Sei sulla pagina 1di 20

FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO

PROGETTO DI TUTELA DEL MINORE: INSERIMENTO IN COMUNITA’ IN ALTERNATIVA AL


CARCERE.
CASI A CONFRONTO
Foggia 8 maggio 2010

La legge intende per “minore” quell’individuo che non ha ancora compiuto la


maggiore età – i diciotto anni – e risulta pertanto imputabile, cioè oggetto di
procedimento penale, solamente nel momento in cui diviene autore di reato e
solo nella fascia di età compresa tra i quattordici ed i diciotto anni, dopo
appositi accertamenti.
Se teniamo conto della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia,
approvata dall’ONU il 20 novembre 1989, oltre che, alle sollecitazioni emerse sullo
studio della condizione minorile in Italia degli ultimi anni, notiamo come viene
sottolineato che:
• per fanciullo s’intende ogni essere umano in età inferiore ai diciotto
anni;
• ogni fanciullo ha diritto ad un livello di vita sufficiente atto a garantire il
suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale;
• l’educazione del fanciullo deve tendere a promuovere lo sviluppo della
personalità, dei talenti, delle attitudini mentali e fisiche in tutto l’arco
delle sue potenzialità;
• si deve preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in
una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di
uguaglianza fra i sessi e di amicizie fra tutti i popoli, gruppi etnici,
nazionali e religiosi e persone di origine autoctona; si deve portare il
fanciullo al rispetto per l’ambiente naturale.
Invece, tutto quel complesso di atteggiamenti che un individuo assume come
propri, in relazione alle varie situazioni in cui si trova ed agli stimoli esterni,
cioè ambientali, che si ripercuotono su di esso, provocando delle specifiche ed
a volte impreviste reazioni, viene definito come “condotta”.
Bisogna sottolineare, altresì, che siccome i comportamenti di un soggetto
risultano essere l’espressione dello status della propria psiche, la condotta
dell’uomo viene inevitabilmente dettata dalla strutturazione della propria sfera
interiore.
Per “criminalità minorile”, invece, si intende l’insieme dei fatti che portano al
reato i giovani nella suddetta fascia di età.
Per comprendere il significato del concetto di criminalità minorile, inoltre, esso
è stato distinto in tre differenti tipologie: vi è una criminalità minorile
fisiologica, intesa come una condotta deviante che, nella maggior parte dei
casi, è destinata a riassorbirsi con l’ingresso dei giovani nell’età adulta; esiste,
altresì, una criminalità minorile patologica endemica che è quella che si
concretizza nel momento in cui un minore viene coinvolto nella criminalità
organizzata; in ultimo, vi è una criminalità minorile patologica epidemica,
relativa ai minorenni stranieri, residenti nel nostro Paese, che sono indotti al
crimine in età precoce molto spesso perché vissuti in contesti di marginalità,
conflitti culturali, disadattamento e deprivazione.
La disamina della devianza minorile si configura come fenomeno complesso, in
quanto molteplici risultano essere le variabili che entrano in gioco nel
determinismo di una particolare condotta interpersonale, assai diffusa nell’età
1
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
contemporanea, e che in alcuni casi viene correlata alla cosiddetta
“marginalità sociale”.
L’adolescente esibisce la propria forza per dimostrare agli altri di esistere; si
oppone alle regole sociali ed alle convenzioni in quanto, essendo prodotti
dell’azione degli adulti, non li avverte come propri. Ecco perché per esserci
deve diventare protagonista, inventarsi altri valori (che ci appaiano come
disvalori), altre regole, che sicuramente saranno in contrapposizione a quelle
della cultura dominante. Da quello che abbiamo appena detto è evidente che
l’atto deviante, la trasgressione, la conflittualità agita rappresentano delle
forme e delle modalità comunicative del ragazzo.
Ciò che i giovani chiedono è di essere riconosciuti in quanto tali, nella propria
identità e dignità di persone, di essere più attenti ai loro bisogni.
In ottica pedagogica va detto che per contrastare i processi di disagio e di
disadattamento sociale, occorre concepire il giovane come un essere in
cammino, un progetto che si realizza, e che nel suo itinerario può deviare,
rallentare, riprendersi, purché non sia lasciato solo a gestire una libertà che
ancora non ha pienamente maturato, in una società complessa e
contraddittoria come quell’attuale. La presenza dell’adulto è fondamentale la
dove sia significativamente in grado di promuovere quella crescita del minore
che lo possa rendere più indipendente e responsabile nell’affrontare le varie
esperienze di vita. Va sottolineato come la devianza, come diversità, si discosti
dalla criminalità; infatti non tutti i comportamenti devianti coincidono con quelli
delinquenziali. Mentre i comportamenti delinquenziali violano i codici penali di
ogni sistema sociale, gli altri comportamenti devianti violano altre norme.
Deviante s’intende non tutto il comportamento che si scosta dalle norme, ma
quello che è connotato negativamente, giudicato pericoloso e nocivo.
La scuola di Chicago, primi del 900, aveva messo in relazione il fenomeno
devianza con gli aspetti dell’emarginazione, mentre la nuova scuola di Chicago,
metà del 900,dà un impronta più soggettivistica al determinismo dell’azione
deviante. Matza ci dice che :”il percorso verso la devianza non avviene
attraverso il capovolgimento delle norme, bensì attraverso la neutralizzazione
delle regole sociali, perché il soggetto deve alimentare la stime di sé. Le
tecniche di neutralizzazione del conflitto con la norma sociale e morale sono
individuate nelle seguenti operazioni cognitive:
- la negazione della propria responsabilità;
- la negazione della vittima;
- la minimizzazione del danno provocato;
- la condanna di coloro che condannano.
Andreoli coglie alcuni atteggiamenti e schemi mentali tipici dei giovani del
tempo presente, che seppure sono generalizzazioni e bene ricordarli:
 rifiuto dei sistemi: si applica alle operazioni del pensiero e della
conoscenza .
 anamnesi della storia : mancanza di conoscenza dell’origine.
 Perdita della percezione del futuro: immediata soddisfazione dei piacere
e perdita dell’incapacità di rimandare la gratificazione.
“Il subito è l’unica dimensione del tempo, i desideri dei giovani, richiamano la
fame di oggetti: si ingoiano subito e poi si espellano”.
Essa è un’esistenza vissuta come esperienza sensoriale basata su
comportamenti da stimolo, privi di consapevolezza cosciente.

2
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
Sembra una vita vissuta senza testa né anima; i giovani temono il vuoto ed il
silenzio. Forte è il bisogno di frastuono, non solo presente nei giovani ma anche
nell’adulto che lo ricerca e lo riproduce in quanto deriva dall’essere frastornato
lui stesso.
Altro aspetto importante è la sensibilizzazione nei confronti della morte,
derivante dalla non scissione tra morte reale e televisiva.
Il pressappochismo con cui i giovani parlano di tutto e su tutto, senza
elaborazione critica della conoscenza.
La dispercezione della norma consistente nella non conoscenza dei codici, nel
non rispetto della legge ma nel seguire la legge di un capo. Il bisogno di un
nemico che serve per accrescere l’identità di un gruppo.
Oggi prevale l’egocentrismo, il culto dell’individualità e della volontà di arrivare
al successo con ogni mezzo, rispetto al principio della solidarietà sociale. Il
bisogno di fede è molto sentito, essi si attaccano a qualsiasi uomo si definisca
dio.
Nei giovani di oggi manca l’Io ideale, la capacità di progettualizzare; prevale la
presenza di un Io narcisista , di un Io-corporeo, un Io-monetario. Per tutte
queste ragioni il materiale prende maggiore valenza della persona umana. Il
bisogno del rischio è altro punto fondante nei giovani.
Assai carente risulta essere la presenza di valori morali. Per valori morali è da
intendere le valutazioni di azioni generalmente considerate dai membri di una
data società o giuste o sbagliate.
Ad esempio se la società considera sbagliato buttare sassi dal cavalcavia, per
alcuni giovani tale gesto è ritenuto prova di coraggio. Per tale ragione bisogna
capire cosa si intende per valori e quali modelli morali gli sono stati trasmessi.
Nella condotta equilibrata interviene l’azione educativa dei genitori, clima
familiare sereno ed emotivamente gratificante.
Uno dei compiti fondamentale dei genitori è trasmettere al fiducia “di base”
che sarà in grado di aiutare i figli nella crescita psicoaffettiva e nelle future
scelte sociali positive.
Come Pati ci dice i casi di disadattamento minorile provengono da nuclei
domestici fragili.
La persona che attua una condotta etica è capace di scegliere autonomamente
ciò che è bene per sé, nel rispetto della libertà dell’altro. Ha interiorizzato dei
modelli comportamentali costruttivi, portando con sé l’immagine genitoriale
positiva e nella società agisce andando verso l’altro.
De Leo ha proposto il modello costruttivista nella spiegazione del crimine, che
consiste nel fornire una spiegazione circolare, sistemica, e non di casualità
lineare. In base a tale prospettiva teorica il comportamento deviante viene
definito da una complessa rete di interazioni che producono significati intorno
all’azione ed al suo autore. Essa, inoltre, attribuisce una funzione dialogica
all’atto deviante.
Nei secoli vi è stata una evoluzione storica della giustizia minorile che ha
cambiato più volte il proprio volto pedagogico.
La Scuola Classica nel settore della giustizia minorile ha sollevato la questione
dell’imputabilità del minore, dando il via alla nascita di quelle istituzioni
finalizzate ad affrontare il problema dei minori vagabondi, abbandonati,
incontrollati ed incontrollabili, soprattutto quando fossero considerati pericolosi
per l’ordine pubblico in una società che si stava avviando verso profonde
trasformazioni.
3
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
Va inoltre precisato come un nuovo approccio al problema del minore
delinquente fosse già iniziato nel secolo XVI, poiché, già a partire dal 1650, a
Firenze fu fondata la prima “Casa di Correzione” un istituto per il recupero del
minore attraverso l’azione educativa della scuola e del lavoro e, grazie
all’opera di Ippolito Franchini, fu introdotta la novità assoluta di differenziare,
per la prima volta, il trattamento penale dei minori da quello degli adulti.
Successivamente, fu il sacerdote Filippo Franci, successore del Franchini, a
dare vita, sempre a Firenze, allo “Spedale di San Filippo Neri” atto ad
accogliere ragazzi minori di sedici anni che svolgevano la loro vita nelle strade,
munito anche di piccole celle per i giovani, maggiormente indisciplinati, la cui
reclusione avveniva tuttavia segretamente sia per non arrecare infamia a loro
stessi ed alle famiglie sia per ottenere più facilmente il pentimento.
Esattamente cinquanta anni dopo, a Roma, venne istituito da Clemente XI lo
“Spizio di San Michele in Ripa” in cui venivano internati tutti i minorenni
condannati e quelli che vi venivano relegati per volontà dei propri genitori o dei
tutori.
Intanto con il mutare del clima culturale, portato dall’avvento del Positivismo
che diede un grande impulso a tutte le scienze, ma in particolare a quelle
riguardanti la personalità umana, fu assegnato alla sociologia il compito di
studiare, di interpretare la realtà e di definire la natura umana con il metodo
sperimentale alla stessa stregua di tutti gli altri oggetti di ricerca, e si giunse
così a far affermare a Cesare Lombroso “che si potesse studiare l’uomo ovvero
l’individuo che delinque con strumentazioni derivate da altre scienze
dell’uomo”.
Tutto ciò, di fatto, inaugurava l’antropologia criminale e l’indirizzo
individualistico dello studio della criminalità che avrebbe avuto un notevole
peso nello sviluppo del diritto penale e sul trattamento dei delinquenti.
Il soggetto delinquente, dunque, iniziò ad essere considerato come un soggetto
malato e perciò stesso privo di personalità, il principio del libero arbitrio venne
sconfessato, la pena assunse il carattere di prevenzione e di cura e la
pericolosità sociale divenne il termine di confronto su cui dovevano misurarsi la
punizione e il diritto di possibilità di recupero sociale.
Una vera svolta alla definizione di un nuovo spirito della giustizia minorile ed il
primo intervento ministeriale, si ebbe negli anni ’30 con l’emanazione del
Codice Rocco, che rappresentò il compromesso tra le opposte istanze della
Scuola Classica e della Scuola Positiva, in quanto con esso si delineò una netta
distinzione tra i soggetti che dovevano considerarsi biologicamente e
psichicamente normali e quelli che presentavano condizioni di non normalità
biologica e psichica, con la conseguenza che per i primi era previsto il libero
arbitrio e quindi l’imputabilità, per i secondi una pena non retributiva ma che,
sottoforma di sicurezza acquisiva funzione terapeutica e di difesa sociale.
Intanto, a fine secolo, mentre nel resto del modo cominciavano a sorgere i
primi organi giudiziari minorili specializzati, quali la “Società per la rieducazione
dei giovani delinquenti”, a Londra, e la prima “Juvenile court”, a Chicago, in
Italia, si è dovuto attendere il 1934 per avere – con il Reggio Decreto n. 1404 –
il primo Tribunale dei Minori.
È da sottolineare, comunque, che tanto il R.D.L. n. 1404 quanto il successivo
del 15 novembre 1938 n. 1982 e la Legge del 25 luglio 1956 n. 888 ebbero il
merito di istituire non solo il Tribunale dei Minorenni, ma anche gli ordini
amministrativi di supporto precedentemente nominati in precedenza (perdono
4
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
giudiziale, sospensione condizionale della pena, liberazione condizionale,
libertà vigilata, riabilitazione speciale) nonché alcune modifiche processuali e
nuove misure rieducative.
Un momento interessante degli interventi legislativi rivolti alla definitiva
soluzione delle normative in campo minorile fu rappresentato dal Decreto
delegato n. 616 del 1977, con il quale si stabilì una sorta di doppio binario per
cui le misure da adottare vennero delegate al Tribunale minorile mentre
l’attuazione delle stesse venne demandata ai Comuni i quali si sarebbero
dovuti assumere l’impegno di organizzare programmi ed interventi alternativi
che avevano come fine l’allontanamento del minore dal sistema penale
amministrativo, dando il via ad una progressiva separazione fra giustizia e
sicurezza sociale. I punti essenziali del progetto di riforma, comunque, furono
l’individuazione di un unico criterio giudiziario da attribuirsi ad un unico ente
giudicante specializzato e la definizione di una nuova dimensione territoriale
che superasse la precedente centralizzazione del Tribunale dei Minori.
La prima esigenza fu oggetto del Disegno di Legge n. 24 del 1983 che assegnò
alle circoscrizioni provinciali la sede dei Tribunali minorili, mentre stabilì
soltanto una sezione specializzata per regione sotto un unico giudice d’Appello
coadiuvato da un ufficio di pubblica tutela e da un nucleo di polizia giudiziaria.Il
Disegno di Legge n. 1589 del 1985, successivamente, ribaltò decisioni
precedenti stabilendo una struttura giudiziaria minorile presso ogni Tribunale e
la presenza prevalente di membri laici nei confronti dei membri togati.
Il Disegno di Legge 1673 del 5 febbraio 1986 obbligò alla specializzazione gli
organi della giustizia minorile prevedendo dei corsi annuali di preparazione da
parte del C.S.M.
Il nuovo Codice di Procedura Penale emanato dal governo con la Legge del 16
febbraio 1987 n. 81 espresse normative specifiche nel diritto penale minorile
relativamente al processo sia attraverso il D.P.R. del 22 settembre 1988 n. 448
sia con il D.Lgs del 28 luglio 1989 n. 272.
In ultima analisi, il D.P.R. n. 448/88 accentuò le esigenze di risocializzazione
avvalendosi di interventi educativi adeguati alla personalità del minore visto
anche il fallimento delle soluzioni deterministiche della devianza e la
consapevolezza che pure un minorenne potesse addivenire ad un giustizio
morale e di responsabilità.
L’intervento della giustizia minorile ebbe così un’occasione del tutto particolare
per analizzare e valutare l’effettiva possibilità di recupero del minorenne
durante lo svolgimento della pena, al quale veniva offerta tutta una serie di
istituti, solo falliti i quali si rendeva necessaria una diversa sanzione;
risultarono positivi infatti i due nuovi strumenti del proscioglimento per
irrilevanza del fatto e del proscioglimento per esito positivo della prova.
Dalla disamina appena effettuata abbiamo visto come vi sono stati diversi
modelli di giustizia da quella retributiva, a quella rieducativa per concludere
con quella riparativa.
•GIUSTIZIA RETRIBUTIVA: (c.p. 1889) prospettiva della corregibilità,
isolamento, cura correzione in ambienti di protezione. Idea sottostante:
infanzia “spugna”, si traduce in interventi di bonifica sociale
• GIUSTIZIA RIEDUCATIVA: (1934 primo tribunale per i minorenni), dimensione
della pena terapeutico - riabilitativa; la tendenza che si afferma è di guardare
oltre al reato, considerandolo come espressione sintomatica di un disagio
intrapersonale e familiare e di anticiparlo come possibilità, attraverso le prime
5
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
irregolarità comportamentali. Idea sottostante: è meglio intervenire prima del
fatto - reato
• GIUSTIZIA RIPARATIVA: convoglia le esigenze espresse dalle diverse parti
sociali in conflitto, riconoscimento della vittima, diversificazione degli
interventi, riparazione del danno, possibilità di attivare la comunità intera
attorno alla situazione reato. “ottica ecologica”: il crimine va osservato come
problema emergente che origina dal contesto sociale e che solo all’interno del
sociale può trovare una soluzione efficace (fine 1960).
Istituti giuridici
Centri di Prima Accoglienza: art 390 c.p.p. ospitano fino all’udienza di convalida
i minorenni arrestati o fermati per cui non è stato possibile l’accompagnamento
presso l’abitazione famigliare. Servono ad assicurare la permanenza del minore
senza caratterizzarsi come strutture carcerarie, i minori sono a disposizione
dell’autorità giudiziaria e possono rimanervi fino a 4 giorni. Il minore nel C.P.A.
è sottoposto a osservazioni da parte di una equipe operativa che stila un primo
rapporto che verrà poi utilizzato dal giudice. Trascorso questo periodo
preliminare (4 giorni) il giudice deve decidere quale provvedimento adottare
nei confronti del minore.
La decisione deve essere impostata sui seguenti criteri:
•Non interruzione dei processi educativi
•Minima offensività del processo
•Rapida uscita dal circuito penale
•Residualità della detenzione
La funzione educativa è insita nel nuovo processo penale minorile.
Custodia cautelare (carcerazione art. 23): il minore viene condotto in un Istituto
Penale minorile. E’ prevista per i reati con pene superiori ai 9 anni e deve
essere giustificata dal pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, di
reiterazione del reato.
Collocamento in Comunità: (art 22) il giudice dispone che il minore sia affidato
a una comunità pubblica o privata, imponendo eventuali prescrizioni
sull’attività di studio o di lavoro, ovvero su altre attività per la sua educazione.
Permanenza in casa: (art 21) il giudice prescrive di rimanere presso l’abitazione
familiare, può anche imporre limiti o divieti alla facoltà del minore di
comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano, può altresì
consentire di allontanarsi dall’abitazioni per studio o lavoro.
Prescrizioni: (art 20) il giudice può impartire specifiche prescrizioni e obblighi
inerenti alle attività di studio, lavoro o altre attività educative.
Sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto: (art 27) durante le
indagini preliminari il giudice può stabilirla se risulta la tenuità del fatto e
l’occasionalità del comportamento.
Perdono giudiziale: è un’estinzione del reato decisa dal giudice nel caso di
persona minorenne alla sua prima esperienza penale con pena prevista
inferiore ai 2 anni.
Sanzioni sostitutive: per pene non superiore ai 2 anni, possono essere applicate
semidetenzione o libertà controllata.
Messa alla prova (art. 28): si sospende il processo, per un tempo che va da 3/4
mesi fino ad un massimo di 3 anni, e si prescrive un piano di attività complesse
ed articolate che il minore fa sue, perché con lui costruite. La finalità di questo
provvedimento è quella di responsabilizzare il ragazzo attraverso un impegno
concreto nell’attività lavorativa, di studio e di volontariato.
6
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
Molte volte viene applicato l’art. 28 con collocamento in comunità, ciò avviene
la dove il nucleo familiare di origine non è in grado di farsi carico della crescita
morale del minore o vi sono gravi problemi di reinserimento a causa
dell’evento reato.
La casa famiglia
Il progetto culturale e sociale che negli ultimi decenni ha approfondito le
tematiche relative ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e alla
riqualificazione dello sviluppo ecosostenibile dei centri a misura delle bambine
e dei bambini, ha tenuto conto dei principi, degli orientamenti, delle
metodologie, delle azioni, riferibili alla cosiddetta “buona prassi”.
Da questa premessa le Case famiglia costituiscono un particolare qualificante
per il territorio perché danno l’opportunità di integrazione attiva e non
allontanano il minore dalla famiglia e dal territorio d’appartenenza.
Si possono riscontrare elementi qualificanti nel rapporto tra il terzo settore e la
collaborazione con la P.A. a sostegno dei minori, anche sul piano
dell’operatività e del contributo teorico e culturale per:
· la presenza di innovatività, creatività, flessibilità, adesione ai bisogni,
tempestività degli interventi, superamento della logica del servizio inteso come
mera assistenza;
· recupero del ruolo educativo dell’adulto;
· lo sviluppo della corresponsabilità come espressione di cittadinanza attiva;
· sperimentazione di un nuovo modello di pubblico inteso come collaborazione,
integrazione/ complementarità dei servizi con i diversi livelli della P.A.
Da quando si parla, precisamente, di case famiglia o comunità familiari per
minori?
Di casa famiglia si fa esplicito riferimento nel 1983 con la legge 184, (adozione
ed affido) e poi con il DPR 448/1988 (nuovo processo penale minorile). Sia la
legge che il DPR si limitano a definire la tipologia delle strutture. Esse non sono
certo intese come norme quadro che definiscono gli standard comuni alle
strutture, solo con la legge quadro 328/00 si definiscono i criteri condivisi per la
gestione delle comunità per minori. Con il decreto del presidente del Consiglio
n. 308 del 21/05/01 sono fissati i requisiti minimi strutturali ed organizzativi per
l’autorizzazione all’esercizio dei servizi e delle strutture a ciclo diurno e
residenziale. In questo modo lo Stato traccia i limiti entro cui devono legiferare
le Regioni. Sia la L. 328/00 che il decreto 308/01 prevedono una “carta dei
servizi” dell’Ente gestore della comunità. Nella carta dei servi si devono
esplicitare gli obiettivi e le metodologie di lavoro che ispirano la fornitura del
servizio all’ente pubblico e all’utente. La Regione Puglia con la L. Regionale
19/06 prima e con il regolamento attuativo n. 4/07, dopo, ha dato un nuovo
input alla vita del walfer state regionale.
Comunque la casa famiglia ha dei requisiti tali da renderla similare ad una
famiglia, l’utenza non può essere superiore a dieci unità, le strutture devono
essere collocate in edifici per civili abitazioni, gli spazi comuni adibiti
esclusivamente all’utilizzo della vita comunitaria e progetti educativi
individualizzati come metodologia operativa.
Proprio grazie alle riforme legislative i minori delle comunità sono in continua
evoluzione.
L’utenza della casa famiglia abbraccia le fasi della cosiddetta età minorile che
va dall’infanzia all’adolescenza. L’infante è definito come colui senza parola,

7
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
mentre l’adolescente è quel soggetto che comincia a porsi degli interrogativi
circa se stesso e il mondo che lo circonda.
In questa disparità di concezioni si pongono i genitori, che da un lato
considerano i propri figli minori privi di parole e dall’altra li vogliono alla ribalta
di una società caratterizzata dall’apparenza e dal benessere. C’è una rincorsa
alle mode e al non dire mai “no” .
La nostra società manca di dialogo seppur si hanno tutti gli strumenti a
disposizione per instaurarlo.
Il non dire mai "no" rischia di sottrarre la possibilità e risorse a noi stessi. Il “no”
non è necessariamente un rifiuto, è solo il corollario del dire “si”. Altre sono le
sofferenze e le sconfitte della vita che lungo il cammino di ogni persona si
trovano. Le prime aiutano a crescere, le seconde lasciano segni profondi se
durante il periodo adolescenziale, il soggetto, non si è ben fortificato e formato.
Ormai le strutture non possono solo appagare il bisogno primario di protezione
e cura, il quale non è più sufficiente per dare risposte adeguate ai bisogni dei
minori; ormai si parla di realizzare sempre più un regolare processo
d'identificazione personale attraverso progetti individualizzati.
Dagli anni ’70, con l’affermazione del modello delle comunità e poi delle case
famiglia contrapposte agli Istituti assistenziali, molte cose sono cambiate. Basti
pensare al radicale cambiamento stesso che le strutture hanno subito, da
operatori residenti a quelli turnanti, dal rifiuto di modelli organizzativi
all’assunzione di responsabilità collettivistiche, dalla mitizzazione dell’equipe
educativa, per giungere alle attuali forme di gestione puntuali e strutturate,
alle metodologie di lavoro, al progetto educativo individualizzato, alla gestione
di un progetto qualità.
Gli enti gestori che nel passato erano per lo più associazioni oggi si sono
trasformati in cooperative o ancora in consorzi di cooperative. Anche gli enti
committenti si sono trasformati, dal periodo delle vacche grasse ad oggi, dove
le spese sono molto più oculate e molte volte i tagli vanno contro la stessa
politica della qualità del servizio.
Negli ultimi anni le comunità sono divenute, nelle diverse tipologie esistenti,
una fondamentale risorsa pedagogica e sociale.
Le case famiglie per adolescenti rappresentano una risorsa educativa e sociale
autonoma a cui ricorrere anche nei casi di grave disagio.
La casa famiglia, comunque, qualsiasi sia il campo d’azione che sviluppa,
svolge un ruolo di contenimento, perché in essa si costruiscono relazioni rivolte
alla promozione e allo sviluppo dell’identità e dei processi di socializzazione del
minore.
Esse possono svolgere ruoli differenti come quello sostitutivo alla famiglia,
oppure collaborare con quest’ultima.
La struttura, se si pone in alternativa alla famiglia, si presenta inevitabilmente
come un sistema relazionale all’interno del quale le relazioni primarie, ovvero i
genitori, vengono sostituiti dal rapporto con più figure di riferimento e dove la
relazione ed il confronto con altri coetanei risultano prioritari rispetto a quanto
può verificarsi all’interno della famiglia.
Per evitare che il soggetto cresca e si perda, in una società così complessa,
bisogna costruire un progetto ove le regole sono essenziali. E’ importante ciò
perché le regole sono richieste dall’adulto che sta accanto al crescente in
quanto rappresentano sicurezza, inoltre se ogni regola va accompagnata da
una giustificazione è altrettanto vero che esse costruiscono la base sulla quale
8
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
costruire il singolo e la società.
Sul versante metodologico e pratico non vi è una ricetta che stabilisce
quali interventi e in che ordine devono essere compiuti, ma si configura come
un risultato operativo di interpretazioni e orientamenti, e più che proporre
percorsi si tracciano delle linee dell’agire.

Per iniziare un percorso educativo c’é bisogno di una conoscenza


fondamentale che è quella della comprensione autentica del soggetto cioè
della visione che egli ha di sé, degli altri e del mondo. Per questo prima di
raccogliere i dati della storia delle nostre ragazze “vestiamo” in qualche modo
il punto di vista delle stesse per capire il perché di un certo modo di vivere.
Ricostruire la loro visione del mondo è un passo iniziale irrinunciabile se si
vuole capire il luogo in cui si intrecciano le cause e i fini. Il momento
dell’osservazione è molto importante per la comprensione dell’accaduto; tra
osservazione e comprensione si stabilisce un circolo che fa sì che i dati che il
soggetto fornisce all’apparenza disgregati, si trasformino in un disegno
coerente e lineare; queste trasformazioni avvengono quando il livello di
comprensione e l’osservazione del soggetto si fa più attenta. Per questo
l’osservazione è un vivere con le ragazze accolte e non solo la parte iniziale del
loro programma di educazione.
Prima di tutto cerchiamo di individuare gli obiettivi dell’osservazione. Per che
cosa si osserva? Per individuare le risorse, i problemi, gli obiettivi per progetti
educativi.
La traccia che seguiamo per l’osservazione è:
♦ Dimensione corporea
Igiene personale: doccia igiene orale, ecc.;
Qualità e tipo di vestiario usato;
Uso di oggetti per l’igiene personale;
Richiesta di oggetti particolari per la cura del corpo;
Comportamenti alimentari: cibi consumati, tempi e modalità di consumo.
♦ Dimensione psicomotoria
Capacità di controllare i movimenti nello spazio;
Abilità fisiche e motorie: resistenza, forza, scioltezza, agilità;
Comunicazione non verbale: capacità di adoperare appropriati movimenti
espressivi.
♦ Dimensione partecipativa
Rispetto degli orari delle attività;
Richiesta di materiali per studio, lavoro, gioco;
Richiesta di aiuto, consulenza, coinvolgimento.
Cooperazione, competizione con le compagne;
Preparazione di materiali richiesti dall’attività di sua iniziativa o su richiesta,
Verifica dell’attività svolta attraverso l’esposizione degli oggetti, la discussione
di un argomento.
♦ Dimensione relazionale
Sa stare con gli altri: compagne di stanza, altri compagni, operatori ecc.;
Accetta i consigli;
Risponde se gli si pongono domande;
Interviene nelle discussioni;
I rapporti con i compagni sono caratterizzati da: simpatia, antipatia,
indifferenza;
9
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
I rapporti con gli adulti sono caratterizzati da: simpatia, antipatia, indifferenza,
di volta in volta.
♦ Dimensione cognitiva
Ricorda un contenuto nella forma in cui le è stato presentato;
Capacità di riassumere un contenuto;
Capacità di andare oltre il contenuto per trarre conseguenze;
Capacità di organizzare il contenuto per produrre un’idea nuova, esprimere
giudizi sul contenuto;
Utilizzo nel linguaggio di: fatti, termini, concetti, principi personali e generali.
Altro passo importante da compiere e la destrutturazione e la ristrutturazione
che sono rivolti alla dimensione psicofisica del ragazzo. Sono azioni e
interazioni che aiutano a superare alcuni limiti oggettivi di blocco. Spesso si
tratta si soddisfare alcuni bisogni di base o di sollecitare alcune capacità, di
colmare le lacune di una vita segnata dall’indifferenza e dalla trascuratezza. In
alcuni casi per rimuovere gli ostacoli si programma una sorta di obiettivi
intermedi oppure si chiede un sostegno psicoterapeutico per aiutare il/la
ragazzo/a a passare a nuove forme di vita. Il passaggio ad una nuova forma di
vita è sicuramente vissuto come momento discontinuo con il proprio passato.
Bisogna allora attuare forme nuove di esistenza che le attraggano per cui di
volta in volta organizziamo gli spazi, i tempi, le attività, le relazioni
interpersonali in modo tale che la rottura e la destrutturazione dei moduli di
vita precedenti si inizino ad intrecciare e a confondere con la
funzione strutturante e propositiva della nuova prospettiva che si sta
costruendo.
Il percorso educativo tende a limitare l’incidenza di alcuni fattori disturbanti
come i conflitti emozionali, dipendenza da certi modelli esistenziali, abitudini
comportamentali sedimentate, per cui prima di giungere alla messa in crisi
dell’intera visione del mondo bisogna puntare sulla riduzione dei sintomi, che
soprattutto quando vi sono carenze affettive e cognitive molto profonde,
possono neutralizzare qualsiasi intervento educativo.
Un’altra strategia efficace nella nostra metodologia è l’educazione al bello che
consiste nel far compiere ai/alle ragazzi/e un certo numero di esperienze
centrate sul bello per la costruzione del loro senso estetico. Questo percorso
le prenderà impreparate perché la maggior parte di esse hanno una sorta di
sordità al bello non avendo esperienze di questo tipo nella loro vita. Il percorso
più idoneo è quello dell’incontro tra soggetto e realtà, nel quale il bello è
racchiudibile nelle categorie già presenti nel suo modello cognitivo abituale.
Si parte dal bello della natura per giungere verso la fine del percorso al bello
artistico calibrando le esperienze che vanno dal grandioso al dettaglio, al
particolare raffinato.
Scopo di questo esercizio al bello è quello di insegnare ad esercitare un giudizio
sul reale. Questa capacità di esprimere un giudizio permetterà alla ragazza di
connettere il valore che le cose hanno per lei con le caratteristiche oggettive
della realtà. Attraverso questo incontro/scontro ella capirà che la realtà non è
bella in sé, ma è il frutto di una interpretazione che varia a seconda della
persona. Si rivela importante il confronto con le valutazioni degli altri
provocando discussioni in cui ciascuna sarà portata a mettere in campo non
solo il prodotto della sua attività cognitiva ma anche gli argomenti che
sostengono l’attribuzione di un certo giudizio.
Altro percorso da compiere è l’educazione al difficile. Spesso i/le nostri/e
10
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
ragazzi/e trascorrono la vita sotto il segno della non responsabilità e si
credono esclusi/e dalla costruzione della realtà e dai vincoli che le legano ad
essa. Per questo si cercano progetti educativi che siano vere e proprie palestre
di responsabilità (scuola, gruppi parrocchiali, formazione professionale, lavoro).
Bisogna individuare degli scopi che siano motivanti per loro ma irraggiungibili
senza l’impegno e la responsabilità.
Per queste ragioni l’impostazione pedagogica del lavoro, rispondente allo
spirito carismatico del Murialdo e della pedagogia sistemico relazionale, ci
differenzia dalle altre strutture non solo per il carisma “religioso” ma anche per
la ricerca continua ed estenuante del far vivere il minore come in una famiglia.
Ciò si realizza attraverso le vacanze estive, i campi scuola, le giornate di festa,
le uscite fuori porta, lo sport, gli spettacoli, il cinema, il teatro. Tutto ciò noi
diamo ai ragazzi e queste attività sono il corollario indispensabile per farli
sentire come tutti gli altri.
Comunità educativa “Nucleo Residenziale Adolescenti”nasce nell’aprile 2004
Finalità: accoglienza di adolescenti e giovani di età compresa tra i 12-18 anni in
condizioni di rischio di disadattamento e di emarginazione sociale; nonché
minori sottoposti a provvedimenti della competente autorità giudiziaria (area
penale) o sprovvisti di qualsiasi sostegno familiare. In via eccezionale minori
più piccoli ove richiesto da particolari situazioni contingenti ed a seguito
dell’autorizzazione dell’autorità che ne ha chiesto l’inserimento.

Organico attuale: 4 operatori (3 educatori, 1 pedagogista), 1 colf.


Vi sono accolti a tempo pieno 5/6 minori, maschi, provenienti dalla provincia
foggiana, anche dalla provincia barese; la conduzione del quotidiano è compito
di 4 educatori, che turnandosi coprono l’intero arco delle ventiquattro ore. Il
responsabile ultimo della struttura è il direttore dell’opera San Giuseppe di
Lucera, mentre il presidente della cooperativa decide gli inserimenti in equipe
con gli operatori e il direttore.
Il compito degli educatori è la gestione del vivere quotidiano, dando valenza
educativa agli aspetti della normale vita. Punto fondamentale del nostro
progetto è la ricerca della normalità del vivere e la positività del contesto di
tipo familiare e le regole di convivenza civile. Nella struttura residenziale è
normale impostare la valenza educativa sul lavoro quotidiano, essa è quasi
invisibile ma praticabile da tutti in quanto non si differenzia dalle azioni
quotidiane ma porta con se intrinsecamente la qualità, il valore che esse
rivestono per la crescita e lo sviluppo delle persone. Come all’interno della
famiglia gli strumenti dell’azione educativa sono in primo luogo le cose, lo
spazio, il tempo e la portata metaforica con cui si può intenzionalmente e
educativamente investire.
Come in tutte le strutture, la fase più delicata è l’ingresso di un nuovo ragazzo,
soprattutto se questo avviene quando il piccolo gruppo già è formato ed ha
interiorizzato le regole della casa. Il nuovo sconvolge la vita della casa e degli
altri ospiti. Per questo un lavoro molto importante che andiamo a fare è nella
fase precedente all’ingresso con l’Ente inviante. Sempre più spesso ci si trova
di fronte a ragazzi multiproblematici, disadattati, con problemi psichiatrici, di
tossicodipendenza e penali, nella normalità delle volte provenienti da famiglie
disastrate.
Appena il ragazzo entra in struttura ci poniamo ogni volta di fronte a lui come
persona UNICA, non etichettandolo ed attivando l’approccio sistemico
11
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
relazionale.
L’affermazione dell’ottica sistemico relazione per l’operatore si muove secondo
ipotesi di individuare il sistema interpersonale, che sia significativo rispetto alle
difficoltà, al disagio psicologico e al comportamento sintomatico per modificare
le regole di relazione interpersonali e le modalità comunicative disfunzionali al
processo di sviluppo e cercando di realizzare i propri bisogni e potenzialità del
singolo e del suo sistema familiare. Per noi operatori sistemici l’attenzione che
rivolgiamo alla relazione e alla modalità di chi chiede aiuto implica
un’organizzazione dei servizi tale da privilegiare le discipline del soggetto non
in modo semplicistico ma basati su riferimenti culturali e scientifici. Nella
visione sistemica l’attenzione è costantemente rivolta al contesto e alle
dinamiche organizzative entro cui l’attività dell’operatore s'inserisce o come
dice Bateson “la saggezza è la consapevolezza dei processi evolutivi dei diversi
sistemi coinvolti alle loro interazioni nel tempo di come, sia noi come terapeuti,
sia come l’epistemologia che abbiamo scelto, partecipiamo all’emergente ed
evolvente flusso degli eventi”.
Insieme all’approccio sistemico relazione si fonde il valore e il carisma della
pedagogia del “Murialdo”.
Grazie a tale approccio si progetta insieme all’Ente inviante, e prima di iniziare
a lavorare con il ragazzo, un Progetto Quadro dal quale si estrapolerà il PEI.
Nella nostra storia comunitaria dopo ogni contatto telefonico, preliminare, con
l’Ente inviante si cerca di dare una prima risposta di fattibilità del caso, dopo di
che si passa al primo incontro conoscitivo dello stesso con tutti gli attori
istituzionali coinvolti ed infine all’incontro con il minore. Si demanda all’Ente
inviante la preparazione al consenso per l’entrata in comunità del minore e
della famiglia. Non sempre, quasi mai, infatti i minori accettano di entrare in
casa famiglia e molta fatica del lavoro in struttura è impiegata per creare nel
ragazzo una motivazione rispetto allo stare in comunità.
Il nostro obiettivo primario è quello di fornire i mezzi attraverso i quali il
ragazzo riesce ad acquisire, a piccoli passi, la capacità di interagire in modo
adeguato con il mondo, a costruire le basi e gli strumenti necessari per
progettare il proprio futuro. Ciò attraverso la formazione scolastica e
professionale di un mestiere.
I nostri ragazzi molto spesso sono anche degli alunni difficili. E’ risaputo che i
disturbi relazionali, emotivi ed affettivi non si mostrano come tali, bensì sotto
varie forme di difficoltà di apprendimento. La scuola, da parte sua, richiede
notevole impegno per il conseguire il successo scolastico. Non sempre un
ragazzo che vive in casa famiglia è in grado di rispettare o aderire alle regole
scolastiche (orari, compiti, verifiche, attenzione, motivazione, etc). gli
atteggiamenti iperattivi o depressivi fanno si che i ragazzi vengano etichettati
come “difficili” dagli insegnanti. Se le scuole, in alcuni casi, chiedono senza
capire ed etichettano prevediamo l’insuccesso, mentre, se la scuola si porge
con richieste più consone al disagio dei nostri ragazzi di solito si riesce a
lavorare in team. Nella nostra realtà abbiamo sempre incontrato scuole pronte
a collaborare per cercare di progettare percorsi individualizzati e non fermarsi
all’idea che istruzione e formazione debbano procedere in modo parallelo, al
contrario si dovrà procedere in maniera opposta alla normale didattica
scolastica.
Per ciò che concerne la professione, o gli sbocchi professionali, noi siamo
collocati in un territorio dove esiste un notevole tasso di disoccupazione e ciò
12
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
rende ancora più difficile trovare un lavoro per i nostri ragazzi anche a causa
della loro bassa scolarizzazione. Molto spesso ci troviamo di fronte a datori di
lavoro che sottopagano e sfruttano.
Concependo il ragazzo come in processo di “essere nel presente” e di “divenire
nel futuro” si cerca di mettere in atto un processo di aiuto basato sul problem
solving. Per questo il processo di aiuto non è tanto “cura” rivolta a forme di
patologia personale o sociale, ma a processi di apprendimento di modalità
nuove e più adeguate per risolvere situazioni di difficoltà attraverso la
sperimentazione e la messa in atto di comportamenti più adatti alla situazione
di espletamento dei compiti specifici relativi all’uso di risorse, all’inserimento
ambientale, alle relazioni interpersonali. Di solito le attività sono strutturate
attraverso il metodo “del fare e sperimentare”, finalizzato alla conoscenza e
apprendimento di abilità, ma soprattutto di sicurezza; “del fare per apprendere
ed elaborare”, dove si è stimolati verso un atteggiamento di maggiore
consapevolezza e responsabilità verso sé stesso e gli altri; “del fare per
interiorizzare e consolidare” che promuove il processo di elaborazione del
distacco dalla struttura.
I percorsi individuali permettono di utilizzare al meglio le risorse in modo
efficiente ed efficace, di passare dalla deresponsabilizzazione degli enti
pubblici ad un coinvolgimento nel percorso stesso; alla responsabilizzazione dei
parenti e del territorio.
Dietro ogni inserimento effettuato vi è una rete di persone coinvolte che sono
fatte partecipi dall’inserimento del minore fino alle sue dimissioni.
Per tali motivi gli obiettivi del progetto individualizzato vanno nella direzione di
una visione realistica del progetto, responsabilizzare gli enti su obiettivi
specifici; porre in evidenza il concentrarsi di situazioni critiche e/o devianti
rispetto a quelle prefigurate in sede revisionale; velocizzare gli interventi
correttivi; tracciare un quadro revisionale credibile dell’evoluzione futura del
progetto; assicurare la coerenza tra gli obiettivi parziali e quelli generali.
Ogni ragazzo attraversa alcune fasi fondamentali nel suo percorso di vita in
struttura. La presa in carico caratterizzata da un intenso rapporto iniziale tra il
Servizio proponente e i referenti della struttura; l’accoglienza dove si incentiva
la conoscenza della struttura e della sua organizzazione, inserimento graduale
nelle attività e nel gruppo dei pari per passare alla fase del progetto individuale
generale dove si favorirà il senso di appartenenza e infine il reinserimento nel
nucleo di origine oppure l’inserimento in un nuovo nucleo.
I minori all’interno della nostra struttura sono considerati come portatori di
diritti essenziali, questo non significa che non seguono le regole del vivere
comunitario o che fanno i “libertini”, anzi, proprio perché si stabilisce un patto
chiaro tra le parti ci si rispetta reciprocamente cercando di arrivare a quello
che il prof. Foti definisce “ascolto empatico”. All’interno della nostra casa i
minori sono parte attiva del proprio progetto educativo individualizzato,
insieme con l’equipe e l’ente inviante. Questa metodologia ci ha permesso di
arginare le ansie di cui il soggetto è portatore, quando va incontro a destini
incerti. Altra caratteristica del nostro lavoro è la routine del quotidiano,
attraverso la quale passa tutto, o buona parte, del lavoro educativo.
L’educatore rappresenta la stabilità, la regola, l’affettività, la continuità, il
sapere che c’è qualcuno su cui si può contare, qualcuno che pensa e protegge
in ogni situazione. Questa è la valenza del quotidiano, essere capaci di
migliorare ed ottimizzare le relazioni. Fare l’educatore è un mestiere difficile
13
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
perché si vive costantemente e quotidianamente con la sofferenza altrui.
La qualità della comunicazione fra gli operatori, la struttura inviante e la qualità
della politica costante fra gli obiettivi temporanei e quelli finali dovrebbero
essere quindi le caratteristiche fondanti del lavoro comunitario.
Casistica Penale
Molto spesso nell’ambito delle strutture per adolescenti, i percorsi
risocializzativi, interferiscono con le esigenze del controllo e della sicurezza
sociale.
Nelle strutture si possono costruire percorsi penali il cui criterio prevalente, che
sostituisce il controllo istituzionale, sia lo sviluppo di capacità autoregolative
del ragazzo e l’incremento di competenze operative fondate sul contenimento
attraverso la relazione. Ciò avviene perché la struttura adempie al ruolo di
rinforzo
nell’adolescente della consapevolezza delle proprie capacità e di sviluppo del
senso di responsabilità, attraverso meccanismi di confronto sociale e di verifica
dei risultati della propria azione e mediante la valutazione delle risposte che
provengono sia dagli altri coetanei sia dagli operatori.
Ecco perché un sistema differenziato di diritto penale minorile, che si basa sulla
concezione di maturità biologica, psicologica e sociale che si va acquisendo
attraverso percorsi di crescita progressivi, variabili dal punto di vista soggettivo
e fortemente condizionati da fattori esterni quali: educazione, l’ambiente
economico e sociale in cui il soggetto vive.
Proprio nel 1988 nasce il DPR 448 che sancisce il passaggio della concezione
del minore non più oggetto di protezione e tutela ma anche soggetto titolare di
diritti. Un sistema che contempla istanze di risposta pedagogica con quelle più
generali della pena, riconvertendo pena e processo, considerandoli in positivo.
L’intervento penale si orienta verso la diversificazione degli interventi
attraverso una risposta adeguata alla gravità del fatto ma ancor di più alla
personalità e alle esigenze educative del minore.
Le misure cautelari non detentive si possono applicare solo quando si procede
per delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione
non inferiore nel massimo a 5 anni. Nei confronti dei minori non si possono
applicare misure cautelari diverse da quelle prescritte dal codice, esse sono
utilizzate in maniera “a scalare”, la logica a scalare prevede una duplice strada
quella in salita, dalla misura più lieve si passa a gradi a quella più restrittiva, ed
una in discesa, il cui concetto è l’opposto del precedente. La finalità delle
misure cautelari non detentive è quella di riattivare il reinserimento sociale del
minore il più tempestivamente possibile.
La nostra casa famiglia accoglie minori con provvedimenti di messa alla prova
(art. 28 D.P.R. 448/88), e in misura cautelare (art. 22 D.P.R. 448/88).
La temporaneità della misura cautelare, spesso si oppone al coinvolgimento del
minore in una progettazione a lungo termine, inoltre sembra prevalere la
dimensione contenitiva su quella educativa. La misura richiede l’obbligo di
permanenza presso la struttura; gli è vietato allontanarsi, senza previa
autorizzazione del T.M. per le attività del piano educativo individualizzato, che
l’equipe, della casa famiglia in concerto con l’assistente sociale dell’USSM,
formula dopo un’attenta osservazione del caso. All’interno e all’esterno della
casa famiglia il minore partecipa ad attività ludico ricreative, scolastiche la
dove interrotte, di sostegno psicologico quando necessario, sostegno
pedagogico etc, sempre nel rispetto della personalità in evoluzione del
14
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
giovane.
Di solito quando un minore viene posto in comunità per affrontare la misura
cautelare ci si trova di fronte a famiglie non in grado di gestire l’evoluzione
psico affettiva del figlio. Nella normalità dei casi abbiamo a che fare con nuclei
disgregati, anaffettivi, pedagogicamente non adeguati, che arrecano più danni
che benefici ai propri ragazzi. Proprio per tali ragioni noi cerchiamo, quando ciò
è possibile, di avere incontri con il nucleo familiare per poterlo indirizzare nelle
linee pedagogiche guida. Questo lavoro serve per far si che qualora il minore
rientri in famiglia ci sia una continuità minima di regole sociali apprese durante
la permanenza nella nostra struttura.
Solo nel caso di gravi e ripetuti allontanamenti ingiustificati il giudice può
disporre l’aggravamento con la custodia cautelare per un periodo massimo di
trenta giorni, dopo di chè il minore rientra in comunità.
Altro percorso è la messa alla prova, che ha come assioma centrale un
progetto che si fonda e si articola intorno al consenso del minore.
L’articolazione e l’integrazione degli interventi è assicurata dall’impegno di più
istituzioni, Tribunale per i minorenni, servizi sociali del ministero e del territorio,
senza escludere la famiglia, e la casa famiglia.
In questo caso ribadiamo il ruolo fondamentale di quest’ultima e di come la
casa famiglia non può avere un ruolo da sostituto bensì di accompagnamento
della famiglia nella crisi e nelle difficoltà che l’attraversano.
Con i minori autori di reato, l’esecuzione in casa famiglia del provvedimento di
messa alla prova, contiene in sé la progettualità che deve essere condivisa con
il ragazzo e che poi è il presupposto per la concessione della misura stessa.
Non si può concedere tale beneficio se il minore non si assume pienamente la
responsabilità del reato.
Tale beneficio trae origine da un fatto accaduto nel 1841 a Boston, dove un
calzolaio, presente in aula di tribunale, sentì dichiarare ad un ubriacone che se
avesse avuto una persona amica accanto sarebbe potuto cambiare. Si dice che
quel calzolaio si sia dichiarato disponibile all’aiuto ottenendo così che
l’ubriacone non venisse condannato. Nasce così il concetto di “probation”,
sistema speciale preventivo che offre al colpevole l’opportunità di dimostrare
che, con un successivo impegno in esperienze positive, la pena non è più
necessaria.
Questa misura può variare da pochi mesi a tre anni ed è valida per qualsiasi
tipo di reato.
Ci sono delle prescrizioni da seguire, anche se la prova viene svolta in
comunità, del tipo “non si possono frequentare pregiudicati od essere
accompagnati da loro, non si possono frequentare locali di dubbia fama, sono
regolamentati i rientri in famiglia con prescrizioni di orari, inoltre bisogna
attenersi a tutte le regole che la comunità impone”.
A differenza di una messa alla prova svolta in famiglia la casa garantisce una
supervisione sul ragazzo 24 ore su 24, anche se ciò non esclude rischi di
ricaduta.
Nel caso del minore autore di reato si può dare risalto con la messa alla prova
alla riflessione sulla vittima che è un percorso che tenta di disattivare le
strategie di disimpegno morale ed attivare processi di responsabilità in
relazione a diversi valori quali la dimensione del reato, il danno arrecato alla
persona e le conseguenze indirette sulla comunità sociale. La struttura in tale
percorso può porsi come parte riconciliante del minore con la società.
15
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
Di fronte a minori che sono stati condannati al carcere, si cerca di farli uscire il
più velocemente possibile e di collocarli in strutture educative. Ci sono adulti
che sono entrati in carcere per delle sciocchezze e sono diventati delinquenti
quando sono usciti, diventando criminali incalliti perché gli incontri, le amicizie,
i giri, si formano anche in questo modo.
Per dare una visione completa del modo di gestire la casistica penale si riporta
il caso di un minore da noi transitato. Il caso in esame tratta di un minore
accusato di concorso in rapina aggravata, lesioni aggravate e tentato omicidio.
Arrestato e collocato in Centro di Prima a Accoglienza (C.P.A.) di Bari. Entrato in
Istituto Penitenziario (I.P.M.) minorile di Bari per circa tre mesi, misura
sostituita dal GIP (Giudice Indagine Preliminare) con il collocamento in
Comunità.
In ordine all’anamnesi familiare del nucleo si evince che il padre, invalido civile
grave per un incidente lavorativo, non è stato in grado di fronteggiare le
difficoltà familiari sia dei figli che della moglie. Inoltre i gravi problemi di salute
che lo affliggono lo hanno indotto a frequenti ricoveri che lo hanno tenuto
lontano dalla famiglia.
La madre sottoposta a provvedimento penale per il reato di tentato omicidio
continuato a danno dei figli minori è stata prosciolta per vizio totale di mente,
privata della potestà genitoriale e sottoposta alla misura di sicurezza del
ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario. Da maggio 2001 la signora è stata
ricoverata presso una comunità terapeutica del paese di residenza potendosi
recare al domicilio del marito per incontrare i figli.
Per molti anni per disposizione del Tribunale la signora ha potuto incontrare i
figli solo alla presenza degli operatori dei servi socio sanitari dell’ente locale.
La sorella maggiore, all’epoca appena maggiorenne, provvedeva al menage
familiare senza però esserne in grado.
L’ultimogenita frequentante la scuola media inferiore, usufruisce di sostegno
scolastico per deficit cognitivo. Anche quest’ultima verrà collocata in struttura,
con provvedimento civile.
Nonna paterna, anziana signora di oltre settant’anni, che convive con un
signore della sua età per poter riuscire a sopravvivere economicamente. La sua
figura è importante all’interno delle relazioni familiari perché detiene il
“potere” di condizionare le scelte del figlio. Inoltre i rapporti con i nipoti non
sono sempre di facile gestione, lei non ha condiviso lo stile di vita di questi
ultimi, si è sempre opposta al prendersi cura del nucleo anche se ad un certo
punto del percorso si è fatta carico della potestà della nipote e delle cure
sanitarie ed igieniche del figlio ormai completamente non autosufficiente.
Seppure il suo comportamento ambivalente ha condotto, in alcune occasioni, a
colpevolizzare il nipote, è stata l’unica figura a cui ci si è potuti rivolgere per i
contatti nella città di residenza.
Il nucleo ha grandi difficoltà economiche a causa della non oculata gestione da
parte della figlia maggiore, a cui il padre a demandato l’andamento familiare.
Del minore in oggetto si desume dalle prime relazioni una personalità con
bassa soglia di tolleranza alle frustrazioni e uno scarso dominio delle pulsioni.
E’ apparso legato alle sofferenze subite da bambino e non ancora capace di
superarle e di contare sulle proprie capacità.
La sua permanenza in struttura, circa tre anni con due diversi sedi, la prima
distante dal territorio di origine, la seconda nella stessa provincia ha fatto si
che il percorso pedagogico intrapreso sfociasse in risultati nemmeno attesi
16
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
dagli stessi operatori dei vari sevizi coinvolti.
Si pensi che il minore è passato da uno stile comunicativo oppositivo ad uno
simmetrico. Ha più volte esternato il bisogno di ricercare modelli di riferimento
e figure che lo guidino e l’orientino. Le potenzialità di cui è portatore hanno
trovato sovente un limite nel basso livello di autostima personale che ha
determinato sentimenti di insicurezza. Il primo percorso in comunità ha portato
alla riflessione sugli eventi del fatto reato e alla presa di coscienza degli errori
commessi. Questo primo cammino ha fatto si che nel 2003 ottenesse il
beneficio giuridico della messa alla prova (art. 28 del DPR 448/1988). Tale
misura gli è stata data per due anni con verifiche trimestrali presso il Tribunale
dei Minorenni.
Il suo trasferimento presso la nostra struttura è stato attraversato da momenti
di tensione dovuti alle nuove regole, all’organizzazione e agli impegni del
corposo progetto di messa alla prova. Tutto ciò non è risultato deleterio per lo
stesso anzi ha fatto comprendere quanto fosse forte la voglia di cambiare e
mantenere gli impegni presi. Nello sviluppo del suo piano progettuale si è
notato in entrambe le strutture un’ottima capacità di donarsi agli altri
attraverso l’attività di volontariato.
Anche per ciò che concerne le altre attività si è registrato: un forte legame con
il datore di lavoro, che per tutto il periodo si è rivelato un buon punto di
riferimento di valori positivi e di coscientizzazione sulle capacità lavorative da
acquisire. La sua iniziale contrarietà alla frequenza di setting psicologici, con il
passare del tempo è diventata indispensabile e capace di aiutarlo a trovare se
stesso anche nei momenti più difficili del percorso intrapreso.
Mentre per ciò che riguarda la famiglia, che è stata la molla principe del suo
trasferimento, dopo un iniziale momento di “spavalderia” si è ridimensionata a
causa dell’aggravamento delle condizioni economiche e di salute del padre.
Durate la sua permanenza in struttura il padre è stato colto da ictus, con
perdita della parola e della deambulazione, solo dopo molti mesi di
riabilitazione ha ripreso a camminare. Questo avvenimento ha fatto si che il
minore si facesse carico di un forte senso di responsabilità familiare, che ha un
certo punto lo ha schiacciato. E’ stato richiesto dal ragazzo l’aiuto degli
operatori per gestire con serenità l’ansia e le preoccupazioni che le condizioni
del padre e della famiglia rimasta in città comportavano. Ovviamente le sue
preoccupazioni erano legittime e fondate, si è cercato di lavorare sulla presa di
distanza delle problematiche familiari, non perché queste non fossero degne di
essere affrontate da lui ma perché prima doveva riuscire a gestire la propria
vita e dopo poter iniziare a preoccuparsi di quella del nucleo. I rapporti con la
sorella maggiore sono stati sempre di contrasto, perché non si capacitava di
come quest’ultima riuscisse a sperperare i soldi. Infatti era riuscita anche a far
si che la banca requisisse la casa per omessi pagamenti. Nel corso del tempo si
è passati dall’atteggiamento demoralizzato, dopo i rientri in famiglia, ad una
consapevolezza che il nucleo di origine è quello e lui non lo può modificare
dall’oggi al domani pur mantenendo attivi gli atteggiamenti protettivi nei
confronti del nucleo di origine con l’esterno.
Tutto questo percorso di coscientizzazione e presa in carico delle situazioni
dolorose ha fatto “ri-crescere” il giovane. Perché “ri-crescere”? Non si deve
dimenticare che questi minori sono quasi sempre molto
“adultizzati, ovviamente non attraverso percorsi sereni di crescita, per questo
rivedere se stessi e le proprie scelte ha consentito di elaborare i vissuti critici e
17
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
i percorsi intrapresi ponendo anche paragoni con la vita che si conduce
all’interno della struttura.
Il processo di identificazione che in tutto questo periodo si è costituito ha
messo in evidenza l’evoluzione positiva della personalità del giovane, che di
certo ha favorito un sano processo di revisione critica dei vissuti
comportamentali. Rispetto al passato ha acquisito maggiori capacità
progettuali e di investimento sul futuro.
Il giovane si è integrato adeguatamente nel territorio; nell’ultimo periodo di
permanenza in casa famiglia ha instaurato una relazione affettiva, ed ha deciso
di non rientrare nel suo paese di origine, favorito in ciò dalla prospettiva di una
stabile occupazione lavorativa.
Come già evidenziato in precedenza la situazione familiare è immutata, anche
se con queste basi sia l’equipe che i servizi della Giustizia Minorile nella
relazione finale hanno esplicitato la richiesta di una chiusura positiva della
messa alla prova. Durante il processo finale sia il P.M. che la corte hanno fatto i
propri complimenti sia all’imputato, per il lavoro di cambiamento messo in atto,
sia alla casa famiglia e all’operatore del servizio ministeriale per aver saputo
gestire ed aiutare nella crescita e nel cambiamento il giovane.
Questo esempio a dimostrazione del possibile recupero di chi vuole essere
“recuperato”.
Secondo caso
Nel secondo caso in esame trattiamo di rapina ai danni di una farmacia.
È entrato in C.F. il 14 febbraio 2004 in art. 22 DRP 448/88, proveniente dal
C.P.A. di Bari, giusto provvedimento n. 160/2004RNR e n. 63/2004GIP Tribunale
dei Minorenni.
Anamnesi familiare:
Padre di anni 37, disoccupato, titolo di studio licenza elementare, appartenente
all’etnia dei Rom Italiani.
Madre di anni 35, casalinga, titolo di studio lincenza scuola media inferiore.
Il giovane in oggetto specificato figlio unico, anni 17, licenza media.
Appartenente all’etnia Rom, il giovane ha sempre vissuto in stretto contatto, in
modo particolare, con la famiglia paterna. Qest’ultima consta di tre zie, due zii
e una nonna, che in modo diretto sono stati perennemente in contatto con il
giovane.
Il giovane è molto legato alla famiglia, i genitori ogni domenica vengono a
trovarlo in casa famiglia. La sig.ra risulta una donna buona ma poco incisiva
pedagogicamente; mentre il padre, già noto alla giustizia, sembra essere il
punto di riferimento del figlio.
Dai colloqui individuali avuti in questo periodo si evince uno stile di vita
sicuramente basato sull’anomia, ma fortemente messo in discussione
dall’evento reato che l’ha visto coinvolto; è un ragazzo molto collaborativo
all’interno della casa. Dal suo ingresso in casa famiglia non fa altro che ripetere
di aver commesso uno sbaglio quel pomeriggio di essersene pentito e di voler
tornare indietro. Riferisce di uscire con ragazzi anche più grandi lui, qualche
volta, ma la sua vera comitiva è formata da ragazzi e ragazze della sua stessa
età.
Sicuramente ha condotto una vita senza grandi regole; questo stile di vita non
ha aiutato il giovane pur non facendogli acquisire regole devianti.
Ha giocato nella squadra del Foggia calcio giovanile, poi è stato acquistato
dalla squadra dell’Isernia, solo da qualche mese è fermo a livello agonistico.
18
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
In questo periodo è stato contattato, sul posto lavorativo, dal responsabile del
Lucera Calcio, ma ad oggi vista la fine del campionato ancora non hanno fatto
nessuna proposta.
Nel complesso il giovane appare determinato a non voler più ricadere
nell’errore commesso e a cambiare stile di vita, lo dimostra la sua
collaborazione che non è scevra da momenti di perdita di fiducia che servono
anch’essi alla riflessione.
Le attività e gli impegni contemplati nel piano educativo individualizzato sono
state concertate in considerazione delle problematiche personali e sociali del
minore, al fine di favorire l’avvio di un sereno percorso di socializzazione e
reintegrazione sociale.
Per tale motivo obiettivo primario è l’attività di formazione in campo lavorativo
quale esperienza formativa primaria; attività sportive ed artistico ricreative da
esplicarsi presso luoghi esterni alla struttura, di socializzazione formale ed
informale.
La sperimentazione delle risorse e capacità personali in contesti alternativi
mirano a favorire l’avviamento di un percorso di rivisitazione critica del proprio
vissuto.
Dopo la richiesta e l’avvenuta autorizzazione del PEI si è inserito il minore
presso un locale autolavaggio. Dopo qualche settimana così si definiva il suo
ingresso nel mondo del lavoro: “Si è integrato bene all’autolovaggio dove ha
trovato un ambiente diverso da quello di provenienza; molte volte si lamenta
della “stanchezza” fisica però poi ammette di avere la possibilità di uscire
almeno per alcune ore ed essere a contatto con la gente e questo gli permette
di andare avanti”.
in data 07/06/04 il giovane si rifiutava di recarsi presso l’autolavaggio,
permanendo costantemente presso la struttura; il mettere in atto il suo “nulla
facere” ha creato conseguentemente ripercussioni negative sugli altri ospiti
della casa famiglia e nella gestione delle attività. Da una prima valutazione
pare che tale atteggiamento posto in essere sia dettato dall’aspettativa del
giovane di rientrare in famiglia in data 19/06/04, data dell’udienza. Dopo il
diverbio con il datore di lavoro e a seguito degli interventi di chiarificazione
degli operatori, in data 09/06/04 il giovane ha ripreso l’attività di lavoro presso
l’autolavaggio smorzando i toni conflittuali della vicenda.
Le visite dei coniugi sono avvenute con regolarità, in casa famiglia, tutte le
domeniche e nei giorni festivi, cercando di rispettare le regole della struttura.
Noi operatori abbiamo lavorato anche sulla coppia; tale lavoro è stato
improntato alla maggiore responsabilizzazione degli stessi rispetto al
comportamento trasgressivo del figlio e soprattutto sulla consapevolezza che il
“no” pedagogico aiuta a crescere se motivato esplicitamente e con chiarezza.
Il “parziale” livello di riflessione sul comportamento trasgressivo assunto, che
non è segno di “adeguata” interiorizzazione di norme, ha comunque indotto il
giovane ad elaborare una lettera di scuse alla parte offesa, che rappresenta un
iniziale “apertura” al cambiamento.
“Mi chiamo ………..è il 10 di Febbraio sono entrato nella sua farmacia per
commettere un crimine.
Oggi vi scrivo queste due righe per chiedervi scusa del danno econimico e
morale che ho procurato, senza sapere ciò che facevo.
Dopo quella sera sono molto cambiato grazie al percorso intrapreso con gli
operatori della comunità dove sono stato inviato dal Tribunale.
19
FRANCESCA VECERA STUDIO PEDAGOGICIO CLINICO
Vi chiedo di perdono e vorrei poter far qualcosa per ripare all’errore commesso.
In questo momento spero che un giorno mi perdoniate.
Grazie.”
Il giovane ha attraversato momenti di crisi, giustificati dalla restrizione della
misura applicatagli, che sono serviti per presa di coscienza che la realtà in cui
vive non è fatta solo “dell’avere tutto e subito” ma anche del chiedere e fare
delle scelte sacrificanti per ottenerle.
Considerato questo percorso positivo a cui il giovane si è avviato si ritiene,
come operatori di casa famiglia, di poter affermare che il giovane non ha
stigmatizzato nessuno condotta deviante e sarebbe quindi opportuno un rientro
in ambiente visto lo stretto legame affettivo con i genitori.
Oggi la casa famiglia rappresenta un nodo centrale nella lotta all’esclusione
sociale sostenendo la formazione per favorire la crescita culturale che è
passata dall'esperienza della Scuola popolare di Don Milani alla elaborazione di
percorsi di educazione attraverso attività di formazione ed orientamento.
La sperimentazione di una solidarietà diffusa che collochi la casa famiglia
all'interno di una rete di risorse complessive per i minori e le famiglie in
difficoltà con una maggiore territorializzazione.
La considerazione che sottende è quella di adeguare gli strumenti ad una
realtà sociale in cui – secondo parametri astratti e generali - i ragazzi da
allontanare potrebbero costituire la grande maggioranza dei minori che vivono
nelle aree a rischio di emarginazione e devianza.
L’obiettivo che ci si propone, attraverso le sinergie tra le agenzie educative
istituzionali, è quello di perseguire un'azione che miri a sviluppare le
competenze educative della famiglia naturale, ove sia possibile, attraverso
un'azione di sostegno e di affiancamento in un ventaglio di progetti in cui
l'allontanamento del minore può avvenire in modo temporaneo e si realizza
nello stesso ambito territoriale.
La sfida è far crescere la comunità tutelando ovviamente i diritti del minore, è
far superare la logica della cultura meridionale, promuovendo percorsi
alternativi ai processi "affiliativi" attivati dalla criminalità organizzata per offrire
opportunità diverse ai facili guadagni. E' una scommessa che investe diversi
livelli e competenze specifiche e qualificate. Promuovendo l’educazione al
senso civico come intervento attento che si colloca a sostegno delle fasce
adolescenziali e giovanili proponendo percorsi che aiutino i ragazzi a
sperimentare in modo protetto il senso di responsabilità, di sviluppo di
competenze, ma anche come stimolo alla creatività e all’autonomia.

20