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Indice

Scherzetto
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Appendice
Il giocatore giulivo
Il libro
Lautore
Dello stesso autore
Copyright
Domenico Starnone

Scherzetto

Einaudi
Scherzetto
Capitolo primo

1.

Una sera Betta mi telefon pi nervosa del solito per capire se me la sentivo
di badare al figlio mentre lei e suo marito partecipavano a un convegno di
matematici a Cagliari. Vivevo a Milano da un paio di decenni e spostarmi a
Napoli, nella vecchia casa che avevo ereditato dai miei genitori e nella quale
mia figlia abitava da prima di sposarsi, non mi entusiasmava. Avevo pi di
settantanni e una lunga vedovanza mi aveva disabituato alla convivenza, ero a
mio agio solo nel mio letto e nel mio bagno. Inoltre mi ero sottoposto qualche
settimana prima a un piccolo intervento chirurgico che gi in clinica sembrava
aver fatto pi danno che altro. Sebbene i dottori si affacciassero nella mia
stanza sia la mattina che la sera per dirmi che tutto era andato come doveva,
lemoglobina era bassa, la ferritina lasciava a desiderare e un pomeriggio
avevo visto piccole teste che, bianche di intonaco, si protendevano contro di
me dalla parete di fronte. Mi avevano fatto subito una trasfusione,
lemoglobina era risalita un po, finalmente mi avevano mandato a casa. Ma
adesso faticavo a riprendermi. Al mattino ero cos fiacco che per rimettermi in
piedi dovevo raccogliere le forze, artigliarmi le cosce con le dita, chinare il
busto in avanti come se fosse il coperchio di una valigia, tendere i muscoli
degli arti superiori e di quelli inferiori con una determinazione che mi
toglieva il fiato; e solo quando il dolore alla schiena si attenuava, riuscivo a
tirar su lo scheletro del tutto, ma con cautela, staccando piano le dita dalle
cosce e abbandonando le braccia lungo i fianchi con un rantolo che durava
finch non raggiungevo definitivamente la posizione eretta. Perci alla
richiesta di Betta mi venne spontaneo rispondere:
Ci tieni proprio molto a questo convegno?
lavoro, pap: io devo fare la relazione introduttiva e Saverio ha il suo
intervento nel pomeriggio del secondo giorno.
Quanto tempo resterete fuori?
Dal 20 al 23 novembre.
Quindi dovrei stare col bambino, da solo, per quattro giorni?
Verr Salli ogni mattina, rassetter, vi cuciner. E comunque Mario del
tutto autonomo.
A tre anni nessun bambino autonomo.
Mario ne ha quattro.
Anche a quattro. Ma non questo il punto: ho un lavoro urgente da finire
e non ho nemmeno cominciato.
Cosa devi fare?
Illustrare un racconto di Henry James.
Che storia ?
Un tale torna in una sua vecchia casa di New York e l trova un fantasma,
cio lui stesso come sarebbe stato se fosse diventato un uomo daffari.
E tu quanto ci metti a fare le figure per un racconto cos? Manca quasi un
mese, tempo ne hai. E comunque, se entro il 20 non hai ancora finito, ti puoi
portare qui il lavoro, Mario abituato a non disturbare.
Lultima volta voleva stare sempre in braccio.
Lultima volta stato due anni fa.
Mi rimprover, disse che ero in difetto sia come padre che come nonno. Io
reagii con toni affettuosi e le assicurai che avrei tenuto il bambino per tutto il
tempo che le serviva. Chiese quando pensavo di andare, esagerai nella risposta.
Poich sentivo mia figlia pi infelice del solito; poich durante la mia degenza
aveva telefonato al massimo tre o quattro volte; poich quel suo disinteresse
mi era sembrato un modo per punirmi del mio, promisi che sarei arrivato a
Napoli una settimana prima del convegno, in modo che il bambino si abituasse
alla mia compagnia. E aggiunsi con finto entusiasmo che avevo molta voglia
di fare un poco il nonno, che poteva partire a cuor leggero, che io e Mario ci
saremmo molto divertiti.
Al solito, per, non riuscii a mantenere la promessa. Il giovane editore per
cui stavo lavorando mi assillava, voleva vedere a che punto ero. Io, che non
ero riuscito a fare granch per colpa della mia convalescenza interminabile,
provai in fretta e furia a ultimare un paio di tavole. Ma una mattina tornai a
perdere sangue e dovetti correre dal medico che, pur avendo trovato tutto in
ordine, mi impose una nuova visita dopo una settimana. Cos, tra una cosa e
laltra, finii per partire soltanto il 18 novembre, dopo aver mandato alleditore
le due tavole ancora mal rifinite. Andai alla stazione in uno stato di annoiato
scontento, la valigia riempita a caso e nemmeno un regalino per Mario, a parte
due volumi di favole che avevo illustrato io stesso parecchi anni prima.
Fu un viaggio infastidito da sudori di debolezza e dalla voglia di
tornarmene a Milano. Pioveva, mi sentivo teso. Il treno tagliava raffiche di
vento che opacizzavano il finestrino con rivoli tremolanti di pioggia. Ebbi
spesso paura che i vagoni schizzassero via dai binari, travolti dalla tempesta, e
constatai che pi si invecchia, pi si tiene a restare vivi. Ma una volta a Napoli
mi sentii meglio malgrado il freddo e la pioggia. Lasciai la stazione e nel giro
di pochi minuti raggiunsi ledificio dangolo che conoscevo bene.

2.

Betta mi accolse con un affetto di cui a quarantanni, tutta presa dagli


equilibrismi di ogni giorno non mi aspettavo che fosse capace. A sorpresa si
mostr preoccupata per il mio stato di salute, esclam: come sei pallido,
quanto sei magro, e si scus per non essere mai venuta a trovarmi mentre ero
in clinica. Poich chiese di medici e analisi con un certo allarme, mi venne il
sospetto che volesse capire se non era un azzardo lasciarmi il bambino. La
rassicurai e passai a farle mille complimenti con le frasi iperboliche alle quali
ricorrevo fin da quando era piccola.
Sei bella.
Ma no.
Sei meglio di unattrice del cinema.
Sono grassa, lunatica, vecchia.
Scherzi? Mai vista una donna pi attraente. Certo, il carattere come una
corteccia dalbero, ma se ti scortecci viene fuori una sensibilit liscia, di un bel
colore luminoso come quello di tua madre.
Saverio era andato a prendere Mario allasilo, sarebbero tornati a momenti.
Sperai che mi dicesse di andare nella mia stanza a riposare un po. Le rare
volte che venivo a Napoli dormivo nella grande camera accanto al bagno, che
aveva un balconcino simile a una piattaforma di lancio su piazza Garibaldi.
Cero cresciuto insieme ai miei fratelli ed era lunico angolo di quella casa
che non detestassi. Mi sarebbe piaciuto starmene l, sdraiato a letto anche solo
qualche minuto. Ma Betta mi trattenne in cucina me, la valigia, una borsa di
stoffa e attacc a lagnarsi senza sosta di tutto, del lavoro alluniversit, di
Mario, di Saverio che le scaricava addosso la casa e il bambino, di tante altre
tensioni insopportabili.
Pap, quasi grid a un certo punto, io mi sono veramente stufata.
Stava accanto al lavandino e risciacquava verdura, ma pronunci la frase
girandosi verso di me con una brusca, violenta torsione. Per pochi secondi la
vidi non era mai successo come pura materia dolente che sua madre e io,
quattro decenni prima, avevamo gettato nel mondo con leggerezza colpevole.
Anzi no, non Ada, io: mia moglie era morta da tempo, non ne portava pi la
responsabilit. Betta era una mia, solo mia, grande cellula dispersa, la
membrana gi abbastanza usurata. O almeno cos la immaginai per un attimo.
Poi arriv il rumore della porta dingresso. Mia figlia riacciuff in fretta se
stessa, disse eccoli con un misto di gioia e repulsione, comparve Saverio il
tozzo, cerimonioso Saverio dal viso largo, cos distante dalleleganza
longilinea di Betta insieme a Mario, piccolo, bruno come il padre, gli occhi
grandi sul viso esile e un cappello rosso, un cappotto blu, sbuffi di fiocco
azzurro.
Il bambino rest per qualche secondo in attesa, emozionato. Di Betta,
pensai, non ha preso niente, tutto il padre. Intanto sentii con una punta
dangoscia di essere la parola nonno che gli si stava incarnando davanti uno
sconosciuto da cui si aspettava un flusso incontenibile di meraviglie e
spalancai le braccia un po teatralmente. Mario, dissi, vieni, bello, vieni, quanto
sei cresciuto. Lui allora si slanci verso di me e dovetti tirarlo su dando alle
frasi una tonalit gioiosa, anche se la voce usciva rotta dallo sforzo. Mi strinse
il collo con grande energia, mi baci una guancia come se volesse
perforarmela.
Non cos, lo strozzi, si intromise il padre, e subito intervenne anche
Betta ordinandogli di lasciarmi:
Il nonno non scappa, in questi giorni starete sempre insieme, dividerai la
tua stanza con lui.
Quella per me fu una brutta notizia, mi ero immaginato che un ragazzino di
pochi anni dormisse coi genitori. Avevo dimenticato di aver preteso io stesso,
in tempi lontani, che Betta se ne stesse in culla nella stanza accanto, anche se
Ada non riusciva a chiudere occhio allidea di non sentirne i vagiti o di saltare
la poppata. Me ne ricordai adesso, proprio mentre rimettevo a terra il
bambino, e repressi il fastidio, non volevo che Mario lo percepisse. Andai alla
borsa di stoffa che allarrivo avevo appoggiato accanto alla valigia e tirai
fuori il paio di volumetti smilzi che avevo intenzione di regalargli.
Guarda cosa ti ho portato, dissi. Ma solo a toccare i due libri, mi torn
il rammarico di non avergli comprato qualcosa di pi attraente e temetti che
sarebbe rimasto deluso. Invece il bambino prese i volumi con interesse e
mormorando un compitissimo grazie fu la prima parola che gli sentii
pronunciare pass a esaminarne le copertine.
Saverio, che esattamente come me doveva aver pensato che il dono era
sbagliato e in seguito, di sicuro, avrebbe detto a Betta: tuo padre al solito non
ne fa una buona, si affrett a esclamare:
Il nonno un artista importante, guarda le figure come sono belle, le ha
fatte lui.
Ve le guarderete insieme pi tardi, disse Betta, ora togliamo il
cappotto e vieni a fare pip.
Mario oppose qualche resistenza ma poi si lasci spogliare badando
soprattutto a non mollare mai i due libretti. Li port con s anche quando la
madre lo trascin a forza in bagno e io mi rimisi seduto a disagio, non sapevo
di cosa parlare con mio genero. Buttai l qualche frase sulluniversit, gli
studenti, la fatica di insegnare, unico argomento al quale, per quel che
ricordavo, lui si appassionasse, a parte il calcio che per mi era del tutto
estraneo. Ma Saverio svicol quasi subito e a sorpresa visto che tra noi non
cera confidenza attacc a parlare con formule un po gonfie ma sofferte di
una sua scontentezza esistenziale.
Non c tregua e non c felicit, mormor.
Un poco di felicit c sempre.
No, io sento solo veleno.
Ma appena torn Betta diede un taglio netto alla confidenza e ricominci
confusamente a parlare delluniversit. Moglie e marito con tutta evidenza si
innervosivano solo a vedersi. Mia figlia accus Saverio di aver lasciato in
disordine non capii bene che cosa e intanto sottoline per me, accennando a
Mario che era appena riapparso tenendo ben stretto il mio regalo: il risultato
che questo qui sta venendo su peggio del padre. Subito dopo port via
dimpeto la mia valigia e la borsa, scommettendo con una risatella sarcastica
che l dentro di sicuro cera il necessario per lavorare ma non camicie,
mutande e calzini.
Il bambino, quando lei spar nel corridoio, sembr sollevato. Poggi uno
dei volumi sul tavolo, sistem laltro sulle mie gambe come se fossero una
scrivania, cominci a sfogliarlo pagina dietro pagina. Gli accarezzai i capelli
e lui, forse incoraggiato da quel mio gesto, mi chiese serissimo:
Le hai fatte veramente tu, le figure, nonno?
Certo, ti piacciono?
Ci pens.
Sono un po scure.
Scure?
S. La prossima volta falle pi chiare.
Saverio si affrett a intervenire:
No, che scure, vanno bene cos.
Sono scure, ribad Mario.
Io gli tolsi delicatamente il libro ed esaminai qualcuna delle illustrazioni.
Nessuno mi aveva mai detto che erano scure. Dissi rivolto al bambino: non
sono scure, e aggiunsi con un tono un po risentito: per se tu le vedi scure
qualche problema c. Sfogliai il libro con attenzione, notai difetti a cui non
avevo mai fatto caso, mormorai: forse me le hanno stampate male. E mi
amareggiai, non ero mai riuscito a tollerare che la sciatteria altrui guastasse il
mio lavoro. Ripetei pi volte, parlando con Saverio: s, sono scure, Mario ha
ragione. Quindi, mescolando rimostranze a dettagli tecnici, passai a dire male
di tutti quegli editori che pretendevano molto, spendevano poco, rovinavano
tutto.
Il bambino per un po rimase in ascolto, poi si annoi, chiese se volevo
vedere i suoi giocattoli. Ma ormai avevo la testa altrove e risposi bruscamente
no. Fu un attimo, mi resi conto che il rifiuto era stato troppo netto, padre e
figlio gi mi stavano guardando disorientati. Aggiunsi: domani, piccolo,
adesso il nonno stanco.

3.

Quella sera presi atto definitivamente che per Betta e Saverio il convegno di
Cagliari era soprattutto una buona occasione per sottrarsi agli occhi e alle
orecchie del figlio e litigare senza controllo. Se nel corso del pomeriggio si
rivolsero solo rarissime frasi simili a comunicazioni di servizio, a cena non
ricorsero nemmeno a quelle, ma parlarono soprattutto a Mario e a me perch
il bambino sapesse tutto delle mie prodezze e io tutto delle sue. Usarono
entrambi toni bambineggianti e cominciarono i loro discorsetti quasi sempre
con lo sai che il nonno o fai un po vedere al nonno. Di conseguenza Mario
dovette apprendere che io avevo vinto molti premi, ero pi famoso di Picasso,
persone importanti esponevano nelle loro case opere mie; e io dovetti
imparare che Mario sapeva rispondere compitamente al telefono, scrivere il
suo nome, usare il telecomando, tagliarsi la carne da solo con un coltello vero,
mangiare quello che cera nel piatto senza fare capricci.
Fu una serata interminabile. Per tutto il tempo il bambino non mi tolse gli
occhi di dosso, sembrava volermi mandare a memoria per paura che sparissi.
Quando gli feci qualche vecchio stupido scherzo con cui avevo divertito Betta
da piccola tipo fingere che il mio pollice stretto tra indice e medio fosse il
naso che gli avevo strappato lui accenn a sorrisetti mezzo divertiti, mezzo
di compatimento colpendo laria con la mano come per punirmi di quelle
sciocchezze. Al momento di andare a letto, prov a dire: ci vado quando ci va
il nonno. Ma i due genitori intervennero quasi allunisono ed entrambi
improvvisamente senza tenerezza. La madre esclam: si va a letto quando
mamma dice che si va a letto, e il padre disse: ora di dormire, indicandogli
lorologio sulla parete come se il figlio sapesse gi leggerlo. Mario allora
fece qualche rimostranza, ma riusc a ottenere solo che assistessi a come si
spogliava senza aiuto, a come, sempre senza aiuto, si infilava il pigiamino, a
come stendeva il dentifricio sullo spazzolino con precisione, a come si sapeva
lavare interminabilmente i denti.
Contemplai ammirato lo spettacolo. Dissi un numero infinito di volte: come
sei bravo, e Betta mi raccomand un numero infinito di volte: non me lo
viziare.
Per, aggiunse allimprovviso seria, guardando il figlio, bravo lo
sul serio, per la sua et. Vedrai.
A quel punto madre e figlio annunciarono che si ritiravano per la lettura
della favola serale. Li seguii fiaccamente fino a quella che non era pi la mia
stanza. Mario non sapeva ancora leggere, per sottoline Betta era a buon
punto. Vollero dimostrarmelo entrambi e veramente il bambino, con un po di
aiuto materno, lesse qualche parola. Intanto lanciai uno sguardo avido alla
branda che era stata preparata per me e pensai che, pur di sdraiarmici, avrei
ascoltato la favola anchio. Invece Betta, al figlio che chiedeva: resta ancora,
nonno, si sovrappose dicendo: no, pap, va, ora noi leggiamo un poco e poi si
dorme. Parole che erano chiaramente un ordine sia per il piccolo che per me.
Uscii dalla stanza e imboccai malvolentieri dovera linterruttore? il
corridoio buio. Gi a Milano negli ultimi tempi il buio non mi piaceva.
Accendevo tutte le luci di casa perch loscurit, dopo loperazione, a volte
animava linanimato e avevo limpressione di essere afferrato dai mobili,
dalle pareti, cosa che attribuivo alla circolazione sanguigna impoverita, al
cervello poco ossigenato. Avanzai quindi con prudenza, sfiorando i muri con
le nocche, ma vidi ugualmente lampeggiare mio padre sempre torvo che si
gettava allindietro i capelli con entrambe le mani, mia madre che da sciatta
cenerentola a volte si mutava tra terrori e malinconie in signora con la veletta,
mia nonna che, colpita da ictus, sedeva ormai sempre in silenzio, arrugnata,
vocabolo che in dialetto indica i corpi ripiegati su se stessi, curvi come una
roncola lasciata ad arrugginire in un angolo.
Lunico punto illuminato dellappartamento era la cucina. Ci trovai mio
genero, di pessimo umore e tuttavia sollecito, che mi indic una sedia accanto
a lui. Non feci nemmeno in tempo ad accomodarmi che gi mi raccontava a
bassissima voce, quasi allorecchio, come tra lui e Betta due anni di
fidanzamento, dodici di convivenza in quella casa, cinque di matrimonio le
cose si erano guastate. Fu inutile tentare di cambiare argomento, segnalare in
tutti i modi che non avevo voglia di ascoltare. Non ci accomunava niente, e
soprattutto ero il padre di sua moglie, ma lui continu, era chiaro che stava
male e voleva sfogarsi. Mi disse che a dirigere il dipartimento di matematica
era arrivato un tale che mia figlia conosceva fin dagli anni del liceo, e lei
subito era impazzita. Quel matematico brillante, un uomo di potere, le aveva
inoculato unenergia nuova, sicch lei ogni giorno sera impegnata a farsi pi
bella ed elegante del giorno prima. In breve luniversit era diventata per Betta
come un enorme recipiente colmo di una sostanza liquorosa, nella quale il suo
corpo sottile galleggiava in ogni momento, quasi senza volerlo, verso il
corpaccione del nuovo arrivato organismo, secondo Saverio, di coscia
grassa, di pancia greve allo scopo di sfiorarlo, urtarlo, e poi strofinarsi,
avvincersi, trascinarlo insieme con lei sul fondo.
Tutto questo, mi sussurr con occhi gonfi di disperazione, tua figlia lo
fa sotto i miei occhi.
Lintollerabile della questione era l, me lo ripet pi volte: Betta non si era
preoccupata nemmeno un poco di nascondergli quanto violentemente era
attratta dal direttore, ma ne aveva cercato il contatto per corridoi, uffici, aule,
bar, senza curarsi della presenza del marito, senza dare alcun peso al fatto che
in ogni momento lui potesse essere l a guardare. A Saverio Betta si era
mostrata sempre pi impudentemente emozionata. A Saverio lei aveva chiesto
ogni mattina, prima di andare al lavoro, se era ben vestita, se era
sufficientemente attraente. A Saverio aveva rovesciato nellorecchio un sibilo
di gelosia incontrollata quando in una certa occasione il direttore era
comparso con la moglie e quella gli si era stretta al fianco non risparmiando
effusioni. Senza contare i saluti languidi allinizio e alla fine della giornata
lavorativa: bacetti sulle guance che tendevano inavvertitamente, sempre pi, al
bacio in bocca. E senza contare una furiosa pretesa di indipendenza. Quando
Saverio una volta, fuori di s per quel comportamento, laveva tirata da parte
lungo uno dei tunnel bui della facolt e le aveva gridato quanto lo umiliasse
quel suo comportamento, lei gli aveva strillato: che vuoi, che dici, sei pazzo,
faccio quello che mi pare, e laveva piantato in asso per correre al bar dietro a
quel potentissimo magnete che pure sottolineava mio genero , se tu lo
conoscessi, ti sembrerebbe poco pi che un agglomerato di vita tipo quelli che
esistevano prima che si avviasse levoluzione, insomma nustrunzemmrd.
Io tacqui sempre, lo lasciai sfogare. Inutile fargli notare che il direttore,
cos come lui lo descriveva, pareva il suo stesso ritratto. Inutile dirgli che
evidentemente il tipo di maschio che attraeva Betta era massiccio e come lui
non una bellezza. Provai solo a buttar l, a un certo punto: sono infatuazioni
passeggere, Sav, alla fine restano le abitudini, gli affetti, Mario che un
bambino meraviglioso e che sarebbe un peccato tormentare con le vostre liti:
dammi retta, lascia correre. La sua risposta fu immediata come un guizzo di
serpe e mi turb molto: s, disse, questa smania finir, lei si acquieter; ma io
io ho visto tutto e ho provato ribrezzo, non lamo pi.
Avrei voluto approfondire quel punto il nesso tra il suo vedere allucinato
e la fine dellamore ma lui si interruppe per via dei passi di Betta in
corridoio, ne sembr atterrito. Mia figlia comparve sulla soglia in camicia da
notte e ordin al marito con unespressione disgustata:
Io sono pronta, andiamo a dormire, pap stanco. Mentre chiudo la porta
e abbasso le serrande, tu vatti a lavare i denti.
Saverio fiss per un lungo attimo il pavimento, poi si tir su dalla sedia con
uno scatto deciso e usc dopo avermi rivolto un appena percettibile buonanotte.
Betta aspett di sentire il rumore della porta del bagno che si chiudeva, poi mi
chiese in ansia, a voce molto bassa:
Che tha detto?
Che avete qualche problema.
Il problema lui.
Ho capito che il problema sei tu.
Hai capito male, Saverio vede quello che non c.
Quindi non hai una tresca con un direttore di non so cosa?
Io? Io? Lasciamo stare, pap, Saverio insopportabile.
Per ci sei rimasta insieme per ventanni.
Ci sono rimasta perch in genere ha un suo equilibrio.
Adesso squilibrato?
S, e sta squilibrando pure me, il bambino, la casa, tutto.
Aspetta: squilibrato al punto che ti vede incollata a un estraneo mentre tu
invece sei scollata?
Betta fece una smorfia che la imbrutt.
Non un estraneo, pap, per me un fratello.
A questo punto le si riempirono gli occhi di lacrime, cosa che, associata al
fatto che non avevo gran simpatia per suo marito, me la rese immediatamente
sincera. Le dissi: vieni qua, calmati, sei intelligente, sei brava nel tuo lavoro,
Mario splendido, su, su, partite, spiegatevi, e al ritorno sar tutto a posto. Ma
sincera o no, sapevo bene che lavrei amata e consolata sempre. Non potevo
sopportare che piangesse da piccola e non lo sopportavo nemmeno ora che era
grande. Se proprio devi piangere, le sussurrai, piangi quando io sono a
Milano. Lei sorrise, la baciai in fronte, tir su col naso, borbott: ti faccio
vedere dove si chiude il gas. Non contenta, volle che girassi io stesso la
manopola per farmi memorizzare bene il gesto. Quindi pass a darmi mille
istruzioni: dovera linterruttore della corrente elettrica, attenzione alla porta
del balconcino che era nuova e non funzionava bene, la chiave darresto
dellacqua era sotto il lavandino, lo scarico della doccia a volte si otturava
eccetera. Poi si rese conto che non stavo attento e mormor scontenta: ti scrivo
tutto domani. Intanto le dovette tornare il dubbio che non fossi allaltezza della
situazione in cui pure mi aveva infilato e chiese fissandomi diritto negli occhi:
te la senti, vero, di badare al bambino? Giurai di s e lei mi baci su una
guancia cosa che non aveva mai fatto, nemmeno da piccola mormorando:
grazie.
La seguii con lo sguardo finch non spar nella sua stanza. Dopo andai a
prendere le mie cose in valigia badando a non fare rumore e mi chiusi in
bagno. L, mentre mi preparavo per la notte con i movimenti lenti e incerti
della stanchezza, ripensai a quelle prime ore a Napoli e mi pentii ancora una
volta di aver lasciato Milano. Altro che sentirmela. Avrei dovuto dire con
chiarezza che ero ancora convalescente, che non potevo prendermi la
responsabilit di Mario, che non avevo voglia di caricarmi dei loro guai
coniugali. Rievocai frasi e immagini imbarazzanti della serata e non riuscii a
cacciar via unimpressione come dire di scostumatezza. Presto mi sembr
come se tutto, l in casa, non avesse labito adatto. O ce lavesse, ma come se lo
indossasse un magma bituminoso, o un coccodrillo, o che so, dei bonobi, o
peggio ancora i probionti, organismi nel loro primo cieco aggregarsi. Betta
che si strusciava al suo collega era scostumata; e suo marito incuneato tra lei e
lestraneo un amante, un fratello, un amante fraterno era scostumato; come
scostumate erano le pareti, il vento che soffiava dalla Marina, la citt. Qualche
tempo dopo la morte di mia moglie, avevo guardato tra le sue carte
scostumato anchio e mi ci era voluto poco per rendermi conto che, mentre
ero distratto giorno e notte dalle piccole dure battaglie per la mia
affermazione artistica erano stati tanti, tantissimi, gli anni di distrazione nel
corso dei quali la cosa che aveva contato di pi era andare dietro al mio estro
, lei mi aveva tradito spesso, gi pochi anni dopo che ceravamo messi
insieme. Perch. Non se lo spiegava nemmeno lei, faceva solo ipotesi. Per
ricordarsi che cera. Per darsi un po di centralit. Perch la mia centralit,
allinterno della nostra relazione, era eccessiva. Perch il suo corpo aveva
bisogno di attenzione. Per una mossa cieca della sua vitalit. Dietro la vita
costumata di ogni giorno sospirai pieno di scontento c uno spiritello
senza educazione che fingiamo di non vedere, unenergia che ci anima la carne
debellando a scadenze fisse ogni compostezza, anche nei pi composti. Spensi
la luce in bagno, spensi la luce in corridoio tre interruttori, ne premetti uno a
vanvera, era quello giusto dopo aver acceso la lampada accanto al mio letto.
E finalmente mi sdraiai con un lungo gemito soffocato senza lanciare a Mario,
allaltro capo della stanza, nel suo lettino tra una folla di giocattoli e tantissimi
disegnini affissi alle pareti, nemmeno uno sguardo.
Fuori continuava un vento feroce, la pioggia urtava contro la piattaforma
del balcone, la ringhiera vibrava e il rumore invadeva la stanza malgrado i
doppi vetri. In un attimo mi addormentai, ma gi lattimo dopo mi svegliai in
sudore, col respiro mozzo. Accanto a me cera Mario, in piedi, col suo
pigiamino azzurro. Disse: ti sei dimenticato di spegnere la luce, nonno, ma te
la spengo io, non ti preoccupare. La spense davvero e la stanza cadde nel buio,
nel vento, terrorizzandomi. Lui sgusci senza paure verso il suo letto.

4.

Mi svegliai convinto che fossero le quattro e venti, lora precisa minuto


pi, minuto meno in cui a Milano venivo fuori definitivamente dal sonno.
Cerano ancora raffiche di pioggia. Accesi la luce, erano le due e dieci. Mi
tirai su per andare in bagno, il tepore di cui godevo sotto le coperte cedette
allaria fredda con un brivido. Al ritorno diedi uno sguardo a Mario, nel
sonno si era scoperto. Giaceva a pancia sotto, le gambe larghe, un braccio
disteso lungo un fianco, laltro piegato e con la mano stretta a pugno accanto
alle labbra socchiuse. Gli sfiorai i piedi nudi, che erano gelati. Se si fosse
ammalato proprio mentre i genitori erano via? Gli sistemai le coperte fin sulla
testa e andai a sedermi sul bordo del mio letto.
Mi sentivo intorpidito, avevo sonno, e tuttavia ero certo che se mi fossi
sdraiato non avrei dormito: troppo calore sotto la pelle, che per,
contraddittoriamente, mi pareva fredda in superficie; ed erano freddi, di scarsa
sensibilit, anche i polpastrelli e le dita dei piedi. Presi dalla valigia il racconto
di James e le matite per buttar gi qualche schizzo, poi mi rimisi sotto le
coperte, la schiena appoggiata alla parete. Diedi uno sguardo al lavoro che
avevo fatto nelle settimane precedenti, non mi piacque niente, anzi mi
rammaricai di aver mandato alleditore, per fretta, il paio di tavole nemmeno
rifinite. Rilessi qualche brano del libro, provai a fissare unimmagine o due,
ma senza concentrazione. Era come se il respiro di Mario, quello del vento,
quello della pioggia, e la realt della stanza dellappartamento cos come
Betta e Saverio se lo erano adattato negli anni ristrutturandolo fossero un
ostacolo per la fantasia. Lasciai perdere allora il racconto, mi abbandonai a un
dormiveglia nel corso del quale la memoria della vecchia disposizione della
casa assunse un nitore capace di far sbiadire ogni immagine reale o
fantasticata. Mi tirai di nuovo su e cominciai a tratteggiare gli ambienti in cui
ero cresciuto. Disegnai lingresso con la finestra che dava su un terrazzino
sopra lo scalo merci. Disegnai il soggiorno, a cui mia madre teneva molto, coi
mobili appena comprati, il divano, le poltrone, i puff, cose che le dovevano
sembrare da gran signora. Disegnai lei stessa, e subito dopo mi sembr di
poterlo fare il suo sguardo su quellambiente ampio, luminoso, sulla tavola
con lorlo a piccole onde, sullargentiera con il tetto bombato e quattro
pinnacoli, sul loggiato da cui si vedeva un po dellHotel Terminus. Disegnai il
corridoio con lapparecchio telefonico inchiodato al muro, la camera dei miei
genitori, loro due a letto, mio padre seduto sul bordo, in canottiera e mutande.
E disegnai un ripostiglio pieno di roba vecchia, il bagno enorme, la stanza che
in quel preciso momento dividevo con Mario. Allora era tutta brandine come
la camerata di una caserma. Su una dormiva mia nonna, sulle altre, a capo o a
piedi, noi cinque figli, un accampamento poi parzialmente sgombrato. La
stanza rest presto solo alla nonna e ai tre nipoti piccoli, mentre io e mio
fratello i nipoti grandi passammo a farci il letto la sera in soggiorno,
rovinando le aspirazioni signorili di nostra madre.
Fu un lavoro frenetico, non mi capitava da tempo di avere una mano cos
sbrigliata. Disegnai spazi e persone e oggetti del ricordo riproducendo anche,
in una sorta di a parte in cima al foglio, in basso, su fogli nuovi , dettagli,
dettagli, dettagli. Se per tutta ladolescenza mi ero vantato di quella capacit
essa aveva imposto piano piano una direzione alla mia vita: il professore di
disegno delle medie era stupefatto, diceva questo ragazzo nato imparato , in
seguito, crescendo, studiando, quel talento del corpo, dellocchio, dei nervi mi
era sembrato rozzo. Ero andato dietro a scelte sempre pi colte e di
conseguenza sempre pi distanti da quella mia abilit che ormai mi pareva
volgare. A dodici anni gli altri mi consideravano un portento che abbaglia e
angoscia, e anche io mi sentivo cos; ma gi a venti avevo imparato a
disprezzare la facilit della mano come una debolezza. Mi vidi, mi immaginai,
provai a disegnare me stesso in quelle due et, dodici, venti. Ma la mano torn
bruscamente a incepparsi. Mi accanii inutilmente, le dita ridiventarono pesanti
e subalterne. Scarabocchiai ancora un po, parole, schizzi: comero, cosero,
cosa era successo negli otto anni in cui la crescita si era definitivamente
compiuta. Verso le quattro del mattino smisi. Che sciocchezza perdere tempo
cos. Soprattutto a cosa mi serviva. Riguardai i fogli zeppi di disegni, stordito
da quellirruzione inattesa di creativit. E mi colpirono, nella ressa degli
abbozzi, due figurine fin troppo precise: Betta e Saverio. Betta mi era venuta
splendida, lavevo collocata nella cucina di sessantanni fa, in una posa che
prendeva spesso mia madre ma anchio. Assomiglia a te e alla tua famiglia,
diceva Ada come se, pur essendo stata lei a partorirla, anche in quel caso io
lavessi esclusa. Mio genero invece, somigliantissimo, era nella cucina di oggi
pochi accenni e non aveva splendore. Lo avevo ritratto come un estraneo
torvo, gli avevo involontariamente cancellato ogni pregio. Spensi la luce, mi
tirai in testa la coperta e allora in cui in genere, a Milano, mi alzavo, mi
addormentai.

5.

Non dormii molto, per, mi svegliai verso le sei. Niente pi vento, forse
nemmeno pioggia. Quando uscii in corridoio, sbagliai interruttore, si accese la
luce nella stanza. La spensi subito sperando che il bambino non si fosse
svegliato e andai a radermi, a lavarmi.
Mi augurai che intanto, svegliata dal rumore che avevo fatto, si fosse tirata
su almeno Betta, ma anche quando venni fuori dal bagno la casa era
silenziosissima. Raggiunsi la cucina, trovai con qualche fatica un pentolino che
mi sembr adatto per bollire lacqua, ma niente t. Di fronte ai fornelli non
seppi cosa fare. Doverano i fiammiferi. O laccendigas. Ero l immobile,
inceppato, quando mi comparve a lato Mario, ancora col sonno in faccia.
Ciao, nonno.
Ti ho svegliato io?
S.
Mi dispiace.
Non fa niente: ti do il bacino?
S, dammelo.
Vidi che giudiziosamente sera messo sul pigiama un giacchetto di lana
arancione e ai piedi ciabattine dello stesso colore. Lo lodai e mi chinai per
farmi baciare e baciarlo a mia volta.
Ti faccio lo schiocco? chiese.
Va bene.
Mi fece uno schiocco forte contro la guancia e poi mi domand, col tono
cerimonioso di Saverio, se avevo bisogno di qualcosa.
Sai come si accende il gas? chiesi.
Fece cenno di s. Innanzitutto mi ricord che cera la manopola da girare e
sebbene fosse evidente che lavevo gi girata, volle ugualmente spiegarmi
come si faceva: cos, vedi, il gas non arriva, ma se giri arriva. Poi trascin una
sedia accanto a me, avvertendomi preventivamente che non avrebbe fatto
rumore: pap ha incollato sotto le gambe di tutte le sedie dei quadratini di
feltro. Si inerpic quindi con destrezza e mi istru sulla simbologia che serviva
a scegliere la fiamma adatta. Ma ci che davvero mi stup e mi allarm fu
che sapeva usare i fornelli: premette una manopola, la fece ruotare, fiss
intento le scintille finch la fiamma non esplose, aspett qualche secondo,
lasci la manopola.
Visto? disse soddisfatto.
S, per il pentolino lo metto io.
Non prepariamo la colazione per tutti?
Non so cosa prendi tu, cosa mamma e cosa pap.
Lo so io. Mamma e pap prendono il caff col latte e io solo il latte.
Poi?
Poi bisogna tostare il pane per mamma io e pap mangiamo i biscotti
e spremere le arance per tutti. Tu la vuoi la spremuta?
No.
buona.
Non la voglio.
Pass a indicarmi doverano le arance, dove lo spremiagrumi, come fare in
modo che i toast non bruciassero diffondendo una puzza che disgustava suo
padre, su quale scaffale si trovavano le bustine del t nero e di quello verde,
dietro quale sportello cera la macchinetta del caff, dove si trovava la teiera
perch il pentolino che avevo scelto io era inadeguato, dove le tovagliette per
apparecchiare. Quanto parlava, quella mattina, e con quale propriet. A un
certo punto mi chiese preoccupato:
Hai controllato la scadenza del latte?
No, ma se in frigo non sar certo scaduto.
Devi controllare lo stesso, mamma certe volte si distrae.
Controlla tu, dissi per prenderlo in giro.
Mi fece un sorriso imbarazzato, colp laria con la mano come aveva fatto
la sera prima, ammise malvolentieri:
Non so controllare.
Allora qualcosa che non sai fare c.
So che bisogna mettere un pochino di latte in un pentolino, accendere il
gas e vedere se caglia.
Caglia? Che significa caglia?
Abbass lo sguardo, divent rosso, torn a guardarmi con un sorrisetto
sghembo. Era in ansia, non sopportava di fare brutta figura. Gli dissi: salta, gli
afferrai una mano e lo feci saltare dalla sedia. Poi, per convincerlo che
continuavo a dargli credito, chiesi: cosaltro dobbiamo fare. Ero ammirato
non so se divertito, divertito forse no dal suo vocabolario ricchissimo e da
come padroneggiava ogni cosa. Io, per quel che ricordavo, per quel che
raccontavano di me mia madre e mia nonna, ero stato quasi muto e sempre
svagato. Limmaginazione prevaleva sul senso della realt, anche da adulto
non avevo mai saputo partecipare attivamente alla vita pratica, lunica cosa che
mi pareva di saper fare era disegnare, dipingere, combinare materie colorate
dogni tipo. Fuori di quellarea non avevo intelligenza, non avevo memoria,
riuscivo a concepire pochissimi desideri, badavo poco agli obblighi della vita
civile, mi ero sempre affidato ad altri, Ada innanzitutto. Questo bambino,
invece, pur avendo poco pi di quattro anni, mostrava unattenzione al mondo
simile a quella degli indios, che erano in grado di imparare le tecniche
complesse degli orefici arrivati con i conquistadores con la semplice
osservazione. Mi guid passo passo. Ai suoi ordini apparecchiai la tavola in
cucina. Poi mi indic il caff, Betta lo prendeva decaffeinato, Saverio no.
Quindi insieme preparammo le macchinette, insieme usammo lo
spremiagrumi, e mi rimprover pi volte perch tendevo a buttare le coppe
delle arance ancora con la polpa densa di succo ai bordi. Insieme signific
quasi sempre che anche le azioni per cui non aveva la forza o la destrezza
pretese che fossero compiute mettendo le sue mani sulle mie, e si incupiva se
tendevo a escluderlo.
tua madre che ti ha insegnato tutte queste cose?
Pap. Lui non fa mai niente da solo, lo devo sempre aiutare.
E mamma?
Mamma nervosa, strilla e va di fretta.
Tha detto, pap, che non devi mai accendere il gas?
Perch?
Perch ti bruci.
Se uno sa che pu bruciarsi, sta attento e non si brucia.
Ci si pu bruciare anche se si sta attenti. Promettimi che finch staremo
insieme, il gas non lo accenderai mai senza di me.
Quando ci sei tu, non mi brucio?
No.
E se ti bruci tu?
Volle tranquillizzarmi nel caso che mi scottassi. Mi disse che in bagno cera
una cassetta con una croce rossa sullo sportello. L cera una crema di cui era
pratico perch le volte che si era scottato suo padre glielaveva spalmata
facendogli passare il bruciore.
Non appiccicosa, mi rassicur, e proprio quando ormai non ce la
facevo pi intrattenerlo s, ma cominciavo a sentirmi intrappolato dentro
quel suo tono da istruzioni per luso comparve Betta. Tirai un sospiro di
sollievo. Ommadonna, esclam mia figlia fingendo grande entusiasmo davanti
alla tavola apparecchiata.
Abbiamo preparato tutto io e il nonno.
Lei festeggi il bambino, se lo prese in braccio, lo sbaciucchi sul collo
facendolo ridere per il solletico.
Si sta bene col nonno, eh?
S.
Betta si rivolse a me:
E tu stai bene con Mario, pap?
Molto.
Meno male che ti sei deciso a venire.
Intanto comparve anche Saverio e il bambino accese subito i fornelli
senza che nessuno si preoccupasse sotto il caff decaffeinato e non. Io misi
un paio di bustine nella teiera bollente e finalmente si pass alla colazione, una
colazione lontanissima da quelle solitarie e frugali che facevo ogni mattina a
Milano. Non ci fu un attimo di silenzio, i due genitori sebbene ancor pi
ostili reciprocamente non fecero che incoraggiare il chiacchiericcio del
figlio. Ma subito dopo Betta annunci che correva a prepararsi, aveva una
giornata affollata e si lagn non aveva ancora fatto i bagagli, non aveva
pensato a ci che doveva mettersi a Cagliari e allindomani si sarebbe dovuta
alzare alle quattro, visto che laereo ce lavevano alle nove. Per mi disse
ti ho preparato una lista delle cose a cui devi badare quando saremo partiti, mi
raccomando, pap. Quindi usc tirandosi dietro Mario, che doveva lavarsi e
vestirsi per la scuola ma intanto ripeteva di continuo: non ci voglio andare,
voglio stare col nonno.
Chiesi a Saverio, cautamente:
Nei prossimi giorni dovr portare il bambino allasilo?
Devi chiedere a tua figlia, a me non ha detto niente.
Forse le devi dare pi fiducia, sei troppo sospettoso e questo la inasprisce.
Come faccio a non essere sospettoso, se si comporta come si comporta?
Lo sai dove va stamattina?
Dimmelo tu.
A leggere a chillustrnz la sua relazione.
Cosa c di male?
Niente. Ma spiegami perch lui non ha convocato anche me, non ha
chiesto di leggere anche il mio intervento.
Si vede che non siete amici dai tempi del liceo.
Dunque per amicizia che ha assegnato a Betta una delle relazioni
introduttive, mentre io sono stato messo al secondo giorno?
Lo guardai disorientato.
Questo direttore centra qualcosa col convegno di Cagliari?
Certo che centra, lha organizzato lui.
E sar l con voi?
Non lavevi capito?
Non ebbi il tempo di fare commenti. Betta, rabbiosa, chiam dal bagno il
marito. Tocca a te accompagnare Mario allasilo gli grid esasperata,
passando quasi di corsa per il corridoio in una scia di profumo , fai finta di
non ricordartelo? Saverio si alz di scatto, lo guardai filar via in stato
confusionale. Secondo Betta suo marito era un matematico di qualche rilievo,
ma non potevo credere che una persona con una mente ordinata avesse
comportamenti cos rozzi. Mettiamo pure che Betta abbia realmente qualche
simpatia per questo direttore, pensai, davvero Saverio cos stupido da
credere di poter impedire che la simpatia si trasformi in altro? Il piacere
sessuale, sganciato definitivamente dalla riproduzione di cui allorigine era
solo lincentivo, sbrodolava umori di continuo per tutto il pianeta, in ogni
stagione, e non cera controllo possibile, ci che doveva accadere sarebbe
comunque accaduto, era una spinta franosa dei corpi che travolgeva
spietatamente mogli, mariti, figli, affetti, economie. Betta ricomparve. Alle
otto e mezza del mattino era truccata e abbigliata come se dovesse andare in
discoteca. Mi spinse davanti Mario, pettinatissimo, elegantino anche lui, pronto
per lasilo.
Nonno, mia figlia mi ordin, di a Mario che oggi deve andare a
scuola.
Presi un tono solenne:
Mario, non fare storie, ti tocca.
Voglio stare con te.
Betta sbuff:
Tu non vuoi niente. Da questo momento fai tutto quello che ti dice il
nonno.
Baci il figlio sulla testa, mi disse ciao e spar. Il bambino ripet,
sorvegliandomi con lo sguardo:
Non ci vado allasilo.

6.

Mario continu a sostenere quella sua posizione cercando con lo sguardo


un consenso che non gli diedi. Suo padre non disse n s n no, semplicemente
lo trascin via, erano tutte due in gran ritardo. Nonno, mormor il bambino
depresso prima di entrare in ascensore, non ti muovere di qui, aspettami. Feci
cenno di s, chiusi con sollievo la porta.
Girai senza voglia per lappartamento vuoto, mettendo a confronto
mentalmente gli spazi che avevo disegnato durante la notte con la casa doggi.
Il grande soggiorno era stato da tempo ridotto della met, laltra met era
diventata uno studio con una scrivania ipermoderna e scaffali alle pareti fino al
soffitto. Anche nellingresso erano stati fatti lavori. Arrivando non ci avevo
badato, per adesso mi resi conto che avevano tirato su una parete con una
porta nuova fiammante. Laprii, entrai in un piccolo ambiente, anche quello
zeppo di libri, ma con una scrivania vecchiotta e un incongruo odore daglio,
cipolle, detersivo. Spalancai la vecchia finestra che dava sul terrazzino, il quale
scoprii era stato a sua volta modificato. Adesso era una veranda dove mia
figlia ammucchiava tutto quello che le serviva per la cucina: lodore daglio,
cipolle e detersivi veniva di l. Non ebbi dubbi che mentre lo studio pi ampio
apparteneva a Betta, quellambiente minuscolo doveva essere il luogo dove
lavorava Saverio.
Ritornai in corridoio, curiosai nella camera da letto. Cera un gran
disordine, sul letto disfatto se ne stavano come bucce avvizzite gli abiti che mia
figlia doveva aver provato e poi scartato, prima di decidersi a sceglierne uno
con cui le pareva di fare la figura migliore. Finch quella stanza era stata
occupata da mio padre e mia madre, mi era sembrata enorme, ma adesso che
Betta aveva introdotto due grossi armadi che arrivavano al soffitto e un letto
matrimoniale cos ampio che chi ci dormiva doveva avere limpressione di
dormire da solo, era come rimpicciolita.
Mi guardai intorno, sfogliai i libri sui comodini, uscii sul loggiato. L fui
investito dal consueto rumore del traffico. Il vento era calato, cera un cielo
nero e fermo, non pioveva pi. Riconobbi la lunga catena dei vecchi edifici
allineati a partire da piazza Garibaldi, guardai per qualche minuto la
processione di passanti sul marciapiede di sotto e il corteo delle auto che
andavano verso la Marina. Quando mi accorsi di essermi inavvertitamente
bagnato i gomiti del pullover sulla ringhiera, ritornai in casa.
Era bastata quella ricognizione per vedere che se si escludeva il soggiorno,
dove cera un mio grande quadro con masse di colore rosso e blu, gran parte
delle opere e operine che avevo regalato a mia figlia negli anni non erano
esposte, chiss dove le avevano nascoste lei e il marito. Saverio aveva sempre
finto di avere una grande opinione dei miei lavori, ma mia figlia non si era
mai sforzata di darmi credito. Il credito poi cosera, niente di pi instabile.
Negli ultimi anni nessuno mostrava pi di darmene come una volta, erano
cambiate troppe cose. Comunque pazienza, mi dissi, che importanza ha,
lessenziale che lavoro ancora. Passai sopra alle malinconie e decisi di fare
quattro passi, visto che a partire dal giorno dopo, per via del bambino, non
sarebbe stato pi possibile. Cos tornai nella stanza di Mario, che era ancora al
buio. Indossai il cappotto, presi il cappello, controllai se avevo il portafoglio e
soprattutto le chiavi che Betta mi aveva dato facendomi giurare di non
dimenticarle mai. Aveva ragione, il cervello era labile, dovevo fare attenzione.
Mi venne voglia di completare lesplorazione della casa dando uno sguardo al
balconcino e tirai su la serranda.
Era un posto che spaventava molto mia madre, lei ci si affacciava con
cautela e non voleva che i miei fratelli pi piccoli ci andassero da soli. Aprii la
portafinestra nuova fiammante. Il balcone era anomalo, tutti i balconi di quel
lato lo erano, avevano la forma del trapezio, si spingevano sul vuoto
restringendosi. Il nostro era al sesto e ultimo piano e per questo forse mia
madre, che in genere non soffriva di vertigini, mal sopportava leffetto di
rastremazione, diceva che se guardava di sotto, si sentiva male. Quando cera
da portar fuori o dentro qualcosa, chiamava mio padre e se mio padre non
cera o era nervoso, chiamava me che ero il figlio pi grande. Io le prendevo
ci che le serviva, ma a tradimento raggiungevo dun balzo lestremit del
balconcino e cominciavo a saltare per far vibrare la piattaforma, la ringhiera,
e guardarla nel riquadro della porta mentre rideva e insieme si
terrorizzava.
A me piaceva quellapparenza di rischio. Da ragazzino sedevo per terra sul
balcone e mi mettevo, specialmente in primavera, a leggere, a scrivere, a
disegnare. Cera un enorme cielo mi ricordai , si vedevano le cuspidi della
stazione nuova. E l, sul vuoto, mi sentivo come di guardia su una torre o di
vedetta in cima a un albero maestro, in attesa di avvistare chiss cosa. Ma
quella mattina, quando misi la testa fuori, non ritrovai il piacere di una volta,
anzi mi sembr di capire lansia di mia madre. Il balcone era una lastra lunga e
sottile sopra la macchia grigia dellasfalto; e avventurarsi dava limpressione
di poggiare il piede su una scheggia prossima a schizzar via dalledificio.
Forse mi dissi la forma trapezoidale a suggerire una sporgenza
eccessiva: la retta ideale che scorre lungo la portafinestra pare lontanissima
dalla sua parallela che taglia il vuoto; o pi probabilmente lo stato di
debolezza in cui mi trovo, la vecchiaia, a rendermi insicuro ed esposto. Di
certo me ne stetti prudentemente sulla soglia, il cappotto addosso, il cappello
in mano, a guardare il cielo, la ringhiera che stillava gocce luminose di
pioggia e un secchio di plastica da cui spuntava qualche giocattolo e al cui
manico era legata una corda.
Ti suona il telefonino, disse una voce di donna alle mie spalle
facendomi sussultare. Mentre mi giravo di scatto pensando alle ombre di mia
nonna, di mia madre, di Ada, la voce aggiunse: Scusa, sono Salli.
Era la signora delle pulizie. Il mio cellulare, che avevo dimenticato
probabilmente in cucina, le ronzava nella mano che mi tendeva. Era forse
sopra i sessanta, aveva un viso pieno, allegro, con grandi occhi. Si scus pi e
pi volte per avermi fatto paura: aveva le chiavi ed era entrata come tutte le
mattine senza pensare che potevo spaventarmi.
Non mi sono spaventato, mi sono sorpreso, chiarii.
Spavento, sorpresa, lo stesso.
No, non lo stesso.
Presi il telefonino che seguitava a ronzare, era leditore. Annunci con un
tono leggero:
Ho ricevuto le due tavole.
Mi venne di incoraggiarlo a formulare un giudizio positivo.
Sono venute bene, no?
Ci fu qualche secondo di silenzio. Ero abituato da sempre a ricevere
complimenti, qualsiasi cosa facessi. Invecchiando, poi, li davo per scontati,
tanto era improbabile che qualcuno mi dicesse brutalmente: no, hai lavorato
malissimo. Ma avevo sottovalutato che stavo parlando con un ragazzo di
trentanni pieno di soldi e di smanie innovative. Leditore disse:
Non ho visto quello che mi aspettavo.
Be, reagii fintamente divertito, guardi un po meglio.
Ho guardato con attenzione e ci dobbiamo ancora lavorare.
Mi gelai. Volevo reagire ma mi sembr ridicolo sostenere che le tavole
erano ottime, non ci credevo nemmeno io. Lo lasciai dire. E lui parl molto,
parl di brillantezza, riteneva che quella parola esprimesse la qualit
indispensabile a unedizione di lusso come lui la concepiva. Mi sforzai di
capire, pareva che parlasse di colori. Ma quando gli chiesi di spiegarsi meglio,
venne fuori che nelle mie tavole la brillantezza mancava, che cera come una
carenza di ossigeno.
Non se labbia a male, mi disse, per cos non si produce n energia
n intelligenza.
Decisi di scegliere la via di una paterna ironia.
Se lei vuole che ossigeni di pi le tavole, ci provo.
Si secc.
S, bravo, le ossigeni. Questa espressione che forse la diverte a me
sembra seria e giusta. A che punto con le altre tavole?
A buon punto, mentii.
Non si acquiet. Disse che unedizione di lusso richiedeva un grande
sforzo, che molte finissime competenze erano gi state mobilitate, che aveva
bisogno del materiale al pi presto. Era giovane e credeva di diventare
autorevole ricorrendo a toni aggressivi. Gli raccontai bugie pi dettagliate e
chiusi la comunicazione. Solo allora mi accorsi che avevo le mani bollenti e la
schiena sudata. Le tavole non erano piaciute e questa era una gran seccatura.
Ma ancor pi mi seccava che il ragazzo me lavesse detto cos francamente.
Intascai il cellulare, sentii che mi stava venendo mal di testa. Non mi piacque
che Salli si stesse sfilando una scarpa seduta sul mio letto, e lei se ne accorse.
Sono nuove, mi fanno male, si giustific rinfilandosela subito e
tirandosi su.
Vado a fare quattro passi, dissi.
Va bene. Sei contento del nipotino?
S.
Non vieni spesso.
Quando posso.
Che carino, Mariuccio, ma ogni tanto va sgridato. Guarda tu che
disordine, ha pure lasciato i giocattoli fuori, stanno l da giorni.
Sbuff, chiese permesso e usc sul balcone. Era una donna piccola ma
pesante, fui tentato di dirle: lasci perdere, non esca. Ma lei evidentemente non
aveva le mie ansie. And al secchio anche se il balcone vibrava sotto i suoi
passi, tir fuori i giocattoli e lanci oltre la ringhiera la pioggia che si era
depositata sul fondo del recipiente.
Fanno giocare il bambino qui fuori malgrado il freddo, si lagn.
Cos cresce forte.
Tu scherzi, bravo, i nonni devono scherzare e far ridere. Ma anche
preoccuparsi un poco.
Le risposi che ero preoccupato soprattutto per i giorni che dovevo passare
da solo con Mario, avevo molto da lavorare.
Lei, le chiesi, che orario fa?
Nove-dodici. Ma dopodomani non vengo.
Non viene?
Devo vedere una persona, importante.
Lo sa mia figlia?
S che lo sa. Cosa ti cucino?
Faccia lei.
Adesso, oltre che amareggiato per la maleducazione del mio committente,
ero arrabbiato con Betta. Mi aveva detto o almeno io cos avevo capito che
Salli sarebbe venuta tutti i giorni. Ma non era vero. Chiusi la portafinestra,
avevo freddo anche col cappotto. Qualcuno suon al citofono una, due, tre
volte. Suoni lunghi, ravvicinati, carichi durgenza.

7.

Era Saverio. Salli corse di sotto senza darmi spiegazioni e riapparve poco
dopo con Mario, che era raggiante.
Pap mi ha riportato a casa, disse.
Come mai?
La maestra era malata.
E non cera unaltra maestra?
Non ci voglio stare con unaltra maestra, voglio stare con te.
Come hai fatto a convincere tuo padre?
Ho pianto.
Chiesi a Salli se le potevo lasciare il bambino per unoretta, avevo un
problema di lavoro e dovevo riflettere. Rispose che lei aveva il tempo contato,
la casa era grande e lavrei fatta veramente contenta se ce ne fossimo andati a
spasso tutte due, nonno e nipote, fino a ora di pranzo. Cosa ribattere. Dissi a
Mario di lasciare lo zainetto e venire con me. Il bambino fu entusiasta, Salli gli
disse:
Va a fare pip, Mariuccio: prima di uscire si fa sempre pip. Vero, nonno?
Uscimmo, il vento era gelido. Mi tirai su il bavero, calcai bene in testa il
cappello, sistemai la sciarpa intorno al collo del bambino. Infine gli scandii
per fargli capire bene la mia intransigenza:
Mario, sia chiaro che in braccio non ti porto.
Va bene.
E non mi devi mai lasciare la mano, per nessun motivo.
S.
Che vuoi fare di bello?
Andiamo nella metropolitana nuova.
Ci avviammo verso piazza Garibaldi, ma dopo pochi passi la proposta di
Mario non mi piacque. La piazza, punto di sbocco della stazione, era un
intreccio fitto di gente frettolosa, venditori di tutte le merci possibili,
sfaccendati, automobili, autobus. E anche lingresso della metro era affollato,
mi sembr insopportabile calarmi l sotto, avevo bisogno daria. Cos decisi
di tornare indietro.
Nonno, la metropolitana di l.
Ti faccio vedere la strada che facevo quando andavo a scuola.
Avevi detto che prendevamo la metro.
Lavevi detto tu, io no.
Volevo camminare molto e dimenticare la voce delleditore. Ma
questultima cosa risult ardua. Rianalizzai mentalmente la telefonata, provai a
trovarci del buono. Sapere mi dissi che le due prove non gli sono piaciute
mi permette di cambiare rotta senza troppi problemi, visto che il lavoro solo
allinizio. Subito per obiettai a me stesso: cambiare rotta per andare dove?
Era probabile che avessi davvero lavorato male. Era probabile che
lemoglobina bassa, la ferritina, quella partenza obbligata mi avessero
impedito di dare il meglio di me. Ma il rispetto? Quel paio di tavole venivano
dalla mia storia, da ci che ero, da ci che per decenni avevo fatto con
successo. Se quel ragazzo presuntuoso mi aveva commissionato il lavoro, se
mi aveva detto: illustrami questo James, era per il mio nome, per tutto quello
che mi ero inventato nel corso della vita. Allora che cosa voleva? E io stesso,
daltra parte, che cosa intendevo quando dicevo: sono in tempo per cambiare
rotta? La rotta era una sola, quella che avevo percorso dai ventanni ai
settantacinque. E le due tavole sicuramente potevano essere migliorate, ma
venivano da quel percorso: solo allinterno di quel percorso, fatto di decine e
decine di opere apprezzate, esse potevano essere ritoccate.
Ficcai amareggiato le mani in tasca, andai a testa bassa verso la Marina. Ma
Mario mi stratton:
Nonno, mi hai lasciato la mano.
Hai ragione, scusa.
Questa strada brutta, con pap non la facciamo mai.
Meglio, cos vedi posti nuovi.
Era lo spazio della mia adolescenza, viuzze, vie, piazze, canaloni vorticosi
tra i mille traffici di Forcella, della Duchesca, del Lavinaio, del Carmine, fino
al Porto e al mare, unarea ampia striata di continuo da un flusso di voci locali
chiacchiere di passanti, grida dalle finestre, convenevoli sulle soglie dei
negozi che risuonavano tenere e violente, garbate e oscene, saldando tempi
distanti, ladesso di me vecchio col bambino e la volta che ero stato un
ragazzo. Saverio lo sapevo anche se lui non me laveva mai detto da anni
insisteva per cambiare zona, voleva convincere Betta a vendere lappartamento
e a comprarne uno in un quartiere della citt adeguato alla loro condizione di
professori. Avevo detto a mia figlia di vendere come e quando le pareva, non
appartenevo pi a quelle strade e a quella citt da molti anni. Ma lei a Napoli
era molto legata e a differenza di me amava quella casa, o per dir meglio
amava la memoria di sua madre.
Qui, dissi al bambino indicandogli una saracinesca abbassata zeppa di
graffiti osceni, quando ero piccolo cera una signora grossa, enorme, che
friggeva le graffe. Lo sai cosa sono?
Le ciambelle con lo zucchero.
Bravo. Certe volte me ne compravo una e la mangiavo seduto su quei
gradini.
Eri piccolo come me?
Avevo dodici anni.
Allora eri grande.
Non lo so.
cos, nonno, eri grande: io sono piccolo.
Camminammo un bel po. Andammo verso SantAnna alle Paludi e poi
verso Porta Nolana. Il bambino tent prima di fermarsi a ogni negozietto di
cianfrusaglie cinesi, a ogni motocicletta o motorino in sosta che voleva
esaminare per provarmi le sue competenze. Ma poich lo tirai via senza dargli
retta, fin per tenermi dietro per lo pi in silenzio. Fui io, qualche volta, a
rivolgergli la parola, ma solo per ricordare a me stesso che cera, che lo
tenevo per mano. Per il resto continuai a rigirarmi nella testa le parole
delleditore, e poich il buono che potevo trovarci risult sempre pi esile,
lirritazione iniziale si mut in rabbia. A scuola quella parola non piaceva,
maestri e professori ci correggevano. No rabbia ci rimproveravano , si
dice ira, la rabbia ce lhanno i cani. Ma la lingua napoletana che si parlava nel
Vasto, al Pendino, al Mercato i quartieri in cui ero cresciuto io e prima erano
cresciuti mio padre, i nonni e i bisnonni, forse tutti i miei antenati non
conosceva la parola ira, lira di Achille e di altri attivi dentro i libri, ma solo
a raggia. La gente di questa citt, pensai, di questi quartieri e piazze e strade e
vichi e banchine del porto piene di fatica e carichi e scarichi illegali,
sarraggiava, non sadirava. Sarraggiava a casa, per strada, soprattutto
quando vagava in cerca di soldi senza trovarne. E spesso bastava poco per
azzannarsi con altri arraggiati. La raggia, s, la raggia, altro che lira. Ti sei
adirato? Vi siete adirati? Si sono adirati? Macch. Maestri e professori ci
davano un vocabolario che era inservibile per quelle strade. L cera una citt
di cani e lira non aveva niente a che fare col sangue agli occhi che mi veniva
per vie come appunto quella che stavamo imboccando adesso e che portava su
corso Garibaldi. Quando uscivo di scuola e non avevo voglia di tornare a casa
perch ero furibondo contro compagni aguzzini, contro professori sadici, era
la rabbia che mi rompeva il petto, gli occhi, la testa, e per calmarmi facevo il
giro lungo, andavo fino a Porta Nolana, a volte imboccavo via San Cosmo,
altre volte, col sangue che non si acquietava, andavo per il Lavinaio, andavo al
Carmine, camminavo selvatico per spazi scempiati, raggiungevo il Porto. E
guai se per strada qualcuno distrattamente mi urtava, bestemmiavo santi e
madonne, ero non adirato ma arraggiato, e ridevo sfottente, poi sputavo, tiravo
mazzate sperando di riceverne. Oggi nessuno che mi conosca lo direbbe, ma
ero proprio cos. Quanto sarebbe bello mi dissi tornare a Milano e dopo
pi di mezzo secolo risorgere come sono stato da adolescente, andare diritto
filato in corso Genova, imboccare ledificio dove ha sede la casa editrice,
salire al terzo piano e senza preamboli sputare in faccia al piccolo scostumato
signorino che ha criticato il mio lavoro: non solo quelle tavole, no, ma tutto il
lavoro di una vita, senza rispetto. Peccato che la stagione della raggia era
morta, lavevo soffocata in tempi andati.
Tu lo sai cos a raggia? chiesi a Mario.
Non si parla cos, nonno.
Chi lo dice, pap?
No, mamma.
Fa bene, tu infatti non devi parlare cos.
Ti posso dire una cosa?
Puoi dire quello che vuoi.
Ho la gola un po secca.
Sei stanco?
S, molto.
E che si fa, quando sei stanco e hai la gola secca?
Di tu.
Un succo di frutta?
Ci infilammo nel primo bar che trovai, un luogo senza luce, nemmeno
quella elettrica. Era un piccolo ambiente che sapeva non di caff o di dolciumi
ma di sporcizia e sigarette, feci fatica ad abituare gli occhi. Mi guardai intorno
in cerca di un paio di sedie, vidi solo un tavolino tondo, di metallo, a pochi
centimetri dal banco dietro il quale un uomo sui quaranta, magrissimo, molto
stempiato, stava mettendo ordine su un ripiano laido. Dissi: vorremmo un
succo di frutta e un caff, per abbiamo bisogno di sederci perch siamo
stanchi. E indicai il tavolino senza sedie. Luomo si anim di colpo, strill:
Tit, puorteddoiseggiosignre. Comparve una ragazzina dal retrobottega con
due sedie di plastica e metallo. Mi sedetti subito, Mario si arrampic sulla sua.
La ragazzina disse: commestebink, e mi offr un bicchiere dacqua. Bevvi un
sorso, ringraziai.
Che succo vuoi? chiesi a Mario.
Lui ci pens serio, poi disse:
La mela.
Quantbellll, esclam la ragazza.
Le parole del dialetto mi appartenevano e insieme erano una catena di suoni
estranei. Luomo e la ragazzina ne facevano un uso benevolo, quasi sdolcinato,
ma la tonalit di fondo era la stessa della violenza. Solo in questa citt pensai
le persone sono cos genuinamente disposte a soccorrerti e cos pronte a
tagliarti la gola. Io non sapevo essere, ormai, n aggressivo n cortese
secondo i moduli di Napoli. In me le cellule dovevano aver espulso i
frammenti della furia per seppellirli come rifiuti tossici in posti segretissimi,
ed era prevalsa a un certo punto una gentilezza distante, del tutto diversa da
quella molto partecipata sia delluomo, che mi fece subito il caff, sia della
ragazza, che me lo serv su un vassoio insieme al succo del bambino, come se
tra il tavolino e il banco ci fosse una cospicua distanza e non potessi prendere
io stesso la tazzina, il bicchiere, allungando la mano.
Nonno.
S?
Non c la cannuccia.
La ragazza torn nel retrobottega me lo immaginai come una grotta
tenebrosa che si apriva nelle fondamenta delledificio e riapparve presto con
la cannuccia. Mario cominci a tirar su il succo, io bevvi il caff. Era buono e
mi venne voglia dopo molti anni di fumare. Quel desiderio improvviso mi
aguzz la vista, vidi i pacchetti di sigarette allineati su una scansia, luomo
vendeva anche tabacchi. Chiesi delle Ms e una scatola di cerini. Lui pass
sigarette e cerini alla ragazza, la ragazza li pass a me.
Fumate, mi invit luomo con un gesto largo, dal basso in alto.
No, grazie, fumo fuori.
Nientmmeglienasigarttaroppocaf.
Questo vero.
Allora fumate.
No, grazie ancora, no.
Mi venne voglia di disegnare luomo, il suo gesto di bonaria concessione,
ed estrassi un pennarello e il notes. Avrei voluto dire alleditore, da lontano,
dal fondo buio della citt in cui ero nato: il mio modo di stare al mondo
questo, come ti sei permesso di dirne male. Disegnai in fretta, come se temessi
che luomo, la ragazza, il bar si dissolvessero, o mi dissolvessi io. Mario,
rumoreggiando con la cannuccia, si protese per guardare cosa facevo e si
accost anche la ragazza, che esclam con una improvvisa felicit nella voce:
Vieni, pap.
Il padre lasci il bancone, diede uno sguardo al disegno, disse in un italiano
tanto stentato quanto imbarazzato:
Siete assai bravo.
Mario intervenne:
Mio nonno un artista famoso.
Si vede, disse luomo e aggiunse: Anche io sapevo disegnare, poi m
passato.
Lo guardai perplesso, mi colp che avesse parlato della sua propensione
come di una malattia, chiusi il notes. Cosa mi aveva permesso di sottrarmi alla
citt, di sentirmi sempre pi lontano, nel bene e nel male, da gente simile a
quelluomo, da quellambiente, quando in effetti, malgrado la differenza det,
lui e io avevamo avuto sicuramente uninfanzia e unadolescenza simili? E la
ragazza, poi. Doveva avere gli stessi anni di Mena, che avevo amato tanto
tempo fa, prima che queste strade lei abitava in una via dei dintorni se la
prendessero per il resto della vita. Per mesi io e lei ci eravamo sentiti bene
insieme. Poi una sera Mena mi baci a lungo, un bacio profondo, e non mi
volle vedere pi. Gi cominciavo a non saper essere come bisognava essere,
come ci avevano insegnato a essere. Disegnavo, dipingevo e grazie a
quellabilit mi stavo tirando via senza accorgermene. E tirandomi via, invece
di piacerle di pi, le ero diventato fastidioso come se avessi uneruzione
violacea della pelle. Tante arie perch disegnavo figurine, perch pensavo che
sarei diventato chiss chi? Non hai nemmeno la patente, mi aveva detto qualche
giorno prima, non mi puoi portare da nessuna parte, e se pure stai in una bella
casa, tua madre non riesce a comprarti un paio di scarpe nuove, certe volte non
pu nemmeno fare da mangiare, perch tuo padre si gioca a carte lo stipendio.
Aveva ragione, mio padre era conosciuto in tutto il quartiere per questo, si
giocava tutto tutto tutto, e non per vincere vinceva raramente ma solo per
ci che chiamava il brivido, il brivido delle carte trezziate tra le mani,
guardate di sbieco, succhiellate, una materia viva e mutante sotto le dita che
tentavano di plasmarla secondo il desiderio e lattesa, quasi la reinventavano.
Avevo detestato quelluomo. Tutta la mia infanzia, tutta ladolescenza erano
state uno sforzo permanente per trovare il modo di rompere la catena della
discendenza. Volevo individuare un tratto mio, solo mio, che mi permettesse di
svignarmela dal suo sangue. E lavevo trovato nella capacit di rifare con la
matita qualsiasi cosa. Ma Mena, quando le avevo mostrato quellabilit, prima
era rimasta a bocca aperta e poi aveva cominciato a sfottermi. Diceva: ti credi
che ridurci a pupazzi me e tutti quanti ti fa essere pi di noi? Cos, presto,
conobbe ragazzi che avevano la patente e di sabato lautomobile tutta per loro.
Sei supirchiso mi disse , sei supponente, e mi lasci.
Aspettai che Mario finisse il succo ma era evidente che non gli andava pi,
perch adesso invece che sorbirlo con la cannuccia, ci soffiava dentro
facendolo ribollire con un rumore sgradevole, e sorrideva a intervalli fissi
guardandomi per capire se approvavo la sua prodezza. Basta, gli dissi. Pagai,
lasciai una mancia alla ragazza.
troppo, lei protest lanciando uno sguardo interrogativo al padre.
Il caff era buono, dissi.
Anche il succo, si intromise Mario.
Grazie, disse luomo per conto della figlia e mi sembr che gi mi
guardasse con ostilit, come se proprio mentre pagavo e lasciavo mance, di
nascosto gli avessi rubato qualcosa.
Fuori adesso cera un po di azzurro tra nuvole bianchissime, ma era
ricominciato il vento. Estrassi una sigaretta dal pacchetto sotto gli occhi
meravigliati del bambino.
Non si fuma, nonno.
Il nonno vecchio, fa quello che gli pare.
Che buon odore. Quando Mena ancora mi voleva, coi cerini sapevo battere
il vento sotto i suoi occhi ammirati. Passavo in un baleno la fiammella ancora
debole dentro il ricovero tra palmo e scatoletta. Ero capace di farlo prima che
il vento spegnesse la fiamma. Mi ci provai adesso. Strofinai il cerino contro il
lato invetriato della scatola, ma la fiammella si spense subito, non feci in
tempo ad accostarle la sigaretta. Provai, riprovai, Mario mi guardava. Per
accendere dovetti entrare in un portone. Ecco unaltra cosa che era sparita,
avevo perso la coordinazione dei gesti, avevo perso la disinvoltura. Per
qualche attimo mi sentii parte insignificante di un lunghissimo processo di
sfaldamento, una scaglia destinata presto ad aggiungersi ai materiali organici e
inorganici che, per terra e in fondo ai mari, si compattano fin dal Paleozoico.
Torniamo a casa? chiese il bambino.
Sei stanco?
S.
Lasilo era meglio del nonno?
No.
Allora?
Mi guard dal basso in alto facendo unaria sofferente.
Posso venire in braccio?
Non se ne parla nemmeno.
Ma io sono stanco, mi fanno male i piedi.
Anchio sono stanco e mi fa male un ginocchio.
Io per ho un dolore a tutta questa gamba.
Battagliammo con lio: io, io, io, cos energico e tuttavia cos simile a un
pigolio flebile, fuori uno, avanti un altro. Presi in braccio Mario
assicurandogli che tra cinque minuti esatti lo avrei rimesso di nuovo a terra. I
libri li aveva apprezzati, ma le illustrazioni non gli erano piaciute. Sono scure,
aveva detto, la prossima volta falle pi chiare. E si era espresso a quel modo
non come leditore sulle tavole che avevo fatto svogliatamente qualche
giorno prima, ma su immagini di anni lontani, lavori a cui tenevo, molto
lodati. Gli avevo creduto, anche se da sempre consideravo quei volumetti ben
riusciti. Tutto si sbriciola in pochi secondi, le opinioni, le certezze. Forse,
pensai, le mie illustrazioni non dicono pi niente a un bambino.

8.

Trovammo lappartamento nellordine e nel lindore che gli aveva imposto


Salli. In cucina era gi apparecchiato per due, mangiammo quello che lei ci
aveva preparato. Fui tentato di dormire un poco, ero stanchissimo, avevo
tenuto Mario in braccio per un bel tratto e convincerlo che non ce lavrei fatta
a portarlo fino a casa era stato arduo. Ma appena provai a stendermi sul letto, il
bambino sistem un po di suoi pupazzi ai miei piedi e cominci a giocare
aspettandosi che presto o tardi avrei partecipato. Allora rinunciai a dormire,
dissi: mentre tu giochi, il nonno va a lavorare un poco. Non mi rispose, finse
di essere molto impegnato per nascondere il dispiacere.
Mi trasferii in soggiorno con matite, pennarelli, album, computer, tutto
quello che mero portato. Volevo raccogliere le idee, leggere ancora una volta
i brani del racconto di James su cui intendevo lavorare. Ma quella lettura mi
fece tornare in mente, non so perch, luomo del bar e cercai nel notes lo
schizzo che avevo fatto. Se era vero che il barista aveva saputo disegnare e poi
la capacit gli era passata come una febbre, la persona che avevo ritratto era
ci che restava di una possibilit. Perci, forse, mi aveva colpito. Perci gli
avevo intravisto accanto, per pochi secondi, una sagoma bianca e glielavevo
abbozzata di lato, mentre a lui avevo dato con colpi decisi di pennarello una
faccia storta, tutta segnata, mani tozze. Provai a rifare il disegno su un foglio
pi grande. Luomo del bar era la vita nella sua forma definita, nella sua
durata, mentre lindistinta sagoma bianca quella s, quella era un fantasma.
Avevo sbagliato, per, a disegnarli luno accanto allaltra. Una volta forse
erano stati molto vicini, ma la forza delle cose piano piano sera raggrumata
tutta intorno alluomo del bar, e la separazione era diventata irrimediabile. Io
mi venne in mente da dove sono venuto, da cosa mi sono separato. E la
domanda gi stava suscitando immagini, quando mi arriv la voce di Mario:
Che fai, nonno? Vieni, tornato pap.
Saverio, ancora con limpermeabile addosso, si affacci ma dicendo al
figlio: non disturbiamo il nonno. Aveva unespressione cupissima, borbott
che Betta era rimasta alluniversit e pronunci universit come se non fosse il
loro luogo di lavoro ma un pub dove mia figlia beveva, sniffava e cantava con
voce roca in abiti succinti. Non feci commenti e lui mi inform che andava a
chiudersi nello studio per dare gli ultimi ritocchi us quella parola al suo
intervento. Mario non lo segu, rest in attesa sulla soglia del soggiorno, senza
dire niente. Altro che non disturbare il nonno. Sospirai, mi tirai su, dissi: va
bene, andiamo a vedere i tuoi giocattoli.
Si rallegr molto, volle mostrarmeli uno per uno ed erano parecchi. Elenc
nomi e funzioni di svariati disgustosi pupazzi che amava, quindi, senza
chiedermi se volessi giocare, mi introdusse in un mondo di sua fantasia, gi
tutto organizzato, dentro il quale dovevo fare esattamente ci che diceva lui.
Appena sbagliavo, passava a rimproveri bonari: nonno, non capisci, tu sei un
cavallo, lo vedi che sei un cavallo? Se invece mi distraevo, si dispiaceva,
diceva serio: non vuoi giocare pi?
Sbagliai spesso, mi distrassi moltissimo. Ero come sbiadito dalla noia e
succedeva che senza accorgermene tornassi a scivolare nel racconto di James,
nel disegno delluomo del bar. Vedevo per qualche secondo immagini che mi
parevano buone, avrei voluto provare ad abbozzarle. Ma Mario mi diceva:
nonno, attento allorso, nonch ad altri animali che secondo lui, proprio in
quel momento, mi stavano aggredendo in quanto cavallo. Oppure mi prendeva
semplicemente il sonno, perch lenergia visionaria del bambino ottundeva la
mia, mi deprimeva, e allora sentivo le palpebre che si chiudevano. Ritornavo
in me solo grazie a uno strattone e alla voce severa di Mario che mi chiamava.
Sperai in una pausa ristoratrice quando il bambino, intristito evidentemente
dalla mia scarsa partecipazione, disse che andava dal padre per chiedergli se
voleva giocare con noi. Non feci nulla per impedirglielo, mi sdraiai sul letto.
Ma lui torn quasi subito, mi tir fuori dal dormiveglia, disse scontento che il
padre aveva promesso di giocare non appena avesse finito il suo lavoro.
Intanto giochiamo noi, propose senza entusiasmo. Mi sollevai sui gomiti, gli
chiesi:
Amici ne hai?
Uno.
Uno solo?
S, abita al primo piano.
Qui, in questo palazzo?
S.
E non vai mai un po da lui?
Mamma non mi manda.
E lui non viene da te?
No, non lo mandano.
piccolo?
Ha sei anni.
grande, allora.
S, ma non lo fanno venire lo stesso.
Se non vi vedete mai, che amicizia ?
Mi spieg che lamicizia si sviluppava sul balconcino. Lui calava il secchio
fino al primo piano e scambiava cose col suo amico, che si chiamava Attilio.
Che cose?
Giocattoli, caramelle, succhi di frutta, tutto.
Cio tu metti nel secchio roba tua per lui e lui roba sua per te?
No, la roba la metto solo io.
E il tuo amico la prende?
S.
Cio ruba cose tue?
Non ruba, un prestito.
Ti restituisce quello che prende?
No, va mamma a riprenderle.
Arrabbiata?
Arrabbiatissima.
Capii che i traffici col secchio avevano creato problemi a Betta e qualche
tensione tra famiglie. Lunico che pensava di avere un amico al primo piano
era Mario.
Vuoi vedere come calo il secchio? mi domand suadente.
Guardai la portafinestra: stava facendo buio ma si vedeva ancora
linferriata, il secchio, la corda.
No, fa freddo. E poi ho paura ad andare sul balcone.
Il bambino sorrise.
Che paura, sei grande.
Anche mia madre, la tua bisnonna, aveva paura.
Non vero.
verissimo. Aveva paura del vuoto.
Cos il vuoto?
Scoprii che non avevo la pazienza e nemmeno la forza di spiegarglielo.
Risposi sciattamente:
Non niente di che.
Intanto di Saverio nemmeno lombra. Proposi di prendere uno dei libri che
gli avevo regalato e leggere una favola. Ne lessi quattro ed ero sfinito quando
Betta finalmente torn molto affannata.
Si affacci nella stanza, trov me e il figlio sdraiati sulla branda, io che
avevo appena cominciato la quinta favola, Mario che ascoltava attentissimo.
Basta col nonno, disse, adesso lo dai a me.
Andammo in cucina, volle sapere se avevo letto la lista delle cose a cui
dovevo assolutamente badare durante la sua assenza. Ammisi di no. Allora mi
trascin per casa ripetendomi punto per punto ci che mi aveva gi detto la
sera prima. Fece lo stesso durante la cena, innervosendo Saverio che borbott
due o tre volte: Betta, tuo padre intelligente, ha capito. Ma dopo cena, sebbene
non avesse ancora finito coi bagagli, ricominci e questa volta fu un bene,
perch si accorse che non mi aveva lasciato il numero del pediatra, che non mi
aveva lasciato il numero di una sua amica pronta a intervenire nel caso fossi in
difficolt, che non mi aveva lasciato il numero dellidraulico nel caso che,
mettiamo, non funzionasse pi la doccia o lo scarico del bagno.
Mi avevi detto, borbottai, che potevo contare su Salli, ma lei
dopodomani non viene.
Rispose aspra:
Che problema ? Vi lascia tutto nel congelatore. Sei troppo in ansia, pap.
che il lavoro non va bene.
Allora non perdere tempo con Mario. Perch gli hai letto le favole? Digli
che devi lavorare e vedrai che lui se ne star buono per i fatti suoi. Fammi solo
il piacere di non mollarlo davanti alla televisione, il telecomando glielo devi
nascondere.
Va bene.
E non lasciarlo sul balcone, specie se fa freddo. Il padre gli ha permesso
il gioco del secchio, ma a me non va: il bambino del primo piano gli ruba i
giocattoli e tocca a me andare a litigare per riaverli.
Allasilo lo devo portare io?
S, sono quattro passi. Tho messo lindirizzo sul foglio e le maestre sono
avvisate.
Posso non portarlo?
Fa come vuoi. Buonanotte, pap.
Buonanotte.
Ti telefono ogni sera prima di cena per sapere come va. Rispondi, mi
raccomando, se no mi fai preoccupare.
Lasci a me il compito di addormentare il bambino. Lo trovai in pigiama,
seduto sul mio letto, che maneggiava il mio cellulare. Glielo tolsi in modo un
po brusco, dissi:
Questo del nonno, non lo toccare.
Pap il suo me lo fa usare.
Io il mio no.
Il tuo brutto, non ha i giochi.
Allora non c ragione che tu lo prenda.
Poggiai il telefonino in alto, su una scaffalatura piena di ninnoli dove non
poteva arrivare. Mario si immalincon, mi chiese serio di leggergli ancora una
favola. Risposi che gliene avevo lette gi quattro e che era grande abbastanza
per addormentarsi come il nonno, senza favola. Cos io mi misi nel mio letto,
lui nel suo. Spensi la luce. Saverio grid: tu non sopporti che io sia il pi
bravo e fai di tutto per mettermi in situazioni umilianti con questi stronzi con
cui sono costretto a lavorare. Non riuscii a sentire la risposta di Betta. Dormii
profondamente tutta la notte.
Capitolo secondo

1.

La prima giornata che Mario ed io passammo quasi da soli fu piena di


piccoli eventi che accentuarono le mie ansie. Mi svegliai a fatica e ci volle un
po per capire dovero. Quando scoprii che erano quasi le otto, mi preoccupai,
mi tirai su ancora intontito, lanciai unocchiata al letto del bambino. Non cera.
Cominci a battermi forte il cuore: Betta e Saverio di sicuro erano gi usciti
per raggiungere in tempo laeroporto, dovera Mario? Lo trovai in cucina,
sfogliava uno dei libri che gli avevo regalato. La tavola era perfettamente
apparecchiata per due. Pensai che fosse opera di Betta, ma lui appena mi vide
fece un sorriso di contentezza e disse:
Lo zucchero lho messo dal lato mio, nonno, tanto tu non lo prendi.
Si era alzato presto, mi aveva lasciato dormire, aveva mangiato quattro
biscotti, aveva apparecchiato.
Per, disse, per accendere il gas ho aspettato te.
Bravo. Domani ricordati che mi devi svegliare.
Ti ho chiamato, ma non hai risposto.
Ero stanco, non succeder pi.
Ti sei stancato perch mi hai portato in braccio?
S.
Gli preparai il latte, mi preparai il t. Bevve il latte avidamente, mangi
molti biscotti al cioccolato. Chiese:
Non vado allasilo?
Ci vuoi andare?
No.
E allora non vai.
Diede segni di teatrale soddisfazione, poi si ricompose e domand
cautamente:
Dopo giochiamo?
Ho da lavorare.
Sempre?
Sempre.
In bagno fu estenuante. Si lav i denti e la faccia in piedi su uno sgabello,
ma si bagn la canottiera e mi istru su dove cercargli un ricambio. Quando
ormai lavevo costretto a vestirsi di tutto punto, disse una formula
misteriosamente allusiva: devo andare. Torn nel bagno, dispose lo sgabello
davanti alla tazza, corse a prendere il mio libro delle favole che poggi sullo
sgabello, si abbass i pantaloni, sedette sulla tazza.
Chiudi la porta, nonno, disse senza staccare gli occhi dal libro che aveva
aperto come su un leggio.
Chiusi, andai in soggiorno dove era rimasto tutto loccorrente per lavorare.
Ma passarono pochi minuti e mi sentii chiamare:
Nonno, ho fatto.
Dovetti spogliarlo di nuovo, lavarlo. Quando fu il momento di rivestirsi,
volle naturalmente fare da solo, ma con una lentezza insopportabile e sotto la
mia sorveglianza.
Arriv Salli, tirai un sospiro di sollievo. Apparve in casa con laspetto di
una signora fine che, pur avendo un corpo pesante, sa abbigliarsi con eleganza.
Subito per si chiuse nel ripostiglio in fondo al corridoio, proprio accanto
alla stanza di Mario, e ne usc debordante, in maglietta consunta, pantaloni
disfatti e ciabatte.
Le lascio il bambino, ho da lavorare, dissi.
Questa volta era di buonumore, decise di essere gentile.
Vai pure, non ti preoccupare, Mariuccio bravo. vero, Mariuccio, che
sei bravo?
Mario mi chiese:
Nonno, posso vedere come disegni?
No.
Mi metto vicino a te, non ti do fastidio, disegno anchio.
Il nonno, dissi, non gioca; il nonno lavora.
Mi chiusi nel soggiorno. Ma l, nel giro di pochi minuti, capii che non
avevo nessuna voglia di andare avanti con Henry James. Mi accasciai su una
sedia. Avevo dormito moltissimo, rivoluzionando le mie abitudini, e tuttavia
ero stremato, senza nessun desiderio di dedicarmi a ci che pure facevo con
piacere da una vita. Mi sorpresi anzi a pensare al mio corpo il mio corpo di
adesso senza le abilit che mi avevano dato senso. Di passaggio in passaggio
mont una smania di lucida autodenigrazione. Vidi di colpo un vecchio senza
qualit, forze scarse, passo incerto, vista offuscata, sudori e gelo improvviso,
una svogliatezza crescente interrotta solo da sforzi fiacchi della volont,
entusiasmi finti, malinconie reali. E quella immagine mi sembr la mia vera
immagine, vera non solo adesso, a Napoli, nella casa delladolescenza, ma
londa della depressione dilag vera anche a Milano da tempo, dieci anni,
quindici, sebbene non nitida come in quel momento. Finora ce lavevo fatta a
fingermi nel pieno delle mie capacit lavorative. La vita artistica aveva avuto
una sua quieta mediet, senza picchi evidenti e di conseguenza senza
improvvisi crolli. Il successo, quando era arrivato, mi era sembrato naturale,
non avevo mai fatto niente n per ottenerlo n per conservarlo: le mie opere
semplicemente se lo meritavano. Forse proprio per questo era durata per tanto
tempo limpressione di essere una sostanza che non si sarebbe mai deteriorata.
Era stato facile, di conseguenza, non prendere atto che i lavori stavano
diminuendo, che mi si invitava sempre meno a manifestazioni importanti, che
lintero mondo dentro cui avevo avuto un po di prestigio era stato sostituito
da altri mondi non intuiti per tempo, da altri gruppi di potere che nemmeno mi
conoscevano, da forze giovani e aggressive che ignoravano tutto del mio
lavoro o che, se mi cercavano, lo facevano per capire se potevo servire al loro
decollo. Ecco per mi dissi che i segnali del declino non posso pi
ignorarli, sono violenti come quei suoni che da soli spaccano vetrate: la
telefonata offensiva del mio committente; quello sfinimento
dellimmaginazione da cui non riuscivo a riprendermi; e mia figlia, la mia
unica figlia, che mi aveva imprigionato senza che me ne rendessi conto nel
ruolo del vecchio nonno.
Tirai un lungo sospiro, mi accorsi che stavo facendo un gesto irriflesso
della mano simile a quello di Mario. E fui quasi contento che Salli mi stesse
chiamando. Nonno, diceva ad alta voce con un tono particolarmente lezioso,
nonno. Evidentemente, poich non sapeva quale nome darmi, usava
lappellativo che mi rivolgeva il bambino credendo di far bene. O forse,
poich ero nonno di Mario, mi considerava nonno in assoluto, nonno di
chiunque, nonno anche suo sebbene, diosanto, non fosse certo una donna
giovane. Disse forte, bussando alla porta e subito aprendola:
Nonno, scusa, Mariuccio ha acceso la televisione e non la vuole spegnere.
Che televisione?
La televisione. Te lha detto la signora Betta che non la deve vedere?
S.
E allora, nonno, fa qualcosa.
Non mi chiami nonno: non sono suo nonno e non mi sento nonno
nemmeno di Mario.
Lasciai la sedia con un gemito e la seguii in corridoio. La televisione era un
ronzio daereo interrotto da voci virili ad alto volume.
Dov il bambino?
Nello studio del signor Saverio.
Salli, se Mario fa una cosa che non deve fare, lei glielo deve impedire e
basta, senza chiamare me.
Ma lui non mi sta a sentire. E io uno schiaffo non glielo posso dare, tu s.
Non si danno schiaffi a un bambino di quattro anni.
Allora tott sulle manine.
Non so cosa significhi tott.
In realt lo sapevo, ma quel suono mi repelleva, appartenevo alla
generazione che aveva inaugurato luso di parlare ai bambini nellitaliano
degli adulti.
La signora Betta dice tott.
Vuol dire che tott sulle manine glielo fa la madre quando torna.
La seguii nello studio di Saverio, odoroso daglio e detersivo. Mariuccio
era seduto davanti alla tv, si gir di scatto. La donna disse:
Visto che lho chiamato veramente?
Non si fa la spia, rispose il bambino.
Si fa, intervenni io, se necessario. E comunque il volume cos alto
che non riesco a lavorare. Spegni.
Allora lo abbasso, disse il bambino afferrando il telecomando.
Glielo tolsi di mano e spensi il televisore. Poi gli spiegai con tono
tranquillo:
Mario, per me puoi vedere la televisione tutto il tempo che desideri,
mattina, pomeriggio e sera. Ma tua madre non vuole, e se tua madre non vuole
nemmeno Salli e io vogliamo. Perci quando Salli ti dice che devi spegnere, tu
spegni. E se te lo dico io, non provare mai pi a rispondermi: allora abbasso il
volume. Chiaro?
Il bambino fiss il pavimento, fece cenno di s. Poi alz lo sguardo sul
telecomando che avevo in mano e accenn a prendermelo.
Posso farti vedere come si apre e si vedono le pile?
No, questo non lo tocchi pi.
Che faccio, allora?
Vai a giocare.
Sul balcone?
No.
C il sole.
Ho detto no.
Allora posso venire a vedere come disegni?
Non si arrendeva, era cocciuto. Lo fissai a lungo, credo soprattutto per
trasmettergli tutta la mia contrariet. Quando mi resi conto che aveva il labbro
superiore sudato, cedetti in fretta.
Va bene, per non mi devi disturbare.
Non ti disturbo.
Non devi dire: nonno, voglio questo, facciamo questaltro.
Non lo dico.
Devi stare seduto, fermo e zitto.
Va bene. Ma prima faccio pip.
Corse via, sentii che si chiudeva nel bagno. Salli, che era rimasta tutto il
tempo in silenzio, ne approfitt per rimproverarmi:
Un nonno non fa cos.
Che vuole dire?
Lhai terrorizzato, povero figlio.
Lei addirittura voleva che lo prendessi a schiaffi.
Schiaffi va bene, ma questo no.
Questo cosa?
Un tono brutto. Se tu hai da fare e sei nervoso, me lo tengo io, il bambino.
Non mi era sembrato di aver avuto chiss che tono, forse era con lei che
dovevo essere meno acquiescente. Mario ritorn di corsa, aveva occhi
arrossati come se se li fosse strofinati forte.
Sono pronto.
Gli chiesi, sforzandomi di fare una voce giocosa:
Preferisci vedere come lavoro io o come lavora Salli?
Pass da me a Salli con un finto sguardo incerto, poi torn a me ed esclam
con unallegria esagerata:
Come lavori tu.
Quindi si avvi verso il soggiorno a passo svelto. Io dissi a Salli: come
vede, preferisce me. Lei si mostr poco convinta, rispose che andava a
cucinare. La guardai mentre usciva dallo studio di Saverio, era un po curva,
cosa che la faceva sembrare ancora pi piccola di statura. In un lampo mi
ricordai che allindomani non sarebbe venuta, un giorno intero io e il bambino
da soli. Le proposi di getto: non si assenti, le pago di tasca mia tutta la
giornata; lei viene alle nove del mattino, se ne va alle otto di sera e non deve
pulire la casa, deve solo badare a Mariuccio. Non si gir nemmeno, rispose:
domani sono impegnata, un giorno importante, si decide il mio futuro.
Vecchia stizzosa, il futuro, ancora il futuro, che futuro poteva avere. Tornai in
soggiorno.

2.

Mario stava spostando una sedia il pi vicino possibile alla mia.


Posso usare il tuo computer? mi chiese.
Non se ne parla nemmeno.
Esitai a mettermi seduto. Fui tentato di prendere il cellulare e gridare
alleditore: me ne fotto dellossigeno, della brillantezza, dimmi in parole
povere che cosa non va, perch altrimenti rinuncio al lavoro e ai quattro soldi
che mi dai, non ho voglia di perdere tempo. Ma non lo feci, ritorn langoscia
della vecchiaia come aveva fatto capolino poco prima. Di quel lavoro avevo
bisogno, e non per il denaro i risparmi e la casa di Milano facevano di me un
uomo agiato ma perch mi spaventava sentirmi senza urgenze lavorative.
Erano almeno cinquantanni che passavo da una scadenza allaltra, sempre
sotto pressione, e lansia di non riuscire a far fronte degnamente a questo o a
quello, cui seguiva poi il piacere di avercela fatta con successo, era unaltalena
senza la quale me lo confessai finalmente con chiarezza soffrivo a
immaginarmi. No, no, meglio continuare a dire per un poco ancora, ai
conoscenti, a mia figlia, a mio genero, soprattutto a me stesso: ho da lavorare
su James, sono molto indietro, mi devo inventare qualcosa al pi presto. Cos,
sotto gli occhi attenti di Mario, tornai a esaminare i miei schizzi, specialmente
quelli caotici di due notti prima.
In principio lo feci solo per acquietarmi. Guardavo i fogli, apprezzavo il
buon odore di cucinato che stava entrando nella stanza malgrado la porta
chiusa, sorvegliavo ogni tanto con la coda dellocchio il bambino, che si stava
mostrando di parola, neanche uno scricchiolio della sedia, quasi non fiatava.
Mario fiss tutto il tempo i fogli insieme a me, come se fossimo impegnati in
una gara a chi si stancava prima. Ma a un certo punto non gli feci pi caso. Mi
venne lidea di usare i disegni degli ambienti dellappartamento come era stato
tanti anni prima, per farne lo sfondo della casa newyorkese del racconto di
James. Lipotesi mi rianim, ecco un buon punto di partenza: far urtare le
stanze ottocentesche doltreoceano con quelle della casa napoletana di met
Novecento. Ottimo. Cominciai subito a isolare con la matita, nel disordine dei
fogli zeppi di segni, alcuni dettagli che mi parevano utili. E mi si infiamm la
testa cos velocemente, che quando Mario, flebile, mi chiam era un
momento in cui tutto pareva quadrare, avevo in testa forme nitidissime , gli
dissi bruscamente: zitto, hai promesso. Ma lui ripet piano:
Nonno.
Qual era il patto?
Devo stare zitto e non muovermi.
Appunto.
Per ti devo dire una cosa soltanto.
Una e basta, sentiamo.
Mi indic pochi segni di pennarello nero in un angolo a destra della pagina
che stavo esaminando. Disse:
Questo sei tu.
Guardai il disegno, era uno scarabocchio distratto. Forse rappresentava un
giovane che impugnava un coltello, forse un ragazzino con una candela, ma in
modo assai indeterminato, come se la mano fosse andata in quellangolo del
foglio senza intenzione. Quando lavevo fatto, laltra notte, poco fa? Cera un
arroncigliarsi veloce delle linee, il guizzo di ci che non fa nemmeno in
tempo a mostrarsi ed gi sparito. Non mi dispiacque, mi ricordava la roba
che sapevo fare da ragazzino e mi emozion che, contrariamente a quanto
avevo creduto, qualcosa di quellepoca di ci che sapevo disegnare quando
vivevo coi miei genitori e i miei fratelli in quellappartamento lavessi
catturato. Lo user, mi dissi, buono. E chiesi al bambino:
Ti piace?
Cos cos, mi fai un poco paura.
Non sono io, uno scarabocchio.
Sei tu, nonno, ti faccio vedere.
Scivol gi dalla sedia con piglio risoluto.
Dove vai?
A prendere lalbum delle fotografie, vieni, porta il disegno.
Aspett che mi alzassi, mi prese per mano come se potessimo perderci.
Quando aprii la porta del soggiorno, ci venne addosso una folata daria
fredda. Salli, evidentemente per cambiare aria, per far asciugare i pavimenti
bagnati, doveva aver spalancato tutte le finestre di casa e lappartamento
adesso era gelido. Il rumore del traffico inoltre, senza la protezione dei doppi
vetri, arrivava violentissimo. Andammo nello studio di mia figlia, anche l la
finestra era spalancata, il frastuono esterno soffocava grida lontane, tonfi
come di qualcuno che batte un tappeto col battipanni. Mario trascin una sedia
fino a un mobile tutto sportelli, cercai di fermarlo.
Dimmi dov lalbum e te lo prendo io, gli dissi, ma inutilmente, lui
godeva ad arrampicarsi. Apr uno degli sportelli girando la chiave, estrasse un
album antiquato di colore verde scuro e me lo porse.
Devi richiudere, gli ricordai.
Chiuse.
Con la chiave.
Gir abilmente la chiave.
Sei un nano, gli dissi.
No.
S, sei proprio un nano.
Non vero, sono un bambino, si irrit.
Va bene, scusa, sei un bambino, il nonno stupido e dice cose stupide in
modo stupido, non ci badare.
Lo aiutai a saltare dalla sedia ma questa volta cerc di liberare la mano,
voleva saltare da solo, cosa che gli impedii e quando atterr con un piccolo
grido di gioia, mi chiese:
Volevi dire che sono un settenano?
S, risposi. E gli spiegai che aveva sbagliato a offendersi, era un
complimento, significava: sei grande e giudizioso. Quindi poggiai lalbum
sulla scrivania, gli chiesi dovera la foto che voleva mostrarmi. Lalbum lo
conoscevo bene: cerano le fotografie di famiglia che da mia madre erano
passate a mia moglie e, con la morte di mia moglie, a Betta. Il bambino lo
sfogli con aria esperta e mi mostr unimmagine dove ero con mia madre e i
miei fratelli. Non me ne ricordavo, dovevo averla guardata sempre
controvoglia, tutti i momenti delladolescenza mi erano sembrati una
costrizione odiosa. La foto era stata di sicuro scattata da mio padre, lui ci
guardava dalla macchina e noi guardavamo lui. Sorridevano tutti, io no. Quanti
anni avevo, dodici, tredici? Il viso mi sembr ripugnante, un viso lungo,
stretto, non rifinito. Il tempo aveva lasciato intatto ogni millimetro della foto
tranne i miei contorni. O forse limmagine era sempre stata cos, con un
difetto desposizione che aveva danneggiato solo il mio profilo. Niente della
faccia e del corpo magrissimo risultava compiuto. Non avevo bocca, non
avevo naso, gli occhi erano nascosti dallombra fitta delle arcate
sopraccigliari, i capelli si dissolvevano nellalbume del cielo. Di quellattimo
fissato dalla macchina riconobbi solo il lampo dodio per mio padre. Lo
guardavo senza occhi, con avversione, per quel suo vizio del gioco, per come
ci teneva nella miseria, per la furia che si portava addosso e spandeva su mia
madre, su di noi, quando non aveva niente da giocarsi. Lavversione era venuta
molto nitida e ora mi disgustava.
Vedi che sei tu? disse Mario.
Ma no.
Accost il mio disegno alla fotografia.
Non dire le bugie, nonno, sei tu.
Non ero cos, questa foto che mi fa sembrare cos.
Per ti sei disegnato identico, guarda. Sei veramente brutto.
Rabbrividii:
S, questo vero, ma tu sei un po antipatico a dirmelo.
Pap dice che bisogna dire sempre la verit.
Immaginai che dovesse essere stato Saverio a definirmi brutto, in quella
foto e forse sempre. I corpi questi brandelli di natura , per simpatizzare,
hanno bisogno di affinit e io e mio genero non riuscivamo a sentirci affini.
Sentii ancora delle grida, i colpi al tappeto diventarono pi forti. Esaminai la
facciata del palazzo di fronte, nessuno gridava, nessuno batteva tappeti. Chiesi:
Il nonno oltre che veramente brutto un po sordo. Tu le senti queste
grida?
Lui mi rispose, mentre chiudeva lalbum:
S, Salli.
Salli? E perch non me lhai detto?
Per non disturbarti.
Mi tirai un lobo, il lobo dellorecchio destro, perch cos mi pareva di
sentire meglio. Le grida venivano dalla stanza dove dormivamo, andai a
vedere cosa stava succedendo, Mario mi segu come se lo sapesse gi. Salli era
sul balcone, la portafinestra era chiusa. Batteva con la mano contro i doppi
vetri ma i colpi e le sue grida nonno, Mariuccio, proprio per via dei doppi
vetri risuonavano nella stanza e per tutto lappartamento senza forza. Mi
ricordai delle raccomandazioni di Betta: la porta del balconcino ununica
anta laccata di bianco non funziona bene. Pensai annoiato: leditore, Mario,
Salli, impossibile concentrarsi. Quella donna si sarebbe dovuta occupare di
me e del bambino, invece mi toccava perdere tempo con lei per colpa della sua
sventatezza. Aveva spalancato tutte le finestre della casa, poi era andata sul
balconcino e non aveva pensato che la corrente avrebbe fatto sbattere la porta.
Adesso era l, esigente, a gridare aiuto.
Smetta di battere sui vetri, dissi, siamo qui.
mezzora che chiamo.
Esagerata.
Non ci senti?
Sono un po sordo.
Lo sai cosa devi fare per aprire?
No.
Il signor Saverio non te lha insegnato?
No.
Salli fece unespressione avvilita e colp per lennesima volta il vetro.
Pensai che avevamo in quel momento sentimenti speculari, tutte due eravamo
esasperati dal tempo che stavamo perdendo luno per colpa dellaltra, e questo
allimprovviso me lavvicin. Mario invece mi innervos, ogni occasione era
buona per giocare.
Io lo so, nonno, come si apre.
Non gli risposi, chiesi a Salli:
Lei, da fuori, non capace di aprire?
Se ero capace, non ti chiamavo. La maniglia fuori non c.
Come non c?
Che ti posso dire, il signor Saverio lha comprata cos. Ma da dentro basta
tirare forte in alto, poi in basso e si sblocca.
Mario intervenne:
Capito, nonno? Tu tiri di l e poi giri di qua.
Fece gesti precisi con le mani che io ripetei quasi senza rendermene conto.
Cos, lui approv. Prendo una sedia e ti aiuto?
Faccio da solo.
Mi applicai ma senza successo, la porta non si apr.
Devi fare forte, ci vuole la forza di pap.
Pap giovane, io sono vecchio.
Riprovai. Spinsi la maniglia in su e poi in gi con grande decisione. Nessun
risultato.
Non posso stare qui tutto il giorno, si agit Salli, ho altre case dove
andare. Chiama i pompieri.
Macch pompieri.
Il bambino mi stratton, non gli diedi retta. Allora, per ottenere la mia
attenzione, mi colp ripetutamente una gamba col pugno chiuso.
Ho unidea.
Tienitela per te e fammi riflettere.
Non smise di colpirmi la gamba. Sbuffai:
Parla.
Salli cala il secchio e tira su il vuoto: quando non ce n pi, scavalca e se
ne va.
Salli grid esasperata:
Se non vado a lavorare, mi licenziano. Fa qualcosa, per favore. Quando
la porta non si apre, serve il giravite.
S, mi conferm Mario, pap apre col giravite, certe volte. Ti posso
aiutare, vado a prendere il giravite?
Mi aiuti di pi se stai zitto.
Ero agitato, non riuscivo a concentrarmi. Da quanto tempo non usavo un
giravite, una pinza, una chiave inglese? Mi tornarono in mente i pochi tratti
che avevo disegnato sul bordo del foglio e, insieme, la voce insistente di
Mario che sottolineava anzi mi dimostrava somiglianze tra quei tratti e
ladolescente della foto. A quellet ero stato a rischio, non andavo bene a
scuola, facevo fatica col latino. Mio padre mi aveva mandato in unofficina a
pochi passi da casa, era un posto che ora non esisteva pi. Per qualche mese le
mie mani, la testa, avevano imboccato unaltra strada e forse lo sgorbio che
avevo disegnato aveva a che fare con quel periodo. Devo buttar gi schizzi di
quel tipo, mi dissi, e sentii che ero pronto, la testa non si rassegnava, mi teneva
l impalato proponendomi in pochi secondi non soluzioni per liberare Salli,
ma disegni su disegni, li vedevo nascere e sparire. Immaginai il ghirigoro di
un me ragazzino capace di muovere al modo giusto la maniglia, di utilizzare
un giravite con abilit. Mi sembr di poter ottenere quella figura
dellefficienza senza staccare la matita dal foglio, muovendo anzi direttamente
dalla linea delle mani gi nodose, sporche di grasso, per poi risalire su per le
braccia forti e il collo teso, fino alla brutta smorfia del viso. Quanti ne avevo
in mente di quegli adolescenti, erano la folla della mia mutazione dai dodici
fino ai ventanni, quando la crescita era finita e avevo trovato la forza di
andarmene da quella casa. Adesso volevo provare a fare un salto mortale
allindietro, oltre cinquantanni e pi di lavoro adulto, gi gi gi fino al mio
primo cimentarmi con le forme; quasi che fosse davvero possibile lasciarmi
alle spalle il caldissimo, appassionato fare e rifare di oggi e calarmi nello zero
assoluto, in un buco nel ghiaccio dove si conserva tutto. Afferrai la maniglia e
con rabbia rabbia, non ira la spinsi prima in su, poi in gi. Avvertii un clic,
tirai la porta, la porta si apr.
Era ora, sbott Salli e rientr in casa quasi gridando: Devo scappare,
sono in ritardo.
Ci istru sul pranzo e sulla cena di quel giorno come del giorno dopo, ma
lo fece rivolgendosi solo a Mario, io non le davo alcun affidamento. Poi si
chiuse nello sgabuzzino, ne usc con laspetto di una elegantissima signora
matura e se la batt.
Sedetti sul bordo del mio letto, Mario si sfil prontamente le scarpe, ci si
arrampic e cominci a saltarci con grida di gioia, disfacendo il lavoro di
Salli. Mi chiese: salti anche tu, nonno? La portafinestra era rimasta spalancata,
il balcone si lanciava contro un cielo molto azzurro. Vidi che dalla traccia nera
e accidentata del terriccio tra le mattonelle si levava unerbetta giallastra. Dissi
al bambino:
Il vuoto non si pu tirare su col secchio, Mario. Non tazzardare a fare
quel gioco che mhai detto poco fa: il vuoto resta e se scavalchi la ringhiera e
salti, muori. Questo non te lha detto pap? Tha detto solo che sono molto
brutto?
Quindi mi tolsi le scarpe a mia volta, salii sul letto e saltammo per un po
tenendoci per mano. Sentivo il cuore in petto come unenorme palla di carne
viva che andava su e gi dallo stomaco alla gola e viceversa.

3.

Mario dovette pensare che era cominciata lora dei giochi sfrenati. In realt
avevo semplicemente intenzione di dargli un contentino e poi tornare a
lavorare. Mangiammo il cibo di Salli, che era buonissimo, e gi mentre
mangiavamo provai a fissare qualcuna delle immagini che mi erano venute in
mente. Con una mano portavo il boccone alla bocca, con laltra schizzavo
velocemente piccole forme concentrate, che per, devo dire, non mi venivano
bene. Colpa del bambino: non si rassegnava, proponeva senza sosta, per il
dopo pranzo, giochi secondo lui molto divertenti. Alla fine cedetti.
Sparecchiamo, dissi, e poi facciamo qualcosa di allegro, ma per poco, lo sai
che il nonno ha da fare.
Sparecchiai sotto la sua direzione, mi rimprover di continuo. Tutto doveva
andare al posto giusto ed era inutile dirgli che poi ci avrebbe pensato Salli. In
principio sospettai che fosse cos scrupoloso per spirito dobbedienza ai
genitori, ma presto mi resi conto che non era vero. Adorava ricevere lodi e
poich padre e madre sicuramente fingevano di entusiasmarsi per quella sua
disciplinata gestione di ogni oggetto, si aspettava che lo facessi anchio.
Quando gli dicevo: chi se ne frega di dove va la saliera, lasciala l, non essere
noioso, stringeva le labbra, mi guardava disorientato. Riuscii a bloccare la sua
pedanteria solo avvisandolo che pi tempo si perdeva a sistemare ogni cosa,
meno avremmo giocato. Allora accett in fretta e furia un ordine sommario e
chiese: andiamo?
Mi costrinse sia al gioco della scala, sia a quello del cavallo. Il primo mi
fece sbadigliare di continuo. Consisteva nel tirare fuori dal ripostiglio la scala
a pioli, aprirla assicurandosi che reggesse bene e quindi salirci su fino in cima
per poi scendere. In principio lui and avanti piolo dopo piolo e io gli tenevo
dietro per evitare che cadesse, cosa che lo innervosiva perch secondo lui non
cera bisogno che lo tallonassi. Poi, a forza di caute ma costanti proteste, mi
convinse a lasciarlo salire mentre io restavo alla base della scala e lo tenevo
per un braccio. Infine si ribell:
So salire da solo, non mi reggere.
E se cadi?
Non cado.
Per se cadi ti lascio per terra a piangere.
Va bene.
E sia chiaro: sali tre volte e basta.
No, trenta.
Quant trenta, secondo te?
Molto.
Vederlo salire e scendere instancabilmente, mi diede un senso di sfinimento.
Trascinai una sedia accanto alla scala e mi sedetti, ma sforzandomi di
sorvegliare ogni minima incertezza dei suoi movimenti per poter balzare su in
tempo. Quanta forza cera in quel corpicino. Che cosa gli succedeva sulla
pelle, sotto pelle, nella carne, nelle ossa, nel sangue. Respiro, nutrizione.
Ossigeno, acqua, bufere elettromagnetiche, proteine, scorie. Come stringeva le
labbra. E quel guardare in alto, la fatica delle gambe troppo corte per colmare
facilmente la distanza tra i pioli, le mani strette alle assi di metallo. Senza
contare la discesa, cauta e insieme spericolata, il piede che si poggiava sul
piolo di sotto quando laltro piede gi smottava, perdeva la presa. Esserino
determinato, lo sguardo teso in alto, lo sguardo volto in basso, paura e gioia
del rischio. Riuscii a farlo smettere solo a patto che passassimo subito al
secondo gioco.
Si trattava ora di fare il cavallo. Dovetti mettermi, soffiando e gemendo, a
quattro zampe. Mi si arrampic addosso, si sistem a cavalcioni e tenendomi
per il pullover pass a darmi ordini di grande competenza: al passo, al trotto,
al galoppo. Se tardavo a obbedirgli mi assestava colpi nelle costole coi talloni
strillando: al galoppo ho detto, sei sordo? Ero sordo, s, e stanco, e malandato,
come lui non poteva nemmeno immaginare. Creatura rozza malgrado il
foltissimo vocabolario, cominci a ritenermi davvero un cavallo, e infatti
smise di chiamarmi nonno, pass a chiamarmi Furia, nome che al solito gli
aveva trasmesso Saverio. Ma la furia era lui, tutto il suo organismo era
attraversato da unenergia incontrollata, una pura espansione di vitalit
incistata nel mio corpo inadeguato, ogni spostamento mi faceva male ai polsi,
alle ginocchia, alle costole. Tuttavia mi impegnai a fare almeno il giro della
casa, corridoio, cucina, studio di Betta, soggiorno, ingresso, studietto di
Saverio, e infine ritorno nella nostra camera, dove il balcone era rimasto
aperto e cera un gran freddo. Io ormai ero bollente: dalla periferia del corpo
il sangue scorreva come una lava infiammandomi le vene e il cuore, grondavo
sudore, pi sudore di quanto mi capitasse di versarne certe volte di notte. Se
nel corpo di Mario la fisica e la chimica pi segrete erano gioiosamente
violente, nel mio erano tristi, dolorosamente malinconiche, le loro equazioni e
reazioni serano fatte sempre pi abusate, sempre meno risolte, come in
esercizi di studenti svogliati. Afferrai il bambino con un braccio e me lo tirai
via dalla groppa prima che dicesse: ancora.
Il cavallo stanco, rantolai.
No.
S, stanchissimo.
Lo deposi sul pavimento, mi sdraiai accanto a lui sulle mattonelle gelate.
Ora riprendiamo fiato.
Io non lo devo riprendere, nonno. Facciamo un altro giro.
Non se ne parla nemmeno.
Pap ne fa cinque.
Io uno, ti devi accontentare.
Ti prego.
Devo andare a lavorare.
E io?
Hai i tuoi pupazzi, te ne stai qui, giochi con loro.
Posso portare i giocattoli nella stanza dove stai tu?
No, mi distrai.
Sei cattivo.
Ah s, sono cattivissimo.
Glielo dico a mamma.
Tua mamma gi lo sa.
Allora lo dico a pap.
Dillo a chi ti pare.
Mio padre ti d un pugno.
A tuo padre, se gli faccio buh, si caca sotto.
Dillo di nuovo.
Buh.
No, quellaltra cosa.
Si caca sotto.
Rise.
Ancora.
Si caca sotto.
Fece una lunga risata a cui si abbandon con godimento. Io prima mi misi
seduto sul pavimento, poi mi appoggiai al bordo del letto e mi tirai su. Il
sudore si era gelato sulla schiena e in petto, ora avevo freddo. Andai a
chiudere la porta del balcone.
Ancora, nonno, mi chiese Mario guardandomi dal basso in alto.
Cosa?
Si caca sotto.
Non si dicono le parolacce.
Lhai detto tu.
Io ho detto si caca sotto?
Riattacc subito a ridere strillando:
S, s, s.
Anche la violenza lietissima di quel gorgoglio a bocca spalancata, con i
minuscoli denti esposti, mi fece impressione. Gli invidiai lingovernabilit
dello strappo nel viso e nella gola. Non sapevo se avevo mai riso cos, di
sicuro non ne avevo memoria. Quale potenza cera in quel modo di ridere di
nulla e insieme dellessenziale. Rideva delle parole triviali applicate al corpo
di suo padre, ed era un riso mi sembr senza ombra di angoscia. Girellai
per la stanza. Diedi uno sguardo distratto ai suoi disegni sulle pareti, tutti
omini e prati verdi e sgorbietti indecifrabili.
Ti piacciono? mi chiese.
Sono troppo chiari, dissi. E passai a far cadere sul pavimento, luno
dopo laltro, i pupazzi che Salli aveva sistemato in bellordine sulle mensole.
Subito dopo sollevai uno scatolone zeppo di giochi e glieli scaricai davanti a
cascata, lasciandolo a bocca aperta. Gli oggetti gli precipitarono intorno
urtando il pavimento come se ballassero. Feci ciao con la mano e dissi:
Divertiti.
Lui mi fiss esterrefatto, era diventato rosso.
Non mi diverto da solo, disse stizzito.
Io s. E vedi di non disturbarmi, se no sono guai.

4.

Non mi divertii affatto. Giocare con il bambino non solo mi aveva spossato
ma aveva sottratto energia alle immagini che mi era sembrato di dover fissare
con urgenza. Intravederle le aveva rese accessibili e cos avevano perso il
fascino dellirrappresentabile. Ora se ne stavano come bestiole malate in
unattesa muta e cieca di guarigione o di morte. Perci lidea di dar loro la
caccia, di provare a tirarle via dal nulla con la linea veloce che mi era venuta
per il disegno individuato da Mario, impigr sempre di pi. Tracciai soltanto
linee annoiate, augurandomi di ritrovare la mano.
Mi sembrava che limmaginazione avesse occhi velati. Il corpo vecchio di
adesso era troppo distante, ormai, dagli adolescenti abortiti che balenavano per
un attimo e poi si rompevano rintronandomi dentro con un brontolio. Eppure
sono quelli pensai i fantasmi che potrebbero essermi utili. Ostili,
pericolosi. Quel mio sgorbio tracciato automaticamente in un angolo di foglio
era la loro avanguardia. Impugnava proprio un coltello, e col coltello la
smania di usarlo, conficcarlo in corpo a un passante sgarbato, nella gola di
mio padre, tra i seni durissimi di Mena quando mi aveva lasciato, nel petto del
giovane bello che me laveva tolta. Tra i dodici e i sedici anni avevo cercato di
continuo unoccasione, volevo trovare un varco per la smania di sangue che
mi faceva male al cervello. Se avessi usato anche una sola volta quel coltello,
se lavessi fatto anche soltanto per minacciare, sarei diventato finalmente pi
adatto alle vie del Lavinaio, del Carmine, della Duchesca. Non si trattava di una
fantasticheria del corpo squilibrato dalla crescita. La fantasticheria a
quellepoca era unaltra, era diventare artista anche se a casa mia non si sapeva
cosa fosse larte, non lo sapeva mio padre, non lo sapeva mio nonno, nessuno
dei miei antenati lo sapeva. Realistico invece era diventare guappo, e sgarrare,
e conoscere la galera, e sentirmi nelle mani la capacit di uccidere, e farlo da
camorrista, farlo e farlo lungo un tracciato del tutto coerente con le strade per
le quali mi muovevo fino a notte fonda, strade di traffici illeciti, puttane,
ruffiani. Altro che matite, pastelli, acquerelli, colori. Quella parte fievole di me
era fuori luogo. Avevo avuto, durante ladolescenza, mani pronte per ben altro.
Quando il mio genitore mi mand in officina, non fu malvagio, pover uomo,
diede a se stesso e a me una lezione di realismo. La tradizione delle mie
ramificatissime parentele era fare il meccanico. O loperaio elettrotecnico,
come appunto mio padre. O il tornitore come mio nonno. Questo era il
probabile e anche il possibile. Montare, smontare, avvitare, svitare, unghie
sempre nere, polpastrelli spessi, palmi larghi e duri. O sfacchinare da
scaricatore al porto, al mercato ortofrutticolo. O essere garzone di bottega,
cameriere, mettere su un negozietto, impiegarmi nelle ferrovie per tutta la vita.
O vivere di espedienti e smargiassate e carognate dobbligo, mostrando di
avere donne sempre in testa, non accontentarmi mai di nessuna, collezionarle,
accarezzarle, sfruttarle, spaccar loro la faccia se non volevano piegarsi
zittemmte, ah ne avevo la voglia, qualche mio compagno di giochi poi lha
fatto, in coerenza sempre con lo spazio metropolitano dove eravamo cresciuti.
O rifiutare le voragini oscure delle femmine e scivolare nei corpi maschili
con la scusa di umiliarli, o solo perch pi comodo accomodarsi tra azioni e
reazioni note, o perch le pulsioni sono confuse, la carne incerta, passare
senza soluzione di continuit dai maschi alle femmine, dalle femmine ai
maschi, buchi l e buchi qui, quante inutili distinzioni. Ne avevo fatti di sforzi,
in quegli anni, per sottrarmi ai numerosi violentissimi percorsi eventuali del
mio ambiente, tutti gi interni alle oscenit dialettali che conoscevo fin
dallinfanzia: tscommesng, tomettnclo, tsguarromzz. Nel mio corpo era
come se fossero in attesa svariati tipi umani, alcuni violenti, altri miserabili.
Ce nerano, per esempio, di attenti alla regola di farsi i cazzi loro. Quando essi
prendevano piede, mi veniva in faccia una smorfia di noncuranza, esibivo
unacquiescenza strafottente. Anche per quello avevo una mia disposizione:
tacere per non urtare, per non indispettire, e parlare solo per essere daccordo,
per mostrare simpatia, per lodare, per essere amico di tutti, assolutamente di
tutti, vale a dire di nessuno, e cos apparire innocuo, e perci frequentabile, e
intanto accumulare disprezzo per chiunque, e nuocere di nascosto. Ero una
folla di variazioni. Poi ecco, avevo cominciato per caso con le matite, coi
colori, solo per caso, e ne avevo tratto un piacere sorprendente. Da l aveva
avuto inizio la lunga guerra per fiaccare tutti gli altri miei spiriti e respingerli
ai bordi del sangue. Non li avevo pi lasciati bere, e quanta determinazione
cera voluta per resistere alla fondatezza del loro brusio svalutativo:
chevvuofstrunz, parlacommemgn, tecriredesseremeglienie, sinupleclo,
sinuscupettinopocss. Sarebbe bastata una piccola incertezza, un fallimento a
scuola, forse persino una battuta malvagia sulle mie prime manifestazioni
darte, uno sfott capace di colpire al cuore, e avrei capitolato. Da una crepa
sarebbero entrate linsicurezza, la disperazione, linfelicit, e avrebbero
annientato lometto che volevo diventare: un tipo di parole elevate, sentimenti
fini, senso di responsabilit, savia difesa del bene, sessualit a norma, vita
assorbita da ununica grande passione: produrre a ciclo continuo opere,
operette, operine, niente mi interessava di pi. Ma ce lavevo fatta, ero riuscito
a turare le crepe a una a una, in affanno permanente. Io ero diventato carne, il
resto fantasmi. E ora eccoli, stazionavano nel grande soggiorno
dellappartamento della mia adolescenza, lappartamento oggi mutato in casa
di Betta, di Saverio, di Mario. Si erano radunati l con il loro dialetto, i loro
modi e desideri scostumati, la loro cattiveria pronta a esplodere per ogni
minuscolo conflitto. Non mi perdonavano di aver scelto la pi impossibile
delle variazioni e averla difesa contro di loro senza cedere di un millimetro. Li
avevo cacciati via, ma mai del tutto. Solo la morte li avrebbe sul serio
sgominati, cancellando il mio corpo a cui aspiravano da sempre e che, volente
o nolente, li teneva in vita. Sebbene deboli, essi non rinunciavano mai a
riaffacciarsi, specialmente il ragazzo col coltello, che per respingevo con un
gesto della mano, a occhi chiusi, da persona fine. Quel gesto era il frutto di un
disciplinatissimo allenamento. Avevo imparato a sfocare ogni sentimento,
ridurre a quasi nulla la reattivit, non sentire n amore n dolore, spacciare per
comprensione lassenza di ogni carnale, palpitante affettivit. Ada, quando
successe che frugai nei suoi quaderni, era morta da anni ormai. Scriveva che
era stata colpa mia, aveva imboccato la via del tradimento per provare a se
stessa che esisteva fuori di me. Per molto tempo sognai a occhi aperti che era
ancora in vita e la scannavo. Ma ogni volta opponevo a quel sogno il gesto
educato del rifiuto, e alla fine la spuntai, mi sembr di capire le sue ragioni,
smisi di sognare, passai ad amarne lombra come avevo amato la sua persona
viva. Forse pensai posso illustrare James con questi spettri. Ora fammi
andare a vedere cosa fa il bambino, chilluscassaczz.
Tornai nella concretezza del soggiorno con uno strappo della volont, la
luce del pomeriggio se ne stava andando. Ed ero sul punto di alzarmi dalla
sedia, quando suon vigorosamente il campanello. Mi si era addormentata una
gamba, formicolava in modo fastidioso, sentivo appena il contatto della scarpa
col pavimento. Altra scampanellata pi decisa della prima. Gridai:
Mario, sei capace di andare ad aprire la porta? Mariooo, per favore.
Lunica risposta fu una terza lunga furiosa scampanellata. Attraversai il
soggiorno e lingresso zoppicando, aprii la porta, mi trovai di fronte a una
donna massiccia coi capelli neri, di una tintura che dava sul blu notte, e occhi
piccoli su una faccia larga. Era nervosa, molto pallida. Aveva lasciato la porta
dellascensore aperta e teneva inspiegabilmente per mano Mario.
Ebbi un lungo attimo di disorientamento. Che ci faceva il bambino fuori di
casa, sul pianerottolo, con quella estranea? E anche la donna sembr
disorientata, non si aspettava che le aprisse un vecchio sconosciuto,
scapigliato, con un lembo di camicia che gli usciva dai pantaloni. Ci fu uno
scambio confuso di battute; io che mi rivolgevo a Mario con tono burbero per
sapere perch era fuori casa; la donna che si rivolgeva a me con tono
aggressivo per sapere se cera la signora Cajuri, cio Betta; io che le
rispondevo non c ma chi lei; la donna che alzava la voce, diceva voi
piuttosto chi siete; io che rispondevo un po stupidamente sono il nonno di
questo bambino, il padre della signora Cajuri; e cos via, finch la situazione
divent pi chiara e prese landamento della napoletanit dellinfanzia.
Siete stato voi a mandarmi gi la creatura coi giocattoli?
No.
E allora chi?
Ha fatto tutto da solo.
Tutto da solo? E voi non ve ne siete accorto che ha aperto la porta, s
fatto cinque piani ed venuto a bussare a casa mia?
No.
No, eh? Voi fate come fa vostra figlia, che quando ha i suoi impegni di
professoressa, dice al figlio va va, porta i giocattoli dal bambino del primo
piano e giocate; poi per sincazza con me perch il signorino ha imparato le
male parole?
Signora, le assicuro che non le avrei mai mandato il bambino: stata una
mia disattenzione, le chiedo scusa.
Disattenzione o no, se il bambino cadeva per le scale e si rompeva la testa,
vostra figlia era capacissima di dare la colpa a mio figlio.
Mi dispiace, non succeder pi.
Non deve succedere nemmeno che la vostra serva butta lacqua sporca dal
balcone e mi rovina i panni spasi, come fa un giorno s e uno no.
Riferir a Betta, provveder.
Grazie. E riferitele pure che non si deve permettere di dire che mio figlio
ruba i giocattoli. Se mio figlio ruba i giocattoli, meglio che ognuno si tiene i
figli e i giocattoli suoi a casa sua. Perch non che la signora fa la
professoressa e io sono la babysitter gratis. Ho quattro figli, una casa da
mandare avanti e non posso perdere tempo. Anzi, sapete che vi dico? Se il
bambino continua a calare il secchio, gli taglio la corda e glielo butto.
Fa bene. Ma dove stanno i giocattoli che Mario ha portato gi?
Volete dire pure voi che mio figlio se l rubati?
No, che rubare, sono bambini: era solo per sapere.
Va bene, se era per sapere facciamo cos: quando torna mio marito, vi
mando lui a riportarveli, i giocattoli, e cos glielo dite in faccia che nostro
figlio ruba. Va, Mario, va da tuo nonno: siete gente di merda dalla prima
allultima generazione, buonasera.
Mi spinse il bambino contro in malo modo, si infil nellascensore
sbattendosi la porta di ferro alle spalle e svan dopo un sussulto della gabbia.
Io tirai dentro Mario, chiusi la porta. Il bambino disse ostile:
Voglio i miei giocattoli, mi servono.
Mi chinai, lo afferrai per le braccia:
Come ti sei permesso di uscire di casa? Se ti dico che devi stare nella tua
stanza, devi stare nella tua stanza. Da questo momento da questo momento,
Mario, guardami o fai quello che ti dico o ti chiudo a chiave nel ripostiglio.
Il bambino non abbass lo sguardo, si divincol, scalci:
Stai attento che ti chiudo io a te nel ripostiglio.
Pronunci la replica minacciosa con uno sforzo che lo sfianc, un attimo
dopo scoppi in lacrime.
Mi dispiacque di averlo fatto piangere, feci marcia indietro in gran fretta.
Cercai di consolarlo, dissi: basta adesso piango anchio, dissi: me ne vado nel
ripostiglio e mi ci chiudo da solo. Fu inutile. Pianse prima sul serio, poi per
una sorta di prolungamento meccanico del pianto, e and avanti cos per una
ventina di minuti tirando su col naso e respingendomi se cercavo di
soffiarglielo. Ogni tanto ripeteva tra i singhiozzi: glielo dico a pap, quando
torna.
5.

Anche se gli concessi di accendere il gas per scaldare la cena preparata da


Salli, anche se gli lasciai un coltello taglientissimo di cui lui si era
arbitrariamente appropriato apparecchiando la tavola, i nostri rapporti non
migliorarono.
Il coltello lo tieni, ma la carne la taglio io.
No, lo so fare.
Ci credo che lo sai fare, ma quando c il nonno la tua carne la taglia il
nonno.
Tu non sei mio nonno.
No? E allora chi mio nipote?
Nessuno.
Se Mario non aveva voglia di riappacificarsi con me, ancor meno ne avevo
io di riappacificarmi con lui, visto che pi andavamo damore e daccordo,
meno lui mi lasciava tranquillo. Ma ero preoccupato perch si avvicinava il
momento in cui Betta avrebbe telefonato e non volevo che il bambino la
allarmasse, aveva gi troppi problemi con la gelosa inquisizione del marito.
Cos mentre lavavamo i piatti del pranzo e della cena lui, sebbene
imbronciato, continuava a considerarsi mio aiutante e mi procurava tutto ci
che serviva, sapone, spugnetta, strofinaccio, precipitandosi come se si trattasse
di vita o di morte , cominciai a spruzzargli un po dacqua dicendo ogni
volta: scherzetto. Per un poco rest un aiutante ostile, testa bassa ed energico
gesto di ripulsa.
Scherzetto.
Basta, nonno.
Scherzetto.
Basta, ti ho detto.
Scherzetto.
Poi cominci a fingere di lagnarsi, ma sforzandosi di reprimere il sorriso.
Mi hai mandato il sapone nellocchio.
Fai vedere.
Brucia.
Macch, non hai niente.
Infine pass a sorvegliarmi di sbieco per capire se volevo davvero giocare
e quando se ne convinse, prov a spruzzarmi a sua volta un po dacqua
dicendo: scherzetto. Cos, di scherzetto in scherzetto a forza di scherzare
perse lequilibrio e stava per cadere dalla sedia su cui sera messo in piedi per
aiutarmi, meno male che lo afferrai in tempo , la tensione tra noi sembr
allentarsi. E ce ne andammo in soggiorno per vedere un po di televisione.
Cosa, nonno?
Poi decidiamo.
Possiamo vedere i cartoni animali?
Animati.
Fece fatica ad accettare che i cartoni non erano animali. Mi elenc oche,
papere, conigli, topi, toporagni, un catalogo pedantissimo di bestie che
comparivano nei cartoni, a dimostrazione che animali erano senza alcun
dubbio. E subito dopo mi coinvolse in una discussione su cosa significava
animale, animare, animato e cartoni animati. Dissi: sono disegni che si
muovono, che parlano, che hanno unanima. Volle sapere cosera lanima. Un
soffio, risposi, che ci fa muovere, correre, parlare, disegnare, fare scherzetti.
Si intestard a sostenere che i cartoni animali facevano esattamente tutte quelle
cose. Poi piano piano sembr convincersi e mi chiese:
I cartoni hanno il soffio?
No, glielo danno quelli che li disegnano.
I tuoi disegni non si muovono.
Infatti non sono cartoni animati.
E perch non li fai animati?
Se capita, li far.
Forse non li fanno fare a quelli molto vecchi, perch devono piacere ai
bambini.
A me li farebbero fare.
Te li farebbero fare perch sei famoso?
Lo sai cosa significa famoso?
Me lha detto mamma: che ti conoscono anche quelli che tu non conosci.
S, giusto, significa questo.
Lho detto alla mia maestra che sei famoso.
E lei?
Mi ha chiesto come ti chiami.
Tu lo sapevi?
Lho domandato a mamma e poi glielho detto.
Vediamo se hai detto bene: fammi sentire il nome del nonno.
Daniele Mallarico.
Bravo. E la maestra che cosa ha risposto?
Che non ti ha mai sentito nominare.
Capii che questo lo aveva deluso e gli spiegai che cerano vari gradi di
fama, il mio non era sufficiente per la maestra. Ma mentre parlavo mi resi
conto che anchio ero un po deluso, e per evitare che la delusione di entrambi
diventasse un malumore tornai a proporgli la televisione. Ma fu arduo trovare
il telecomando, glielo avevo sequestrato e non mi ricordavo dove lavevo
messo. Girai per casa nervosamente, tallonato dal bambino. Io accendevo le
luci in ogni stanza, mi sforzavo di guardare su tavoli, scrivanie, scaffalature
senza distrarmi impresa che mi risultata sempre difficile, ogni volta che
cerco qualcosa finisco per pensare ad altro , e quando la ricognizione era
finita e uscivo dalla camera, lui diligentemente spegneva la luce alle mie
spalle. Facemmo due o tre giri esplorativi e a trovare il telecomando
naturalmente non fui io ma lui: era in soggiorno, sotto uno dei miei album. Se
ne impadron con grande entusiasmo, non riuscii a toglierglielo. Lho trovato
io, disse, e io accendo la televisione. Risposi: per accendi soltanto. No, quasi
grid, cambio anche i canali. E gi stringeva le labbra, gi faceva occhi ostili.
Stavo per toglierglielo e dire: basta, o ubbidisci o vai a dormire, quando
squill il telefono. Va bene, mi arresi in fretta, tienilo. E seguito da lui che
armeggiava col telecomando, andai in cucina dove cera il supporto del
cordless.
Era Betta, aveva una voce sbrigativa. Si sentiva nel fondo un brusio
insistente, rumori che parevano di posate. Qualcuno la chiam, disse
sforzatamente allegra: arrivo subito. Poi si rivolse a me:
Com che al cellulare non rispondi?
Ce lho silenzioso.
Tutto bene?
S, benissimo.
Mario ha mangiato?
Pi di me. A te come va?
Bene.
Il tuo intervento?
Bene.
Con Saverio?
Non mi lascia vivere, mi ha appena fatto una scenata.
Mannalaffanclo.
Pap, come parli?
Scusa.
Tha sentito il bambino?
No, impegnato a smontare il telecomando.
Passamelo che lo saluto.
Mario, vuoi parlare con mamma?
Sperai che Mario si rifiutasse, invece moll sul pavimento le pile del
telecomando e corse al telefono. Sentii che diceva cose tipo: no, s, torna
presto, ti voglio bene. Ma proprio quando la telefonata sembrava giunta al
termine, aggiunse: ho pianto. La madre gli dovette dire qualcosa di molto
articolato perch stette ad ascoltare senza ribattere. Infine quasi sussurr:
buonanotte, mamma, e baci il telefono una decina di volte ripetendo infine, a
conclusione dei baci: buonanotte, ti voglio molto bene, voglio bene anche a
pap.
Mi tese il telefono. Io borbottai:
Non cera necessit di dire che hai pianto.
Ho detto solo quello.
Solo? E che altro cera da dire?
Lo so io.
Cio?
Mi hai fatto male alle braccia.
Ma va, tho stretto solo un poco.
Mi hai stretto molto. Vediamo la televisione?
Tua madre non vuole.
Non glielo diciamo.
Per quando si trattato di dirle che avevi pianto, lhai fatto.
Scusa. La televisione non gliela dico.
Se non sai rimettere le pile nel telecomando, non contare su di me, io non
lo so fare.
Risistem abilmente le pile, corse in soggiorno ad accendere il televisore e
si accomod in quella che defin la sua poltrona, ma che di fatto era una
vecchia comodissima poltrona di mia madre. Io sedetti sul divano, che era
scomodo. La serata non prese una buona piega, ci litigammo a lungo e con
una rabbia crescente non uno ma tre telecomandi. Sapeva comporre con
precisione i numeri dei canali dove trasmettevano a getto continuo cartoni,
sapeva come mettere i dvd, era di unabilit che mi innervos. E poi non
rispettava alcun patto. Vedrai i cartoni per cinque minuti, gli dissi a un certo
punto, poi il nonno vede qualcosa che interessa a lui. Acconsent, ma scoprii
presto che per lui cinque minuti significava sempre, e cos mi rassegnai a
dormicchiare davanti ai cartoni. Poi per mi ricordai allimprovviso che
proprio quella sera cera un mio amico in un talk show, doveva presentare un
suo libro sulla cui copertina aveva fatto mettere un quadro mio. Cos, senza far
chiacchiere, tolsi al bambino tutti i telecomandi, dissi solo: fine dei cinque
minuti e se protesti spengo. Non protest, si accucci torvo sulla poltrona.
Ignorai il suo malumore, passai in ricognizione vari canali alla ricerca della
trasmissione che ospitava il mio amico. Pescai finalmente il canale giusto, il
mio amico cera, lo intravidi per pochi secondi tra altri ospiti. Poich Mario
fissava lo schermo senza dire una parola, appena tornarono a inquadrarlo
esclamai:
Voglio sentire solo che cosa dice questo signore e poi ti faccio vedere un
altro po di cartoni, va bene?
Silenzio.
Mi sistemai meglio sul divano, abbandonai i telecomandi al mio fianco.
Intanto ecco che il conduttore parlava del libro, comparve la copertina. Dissi:
Vedi? Quello lho fatto io.
Mormor:
Il libro?
Il quadro riprodotto in copertina. Domani diglielo alla maestra.
Alz bruscamente la voce:
Non mi piace.
Non ti piace niente, Mario.
Il giallo soltanto bello.
Il giallo? Non mi ricordavo di aver dato particolare rilievo a un qualche
giallo, non mi ricordavo neanche di averne usato uno, e daltra parte non ebbi
il tempo di guardare: la copertina spar, il conduttore diede la parola al mio
amico.
Zitto, dissi al bambino che voleva aggiungere qualcosa, ora sta a
sentire.
Il mio amico attacc a parlare, ma Mario al solito viol subito il mio
divieto, lasci la poltrona, si arrampic sul divano, disse non so che.
Nemmeno gli risposi, o almeno credo, volevo sentire se il mio amico mi
citava. Pi giovane di me di una trentina danni, bravissimo nel suo campo, si
mostrava sicuro del suo lavoro, ne stava parlando come se si trattasse della
cosa pi importante al mondo. Io non ero mai stato capace di darmi rilievo.
Avevo lavorato duramente tutta la vita ma mi ero sempre vergognato di
attribuire io stesso peso a ci che facevo, speravo sempre che fossero gli altri
a farlo. Il mio amico invece stava ragionando su come, con quel testo, avesse
modificato unintera tradizione di studi e lo faceva senza imbarazzo, in modo
persuasivo, tanto che il conduttore assentiva, gli altri ospiti ascoltavano con
interesse. Mi sarebbe piaciuto che inquadrassero di nuovo la copertina,
speravo di essere citato e che Mario sentisse il mio nome, Daniele Mallarico,
ed esclamasse: hanno parlato di te. Invece comparve di colpo un cartone
coloratissimo, pieno di animali esperti in kung fu.
Mi girai di scatto, sbottai:
Chi ti ha detto di prendere il telecomando, chi ti ha detto di cambiare?
Mario rispose impaurito:
Te lho chiesto, nonno, e tu hai detto di s.
Allungai un braccio rabbioso, lui mi consegn subito il telecomando.
Provai a ritornare al mio amico accompagnandomi con brontolii scontenti, ma
non mi ricordavo qual era il canale.
Devi mettere il numero, disse il bambino in ansia.
Zitto.
Saltai da un canale allaltro, ritrovai quello giusto, ma il mio amico non
cera pi. Gettai il telecomando sul divano, dissi con calma finta:
Adesso te ne vai immediatamente a dormire.
Ma non feci niente perch lordine fosse eseguito. Lasciai invece la stanza,
girai per la casa, accesi luci, mi sentii mormorare in dialetto frasi sconnesse.
Ora non solo ero fiacco fino alla labilit, ma infelice come se tutte le infelicit
della mia vita si fossero date convegno in quella casa e in quel momento.
Andai nella camera del bambino dove avevo le mie cose, inciampai nelle sue
sparse per il pavimento, giocattoli e giocattoli, ne calciai via qualcuno. Cercai
le sigarette, ma mi resi conto che Betta avrebbe piantato grane se al suo ritorno
avesse sentito odore di fumo e me ne andai a fumare sul balconcino.
Arriv subito il rumore del traffico insieme allaria gelida. Feci uno o due
passi cauti allesterno e aspirai fumo, tossii. La notte era senza stelle, anche se
la giornata era stata limpida e il frastuono delle auto, della stazione, degli
altoparlanti, dei treni, pareva luminosissimo, tutto fari, fanalini, vetrate
illuminate, un rumore rossobiancogiallonero. Malgrado il freddo, bruciai la
sigaretta fin quasi al filtro. Spensi il mozzicone sulla ringhiera, lo feci volare
di sotto, rientrai.
Per la casa risuonavano ancora le voci del talk show, Mario non era tornato
ai cartoni. Quando rientrai in soggiorno, scoprii che dormiva sul divano.
Dormiva profondamente, gli sfiorai la fronte con le labbra, laveva sudata.
6.

Mentre portavo in braccio il corpo abbandonato del bambino lungo il


corridoio buio, avevo dentro una scontentezza desolante. Lo misi a letto
vestito, senza accendere la luce, mi limitai a togliergli le scarpe. Nel lasciarlo,
mi sembr che avesse trattenuto il mio calore.
Riattraversai in fretta la casa buia dovevo imparare a sentirmi tra i
fantasmi orientandomi col chiarore del soggiorno, dove la luce era rimasta
accesa e durava la chiacchiera della televisione. Sedetti nella poltrona prima
occupata da Mario, cercai di concentrarmi sulla tv, ma ero stanco e
infreddolito, non avevo voglia di niente, spensi. Controllai che in soggiorno i
termosifoni fossero ancora accesi, quasi mi scottai a sfiorarli con le dita.
Forse il gelo veniva dalle altre stanze, ma rinunciai a verificare, facevo ancora
fatica a trovare gli interruttori giusti. Mario si era accorto subito della mia
imperizia, pensai a lui con un miscuglio di meraviglia e astio. S, era identico
al padre, stirpe di dottori addottoratissimi da parecchi secoli, precisino,
saccente. Di mia figlia non aveva niente e non aveva niente di me, non la
fisiologia, non i comportamenti. Il bambino era di materiale estraneo, i
cromosomi avevano altra provenienza, le molecole sue segrete erano zeppe di
informazioni a me oscure, forse ostili da millenni e millenni. Immaginai con
unironia triste che anche i miei spettri dovevano essere indispettiti da quel
bambino connesso ad altro motore genetico. Erano furiosi con me perch,
cacciandoli via fin dalla prima adolescenza, mi ero indebolito. Sei voluto
diventare dicevano un signorino di fino sentire ed ecco come ti sei ridotto.
Scacciai via quelle immagini, lasciai la poltrona gemendo, mi costrinsi a
girare di nuovo per casa, ma questa volta accendendo tutte le luci. Ancora a
ridosso delladolescenza vedevo se mi muovevo al buio o in penombra
parenti di mio padre e di mia madre che avevo conosciuto o avevo visto solo
in fotografia. Erano morti durante la guerra, di questo ero sicuro, eppure se ne
stavano in piedi negli angoli della casa, nascosti dietro una porta, dietro un
armadio. Se li scoprivo, mi facevano cenno di star zitto, ricorrevano
allocchiolino, ridevano senza suono. Poi quella stagione era passata, ma
adesso avevo nella memoria pi morti che da bambino quanti miei amici e
conoscenti erano deceduti dopo brutte malattie e anche le angosce si erano
centuplicate, tanto che a volte, a Milano, mi svegliavo di colpo convinto di
avere in casa ladri e assassini, giravo senza sonno per le stanze e sussultavo se
un riflesso di luce che proiettava sulla parete il fogliame mobile degli alberi
del cortile mi pareva una presenza feroce. Di cosa mi preoccupo mi dissi ,
pi che ansie dovrei avere malinconie: gran parte della vita lho vissuta e
adesso io stesso mi avvicino al momento di morire, toccher a Mario
scoprirmi dietro unanta o negli angoli bui di questa casa. Quante parvenze era
capace di mandare in tondo il cervello col suo circuito di emozioni. Il
bambino non temeva il buio ma forse, dopo quella nostra convivenza, avrebbe
temuto le mie apparizioni.
Avevo sonno e nemmeno un po di energia per lavorare. Verificai che ero
lunico possibile spettro in giro per casa, e che non cerano nemmeno ladri
motivati dalla miseria, camorristi assassini. Chiusi il gas, misi il paletto alla
porta, due mandate. Devo tenercelo anche per tutta la giornata di domani, mi
ripromisi, il pomello molto in alto e nemmeno salendo su una sedia Mario,
con le sue mani di bimbo faber, potrebbe arrivarci, aprire e andarsene dal finto
amichetto del primo piano. Rifeci il percorso allincontrario, spegnendo una
luce dietro laltra alle mie spalle. Mentre finalmente mi mettevo a letto
badando a non inciampare nei giocattoli, pensai che potevo stare tranquillo, i
fantasmi erano tutti nella vecchia casa delladolescenza. Essa ora nel
dormiveglia me ne accorgevo correva come una grande cornice intorno a
quella dove ce ne stavamo io e Mario. Li vedevo e li avrei presto disegnati, ma
da uno spazio dove ero al sicuro, la casa vecchia e quella di oggi non avevano
modo di dilagare luna nellaltra. Quando io qui accendevo le luci, gli spettri l
cadevano nel buio; e quando io, come adesso, spegnevo anche lultima luce
della casa e mi tiravo in testa le coperte, le stanze di una volta si illuminavano
di colpo e i loro abitanti tutti, e fatti di tutto ci che di me avevo scartato mi
si offrivano come una materia inerte che, secondo vecchie fantasie della
scienza vecchia, si sarebbe mutata presto in pattume vivo e insaziabile.

7.

Il secondo giorno fu il pi arduo. Alle cinque ero gi in piedi. Controllai


Mario che, vestito come lavevo lasciato e daltra parte sotto le coperte, era
molto sudato. Poich i termosifoni non erano ancora accesi, temetti che
scoprendolo avrebbe preso freddo e mi limitai a liberargli un po i piedi, che
avevano i calzini, e le spalle, protette da un pullover. Stasera mi ripromisi
devo ricordarmi di obbligarlo a mettersi in pigiama prima di guardare la
televisione. Poi me ne andai in soggiorno e lavorai in modo soddisfacente
sullimmagine della doppia casa, quella del presente e quella del passato, luna
dentro laltra. Tutto sommato mi sembr utile essermi liberato del racconto di
James, puntai a tavole ispirate allappartamento della mia adolescenza e ai miei
stessi fantasmi. Cosa ne so della New York di fine Ottocento, mi dissi, user
Napoli e mi inventer, tra la casa del passato e quella del presente,
unintercapedine trasparente dentro cui metter ragazzini, molti ragazzini tutti
in contatto tra loro come una lunga catena di fratelli siamesi cresciuti nella
miseria e senza qualit, ragazzini che non nascondono i volti nellombra o con
le mani, non ne hanno bisogno, sono di per s corpi incompiuti che si
affannano senza bocca o occhi, raspano con arti monchi, si lacerano per il
bisogno urgente di allungarsi, crescere, definirsi.
Andai per quella strada e negli abbozzi azzardai molto colore fuori
registro, tonalit stridenti. Mi torn in mente Mario: non laveva entusiasmato
niente di ci che facevo, fin dal primo momento. Aveva storto la bocca davanti
alle illustrazioni dei libri di favole, e sul mio quadro comparso in tv si era
espresso definendolo brutto. Ma aveva quattro anni, ero sicuro che ripeteva
giudizi di Saverio e forse anche di Betta. Solo la lode del giallo era sua, e
quella mi era sembrata vera, unimpennata sincera. A un certo punto sentii che
si muoveva per casa, prima in bagno, poi in cucina. Diedi un ultimo ritocco e
poi ancora uno: alla fine andai a vedere cosa combinava.
Lo sorpresi in cucina, in piedi su una sedia. Aveva acceso il gas, aveva
messo sul fuoco la mia acqua per il t, il suo latte. Non volli cominciare la
giornata con un rimprovero, gli chiesi:
Hai dormito bene?
S, e tu?
Anchio.
comodo dormire coi vestiti, cos sono gi pronto.
Bisogna comunque lavarsi e mettere dei vestiti puliti.
Tu ti sei gi lavato?
No.
Hai fatto pip?
S, tu lhai fatta?
S.
Spegni il gas.
Spense, propose cautamente:
Posso non lavarmi, oggi?
Gli versai il latte nella tazza e misi la bustina nella teiera.
Va bene.
Mi lavo quando torna mamma.
Va bene.
E dormo sempre coi vestiti.
Questo no.
Si intrist per un attimo, poi riprese quota e per il resto la colazione fil
liscia. Fu difficile invece fargli accettare che avevo bisogno di chiudermi nel
bagno per le mie abluzioni.
Cosa sono le abluzioni?
La doccia.
E io che faccio mentre tu sei nel bagno?
Quello che ti pare.
Ci pens, mi sembr combattuto.
Posso fare anchio la doccia?
Lo mandai a scegliersi la biancheria pulita e lo ficcai sotto il getto dacqua
mentre al suo modo prescrittivo mi ricordava: si muore, se si fa il bagno dopo
mangiato. Visto per che non mi curavo di salvargli la vita, cominci a
saltellare, danzare, sputare acqua, strillare: bollente. Quindi lo asciugai, lo
rivestii e lo cacciai fuori dicendo: ora tocca a me. Posso restare, chiese. Gli
risposi no e per qualche minuto lo sentii in corridoio, saltellava, canterellava.
Poi di colpo pass a smuovere la maniglia con accanimento, a calciare contro
il legno, a gridare: nonno, ti vedo dalla serratura; oppure: fammi entrare, devo
fare pip, devo fare cacca. Gli gridai: zitto e buono, smise subito. Mi affrettai
ad asciugarmi, a rivestirmi, e spalancai la porta.
Sono stato zitto e buono, disse.
Era ora.
Quand che mi viene il pisello come il tuo?
Hai sul serio guardato dalla serratura?
S.
Ti verr un pisello molto meglio del mio.
Quando?
Presto.
Ci fu una scampanellata energica, ci guardammo incerti. Non erano
nemmeno le otto. Lui mi consigli:
Metti il coltello grande della carne sul mobile dellingresso.
Perch? Pap prende il coltello ogni volta che suonano?
No, lo prende mamma quando pap non c.
Noi maschi siamo forti e non abbiamo bisogno del coltello.
Ho paura.
Non c da aver paura.
Andai ad aprire. Mi trovai davanti un uomo sui cinquantanni, magrissimo,
di statura media, il viso molto segnato, capelli radi. Vidi che aveva in mano dei
giocattoli un camion rosso, una spada di plastica e ne dedussi che doveva
essere il padre del bambino del primo piano. Assunsi unespressione cordiale,
dissi:
Grazie, non si doveva scomodare, non cera nessuna urgenza.
Luomo si intimid, disse con una voce sofferente:
Mia moglie non mi ha dato pace.
Le mogli sono cos.
Pure la professoressa Cajuri per esagera.
Che ha fatto?
Non capisce che mio figlio ha sei anni, e visto che non tiene tutti i
giocattoli che ha Mario, certe volte se li nasconde per giocarci un poco da
solo.
E lei lo faccia giocare, Mario glieli lascia volentieri per un po. vero
Mario?
Il bambino, attaccato a una mia gamba, fece platealmente di s. Luomo
disse:
Lo so che Mario li lascia, ma la professoressa questo non lo capisce.
Allora fatemi il piacere di riferire che il bambino non deve calare pi il
secchio con dentro i giocattoli e non deve pi venire a casa nostra. Da noi non
ci sono mariuoli. Rubano quelli che spendono per comprare un sacco di
giocattoli.
Ora sta esagerando: mia figlia lavora, non ruba.
Anche io lavoro. Ma vostra figlia dice che rubiamo, e non si fa. Ciao,
Mario, mi dispiace, a te ti vogliamo bene.
Gli tese i giocattoli, il bambino li prese, ma gli cadde il camion. Io dissi:
Entri che le offro un caff.
Come se avessi accettato, buongiorno.
Se ne and senza ascensore, per le scale. Era evidente che aveva eseguito un
compito che non si era scelto e laveva fatto controvoglia. Mi sembr un buon
uomo, gli avrei parlato volentieri di comera la citt quando ero stato ragazzo,
della mia giovinezza prima che me ne andassi da Napoli, di come una volta
tutto il bene e il male pareva un riflesso dellambiente in cui eri nato e di
come oggi invece ogni cosa il bene e il male pare scritto nelle profondit
della carne. Anche se avevo da lavorare ed erano le otto del mattino, sentivo il
bisogno di una conversazione divagante con un adulto, ero stufo di stare
sempre e solo col bambino. Mario gli grid, dopo aver raccolto il camion:
Li calo col secchio ad Attilio.
Tu non cali niente, dissi, porta in camera le tue cose e restaci: oggi
non voglio essere disturbato.

8.

Non so quanto impiegai a combinare schizzi e abbozzi di quei giorni in


modo da ottenere dieci tavole in una versione convincente. Certo lavorai sodo
e come se avessi davvero davanti agli occhi la vecchia casa in ogni dettaglio e
i suoi abitanti spauriti o aggressivi, un groviglio di corpi giovani deformati
dalla pressione contro la parete trasparente che separava il me di oggi da tutto
quello che avrei potuto essere. Quegli esseri strisciavano, saltavano, si
torcevano, lottavano, si straziavano reciprocamente, e per definirli diedi fondo
di tavola in tavola a tutta la mia esperienza. Ma non mi abbandonai mai
veramente, temevo di dimenticarmi di Mario che giocava in fondo al
corridoio e soprattutto temevo di dimenticarmi di me. Cos non successe mai
che sulla fatica prevalesse il piacere. Ricorsi semplicemente a tutta labilit
diligente di cui ero capace e quando smisi, mi resi conto che avevo sgobbato
solo per potermi dire: ecco, grosso modo le tavole ci sono e le ho fatte come
voglio io. Ma escludevo che sarebbero piaciute alleditore.
Ero stanco, fissai il grande quadro che mi stava di fronte. Quando lavevo
fatto? Oltre ventanni fa. Intorno a me, in quel periodo, cera stato un discreto
consenso e quasi che il consenso mi corroborasse caricandomi di energie
nuove, tutto mi veniva facile, cosa che generava ulteriore consenso. Ci che
avevo di fronte apparteneva a quel tempo felice: due metri di base, un metro
daltezza, solo un rosso e un blu, purissime pozze di colore distese sul legno,
dentro cui avevo inserito, scavandogli una nicchia, un campanaccio di metallo.
Lasciai il tavolo, mi spostai in un angolo. Non avevo ancora tirato su le
serrande, mi era sempre piaciuto lavorare con la luce elettrica, e la luce
elettrica pioveva al modo giusto dal lampadario, faceva scintillare lorlo della
campana, generava un arco lucente che muoveva dal rosso e finiva nel blu.
Tutto, per un poco, mi parve ben concepito. Ma presto il compiacimento mi
sembr un effetto della malinconia. Era unopera memorabile o solo la
testimonianza di una stagione in cui il corpo si era sentito energico, colmo di
s? Cominciai a notare mille difetti. Mi convinsi piano piano che non solo ero
invecchiato io, ma anche quellopera. Il quadro pass a sembrarmi un brutto
legno imbrattato: cosera la polvere dorata che avevo distribuito lungo i bordi
come unaureola rettangolare, che senso aveva scavare nella tavola colorata un
posticino per un oggetto vero. Le mode, pensai con dolore, si consumano
lasciando dietro di s tracce futili di chi le ha assecondate. Abbandonai
langolo, tirai su le serrande. Entr nella stanza una luce scialba, il cielo era di
nuovo nuvoloso. Tornai al quadro. Senza la luce artificiale tutto parve
ulteriormente peggiorare: il rosso adesso aveva laspetto dei tessuti
necrotizzati, il blu era una pozzanghera infetta. Brutto, insignificante, sia quel
tavolaccio dipinto sia tutte le mie opere, anche se mi erano piaciute, anche se
avevano avuto qualche successo. Forse avrei dovuto mettere tra i miei fantasmi
innanzitutto le ombre dei quadri che avevo creduto di fare ma che in effetti, a
pensarci adesso, con distacco, non avevo fatto. Esisteva un nucleo vero, in me,
che avrebbe voluto spaccarsi e rovesciare nel mondo forme mai viste. Ma io
vale a dire la mia individualit come il tempo laveva definita, vale a dire
linsieme delle lezioncine che avevo imparato e dei linguaggi che avevo
assimilato avevo saputo produrre solo opere come quel legno col
campanaccio. Meglio i disegnini di Mario, incorniciati orgogliosamente dai
suoi genitori ai lati del mio quadro e per la stanza. Diedi uno sguardo a
montagne, prati, fiori enormi, animali indecifrabili, esseri umani con grandi
orecchie, tutti ottenuti a colpi incontrollati di pastello, tutti con verdi e azzurri.
Sgorbi di bambino, anche Betta da piccola ne faceva, tutti i bambini ne fanno.
Mi sentii cos scontento, che avrei dato qualsiasi cosa per ricominciare
daccapo, essere un altro. Ho bisogno di aria, mi dissi, e aprii le finestre, la
porta della loggia. Poi lasciai il soggiorno e andai ad arieggiare il resto della
casa.
Spalancai la finestra in cucina, passai nello studio di Betta, poi nella stanza
di Mario: laria chiusa mi faceva venire il mal di testa e non volevo
aggiungere malanno a malanno. Il bambino se ne era stato tutto il tempo
disciplinatamente tra i suoi giocattoli. Lo avevo sentito mentre parlava coi suoi
pupazzi, faceva rumori con la bocca, strillava ordini, estraeva da s mielate
vocine televisive. Quando entrai nella camera era seduto sul pavimento, faceva
volare per laria un mostruoso animale cornuto reggendolo con una mano,
mentre nellaltra stringeva non so quale supereroe. Appena si accorse della
mia presenza, si interruppe per un attimo, mi lanci uno sguardo per accertarsi
che non fossi l per vietargli qualcosa o rimproverarlo, quindi riprese a
giocare come se non ci fossi.
Aprii la porta del balcone sistemando una sedia in modo che non sbattesse
per la corrente e soprattutto non mi ritrovassi Mario chiuso fuori. Rifeci alla
bene e meglio i nostri due letti, infilai i panni sporchi in una busta. Ma adesso
era pi forte di me, non riuscivo a non guardare, almeno di sbieco, i
numerosissimi disegnini attaccati anche in quella stanza. Crescer pensai
credendo di essere chiss chi, ritenendosi destinato a chiss cosa. E come
potrebbe essere altrimenti, se i genitori non fanno che celebrarlo gi a quattro
anni: guarda questi fogli, tutti con gli stessi omini colorati, come in
soggiorno, come in corridoio; Betta e Saverio non buttano niente, nella
convinzione che ogni sua sciocchezza contenga il raggio aurorale del genio.
Mi immusonii sempre pi, tentai di respingere il malumore attribuendolo al
mio deperimento fisico, niente da fare. Eppure non era certo la prima volta che
dovevo fronteggiare un crollo di fiducia. Ma l, davanti a quei disegni, sentivo
che cera qualcosa di come dire pi organico, qualcosa che mi tirava e mi
scuoteva per essere detto fino in fondo. Meno male che intervenne Mario.
Smise di giocare, mi venne accanto con il superman in una mano e il mostro
nellaltra. Disse, indicandomi la parete con la mano che stringeva il mostro:
Quello scuro, nonno, ti piace?
Mi piacciono tutti.
Non vero. Hai detto che li facevo troppo chiari.
Ti ho fatto uno scherzetto: tu hai detto che i miei disegni sono troppo
scuri, io ho detto che i tuoi sono troppo chiari.
Non avevo capito che era uno scherzetto.
Pazienza, non si pu capire tutto.
Allora diventer bravo come te?
Meglio di no.
Vedi che i miei disegni non ti piacciono?
Mi piacciono moltissimo. Sono i disegni di un bambino, e i disegni dei
bambini sono tutti belli.
La maestra dice che i miei sono i pi belli.
La maestra sa poco o niente e si sbaglia su un sacco di cose.
Non vero, disse, e mi colp una gamba col suo mostro, piano, come
per rafforzare la sua opposizione.
Ahi, dissi per gioco e gli diedi un colpetto con indice e medio su una
spalla.
Lui sorrise, sembr contento. Esclam: scherzetto, e mi colp pi forte sulla
gamba. Quindi prese a gridare, ridendo: scherzetto, scherzetto, scherzetto, e
ogni volta mi colpiva con il suo animalaccio, sempre pi forte, a raffica.
Finch pass a: muori, muori, e io cercai di parare i colpi, ora mi facevano
male. Ma lui mi colp anche il dorso della mano con cui mi proteggevo, sentii
la lacerazione causatami dalle corna del mostro, gli afferrai il braccio mentre
stava per colpirmi ancora:
Basta, mi hai fatto male.
Disse piano, con tono conciliante:
Scherzetto.
Non pi uno scherzetto, guarda cosa mi hai fatto.
Gli mostrai il lungo graffio sulla mano. Lui fiss il solco di sangue,
mormor per giustificarsi: tu non vuoi mai giocare; poi aggiunse cercando di
contenere il tremito improvviso del mento: ti do un bacino sulla ferita e passa.
Lasciai che mi desse il bacino per evitare che piangesse di nuovo, adesso
sentivo male anche alla gamba sinistra, alla natica.
Ti passato? chiese.
Mi passato, ma non lo fare mai pi. Sai dov un disinfettante?
Lo sapeva, naturalmente. Mi invit a seguirlo in bagno, mi indic dovera
lacqua ossigenata.
Sei capace di aprire la boccetta? chiese.
S che so aprirla.
Io no.
E cerca una volta tanto di non imparare.
Lo cacciai fuori, chiusi la porta. Controllai gamba e natica, avevo anche l
piccole ferite, mi disinfettai. Con la vecchiaia mi spaventava persino un
graffietto, immaginavo infezioni, setticemie, ricoveri durgenza. Non era la
paura della morte, credo, era la noia del malanno, il fastidio dello scompiglio
nelle abitudini quotidiane. O forse era il terrore della morte lunga: preferivo
cedere tutto dun colpo, un attimo, e non respirare mai pi.
Sei l fuori?
S.
Non ti muovere.
S.
Percepii la sua ansia per aver fatto qualcosa di irreparabile e mi vergognai
di aver perso la pazienza. Quando uscii gli dissi:
Ora mangiamo e poi ci mettiamo a lavorare insieme.
Disegniamo?
S.
Nella stessa stanza?
Certo, se no come facciamo a lavorare insieme?

9.

Cercai di essere il pi affettuoso possibile, durante il pranzo. E anche il


bambino bad a non mettere a rischio la nostra futura collaborazione. Tanto
per cominciare, invece che comandarmi a bacchetta su come apparecchiare, mi
lasci fare. E riusc persino a non mettere bocca sulluso del forno a
microonde, necessario per scongelare i cibi di Salli. Insistette solo, ma con
caute domande, su come avremmo lavorato insieme us anche lui quel verbo
e per quanto. Gli risposi che avremmo lavorato per tanto, tantissimo tempo,
fino a quando non faceva buio, e gli assicurai me lo aveva chiesto mettendo
intervalli di disagio tra le parole che oltre ai suoi colori avrebbe potuto
usare, per pochissimo tempo per, anche i miei. Capii che ci teneva
moltissimo al gioco di quella collaborazione, sicuramente pi che a giocare
con la scala o a ridurmi di nuovo a cavallo, e cominciai a pensare di essermi
intrappolato da solo. Sperai che si stufasse presto, prima che mi stufassi io e,
coi nervi logori che avevo, dessi in escandescenze dimenticandomi che aveva
quattro anni.
Prima di ritirarci in soggiorno, andammo a prendere nella sua camera fogli
e colori. Il bambino volle darmi la mano, come se il percorso fosse un bosco
pieno di pericoli e lui dovesse badare a che non mi perdessi. Mi resi conto che
avevo lasciato il balcone aperto, feci per chiuderlo, ma lui mi chiam, dovetti
aiutarlo a mettere i suoi strumenti di lavoro in una busta. Quando finalmente ci
spostammo verso il soggiorno, mi prese di nuovo la mano e capii che la vera
intenzione del gesto era trattenermi dentro quel clima affettuoso cos
promettente.
Una volta nella stanza si assicur che la sedia non potesse essere avvicinata
alla mia pi di quanto gi era e ci sedemmo. Ma poi sembr ricordarsi di una
cosa urgente e disse: vado a prendere i cuscini. Gli chiesi a cosa servivano e
lui si affann a dimostrarmi che stava molto scomodo e che per mettersi
seduto bene aveva bisogno di cuscini sotto il sedere. Spar, non tornava pi e
mi sentii solo, infastidito dal cielo grigio, dalla luce sonnolenta, dalle piccole
ferite alla gamba e alla natica, dal bruciore della striscia rossa sulla mano.
Quando, malvolentieri, stavo per andare a vedere dovera finito, torn di corsa
portando un cuscinetto blu di quelli che la madre gli disponeva sul pavimento
perch non si raffreddasse. Lo sistem sulla sua sedia, ci si arrampic, e una
volta constatato che stava comodo mi chiese se poteva usare i miei fogli, gli
sembravano pi adeguati dei suoi. Glielo concessi. Solo allora mi appoggiai
alla spalliera, allungai le gambe sotto il tavolo e, mentre Mario aspettava
paziente che gli assegnassi un compito, riesaminai il lavoro di quei giorni.
Foglio dietro foglio, restai sempre pi deluso. Sospettavo gi di non aver
dato il meglio, ma le dieci tavole che avevo messo a punto mi sembrarono
altra cosa da come credevo di averle fatte. Cercai di acquietarmi, di non
esagerare con linsoddisfazione, e mi venne spontaneo rivolgermi al bambino,
che spiava oltre il mio braccio. Avevo bisogno di un parere e lui, l accanto a
me, era lunico che potesse darmelo. Gli chiesi se le tavole gli piacevano. Non
glielo chiesi per gioco ma sul serio, e fu un momento di assoluta verit, me ne
meravigliai io stesso.
A quella mia richiesta Mario divent tutto rosso. Invece di guardare le
tavole, guard me per capire, credo, se il gioco era cominciato. Gli spinsi
davanti i miei fogli ammucchiati luno sullaltro, nellordine secondo cui
intendevo proporli alleditore per limpaginazione, e lui fiss la prima tavola,
sembr berla per gli occhi, una metafora di vecchia data che ho sempre
trovato meravigliosa: cose e persone si sciolgono, diventano liquide, e
locchio si fa bocca e gola mutando lirriducibilit del mondo in una pozione.
Il bambino disse:
Questa lhai fatta chiara, guarda quanto giallo.
Fissai perplesso prima lui, poi la tavola, e mi resi conto che aveva ragione.
Involontariamente, contro le mie ormai radicate scelte stilistiche, avevo usato
molto giallo, o almeno quegli effetti che Mario definiva giallo. Avevo cercato
il suo consenso? Mi venne da ridere, e il bambino se ne accorse, chiese serio:
Ho detto sbagliato?
No, lo rassicurai, no, continua, dimmi cosa pensi. Il nonno contento
di starti a sentire.
Ma in quel momento squill il telefono. Che noia, dissi, e il bambino fu
daccordo con me, esclam: non andare, sono quelli che imbrogliano per
telefono, pap gli urla sempre che non vuole essere scocciato. Il telefono
squill ancora una, due, tre, quattro volte, tenendoci entrambi in tensione.
Vado, dissi, e Mario mi raccomand: grida, cos si spaventano e non
disturbano pi.
Andai in cucina, il cordless non era sul supporto, lavevo lasciato sul
mobile, accanto al lavandino. Risposi. Non era nessuno di quelli che si
guadagnano stentatamente da vivere cercando di rifilare merce di ogni tipo per
telefono, era Betta.
Non avevi detto che chiamavi a ora di cena? le chiesi passeggiando col
cordless allorecchio per il corridoio.
S, ma stasera non posso, Saverio ha il suo intervento alle sette e dopo
abbiamo mille impegni.
Va meglio tra voi due?
No, macch, peggio. cos in tensione per il suo intervento, che sragiona.
Dice che mentre lui ripassa il testo in camera, io mi vedo col mio amico. Per le
sue paranoie, pochi minuti fa, quello stronzo quasi quasi mi prendeva a
schiaffi in pubblico.
A schiaffi?
S.
Digli che se si azzarda, lo ammazzo.
Lo ammazzi? Un attimo prima era lagnosa, adesso scoppi a ridere.
Ti senti bene, pap?
Benissimo. Diglielo.
Ora rideva senza controllo, come faceva da bambina.
Va bene, promise mezza strozzata, riferir: mio padre ha detto che se
mi prendi a schiaffi, ti ammazza.
Non riusciva a calmarsi, le sembrava impossibile che fossi anche solo
riuscito a mettere in parole ci che a me in quel momento pareva una cosa che
avrei fatto con facilit. Buttai l gravemente:
Lascialo, Betta, sei ancora giovane, sei bella e intelligente. Trovati un
altro pi adatto a te, facci un figlio, anzi una figlia.
Rise ancora, ma ormai in modo finto.
Sei pazzo. Come va con Mario?
Ha detto che non ci devi disturbare.
Sono contenta. Che fate?
Disegniamo.
Hai visto com bravo?
Eh, s.
Salutamelo, digli che gli voglio bene, ci sentiamo domani.
Tornai da Mario. Tenevo veramente molto al suo parere, anche se la cosa
mi faceva sentire stupido. Scoprii che nel frattempo aveva guardato tutte le
tavole e le aveva ammucchiate in bellordine alla sua destra. Be, chiesi. Non
disse niente, volle sapere prima chi aveva telefonato, se erano gli imbroglioni
con cui se la prendeva suo padre. Quando risposi che avevo parlato con Betta,
si dispiacque, protest perch non lo avevo chiamato. Feci fatica a convincerlo
che la madre aveva da lavorare e feci fatica a riportarlo alle tavole.
Non vuoi giocare pi? chiesi.
S.
Allora come sono i miei disegni?
Belli.
Sicuro?
Per mi fanno un po paura.
Devono far paura, un racconto di fantasmi.
Scosse la testa poco convinto, torn a esaminare i fogli luno dopo laltro,
ne cercava uno in particolare. Lo trov, me lo mostr:
Questo qui seduto chi ?
Il protagonista del racconto.
Come si chiama?
Spencer Brydon.
Il fantasma lui?
I fantasmi sono quelli dietro al vetro.
Piangono?
Gridano.
Le bocche sono buchi, non ci sono nemmeno i denti. Fagli almeno i denti.
Vanno bene cos. Che mi dici del giallo?
Ci pens, disse:
Il giallo qui brutto.
Mi innervosii, dove indicava lui non cera giallo. Stava giocando anche in
quelloccasione? Mi sembr insopportabile che desse risposte finte. Daltra
parte cosa pretendevo, ero io che avevo aspettative insensate. Chiedere a un
moccioso di valutare il mio lavoro, chiederglielo per un bisogno vero di
rassicurazione, basta, basta. Tagliai corto: va bene, adesso tu fai il tuo disegno
e io il mio. La cosa non gli piacque, discutemmo per un po. Sera fatto lidea
che avremmo disegnato insieme, sullo stesso foglio, e fu difficile convincerlo
che ognuno doveva dedicarsi al proprio lavoro senza disturbare.
Cosa disegno? chiese di cattivo umore.
Quello che ti pare.
Faccio quello che fai tu.
Va bene.
Faccio un fantasma.
Va bene.
Cos lavoriamo insieme.
Va bene.
Ero pronto ad alzare la voce, se mi avesse impedito di concentrarmi, ma
non ce ne fu bisogno. Dopo pochi secondi lo persi, n lui fece alcunch per
ricordarmi la sua esistenza. Sentivo naturalmente di avercelo a lato, ma questo
tutto sommato mi sembr positivo, non dovevo preoccuparmi di lui, avrei
potuto lavorare tutto il pomeriggio a ritoccare o rifare quello che non mi
convinceva, e forse addirittura mi sarei sbarazzato definitivamente di
quellassillo. Se poi leditore non avesse trovato di suo gradimento nemmeno
quel risultato, pazienza, mi sarei inventato altri modi per ingannare la
vecchiaia. La vita era passata, ci che potevo e sapevo fare lavevo fatto. Che
fosse molto, poco, niente, che importanza aveva? Tutto il mio tempo era stato
dedicato con piacere a quella vocazione, e ormai insieme al tempo anche il
piacere era volato via. La mano sentiva sempre pi la stanchezza, ma una volta
il godimento era tale che non me ne accorgevo. Adesso invece linsensibilit
gelata delle dita non si lasciava dimenticare, fiaccava limmaginazione, aveva
la meglio persino sulla mia caparbia autodisciplina. Me ne accorsi, proprio
non mi andava di continuare ad affannarmi, smisi respingendo i fogli. Guardai
ancora una volta il mio quadro rossobl con campanaccio, poi mi rivolsi a
Mario. Era chino sul foglio, quasi lo toccava con le labbra socchiuse, col naso.
Hai finito, chiesi. Non mi rispose. Glielo chiesi di nuovo e lui mi lanci uno
sguardo opaco, disse s, aggiunse:
Tu hai finito, nonno?
Fui io a non rispondergli, questa volta. Aveva sollevato il viso dal foglio, e
riuscivo a vedere il suo disegno, i colori. Niente che potesse essere accostato
alle casette, ai prati incorniciati l nel soggiorno, alle decine di pupazzetti
esposti nella sua stanza. Sul foglio del bambino cera la dimostrazione di una
straordinaria capacit mimetica, di una naturale armonia compositiva, di un
fantasioso senso del colore. Aveva disegnato me, riconoscibilissimo, me
adesso, me oggi. E tuttavia sprigionavo orrore, ero davvero il mio fantasma.
Hai fatto altri disegni cos? gli chiesi.
Non ti piace?
bellissimo. Hai altri disegni come questo?
No.
Di la verit.
Lho detta.
Gli indicai i fogli fissati alle pareti della stanza.
Quelli sono meno belli di questo.
Non vero, piacciono moltissimo alla maestra, a pap, a mamma.
E allora perch adesso hai disegnato cos?
Ho copiato come disegni tu.
Gli presi il foglio, lo esaminai. Mi sentii come se avessi ricevuto uno
spintone cos violento da mandarmi dal centro ai bordi del mondo. E mi
ricordai di un altro urto altrettanto forte, quello che avevo avvertito da
ragazzino quando non sapevo ancora niente delle mie capacit e le avevo
scoperte tra meraviglia e spavento. Ma mentre lo spintone di allora mi aveva
indotto a credere cocciutamente, sempre pi, nella mia assoluta unicit e
centralit quanta spropositata ambizione avevo concepito , lo spintone
originato dal disegno di Mario sentii che rischiava di annientarmi. Reagii
intervenendo per rettificare qualcosa. Il bambino quasi grid per lentusiasmo:
Bravo, nonno, cos pi bello.
Appena mi arrivarono quelle parole cos pi bello , tirai via la nera
punta della matita come se con quella stessi facendo male non al foglio ma a
Mario e distolsi lo sguardo, linee e colori mi stavano avvelenando. Dissi
piano:
S, abbiamo fatto proprio un buon lavoro, oggi.
Divent serio. Assunse un tono finto e guardando la tavola su cui avevo
lavorato fino a qualche minuto prima, mormor sussiegoso:
Veramente buono. Il tuo venuto molto chiaro.
Mettiamo la firma.
Si confuse:
Non la so fare bene. Mi aiuti?
No, ognuno fa la firma come la sa fare.
Ma se sbaglio ti rovino tutto.
Vuoi firmare il mio disegno?
Si adombr.
Abbiamo lavorato insieme.
Va bene: tu firmi il mio e io il tuo?
Grid un s con gioia esagerata e gli passai il mio foglio. Carico di
tensione, tracci in fondo, con un pennarello rosso, lettere irregolari a
stampatello: Mario. Mi stavo accingendo a firmare il suo disegno con lo stesso
pennarello, quando mi blocc, disse: non con il rosso, col verde. Firmai nonno
col verde, aveva ragione, era pi coerente con gli altri colori. Ma intanto
lumiliazione stava montando dal fondo della testa. Mi sembr un sentimento
intollerabile e per liberarmene esclamai: adesso che il gioco finito,
distruggiamo tutto. Gli indicai la mia tavola, quella che aveva appena firmato,
quindi poich mi guardava incerto, con occhi tra lallegria e la
preoccupazione , ne presi unaltra e la feci in mille pezzi.
Scherzetto? chiese piano.
Scherzetto.
Lanci uno strillo acutissimo e collabor a strappare tutto il mio lavoro
con la gioia sfrenata con cui i bambini disfano ci che hanno pazientemente
costruito con laiuto degli adulti. Strappava, buttava i pezzi per aria, strillava,
rideva. Quando fece per lacerare anche il suo disegno, lo fermai afferrandogli
il braccio.
Ahi, si lagn.
Gli tolsi il foglio, dissi:
Questo no, questo lo regali al nonno, che lo conserva.
Ma lui evidentemente considerava quel gioco troppo divertente e,
sorridendomi, con la sfida nello sguardo, cerc di togliermi il foglio. Lo
respinsi, rise. Non avevo capito niente di quel bambino, sembrava ben educato
e non lo era. Mi attacc ancora, contrattaccai. Poich non riusciva a prendermi
il disegno, cominci a lanciare per la stanza matite, pennarelli, colori, il mio
album, accompagnando il lancio di ogni oggetto con il grido ilare: scherzetto.
Provai a imporgli che il gioco era finito, ma non ci riuscii e lo tirai infine gi
dalla sedia, dal suo cuscino, gli intimai:
Adesso rimetti tutto in ordine, subito, prima che litighiamo di nuovo.
Si interruppe, pass rapidamente dalla gioia al broncio.
Per mi aiuti.
colpa tua, quindi farai da solo.
Mi hai detto tu di strappare i disegni.
S, ma non ti ho detto di combinare questo casino.
Stavamo giocando.
Non voglio discutere.
Sei cattivo.
S. E ti proibisco di uscire da questa stanza, se non hai raccolto e messo in
ordine tutte le mie cose.
Che cosa mi stava succedendo. Feci fatica a non minacciarlo con la mano
tesa, di taglio, a un centimetro dalle guance e pronta a dargli uno schiaffo. In
compenso lasciai il soggiorno sbattendomi la porta alle spalle con una forza
tale che un pezzo di intonaco si stacc dallo stipite.

10.

Andai in cucina alla ricerca delle sigarette, le trovai accanto al lavandino.


Sentivo che era accaduto, l in soggiorno, qualcosa di decisivo, ma per mettere
ordine nei sentimenti dovevo concedermi un po di tregua. Rinunciai a fumare,
meglio una camomilla. Spalancai sportelli e cassetti ma a vanvera, non sapevo
nemmeno se in casa ce nera, n volevo chiedere a quel pupazzetto di carne
riottosa. Diosanto, cosa aveva fatto, cosa aveva saputo fare, a un passo da me,
seduto al mio fianco. Avevo bisogno di un posto dove riflettere con calma.
Andai in bagno, orinai con fatica, ne uscii. Avvertii laria fredda, non mi
ricordavo se avevo chiuso la portafinestra nella camera di Mario. Mi pareva di
no, il bambino mi aveva distratto. Andai a verificare: il balcone era rimasto
aperto. Spostai la sedia che ne fermava la porta, guardai fuori, si vedeva
ancora un po di luce viola alla base del cielo nerissimo sopra il Centro
direzionale. Scoprii allora che non cera il secchio, la corda pendeva oltre la
ringhiera. Di nuovo il sangue mi and alla testa. Quando Mario era venuto a
prendere il cuscino, non aveva saputo resistere e si era fermato a calare il
secchio per mandare, contro ogni divieto, giocattoli al suo amico. Presto o
tardi, il padre di Attilio sarebbe tornato a protestare, o peggio sarebbe tornata
sua moglie. Ero arrabbiato, uscii cautamente sul balcone. Cera vento, tirai su
la corda con una nausea indotta da vertigini leggere. Il secchio, meno male, era
ancora pieno di giocattoli. Sentii alle mie spalle Mario che esclamava gioioso:
Nonno, ti faccio uno scherzetto.
Mi girai, gli ordinai:
Non uscire, fa freddo.
Non usc. Spinse la portafinestra con tutte le sue forze e mi chiuse fuori.
Capitolo terzo

1.

Non feci niente. Per un numero interminabile di secondi restai alla


ringhiera con la corda tra le mani, il secchio che ancora penzolava nel vuoto,
la testa girata a guardare lintelaiatura bianca della porta e la lunga lastra dei
doppi vetri. Il rumore del traffico divent insopportabile, cancellava ogni altro
suono. Non riuscivo a sentire il bambino e nemmeno a vederlo. La luce del
giorno era ridotta a riflessi deboli, non ce la faceva a diffondersi nella stanza.
Lasciai andare di colpo la corda, mi mossi lentamente dal bordo estremo del
balcone, distinsi finalmente Mario. Era immobile, fermo con la sua statura
esigua alla base della portafinestra, le mani ancora appoggiate al vetro, gli
occhi furbi. Non dissi nulla, mi pareva di non avere sentimenti. Appoggiai solo
le mani al vetro come se fossi una proiezione della posa in cui era fermo
Mario e spinsi con energia, nella convinzione che fosse il bambino a
impedirmi di rientrare e bastasse la mia forza per debellare la sua. Poich la
porta non si mosse di un millimetro, avvertii finalmente tutta la mia ansia. I
movimenti si fecero frenetici, passai a esercitare con tutto il corpo, ansimando,
una pressione irragionevole sul vetro. Poi mi arresi. Io ero rimasto fuori e
Mario dentro.
Riuscii a non gridare, anche se in quel momento provavo per il bambino
unavversione che mi bruciava gli occhi. Me la presi invece mentalmente con
Saverio. Aveva fatto montare, limbecille, una porta senza maniglia esterna, le
sue uniche preoccupazioni erano state impedire ai rumori di disturbare il
sonno del figlio e impedire ai ladri di entrare nella stanza. Per di pi, sebbene
la porta fosse risultata difettosa, lui, troppo preso dalla smania di tormentare
mia figlia, non si era dato da fare per sostituirla o almeno farla aggiustare.
Come aveva potuto Betta vivere insieme a un uomo cos per tanto tempo e
farci anche un figlio? Mi piegai allaltezza di Mario. Ora vedevo solo le sue
mani pallidissime contro il vetro, il buio si era del tutto mangiato il cielo, il
balcone, la stanza, il bambino. Picchiai piano con le nocche, mi sforzai di
sorridere.
Bello scherzetto, dissi a voce molto alta, adesso, per favore, vai ad
accendere la luce?
Subito, nonno.
Non correre, non farti male.
Anche le manine sparirono, ma per pochi attimi. La luce scoppi nella
stanza, irruppe sul balcone e questo mi calm. Il bambino torn di corsa, era
entusiasta.
Ora che faccio?
Il problema era proprio quello, cosa fare.
Ti metti seduto sul pavimento.
E tu sul balcone?
Certo, acconsentii e con qualche fatica mi accoccolai accanto alla
portafinestra.
Poi?
Un momento.
Avevo bisogno di riflettere e soprattutto di misurare le parole, volevo
evitare che sentisse la gravit di ci che aveva combinato e si spaventasse. Mi
chiese:
Tu mi vedi, nonno?
Certo che ti vedo.
Ti vedo anchio. Ci salutiamo?
Mi salut con la mano per accertarsi che ero di buonumore, lo salutai. Non
gli bast. Batt sorridendo contro il vetro, battei contro il vetro sorridendogli.
Gli cercai lo sguardo. Le pupille brillanti mi riflettevano in forma di figurina,
un pupazzo che, poco prima, gli era passato miracolosamente per le mani ed
era diventato un disegno che mi aveva lasciato senza fiato. Che organismo
minuscolo aveva, e tuttavia quanto mondo, quante parole conteneva gi. Le
incatenava in modo da dare limpressione di capirne bene il senso, e invece
non capiva niente. Era cos in ogni sua manifestazione. Non capiva nemmeno
ci che aveva disegnato e colorato poco prima. Mario era solo il piccolo
ritaglio di una sostanza viva le cui potenzialit come accade a chiunque se
ne stavano compresse in attesa di sviluppo. Nel giro di un paio di decenni, per
comodit, avrebbe messo la sordina a gran parte di s unarea vasta da
dismettere pian piano e sarebbe corso dietro a un qualche abbaglio da
chiamare in seguito il mio destino. Mario, gli dissi battendo le nocche sul
vetro, e lui subito si accese di interesse, non vedeva lora di ricevere ordini. Lo
sai, gli chiesi, che non posso rientrare in casa? Certo che lo sapeva lo so,
nonno ma non ci vedeva niente di male. Ora giochiamo un poco, disse, e poi
rientri. Si immaginava, evidentemente, unepoca indeterminata di divertimenti
lui da una parte del vetro, io dallaltra che quando lavesse annoiato,
sarebbe finita e io sarei tornato nellappartamento.
Mario, gli obiettai, se qualcuno non mi apre, non posso rientrare.
Ti fa rientrare Salli.
Salli viene domani mattina.
Allora giochiamo fino a domani mattina.
Domani mattina lontano, non possiamo giocare tanto.
Devi lavorare?
S.
Tu sei troppo laborioso, nonno. Ora giochiamo, poi ti fa rientrare pap.
Pap torna dopodomani e dopodomani molto pi lontano di domani
mattina.
Allora ti faccio rientrare io. Adesso dimmi cosa facciamo.
Fui l l per perdere il controllo, mi ferm solo limpressione di avere il
cellulare nella tasca dei calzoni, ma non trovai altro che il pacchetto delle
sigarette e i cerini. Il cellulare chiss dovera, non lo usavo da tempo, lultima
telefonata che avevo ricevuto o di cui mi ero accorto: lo tenevo stabilmente
senza suoneria era stata quella delleditore. Il bambino batt forte contro il
vetro, non tollerava che mi distraessi. Forse stavo sbagliando, dovevo
terrorizzarlo, fargli capire bene in quale guaio ci aveva ficcati. Ma ormai
avevo preso quel tono fintoaffettuoso e continuai a usarlo.
Mario, dissi, sai dov il telefono di casa?
Si entusiasm.
Il cordless?
Il cordless.
Certo che lo so.
Riesci a prenderlo?
S.
Senza salire su una sedia?
S.
Stava per correre via, battei le nocche sul vetro:
Aspetta.
Gli dissi che doveva fare prima unaltra cosa: prendere un foglio che stava
sul ripiano accanto ai fornelli del gas e portarmelo.
Di corsa?
No, senza correre.
Appena restai solo, avvertii il freddo e mi resi conto che ero in ciabatte e
pullover leggero. Ma sarei rientrato in casa presto. Sul foglio delle istruzioni
Betta mi aveva lasciato non so che numeri per ogni evenienza. Mario era cos
pratico di telefoni e telecomandi, che sarebbe stato abbastanza facile fargli
comporre uno di quei numeri e chiedere aiuto. Guardai di sotto, nel cortile: era
un pozzo buio, nessuna delle finestre, nessuno dei balconi impilati luno
sullaltro, spandeva chiarore. La via invece alla mia sinistra, un ampio canale
trafficatissimo, era ben illuminata, muoveva dalle luci della stazione e
proseguiva festosamente lungo una catena di fanalini rossi e una di fari che
scorrevano a passo di lumaca in direzioni opposte. Il clamore delle voci, il
rumore dei motori impazienti, era violentissimo. Mi sentii pi debole del
solito, e non per lo sfinimento fisico ma per il disegno stupefacente che aveva
fatto Mario. Nemmeno langoscia di quella situazione riusciva a cacciarlo via
del tutto.
Il bambino torn di corsa, urt felice contro il vetro, ci appoggi il foglio
con tutte due le mani. Mi accovacciai, tolsi gli occhiali. Giralo dallaltro lato,
gli dissi. Lo gir. Tra i numeri segnati da Betta cera quello di Salli, mi sentii
sollevato. Gli chiesi di lasciare il foglio sul pavimento e andare a prendere il
cordless. Rispose con qualche incertezza:
Ci sono gi andato.
E allora?
Non sta al suo posto.
Che dici?
Tu non ce lhai rimesso.
Lansia si impenn. Colpa mia, s, avevo parlato con Betta a ora di pranzo e
poi dovevo essermi distratto. Che testa, facevo una cosa, pensavo a unaltra, la
vita sfiatava. Cercai di concentrarmi, ma il bambino fremeva, chiedeva di
continuo battendo sul vetro: nonno, adesso che faccio? Adesso, mi dissi, devo
ricostruire i miei movimenti. Mi ero servito per la prima volta del cordless la
sera prima. Betta aveva chiamato e io le avevo parlato girellando per casa. Poi
ceravamo salutati, avevo rimesso il telefono al suo posto, o comunque in
cucina. Quando infatti cera stata la telefonata di oggi nonno, che faccio?
era l che avevo trovato lapparecchio. Poi per la conversazione con Betta era
avvenuta tutta in corridoio, questo lo ricordavo benissimo. E alla fine nonno,
allora? ero andato subito da Mario, in soggiorno. Il bambino colp il vetro
con entrambe le mani per segnalarmi la sua impazienza. Ebbi uno scatto,
esclamai: basta. Lui batt le palpebre per la sorpresa e ritrasse i palmi dal
vetro, aperti come in un gesto di resa. Rest a bocca socchiusa. Mi pentii
subito, ci mancava solo che tornasse a piangere o si indispettisse e non
collaborasse pi. Gli sorrisi, aggiunsi: scusa, il nonno stava pensando; ma
adesso so dov il telefono, lho lasciato sicuramente in soggiorno, va con
calma, lo troverai sul tavolo. Si rasseren subito, fece passi esageratamente
lenti verso la porta, fu inghiottito dal corridoio.
Il cielo ebbe qualche bagliore lontano. Dovevo muovermi un poco per
combattere il freddo. Mi rimisi in piedi, ma non mi mossi, non mi fidavo di
quel pietrame artificialmente disteso sul vuoto che vibrava per il traffico delle
auto, dei treni. In realt non mi fidavo di niente, in quel momento, n del ferro,
n del cemento, n di tutti gli edifici della citt. Stava riemergendo il senso
della precariet di ogni cosa che Napoli mi aveva trasmesso fin
dalladolescenza e che a ventanni mi aveva fatto scappare via. Riesumai
lagglutinarsi di costruzioni e corruzioni selvagge, di saccheggi e latrocini. Mi
ricordai di come ogni attimo della vita in quella casa, in quel quartiere, era
stato segnato dalle dita di mio padre sulle carte da gioco, dal suo bisogno
rapace di brivido che lo spingeva a giocarsi la nostra stessa sopravvivenza.
Avevo lottato con tutte le mie forze per separarmi da lui, da tutti i progenitori,
dalla citt guasta, e dimostrare che ero diverso. La forza mi era venuta da una
mia supposta eccezionalit. E ora questo bambino che chiss quali specie di
ominidi si portava nelle vene questo bambino che sarebbe cresciuto con
mani larghe, gambe grosse, meschinamente geloso come il padre, cortese per
finta, insomma quanto di pi distante cera da me allimprovviso, sotto i miei
occhi, aveva fatto un disegno inatteso e solo per imitarmi. Se lera estratto da
dentro per gioco, lo aveva cavato dalla sua carne profonda, da chiss quale
acido nucleico, da quale fosforo e azoto. E cos mi aveva rivelato che
custodiva in s la stessa potenza che mi ero attribuito da piccolo come un
segno distintivo. Non si trattava dunque solo di un mio dono. Anzi, poich si
manifestava in lui e forse in chiunque persino nel barista dellaltra mattina ,
esso non mi definiva come avevo sempre creduto. Capii cosa mi era successo
in soggiorno. Il disegno di Mario mi aveva tirato via dal corpo lidea che
avevo di me. Ebbi un brivido, mi raccolsi contro il vetro come se la luce della
stanza potesse riscaldarmi.
Tac, tac, tac, Mario era tornato. Batteva il cordless sul vetro, laveva
trovato. Bravo, gli dissi. Lo vidi molto eccitato, aveva guance rosse, occhi
entusiasti. Chiese:
Adesso, nonno?

2.

Mi sembr che le cose si stessero mettendo bene.


Adesso prendi il foglio e me lo tieni contro il vetro, dissi.
Perch?
Devo imparare il numero di Salli.
Obbed. Io ripetei pi volte a fior di labbro il numero cercando di
concentrarmi; quindi, poich temevo di dimenticarmelo, lo scandii a Mario ad
altissima voce e gli chiesi di ridirmelo. Lui grid, felice che lo sottoponessi a
quella prova:
Tretrecinqueunozerodueunonoveduecinque.
Bravo, ancora.
Tretrecinqueunozerodueunonoveduecinque.
Ora telefoniamo.
Il bambino sedette sul pavimento.
Siediti pure tu, nonno.
Sedetti a fatica il pi vicino possibile al vetro. Lui ripet le cifre tra s e s
pigiando sui tasti. Pochi secondi e strill:
Ciao, Salli, come stai? Io bene.
Sospirai di sollievo, gridai a mia volta:
Dille che sono rimasto chiuso sul balcone e che deve venire subito con le
chiavi.
Ma il bambino mi ignor.
Mamma e pap non sono ancora tornati. Io sto col nonno, benissimo. Per
lui ha sbattuto una porta cos forte che mi sono spaventato. Ora sta sul balcone
e stiamo giocando a telefonare. Ciao, Salli. Ciao ciao ciao ciao.
Allontan il telefono dallorecchio e mi guard:
Faccio unaltra telefonata?
Salli, io strillai coprendo la sua voce, non riattacchi per favore. Sono
sul balcone, sono chiuso fuori. Ho bisogno di aiuto, Salli.
Il bambino mi guard incerto, dovevo avere unespressione terribile. Disse:
Non c Salli.
Non c perch tu hai interrotto la telefonata.
Io non ho interrotto, mormor.
Tirai un lungo sospiro:
Richiamala: te lo ricordi il numero?
Tretrecinqueunozerodueunonoveduecinque.
Bravo. Rifallo.
Premette qualche tasto, pochi per tutti quei numeri. Lo fece velocemente,
con finta sicurezza, e una parte di me cominci a chiedersi fievolmente se
stava telefonando sul serio.
Mario, per favore, rif il numero e mettici molta attenzione, dissi.
Gli trem il labbro inferiore.
Veramente o per gioco?
Veramente. Avanti: 3-3-5.
Mi interruppe:
Non so telefonare veramente, nonno.
Tacqui, non riuscivo a capire. Chiesi:
Non conosci i numeri?
Solo uno, zero e dieci.
E il telecomando? Componi il numero del canale dei cartoni e non sai
usare il telefono?
Sono piccolo, rispose, e mi sembr che ne soffrisse. Per cera poco da
fare, era piccolo sul serio e i genitori, pur essendo matematici, con le parole
avevano abbondato, coi numeri no. Quando Mario si serviva del telecomando
per andare sui canali coi cartoni, ricorreva alla memoria visiva. Ma col
telefono non ce la faceva, premeva tasti a caso. Si stava impegnando anche
adesso, nervosamente, per darsi un contegno. Gli guardai le dita saltellanti,
pensai: forse risponder qualcuno comunque, e stavo gi per gridargli: basta,
senti se dicono pronto. Ma mi resi conto solo allora che i tasti non davano
suono, che il display era buio, che il cordless insomma era scarico.
Per favore, dissi, va a rimettere subito il telefono a posto.
Ma forse perch per il freddo facevo fatica a pronunciare con chiarezza le
parole, forse perch la richiesta non era stata abbastanza perentoria, Mario non
si mosse.
Non giochiamo pi? chiese fissando il cordless.
No.
Perch non so telefonare veramente?
No, perch il telefono non funziona.
Si pu giocare benissimo col telefono che non funziona, io e pap lo
facciamo: sei tu che non vuoi giocare.
Mario, poche storie, va a rimettere il telefono a posto.
Il bambino si alz, ma lasci il cordless sul pavimento. Disse:
colpa tua se non funziona, sei tu che non lhai rimesso a posto. Mamma
dice che pensi sempre ai fatti tuoi.
Va bene, ma obbedisci.
No, vado a vedere i cartoni.
Usc dalla stanza sebbene strillassi:
Torna qui, Mario, mi devi aiutare. Anche aiutarmi un gioco.
Pass un minuto, ne passarono due, sperai che si fosse nascosto da qualche
parte in attesa di un nuovo richiamo che gli permettesse di fare la pace. Non
successe. Battei contro il vetro, tornai a gridare ma questa volta con tono
suadente: Mario, vieni, mi venuto in mente un gioco bellissimo. Ed era vero,
volevo mandarlo a cercarmi il cellulare. Col telefonino tutto sarebbe stato pi
semplice: avrei potuto indicargli il simbolo delle telefonate gi fatte, poi il
nome di sua madre, e una volta chiamata Betta, lei avrebbe potuto mettersi in
contatto con Salli e mandarmela. Ma per tutta risposta la casa risuon delle
vocine e vociacce dei cartoni a un volume altissimo. Mi sgolai Mario, Mario,
Mario inutilmente: era chiaro che non voleva sentirmi. Daltra parte, se pure
mi avesse sentito, se pure fosse tornato al balcone, dove avevo lasciato il
cellulare?
Feci fatica a ricordarmelo e quando ci riuscii mi depressi ancora di pi. Il
telefono era proprio di fronte a me, pochi metri oltre i doppi vetri. Lavevo
appoggiato sul ripiano pi alto di una scaffalatura, in mezzo a ninnoli che
erano appartenuti a Betta adolescente, e lavevo fatto per impedire che Mario
potesse prenderlo. Infatti non ci sarebbe mai potuto arrivare, nemmeno
salendo su una sedia. Ma se anche ci fosse riuscito, non sarebbe servito a
niente. Mi ricordai in quellistante che da almeno tre giorni non lo mettevo in
carica, il cellulare era di sicuro inutilizzabile quanto il cordless.
Che stupida imprevidenza, badavo solo allinessenziale. Me ne restai
acquattato contro il vetro, avevo paura persino di mettermi in piedi. Ero come
quelli che detestano volare e stanno tutto il tempo senza andare in bagno, senza
nemmeno accavallare le gambe, per il terrore che se solo lasciano il loro
posto, laereo si squilibri, pencoli, si capovolga e fili gi a schiantarsi. Daltra
parte dovevo pur escogitare qualcosa, gridare, cercare che so di attirare
lattenzione dei vicini, dei passanti. Ma come? Mi trovavo al sesto piano,
decentrato in rapporto alla strada, sopraffatto dal rumore. Senza contare che,
se nessuno pareva accorgersi delle voci altissime dei cartoni animati, chi mai
avrebbe fatto caso alle mie grida strozzate dal freddo? Sospirai, stavo
accampando scuse e lo sapevo. Ci che veramente mi impediva di sbracciarmi
e invocare aiuto era la vergogna. Io avevo voluto essere pi di quello spazio
dovero cresciuto, avevo cercato il consenso del mondo. E ora che ero alla
fine e tiravo le somme, non sopportavo di apparire come un omino isterico
che grida aiuto dal balcone della vecchia casa in cui stato ragazzino, quella
da cui scappato pieno di ambizioni. Mi vergognavo di essere chiuso fuori,
mi vergognavo di non aver saputo evitarlo, mi vergognavo di scoprirmi senza
la controllata pienezza di me che mi aveva sempre impedito di chiedere aiuto a
chicchessia, mi vergognavo di essere un vecchio fatto prigioniero da un
bambino.
Il bambino appunto: chi mi assicurava che fosse davvero seduto in poltrona
davanti alla tv? Forse stava girando per casa, preda di tutte le parole che gli
avevano imprudentemente inoculato i genitori. Poteva accendere il gas. Poteva
dar fuoco e darsi fuoco. Poteva aprire i rubinetti dellacqua e allagare ogni
cosa. Poteva annegarsi nella vasca da bagno o sfregiarsi con le lamette del
padre. Poteva arrampicarsi sui mobili, rovesciarseli addosso, restare
schiacciato. Limmaginazione cominci a moltiplicare i pericoli e pi
aumentava langoscia per la sorte di Mario, pi lui con uno slittamento
incongruo mi pareva un nemico, un nemico gi adulto, gi potente. Ritorn
lo sguardo che mi aveva lanciato quando aveva detto: vado a vedere i cartoni.
Non avevo mai avuto quella sua forza, la forza di dire: o fai come ti dico o
peggio per te. Ero stato, per quel che ricordavo, un bambino umbratile. Certo,
avevo covato spesso densi sentimenti cattivi, ma avevo sempre imboccato vie
oblique per esprimerli. Mario invece possedeva i cromosomi di chi affronta
chiunque gli si opponga e lha vinta. O chiss, adesso esageravo, era soltanto
un qualsiasi bambino che faceva cose da bambino. Il problema ero io, che
avevo dilapidato tutta la mia vitalit e ormai mi esasperava anche solo
avvertire lenergia in quel corpo minuscolo. Persino le mie capacit artistiche
riuscito a svilire, pensai. Mi aveva dimostrato che poteva apprendere da me,
in poco tempo, tutte le cosette che sapevo fare. Mi aveva dimostrato che era
capace di farle meglio, subito, adesso, a quattro anni. E questo perch io
intuissi cosa avrebbe saputo fare in seguito, a crescita conclusa, quando nel
caso che avesse imboccato la mia stessa strada ridimensionando le mille altre
sue possibilit di bestiola feroce mi avrebbe cancellato con la sua bravura,
avrebbe cancellato ogni memoria delle mie opere, mi avrebbe ridotto a un
parente con unesile vocazione creativa, a un grumo di tempo mediocremente
impiegato.
Mi decisi a rimettermi in piedi, dovevo trovare una soluzione. Diedi uno
sguardo cauto di sotto, tenendomi saldamente alla ringhiera. Qualche luce
adesso era accesa. Non vedevo bene ma mi parve che fosse illuminato il primo
piano, il chiarore si spandeva sul buio del cortile. Forse pensai posso
contare sullinimicizia della madre di Attilio. Progettai di provocarla calando
il secchio coi giocattoli, mi proposi di indispettire lei e il marito facendo
oscillare il recipiente davanti alla loro portafinestra. Lo feci ma sentendomi
stupido, un ultrasettantenne che gioca come un ragazzino. Verificai che il
secchio penzolasse allaltezza del primo piano, a occhio e croce mi convinsi di
s. Con la sinistra mi tenni alla ringhiera, con la destra impressi alla corda un
movimento oscillatorio sperando che nella chiazza di luce apparisse qualcuno
imprecando. Niente. Desolato, lasciai per un po il secchio a penzolare, il
cuore mi batteva nella testa. Poi, sempre tenendomi con la sinistra, strattonai
un po la corda, la mollai di scatto, pi volte. Niente, niente. Allora tirai su il
secchio con rabbia, lo feci in un lampo, era leggero. Volevo lanciare di sotto i
giocattoli, provare a colpire il balcone. Ma quando il secchio fu a portata di
mano, scoprii che era vuoto.

3.

La cosa mi rese felice, qualcuno in quei pochi minuti aveva preso i


giocattoli. Era stato Attilio? Sua madre? Il padre? Chiunque di loro lavesse
fatto, si sarebbe innescata una reazione. La donna soprattutto si sarebbe sentita
insultata, sarebbe corsa qui a scampanellare con rabbia. Ah, benedetta la
rabbia. Ora bisognava semplicemente trovare il modo per indurre Mario a
spegnere il televisore o almeno abbassare il volume, cera il rischio che n io
n lui sentissimo il campanello.
Tornai alla portafinestra, il secchio ancora in mano. Cominciai a battere
con il palmo libero gridando: Mario, torna dal nonno, ti devo dire una cosa
bellissima. Mi pulsavano le tempie, mi faceva male la gola, gelavo. Finii per
cambiare tono quasi senza volerlo: Mario, che stai facendo, non farmi
arrabbiare, torna subito qui. E mentre strillavo sempre pi fuori controllo,
forse per lo sforzo, forse per colpa dellemoglobina e la ferritina, mi si par
davanti, oltre i doppi vetri, uno spettacolo ripugnante. La parete di fronte,
quella a cui era accostato il mio letto, era un enorme pezzo di lardo segnato da
strisce di magro rossastro, e dal grasso si protendevano numerosissime facce
malvagie.
Chiusi gli occhi, li riaprii. Il lardo era ancora l, gremito di piccoli volti
vivi, e mi diede una nausea forte. Atterrito, cercai di cacciar via lallucinazione
con altre immagini, ma ci riuscii solo sostituendola con una che mi sembr
pi immediatamente minacciosa. Vidi la porta dingresso alla quale Mario
sarebbe dovuto correre, se qualcuno degli inquilini del primo piano avesse
scampanellato. Fu una visione iperrealistica, evocai le due ante marrone, il
ferro scuro della blindatura, la maniglia, il pomo del paletto. E mi resi conto
che seppure fosse venuta su tutta la famiglia: padre, madre, Attilio, i suoi
fratelli; seppure avessero suonato con furiosa persistenza; seppure io fossi
riuscito a comunicare con Mario e a mandarlo alla porta; il bambino non
sarebbe mai stato in grado di aprirla, perch io stesso lavevo chiusa
dallinterno per evitare che scendesse di nuovo dal suo amico. Al pomello
dottone del paletto Mario poteva arrivare solo usando la scala. Ma non ce
lavrebbe mai fatta a trasportarla dal ripostiglio, aprirla, collocarla al modo
giusto. E se pure ce lavesse fatta, a cosa sarebbe servito? Le mani del bambino
non avrebbero avuto la forza di far ruotare il pomello per le due mandate
necessarie ad aprire.
Pass un lunghissimo attimo. Sono stufo, pensai, ho freddo, sta per piovere,
non voglio morire su questo balconcino che detesto, ora spacco tutto. E poich
non mi venne in mente nessuna controindicazione, passai il secchio nella mano
destra e colpii il vetro con quel poco di forze residue che avevo. Mi aspettavo
che si riducesse in mille schegge, cercai di tenermi a qualche distanza per non
ferirmi. Ma il secchio diede il suono di una pallina di gomma contro un
ostacolo e rimbalz senza fare danno. Allora smarrii ogni ragionevolezza e
passai a colpi accaniti, luno dietro laltro, accompagnati da grida che
parevano a me stesso lacerazioni della gola. Poich al vetro non accadeva
niente, smisi stremato, sentii male al polso, me lo strofinai. Ma gi stavo per
passare ai calci e solo perch mi ricordai in tempo che ero in pantofole, che
mi sarei rotto le ossa senza far danno alla portafinestra, ci rinunciai.
Comero diventato fragile. Se una volta credevo a ogni mio gesto, se
pensavo che un solo tratto di matita ben concepito sarebbe riuscito a spaccare
in due una montagna, ora anche i vetri erano troppo per me. Mi vidi riflesso
col secchio in mano, gambe larghe, chino in avanti, la faccia con grotte
profonde sotto le arcate sopraccigliari, la curva ampia degli zigomi sopra le
guance secche. Cos, al vento, schiacciato dalla nerezza del cielo, ferito nei
nervi dal clamore della strada, intirizzito, mi trovai allimprovviso comico.
Ecco un uomo di settantacinque anni, malconcio, scapigliato, pantaloni
cascanti: dovrebbe badare a un bambino e invece incapace di badare a se
stesso. Ripensai allidea di Mario di tirar su il vuoto col secchio e mi venne da
ridere. Forse era davvero lunico modo per venire fuori da quella situazione:
calare il secchio una due tre mille volte, annullare labisso, scavalcare la
ringhiera e andare a cercare aiuto. Bisognava lavorare con pazienza, con
diligenza, secchiate e secchiate di tutta la vuotezza che aveva atterrito mia
madre, che adesso spaventava me. Il balcone, a quel modo, sarebbe stato
nientaltro che una scheggia di pietra stretta tra i doppi vetri dellappartamento,
le vetrate della stazione, i vetri delle auto e delle case di fronte, solidamente
incastrato dentro un tutto ben congegnato. Il bambino aveva occhio. Cosera,
cosa sarebbe diventato crescendo? Io, da ragazzino, mi ero sentito
orgogliosamente il crogiolo delle pi svariate aspettative di mia madre. Lei si
accendeva di fierezza quando il maestro le diceva: questo bambino fuori del
comune, crescendo far grandi cose. Tornava a casa forte delle parole
autorevoli della scuola. Si fidava. Non avevamo nessuno in famiglia di cui si
ricordasse che aveva fatto grandi cose. Nemmeno tra amici, conoscenti e vicini
di casa ce nerano. Quelli che facevano grandi cose erano figure rare, non ne
incontravi, non ci potevi parlare, non li potevi toccare. Io solo cero, fuori del
comune, glielaveva assicurato il maestro. E lei lo raccontava a mio padre, a
chiunque, cosa che mi causava una grande contentezza. Di quella frase ero
colmo fino agli occhi, ne sono stato colmo per tutta la vita, anche se dubbi ne
ho avuti parecchi. Coserano realmente le grandi cose? Cosa le distingueva
dalle piccole? Dovera lautorit che stabiliva se le mie cose erano grandi o
piccole? E poi, negli anni, la concorrenza era enormemente cresciuta. Finch
aspiravamo in pochi a grandi cose, credere alla nostra natura straordinaria era
stato un atto privatissimo di fede. Sentirci unici cera venuto facile, e darne
prova mah, era bastato qualche piccolo successo, un po di presunzione,
lesibizione di segni di depressione o follia che ben quadravano coi luoghi
comuni sul talento. Col tempo, per, leccezionalit era dilagata. Gi
quarantanni fa gli eccezionali hanno cominciato a premere numerosissimi
contro le porte strette delle fabbriche di arte e cultura. Finch adesso me lo
dicevo spesso, brontolando in solitudine nella casa di Milano leccezionalit
diventata un vocio disperato di massa lungo le infinite rotte delle televisioni
e di internet, uneccellenza diffusa, mal pagata, spesso disoccupata. Riflettevo
cos gi da qualche anno, confusamente, e quei pensieri a tratti mi
deprimevano. Cosero stato, in realt? Avevo semplicemente fatto parte
dellavanguardia che aveva aperto la strada alla folla odierna di creativi? Ero
stato tra quelli senza blasoni che, pi di mezzo secolo fa, avevano dato il via a
una illusione sempre pi massiccia di grandezza? A pensarci, ero diventato
vecchio nella convinzione che, per tagliar corto con i dubbi, dovesse arrivare
presto o tardi qualche formidabile evento capace di definirmi con estremo
nitore. Laccidente che attendevo da sempre era unopera mia indiscutibilmente
grande che, irrompendo nel mondo, provasse che non presumevo di me. Ora
levento chiarificatore era arrivato e per di pi nella citt delle origini. Non si
trattava di unopera, si trattava di quella ridicola prigionia sul balcone della
prima adolescenza. A causarla era stato un bambino petulante, Mario, che
aveva voluto giocare col nonno a fare lartista e per gioco mi aveva strappato
dal corpo, in un baleno, la pienezza indotta dalle lodi ormai lontanissime di
maestri e professori, per gioco mi aveva chiuso fuori. La verit, l, esposto al
vento gelato e alla minaccia di pioggia, mi sembr finalmente evidente. Il mio
corpo non si era svuotato di energie soltanto negli ultimi mesi per colpa
dellintervento chirurgico. Il mio corpo era stato vuoto sempre, fin
dalladolescenza, fin dallinfanzia, fin dalla nascita. Avevo preso un abbaglio
su me stesso, ero diventato per mia caparbiet quello che non ero adatto a
diventare. Certo, avevo lavorato sodo e avevo avuto fortuna. Alle lodi
dellinfanzia si erano saldati un discreto consenso e un cospicuo successo. Ma
non cera scampo, ero senza virt, ero vuoto. Il precipizio non si trovava oltre
la ringhiera, il precipizio era in me. E questo non riuscivo a sopportarlo. Il
secchio me lo sarei calato dentro dalla bocca, pur di tirarmi via la vuotezza.
Mi toccai la fronte: gocce di pioggia. Lanciai con rabbia il secchio oltre la
ringhiera, mi precipitai alla porta, ci urtai contro. Mario, chiamai con tutta la
voce che avevo, e con sorpresa me la sentii risuonare cos forte, che mi
immobilizzai, tesi lorecchio. Musiche e vocine e versacci dei cartoni animati
erano cessate. Il bambino finalmente doveva aver spento il televisore.

4.

Attesi in ansia. Mario comparve con unespressione contenta, aveva ancora


negli occhi chiss quale personaggio dei cartoni.
Lui, disse divertito, lo inseguiva, nonno, ed andato a sbattere contro
un albero.
Non chiesi chi fosse lui, avevo troppa paura che attaccasse a spiegarmelo.
Ti ha fatto ridere?
S.
Bene. Ora faresti una cosa per me?
Subito.
Puoi provare a girare questa maniglia come fa tuo padre quando la porta
bloccata?
Devo prendere una sedia.
Non c bisogno, ce la fai anche cos.
Per per farlo bene devo essere alto come pap.
Non aspett che gli dessi il permesso, and a una delle sedie della stanza e
la spinse fino alla portafinestra.
Fa attenzione.
Sono bravo.
Si arrampic sulla sedia mentre mi dicevo trepidando: se cade e si fa male,
che faccio? Ma non cadde. Ritto in piedi, afferr la maniglia.
Ci devi mettere forza.
Lo so.
A labbra strette, occhi attenti, spost la maniglia in alto e in basso, poi grid
entusiasta: fatto. Spinsi cautamente la porta. Non aveva fatto un bel niente, la
porta era chiusa.
Bravo. Vuoi riprovare?
Ho aperto.
Mario, non un gioco, riprova. La porta si deve aprire veramente.
Evit il mio sguardo, fiss il pavimento.
Ho fame.
Mi fai il favore di riprovare?
Ho fame, nonno.
La pioggia era arrivata, me la sentii gelida sulle orecchie, sul collo. Dissi:
Se vuoi mangiare, mi devi far rientrare in casa. Riprova.
Piagnucol:
Non ho fatto nemmeno merenda, glielo dir a mamma.
La maniglia, Mario.
No, si arrabbi, ho fame . E senza preavviso salt gi dalla sedia
facendomi balzare il cuore in gola.
Tutto bene? chiesi.
Si rimise in piedi.
So saltare meglio di tutti, allasilo.
Chiss quante cose riteneva di saper fare meglio di tutti. E chiss quanto
tempo avrebbe impiegato ad assottigliare il numero di quei primati, a ridurli a
uno o due, a concludere che non brillava sul serio in alcunch. Dissi:
Sicuro che non ti sei fatto niente? Perch ti strofini la caviglia?
Ho un pochino male proprio qui. Vado a prendermi qualcosa da
mangiare, cos mi passa.
Mario, lo chiamai mentre lui, fingendo di zoppicare, si accingeva a
dileguarsi di nuovo, aspetta, ho fame anchio.
Ti porto un po di pane.
Non ti azzardare a tagliare il pane col coltello, gridai quando aveva gi
imboccato il corridoio.
Ma era sufficiente quellunica proibizione? Quante cose ancora avrei
dovuto vietargli? Prepararsi un toast. Farsi una frittata. Usare il microonde per
scongelare i cibi di Salli. E tanto tanto altro. Aveva tutto lappartamento a
disposizione per dare verosimiglianza alla recita dellomuncolo onnisciente.
Saverio lo aveva addestrato a troppe cose inadatte ai suoi quattro anni e lui si
proteggeva col gioco. Poteva convincersi di saper fare tutto soltanto perch
giocare gli permetteva di nascondersi i fallimenti. Quanto era abile a mimare
competenze, con quale disinvoltura se le sapeva attribuire. Mi ricordai dei
tempi lontani in cui ai bambini si parlava con un gergo da bambini. Era una
lingua pazza ma marcava distanze, non cera ancora questo spingere i piccoli
dentro le verbalizzazioni dei grandi per poi vantarsi della loro grande
intelligenza. Io e mia moglie eravamo stati tra quelli della nostra generazione
che avevano buttato via parole tipo la bua. Betta parlava a tre anni come un
libro stampato, forse ancor pi di suo figlio. Ne eravamo stati fierissimi, la
esibivamo interrogandola come si interroga un pappagallo. Il risultato?
Uninfanzia sovradimensionata, seguita dallo scontento di non riuscire mai a
dare quanto si sentiva votata a dare. Forse perci diceva a Mario: ti faccio tott
sulle manine.
Tott, a dire il vero, in quel momento glielavrei fatto volentieri anchio.
Stavo per lanciare al bambino un altro urlo e intanto mi riparavo i capelli
con una mano, lumido avrebbe inciso sulludito, avrei avuto mal di testa, mal
dorecchi, mal di collo, la febbre , quando mi sembr di udire una
scampanellata. Attesi col fiato sospeso. Quelli del primo piano avevano trovato
i giocattoli e la madre di Attilio sera decisa a una spedizione punitiva? Mi
concentrai, cercai di escludere i rumori del traffico. S, ecco unaltra
inequivocabile scampanellata. Battei contro il vetro, Mario, Mario, Mario. Il
bambino questa volta arriv di corsa:
Il campanello, nonno, mamma.
Non mamma. Per favore, puoi fare attenzione a quello che ti dico?
mamma, vado ad aprire.
Non puoi aprire, Mario, stammi a sentire: ora tu corri alla porta e dici pi
forte che puoi esattamente cos: mio nonno rimasto chiuso sul balcone,
chiamate qualcuno. Ripeti.
Mario scosse la testa.
Io so aprire benissimo, mamma.
Dissi, forzandomi a un tono calmo:
Mario, ti assicuro che non mamma e che non sei in grado di aprire, c
il paletto. Va alla porta e ripeti quello che adesso ti dico: mio nonno rimasto
chiuso sul balcone, chiamate qualcuno.
Nuova scampanellata nervosissima. Mario non resistette, grid: vado, e fil
via.
Restai in attesa, la pioggia stava diventando pi fitta. Per quanto tendessi
lorecchio, sentivo poco a causa del traffico. Mi immaginai che il bambino
avrebbe provato comunque ad aprire. Mi immaginai che avrebbe trascinato
alla porta una sedia per cercare di arrivare al pomo dottone. Era un animale
cocciuto, dubitavo che avrebbe detto subito la frase che gli avevo chiesto di
dire. Ma speravo che alla fine, addomesticato comera, lo avrebbe fatto per il
solo piacere di pronunciarla. Feci attenzione a ogni minimo suono e malgrado
un tuono mi arriv unaltra scampanellata. Chiunque stesse in attesa sul
pianerottolo, si sarebbe accorto di Mario dietro la porta, escludevo che il
bambino se ne sarebbe rimasto in silenzio. Forse non avrebbe detto
esattamente ci che gli avevo raccomandato di dire, ma qualcosa avrebbe di
sicuro strillato. Ci contavo, e intanto lansia mi divorava. Nessunaltra
scampanellata. Quelli del primo piano avevano desistito o era cominciato un
dialogo?
Mario riapparve nella stanza.
Non era mamma, disse.
Chi era?
Ho aperto e non cera nessuno.
Di la verit, Mario, hai aperto sul serio?
Guardava il pavimento, era scontento.
Vado a mangiare.
Aspetta, rispondimi: hai aperto sul serio o stai giocando?
Ho malissimo alla pancia, nonno, e adesso ho fame veramente.
Ti ricordi che dovevi dire: il nonno sul balcone, non pu rientrare?
Lhai detto?
Uffa, non voglio giocare pi, ho fame.

5.

Se ne and mogio. In quale guaio mi ero infilato, ero stufo di tutto,


soprattutto del bambino. Per colpa sua mi trovavo sotto la pioggia, che adesso
era intensa. Voltai le spalle alla stanza, odiavo quellappartamento, cercai di
incollare la schiena il pi possibile al vetro per non bagnarmi. Lacqua
arrivava col vento, raffiche ululanti come nei romanzi gotici, e le gocce
disegnavano intorno alla mia ombra distesa sul balcone un mobile ricamo
scintillante. No, non cera proprio modo di ripararsi. La pioggia mi invest
con forza, si inzupparono i pantaloni, le pantofole, il pullover. Cascate
chiassose precipitavano dal cornicione, il cielo lampeggiava di continuo e
seguivano tuoni interminabili. Dalla strada subito allagata si levavano inutili
concerti di antifurto. Ma soprattutto mi pareva che fosse il buio del cortile, del
piazzale, a ingoiare la maggiore quantit dacqua. Da quella tenebra si levava
un gelido turbinio come se il balcone illuminato fosse un ponte e di sotto
scorresse un torrente vorticoso.
Questo mi spavent, mi girai a guardare nella stanza per vedere se Mario
tornava. Era caduto dalla sedia dopo aver cercato di girare il pomello, perci
era cos di cattivo umore? Era tornato in cucina dimenticandosi di me, tutto
preso dal suo bisogno di mangiare? E in cucina cosa stava facendo? Se se ne
fosse andata la luce nel quartiere, e tutta la casa fosse rimasta al buio, e il
bambino fosse rimasto a cavarsela da solo, e io ancora pi solo, sotto la
pioggia? Battevo i denti ormai senza controllo, mi pareva di non saper pi
respirare. Dai capelli bagnati lacqua mi sgocciolava negli occhi, nel collo,
nelle orecchie, e il cuore mi faceva male per langoscia. Cominciarono a
tormentarmi le immagini che io stesso avevo inventato in quei giorni: la
vecchia casa entrava nella casa di oggi; gli abbozzi schizzavano via dai fogli
formando unonda di vecchie mie possibilit e probabilit; i fantasmi
rompevano ogni barriera tanti io, o abortiti o di vita breve e si muovevano
per casa cercandomi. Che esito stupido. Arriv presto il male al collo, alla
nuca, e un senso di vertigine, la nausea. Con la nausea torn lenorme pezzo di
lardo striato, una disgustosa materia primigenia. Ma da esso non si
protendevano pi piccole facce che cercavano di liberarsi. Sepolto nel lardo
cera invece Mario, la sua figurina tutta raccolta in s e pronta a rovesciarsi
fuori lucida di grasso. Inutile chiudere gli occhi, inutile riaprirli, la figura non
se ne andava. Ecco cosa dovrei disegnare, pensai. Il fantasma che cerco
Mario, lho avuto sempre sotto gli occhi fin dal mio arrivo. La sua materia
viva contiene in s tutto il possibile: ci che si manifestato attraverso la lunga
catena di accoppiamenti e di parti che lo hanno preceduto, ci che s disfatto e
perso nella morte, ci che aspetta da un milione di anni di manifestarsi e ora si
torce, si dimena, si protende, esige un presente nel futuro, vuol essere
disegnato, dipinto, fotografato, filmato, scaricato, trasmesso, raccontato,
ripensato. Che fantasma stupefacente era il bambino, cos piccolo e cos
capace. Non lo sopportavo, non sopportavo pi niente. Mi sentivo nelle spalle
raffiche violentissime di pioggia. Lalito freddo dellacqua immaginavo
doveva aver raggiunto il balconcino trasformandolo in una zattera splendente
sopra il nerume della citt liquefatta. Finch ci fu un tuono veramente forte,
vibr tutta Napoli. Mario irruppe nella stanza di corsa, aveva in ciascuna mano
un pezzo di pane, grid:
Nonno, ho paura.
Devo trattenerlo qui, pensai, devo coccolarlo, non mi resta che lui.
Non c da aver paura, dissi sforzandomi di non tremare di freddo, il
tuono solo rumore, come i clacson, li senti?
Sei tutto bagnato.
Piove.
Mi voglio bagnare anchio.
Appena aprirai questa porta.
Lo faccio dopo aver mangiato il pane.
Va bene.
Si arrampic di nuovo sulla sedia aiutandosi col petto e coi gomiti, quindi
si mise in piedi e diede un morso avido a uno dei pezzi di pane, mi tese laltro.
Questo tuo, disse, mangia.
Lappoggi contro il vetro, io spalancai la bocca, addentai laria. Borbottai:
Buono, veramente buono, grazie.
Perch parli cos?
Perch ho molto freddo. Senti il vento, vedi come piove?
Il bambino mi guard con molta attenzione.
Stai male?
Un po, sono vecchio. Il freddo e la pioggia possono farmi ammalare.
E morire?
S.
Quando muori?
Presto.
Mio padre dice che non bisogna dispiacersi quando muoiono le persone
cattive.
Non sono cattivo, sono distratto.
Anche se sei distratto, io quando muori piango.
No, tuo padre ha detto che non devi dispiacerti.
Io piango lo stesso.
Divor intanto il suo pane, ma senza mai dimenticarsi di invitarmi a
mangiare il mio. Solo quando ebbe finito, mi decisi. Gli dissi: Mario, tu sei un
bambino straordinario, perci cerca di capirmi. Finora ci siamo divertiti. Tu
mi hai fatto lo scherzetto di chiudermi fuori, abbiamo telefonato, abbiamo
mangiato. Adesso per ogni gioco finito. Il nonno si sente molto molto
debole. Ho cos freddo che devo riscaldarmi subito, se no non muoio per
gioco ma veramente. Guarda come piove, hai visto il lampo, hai sentito il
tuono? Viene gi cos tanta acqua che sta diventando un mare alto fino al
balcone. Ho paura. Vedo cose brutte, sento cose brutte, mi viene da piangere. In
questo momento non sono pi io quello grande, sono diventato pi piccolo di
te. Anzi, ti devo dire la verit: il grande adesso sei tu e solo tu. Sei pi forte, sei
pi bravo, mi devi salvare. Mangia anche la mia fetta di pane, cos diventi
ancora pi forte. E poi cerca di ricordare bene come si sblocca la porta, devi
ripetere ogni gesto di tuo padre. Lo puoi fare, lo sai fare, tu alla tua et puoi e
sai tutto. Mi stai a sentire, Mario? Hai capito in che guaio mi hai messo? Hai
capito che se muoio qua fuori colpa tua e vedrai cosa ti succede quando tua
madre torna? Avanti, sbrigati, non si gioca pi. Concentrati e muovi come si
deve questa cazzo di maniglia.
Avevo cominciato al modo giusto. Ero partito con lintenzione di fare un
ultimo tentativo, volevo trasmettere al bambino unidea di realt, di
responsabilit, di massimo impegno. Ma io stesso avevo ormai smarrito quasi
del tutto quei sentimenti, la voce da affettuosa mi si era fatta, senza che lo
volessi, sempre pi aggressiva. Cos sul finale non avevo retto, mi aveva
travolto il panico e insieme la furia. Mi stai a sentire, Mario? Hai capito in che
guaio mi hai messo? Hai capito che se muoio qua fuori colpa tua e vedrai
cosa ti succede quando tua madre torna? Avanti, sbrigati, non si gioca pi.
Concentrati e muovi come si deve questa cazzo di maniglia. Da quel momento
qualcosa si ruppe, venne fuori tutta lavversione che avevo provato per lui fin
dal giorno in cui ero arrivato, fin da quando mi aveva detto che le illustrazioni
erano scure. Gridai in dialetto, tirai colpi al vetro dimenticandomi, questa
volta, che potevo peggiorare la situazione ferendomi e ferendolo.
Perch arrivai a quel punto? Non lo so. Di certo colpendo il vetro volevo
colpire lui, ma non tanto quel bambino determinato in piedi sulla sedia no,
sicuramente no , piuttosto la forma fatta di lardo che mi allucinava, il
concentrato di potenza indistinta che ora vedevo in lui, tutta la ripugnante
sostanza vivente che esplode di continuo in facce come bubboni, che si fa
linguaggio, che plasma e riplasma se stessa e ogni cosa, che copia e incolla
sempre illudendosi, sempre delusa. Quando sferrai lultimo colpo, dovevo
avere laspetto della pi terrorizzante delle ombre infere accorsa per bere
sangue fresco. Mario, che gi aveva fatto gli occhi pieni di lacrime, sussult,
arretr e cadde dalla sedia.

6.

La paura per ci che poteva essere successo al bambino blocc di colpo


ogni mia reazione. Rinunciai a spaccare il doppio vetro a mani nude, restai con
la destra sollevata, sferzato dalla pioggia. Dovera Mario, sera fatto male?
Lacqua mi accecava, sentivo solo i suoi strilli. Mario, chiamai, ti sei fatto
male, non piangere, rispondi. Era per terra, di lato alla sedia. Giaceva sulla
schiena, agitava le braccia, scalciava e piangeva come piangono i bambini
desolati, senza alcun freno, lanciando urla di disperazione. Era piccolo,
esposto a tutto. Non ero mai riuscito in quei giorni a vederlo cos indifeso,
senza parole, senza sguardi saputi. Ogni suo movimento era fuori controllo e
le lacrime non miravano a ottenere qualcosa o a protestare per qualcosaltro,
erano lacrime dello smarrimento, del crollo, un tipo di lacrime che chiss da
quanto covava dietro il suo so io, faccio io con cui aveva cercato il consenso di
un nonno incomprensibile, che gli segnalava di continuo inimicizia.
Mario, ascolta, vieni qua.
No, strill ancora pi forte cacciando via la mia voce con colpi frenetici
allaria. Pianse e pianse, mi spavent, si agitava cos tanto che pareva in preda
alle convulsioni. Poi piano piano rallent, la disperazione stava passando.
Dissi:
Alzati, vediamo cosa ti sei fatto.
No.
Hai battuto la testa?
No.
Ti fa male da qualche parte?
S.
Dove.
Non lo so.
Vieni qui, ti do un bacino dove ti fa male.
No, sei tu che mi hai fatto cadere.
Non lho fatto apposta.
Glielo dico a mamma.
Va bene, per fatti dare un bacino, i bacini curano.
I bacini non servono, ci vogliono le pomate.
I bacini servono, vogliamo scommettere?
Si tir su tutto rosso, grondando lacrime e moccio, le labbra lucide di
saliva, scosso da singhiozzi ormai leggeri. A ogni passo mi sembr che si
trascinasse dietro brandelli di stanza, filamenti bianchicci della parete grassa,
proteine ed enzimi. Sentii che in quel pupazzetto vivo cera anche anche
qualcosa che negli ultimi settantanni mi era sembrato solo mio e che invece
veniva da molto lontano. Aveva viaggiato da un segmento di carne-ossa-nervi-
tempo a un altro segmento di composizione affine, tra rotture feroci e
accensioni, sparendo, riapparendo. Chiss quanti, meravigliandosi di se stessi,
avevano tracciato segni ambiziosi sullacqua o nella polvere, e di notte
avevano congiunto bagliori di stelle, abbozzato movimentate avventure lungo
le linee casuali delle rocce, su per i corrugamenti delle cortecce, o anche
trezziando carte con polpastrelli che plasmavano la sorte, cattiva o buona che
fosse. I fantasmi fanno il nido nel futuro. Ora Mario, il suo spiritello
invincibile, si toccava il ginocchio destro, lo faceva in modo insistito, stava
mettendo in scena il danno che gli avevo causato. Accost il ginocchio al
vetro, io mi chinai per baciarglielo e poich non ero ancora alla stessa altezza
della gambetta dolente, mi inginocchiai nellacqua, mi curvai, baciai la
portafinestra bagnandomi le labbra con la pioggia gelida che le correva sopra
a rivoli.
Come va? chiesi.
Un po bene.
Visto che il bacino serve?
S.
Chi il nipotino del nonno?
Io.
Muovi la gamba, fammi vedere se ti fa male.
La mosse con entusiasmo.
Non mi fa pi male.
Allora siediti che ti racconto una favola.
No, stai tremando di freddo. Ti do un bacino io per farti stare bene.
Lo diede al vetro.
Ti senti meglio?
Molto meglio.
Adesso vado a prendere il giravite e ti apro la porta.
Mi spavent che andasse via di nuovo, dissi con una voce realmente
supplichevole:
Sta qui, fammi compagnia.
Torno subito.
Ti prego, non fare cose pericolose. Vieni, giochiamo con i tuoi giocattoli,
il nonno non vuole restare solo.
Impossibile, fremeva, non ci fu modo di trattenerlo. Era rientrato subito nel
mondo che gli piaceva di pi, quello dove tutto gli riusciva. Provai a trovare le
forze per rimettermi in piedi. La pioggia stava tornando sottile, presto avrebbe
smesso. In che stato ero ridotto: zuppo dai capelli alle ciabatte, esposto al vento
che ancora soffiava. Il disastro mi sembr ormai cos eccessivo che mi
piacque. Era successo qualcosa, negli ultimi minuti, che mi stava arrivando al
cervello solo adesso e che con mia sorpresa mi stava acquietando. Dovevo
aver attraversato un confine senza rendermene conto e ora non riuscivo pi a
preoccuparmi per me. La vita, tutta la mia vita, era scivolata di lato, alle spalle,
senza rammarico. Non avrei illustrato James, era troppo per le mie capacit, e
comunque energie non ne avevo per provare ancora. Ci che sapevo fare era
limitato, inutile tentare di ottenere di pi. Il disegno di Mario invece, quello s,
era di pi. Bel tratto, chiss se avrebbe mai fruttato. Questo dar frutti, poi, che
ossessione. Gli avevo attribuito troppa importanza, fin dalladolescenza, e
invece ora mi era chiaro non era che tracciare linee, colorare, tutto
sommato un piacevole ozio. Avrei potuto impegnarmi in cose pi vere, in
principio ne avevo avuto la spinta: cambiare, aggiustare, alleviare, e insegnare
a cambiare, aggiustare, alleviare. Invece avevo giocato fino alla vecchiaia per
ingannare il tempo. Avevo voluto tenere a distanza lorrore che si distendeva
per casa, per le strade, per la faccia della terra, infiltrandosi in tutto ci che,
intorno, pareva sereno, devoto, sacro, e al contrario si stirava, si slabbrava, si
scheggiava patendo. Meno male che gi ritornava Mario. Si annunci dal
corridoio con uno stridore metallico, e poi apparve spingendo per tutta la
stanza, fino alla portafinestra, una cassetta di ferro. Era paonazzo per lo
sforzo, aveva sicuramente rischiato ancora una volta di farsi male per spostare
quelloggetto pesante. Gli dissi che non cera bisogno di portare tutta la
cassetta degli attrezzi, che, se gli serviva il giravite, sarebbe bastato prendere
solo quello. Pap fa cos, rispose, e si sedette per terra, apr abilmente la
cassetta, ne trasse un giravite dal manico giallo.
Non salire sulla sedia, mi raccomandai.
Non salgo, devo infilare il giravite in un buchino qua sotto.
Va bene, gioca, ma non graffiare la porta che nuova.
Non gioco, nonno, faccio veramente.
Sono contento per te. bello giocare a fare veramente.
Rest seduto sul pavimento ma strisci col sedere fino alla porta. Io, in
piedi, gli tenni gli occhi addosso, ma solo per aderire a qualcosa di chiaro e
sicuro. In realt, un po per la posizione, un po per le lenti bagnate, un po per
la portafinestra mezzo opacizzata dal vapore, un po perch sentivo che le
forze stavano definitivamente per abbandonarmi, non vedevo niente e speravo
soltanto, per senza ansia, che Mario col giravite non si ferisse.
Hai detto abracadabra?
Pap non lo dice.
Con abracadabra viene meglio.
Abracadabra.
Allora?
Abbandon il suo strumento sul pavimento, si alz in piedi, disse serio:
Fatto.
Bravo, mormorai e mi venne in mente che viviamo per tutta la vita
come se il nostro continuo misurare e misurarci rimandasse a una verit
inconfutabile; poi in vecchiaia ci rendiamo conto che si tratta solo di
convenzioni, tutte sostituibili in ogni momento con altre convenzioni, e
lessenziale affidarsi a quelle che ci sembrano di volta in volta pi
rassicuranti. Mio nipote si rimise in piedi, aveva unaria molto soddisfatta.
Sistem il giravite nella cassetta degli attrezzi seguendo al solito le
prescrizioni di Saverio e le regole contro il disordine fissate da sua madre. Poi
torn da me. Abbass la maniglia con tutte e due le mani e la portafinestra si
apr.
7.

Rientrai, mi chiusi subito la porta alle spalle per timore che il balcone mi
riafferrasse. Festeggiai il bambino ma senza sfiorarlo, ero troppo bagnato. Tu
sai fare tutto, gli dissi, che folla hai dentro, sei meraviglioso. Subito dopo aprii
la doccia, buttai via gli abiti zuppi e mi infilai con mutande e calzini sotto il
getto bollente. Mario trov la cosa esaltante, volle fare lo stesso, glielo
concessi.
Mi tengo anchio mutande e calzini.
Va bene.
Col caldo riprese forza da qualche parte lanima, lo spirito, il soffio vitale,
le reazioni elettrochimiche, quel che si vuole: niente comunque di
confrontabile con ci che esplose in grida acute e risate dal corpo del bambino
per tutto il tempo che danzammo sotto lacqua, per tutto il tempo che
passammo negli accappatoi, io stretto contro il termosifone del bagno e lui che
lottava per sottrarre la testa al getto del fon.
Mi bruci.
Macch.
Non sai fare, i capelli non si asciugano cos.
vero, il nonno un vecchio scemo, ma ormai andata, abbiamo finito.
Scongelammo lultimo pasto preparato da Salli, mangiammo, ci mettemmo
in pigiama, vedemmo i cartoni animati fino a quando il bambino non croll.
Lo misi a letto e stavo per coricarmi anchio ero stanchissimo, mi si
chiudevano le palpebre ma volli prima mettere in carica il cordless e il
cellulare, poi vedere se la portafinestra aveva davvero sul fondo un piccolo
foro miracoloso. Non lo trovai, ma a onor del vero la mia vista lasciava molto
a desiderare. Appena poggiai la testa sul cuscino mi addormentai.
Il giorno dopo ci svegli Salli. Dormiglione il nonno e dormiglione il
nipote, disse tirando su la persiana. Quindi mostr al bambino assonnatissimo
due pupazzi e unautomobile: voleva sapere perch li aveva lasciati sul
pianerottolo. Poi pass a me con voce altissima: non ho mai visto tanto
disordine in questa casa, che cosa avete fatto, avete giocato con lacqua? Non
dissi niente, mi limitai a chiedere: pu uscire per favore? Il bambino invece
strill: voglio dormire ancora, non toccare i miei giocattoli.
Salli ci prepar la colazione, scoprimmo che era di ottimo umore, si era
appena fidanzata con un cameriere di Scafati. Raccont che il cameriere era
timido, aveva tre anni pi di lei, era vedovo con quattro figli grandi. Si era
presa il giorno libero perch lui tardava a manifestarle il suo amore e aveva
dovuto dargli una spinta. Mi chiese:
Tu hai una fidanzata, nonno?
No.
Io ne ho molte, disse Mario, ma rivolgendosi a me.
Non avevo dubbi, risposi, il nonno invece con le fidanzate ha sempre
avuto difficolt.
Se vuoi te ne do una delle mie, propose il bambino.
Mi volevo fidanzare io con Mario, intervenne Salli, ma lui non mi
vuole bene e mi ha detto di no.
Sei vecchia, disse il bambino.
Anche tuo nonno vecchio.
Mio nonno no.
Per tutto il tempo che impiegai a farmi la barba, Mario volle stare accanto a
me. A un certo punto mi disse:
Forse pap e mamma divorziano.
Fui contento che avesse deciso di farmi quella confidenza.
Sai cosa significa divorzio?
S.
Non ci credo, spiega.
Che mi lasciano.
Vedi che non lo sai? Si lasciano loro, ma non lasciano te.
Tacque imbarazzato, poi disse:
Se divorziano, posso venire a casa tua?
Tutto il tempo che vuoi.
Mi sembr sollevato, chiese:
Oggi lavori?
No, non lavoro pi.
Veramente?
Veramente.
Pap dice che chi non lavora non mangia.
Tuo padre ha sempre ragione, non manger.
Se non lavori, giochiamo?
No, oggi c il sole, ce ne andiamo fuori.
Io non cammino, per.
Nemmeno io. Andremo in metropolitana.
Fu contentissimo, per lui scoprii la metro era una specie di Disneyland.
Gli piacevano pi di ogni altra cosa le scale mobili di piazza Garibaldi, ma
non si accontent di quelle, intendeva visitare tutte le stazioni. Scendiamo,
guardiamo un po e risaliamo programm , con pap certe volte lo
facciamo. Acconsentii, ci fermammo soprattutto nella stazione di Toledo.
Andammo su e gi per le scale mobili, volle mostrarmi gli effetti di colore e
di luce sulle pareti. Mi spieg: quello il sole, nonno, qui c il mare, e qui si
vede san Gennaro e il Vesuvio. La mattinata vol, vol tutta la giornata. In
serata telefon Betta. Pareva contenta, sul momento non capii perch. Poi
venne fuori che era orgogliosa di Saverio, il suo intervento era stato molto
apprezzato, al convegno non si parlava ormai che di quello. E il resto, chiesi.
Rispose: benissimo, e volle salutare il figlio. Passai il cordless al bambino ma
stetti a origliare. Mario raccont minutamente alla madre la nostra
esplorazione della metropolitana, la inform del fidanzamento di Salli, non
accenn mai al balcone.
Del balcone, del resto, per tutto quel giorno non avevamo parlato nemmeno
tra noi. A un certo punto, poich starnutivo e tossivo mi stava cominciando
un brutto raffreddore , aveva chiesto con tono preoccupato: ti sei scoperto
stanotte, nonno? Nientaltro. Forse su di lui quella faccenda non aveva avuto
nessun effetto. O, pi probabilmente, nel suo magazzino di formule adulte da
sfoderare nelle circostanze giuste, non ne aveva trovate per il balcone e perci
lo avrebbe tenuto fuori dalle parole chiss per quanto. La notte, si era limitato
a sottolineare, se uno si scopre si raffredda.

8.

Il giorno dopo tornarono i genitori, arrivarono verso le tre del


pomeriggio. Notai che, pur avendo il culto del padre, Mario si gett subito tra
le braccia della madre. Lei lo tir su, si sbaciucchiarono a lungo.
Sei contento che sono tornata?
S.
Come sei stato col nonno.
Benissimo.
Lhai lasciato lavorare?
Lui non lavora pi.
Quella notizia non turb nemmeno un poco mia figlia, che reag dicendo:
non lavora pi perch sei insopportabile, chiss quanto lhai tormentato. E
rise, aveva sempre avuto bellissimi denti, come quelli di Ada. Quel luccichio le
illumin il viso, tutto il corpo, e mi svel che era cambiata, sembrava essersi
appena svegliata dopo una notte di sogni felici che parevano veri. Vieni da
mamma, disse al bambino, e non si lasciarono pi per tutto il pomeriggio.
Io passai il tempo con Saverio, anche se quelluomo mi annoiava, cera
poco da fare. Ho saputo, gli dissi, che hai avuto molto successo a Cagliari. Lui
fece un cenno di assenso con finta modestia, ma non riusc a contenersi a
lungo e, pur sapendo che non capivo niente di matematica, mi spieg punto per
punto tutte le novit del suo intervento. Sentii che le poche energie che avevo
se ne stavano andando, starnutii spesso, tossii. Sei bravo nel tuo campo, buttai
l solo per interromperlo. Rispose al suo modo cerimonioso: tu sei assai pi
bravo nel tuo. Mi schermii e poich non sapevo cosa altro dire, gli chiesi di lui
e Betta.
Fu un errore, divent rosso, un rossore cos evidente che cercai di guardare
da unaltra parte per non creargli imbarazzo. Ho fatto e detto sciocchezze,
ammise a fatica, e parl col respiro corto, ora gesticolando, ora intrecciando
le mani luna allaltra come se non volesse liberarle pi. Mi elenc le sue
ossessioni, gli incubi che faceva a occhi aperti. E mi chiese scusa, volle che lo
perdonassi per quello che aveva detto di mia figlia.
Tutte follie, mormor con gli occhi lucidi, lei mi ama, mi ha sempre
amato e io invece la ricambio tormentandola.
Il suo pentimento era sincero, fui contento che facesse parte del genoma di
mio nipote e glielo dissi con evidente ironia. Ma Saverio prese la cosa
seriamente, mi ringrazi, pass a blaterare contro lanalisi che aveva fatto per
anni senza che le sue fantasie strazianti sparissero.
Cosa devo fare, mi chiese.
Di tutto, borbottai, un po di medicine, un po di sociologia, un po di
psicologia, un po di religione, un po di sommosse e rivoluzioni, un po di
arte, persino una dieta vegetariana, un corso di inglese, uno di astronomia.
Dipende dalle stagioni.
Che stagioni?
Le stagioni della vita.
Lui scosse la testa, sembr volersela cacciare via dal collo.
Tu scherzi, ma io sono mal fatto, la gelosia un gene che mi fa vedere
quello che non c.
A me venne da sorridere, gli confidai che per quel che mi riguardava era
andata diversamente:
Quel gene non ce lho e mi successo di non vedere ci che in effetti
cera. Per adesso che sto guardando meglio, scopro dappertutto grandi
blocchi di lardo striato di carne magra.
un quadro nuovo che vuoi fare?
No, la realt.
Sei divertente, io non ci riesco a divertire la gente.
Nemmeno io, ma oggi sono di buonumore e va un po meglio.
Hai finito le tue tavole?
No.
Perch sei un perfezionista. Ho sempre pensato che un po ci
assomigliamo, forse perci tua figlia mi ha voluto.
Dici?
Ma s. Io con unequazione so portare la gente dove non potr mai
arrivare e tu fai lo stesso con una pennellata.
Non avevo mai portato nessuno da nessuna parte, ma non volli deluderlo.
Chiacchierammo a lungo con un agio inatteso, finch non riapparve Mario. Si
appoggi a una gamba del padre, che gli disse:
Che hai fatto di bello col nonno?
Mario smorfieggi torcendosi, guardando in alto, guardando in basso
stava facendo finta di pensare , poi mi indic tutto allegro:
Lui andato sul balcone e abbiamo giocato.
Con questo freddo?
Era il nonno che stava sul balcone, io no.
Ah, ecco. E ve la siete spassata?
Moltissimo.
Fece capolino anche Betta. Sembrava che niente potesse turbarla, n io, n il
marito, n il figlio. Se la doveva essere vista brutta, negli ultimi mesi, ma
adesso era pronta a difendere con le unghie, coi denti, con le bugie, il suo
benessere. Aveva in mano un foglio, era il disegno di Mario che tanto mi
aveva impressionato.
Pap, disse ironica, cos questo, una via nuova, una nuova
giovinezza? bello.
Non aveva mai sprecato parole di lode per le cose che facevo, anzi mi
ricordai durante ladolescenza era stata sempre molto critica, quasi
offensiva, mentre dai ventanni in poi si era limitata a una accondiscendenza di
figlia che ormai aveva accettato la fatuit del padre.
Lha fatto mio nipote, dissi con orgoglio.
Ma Mario strill quasi contemporaneamente:
Ho copiato dal nonno.
Appendice
Il giocatore giulivo
Appunti e schizzi di Daniele Mallarico (1940-2016), inventati per il racconto
Scherzetto

5 settembre. A un certo punto ci si sporge sul buio. Sono venuti nella stanza,
mi hanno portato gi nellinterrato. Le pareti erano verdastre, il pavimento
nebuloso e gli angoli avevano il colore della terra di Siena bruciata. Mi
sarebbe piaciuto dipingere laria ferma, la luce artificiale della sala operatoria,
ma non in quel momento, non dal vero. Avevo la testa concentrata sui medici,
sulla suora indiana, e mi auguravo che si decidessero presto a tagliarmi la
pancia, cos altrettanto presto mi avrebbero rimandato a casa. La suora mi ha
fatto sedere sul bordo, ritta davanti a me, tenendomi i polsi. Qualcuno ha
armeggiato dietro la mia schiena. Per un lungo minuto ho amato molto quella
donna piccola, lho amata con una tale intensit che non riesco a dimenticarmi
di lei. Intanto arrivata unonda lunga di sfinimento e ne ho approfittato per
poggiarle la fronte tra spalla e collo. L cera una tenebra dolce dentro cui lei
mi ha aiutato a sdraiarmi. Ho visto le sbarre nere dalle punte lunghissime e
molto acuminate che impediscono laccesso al palazzo dangolo dove abito.

27 settembre. Pare che il corpo non abbia nessuna intenzione di recuperare


le forze e sono stufo di passare il tempo assopito davanti alla tv. Per mia
fortuna un giovane editore trentanni al massimo e cos pieno di vita da
apparire offensivo in ogni gesto o tono di voce laltro ieri mi ha proposto di
illustrare unedizione a suo dire lussuosissima di un racconto di Henry James.
Ho tergiversato, perch il poco che so di James sufficiente per dedurne che
uno scrittore difficile da illustrare. Ma lui ha cercato di convincermi facendo
leva soprattutto sui soldi, anzi esclamando almeno un paio di volte con una
volgarit molto compiaciuta: lei mi dica di s e io la copro doro. In effetti,
quando siamo venuti al sodo, s scoperto che loro era pochissimo, niente di
confrontabile con quanto me n stato dato fino a cinque o sei anni fa per
lavori pi o meno equivalenti. Ma che senso aveva impuntarmi su mille euro in
pi o mille euro in meno, in questo periodo ho bisogno non di denaro ma di
sentirmi attivo. Perci ci siamo incontrati a colazione in corso Genova,
abbiamo finto di diventare amici e abbiamo chiuso il nostro accordo. Da oggi
ho qualcosa su cui mi fa piacere impegnare la testa. Il racconto che devo
illustrare si intitola The Jolly Corner.

29 settembre. Sto leggendo, ma mi distraggo facilmente. Mi tornata in


mente la sera che mio padre, in una stanzetta al piano superiore di un bar dalle
parti del Carmine, perse a carte tutto lo stipendio che aveva ritirato in
mattinata. Lungo e magro comera, lasci con movimenti lenti il tavolo dove
aveva giocato per ore, mise in tasca le nazionali e i fiammiferi, salut con una
mezza parola amareggiata chi lo aveva pelato e abbandon la stanza. Per
tornare in strada bisognava scendere per una scala di legno. Mio padre riusc a
fare solo un paio di gradini, poi svenne e ruzzol gi fino a quando non fin
faccia a terra spezzandosi gli incisivi contro le lastre del pavimento.

4 ottobre. Cosa centri mio padre con Henry James, lho capito a lettura
terminata. Qualcosa del testo si saldato alla parola jolly, che nel titolo, e mi
ha fatto venire in mente le carte da gioco. Spencer Brydon, il protagonista del
racconto, tiene dietro a un fantasma che il suo alter ego newyorkese. Lo fa in
principio con un certo piacere, come se si trattasse di uno sport, di una battuta
di caccia, di una partita a scacchi, di un gioco a mezzo tra il nascondino e
quello del gatto col topo. Poi si prende un grandissimo spavento e la storia
finisce, nientaltro. Ma mentre leggevo ho sentito che cera qualcosa che
conoscevo e ho pensato alla sovreccitazione di mio padre quando con tutto se
stesso, persino col respiro, sperava di trarre a s le carte che gli avrebbero
permesso di vincere. Era malato di gioco e se, come Brydon, avesse avuto la
fantasia di dare la caccia a uno spettro, lo spettro sarebbe stato non un essere
cupo come lui ma un signore allegro e fortunato che a forza di giocare era
diventato milionario. Forse per via di questa suggestione che ora mi sto
interessando al jolly nei giochi in cui pu sostituire qualsiasi carta. Ho anche
dato uno sguardo su internet alla sua storia e ho imparato che, pur avendo a
che fare col matto dei tarocchi o con certe figurine di demoni cinesi e
giapponesi, di fatto uninvenzione americana che risale al diciannovesimo
secolo. Quando James, nel 1906, a sessantatre anni, scrisse The Jolly Corner,
the jolly joker, il giocatore giulivo, era una carta abbastanza giovane.
10 ottobre. Esagero, non esagero? Forse s, anche se vero che faccio
fatica a riprendermi. Vivo come se una parte di me forse tutto me stesso, o
comunque la parte pi rifinita, il me pi ricco di dettagli avesse un impegno
importante e dovesse uscire di casa al pi presto, mentre laltra o tutto quanto
il mio corpo, ma ridotto a una linea sottile, un puro contorno che mi tallona a
poco pi di un metro di distanza per trattenermi allungasse la mano labile
senza tendini, senza vene, senza nemmeno le unghie, e dicesse con la bocca
appena accennata: pss, pss.

15 ottobre. Titoli per una tavola che riproduca la facciata della casa.
Langolo matto. Langolo jolly. Langolo del possibile. Sto rileggendo il
racconto. Allinizio ero perplesso, ma ora mi pare una buona idea mescolare
ci che sa James, ci che imparo leggendo, ci che pi o meno
arbitrariamente vedo isolando frasi o parole. Per mia disgrazia sono costretto
ad andare da Betta, in novembre, ma spero di portare a termine il lavoro prima
di partire. Ho rintracciato intanto qualche immagine del jolly e mi piacerebbe
disegnare una carta con la faccia di mio padre. La casa di Napoli custodisce da
qualche parte il suo spettro, quello di mia madre, quello di mia nonna e forse
almeno per mia figlia il mio. Investigazione delle ombre.

24 ottobre. Il primo a segnalarti il declino il telefono, squilla sempre di


meno. Poi piano piano diminuisce anche la posta cartacea, quella elettronica.
Spesso penso: meno male che non sono su facebook o su twitter, i segnali
sarebbero ancora pi vistosi. Daltra parte non fare uso dei social anchesso
un segno di come sono finito fuori del tempo. Lavori, certo, continueranno ad
arrivarmene, ma col contagocce, senza laccavallarsi caotico di una volta.
Dico a me stesso che mi cercano poco o niente perch faccio il difficile. Per
non cos. La verit che molti di quelli che hanno apprezzato le mie capacit
o sono vecchi quanto me, o sono morti, o sono stati messi fuori gioco.
normale dunque che il cellulare ronzi di rado e io passi le giornate
sostanzialmente chiuso in casa, leggendo e rileggendo James. Mi dico che
capire a fondo il testo il primo passo per lavorare come si deve. Ma mi
distraggo di continuo, che mimporta di Brydon e di Alice Staverton, la sua
amica. So benissimo che giro le pagine, segno parole o frasi, torno indietro,
rileggo, solo per allontanare il momento in cui mi dovr dire: ho finito, e
adesso?

Mi sveglio sempre pi spesso come dire spaurito. Forse colpa del


telegiornale che di solito guardo prima di andare a letto. Ma ho vissuto tempi
brutti almeno quanto quelli di oggi e non mi mai successo di aprire gli occhi
al mattino e avere paura senza sapere perch. Qualcosa in me s deteriorato.
Forse si va esaurendo la certezza di saper reagire a qualsiasi evenienza. Ho un
corpo spaventato dalla sua stessa scarsa reattivit.

29 ottobre. Il racconto di James mi rende nervoso. Ho cominciato pieno di


idee e adesso tutte mi sembrano inadeguate. Intanto il tempo cola come un
corpo guasto. Il medico dice che tutto in ordine e che mi attardo di proposito
nella convalescenza. Falso. Una volta mi piacevano questi psicosomatismi,
adesso li trovo insopportabili. La realt che non mi sento bene. Anche di mia
moglie, allinizio, il dottore diceva che non aveva niente, che i suoi malesseri
erano colpa dello stress, che se ci prendevamo una lunga vacanza, avrebbe
riacquistato la salute. Affittammo per lestate una casa in montagna, ma Betta,
che allepoca era una ragazzina, si lagn tutto il tempo e Ada si immalincon
ancora pi che in citt. Un giorno disse che faceva una passeggiata e non volle
portarsi la figlia, che del resto era ostile a qualsiasi tipo di svago in nostra
compagnia. Mi misi a lavorare e mi accorsi che non era ancora tornata
soltanto quando cominci a piovere a dirotto. La cercai inutilmente per il
bosco dietro casa, mi infradiciai, mi infangai, tornai che era buio. Vidi la luce
accesa in garage e andai a dare unocchiata. Ada era l, leggeva, passeggiate
non ne aveva fatte. Era gi per natura una donna opaca, mi riusciva arduo
intuirne i pensieri e decifrarne i sentimenti. Quando si ammal, divent buia e
mi resi conto solo allora che non mi aveva mai raccontato niente che fosse
intimamente suo. Fingeva di non avere una vita interiore.

30 ottobre. Leditore vuole qualche tavola. Tanto per capire, dice. Ma non so
cosa possa veramente capire. Ad ogni modo devo mettermi al lavoro. Sono
interessato al gelo delladolescenza di Spencer Brydon, che pare sia stata senza
soddisfazioni. Mi pu essere utile anche lidea che lui si senta nella testa un
angolino inesplorato, e nellorganismo certe virt comunissime che per sono
da tempo dormienti. Anche molto di me si assopito e proprio alla fine
delladolescenza. Ero poco pi che un ragazzo ma gi sposato con Ada,
quando ho detto a unamica, in un attacco incontrollato di presunzione, che mi
bastava una matita per uscire da tutto, da Napoli, dalla nostra amicizia, dal
matrimonio, dallamore, dal mio stesso sesso, dallItalia, dal pianeta.

Un anello dargento tintinna dando la sveglia.


3 novembre. Al lavoro. Come si disegnano i suoni. James ricorre a
similitudini. Un tintinnio come di un lontano campanello. La casa somiglia a
una grande coppa, tutta di un prezioso cristallo concavo, che mormora grazie
a un dito umido passato intorno al bordo. Pi facile la punta dacciaio del
bastone di Brydon contro il marmo del pavimento.

12 novembre. Vibrazioni dal profondo, vibrazioni fuori del comune. Uno


specifico, sconnesso stupore. E un fremito, un flusso di sangue che diventa
rossore. La faccenda del fantasma tutta qui, mi pare. Solo grazie alla
tremenda forza dellanalogia le vibrazioni, lo stupore, il fremito, il flusso
diventano qualcosa come loccupante inatteso della seconda casa newyorkese
di Brydon. Il ponte che porta allo spettro, insomma, quel come. Basta farlo
saltare e le emozioni compresse di Spencer invece che una figura retorica
producono una figura inquietante che circola per la grande casa vuota.
Lavorerei bene, forse, se riuscissi a fare la stessa cosa servendomi di un
pastello, di un carboncino: mutare il fluido, fremente, stupefatto vibrare del
corpo in qualcosa, una presenza. Ma non combino niente, sanguino ancora,
devo rifare lemocromo. Telefoner a Betta per dirle che non ho forze
sufficienti per il bambino. Se lavr a male sicuramente, ma deve capire: non
pu telefonare e dire vieni senza curarsi di niente, del mio lavoro, del mio
stato di salute. Io non ho mai chiesto aiuto a nessuno, nemmeno a lei. E seppure
glielavessi chiesto, escludo che avrebbe trovato il tempo di occuparsi di me.
Mi ricordo della telefonata che mi ha fatto quando ha saputo delloperazione.

Perch non mi hai informata?


Era una sciocchezza.
Sei andato da solo?
Meglio solo che male accompagnato.
Mamma si sarebbe molto arrabbiata.
Mamma ha da tempo il privilegio di non potersi arrabbiare pi.
Che frase stupida.
vero.
Quanto tempo sei stato in ospedale?
Una settimana.
Tutto bene?
Ho perso un po di sangue.
Sei pazzo, pap, mi dovevi telefonare. Vengo a prenderti con la macchina
e ti porto qui.
Cos, grosso modo. Naturalmente non mai venuta, n mi ha mai portato da
lei. Ha fatto qualche altra telefonata, questo s, ma frettolosa, alle sette del
mattino, prima di scappare al lavoro.
Come va, pap?
Bene.
Sei ancora a letto?
S.
Oggi non ti alzi?
Tra poco.
Hai dormito?
Ho fatto brutti sogni.
Cosa hai sognato?
Non me lo ricordo.
E perch dici che erano brutti sogni?
Prendevo il tono di chi sta scherzando. Spiegavo che per me era una
fortuna, in quel periodo, sognare cose brutte, mi aiutava nel lavoro. Poi
aggiungevo: sono a letto ma ho la testa piena di idee, mi sono svegliato alle
quattro.
18 novembre. ridicolo a dirsi, ma alla fine ho provato sul serio a
disegnare vibrazioni, due tavole color ruggine dove il corpo di Brydon trema
e freme finch da un orecchio partorisce un demonietto simile al Joker che ho
visto in una vecchia carta americana. Non credo che leditore la prender bene,
ma non avevo tempo per fare e rifare, sono partito per Napoli. Un pessimo
viaggio. A Bologna salito un giovane nero molto ben vestito e da quel
momento non ha fatto che urlare al telefono in una lingua sconosciuta. Un tale
che dormicchiava di fronte a me si svegliato di soprassalto e gli ha detto in
malo modo, dandogli del tu: abbassa la voce, perch devi strillare cos, mi
sono alzato alle cinque. Il giovane ha smesso subito col telefono ed passato a
gridare contro luomo assonnato, stavolta in un napoletano di grande violenza,
pieno di insulti molto ben pronunciati. Silenzio a occhi bassi di tutti gli altri
passeggeri. Ho immaginato che odiassero e temessero il giovane maleducato
sia perch nero, sia perch napoletano. Sono stato in attesa del momento in cui
i due avrebbero cominciato a fare a botte. Davo per certo che quellattimo
sarebbe arrivato, ma non successo. C stato invece un estenuante battibecco,
poi il bianco s assopito e il nero non ha fatto altre telefonate, n nella sua
lingua, n in napoletano. Se fosse stato necessario intervenire per evitare che si
ammazzassero, da dove avrei preso le forze? E con quale spirito mi sarei
interposto? In difesa della nerezza? Con un razzismo mal contenuto? Contro la
maleducazione, pelle nera o no? Usando un dialetto altrettanto feroce? Ho
avuto sudori e freddo per tutto il viaggio, allarrivo ero scontento. A casa di
Betta i termosifoni sono sempre tiepidi. Mezzo secolo fa non cerano affatto.
Gli infissi chiudevano male, gli spifferi erano taglienti, dinverno si moriva di
freddo. E tuttavia non ricordo questo gelo insopportabile, un freddo nuovo
fatto un po di stanchezza, un po di malattia, un po di cattivo umore, un po di
vecchiaia. Il bambino mi sembrato supponente come mio genero. Gli
piacciono quelli che lui definisce colori chiari. Non credo per che le mie
vecchie illustrazioni di favole siano scure. Forse mal stampate, ma scure no.
Saverio e Betta devono aver detto tra loro male della mia pittura e Mario li ha
sentiti. I bambini raccolgono con attenzione puntigliosa le parole che cadono
dalla bocca dei genitori.

Mario ha la faccia del Joker.


Per tutta la vita ho cercato buone motivazioni per la quantit esagerata di
tempo che dedicavo alle mie cose darte. Allinizio volevo tirarmi fuori da
Napoli per impormi al mondo. Poi ho pensato che del mondo dovevo
rappresentare gli orrori, in modo che venisse voglia di rivoluzionarlo. Infine
mi sono impegnato a dissolvere canoni, fissarne di nuovi, sperimentare,
teorizzare, proclamare qualcosa contro qualcosaltro. Mi affascinavano le
grandi ragioni, temevo che senza di loro sarebbe venuta fuori la mia
piccolezza. Ada non ha mai creduto al mio impegno, o forse ci ha creduto solo
agli inizi. Ha pensato presto che non ci fosse niente capace di coinvolgermi sul
serio, che badavo solo a proteggermi, che scansavo la vita per paura che il
mio organismo non la reggesse e si facesse male. La tua unica, grande ragione
mi ha detto una volta il bisogno di girare sempre la testa da unaltra
parte: tu non sei distratto, tu fai di tutto per essere distratto. Nella mia
distrazione doveva aver visto quello che Alice Staverton, la buona amica di
Brydon, chiama il nero estraneo. Non un nigger, non credo. E nemmeno
qualcuno come il giovane napoletano di pelle scura in cui mi sono imbattuto
oggi. Ma un tenebroso me stesso che lha spaventata, uno che se ne stava al
buio per timore della luce, un estraneo mai accettato, maleducato per natura,
offensivo senza nemmeno saperlo. Perci, forse, s rivolta ad altri che le
parevano meno neri, e le davano a intendere di non volersi distrarre da lei mai.
Alice no. Alice trattiene in grembo la testa desolata del suo amico Brydon,
accoglie tutto ci che lui . Disegnarla ora ci provo mentre china su
Spencer e lio, il tu, il lui si confondono in un unico viso orribilpiacevole, che
lei si beve per gli occhi senza andare troppo per il sottile. A me, per quel che
ricordo, nessuno ha mai concesso tanta misericordia, forse sono cose che
accadono solo nel mondo dei segni. Non si pu essere amati veramente.
Solo adesso, in vecchiaia, mi pare condivisibile un concetto che in realt ho
sempre detestato e cio che la forza della bellezza sta nel non avere
motivazioni, nemmeno scrive James il fantasma di una motivazione. Ma
ormai troppo tardi, la testa quello che . Ho detto a mio genero, tanto per
chiacchierare: non ho mai fatto un quadro senza cercare una ragione grande
per mettermi al lavoro. E lui, con gentilezza: giusto, ma se i quadri sono
piccoli, le grandi motivazioni non li rendono grandi. un uomo fatto cos, la
sua aggressivit si manifesta con garbo. Una volta era passato per Milano
m venuto di confidargli: credo di aver fatto tutto quello che potevo fare,
forse arrivato il momento di fermarmi. Saverio ha subito acconsentito: s,
vero, a una certa et bisogna fermarsi. Ci sono rimasto male, ho detto:
comunque ci che ho fatto ha contato, e spero che in futuro conter ancora di
pi. Lui ha ribattuto: sicuramente; non sei un Fontana, non sei un Burri, per s.
Sono stato sul punto di ribattere: che dici, non sai di cosa parli, cosa centra
Fontana, cosa centra Burri. Ma ho fatto finta di niente. Avevo aspirato a ben
altro che Burri o Fontana, anche se nessuno lavrebbe detto, men che meno
Saverio. Lambizione spropositata se ne sta sottotono, si vergogna di s. Ma in
segreto le gerarchie fissate dal mondo le sembrano inattendibili, vuole cos
tanto che non sa assoggettarsi a nessun modello, a nessuna affinit, e anzi
persino ci che ammira lo ammira solo per superarlo. S, s, il fallimento un
corredo essenziale delle vere grandi ambizioni. Si fallisce in funzione della
grandezza, non delle piccole mete.
La casa un grande guscio secco, le stanze sono vuote. Il vacante in questo
racconto assoluto. Quando la cosa a cui Brydon d la caccia passa da fatto
mentale a presenza, a immagine fisica collocata in uno spazio fisicamente
definito una casa dangolo tra una Street e una Avenue , Spencer ne ha
terrore, sospetta che laltro sia dietro una porta chiusa che invece dovrebbe
essere aperta, e pur di evitare il confronto, apre una finestra al quarto piano,
pronto a saltare. Sempre pi spesso la via per salvarci da noi stessi labisso.

Detestavo lappartamento, la forma delledificio, il luogo dove sorgeva,


tutta la citt. Quando i miei genitori sono morti, per un po ho affittato questa
casa e poi lho lasciata a Betta che, dopo un lungo periodo allestero, era
tornata a Napoli. Le ho sempre voluto bene, ma distrattamente. Tutti i miei
affetti sono stati affetti distratti e ora un po ne soffro.

La matita mi ha preso la mano, anzi me lha modificata. Il tratto, che finch


mi ero provato a illustrare James stentava, diventato veloce, cos veloce che
mi ha causato, mentre disegnavo, una specie di regresso-lampo, non so in
quale altro modo chiamarlo. Le dita mi hanno restituito, a questora della
notte, limpressione di essere indipendenti, la stessa impressione che ho
provato da ragazzino, quando non sapevo di questa mia capacit e lho
scoperta tra meraviglia e spavento. Mi sembrato, insomma, per qualche
attimo, di tornare alla mano autonoma di quando avevo una dozzina danni,
come se tutto il mio percorso di artista le influenze del tempo che mi
toccato in sorte, il modo di inserirmi in quel tempo cercando di trovare una
mia strada fosse svanito. Non sapevo pi disegnare come so fare adesso. O
sapevo disegnare, ma come allora.

19 novembre. La forma del fantasma il frutto delle ipotesi di Spencer e dei


sogni di Alice. Due individualit ben determinate tirano fuori da s una forma
possibile. Movimento: ci che James non racconta in quale modo lalter ego
di Brydon sia uscito dallindistinctness. A me, per, tocca farlo. Devo
tratteggiare laltro proprio mentre esce dalla similitudine e si separa da
Brydon diventandogli progressivamente estraneo. Disegner dei Brydon che
saltano fuori da Brydon, luno del tutto diverso dallaltro, e tutti diversi dal
Brydon reale.
In soggiorno c un mio quadro rosso e blu con al centro un campanaccio
vero, di quelli per le bestie al pascolo. Il bambino ha dato colpi forti al
batacchio e questo mi ha innervosito. Ho detto:
Mario, non si fa.
Mamma me lo fa fare.
Finch ci sono io, tu non lo fare.
La vuoi suonare tu?
No.
Pap dice che se la campana c, va suonata.
Non quella campana e comunque non adesso.

Anche quando prendo atto della mia pochezza, non la sento incarnata da ci
che ho fatto roba buona, anzi mi dico, o comunque meglio delle cose di tanti
altri ma dalla leggerezza con cui mi sono attribuito la capacit di fare ci che
non era mai stato fatto.
Mi soffermo sulla scena culminante, il momento della revulsion, quando
cio il protagonista riesce finalmente a stanare il fantasma e ne ha ripugnanza.
In dialetto vomitare si dice vummec ma la piccola borghesia che vuole parlare
con finezza dice restituire o rimettere. Mi viene da restituire, mi viene da
rimettere. In questo passaggio c una sfida esplicita e insieme un luogo
comune della rappresentazione, tipo: nessun grande artista sarebbe mai stato in
grado di ritrarre in tutti i dettagli eccetera eccetera. Metter fuori ci che hai
nella testa. Procedere per conati. Vomitare per lo sforzo dellinvenzione.
Restituire.
Il qualcosa a cui Spencer d la caccia una variazione della sua carne viva.
Essa se ne sta in principio arrotolata su se stessa, poi deve svolgersi per forza,
deve avere sviluppo, come se fosse fatta di un numero stupefacente di
fotogrammi su una pellicola di quelle di una volta. Qui a Napoli molti me sono
stati in boccio fin dalla prima adolescenza e smaniavano per imporsi
afferrandosi alle mille possibili variazioni della citt, perch anche la materia
di Napoli variabile, tante, tantissime citt ci potevano essere in essa, migliori
o addirittura peggiori di questa. Ma sono state possibilit che hanno avuto vita
breve, le ho scartate. O forse ho solo creduto di farlo. Volevo provare a
diventare una cosa sola e basta, un artista di rilevanza planetaria, uno dei pochi
che saranno ricordati fino a che il sole non si spegne, o forse anche in seguito,
su pianeti abitabili, con soli benevoli. Non ci sono riuscito e ora le vecchie
variazioni cloni difettosi, fabbricati dalla coscienza scontenta si ergono
tutte con una forza inattesa, come vermi vecchia similitudine rifatta da James
quando sollevi una pietra. Stanotte, mentre Mario, i suoi rissosi genitori, i
mobili, la casa, dormono, i cloni sembrano in equilibrio su una grande sfera e
i loro corpi avvinti, momentaneamente alleati, si levano secondo la forma
sinuosa del punto interrogativo. Limmagine potrebbe andar bene, ma devo
cercarne altre. La variabilit difficile da disegnare. Vorrei fissare il momento
in cui sei in un modo e poi ti respingi, lasciando solo le carabattole che
serviranno per essere altro.

Cosa diventer questo bambino in questa citt. Tutto il suo so io, faccio io
gi a quattro anni, si muter in un vuoto sfoderare nozioni insulse, competenze
inesistenti, acida voglia di rivalsa, sbruffoneria? Quando ho smesso io di
dirmi bravo da solo, di considerare ogni mia cosa una prodezza? Tardi, credo.
O forse mai, nemmeno adesso. Ho un affetto grande, che cresce col tempo
invece di diminuire, per lio che ho dolorosamente selezionato tra tanti, il mio
io. Quanto amiamo tutti il nostro spiritello ciarliero. La fatica comincia
quando lo gettiamo nel mondo perch sia amato quanto lo amiamo noi. Cosa
impossibile. Alla fatica segue la delusione.

Ragazzo di barbiere, un tredicenne che spazzolava peli dalle spalle del


cliente. Apprendista in unofficina, tornitore dellAlfa Romeo, operaio a
Bagnoli. Venditore e carnctt e pierepurc a Porta Capuana. Camurrsta
assassino, figlientrcchie, picchiatore, traffichino, politicante che congiunge
legalit a illegalit, istituzioni a malaffare, a carcere di Poggioreale.
Imboccare la via dei soldi: diventare milionario spaventando gli onesti,
corrompendoli, rubando, devastando. O imboccare quella della lagna
quotidiana dellimpiegato al bar, tra un caff e una sfogliatella, recitando la
parte di chi poteva fare di pi e per troppa ribelle onest non ha fatto. O stare
alla finestra aspettando che dai vicoli, dalle periferie, le folle dei disperati si
riversino per capovolgere il mondo chi sopra va sotto e il sangue scorra
a fiumi perch finalmente ciascuno dia secondo le sue capacit e a ciascuno sia
dato secondo i suoi bisogni. Questi e altri e altri ancora sono i fantasmi che
ora guizzano per le stanze della mia adolescenza. Non ho bisogno, come
Brydon, di ricorrere alla metafora della lettera non letta, che se fosse stata letta
avrebbe svelato chissacch. Io ho letto tutto il leggibile della mia esistenza e
quegli spettri so che mi assomigliano. Sarebbe bello che loro stessi mi
considerassero unombra vagolante e a vedermi si terrorizzassero, ma non
succede. Molto tempo fa, a ventanni, ho pensato che avrei contribuito a
debellare i peggiori cittadini di Napoli e del mondo dando man forte, con le
mie operine spietate e speranzose, ai migliori. Non successo: i peggiori se ne
fottono dellarte, vogliono potere, sempre pi potere, e perci continuano a
spandere soldi e terrore assottigliando il numero di chi non ci sta.

20 novembre. Non sopporto di parlare al bambino autodefinendomi il


nonno. Non sono il nonno, sono io. Non sono una terza persona, sono una
prima. Per mia figlia mi ha subito spinto a parlare cos e ho cominciato a
farlo per non dispiacerle. O forse non solo per questo. Mi sembra eccessivo
opporre il mio io a quello di Mario. Meglio dire, anche se zuccheroso: il
nonno non vuole, il nonno si dispiace, il nonno ti legge una favola.

Brydon tende a stanare la preda col piglio dellallegro cacciatore.


tranquillo, allinizio, d per scontato che catturer qualcosa che in un modo o
nellaltro gli assomiglia, non dubita che loccupante della casa sia uno come
lui. Invece, passaggio dietro passaggio, il congegno dellanalogia si inceppa. Il
Brydon europeo e il Brydon americano, il colto libertino e luomo che fa
affari con gli immobili, non hanno alcuna affinit. Lirregolare prevale sulla
norma, il volto dello spettro newyorkese diventa un indistinto che Spencer non
riesce pi a materializzare in base alla somiglianza con se stesso. James stesso
mette da parte il come e ricorre a una anomalia. Una delle mani con cui il
fantasma cela il suo volto ha dita mozze. Quanto ad Alice, mi pare nei guai
ancora pi di Brydon. Laffettuosa signora sa che nella casa si sono affrontate
due proiezioni del tutto incompatibili e ora il problema come tenere insieme
il leggero europeo dallelegante monocolo e il greve americano dalle dita
tagliate. Il primo non come il secondo, eppure Alice, che dovrebbe scegliere
da che parte stare, ama Spencer e confusamente non disdegna il fantasma. La
conseguenza che Brydon gi si torce di gelosia per un nulla che pareva lui e
invece lui non , ma chiss, potrebbe. No, questo non mi sembra un lieto fine.
Macch. Una delle frottole dure a morire che le storie possano finire davvero
in letizia.
Penso a Betta e a Saverio. Che mi importa di Spencer e Alice, qui disegno
mio genero, mia figlia. Anche questa donna, Salli. Abbiamo scambiato qualche
parola. contenta di perdere tempo chiacchierando e io voglio riuscirle
simpatico, devo poter contare sul suo aiuto. Ho capito che delle tensioni tra
Betta e Saverio sa pi di me.
Mi dispiace per Mariuccio, ha detto lontano dalle orecchie del bambino.
Chi ha figli non si dovrebbe separare.
Non sono alla separazione, c solo un po di nervosismo.
Tu dici cos perch vivi lontano e non senti le litigate.
Passer.
Speriamo.
Ma ho capito che lei non ci spera. Da un lato teme che una separazione
influisca negativamente sul bambino, dallaltro si intuisce che non ha simpatia
n per Betta n per Saverio. partita da frasi generiche tipo: sono ottime
persone, grandi professori, per da quel povero bambino pretendono troppo.
Quindi, forse per non parlare male di Betta con suo padre, si concentrata su
Saverio: tanta intelligenza, tanta attenzione, e poi. Sono daccordo.
21 novembre. Mi sono svegliato col desiderio di essere punito per ci che
non sono stato capace di fare.

In vecchiaia anche il sistema nervoso usurato, anche il canale delle


lacrime.

Il corpo di Ada era un pozzo di scienza sgorgato dal profondo di


generazioni agiate e di ottima educazione. Uno con le mie origini aveva
limpressione di diventare migliore solo guardando a bocca aperta come lei si
muoveva, come modulava la voce. Era fatta per altri, io lho presa
abusivamente, lho forzata. O almeno cos ha creduto Betta fin da bambina.
Non s accorta che sono vissuto da subalterno, sua madre sapeva tutto e io
quasi niente. Avevo sempre paura di perderla e mi sono difeso imponendole le
urgenze del mio presunto talento. Se mi pareva che mi trascurasse le dicevo:
Tu non mi ami.
Ti amo moltissimo.
Ami quello che non sono.
So benissimo che cosa sei.
Quindi non mi ami.
Sei tu che non mi sopporti perch quello che hai per la testa non combacia
pi con me.
Facevamo discorsi cos, li abbiamo fatti anche dopo che s ammalata, fino
al giorno che morta. Ho tentato di strapparmela dal corpo, dalla mente.
Anche dopo aver letto i suoi quaderni, non ho smesso di amarla.

Mario si ritiene capace di ogni possibile prodezza. Abbiamo avuto pi o


meno questo dialogo:
Lo sai che so fare pip senza reggermi il pisello?
Ma va.
vero, nonno. E la pip va diritta, non la faccio per terra. Tu sei capace?
rischioso.
No, se lo fai bene. Prova.
Non se ne parla nemmeno. E tu non tazzardare che bagni il pavimento.

Il bambino ben educato e insieme incontrollabile. Ha un colpo docchio


che mi sorprende. C qualcosa di fisico nellespressione colpo docchio: urto
e velocit. come se il globo oculare niente di meno contundente
prendesse la mira e andasse a colpire qualcosa del mondo, cogliendo con
violenza nel segno. Sono stufo del linguaggio figurato. Sono stufo delle
figure, delle figurine, delle figuracce, di tutto. Devo stare attento al balcone,
far una bella lavata di testa a Saverio e a Betta. A forza di pensare a se stessi,
se ne sono fottuti di me. Ci che toccato a Salli, potrebbe toccare a Mario, e
io che faccio?

Non so, stamattina, se ho paura per il bambino o ho paura del bambino.


Il libro

I M M A GI N AT E VI U N D U E L L O . A F R O N T E GGI A R SI C I SO N O D U E M A SC H I , SA N GU E
dello stesso sangue. Il pi alto ha superato i settantanni, un noto illustratore, vive da
molto tempo in assoluta solitudine.
Il pi piccolo una peste di quattro anni che parla come un libro stampato: un nipote
visto s e no due volte, affidato alle cure del nonno per tre giorni interi.
Tra quattro mura e un balcone, nellarco di settantadue ore, si svolge questo racconto
affilato, un esemplare scherzetto da camera in cui convivono la rabbia di invecchiare e
la fiducia nel futuro.
Domenico Starnone ci inchioda ancora una volta col sorriso allegoistica e generosa
furia del nostro attaccamento alla vita.

I genitori del piccolo Mario devono partire per un convegno, o forse semplicemente
prendersi il tempo per capire se il loro matrimonio arrivato al capolinea. Perci il
bambino viene lasciato alle cure di un nonno praticamente sconosciuto, un vecchio
illustratore, burbero e affaccendato, che vive da molti anni a Milano.
Tra quattro mura e un balcone, nellarco di settantadue ore si svolge questo racconto
affilato, il perfido e divertente scontro tra un nonno stanco e distratto e un piccolo
gendarme petulante e vitalissimo.
Nella partita che si gioca fra loro, tra alleanze, rivalit e giochi non sempre divertenti,
la vita che si specchia in tutte le sue forme: la vita trascorsa e quella in potenza, la vita
dura e beffarda di Napoli che riaccoglie luomo dopo tanti anni, la vita della casa che
sembra risvegliarsi piano piano, piena di echi e di fantasmi.
Dopo il successo di Lacci, uno dei maestri della letteratura contemporanea torna a
raccontare la durezza dei legami famigliari. E lo fa con un romanzo tesissimo, che ci fa
sorridere continuamente ma non ci risparmia la dissezione precisa delle nostre paure, del
nostro smarrimento di fronte alla tenacia della vita dentro e dopo di noi.
Lautore

Domenico Starnone (Napoli, 194 3) ha fatto a lungo linsegnante, stato redattore


delle pagine culturali de il manifesto. Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati
sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di
Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori
classe. Si distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET
Scrittori 2012), Segni doro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha
tratto lomonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a
cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilit (2005, premio Castiglioncello) e Prima
esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi
ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide
Gamba (2011, ET Scrittori 2014 ) e Lacci (2014 , The Bridge Book Award, Super ET
2016).
Dello stesso autore

Spavento
Autobiografia erotica di Aristide Gamba
Il salto con le aste
Condom
Lacci
2016 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Disegni di Dario Maglionico
In copertina: Dario Maglionico, Reificazione #9, olio su tela, 2014,
particolare. Collezione privata.

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