Sei sulla pagina 1di 133

Paolo Maurensig

Canone Inverso
*

(1996)

EmmeBooks 275
*
Il Canone, in musica, la forma pi popolare di imitazio-
ne contrappuntistica. Lo si ritrova in tutti i canti a pi voci.
Il tema principale pu essere tuttavia esposto anche rove-
sciando specularmente gli intervalli, come nel canone inver-
so .
Questa la definizione tecnica, ben nota a musicisti, musico-
fili, melomani, appassionati, a tutti coloro che hanno studia-
to musica, magari fin da bambini, per compiacere i genitori,
e che da adulti sono diventati ascoltatori competenti, forse
anche discreti esecutori. Come lo scrittore che racconta que-
sta storia. Uno scrittore che, per quanto possa considerarsi
un fine intenditore, non mai riuscito a concepire un'avven-
tura appassionante che avesse come protagonista la musica,
proprio perch la musica viene da lui considerata, secondo
vecchia tradizione, come il classico superamento della
passione. Fino al giorno in cui incontra, in un'osteria vienne-
se, uno strano violinista ambulante, le cui vesti miserabili
non bastano a coprire l'inspiegabile presenza di un prezioso
violino e le cui pose volgari non riescono a nascondere il
tratto sprezzante dell'uomo superiore caduto in disgrazia. E
quando dal suo violino si liberano con assoluta naturalezza
le note della difficilissima, quasi impossibile Ciaccona di
Bach, croce di ogni virtuoso, il narratore non pu restare
all'oscuro: chi davvero Jen Varga? In seguito a quali di-
savventure un musicista eccezionale si ridotto a trascinare
per bettole e osterie un talento che avrebbe potuto aprirgli i
palcoscenici dei teatri pi celebri del mondo?
Come in La variante di Lneburg, Maurensig costruisce
un'avventura in cui le sorprese, i trasalimenti, i colpi di sce-
na non sono puri espedienti narrativi ma simboli drammati-
ci dello scontro tra le inquietudini, la delicatezza delle ani-
me individuali e la ferocia della storia di questo secolo.

2/133 Paolo Maurensig


Canone Inverso
di Paolo Maurensig

a Sonia

Canone Inverso 133/3


Sulle origini degli strumenti ad arco si narra che la dea Par-
vati, sposa di Shiva, impietosita dal destino cui andava incontro
l'uomo nella sua avventura terrena, avesse deciso di donargli
qualcosa per proteggerlo dai demoni e fargli ritrovare anche sul-
la terra, qualora lo volesse, il mondo degli di. Ma Shiva, geloso
di queste attenzioni, con un sol colpo distrusse il suo dono. I
frammenti caddero nei mari e sulle foreste, e diedero vita alle
conchiglie e alle testuggini, si impressero nel legno degli alberi,
discesero fin nei lombi della donna. All'uomo arriv, intatto, solo
l'arco, ma questo fu usato per molte generazioni come un'arma.
Fu la prima corda vibrante. Dovettero passare molte ere divine
perch l'uomo riuscisse a costruire con un guscio di tartaruga il
suo primo liuto, che per veniva ancora pizzicato con le dita. Ma
fu solo all'approssimarsi dell'ultima e pi temibile ra che l'uo-
mo scopr come il suo arco potesse servire per far vibrare le cor-
de e imitare cos quel suono continuo che aveva generato il
mondo, il soffio emanato dalle vesti roteanti di Shiva, il dio dan-
zante, Colui che regge e mantiene l'ordine dell'universo.

4/133 Paolo Maurensig


Qualche tempo fa, a un'asta di strumenti musicali da Chri-
stie's, a Londra, riuscii ad aggiudicarmi per sole ventimila ster-
line un violino di Jakob Stainer, uno dei pi apprezzati liutai ti-
rolesi del Seicento. Mi considerai fortunato: per averlo sarei
stato disposto a pagare qualsiasi prezzo.
Lo strumento mi venne recapitato la mattina dopo all'alber-
go Dorchester, dov'ero alloggiato. Sulla scheda informativa,
come ultimo proprietario figurava il nome di un istituto psi-
chiatrico di Vienna che conoscevo bene.
Quel giorno approntai un preciso, meticoloso rituale. Per
prima cosa ordinai il pranzo in camera, dopodich, congedato
il cameriere, chiusi la porta a chiave, scartai il pacco, tolsi lo
strumento dall'imballo di cartone, e lo appoggiai ritto su una
bassa poltrona di raso che avevo gi collocato al centro della
stanza. Scostai le tende, cambiai pi volte di posto la poltrona
per trovare la giusta luce, e infine sedetti a tavola. Gi pregu-
stavo un pomeriggio delizioso: l'incontro, la segretezza, gli
sguardi, l'aspettativa; mi stavo comportando proprio come al
mio primo rendez-vous con una bella donna. Il paragone difet-
tava solo nel fatto che l'oggetto dei miei desideri aveva pi di
trecento anni. Ma per il resto c'era tutto: la passione, la gelosia,
l'insaziabilit, uniti alla paura sempre incombente della perdi-
ta.
Mi apprestavo, dunque, a consumare il mio pasto in tutta
calma, appagando nel contempo la vista. Solo alla fine del

Canone Inverso 133/5


pranzo avrei osservato l'acquisto un po' pi da vicino. L'avrei
dapprima soppesato a lungo, esaminandolo con una lente d'in-
grandimento in ogni particolare, fino all'interno, per quanto mi
era possibile, attraverso una delle sinuose fessure a forma di
effe che lasciavano intravedere, incollata sul fondo, un'etichet-
ta sbiadita e quasi illeggibile. Avrei sostituito, con una muta di
corde nuove, le due sole rimaste che, consumate com'erano, si
trovavano al limite di rottura. E finalmente ne avrei sentito la
voce.
Lo strumento era in buone condizioni. Forse non era stato
trattato con molta cura, ma di sicuro non necessitava di delicati
interventi di liuteria, se non per qualche minuscola scheggiatu-
ra e per la vernice scomparsa in varie parti, e in un punto so-
prattutto, sul fondo, dove s'intravedeva il nudo legno: eviden-
temente il violino era stato sempre adoperato senza spalliera.
Un particolare notevole era costituito da una testina antro-
pomorfa intagliata sul cavigliere al posto della chiocciola tradi-
zionale. Particolare insolito per un violino, perch normalmen-
te queste minuscole sculture lignee si ritrovano sulle viole e
sugli strumenti pi grandi, rappresentano per lo pi teste leo-
nine o volti grotteschi, e hanno un significato pi scaramantico
che ornamentale. Questa invece riproduceva molto finemente
il volto di un uomo, si sarebbe detto un mammalucco, dai lun-
ghi baffi sporgenti, l'espressione feroce, e la bocca spalancata
come in un urlo di dolore o di maledizione. Avevo sempre pen-
sato che quello era l'ultimo violino di Stainer. In quel volto egli
aveva forse voluto ritrarre la furia della pazzia che si appros-
simava e che l'avrebbe portato alla morte.
Mi ero appena seduto a tavola quando squill il telefono.
Dalla reception mi annunciavano la visita di una persona che
veniva direttamente da Christie's. Pensai si trattasse di qualche
altra formalit relativa all'acquisto, ma l'uomo che lasciai en-
trare qualche minuto dopo non aveva l'aria di essere un impie-
gato.
Sembrava agitato. Mi chiese se ero io la persona che il gior-

6/133 Paolo Maurensig


no prima aveva acquistato un violino da Christie's. Alla sua
domanda cos diretta temetti di trovarmi di fronte un funzio-
nario di polizia venuto, chiss, forse per notificarmi che
nell'acquisto c'era qualcosa di irregolare. Infatti accade a volte,
seppure raramente, che qualche oggetto messo all'asta risulti
rubato, smarrito o anche solo non legittimato alla vendita. E ci
rende nulla la contrattazione. Fui preso da una forte inquietu-
dine. Gi mi vedevo nell'atto di dover restituire il mio prezioso
violino. Ma l'uomo, del quale avevo gi scordato il nome con
cui si era presentato, non era un rappresentante della legge.
L'acquisto era del tutto regolare. Me lo conferm lui stesso non
appena si fu accorto del mio turbamento. Aveva gi notato il
violino in bella mostra sulla poltrona e, resosi conto d'aver in-
terrotto con quell'intrusione il mio cerimoniale, volle riparare
in qualche modo: mi disse che ero stato fortunato a non trova-
re contendenti, pagando per quello strumento il solo prezzo
della stima iniziale. Aggiunse che, sebbene informato del ban-
do, per una serie di malaugurate circostanze era arrivato trop-
po tardi all'appuntamento nelle sale di King Street, in St. Ja-
mes's. Mentre parlava non riusciva a staccare lo sguardo dal
violino, si muoveva avanti e indietro come se volesse osservar-
lo sotto ogni punto di luce. Non osava tuttavia avvicinarsi
troppo, anche se intuivo che il suo desiderio era proprio quello
di esaminarlo attentamente.
Cercavo di mantenermi saldo nella convinzione che lo sco-
nosciuto non rappresentasse alcuna minaccia per il mio pre-
zioso strumento. Ma non ero tranquillo. Continuavo a interro-
garmi sul motivo di quella visita. A giudicare dal suo compor-
tamento, avrei detto che era un collezionista, un amatore di
strumenti antichi, il quale, battuto sul tempo, era venuto a con-
gratularsi con chi era stato pi fortunato di lui, e a dare forse
un ultimo addio a quel pezzo prezioso che si era lasciato sfug-
gire. A meno che...
E quel che temevo accadde quasi subito. Fattosi improvvi-
samente nervoso, quasi stesse per propormi qualcosa di poco

Canone Inverso 133/7


pulito, l'uomo mi chiese se sarei stato disposto a cedergli il vio-
lino per il doppio, anzi per il triplo della cifra che avevo pagato.
Fissassi io il prezzo, disse, quasi travolto dalla sua stessa im-
prontitudine. Infine, come esaurito da quello sfogo, mi chiese il
permesso di sedere e si lasci cadere su una poltrona.
Questa la prova che non ho sognato... mi sembr di sen-
tirgli dire sottovoce, ma evidentemente non era a me che si ri-
volgeva. N io cercai di scoprire che cosa intendesse con quelle
parole. Restammo immersi in un silenzio che sembrava senza
via di uscita. Io non mi sentivo di chiedergli nulla, n lui sem-
brava disposto ad aprir bocca. Gli versai un bicchiere di vino
che non rifiut, ma che tenne in mano per lungo tempo senza
mai portarlo alle labbra. Sembrava essersi calmato, o meglio,
rassegnato. A un certo punto si alz, pos il bicchiere e, av-
viandosi verso la porta, si scusava per l'inopportuna intrusione
e per la richiesta impossibile. Si rendeva conto, mi disse, della
propria ingenuit. L'offerta di ricomprarmi il violino a un prez-
zo triplicato era oltre tutto fuori dalla realt, non potendosi
egli permettere di sborsare una somma simile. E comunque era
certo che, anche se avesse potuto disporne, io non avrei mai
ceduto alle sue richieste. Si diceva dunque molto dispiaciuto di
avermi messo a disagio, e di avermi rovinato la colazione.
Mi sentii sollevato. Ma solo per un momento. Questa sua
inaspettata decisione di andarsene senza dirmi chi era e per-
ch s'interessava tanto a quel violino, mi indispett.
Non pensa di dovermi una spiegazione? gli chiesi un atti-
mo prima che aprisse la porta. L'uomo si arrest e torn sui
suoi passi, scuotendo la testa.
Non sono un collezionista deluso, spieg come il mio
comportamento lascerebbe supporre. E non sono neppure un
violinista aggiunse. Sono solo un dilettante, un appassionato.
Posseggo, vero, alcuni strumenti, ma la mia non pu dirsi una
collezione. Ho a casa un paio di violini del Mittenwald, appar-
tenuti a mio nonno, e un violoncello moderno sul quale a volte
mi esercito, ma per puro diletto personale.

8/133 Paolo Maurensig


Mi sembrava un intenditore dissi.
Quel poco che so sui violini l'ho appreso da un mio amico
che fa il liutaio.
E perch mai s'interessa a questo violino?
Sono uno scrittore, e questo strumento legato a una sto-
ria. A una storia terribile a cui per vorrei mettere la parola fi-
ne. Ed anche la prova che la persona che me l'ha raccontata
realmente esistita, sebbene questo non spieghi ancora tutto.
Realmente esistita? Che cosa intende dire? Cominciavo a
temere di trovarmi di fronte a uno squilibrato.
A quest'ultima domanda l'uomo attravers la stanza a gran-
di passi e afferr con sicurezza il violino. Era un gesto che non
mi aspettavo e che mi spavent. Lo port accanto alla finestra
per osservarlo meglio. Lei permette, vero? Dentro di me
tremavo. In quel momento avrebbe potuto fare qualsiasi cosa.
Infilare la porta e fuggire con lo strumento, o, anche peggio,
frantumarlo contro la parete, o ancora, visto che la finestra era
socchiusa, lanciarlo fuori, sull'affollata Park Lane. Per mia for-
tuna non fece nulla di tutto questo, e quando mi restitu il vio-
lino non potei fare a meno di provare un senso di benessere, di
allegrezza quasi.
Che cosa intendeva dire con quel realmente esistita? gli
chiesi per la seconda volta.
L'uomo pens a lungo prima di rispondere. Intendevo dire
un essere vivente, in carne e ossa.
Mi guard come per studiare le mie reazioni. Non vorrei
essere preso per pazzo. Io ho conosciuto il proprietario di que-
sto violino, e poi in seguito ho dubitato della sua esistenza. Fin-
ch non mi capitato per puro caso di sfogliare il catalogo di
Christie's. Per questo mi premeva avere quest'unica prova. Ma
forse dovrei raccontarle tutto dall'inizio.
Io sedetti in poltrona, invitandolo a fare altrettanto, e a rac-
contare. Lo sconosciuto esit un attimo, poi cominci a parlare.

Canone Inverso 133/9


Il fatto che sto per narrarle avvenne un anno fa, a Vienna.
Come ho gi detto, non sono un musicista. Sono solo un appas-
sionato, un melomane. La musica la mia consolazione. Que-
st'arte, nella sua essenza sfuggente, nella continua vanificazio-
ne di se stessa, assomiglia all'idea che mi sono fatto della vita.
L'anno scorso, dunque, ricorreva il trecentesimo anniversa-
rio della nascita di Bach, e in tutta Europa si commemorava
questa data con una serie straordinaria di concerti. Era una
buona occasione per un pellegrinaggio musicale attraverso le
capitali europee. Una di queste tappe, dopo Lipsia e Monaco, fu
naturalmente Vienna, dove, nella Brahmssaal, il Neue Wiener
Barockensemble, diretto da Heinz Prammer, aveva in pro-
gramma, oltre ai sei Concerti brandeburghesi, la Suite in si mi-
nore e il Concerto per violino e orchestra in mi maggiore. Due
serate frammezzate da una pausa di tre giorni, nei quali per
non correvo il rischio di annoiarmi. Era la fine dell'estate, la
citt era ancora affollata e festosa, e il tempo, a parte qualche
improvviso temporale, volgeva al bello.
Alla vigilia della seconda serata, cenai come d'abitudine in
un ristorantino sulla Operngasse. Poi, visto che era ancora pre-
sto e non avevo nessuna intenzione di andare a dormire, fer-
mai un taxi e mi feci portare a Grinzing, nel famoso quartiere
degli Heurigen, le osterie dove si beve un vinello delizioso. Pas-
seggiai per le vie del rione, sbirciando attraverso le vetrate e
nei cortili alla ricerca di un locale accogliente e non troppo af-

10/133 Paolo Maurensig


follato dove trascorrere il resto della serata. Mi fermai a un'in-
segna che riproduceva il particolare di un quadro di Bruegel il
Vecchio: la danza dei contadini al suono di una zampogna. Il
dipinto era contornato dalle parole: amore, amicizia e musica.
E a giudicare proprio dalla musica che si udiva, il locale sem-
brava offrire, se non anche amore e amicizia, almeno un po' di
allegria. Dentro c'era parecchia gente, ma riuscii a trovare un
posto.

I viennesi a Vienna, soprattutto d'estate, sono una piccola


minoranza rispetto alle legioni dei turisti; eppure quella sera,
in quell'osteria, ero convinto di essere, se non l'unico, uno dei
pochi forestieri presenti. Attorno a me si beveva, si conversava.
Ogni tanto un brindisi a cui, nonostante il mio carattere riser-
vato, mi associavo. Il brusio delle voci era denso ma contenuto,
in modo da non disturbare chi preferiva invece ascoltare la
musica. Su una pedana di legno, infatti, due suonatori, uno con
la chitarra, l'altro con la zither, eseguivano motivi popolari. A
nessuno veniva in mente di accompagnarli con il canto (abitu-
dine da birreria, questa), ma alla fine di ogni brano c'erano ap-
plausi generosi e altri brindisi.

Da lungo tempo pensavo di scrivere una storia che avesse


per protagonista la musica. risaputo che la musica pu dare
grande enfasi a un testo poetico o teatrale, rendendo a volte
sublimi dei versi altrimenti banali. Ma per quanto mi riguarda
difficile che possa evocare o suggerire qualcosa di drammati-
co. Al contrario, essa rappresenta sempre il pi sicuro rifugio
dai drammi della vita. Eppure in quel momento si stava insi-
nuando nella mia mente un pensiero molesto. La musica eleva i
sentimenti e la stessa natura dell'uomo, ma le vie per arrivarci
devono passare attraverso lo stridore, il fragore, la dissonanza.
Dietro la musica, eseguita con levit e perfezione, come la pos-

Canone Inverso 133/11


siamo ascoltare nell'esecuzione raffinata di un'orchestra, o di
un quartetto d'archi, c' l'attrito dei nervi che si contraggono, il
fiotto del sangue, il tumulto dei cuori. Tutt'a un tratto mi sor-
presi a considerare la mia amata arte sotto un'altra luce. Im-
maginai l'infinit di suoni che si levano notte e giorno in tutto il
mondo, e mi sovvenne lo sforzo di quella moltitudine di indivi-
dui sparsi in ogni dove, i quali continuano a lottare per tenere
in vita la musica, come un esercito che, decimato dal fuoco ne-
mico, proceda al passo e rimpiazzi le perdite con forze sempre
nuove, lasciando sul campo una lunga semina di morti.
Stavo pensando proprio a questo nell'osservare i due musi-
canti che, dopo aver esaurito il loro repertorio e raggranellato
qualche scellino per il pasto dell'indomani, si apprestavano ad
andarsene. Si assomigliavano: erano due vecchi, forse fratelli,
con indosso abiti troppo pesanti per la stagione. E persino i lo-
ro movimenti, nel raccogliere gli spartiti dal leggo o nel ripor-
re gli strumenti nelle custodie, erano simili: tutta una serie di
gesti che si perpetuavano da chiss quanti anni, finanche il len-
to vuotare sino all'ultima goccia, gi con le borse a tracolla e
con il cappello in testa, il bicchiere di vino che qualcuno aveva
loro offerto al termine della serata. Non me n'ero accorto, ma
uno dei due, il suonatore di zither, era cieco e nel camminare si
appoggiava con una mano alla spalla del compagno.
Li guardai andarsene, provando una certa malinconia. Forse
quello era il loro unico mezzo di sostentamento. E mi chiedevo
se fosse qualche oscuro impresario, oppure solo il caso, a di-
sporre i luoghi e i tempi delle loro uscite. Intanto, quasi a com-
pensare il vuoto che avevano lasciato, la conversazione ai tavo-
li s'era fatta a un tratto pi serrata, ma senza un sottofondo
musicale s'era perduta ogni allegria, e sembrava che non ci fos-
se pi nessuna cosa al mondo a cui poter brindare.
Poco dopo la porta d'ingresso si apr facendo tintinnare un
grappolo di campanellini appeso sopra lo stipite. Ed entr lui,
l'uomo di questa storia.

12/133 Paolo Maurensig


Era di et indefinibile, vestito come un cocchiere: stivali,
mantello di cerata, e in testa una bombetta. La sua apparizione
inaspettata mise fine a ogni conversazione. Non si capiva bene
chi fosse, se un mendicante o un rapinatore. Dal fondo della sa-
la si lev qualche risatina, che per si spense quasi subito. Re-
stammo tutti in silenzio, finch, raggiunta che ebbe la pedana,
l'uomo si inchin pi volte verso il pubblico, e scappellandosi
con buffonesco sussiego proclam, in tutta seriet, che dove-
vamo ritenerci fortunati di poter ascoltare, per una somma
che solo il nostro buon cuore avrebbe stabilito, un grande vio-
linista. A queste parole la sala si rianim. Qualcuno dal fondo
gli grid qualcosa, e lui ribatt prontamente con una frase in
dialetto che non riuscii a capire, ma alla quale molti risposero
con un applauso.
L'uomo portava vistosi baffi grigi e spioventi, alla tartara,
ma i capelli, in contrasto, erano ancora scuri, e lunghi al punto
che li teneva raccolti sulla nuca, in un codino stretto da un ela-
stico. Anche guardandolo meglio, trovavo difficile stabilirne l'e-
t (sebbene, di sicuro, avesse passato da un pezzo la cinquanti-
na); il suo volto era come una maschera: rubizzo, gli occhi spi-
ritati e una mimica da teatrante. La voce era sonora, il gesto
eloquente. Sembrava un guitto scaricato da un carrozzone d'al-
tri tempi.
Si tolse il mantello, e in maniche di camicia, un logoro indu-
mento a righe, segnato da due vistose bretelle rosse, sfil da
tracolla un malandato astuccio di cartone e, trattone un violino,
lo imbracci aggiustandone l'accordatura. Dalla platea si lev
immediatamente un coro di richieste, che l'uomo dopo un po'
cominci a soddisfare: Strauss, Lehr, e La principessa della
czarda e il Bel Danubio blu. Eseguiva tutto con maestria e con
un profluvio di variazioni che mandavano in visibilio l'uditorio.
Dopo un po' scese dalla pedana e cominci a passare tra i tavo-
li, recitando a soggetto, a seconda di chi si trovava davanti, la
parte di cupido con gli innamorati, o quella del seduttore con le

Canone Inverso 133/13


donne sole. Non risparmiava gli scherzi. Si avvicinava alle cop-
pie, con una predilezione per quelle che avevano una certa aria
clandestina, e senza mai smettere di suonare bussava con il
gomito sul petto dell'uomo che si era dimostrato resto a con-
cedergli una moneta, mentre con la punta dell'archetto andava
a solleticare il dcollet della sua giovane dama. Sebbene a vol-
te passasse il limite, nessuno sembrava risentirsi. Godeva della
stessa impunit dell'attore che si nasconde sotto una masche-
ra, sia pure repellente. Persino quei suoi abiti lavati unicamen-
te dalle piogge apparivano come un prezioso costume di scena.
Cos in poco tempo era riuscito a stabilire con il pubblico un le-
game non solo di confidenza, ma addirittura di complicit.
Il tavolo al quale mi trovavo era lontano dal suo improvvisa-
to proscenio, egli per ammiccava spesso anche dalla nostra
parte, come per volerci assicurare che non ci aveva dimenticati
e che fra non molto sarebbe venuto anche da noi. Mi chiedevo
con quale spirito avrei sopportato i suoi scherzi, qualora si fos-
se avvicinato a me.
Intanto quel violinista dava spettacolo, e la gente risponde-
va con salve di battimani che gli infondevano sempre nuova
energia. Oltre ai valzer di Strauss e alle arie di operetta, si esib
in virtuosistici pezzi tzigani, dove sfoggi non solo grande bra-
vura, ma destrezza acrobatica, tenendo il violino nei modi pi
impensati. Tra un pezzo e l'altro si fermava per bere il vino che
gli veniva offerto dagli entusiasti spettatori. Ogni tanto faceva il
giro dei tavoli e il suo copricapo si riempiva di monete e ban-
conote. Lui se lo calcava in testa pieno com'era, e riprendeva a
suonare con rinnovata foga. Ma quando, dopo un po', se lo to-
glieva di nuovo, era bell'e vuoto, e il suo piccolo trucco manda-
va tutti in visibilio, facendogli guadagnare ancora applausi, e
altro denaro che spariva, anche questo, nel suo cappello da
prestigiatore.
Osservandolo, intanto, io ero tornato alle mie riflessioni. Ec-
co un superbo esemplare di combattente della musica, o me-
glio, di soldato disperso, e cercavo d'immaginarmelo bambino,

14/133 Paolo Maurensig


in piedi, di fronte a un leggio, intento a cavar note dal suo riot-
toso strumento. Mi figuravo gli anni di studio, le aspirazioni, i
primi passi nel mondo della musica, e infine una carriera chis-
s perch mai interrotta. Ma sar stato poi davvero un musici-
sta di carriera? Non ne ero convinto del tutto. Guardando, du-
rante i concerti, l'anfiteatro delle orchestre, in particolare la
sezione degli archi, avevo sempre visto tanta gente ordinata,
disciplinata, simile a scrivani, a copisti, veri e propri calligrafi
della musica, sacrificati a un tenace, pedante lavoro di preci-
sione. Come tante altre professioni, anche quella del violinista
provoca sollecitazioni fisiche che, prolungate nel tempo, im-
primono alle persone caratteristiche inequivocabili, una preci-
sa fisionomia. Il violinista che suona in orchestra viene segnato
dallo strumento che per una vita stato il suo padrone. E con
l'et le tracce di questo vassallaggio si fanno sempre pi evi-
denti: nei suoi occhi c' una sorta di malinconia, nei suoi gesti
un atteggiamento di dedizione incondizionata. Nel violino di
fila non c' l'accanimento del solista che vuole piegare le note
alla propria volont; la musica per lui semplicemente mate-
ria: suoni di diversa altezza e durata da riprodurre con preci-
sione. Non arde pi in lui il sacro fuoco, ma resiste una pacata
remissione. Solo i pi giovani, agli inizi della carriera, quando
non hanno subito ancora deformazioni visibili, continuano per
qualche tempo a fare musica, senza adagiarsi sul violino come
su un guanciale, e per quanto lo sforzo sia a volte modesto e lo
spartito non contenga grandi cose, suonano come se l'esito del
concerto dipendesse unicamente dalle note del loro strumento.
Il violinista che avevo davanti, bench anziano, era rimasto
immune da certi segni caratteristici, anzi si comportava come
se il suo ruolo fosse stato da sempre quello del solista. Allo
stesso tempo, per, trattava il violino, e la musica stessa, con
insolenza, suonava con un'aria quasi sprezzante. Mi chiedevo
che cosa mai gli fosse accaduto nella vita per mettere il suo
strumento e la sua arte al soldo di un uditorio da taverna.
A un certo punto egli scese dalla pedana con il violino sotto

Canone Inverso 133/15


il braccio, bevve in tutta calma un altro bicchiere di vino, e poi,
picchiettando con le dita sulla cassa armonica dello strumento
lo fece rullare come un tamburo. E solo quando la sala si fu zit-
tita, con il piglio e la gravit di un imbonitore da circo che pre-
senti uno spettacolo senza precedenti, ci annunci che avrebbe
messo il proprio violino al servizio del miglior offerente. Chi
avesse pagato la giusta somma, una somma comunque trattabi-
le, avrebbe potuto ascoltare il pezzo desiderato, qualsiasi pez-
zo, anche il pi difficile. Dalla sala cominciarono a levarsi subi-
to alcune richieste che lui respinse con un gesto della mano,
come per dire: Troppo facile, ci vuole ben altro!. Andava fra i
tavoli e sembrava ogni tanto ammiccare al mio. Guardava me.
Ma non si avvicinava. Credetti di capire che mi teneva per ul-
timo come un boccone prelibato. E infatti, dopo un lungo girare
mi si ferm davanti. Aveva intuito non so come che ero un fo-
restiero (mi sarei accorto solo pi tardi che dalla tasca della
mia giacca spuntava il programma dei concerti bachiani), ed
esclam ad alta voce: Oh, ecco: qui abbiamo qualcuno che si
trova a Vienna per sentire della buona musica. Nella sala si
era fatto silenzio e il violinista sfrutt magistralmente questa
sospensione, ritardando con felice effetto la battuta finale.
Che cosa gradirebbe sentire il signore? disse infine.
Irritato da quella facile ironia, cercai di rispondergli a tono.
E a lei che cosa piacerebbe suonare?
Quel che il signore desidera.
Tutto ci che desidero?
Tutto!
A questo punto non ebbi pi esitazione.
Ascolterei volentieri la Ciaccona di Bach.
E con questo pensai di essermi messo al riparo da ogni altra
provocazione. Ma mi sbagliavo. L'uomo mi rest piantato da-
vanti con fare spavaldo. Alz il braccio per zittire il pubblico,
che osservava divertito la scena.
Udite, udite, disse ecco finalmente un intenditore. Qual-
cuno che sa veramente apprezzare la buona musica. Merita un

16/133 Paolo Maurensig


brindisi. Fece cenno alla cameriera la quale provvide a por-
targli un bicchiere, riuscendo a sottrarsi appena in tempo alle
sue manesche attenzioni. Accettai, seppure controvoglia, il suo
invito ad alzarmi in piedi per brindare con lui. Ingollato che
ebbe d'un fiato il suo vino, si lisci i baffi imperlati di goccioline
dorate, con il dorso della mano si stropicci il naso come se fiu-
tasse un affare, e dopo aver ruttato solennemente mi chiese: E
quanto sarebbe disposto a pagare per sentire questa Ciacco-
na!
Ora, la Ciaccona, come lei sa, un pezzo tanto bello quanto
difficile. E il suo gioco mi parve subito chiaro: qualsiasi prezzo
avessi proposto, lui avrebbe detto che era troppo poco, e con
quella o un'altra scusa sarebbe passato oltre. Non sono un gio-
catore, ma di fronte a un bluff non resisto a rilanciare. Cos feci
un'offerta che mi sembrava irrecusabile. Mille scellini. Le ba-
stano? Al confronto degli spiccioli che aveva raggranellato fi-
nora, mille scellini erano un bel colpo.
Mille scellini ripet l'uomo. Mille scellini! grid alla sala,
e il suo volto, da quella maschera ilare e buffonesca che era sta-
to finora, si rattrist all'improvviso, come per un'offesa terribi-
le alla quale non era in grado di reagire. Mi volt le spalle e si
allontan lentamente, nella sua sudicia camicia tesa tra le sca-
pole sporgenti e puntute. Avevo visto giusto, dunque! Scappa-
va. Avrei dovuto sentirmi soddisfatto. Eppure era una mano,
quella, che non avrei voluto vincere. Lo vidi andare a piccoli
passi, curvo, sempre pi curvo, poggiando la guancia sul suo
violino, come se ne auscultasse il cuore, tastandone al contem-
po l'esile polso, e in quel momento avrei voluto richiamarlo,
scusarmi per la mia insolenza.
Ma mentre procedeva adagio verso la pedana, gi nella sala
risuonarono i primi toccanti accordi della Ciaccona.

Spesso mi sono chiesto quanto impieghi l'ultima nota di un


brano musicale a spegnersi del tutto. Non solo fisicamente,

Canone Inverso 133/17


come vibrazione sonora, ma come vibrazione emotiva. Chi pu
dirlo?
Mi sembr che nessuno osasse applaudire, che quella musi-
ca ci avesse tolto ogni volont. Era stato un momento in cui il
mondo s'era arrestato sul suo asse, e non c'era da stupirsi se
ora stentava a rimettersi in moto. Certo che l'intervallo di
tempo che intercorse tra l'ultima nota della sua impeccabile
esecuzione e il primo battito di mani (il mio), che si moltiplic
subito in un applauso appassionato, mi sembr senza fine.
Ora per restava un conto da regolare. Gli avventori sbircia-
vano dalla mia parte per vedere la faccia che mi ritrovavo. Ma
quell'individuo, per il quale, non lo nego, provavo un sentimen-
to di ammirazione, sembr voler degustare con molta calma il
momento della rivincita. Si fece portare ancora del vino (ormai
i bicchieri che aveva bevuto nel corso della serata non si conta-
vano pi), si strofin i baffi nella manica della camicia e infine,
appoggiato il violino sul mantello dispiegato sopra una sedia, si
avvicin a me con il cappello in mano, come un questuante. Ora
tutti volevano vedere se davvero avrei onorato il mio debito.
Ma la banconota da mille scellini che depositai nel cappello era
ripiegata in modo che lui solo potesse vedere.
Molte grazie, signore disse, con un sorriso che era chia-
ramente di sfida. Sempre al suo servizio, signore sussurr
tra i denti, e reggendo il cappello sul palmo della mano, rizz il
dito medio in un gesto osceno, che io solo potei notare.

Svegliato da un insistito martello, mi ritrovai nella mia


stanza d'albergo. Aprii gli occhi e al pensiero di ci che era suc-
cesso la notte prima, al ricordo del volto beffardo di quell'uo-
mo, provai un bruciante senso di sconfitta. Per di pi mi doleva
la testa. E non c' niente di peggio dei postumi di una sbornia
complicati da frustrazione.
Mi chiedevo in che modo ero arrivato fin l. Avevo in mente
solo il gesto oltraggioso del violinista. Il resto si era come can-

18/133 Paolo Maurensig


cellato dalla memoria. Poi, a fatica, cominciai a ricordare.
Intascata la mia banconota, l'uomo mi aveva voltato le spalle
tornando verso il pubblico che lo reclamava a gran voce: Mae-
stro, suonaci ancora qualcosa di allegro!. Io ero rimasto fermo
al mio posto, con un sorriso indurito, come un osso tra i denti.
Osavo sperare che nessuno si fosse accorto di nulla. Ero stanco,
volevo andarmene, ma non sapevo decidermi. Andarsene a
quel punto era come abbandonare il campo. E figuriamoci poi
se quel tale mi avrebbe lasciato uscire cos, senza mettere a se-
gno qualche mordace battuta di commiato. Dovevo aspettare il
momento giusto. Cos ordinai ancora da bere. Per stavo esa-
gerando: io sono uno che il vino lo regge bene, ma sentivo or-
mai le gambe molli, non ero tanto sicuro che sarei riuscito a
camminare spedito. Avevo gi pagato il conto ed ero pronto al-
la manovra. L'uscita per fortuna non era lontana, dovevo solo
cogliere il momento in cui il mio amico fosse impegnato
quanto bastava per non accorgersi della mia fuga. E quando lo
vidi tutto preso nel Sogno di un valzer, mi alzai e mossi i primi
passi verso l'uscita, che non era molto distante. Ma andavo
piano, troppo piano, non riuscivo ad arrivare alla porta. Pro-
prio in quel momento udii lo spezzarsi di una nota, mi voltai e
vidi il violinista che si accasciava in mezzo ai tavolini con un
gran fracasso di sedie rovesciate e di bicchieri infranti. Nella
confusione che segu raggiunsi l'uscita e abbandonai il locale,
ma in strada le gambe mi reggevano sempre meno. Cominciai a
vagare zigzagando per il quartiere. Sebbene ancora affollati,
tutti i locali erano chiusi. Sembravano navi gi salpate, e io, ri-
tardatario, solo, abbandonato sul molo. Altro non ricordavo, se
non l'avvicinarsi dei fari di un'automobile, forse un taxi, con
delle persone a bordo che cantavano allegramente, le quali eb-
bero la bont di accogliermi nel loro coro e di portarmi all'al-
bergo.

E dovevo aver dormito parecchio. Non era l'alba, come ave-

Canone Inverso 133/19


vo creduto al primo risveglio. Era mezzogiorno passato, e quel
rumore, quella specie di martello lontano, altro non era che il
bussare di un'inserviente al piano, venuta per rifarmi la stanza.
Una zelante importuna che io, dando fiato alla mia voce arro-
chita, riuscii ad allontanare con la scusa che non mi sentivo
troppo bene.
Mi alzai dal letto solo a pomeriggio inoltrato. Ordinai del
caff forte e, dopo essermi crogiolato a lungo in un bagno cal-
do, mi convinsi di aver riacquistato un aspetto presentabile.
Uscii. L'aria e il magnetismo della folla mi rinvigorirono. Mi
sentivo completamente ristabilito. Anche l'appetito mi era tor-
nato, e cos mi fermai a un chiosco per mangiare un boccone.
Quella sera alla Brahmssaal era in programma la seconda
parte dei Concerti brandeburghesi. Fino al giorno prima avrei
detto che nulla al mondo era in grado di farmi rinunciare a
quella serata. Dopo tutto, mi trovavo a Vienna proprio per
quello.
E in effetti, sebbene fosse ancora presto, fermai un taxi, mi
sedetti comodo ma, invece di Brahmssaal, mi sentii dire Grin-
zing. Sentivo che in quel luogo avevo un conto in sospeso, qual-
cosa che era necessario e urgente concludere quella sera stes-
sa. In fondo era ancora presto, c'era tempo anche per il concer-
to. Ma prima dovevo rivedere quel bizzarro personaggio, o al-
meno scoprire qualcosa sul suo conto. Un uomo come quello
non poteva passare inosservato: avrei trovato sicuramente
qualcuno in grado di dirmi chi era. Arrivato a destinazione,
congedai il tassista e mi incamminai in cerca dell'osteria dove
l'avevo incontrato. Alle sette di sera di quella giornata di fine
agosto il sole non era ancora tramontato, e alla luce diurna il
quartiere appariva ancora spento e vuoto. Gli Heurigen avreb-
bero cominciato ad affollarsi solo verso le dieci.
Ben presto arrivai all'insegna che conoscevo. Entrai, ma il
luogo non mi sembr lo stesso. Cercai quello che la sera prima
era stato il mio punto di osservazione, ma ora i tavoli e le sedie
erano disposti in maniera del tutto diversa. Sulla pedana di le-

20/133 Paolo Maurensig


gno, spostata anch'essa in un angolo, un solitario suonatore di
chitarra acustica stava sistemando gli amplificatori e provando
qualche pezzo del suo repertorio a beneficio di un'unica fami-
gliola di turisti.
Venne una cameriera. Mi sembr di riconoscere in lei la ra-
gazza che mi aveva servito la sera prima e le chiesi notizie del
violinista. Mi guard sorpresa: non conosceva nessun violini-
sta. Spieg che musicisti ambulanti ne passavano in continua-
zione. Non erano le osterie a ingaggiarli, semplicemente veniva
loro concesso uno spazio dove poter suonare, purch non des-
sero noia ai clienti. E succedeva raramente di vederli tornare
nello stesso locale pi sere di seguito. A volte tornavano dopo
mesi, altre volte scomparivano per sempre. Quali itinerari se-
guissero poi, lei non poteva saperlo, e forse non lo sapeva nes-
suno.
Mi provai a insistere. Era impossibile, dissi, che non si ricor-
dasse di quell'uomo, visto che la sera prima lei stessa gli aveva
servito ripetutamente da bere.
A queste parole la ragazza spalanc gli occhi: Ieri sera? Ah,
ma ieri sera ero di riposo disse. Quella che ha visto mia so-
rella. Per lei non torna prima di domani. Ma aspetti che vado a
chiedere di l. Torn dopo pochi minuti con il proprietario, al
quale dovetti rispiegare tutto da capo. Anche lui disse di non
conoscere nessuno strano o bizzarro violinista, ce n'erano tanti
la sera in giro per i locali che non si poteva tenerne il conto.
Andavano, venivano, disse come se parlasse di treni. E chi po-
teva ricordarsi di tutti?
Gli feci notare che almeno del violinista della sera prima do-
veva ricordarsi, dal momento che era caduto a terra, creando
un certo trambusto. A queste parole il proprietario sorrise e
con freddo umorismo obiett che a Grinzing non ci si preoccu-
pava troppo se qualcuno a una certa ora della notte non si reg-
geva pi sulle gambe.
Uscii per niente convinto. Mi affacciai in qualche altro locale,
feci le stesse domande, ma ebbi dappertutto le stesse evasive

Canone Inverso 133/21


risposte. Cominciavo a credere che mi scambiassero per un
ispettore del lavoro.
Lasciai Grinzing con addosso una certa irritazione, e in taxi
raggiunsi la Brahmssaal. Sapevo che ormai era troppo tardi,
ma volevo dimostrare a me stesso che avevo rispettato il pro-
gramma. Arrivai a concerto iniziato. Entrai dopo l'intervallo e
ascoltai, o almeno cos mi parve, la seconda parte del concerto.
Poi, all'uscita, presi un altro taxi e mi feci portare sulla Krt-
nerstrasse, e da l mi avviai a piedi verso la cattedrale di Santo
Stefano.
Per un po' mi lasciai trascinare dalla folla. A ogni angolo di
strada, a ogni spiazzo incontravo dei suonatori, per lo pi gio-
vani, che si esibivano al loro strumento, confidando nella gene-
rosit dei passanti. Ma, come appeso a un filo sopra il frastuo-
no della citt, udivo sempre le note di un violino, di quel violi-
no, che a volte s'allontanavano, poi tacevano del tutto, poi si
riaccendevano pi distanti, quasi volessero sfuggirmi e al tem-
po stesso guidarmi.
Quel suono, lo sapevo bene, non esisteva che nella mia fan-
tasia eccitata, eppure l'inganno era perfetto. Persino il vento,
che si era levato improvvisamente, confondeva i miei sensi con
il suo sussurro, facendomi udire vicinissime quelle note che
per un momento credevo svanite, per tramutarle poi nel ci-
golo di un'imposta o nel tinnire di qualche insegna di latta.
Ammaliato da quella musica immaginaria, mi staccai a un
certo punto dal flusso della folla e presi a camminare in dire-
zione del canale del Danubio. Dopo essere passato per strade
buie e attraverso piazze e giardini, sedetti esausto a uno dei ta-
voli disposti nel cortile di una trattoria. Gli avventori, visto il
cielo nuvoloso e il vento che si era levato, erano riparati tutti
all'interno. La cameriera mi invit a fare altrettanto, ma io pre-
ferii rimanere all'aperto. Pochi minuti dopo, alcune gocce di
pioggia esplosero nel boccale di birra e si allargarono sulla to-
vaglia a quadretti rossi. Ma il tanto temuto acquazzone non ar-
riv. Nessuno per torn all'aperto. Cos restai solo nel cortile

22/133 Paolo Maurensig


deserto. Ormai ero troppo stanco per rimettermi a camminare.
Mi sarei goduto per un po' l'aria che si era rinfrescata.
Avevo gi finito la mia birra e meditavo di ordinarne un'al-
tra, quando udii dei passi alle mie spalle. Passi che a un certo
punto si arrestarono. Aspettai che la persona dietro di me ri-
prendesse il cammino e superandomi si dirigesse verso l'in-
gresso della trattoria. Ma nessuno si muoveva. Girai un po' la
testa e vidi con la coda dell'occhio una sagoma immobile a po-
chi metri da me. E in quella udii una voce che conoscevo molto
bene:
Cos questa sera abbiamo rinunciato alla buona musica per
il solito folklore locale?
Mi volto di scatto e me lo ritrovo dinanzi col suo mantello
scuro, la bombetta calcata in testa e il violino a tracolla. Credo
che neppure di fronte all'apparizione del demonio avrei prova-
to una tale sorpresa.
L'uomo ridacchi. Posso sedermi? E senza neppure aspet-
tare un mio cenno pos sul tavolo la sua custodia di cartone le-
gata con due giri di spago, si butt dietro le spalle il mantello di
cerata e mi si piazz di fronte, invitando la cameriera che in
quel momento era apparsa sulla porta. Ordin da bere grappa
e birra. Anche il mio boccale vuoto fu sostituito con uno tra-
boccante di schiuma fresca.
Grande era la mia sorpresa. Seppure inquietante, quella
coincidenza mi sembrava straordinaria. Due persone che in
una citt di tre milioni di abitanti s'incontrano in un posto fuori
mano, dove nessuna delle due, a ragione, avrebbe dovuto tro-
varsi, sovvertiva ogni sano principio di casualit. Chiss attra-
verso quali vie siderali era giunta fino alla mia mente quella
musica immaginaria.
Nel togliersi il cappello per posarlo sul tavolo, una monetina
fuoriusc dalla tesa e rotol sulla tovaglia.
Pensavo di entrare proprio qui disse l'uomo per ripa-
rarmi dalla pioggia. E forse anche per guadagnarmi qualche
spicciolo. Ma oggi il mio amico non vuol sentir ragione.

Canone Inverso 133/23


Cos dicendo, sleg la custodia e ne sfil il violino. Da come
lo rimirava doveva esserne molto orgoglioso. Mi ero accorto
gi la sera prima che si trattava di uno strumento interessante.
Avevo pensato subito a uno Stainer o comunque, a un violino
tirolese. Mi aveva colpito la testina che sostituiva il tradiziona-
le riccio. E ora potevo vederlo da vicino quel volto crudele e
minaccioso. Notai subito una certa rassomiglianza con l'uomo
che mi stava davanti, come se questi avesse voluto, nel tempo,
assumerne le fattezze. In che modo uno strumento del genere
fosse finito nelle mani di un vagabondo era un mistero. Che mi
sarebbe piaciuto scoprire.
Egli guard a lungo e con una sorta di tenerezza il suo violi-
no, infine lo ripose nella custodia legandola con cura.
Del resto continu oggi posso permettermi una vacan-
za. Con un gesto da prestigiatore fece apparire tra le dita la
banconota da mille scellini. E posso anche permettermi di of-
frirle da bere aggiunse, mentre con un cenno ordinava un al-
tro giro.
Una vacanza pi che meritata osservai compiacente. Non
c'era pi in me alcun risentimento. Il volto del violinista non
era quello che ricordavo. Lontano dalla scena e privo della ma-
schera buffonesca, restava un uomo solo, vulnerabile, oppresso
dagli anni.
Ci vuole un grande talento per eseguire quel brano ag-
giunsi. L'uomo rest in silenzio, come se riflettesse sulle mie
ultime parole. Poi mi corresse:
Per eseguire quel pezzo ci vuole una grande tecnica. E la
tecnica a volte la contraffazione del talento. Oh, la differenza
minima, impercettibile per chi ascolta. Ma non per chi suona.
Con questo non voglio dire che il talento debba esimersi dallo
sforzo. Sarebbe impossibile. Per raggiungere la perfezione so-
no necessari tecnica, esercizio e dedizione.
E dopo un silenzio, indovinando quasi i miei pensieri, conti-
nu: Perch mai, lei si sar chiesto, un uomo che padroneggia
con tanta maestria il violino ha finito per fare il suonatore am-

24/133 Paolo Maurensig


bulante in bettole e osterie? Curiosit legittima. E la risposta
semplice: per ambizione. Per il travolgente, rovinoso desiderio
di raggiungere la perfezione. Ma che cos' la perfezione? il
punto di fuga di una strada senza fine, il miraggio che si spo-
sta davanti a noi, l'ultimo piolo di una scala circolare.
La perfezione, vede, ha a che fare con l'infinito, ma l'infinito
non solo l'infinitamente grande. C' anche l'infinitamente
piccolo. La perfezione pu richiamare l'idea di movimento, ma
anche l'idea di rallentamento. La ricerca della perfezione pro-
cede con un ritmo che rallenta all'infinito. una progressione
continua che tuttavia si riduce a mano a mano che si avvicina
alla meta.
Da bambino, ricordo, acquistai presso un rigattiere una bi-
glia di vetro per cinque centesimi, ma mi accorsi subito dopo
che quella stessa biglia altri la vendevano per soli quattro cen-
tesimi. Allora tornai di corsa dal rigattiere che me l'aveva ven-
duta esigendo la restituzione del centesimo che avevo pagato
di troppo, ma questi non volle sentire ragione: era suo diritto
stabilire il prezzo della merce che vendeva. Me ne andai piutto-
sto arrabbiato con lui, e anche con me stesso che mi ero lascia-
to gabbare. Tornando a casa pensavo a come avrei potuto ripa-
rare al danno provocato dalla mia scelta precipitosa. E mi ven-
ne in mente che se avessi comprato un'altra biglia identica al
prezzo di quattro centesimi, la mia perdita si sarebbe dimezza-
ta, e comprandone ancora una, si sarebbe ridotta a un terzo, e
ancora a un quarto, e cos via. Ma se anche avessi continuato a
comprare per tutta l'eternit un numero infinito di biglie, la
mia perdita avrebbe seguitato a frazionarsi, senza per mai
estinguersi del tutto. Eppure, la meta, in questo caso, era appa-
rentemente raggiungibile, la strada da percorrere ingannevol-
mente breve.
Non le pare dissi di essere un po' estremista? In fondo si
tratta solo di suonare bene uno strumento.
Da come mi fiss, capii che l'uomo sopportava malvolentieri
di essere contraddetto. Lei forse un musicista per poter as-

Canone Inverso 133/25


serire questo con tanta sicurezza? Suona uno strumento?
Solo per puro diletto personale. In realt sono uno scritto-
re.
Ah fece l'uomo, e per un momento sembr che tutta la sua
attenzione si fosse concentrata su di me. Uno scrittore? E che
cosa scrive?
Semplicemente delle storie.
E scommetto che avr scritto chiss quante storie sulla
musica.
Era una domanda che mi ero sentito fare molte volte.
Mi sarebbe piaciuto risposi con una sorta di tremito nella
voce, come se provassi il bisogno di giustificarmi per un'im-
perdonabile omissione. Purtroppo sembra proprio che la mu-
sica non riesca a ispirarmi una storia. Non riesco a calarla nelle
vicende umane, ecco tutto, come potrei fare per l'amore, il de-
naro, il potere. Infine, per salvarmi da una situazione che
m'imbarazzava, esclamai: Ma la musica non forse un supe-
ramento di tutto questo?.
Un superamento? L'uomo mi guardava sbalordito.
S, dissi io, cercando di metterci tutta la mia convinzione
un superamento.
Un superamento... A giudicare dal tono amaro con cui l'a-
veva ripetuta, quella parola evocava in lui qualcosa di spiace-
vole. Lei parla da ascoltatore, non da esecutore. Sicuramente
quello strumento che lei suona per diletto
Un violoncello mi affrettai a precisare.
Sicuramente il violoncello che lei suona per puro diletto
personale le stato imposto da un padre e da una madre ambi-
ziosi o a loro volta dilettanti di musica. Lei ha un'et, mi sem-
bra, per cui lecito supporre che durante la sua infanzia fosse
ancora diffusa la non disprezzabile abitudine di fare della
Hausmusik.
vero.
E naturalmente le ore passate a cavar note dal suo violon-
cello sono state un tormento. A far musica, da bambino, lei

26/133 Paolo Maurensig


stato costretto. Non poteva ribellarsi. Ma, a pensarci oggi, lei
sente di dovere riconoscenza a suo padre e a sua madre per
averle imposto, anche contro la sua volont, di studiare. La
musica ora fa parte del suo patrimonio culturale. Pu apprez-
zarla, parlarne con competenza, e anche eseguirla, se vuole.
Non cos?
Dovetti ammetterlo.
Ed qui che sbaglia.
Non capisco.
La musica non questo! protest il violinista. E i musici-
sti sono la stirpe di Caino. Poi, quasi pentitosi per il modo
brusco in cui mi aveva investito, tacque a lungo, scuotendo il
capo di fronte alla mia incapacit di intendere, e sprofondando
in se stesso, quasi a voler raccogliere idee e parole. Teneva gli
occhi socchiusi nello sforzo di ricordare qualcosa, e il volto,
abbassata la guardia, restava esposto in tutta la sua devasta-
zione. Infine torn a rivolgermi quel suo sguardo acceso da
ubriaco o da folle.
Lei uno scrittore e forse conoscer quella favola popolare
ungherese in cui si racconta di un violinista il quale suona con
tanta passione che un giorno l'anima l'abbandona per riversar-
si nel suo violino. Da quel giorno lui non pu pi separarsi dal
suo strumento, costretto a suonarlo fino allo stremo delle
forze, perch solo quando suona sente di essere vivo... L'uomo
s'interruppe come colto dal dubbio di aver scelto una metafora
inadeguata per il concetto che voleva esprimere. Tent quindi
un altro approccio: Lei non si mai preoccupato di certe sue
funzioni corporali, come il respiro, la digestione, le pulsazioni
cardiache. Polmoni, cuore, intestino, infatti lavorano per lei, a
prescindere dalla sua volont o coscienza, e lei se ne accorge
solo quando qualcosa in quegli organi non funziona.
Ma poniamo il caso che all'improvviso, per mantenersi in
vita, lei fosse costretto a regolarli coscientemente, con la sua
volont. Immagini di dover far muovere a comando cuore,
polmoni, di dover regolare la pressione sanguigna, il ricambio

Canone Inverso 133/27


delle cellule, l'eliminazione dei mille veleni che ingerisce tutti i
giorni. E di doverlo fare sempre con la consapevolezza che uno
sbaglio, o una semplice dimenticanza, le risulterebbe fatale.
Pu immaginarselo tutto questo?
Certo, potevo immaginarlo. Ma non riuscivo a capire dove
volesse arrivare.
Provi a immaginare di essere obbligato a vincere attimo
per attimo la morte con uno sforzo costante, con un'attenzione
che la tenga sveglio notte e giorno. Uno sforzo, tuttavia, che
non debba toccare tutto il resto, la vita quotidiana, intendo, con
i suoi sentimenti, i suoi doveri, i soliti riti del vivere in societ.
Agli occhi degli altri non dovrebbe trapelare neppure l'ombra
di un affanno, tutto dovrebbe svolgersi con la maggior levit
possibile, con la pi grande naturalezza, senza far intravedere
a nessuno la sua estrema concentrazione.
Ecco, cerchi ora di dare sostanza all'idea convenzionale che
ha della musica, di darle ossa e nervi, sangue e sperma, la im-
prigioni in un corpo, in un cervello, immagini la musica fatta
persona, che per non morire debba concentrarsi senza tregua
sul suono del proprio violino, sul movimento di un archetto
che rimbalza e strofina le corde, cavandone accordi, melodia,
ritmo. Immagini sia questa l'unica possibilit di sopravvivenza,
perch nel silenzio ogni vita si dissolverebbe.
Meglio morire, allora esclamai, sconcertato. Che cosa po-
trebbe attrarci ancora a una simile esistenza?
L'uomo ghign compiaciuto, come se si fosse aspettato que-
sta mia reazione. Ma ovvio disse. La musica! Il nostro
stesso tormento sarebbe anche l'unica ragione di vita.
Non seppi che cosa rispondere. Mi rendevo conto che
quell'uomo, nell'impeto del suo discorso, mi suggestionava, mi
stava trascinando con s, non sapevo dove.
Per aiutarla a comprendere che cos' la musica e a che cosa
pu portare questa tremenda passione dovrei raccontarle dal
principio la storia di quel violinista che aveva l'anima impri-
gionata nel violino. Ma c' un'altra storia che non ho mai rac-

28/133 Paolo Maurensig


contato a nessuno. Non mi resta molto tempo, credo, ma prima
di tornarmene da dove sono venuto vorrei raccontarla proprio
a lei. E chiss che un giorno lei non possa scriverla per me.
Alla cameriera, apparsa in quel momento sulla porta, il vio-
linista ordin ancora un giro. Eravamo sempre soli, seduti a un
tavolo all'aperto, sotto una pianta di glicine. Dall'interno giun-
gevano ancora voci e risate. Nell'aria, a tratti, si respirava l'u-
midit pungente del fiume, che portava un vago odore dolcia-
stro di erba macera. Per la strada un unico passante fischiava
invano per richiamare il suo cane perdutosi tra le aiuole di un
giardinetto pubblico. Il profilo dei palazzi, traforati da rare fi-
nestre ancora illuminate, si addentellava su un cielo in cui le
ultime nubi si ritiravano come la retroguardia di un esercito in
rotta. E io ero uno scrittore in cerca di una storia.

Canone Inverso 133/29


L'uomo esord in maniera singolare:
Quello che sto per raccontarle qui a Vienna, oggi, il 28 ago-
sto 1985, corrisponde a sacrosanta verit.
Mi chiamo Jen Varga e sono originario di Nagyret, un paese
dell'Ungheria ai confini con la Slovenia e l'Austria. Sono figlio
naturale, tanto per intenderci. Non ho mai saputo il nome di
mio padre, seppure qualche sospetto infine l'abbia anche avu-
to. Mia madre, quando incominciai a farle le prime imbarazzan-
ti domande, mi disse che mio padre era disperso in guerra. Ma
lei conservava sempre la speranza di vederlo tornare, un gior-
no. Mi parlava spesso di lui. Non cercava di evitare l'argomen-
to, anzi voleva in tutti i modi che prendessi coscienza della mia
condizione, mi descriveva mio padre - allora avr avuto s e no
quattro anni - come un eroe valoroso, con una bella uniforme,
in groppa a un cavallo. Cos, da bambino sedevo per ore e ore
sui gradini di casa guardando la strada, e m'immaginavo di ve-
derlo arrivare con il colbacco ben calzato sulla fronte, la man-
tellina sulla spalla, in arcione a un baio nervoso che con gli zoc-
coli faceva sprizzare scintille dal selciato. Ci avevo pensato tan-
to che a volte, di notte, mi bastava sentire un lontano scalpiccio
di zoccoli sulla strada per svegliarmi e correre alla finestra. Co-
s, quando qualcuno mi chiedeva dove fosse mio padre, non ri-
spondevo, come tanti miei coetanei, che era morto in guerra
(in realt, a quel tempo non avevo le idee chiare sulla morte),
ma che sarebbe tornato e che tutti l'avrebbero visto arrivare al

30/133 Paolo Maurensig


galoppo e con la sciabola sguainata. Lo dicevo con tanta con-
vinzione che i miei compagni di gioco avevano finito per cre-
dermi.
Mia madre custodiva solo due oggetti che erano appartenuti
a mio padre: un medaglione d'oro, che lei portava sempre al
collo, e questo violino al quale si legato il destino della mia vi-
ta. Allora era chiuso a chiave in una custodia di legno. Ricordo
che quando mia madre me lo fece vedere per la prima volta,
non osai neppure toccarlo. Gi allora, infatti, gli strumenti mu-
sicali esercitavano su di me un'attrazione irresistibile, e so-
prattutto il violino, per il quale avevo sempre provato uno
strano sentimento di amore e timore. Naturalmente restai mol-
to impressionato dal volto scolpito sul cavigliere, che mi sem-
brava vivo e sul punto di parlare, e mi sentii tranquillizzato so-
lo quando mia madre rimise lo strumento nella custodia, chiu-
dendolo a chiave e riponendolo sopra un armadio nella camera
da letto. Per qualche tempo quella presenza turb i miei sonni,
soprattutto quando mia madre mi mandava a letto da solo. Ma
in seguito, dopo aver scoperto dov'era nascosta la chiave di
quel bauletto, la curiosit mi spinse pi volte a vincere la paura
e a sollevare il coperchio. Uno strano brivido mi percorreva da
capo a piedi quando, con la stessa cautela che avrei usato
nell'accarezzare una tigre addormentata, passavo la mano su
quelle corde tese. Del resto, mi ero fatto l'idea che i violini fos-
sero delle creature viventi che, solo a sfregarle con una bac-
chetta di legno, si risvegliavano cominciando a cantare.
Nel mio villaggio non c'erano molte occasioni d'incontrare
dei violinisti. Succedeva solo ai matrimoni e alle feste paesane.
E sempre, a quel suono, io restavo come stregato. Ricordo che
alla fiera annuale del paese s'era fermata una volta una caro-
vana di tzigani, mercanti di cavalli e calderai. Una mattina, gi-
rellando con mia madre per le bancarelle, sentii poco lontano
la musica degli tzigani e mi allontanai. Quasi senza volerlo sta-
vo andando in direzione del loro accampamento. Non so per
quanto tempo restai l, acquattato, ad ascoltarli, finch uno dei

Canone Inverso 133/31


violinisti, messo sull'avviso dall'abbaiare di un cane, non si ac-
corse della mia presenza e cominci a venirmi incontro senza
mai smettere di suonare, guardandomi fisso, come per incan-
tarmi. Sapevo bene ci che si diceva sugli zingari, che rapivano
i bambini per venderli come schiavi, o per avviarli, dopo averli
mutilati, all'accattonaggio. Eppure, bench all'avvicinarsi di
quell'uomo le mie gambe volessero fuggire, non mi riusciva di
muovermi, il fascino della sua musica era pi forte della mia
paura. Non so proprio come sarebbe finita se mia madre non
fosse sopraggiunta all'ultimo momento.

I miei nonni erano morti di febbre spagnola quando non


avevo che pochi mesi, e mia madre, rimasta sola e senza alcun
sostegno, aveva dovuto adattarsi a fare i pi umili servizi. Per
ultimo aveva trovato lavoro in uno scannatoio dove, assieme
ad altre donne, macinava la carne e confezionava salsicce e sa-
lami. Ma era ancora giovane e bella. E presto il padrone dell'a-
zienda, un uomo massiccio e molto pi anziano di lei, se ne in-
namor. La sollev da quel lavoro ingrato e la promosse a eti-
chettatrice e imballatrice, e quando lei cominci a tenere anche
i conti, a sbrigare la corrispondenza e a occuparsi dei clienti,
divenne la sua fidata e insostituibile collaboratrice. Ben presto
quell'uomo cominci a frequentarla e a venire per casa. Porta-
va fiori e altri regali, e alla fine la chiese in moglie.
Mia madre, pensando forse al mio futuro, accett. Abbando-
nammo cos la nostra casa per andare a vivere nella fattoria del
mio patrigno. Eravamo circondati da porcilaie sparse in una di-
stesa di fango dalla quale certi giorni esalava un odore insop-
portabile che s'insinuava fino in casa, impregnando ogni cosa.
Il mio patrigno, poi, non si levava quasi mai di dosso il grem-
biule macchiato di fango e di sangue. E io mi ritrovai come pa-
dre, al posto di un valoroso cavalleggero, un norcino arricchito,
un uomo che tuttavia ho rispettato anche se non sono mai riu-
scito a provare per lui dell'affetto, bench fosse di indole bona-

32/133 Paolo Maurensig


ria e gioviale, e non ci lasciasse mai mancare nulla.
Nel dopoguerra l'azienda divent sempre pi prospera, e il
mio patrigno, dismesso il grembiule lercio e indossato un abito
scuro con tanto di catena d'oro, si trov a dover spesso intra-
prendere lunghi viaggi e a stare lontano da casa per settimane.
Fu proprio al ritorno da uno di quei viaggi d'affari che mi
port in regalo un violino. In realt era stata mia madre a
commissionarglielo, ma io gliene fui grato ugualmente. Era un
violino in miniatura, un quarto di violino, poich avevo solo
sette anni. E quando lo imbracciai per la prima volta, solleti-
candone le corde con l'archetto, sentii come se una mano si so-
vrapponesse alla mia, per guidarla. Quasi senza accorgermene
accennai le note di una canzone che era solita cantare mia ma-
dre. Solo poche note, che per mi riempirono di una felicit
mai provata. Mia madre si commosse, forse perch in quel
momento stava ripensando al passato. E il mio patrigno, fiero
di s e del suo regalo, mi pronostic scherzosamente un grande
avvenire.

Se ci fosse stato il mio padre vero, avrei trovato in lui, ne so-


no certo, il miglior maestro. Il mio patrigno purtroppo si occu-
pava di salumi, e non certo di musica. Cos, per qualche anno,
suonai il violino come per gioco. Senza che nessuno me l'inse-
gnasse, imparai ad accordarlo, e gi riuscivo a eseguire tutte le
canzoni che conoscevo, con tanto di variazioni e diminuzioni.
Se qualcuno accennava con la voce a un motivo nuovo, ero in
grado di riprodurlo immediatamente. Ed ero anche capace di
improvvisare melodie di mia invenzione. Non sapevo per leg-
gere le note, e ignoravo assolutamente che cosa fosse la teoria
musicale, se si esclude quel poco che stavo apprendendo a
scuola durante l'ora di canto.
Un giorno il mio maestro elementare, che aveva avuto modo
di sentirmi, venne a parlare con mia madre, e le disse che sa-
rebbe stato un peccato non favorire questo mio talento. Certo,

Canone Inverso 133/33


nel villaggio non c'era una scuola di musica, ma lui conosceva
una persona che avrebbe potuto seguirmi, almeno per i primi
tempi, un violinista che per molti anni aveva suonato nell'Or-
chestra di Stato di Budapest. Se mia madre era d'accordo, lui
stesso sarebbe andato a parlargliene. Mia madre disse di s, alla
sola condizione che non trascurassi gli studi. E io mi impegnai
solennemente. Ero eccitato e impaziente, mi entusiasmava il
pensiero di poter imparare qualcosa di nuovo sullo strumento
che adoravo. E non mi spaventava il fatto che il mio insegnante
abitasse piuttosto distante dal paese, una ventina di chilometri
che avrei dovuto percorrere a piedi una volta la settimana. Per
quella strada vedevo andare tanti carri agricoli: qualcuno mi
avrebbe dato un passaggio.
L'uomo che avrebbe dovuto insegnarmi l'arte del violino era
piuttosto anziano e di carattere burbero. Viveva da solo in una
casa lasciata al disordine. L'unico violino che si vedeva in giro
era appeso alla parete con un filo di ferro. Dalla polvere che si
era accumulata sul ponticello, si poteva supporre che nessuno
lo aveva toccato da lungo tempo.
La mia prima audizione fu la cosa pi umiliante della mia vi-
ta. Ero convinto che avrei stupito il professore con la mia bra-
vura e invece, questi, dopo poche note, mi interruppe. Si avvi-
cin con aria scandalizzata, mi strapp il violino di mano e co-
minci a piegarmi la testa, a drizzarmi la schiena, e a sollevar-
mi il gomito, fino a farmi male. Sembrava volesse infilarmi a vi-
va forza in un abito troppo stretto. E solo dopo avermi model-
lato in una posa che a me sembrava grottesca, mi restitu il
violino, raccomandandomi, con fare minaccioso, di non muo-
vermi da quella posizione. Potevo anche non suonare, se tro-
vavo difficolt a farlo, ma guai se azzardavo a spostarmi di un
solo millimetro! Da quel giorno, e per tutti i giorni che vennero,
nel corso dell'ora di lezione egli fece di tutto fuorch ascoltare
la mia musica. Anzi, di solito non si preoccupava neppure di
controllarmi; mi voltava le spalle, intento a scrivere o a leggere,
oppure guardava dalla finestra, tutto assorto nei suoi pensieri.

34/133 Paolo Maurensig


A volte avevo l'impressione che, se avessi smesso di suonare,
uscendomene in punta di piedi, neppure se ne sarebbe accorto.
Ma in realt mi seguiva come se avesse gli occhi sulla nuca, e di
tanto in tanto mi esortava a tenere pi alto il gomito o a drizza-
re la schiena, cogliendomi, devo dire, puntualmente in fallo.
Sembrava preoccupato solo di farmi crescere in funzione dello
strumento. Mi trattava come quelle piante da giardino che, po-
tate a dovere e legate a un palo, devono svilupparsi nel tempo
in forma leggiadra ma innaturale. Il violino era un innesto che
doveva radicarsi in me, e io dovevo fondermi con lui, sentire le
mie vene e i miei nervi diramarsi nel suo duro legno. Per un
anno andai a lezione una volta la settimana e mai si parl di
musica, ma solo del modo in cui adattare il corpo alla musica.
Ha mai riflettuto su quanto sia innaturale la posizione del
violinista? Immagini di togliergli lo strumento dalle mani, men-
tre sta suonando, e lo guardi: quegli arti irrigiditi, quegli occhi
semichiusi, quella pronazione dell'avambraccio sinistro e la te-
sta riversa da un lato non le ricordano la deposizione dalla
Croce?
Ma torniamo a noi. Gli affari del mio patrigno andavano sem-
pre meglio, e dopo qualche anno ci trasferimmo a Budapest
dove cominciai a frequentare corsi regolari. Cambiai molti in-
segnanti, passai dalla scuola ungherese a quella tedesca, e poi a
quella franco-belga, studiai i centomila colpi d'arco di evik, e
capii ben presto che la tecnica fondamentalmente un'opinio-
ne, che ogni insegnante cerca di oscurare gli sforzi fatti dal suo
predecessore, e che nel caso di un vero talento qual ero io, il
conflitto tra la mediocrit e il genio si fa ancora pi accanito.
Il passare degli anni si cont sulle misure del mio violino
che cresceva assieme alla mia mano. A dodici anni (ai sei ottavi
dello strumento) frequentavo il quinto anno di conservatorio,
ma in realt c'erano ormai ben poche cose che i professori po-
tessero insegnarmi sulla musica, e allora puntavano sulla tec-
nica, perch sulla tecnica si possono scrivere interi volumi,
mentre sull'espressione si pu dire poco o nulla. Che cosa si

Canone Inverso 133/35


pu dire, infatti, di quell'ineffabile stato che scaturisce dall'u-
nione tra sforzo fisico e dolore estatico, quando a esprimersi
attraverso l'uomo la musica stessa, che scende sul suo capo
come lingue di fuoco e ne invade il corpo, lo possiede, lo rende
puro mezzo, morto a se stesso, impigliato come un monile nelle
vesti roteanti della divinit? Chi mai poteva penetrare e svelare
questo segreto? Chi mai, tra quanti conoscevo, poteva solo so-
spettarne l'esistenza? E allora i professori si rifugiavano nella
tecnica, perch la tecnica si pu vedere e toccare, fatta di
nervi e muscoli, di essa si pu dissertare e discutere senza fine.
Ma solo frequentando il Collegium Musicum, considerata allora
la pi importante scuola d'Europa, avrei scoperto che con la
tecnica si pu anche umiliare e torturare.

La musica a quel tempo era la mia fede. Ma anche la fede pi


incrollabile a volte viene scossa dal dubbio. Una delle mie pau-
re ricorrenti, oltre a quella che il mio violino potesse rompersi,
era che io stesso potessi infortunarmi gravemente, al punto di
non poter pi usare le mani. Per questo non mi azzardavo a
partecipare ai giochi propri della mia et, e venivo considerato
dai miei compagni di scuola uno snob. Ma per quanto curassi e
proteggessi le mani, evitando ogni divertimento rischioso, nul-
la mi assicurava che ad ammalarsi non fosse il cervello. E nel
cervello c'era tutto ci che avevo imparato. E poi, a queste mie
terrestri paure si aggiungeva il dubbio metafisico, teologico.
Alla mia morte, nell'aldil, avrei potuto ancora suonare? Se tut-
to, dopo la morte, si riduceva a puro spirito, di che materia sa-
rebbe stato il mio violino? E in un luogo di perfezione, come il
paradiso, l'esecuzione perfetta non sarebbe stata la regola?
Dove poteva essere ancora apprezzata la mia musica, all'infer-
no forse? E per non abbandonare il mio violino avrei dovuto
dannarmi l'anima?
Ma l'inquietudine pi assurda, che mi coglieva di notte, e mi
provocava ore e ore di insonnia, era la constatazione che la

36/133 Paolo Maurensig


musica esisteva solo nel momento in cui ero io a produrla, e
che mi abbandonava tutte le volte che sollevavo l'archetto,
senza darmi la certezza di tornare. Dovevo alzarmi dal letto e
andare a pizzicare le corde del violino per assicurarmi che vi-
brassero ancora, che la musica fosse ancora l, presente, seppu-
re assopita, e che si sarebbe risvegliata quando volevo. Ma poi
mi chiedevo: una volta tornata, la musica sarebbe rimasta
sempre la stessa? Quante volte il mio stato d'animo, il mio
umore l'avevano influenzata al punto di non poterla pi rico-
noscere. Quante volte quelle corde, che solo poche ore prima
sembravano fatte d'aria o di una materia ancora pi sottile, di-
ventavano sorde budella, grezzo spago, quante volte il mio ar-
chetto, invece di volare, si appesantiva fino a torcermi il polso
come una sbarra di piombo, e la voce del mio violino si faceva
sgraziata, stridula, volgare, una voce che non riconoscevo. La
conclusione di tutti questi ossessivi pensieri era che la musica
esigeva la pi assoluta fedelt, pena l'abbandono irrevocabile,
la condanna a una solitudine senza speranza. Ma tutte le paure,
le angosce sparivano nel momento in cui iniziavo a suonare. E
cos il solo rimedio era quello di prolungare quanto pi possi-
bile i miei esercizi, di suonare sempre da capo a fine tutto il
mio repertorio, che diventava sempre pi ricco, e di ricomin-
ciare e ricominciare ancora. Ma questo mi port in breve tem-
po al limite della resistenza.
Quando me lo dissero, stentai a crederci. Non potevo con-
vincermi che la musica arrivasse a compromettere la mia salu-
te. Addirittura non riuscivo ad accettare che la salute fosse tan-
to importante da richiedere la sospensione dei miei studi e la
separazione dal mio strumento. Ma il medico, dopo avermi ri-
scontrato una certa debolezza ai polmoni, era stato categorico:
riposo assoluto, e aria pura. E per un po' niente violino.
Cos il mio patrigno quell'estate ci condusse, con la sua nuo-
va automobile, una Packard splendente di cromo e squillante
di trombe, in un albergo sul lago Balaton, dove avrei trascorso
con mia madre la pi triste delle villeggiature. Insediato in un

Canone Inverso 133/37


albergo affacciato sul lago, vidi venire e andare tanta gente, ma
non legai con nessuno e tantomeno con i ragazzi della mia et.
Avevo sempre il broncio. Mia madre leggeva o ricamava, e io
me ne restavo seduto per ore e ore sulla terrazza di fronte al
lago, malinconico e annoiato, mentre tutt'attorno volteggiava-
no i miei coetanei. I loro giochi chiassosi non riuscivano per a
risvegliarmi dall'apparente apatia. In realt, la mente era im-
pegnata a ripercorrere nota per nota tutto il mio repertorio.
Avevo una memoria musicale prodigiosa. Mi bastava sentire
una volta sola un pezzo di musica per poterlo suonare, o anche
solfeggiarlo cantando. E riuscivo a farlo anche in silenzio, solo
pensandolo. Di tanto in tanto per mi scappava inavvertita-
mente qualche mugolo che mia madre scambiava per un se-
gnale d'insofferenza. Ma lei era contenta nel vedermi tranquil-
lo, e si guardava bene dall'incoraggiarmi a partecipare ai giochi
degli altri ragazzi. La prescrizione del medico era stata catego-
rica: proibito fare sforzi, proibito accaldarsi.
E tuttavia fra tanti divieti non c'era quello di studiare: cos, il
pomeriggio, passavo qualche ora chiuso in camera a fare i
compiti delle vacanze. Ma mi stancavo subito, la maggior parte
del tempo la passavo standomene sdraiato sul letto, a pensare
alla musica, al mio violino, a contare i giorni che ancora ci se-
paravano.

Fu proprio in quella camera che, un pomeriggio, accadde qual-


cosa di straordinario. Era gi quasi sera e io stavo seduto allo
scrittoio intento a fantasticare davanti a un libro aperto, quan-
do all'improvviso credetti di avere un'allucinazione uditiva.
Era possibile, mi chiesi, che a furia di pensarci fossi in grado di
materializzare il suono del mio violino? Quel suono infatti mi
giungeva, non sapevo da dove, a tratti pi chiaro, a volte pi
ovattato, come trasportato da folate di vento. Balzai dalla sedia
e corsi alla finestra, ma fuori, sul grande terrazzo sottostante,
c'era la solita gente di sempre. Anzi in quel punto il suono del

38/133 Paolo Maurensig


violino si era spento del tutto, e dopo un po' fui sicuro che si
era trattato solo di un'illusione. Ma mentre mi allontanavo dal
balcone, eccolo di nuovo, quel suono, appena percettibile fino a
perdersi del tutto, per manifestarsi subito dopo pi chiaro che
mai. Pensai al suono di un grammofono in una camera vicina,
anche se non era quel genere di musica. Finch, muovendomi
lentamente per la stanza, non captai la direzione da cui giun-
geva. Non c'erano dubbi, quelle note sembravano provenire dal
mio scrittoio, proprio come dal meccanismo di una scatola mu-
sicale. Ma solo dopo aver aperto tutti i cassetti senza trovarci
nulla capii che quella musica proveniva da sotto lo scrittoio. Mi
misi carponi e riuscii a individuare, nell'angolo della stanza, un
punto dell'assito dal quale filtravano le note. Appoggiai a terra
l'orecchio e questa volta lo udii chiaramente: non era un
grammofono, ma qualcuno che, al piano di sotto, si stava eser-
citando al violino. Era, tuttavia, l'esercizio di un maestro: le no-
te volavano senza posa, senza mai vacillare, con velocit incre-
dibile: staccato, portato, legato, puntato, e poi ancora dall'ini-
zio: puntato, legato, portato, staccato... Erano gli esercizi di
evik, l'uggiosa tecnica che si era fatta virtuosismo.
Il volume del suono per variava, andava e veniva e a ogni
ritorno le corde sembravano vibrare a pochi palmi dalla mia
guancia. Segno che il violinista si esercitava camminando avan-
ti e indietro. A un tratto la serie degli esercizi cess e comincia-
rono a levarsi le note del Concerto N. 2 in re maggiore di Mo-
zart: l'Allegro moderato, l'Andante, il Rond, poi nuovamente
l'Andante... Io ascoltavo immobile ed estasiato. Chiss che cosa
avrebbe pensato mia madre se fosse entrata in quel momento!
Rimasi cos, steso in terra, per pi di un'ora, credo. Poi l'incan-
to fin.
Quella sera stessa a cena, guardandomi intorno, tentai di
scoprire l'identit del misterioso violinista, ma l'albergo, con le
sue duecento stanze, ospitava quasi mezzo migliaio di persone,
e il ristorante vantava ben tre cucine distinte, con altrettante
sale da pranzo.

Canone Inverso 133/39


La mattina dopo, fattomi coraggio, andai a chiedere all'im-
piegato della reception il nome di chi occupava l'appartamento
che si trovava esattamente sotto il nostro. Mi sentii rispondere
dall'alto in basso che, quelle, erano informazioni riservate.
Ho creduto di udire il suono di un violino spiegai, nel ten-
tativo di rabbonire l'impiegato. Ma questi si fece ancora pi so-
spettoso: Quand' stato, di notte forse?.
Restai sconcertato da questa domanda. No, dissi era ieri
pomeriggio. A queste parole il volto dell'uomo sembr rasse-
renarsi. Non ha dunque nessun reclamo da sporgere nei con-
fronti della signorina Hirschbaum.
Hirschbaum? chiesi, quasi accecato da un'improvvisa
vampata di sangue al volto. Sophie Hirschbaum?
Appresi cos che la famosa concertista austriaca era scesa da
pochi giorni al nostro albergo.

Non la conoscevo, non l'avevo mai vista, ma quando proprio


quella mattina venne a sedersi sul terrazzo a pochi metri dal
posto in cui mi trovavo con mia madre, non ebbi alcun dubbio:
la riconobbi con quello scarto di preveggenza che ci fa ricorda-
re un volto ancora prima di scorgerlo, come se affiorasse da
una memoria che non ci appartiene.
Era seduta poco distante. Accortasi a un tratto che la stavo
fissando, mi rivolse un sorriso. Dopo di che sembr evitare di
restituirmi lo sguardo, lasciandosi per osservare, esponendo-
si coscientemente, con pigra indolenza, alla mia attenzione. Il
volto, il cui pallore era esaltato dalla gran massa di riccioli ful-
vi, s'adagiava a volte in una sorta di estatica fissit, miope e
dolce, che gi mi empiva di commozione. Mi affascinava in par-
ticolare il taglio della bocca, che conferiva alla sua espressione
virginale un che di doloroso, come il sospetto di un'ascendenza
plebea in una figura regale, o di un oscuro passato, redento ma
non del tutto dimenticato. Deve essere lei, mi dicevo. Ma ne
ebbi la certezza solo nell'istante in cui, rovesciando all'indietro

40/133 Paolo Maurensig


la testa per voltarsi verso il cameriere che le era arrivato alle
spalle, scopr quella bruciatura brunastra tra il collo e la ma-
scella, quel segno che i violinisti si procurano negli anni pog-
giando la guancia sulla dura conchiglia d'ebano del loro stru-
mento. Non c'era dubbio, mi trovavo al cospetto di Sophie Hir-
schbaum. E sentii gi di esserne innamorato.
Non aspettai tuttavia un solo minuto per conoscerla. In co-
raggio superai me stesso. Andai senza esitare al suo tavolo e,
presentatomi, le dissi che anch'io suonavo il violino, e che ero
un suo grande ammiratore. Restai un po' confuso quando mi
chiese in quale occasione l'avevo sentita suonare. Allora le con-
fessai che era stato solo il giorno prima, quando per un pome-
riggio intero ero rimasto ad ascoltarla con l'orecchio premuto
sul pavimento. Lei sembr molto divertita, ma anche lusingata,
e mi propose di rinunciare a una posizione cos scomoda e di
andare da lei a prendere il t quel pomeriggio stesso, alle quat-
tro. Cos, disse, avrei potuto ascoltarla seduto comodamente in
poltrona.
Ottenuto il permesso da mia madre, alle quattro, puntual-
mente, bussai all'appartamento di Sophie. Venne lei stessa ad
aprirmi e mi indic una poltrona, dove io mi rannicchiai in si-
lenzio. Accanto a me c'era una teiera fumante, un igloo di can-
dide zollette di zucchero e un vassoio con dei biscotti, tutte co-
se che per mi guardai bene dal toccare per paura di fare il
bench minimo rumore. Dopo che mi fui seduto, lei non sem-
br pi badare alla mia presenza. Si mosse verso un tavolo sul
quale erano collocati due astucci aperti, con l'interno di velluto
verde, contenenti un violino e una viola, e dopo un momento di
esitazione, come se non sapesse decidersi quale dei due sce-
gliere, sollev il violino e cominci a suonare. La cavata era
limpida, cristallina, e io ascoltavo con il respiro mozzato
dall'emozione. All'inizio mi sembr di cogliere in quei suoi mo-
vimenti nervosi un residuo di caparbiet infantile, la stessa che
induce un bambino a volere a tutti i costi qualcosa e a farsi ros-
so di rabbia pestando i piedi per terra, ma mentre le note co-

Canone Inverso 133/41


minciavano a sgranarsi dal suo archetto, ella sembr trasfigu-
rarsi, acquist un piglio severo, quasi maschile. Rest cos, al
centro della stanza, con il filo della schiena teso, il mento solle-
vato in un gesto di sdegno, quasi umiliata di dovermi servire,
come da un prezioso vassoio, steli di ghiaccio e petali cadenti.
Sentii che l'avrei amata per tutta la vita. Non mi importava
che lei fosse una donna adulta e io solo un bambino, che a divi-
derci ci fossero pi di dieci anni di et (a quel tempo Sophie
Hirschbaum aveva ventiquattro anni, io tredici non ancora
compiuti), n mi preoccupavo del fatto che lei avrebbe prose-
guito la sua tourne in Europa, e io invece me ne sarei tornato
presto a Budapest. Le strade sulle quali ci saremmo incontrati
non erano segnate sulle carte, erano delebili quanto la schiuma
delle navi, le quali, tuttavia, per quanto vasto sia l'oceano, im-
bastiscono sempre le stesse rotte. A un tratto Sophie smise di
suonare e mi si avvicin. Not che il t si era freddato e che la
montagnola di biscotti era rimasta intatta, ma non disse nulla.
Mi chiese se avevo portato il mio violino, e se anch'io mi eserci-
tavo tutti i giorni. Dovetti dirle della spiacevole situazione in
cui mi trovavo. Ma ormai aggiunsi fra poco torner a casa e
potr riprendere lo studio.
un vero peccato che tu non abbia portato il tuo violino
disse lei. Ma per adesso si pu rimediare. E porgendomi il
suo, quello con cui aveva appena suonato, mi chiese di farle
sentire qualcosa. La guardai esitante. Avrei saputo ancora suo-
nare dopo tanta forzata inattivit? Mi feci coraggio e imbracciai
il violino, e malgrado quello strumento fosse di una misura pi
grande del mio, ritrovai subito la mia sicurezza, e quasi in so-
gno, immerso nell'alone del suo sguardo, improvvisai per lei
delle variazioni su una melodia popolare ungherese. Sophie mi
si affianc subito con la viola, sostenendo le mie note in con-
trappunto. E quando la musica si dissolse sulla dominante, re-
stammo l fermi, vicini, uniti dalla stessa emozione. Lei mi
guard allora in modo strano e poi, strettomi tra le braccia, mi
baci sulla bocca. Non devi abbandonarla mi disse. Ricorda-

42/133 Paolo Maurensig


ti. Non devi abbandonarla mai!

inutile che io tenti di farle capire quanto fu meraviglioso


tutto questo per un ragazzo della mia et. Era stato un momen-
to magico. Ma quel fantastico pomeriggio non si ripet. La mat-
tina dopo arriv infatti un gruppetto di gente esagitata che, da
quel che capii, si trovava al seguito di Sophie, e da cui, era facile
intuirlo, lei aveva tentato di allontanarsi per stare un po' in pa-
ce. Ma queste persone non avevano impiegato molto tempo per
rimettersi sulle sue tracce e raggiungerla. E ora, dopo aver in-
vaso la hall con un numero spropositato di bagagli, monopoliz-
zando ascensore e facchini, quella piccola corte - una garrula
signora, un anziano gentiluomo e un panciuto signore di mezza
et - si era finalmente sistemata in albergo. Gi avevano preso
ad assediarla, sommergendola di consigli, di raccomandazioni,
di promesse, e continuando a vezzeggiarla senza posa, a lusin-
garla fino allo sfinimento.
E infine arriv lui, il suo spasimante. Aveva i tratti volitivi,
l'incedere nervoso, cadenzato da un elegante bastone da pas-
seggio. La chioma scapigliata denotava lo spirito libero dell'ar-
tista. Al suo apparire il terzetto s'invol. Rimasta sola, Sophie
lott a lungo con lui, dalle parole pass ai fatti, i suoi minuscoli
pugni tentarono invano di scuotere quel petto insensibile, fa-
sciato da un vistoso gilet di cretonne, su cui spiccava un ferma-
cravatte in oro e pietre preziose. Nella hall semideserta lui la
afferr per un polso e tent di abbracciarla, ma lei riusc a di-
vincolarsi rifugiandosi in ascensore, dove per fu raggiunta
prima che le porte si richiudessero.
Solo allora i tre ricomparvero e si riunirono attorno a un ta-
volo, dove restarono in mesto silenzio, come a una veglia. Era-
no palesemente preoccupati per la loro pupilla, ma nessuno si
muoveva. Ero indignato. Mi chiedevo come facessero a lasciare
Sophie alla merc di quell'uomo, senza fare nulla. Disperato,
salii in camera mia, mi gettai a terra, accostando l'orecchio al

Canone Inverso 133/43


pavimento, e sentii che lui le urlava le cose pi terribili.
Infine, con la stessa furia con cui era arrivato, l'uomo se ne
and. La scorta allora riprese coraggio, sal all'appartamento di
Sophie e cominci a bussare leggermente. Di l dall'uscio non
venne risposta. I tre ripresero a bussare e a chiamare. Ancora
silenzio. La donna del terzetto si precipit per le scale urlando,
e dopo un po' venne un cameriere con il passepartout. Ma la
porta risult chiusa all'interno da un paletto. Infine sal il diret-
tore in persona e, dopo qualche minuto, due energici inservien-
ti scardinavano il battente.
Subito dopo, soccorsa dal medico dell'albergo, il quale riusc
ad arrestarle l'emorragia, Sophie Hirschbaum fu portata al pi
vicino ospedale. Prima di tagliarsi i polsi con la punta di una
forbice, aveva ingerito un intero tubetto di veronal.

Con Sophie se ne and anche il codazzo di accompagnatori.


Per tutto il pomeriggio cercai chi potesse darmi sue notizie, ma
nessuno seppe dirmi niente. Sui quotidiani dell'indomani non
trovai nulla, e dovetti aspettare il giorno successivo per ap-
prendere che si era salvata. L'articolo della Wiener Zeitung,
attribuiva il gesto di Sophie a un momento di crisi dovuto
all'interminabile tourne nella quale era impegnata da oltre un
anno. Quella notizia mise fine alla mia disperazione e scongiu-
r un mio folle proposito: avevo giurato infatti che, cos come
nella vita, l'avrei seguita anche nella morte.
Qualche giorno dopo lasciammo l'albergo, anticipando il no-
stro rientro, perch quell'episodio aveva sconvolto anche mia
madre.
Durante il viaggio di ritorno non pronunciai neppure una
parola, stavo lunghi minuti a occhi chiusi, ingoiando sorsate di
pianto. Sullo sfondo rossastro delle palpebre serrate a forza mi
appariva l'immagine straordinariamente nitida di Sophie. E le
sue labbra bruciavano ancora sulla mia pelle.
Quel viaggio sarebbe stato forse la cosa pi penosa della mia

44/133 Paolo Maurensig


vita se, ad aiutarmi a sopportarlo, non fosse stato il pensiero
che tra non molto avrei ripreso a suonare. Gi questo mi faceva
sentire pi vicino a lei.
Arrivato a casa, andai subito in camera mia, ma scoprii che il
violino era sparito. Convinto che me l'avessero rubato, corsi di-
sperato da mia madre. Ma lei non sembr turbata dall'accadu-
to. Mi prese accanto a s e con voce solenne mi disse: Ormai
sei cresciuto.
Per un attimo temetti che con quelle parole volesse dirmi
che il violino era stato finora un gioco al quale, diventato ormai
grande, avrei dovuto rinunciare. Gi sentivo che non avrei resi-
stito alla disperazione, quando, seguendo il suo sguardo, vidi,
posato sul tavolo, il violino che era appartenuto a mio padre,
arrivato il momento di consegnartelo disse abbraccian-
domi. Mi bast toccarlo per sentire un brivido doloroso che mi
percorreva dalla testa ai piedi. Fu come se il corpo volesse ac-
coglierlo in s adattandovisi. Gli arti subirono uno stiramento,
le dita si allungarono abbrancando la tastiera, e nel poggiare la
guancia nell'incavo della mentoniera, la stessa in cui s'era ap-
poggiato mio padre, ebbi improvvisamente chiara e vicina la
sua immagine, e come in una vampata scoprii quanto era gran-
de il dono che mi aveva lasciato. Di fronte a quello strumento
perfetto, tutti i miei violini precedenti non erano stati che dei
giocattoli. E quando finalmente, dopo tanto tempo, cominciai a
suonare, provai la sensazione che a farlo vibrare fosse un altro,
che era dentro di me e allo stesso tempo mi conteneva. Era
come se da quel violino fosse scaturito uno spirito misterioso,
un genio collerico, raffigurato da quel volto crudele e dolente
che intravedevo sulla superficie della tavola armonica, riverso
come se emergesse boccheggiante dal pelo dell'acqua.

Canone Inverso 133/45


Era il 1932 e io compivo il tredicesimo anno. Un anno im-
portante. Mi distinsi a tal punto nello studio da essere ammes-
so a un concorso internazionale, intitolato alla memoria del
grande Joseph Joachim. Su duecento partecipanti accorsi da
tutta Europa, dopo una serie di progressive eliminazioni, per la
sezione giovani allievi non ancora diplomati, vinsi a pieno me-
rito. L'importanza di questo concorso consisteva nel fatto che
al vincitore veniva assegnata una borsa di studio che gli per-
metteva di accedere al Collegium Musicum, il sogno di ogni
giovane violinista.
Il Collegium Musicum, non lontano da Vienna, era, tra le tan-
te strade che portano all'Olimpo, la pi ardua, ma anche la pi
diretta. Diplomarsi al Collegium significava infatti avere un po-
sto garantito in qualche grande orchestra stabile. Non solo,
questa scuola aveva prodotto anche solisti famosi, come la
stessa Sophie Hirschbaum, che io, aiutato dal caso, a quel tem-
po ancora benevolo, cominciavo gi a rincorrere lungo il suo
stesso percorso. Non erano certo gli anni o la lontananza a di-
vidermi da lei, ma era solo il mio merito che avrebbe accorcia-
to le distanze, permettendomi un giorno o l'altro di ritrovarla.
Forse un giorno, mi dicevo, avrei potuto suonare accanto a
lei, nel Concerto per due violini di Bach, o nella Sinfonia concer-
tante di Mozart. Oppure avrei fatto parte di un quartetto in pe-
renne tourne attorno al mondo. E gi immaginavo lo sguardo
d'intesa che ci saremmo scambiati prima di ogni attacco e a

46/133 Paolo Maurensig


ogni a capo, gi mi sentivo volare dietro a lei seguendo l'onda
delle sue note, affiancandola a volte, per poi lasciarmi traspor-
tare nella sua scia. Gi mi vedevo, a concerto finito, tenerla per
mano e inchinarmi davanti a un pubblico plaudente.

Canone Inverso 133/47


L'uomo che aveva detto di chiamarsi Jen Varga a questo
punto tacque. Senza che ce ne fossimo accorti, il locale si era
svuotato e la cameriera stava togliendo le tovaglie dai tavolini
all'aperto. Venne anche da noi per avvertirci che stavano chiu-
dendo, ma ci invit a restare seduti, se volevamo, anche tutta la
notte. Volli pagare il conto, ma Varga s'impunt, e prima che io
potessi mettere mano al portafogli, aveva gi ammucchiato sul
tavolo una manciata di monetine che, dopo una rapida conta,
finirono nel capace portamonete della cameriera. Chiedemmo,
invano, la grazia di un'ultima consumazione. Ma quando la
donna si fu allontanata lui si strinse nelle spalle, lev di tasca
una bottiglietta piatta di Obstler e, stappatala, ne bevve un sor-
so. Accortosi per della scortesia, mi chiese scusa e dopo aver
asciugato con il palmo della mano l'imboccatura volle passar-
mela. Rifiutai garbatamente. Lui bevve ancora qualche sorso.
Ma restava in silenzio.
Per lunghi e penosi minuti sembr prestare ascolto a una
voce interna.
Forse - disse infine - se avessi fatto un'altra scelta, non solo
la mia vita, ma anche la mia morte, sarebbero state diverse.
Avrei potuto percorrere una strada pi comoda, anche se meno
dignitosa. Dopo aver vinto quel difficile concorso, infatti, le
proposte di ingaggio per esibirmi come enfant prodige non
mancarono. Mia madre per non volle cedere a quelle lusinghe.
Ma chiss poi perch le parlo di queste cose. da sciocchi

48/133 Paolo Maurensig


parlare delle possibilit mancate, quando si sa che la vita ha
una sola strada: quella che abbiamo scelto. Una cosa per
certa: fu con uno stato d'animo trasognato che varcai le soglie
del Collegium Musicum. In piena incoscienza, dunque, che se
non fosse stato per questo sentimento di emulazione e di amo-
re per Sophie Hirschbaum, forse il mio istinto di conservazione
mi avrebbe messo in guardia dall'entrare in quell'Istituto tanto
ambito dai borghesucci di mezza Europa, i quali non sospetta-
vano affatto quale vita vi si conduceva e quale pericolo mortale
corressero i loro figli rinchiusi tra quelle mura, che erano poi le
mura di una vecchia casa di pena. Gi il loro aspetto tremendo
avrebbe dovuto metterli sull'avviso della minaccia che quell'e-
dificio, anche solo visto da fuori, da lontano, rappresentava. Il
talento non poteva venire premiato con un soggiorno all'infer-
no. E poich questa contraddizione non poteva assolutamente
risolversi n cambiando l'orribile aspetto di quel luogo, n la
personalit altrettanto orribile dei suoi occupanti, l'unica con-
clusione logica alla quale si poteva arrivare era che ogni abilit
andava severamente punita.
Gi nel preciso istante in cui il portone di ferro si richiudeva
alle mie spalle capii che da quel luogo c'era un solo modo per
uscire, sopportando cio fino all'ultimo ogni umiliazione, ogni
volont di chi voleva rallentare la mia crescita. Tornare indie-
tro era impossibile. La rinuncia sarebbe stata considerata una
sconfitta imperdonabile per chi, come me, aveva avuto il privi-
legio di essere ammesso, con una borsa di studio, alla scuola
violinistica pi rinomata d'Europa. Avrei dovuto quindi con-
cludere con successo i miei studi, o morirci.
Mentre, disposto in fila nel grande cortile, assieme con altri
duecento allievi, aspettavo che iniziasse l'appello, sentii come il
sussurro di una vaga tentazione. E non sarebbero passati molti
giorni per scoprirne la vera natura, perch ci che avevo subito
percepito, e che avrebbe continuato a perpetuarsi per mesi e
anni tra quelle volte altisonanti, in una perenne atmosfera di
sussiego e di smarrimento, altro non era che l'istigazione al

Canone Inverso 133/49


suicidio.

Oggi del Collegium Musicum non rimane pi traccia se non


una pietraia ricoperta da erbacce. Mi servirebbe una cartina
dettagliata per farle vedere l'esatta ubicazione di quell'edificio,
diventato durante la guerra un deposito di munizioni, e fatto
saltare in aria prima della disfatta. Ed una fortuna che
quell'orribile posto sia stato cancellato, seppure non dalla mia
memoria. Anche a quel tempo non era facile arrivarci. Sorgeva
infatti nella Bassa Austria, lungo la valle del Danubio, sulla
strada che da Stockerau porta verso Tulln. Si poteva scorgere
solo passandoci in treno, perch era fuori delle strade comu-
nemente battute. Da lontano appariva come una fortezza co-
struita sulla nuda roccia. E anche all'interno tutto sembrava ri-
volto su se stesso e chiuso al mondo esterno, che al di fuori l'e-
dificio apriva solo rare feritoie su un paesaggio brullo e pietro-
so, su un orizzonte offuscato che non lasciava intravedere nep-
pure lontanamente un solo segno di quel consorzio umano che
temevamo di aver lasciato per sempre. L'unico spazio aperto,
simile per a una vallata circondata da montagne, dove il sole
sfiora appena i crinali, era un cortile ricoperto di pietrisco e at-
torniato da portici sotto i quali spiccavano i busti in bronzo de-
gli illustri docenti del passato, che, nelle dimensioni in cui era-
no stati riprodotti, apparivano come mostruosi macrocefali.
A questo cortile potevamo accedere solo due volte al giorno:
la sera per l'ora di ricreazione, e la mattina, all'alba, per gli
esercizi ginnici. Per il resto della giornata vivevamo al chiuso,
sottoposti a una disciplina militaresca. Le nostre stanze erano
celle anguste con una sola finestrella, dalla quale tuttavia non
ci si poteva sporgere, perch era troppo alta e sprofondata in
una parete pi spessa di un braccio. In queste celle non c'era
nulla su cui sedersi fuorch la branda a ribalta; e questa, una
volta abbassata, non lasciava pi lo spazio per stare in piedi, se
non addossati al muro. Alle nove di sera le porte di questi abi-

50/133 Paolo Maurensig


tacoli venivano chiuse dall'esterno, le luci si spegnevano e nes-
suno poteva uscire fino alle cinque del giorno dopo, quando ci
riunivamo tutti nel cortile per gli esercizi a corpo libero, estate
e inverno, con qualsiasi tempo. Poi ci precipitavamo alle docce,
che erano piccoli stabbi di legno, vere e proprie trappole, dove,
prima di aprire la porta, bisognava ruotare con forza una ma-
nopola dentata, un congegno a molla che a fine corsa scattava,
chiudendo all'interno chi si era permesso di superare i cinque
minuti concessi per lavarsi. Il ritardatario restava cos impri-
gionato per tutta la giornata, e sul registro gli veniva annotata
un'assenza ingiustificata. E guai a chi, da fuori, osava liberarlo,
perch avrebbe subito la stessa sorte. Ma in realt nessuno
correva questo rischio, perch il Collegium Musicum era un
campo di competizione feroce, dove ognuno pensava solo a se
stesso. Ogni sgarro aveva una precisa valutazione sulla pagella
dell'allievo, e bastava poco per rischiare l'espulsione. Regole e
proibizioni non si contavano. Non si potevano tenere con s
oggetti d'oro, denaro, lettere, giornali, libri che non fossero
quelli di scuola; non si poteva cantare, parlare, fare rumore.
Era proibito appoggiarsi ai muri o stare seduti, anche durante
l'ora di ricreazione. E le poche volte che ci era concesso di se-
dere, dovevamo restare impettiti, senza toccare lo schienale. E
questo atteggiamento marziale dovevamo mantenerlo sempre,
in qualsiasi momento: ogni cosa andava fatta in fretta e ogni
spostamento di corsa.
Alle cinque e mezzo ci trovavamo tutti nel refettorio, dove,
in piedi davanti ai tavoli, dovevamo recitare interminabili pre-
ghiere e intonare inni e canti prima di poter consumare il pa-
sto, per il quale ci veniva concesso solo un quarto d'ora. Alle sei
in punto dovevamo trovarci nelle nostre celle. Dopo aver rifat-
to il letto con scrupolosa precisione, e sollevata la branda, ag-
ganciandola al muro, che altrimenti non ci sarebbe stato lo
spazio sufficiente per muoversi, per due ore ci esercitavamo al
violino. Due ore di esercizi nelle condizioni pi disagiate che si
possano immaginare, con un'acustica che in una tomba sareb-

Canone Inverso 133/51


be stata migliore. Ciascuno eseguiva i propri esercizi in mezzo
alla pi sconvolgente dissonanza. A volte ti sembrava di udire
lo strepito e il battito d'ali di migliaia di uccelli in fuga all'ap-
prossimarsi di un uragano, altre volte il terribile mugghio pro-
veniente da un serraglio in fiamme. E a tutto questo si aggiun-
gevano i colpi di bastone, inferti sulle porte da un guardiano
che, con la precisione di un fantoccio meccanico, passava su e
gi per il corridoio, ora da un lato ora dall'altro, manifestando
a quel modo la sua vigilanza. Nessuno doveva illudersi, anche
per un solo istante, di poter oziare. Credo che nulla si avvici-
nasse di pi all'immagine evangelica dell'inferno con il suo
pianto e strider di denti. Alle otto lasciavamo le nostre celle per
entrare in classe. Il Collegium Musicum, infatti, non era solo
una scuola di musica, ma anche un regolare ginnasio con tutte
le materie umanistiche e scientifiche comuni a ogni istituto sta-
tale. Il Collegium aveva tre ripartizioni distinte. Quella per lo
studio degli strumenti ad arco, in cui mi trovavo, era la pi
numerosa, e si trovava sul lato sud dell'enorme edificio. Sem-
pre sullo stesso lato, seppure isolata dalla nostra, c'era la se-
zione per lo studio del pianoforte e degli strumenti a fiato. Infi-
ne sul lato nord si trovava il convitto femminile. Di quest'ulti-
mo non si sapeva nulla pi di quanto si potrebbe scoprire sulla
vita di un convento di clausura. Solo di sera, guardando in lon-
tananza, potevamo immaginare che dietro a quelle finestre il-
luminate si muovesse qualche figura femminile. E spesso pen-
savo con commozione che anche Sophie Hirschbaum era stata
per lungo tempo prigioniera in una di quelle celle.

Per otto mesi l'anno nessuno di noi poteva uscire dal colle-
gio, se non la domenica, quando, in fila indiana e guidati
dall'insegnante di educazione fisica, facevamo lunghissime
marce forzate attraverso i boschi, per tonificare i polmoni. A
volte scorgevamo qualche casa, qualche minuscolo villaggio, e
passandoci vicino guardavamo con invidia la vita di tutti i

52/133 Paolo Maurensig


giorni. Questo era l'unico contatto con il mondo esterno, poi-
ch il nostro istituto era un piccolo territorio autarchico che
comprendeva una lavanderia, un macello, un'attrezzata fale-
gnameria. Non mancavano idraulici, macchinisti, fuochisti,
cuochi, giardinieri, carpentieri... Ed era proprio dai piccoli vil-
laggi, intravisti durante le nostre escursioni, che veniva tutto il
personale. Uomini e donne in cui si coglievano sguardi curiosi
e insieme indulgenti. Soprattutto le donne che lavoravano in
cucina, quelle che passavano tra i tavoli all'ora di pranzo, so-
spingendo un enorme pentolone e riempivano di zuppa i nostri
piatti di alluminio, ci guardavano a volte con compassione. Ep-
pure eravamo ben vestiti, lisciati, apparentemente riveriti e ri-
spettati anche dagli insegnanti. Non era forse quella la fucina in
cui si formavano i futuri concertisti, i grandi esecutori, i diret-
tori d'orchestra? Non eravamo forse noi i pochi privilegiati ai
quali, tra tanti che avevano invano bussato a quella porta, era
stato concesso di entrare? Eppure era chiaro che quelle conta-
dine e popolane non avrebbero mai voluto vedere i loro figli
tra quelle mura.
Gli insegnanti, invece, erano dei reclusi come noi (ma risa-
puto che aguzzini e vittime dividono in qualche modo la stessa
sorte). Ho parlato a ragione di vittime e di aguzzini. I nostri in-
segnanti di musica, per lo pi anziani, erano stati tutti allievi
del Collegium. Qualcosa per doveva avergli impedito, al ter-
mine degli studi, di spiccare il volo. Forse i duri anni del loro
tirocinio avevano spento in loro il bisogno di eccellere e ogni
aspirazione alla libert. Avevano scelto di rimanere al sicuro
entro le massicce mura del Collegium, anche se nel ruolo pi
ingrato. Avevano la loro stanza, non molto pi grande delle no-
stre celle, i pasti assicurati, la protezione dal mondo esterno, e
potevano esercitare sempre, con centinaia di allievi, un potere
illimitato. Era forse questo che li aveva trattenuti? Il potere? E
poich erano i piccoli di della mediocrit, il loro compito era
quello di rallentare, di scoraggiare, di non farsi raggiungere n
superare. Dovevano indicarti la strada sbagliata, dovevano

Canone Inverso 133/53


porsi come pietre d'inciampo sul tuo cammino. Dovevano in-
culcarti una sola verit: che alla perfezione ti puoi soltanto av-
vicinare, ma che non ti sar mai dato raggiungerla. Non per
nulla lo stemma del Collegium Musicum, che portavamo rica-
mato anche sulle divise di panno verde, rappresentava Sisifo
che sospinge il suo masso.
Il corpo insegnanti, al completo, lo potevamo vedere solo a
pranzo e a cena, poich mangiavano assieme a noi, raggruppati
su quello che chiamavamo il palco, che era una lunga tavola
disposta su una pedana, un po' in disparte, ma dalla quale ci
potevano tenere continuamente sotto controllo. La forza di ag-
gregazione di questo gruppo era l'invidia che provavano l'uno
verso l'altro, e l'odio che nutrivano nei confronti degli studenti
in generale, e dei propri allievi in particolare, odio che aumen-
tava in proporzione al talento di ogni giovane che gli capitava
tra le mani. Di comune accordo facevano il possibile per met-
terlo in difficolt, passando dall'indifferenza all'arroganza,
all'angheria.

Il mio primo insegnante, soprannominato prof. Calante


era un uomo ributtante, grasso e volgare, con i capelli lunghi e
arricciati che gli ricadevano sulle spalle come una parrucca.
Durante le lezioni batteva il tempo sul pavimento con una
mazza, istoriata, neanche fosse stato il maestro di musica alla
corte del re di Francia. A tempo! a tempo! urlava picchiando
pi forte con il bastone. Oppure, con una voce in falsetto, grot-
tesca per la sua mole, interrompeva lo studente con bruschi e
arbitrari richiami all'intonazione: Calante! Crescente!. Ma
poich non specificava a quale nota o a quale gruppo di note si
riferisse, finiva per gettare nella pi completa confusione an-
che l'allievo pi preparato. Capii la sua tattica gi dal nostro
primo incontro, quando, invitato a suonare qualcosa, qualsiasi
cosa, pensai di eseguire un Capriccio di Paganini, che conosce-
vo bene. Dopo poche battute lui per mi ferm. Senza una ra-

54/133 Paolo Maurensig


gione. Mi ferm perch non tollerava di ascoltarmi fino alla fi-
ne, non tollerava che potesse esistere l'eccellenza in uno sbar-
batello venuto l per imparare.
Si avvicini mi disse con un tono che non prometteva nulla
di buono. Obbedii. Vediamo un po' questo violino e lo prese
tra le mani grassocce, sollevandolo in aria davanti al naso, co-
me se volesse annusarlo. Mmmh, mmmh... Che cosa fa suo pa-
dre? un commerciante di carne. Mmmh, mmmh....
Ma non il mio vero padre, il mio patrigno mi affrettai a
precisare. Mio padre morto in guerra.
E che cosa faceva il suo vero padre?
Faceva il musicista dissi io, mentendo.
Mmmh, mmmh, vedo, vedo ripet osservando il violino.
Per questo violino mi sembra troppo grande per la sua ma-
no, e quando lo strumento troppo grande inevitabile che le
note risultino calanti. Dovr esercitarsi, piccioncino mio, dovr
esercitarsi molto. Non creda di sapere gi tutto. La velocit a
scapito dell'intonazione il difetto pi frequente in chi si sente
di essere un genio, come lei. Per i prossimi mesi, e forse anche
per tutto il resto dell'anno, lei riporr questo grazioso violino
nella sua custodia, lo consegner a chi di dovere, e si eserciter
su uno strumento prodotto dal nostro laboratorio di liuteria.
Non c'era niente di vero in quel che diceva. Era una provo-
cazione. Era l'azione odiosa di un odioso individuo che, per di
pi, si permetteva di chiamarmi piccioncino! Mai e poi mai
avrei rinunciato al mio violino. Sarei morto, piuttosto! Eppure
l'ebbe vinta lui, dovetti consegnare il mio prezioso strumento
al magazziniere, il quale mi firm tanto di ricevuta e in cambio
mi dette un violino luccicante e anonimo. E il prof. Calante da
quel giorno si guard bene dal chiedermi ancora di suonare
qualsiasi cosa, mi inchiod invece su una serie di esercizi che
non avevano nulla di musicale, che anzi erano in contrasto con
la musicalit. Da quel momento ci fronteggiammo con vero ac-
canimento, e fui obbligato a suonare le cose pi tortuose e inu-
tili, usando uno strumento che aveva la voce di un adolescente

Canone Inverso 133/55


raffreddato. E non mi dava tregua. Le nostre lezioni erano dei
veri scontri. Ma se le prime volte, di fronte alle sue assurde e
maligne osservazioni, non ero stato capace di dominarmi, dopo
un po' imparai ad accettare in silenzio anche la critica pi stu-
pida, sicuro che, per quanto quell'individuo tentasse di stra-
volgere la realt, il mio talento restava inattaccabile. Anzi, con
il tempo cominciai ad assecondarlo. Maestro, gli dicevo, e a
questa parola il suo enorme naso gi s'imperlava di rugiada
lei ritiene che queste note vadano eseguite di punta o di tallo-
ne? Oppure: Maestro, quale diteggiatura, secondo lei, la pi
adatta a questo passaggio?. Naturalmente dovevo fargli delle
domande semplici, che non richiedessero un'eccessiva rifles-
sione, altrimenti sarebbe schiattato. Pescavo nell'ovvio, gli
chiedevo consigli su cose tanto evidenti che chiunque non fos-
se stato accecato dalla vanit avrebbe intuito la beffa. Ma lui
non si accorgeva di niente. Credo che alla fine provasse per me
addirittura una certa simpatia. Tant' che dopo qualche mese
mi fece riavere il mio violino.

Lei non pu neppure immaginare quanto fosse difficile adat-


tarsi alla mentalit e al comportamento di quel luogo. E non
bastava piegarsi all'altrui volont, bisognava accettare ogni ge-
nere di ipocrisia, praticare l'adulazione, essere disposti alla
menzogna e persino alla delazione. Non c'era altro modo per
sopravvivere.
E di anno in anno le cose peggioravano. A ogni gradino che
salivamo, la scala si faceva pi ripida e si prospettava pi lun-
ga. Il tuo nuovo insegnante non era migliore di quello prece-
dente, agiva semplicemente con un'altra tattica, faceva leva su
altri sentimenti. Non ti colpiva direttamente come l'altro, ma ti
aggirava, ti si faceva amico, ti lodava, inducendoti a scoprirti, a
confessarti, a dirgli tutto quello che pensavi sul suo predeces-
sore e sul suo metodo d'insegnamento, per poterti dominare
con il ricatto e con la minaccia pi terribile: l'espulsione dalla

56/133 Paolo Maurensig


scuola. E pi progredivi, pi grande si faceva questo pericolo.
Io ormai mi sentivo abbastanza sicuro, conoscevo il loro gioco.
Ma quanti invece si dimostrarono meno avveduti di me! Al Col-
legium Musicum non esistevano le punizioni, se non quelle
corporali, riservate ai pi piccoli; questi potevano venir trasci-
nati per un orecchio tra le risate generali, o rinchiusi per intere
giornate in un gabinetto (ma avevano almeno la consolazione
di aver estinto una volta per tutte il loro debito). Per i pi
grandi, invece, le cose andavano diversamente: sul loro capo,
dopo una mancanza, pendeva per tutto il resto dell'anno la
grande minaccia. Solo alla fine della sessione estiva il colpevo-
le avrebbe conosciuto il proprio destino. E la condanna veniva
pronunciata in pubblico, quando tutti eravamo presenti
nell'aula magna alla cerimonia della consegna dei diplomi. Do-
po i vari discorsi degli insegnanti e quello, interminabile, del
direttore, si dava il via alla ripartizione dei premi e delle pene,
cominciando dalle pene, che erano sempre l'espulsione. L'al-
lievo veniva chiamato ad alta voce e invitato ad avvicinarsi alla
cattedra. Una volta ascoltata la sentenza, doveva togliersi la
giacca verde dell'uniforme, lasciarla cadere a terra, e uscire
dall'aula sotto gli occhi di tutti. Una condanna a morte e la con-
dotta al patibolo non potevano apparire pi terribili.
Ma se guardavo negli occhi di tutti coloro che assistevano a
questo spettacolo umiliante, non potevo trovarvi che una spie-
tata freddezza, quella stessa freddezza che avevo riscontrato
anche in me, a volte, alla notizia di qualche disgrazia, e che non
era mancanza di sensibilit e neppure indifferenza, ma sempli-
cemente una difesa dalla morte stessa. Poteva toccare a me,
toccato a un altro. Questo era ci che leggevo nei loro occhi,
questo era il sentimento che io stesso provavo. E la nostra
freddezza aumentava se lo sfortunato compagno non accettava
la propria condanna con dignit, quando tentava in qualche
maniera di discolparsi, lasciandosi andare al pianto, alla prote-
sta, puntando i piedi per terra, rifiutandosi di uscire, quando,
trascinato a viva forza fuori dall'aula, osava ancora invocare

Canone Inverso 133/57


clemenza. La freddezza diventava addirittura gelo quando il
colpevole rivelava propositi suicidi o, peggio, se questi propo-
siti li attuava, come accadde per ben tre volte durante la mia
permanenza al Collegium. Della morte di due allievi ci giunse
notizia solo dopo molti mesi dal loro allontanamento, ma vi fu
anche chi prese la decisione all'istante e uscito con superba di-
gnit dall'aula, tanto da suscitare la nostra ammirazione, rag-
giunse non visto uno degli spalti dell'edificio e, con la stessa di-
gnit, si precipit di sotto. Vi fu per anche il caso sconcertante
di un allievo che, esattamente un anno dopo, promosso a pieni
voti, con lode, e con un futuro senza riserve, fece la stessa fine.
Non riuscivamo a capire perch al suicidio potessero portare
sia il fallimento che il successo. Nessuno di noi poteva neppure
sospettare quanto esiguo fosse lo spazio che ci divideva dalla
morte.

Forse lei si star chiedendo come, con questo regime di ter-


rore, il Collegium Musicum godesse di tanta fama in tutta Eu-
ropa. Com'era possibile che una scuola in cui veniva calpestato
ogni talento emergente riuscisse a consegnare dei musicisti fi-
niti? All'inizio avevo creduto che tutto questo facesse parte di
un disegno preordinato, pensavo che gettando nello scompiglio
ogni tua certezza e instillandoti costantemente il dubbio sulla
tua preparazione, volessero fortificarti, liberandoti dall'auto-
compiacimento, dalla presunzione, dalla vanit, per farti diven-
tare un vero virtuoso. Un musicista al quale avrebbe arriso la
fortuna, in consonanza con il motto del collegio: Virtuti Fortuna
Comes. Ma non era cos. Eravamo semplicemente nelle mani di
uomini meschini.
Eppure, a proposito del Collegium Musicum, si era sempre
parlato di grandi insegnanti. Grandi allievi formati da grandi
insegnanti cos si diceva di questa scuola. E questi grandi in-
segnanti non potevano essere quelli che vedevo tutti i giorni, i
miserabili che non si lasciavano scappare una sola occasione

58/133 Paolo Maurensig


per beccarsi a morte fra di loro sulle cose pi futili, i mentitori
che neppure osavano prendere un violino in mano, e che ti par-
lavano di note, di posizioni, che potevano dissertare all'infinito
sull'esatta angolazione della prima falange del dito mignolo,
ma che mai avrebbero parlato di musica, e che mai musica
avrebbero eseguito al tuo cospetto per non dover scoprire la
loro miseria. Quelli non erano maestri, ma le varie personifica-
zioni del dubbio, della paura, dell'inganno. Erano i vizi che at-
tentavano alla tua virt, erano i guardiani infernali che ti im-
pedivano di trovare la via d'uscita dal girone in cui eri capitato.
Tuttavia, se ci trovavamo nel regno degli Inferi, anche vero
che Orfeo in persona faceva la sua discesa, ammansendo gli di
del sottosuolo e i suoi guardiani, e fermando con la sua musica
ogni tormento. Persino il masso di Sisifo restava sospeso sulla
sua china. E Orfeo in visita assumeva il volto e le fattezze di un
Enescu, di un Flesch, di un Hubay, grandissimi violinisti dell'e-
poca, come dire oggi: Menuhin, Ojstrach, Ughi... Ospiti del Col-
legium Musicum nella tarda primavera, tenevano il loro semi-
nario, e concludevano l'anno scolastico nel modo pi entusia-
smante, facendoci dimenticare ogni patimento e umiliazione,
perch in quel periodo di quattro settimane la musica final-
mente era presente, e il grigiore stesso dell'edificio e ogni sua
nefasta influenza scomparivano per tutto il tempo della loro
permanenza. Era solo questo che ci induceva a tornare l'anno
dopo.

Era estate, dunque, la scuola finiva, e si tornava a casa. L'in-


contro con il mondo esterno quasi mi infastidiva, vivevo le va-
canze come un'inutile perdita di tempo. In quegli otto mesi di
reclusione la mia mente si era assuefatta al rigore, alla discipli-
na, al perseguimento della perfezione. Improvvisamente mi
sentivo straniero in mezzo a tutta quella gente chiassosa che
nulla aveva a che vedere con la musica, e parlava di tutt'altro, e
si agitava per cose che non capivo. A casa, il mio tempo era de-

Canone Inverso 133/59


dicato esclusivamente all'esercizio, alla pratica strumentale.
Tutto il resto mi era estraneo, e anch'io apparivo estraneo agli
altri. Persino mia madre diceva di non riconoscermi pi. L'ul-
tima volta che la vidi, per, anche lei mi sembr cambiata. La
trovai appesantita. C'era qualcosa di strano in lei. Non si alzava
quasi pi dal letto e a volte mi scongiurava di smetterla di suo-
nare come se il suono del mio violino fosse per lei una tortura.
Parole che mi mortificavano. Quel suono per me era tutta la
mia vita. Se non fossi stato cos preso dalla mia ambizione, for-
se mi sarei accorto che era incinta.
Fu durante il quarto anno di collegio, all'inizio del primo
trimestre, che ricevetti un telegramma da casa: il mio patrigno
mi pregava di rientrare al pi presto perch mia madre stava
male. Viaggiai tutta la notte e arrivai che era giorno fatto, ma le
luci al primo piano erano ancora accese. Nel salire le scale mi
imbattei in una donna che portava, ammucchiate in un cesto,
delle lenzuola inzuppate di sangue. Trovai mia madre distesa
sul letto con la testa sorretta da due guanciali. Non mi riconob-
be. Era da due giorni che aveva perso conoscenza. Di tanto in
tanto riapriva gli occhi, ma che potesse riconoscere o anche so-
lo vedere quanti le stavano attorno, era una pura illusione.
Quella mattina venne un sacerdote a impartirle l'estrema un-
zione. E dopo poche ore qualcuno, con il palmo della mano, le
abbass le palpebre.
Tutto si era svolto in mia presenza, eppure era come se mi
trovassi altrove. Non provavo dolore, ero diventato duro come
un orcio, l'anima mia non c'era pi, solo la ragione osservava
con occhio distaccato ogni dettaglio. Ma la ragione non conosce
il pianto. Se mai provavo qualcosa era solo un sentimento di
disagio dovuto al fatto che sarei stato costretto ad accantonare
il mio violino. In un momento in cui avrei dovuto pensare solo
alla perdita subita, vivevo quell'evento come un fastidioso ac-
cidente che mi distoglieva dalla mia disciplina. Mi sentivo irri-
tato perch per tutto il tempo delle esequie non mi sarei potu-
to dedicare alla musica. Neppure con il corpo di mia madre gi

60/133 Paolo Maurensig


composto nella camera ardente resistei alla tentazione di ap-
partarmi per sfiorare con l'archetto le corde del mio violino,
per sentirne almeno il sussurro.
Le basti questo per capire quanto distorta era ormai la mia
mente.

Mia madre fu sepolta, come desiderava, a Nagyret, accanto


ai suoi genitori. Le esequie si celebrarono sotto la pioggia. Le
due bare vennero calate nella fossa: prima quella scura, di mia
madre, e sopra l'altra, minuscola, laccata di bianco, della crea-
tura morta nel nascere, e che nel morire le aveva tolto la vita.
Tutto si svolse davanti ai miei occhi con inaudita rapidit e
precisione. Ogni gesto, seppure conseguente, mi pareva di
un'indicibile brutalit. L'atto sacro dell'inumazione sembrava
dover essere consumato in gran fretta. Mi sarei aspettato della
terra setacciata, sparsa a strati, tra un elogio funebre e una
preghiera, mi sarei aspettato della terra rimessa delicatamen-
te, come durante una semina. Mi sembr intollerabile invece
che sassi e zolle di terra precipitassero su di lei con tanta du-
rezza, rimbombando come colpi su una porta percossa, in pie-
na notte, dal calcio dei fucili.

Tornati a Budapest, il mio patrigno mi chiam nel suo stu-


dio. Con lui c'era un ometto vestito di nero. Era il notaio che
presenziava all'apertura del testamento di mia madre. Ella mi
lasciava una somma di denaro e chiedeva che il mio patrigno
mi sostenesse con un vitalizio fino alla maggiore et.
Quando il notaio se ne fu andato, il mio patrigno mi assicur
che avrebbe rispettato la volont della moglie. Disse proprio
cos: mia moglie e non tua madre, come aveva sempre det-
to. Aggiunse che avrebbe provveduto ai miei studi e al mio
mantenimento per i prossimi cinque anni, fino al ventunesimo
anno di et, con una rendita annua adeguata alle mie necessit.

Canone Inverso 133/61


Mi dette anche un indirizzo a Vienna dove avrei potuto ritirare
la somma. Sapeva, mi disse, che non c'era pi nulla che potesse
indurmi a tornare in quella casa, ma si dichiar disposto sem-
pre ad accogliermi e, se lo volevo, a farmi entrare nella sua
azienda.
So che non mi hai mai considerato un padre, mi disse ma
io ti ho voluto molto bene. E se anche ho desiderato un figlio
del mio stesso sangue, non puoi solo per questo incolparmi
della sua morte. E a queste parole cominci a piangere. Le la-
crime che si asciugavano su quella faccia rigonfia, liscia come
un ciottolo di fiume, suscitarono in me una sorda gelosia. Non
riuscivo a immaginare che quest'uomo avesse potuto amare
mia madre. E mentre, al colmo dell'emozione, si era chinato
sulla scrivania, nascondendo il volto tra le braccia, sul muro al-
le sue spalle apparve la bozza di un manifesto pubblicitario di
un nuovo prodotto: il pt di porco. Attorno a una scatola aper-
ta, tutta una famiglia di rosei obesi, dal nonno fino al pargolo
sul seggiolone, esprimeva la pi abietta felicit.

Il pomeriggio stesso partii per l'Austria. Tornai al mio luogo


di espiazione e per giorni mi sembr di non ricordare pi nulla.
Mi passavano per la mente solo le immagini del sontuoso ceri-
moniale della morte, continuavano per a essere svuotate da
ogni emozione, vedevo e rivedevo il coperchio di quercia ri-
chiudersi sul profilo di mia madre, risentivo il rimbombare dei
sassi sulla cassa armonica della sua bara. Finch un giorno il
duro orcio che mi conteneva si incrin, e tutto riacquist im-
provvisamente il suo vero significato. Mi bastava allora chiude-
re l'astuccio del mio violino, o sentire cadere la pioggia e pen-
sare che impregnava la terra, mi bastava il profumo di certi fio-
ri per farmi ritornare in mente quel giorno e, dapprima a tratti,
poi sempre pi spesso, a procurarmi per lungo tempo un dolo-
re intollerabile.
In questo spirito ripresi gli studi. Se mai l'avevo fatto prima,

62/133 Paolo Maurensig


quell'anno fui tentato pi volte di abbandonare tutto e di anda-
re a lavorare nell'azienda del mio patrigno.
Fu l'anno pi difficile, l'anno in cui il dubbio che la musica
non fosse una ragione sufficiente per vivere si fece sempre pi
forte. Fu l'anno in cui la musica stessa, che fino ad allora mi
aveva consolato con la sua presenza immateriale, mi abbando-
n del tutto. Scoprii la gelida struttura della tecnica - corpus si-
ne spiritu - gesti automatici che provocavano diatonie, cromati-
smi, dissonanze, melodie. Eppure di l da tutto questo restava
un ostinato silenzio.

Canone Inverso 133/63


Ancora una volta il mio cantastorie s'interruppe. Non so che
cosa fosse stato, forse il rumore di una spazzatrice meccanica
che procedeva lungo la strada, abbagliandoci con il suo faro ro-
tante, forse lo sbattere delle porte di un'automobile e le voci di
alcune persone che si accomiatavano dagli amici, sta di fatto
che il filo dei suoi pensieri si era spezzato e sembrava proprio
che lui ne cercasse il bandolo frugandosi ansiosamente nelle
tasche. Ne trasse infine la bottiglietta di acquavite, si vers in
gola l'ultimo sorso e mi guard in modo strano. C' sempre un
momento, nel bel mezzo di una recita, che un attore ritorna in
se stesso, o chi sta narrando una storia ammutolisce all'im-
provviso, fissandoti negli occhi senza dire nulla. Lui ora mi
guardava proprio come se si fosse appena svegliato da un so-
gno. Forse cercava di ricordare chi era e che cosa faceva l, se-
duto di fronte a me, a quell'ora della notte. Temetti volesse an-
darsene, ma non dissi nulla, qualsiasi cenno, qualsiasi parola
sarebbero stati fuori luogo. Per un po' sembr esaminare la
mia espressione per cercarvi qualche traccia d'incredulit. Do-
vetti aver superato l'esame, perch a un tratto lo vidi sorridere.
Era la prima volta che quel volto si apriva a un sorriso, seppure
amaro, e non nel suo solito ghigno insolente.
E quasi sottovoce Varga riprese il racconto:
Fu anche l'anno in cui conobbi Kuno, il mio primo amico.
Sceso in quel luogo, mi parve, per aiutarmi a percorrere l'ulti-
mo, e pi difficile, tratto...

64/133 Paolo Maurensig


Come avr gi immaginato, in quel clima di slealt e di dela-
zione era raro, se non impossibile, che nascessero delle amici-
zie, anche perch ogni rapporto era avvelenato dal sospetto di
omosessualit. E le naturali simpatie che nascevano tra gli al-
lievi venivano sistematicamente osteggiate dagli insegnanti, e
comunque si raffreddavano quando si avvicinava il momento
di formare l'orchestra da camera che avrebbe eseguito il con-
certo di chiusura con un solista di fama. Quella era, infatti, l'u-
nica possibilit di conoscere da vicino qualche celebre musici-
sta, e di mettersi in luce ai suoi occhi, per poterne trarre un
giorno dei vantaggi. Ogni studente ambiva infatti, una volta fi-
niti gli studi, a diventare l'allievo personale di un grande violi-
nista. E i grandi musicisti notoriamente sono disposti a inse-
gnare solo a chi gi un maestro. Il concerto di chiusura diven-
tava quindi, seppure in maniera indiretta, una vera e propria
audizione. L'organico dell'orchestra da camera prevedeva solo
quattordici violini. I posti erano limitati e tutti facevano a gara
per entrarci. Gi a met corso si creava una tale atmosfera di
tensione che molti allievi evitavano persino di parlarsi.
Va detto anche che, in un ambiente come quello, ogni attra-
zione era determinata dall'affinit artistica. Le ragioni che
spingevano a volte due ragazzi a simpatizzare erano di natura
puramente musicale. Il linguaggio era la musica, l'argomento di
ogni conversazione verteva sulla musica. Tutto era musica al
Collegium. Ma la musica poteva unire profondamente come al-
trettanto profondamente dividere. L'incontro con Kuno fu pi
forte di ogni contraddizione. E avvenne in modo affatto singo-
lare.
In genere, i volti, le voci, i nomi di tutti i compagni che ti sa-
rabandavano attorno, sfumavano nell'immemoria, si confon-
devano al punto che potevi accorgerti dell'esistenza di qualcu-
no anche dopo mesi e mesi che l'avevi avuto tutti i giorni sotto
gli occhi. Ma solo quando lo sentivi suonare quello sconosciu-
to assumeva una sua precisa fisionomia.
Questo accadde anche fra me e Kuno. La sua presenza mi si

Canone Inverso 133/65


manifest un giorno, per la prima volta, durante gli esercizi
mattutini. In quelle due ore potevamo scegliere di suonare ci
che preferivamo cercando ciascuno, in quel frastuono, di con-
centrarsi sulle proprie note, senza essere subissato da quelle
dei compagni. Quel giorno, stanco, esasperato dal silenzio che
c'era dentro di me da troppo tempo, mi ero scagliato con forza
verso la musica, come chi, dopo aver bussato invano a una por-
ta, decida, per disperazione, di abbatterla con una spallata. Mi
ero infervorato in un Capriccio di Paganini che conoscevo a
memoria, e tale era l'impeto con cui affrontai quel pezzo che
dopo un po' ebbi la sensazione di essere solo. Non udivo pi
nulla attorno a me, ogni strepito si era spento improvvisamen-
te, ero io l'unico a suonare. Anzi, mi sembrava che le mie note
si specchiassero in un'eco lontana. Dopo un po' mi accorsi che
la mia non era un'illusione, che in realt tutti gli altri avevano
smesso di suonare per starmi ad ascoltare, o meglio, per starci
ad ascoltare. S, perch qualcuno, in una delle celle contigue,
stava eseguendo, all'unisono, il mio stesso brano. E quando mi
arrestai, un po' sorpreso da tutto quel silenzio che mi circon-
dava, quell'echeggiare non si spense subito, continu ancora
per qualche battuta. Poi il silenzio fu quasi assoluto. Qualcuno
stava in ascolto per capire se il suo segnale era stato raccolto.
Ripresi a suonare dal punto in cui mi ero fermato. Era la mia
risposta. Ed ecco subito altre note replicarsi sulle mie, rifacen-
domi il verso. Ma fu cosa breve. Gi il guardiano inveiva lungo i
corridoi, picchiava furiosamente con il bastone sulle porte del-
le celle, ordinando che gli esercizi riprendessero. E dopo pochi
secondi il clamore degli archi ci sommerse nuovamente.
Fu questo solo un primo segnale, il quale non bast tuttavia
a farci riconoscere. Eravamo solo due voci che si cercavano. Ma
di l a pochi giorni, mentre mi recavo alla consueta lezione po-
meridiana passando lungo il corridoio udii dietro una porta
qualcuno che si stava esercitando furiosamente, al battito di un
Maelzel puntato al massimo. Aprii quell'uscio senza alcuna esi-
tazione, senza neppure pensare alle conseguenze disastrose

66/133 Paolo Maurensig


che la mia irruzione avrebbe potuto avere. Per fortuna il ragaz-
zo era solo. Non si era accorto della mia presenza e continuava
a suonare.
Per un istante mi sentii gelare. Quel ragazzo mi assomiglia-
va, aveva sicuramente la mia et, la stessa corporatura, le stes-
se mani, ma aveva soprattutto quella espressione rapita che mi
sentivo dipinta sul volto mentre suonavo. Credetti di vedere
me stesso, come se quella stanza fosse una vasta superficie
specchiante che mi rimandava la mia stessa immagine. E colsi
in lui la replica complementare, la controfigura di pura emo-
zione, il suggeritore misconosciuto che di tanto in tanto riven-
dica i propri diritti sulla pallida maschera che si agita sulla
scena. Vidi me stesso, dunque, e la vita che stavo passando cro-
cifisso al mio violino. E fu in quel momento che capii tutta la
forza ossessiva e possessiva della musica.
Ma l'allucinazione svan quasi subito. Il ragazzo, accortosi
della mia presenza, smise di suonare e si volse verso di me, ma
non sembr per nulla sorpreso, anzi mi sorrise e, avvicinatosi,
mi tese la mano. Solo in quel momento constatai che non mi
assomigliava affatto. Kuno, disse Kuno Blau. Eri dunque tu
quel giorno... a sfavillare.
E tu non eri da meno.
Mi sospinse fermamente sul corridoio. Vattene ora, prima
che ti sorprenda il mio insegnante. Fece una breve pausa pri-
ma di richiudere la porta, e torn a sorridermi. Mi sembrava il
canto delle sirene in mezzo a una tempesta. Ammicc e so-
spinse il battente, dandomi appena il tempo di allontanarmi
senza essere visto dall'insegnante che stava giungendo in quel
momento.

Kuno era nato a Hofstain, in Tirolo, e aveva studiato al Con-


servatorio di Innsbruck, ma i suoi genitori volevano che si di-
plomasse al Collegium Musicum, e questo aveva comportato un
difficile esame di ammissione e l'obbligo degli ultimi due anni

Canone Inverso 133/67


di frequenza. I suoi genitori erano dei nobili benestanti - suo
padre era un banchiere -, ma egli non godeva per questo di
nessun privilegio rispetto agli altri, e anzi si comportava esat-
tamente come se vi si trovasse dal primo corso. Si distingueva
per per la sicurezza ostentata e anche per un sospetto di ar-
roganza, persino con gli insegnanti. Quello che mi piacque di
lui fu anche il fatto che, forte di questo atteggiamento di supe-
riorit, si ergeva spesso a difesa dei pi deboli, cosa mai vista al
Collegium.
Ricordo che un giorno assistevamo alle prove di un Concer-
to grosso di Hndel. Ai decani era infatti permesso assistere al-
le lezioni dei pi giovani. C'era nel gruppo di musica d'insieme
un ragazzo, al quarto anno di violino, preso spesso di mira dai
compagni per l'aspetto emaciato e per le orecchie di un rosso
fuoco che contrastavano con il pallore del volto. Alla ripresa
delle prove, dopo una breve interruzione, il violino del ragazzo
cominci a emettere degli strani suoni. Non si capiva bene co-
me avessero fatto, ma era uno scherzo ricorrente quello di
mettere fuori uso il violino di qualcuno spalmando del sapone
sulle corde. Il ragazzo tentava inutilmente di suonare. I suoi
compagni gi ridacchiavano, o meglio, avevano le mascelle
contratte per lo sforzo di non ridere. Ma prima che l'insegnante
potesse reagire, Kuno si alz dal suo posto e avvicinatosi al
malcapitato, che stava gi per scoppiare a piangere, gli porse il
proprio prezioso violino, permettendogli cos di terminare le
prove. Fu un gesto inaspettato, sconcertante. E da quel giorno
al ragazzo dalle orecchie rosse nessuno os pi fare scherzi.
Kuno e io eravamo i migliori del nostro corso, e forse di tut-
ta la scuola. Ad attrarci all'inizio fu un sentimento di reciproca
ammirazione. Bench il tempo per stare assieme non fosse
molto, c'erano sempre tra noi sguardi d'intesa, di complicit.
Eravamo ormai dei privilegiati. Seppure in luoghi diversi, ave-
vamo superato tutte le prove, tutti gli ostacoli. Ora guardava-
mo con fiducia all'avvenire e con un senso di superiorit a tutti
gli altri che si dibattevano ancora nei gironi inferiori. Eravamo

68/133 Paolo Maurensig


rispettati e ammirati. Anche l'invidia e il boicottaggio degli in-
segnanti si erano trasformati in una stucchevole benevolenza,
cos goffa a volte da riuscire insopportabile. Durante l'ora di
pausa passeggiavamo insieme per il cortile, mentre tutti gli al-
tri ci osservavano. E naturalmente non ci nascondevamo nulla.
Io gli avevo raccontato tutto della mia vita fin nei minimi parti-
colari, persino dell'amore per Sophie. Ma il mondo di Kuno era
cos diverso dal mio. Se il mio era vuoto, il suo era traboccante
di cose, di persone, di memorie. Dietro di me, invece, non c'era
niente: nemmeno mio padre. E questo, a volte, mi faceva senti-
re un sentimento di invidia, che molto spesso si sovrapponeva
all'ammirazione.
Per il saggio di fine anno fummo noi due i violini prescelti
per suonare, di Mozart, il quartetto Le dissonanze, con il grande
Piatigorskij al violoncello. E qualche giorno dopo, nell'arrive-
derci al prossimo autunno, c'era gi la promessa di un'amici-
zia.

Quell'anno, per la prima volta, lasciavo il collegio senza ave-


re un luogo dove andare. La libert mi dava le vertigini. Il solo
pensiero di dover tornare in autunno tra le mura di quel carce-
re mi faceva sentir male, ma nello stesso tempo sentivo che
quello era il mio unico rifugio. Fuori c'era il mondo, che la soli-
tudine rendeva ancora pi vasto, e la libert ancora pi deser-
to.
A Vienna, al piano ammezzato di un edificio di mattoni sulla
Wienzeile c'erano gli uffici e i magazzini della nuova filiale del-
la ditta fondata dal mio patrigno. Il suo pt stava conquistan-
do il mercato austriaco e tedesco, e l'obesa famiglia della pub-
blicit sorrideva felice su tutti i muri della citt con lo slogan
SCHMECKT GUT?.
Il direttore della filiale, il signor Peter Grenze, era stato in-
caricato dal mio patrigno di versarmi la somma di denaro ne-
cessaria al mio sostentamento, e di aiutarmi in caso di bisogno.

Canone Inverso 133/69


Fu lui che mi diede alcuni indirizzi di affittacamere o di pen-
sioni economiche per studenti. Poi, vedendomi indeciso, mi
propose una comoda soffitta di sua propriet, nella Schler-
strasse, dove avrei potuto suonare anche di notte senza distur-
bare nessuno, e mi sarei trovato anche, aggiunse, a pochi passi
dalla casa in cui aveva abitato Mozart. Naturalmente accettai la
sua proposta. Trovai cos un rifugio. Il mio abbaino sporgeva su
un cortile in cui lavorava uno scalpellino. Sul terreno erano
disseminati lastroni di marmo e angeli di pietra. E dalle fine-
stre di sotto mi giungevano a volte, verso sera, le note di un
pianoforte e la voce appassionata di un baritono.
Per quattro ore al giorno mi esercitavo al violino poi uscivo
e camminavo a lungo, arrivavo fino alla sponda del Danubio e
mi stendevo sull'erba, al sole, a guardare le chiatte che scende-
vano e risalivano la corrente. Mangiavo nelle pasticcerie o mi
fermavo a qualche chiosco. Vivevo la mia vita da bohmien, e a
volte, seppure in solitudine, mi sentivo felice.
Naturalmente non avevo dimenticato Sophie Hirschbaum.
In questi quattro anni passati al Collegium Musicum ne avevo
seguito da lontano le vicende attraverso i giornali che circola-
vano clandestinamente. Sophie Hirschbaum era viennese e la
stampa austriaca ne parlava spesso. Ordinando le notizie e le
date, avevo avuto modo di farmi una mappa, seppure incom-
pleta, dei suoi spostamenti in Europa. Dopo la drammatica av-
ventura sul Balaton, Sophie aveva ripreso la sua attivit con-
certistica con rinnovato impegno. Negli ultimi due anni per
aveva rallentato un po'. Forse liberatasi da un contratto coerci-
tivo, ora alternava l'attivit concertistica a quella dello studio e
dell'insegnamento. E si pu immaginare la mia emozione
quando lessi su un giornale che l'anno seguente avrebbe tenu-
to dei seminari a Vienna per un gruppo ristretto di giovani di-
plomati. Mi mancava giusto un anno per terminare gli studi. E
intanto, pensavo, avrei potuto scriverle, e dirle il mio desiderio
di incontrarla. Ero fuori di me al pensiero che il destino avesse
potuto far convergere cos bene i nostri percorsi, proprio come

70/133 Paolo Maurensig


avevo previsto da sempre. Il giornale per non indicava n il
luogo n la data di questi seminari. Neppure al Conservatorio
seppero dirmi qualcosa, e quando insistetti per sapere dove
poterle recapitare una lettera, mi diedero un indirizzo di Vien-
na, a loro dire l'unico che avevano: 19, Brgerstrasse. In quella
via, piuttosto appartata e quieta, iniziai a fare il mio turno di
ronda. Camminavo avanti e indietro per ore, reggendo la cu-
stodia del violino, e avevo l'impressione che le poche persone
che incontravo sospettassero gi il motivo per cui giravo da
quelle parti. Se nel primo giorno la casa del n. 19 l'avevo sbir-
ciata solo da lontano, passando sempre dall'altro lato della
strada, ora, al terzo giorno, mi ero fermato proprio davanti al
portone per leggere i nomi degli inquilini sulle targhette, ma
Sophie Hirschbaum non la trovavo. Leggevo e rileggevo, quel
nome non c'era.
Chi sta cercando?
A farmi sobbalzare era stato un uomo bianco di capelli e dal
colorito pallido, che mi era arrivato alle spalle senza che me ne
accorgessi. Evidentemente abitava in quella palazzina e stava
per infilare le chiavi nel portone. Non si decideva per a farlo e
continuava a squadrarmi, osservando con un certo interesse
l'astuccio del violino che tenevo in mano. Non avevo nulla da
temere, in fondo stavo cercando una persona, la cosa pi legit-
tima di questo mondo. Eppure gli innamorati, come i ladri,
hanno sempre qualcosa da nascondere. Cos, a quella domanda
estrassi dalla tasca il biglietto su cui era scritto l'indirizzo e,
sventolandolo come fosse un salvacondotto, cominciai a bal-
bettare qualcosa su un certo seminario di studi musicali che si
sarebbe dovuto svolgere a Vienna, sotto la guida di Sophie Hir-
schbaum. Il vecchio si era deciso finalmente a inserire la chiave
nella toppa e, aperto il portoncino, mi fece cenno d'entrare.
Sulle prime esitai, poi lo seguii lungo un androne e su per le
scale fino alla porta di un appartamento al primo piano, sulla
quale c'era una targhetta ovale di ottone un po' brunito con la
scritta Prof. Albert Ganz. L'uomo ansimava per aver fatto due

Canone Inverso 133/71


rampe di scale, il suo colorito, pallidissimo, si era un po' ravvi-
vato sulle guance. Non aveva detto ancora una parola lungo
tutto il percorso, e io mi chiedevo perch mai l'avessi seguito
fin l. Ora, sempre in silenzio, stava armeggiando con un mazzo
di chiavi per aprire quest'altra serratura, operazione che appa-
riva pi difficoltosa della prima. E a questo punto mi decisi a
chiedergli se avesse in qualche modo a che fare con Sophie
Hirschbaum e con il suo programma di studi. Mi guard con un
sorriso bonario e furbesco a un tempo e fece, almeno mi sem-
br, anche un cenno di assenso appena percettibile. Intanto
l'uscio si era dischiuso su uno spoglio corridoio in penombra
con un vistoso portaombrelli di metallo dorato, e qua e l qual-
che vaso di aspidistra. Con un altro cenno fui invitato a entrare.
Seguii il vecchio verso una porta aperta, in fondo al corridoio,
che sembrava essere l'unica fonte di luce. Oltre la porta mi ri-
trovai, con un senso di sollievo, in un ampio tinello luminoso.
Al nostro apparire, un canarino in gabbia cominci a cinguetta-
re con insistenza, e l'uomo, come sentendosi rimproverare,
prese a parlargli con voce flautata, gli cambi l'acqua nella va-
schetta, aggiunse miglio fresco nella minuscola mangiatoia,
continuando a profondersi in scuse verso la bestiola per essere
stato fuori tanto a lungo. Non era difficile capire che quell'uo-
mo viveva da solo, forse da troppi anni.
Io ero rimasto per tutto il tempo in piedi sulla porta, osser-
vando divertito quelle premure, ma a vederlo ora sparire at-
traverso un'altra porta, mi sentii un po' a disagio. Per un atti-
mo temetti addirittura che si fosse dimenticato completamente
di me. Ma dopo pochi minuti torn reggendo due grossi infolio,
rilegati in pelle, che appoggi su un tavolo. Mi guard per un
attimo, sbalordito di trovarmi ancora fermo sulla soglia. Ma
cosa sta facendo l in piedi? Entri, giovanotto, si accomodi.
Evitai le poltrone e scelsi una sedia dallo schienale rigido. Con-
tinuavo a chiedermi che cosa ci facessi in quel luogo. Poi vidi
qualcosa che mi rincuor. In un'altra stanza comunicante non
meno grande di quella in cui ci trovavamo, c'era un pianoforte

72/133 Paolo Maurensig


a mezza coda. Mi trovavo dunque in casa di un musicista, o per
lo meno in una casa dove si faceva della musica. Certo, nelle ca-
se di Vienna i pianoforti non mancavano, ma alcuni perdevano
nel tempo la propria funzione ed erano degradati al ruolo di
mobili preziosi quanto inutili. Questo per aveva uno spartito
sul leggio, e l'ala era sollevata: segno che era stato suonato di
recente. Intanto l'uomo continuava a cercare qualcosa, apren-
do armadi e cassetti, sbuffando rumorosamente e imprecando
tra i denti. Finalmente, trovati gli occhiali, raccolse uno di quei
volumi che aveva portato dall'altra stanza e si sedette in pol-
trona, proprio di fronte a me.
Mi guard a lungo prima di parlare. Sembrava riflettere se
fosse il caso di farmi delle confidenze.
Lei conosce Sophie? mi chiese. Io annuii, arrossendo un
poco.
Una volta si faceva della musica in questa casa. Ma da
quando mia moglie morta e la mia unica figlia se n' andata
per fare la concertista, vivo solo di ricordi. E poi, notando la
mia sorpresa, aggiunse: S. mia figlia Sophie ha voluto mante-
nere il cognome di sua madre, ritenendolo pi adatto alla car-
riera.
Mi porse quindi uno dei due volumi, un album di fotografie,
che cominciai a sfogliare dapprima con curiosit, poi con
commosso interesse. L dentro c'era tutta la vita di Sophie. Gi-
ravo le pagine molto lentamente, guardavo le foto, scorrevo gli
articoli che il padre aveva raccolto e conservato. Erano passati
quattro anni dal giorno del nostro primo incontro, ma nelle
immagini anche pi recenti Sophie non era cambiata per nulla.
Aveva sempre quell'aspetto minuto da pallida adolescente
svogliata. Mi aveva colpito in particolare una foto che la ritrae-
va in piedi, con il violino, in una postura ieratica, da divinit
egizia. Confesso che ebbi la tentazione di rubarla.
Infine, era gi pomeriggio inoltrato, il professor Ganz mi
chiese se mi andava di suonare qualcosa assieme a lui. Pas-
sammo nella stanza del pianoforte. Le pareti erano ricoperte di

Canone Inverso 133/73


manifesti e locandine di tutti i teatri d'Europa, dove Sophie
aveva tenuto concerti. Dopo aver rovistato tra mucchi di spar-
titi ammucchiati dappertutto, persino sul pavimento, il profes-
sore trov quello che cercava. Erano le sonate per violino e
pianoforte di Beethoven. Decidemmo di suonare la Frhlings
Sonate che, a sentire lui, era la preferita di Sophie (e che da
quel momento sarebbe stata anche la mia). Dopo avermi dato il
tempo, attaccammo subito l'Allegro e il professor Albert Ganz,
da quell'uomo svanito e inconcludente che mi era sembrato,
sembr trasformarsi, riacquistare tutto l'estro giovanile. Aveva
un tocco e una bravura che mai avrei sospettato. Era come se
avessimo suonato assieme da sempre. Ogni pausa, ogni attacco
erano precisi, l'accordo era perfetto, lo capivo dal suo sorriso,
dalle occhiate che mi rivolgeva, dal dondolo della testa che a
volte si abbassava fin quasi a toccare la tastiera. E forse, quan-
do chiudeva gli occhi, sentiva ancora accanto a s la presenza
di sua moglie e di Sophie. Ma alla fine dell'Adagio molto espres-
sivo si alz tossicchiando, disse di essere stanco, e che avrem-
mo suonato un'altra volta, se venivo a trovarlo. Riposi il mio
violino e mi lasciai condurre alla porta e vidi solo allora che
aveva gli occhi lucidi.
In quella casa tornai altre volte, e prima di partire per il col-
legio lasciai al professor Ganz una lettera per Sophie, pregan-
dolo di indirizzare un'eventuale risposta alla ditta del mio pa-
trigno, all'attenzione del direttore, signor Grenze. Ma, durante
il viaggio in treno, cominciai a essere tormentato dai dubbi.
Una lettera quanto di pi irrevocabile ci sia, e io ripensavo
tutto ci che le avevo scritto. Non mi ero preso troppe libert?
La mia richiesta di rivederla, per potermi perfezionare sotto la
sua guida, suonava appassionata come una dichiarazione d'a-
more. E poi, avevo fatto bene a rammentarle il nostro incontro
avvenuto in un momento del suo passato che lei avrebbe volu-
to certamente cancellare? Ma se, al contrario, quell'episodio
l'aveva davvero cancellato, allora non si sarebbe neppure ri-
cordata di me, e la mia lettera le sarebbe apparsa come il vani-

74/133 Paolo Maurensig


loquio di un esaltato.

Feci dunque ritorno al collegio. Mi restava solo un anno.


Ma quando un lungo viaggio sta per terminare e siamo gi in
vista del luogo in cui siamo diretti, quell'ultimo tratto, breve,
brevissimo rispetto al cammino gi fatto, si fa improvvisamen-
te pi duro, lo spazio sembra dilatarsi, la meta si allontana fino
a sparire come un miraggio. Ma la presenza di Kuno mi fu di
conforto. La nostra amicizia durante quell'anno si sald e su-
per tutte le ostilit. Eravamo i migliori, eravamo un esempio,
stavamo per andare nel mondo ad attestare la grandezza del
Collegium Musicum. Ma l'invidia non disarmava. Qualcuno si
chiedeva chi di noi due fosse il pi bravo, ma se anche tentava
di seminare la discordia, noi di sicuro non ci eravamo mai posti
questa domanda. Era forse possibile che il cammino verso la
perfezione degenerasse in gara? Era pensabile che la dea della
musica decidesse di respingere uno di noi? Ci consideravamo
alla pari. Camminavamo sullo stesso stretto sentiero che ci te-
neva uniti e procedevamo alla luce di una sola lampada. Se an-
che alla fine di questo sentiero ci fosse stata una porta disposta
ad aprirsi per uno solo, allora forse nessuno di noi due sarebbe
entrato. Ciascuno avrebbe tentato in tutti i modi di sospingere
l'altro attraverso quella soglia, restandone fuori. Questo era il
sentimento che ci univa. Come poter credere che tra noi na-
scesse una rivalit? Eravamo come fratelli, non nella carne e
nel sangue, ma in quello spirito dove dimorano l'ordine, il rit-
mo e l'armonia. Non potevo ancora sapere, tuttavia, che lo spi-
rito pu oscurarsi.
La formazione dell'orchestra per il saggio di fine anno pre-
vedeva che uno solo degli allievi diplomati avrebbe eseguito la
parte del primo violino. O meglio, quella parte sarebbe stata si-
curamente affidata a Kuno o a me. Ma non ci sarebbe stata con-
tesa, perch gli avrei ceduto volentieri il mio posto. La mia non
era modestia, semmai suprema ambizione. Potevo anche per-

Canone Inverso 133/75


mettermi di non fare alcuno sforzo per dimostrare la mia bra-
vura.
Ma quando a met corso si diffuse la notizia che il concerto
sarebbe stato eseguito a Vienna e trasmesso dalla radio nazio-
nale austriaca, e che il solista sarebbe stata Sophie Hirsch-
baum, dovetti ricredermi sul mio sentimento d'altruismo. In
quel concerto il primo violino non potevo che essere io, il pi
vicino a Sophie. Perch cos voleva sicuramente il destino.
Le tentazioni della vita hanno lo scopo di mettere alla prova
la nostra fermezza d'animo. Cedervi tuttavia pu dare un pur
precario e tormentato appagamento. Ma le tentazioni peggiori
sono quelle a cui si cede senza averne nulla in cambio, facendo
solo l'amara scoperta della nostra debolezza. In realt non suc-
cesse nulla di tutto questo. Il programma fu tutt'a un tratto
cancellato. Il nostro direttore, che ne era il promotore, venne
improvvisamente destituito per cause di salute e tra le mura
del Collegium cominciarono ad aggirarsi strani figuri che con
l'insegnamento avevano poco o nulla a che fare. Tutti quanti
noi, compresi gli insegnanti, li guardavamo con sospetto e ti-
more. I nuovi venuti avevano costituito una specie di Com-
missione di controllo della scuola, stavano asserragliati in una
stanza al primo piano, ma non era chiaro che cosa facessero.
L'unica cosa certa era che in quella stanza si svolgevano inter-
minabili interrogatori. Molti di quelli che ne varcavano la so-
glia scomparivano dopo pochi giorni, senza lasciare traccia. Il
loro nome veniva taciuto all'appello mattutino e cancellato dai
registri. Restava una cella vuota con un materasso arrotolato
sulla branda. Tutto si svolgeva con tanta rapidit e decisione
che finivamo per chiederci se c'erano davvero stati, al Colle-
gium Musicum, quel tale Rosenbaum o Goldmayer o Horowitz,
con cui per anni avevamo diviso lo spazio, il cibo, il sapere. Ma
era meglio far finta di nulla, meglio convincersi che non erano
mai esistiti.
La Commissione aveva libero accesso dappertutto, poteva
entrare in ogni cella, mettere le mani fra gli effetti personali

76/133 Paolo Maurensig


degli allievi e degli insegnanti, aprire la corrispondenza in arri-
vo e quella in partenza. Il suo potere sembrava illimitato. Qual-
cuno diceva che tutta questa storia aveva a che fare con la for-
mazione di una filarmonica giovanile austriaca, e che gli uomi-
ni della Commissione erano incaricati di costituirla, sce-
gliendo dalle varie scuole gli allievi migliori, non solo in base
alla preparazione musicale, ma, a quanto si sussurrava, anche
alle idee politiche e religiose. Sta di fatto comunque che il con-
certo viennese non si fece. E cos ancora una volta il tanto atte-
so incontro con Sophie Hirschbaum sfum. L'anno si concluse
come tutti gli altri. Anzi, peggio. Non ci furono gli ormai tradi-
zionali seminari di grandi violinisti. Non ci fu neppure il con-
certo di chiusura. Dovemmo ascoltare lunghi discorsi sulla mu-
sica e il patriottismo, sulla funzione della musica nella societ,
sulla degenerazione della musica contemporanea.

Non mi sembrava vero di poter lasciare quelle mura con la


certezza di non doverci pi tornare. Ma, come spesso succede
quando si raggiunto qualcosa che abbiamo desiderato per
anni, scoprii che ormai mi ero abituato a tal punto alle costri-
zioni e alla fatica che avevo quasi perso di vista lo scopo cos
duramente perseguito. Quel che avevo conquistato mi sembra-
va gi superato, lo vedevo gi dietro di me. Era come se, ad-
dormentatomi in treno, mi fossi svegliato mille miglia lontano
dalla stazione in cui dovevo scendere.
Addirittura, prima di lasciare il collegio guardai con altri oc-
chi i miei compagni e anche gli insegnanti. Provavo per loro
non solo dell'affetto, ma anche un po' d'invidia. Io dovevo an-
darmene, loro potevano restare.
Kuno voleva a tutti i costi che lo seguissi a Innsbruck, ospite
a casa sua per le vacanze. Ma io avevo da fare alcune cose che
mi stavano a cuore. Kuno insisteva, mi fece giurare che, non
appena sistemati i miei affari, sarei andato a trovarlo. Gli pro-
misi che l'avrei fatto. E poi partimmo in due direzioni opposte.

Canone Inverso 133/77


Tornato a Vienna, andai difilato alla ditta del mio patrigno
per riscuotere la mia piccola rendita. Il signor Grenze non c'e-
ra. Fui fatto accomodare nel suo ufficio. Mi guardai intorno con
un certo sgomento. Una scrivania macchiata d'inchiostro, pare-
ti spoglie, un intonaco scrostato con macchie di muffa lungo il
battiscopa, i vetri smerigliati della porta di ingresso, una fine-
stra che dava sul magazzino... Che fosse quello dunque il posto
a cui ero destinato? Mentre aspettavo, lessi e rilessi le norme
antincendio affisse sulla parete accanto allo scrittoio. Mi colp
soprattutto il punto in cui si parlava di abbandonare l'edificio,
in caso di incendio o altro pericolo, con sollecitudine, ma sen-
za panico, e cercai di immaginarmi come questo potesse av-
venire. In quel momento la famigliola di rosei obesi pass ac-
canto alla finestra, e i suoi componenti mi sorrisero, come se
mi invitassero a unirmi a loro. Il manifesto del pt veniva ora
riprodotto anche sulle fiancate dei furgoni della ditta.
Finalmente arriv il signor Grenze. Sembr contento di ri-
vedermi. Mi diede quanto mi spettava, trattenendosi per un al-
tro intero anno la pigione della sua soffitta. C'era anche della
posta, mi disse, e a quelle parole il mio cuore fece un'inutile
rincorsa. Non era la risposta di Sophie. Si trattava soltanto di
una lettera del mio patrigno il quale aveva saputo in qualche
modo dell'esito dei miei studi e si complimentava. Ora dovevo
correre la mia avventura. Ero giovane, avevo del talento, era
giusto che andassi fino in fondo. Anche lui da ragazzo era stato
un sognatore, ma infine la severit della vita lo aveva riportato
al posto giusto. Concludeva dicendo che nella sua azienda ci sa-
rebbe sempre stato un posto per me.
Di l, mi recai al 19 della Brgerstrasse per sincerarmi che il
mio messaggio per Sophie fosse stato inoltrato, ma una vicina
mi disse che il professor Ganz era partito e probabilmente non
sarebbe pi tornato. Aveva venduto tutto: mobili, pianoforte,
libri.
Ma dov' andato?
Aveva l'aria di chi parte per molto lontano.

78/133 Paolo Maurensig


Ma perch?
La signora ripet: Perch? e allarg le braccia.

Alla fine di luglio decisi di accettare l'invito fattomi da Kuno


e gli annunciai, con un telegramma, il giorno e l'ora del mio ar-
rivo. Prima di lasciare Vienna, per, incaricai il signor Grenze
di inviarmi la corrispondenza a quell'indirizzo. Poi partii per
Innsbruck.
Non potevo per immaginare che il luogo cui andavo incon-
tro era il cono d'ombra del mio passato e che in esso era celato
il mistero, o, farei meglio a dire, la mistificazione della mia esi-
stenza.

Al mio arrivo trovai Kuno ad aspettarmi alla stazione, con


tanto di automobile e chauffeur. Quest'ultimo, un uomo tar-
chiato con indosso uno spolverino grigio e gli occhialoni solle-
vati sulla fronte, mi tolse le valigie di mano e le caric nel ba-
gagliaio. Dopo un tortuoso tragitto in mezzo ai boschi, vidi di-
stricarsi dal nero degli abeti le mura di Hofstain, che non era
un villaggio, come avevo sempre creduto, ma un autentico ca-
stello. Quando arrivammo, il sole stava gi precipitando, l'am-
pia facciata era in ombra e i vetri al primo piano riflettevano
lembi luminosi di cielo. La vettura si ferm davanti a un mas-
siccio portone di legno costellato di borchie di metallo. Dopo
aver scaricato i miei bagagli, l'autista tir con forza una mani-
glia che sporgeva dal muro. Uno scampanello si diffuse all'in-
terno e dopo un'attesa che cominciava a sembrarmi senza spe-
ranze, un battente si apr e apparve un valletto, o meglio, un
vegliardo in livrea, con brache di velluto nero, strette al ginoc-
chio, e calze di candido cotone che si afflosciavano sui polpacci
ingraciliti. Benvenuti disse con un tremolo nella voce. En-
trammo. L'interno era in penombra. Solo un raggio di sole fo-
rava, sul fondo, un vetro istoriato, e attraverso galassie di pol-

Canone Inverso 133/79


vere in sospensione illuminava un astrolabio collocato su un
tavolo in mezzo a pile di libri e fasci di carte. L'odore stantio
del tempo si sprigionava dai mobili austeri, dagli arazzi, dalla
galleria dei ritratti degli antenati. Anche i genitori di Kuno
sembravano gi in posa per i posteri. Suo padre era un uomo
alto, stempiato, con folti favoriti grigi; correggeva la sua anda-
tura claudicante con un elegante bastone d'ebano. Sua madre
era una donna ancora giovane e bella, con uno dei sorrisi pi
accattivanti che abbia mai visto: fu lei a farmi sentire subito a
mio agio, dicendomi che tutti a Hofstain erano ormai impazien-
ti di conoscere l'amico di suo figlio. Mi colp quel tutti. Chi al-
tri c'era in quel castello? Lo seppi presto. C'era la zia di Kuno,
sorella di suo padre, una donna silenziosa, con un'ossatura po-
derosa, dai polsi e dalle mani nodose, quasi deformi, che avrei
visto indossare sempre delle camicette di pizzo chiuse al collo
da un cammeo. E c'era la nonna paterna, la vecchia baronessa,
che mi si fece incontro su una sedia dalle lucenti ruote raggiate,
sospinta da una governante dall'aria arcigna. Nell'arrestarsi a
pochi passi da me, il suo capo si pieg leggermente da un lato
per osservarmi in un gesto curioso che rammentava le moven-
ze di un uccello. La paralisi aveva sconvolto i tratti del suo viso,
nondimeno mi piacque l'estrema eleganza del suo abbiglia-
mento e il candore dei suoi capelli acconciati con cura.
Dopo avermi presentato, Kuno spieg alla nonna che sarei
rimasto ospite al castello fino alla fine dell'estate. Parlava a vo-
ce alta, gesticolando, come di fronte a una persona dura d'o-
recchi. Alle sue parole, la vecchia si sforz di sorridere. Gu-
stav! esclam, ma subito dopo, senza che nulla (se non un at-
timo di concitato stupore) lasciasse presagire quel repentino
mutamento, si abbandon a un pianto silenzioso.
Kuno allora mi prese per il braccio e mi trascin via. Salim-
mo ai piani superiori e poco dopo prendevo possesso della mia
stanza. Le persiane erano chiuse e solo un lieve chiarore tra-
mava oltre le griglie abbassate. Kuno si avvicin alla finestra e,
sollevato il gancio, dette una spinta alle imposte che si spalan-

80/133 Paolo Maurensig


carono con un tonfo sul muro esterno. Uno stormo di uccelli si
lev dalle chiome di un pioppo e dopo un breve volo e un'acuta
virata torn a ripopolare i suoi rami. cosa rara la perfezione e
la grazia di un volo d'uccelli. Dentro di me sentii un dolce senso
di quiete.
Kuno sembrava impaziente di farmi da guida. Avrai tutto il
tempo per riposarti. Ma ora vieni che ti faccio vedere la casa.
Non vorrei che, lasciato solo, ti perdessi.
Mi port nella sua stanza. Adibita a studio, era pi adorna
della mia, ma lasciata anche a un pittoresco disordine. Pensai
alla sfortunata domestica che doveva togliere la polvere, con il
veto tassativo di spostare il bench minimo oggetto. C'erano
spartiti e libri che stipavano gli scaffali, ma anche una rastrel-
liera con fucili da caccia. Su alcune mensole facevano bella mo-
stra di s coppe d'argento, targhe e medaglie. Tra quei trofei,
sopra uno scaffale, in mezzo a dei libri antichi, era collocato
persino un teschio di un bel color avana, con un lapislazzulo a
forma di scarabeo incastonato in un'orbita. Era un'allusione
all'eternit, cos mi disse Kuno, notando il mio interesse.
l'anima umana che attraversa le tenebre della morte disse
gravemente. E vedendo la mia espressione partecipe, scoppi a
ridere e mi confid di averlo preso dallo studio dello zio, che in
passato aveva esercitato la professione di medico.
Ora muoviamoci prima che faccia buio. Lo seguii in silen-
zio mentre passava attraverso le varie stanze, facendomi di
ciascuna una breve storia. Era la prima volta che lo vedevo fuo-
ri dall'ambiente scolastico, e gi mi sembrava un'altra persona.
Non te le far visitare tutte mi avvert, indicandomi una
porta che si trovava in cima a una scala. Lass ci sono alcuni
luoghi che non vedono pi la luce da almeno un secolo.
Il sole ormai al tramonto si scomponeva attraverso le fine-
stre socchiuse. Il pavimento di legno, a grandi riquadri, scric-
chiolava a ogni nostro passo; lame di pulviscolo fendevano la
penombra delle stanze, abbagliando porcellane riposte in pan-
ciute vetrine, pallidi quadranti di pendole a muro, massicce

Canone Inverso 133/81


stufe di maiolica; e non c'era parete che non reggesse palchi di
corna di cervo, teste di cinghiale, o galli cedroni e altri uccelli
impagliati, che testimoniavano, della famiglia di Kuno, anche la
passione venatoria. Kuno mi precedeva. A ogni uscio che apri-
va mi domandavo quante volte in passato avesse gi fatto quel
gesto, o seguito quel percorso. Sono convinto che noi lasciamo
tracce invisibili su ogni mobile, su ogni parete della casa dove
siamo nati e cresciuti. La luce ha proiettato per anni il nostro
ritratto in quei punti dove eravamo soliti fermarci, o passare
con pi frequenza. E qualcosa di noi in quei punti deve essere
rimasto. Kuno si muoveva con orgoglio tra quelle stanze, sape-
va quanto a fondo infilare una chiave nella toppa, lo sforzo
esatto che occorreva per agganciare un'imposta o per sollevare
sui cardini una porta dura ad aprirsi, conosceva persino il ge-
mito delle assi su cui camminava.
Dopo quella rapida visita del castello, mi condusse nella sala
di musica, dove mi fece vedere i vari strumenti appartenuti alla
famiglia. C'era una serie di violini perfettamente conservati, tra
i quali uno Stainer, due Alban e una viola di Klinger. C'era an-
che un clavicembalo olandese (lo strumento che suonava anco-
ra sua madre), un violoncello di Guadagnini, e parecchi flauti in
avorio e bosso racchiusi in una teca. Naturalmente io non co-
noscevo tutti questi nomi. Solo di Stainer sapevo qualcosa,
proprio perch me ne aveva gi parlato Kuno la prima volta
che aveva visto il mio violino. L'aveva osservato con grande in-
teresse e mi aveva spiegato che era stato costruito da un liutaio
nato e vissuto ad Absam, un paese non distante da Innsbruck.
Anche mio padre suonava il violino disse. Prima di esse-
re ferito dallo scoppio di una granata.
Poi si avvicin a una cassettiera, apr uno stipetto e ne tras-
se un archetto di violino. Tieni, disse voglio farti un regalo.
Sulle prime rifiutai. Si trattava infatti di un archetto di fattu-
ra pregevole. Ma lui insistette perch lo tenessi.
Da l mi ricondusse nella mia camera, e mi diede informa-
zioni e consigli sulla vita al castello. Innanzi tutto ero libero di

82/133 Paolo Maurensig


alzarmi quando volevo - lui stesso non scendeva mai prima di
mezzogiorno - e se avevo fame bastava che andassi in cucina o
che chiamassi la cameriera. Se mi alzavo presto la mattina, po-
tevo uscire, passeggiare e anche suonare il violino. Di notte, in-
vece, avrei fatto meglio a restare chiuso nella mia stanza, e non
dovevo preoccuparmi se sentivo urlare la nonna. Per questa
sera mi disse ti procurer qualcosa da mangiare in camera,
ma gi da domani non dovrai assolutamente mancare alla cena
delle sette: quello l'unico appuntamento per cui non sono tol-
lerati ritardi.
Infine mi lasci solo. Poco dopo una cameriera buss all'u-
scio portandomi un vassoio con del pane, della carne fredda e
una bottiglia d'acqua. Mangiai qualcosa e dopo aver disfatto le
valigie tirai fuori dalla custodia il mio violino per provare qual-
che nota con l'archetto che mi era stato appena regalato; ma
smisi subito perch mi sembr che il suono si propagasse per
tutto il castello. Mi distesi sul letto a fissare quell'alto soffitto
che, in confronto allo spazio angusto delle celle del nostro col-
legio, sembrava un cielo aperto. Chiss se tutto quello spazio
mi avrebbe conciliato il sonno? Mentre me ne stavo cos, supi-
no sul letto a guardarmi attorno, mi colp, sulla parete sopra il
canterano, la traccia di un quadro appena tolto, un'assenza
spettrale, uno spazio che non c'era stato il tempo di riempire e
di cui restava non solo il profilo ben definito, ma anche del tut-
to intatta, sul ripiano sottostante, la disposizione di alcuni og-
getti ornamentali, vasi e fruttiera, che verso quel vuoto pare-
vano ancora tesi in un inutile abbraccio. Ma forse era solo uno
specchio, pensai, e sempre fissando quel pallido riquadro mi
addormentai, con un senso di appagamento, come fossi appena
tornato a casa dopo un lungo viaggio.

La mattina dopo, al risveglio, ritrovai intatto quel rassicu-


rante senso di appartenenza, che continu ancora per molti
giorni. Nel turrito castello di Hofstain mi sentivo a casa. Fu una

Canone Inverso 133/83


sensazione che mi accompagn misteriosamente per alcuni
giorni. E che misteriosamente scomparve.
Abituato com'ero alla disciplina del collegio mi alzavo molto
presto e dopo aver fatto colazione in cucina mi ritrovavo a gi-
ronzolare senza una meta precisa. A volte passavo in rassegna i
ritratti di famiglia, o sedevo in biblioteca su un divanetto posto
proprio dirimpetto a un grande ritratto giovanile della madre
di Kuno, Margarete von Tumitz, che il pittore aveva saputo ri-
produrre in tutta la sua bellezza.
L'unico a essere gi sveglio a quell'ora era il canuto valletto
che con passo strascicato percorreva i corridoi e le sale, rego-
lando le pendole a muro. Poi qualcuno usciva dalle cucine per
dar da mangiare ai cani. Quanti ne girassero per il castello non
mi fu mai dato di sapere con esattezza. C'era un vecchio Sch-
nauzer che di solito dormiva sul divano della biblioteca, e due
bracchi che durante il giorno vagabondavano in mezzo ai bo-
schi e spesso tornavano stringendo tra i denti la preda sottrat-
ta a qualche sprovveduto cacciatore (non era raro trovare sul
pavimento brani di carne sanguinolenta e piume che volavano
dappertutto). Infine c'era un branco di bastardi di tutte le ta-
glie, capeggiati da un cagnaccio dall'aspetto temibile, che face-
vano le loro scorribande attraverso le cucine e i saloni, azzuf-
fandosi con terribili guaiti, lordando tappeti e divani senza che
nessuno dicesse nulla se non, a volte, un tiepido: I cani do-
vrebbero starsene fuori. Precauzione, questa, che di solito ve-
niva presa la sera tardi, quando le porte si chiudevano. Ad al-
cuni, per, era permesso restare. Al vecchio Schnauzer di sicu-
ro, il quale dopo aver dormito tutto il giorno vagolava di notte
per il castello, venendo ad annusare e a raspare anche alla por-
ta della mia stanza.

In confronto alla vita frenetica ma disciplinata che conduce-


vamo in collegio, il tempo sembrava essersi fatto immobile.
Tutto sembrava racchiuso in una boccia di cristallo. Le giornate

84/133 Paolo Maurensig


trascorrevano con incredibile lentezza. Kuno si esercitava al
violino nella sua stanza, io nella mia. Ciascuno dedicava al suo
strumento parecchie ore della giornata. Kuno per, quando il
tempo era bello, di tanto in tanto andava a caccia, assentandosi
per tutto il giorno. E durante la sua assenza si accresceva in me
il disagio dell'ospite lasciato a se stesso. Bench tutti, fino
all'ultimo dei domestici, mi trattassero con riguardo e cortesia,
cercavo di stare appartato. Se incontravo qualcuno accennavo
a un saluto e tiravo diritto come se i corridoi e le stanze del ca-
stello fossero le vie e le piazze di una citt sconosciuta. La per-
sona che mi metteva pi a disagio era il barone. E anche lui
sembrava evitarmi. Aveva sempre l'aria di dover sbrigare
qualcosa d'importante che aveva lasciato in sospeso, e quando,
per pura cortesia, era costretto a rivolgermi la parola, la con-
versazione si esauriva nello scambio stentato di poche battute.
Ogni volta sembrava pentirsi di aver innescato un discorso che
rischiava di farsi troppo lungo. Con un sorriso d'imbarazzo ri-
volgeva lo sguardo a una pendola a muro, metteva mano all'o-
rologio, senza per altro levarlo di tasca, e sembrava sincera-
mente dispiaciuto che non ci fosse il tempo per poter sviluppa-
re un argomento cos interessante. Che comunque avremmo
ripreso alla prossima occasione.
La madre di Kuno invece, accortasi forse del mio disagio,
non mi rivolgeva quasi mai la parola, si limitava a un semplice
saluto accompagnato da un rassicurante sorriso. Spesso, non
visto, mi sorprendevo a osservarla. Con il bel tempo sedeva sul
terrazzo, a leggere, o si inoltrava per i vialetti del giardino,
camminando avanti e indietro come se aspettasse qualcuno. A
volte, quando era sicura che nessuno la vedesse, il suo bel volto
sembrava rattristarsi, al punto che sentivo per lei una profon-
da pena.
La zia di Kuno, insieme con la governante, accudiva durante
il giorno la madre inferma, e solo la sera, dopo cena, poteva
dedicarsi al suo svago preferito: il gioco delle carte.

Canone Inverso 133/85


Oltre ai cinque membri della famiglia e alla servit, arriva-
vano ogni giorno persone in visita. Alcuni si fermavano solo a
cena, altri passavano una notte o due al castello. Il dottor Ego-
ny, il medico di famiglia che curava la vecchia baronessa, veni-
va quasi tutti i giorni, e monsignor Ciliani era praticamente
ospite fisso al castello. Quest'ultimo, a scacchi, era l'avversario
abituale del barone. Le loro partite occupavano interi pome-
riggi e a volte venivano terminate dopo cena. Spesso, nella lun-
ga attesa che il barone muovesse la propria pedina, Ciliani ab-
bassava le palpebre, la testa gli cadeva in avanti. Il barone allo-
ra gli dava un colpetto sulla spalla e il gioco riprendeva.
Attorno a questa cerchia di persone che costituivano una
presenza fissa o ricorrente, si muovevano parecchi altri ospiti:
parenti o amici, o amici degli amici. Tutti i marted e i venerd
veniva a cena anche il signor Klotz, borgomastro di un paese
non molto distante dal castello. A tavola c'era sempre almeno
una dozzina di persone. E all'appuntamento serale non manca-
va mai la nonna, sempre elegante e accuratamente pettinata. Il
cibo infatti rappresentava ormai per lei l'unico godimento.
Immobilizzata e costretta a farsi imboccare dalla governante
che l'accudiva notte e giorno, riusciva ancora a muovere a sten-
to la mano sinistra, con effetti a volte disastrosi per la cristalle-
ria e la preziosa tovaglia. La governante interveniva allora a
tamponare il tutto con una salvietta. In questi casi la discrezio-
ne dei convitati era ammirevole: nessuno sembrava accorgersi
di nulla; in quel momento, come di comune accordo, tutti guar-
davano da un'altra parte e la conversazione continuava senza
la minima incrinatura. La finzione arrivava al punto che qual-
cuno, come nulla fosse accaduto, si rivolgeva alla nonna per
sentire la sua opinione sul fatto di cui si parlava. Di solito la
vecchia non si rendeva nemmeno conto di essere stata chiama-
ta in causa, ed era meglio cos; a volte invece si risvegliava e,
fissando un punto davanti a s, pronunciava l'unica parola che
era in grado di articolare con sufficiente chiarezza. Gustav,

86/133 Paolo Maurensig


Gustav... diceva, e farfugliava qualcosa di incomprensibile.
A quell'esclamazione tutti sembravano irrigidirsi sulle sedie.
Soprattutto la madre di Kuno era turbata. Gustav verr le di-
ceva bonariamente, tentando di calmarla. Ma la vecchia nem-
meno le badava. Continuava a chiamare quel nome con tono
severo, come se Gustav fosse l presente, e lei dovesse rimpro-
verarlo per un'imperdonabile mancanza. Subito dopo si smar-
riva di nuovo, e gi una lacrima stillava dall'occhio destro,
quello che restava spalancato anche nel sonno. Allora, prima
che il pianto montasse, la governante con dolce fermezza la
portava a letto. E la vecchia baronessa si allontanava leggera
come un fantasma. Ma altri fantasmi sembravano accompa-
gnarla: gentiluomini e dame che avevano animato nei secoli
quelle stanze e di cui lei forse sentiva le voci.
Anche Kuno sembrava ascoltare il suo passato. Mi accorsi
presto che era dominato da una vera passione per la storia del-
la sua famiglia. Non mancava mai di parlarmi dei suoi avi, di
farmene vedere i ritratti, di raccontarmi le loro prodezze o ne-
fandezze. Si sentiva in dovere di spiegarmi in ogni dettaglio
l'albero genealogico dei Blau, dipinto a fresco sul muro della
biblioteca, dove, tra gli altri, avevo gi notato il nome di Gustav.
Mi chiedevo se quello fosse il Gustav invocato continuamente
dalla baronessa. Kuno non me ne aveva mai detto nulla, e io
non mi azzardavo a fare domande. Un giorno il mio amico mi
port fin nelle segrete del castello dove c'erano ancora celle
con tanto di ceppi e dove un tempo era esistito un passaggio,
ora murato, che portava fino alle sponde dell'Inn. Mi raccont
storie di guerre, di vendette, di assassini e di tradimenti.
Dai sotterranei, salendo per una ripida scala scavata nella
roccia, sbucammo all'aperto, nei pressi della cappella di fami-
glia. La porta di legno era sbarrata, e nel muro, sopra l'archi-
trave, c'era una nicchia con un'immagine di san Michele. Un al-
tro marmoreo san Michele dal cipiglio severo si levava all'en-
trata del camposanto, con la spada puntata a indicarci le tom-
be. Il luogo, cinto da un muricciolo, confinava con la foresta. E

Canone Inverso 133/87


da quel punto perennemente in ombra, il castello appariva in
controluce, con i contorni rischiarati dal sole schermato dalle
mura. Le lapidi, interrate in testa a bislunghi cumuli di terra,
ricoperti da rami di abete e fiori di campo, erano di pietra an-
nerita dal muschio, e, come frontespizi di tanti libri, adorne di
fronzoli di vite selvatica. In mezzo alle tombe, per nulla intimo-
riti dalla nostra presenza, due corvi reali zampettavano con
aria di sussiego. Kuno mi disse che anche lui, come tutti gli ap-
partenenti alla sua famiglia, sarebbe stato sepolto un giorno in
quel pezzo di terra.
Il mio sguardo cadde su una lapide rovesciata, quasi rico-
perta dall'erba. Davanti non c'erano n fiori n rami di abete.
La terra, come l'orma di un piede gigantesco, era sprofondata.
Mi avvicinai quel che bastava per leggere il nome di Gustav
Blau. Non so quanto giocasse in Kuno la voglia di stupirmi con
le sue storie terrificanti, ma capii che mi aveva portato fin l
proprio perch io vedessi quella lapide.
Solo lo zio Gustav disse, guardando nella mia stessa dire-
zione ha deciso un bel giorno che questo luogo era un po'
troppo stretto per lui.
A queste parole rabbrividii. Sin da bambino avevo ascoltato
storie di fantasmi e di morti che uscivano dai sepolcri - le leg-
gende sui redivivi erano nate proprio in terra d'Ungheria - e
questa sembrava una tomba profanata, o forse, non osavo nep-
pure pensarlo, forzata dall'interno. Mi guardai in giro con qual-
che inquietudine. I due corvi s'involarono sparendo ben presto
nel fitto della boscaglia. Kuno mi stava osservando come se vo-
lesse verificare dalla mia espressione l'effetto delle sue parole.
E mentre tornavamo verso il castello egli mi raccont la storia
dello zio Gustav, fratello di suo padre, medico e scienziato.

Gustav era scomparso misteriosamente prima che Kuno na-


scesse. Qualcuno parlava di minacce di morte, altri della fuga
da un amore impossibile. Qualche settimana dopo fu ripescato

88/133 Paolo Maurensig


dal fiume un cadavere irriconoscibile che per, per alcuni par-
ticolari, venne identificato per quello di Gustav. Cos il suo cor-
po, o meglio, quello che si presumeva fosse il suo corpo, fu
seppellito in quel cimitero di famiglia. Ma la terra non fece in
tempo a rassodarsi che la tomba venne profanata e il corpo tra-
fugato. La cosa fece grande impressione, e non molto tempo
dopo, per il dolore, la baronessa fu colpita da un'apoplessia che
la immobilizz su una sedia a rotelle.
Ma io non credo che lo zio Gustav sia morto disse Kuno.
Che cosa te lo fa pensare?
Ancora adesso tra la servit corre voce che quella notte
mia nonna fosse presente all'esumazione. Ma il fatto pi scon-
certante che qualche anno fa un amico di famiglia in visita, un
noto scrittore austriaco di ritorno dal Sudamerica, sostenne di
aver incontrato Gustav a una stazione di servizio nei pressi di
Bogot, e di avergli persino parlato. In realt non era stata una
vera e propria conversazione: quell'uomo aveva fatto finta di
non conoscerlo, dicendo che si trattava di uno scambio di per-
sona, ed era salito in fretta sulla sua Daimler (mio zio adorava
quell'automobile), ordinando all'autista di ripartire. Ma il no-
stro amico scrittore era pronto a giurare di non essersi sbaglia-
to. Il mistero della morte e della risurrezione del barone Blau
gli avrebbe ispirato qualche tempo dopo persino un romanzo
di successo.
Morte e resurrezione? Kuno esagerava. Era un fatto per,
aggiunse, che lo zio Gustav si era sempre occupato, oltre che di
medicina, anche di alchimia. Il borgomastro Klotz, che in gio-
vent era stato suo intimo amico, sapeva di queste sue prati-
che. Non era stato lui stesso forse a raccontare, una sera in cui
si ritrovava in corpo qualche bicchiere di troppo, di aver assi-
stito a un esperimento in cui una lacrima di piombo si era tra-
smutata sotto i suoi occhi in purissimo argento? E chi era stato
infine quell'anonimo benefattore che aveva apportato alla Blau
Bank un cospicuo capitale quando, per degli investimenti az-
zardati, la banca aveva rischiato il fallimento? A Kuno brillava-

Canone Inverso 133/89


no gli occhi a parlare di queste cose.
Lo zio Gustav ancora vivo, ne sono certo concluse e ha
accumulato un'enorme fortuna.
Un giorno forse, a uno scampanello pi energico del solito,
il canuto servitore avrebbe aperto la porta, modulando uno dei
suoi migliori Benvenuti, e Gustav Blau sarebbe apparso
nell'aspetto che tutti ancora ricordavano, o magari ringiovani-
to e pi prestante che mai, perch, com' noto, la pietra filoso-
fale ha non solo il potere di trasmutare i metalli, ma anche
quello di preservare dalla decadenza, e forse anche dalla mor-
te.
Evidentemente, sulla misteriosa scomparsa di Gustav Blau si
era formata una leggenda arricchitasi negli anni, di cui al ca-
stello non si parlava mai apertamente, ma a cui in qualche mo-
do nelle conversazioni si alludeva spesso. Almeno questa era la
mia impressione. Forse la vecchia baronessa era l'unica perso-
na a sapere qualcosa. Se poi era stata presente all'esumazione
avrebbe sicuramente avuto molto da dire. Ma ella aveva da
tempo sepolto nell'afasia il suo segreto. Di tanto in tanto sem-
brava volerlo svelare, ma ogni suo impulso si esauriva in
quell'unica parola, in quell'unico nome. E per non precipitarla
in quelle crisi, a tavola gli argomenti della conversazione erano
i pi banali e innocui. Ma ci si rifaceva poi, non appena lei si era
allontanata. Allora ci si misurava sui grandi temi, si affrontava
il mare aperto degli interrogativi supremi. Non a caso, gi dalla
prima sera che mi trovavo a sedere a quella tavola, s'era affac-
ciato il discorso sulla vita e la morte, ovvero sulla ricerca
dell'immortalit. Era un argomento, questo, che metteva di so-
lito l'uno contro l'altro lo spirito positivista del dottor Egony e
quello spiritualista di monsignor Ciliani. Il dottor Egony soste-
neva la sua tesi, celebrando i trionfi della medicina. Pronosti-
cava la sconfitta in breve di tutte le malattie e il prolungamento
indefinito della vita umana. Spesso interveniva, infuocandosi,
anche il borgomastro Klotz, un uomo piccolo di statura (le sue
gambe dondolavano dalla sedia come quelle di un bambino),

90/133 Paolo Maurensig


rosso di barba e di capelli, e con una voce dai toni striduli; uno
gnomo deciso a visitare in incognito il mondo degli umani non
avrebbe saputo trovare un travestimento peggiore.
Il signor Klotz contestava il positivismo del dottore, ma non
condivideva neppure lo spiritualismo del prelato; credeva ben-
s nella spagiria, come unica medicina universale, e propugna-
va la teoria dell'eterna rinascita. Ma se i due erano affascinati
dall'ipotesi di un possibile raggiungimento dell'immortalit,
monsignor Ciliani vedeva in questo una terribile minaccia. E
appariva gi spaventato. Da cordiale che era di solito, il suo
volto si oscurava, la sua bazza, compressa nel candido collare,
sembrava gonfiarsi, contenendo tutto il suo disappunto, la voce
si faceva tonante come se parlasse dal pulpito. Gi la prima Se-
ra, infatti, l'avevo sentito citare un passo della Genesi: Ecco,
l'uomo diventato come uno di noi, in quanto conosce il bene e
il male. Bisogna evitare adesso che stenda la mano, prenda an-
che dall'albero della vita, ne mangi e viva per sempre.
All'umanit era stato posto un freno, sosteneva il prelato.
Nello scegliere l'albero della conoscenza, l'uomo aveva rinun-
ciato all'albero della vita. Solo la morte, ovvero l'oblio, poteva
soffocare ogni possibile rivolta, poich in passato l'uomo aveva
gi pi volte tentato la conquista del cielo, aiutato anche dagli
angeli ribelli che impugnavano da sempre la loro mala cacciata,
e se Dio non avesse avuto sull'uomo il potere di immergerlo
nel sonno della morte, sarebbe rimasto di fronte a lui senza al-
cuna difesa.

Il barone interveniva raramente nelle discussioni, ma aveva


la facolt di mettervi fine, alzandosi da tavola. La gamba irrigi-
dita gli rendeva difficoltosa l'operazione. Doveva farlo di scatto
e la sedia, spinta all'indietro, strideva sul pavimento. A questo
segnale ogni diatriba cessava, e tutti si trasferivano nella sala
adiacente per la partita a carte.
Kuno e io, invece, ci appartavamo nella sala di musica, dove

Canone Inverso 133/91


suonavamo duetti per violino, pescando tra gli innumerevoli
spartiti inediti conservati, o meglio, accatastati in un armadio.
Erano in gran parte musiche senza alcun valore, scritte da di-
lettanti per allietare qualche serata tra nobili. Ma tutto questo
piaceva molto a Kuno, e io lo assecondavo. Frugavamo tra fasci
di carte impolverate, rosicchiate dai topi, a volte illeggibili, cos
consunte che bastava toccarle perch cadessero a pezzi. Ci di-
vertivamo a interpretare quelle musiche in punta di archetto,
cercando qualcosa di buono per un concertino che avevamo in
mente di eseguire una delle prossime sere, in onore degli ospi-
ti.
A volte, per, smesso di suonare, riprendevamo a parlare
proprio di quel che avevamo udito a tavola. L'argomento degli
argomenti era l'immortalit. Kuno aveva idee precise, arrivava
a conclusioni perentorie. I suoi ragionamenti a volte mi sem-
bravano molto strani, non li capivo, erano pervasi da una cru-
dele esaltazione. A tratti ne ero quasi spaventato. Secondo lui,
per un assioma ermetico, tutto ci che era stato un tempo divi-
so sarebbe tornato a ricongiungersi. Il passato ci avrebbe reso
grandi. Solo dal passato poteva giungerci il riscatto dal pedag-
gio della morte. La chiave per raggiungere quella condizione
agognata dall'umanit, fin dal suo inizio, era nella nostra storia.
Stavamo vivendo un momento unico. Ora, proprio in questo
tempo, il passato si stava ridestando, come un'entit pensante,
chiamava a raccolta gli eletti; e chi era tra questi doveva sol-
tanto lasciarsi guidare senza timore; non era pi sua la scelta
tra il bene e il male, ma a questa si sostituiva il puro agire, il
puro progredire lungo un cammino gi segnato. Il comanda-
mento dunque era quello di risalire alle origini, di giungere fi-
no alle radici dell'albero della vita, fino agli di Primigeni, per
risvegliarli dal ghiaccio dov'erano sepolti, perch la nostra
mortalit era proprio la conseguenza del loro sonno, e una vol-
ta ridestatisi, essi avrebbero provveduto a renderci simili a lo-
ro.
A volte mi sembrava che Kuno volesse farmi intendere di

92/133 Paolo Maurensig


essere a conoscenza di qualche segreto, o che un giorno non
lontano questo segreto gli sarebbe stato rivelato, forse dallo
stesso Gustav Blau. Continuava a dirmi che nulla si perdeva di
ci che gli antenati avevano faticosamente conquistato. Tutto si
tramandava attraverso la linea del sangue o la legittima suc-
cessione.
Le sue parole mi sconcertavano. Non era forse giunto il
tempo in cui l'empiet, la ribellione alle leggi naturali e divine,
si estendeva a masse inneggianti, a popolazioni intere, e in cui,
allettata dalla promessa che ci veniva dalla nazione confinante,
la gente era disposta a tutto? Per me era questa l'ora dell'oscu-
rarsi dello spirito. Mi tornava in mente l'immagine che si tro-
vava sopra la porta della cappella di famiglia dei Blau: l'arcan-
gelo Michele che trafigge la bestia. Non poteva darsi che l'uma-
nit, agli occhi di Dio, avesse gi assunto l'aspetto di un'idra
famelica?
Davo libero corso all'immaginazione. Scoprivo un mondo di
cui non avevo mai neppure sospettato l'esistenza. E per la pri-
ma volta sentivo con angoscia anche la vacuit della mia vita.
Pensavo a Kuno con un insolito sentimento bruciante e doloro-
so di invidia per i suoi nobili natali, per quel castello in cui la
storia, passando, s'era strappata un lembo della sua veste; ma
soprattutto per il sostegno che gli veniva da un passato tenuto
in vita continuamente dalla pratica quotidiana della memoria.
Tutto in quel luogo sembrava infatti votato a questo esercizio
atto a mantenerlo vivo. Era un rito collettivo che mirava a col-
locare i defunti in un interregno dal quale potessero ancora ri-
sorgere, risparmiando, in premio a chi li avrebbe richiamati,
l'esperienza dolorosa della morte.

Mi sentivo smarrito. Cominciavo a pensare che l'amicizia


con Kuno avesse avuto la sua vera ragion d'essere solo tra le
mura del Collegium Musicum. L dentro entrambi avevamo lot-
tato per anni contro insegnanti nemici, eravamo stati costretti

Canone Inverso 133/93


a servire l'idolo della tecnica, avevamo cercato di annullare il
peso e la ribellione dell'arco. L dentro eravamo uguali. Ma ora
qualcosa era cambiato, Kuno non era pi quello di un tempo.
Gi cominciava a prendere le distanze. Tutte le volte che suo-
navamo assieme, lui si arrogava il diritto di scegliere la parte
che pi gli piaceva. Voleva prevalere in ogni occasione. Aveva
nei miei confronti un'aria di sufficienza, che si manifestava so-
prattutto alla presenza di estranei. A volte si dimenticava di fa-
re le dovute presentazioni. Mi pareva che si divertisse con que-
sto o quell'ospite a mettere in evidenza le mie umili origini.
Oppure mi lasciava in disparte, come se non esistessi. Forse
avevo fatto male a parlargli dei miei grandi progetti. Forse
avevo fatto male a mentirgli, dicendogli che l'anno prossimo
sarei entrato nella cerchia ristretta del seminario di musica di
Sophie Hirschbaum. Avevo aspettato tanto la risposta di So-
phie, che mi ero convinto di aver ricevuto veramente quella
lettera, e ne parlavo ormai come fosse cosa gi fatta. Ma quan-
do immaginavamo il nostro futuro, sembrava che Kuno riser-
vasse per s ogni cosa, lasciando per me solo le briciole. Il futu-
ro, a sentire Kuno, avrebbe portato grandi cambiamenti. Non ci
sarebbe stato pi il tempo per sviolinare come cicale, ma ci
aspettano altri compiti. La musica, diceva, non poteva essere la
sola ragione di vita. Non lo pensava veramente, lo capivo, ma il
suo era solo un modo di provocarmi, di non darmi soddisfazio-
ne. Per lui, nobile di nascita, la musica non sarebbe mai diven-
tata un mestiere. Per me forse s. Un giorno, mentre eravamo a
tavola, lo sentii dire: Certo la musica la vita. Lo per molti,
per moltissimi. Un violoncello, un violino, in fondo, sono un
onesto modo di guadagnarsi il pane.
Un'altra sera fece una battuta ancora pi velenosa. Viviamo
tempi difficili. Tutto questo virtuosismo dove pu portare oggi
se non a esibirsi in qualche stabilimento termale? E si volt a
me. Tu che ne dici, Jen? Almeno tu potresti bere qualche bic-
chiere di acqua di qualit. Io stringevo i denti in un sorriso,
ma ero tentato di alzarmi da tavola e di andarmene.

94/133 Paolo Maurensig


Pi tardi per, quando rimanevamo soli, Kuno cercava di
aggiustare le cose. Diceva che le sue erano battute scherzose.
Che gli piaceva provocarmi, e io sentivo quasi il rimorso per
aver nutrito dei sospetti malevoli nei suoi confronti. A volte mi
chiedevo se non era la mia invidia a portarmi a tanto. Ci che
mi angustiava era il fatto che mi rendevo conto di non cono-
scerlo mai a sufficienza. Non riuscivo a sopportare che la sua
immagine mi sfuggisse, e ne soffrivo. La sua perenne motilit
mi sconcertava, quel suo continuo mutare di umore, quel suo
mostrarsi ora amabile, e scostante subito dopo, come certi
ubriachi che dopo averti giurato eterno affetto, passata la
sbornia, neppure si ricordano di te. Mi chiedevo se la nostra
era vera amicizia. Ma che cosa significa mai questa parola? Per
saperlo dovremmo conoscere la vera natura dell'io e il suo bi-
sogno di sconfinare, di riconoscersi, di specchiarsi negli altri.
Ma con Kuno non era cos. Volevo riconoscermi in lui, ma ero
costretto continuamente a confrontarmi. Era, il nostro, un rap-
porto dai contorni sfuggenti, dalle regole incomprensibili.
Quando mi sembrava di essere giunto a conoscere ogni risvolto
del suo carattere, al punto da sentirmi ammesso ai tetri rituali
della sua corte, ecco che un'ultima porta mi restava inaccessi-
bile, e a questa io potevo accostarmi solo per origliare. Provavo
la netta sensazione che egli volesse servirsi di me. Eppure sta-
vo al suo giuoco e, sordo a ogni richiamo della ragione, mi la-
sciavo coinvolgere sempre pi. Senza che me ne avvedessi, ci
che aveva trovato il suo supremo compimento nella folgora-
zione iniziale, aveva gi cominciato da tempo la sua corsa re-
trograda, il suo conto alla rovescia, o, se vogliamo usare un
termine musicale: il suo canone inverso.

Ricordo l'episodio agghiacciante, che lui defin semplice-


mente un incidente di caccia, e del quale finii per sentirmi
complice, solo perch mi aveva fatto giurare che non lo avrei
detto a nessuno. In realt quel gesto, che non esito a definire

Canone Inverso 133/95


atroce, fu solo la risposta a un mio diniego. Mi aveva chiesto
una cosa assurda. Io avevo rifiutato. E quell'atto scellerato,
compiuto in mia presenza, non fu altro che un avvertimento:
dovevo sapere che a Kuno Blau non si poteva dire impunemen-
te di no.
Ma andiamo per ordine. Una sera ci eravamo appartati come
al solito nella sala di musica. Kuno per sembrava non avesse
nessuna voglia di suonare. Cominci a tirar fuori dalle vetrine i
suoi violini e volle che li provassi. A un certo punto, con le lab-
bra tirate in un sorriso forzato, mi propose di cedergli il mio.
Me ne avrebbe dato un altro di uguale valore, mi disse, oppure
me l'avrebbe anche pagato. A quella proposta non potei fare a
meno di manifestare il mio sconcerto. Per me quel violino ave-
va un valore inestimabile. Avrei mai potuto barattare o vende-
re la mia testa, il mio cuore? Naturalmente rifiutai.
Vedendo la mia faccia, Kuno cerc di virare la cosa sullo
scherzo. Non avrai mica creduto che parlassi seriamente? Ma
era pallido, troppo pallido. Il mio no era stato per lui uno scac-
co intollerabile.
E tuttavia, in quel momento, volli davvero credere a uno
scherzo, seppure di cattivo gusto. Qualche giorno dopo Kuno
mi convinse ad andare a caccia con lui. Io non avevo mai tocca-
to un fucile in vita mia, ma lui mi assicur che sparare era la
cosa pi facile del mondo. Anzi, ridendo mi disse che, in vista di
una possibile guerra, avrei fatto bene a familiarizzarmi con le
armi da fuoco. Cos, per accontentarlo, seppure a malavoglia,
accettai di portarmi in spalla il peso di un'arma che sicuramen-
te non avrei usato.
Partimmo di buon'ora e camminammo a lungo, accompa-
gnati dai due bracchi, un maschio e una femmina, che ogni tan-
to sparivano nel fitto della boscaglia per sbucare poi dai posti
pi impensati. Il loro compito era quello di aggirare qualche
capo di selvaggina e di sospingerlo nella nostra direzione. An-
davano e venivano, ci guardavano sconsolati e con dei brevi la-
trati sembravano rimproverare la nostra inettitudine. Di tanto

96/133 Paolo Maurensig


in tanto riuscivano a stanare qualche uccello che si levava in
volo districandosi dal fitto della ramaglia, ma il pi delle volte
rimaneva troppo distante. La verit era che la caccia ci attraeva
poco. Parlavamo, neppure a bassa voce, e spaventavamo la sel-
vaggina. Ma il tema della nostra conversazione, l'immortalit,
valeva molto pi di un carniere pieno. Kuno mi precedeva lun-
go lo stretto sentiero e io ascoltavo le sue lucide argomenta-
zioni. C' qualcosa di estremamente vulnerabile in una persona
che ti parla dandoti le spalle, per lungo tempo, senza mai vol-
tarsi. qualcosa che ti incute una sorta di compassione: quella
persona, infatti, alla tua merc. Puoi osservarla senza essere
visto, e potresti colpirla con facilit se solo ne avessi l'intento,
ma allo stesso tempo questa sua posizione indifesa ti disarma.
E cos, disarmanti diventavano anche le sue parole, le sue teo-
rie, le sue convinzioni. La parola immortalit detta da un vec-
chio, pronunciata dalla bocca cisposa del borgomastro Klotz,
suonava come una contraddizione stridente: di che immortali-
t pu parlare un uomo che si trova gi al tramonto? Ma detta
da un giovane, uscito appena dall'adolescenza, nell'et della
prima consapevolezza della morte e, allo stesso tempo, della
perfezione della vita, sulla soglia oltre la quale ogni cosa si av-
via implacabilmente al disfacimento, quella parola assumeva
un significato forte, rivelava una volont invincibile. Ma i suoi
argomenti non mi conquistavano. Per me a evocare l'immorta-
lit era stata sempre e solo la musica. La musica era una delle
tante vie che portano alla conoscenza, una via ignota alla mag-
gior parte degli uomini, ma che Kuno e io stavamo percorrendo
da tempo. La musica preesisteva alla creazione del mondo e
non si sarebbe estinta. Eppure era anche la pi labile delle arti,
quella che si dissolve nota dopo nota. Consacrare la propria vi-
ta alla ricerca della perfezione nella musica era per me l'unica
strada per tentare di raggiungere l'ineffabile stato degli im-
mortali.
Il sentiero che percorrevamo era stretto e pericoloso, spes-
so ci trovavamo a camminare sul bordo di qualche crepaccio o

Canone Inverso 133/97


di forre scoscese dalle cui profondit ci giungeva lo scrosciare
di un torrente. Improvvisamente Kuno si arrest e mi fece cen-
no di tacere. In quel momento, stanate da un cespuglio, si leva-
rono in volo due coturnici. Spara mi intim. Io cercai di
prendere la mira cos come pensavo si dovesse fare, ma esitavo
a premere il grilletto. I due uccelli non riuscivano, nell'intrico
dei rami, a prendere il volo, dietro a loro incalzavano i cani, da-
vanti avevano i nostri fucili spianati. E io esitavo. Spar Kuno,
al primo colpo manc il bersaglio, e al secondo il fucile s'incep-
p. Spara! mi ripet allora con ira. Io tirai il grilletto, metten-
doci tutta la mia forza e sentii un terribile colpo alla clavicola.
Kuno esult: L'hai preso, l'hai preso. Senza volerlo, come
spesso accade ai principianti, avevo colpito nel segno. Il caso,
non richiesto, mi aveva favorito, proprio in ci che meno avrei
voluto. Vidi qualcosa che precipitava al suolo e delle piume vol-
teggiare tra i rami. I due bracchi si avventarono verso quel
punto, sparendo nel sottobosco. Dopo un po' il maschio sbuc
dalle felci con la preda tra i denti. Kuno gli intim pi volte di
eseguire il riporto, ma il cane non si muoveva dal suo posto, e
la femmina gli gironzolava intorno eccitata, tentando di sot-
trargli il bottino. Con un gesto perentorio, puntando l'indice a
terra, Kuno ordin ancora una volta di mollare la presa, ma il
bracco cominci a ringhiare rinculando all'avvicinarsi del suo
padrone. In quel momento fui preso da un'indicibile angoscia.
Mi parve che la foresta si piegasse su di me come a soffocarmi,
vidi Kuno che caricava il fucile. Avrei voluto scappare, ma mi
allontanai solo di pochi passi. Lo sentii imprecare, con una vo-
ce che non era pi la sua. Mai in vita mia, neppure durante la
guerra, sul fronte, uno sparo sarebbe risuonato pi terribile, n
lamento pi straziante di quel brevissimo guaito.
Sulla strada del ritorno non ci scambiammo una sola parola.
Solo in vista del castello Kuno mi chiese di giurargli che non lo
avrei detto a nessuno. Questo episodio fu in breve dimenticato,
o meglio, sentii il bisogno di cancellarlo dalla mente. Cominciai
col dubitare dei miei sensi e alla fine mi convinsi che era stato

98/133 Paolo Maurensig


un brutto sogno.
Per mantenere intatta un'amicizia siamo disposti a fare di
tutto. Sorprendiamo l'amico nell'atto pi sconveniente, ma il
nostro giudizio si appanna, la nostra indulgenza ci benda gli
occhi, e l'amicizia ne esce intatta, e anzi si accresce, come se ad
alimentarla valessero, dell'amico, pi i difetti che i pregi. Che
cos' l'amicizia, in fondo, se non una vicendevole, tacita assolu-
zione protratta nel tempo? Ma quella tra Kuno e me aveva gi
toccato il punto critico. Era diventata complicit. Dopo quello
di caccia, un altro incidente mi coinvolse direttamente.
Accadde una sera, mentre stavamo suonando. Il barone e il
monsignor Ciliani, lasciando forse in sospeso la loro partita,
passarono lungo il corridoio e si fermarono per ascoltarci. Se-
dettero poi in fondo al salone, su due poltrone addossate alla
parete. Kuno e io stavamo eseguendo al meglio le nostre musi-
che inedite, rendendo con arpeggi e fiorettature lo spirito ga-
lante del tempo in cui erano state scritte. Tutt'a un tratto per
mi sentii addosso gli occhi del barone. Mi guardava fisso, come
se qualcosa di me l'avesse colpito. A un certo punto lo vidi al-
zarsi dalla poltrona e restare per tutto il tempo in piedi, ap-
poggiato al bastone. Quando finimmo di suonare, mi si avvici-
n, visibilmente incuriosito, e mentre assieme al violino ripo-
nevo anche l'archetto regalatomi da Kuno, sentii che mi chie-
deva: E quello da dove viene?.
Me l'ha dato Kuno dissi, un po' sorpreso. E per fortuna
dissi dato e non regalato, perch Kuno, senza guardarmi
negli occhi, si affrett a correggermi: In prestito disse. Solo
dato in prestito.
In quel momento mi sentii annientato dalla vergogna. Ri-
cordavo perfettamente che Kuno mi aveva detto: Te lo rega-
lo. E vedendo la mia esitazione, aveva insistito perch lo
prendessi e lo tenessi come suo ricordo, se mai un giorno ci
fossimo persi di vista. E quando io, non ancora convinto, gli
avevo chiesto che cosa avrebbero detto i suoi genitori, mi ave-
va risposto che delle cose che gli appartenevano poteva di-

Canone Inverso 133/99


sporre liberamente, senza doverne rendere conto a nessuno.
Il barone sembr riaversi dalla sorpresa. Abbine cura mi
raccomand, e se ne and claudicando vistosamente come non
lo avevo mai visto fare, quasi volesse allontanarsi da me in tut-
ta fretta.
Non dissi nulla, ma naturalmente riportai l'archetto al suo
posto la sera stessa. Mi sentivo raggirato. Com'era stato possi-
bile da parte del mio amico un comportamento simile? Kuno
venne la mattina dopo a cercarmi in camera mia. Si scus di-
cendomi che l'archetto me l'aveva, s, regalato, ma si era di-
menticato di dirlo a suo padre. Ora per potevo tenerlo. Io, na-
turalmente, per quanto insistesse, non volli sentir ragione.
Kuno era teso in volto. Io irremovibile. Vidi che si tratteneva a
stento, con i pugni serrati e il corpo percorso da un tremito.
Ebbene, l'hai voluto disse e alz il braccio impugnando l'ar-
chetto come uno staffile. Per un momento credetti che volesse
colpirmi in faccia. Invece vibr un colpo violento sul davanzale
della finestra, spezzando l'archetto in due.
Avresti fatto meglio ad accettare la mia proposta mi disse
e, voltatosi di scatto, usc dalla stanza.

Forse a quel punto il mio buon senso avrebbe dovuto in-


durmi a lasciare il castello. Della nostra amicizia non rimaneva
ormai pi nulla. Ma qualcosa mi tratteneva ancora a Hofstain.
Restavo chiuso nella mia stanza a suonare. Solo di tanto in tan-
to mi fermavo, stando in ascolto per sentire se anche lui suo-
nava, se a unirci c'era ancora la musica. Mai come allora il sen-
so della vita mi era parso cos inafferrabile. Persino il ricordo
di Sophie si andava sgretolando nella mia memoria. Ero di-
strutto, senza pi volont. Trascorrevo pomeriggi interi seduto
accanto alla finestra della mia stanza, a guardare il lento digra-
dare della luce sui muri. Era gi passato un mese dal giorno del
mio arrivo, e la stagione ormai volgeva al termine. L'ombra
scendeva dalle montagne sempre pi rapidamente; spesso in-

100/133 Paolo Maurensig


sorgevano improvvisi temporali e la pioggia prendeva a flagel-
lare con inaudita violenza i muri e i vetri delle finestre. I cani
uggiolavano di terrore. L'acqua scivolava sui tetti ricoperti di
lamine di piombo, s'incanalava in una rete complicata di gron-
daie e, scorrendo sonora, precipitava in tante cascatelle che al-
lagavano il terreno.
Come sempre, anche quella sera in tavola splendevano due
candelabri accesi, e, bench fosse estate, nel camino ardeva il
fuoco. La vecchia baronessa si era gi ritirata. Era un venerd. Il
borgomastro Klotz e il dottore, con monsignor Ciliani, avevano
ripreso a dissertare sull'immortalit. Era una discussione che
sembrava non avere fine. O, peggio, ricominciava sempre da
capo.
L'immortalit una parola grossa diceva il signor Klotz.
Ogni cosa ha un inizio concedeva il dottor Egony. Una
volta che la scienza abbia debellato tutte le malattie, la vita po-
trebbe durare due, tre, quattrocento anni. Sarebbe l'inizio
dell'immortalit.
Ma prolungare la vita del corpo non significherebbe pro-
lungare la vita dell'anima.
Che cosa intende dire? A sentir parlare di anima Egony
s'irritava.
Ammettiamo pure che la medicina riesca ad allungare la vi-
ta umana di due, tre, o quattrocento anni. La domanda che ci
dobbiamo porre, che non possiamo non porci, questa: l'ani-
ma...
L'anima, l'anima... lo interruppe Egony.
La psiche, se preferisce, lo spirito, insomma ci che nel
corpo costituisce l'autoconsapevolezza. Diciamo la mente, ecco,
la mente. La domanda dunque : come potr la mente vivere
quegli anni in eccedenza? Quale sar il valore mentale di un
secolo per un uomo che possa viverne due, tre, quattro? Non
rischiamo di regalare al corpo di un uomo la durata di tre,
quattrocento anni, mentre la sua mente non sapr vivere un
minuto di pi?

Canone Inverso 133/101


Non riesco a seguirla.
Il futuro, per la nostra mente, per la nostra psiche, proget-
tata per una vita di pi o meno settant'anni, sarebbe sempre
domani, fra un mese, fra un anno, fra cinque sei anni. La nostra
mente non in grado di immaginare un futuro pi lontano. E il
passato, misurato in secoli e non in anni, privato praticamente
dell'esperienza della crescita, dell'invecchiamento, sarebbe
una mera ripetizione: l'ieri o un secolo fa non farebbero diffe-
renza. Passato e futuro, questi due limiti della coscienza, si av-
vicinerebbero paurosamente, verrebbe a mancare una reale
prospettiva temporale. In altre parole, che cosa sarebbero due-
cento, trecento, quattrocento anni senza la coscienza di averli
vissuti? L'immortalit, quella vera, per me, non dovrebbe esse-
re la perpetuazione del corpo, ma piuttosto la dilatazione della
coscienza. L'immortalit dovrebbe essere un continuum che
partendo dalle origini dell'umanit potesse abbracciare il futu-
ro. Sarebbe un cerchio che si chiude, il passato che si salda col
presente e col futuro. Sarebbe l'unit assoluta. Allora s che un
attimo della nostra vita si trasformerebbe nella pi azzardata
ipotesi di eternit che ci sia dato immaginare.
Il prolungamento indefinito della vita del corpo interven-
ne a questo punto monsignor Ciliani avrebbe una conseguen-
za tremenda: l'uomo dovrebbe portarsi addosso per un tempo
indefinito il peso insopportabile dei propri peccati.
Ma avrebbe anche il tempo di pentirsene ribatt il dottor
Egony.
Ciliani fece un gesto vago con la mano. Per espiare un pec-
cato a volte insufficiente una vita. Ma una vita senza fine sa-
rebbe troppo. No, certe cose non si possono cancellare che con
la morte, con il dono dell'oblio divino, il dono supremo per cui
tutte le nostre colpe ci vengono rimesse dalla Sua misericor-
dia. Monsignor Ciliani sospir profondamente. L'immortalit
di un individuo sarebbe anche l'immortalit delle insufficienze,
delle debolezze di quell'individuo. Un uomo stupido resterebbe
sempre stupido. Un uomo privo di orecchio musicale e qui

102/133 Paolo Maurensig


monsignor Ciliani rivolse a me e a Kuno un'occhiata significati-
va non l'acquisterebbe mai, vivesse anche un milione di anni.
Ci che potrebbe crescere in lui, sino alla dismisura, sarebbero
la malvagit, la crudelt, l'insensibilit, tutti vizi che, come la
sete di potere, non conoscono limiti. L'odio si nutre di se stes-
so. E cos, un essere abominevole si arricchirebbe in centinaia
d'anni di sempre nuove esperienze abominevoli.
Qui il prelato tacque con gravit, si guard attorno e tossic-
chiando alline le posate nel piatto.

Erano gi le nove. Ce lo ricordavano i rintocchi sonori di una


pendola a muro. Ma quella sera, invece di alzarsi come sempre
per trasferirsi nella sala da gioco, il barone inizi a parlare. Di
solito si limitava ad ascoltare, commentando con cenni del ca-
po ci che si diceva. Questa volta invece prese risolutamente la
parola. L'immortalit, secondo lui, doveva essere intesa sem-
plicemente come continuit, come memoria della schiatta. E
port proprio l'esempio delle antiche musiche che Kuno e io
stavamo ritrovando. Nella storia della famiglia Blau, disse, c'e-
rano stati parecchi valenti musicisti, e qualcosa di loro era si-
curamente rimasto vivo e si era tramandato di generazione in
generazione fino a culminare nell'eccezionale talento di suo fi-
glio. Quelle parole mi umiliavano. Sentii montare la rabbia den-
tro di me. Vedevo la pochezza del mio passato, come una porta
chiusa alle mie spalle. Mi sentivo un mendicante costretto ad
assistere alla ostentazione di un'immensa ricchezza. I ciocchi
crepitavano nel camino, un'aria gelida s'infilava nella stanza
dal corridoio scompigliando la chioma radiante dei candelabri.
Ancora una volta si riapriva la ripugnante ferita, il mio passato,
l'assenza, il vuoto, il nulla. Tutto dunque si tramandava, nulla
veniva donato. Il passato era come un immenso tesoro dal qua-
le, transitando per la vita, si prendeva qualcosa: una gemma,
una moneta, un anello, salvo perderli poi lungo la strada. Ma se
tutto ci era lasciato in eredit, se tutto ci veniva da quel pozzo

Canone Inverso 133/103


inesauribile, l'umanit non poteva che avere un destino di de-
cadenza. Se fosse stato possibile ripercorrere a ritroso la stra-
da del tempo, tornare alle origini prime, saltando sulle teste
dei nostri antenati come sui massi affioranti di un torrente, in
fondo a questo percorso ciascuno avrebbe trovato, necessa-
riamente, esseri perfetti. Che la terra dunque fosse al principio
popolata da di, tanto ricolmi di ogni bene quanto condannati a
dissiparlo lungo la discendenza? Se la forma del naso o il colore
degli occhi si riproponevano in varianti infinite, il talento don-
de veniva? Da dove venivano la genialit, la fantasia, la potenza
creatrice? Non era possibile, per me, pensare che tutto fosse
gi contenuto in qualche lontano progenitore, pura eredit del-
la carne, e che nulla si fosse aggiunto lungo la strada come do-
no dello spirito. Questo pensavo nell'ascoltare le parole del ba-
rone, ma mi chiedevo anche se era giusto pensarlo. Mi tormen-
tava il sospetto che se un giorno avessi rintracciato il mio pas-
sato, avrei forse agito come Kuno e suo padre, guardando con
riconoscenza ai miei avi, almeno per avermi dato l'illusione che
la morte si possa vincere grazie a questo lascito perenne. La
paura della morte non si eludeva forse convincendosi di essere
gi esistiti prima della nascita, e che lungo la linea del sangue
nulla andava perduto? Ma se si escludeva che, nel compene-
trarsi dei corpi lungo l'orbita delle esistenze, ci fosse di tanto in
tanto una folgorazione, un dono giunto dal cielo e non dal pla-
sma, si doveva concludere che il bastardo, il trovatello, il sen-
zanome a cui nessuno avrebbe mai svelato il suo passato, era
gi un reietto, un morto in vita.
Senza avvedermene, queste cose le stavo gi dicendo. Da
quanto stavo parlando? Proprio io, che in quei giorni non ave-
vo quasi aperto bocca, mi sorprendevo a esprimermi con
un'enfasi e una sicurezza da far paura a me stesso. Udivo la mia
voce farsi sempre pi alta. Non era possibile, dicevo, che il ta-
lento fosse solo la somma di tanta mediocrit sparsa qua e l
nel passato, il talento non veniva da l, non era un'eredit del
sangue, ma un dono dello spirito. E accalorandomi sempre pi,

104/133 Paolo Maurensig


concludevo con queste parole: Un musicista, per quanto possa
aver preso dal passato la predisposizione, o il gusto per la mu-
sica, non approder a nulla senza questo dono.
Avevo esagerato, me ne resi conto subito. Il padre di Kuno,
sorpreso da questo mio attacco, si pul pi volte gli angoli della
bocca col tovagliolo di lino e, imbarazzato, borbott:
Opinioni... opinioni... certo che... ma le parole gli restarono
in gola lasciando tutti in una penosa sospensione.
E forse la cena si sarebbe conclusa nel silenzio se non fosse
intervenuto un ospite, presente a tavola, che vedevo per la
prima volta.
Dunque lei pensa di aver avuto in dono questo talento. Ma,
di grazia, come pu esserne cos sicuro?
L'uomo, che aveva pronunciato queste parole con voce insi-
nuante, era ospite al castello da pochi giorni. Io non lo avevo
ancora sentito parlare. A tavola, quella sera era seduto piutto-
sto lontano da me, sullo stesso lato, sicch per vederlo avrei
dovuto sporgermi, come faceva lui in questo momento. A parte
la lucentezza del cranio rasato, aveva l'aspetto di un funziona-
rio di ministero, con un pennello di baffi, occhiali e abito scuro.
Eppure, avrei dovuto osservarlo meglio, avrei dovuto fissare
nella memoria quel volto, se non altro per evitarlo in futuro.
Dunque?
Non seppi che cosa rispondere, mi sentivo come Paralizzato
da quel suo sguardo che mi aggrediva freddamente oltre gli
spessi occhiali.
Ma via, intervenne la madre di Kuno il ragazzo ha sicu-
ramente del talento e lo ha dimostrato. Poi, volgendosi verso
suo figlio: Entrambi i ragazzi hanno dimostrato di averlo. Vi-
di con sollievo l'uomo dal cranio rasato desistere dal ruolo di
indagatore. Ma in quel momento Kuno si alz in piedi di scatto
e usc dalla sala da pranzo.
Quella sera e l'indomani non mi rivolse la parola. Mi parl
solo qualche giorno dopo, ma la sua rabbia non era ancora
svaporata. Come hai potuto mancare di rispetto a mio padre?

Canone Inverso 133/105


Come hai potuto comportarti a quel modo con chi ti ospita?
Ho espresso solo una mia opinione.
Ah, davvero? quella dunque la tua opinione? il talento sa-
rebbe un dono che solo pochi, come te, hanno, e che a tutti gli
altri sarebbe negato?
Ho detto che il talento un dono e non un'eredit. Tutto
qui.
Gi, vero, disse lui, con un sorriso di scherno, da chi
avresti potuto ereditarlo, tu, da quel salsicciaio di tuo padre,
forse?
Quello il mio patrigno! gridai. Mio padre era... era...
Restai senza parole, non mi ritrovavo pi la voce, mi sembr
che la mia mente fosse un vasto spiazzo investito da una folata
di vento. Per un momento tutto mi fu spiegato, ma ci che per
un solo istante mi era sembrato di capire in un istante fu di-
menticato.

Dopo qualche giorno decisi di fare le mie scuse al padre di


Kuno. Lo incontrai nel suo studio. Forse fu solo una mia im-
pressione, ma il barone, oltre ad accettare le mie scuse senza
mostrare alcun risentimento, manifest in quell'occasione un
interesse per la mia persona, che non mi sarei mai aspettato.
Volle sapere tutto di me, della mia famiglia, della mia passione
per il violino, e io in breve gli raccontai la mia vita. Sembr sin-
ceramente addolorato per la recente morte di mia madre, e
quando mi conged non solo sembrava avermi perdonato, ma
mi raccomand anche di fare affidamento sul dono che avevo
avuto. E questo involontario riferimento alla mia infelice sorti-
ta dell'altra sera mi fece arrossire. Pi tardi chiesi scusa anche
a Kuno. L'incontro con il barone, la sua disponibilit e genero-
sit nei miei confronti mi avevano fatto vergognare della mia
villania. E per un po' tutto torn come prima. Almeno apparen-
temente.
Qualche giorno dopo giunse al castello un certo Hans Benda,

106/133 Paolo Maurensig


musicista, amico di famiglia, un uomo imponente, dai capelli e
dalla barba grigi e dall'aria burbera. Oltre che pianista, Hans
Benda era anche un eccellente compositore. A colazione ci dis-
se che aveva saputo della presenza al castello di due giovani
virtuosi, e che aveva portato con s una delle sue composizio-
ni: la Sonata in mi minore per pianoforte e due violini concer-
tanti, e che avrebbe avuto piacere di eseguirla con noi. Di fron-
te a uno spartito nuovo i musicisti si comportano come i bam-
bini con un regalo: vogliono scartarlo subito per vedere di che
cosa si tratta. Insistemmo perch gi quel pomeriggio si potes-
se provare assieme la Sonata. Dopo mangiato, raggiungemmo
la sala di musica, Benda prov il Neumayer a coda, poi tir fuo-
ri lo spartito, ci diede le nostre parti, e Kuno e io cominciammo
a suonare, leggendo le note a prima vista. Era un pezzo molto
bello del quale Benda andava fiero. Ci guidava con suggerimen-
ti preziosi e con la passionalit di un direttore d'orchestra.
Piano pianissimo... sussurrava, e la sua imponente figura
sembrava rimpicciolirsi, oppure: Appassionato, ecco, a questo
punto con brio.... Quando una delle due mani non era impe-
gnata sulla tastiera, si levava aperta, nei punti di maggior forza,
con il palmo rivolto in su, come se reggesse per le reni il corpo
di una ballerina; oppure scendeva in basso, sempre pi in bas-
so, ad accarezzare un invisibile cane quando riteneva che il no-
stro suono fosse ancora troppo alto per la sua personale con-
cezione del pianissimo. Era un pezzo difficile, soprattutto
perch non potevamo permetterci la minima licenza interpre-
tativa, visto che l'autore era presente e aveva anche un tempe-
ramento piuttosto collerico. Kuno aveva deciso, come sempre,
di riservarsi la parte del primo violino, che era pi interessan-
te, ma comportava anche alcuni passaggi piuttosto ardui. E si
trov in seria difficolt nell'Adagio un poco mosso, che era il
movimento senz'altro pi felice di tutta la Sonata. Ogni volta
che lo ripetevamo, sembrava che a Hans Benda strappassero il
cuore. Provammo ancora a lungo, ma c'era un punto in cui
Kuno finiva regolarmente per impigliarsi. Alla fine Benda si

Canone Inverso 133/107


spazient. Una pausa, disse, ci avrebbe fatto bene. Kuno per
non volle darsi per vinto e insistette per continuare a provare.
Era rosso in viso per il dispetto, e il dispetto divenne rabbia
quando per l'ultima volta fin per arenarsi.
Fu allora che io feci una cosa che non avrei mai dovuto fare,
e di cui ancora oggi mi pento. Non saprei dire nemmeno adesso
se fu per amicizia, per quel che restava della nostra amicizia, se
fu cio per il desiderio di aiutarlo; o se la mia fu insofferenza,
orgoglio troppo a lungo represso, voglia di rivincita. Mentre
Kuno si apprestava a tentare ancora una volta quell'insidioso
passaggio, pensai di suggerirgli come avrebbe dovuto suonare,
eseguendolo con diabolica facilit, e senza neppure guardare lo
spartito. Bravo disse Benda nel sentire che alla sua musica
veniva resa giustizia. Molto bravo. Forse sar meglio che vi
scambiate le parti.
Da rosso che era, Kuno si era fatto livido. Il violino e l'ar-
chetto gli pendevano ai lati come due ali spezzate. Fissava lo
spartito, incredulo, come se guardasse in faccia un traditore.
Sar meglio riprendere pi tardi disse con un alito di vo-
ce, e, voltatosi come se volesse andarsene, si avvit improvvi-
samente su se stesso, accasciandosi a terra, scosso da inconte-
nibili tremiti. Benda e io ci precipitammo a soccorrerlo, ma
Kuno, steso sul pavimento, continuava a scalciare, in faccia era
stravolto, con gli occhi rivoltati e dalla bocca contratta emette-
va un pennacchio di bava. Chiamammo aiuto. Il dottor Egony
riusc a schiudergli le mascelle e a ficcargli un dito in bocca per
sollevargli la lingua che altrimenti lo avrebbe soffocato. C'era
un ragazzo al mio paese che cadeva spesso preda di queste cri-
si. Sapevo di che cosa si trattava e osservavo atterrito la scena.
Allora la madre di Kuno mi prese per le spalle e mi condusse
via. Non nulla, disse non nulla: ha preso troppo sole, ec-
co quel che stato.
Kuno fu portato nella sua stanza e messo a letto. Il giorno
seguente al suo capezzale si avvicendarono altri medici. Li vidi
parlare con i genitori di Kuno, che annuivano gravemente. Io

108/133 Paolo Maurensig


mi tenni appartato.
Avrei voluto vederlo, ma non mi era permesso. Mi sentivo in
colpa per l'accaduto e pensavo a come si sarebbe comportato
con me dopo quel che era successo. Senza di lui non osavo pi
sedermi a tavola. Anche la sera restai in disparte. Del resto
nessuno sembrava preoccuparsi della mia assenza. Vista da
una certa distanza quella tavola, attorniata da facce su cui la
luce mutevole delle candele disegnava espressioni grottesche,
mi sembr irreale.

Quella notte feci un sogno da cui mi svegliai di soprassalto.


Avevo sognato che stavo andando verso quella porta che Kuno,
al mio arrivo, mi aveva indicato, e di entrare in quelle stanze
che non vedevano la luce da almeno un secolo. Con mia
grande sorpresa ero passato oltre la porta chiusa, e procedevo
lungo la parete, un po' sospeso in aria, tanto da evitare un am-
masso di mobili e di oggetti ammucchiati sul pavimento, e su-
perandoli con magica leggerezza mi proiettai verso la parete di
fondo, su cui spiccava il ritratto di un gentiluomo con abiti di
foggia secentesca. Seduto su una poltroncina dorata, il genti-
luomo stringeva in mano qualcosa che non mi riusciva per di
veder chiaramente. Non seppi fermarmi in tempo, e quella su-
perficie dipinta si stracci davanti a me come una ragnatela.
Subito dopo mi ritrovai a camminare lungo un sentiero in
aperta campagna. Andavo incontro a mio padre. Che non era,
per, come avevo sempre immaginato, in groppa a un baio, e
non portava n sciabola n divisa. Era seduto sul ciglio della
strada, e mi voltava le spalle. Nell'avvicinarmi mi accorgevo,
ma senza sorprendermi, che aveva l'aspetto del barone Blau.
Era attorniato da un gruppo di amici che parlavano e le loro
voci si confondevano al punto che non si capiva quel che dice-
vano. Raggiunsi mio padre, sbirciai oltre la sua spalla e vidi che
reggeva sulle ginocchia il mio violino.
A quel punto mi svegliai. Il cuore mi batteva forte. Il ticchet-

Canone Inverso 133/109


to dell'orologio della stanza faceva eco a quello pi lontano di
una pendola a muro nel corridoio. Per il resto il silenzio era
compatto e impenetrabile; persino certi rumori lontani come il
grido di un uccello notturno o il latrato di un cane sembravano
sospesi, esterni, non scalfivano la profondit della quiete. Le
immagini di quel sogno continuavano a turbinare nella mia
mente, quasi a voler comporre una sola grande figura. Ma
quando gi mi sembrava di scorgerla, quella figura scompariva.
Non sapevo bene se fosse un sospetto o una reminiscenza, cer-
to per qualcosa tentava di farsi strada dentro di me. Era la
sensazione che si prova a volte di udire un fraseggio nello
scrosciare dell'acqua o un canto nel suono delle campane, o,
nel vociferare confuso di un gruppo di persone, di cogliere cer-
te parole a caso, ma che s'attraggono tra loro e formano una
frase compiuta. Mi venne in mente che qualche giorno prima,
mentre il barone rievocava i tempi della guerra con alcuni suoi
ex commilitoni, era stato pronunciato il nome del mio paese
natale. E ora il senso di quella frase improvvisamente mi appa-
riva compiuto. Come quella volta, aveva detto il barone
quando il nostro reggimento era di stanza a Nagyret
In quel momento scatt in me qualcosa, come una molla in-
contenibile. Improvvisamente tutta una serie di labili indizi si
solidific in una convinzione inattaccabile. Fu come per certi
orologi ritenuti guasti, che nessuno tocca pi da molti anni, e
che un giorno si rimettono sorprendentemente in moto da soli.
Balzai a sedere sul letto e accesi la lampada. Sentivo dentro
di me felicit e paura. Mai in vita mia avevo avuto in testa tanta
esaltante confusione. Era un'idea immensa e impossibile allo
stesso tempo. La mia esistenza risplendeva, fugando ogni om-
bra, ogni interrogativo.
Per ore i miei pensieri continuarono a rotolare scalzandosi
l'un l'altro. Mi chiedevo se era mai possibile che la mia passio-
ne per la musica fosse stata solo un tramite del destino perch
io potessi rintracciare il mio passato. Mi pareva un prodigio: il
mio violino mi aveva condotto fin nella casa paterna. Ora tutto

110/133 Paolo Maurensig


si faceva chiaro: non era stato l'archetto di Kuno ad attrarre
l'attenzione del barone, ma il mio inconfondibile strumento,
quello che lui aveva lasciato a mia madre, durante la guerra,
mentre si trovava di stanza a Nagyret, e che, dopo tanti anni,
si era ritrovato inspiegabilmente davanti.
Anch'io dunque avevo un padre, anch'io avevo una schiatta
alle spalle, un posto sul ramo, seppure su quello dei bastardi,
anch'io mi sarei salvato dall'oblio e dalla morte. Anche nelle
mie vene scorreva il sangue dei Blau. E Kuno era mio fratello.
Cos si spiegava quindi l'attrazione che dal primo momento
avevamo provato l'uno per l'altro, e che io avevo erroneamente
attribuito alla comune passione per la musica. Ecco perch in
lui avevo creduto di vedere me stesso.
Per tutta la notte restai sveglio, tormentato da questi pen-
sieri. Non osavo addormentarmi per paura di smarrirli nel
sonno. Ma le prime luci dell'alba mi restituirono un pi cauto
senso della realt. Tutto era chiaro, ma niente era certo. Non
c'era nessuna verit da gridare, come avrei voluto, ai quattro
venti. E quand'anche ci fosse stata, non che gridarla, avrei do-
vuto tacerla. Me lo imponeva un codice non scritto, ma infles-
sibile. Dovevo rassegnarmi alla rinuncia a ogni pretesa e sug-
gellare tutto dentro di me come il pi terribile dei segreti. Solo
se si dicono, le cose prendono vita. Taciuta, anche la pi lam-
pante delle verit perde ogni diritto all'esistenza. Non era forse
questo che aveva voluto dirmi il barone con quel suo riferi-
mento al dono che avevo avuto? Che mi accontentassi di sup-
porre, dunque, e di tacere. Allo stesso tempo mi rendevo conto
che, com'era nelle regole, per me era giunta l'ora di andarme-
ne, di portare lontano la mia persona, con la tacita promessa di
non ritornare mai pi.
Tuttavia, quando quella mattina scesi le scale, gi di buon'o-
ra, com'era mia abitudine, sentivo di camminare su un suolo
che mi apparteneva. Osservavo la galleria degli antenati, cer-
cando delle rassomiglianze, e la mia fantasia era cos eccitata
che non avevo difficolt a trovarle. Era un modo nuovo di ince-

Canone Inverso 133/111


dere per quelle stanze, di guardare alla servit senza pi alcun
timore. Persino al cameriere che biascicava con le suole lungo
un corridoio mi sentii in diritto di dare un ordine: che predi-
sponesse la mia partenza per la mattina dopo, dissi con voce
sicura, che avvertisse il barone Kuno che desideravo incontrar-
lo. Il valletto annu, con lo stile affinato negli anni, e si allonta-
n. Io aspettai seduto in poltrona. Pass pi di un'ora. Lo vidi
apparire in fondo al corridoio e dirigersi dalla mia parte, ma ta-
le era la lentezza del suo incedere da farmi pensare che il pa-
vimento scorresse in senso inverso ai suoi passi. Giunto fino a
me, disse: Il barone Kuno la ricever, ma prima desidera che
lei visiti le stanze di sopra. Mi porse una chiave e, fatto dietro-
front, torn alle sue occupazioni. Non so per quanto tempo re-
stai l seduto. Kuno mi sfidava. Alla fine mi decisi, e prima che il
castello si rianimasse, salii quella scala, aprii quella porta...
Mi trovai in un enorme salone dov'erano accatastati mobili,
bauli, rotoli di stoffa, e i resti di quello che mi sembrava il fon-
dale di un palcoscenico. Trovai, non senza difficolt, un pas-
saggio tra tutti quegli ostacoli. Ad attirarmi era un tendaggio di
spesso velluto verde che divideva il salone in due parti, dispo-
sto proprio come il sipario di un teatro. Mi avvicinai e ne sco-
stai un lembo, sollevando bioccoli di polvere.
Non lo vidi subito. Dovetti avanzare ancora di qualche pas-
so. Stava appoggiato al muro sotto la finestra, insieme con altri
oli in parte rosicchiati dai topi. Era delle stesse dimensioni di
quella pallida traccia che avevo notato sul muro della mia stan-
za, sopra il canterano. Era stato tolto di l per non farmelo ve-
dere? Non era il grande quadro che avevo sognato, era pi pic-
colo e con una cornice scura. Neanche il gentiluomo che vi era
ritratto somigliava a quello che avevo visto in sogno quella not-
te, sebbene tenesse ugualmente in mano qualcosa, forse un ba-
stone da passeggio, che per, a causa della penombra, non riu-
scivo a distinguere. Mi avvicinai ancora. Non era un bastone da
passeggio, ma un fascio di fogli di musica arrotolati. E ci che
gi mi aspettavo di trovare, stava l, ai suoi piedi: un violino. Il

112/133 Paolo Maurensig


mio violino. Che il pittore aveva riprodotto nei minimi partico-
lari, fin nella testa che appariva in primo piano, con quel volto
crudele e dolente.
Contemplai a lungo il dipinto in una sorta di lucido deliquio.
Era a tutti gli effetti la riprova inconfutabile delle mie conget-
ture. Non so pi se passarono minuti od ore. Non mi stancavo
di guardare. Finch un rumore alle mie spalle non mi scosse.
Era il valletto, fermo in un atteggiamento di paziente attesa. Da
quanto tempo si trovava l? Sulle sue guance, rasate con estre-
ma cura, si diramavano graspi di venuzze vermiglie. Vidi che
sorrideva appena. Per un momento credetti fosse un sorriso
malizioso, ma poi notai nei suoi occhi incolori una luce di infi-
nita comprensione, quella che immaginiamo possa avere solo
chi ha raggiunto la saggezza. Era venuto fin l ad annunciarmi
che il barone Kuno era pronto a ricevermi. L'etichetta gli im-
poneva per di accompagnarmi. Fu un lento, lentissimo per-
corso. E finalmente varcai la soglia della camera di mio fratello.
Kuno era a letto, con la schiena sollevata sui cuscini. Il volto
era ancora pallido, ma non c'era traccia di sofferenza nei suoi
tratti.
Sei venuto a salutarmi prima di partire? Siediti. Ma io re-
stai dove mi trovavo, ai piedi del letto.
Prima che tu te ne vada, devi sapere una cosa disse. Mio
padre un tempo suonava il violino ed era tanto appassionato
che ne portava sempre uno appresso, in tutti i suoi viaggi. C'era
in particolare uno strumento dal quale non voleva mai staccar-
si, quasi fosse un talismano. E quando part per la guerra se lo
port al fronte. Dove gli fu rubato. Per questo ti ho chiesto di
cedermelo, perch quel violino non ti appartiene. Non so come
sia arrivato nelle tue mani, ma chiunque te l'abbia dato, fosse
anche tuo padre, sappi che era un furfante.

Canone Inverso 133/113


Jen Varga si alz dalla sedia barcollando. Era esausto. Bev-
ve le ultime gocce di grappa dalla bottiglia vuota e la rimise in
tasca. Anche lui sembrava svuotato, un semplice involucro fat-
to di sudici vestiti. Mi guardai intorno. La notte era al suo cul-
mine, Vienna finalmente giaceva addormentata in un silenzio
screziato appena dal canto degli usignoli.
L'uomo si aggiust la mantella sulle spalle, calc la bombet-
ta in testa, si rimise il violino a tracolla e mi salut:
Le auguro una buona notte, signore. Sbadigli, mi volt le
spalle e si avvi oltre il cortile. Lo seguii.
Un momento, un momento solo dissi, ma mi accorsi che
stavo gridando. Dall'altro lato della strada un passante (l'ulti-
mo dei nottambuli o il primo dei mattinieri?) si volt a guar-
darci.
A quel mio richiamo, lui si ferm per infilarsi la camicia nel-
la cintola, ma riprese subito il cammino.
Un momento!
Lo raggiunsi e mi affiancai a lui: Permetta che l'accompa-
gni. La sua storia non finita. E Sophie? la rivide? Che ne fu di
Sophie?.
Lui si ferm, come colpito da quell'imperdonabile dimenti-
canza. Facemmo un po' di strada assieme, e finalmente rico-
minci a parlare:
Dopo essere fuggito da Hofstain proprio come un ladro, tor-
nai a Vienna, al mio alloggio, e per la prima volta ne vidi tutto

114/133 Paolo Maurensig


lo squallore. In quei giorni pensai alla morte. Tutto concorreva
a farmici pensare. Se mi affacciavo alla finestra del mio abbai-
no, il cortile mi appariva un camposanto devastato: lapidi dis-
seminate sul terreno, e, sotto la pioggia, fradici angeli di pietra
con il moccio al naso. Per giorni e giorni non toccai quasi il mio
violino; mi sembrava che la sua voce avesse perso tutto lo
splendore. Mi era venuto persino il sospetto che l'umidit che
impregnava quella soffitta lo avesse irrimediabilmente dan-
neggiato. In realt non riuscivo pi a trarne conforto. Forse era
accaduto ci che avevo sempre temuto: la musica mi aveva ab-
bandonato e io non avevo pi alcun potere di richiamarla. Cer-
cavo di suonare, di esercitarmi come avevo sempre fatto, ma
ogni battuta era una stanza vuota, dall'acustica distorta. E
quando riponevo il violino nella custodia, lo vedevo giacere,
con quel suo volto leonino, come una chimera composta nel
suo feretro.
Cominciavo a chiedermi se al mondo ci fosse ancora posto
per la musica. Attorno a me notavo segnali allarmanti. Un gior-
no, mentre salivo le scale, dovetti fermarmi e aspettare perch
quattro scalmanati stavano portando a basso un pianoforte
imbracato con delle cinghie, e a ogni passo imprecavano, male-
dicendo la musica e tutti quelli che vi si dedicavano. Il baritono
era finito in carcere per debiti, e gli veniva pignorato l'unico
suo bene. Non lo avrei pi sentito cantare le sue romanze ap-
passionate. E qualche giorno dopo trovai, appeso in bella vista
nella vetrina del verduraio di fronte, un cartello con la scritta:
Non si fa credito ai musicisti. Possibile? Un cartello del gene-
re nella capitale della musica? Ma ormai la musica a Vienna
erano le marce militari: per strada, alla radio, non si sentiva al-
tro che il rullare dei tamburi e lo squillo degli ottoni. In tanto
marziale clangore, mi chiedevo, che ruolo avrebbe avuto il mio
violino? Quello forse di rallegrare le truppe nei momenti di ri-
poso. Avrei dovuto suonare in una caserma o in un bivacco no-
stalgici motivi popolari. Oppure io stesso avrei dovuto imbrac-
ciare un fucile. Per la prima volta mi accorgevo che il mondo

Canone Inverso 133/115


era cambiato, era come privato della propria luce. Non soppor-
tavo di stare in mezzo alla gente, non mi riconoscevo nei miei
simili, non ne condividevo gli ideali, non li capivo. Andando per
le strade e per le piazze sentivo aprirsi in me brecce di panico.
La gente era diventata folla, ottusa folla, sospinta dallo smar-
rimento, che si incanalava nella rigida planimetria della citt.
C'era una smania allucinata di aggregarsi. Nessuno voleva re-
stare solo con la propria coscienza. Si abbandonava il silenzio
delle chiese e delle case, il calore temperato dei ceri e delle
lampade da tavolo, si chiudeva il proprio libro e il proprio
messale per uscire e mescolarsi con gli altri, a sentire gli stril-
loni che annunciavano i prodromi della catastrofe. Lo spettaco-
lo pi diffuso era il comizio, il dibattito In piazza. Agli angoli
delle strade persone insospettabili montavano su una cassetta
rovesciata e cominciavano ad arringare la folla. Folla che veni-
va poi caricata e dispersa dalla polizia a cavallo. Mai vista tanta
folla in vita mia, mai vista negli occhi della gente una luce cos
festosa e tragica allo stesso tempo. Neppure per il Messia, for-
se, c'era stata una simile attesa.

Quanto a Sophie, l'avevo ormai dimenticata. Era come se a


Hofstain avessi lasciato una parte di me, e ora quel che restava,
che vagava smarrito per le strade di Vienna, era un essere sen-
za ideali. Ero convinto che non avrei suonato pi, che la sedu-
zione della musica si fosse ormai spenta in me per sempre, e
con essa anche l'immagine di Sophie, e ogni sogno di amore e
di perfezione. Un giorno non lontano avrei bussato all'azienda
del mio patrigno e avrei detto: Eccomi qua!. E da quella mia
scelta avrei tratto anche dei vantaggi, avrei indossato un abito
scuro, con tanto di catena e orologio d'oro, avrei viaggiato, e
forse, durante uno di quei viaggi, l'avrei incontrata, oh, non
come avevo sempre pensato, no, l'avrei vista da lontano, l'avrei
incrociata forse in qualche albergo, e avrei chiesto di avere la
stanza sopra la sua, per stendermi a terra, e mettermi in ascol-

116/133 Paolo Maurensig


to con l'orecchio sul pavimento.

Un giorno, mentre vagavo per le strade della citt, fui attrat-


to da un manifesto affisso di fresco su una staccionata. Mi avvi-
cinai e lessi una notizia folgorante: Sophie Hirschbaum in con-
certo, a Vienna. La vita sembr riaffluire in me. Per un momen-
to ebbi l'illusione che il mondo, il mio mondo, non fosse finito
del tutto.
Cos, dopo cinque anni la rividi. Avevo speso una somma
sproporzionata alle mie possibilit per un posto in platea. Mi
chiedevo tuttavia se nel punto in cui mi trovavo lei avrebbe po-
tuto notarmi. E poi, mi avrebbe riconosciuto? Ero un uomo fat-
to ormai, e se pure lei si ricordava ancora di me, l'immagine
che serbava era quella di un bambino.
Apparve, elegantissima, in un vestito lungo, di seta nera,
stretto in vita da una gala scarlatta. Mi sembr che la sua im-
magine fosse un'illusione data dall'incrociarsi di fasci di luce
sapientemente dosati, un equilibrio labile che qualsiasi ombra
inopportuna avrebbe potuto sconvolgere. Rividi il suo piglio
severo, quella sua aria di sfida. Ebbi l'impressione che guar-
dasse fissa verso di me, ma probabilmente tutti in platea pro-
vavano la mia stessa sensazione. E improvvisamente mi sentii
attanagliare dal panico, il cuore cominci a battermi pi forte.
Sentii che Sophie era in pericolo, che tutti eravamo in pericolo,
che dovevamo fare qualcosa. Tutto sembrava sul punto di sgre-
tolarsi da un momento all'altro. Possibile, mi chiedevo, che
nessuno tra i presenti si rendesse conto di ci che stava per
succedere, che non si leggesse su quei volti il minimo turba-
mento? Neppure gli orchestrali, n il direttore - che era Joa-
chim Boehme - sembravano mostrare la minima inquietudine.
Come facevano, mi chiedevo, a starsene seduti cos tranquilla-
mente in attesa di iniziare, con i loro strumenti in mano e gli
occhi rivolti alla platea, senza sentire quel che gravava nell'a-
ria. Tutti, con in testa Sophie, si apprestavano a fare musica, a

Canone Inverso 133/117


sconvolgere ogni legge del vivere quotidiano, ogni regola della
comune esistenza, e riuscivano a farlo con incredibile noncu-
ranza. Se ne stavano cos, seduti davanti ai loro spartiti pieni
zeppi di punti neri impennacchiati, in attesa di obbedire, in
piena armonia, a un gesto che era al contempo di comando e di
sottomissione.
Dopo essersi chinata, come in un rapido scambio di confi-
denze, verso il primo violino per provare l'altezza del suo la,
Sophie sollev a un tratto la testa come se le fosse dato di ve-
dere il futuro in piena trasparenza, e diede un cenno di assenso
al direttore, che attacc subito l'Allegro del primo movimento
del Concerto per violino e orchestra di Mendelssohn. E gi alle
prime note, quella sensazione di minaccia incombente si fece
in me ancora pi forte. Ero tentato di alzarmi in piedi e di gri-
dare: Fate silenzio! Non sentite che sta arrivando?. Come se
da lontano mi giungesse ancora una volta quel frastuono che
avevo udito per due ore tutti i giorni, per duecentoquaranta
giorni l'anno, per cinque anni consecutivi al Collegium Musi-
cum: il frastuono di un uragano in arrivo che si fa strada tra lo
scricchiolio dei tronchi piegati dalla sua furia, che spezza rami
e scompiglia stormi di uccelli strepitanti che, a migliaia, cerca-
no scampo. Il mondo andava verso la dissoluzione e nessuno
pareva accorgersene: neppure gli orchestrali, il direttore, la so-
lista, la mia adorata Sophie, persino lei chiudeva gli occhi, con-
tinuando a officiare l'ordine, il ritmo, l'armonia. Dovevano
smettere, mi dicevo, restare in silenzio, tendere l'orecchio per
sentire da che parte stava giungendo il pericolo. E fu durante il
secondo movimento, nel bel mezzo dell'Andante, che alle mie
spalle quella sensazione prese corpo in qualcosa che assomi-
gliava al suono lontano di un coro a bocca chiusa, a un mormo-
ro che piano piano cresceva. Finch anche gli altri attorno a
me lo udirono. Veniva dal fondo della sala, e la gente comincia-
va a voltarsi, e finalmente qualcuno si accorgeva, cercava di zit-
tire i disturbatori. Gli illusi. Fosse bastato mostrarsi indignati e
fare ssssh! Quel mormorio si faceva sempre pi forte, ritmato

118/133 Paolo Maurensig


dal battito dei piedi, finch divent un boato intollerabile, e il
concerto, a un cenno del direttore, si interruppe. Si accesero le
luci, nel loggione era scoppiata una rissa, dalle parole si era
passati agli insulti e agli schiaffi. Subito dopo irruppe la polizia
che allontan dalla sala i disturbatori. Le luci si spensero nuo-
vamente, solo nel loggione continu a sciabolare il fascio di lu-
ce di una torcia elettrica. Fuori dalla sala per il tumulto non si
era ancora spento. Nel foyer si udivano ancora delle voci, dalla
strada giungevano scoppi di mortaretti, e grida che scandivano
slogan incomprensibili.
Il concerto fu ripreso e portato a termine. Ma alla fine, oltre
agli applausi partirono dal fondo della sala anche dei fischi,
tanti fischi che presto subissarono gli applausi. La gente co-
minciava ad andarsene. Sophie Hirschbaum, la grande violini-
sta che il pubblico aveva sempre osannato al punto da obbli-
garla a interminabili bis, questa volta non avrebbe fatto neppu-
re un'uscita, se Boehme non avesse insistito prendendola per
mano e portandola davanti al gruppo di appassionati (io per
primo) che continuavano a spaccarsi le mani. Vicinissimo or-
mai al proscenio, guardavo quel volto che in tutti questi anni
mi aveva colmato, ma non ancora placato.
E ora la gente sfollava. Pareva si adeguassero tutti alle nor-
me antincendio affisse nell'ufficio dell'azienda del mio patri-
gno. Davanti al pericolo si allontanavano con sollecitudine,
ma senza panico. Approfittando della confusione, raggiunsi il
palco, pochi istanti dopo ero gi in mezzo agli strumentisti che
si assiepavano davanti ai camerini, e chiamavo Sophie ad alta
voce. Qualcuno mi indic un corridoio che io percorsi fino in
fondo, ma trovai solo un camerino vuoto, non solo vuoto, ma,
avrei detto, abbandonato in gran fretta. Seguii una freccia sul
muro che indicava l'uscita degli artisti e feci appena in tempo a
vederla mentre si dirigeva verso lo sportello aperto di un'au-
tomobile, in mezzo a una folla gesticolante, da cui lo stesso
Boehme, con indosso ancora il frac, cercava di proteggerla e le
faceva scudo con il proprio corpo, le braccia sollevate come le

Canone Inverso 133/119


ali di una chioccia. Finch la macchina non part strombettan-
do.
Uscii all'aperto e mi mescolai tra quella gente che gesticola-
va ancora nella direzione in cui si era allontanata l'automobile.
E non erano certo ammiratori quelli che l'avevano aspettata
all'uscita degli artisti. Camminavo in mezzo a loro, li ascoltavo,
cercando di capire il perch del loro furore. Era una folla ano-
nima, attratta, nella sua ebetudine, da un segnale di forza, da
qualcosa che prometteva di soddisfare i suoi bassi istinti re-
pressi, folla venuta, in una sorta di stupore sonnambolico, ad
assistere a un linciaggio, a un'esecuzione capitale, che rumo-
reggiava, accalcandosi per vedere ci che stava succedendo,
folla ondeggiante che stava procedendo, con sollecitudine e
senza panico, verso la perdizione, voltando le spalle alla sal-
vezza, diretta ciecamente al luogo del proprio annientamento.
Districatomi da quei corpi, passai davanti all'entrata del tea-
tro. Lungo la scalinata si voltolavano lembi di carta. Manifesti e
locandine erano stati stracciati dai muri, coperti ora da scritte
oltraggiose e da simboli adunchi.

Qualche giorno dopo sentii bussare alla mia porta. Corsi ad


aprire. Era un uomo dal cranio rasato, i baffetti tagliati alla
moda, gli occhiali dalle lenti spesse, la voce insinuante. Lo rico-
nobbi subito. A Hofstain una sera mi aveva chiesto che cosa mi
rendeva tanto sicuro del mio talento. Era un funzionario, non
mi ero sbagliato nel giudicarlo, un funzionario di polizia. E mi
chiedeva il mio violino. Mi mostr un documento, datato 1698,
che ne comprovava l'acquisto da parte di un Johann Blau. E ora
Kuno Blau pretendeva la restituzione dello strumento. Volevo
affrontare un processo? vedere offesa la memoria di mio pa-
dre? venire giudicato un ricettatore? L'uomo con il cranio rasa-
to mi parlava con inattesa benevolenza: era dispiaciuto della
spiacevole situazione che s'era creata, capiva il mio sbigotti-
mento. Ma non c'era alternativa. Non era proprio il caso di vo-

120/133 Paolo Maurensig


ler tenere un violino rubato, sapendo che era rubato. Non dissi
nulla. Guardai per l'ultima volta il mio violino prima di chiude-
re la custodia. L'uomo dal cranio rasato mi si avvicin e lo pre-
se. Si avvi verso la porta. Io non mi mossi. Questa mia arren-
devolezza sembr impietosirlo e prima di uscire mi rivolse un
sorriso incoraggiante. Animo, ragazzo, di buoni violini pieno
il mondo, e quando c' il talento... Ma non sapeva che per me
tutto era perduto.
Qualche mese dopo le truppe del Terzo Reich invasero l'Au-
stria senza colpo ferire, anzi accolte a braccia aperte. Nel mar-
zo 1939 mi arruolai. Nel settembre scoppi la guerra. Fui spe-
dito sul fronte occidentale e poi su quello russo. Ed ebbi la for-
tuna di tornare vivo a casa. Ma a quale casa? Il mio patrigno era
morto. Seppi che era stato approvvigionatore dell'esercito, che
la fabbrica era stata gravemente danneggiata dalle bombe, e
che lui aveva iniziato con tenacia la ricostruzione. Ma nel 1946
era morto in un incidente stradale. Di Kuno Blau non seppi pi
nulla. Quanto a Sophie, dopo essere sopravvissuta al campo di
Treblinka, era stata stroncata dalla tisi in un sanatorio svizze-
ro. E io la seguii. Cos come avevo giurato che avrei fatto nella
vita, feci anche nella morte.

Non capii che cosa Varga avesse voluto dire con queste ul-
time parole. In quel momento l'unico mio pensiero era non
perderlo di vista. L'uomo aveva cominciato ad allungare il pas-
so, tanto che faticavo a stargli dietro.
La rivedr ancora? gli chiesi.
Non credo che ci rivedremo, sto tornando a casa, ma se
proprio ci tiene, venga a trovarmi, laggi tutti mi conoscono.
Lo seguii per un po', infine lasciai che mi distanziasse. Lui si
volt ancora una volta verso di me: Si ricordi url che i mu-
sicisti sono la stirpe di Caino. Genesi. 4,21. E detto questo,
cominci quasi a correre, tanto che la sua mantella prendeva
vento gonfiandosi, e di momento in momento mi aspettavo che

Canone Inverso 133/121


spiccasse un balzo, levandosi in volo oltre i tetti, verso il cielo
ormai diafano. Lo seguii ancora, rallentando sempre pi, fin-
ch, a una svolta, lo persi di vista.
Tornai in albergo alle prime luci dell'alba e non andai nep-
pure a letto, ma, presa carta e penna, cominciai ad annotare ci
che ricordavo. Sentivo di avere gli elementi di una storia. Lavo-
rai per l'intera giornata, fino a tarda sera, finch crollai vinto
dal sonno. La mattina dopo rilessi i miei frenetici appunti, ma
tutto gi sbiadiva nella mia mente, e tante cose mi sembravano
prive di senso.
Mi fermai a Vienna ancora per qualche giorno e cominciai la
mia ricerca nelle emeroteche e nelle scuole di musica. Riuscii a
parlare con qualche musicista formatosi negli anni Trenta, ma
nessuno seppe dirmi niente di un istituto chiamato Collegium
Musicum, n, per quanto a quel tempo vigesse nei conservatori
una rigorosa disciplina, di scuole che mettessero in pratica me-
todi di studio cos inflessibili. E neppure di una violinista di
nome Sophie Hirschbaum riuscii a trovare nulla. Evidentemen-
te il mio narratore aveva, come usa fare, cambiato i nomi dei
luoghi e delle persone. Ripresi a vagare per la citt con la spe-
ranza di incontrarlo di nuovo, per pi giorni percorsi avanti e
indietro la strada dove l'avevo visto per l'ultima volta, ma sen-
za risultato. Cercai inutilmente anche in tutti gli alberghi not-
turni, in ogni centro di assistenza sociale, in ogni pia opera di
carit, ma di un musicista ambulante di nome Jen Varga nes-
suno seppe dirmi nulla.
Ormai stavo per abbandonare Vienna. Probabilmente qual-
che sera prima a Grinzing avevo incontrato un visionario. Ep-
pure, nella folle lucidit di quella storia, nel tono accorato di
quella confessione, c'era qualcosa di autentico. Pensai di scri-
vere non un romanzo, ma una specie di diario. Mi ero annotato
un quaderno d'appunti, avrei raccontato quel che avevo visto e
ascoltato in quelle due imprevedibili serate. E che il lettore ne
traesse liberamente le conclusioni. E tuttavia non ero convinto.
A lasciare Vienna, mi sembrava di abbandonare una partita an-

122/133 Paolo Maurensig


cora aperta.
Mi tornavano in mente le sue ultime parole. Nel parlare di
Sophie aveva detto di averla seguita, come aveva giurato di fa-
re. Seguita dove? mi chiedevo, nella morte? Certo non nella
morte fisica. Forse Varga intendeva parlare di una morte di-
versa, della morte delle aspirazioni, della morte spirituale. E il
violino, quel violino, da dove gli veniva? Non se l'era preso il
funzionario di polizia dal cranio rasato? Non era tornato nella
sala di musica del castello di Hofstain? A volte venivo sfiorato
dal dubbio che quella di Varga fosse stata tutta una beffa. An-
che se un po' sinistra. Pensavo e ripensavo alle sue ultime pa-
role. E tutt'a un tratto capii che prima di andarsene mi aveva
voluto dare un'indicazione.
Venga a trovarmi mi aveva detto. Laggi tutti mi cono-
scono. Laggi, laggi... Non aveva mica voluto alludere all'in-
ferno, mi dicevo, ma sicuramente al paese in cui era nato, come
si chiamava? Nagyret? Non doveva essere neppure molto di-
stante da Vienna. Cos l'indomani, noleggiata una macchina, mi
trovavo gi in viaggio per l'Ungheria. Avevo consultato una
carta, e trovato due paesi con quel nome. Ma il Nagyret che mi
interessava, se non ricordavo male, era vicino al confine tra la
Slovenia e l'Austria. Non fu facile trovarlo. Era quasi sera
quando giunsi in un villaggio simile a tanti altri sparsi nella
pianura magiara. Un agglomerato di case basse che andavano
dal giallo ocra al grigio ferro, addossate l'una all'altra come a
formare una via principale con tante vie secondarie che non
portavano da nessuna parte, se non all'aperta campagna. Un
paese che, non fosse stato per i panni stesi ad asciugare nei
cortiletti, mi sarebbe parso abbandonato. L'unico edificio che si
distingueva dalle abitazioni era una chiesetta dipinta di rosso
magenta. Lasciai l'automobile all'ombra di un olmo e mi avviai
a piedi. Solo dopo un po' cominciai a distinguere sommessi se-
gni di vita: qualche tendina che si scostava, qualche voce, una
vecchina vestita di nero che si segn al mio passaggio... Finch
arrivai a quello che doveva essere l'unico ritrovo del paese.

Canone Inverso 133/123


C'ero passato accanto gi prima, in macchina, ma senza notar-
lo. Non si distingueva dagli altri edifici se non per una sudicia
tenda verde che proteggeva l'entrata, e per alcuni adesivi di
una marca di birra attaccati ai vetri delle finestre. Era un'oste-
ria, il luogo pi adatto, mi sembr, per chiedere un'informazio-
ne. Entrai cercando di mantenere un certo contegno e rivolsi
un saluto, in tedesco, ai due avventori e all'oste, i cui volti non
fecero una grinza. Il locale era spoglio, si camminava sulla terra
battuta, e dal soffitto pendeva una carta moschicida ormai
stracarica. L'oste mi si rivolse in ungherese. Evidentemente mi
stava chiedendo che cosa volevo. C'era l sul grande bancone di
legno una damigiana dalla cui imboccatura sporgeva una canna
di plastica con uno spinotto. Indicai quella che sembrava l'uni-
ca bevanda della casa. L'oste pul il bancone con uno straccio,
sfil da una rastrelliera appesa alle sue spalle un bicchiere di
vetro spesso, e mi vers del vino. Mi sistemai a un tavolo ac-
canto all'entrata. Il vino, se di vino si trattava, era di pessima
qualit. Dopo un po', sentendomi osservato, tentai un approc-
cio. Chiesi se qualcuno di loro conosceva un certo Jen Varga.
Non ricevetti risposta. Nessuno dei tre sembrava intendere le
mie parole. Continuai tuttavia a parlare, perch il suono della
mia voce mi rassicurava. Pronunciai pi volte il nome di Jen
Varga, mimai persino i gesti di un violinista. Ma i tre uomini re-
starono impassibili. L'oste continuava a lavare in una tinozza
di acqua schiumosa delle bottiglie che poi riponeva capovolte
in uno sgocciolatoio.
A un tratto, uno dei due avventori si alz dal tavolo e usc.
Restai seduto ancora per un po', sorseggiando quell'acidulo vi-
no, ma quando mi alzai per pagare, l'oste, da dietro il bancone,
mi fece cenno di aspettare. Non dovetti aspettare molto. La
tenda che copriva l'entrata si scost e riapparve l'avventore di
prima, che mi invit a uscire. Alle sue spalle c'era un prete an-
ziano, un uomo sui settant'anni, dalla carnagione scura, che,
esprimendosi in perfetto tedesco, mi disse di essere il parroco
del paese. Mi sentii sollevato. Lasciai una moneta sul tavolo e

124/133 Paolo Maurensig


mi incamminai con il prete verso la chiesa.
Lei venuto per Jen? mi disse, dopo un po'. povero ra-
gazzo, un grande talento. Qui tutti lo ricordano ancora.
Non afferrai bene il senso di quelle parole. Eravamo giunti
alla chiesetta, ma il parroco prosegu lungo un sentiero che
l'aggirava, conducendomi verso un piccolo camposanto cintato
da un muro di pietra. Lo seguii oltre il cancello, in mezzo alle
tombe, finch lui non si arrest davanti a una lapide attorno al-
la quale cresceva rigogliosa la sassifraga. Lessi, inciso sulla pie-
tra, il nome di Jen Varga e le date di nascita e di morte: 1919-
1947.
Non la persona che sto cercando dissi al parroco. Ho
parlato con Jen Varga pochi giorni fa a Vienna. Questo
senz'altro un omonimo.
Pochi giorni fa? Il parroco sembrava turbato. E di che co-
sa avete parlato?
Gli raccontai in breve la storia.
Il parroco scosse la testa, perplesso. Sembrerebbe proprio
che lei abbia parlato con Jen disse. Sennonch io stesso ho
assistito alla sua sepoltura quarantanni fa. E laggi, venga a
vedere, c' la tomba di sua madre, morta di parto a trentasette
anni.
No, no dissi fermamente. E il prete che si era gi avviato
per un vialetto torn indietro. Poi, con qualche esitazione mi
chiese: Ma lei proprio sicuro di aver.... Lo interruppi. Non
sono pi sicuro di niente.
Arrivati al cancello del cimitero, il prete mi invit a casa sua.
Ma io non vedevo l'ora di andarmene. Gli risposi che avevo un
impegno urgente a Vienna e, salutatolo, mi allontanai. Fatto
qualche passo udii ancora la sua voce. Voltai appena la testa,
senza fermarmi, e sentii che diceva: A volte i morti trovano le
maniere pi strane per comunicare con i vivi.
Sulla strada del ritorno, nei pressi di Sollenau, forse vinto
dalla stanchezza, mi addormentai al volante e uscii di strada.
Mi risvegliai all'ospedale con tutte e due le braccia spezzate e

Canone Inverso 133/125


con una grave contusione cranica. Ero rimasto privo di cono-
scenza per due giorni. Quando fui dimesso, ritrovai i miei ba-
gagli con tutti i miei effetti personali, salvo il quaderno di ap-
punti che tenevo sul sedile accanto a me. Era andato perduto
nell'incidente. Ma li avevo veramente scritti quegli appunti?
Avevo veramente incontrato Jen Varga? Avevo visto davvero
la sua tomba a Nagyret? Non osai pi indagare. Preferii pensa-
re che, dopo l'incidente, realt e sogno si fossero sovrapposti in
maniera tale che non era pi possibile distinguerli.

126/133 Paolo Maurensig


Epilogo

passato del tempo da quello strano incontro al Dorchester


di Londra. L'uomo il cui nome, vivessi anche mille anni, non
riuscir pi a ricordare (ma, del resto, neppure lui aveva fatto
attenzione al mio), se ne and cos com'era venuto, portando
con s una storia incompleta, un enigma che stento a credere
riuscir mai a risolvere. Dell'istituto psichiatrico non feci men-
zione. Quando volle sapere la provenienza del violino, gli men-
tii dicendogli che il possessore aveva voluto restare anonimo.
Forse dovevo dirgli qualcosa, metterlo sulla buona strada, ma
non avrei potuto farlo senza espormi in prima persona. E que-
sto sarebbe stato per me molto imbarazzante.

Il mio autista morto da poco. E pensare che l'avevo cono-


sciuto bambino. Rimpiango la sua discrezione, il suo stile, la
sua eleganza. Mi manca quell'inchino appena accennato nell'a-
prirmi lo sportello, quella sua livrea impeccabile, il suo modo
di appaiare i guanti con un lieve schiocco. Ho nostalgia della
sua nuca, del suo mite sguardo riflesso nello specchietto, del
suo taglio di capelli, persino Mai che abbia udito, in tanti anni
che era al mio servizio, uno stridio di gomme, mai che abbia
potuto incolparlo di aver sprecato una sola molecola di ferodo.
Era la perfetta simbiosi tra meccanica e fisiologia Era la dol-
cezza fatta guida. Data la sua et, avrei voluto lasciarlo dov'era,
ma era stato lui a insistere per seguirmi. Purtroppo, dopo aver

Canone Inverso 133/127


vissuto per tanti anni in Sudamerica, il clima europeo non gli
ha giovato.
Il mio nuovo autista alto e lentigginoso. Ha i capelli rossi,
che porta un po' lunghi sul collo, insofferente del berretto, e
si rifiuta di usare i guanti. Quando alla fine del breve colloquio
di selezione, spiegatogli le mie esigenze, che non sono molte n
gravose, gli ho chiesto se era tutto chiaro, e se da parte sua c'e-
rano obiezioni o domande, per prima cosa ha voluto sapere -
riferendosi alla mia Daimler - se intendevo servirmi ancora per
molto di quel cimelio. E quando gli ho risposto che non vedevo
nessuna ragione per cambiarla, ha storto un po' la bocca in un
sorrisetto ironico che non ha deposto a suo favore. Purtroppo
per oggigiorno non facile trovare un buon autista. Bisogna
accontentarsi. vano sperare che costui muova un solo dito
per fare qualcosa che non sia strettamente previsto dal con-
tratto. Non voglio dire che il mio nuovo autista sia irrispettoso,
questo no, la sua semplicemente l'arroganza della giovinezza.
Spesso incrocio il suo sguardo nello specchietto retrovisore e
mi accorgo di essere osservato. A volte sono costretto a spo-
starmi sul sedile di sinistra per evitare il suo sguardo, ma allo-
ra vedo l'immagine di un glabro ossuto rapace: dove c'era un
occhio brillante e ceruleo appare il volto grinzoso di un nona-
genario. Spesso devo bussare con il bastone sul divisorio di ve-
tro per indurlo a diminuire la velocit. Ma la fretta un privile-
gio dei giovani, e lui non si rende conto che proprio nella fret-
ta che si spende la vita. Quanto pi in fretta procediamo tanto
pi consumiamo del poco tempo che abbiamo a disposizione.
come un motore - dovrei dirgli - che tanto pi veloce gira, tanto
pi carburante brucia. Anche se, per quel che mi riguarda, l'ec-
cessivo consumo di carburante la cosa che mi preoccupa di
meno al mondo. Se in giovent ho aspirato alla Scienza, in ma-
turit ho raggiunto, forse mio malgrado, la ricchezza: mentre
procedevo alla ricerca della pietra dei filosofi, ho messo i piedi
nel viscido fango oleoso di un giacimento petrolifero, che non
si ancora esaurito. Ed questo il pi grave pericolo di chi ten-

128/133 Paolo Maurensig


ti nella vita di percorrere la via della saggezza: il lucore irresi-
stibile dell'oro. Anche se la ricchezza comporta certi vantaggi.
Mi ha permesso nel corso degli anni di recuperare tutto ci che
della mia famiglia era andato perduto. Per ultimo, il violino a
cui legata questa storia.

In prossimit di Innsbruck ha ripreso a nevicare pi forte. Il


mio autista, bont sua, rallenta. Attraverso le demi-lunettes
aperte dai vigorosi tergicristalli sul parabrezza ormai innevato,
scorgo davanti a noi un autoarticolato che si capovolto, met-
tendosi di traverso sulla strada, e uomini con impermeabili
gialli e dei lampeggianti in mano, che si sbracciano a indicarci
una deviazione.
Abbandonata la provinciale, sembra che al riparo degli abeti
la tormenta si sia tutt'a un tratto placata. Proseguiamo lungo
una strada stretta e tortuosa. Fa quasi buio e i fari fendono a
stento lo sciamare del nevischio. Arrivati a un bivio, devo nuo-
vamente picchiare sul vetro. Hofstain si trova dall'altra par-
te! gli grido, con una voce stridula che non mi riconosco. Ma
perch mai mi fanno gridare alla mia et? Non c' nulla di peg-
gio di un vecchio stizzoso. Il mio autista, con un'alzata di spalle,
retrocede quel tanto che basta per imboccare la direzione giu-
sta. Non si ancora accumulata molta neve sulla strada e la
mia fida Daimler procede come sul velluto, senza il minimo ac-
cenno a sbandare.
Arriviamo al castello che gi sera. Per fortuna non ci fanno
aspettare. Chiss da quanto sono in attesa i due custodi. Con
questa coppia di coniugi ho avuto solo rapporti epistolari. Sono
molto pi vecchi di quanto mi sarei aspettato leggendo la loro
et al momento dell'assunzione. Lui piccolo e mingherlino, lei
lo sovrasta in altezza di almeno un palmo e sembra dominare
la situazione. Con consumata esperienza d le necessarie di-
sposizioni al marito perch metta a posto i bagagli, e all'autista
perch si sistemi nell'ala della servit. Vecchi, dicevo, seppure

Canone Inverso 133/129


molto pi giovani di me. Solo che la loro una vecchiezza di-
messa, mentre la mia proterva; la loro rassegnata, la mia
ancora una sfida. Io sono il vecchio castellano per il quale gi
stata preparata la cena a un capo della lunga tavola ormai vuo-
ta, e per cui sono stati accesi tutti i caminetti e tutte le luci di
Hofstain.
Ho finito per per assaggiare solo qualche boccone, accom-
pagnandolo con un bicchiere di borgogna, tanto per non arre-
care offesa a una cuoca cos squisita. Dopo di che ho dato di-
sposizione ai due domestici di ritirarsi e di lasciarmi solo.
Che cosa resta a un vecchio come me? Resta il passato, quel
nostro abisso rigurgitante, resta qualche ricordo che si posa a
volte sul suo ciglio scosceso e tentenna come una farfalla nella
brezza.
Lascio la tavola con la cena ancora quasi intatta, e mi avvio
verso il salone. Siedo sul divanetto proprio di fronte al grande
ritratto di Margarete, e il mio cuore comincia a farsi sentire. Se
mai la vecchiaia porta dei doni, questi non sono n la saggezza
n l'esperienza, ma solo la memoria ritrovata della nostra gio-
vinezza. Di lei mi appare in trasparenza il penninervio opalino
della mano che si posa sulla tastiera del clavicembalo. Rivedo
quel suo sorriso mentre suona alcune arie francesi. E mentre
lei esegue Le rappel des oiseaux di Rameau, nel vasto giardino
la luce sta gi declinando e stormi di uccelli accorrono a conve-
gno da ogni parte; le fronde degli alberi ne sono in breve popo-
late e si leva un grande strepito che alla caduta della luce
s'ammutisce all'improvviso. Si fatto buio. Accendo delle can-
dele perch lei possa vedere lo spartito. Mi sorride. Forse con-
divide i miei pensieri. Alla fiamma del candelabro il suo volto
sembra affacciarsi da un ritratto di La Tour.
Mai l'avevo desiderata tanto! Come colto da una dolce allu-
cinazione mi pareva di assumere il suo stesso volto, m'era dato
all'improvviso di impersonare un altro essere, per un attimo
avevo il privilegio di contemplarla da un fuoco interiore, nello
stesso modo in cui percepivo me stesso, stringevo gli occhi

130/133 Paolo Maurensig


avevo un moto di sorpresa, sorridevo. E il volto di lei mi rico-
piava alla perfezione, ero dentro di lei e lei mi rivestiva come
un abito sontuoso: lei era pelle e io epitelio, lei espressione e io
emozione. Ma era pur sempre la moglie di mio fratello.
E io non seppi accettarlo. Fuggii all'altro capo del mondo,
dopo aver giurato di non ritornare finch lei fosse rimasta in
vita. Ma non potevo mai immaginare che quella lettera spedita
a mia madre, in cui le comunicavo la decisione e il motivo della
mia partenza, potesse arrivare con tanto ritardo, e, che per uno
strano caso di errata identificazione, nel cimitero di famiglia
venisse sepolto, al posto mio, il corpo di uno sconosciuto suici-
da. Ora la fossa vuota. Ho saputo anche di quella notte in cui
il corpo di un estraneo fu segretamente riesumato e portato a
riposare sotto altra terra benedetta. Ma mia madre non resse
all'emozione. E ne rimase segnata per il resto dei suoi giorni.
Mi sembra buffo che ora, tra le storiche lapidi di tutti i com-
ponenti la dinastia dei Blau giaccia anche una pietra che gi
porta il mio nome. Ho detto di tutti i Blau. In realt uno ne
manca. Ma presto anche lui ci raggiunger. Porto ancora in ta-
sca la lettera ricevuta or non molto dall'Istituto MARIAHILF di
Vienna, dove mio nipote ha passato gli ultimi tormentati anni
della sua vita, e non resisto alla tentazione di rileggerla.

Illustrissimo barone Gustav Blau,

rispondo con ritardo alla sua richiesta. Ho avuto in effetti per


molti anni in cura, presso l'Istituto MARIAHILF, un paziente di no-
me Kuno Blau. Apprendo solo adesso per che si trattava di un
suo stretto congiunto. Soggetto tipicamente schizoide con delirio
di onnipotenza (frequenti i suoi accenni all'immortalit), nel
corso del tempo cominci a manifestare segni sempre pi fre-
quenti di sdoppiamento, fino a raggiungere uno stato pressoch
costante di personalit alternata, scissa in due parti ben definite:

Canone Inverso 133/131


la prima remissiva, caratterizzata da astenia, difficolt di deam-
bulazione, afasia e perdita della memoria. La seconda dominan-
te, pletorica, logorroica, con spiccate attitudini musicali, che si
presentava sotto il nome di Jen. Il violino sembrava comunque
essere il punto in comune, il trait d'union delle due pur distinte
personalit, seppure in maniera molto diversa: nella prima, di
nome Kuno, come mero senso di propriet, con attaccamento a
volte feticistico; in quella invece rispondente al nome di Jen,
come reale mezzo di espressione (il soggetto si rivelava un violi-
nista di grande talento). Negli ultimi mesi questo secondo stato
ha finito per prendere il sopravvento, sovrastando fino ad annul-
lare del tutto il primo, in un irreversibile delirio che durato fino
alla morte avvenuta, per arresto cardiaco, il 18 dicembre del
1985. Non risultando vivo nessun congiunto, ogni suo effetto
personale stato messo in vendita per coprire, almeno in parte,
le spese di degenza, e la salma stata inumata nel cimitero di
Baumgarten, presso la cui amministrazione potr rivolgersi per
tutte le pratiche necessarie alla traslazione della salma.
Questo caso stato da me studiato con molto interesse, e qua-
lora lei volesse saperne di pi le consiglio di leggere il prossimo
numero della rivista Die Neue Psychiatrie, in cui, osservando
l'anonimato, viene descritto dettagliatamente.

EmmeBooks 275

132/133 Paolo Maurensig