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Data e Ora: 14/11/09

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Giornale di Brescia

Domenica 15 Novembre 2009

Cultura&Spettacoli

Ferlinghetti: io come il mio cane, segugio del passato La biografa Diano ha raccontato la

Ferlinghetti: io come il mio cane, segugio del passato

La biografa Diano ha raccontato la spasmodica ricerca del poeta americano sulle orme del padre bresciano

Ma chi è veramente Lawrence Ferlinghetti? Il pub-

blico della Fiera dei piccoli e medi editori a Chiari, ha potuto scoprirlo attraverso le parole della sua biografa Giada Diano (nella foto, con paolo festa) . Nata a Reg- gio Calabria, la 29enne che ha scritto «Io sono come Omero. Vita di Lawrence Ferlinghetti» (ed. Feltrinelli) è stata ospite della kermesse editorial-letteraria ieri in luogo dell’indisposta Margherita Hack (e tornerà a par- lare del poeta statunitense oggi, domenica, alle 15.30). «Ferlinghetti è un uomo alla ricerca delle sue origini. Lui - ha raccontato la Diano - si ritiene come Omero, che è il suo cane: un segugio alla ricerca delle radici, un

uomo sulle tracce del suo passato». Proprio il passato lo riporta nel Bresciano: «Il padre, che lui non conobbe in quanto morì prima della sua nascita, nacque a Brescia in via Delle Cossere 20 nel 1872». In un’intervista che la Diano ha proiettato ieri, il cantore della Beat Genera- tion lo definisce ironicamente «un mafiosetto di bassa lega. Era un battitore d’asta emigrato negli Stati Uniti». Forse quell’uomo, all’anagrafe Carlo Ferlinghetti, venne poi cresciuto a Chiari: «Lawrence - ha spiegato - ricorda che la madre, portoghese, in uno dei pochi mo- menti di lucidità dai suoi disturbi, gli disse che il padre le raccontava di Chiari». In questo mistero, certo è che

l’eclettico poeta, editore e pittore si è sempre dimostra- to molto interessato ad indagare sulle proprie origini:

«Quando ha saputo di avere un legame con l’Italia ha iniziato a studiare l’italiano (il poeta parla la nostra lin- gua in un’altra intervista che la Diano ha mostrato, ndr). È anche stato nel nostro Paese, a Brescia e a Chia- ri qualche anno fa». Interessante è come Ferlinghetti e biografa si sono conosciuti: «Stavo preparando la tesi - ha raccontato lei -, gli ho scritto mail e lui si è dimostra- to interessato a conoscermi. Sono subito partita per San Francisco. Grazie alla passione e a un pizzico di follia ho coronato un bellissimo sogno». b. bert.

MICROEDITORIA

La fede e la ragione in casa Messori

I noti scrittori Vittorio e la moglie Rosanna Brichetti hanno raccontato il loro modo di essere credenti

F ede e ragione, da molti secoli in

dialogo fra di loro, a volte "a brac-

cetto" per i sentieri della cono-

scenza, altre in conflitto per il ri-

spettivo campo di competenze. Se la ra- gione debba essere al servizio della fede,

"ancilla theologiae" come sostenevano i maestri della Scolastica medievale, o vi-

ceversa sia la scienza a detenere la massi- ma autorità per l’uomo, è una vecchia dia- triba. Ma forse mai del tutto risolta, co- me notano Vittorio Messori e Rosanna Brichetti, intervenuti Villa Mazzotti per

la Rassegna della Microeditoria, dove so-

no stati intervistati da Paolo Festa, presi-

dente dell’associazione L’impronta.

Messori e Rosanna Brichetti, entram-

bi scrittori, marito e moglie nella vita,

hanno due modi diversi di avvicinarsi alla condizione del credente. Si sono cono- sciuti in gioventù - lo hanno raccontato

ieri a Chiari (sottolineando fra l’altro che

si

è trattato di una delle poche occasioni

in

cui hanno accettato di "esibirsi" insie-

me) -, ad Assisi per un seminario di teolo-

gia, quando Messori si era convertito da poco.

«Incontrare Gesù sulla strada»

«Fin da allora ci siamo incontrati, ma anche scontrati sul cuore del problema - ha affermato Rosanna Brichetti -. Vivia- mo l’essere credente con due sensibilità differenti, il che però costituisce anche

una grande ricchezza. Il carisma della ri- cerca di Vittorio ha aiutato anche me e la mia fede, che si è consolidata e allo stes-

so tempo semplificata».

Se per Rosanna Messori è «più conge- niale riflettere sul punto di vista spiritua- le», Vittorio confessa che è lei ad averlo aiutato «a sconfiggere una tentazione ti- picamente maschile, quella dell’ideologia

e dell’astrazione». «Sono arrivato a capi-

re - riferisce lui - che Cristianesimo vuol

dire incontrare Gesù di Nazareth sulla propria strada, umanizzare la propria prospettiva».

Papa Giovanni Paolo II scrisse l’encicli-

ca "Fide et ratio" sui rapporti tra fede e

ragione, interpretandole come "due ali

per volare verso la verità". «L’uomo di og-

gi è diventato molto sicuro di sé con il do-

minio della scienza e della tecnica - osser-

va Rosanna Brichetti, che ha pubblicato

fra l’altro l’opera "Credere per vivere" -. Ma se la fede staccata dalla ragione ri- schia di trasformarsi in fideismo, è altresì

vero che essa non è un concetto, ma un incontro con Dio tramite Gesù Cristo, os- sia l’uomo-Dio che ci rivela Dio. Certo, si può vivere anche senza fede, ma chi ne fa esperienza realizza di avere un’esistenza con più ricchezza, gioia, profondità».

«Un cristiano non è un cretino»

Vittorio Messori insiste sul punto che «un cristiano non è un cretino», come ha riportato nella quarta di copertina del

suo libro «Perché credo», in risposta - di-

ce - «al revival di letteratura non solo anti-

clericale. Un pizzico di anticlericalismo in fondo è doveroso anche per un buon cat-

tolico… Ho cercato, ritengo con umiltà,

di

dimostrare come e perché una perso-

na

che non è né ignorante né cretina può

definirsi cristiana. Si può essere cristiani

consapevoli in base anche al ragionamen- to. Diceva bene Pascal che l’ultimo passo della ragione usata fino in fondo consiste nel riconoscere il mistero, quindi nell’ol-

trepassare la ragione stessa. Ragione e fe- de sono due piani distinti, ma penso che non sia possibile dire che per credere bi- sogna rinnegare il proprio raziocinio. Nel- l’ottica cristiana, la fede è un dono di Dio, ma lo è anche la ragione». Messori si sofferma anche sul volto isti- tuzionale della religione cristiana, ossia la Chiesa, usando la metafora del conteni- tore, della «scatola». «È piuttosto una sca- tola, a volte può persino risultare sgrade- vole. Tutti i direttori di giornali per cui ho lavorato mi hanno chiesto di fare il vatica- nista, ma mi sono sempre rifiutato, l’idea mi angosciava. Per me l’aspetto istituzio- nale della Chiesa è necessario, indispen- sabile perché fa parte dell’Incarnazione, ma m’interessa molto di più il mistero del Gesù di Nazareth. Non confondiamo la perla che c’è nella conchiglia con il suo involucro, che vive nella storia, con le im- plicazioni e contraddizioni del tempo sto- rico». I due scrittori si sono espressi sul diffici- le tema della morale cristiana che, nella società attuale «sembra entrare in con- trasto con le esigenze dell’uomo moder-

no, venendo percepita talvolta come inso- stenibile». Rosanna Brichetti rileva che quel che propone la Chiesa in campo eti- co «non è moralismo, anche se qualche cristiano ogni tanto lo fa diventare tale, bensì una proposta di capacità di amore maggiore di quella che comunemente ci viene presentata. Vi invito - esorta la scrit- trice - ad andare più a fondo e a riflettere sulla questione». Per Messori «l’errore di una certa gerar- chia sta nel non rendersi conto che nella società occidentale oggi la cristianità non c’è più. I tre pilastri del "benpensan- te" sono: divorzio, aborto, eutanasia. In una visione soltanto umana - commenta l’autore di «Qualche ragione per credere» e «Le cose della vita» - i fondamenti della morale cristiana provocano rivolta e scan- dalo. Tanti uomini di Chiesa sbagliano non accorgendosi che soltanto una mino- ranza, quella dei credenti rimasti, è in gra- do di capire che questa morale è preziosa per la dimensione di vita di ciascuno di noi».

Anita Loriana Ronchi

IN VILLA MAZZOTTI A CHIARI GLI APPUNTAMENTI DI OGGI Nella foto di Reporter Favretto, gli
IN VILLA MAZZOTTI A CHIARI
GLI APPUNTAMENTI DI OGGI
Nella foto di Reporter Favretto, gli scrittori Rosanna Brichet-
ti e Vittorio Messori ieri a Chiari, ospiti della Rassegna della
Microeditoria, dove purtroppo l’altra ospite molto attesa
della giornata, l’astrofisica Margherita Hack, non è potuta
intervenire per l’influenza, ed ha potuto concedere solo un
breve collegamento telefonico. Ancora oggi, nelle sale di
Villa Mazzotti dalle 10 alle 20 (ingresso libero) si può uscire
«
a
riveder le stelle», secondo il motto che caratterizza la
VII
Rassegna promossa dall’associazione L’Impronta e dal
Comune di Chiari, tra gli stand di 110 piccoli editori italiani
(10 i bresciani). Tra i personaggi di oggi Enzo Decaro (alle
16 presenta con Paola Giovetti una collana di audiobook),
Davide Van De Sfroos (alle 17 conversa con Achille Platto di
«Cultura e culture», alle 21 è in concerto alle scuole di via
Toscanini, se ne parla in Spettacoli), Solange (alle 18 pre-
senta il suo «Orsacchiotto Corallina Mamma Solange»).
Spazio anche al palato alle 10.30 con «La cultura dei sensi».
Alle 11, mons. Antonio Fappani (Civiltà Bresciana) presenta
«La
storia dell’agricoltura bresciana». Alle 18 incontro «Bib-
bia
e cultura» con Lodovico Cardellino e Yves Gaspar. Molti
altri gli appuntamenti, anche per i bambini. Il programma
completo su www.rassegnamicroeditoria.it.
Il programma completo su www.rassegnamicroeditoria.it. Le antiche bambole, testimoni di verginità Stefano De’
Il programma completo su www.rassegnamicroeditoria.it. Le antiche bambole, testimoni di verginità Stefano De’

Le antiche bambole, testimoni di verginità

Stefano De’ Siena, autore d’un saggio sul tema: «Giochi e giocattoli spiegano le culture del passato»

Hack:finedelmondolontana ma l’uomo ci penserà prima

Altri mondi possibili? Margherita Hack

dice «sì». L’ospite più attesa della rassegna di Microeditoria - ispirata all’ultimo verso del- l’Inferno dantesco «E quindi uscimmo a rive- der le stelle» -, che ha dedicato la sua vita pro- prio allo studio delle stelle, a causa dell’in- fluenza ha dovuto dare forfait all’ultimo mi- nuto. Ma in qualche modo è stata «teletra- sportata, perché ha concesso al pubblico di grandi e piccini accorsi una breve intervista telefonica. A farle da interlocutore ci ha pen- sato Paolo Festa, presidente de L’Impronta, l’associazione organizzatrice. Con grande semplicità e disponibilità, l’astrofisica di fa- ma mondiale ha rivelato, senza peli sulla lin- gua, il suo punto di vista su numerosi temi. Alla domanda "Siamo soli nell’universo?" la Hack ha risposto: «È estremamente proba- bile che esistano miliardi di altri pianeti abi- tati. Mi sembra assurdo pensare che la Terra sia unica». Sul nostro pianeta l’astrofisica to- scana residente a Trieste ritiene che la vita si sia formata «spontaneamente». Lo ha dimo- strato Stanley Miller in un esperimento degli anni ’50 che portò alla formazione di moleco- le organiche partendo da molecole inorgani- che inserite in una provetta insieme all’acqua

e successivamente colpite da raggi di luce ul-

travioletta». E circa la fine del mondo profe-

tizzata dai Maya nel 2012? «Avverrà tra 5 mi- liardi di anni - ha risposto l’87enne scienziata - , quando il sole si dilaterà a tal punto da toc- care la superficie terrestre. Ma non c’è proble- ma, quando accadrà noi ci saremo già distrut-

ti da soli molto prima». b. b.

I l mondo classico si spiega at- traverso… giochi e giocattoli. Dai linguaggi e dalle regole dei giochi e dalle forme e dal-

le funzioni dei giocattoli di greci, etruschi e romani emergono aspet- ti di vita quotidiana e spirituale in grado di delineare la sensibilità di queste antiche civiltà. Lo sostiene Stefano De’ Siena, l’autore di «Il gioco e i giocattoli nel mondo clas- sico» (Mucchi Editore) che la VII Rassegna della microeditoria italia- na ha ospitato nel pomeriggio di ie- ri nella sala Morcelli della villa Maz- zotti di Chiari. «Per secoli considerato un tema marginale - ha spiegato lo scrittore nato a Bologna e residente a Mode- na, che è alla guida di un laborato- rio didattico itinerante sul tema -, il gioco è diventato oggetto di inte- resse scientifico dalla seconda me- tà del secolo scorso. E si è dimo- strato essere una importante chia- ve di lettura del mondo classico in quanto è riuscito a portare alla lu- ce significativi elementi della vita quotidiana delle varie epoche e cul- ture, ma anche interessanti legami con i miti, l’arte, la religione di di- verse civiltà antiche». Ne sono una dimostrazione per esempio i significati delle bambole:

«Premesso che non esistevano bambolotti, ma venivano stilizzate soltanto figure femminili - ha spie- gato il relatore -, dal punto di vista sociale le bambole rappresentava- no lo strumento di un modello edu- cativo. Le bambine ci giocavano non tanto per divertirsi ad accudi-

De’ Siena ieri a Chiari
De’ Siena ieri a Chiari

re un bebè, quanto per imitare una donna adulta. Se poi passiamo al significato nella sfera del culto, le bambole erano il simbolo della ver- ginità. Entrare in una casa dove c’erano bambole in bella vista signi- ficava la certezza di poter trovare al suo interno una ragazza disponi- bile al matrimonio». Al pubblico in sala, Stefano De’ Siena ha mostrato la riproduzione in ceramica di una bambola origi- nariamente in osso «considerata per anni della vestale Cossinia, ma in realtà appartenuta alla tomba di una sedicenne situata appunto vici- no a quella della vestale Cossinia». Dalle bambole alle pedine. Ecco

un altro esempio di gioco e giocat- tolo molto caro al relatore: «In una tomba etrusca rinvenuta nella cam- pagna modenese a due passi da ca- sa mia sono state rinvenute delle

tecnologi-

che per quell’epoca. Segno che l’uo- mo sepolto era un personaggio mol- to influente, si presume dell’élite aristocratica della zona». Fonti delle sue ricerche sono quindi stati i reperti, ma anche le immagini. È mutato nel tempo, ha spiegato l’autore, il valore attribui- to al gioco. È un dato che emerge

chiaramente dall’iconografia: «In origine soltanto le divinità più im- portanti venivano raffigurate men- tre giocavano. Poi il gioco è diventa- to una prerogativa delle divinità

meno

mo. Quindi si è passati a rappresen- tare le divinità che giocavano con l’uomo, e solo più tardi uomini im- pegnati a giocare da soli o tra di lo- ro». In questo ricco affresco di ele- menti ludici - di cui il libro si fa por- tatore con le sue 21 schede di reper- ti, oltre ad approfondimenti sul gio- co privato e pubblico - ci sono gio- chi «dei quali purtroppo si conosce ancora poco», ma anche giochi giunti intatti, come modalità e dif- fusione di pratica, fino a noi, ai tem- pi della modernità. «Ne è un esem- pio - ha rivelato l’autore - l’apodi- draskinda. Sì, quello che chiamia- mo più semplicemente nascondì- no».

seriose e più vicine all’uo-

pedine da gioco molto

Barbara Bertocchi

La poesia non salva la vita ma la consola e la tramanda

L a poesia salva ancora la vita?

questa domanda, palese-

mente provocatoria, si è cerca-

A

to

di dare una risposta nel tar-

do pomeriggio di ieri durante l’incon- tro che si è svolto alla Rassegna di Mi- croeditoria in corso fino a questa sera

a Chiari. In realtà la risposta dovreb-

be essere un’altra domanda: quando

mai la poesia ha salvato la vita? Contestazione della quale è stato pienamente consapevole Gerardo Ma- strullo, editore di «La Vita felice», che però l’ha respinta al mittente: «Per me la poesia ha sempre salvato la vi- ta», ha detto subito in apertura d’in- tervento, giocando d’anticipo sul- l’obiezione. Spiegando poi che ovvia- mente non la si può paragonare alla cardioaspirina, e non si può quindi parlare di un «salvavita» in senso stret- to, «ma abbiamo anche le esigenze del cuore, dell’anima; la poesia ci può da- re quelle consolazioni che non ci pos- sono dare parenti ed amici». E se non ci crede lui - che nel 1992 a Milano ha dato vita alla sua piccola ca- sa editrice pubblicando libri di Alda Merini, e che oggi nella collana «l pia- cere di leggere», dedicata agli autori stranieri, pubblica Pessoa, Basho, Gi- de, Stendhal e Zola - chi potrebbe farlo? Quale sia poi lo spazio che la poesia occupa nel mondo attuale lo si è potu- to verificare anche «fisicamente» ieri pomeriggio nella Sala dello Zodiaco;

la chiacchierata, alla quale neanche a

dirlo ha partecipato uno sparuto grup- po, è stata letteralmente «schiaccia- ta» tra il prolungarsi dell’intervista agli scrittori Vittorio Messori e Rosan- na Brichetti, che ha parlato di fede e ragione, e l’anticipo dell’incontro dedi-

cato a Margherita Hack, diventato so- lo intervento telefonico, perché la scienziata è rimasta a casa per malat- tia. Gli appassionati di poesia hanno così prima faticato ad entrare per il pubblico che «defluiva», e poi ad usci-

re, per la grande quantità di gente in attesa davanti alla porta. Destinati ad essere sopraffatti dalle masse, non c’è che dire. Tornando all’insolubile quesito ini- ziale, il poeta Corrado Bagnoli ha riba- dito che «la poesia non ha mai salvato la vita. Non lo ha fatto ieri, non lo fa oggi e non lo farà mai: salvezza e vita non abitano nella poesia: la poesia è una domanda di salvezza. La grande poesia comincia sempre con una do- manda, basti citare "Che fai tu Luna

in

ciel?" di Leopardi». Secondo Bagno-

li,

compito della poesia è semmai quel-

lo di custodire la realtà, «è una speri- mentazione che si confronta col mon- do reale». L’autore dialettale Piero Marelli ha sottolineato, ricordando i molti poeti morti suicidi nel Novecento, come la poesia non salvi certamente la vita di chi la fa: «La parola ci aiuta a capire il mondo, la poesia è parola al massimo dell’intensità: i poeti ci dicono quello che non sapevamo di sapere»; e se un componimento ben riuscito è felicità, «la felicità è vita salvata». Meno ottimista Stefano Massari per il quale «non c’è niente che salvi l’uomo dalla vita», e per di più «la poe-

sia è pericolosa perché tenta di rispon- dere alle domande dell’uomo: è uno strumento di conoscenza del mondo». Duramente, amaramente realista Sebastiano Aglieco: «Siamo in tempi in cui la vita deve salvare la poesia», ma nonostante i lettori siano ridotti nella riserva indiana, «la poesia ha un ruolo fondamentale, è come il grillo parlante di Pinocchio, uno specchio che ci costringe a guardarci dentro». Forse è proprio per questo che è così poco praticata dal pubblico che si specchia solo nel grande schermo tele- visivo e nel mondo fasullo dei reality.

Francesco Alberti