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I riti di iniziazione: simboli, dinamiche e conflitti

I cambiamenti avvenuti nella cultura familiare degli ultimi decenni


hanno reso pi problematico per entrambi i sessi il passaggio
dall'infanzia all'adultit.

Una premessa: tra psicoanalisi e antropologia culturale

Possiamo studiare luomo esplorando e catalogando tutte le possibili forme di


umanit oppure scavando in profondit alla ricerca dei principi generativi dai
quali derivano tutte le varie forme di umanit. Per questo discipline diverse
possono utilmente collaborare affrontando lo stesso tema da pi versanti: il
caso delladolescenza, sulla quale negli ultimi decenni si intensificato
linteresse di psicoanalisti e psicologi. I cambiamenti avvenuti nella cultura
familiare degli ultimi decenni, riconducibili a un declino dei valori paterni, che
ha dato spazio nel nostro Paese al progetto materno di crescere figli felici,
hanno reso pi problematico per entrambi i sessi il passaggio dall'infanzia
all'adultit, anche perch sono venuti meno modelli cui fare riferimento in
nome di scelte autentiche finalizzate alla realizzazione del vero S. Sono quindi
le difficolt degli adolescenti di oggi ad alimentare linteresse per la variet e le
differenze delle strategie iniziatiche, per coglierne gli scenari, gli aspetti
rischiosi e le possibili invarianti. Infine oggi si insiste molto sulla necessit che
gli adolescenti riflettano su quello che sta loro accadendo: potrebbe essere
utile talvolta prendere spunto dalle soluzioni simboliche che nelle societ
tradizionali vengono utilizzate per elaborare i conflitti e le ambivalenze
connessi ai compiti evolutivi ed al raggiungimento del ruolo adulto per maschi
e femmine.

Ominazione e dinamiche affettive della crescita

Per comprendere i riti iniziatici necessario un cenno alle vicende


dellominazione. I ritrovamenti fossili spostano sempre pi nel passato linizio
di questo processo; ipotesi accreditate sostengono che con grande probabilit
siano state protagoniste le femmine umane1. E unipotesi che contrasta non
solo con quella biblica, ma anche con quella, pi scientifica, che assegna
questo ruolo attivo al maschio cacciatore, mentre la femmina, passiva, lo
attende nella caverna.
Lisolamento, dovuto probabilmente a sconvolgimenti tellurici allepoca assai
frequenti nellAfrica centrale, in cui si ritrov qualche milione di anni fa un
gruppo di australopitecine, le costrinse ad adattarsi al nuovo habitat, la savana
a mosaico, dove le alte erbe si alternavano alla boscaglia, assumendo sempre
pi di frequente landatura bipede che permise loro sia unesplorazione pi
efficace del territorio, sia la liberazione delle mani, che furono in grado di
portare contenitori, cuccioli, e di lanciare oggetti per la difesa. Attenzione: solo
lanciarli, perch mirare divent possibile molto tempo dopo grazie al pollice
opponibile.
Spostamenti pi facili permisero un migliore utilizzo delle risorse territoriali, e
la selezione naturale probabilmente privilegi le femmine bipedi che, in grado
di compiere percorsi pi lunghi, potevano assicurare pi risorse ai propri
cuccioli. La possibilit di lanciare oggetti per difendersi testimoniata dalla
caduta dei grandi canini che negli altri primati sono utilizzati come vere e
proprie armi di offesa e difesa. Spostata laggressivit dalla bocca alle mani, il
muso dei nostri antenati divenne pi espressivo e comunicativo, permettendo
scambi sociali pi complessi e sofisticati. Venne scoperto il linguaggio che
contribu anchesso a infittire e a migliorare la qualit di tali scambi. Infine,
tutte queste competenze permisero la messa a punto di nuove soluzioni che
dovevano essere trasmesse e apprese e di nuovo trasmesse, dando vita a
convivenze stabili e alla cultura. Per governare le nuove abilit, per, servivano
cervelli sempre pi grandi gi nei feti, mentre la stazione eretta restringeva
sempre pi il canale del parto delle madri: la natura risolse il dilemma ostetrico
anticipando moltissimo la nascita del cucciolo umano, il pi immaturo tra i
piccoli mammiferi. Per farlo sopravvivere divenne necessaria lintensificazione
dellaccudimento materno: un legame fusionale fatto di carne, sangue, latte,
calore, tenerezza e protezione e un contesto allargato capace sia di garantire il
rapporto duale, sia gli apprendimenti che successivamente avrebbero dovuto
integrare l'impegno materno. Ancora oggi i neonati temono la separazione
dalla madre perch la sua prossimit garantisce la loro sopravvivenza ed ha
conseguenze importanti anche sul piano socio-culturale.
Dato che il cuore del nucleo originario marcato da stabilit, aiuto reciproco e
comunicazione sociale non pu che essere la madre, sembra esserci una forte
responsabilit femminile nella nascita del sociale, anche perch sceglie il
partner chi investe di pi nella prole2. E probabile perci che generazione dopo
generazione le madri ominidi abbiano alimentato una linea evolutiva centrata
sulla distribuzione delle risorse e sulla socializzazione. I ritrovamenti fossili e le
popolazioni di cacciatori raccoglitori, ormai quasi scomparsi, che assegnavano
alle donne dignit e ruoli sociali pari a quelli dei maschi, sostengono la
plausibilit del mito materno insieme al fatto che ancora oggi la relazione
madre-bambino, marcata dalla disponibilit incondizionata del ruolo materno e
dalla bisognosit di quello infantile, avvia e garantisce la sopravvivenza dei
cuccioli umani. Le madri dalla notte dei tempi si immergono nellonnipotenza
fusionale con i loro figli e sono molto gratificate dal rappresentare se stesse
come contenitore di tutte le cose buone, mentre il cucciolo non ha nulla e pu
salvarsi solo con la dipendenza da loro. Si tratta perci del rapporto pi
asimmetrico di tutti, in cui la madre ha tutto e il piccolo solo la propria
bisognosit: un potere che pu facilmente diventare dominio. Il legame
originario con la madre deve quindi essere spezzato e perduto per acquisire
autonomia e identit.
Ne derivano conseguenze differenti per le bambine e i bambini: il futuro di
madri delle prime mitiga la disuguaglianza, mentre per i secondi il futuro virile
e paterno pu fiorire solo a patto di un taglio netto della relazione infantile con
la madre.

Il principio di dominanza maschile

La riflessione di Francoise Hritier parte dalla proibizione dell'incesto,


spartiacque riconosciuto tra natura e cultura. Comune a tutte le societ
umane, essa prescrive che un uomo non pu ottenere una donna se non da un
altro uomo, che gliela cede sotto forma di figlia o di sorella3. In questa
transazione i soggetti sono i maschi e gli oggetti le femmine: colpisce il
rovesciamento del dominio femminile, che caratterizza il rapporto madre-figlio,
nel dominio maschile, dove il potere dei padri e dei fratelli. Come se il
principale obiettivo del tab dell'incesto fosse la distruzione del potere materno
e l'instaurarsi del dominio maschile. Infatti, se fosse permesso l'accoppiamento
e quindi il matrimonio tra madri e figli, sarebbe il gruppo delle donne a
dominare socialmente sugli uomini. Per Serge Moscovici lunico vero tab
dell'incesto sarebbe quello riferito al rapporto madre-figlio, molto pi
maleficato di quello padre-figlia; sarebbe proprio il timore del dominio materno
la ragione profonda della paura e del fascino del tab dell'incesto4.
Confrontando tutte le regole di parentela conosciute, la Hritier vi ha scoperto
il principio di dominanza maschile. Il rapporto tra uomini e donne appartenenti
alla stessa generazione (fratello/sorella, marito moglie) molto spesso viene
gerarchizzato, assimilandolo al rapporto tra generazioni consecutive o al
rapporto di anzianit tra fratelli. Cos accadeva nel diritto romano, ma anche in
quello francese. Anche gli Arapesh, studiati da Margaret Mead5 sono
organizzati a partire dallanalogia tra le mogli e i bambini, entrambi bisognosi
di protezione e guida. Gli uomini possono cos in molte societ ereditare diritti,
obbligazioni e funzioni della generazione che li ha preceduti, mentre le donne,
sempre cadette, non assumono mai il ruolo adulto e non possono usufruire dei
diritti che vi sono collegati. Tuttavia la diffusione sia della regola dell'incesto sia
del principio di dominanza maschile non sembrano tanto collegati alla volont
di potenza dei maschisociale padri, ma piuttosto alla dipendenza prolungata del
cucciolo dalla madre. Maschi e femmine sopravvivono grazie a questa
situazione di dipendenza totale e per entrambi nella crescita fondamentale
separarsi dalla madre sia pure in diverse declinazioni, presidiate culturalmente:
per la femmina il ruolo materno attivo; per i maschi un percorso di crescita
spesso difficile e doloroso, perch la perdita dello spazio fusionale deve essere
definitiva per permettere la conquista della nuova identit adulta.
In alcune societ questo avviene per tappe; in altre non si stabiliscono soglie
che una volta raggiunte diano la sicurezza dell'acquisizione dell'identit
maschile prevista: questa viene stabilita sul palcoscenico sociale dagli occhi e
dal giudizio degli altri (ideale da raggiungere e da riconquistare
continuamente). Cos succede nelle societ mediterranee o anche tra i Truk
della Micronesia6.

Separarsi per crescere

Si comprende quindi perch nei riti iniziatici la prescrizione primaria sia luscita
irrevocabile dallo spazio materno, per maschi e femmine: tanto pi in una
cultura intensa la relazione con la madre nellinfanzia, tanto pi dolorosi e
prolungati sono i rituali iniziatici per i giovani maschi, che sono rappresentati in
genere pi deboli e fragili nella conquista della virilit e dello status adulto.
Come ho gi sottolineato, oggi chi si occupa di adolescenza insiste molto sulla
necessit di rappresentarsi nitidamente il proprio percorso evolutivo. Nelle
societ tradizionali laccesso allet adulta era ottenuto sia attraverso la
trasmissione di strategie e tecniche selezionate dal gruppo sociale per la
sopravvivenza sia con lo spessore simbolico dei rituali volti a sanzionare la fine
dellinfanzia, linterruzione del rapporto privilegiato con la madre, laccettazione
del dolore, della paura e del rischio di non essere allaltezza e di non riuscire a
conquistarsi, n la propria appartenenza di genere n il ruolo sociale adulto. A
differenza della societ occidentale che sostiene lidea della continuit
dellidentit individuale, che resta la stessa al di l dei cambiamenti nel corso
del ciclo di vita, le societ tradizionali, socialmente stabili, che hanno in mente
di dover produrre uomini con caratteristiche ben determinate, ritengono che
per far posto a un nuovo ruolo ci si debba strappare da quello precedente: i riti
di passaggio sono quindi della massima importanza, spesso caratterizzati dalla
metafora del viaggio, in quanto transizioni appunto tra stati diversi. Per Van
Gennep7 sono riti che accompagnano ogni modificazione di posto, stato,
posizione sociale ed et, contraddistinti da tre fasi: separazione, margine
(olimen) e aggregazione. Nella prima fase, di separazione, un comportamento
simbolico significa il distacco dell'individuo o del gruppo da uno stato definito e
fissato socialmente o culturalmente. La seconda fase, liminare o di margine,
caratterizzata dall'ambiguit del 'passeggero' che si trova ad avere pochi o
nessun attributo sia dello stato precedente, sia di quello futuro. Nella terza
fase di aggregazione, la transizione viene completata. Viene ripristinata la
stabilit, caratterizzata da diritti e doveri precisi, strutturali, e ci si aspetta dal
soggetto un comportamento organizzato secondo precise norme etiche e
culturali. Lo sviluppo individuale quindi non un fatto soggettivo, ma sociale,
dato che sociale l'organizzazione rituale che deve marcare con sicurezza il
percorso da intraprendere.

Un esempio: i rituali Ndembu per i ragazzi e le ragazze

Turner8 distingue opportunamente rituale da cerimonia, specificando che il


primo trasforma, la seconda conferma.
Nel rituale il simbolo ha la funzione di collegare il noto con l'ignoto. I Ndembu
lo associano a "tracciare la via", perch rende visibile o rileva ci che non pu
essere percepibile direttamente, si tratti di credenze, idee, valori, sentimenti o
disposizioni psicologiche. Questa funzione trasformativa permette di far
diventare pubblico ci che privato, sociale ci che individuale. I simboli
sono polisemici: "con pochi simboli si deve rappresentare un'intera cultura e il
suo ambiente materiale". I simboli che Turner definisce focali o dominanti
hanno un ventaglio o "spettro" di referenti, uniti da un legame associativo
semplice, per cui 'bianchezza' va dal latte, allo sperma, all'argilla bianca, a idee
astratte come 'purezza rituale' o innocenza, etc... Nei riti f inalizzati a
trasformare un ragazzo in membro adulto della trib ha un ruolo centrale
l'albero mukula, che secerne una gomma rossa: un ceppo di questo legno
viene collocato vicino al luogo dove avverr la circoncisione dei ragazzi, dove
ha le sue radici un albero mudyi, che simbolizza invece la maternit e il
rapporto madre-f iglio. Un altro albero, muyombu, completa la scena, di solito
impiantato come altare perenne agli spiriti ancestrali del villaggio. L'albero
mukula sembra avere un ruolo simbolico cruciale: ha infatti una funzione
medicamentosa, dato che la speranza degli adulti che il sangue della
circoncisione si coaguli in crosta al pi presto come la gomma rossa che
secerne la pianta; ma significa anche la virilit, dato che da cacciatore e da
guerriero l'uomo adulto deve spargere sangue.
La circoncisione viene fatta sotto il mudyi, seguita dalla sollevazione dei
ragazzi sul troncone di muyumbu e infine dalla loro collocazione, ancora
sanguinanti, sopra il mukula: la presenza dei tre alberi quindi fondamentale
perch consente al rito di rappresentare, nell'ordine, la separazione del
ragazzo dalla madre, la sua morte rituale attraverso l'associazione con gli
antenati, e la sua aggregazione alla comunit morale maschile di cui fanno
parte i circoncisori e i padri che li nutrono ritualmente, come se fossero
neonati, una volta che sono collettivamente sistemati sull'albero mukula.
L'albero mudyi protagonista nel rituale per la pubert delle ragazze. Dato
che, grattandone la corteccia, secerne delle goccioline di lattice bianco, esso
significa seno e latte materno e perci anche rapporto madre-figlio, nella sua
valenza sociale, centrale per i Ndembu che sono una societ matrilineare e
virilocale: i beni sono trasmessi per via materna, ma la sposa dovr
abbandonare il suo villaggio per andare ad abitare in quello del marito; i suoi
figli una volta cresciuti dovranno abbandonare il villaggio paterno e tornare in
quella della madre, sotto la responsabilit del fratello di lei, lo zio materno.
Ma anche le ragazze con la pubert debbono separarsi dalla madre per la
residenza del marito.
Nel rituale delle ragazze sono protagoniste le donne. La novizia viene posta
sotto un giovane albero mudyi, che con la sua f lessibilit ne simbolizza la
giovinezza. La madre e l'istruttrice rituale lo hanno consacrato in precedenza,
calpestando l'erba che lo circonda, rendendolo sacro o "proibito". Come per
lanaloga scena maschile, anche questo luogo viene chiamato luogo della morte
o della sofferenza, come la capanna dove travagliano le donne che
partoriscono. La ragazza deve restare immobile fino al tramonto, senza
mangiare ne parlare (appunto come se fosse morta), altrimenti le donne la
punirebbero. La scena ad alta densit simbolica. L'albero del latte dove
dormiva l'antenata, il posto di tutte le madri, ed essere iniziati significa
diventare ritualmente puri o bianchi. Il latte di una ragazza rimanda per
anche alla sua linea materna futura, dato che le foglie dell'albero mudyi
possono simbolizzare i suoi figli e quindi alla matrilinearit che un principio
fondamentale della cultura Ndembu.
Infine l'albero del latte rimanda alla saggezza femminile - si beve il senso
della saggezza femminile, come un bambino beve il latte" -, quindi ai compiti,
diritti e doveri di una donna. Altri aspetti lo collegano alla vita sociale nei suoi
aspetti di armonia e di conflitto. Lalbero mudyi rimanda agli aspetti idealizzati
della comunit matrilineare, armonica e solidale. Intorno a quest'albero, per
tutta la durata del rito, succedono fatti significativi. In un primo tempo solo le
donne anziane possono danzare intorno alla novizia, immobile. Pi tardi
danzano solo le donne e sbeffeggiano gli uomini con canti satirici. La madre
della ragazza non pu avvicinarsi e, quando le sar permesso, verr schernita
dalle altre donne. Anche in questo caso sembra essere simbolizzata da un lato
la separazione dalla madre, e dall'altro l'aggregazione al gruppo delle donne
adulte e sposate. Il matrimonio virilocale sanzioner la perdita del rapporto
quotidiano con la madre. Nel momento cruciale della separazione madre-figlia
vengono quindi rappresentati simbolicamente i conflitti che accompagnano
l'appartenenza alla societ matrilineare e la sua continuit culturale,
testimoniata dall'albero mudyi: tra uomini e donne, tra ragazze e donne
adulte, e infine sulla fecondit tra donne di villaggi diversi. Conflitti che
l'iniziata dovr affrontare in uanto donna adulta e sposata.

Conclusioni

Donne e uomini sono quindi costruiti culturalmente, con strategie diverse:


unendosi e opponendosi tra loro, gli uni e le altre continuano a costruire
l'umanit, realizzando modelli femminili e maschili plasmati sulla base delle
rispettive funzioni e ideali etici ed estetici.
La circoncisione o comunque altri interventi dolorosi, fisici o psichici, da un
punto di vista simbolico sembrano rimandare al controllo dell'aggressivit del
giovane maschio, una volta che uscito dall'infanzia e ha portato a termine la
sua trasformazione grazie alle prove che confermano l'acquisizione di abilit,
saperi e competenze adulte. Si tratterebbe di una sorta di castrazione
simbolica del S virile, libero di esplorare, avventurarsi e mettersi alla prova in
un'infinit di cimenti che, una volta accettato consapevolmente il ruolo adulto e
intrapreso il percorso paterno, accetta masochisticamente di essere messo da
parte, privilegiando il legame e i suoi condizionamenti, in cambio della stabilit
e della generazione.
Anche per la femmina il rituale iniziatico sembra rivolto a contenere
lonnipotenza generativa femminile, e ad accettare le misure culturali che la
obbligheranno al rischio e al dolore del mettere al mondo, ma anche alla fine
del legame fusionale con i figli e le figlie, oltre ai suoi doveri di donna adulta e
produttiva. Nelle rappresentazioni delle societ tradizionali, l'adolescente
maschio appare senz'altro pi debole, da sostenere e insieme mettere alla
prova. Entrambi, maschi e femmine, una volta conclusi i riti di passaggio, sono
impegnati, nei rispettivi ruoli adulti, a non divulgare i propri segreti e a
mantenere le proprie differenze funzionali, etiche ed estetiche, dando vita alle
previste dinamiche affettive e sociali, nella quotidianit e nello straordinario.
I nostri adolescenti, maschi e femmine, sono in una situazione assai diversa,
perch le invarianti del percorso evolutivo si intrecciano con situazioni in
continuo cambiamento dove molte sono le risorse e le opportunit, quasi per
tutti, ma dominano anche, difficili da tollerare, incertezze e imprevisti insieme
a unapparente mancanza di modelli di riferimento. Ma oltre i mutamenti, per
quanto rapidi siano, si possono intercettare le stesse dinamiche che hanno
accompagnato la vita degli uomini fino ai nostri giorni, da riconoscere e
governare con saggezza e progettualit, in vista della sopravvivenza e della
prosperit della famiglia umana.

Note bibliografiche:

1. Makepeace Tanner, N. (1981) On Becoming Human, Cambridge


University Press, trad. it. Madri, Utensili ed evoluzione umana, Zanichelli,
Bologna 1985.
2. Trivers, R. (1972), Parental Investment and Sexual Selection, in
Campbell B.(a cura di), Sexual Selection and the Descent of Man, Aldine,
Chicago, pag.136-179.
3. Levy Strauss, C. Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano 1966,
pag 61.
4. Citato da Johnson, M.M., Madri forti, mogli deboli, Il Mulino 1995, p. 173.
5. Mead M. (1949), Male and Female, Morrow, New York, trad.it: Maschio e
femmina, Il Saggiatore, Milano, 1962.
6. Gilmore, D.D.(1990), Manhood in the Making, Cultural Concept of
Masculinity, trad.it.: La genesi del maschile, Modelli culturali della virilit,
La Nuova Italia, Firenze 1993.
7. Van Gennep, A.(1909) Les rites de passage, Nourry, Paris, I riti di
passaggio, Boringhieri, Torino 1981.
8. Turner, V.(1967), The Forest of Simbols. Aspects of Ndembu Ritual,
Cornell University Press, trad. it: La foresta dei simboli, Morcelliana,
Brescia 2001, pag. 77.

Vita scolastica e riti di passaggio

Qualsiasi gruppo umano tende ad organizzarsi in una complessa


struttura di classificazioni che formalizzano i legami tra gli individui,
tra il singolo e la societ.

Anche per parlare di riti di passaggio nella vita scolastica necessario


esplicitare un ricorrente principio generale, riguardante la nostra societ: in
occidente si sostiene l'idea della continuit dell'identit individuale al di l dei
cambiamenti che avvengono nel ciclo della vita, mentre nelle cosiddette societ
tradizionali, caratterizzate da un quadro sociale stabile, si ritiene che per far
posto ad un nuovo ruolo si debba agire uno strappo definitivo da quello
precedente. Questo fa s che in tali societ i riti di passaggio (per esempio il
passaggio dall'infanzia all'et adulta), spesso difficili e fisicamente dolorosi,
dove colui che sottoposto al rito deve dimostrare di essere capace di gettarsi
il vecchio io alle spalle per acquisire una nuova identit ed un nuovo ruolo
all'interno dell'organismo sociale cui appartiene, vengano ad assumere
un'importanza fondamentale; da noi, invece, nell'epoca in cui stiamo vivendo, i
riti di passaggio sembrano, almeno apparentemente, scomparsi ma loro tracce
evidenti possono essere ritrovate nelle fiabe, nei miti e nei racconti popolari
ogni volta che l'eroe deve superare prove pericolose e complicate allo scopo di
evidenziare le qualit di coraggio, astuzia, intelligenza e cos via, indispensabili
per ben competere con gli altri nella vita adulta.
Da quanto detto consegue che se vogliamo rintracciare riti di passaggio
contemporanei nella nostra societ bisogna farlo andando a cercare momenti
ed eventi meno laceranti e definitivi, sia nella loro forma che nel loro
significato, rispetto a quanto accade nelle societ tradizionali, nel rispetto di
quella continuit dell'identit individuale all'interno della quale vengono
racchiusi anche i concetti di sviluppo ed evoluzione come condizioni della vita
di ogni individuo.
Pensare alla continuit in un'ottica educativa significa pensare all'educazione
del bambino come ad un processo dinamico e complesso che risente
dell'interazione tra le diverse agenzie formative, dalla famiglia al nido, alla
scuola dell'infanzia, all'elementare e agli ordini scolastici successivi.
In quest'ottica e trattando di vita scolastica, riti di passaggio legati a momenti
ed eventi particolari, che siano comprensibili, significativi, efficaci e stimolanti
per bambini e ragazzi, nonch decifrabili e rassicuranti per i genitori, hanno la
funzione principale di favorire il raccordo di diversi percorsi educativi, piuttosto
che quella di segnare salti, fratture e cambiamenti totali e definitivi.
Organizzare situazioni che sostengano la transizione un atto che contribuisce
a creare un clima di accoglienza per i bambini e le famiglie.
I riti di passaggio nella vita scolastica hanno quindi lo scopo di sottolineare che
c' un momento in cui avviene un cambiamento, che siamo giunti ad una tappa
fondamentale all'interno di un percorso evolutivo che rimane sostanzialmente
unitario nella costruzione dell'identit individuale.
Ma allora, pur nella constatazione di questa unitariet individuale di fondo,
cos' che cambia di cos importante da dover essere considerato un passaggio
da ritualizzare?
Lungi dal tentare di dare una risposta esaustiva a questa domanda, possiamo
cercare di giustificare la ritualizzazione di alcuni momenti cercando di capire
la natura, l'ordine di cambiamenti che avvengono in certi ambiti individuali,
definibili, in termini di psicologia sociale dei gruppi, come cambiamenti di ruolo
e cambiamenti di status. Qualsiasi gruppo umano tende ad organizzarsi in una
complessa struttura di classificazioni che formalizzano i legami tra gli individui,
tra il singolo e la societ per garantire la coesione interna e la continuit su cui
si basa la sopravvivenza di una societ. Secondo R. Brown1 la specificazione
del ruolo particolare che un individuo ricopre all'interno di un gruppo (che pu
essere anche l'intera societ) dipende direttamente dalle peculiari aspettative
che vengono associate al ruolo stesso; gli elementi fondamentali dai quali
invece si pu ricavare il livello dello status di un individuo sono la tendenza a
dare inizio ad idee ed attivit che vengono continuate dal resto del gruppo e un
certo prestigio consensuale, una valutazione o classificazione positiva da parte
degli altri nel gruppo.
Proviamo adesso ad utilizzare questi concetti nell'analisi dei significati di due
momenti fondamentali della vita scolastica, l'ingresso di bambini e bambine
nella scuola primaria e gli esami, per cercare di capire quanto e come essi
vengano interpretati e vissuti quali momenti di passaggio e di cambiamento e
quale sia la necessit sociale di ritualizzarli.
...Gli stivali della mamma si allontanano mentre mi giro a cercare quello che
la maestra ha detto essere il mio posto. Una bimba con le trecce pi lunghe
che abbia mai visto mi fa segno di sedermi accanto a lei; cos organizzata, ha
un astuccio enorme e un sacco di gomme colorate. Il mio banco accanto alla
finestra... guardo fuori e vedo tanti genitori che si attardano sui marciapiedi
della scuola. Trattengo le lacrime che copiose vogliono svignarsela dai miei
occhi e penso ai tanti bambini che oggi diventano grandi... io sono senz'altro la
pi piccola di tutti loro. O, per lo meno, mi sento cos2.
Nel lavoro di pedagogista che svolgo in ambito scolastico mi spesso capitato
di parlare con i bambini delle emozioni che hanno accompagnato i primi giorni
di scuola e con i genitori delle piccole rivoluzioni che l'ingresso del loro bimbo a
scuola ha scatenato nell'intero nucleo famigliare.
Il bambino che va a scuola per la prima volta un bambino che debutta in
societ. Oggi tali debutti sono numerosi e precoci (basti pensare alla vita
comunitaria dell'asilo nido) ma la scuola elementare rappresenta un
cambiamento drastico, importante per il ribaltamento sostanziale della propria
routine quotidiana, per i limiti imposti alla propria espressione corporea (viene
richiesto infatti di occupare un posto, un banco per diverse ore). Cambiano
inoltre i codici comunicativi che si caratterizzano in termini normativi e non pi
esclusivamente affettivi: gli insegnanti formulano via via consegne sempre pi
dirette ed esigono prestazioni sociali palesando tratti di quel comportamento
valutativo che, unito ad altre importanti dimensioni, costituisce l'assetto
professionale del docente. L'atteggiamento ed il comportamento dei genitori
importante nel determinare la qualit dell'impatto che il bambino avr con la
scuola.
Accade, in occasione dell'ingresso a scuola una significativa interruzione della
continuit precedente e una conseguente fatica di trovare il nuovo
adattamento a una situazione di vita che cambiata. La ricerca di tale nuovo
equilibrio, assimilabile a quella condizione di sospensione e di stallo descritta
da Van Gennep e identificata come rito di margine. In realt il percorso
evolutivo unitario e continuo si raccorda attraverso i riti interpretabili non
come faticosi luoghi di transizione ma come delicati supporti al cambiamento.
Nel momento in cui si verifica un cambiamento formale, istituzionale, di ruolo,
come accade ad un bambino o ad una bambina che diventano alunno o
alunna, si modificano anche le aspettative della societ (nelle sue
articolazioni: la famiglia, la scuola stessa, le altre istituzioni, etc...) nei loro
confronti, sulla base del nuovo ruolo che essi vengono ad assumere. Cos,
anche se fino ad allora i piccoli avevano frequentato la scuola dell'infanzia,
con il loro ingresso nella scuola primaria che si comincia ad aspettarsi da loro e
si pretendono atteggiamenti nuovi: l'impegno, la costanza, l'attenzione nello
studio, il rispetto preciso dei tempi e dell'organizzazione scolastica, il presidio
e l'efficienza della strumentazione tecnica personale (lacartella, l'astuccio, i
quaderni, i libri, il diario) e cos via. Tali competenze procedurali e
metodologiche segnano il loro esordio in questo periodo e dovrebbero
caratterizzare tutta la vita scolastica dell'alunno.
Dal punto di vista della valutazione dello status incontestabile che questo
debutto in societ coincida con un elevamento dello stesso: aumenta il
credito che adulti e bambini pi piccoli, rispetto al periodo precedente, danno
ai discorsi e alle congetture degli alunni in erba e, solitamente, questi si
ritrovano all'interno di una rete pi fitta di interazioni verbali, non fosse altro
che per parlare di esperienze scolastiche che adesso possono essere condivise.
Per far s che l'impatto con il nuovo possa rivelarsi il pi soffice e il meno
traumatico possibile e che le nuove condizioni di status e di ruolo dei bambini
diano effettivamente i frutti positivi descritti, si adottano rituali finalizzati a
favorire il distacco e il cambiamento. Tra i riti pi moderni introdotti nella
scuola al fine di facilitare l'ingresso nella scuola primaria dei bambini
provenienti da quella dell'infanzia ci sono le feste di accoglienza; tali eventi,
che di solito hanno luogo nella tarda primavera, vengono generalmente
organizzati in modo tale che gli alunni delle elementari ricoprano il ruolo di
tutor nei confronti dei cosiddetti remigini, ossia dei bambini che nel
successivo anno scolastico frequenteranno la prima elementare. In una
situazione definibile anche in termini di peer-education i pi grandi presentano
la scuola, la sua organizzazione ed i suoi contenuti ai pi piccoli, li
accompagnano per i sentieri di questa nuova realt, rispondono alle loro
domande, cercando di creare, prima di tutto, un clima relazionale capace di
fugare negli interlocutori ansie, timori e paure. Le feste di accoglienza hanno
anche lo scopo di rassicurare i genitori che, forse ancora pi dei loro figli,
hanno bisogno di abbassare il livello di ansia generato da tutte le domande che
naturalmente sorgono di fronte ai nuovi impegni e alle nuove performances
richieste ai loro figli.
Dal clima festoso e collettivo del rito d'ingresso alla scuola primaria si pu
passare ad un altro rito di passaggio, quello solenne, ansiogeno e individuale
dell'esame.
...Mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta pi di un
cantante (da F. Guccini, L'avvelenata).
E' in aula, proprio nell'esperienza solitaria dell'esame, che il giovane compie
l'importante passaggio da una valutazione affettiva- familiare, a quella, pi
oggettiva, della societ, che la scuola appunto dovrebbe rappresentare.
La paura dell'insuccesso incombe e l'ansia domina. In genere chi ha gi
superato l'esame, da tanto o da poco tempo, se cerca di aumentare il livello di
impegno e di concentrazione, nonch di ansia, dell'esaminando descrive
l'esperienza come una prova veramente difficile, dalla quale si esce
positivamente solo se si bravi e preparati oppure fortunati e/o scaltri; e pu
succedere anche che ci sia chi quell'esame non l'ha mai fatto ma prodigo
comunque di consigli e di suggerimenti che notoriamente non si negano a
nessuno. Difficilmente si crea intorno all'esame un'atmosfera distesa, per non
dire di festa, se non dopo che esso stato superato positivamente; qui, allora,
inizia il racconto e spesso anche la sua mitizzazione. Prima, per, c' in ballo
qualcosa di molto importante, ossia l'attesa per le proprie performances e
l'esito largamente incontrollabile con conseguente innalzamento o
abbassamento del livello di autostima. Uno dei significati pi generali
dell'esame come rito di passaggio che esso segna l'uscita dalla condizione
protetta e felice dell'infanzia in direzione dell'universo sconosciuto e
potenzialmente pericoloso della maturit: ovvero l'abbandono di uno stato di
minorit a favore dell'autonomia adulta.
Il superamento dell'esame significa aver dimostrato l'acquisizione di
determinate conoscenze, competenze e abilit e ci, in termini di ruolo,
comporta un innalzamento delle aspettative della societ. Colui che si
sottopone al rito della valutazione con esito positivo modifica pertanto la
propria condizione acquistando il prestigio e il consenso tipici e distintivi del
nuovo status.

Note bibliografiche:
1. R.Brown, Psicologia sociale dei gruppi, Il Mulino, Bologna 1990.
2. Brano tratto da Laboratorio autobiografico a scuola, Landriano 2004.