarebbe usata per un delitto di lesa maest, ed ero certa che al gentiluomo sarebbe stata inflitta
una pena detentiva. Questa disavventura mi disilluse, e mi dimostr che il mondo non confonde gli attori con i ruoli che
rappresentano. Fui disgustata del teatro; decisi di abbandonarlo, e di andare a vivere lontano da Madrid. Scelsi come
rifugio la citt di Valenza, e viaggiai in incognito, portando meco una sostanza di ventimila ducati, parte in denaro e parte
in pietre preziose, somma che mi parve pi che sufficiente per mantenermi per il resto dei miei giorni, poich avevo
pensato di fare una vita ritirata. A Valenza presi in affitto una casetta, e come domestici assunsi una cameriera e un paggio
ai quali ero altrettanto sconosciuta come all'intera citt. Mi feci passare per la vedova di un ufficiale della casa del re, e
dissi che ero venuta a stabilirmi a Valenza perch mi avevano detto che quella citt era una delle pi piacevoli della
Spagna. Non vedevo che pochissime persone, e conducevo una vita tanto regolare, che nessuno pot supporre che fossi
stata un'attrice. E tuttavia, nonostante la cura che ponevo di tenermi nascosta attirai gli sguardi di un gentiluomo che aveva
un castello vicino a Paterna. Era un cavaliere di bell'aspetto, fra i trentacinque e i quarant'anni, ma uno di quei nobili pieni
di debiti; cosa questa non pi rara nel regno di Valenza che in molti altri paesi.
Questo hidalgo, trovandomi di suo gusto, volle sapere se potevo fare al caso suo. Incaric degli informatori di
investigare sul mio conto, e dai loro rapporti ebbe la soddisfazione di venir a sapere che, oltre ad avere un musetto
attraente, ero titolare di una rendita vedovile abbastanza cospicua. Sulla base di queste informazioni, pensando che gli
convenissi, mand a casa mia una buona vecchia la quale mi disse da parte sua che, preso dal fascino della mia virt e
della mia bellezza, lui mi offriva la sua mano, pronto a condurmi all'altare, se avessi voluto divenire sua moglie. Chiesi tre
giorni per riflettere. Intanto presi informazioni su quel gentiluomo, e il bene che mi dissero di lui, pur senza nascondermi
la sua situazione finanziaria, mi indusse volentieri a sposarlo poco tempo dopo.
Don Manuel de Xerica (cos si chiamava mio marito) mi condusse subito al suo castello che aveva un'aria di
antichit, di cui lui era orgoglioso. Pretendeva che fosse stato costruito un tempo da uno dei suoi antenati, e da ci
deduceva che il casato degli Xerica era il pi antico di tutta la Spagna. Ma un cos bel titolo nobiliare stava per essere
consunto dal tempo; il castello, puntellato in pi parti, minacciava di cadere in rovina: che fortuna per don Manuel
l'avermi sposata! La met del mio danaro fu speso per le riparazioni, e il resto serv per metterci in condizione di fare una
figura brillante in paese. Eccomi dunque arrivata, per cos dire, in un mondo nuovo, divenuta castellana e dama della
parrocchia: che metamorfosi! Ero troppo buona attrice per non sapermi mantenere all'altezza del mio rango. Mi davo
grandi arie, atteggiamenti teatrali, che facevano credere agli abitanti che fossi di illustri natali. Come si sarebbero divertiti
a mie spese, se avessero conosciuto la verit! La nobilt dei dintorni mi avrebbe sbeffeggiata, e i contadini avrebbero
perso quel rispetto che mi dimostravano.
Erano gi quasi sei anni che vivevo completamente felice con don Manuel quando questi mor. Mi lasci una
situazione finanziaria imbrogliata e vostra sorella Beatrice, di poco pi di quattro anni. Il castello, che rappresentava la
nostra unica sostanza, era purtroppo gravato da diverse ipoteche a garanzia dei creditori, il pi importante dei quali si
chiamava Bernardo Astuto. Come gli si addiceva bene quel nome! Egli aveva a Valenza un ufficio di procuratore,
esercitava la sua professione con consumata abilit nella procedura, e aveva perfino studiato diritto per imparare a
imbrogliare pi facilmente. Che. creditore terribile! Un castello nelle grinfie di un tale procuratore come una colomba
fra gli artigli di un nibbio; cos il signor Astuto, appena seppe della morte di mio marito, non tard a porre l'assedio al
castello. L'avrebbe indubbiamente fatto saltare con le mine del suo procedere cavilloso, se la mia buona stella non fosse
intervenuta; fortuna volle che l'assediante divenisse mio schiavo. Durante un colloquio che ebbi con lui a proposito delle
sue vessazioni, lo feci innamorare. Confesso che non risparmiai nulla per adescarlo, e il desiderio di salvare la mia terra mi
fece sperimentare su di lui tutte le seduzioni del volto che mi avevano tante volte dato buon risultato. Nonostante tutti i
miei accorgimenti, temevo tuttavia di far cilecca con quel procuratore. Era cos immerso nella sua occupazione
professionale, che non sembrava suscettibile di alcun sentimento amoroso. Eppure quel sornione, quello scaldapanche,
quell'imbrattacarte mi guardava con maggior piacere di quanto pensassi. Signora, mi disse, io non so fare all'amore. Mi
sono sempre talmente dedicato alla mia professione, che ho trascurato di imparare gli usi e i costumi della galanteria.
Conosco tuttavia la cosa pi importante e, per concludere, vi dir che, se volete sposarmi, bruceremo le ipoteche, e
taciter tutti i creditori che si erano uniti a me per mettere all'asta la vostra terra. Voi ne godrete l'usufrutto, e la vostra
figliola ne sar proprietaria. L'interesse di Beatrice, e il mio stesso non mi permisero di esitare; accettai la proposta. Il
procuratore mantenne la promessa; volse le armi contro gli altri creditori, e mi assicur il possesso del castello. Fu forse
l'unica volta in vita sua che difese la causa dell'orfano e della vedova.
Divenni cos la moglie del procuratore, senza comunque cessare di essere donna della parrocchia. Ma questo
nuovo matrimonio mi declass agli occhi della nobilt di Valenza. Le signore aristocratiche mi considerarono una persona
che aveva derogato dalle consuetudini nobiliari, e non vollero pi ricevermi. Dovetti accontentarmi della compagnia delle
signore borghesi, e questo in principio mi fece un po' dispiacere, perch da sei anni ero abituata a frequentare le signore
dell'aristocrazia. Tuttavia mi consolai presto. Feci la conoscenza della moglie di un cancelliere e delle mogli di due
procuratori, di carattere molto ameno. Nei loro modi c'era qualcosa di ridicolo che mi divertiva. Questo borghesucce si
credevano donne fuori del comune. Ohim! dicevo talvolta fra me, quando vedevo che si lasciavano andare, ecco com'
il mondo! Ciascuno s'immagina di essere al di sopra del suo vicino. Io, che pensavo che soltanto le commedianti non
conoscessero se stesse, mi accorgo ora che le donne borghesi non hanno maggior discernimento. Per punirle, vorrei
costringerle a tenere nelle loro case i ritratti dei loro antenati. Che io muoia subito, se non vero che sceglierebbero
l'angolo meno in luce di tutta la casa.
Dopo quattro anni di matrimonio, il signor Bernardo Astuto cadde ammalato, e mor senza lasciare bambini. Con
quello che mi aveva dato sposandomi, e con quello che avevo prima potevo considerarmi una vedova molto ricca. Ne
avevo anche la fama, e, in base ad essa, un gentiluomo siciliano, che si chiamava Colifichini, decise di attaccarsi a me per
mangiarmi le mie sostanze o per sposarmi. Mi lasci la libera scelta. Era venuto da Palermo per visitare la Spagna, e, dopo
aver soddisfatto la sua curiosit, aspettava a Valenza - cos diceva - l'occasione per rientrare in Sicilia. Il cavaliere aveva
circa 25 anni e, sebbene di bassa statura, non mi dispiaceva. Trov modo di parlarmi da solo a sola e, vi confesser
francamente, mi innamorai pazzamente di lui fin dal primo colloquio. Da parte sua, il bricconcello si mostr estasiato dai
miei vezzi. Credo, Dio mi perdoni, che ci saremmo sposati all'istante, se l'ancora recente morte del procuratore mi avesse
permesso di contrarre subito un nuovo matrimonio. Ma da quando avevo preso gusto agli imenei, avevo imparato a
salvare le apparenze.
Decidemmo dunque di differire alquanto, per convenienza, le nostre nozze. Tuttavia Colifichini mi colmava di
attenzioni; il suo amore, anzich intiepidirsi, sembrava aumentare di giorno in giorno. Il povero ragazzo non stava troppo
bene in fatto di quattrini. Me ne accorsi e non lo lasciai pi senza. A parte il fatto che io avevo quasi il doppio dei suoi
anni, mi ricordavo che nella mia giovinezza avevo carpito agli uomini parecchio denaro, e perci quello che davo a quel
ragazzo lo consideravo una specie di restituzione che tranquillizzava la mia coscienza. Con la massima pazienza possibile,
aspettammo il tempo che il rispetto umano impone alle vedove di rimaritarsi. Giunto il termine, andammo davanti
all'altare, dove ci legammo con nodi indissolubili. Ci ritirammo poi nel mio castello, e posso dire che per due anni
vivemmo insieme pi da teneri amanti che da legittimi sposi. Ma, ohim! non dovevamo essere a lungo felici: una pleurite
si port via il mio caro Colifichini.
A questo punto interruppi il racconto di mia madre, dicendole: Ma, come? Signora, anche il vostro terzo marito
se ne and all'altro mondo? Bisogna dire che rappresentiate davvero una specie di trappola mortale. Che cosa volete,
figlio mio? mi rispose; posso io prolungare la durata della vita stabilita dal Cielo? Se ho perso tre mariti, non ho potuto
farci nulla. Due ne ho pianti amaramente. Per l'altro, il procuratore, non mi sono addolorata troppo; l'avevo sposato per
interesse, e perci mi sono facilmente consolata della sua perdita. Ma, per tornare a Colifichini, continu mia madre, vi
dir che, qualche mese dopo la sua morte, volli andare a visitare di persona una casa di campagna, nelle vicinanze di
Palermo, che lui mi aveva attribuita in dote nel nostro contratto di matrimonio. Mi imbarcai insieme a mia figlia per
arrivare in Sicilia, ma, durante il viaggio, fummo prese prigioniere dagli equipaggi dei vascelli del pasci di Algeri. Ci
hanno portate in questa citt. Fortunatamente per noi, c'eravate voi nella piazza dove ci volevano vendere. Altrimenti
saremmo cadute in mano di qualche barbaro padrone che ci avrebbe maltrattate, e presso il quale forse avremmo dovuto
passare in schiavit tutto il resto della nostra vita, mentre voi non avreste mai sentito parlare di noi.
Questo fu il racconto di mia madre. Dopo di che, signori, le assegnai il pi bell'appartamento della mia casa, con
la libert di vivere come le piaceva, e questo le fece molto piacere. Lei aveva talmente preso l'abitudine, attraverso molte
vicissitudini, di fare all'amore, che non poteva stare assolutamente senza un amante o un marito. In principio gett gli
occhi su qualcuno dei miei schiavi, ma ben presto si interess a un rinnegato greco, certo Hally Pegelin, che qualche volta
veniva a casa mia. Per questo uomo mia madre si infiamm di un amore ancor pi forte di quello che aveva avuto per
Colifichini, ed era cos abile nell'arte di piacere agli uomini, che trov il segreto di far innamorare anche quello l. Io feci
finta di non accorgermi della loro tresca; allora non pensavo ad altro che a ritornare in Ispagna. Il pasci mi aveva gi dato
il permesso di armare un vascello per darmi alla pirateria. Mi occupavo esclusivamente della preparazione della nave, e
otto giorni prima che tutto fosse pronto, dissi a Lucinda: Signora, presto partiremo da Algeri, e abbandoneremo questo
luogo da voi tanto detestato. A queste parole mia madre impallid, e mantenne un silenzio glaciale. Ne fui stranamente
sorpreso. Che cosa succede? le chiesi, perch vi mostrate cos spaventata? Sembra che le mie parole vi abbiano afflitta
anzich riempirvi di gioia. Credevo di darvi una lieta notizia dicendovi che tutto pronto per la nostra partenza. Forse non
avete pi desiderio di ritornare in Ispagna? No, figlio mio, rispose mia madre. Non lo desidero pi. Ho avuto tanti
dispiaceri laggi, che ci rinuncio per sempre. Ma che cosa sento mai? esclamai profondamente addolorato, ah! dite
piuttosto che l'amore che vi fa dimenticare la patria. O Cielo! qual cambiamento! Quando arrivaste qui, tutto vi era
odioso, ma Hally Pegelin ha fatto cambiare il vostro stato d'animo. Non lo nego, replic Lucinda, amo quel
rinnegato, e voglio farne il mio quarto marito. Che cosa mostruosa! la interruppi inorridito, voi, sposare un
mussulmano! Dimenticate di essere cristiana, o piuttosto lo siete stata finora soltanto di nome. Ah! madre mia, che cosa
volete che pensi? Avete deciso di perdervi. Voi fate volontariamente quello che io ho fatto per necessit.
Le addussi molte altre considerazioni per cercare di distoglierla dal suo proposito, ma tutto fu inutile; aveva gi
deciso. Inoltre, non contenta di seguire il suo mostruoso istinto e di lasciar me per andare a convivere con un rinnegato,
volle anche portare con s mia sorella Beatrice. A questa pretesa mi opposi. Ah! infelice Lucinda, esclamai, se nulla
pu trattenervi, abbandonatevi almeno da sola alla frenesia che vi domina, e non trascinate una fanciulla innocente nel
precipizio in cui voi correte a gettarvi. Lucinda se ne and senza replicare. Credetti che le fosse rimasto un barlume di
ragione che la facesse desistere dal proposito di portare sua figlia con s. Ma come conoscevo male mia madre! Due giorni
dopo il nostro colloquio, uno dei miei schiavi mi disse: Signore, state attento. Uno schiavo di Pegelin mi ha fatto una
confidenza che non vi lascia troppo tempo per approfittarne. Vostra madre ha cambiato religione, e per punirvi di averle
ricusato di lasciarle Beatrice, ha deciso di avvertire il pasci della fuga da voi progettata. Non dubitai neppure un istante
che Lucinda non fosse capace di far quello che mi aveva detto lo schiavo. Avevo avuto abbastanza tempo per studiare il
carattere di mia madre che, a forza di rappresentare la parte di donna sanguinaria nelle tragedie, si era familiarizzata col
delitto. Son certo che non avrebbe esitato a farmi bruciar vivo, e credo che la mia morte non l'avrebbe afflitta pi di quanto
l'avrebbe fatto il catastrofico epilogo di una tragedia.
Per questa ragione non trascurai l'avvertimento datomi dal mio schiavo. Affrettai i preparativi per imbarcarmi.
Secondo l'abitudine dei pirati d'Algeri quando partono, presi con me alcuni Turchi, ma soltanto quanti bastavano per non
rendermi sospetto, e uscii dal porto il pi rapidamente possibile, portando meco mia sorella Beatrice e tutti i miei schiavi.
Naturalmente non dimenticai di prendere tutto quello che avevo in danaro contante e in pietre preziose per un
valore di seimila ducati. Appena fummo in mare aperto, cominciammo ad assicurarci dai Turchi. Li potemmo facilmente
incatenare, perch i miei schiavi erano in numero molto maggiore. Il vento ci fu cos favorevole, che in poco tempo
raggiungemmo le coste italiane. Arrivammo felicemente al porto di Livorno, dove credo che tutta la citt accorse per
vederci sbarcare. Il padre del mio schiavo Azarini si trovava per caso o per curiosit fra gli spettatori. Osservava
attentamente tutti i miei prigionieri, man mano che mettevano piede a terra; ma, pur cercando di vedere se fra di essi ci
fosse stato suo figlio, non si aspettava per di ritrovarlo. Quando si videro e si riconobbero, i due Azarini si abbracciarono
ripetutamente con grandi manifestazioni di gioia.
Appena Azarini padre ebbe saputo dal figlio chi ero e qual'era la causa del mio arrivo a Livorno, volle
assolutamente che andassi, insieme con Beatrice, ad abitare da lui. Non star a descrivere gli innumerevoli passi che
dovetti fare per ritornare in seno alla Chiesa; dir soltanto che abiurai l'islamismo con molta maggior sincerit di quella
con la quale l'avevo abbracciato. Dopo essermi mondato dalla scabbia d'Algeri, vendetti il mio vascello, e posi in libert
tutti gli schiavi. Per quanto riguarda i Turchi, essi furono messi nelle prigioni di Livorno, in attesa che venissero scambiati
con prigionieri cristiani. Dai due Azarini ricevetti un'infinit di cortesie, e il figlio spos addirittura mia sorella Beatrice
che, del resto, non era poi un cattivo partito, perch era figlia di un gentiluomo, ed era proprietaria del castello di Xerica,
che mia madre aveva dato in affitto a un ricco agricoltore di Paterna prima di partire per la Sicilia.
Dopo essere stato qualche tempo a Livorno, andai a Firenze, che avevo desiderio di visitare, munito di lettera di
raccomandazione. Azarini padre aveva degli amici alla corte del gran duca, e ad essi mi raccomandava come gentiluomo
spagnolo imparentato con lui. Imitando molti spagnoli plebei quando vanno all'estero, aggiunsi al mio nome il prefisso
nobiliare don. Perci con molta sfrontatezza mi facevo chiamare don Raffaele, e, poich avevo portato meco da Algeri
quanto bastava per avvalorare la mia nobilt, mi presentai a corte in gran pompa. I cavalieri ai quali il vecchio Azarini
aveva scritto in mio favore sparsero la voce che io ero un aristocratico: cos la loro testimonianza e le arie che mi davo mi
fecero facilmente passare per una persona di grande importanza. Ben presto mi intrufolai fra i principali gran signori, che
mi presentarono al granduca. Ebbi la fortuna di piacergli. Cominciai a frequentarlo e a studiarne il carattere. Stavo molto
attento a quello che i cortigiani pi anziani gli dicevano, e dai loro discorsi scoprii le sue tendenze. Fra l'altro, notai che gli
piacevano le facezie, i bei racconti e i motti di spirito. Mi regolai in conseguenza. Tutte le mattine scrivevo nel mio
libricino le storielle che volevo raccontargli durante il giorno. Ne sapevo una gran quantit, un sacco, per cos dire.
Nonostante ne facessi un uso discreto, a poco a poco il sacco rest vuoto, cos che sarei stato costretto a ripetermi, o a
dimostrare che ero alla fine dei miei apoftegmi, se la fertilit del mio ingegno in fatto di fole non me ne avesse
abbondantemente fornito; ma inventai delle storielle galanti e comiche che divertirono molto il granduca, e, come succede
spesso ai begli spiriti di professione, la mattina scrivevo sulla mia agenda dei motti di spirito che nel pomeriggio
spacciavo per improvvisati.
Mi feci persino passare per poeta, e consacrai la mia musa alle lodi del principe. Dicendo io stesso che i miei
versi non valevano niente, non fui criticato; ma, in ogni caso, piacevano molto all'arciduca, che non ne sarebbe stato pi
contento, anche se fossero stati migliori. Forse la materia trattata gli impediva di considerarli scadenti. Comunque sia la
cosa, quel principe prese insensibilmente tanta simpatia per me, che ci mise in ombra i cortigiani. Questi vollero scoprire
chi ero io veramente. Ma non ci riuscirono. Seppero soltanto che ero stato un rinnegato. Non mancarono di riferirlo al
principe nella speranza di nuocermi. Ma non raggiunsero lo scopo; al contrario, l'arciduca mi chiese un giorno di dargli un
resoconto fedele del mio viaggio d'Algeri. Io obbedii, e le mie avventure, che non travisai affatto, gli piacquero
moltissimo.
Dopo che ebbi finito il mio racconto, l'arciduca mi disse: Don Raffaele, ho dell'amicizia per voi, e ve ne voglio
dare un segno che non vi permetter di dubitarne. Voglio mettervi a parte dei miei segreti, e, per cominciare, vi dir che
sono innamorato della moglie di uno dei miei ministri. la donna pi amabile della mia corte ma anche la pi virtuosa.
Chiusa nella sua cerchia familiare, unicamente attaccata ad un marito che la idolatra, sembra che ignori lo scalpore che i
suoi vezzi suscitano a Firenze. Giudicate voi se questa non una conquista difficile! Tuttavia questa donna, per quanto
inaccessibile agli spasimanti, qualche volta si resa conto dei miei sentimenti durante alcuni colloqui che ho potuto avere
da solo con lei. Non mi lusingo di averla fatta innamorare, e del resto lei non mi ha dato motivo di cullarmi in questa dolce
supposizione. Spero, tuttavia di poterle piacere per la mia costanza e per la riservatezza che intendo osservare.
La passione che nutro per quella signora, continu il granduca, nota soltanto a lei. Invece di seguire
liberamente la mia inclinazione, e agire da sovrano, nascondo a tutti il mio amore. Credo di dover comportarmi cos per un
riguardo verso Mascarini, che il marito della signora. Lo zelo e l'attaccamento che lui ha per me, i suoi servigi e la sua
scrupolosa onest mi costringono a condurmi in modo molto circospetto e segreto. Non voglio immergere un pugnale nel
petto di quell'infelice marito, dichiarandomi innamorato della moglie. Vorrei che se possibile, lui ignorasse per sempre la
passione che mi divora, perch sono sicuro che morirebbe di dolore, se venisse a sapere quello che vi ho ora confidato.
Voglio quindi tener nascosta ogni mia iniziativa, e ho deciso di servirmi di voi per far sapere a Lucrezia quanto soffro per
il riserbo che io stesso mi sono imposto. Voi sarete l'interprete dei miei sentimenti. Non dubito che saprete eseguire
brillantemente questo incarico. Fate amicizia con Mascarini, introducetevi in casa sua, e cercate l'opportunit di parlare
con sua moglie. Ecco quello che mi aspetto da voi, sicuro che agirete con tutta l'abilit e la discrezione richiesta da un
compito cos delicato.
Promisi al granduca di fare tutto il possibile per corrispondere alla sua confidenza e contribuire a soddisfare la
sua passione. Ben presto mantenni la parola. Non risparmiai nulla per essere ben visto da Mascarini, e ci riuscii
facilmente. Lusingato di vedere che il favorito del principe cercava la sua amicizia, mi venne incontro a mezza strada. Mi
apr la porta di casa sua, e io potei liberamente trovarmi con sua moglie; oso dire che seppi comportarmi cos bene, che lui
non ebbe il minimo sospetto dell'incarico che avevo ricevuto. vero che, per essere un Italiano, era poco geloso; si fidava
della virt di Lucrezia, e, chiuso nel suo studio, spesso mi lasciava solo con lei. Fin dal principio feci le cose con grande
risolutezza. Dissi alla signora che il granduca era innamorato di lei, e che io frequentavo la sua casa soltanto per parlare
del principe. Non mi parve che lei fosse molto presa di lui, e tuttavia mi accorsi che la vanit le impediva di rifiutare i suoi
sospiri. Non prendeva posizione in merito, ma mi ascoltava volentieri. Era saggia, ma femmina, e potei notare che
insensibilmente l'idea superba di un sovrano schiavo dei suoi vezzi stava avendo ragione della sua virt. Insomma, il
principe poteva fondatamente lusingarsi che Lucrezia si sarebbe arresa al suo amore, senza dover usare la violenza di
Tarquinio. Tuttavia un incidente, che non si sarebbe sicuramente aspettato distrusse - come vedrete - le sue speranze.
Con le donne io sono per natura molto ardito; ho contratto questa abitudine, buona o cattiva che sia, presso i
Turchi. Lucrezia era bella. Io dimenticai che dovevo fare soltanto la parte di ambasciatore. Cominciai a parlare per conto
mio. Offrii alla signora i miei favori nel modo pi galante possibile. Invece di mostrarsi offesa della mia audacia e di
rispondermi male, lei, sorridendo, mi disse: Confessate, don Raffaele, che il granduca ha scelto un intermediario molto
fedele e molto zelante! Lo servite con una onest che non si pu lodare abbastanza. Signora, risposi sullo stesso tono,
non guardiamo tanto per il sottile. Lasciamo stare, vi prego, le considerazioni; so bene che non sono a mio favore, ma io
mi lascio guidare dal sentimento. Del resto, non credo di essere il primo confidente che abbia tradito il suo padrone in
materia amorosa. I gran signori hanno spesso nei loro Mercuri rivali pericolosi. Pu darsi, replic Lucrezia, ma, per
quel che mi riguarda, io sono orgogliosa, e soltanto un principe potrebbe abbordarmi. Regolatevi in conseguenza,
prosegu lei con tono di seriet, e cambiamo discorso. Voglio dimenticare quello che mi avete detto, a condizione che la
smettiate di farmi proposte del genere: altrimenti potreste pentirvene.
Sebbene queste parole fossero un avviso al lettore, che avrei dovuto tenere nel debito conto, non la smisi di
parlare del mio amore alla moglie di Mascarini. Anzi la sollecitai ancor pi di prima a corrispondere alla mia passione, e
fui anche tanto audace da prendermi qualche libert. Allora la signora, offesa dai miei discorsi e dai miei modi
mussulmani, part in quarta. Mi minacci di render noto al granduca la mia insolenza, assicurandomi che lo avrebbe
pregato di punirmi come meritavo. A mia volta mi sentii offeso da quelle minacce. Il mio amore si cambi in odio, e decisi
di vendicarmi del disprezzo dimostratomi da Lucrezia. Andai a trovare suo marito, e, dopo averlo costretto a giurarmi che
non mi avrebbe compromesso, lo informai dell'intesa che sua moglie aveva col principe, e, per render la scena ancor pi
interessante, gli dissi che lei ne era innamoratissima. Il ministro, per prevenire complicazioni, rinchiuse la moglie senza
altra forma di processo in un appartamento riservato, dove la fece tener d'occhio da persone di sua fiducia. Mentre lei era
sorvegliata da molti occhi d'Argo che le impedivano di dar sue notizie al granduca, io annunciai con aria triste a quel
principe che non avrebbe dovuto pi pensare a Lucrezia: gli dissi che certamente Mascarini aveva scoperto tutto, come lo
provava la circostanza che aveva fatto sorvegliare la moglie; che io non sapevo chi aveva potuto dargli modo di supporre
di me, dato che credevo di aver tenuto sempre una condotta avveduta; che forse la signora stessa aveva confessato tutto a
suo marito, e che, d'accordo con lui, si era fatta rinchiudere per sfuggire ai tentativi che mettevano a repentaglio la sua
virt. Il principe parve molto afflitto del mio rapporto. Io stesso fui commosso dal suo dolore, e pi di una volta mi pentii
di quel che avevo fatto; ma ormai non c'era pi rimedio. D'altra parte, lo confesso, provavo una gioia maligna, quando
pensavo in che situazione avevo ridotto l'orgogliosa che aveva sdegnato la mia profferta d'amore.
Mi godevo dunque il piacere della vendetta, cos dolce a tutti e principalmente agli Spagnoli, quando un giorno il
granduca, mentre si trovava con me e cinque o sei cortigiani, ci disse: Come pensate che dovrebbe venir punito un uomo
che ha abusato della fiducia del suo principe e ha tentato di portargli via la sua amante? Bisognerebbe, disse uno dei
suoi cortigiani, farlo squartare, attaccato alla coda di quattro cavalli. Un altro fu del parere di farlo morire a forza di
bastonate. Di quegli Italiani, quello che si mostr pi indulgente verso il colpevole, disse che sarebbe stato sufficiente per
lui gettarlo dall'alto di una torre. E don Raffaele, chiese allora il granduca, che cosa ne pensa? Ritengo che in simili
frangenti gli Spagnoli non siano meno severi degli Italiani.
Come potete pensare, capii subito che Mascarini non aveva mantenuto fede al suo giuramento, oppure che sua
moglie era riuscita a far sapere al principe quello che era successo fra lei e me. Il mio viso tradiva il mio turbamento.
Tuttavia riuscii a rispondere con voce ferma al gran duca: Signore, gli Spagnoli sono pi generosi; in questo caso
perdonerebbero al confidente del principe, facendo sorgere nell'animo del colpevole, con questa generosit, un eterno
rimorso per averlo tradito. Ebbene, mi disse il principe, io mi sento capace di una simile generosit; perdono al
traditore: tanto pi che devo prendermela con me stesso per aver dato la mia fiducia a un uomo che non conoscevo affatto,
e del quale avrei avuto motivo di diffidare, dopo tutto quello che mi era stato detto di lui. Ecco, don Raffaele, soggiunse,
come voglio vendicarmi di voi. Uscite subito dai miei stati, e non fatevi mai pi vedere da me. Io me ne andai
immediatamente, meno afflitto per la mia disavventura, di quanto non fossi felice per essermela cavata cos a buon
mercato. Il giorno dopo m'imbarcai su di un vascello di Barcellona, che da Livorno tornava in Ispagna.
A questo punto della sua storia interruppi don Raffaele dicendogli: Per un uomo intelligente come voi, mi
sembra che sia stato un grande errore non aver lasciato Firenze subito dopo aver rivelato a Mascarini l'amore del principe
per Lucrezia. Dovevate pur immaginare che il granduca sarebbe ben presto venuto a conoscenza del vostro tradimento.
Sono d'accordo, replic il figlio di Lucinda, in realt per, nonostante l'assicurazione datami dal ministro di non
espormi all'ira del Principe, mi ero deciso di sparire al pi presto.
Arrivai a Barcellona, continu don Raffaele, col resto delle ricchezze portate meco da Algeri, che avevo in gran
parte dissipate a Firenze sostenendo la parte del gentiluomo spagnolo. Non rimasi molto tempo in Catalogna. Morivo
dalla voglia di rivedere Madrid, la bella citt dov'ero nato, e, il pi presto possibile, soddisfeci questo mio desiderio.
Giunto in quella citt, andai per caso ad alloggiare in un albergo dove abitava una signora che chiamavano Camilla.
Sebbene fuori di minorit, era una creatura molto seducente: ne chiamo a testimonio il signor Gil Blas che l'ha vista a
Valladolid su per gi a quell'epoca. Era ancor pi intelligente di quanto fosse bella, e non c' mai stata avventuriera cos
abile come lei ad adescare le sue vittime. Per non somigliava a quelle civette che accumulano i proventi della
riconoscenza dei loro amanti. Appena spogliato un uomo danaroso, ne divideva le spoglie col primo frequentatore di
bische che le andava a genio.
Appena ci vedemmo, ci innamorammo l'una dell'altro, e l'identit delle nostre tendenze ci leg cos strettamente,
che ben presto mettemmo in comune le nostre sostanze. Per dir la verit, non ne avevamo in abbondanza, e in poco tempo
ce le mangiammo. Malauguratamente non pensavamo che ai piaceri, senza metter minimamente a frutto le nostre
tendenze di vivere alle spalle altrui. Finalmente la miseria risvegli il nostro ingegno, che i piaceri avevano sopito. Mio
caro Raffaele, mi disse Camilla, facciamo un diversivo, amico mio; smettiamola di mantenere una fedelt che ci manda
in rovina. Voi potete far incapricciare una ricca vedova, e io posso adescare qualche vecchio gentiluomo: se continuiamo
invece a mantenerci reciprocamente fedeli, ecco due belle occasioni perdute! Bella Camilla, le risposi, mi avete
prevenuto, anch'io volevo farvi la stessa proposta. Sono d'accordo, mia regina. S, allo scopo di continuare meglio ad
amarci, tentiamo vantaggiose conquiste. Le corna che ci faremo scambievolmente rappresenteranno per noi delle
vittorie.
Una volta stipulato questo patto, ci mettemmo subito all'opera. In principio ci demmo un gran da fare, senza poter
trovare quello che cercavamo. Camilla non incontr che padroncini, ossia amanti squattrinati, e io delle donne pi
disposte a ricevere che a pagare. Visto che l'amore non serviva ai nostri bisogni, ricorremmo agli imbrogli. Ne facemmo
tanti, che giunsero all'orecchio del giudice il quale, inesorabile come un diavolo, dette ordine al bargello di arrestarci; ma
il bargello, tanto buono quanto il giudice era cattivo, ci lasci il tempo di uscire da Madrid in cambio di una piccola
somma. Ci mettemmo in cammino sulla strada di Valladolid, e ci stabilimmo in quella citt. Presi in affitto un
appartamento dove mi sistemai con Camilla che, per evitare scandali, feci passare per mia sorella. In principio
sospendemmo la nostra attivit, per studiare il terreno prima di incominciare qualche nuova impresa.
Un giorno fui fermato per la strada da un uomo che, dopo avermi salutato con molta cortesia, mi disse: Signor
don Raffaele, mi riconoscete? Risposi di non ricordare. Invece io, replic quell'uomo, vi riconosco perfettamente. Vi
ho visto alla corte di Toscana, dove ero una delle guardie del granduca. Da qualche mese, aggiunse, ho lasciato il
servizio di quel principe. Sono venuto in Ispagna insieme con un Italiano molto astuto, che da tre settimane siamo a
Valladolid. Abitiamo con un Castigliano e un Galiziano che sono senza tema di smentite, due bravissimi ragazzi. Viviamo
insieme con il lavoro delle nostre mani. Mangiamo bene, e ci divertiamo come principi. Se volete unirvi a noi, sarete
accettato volentieri dai miei confratelli, poich mi siete sembrato sempre un galantuomo, per natura poco scrupoloso, e
frate professo del nostro ordine.
La franchezza di quel briccone suscit la mia. Poich mi parlate a cuore aperto, gli dissi, meritate che anch'io
faccia lo stesso. Per dire il vero, non sono un novizio della vostra professione, e se la mia modestia mi permettesse di
raccontare le mie gesta, vedreste che non mi avete giudicato troppo favorevolmente; ma basta con le lodi, mi contenter di
dirvi che, mentre accetto il posto che mi offrite nella vostra compagnia, non trascurer nulla per provarvi di non esserne
indegno. Non avevo neppur finito di dire a quel drittone che accettavo di aumentare il numero dei suoi camerati, che lui
mi condusse da loro, e me ne fece fare la conoscenza. Fu in quell'occasione che vidi: per la prima volta l'illustre Ambrogio
de Lamela. Quei signori mi posero diverse domande riguardanti l'arte di appropriarsi accortamente della roba altrui.
Volevano infatti rendersi conto se ne possedevo i rudimenti; ma io descrissi loro un sacco di metodi che loro stessi non
conoscevano, e che piacquero molto. Restarono ancor pi sbalorditi quando, trascurando di soffermarmi sul furto con
destrezza, come cosa troppo comune, dissi loro che eccellevo in quei trucchi che richiedevano dell'ingegno. Per
convincerli, raccontai loro l'avventura di Gerolamo de Moyadas, e in base al racconto che ne feci, mi considerarono un
ingegno superiore, e mi proclamarono all'unanimit loro capo. Che la loro scelta fosse stata felice lo dimostrai con
un'infinit di bricconate che facemmo, e delle quali fui, per cos dire, la spina dorsale. Quando poi avevamo bisogno di
un'attrice, ci servivamo di Camilla che rappresentava in modo mirabile tutte le parti che le venivano assegnate.
In quell'epoca, il nostro confratello Ambrogio ebbe nostalgia di rivedere la sua patria. Part per la Galizia,
assicurandoci che potevamo contare sul suo ritorno. Accontent il suo desiderio, e mentre tornava, essendosi recato a
Burgos per fare qualche bel colpo, un albergatore suo conoscente lo mise al servizio del signor Gil Blas di Santillana, dei
cui affari privati non manc d'informarlo. Signor Gil Blas, continu a dire don Raffaele rivolgendosi a me, voi sapete in
qual modo vi svaligiammo in un albergo di Valladolid, e non dubito punto che abbiate immaginato che Ambrogio fosse il
principale strumento di quel furto, e cos stato. Lui venne da noi, e ci raccont in quali condizioni voi vi trovavate, e i
signori imprenditori fecero il resto. Ma voi ignorate il seguito di quell'avventura; adesso ve la racconto. Ambrogio ed io
portammo via la vostra valigia, e insieme, cavalcando le vostre due mule, prendemmo la strada di Madrid, senza
preoccuparci n di Camilla n dei nostri camerati che, senza dubbio, il giorno dopo dovettero rimanere come voi molto
sorpresi di non rivederci.
Il secondo giorno cambiammo programma. Invece di andare a Madrid, di dove ero fuggito non senza ragione,
continuammo il nostro viaggio fino a Toledo, passando per Zebreros. A Toledo, la nostra prima cura fu di vestirci molto
sfarzosamente; poi, spacciandoci per due fratelli galiziani che viaggiavano per diletto, facemmo ben presto la conoscenza
di persone molto per bene Io ero cos abituato a presentarmi come un gentiluomo, che tutti lo credettero facilmente; e,
poich lo spendere a profusione riesce di solito ad abbagliare la gente, noi gettammo a tutti la polvere negli occhi dando
delle feste da ballo che cominciammo a dedicare alle signore. Una fra tutte mi colp. Mi parve pi bella e molto pi
giovane di Camilla. Volli sapere chi fosse; mi dissero che si chiamava Violante, ed era la moglie di un cavaliere il quale,
stanco ormai delle sue carezze, cercava quelle di una cortigiana di cui era innamorato. Non fu necessario che mi dicessero
altro, per decidermi a fare di lei la sovrana dei miei pensieri.
Violante non tard molto ad accorgersi della sua conquista. Io cominciai a seguirla dappertutto, e a commettere
un'infinit di follie per convincerla che non desideravo di meglio che consolarla dell'infedelt del marito. La mia bella
fece le sue riflessioni, in base alle quali ebbi la gioia di sapere che le mie intenzioni erano bene accolte. Ricevetti da lei un
biglietto in risposta ai molti che le avevo mandato attraverso una di quelle vecchie, che sono di tanta utilit in Ispagna e in
Italia. Mi scriveva che suo marito cenava tutte le sere in casa della sua amante, e non tornava a casa che molto tardi. Capii
bene il significato di quelle parole. La sera stessa andai sotto le finestre di Violante, ed ebbi con lei una conversazione
affettuosa. Prima di separarci, convenimmo che tutte le notti, alla medesima ora, avremmo potuto intrattenerci allo stesso
modo, senza pregiudizio per tutte le altre manifestazioni amorose che avremmo avuto la possibilit di effettuare di giorno.
Fino a quel momento don Baltazar - cos si chiamava il marito di Violante - se l'era cavata a buon mercato; ma io
volevo qualcosa di pi consistente, e una sera andai sotto le finestre della mia bella, con l'intenzione di dirle che non
potevo pi vivere se lei non mi concedeva un abboccamento da sola a solo in un luogo pi adatto a dare sfogo alla violenza
della mia passione, cosa che non ero ancora riuscito ad ottenere da lei. Ma, appena giunto, vidi venire un uomo che pareva
mi stesse osservando. Effettivamente era il marito che, ritiratosi dalla sua cortigiana pi presto del solito, e che, notando
un cavaliere vicino alla sua abitazione, invece di entrare, passeggiava su e gi per la strada. Per un po' rimasi incerto sul da
farsi. Infine, mi decisi di abbordare don Baltazar, che non conoscevo affatto, e dal quale neppur io ero conosciuto. Signor
cavaliere, gli dissi, per cortesia, lasciatemi libera la strada stanotte; un'altra volta sar mio il piacere di favorirvi.
Signore, mi rispose, stavo per chiedervi lo stesso favore. Sono innamorato di una ragazza che fatta sorvegliare
strettamente dal fratello, e che abita a venti passi da qui. Vorrei perci che nella strada non ci fosse nessuno. C' un
sistema, replicai, soddisfacente per tutti e due senza incomodarci, poich, aggiunsi indicandogli la sua casa, la
signora dei miei pensieri abita l. Anzi, opportuno che ci aiutiamo a vicenda, nel caso che uno dei due venisse assalito.
D'accordo, rispose lui, io vado al mio appuntamento, e ci spalleggeremo, se sar necessario. Detto questo, si
allontan, ma soltanto per meglio spiarmi, favorito com'era dall'oscurit della notte.
Quanto a me, mi avvicinai senza sospetto al balcone di Violante. Dopo poco ella comparve, e cominciammo a
discorrere. Io non mancai di supplicare la mia regina di concedermi un colloquio segreto in qualche luogo nascosto. Per un
po' lei resistette alle mie preghiere per aumentare il valore della grazia, da me richiesta, poi, tolto di tasca un biglietto, me
lo gett dicendo: Prendete, in questa lettera troverete la promessa per una cosa per cui insistete tanto Quindi,
avvicinandosi l'ora in cui il marito di solito rientrava, si ritir dal balcone. Io afferrai il biglietto, e mi diressi verso il luogo
dove don Baltazar mi aveva detto di volersi recare. Ma quel marito, che si era accorto che avevo parlato con sua moglie,
mi si fece incontro, e mi disse: Ebbene, signor cavaliere, siete contento dell'esito del vostro abboccamento? Ho motivo
di esserlo, risposi. E voi, che cosa avete fatto? Vi ha favorito l'amore? Ohim! No, replic lui, quel maledetto
fratello della bellezza che amo tornato a casa da una villa in campagna dove pensavamo che restasse fino a domani.
Questo contrattempo mi ha privato del piacere che avevo gi pregustato.
Baltazar ed io ci scambiammo proteste di amicizia, e ci demmo appuntamento per l'indomani mattina nella
piazza centrale. Quel gentiluomo, dopo che ci fummo separati, rientr in casa sua, senza peraltro far sapere a Violante di
essere a conoscenza del suo sotterfugio. Il giorno seguente venne all'appuntamento in piazza; io arrivai un momento dopo
di lui. Ci salutammo con effusioni di amicizia, tanto false da una parte, quanto sincere dall'altra. Poi il bugiardo don
Baltazar mi fece una finta confidenza del suo intrigo con la donna di cui mi aveva parlato la notte precedente. Mi raccont
una lunga storia da lui inventata, e tutto ci allo scopo di indurmi a svelargli a mia volta in qual modo avevo conosciuto
Violante. Puntualmente incappai nella rete: gli raccontai tutto con la massima sincerit. Gli feci perfino leggere il biglietto
che avevo ricevuto, e che conteneva queste parole: Domani andr a pranzo da donna Ines. Voi sapete dove abita. in
casa di questa fedele amica che vi conceder l'abboccamento. Non posso rifiutarvi pi a lungo questo favore, poich mi
sembra che lo meritiate.
Ecco un biglietto, disse don Baltazar, che promette il premio alla vostra passione. Mi rallegro in anticipo per
la felicit che vi attende. Mentre parlava cos, appariva alquanto sconcertato, ma gli fu facile nascondermi il suo
turbamento e il suo imbarazzo. Io ero tanto infatuato delle mie speranze, che non mi soffermai a guardare il mio
confidente, che si affrett tuttavia a lasciarmi, per paura che mi accorgessi infine del suo stato di agitazione. Egli corse da
suo cognato per raccontargli quello che era successo. Non so che cosa si dissero, so soltanto che, mentre ero in casa di
donna Ines insieme con Violante, don Baltazar venne a bussare alla porta. Appena saputo che era lui, io potei battermela
passando per una porta sul retro, prima che lui entrasse. Quando fui scomparso, le due donne, che l'improvviso arrivo del
marito di Violante aveva messo in agitazione, si rassicurarono, e lo ricevettero con tanta sfrontatezza, che lui dovette
supporre che mi avessero nascosto o fatto fuggire. Non posso raccontarvi quello che lui disse a donna Ines o a sua moglie,
perch non ne sono venuto mai a conoscenza.
Intanto, senza supporre di essere stato vittima di don Baltazar, uscii dalla casa di donna Ines maledicendolo, e
andai nella piazza centrale, dove avevo dato appuntamento a Lamela. Non ve lo trovai. Anche lui aveva le sue piccole
avventure, e quel birbante era pi fortunato di me. Mentre stavo aspettando, vidi arrivare, tutto allegro, il mio perfido
confidente. Mi raggiunse, e mi domand ridendo come era andato il colloquio amoroso con la mia ninfa in casa di donna
Ines. Io non so risposi, quale demonio invidioso della mia fortuna si diverta a contrastarmela; ma mentre, solo con la
mia innamorata, stavo pregandola di rendermi felice, il marito, che Dio lo stramaledica! venuto a bussare alla porta di
casa. Ho dovuto scappare per una porta posteriore, mandando al diavolo l'importuno che mi aveva messo i bastoni fra le
ruote. Mi dispiace veramente moltissimo, esclam don Baltazar, che in cuor suo se la godeva di vedermi addolorato,
quel marito proprio un impertinente: vi consiglio di non perdonargliela. Seguir il vostro consiglio, replicai, e
posso assicurarvi che stanotte il suo onore se ne andr per la cappa del camino. Sua moglie, quando l'ho lasciata, mi ha
detto di non prendermela per cos poca cosa; di non mancare stasera di farmi vedere sotto le sue finestre un po' pi a
buon'ora che d'ordinario; che lei decisa a farmi entrare in casa, ma di prendere in ogni caso la precauzione di farmi
scortare da due o tre amici, per paura di una sorpresa. Com' prudente quella signora! disse don Baltazar, io stesso mi
offro di accompagnarvi. Ah! caro amico, esclamai pieno di gioia gettandogli le braccia al collo, come vi sono
obbligato! Far di pi, replic lui, conosco un giovane valoroso al pari di Cesare: sar della partita, e cos voi, con
una tale scorta, potrete agire tranquillamente.
Non sapevo come ringraziare quel nuovo amico, tanto ero entusiasta del suo zelo. Infine accettai il suo aiuto, e,
dandoci appuntamento sotto il balcone di Violante sul far della notte, ci separammo. Lui and a cercare suo cognato, che
era il Cesare di cui mi aveva parlato, e io passeggiai fino a sera insieme con Lamela, il quale, bench meravigliato del
calore con cui don Baltazar aveva preso a cuore la mia avventura, non sospett di nulla al pari di me. A testa bassa ci
buttavamo ambedue nella rete. Convengo che una tal cosa non era perdonabile a gente come noi. Quando pensai che fosse
ormai tempo, Ambrogio ed io, armati di due spadoni, andammo sotto il balcone di Violante. Qui trovammo il marito della
mia bella insieme con un altro signore, che ci aspettavano a pi fermo. Don Baltazar mi salut, e presentandomi suo
cognato, mi disse: Ecco il cavaliere di cui vi ho poco fa vantato il coraggio. Entrate pure in casa della vostra amante, e
che nessun timore vi impedisca di godere una perfetta felicit!
Dopo esserci scambiati i convenevoli d'uso, bussai alla porta d'ingresso della casa. Venne ad aprirmi una specie
di governante. Entrai e senza curarmi di ci che avveniva alle mie spalle, avanzai in una sala dove c'era Violante. Mentre
la salutavo, i due traditori che mi avevano seguito in casa chiudendo la porta cos rapidamente da lasciar per strada
Lamela, si scoprirono. Come facilmente potete immaginare, bisogn venire alle mani. Mi assalirono entrambi
contemporaneamente, ma io detti loro del filo da torcere. Li tenni impegnati sia l'uno che l'altro in modo tale che forse si
pentirono di non aver scelto una strada pi sicura per vendicarsi. Con la mia spada trafissi da parte a parte il marito. Il
cognato, vedendolo fuori combattimento, se la diede a gambe, infilando la porta che la governante e Violante avevano
aperta per salvarsi mentre noi ci battevamo. Lo inseguii fin sulla strada dove trovai Lamela, il quale, non avendo potuto
cavar nulla di bocca alle due donne che aveva visto fuggire, non sapeva cosa pensare del rumore che aveva sentito.
Tornammo insieme all'albergo. Prendemmo con noi quello che avevamo di meglio e, a cavallo delle nostre mule,
sortimmo dalla citt senza attendere il giorno.
Infatti avevamo capito che quell'avventura poteva avere un seguito, e che sarebbero state fatte in tutta Toledo
delle perquisizioni che noi non avemmo torto di prevenire. Arrivammo fino a Villarubia prendendo alloggio in un albergo
dove, poco dopo il nostro arrivo, giunse un mercante di Toledo che era diretto a Segorbia. Cenammo insieme a lui. Questi
ci narr la tragica avventura del marito di Violante; ed era tanto lontano dal supporre che noi ne fossimo stati i
protagonisti, che gli facemmo arditamente una gran quantit di domande. Signori, ci disse, stamattina prima di partire
ho avuto notizia di questa tragica storia. Cercavano dappertutto Violante, e mi stato detto che il giudice, che parente di
don Baltazar, ha deciso di far di tutto per scoprire gli autori di quell'assassinio. Questo tutto quello che so.
Non rimasi molto spaventato per le ricerche del giudice di Toledo. Tuttavia decisi di uscire al pi presto dalla
Nuova Castiglia. Mi resi conto infatti che Violante, appena fosse stata rintracciata, avrebbe confessato tutto, e che, in base
alla descrizione che avrebbe fatto della mia persona, sarebbero stati sguinzagliati degli agenti per acciuffarmi. Per questa
ragione, gi il giorno seguente, evitammo, per precauzione, le strade maestre. Fortunatamente Lamela conosceva i tre
quarti della Spagna, e sapeva per quali vie traverse potevamo arrivare con sicurezza in Aragona. Invece di andare dritto a
Cuena, ci inoltrammo nelle montagne situate dirimpetto a quella citt, e, per sentieri noti alla mia guida, arrivammo ad
una grotta che aveva tutta l'aria di un eremitaggio. Questo appunto il luogo dove ieri sera siete venuti a chiedermi asilo.
Mentre stavo osservando i dintorni, che rappresentavano un paesaggio molto ameno, il mio compagno mi disse:
Passai di qui sei anni fa. A quel tempo la grotta serviva di ritiro a un vecchio eremita che caritatevolmente mi accolse, e
divise meco i suoi viveri. Ricordo che era un sant'uomo, e che mi tenne dei ragionamenti che mi fecero quasi pensare di
abbandonare il mondo. Pu darsi che sia ancora vivo; vado a sincerarmene. Ci detto, il curioso Ambrogio salt gi dalla
mula ed entr nell'eremo. Vi rest qualche istante, poi torn fuori, mi chiam e mi disse: Venite, don Raffaele, venite a
vedere una cosa molto commovente. Io balzai a terra, e dopo che avemmo legato le mule ad un albero, seguii Lamela
nella grotta, dove scorsi, steso su di un giaciglio, un vecchio anacoreta pallidissimo e moribondo. Una folta barba bianca
gli copriva il petto, e nelle mani giunte teneva un grande rosario. Al rumore che facemmo avvicinandoci a lui, il vecchio
apr gli occhi gi semichiusi dalla morte imminente, ci guard un istante, e ci disse: Fratelli, chiunque voi siate,
approfittate dello spettacolo che si offre al vostro sguardo. Ho passato quarant'anni nel mondo, e sessanta in questa
solitudine. Ah! come mi pare lungo, in questo momento, il tempo che ho dedicato ai miei piaceri, e quanto corto invece mi
sembra quello che ho consacrato alla penitenza! Ohim! temo che le astinenze di frate Giovanni non siano state sufficiente
espiazione per i peccati del laureato don Giovanni de Solis.
Appena ebbe dette queste parole, rese lo spirito. Fummo colpiti da questa morte. Anche i pi grandi libertini
restano impressionati da simili cose, ma noi non ne rimanemmo commossi per molto tempo. Dimenticammo presto le
parole del vecchio, e cominciammo a fare un inventario di quanto c'era nell'eremo, cosa che non ci fece perdere molto
tempo, poich tutta la mobilia consisteva solo in quello che voi stessi avete veduto. Frate Giovanni non solo stava male in
fatto di mobili, ma ancor peggio nei confronti della dispensa. Le sue provviste consistevano in poche nocciole e in qualche
pezzo di pane d'orzo molto secco, che evidentemente le gengive del vecchio non avevano potuto masticare. Ho detto
gengive, perch potemmo notare che l'eremita non aveva neppure un dente in bocca. Tutto ci che quella dimora solitaria
conteneva, e tutto quello che osservammo, ci fecero pensare che quel buon anacoreta era veramente un santo. Soltanto una
cosa ci sorprese: sulla tavola c'era un foglio piegato in forma di lettera, col quale il vecchio pregava chiunque lo avesse
letto di portare il suo rosario e i suoi sandali al vescovo di Cuena. Non sapevamo in base a quale criterio quel nuovo padre
del deserto avesse voluto fare un tale presente al suo vescovo: ci sembrava un atto di poca umilt, e ci pareva il desiderio
di un uomo che voleva morire in odore di santit. Forse poteva anche essere soltanto l'atto di un'anima semplice; su questo
punto non voglio pronunciarmi.
Mentre ci intrattenevamo con simili argomenti, a Lamela venne un'idea assai geniale. Restiamo in questo
eremo, mi disse, trasformiamoci in eremiti. Seppelliamo frate Giovanni. Voi vi farete passare per lui, e io, col nome di
frate Antonio, andr a fare la questua nelle citt e nei villaggi vicini. Oltre ad essere al sicuro dalle perquisizioni del
giudice, perch non credo che penser di venire a cercarci fin qui, potremo a Cuena aver relazioni con persone che
conosco. Approvai questa idea bizzarra non tanto per le ragioni esposte da Ambrogio, quanto per ghiribizzo, e come per
sostenere una parte in una commedia teatrale. Scavammo una fossa a trenta o quaranta passi dalla grotta, e seppellimmo
senza pompa alcuna il vecchio anacoreta, dopo averlo spogliato dei suoi abiti, ossia di una semplice tunica, tenuta chiusa
nel mezzo da una cintura di cuoio. Gli tagliammo inoltre la barba per farne una posticcia; dopo di che, prendemmo
possesso di quell'eremo.
Il primo giorno mangiammo molto male, dovendoci accontentare delle provviste del defunto; ma il giorno dopo,
prima del levarsi dell'aurora, Lamela si mise al lavoro andando a Toralva a vendere le mule, e la sera torn carico di viveri
e d'altre cose che aveva comprato per travestirci. Lui stesso si fece una tonaca di lana ruvida e una barbetta rossa di crine
di cavallo che si applic tanto abilmente alle orecchie, che si sarebbe creduta naturale. Non c' al mondo un ragazzo pi
ingegnoso di lui. Aggiust anche la barba di frate Giovanni, e me l'applic al viso in modo che l'attaccatura restasse
coperta dal berretto di lana marrone che tenevo in testa. Si pu proprio dire che non mancasse nulla al nostro
travestimento. Quando ci guardavamo, non potevamo fare a meno di ridere vedendoci in quell'abbigliamento, che certo
non si addiceva al nostro carattere. Insieme con la tonaca di frate Giovanni trattenni anche il rosario e i suoi sandali, senza
farmi scrupolo di privarne il vescovo di Cuena.
Tre giorni erano trascorsi da quando avevamo preso possesso dell'eremo, e nessuno si era fatto vedere; ma, al
quarto, due contadini entrarono nella grotta. Portavano del pane, del formaggio e delle cipolle per l'eremita che credevano
ancora vivo. Appena li vidi, mi stesi sul giaciglio, e non mi fu difficile trarli in inganno. Oltre alla semioscurit della grotta
che non permetteva di distinguere i miei lineamenti, riuscii ad imitare cos bene la voce di frate Giovanni, di cui avevo
sentito le ultime parole, che i due contadini non ebbero alcun sospetto. Parvero soltanto meravigliati di vedere un secondo
eremita, ma Lamela, notando la loro sorpresa, disse con aria ipocrita: Fratelli, non meravigliatevi di vedermi in questo
luogo di solitudine. Ho lasciato un eremo in Aragona per venir qui ad assistere il venerabile e discreto frate Giovanni che,
per la sua estrema vecchiezza, ha bisogno di un fratello che possa provvedere alle sue necessit. I contadini lodarono
infinitamente la carit di Ambrogio, e dissero che erano felici di poter vantare due santi nel loro villaggio.
Lamela, con una grande bisaccia che non aveva dimenticato di comprare, and per la prima volta a far la questua
nella citt di Cuena, distante meno di una lega dall'eremo. Col suo aspetto bigotto che gli naturale, e con l'arte che
possiede in sommo grado di farlo valere, non manc di indurre le persone caritatevoli a fargli l'elemosina, e di riempire la
bisaccia con le loro offerte. Signor Ambrogio, gli dissi appena fu ritornato mi congratulo con voi per la vostra
fortunata capacit di muovere a compassione le anime cristiane. Vivaddio! Si direbbe che siate stato frate cercatore di un
convento di cappuccini. Ho fatto ben altro che riempir la bisaccia, rispose. Dovete sapere che ho scoperto una certa
ninfa di nome Barbara, mia antica fiamma. L'ho trovata molto cambiata: anche lei, come noi, si data alle pratiche di
devozione. Vive insieme a due o tre altre beghine che in pubblico si comportano in modo edificante, e in privato fanno una
vita scandalosa. Dapprima non mi ha riconosciuto. Ma come! le ho detto, possibile che voi, signora Barbara, non
riconosciate uno dei vostri vecchi amici, Ambrogio, servitor vostro? Perbacco! Signor Lamela ha esclamato lei, non
mi sarei mai aspettata di rivedervi negli abiti che indossate. Come mai siete diventato eremita? Non posso raccontarvelo
ora, risposi, la cosa un po' lunga, ma domani sera verr a soddisfare la vostra curiosit. Per di pi, condurr meco il
mio compagno, frate Giovanni. Frate Giovanni! mi ha interrotto Barbara, quel buon anacoreta che vive in un eremo
nelle vicinanze della citt? Non pensateci neppure; dicono che ha pi di cento anni. verissimo, ho replicato, che ha
avuto quell'et, ma da qualche giorno molto ringiovanito, e non pi vecchio di me. Ebbene, che venga con voi, ha
concluso Barbara, capisco che c' sotto qualche mistero.
L'indomani, calata la notte, non mancammo di andare da quelle bigotte che, per pi degnamente riceverci,
avevano preparato un sontuoso pranzo. Ci togliemmo dapprima le barbe finte e gli abiti da anacoreta e, senza
complimenti, facemmo sapere a quelle principesse chi eravamo realmente. Da parte loro, per gareggiare con noi in fatto di
franchezza, ci mostrarono di che cosa sono capaci le false devote, quando si tolgono la maschera. Passammo a tavola
quasi tutta la notte, e non rientrammo nella nostra grotta che poco prima dell'alba. Ritornammo ben presto in quel luogo, o,
per meglio dire, per tre mesi abbiamo continuato quella vita, e ci siamo mangiati insieme con quelle creature pi di due
terzi delle nostre sostanze. Ma un individuo, geloso di noi, che ha scoperto tutto, ci ha denunciati all'autorit che ha dato
disposizioni perch oggi sia fatto un sopraluogo all'eremitaggio per impadronirsi delle nostre persone. Ieri Ambrogio,
mentre faceva la questua a Cuena, ha incontrato una delle nostre devote che gli ha dato un biglietto, dicendogli: Una
mia amica mi ha scritto questa lettera che stavo per farvi recapitare urgentemente per mezzo di un incaricato. Fatela
leggere a frate Giovanni, e regolatevi in conseguenza. Questo il biglietto, signori, che Lamela mi ha consegnato in vostra
presenza, e che ci ha fatto cos improvvisamente lasciare la nostra solitaria dimora.

II LA DELIBERAZIONE PRESA DA DON RAFFAELE E DAI SUOI COMPAGNI, E L'AVVENTURA CHE


CAPIT LORO QUANDO VOLLERO USCIRE DAL BOSCO

Quando don Raffaele ebbe finito di raccontare la sua storia, che mi parve a dir vero un po' lunghetta, don
Alfonso, per compiacenza, disse che gli era molto piaciuta. Poi Ambrogio prese la parola e, rivolgendosi al compagno
delle sue imprese, gli disse: Don Raffaele, guardate che il sole sta tramontando. Mi pare che sarebbe bene decidere sul da
farsi. Avete ragione, rispose il camerata, bisogna stabilire in quale localit opportuno recarci. Per conto mio,
replic Lamela, sono d'avviso di rimetterci in cammino senza perder tempo e arrivare a Requena stanotte stessa, in modo
da entrare domani nel regno di Valenza, dove cominceremo a svolgere la nostra attivit. Ho il presentimento che
riusciremo a farvi dei buoni colpi. Il suo confratello, che credeva infallibili i di lui presentimenti, fu dello stesso parere.
Per quanto riguarda don Alfonso e me, siccome ci lasciavamo guidare da quei valentuomini, restammo in silenzio in
attesa del risultato del loro colloquio.
Fu dunque stabilito che avremmo preso la strada per Requena, e ci predisponemmo al viaggio. Dopo un pasto
simile a quello fatto al mattino, caricammo sul cavallo l'otre e le provviste rimasteci. Quindi, sopraggiunta la notte, della
cui oscurit avevamo bisogno per la nostra sicurezza, ci mettemmo in cammino per uscire dal bosco; ma non avevamo
fatto cento passi, che scorgemmo, nel fitto degli alberi, una luce che ci diede molto da pensare. Che cosa vorr dire ci?
disse don Raffaele, non saranno mica gli sbirri di Cuena che messi sulle nostre tracce, e sospettando che ci siamo
rifugiati nel bosco, vengono a cercarci? Non credo, disse Ambrogio. Saranno piuttosto dei viaggiatori sorpresi dalla
notte che, in attesa del giorno, si saranno accampati nel bosco. Per, soggiunse, potrei anche sbagliarmi: vado a fare una
ricognizione. Fermatevi qui tutti e tre; torner fra un momento. Detto ci, Ambrogio si dirige a passi da lupo verso la
luce, non molto lontana. Sposta piano piano i rami degli alberi e il fogliame che gli impediscono il passaggio, e vede una
scena che gli par degna della massima attenzione. Sull'erba, intorno ad una candela accesa infilata in una zolla di terra,
quattro uomini seduti stavano terminando di mangiare un pasticcio di carne, bevendo da un grosso otre che si passavano
l'un l'altro. A qualche passo di distanza, legati a due alberi, c'erano una donna e un cavaliere, e un po' pi lontano un
calesse con due mule riccamente bardate. Ambrogio cap subito che quegli uomini seduti dovevano essere dei ladri, e dai
loro discorsi si conferm in tale idea. I quattro briganti avevano tutti una gran voglia di possedere la signora che era caduta
nelle loro mani, e stavano proponendo di tirarla a sorte. Lamela, ormai al corrente delle circostanze, torn da noi, e ci fece
un preciso rapporto di tutto ci che aveva visto e udito.
Signori, disse allora don Alfonso, quella dama e quel cavaliere che i ladri hanno legato agli alberi sono forse
persone di nobile lignaggio. Potremo noi sopportare che siano vittime della turpe brutalit di briganti? Date retta a me;
piombiamo addosso a quei banditi, e facciamoli fuori tutti quanti. Io sono d'accordo, disse don Raffaele; sono sempre
pronto a fare una buona azione, non meno di una cattiva. Ambrogio, dal canto suo, dichiar che non domandava di
meglio che partecipare a un'azione tanto lodevole, e dalla quale - diceva - c'era da ripromettersi un sicuro vantaggio. Per
quel che mi riguarda, oso dire che anche in questa occasione il pericolo non mi fece affatto paura, e che mai nessun
cavaliere errante fu pi pronto di me a mettersi al servizio delle donzelle. Per, per dire le cose senza tradire la verit, il
pericolo non era grande, perch Lamela, avendoci detto che le armi dei ladri erano state poste in mucchio a dieci o dodici
passi di distanza, non ci fu troppo difficile mettere in esecuzione il nostro piano. Legammo il cavallo ad un albero, e ci
avvicinammo, facendo il minimo rumore possibile, al luogo dove stavano seduti i briganti. Questi discutevano
animatamente, facendo un fracasso che favor la nostra impresa. Ci impossessammo delle loro armi prima che ci
scoprissero; poi, sparando a bruciapelo, li stendemmo morti sul posto.
Intanto la candela si era spenta, di modo che restammo nella oscurit. Tuttavia non tralasciammo di slegare
l'uomo e la signora, che erano talmente spaventati da non aver nemmeno la forza di ringraziarci di ci che avevamo fatto
per loro. pur vero che non sapevano ancora se dovevano considerarci dei liberatori, oppure dei nuovi banditi che li
avevano strappati ai primi per non trattarli meglio. Noi per riuscimmo a rassicurarli, dicendo loro che li avremmo
condotti in un albergo che Ambrogio diceva essere distante una mezza lega, dove avrebbero potuto prendere tutte le
precauzioni necessarie per recarsi senza pericolo nel luogo dove erano diretti. Dopo tale assicurazione, di cui sembrarono
molto soddisfatti, li facemmo montare sul loro calesse e, conducendo le mule per le briglie, li traemmo fuori dal bosco.
Intanto, dopo che i nostri anacoreti ebbero visitato le tasche dei vinti, andammo a prendere il cavallo di don Alfonso, e
anche quelli dei ladri che trovammo legati agli alberi vicino al campo di battaglia. Frate Antonio, per condurre il calesse
all'albergo, mont su una delle mule, e noi lo seguimmo, portandoci dietro tutti i cavalli. Nonostante l'assicurazione dataci
che l'albergo non era molto lontano dal bosco, soltanto dopo due buone ore potemmo arrivarci.
Bussammo violentemente alla porta. In casa erano gi tutti a letto. L'albergatore e la moglie si alzarono in fretta,
per nulla infastiditi dal veder turbato il loro sonno da una quantit di gente che sembrava dovesse fare una spesa maggiore
di quella che poi fece realmente. In un attimo tutto l'albergo fu illuminato. Don Alfonso e l'illustre figlio di Lucinda
porsero la mano al cavaliere e alla signora per aiutarli a scendere dal calesse, e fecero loro perfino da scudieri,
accompagnandoli fino alla camera che l'albergatore aveva loro destinata. Vi fu un grande scambio di complimenti, e noi
restammo non poco meravigliati quando sapemmo che avevamo salvato il conte de Polan in persona e sua figlia Serafina.
indescrivibile la sorpresa di quella signora e, non minore, quella di don Alfonso, quando si riconobbero. Il conte non ci
fece caso, preoccupato com'era di altre cose. Cominci a raccontarci in che modo i ladri l'avevano assalito, e come si
erano impadroniti di lui e di sua figlia, dopo aver ucciso il postiglione, un paggio e un cameriere. Termin dicendo che si
rendeva conto del grande debito di gratitudine che aveva verso di noi e che, se avessimo voluto andarlo a trovare a Toledo,
dove si sarebbe trovato un mese dopo, avremmo visto se era un ingrato oppure capace di adeguata riconoscenza.
La figlia di quel nobiluomo non manc di ringraziarci anche lei per la sua felice liberazione, e, poich Raffaele ed
io pensammo che avremmo fatto piacere a don Alfonso dandogli la possibilit di parlare da solo a sola con la giovane
vedova, intrattenemmo piacevolmente il conte de Polan. Bella Serafina, disse piano don Alfonso alla dama, non mi
lamento pi del destino che mi costringe a vivere come un uomo bandito dalla societ, poich ho avuto la fortuna di
contribuire a rendermi utile a voi. Ohime! rispose lei sospirando, siete voi che mi avete salvata la vita e l'onore! a
voi che mio padre ed io siamo debitori di tanto!Ah! don Alfonso, perch avete ucciso mio fratello? Pi non disse; ma egli
comprese, dalle parole e dal tono in cui furono pronunciate, che, se lui l'amava perdutamente, Serafina lo ricambiava di un
amore non meno grande.

LIBRO SESTO

I QUELLO CHE GIL BLAS E I SUOI COMPAGNI FECERO DOPO AVER LASCIATO IL CONTE DE
POLAN; QUALE FU L'IMPORTANTE PROGETTO DI AMBROGIO E IN QUALE MODO FU MESSO IN
ESECUZIONE

Il conte de Polan, dopo aver passato met della notte a ringraziarci e ad assicurarci che potevamo contare sulla
sua riconoscenza, chiam l'albergatore per consultarsi con lui sul modo di poter arrivare senza pericolo a Tunisi, dove
aveva stabilito di recarsi. Noi lasciammo che quel gentiluomo prendesse le decisioni del caso. Quindi uscimmo
dall'albergo, incamminandoci per quella strada che Lamela aveva scelto.
Dopo due ore di cammino, l'alba ci sorprese nei pressi di Campillo. Ci inoltrammo subito nei monti che stanno
fra quel villaggio e Requena. Passammo la giornata a riposarci e a controllare le nostre finanze, che il danaro dei ladri
aveva notevolmente migliorato; infatti nelle loro tasche avevamo trovato pi di trecento doppie in diversi tipi di moneta.
Sul far della notte ci rimettemmo in cammino, e l'indomani mattina entrammo nel regno di Valenza. Ci nascondemmo nel
primo bosco che incontrammo. Ci inoltrammo, e arrivammo in un luogo dove scorreva un ruscello d'acqua tersa come un
cristallo, che lentamente scendeva fino a congiungersi con le acque del Guadalaviar. Il luogo ombroso, e l'erba che offriva
abbondante pascolo ai nostri cavalli, ci avrebbe convinti a fermarci in quel posto, anche se, in antecedenza, avessimo
stabilito altrimenti. Perci ci guardammo bene dal continuare il nostro cammino.
Scendemmo da cavallo, e ci disponemmo a passare allegramente la giornata; ma, quando volemmo metterci a
mangiare, ci accorgemmo che i nostri viveri erano molto scarsi. C'era poco pane, e il nostro otre era diventato un corpo
senz'anima. Signori, ci disse Ambrogio, i pi incantevoli rifugi non valgono niente senza la presenza di Bacco e di
Cerere. Il mio parere di far oggi stesso nuove provviste. A questo scopo, penserei di andare a Xelva. una bella citt a
meno di due leghe da qui. Credo che mi sbrigher presto. Detto ci, mont a cavallo, dopo averlo caricato dell'otre e
della bisaccia, e usc dal bosco cos velocemente che ci fece sperare in un pronto ritorno.
Aspettavamo dunque che Lamela tornasse da un momento all'altro, ma lui non si fece vivo tanto presto. Pass pi
di met della giornata, e gi la notte stava per coprire la foresta con le nere sue ali, quando vedemmo arrivare il nostro
approvvigionatore, il cui ritardo cominciava a preoccuparci. Dimenticammo l'ansia dell'attesa, osservando la notevole
quantit di cose che ci aveva portato. Oltre all'otre pieno di un vino eccellente, e la bisaccia colma di pane e di ogni sorta
di selvaggina arrostita, aveva caricato sul cavallo un grosso involto di oggetti di vestiario che dest la nostra curiosit. Lui
se ne accorse, e sorridendo ci disse: Signori, vi sorprendete vedendo questi abiti, ed io scuso la vostra sorpresa; voi non
sapete perch li ho comperati a Xelva. Lo d a indovinare a don Raffaele e al mondo intero. Mentre diceva questo,
disfece l'involto per mostrarci ad uno ad uno gli oggetti di vestiario che vedevamo nel loro insieme. Ci fece vedere un
mantello, una lunga tunica nera, due farsetti, due paia di calzoni, un servizio da scrittoio in due pezzi tenuti insieme da un
cordone in modo che il calamaio era separato dal porta-penne, un quinterno di bella carta bianca, un lucchetto con un
grande sigillo e dei pezzi di cera verde; e quando ebbe infine sciorinato davanti a noi tutte le sue compere, don Raffaele,
motteggiando, gli disse: Vivaddio! signor Ambrogio, bisogna confessare che avete fatto un buon acquisto. Ditemi, per
piacere, che uso volete farne. Un uso magnifico, rispose Lamela. Tutte queste cose non mi sono costate che dieci
dobloni, e son convinto che ne guadagneremo pi di cinquecento; potete contarci. Io non sono uomo da caricarmi di inutili
stracci, e per dimostrarvi che non sono stato scemo a comprare tutta quella roba, vi sottopongo un progetto che ho
escogitato, progetto che, senza timore di smentita, uno dei pi ingegnosi che la mente umana possa concepire.
Giudicherete voi; sono sicuro che ne sarete entusiasti quando lo conoscerete. Ascoltate.
Dopo aver fatto la provvista di pane, prosegu Lamela, sono entrato in una rosticceria e ho ordinato di mettere
allo spiedo sei pernici, altrettanti polli e coniglietti. Mentre la carne stava cucinando, arriv un uomo tutto arrabbiato che,
lagnandosi ad alta voce dei sistemi usati da un mercante della citt nei suoi confronti, disse al rosticcere: Corpo di san
Giacomo! Samuele Simon il mercante pi grottesco di tutta Xelva. Mi fa un affronto proprio in mezzo al negozio.
Quell'avaro non ha voluto farmi credito di sei braccia di panno, pur sapendo che sono un artigiano solvibile, e che non
perde nulla con me. Non vi stupisce quell'animale? Lui vende volentieri a credito alle persone aristocratiche. Preferisce
correre dei rischi con loro, anzich favorire un onesto borghese senza rischiare nulla. Che mania! maledetto giudeo! che
qualcuno possa fregarlo! Ma verr la volta che avr questa soddisfazione; ce ne sono di mercanti che ne sarebbero lieti.
Sentendo parlare cos quell'artigiano, che disse anche molte altre cose, mi venne il ghiribizzo di vendicarlo, e di
giocare un brutto tiro a Samuele Simon. Amico mio, dissi a quell'uomo che si lagnava del mercante, che carattere ha
quella persona di cui parlate? Pessimo, rispose lui, arcigno. un usuraio della pi bell'acqua sebbene si dia l'aria di
uomo onesto; un ebreo che si fatto cattolico, ma in fondo all'animo suo ancora ebreo come Pilato, perch si dice che
abbia abiurato per interesse.
Sono stato molto attento a tutto quel che ha detto l'artigiano, e appena uscito dalla rosticceria, non ho mancato di
informarmi di dove abita Samuel Simon. Un passante me lo indica, un altro mi mostra la casa. Esamino da capo a fondo la
bottega, e la mia fantasia, pronta a servirmi, inventa una furfanteria che approvo, e che mi sembra degna del servitore del
signor Gil Blas. Vado dal rigattiere, dove acquisto gli abiti che ho portato, l'uno per sostenere la parte di inquisitore, l'altro
per fare il cancelliere, e il terzo per rappresentare il bargello. Ecco quello che ho fatto, signori, concluse Lamela, e che
mi ha fatto ritardare un po' il mio ritorno.
Ah! carissimo Ambrogio, lo interruppe a questo punto, giubilante, don Raffaele, che idea meravigliosa! che
progetto magnifico! Come ne sono invidioso! Darei volentieri le pi belle imprese della mia vita per un'invenzione cos
geniale. S Lamela, amico mio, prosegu, vedo l'eccellenza del tuo progetto, l'esecuzione del quale non deve
preoccuparti. Hai bisogno di due buoni attori che ti assecondino, e questi son gi trovati. Tu hai l'aria del devoto, e farai
benissimo la parte dell'Inquisitore; io sar il cancelliere, e il signor Gil Blas, bont sua, far la parte del bargello. Ecco gi
distribuite le parti; domani reciteremo la commedia, e io rispondo del successo, a meno che non capiti uno di quei
contrattempi che mandano all'aria i progetti meglio studiati.
Io non mi rendevo conto che in modo confuso dell'idea stimata cos bella da don Raffaele, ma, mentre cenavamo,
fui messo al corrente della cosa, e il colpo mi parve molto ingegnoso. Dopo aver fatto fuori una parte dell'arrosto e
praticati copiosi salassi al nostro otre, ci stendemmo sull'erba e ben presto ci addormentammo. Ma il nostro sonno non
dur lungamente, e lo spietato Ambrogio lo interruppe un'ora dopo. In piedi! in piedi! esclam prima che sorgesse
l'alba, a uomini che hanno da compiere una grande impresa non lecito essere pigri. Accidenti! signor inquisitore,
disse don Raffaele svegliato di soprassalto, che sollecitudine! Non ne vale la pena per il signor Samuele Simon.
D'accordo, replic Lamela. Vi dir di pi, soggiunse ridendo, che stanotte ho sognato che gli strappavo i peli della
barba. Non un brutto sogno per lui, signor cancelliere? Queste facezie furono seguite da molte altre che ci misero di
buon umore. Facemmo colazione allegramente, e poi ci preparammo a fare la nostra parte. Ambrogio si vest con la lunga
tonaca e col mantello, in modo che aveva proprio l'aspetto d'un commissario del Sant'Uffizio. Anche don Raffaele e io ci
vestimmo in modo da figurare abbastanza bene come un cancelliere e un bargello. Impiegammo molto tempo per il
travestimento, ed erano passate pi di due ore dopo mezzogiorno, quando uscimmo dal bosco per recarci a Xelva. In verit
non avevamo fretta, non dovendo iniziare la commedia prima del far della notte. Perci mettemmo i cavalli al passo, e alle
porte della citt ci fermammo addirittura per aspettare la fine del giorno.
Quando fu il momento, lasciammo i cavalli sotto la guardia di don Alfonso, che fu ben contento di non dover
sostenere una parte diversa. Don Raffaele, Ambrogio ed io non andammo subito da Samuele Simon, bens da un bettoliere
che abitava a due passi dalla sua casa. Il signor inquisitore ci precedeva. Entra nella bettola e dice gravemente all'oste:
Padrone, vorrei parlarvi privatamente; ho da farvi una comunicazione che riguarda il Sant'Uffizio, ed perci molto
importante. L'oste ci condusse in una sala, e allora Lamela, vedendo che eravamo soli, gli disse: Sono commissario del
Sant'Uffizio. A queste parole, il bettoliere impallid, e rispose con voce tremante che non credeva di aver dato motivo
alla Santa Inquisizione di lamentarsi di lui. Infatti, replic Ambrogio con voce suadente, essa non pensa affatto a darvi
fastidio. Dio non voglia che, troppo sollecita nel punire, essa confonda il delitto con l'innocenza! severa, ma sempre
giusta; insomma, per ricevere i suoi castighi, bisogna averli meritati. Non siete voi la causa della mia venuta qui a Xelva,
ma un certo mercante che si chiama Samuele Simon. Abbiamo ricevuto una denuncia molto sfavorevole riguardante lui e
la sua condotta. Si dice che sia sempre ebreo, e che abbia abbracciato il cristianesimo per motivi di interesse puramente
pratico. Da parte del Sant'Uffizio vi ordino di dirmi quello che sapete su quell'individuo. Guardatevi bene, come suo
vicino, e forse amico, dal volerlo scusare, perch vi dichiaro formalmente che se dovessi notare nella vostra testimonianza
il minimo tentativo di sotterfugio a suo favore, voi stesso verrete incriminato. Andiamo, cancelliere, prosegu,
rivolgendosi a don Raffaele, fate il vostro dovere.
Il signor cancelliere, che aveva gi in mano carta e calamaio, si sedette ad un tavolo e si prepar, con l'aria pi
seria del mondo, a scrivere la deposizione dell'oste, che da parte sua afferm che non avrebbe tradito la verit. Allora,
disse il commissario inquisitore, non ci resta che cominciare. Rispondete soltanto alle mie domande, non vi chiedo di
pi. Avete occasione di vedere che Samuele Simon frequenti le chiese? Non ci ho fatto caso, rispose il bettoliere, non
ricordo di averlo mai visto in chiesa. Benissimo, esclam l'inquisitore, scrivete che non lo si vede mai in chiesa.
Non dico questo, signore, replic l'oste, dico soltanto che io non l'ho visto in chiesa. Potrebbe per darsi che lui ci sia
stato e io non l'abbia visto. Amico mio, riprese Lamela, dimenticate che nel vostro interrogatorio non dovete
assolutamente scusare Samuele Simon; vi ho gi detto le conseguenze. Dovete dire soltanto le cose che sono a carico
dell'incriminato, e non una parola in suo favore. Cos stando le cose, signor laureato, replic l'oste, non potrete trarre
gran frutto dalla mia deposizione. Non conosco affatto quel mercante, e non posso dirne n bene n male; ma, se volete
sapere qualcosa della sua vita privata, faccio venire qui Gaspare, suo giovane di bottega, che potrete interrogare. Questo
ragazzo viene talvolta qui a bere con gli amici; vi posso assicurare che ha una buona lingua; chiacchierer quanto vorrete;
vi racconter vita e miracoli del suo padrone, e, parola mia, dar ben da fare al vostro cancelliere.
La vostra franchezza mi piace, disse allora Ambrogio, e dimostrate zelo nei confronti del Sant'Uffizio,
indicandomi un individuo che al corrente dei costumi di Simon. Ne dar notizia all'Inquisizione. Affrettatevi dunque,
prosegu, e andate a cercare quel Gaspare di cui mi avete parlato: ma agite con discrezione, in modo che il suo padrone
non si accorga di nulla. Il bettoliere esegu la commissione con zelo e segretezza, e ritorn col garzone del mercante. Era
questi effettivamente un ragazzo molto chiacchierone, proprio quello che ci occorreva. Benvenuto, ragazzo mio, gli
disse Lamela. Voi vedete in me un inquisitore incaricato dal Sant'Uffizio di assumere informazioni a carico di Samuele
Simon, che accusato di giudaismo. Voi abitate presso di lui, e per conseguenza siete testimonio di quasi tutto quello che
fa. Non credo necessario avvertirvi che avete il dovere di raccontare quello che sapete sul suo conto, dal momento che ve
lo ordino da parte della Santa Inquisizione. Signor laureato, rispose il ragazzo, non potevate rivolgervi a una persona
meglio disposta di me a raccontarvi quello che volete sapere; sono pronto ad accontentarvi anche se non me lo aveste
ordinato da parte del Sant'Uffizio. Se chiedessero al mio padrone informazioni su di me, son sicuro che lui non mi
risparmierebbe; pertanto anch'io non avr per lui troppi riguardi, e anzitutto vi dir che un sornione, del quale
impossibile capire i segreti sentimenti, un uomo che vuole apparire santo esteriormente, ma che in fondo non affatto
virtuoso. Tutte le sere va a casa di una puttanella... Mi fa piacere di saperlo, lo interruppe Ambrogio, e, da quello che
mi dite, deduco che un uomo di cattivi costumi: ma rispondetemi con esattezza alle domande che sto per farvi.
soprattutto in fatto di religione che sono stato incaricato di sondare quali sono i sentimenti di quell'uomo. Ditemi: in casa
vostra si mangia maiale? Credo che in un anno dacch abito l non ne avremo mangiato nemmeno due volte.
Benissimo, riprese l'inquisitore, scrivete, cancelliere, che in casa di Samuele Simon non si mangia mai maiale. In
compenso, continu, si manger qualche volta dell'agnello, non vero? S qualche volta, rispose il garzone, per
esempio ne abbiamo mangiato uno in occasione delle feste pasquali. La coincidenza della data col fatto caratteristica;
cancelliere, scrivete che Simon fa la Pasqua. Mi pare che tutto fili benissimo, e che abbiamo ricevuto delle buone notizie.
Ditemi ancora, amico mio, prosegu Lamela, se non avete mai visto il vostro padrone accarezzare dei
bambini. Mille volte, rispose Gaspare. Quando vede passare dei ragazzetti davanti alla nostra bottega, per poco che
siano carini, lui li ferma e li accarezza. Scrivete, cancelliere, lo interruppe l'inquisitore, che Samuele Simon
fortemente sospettato di attirare in casa sua dei bambini cristiani per strangolarli. Oh! che amabile convertito! Oh! Oh!
signor Simon, avrete a che fare col Santo Uffizio, parola mia! Non pensate che esso vi lasci fare questi barbari sacrifici.
Coraggio, mio bravo Gaspare, disse Lamela al garzone del mercante, dichiarate tutto, fatemi sapere che quel falso
cattolico pi che mai attaccato ai costumi e alle cerimonie degli Ebrei. Non forse vero che un giorno alla settimana lo
vedete completamente inattivo? No, rispose Gaspare, non ho potuto notarlo. Ho visto soltanto che ci sono dei giorni
in cui si chiude nel suo studio, e vi si intrattiene per molto tempo. Eccoci! esclam il commissario, chiaro che lui fa
il sabato, come io sono inquisitore. Segnate, cancelliere, segnate che lui osserva religiosamente il digiuno del sabato. Ah!
uomo abominevole! non mi resta che una cosa da domandare. Non parla mai di Gerusalemme? Spessissimo, rispose il
garzone. Ci racconta la storia degli Ebrei, e in qual modo fu distrutto il tempio di Gerusalemme. Benissimo, replic
Ambrogio, cancelliere non lasciatevi sfuggire questo punto: scrivete, a lettere maiuscole, che Samuele Simon non
desidera altro che la restaurazione del tempio, e che medita giorno e notte la ricostruzione della nazione di Israele. Non
voglio saperne di pi, ed inutile fare altre domande. Quello che ha deposto il veritiero Gaspare sarebbe abbastanza per
far bruciare un ghetto intero.
Dopo che il signor commissario del Sant'Uffizio ebbe interrogato nel modo anzidetto il garzone del mercante, gli
disse che poteva andarsene, ma gli ordin, in nome della Santa Inquisizione, di non dir nulla al suo principale di quello che
era accaduto. Gaspare promise di obbedire e se ne and. Noi lo seguimmo ben presto, uscendo dalla bettola con la stessa
aria grave con la quale eravamo entrati, e andammo a bussare alla porta di Samuele Simon. Venne lui stesso ad aprire e
rimase stupito di vedere tre tipi come noi; ma ancor pi stupito fu quando Lamela, cui spettava la parola, disse con tono
imperioso: Mastro Samuele, vi ordino da parte della Santa Inquisizione, della quale ho l'onore d'essere commissario, di
darmi subito la chiave del vostro studio. Debbo vedere se riesco a trovare qualche cosa che giustifichi le denunce che ci
sono state presentate contro di voi.
Il mercante, sconcertato da queste parole, arretr di due passi, come se avesse ricevuto un pugno nello stomaco.
Ben lungi dal sospettare una soperchieria da parte nostra, pens in buona fede che un qualche suo nemico l'avesse voluto
rendere sospetto al Sant'Uffizio; pu anche darsi che, non sentendosi troppo buon cattolico, avesse motivo di temere
un'inchiesta giudiziaria. Comunque sia, non ho mai visto un uomo pi spaventato di lui. Ubbid senza far resistenza e col
rispetto di un uomo che ha timore dell'Inquisizione. Ci apr la porta del suo studio. Meno male, gli disse Ambrogio
entrando, meno male che eseguite senza ribellarvi gli ordini del Sant'Uffizio. Ma ora ritiratevi in un'altra stanza, e
lasciatemi compiere liberamente il mio dovere. Samuele obbed a questo secondo ordine, come aveva fatto per il primo,
e rimase in bottega, mentre noi entrammo tutti e tre nello studio, dove, senza perder tempo, cercammo il danaro. Lo
trovammo facilmente; era contenuto in una cassaforte aperta, e ce n'era molto pi di quello che potevamo portar via.
Consisteva in un gran numero di sacchetti ammonticchiati; per tutti pieni di monete d'argento. Noi avremmo preferito
che fossero d'oro, ma poich la cosa era cos, dovemmo accontentarci; ci riempimmo le tasche di ducati, ne mettemmo
dentro le scarpe e in tutti i posti dove potemmo ficcarli; insomma, ce ne caricammo moltissimi e in modo che nessuno se
ne sarebbe potuto accorgere, e questo per merito di Ambrogio e di don Raffaele, che mi dimostrarono che niente vale
tanto, quanto conoscere il proprio mestiere.
Dopo il repulisti, uscimmo dallo studio, e, per un motivo che il lettore indoviner facilmente, il signor inquisitore
tir fuori il lucchetto che volle lui stesso fissare sulla porta, quindi vi pose il sigillo; poi disse a Simon: Mastro Samuele,
vi diffido, in nome della Santa Inquisizione, di toccare quel lucchetto, poich c' il sigillo del Sant'Uffizio. Torner
domani alla stessa ora per toglierlo, e per darvi gli ordini necessari. Ci detto, si fece aprire la porta di strada che noi
infilammo allegramente l'uno dopo l'altro. Dopo aver fatto una cinquantina di passi, cominciammo a camminare tanto
agilmente e veloci che, nonostante il carico che portavamo, appena toccavamo terra. Ben presto fummo fuori di citt e,
rimontati a cavallo, ci dirigemmo verso Segorba, rendendo grazie a Mercurio per un'impresa tanto felice.

II DECISIONE PRESA DA DON ALFONSO E DA GIL BLAS DOPO QUELL'AVVENTURA

Cavalcammo tutta la notte secondo la nostra lodevole usanza e, al sorger dell'aurora, ci trovammo vicino a un
piccolo villaggio, a due leghe da Segorba. Siccome eravamo tutti stanchi, lasciammo volentieri la strada maestra,
dirigendoci verso un gruppo di salici ai piedi di una collina, a mille o milleduecento passi dal villaggio, dove ritenemmo
opportuno non fermarci. Ai piedi di quei salici, che facevano un'ombra gradevolissima, scorreva un ruscello. Il luogo ci
piacque, e decidemmo di passarvi l'intera giornata. Messo piede a terra, togliemmo i finimenti ai cavalli per lasciarli
pascolare, e noi ci sdraiammo sull'erba. Dopo esserci alquanto riposati, facemmo un'abbondante colazione, finendo di
vuotare l'otre e la bisaccia. Ci divertimmo poi a contare il danaro che avevamo portato via a Samuele Simon: erano tremila
ducati; in tal modo, con questa somma e con quella che avevamo in precedenza, potevamo vantarci di non stare affatto
male a quattrini.
Siccome bisognava andare a far provviste, Ambrogio e don Raffaele, dopo essersi tolti gli abiti di inquisitore e di
cancelliere, dissero che volevano incaricarsene entrambi, che l'avventura di Xelva li aveva invogliati, e che desideravano
andare a Segorba per vedere se si presentasse l'occasione di fare un nuovo colpo. Voi, disse il figlio di Lucinda, non
avete che da aspettarci sotto questi salici; non tarderemo a tornare. Raccontatela a qualcun altro, signor don Raffaele,
esclamai allora ridendo, diteci piuttosto di aspettarvi sotto l'olmo o, per esser pi chiari, che se voi ci lasciate non ci
rivedremo mai pi. Questo sospetto ci offende, replic il signor Ambrogio, ma, per verit, meritiamo questo
oltraggio. Siete scusabile se sospettate di noi, dopo quello che abbiamo fatto a Valladolid, e se pensate che non avremmo
maggior scrupolo a piantarvi in asso di quanto ne abbiamo avuto abbandonando i nostri colleghi in quella citt. Eppure vi
ingannate. I confratelli che abbiamo lasciato erano persone di pessimo carattere, la cui compagnia cominciava a diventarci
insopportabile. Bisogna render giustizia alle persone della nostra professione, nel senso che nella vita civile non esistono
associati meno divisi dall'interesse di quello che lo siamo noi; ma quando fra noi non c' somiglianza nell'indole dei soci,
l'accordo pu venir meno, come del resto succede fra tutti gli uomini. Perci signor Gil Blas, prosegu Lamela, prego
voi e il signor don Alfonso di aver maggior fiducia in noi, e di mettervi il cuore in pace sul fatto che don Raffaele ed io
abbiamo desiderio di andare a Segorba.
del resto molto facile, disse allora il figlio di Lucinda, toglier loro qualsiasi motivo di inquietudine: che
restino padroni della cassa, e avranno cos in mano un buon pegno per il nostro ritorno. Vedete dunque, signor Gil Blas,
soggiunse don Raffaele, che noi non si va per le lunghe. Voi avrete un pegno che vi garantisce, e vi posso assicurare che
Ambrogio ed io andremo via senza temere che voi ci soffiate tale pegno prezioso. Dopo una dimostrazione cos sicura
della nostra buona fede, non vorrete fidarvi interamente di noi? S, signori, risposi, e voi potrete ormai fare quello che
vi piacer. Partirono subito, portando seco l'otre e la bisaccia, e mi lasciarono sotto i salici con don Alfonso, il quale,
appena essi furono andati via, mi disse: necessario, signor Gil Blas, che vi apra l'animo mio. Io rimprovero a me stesso
di aver accondisceso a restare finora insieme con quei due bricconi. Non potete immaginare quante volte me ne sia gi
pentito. Ieri sera, mentre ero di guardia ai cavalli, ho fatto un'infinit di riflessioni che mi hanno avvilito. Ho pensato che
non ammissibile per un giovane che ha dei principi d'onore, vivere insieme con gente cos ignobile come Raffaele e
Lamela; che, se un giorno per disgrazia - e pu darsi benissimo che succeda - in seguito ad una bricconata noi dovessimo
cadere nelle mani della giustizia, avrei la vergogna di essere punito come ladro insieme a loro, e di venir sottoposto a un
castigo infamante. Queste immagini mi si affacciano senza sosta alla mente, e vi confesso che ho deciso di separarmi per
sempre da quei due, per non essere pi complice delle loro cattive azioni. Non credo che mi disapproverete. No, ve lo
assicuro, gli risposi, sebbene mi abbiate visto fare la parte del bargello nella commedia di Samuele Simon, non pensate
che questo genere di rappresentazioni sia di mio gusto. Chiamo il Cielo a testimonio che, sostenendo una cos bella parte,
dicevo a me stesso: In fede mia, signor Gil Blas, se la polizia venisse in questo momento a prendervi per il colletto,
meritereste la paga che ne ricevereste! Perci io non sono disposto pi di voi, signor don Alfonso, a rimanere in tale
cattiva compagnia, e, se vi fa piacere, rester insieme a voi. Quando quei signori saranno di ritorno, chiederemo loro di
dividerci il nostro denaro, e domani mattina, o anche stasera, ci congederemo da loro.
L'innamorato della bella Serafina approv la mia proposta. Arriviamo, mi disse, a Valenza, e ci
imbarcheremo per l'Italia, dove potremo offrire i nostri servigi alla repubblica di Venezia. Non meglio scegliere la
carriera delle armi, piuttosto che condurre questa vita colpevole e sciagurata? Saremo perfino in grado di far buona figura
col danaro che avremo. Non che io mi serva senza rimorso di un bene cos mal acquistato; ma a parte che la necessit me
lo impone, se mai dovessi fare la minima fortuna in guerra, giuro che risarcir Samuele Simon. Assicurai don Alfonso
che ero dello stesso parere, e decidemmo infine di lasciare i nostri compagni l'indomani prima dell'alba. Non fummo
assolutamente tentati di approfittare della loro assenza, ossia di andarcene subito con la cassa; la fiducia che ci avevano
dimostrato lasciandoci padroni del denaro non ci permise di pensarlo neppure lontanamente, quantunque il tiro che mi
avevano fatto all'albergo di Valladolid avrebbe in qualche modo reso scusabile il furto.
Ambrogio e don Raffaele tornarono da Segorba verso la fine della giornata. La prima cosa che ci dissero fu che il
loro viaggio era stato molto fruttuoso; che avevano gettato le basi di una soperchieria che, secondo tutte le apparenze, ci
sarebbe stata ancor pi vantaggiosa di quella della sera precedente. Il figlio di Lucinda voleva metterci al corrente del
progetto, ma allora don Alfonso prese la parola e dichiar, molto cortesemente, che, non sentendosi nato per il loro genere
di vita, aveva deciso di separarsi da loro. Da parte mia dissi che anch'io avevo preso la stessa decisione. I due compagni
fecero invano tutto il possibile per indurci ad accompagnarli nelle loro imprese; l'indomani mattina, dopo aver diviso in
parti eguali il danaro che possedevamo, ci congedammo, e ci dirigemmo verso Valenza.

III DOPO QUALE INCIDENTE DON ALFONSO SI TROVA AL COLMO DELLA GIOIA, E ATTRAVERSO
QUALE AVVENTURA GIL BLAS SI TROVA IMPROVVISAMENTE IN UNA FORTUNATA SITUAZIONE

Procedemmo allegramente fino a Buol, dove dovemmo disgraziatamente fermarci. Don Alfonso cadde
ammalato. Fu colto da una violenta febbre con delle ricadute che mi fecero temere per la sua vita. Fortunatamente in quel
paese non c'erano medici, e ce la cavammo soltanto con la paura. Dopo tre giorni era fuori pericolo, e le mie cure finirono
per guarirlo del tutto. Si mostr molto sensibile a quello che avevo fatto per lui, e poich provavamo realmente una
reciproca simpatia, ci giurammo eterna amicizia.
Ci rimettemmo in cammino, sempre risoluti, quando fossimo arrivati a Valenza, ad approfittare della prima
occasione per andare in Italia. Ma la Provvidenza, che ci preparava un felice destino, aveva disposto altrimenti. Strada
facendo, vedemmo sul piazzale antistante a un bellissimo castello, dei contadini di entrambi i sessi, che, tutti allegri,
facevano il girotondo. Ci avvicinammo per osservare la loro festa, e don Alfonso fu colto da una sorpresa che mai si
sarebbe aspettata. Scorse il barone de Steinbach che, anche lui, avendolo riconosciuto, gli and incontro a braccia aperte,
e con grande giubilo gli disse: Ah! don Alfonso, sei tu! che fortuna averti incontrato! Mentre ti stiamo cercando
dappertutto, il caso ti conduce da me.
Il mio compagno salt gi subito da cavallo, e corse ad abbracciare il barone, che mi parve pervaso da una
smisurata allegrezza. Vieni, figlio mio, gli disse quel buon vecchio, adesso saprai finalmente chi sei, e potrai godere di
un felice destino. Detto questo, lo condusse nel castello. Io vi entrai con loro, dopo esser sceso a terra e aver legato i
nostri cavalli ad un albero. La prima persona che incontrammo fu il proprietario del castello. Era un uomo di una
cinquantina d'anni e di bell'aspetto. Signore, gli disse il barone di Steinbach presentandogli don Alfonso, ecco vostro
figlio. All'udire quelle parole, don Cesare de Leyva - cos si chiamava il padrone del castello - gett le braccia al collo di
don Alfonso e, piangendo di gioia, gli disse: Mio caro figlio, io sono tuo padre. Se per tanto tempo ti ho lasciato ignorare
la tua condizione, credimi che facendo ci ho dovuto fare su me stesso una crudele violenza. Mille volte ne ho pianto di
dolore, ma non ho potuto fare altrimenti. Sposai tua madre per amore; lei era di condizione molto inferiore alla mia. Io
dovevo sopportare l'autorit di un padre tiranno, e dovetti tener segreto il matrimonio fatto senza il suo consenso. Soltanto
il barone de Steinbach era a parte del mio segreto, e ti ha allevato d'accordo con me. Oggi mio padre pi non vive, e posso
dunque render noto a tutti che sei il mio unico erede. Ma questo non tutto, aggiunse, ho deciso di farti sposare una
giovane signora di nobilt pari alla mia. Signore, lo interruppe don Alfonso, non fatemi pagar troppo cara la gioia che
mi annunciate. Non posso sapere di aver l'onore di essere vostro figlio, senza nello stesso tempo venir ad apprendere che
volete rendermi infelice? Ah! Signore, non siate pi crudele di vostro padre. Se lui non approv il vostro amore, non vi
costrinse per a sposare una donna. Figlio mio, replic don Cesare, io non pretendo di contrastare i tuoi desideri. Ma
ti prego di voler almeno conoscere la signora che ti propongo; questo il solo segno di obbedienza che esigo da te. Bench
sia una persona attraente e un partito vantaggiosissimo, ti prometto di non costringerti a sposarla. Attualmente si trova in
questo castello. Seguimi, e dovrai convenire che non c' donna pi affascinante. Detto ci, condusse don Alfonso in una
sala dove io pure li seguii insieme col barone de Steinbach.
In quella sala c'era il conte de Polan con le due figlie, Serafina e Giulia, e don Fernando de Leyva, suo genero,
nipote di don Cesare. Vi erano inoltre altre dame e cavalieri. Come stato gi detto, don Fernando aveva rapito Giulia, ed
era in occasione del matrimonio dei due innamorati che i contadini dei dintorni si erano riuniti in festa quel giorno.
Appena don Alfonso apparve in sala, e suo padre l'ebbe presentato agli astanti, il conte de Polan si alz e corse ad
abbracciarlo, dicendo: Che il mio salvatore sia il benvenuto! Poi, rivolgendogli la parola prosegu: Don Alfonso,
conoscete il potere che ha la virt sulle anime generose! Se avete ucciso mio figlio, avete salvato a me la vita. Vi sacrifico
il mio rancore, e vi concedo in moglie mia figlia Serafina, alla quale avete salvato l'onore. Pago cos il mio debito di
gratitudine verso di voi. Il figlio di don Cesare non manc di esprimere al conte de Polan quanto era commosso per la sua
bont, e io non so se fosse pi felice per aver conosciuto il segreto della sua nascita, o per aver appreso che sarebbe
divenuto lo sposo di Serafina. Qualche giorno dopo, in effetti, fu celebrato il matrimonio, con grande gioia delle parti pi
interessate.
Poich anch'io ero stato uno dei liberatori del conte de Polan, quel signore, che mi riconobbe, mi disse che
avrebbe pensato lui a fare la mia fortuna; ma io lo ringraziai della sua generosit, e non volli abbandonare don Alfonso,
che mi nomin suo amministratore e mi onor della sua fiducia. Appena sposato, poich gli era rimasto sul gozzo il tiro
che era stato fatto a Samuele Simon, mi mand a portare a quel mercante tutto il denaro che gli era stato rubato. Andai
quindi a fare una restituzione, e cos incominciai a svolgere la mia attivit di amministratore con quell'atto col quale si
dovrebbe finirla.

LIBRO SETTIMO

I AMORI DI GIL BLAS E DELLA SIGNORA LORENZA SFORA

Andai dunque a Xelva a portare al buon Samuele Simon i tremila ducati che gli avevamo rubato. Confesso
francamente che, strada facendo, mi venne la tentazione di appropriarmi di quel danaro, per cominciare la carriera di
amministratore sotto buoni auspici. Quel colpo l'avrei potuto fare impunemente; bastava che restassi in viaggio cinque o
sei giorni, tornando poi a casa come se avessi assolto il mio incarico. Don Alfonso e suo padre erano troppo prevenuti in
mio favore per sospettare di me. Tutto mi era favorevole. Tuttavia non cedetti alla tentazione; anzi posso dire perfino che
la vinsi da uomo per bene, cosa che meritava non piccola lode per un ragazzo che aveva frequentato dei grandi bricconi.
Molte persone, che pure vivono solo fra gente onesta, non sono tanto scrupolose; specialmente di quelle alle quali sono
stati affidati depositi di cui possono appropriarsi senza mettere in pericolo la loro reputazione, se ne potrebbero raccontare
di storie.
Dopo aver fatto la restituzione del danaro al mercante, che certo non se l'era aspettata, tornai al castello di Leyva.
Il conte de Polan era gi ripartito, diretto a Toledo, con Giulia e don Fernando. Trovai il mio nuovo padrone innamorato
pi che mai della sua Serafina, altrettanto la sua Serafina di lui, e don Cesare felice di averli entrambi vicini. Mi misi
d'impegno per procurarmi la benevolenza di questo padre amoroso, e ci riuscii. Divenni l'amministratore della casa; ero io
che regolavo l'andamento di tutto; incassavo il danaro dai fittavoli; facevo le spese, e avevo sui domestici un'autorit
assoluta: ma, contrariamente al modo di comportarsi dei miei pari, io non abusavo affatto del mio potere. Non licenziavo
i servitori se non mi andavano a genio, e non esigevo da nessuno di essermi ligio in modo esclusivo. Se qualcuno si
rivolgeva direttamente a don Cesare o a suo figlio per chiedere qualche favore, anzich avversarlo, lo sostenevo. D'altra
parte, i segni di affetto che mi davano continuamente i miei due padroni mi inducevano a fare con puro zelo il mio
servizio. Avevo di mira soltanto il loro interesse: nella mia amministrazione non c'erano giochi di prestigio: ero un
amministratore pi unico che raro.
Mentre me la godevo pensando alla mia fortunata situazione, l'amore, quasi geloso di quello che mi aveva
concesso il destino, volle che dovessi essere grato anche a lui in qualche modo, facendo nascere nel cuore della signora
Lorenza Sfora, prima cameriera di Serafina, una violenta passione per il signor amministratore. Per dire le cose da storico
fedele, la mia conquista si avvicinava alla cinquantina. Tuttavia un'aria di freschezza, un viso piacevole, e due begli occhi
di cui lei sapeva servirsi abilmente, potevano ancora farla passare per un'avventura amorosa. Avrei preferito una
carnagione un po' pi colorita, perch lei era molto pallida! pallore che io attribuivo alle astinenze del celibato.
Quella signora mi lanciava ripetutamente delle occhiate provocanti che esprimevano con evidenza il suo amore;
ma io, invece di corrisponderle, finsi in principio di non accorgermi delle sue intenzioni. In tal modo le parvi un novellino
in amore, e questo non le dispiacque affatto. Pensando dunque di non doversi limitare al linguaggio degli occhi con un
giovanotto che lei credeva pi ingenuo di quello che effettivamente era, fino dai primi colloqui che avemmo insieme ella
dichiar formalmente i suoi sentimenti, perch sapessi come stavano le cose. Si comport da donna esperta: finse di essere
turbata mentre mi parlava, e, dopo avermi a buon conto detto tutto ci che voleva dirmi, si nascose il viso, per farmi
credere che aveva vergogna di lasciarmi scorgere la sua debolezza. Bisogn dunque capitolare, e, sebbene fossi spinto pi
dalla vanit che dal sentimento, mi dimostrai molto sensibile alle sue testimonianze di affetto. Simulai perfino di essere
impaziente, e feci tanto bene la parte dell'innamorato da procurarmi dei rimproveri. Lorenza me li fece con tanta dolcezza,
che, raccomandandomi un po' pi di ritegno, sembrava non fosse spiacente che io l'avessi perduto. Avrei spinto le cose
ancora oltre, se la mia bella non avesse temuto che mi formassi una cattiva opinione della sua virt, lasciandomi ottenere
una troppo facile vittoria. Cos ci separammo con la promessa di un altro colloquio: Sfora, persuasa che la sua falsa
resistenza me la facesse apparire una nuova vestale, e io, pieno della dolce speranza di portare presto a buon fine quella
avventura.
Ero dunque in una tale felice disposizione d'animo, quando un lacch di don Cesare mi dette una notizia che ebbe
l'effetto di smorzare la mia contentezza. Quel ragazzo era uno di quei servitori curiosoni che si divertono a scoprire tutto
quello che succede in una casa. Poich mi strisciava continuamente dattorno raccontandomi ogni giorno qualche storiella
nuova, un mattino mi venne a dire che aveva fatto una scoperta divertente; me l'avrebbe riferita, purch mantenessi il
segreto, dato che riguardava la signora Lorenza Sfora, e lui - a detta sua - ne temeva la collera. Avevo troppo desiderio di
sapere di che si trattava, per non promettergli la massima discrezione, ma, pur avendo l'aria di non esserne affatto
interessato, gli domandai, con la massima disinvoltura possibile, qual'era la scoperta tanto divertente. Lorenza, mi disse
il ragazzo, fa entrare tutte le sere di nascosto nella sua camera il giovane chirurgo del villaggio, che un vero fusto, e il
furbacchione si trattiene parecchio con lei. Voglio credere, soggiunse con aria maligna, che si tratti di una cosa
innocente; per dovrete convenire che un giovanotto che si introduce misteriosamente nella camera di una ragazza, fa
proprio pensar male di lei.
Sebbene questa notizia mi dispiacesse come se fossi veramente innamorato, mi guardai bene dal darlo a
conoscere, e mi sforzai perfino di ridere di questa notizia che mi trafiggeva il cuore. Ma quando non ebbi pi testimoni, mi
compensai del mio sforzo. Imprecai, bestemmiai e pensai a quel che dovevo fare. Ora, disprezzando Lorenza, pensavo di
abbandonare quella civetta senza spiegazioni; un momento dopo, mi pareva che il mio onore mi imponesse di andare a
cercare il chirurgo e di sfidarlo a duello. Questa seconda risoluzione prevalse. Quella sera stessa mi misi in agguato, ed
effettivamente vidi il mio uomo entrare con aria misteriosa nella camera della governante. Bast questo per rinfocolare il
mio furore che, altrimenti, si sarebbe forse smorzato. Uscii dal castello, e mi appostai sulla strada per dove il bellimbusto
doveva ritornare. L'aspettai a pi fermo, e pi il tempo passava, pi mi aumentava la voglia di battermi. Finalmente il mio
nemico comparve. Io gli andai incontro con aria da spaccone; ma, non so come diavolo avvenne, ad un tratto mi sentii
prendere, come un eroe di Omero, da un senso di paura che mi blocc. Mi fermai turbato come Paride quando si present
per battersi a duello con Menelao. Osservando bene il mio uomo, mi parve che fosse forte e ardimentoso, e la sua spada mi
sembr di lunghezza eccessiva. Tutto questo fece su di me un certo effetto; tuttavia, per punto di onore, o per altra ragione,
nonostante vedessi il pericolo con occhi che lo rendevano ancora maggiore, e contrariamente a un impulso del mio istinto
di tirarmi indietro, ebbi la fermezza di avanzare verso il chirurgo e di sguainare la mia durlindana.
Il mio atteggiamento lo sorprese. Che cosa c', signor Gil Blas, esclam, perch questo gesto da cavaliere
errante? Evidentemente avete voglia di scherzare. No, signor barbiere, risposi, niente di pi serio. Voglio vedere se
siete tanto coraggioso quanto galante. Non sperate che vi lasci godere tranquillamente i favori della signora con la quale vi
siete appena intrattenuto di nascosto al castello. Corpo di san Cosimo! replic il chirurgo scoppiando in una risata,
questa s che una bella avventura! Vivaddio! Le apparenze sono certo ingannatrici. Queste parole mi fecero supporre
che lui avesse ancor meno voglia di me di battersi a duello, e allora divenni maggiormente insolente. Andatela a
raccontare a qualcun altro, lo interruppi: non pensate che mi accontenti di un semplice no. Vedo bene, replic lui,
che sar costretto a parlare per prevenire la sventura che altrimenti colpirebbe voi o me stesso. Vi sveler dunque un
segreto, quantunque gli uomini della mia professione non dovrebbero essere mai abbastanza discreti. Se la signora
Lorenza mi fa entrare di nascosto in camera sua, soltanto per nascondere alla servit il male da cui affetta. Si tratta di
un cancro inveterato che ha sulla schiena, e che io vado a medicare ogni sera. Ecco la ragione delle visite che vi
preoccupano. Perci potete ora stare tranquillo. Ma, continu, se non siete soddisfatto della mia spiegazione, e volete
assolutamente venire alle mani, non fate altro che dirmelo; io non sono certo uomo da rifiutare una sfida. Ci detto,
sfoder il suo spadone che mi fece rabbrividire, e si mise in guardia con un cipiglio che non prometteva nulla di buono.
Basta cos, diss'io mettendo la spada nel fodero, non sono cos bestia da non arrendermi alla ragione; dopo quello che
mi avete detto, non posso davvero considerarvi un nemico. Abbracciamoci. A queste parole, che gli fecero capire che
non ero cos sconsigliato come gli ero apparso in principio, il chirurgo rinfoder ridendo la sua flamberga, mi tese le
braccia, e quindi ci separammo come i migliori amici del mondo.
Da quel momento non potevo pi pensare a Sfora senza disgusto. Sfuggivo tutte le occasioni che lei mi offriva
per intrattenermi da solo a sola con lei, e lo feci con tanta cura e con tale affettazione, che lei se ne accorse. Meravigliata
di tanto cambiamento, ne volle sapere la causa, e, avendo finalmente trovato il mezzo di parlarmi in segreto: Signor
amministratore, mi disse, ditemi, di grazia, perch sfuggite perfino ai miei sguardi. Invece di cercar l'occasione, come
facevate prima, per intrattenervi con me, voi procurate sempre di scansarmi. vero che sono stata io la prima a
manifestarvi i miei sentimenti, ma voi avete corrisposto: ricordate, per piacere, l'abboccamento segreto che abbiamo
avuto insieme: voi eravate tutto fuoco, adesso siete tutto ghiaccio. Che cosa significa questo? La risposta non era facile
per un uomo per natura sincero. Quindi rimasi molto imbarazzato. Non ricordo pi esattamente cosa dissi alla signora;
ricordo soltanto che la mia risposta le dispiacque infinitamente. Sfora, che per la sua aria dolce e modesta la si sarebbe
presa per un agnello, diventava una tigre quando la collera la dominava. Credevo, mi disse, lanciandomi uno sguardo
pieno di dispetto e di rabbia, credevo di far grande onore ad un omiciattolo come voi, manifestando dei sentimenti che
nobili cavalieri si sarebbero gloriati di suscitare. Sono stata abbastanza punita per essermi indegnamente abbassata ad un
vile avventuriero.
N si content di parlare a quel modo; me la sarei cavata troppo a buon mercato. Mossa dal furore, mi vomit
addosso un epiteto peggiore dell'altro. So benissimo che avrei dovuto mantenere il mio sangue freddo, e riflettere che,
sdegnando il trionfo di una virt alla quale avevo attentato, commettevo agli occhi delle donne un delitto che esse non
perdonano. Ma ero troppo irascibile per sopportare delle ingiurie delle quali un uomo di buon senso avrebbe riso al mio
posto, e persi la pazienza. Signora, le dissi, non disprezziamo nessuno. Se i nobili cavalieri di cui parlate vi avessero
visto la schiena, sono sicuro che la loro curiosit cesserebbe di colpo. Non avevo ancora finito di lanciare questo frizzo
feroce, che la furiosa governante mi appiopp lo schiaffo pi sonoro che donna oltraggiata abbia mai dato. Non ne aspettai
un secondo, e con una subitanea fuga evitai la gragnuola di colpi che sicuramente mi sarebbe piovuta addosso.
Ringraziai il cielo credendo di esser fuori dai guai, e pensai di non aver pi nulla da temere, dato che la signora si
era vendicata. Mi sembrava che, per salvaguardare il suo stesso onore, avrebbe dovuto non far motto dell'avventura:
effettivamente passarono quindici giorni senza che ne sentissi parlare. Io stesso cominciavo a dimenticarla, quando seppi
che Sfora era ammalata. Fui tanto buono da addolorarmi per questa notizia. Ebbi compassione per quella donna. Pensai
che, non potendo vincere un amore cos mal corrisposto, quell'infelice amante ne era rimasta sopraffatta. Mi rattristava il
pensiero di essere io la causa della sua malattia e, se anche non potevo amarla, la compiangevo. Ma come la giudicavo<