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Maurizio Boni - Giuseppe Gagliano

Sicurezza internazionale e controllo degli armamenti

EDIZIONI NEW PRESS - COMO

# Copyright 2003 by Edizioni New Press Como (Italy) I Edizione 2003 Stampa New Press - Como

SOMMARIO

Introduzione

 

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Parte Prima Bando delle armi chimiche

e sicurezza internazionale

di

Maurizio Boni

Capitolo I

Caratteristiche del ‘‘problema

11

Capitolo II

Lo sviluppo del contesto istituzionale

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Capitolo III

I ‘‘pilastri’’ della Convenzione

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Capitolo IV

Le sfide dell’attuazione

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Bibliografia

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Parte Seconda Realismo politico e sicurezza internazionale

di

Giuseppe Gagliano

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Appendice Elogio del realismo

 

di

Giuseppe Gagliano

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Bibliografia

 
 

a. Testi classici

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b. La politica militare italiana

77

c. Il realismo e la filosofia politica italiana

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d. La filosofia politica estera

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e. Nichilismo e storia

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f. Anarchia e utopia

78

g. Politica e potere

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h. Potere e cultura marxiana

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i. Potere e ricerca scientifica

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INTRODUZIONE

Nella prima parte del volume, vengono forniti alcuni dati essenziali su alcuni aspetti della guerra a base NBC tenendo sempre presente: a) che gli Stati sono i principali protagonisti della politica internazionale e che ad essi compete l’indi- cazione degli interessi e dei valori della comunita`; b) per ricordare che nascon- dere la realpolitik dietro eufenismi o escamotage lessicali puo` essere utile per consolidare il consenso e contenere il rumore di fondo delle piazze; c) non e` possibile l’ardire senza la forza di imporle e la realizzazione di una sicurezza coo- perativa crea i presupposti per ridurre i costi finanziari ed umani; d) il controllo degli armamenti costituisce un compito rilevante per ogni strategia di sicurezza; e) al contrario il disarmo non puo` costituire una scelta realisticamente persegui- bile. D’altra parte, la sicurezza globale si puo` mantenere attraverso complessi e sottili meccanismi di contrattazione giuridica e diplomatica. Nella seconda parte del volume, l’autore realizza un percorso molto semplice:

inizia analizzando le caratteristiche del problema, cioe` le armi chimiche e il loro potenziale destabilizzante alla luce anche degli esempi storicamente documentati del loro impiego effettivo o presunto. Inoltre, illustra in modo sintetico ed effi- cace le vicende negoziali che hanno portato allo sviluppo dell’attuale contesto istituzionale, per poi passare alla descrizione degli elementi costitutivi fondamen- tali della convenzione di Parigi. Infine, la relazione per l’enfasi su un caso con- creto di applicazione delle norme sulle distruzioni rappresentate dall’esperienza della Federazione Russa, caso concreto che risulta essere di estrema importanza, perche´ emblematicamente riunisce tutte le difficolta` che si possono incontrare nel gestire un aspetto attuativo complesso senza omettere l’indubbia potenzialita` della convenzione della lotta contro il terrorismo.

L’Appendice ha lo scopo di illustrare sintenticamente i principali capisaldi del realismo, capisaldi che — opportunamente integrati — possono costituire un utile strumento ermeneutico sia per la politica estera che per quella di sicu- rezza.

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Parte Prima

BANDO DELLE ARMI CHIMICHE E SICUREZZA INTERNAZIONALE

di Maurizio BONI

C APITOLO I

CARATTERISTICHE DEL ‘‘PROBLEMA’’

1. Armi ‘‘efficaci’’?

Contrariamente a quanto si possa credere, le armi chimiche sono ordigni par- ticolari i cui effetti si manifestano solo a seguito del soddisfacimento di specifiche condizioni. Prima di tutto, il loro impiego offensivo richiede una elevata dispo- nibilita` di conoscenze e di mezzi tecnici differenziati per la conservazione degli arsenali ed il successivo rilascio delle sostanze; in secondo luogo, uno specifico addestramento delle unita` nonche` un peculiare sistema di comando e controllo 1 . Inoltre, l’efficacia degli attacchi dipende in misura determinante da parametri che non sono direttamente controllabili dall’utilizzatore, primi fra tutti alcuni fattori ambientali (soprattutto intensita`, direzione del vento e temperatura) ed operativi, quali il tipo ed il livello di protezione specifico in dotazione all’avver- sario. Infatti, gli agenti chimici tossici hanno effetti letali immediati e devastanti solo quando sono impiegati, nella concentrazione comunque richiesta, contro personale non adeguatamente protetto o del tutto sprovvisto della piu` semplice protezione (la maschera antigas), come la popolazione civile 2 . Un completo pro- tettivo contro le offese chimiche, come quello in dotazione agli eserciti della NA- TO, costituisce uno scudo efficace contro tutti i composti chimici utilizzati a sco- po bellico attualmente conosciuti. Storicamente, l’impiego delle armi chimiche si e` rivelato maggiormente ef- ficace contro truppe in postazioni difensive fisse (come appunto le trincee) o comunque poco mobili, dove la persistenza dell’aggressivo poteva tranquilla- mente manifestare i propri effetti. Questi ultimi, invece, nelle operazioni molto dinamiche contraddistinte da ritmi della manovra molto elevati (come

1 Per ottenere effetti militarmente significativi su un campo di battaglia, l’impiego delle armi chimiche deve essere integrato e coordinato nell’ambito delle operazioni aeroterrestri di piu` ampia scala.

2 Le perdite maggiori britanniche e statunitensi attribuibili ad attacchi non convenzionali du- rante la I Guerra Mondiale, furono causate da improprio uso della maschera di protezione (indos- sata male o rimossa prematuramente). La stessa cosa si puo` affermare anche nel contesto del con- flitto tra Iran ed Iraq. Vedasi Peter Herby ‘‘The Chemical Weapons Convention and Arms Con- trol in the Middle East’’, International Peace Research Institute, Oslo (PRIO), 1992 p. 18 e 23-25.

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nel caso della blitz-kriege tedesca o la Guerra del Golfo), sono praticamente annullati 3 . In tale contesto, bisogna, comunque tenere presente che il gas e` sempre stato impiegato per ottenere effetti limitati (cioe` tattici) disperdendo truppe, negando momentaneamente l’occupazione o la rioccupazione di parti di territorio signifi- cativi per le operazioni o, in extremis, quale ultima risorsa per sottrarre, sempre in porzioni molto limitate di un fronte, le proprie truppe al disastro completo 4 . Quindi, per quanto possa sembrare paradossale, gli effetti delle armi chimiche, paragonati con quelli delle munizioni convenzionali o delle altre armi di distru- zione di massa nucleari sono, in un contesto operativo moderno ed a fronte della logistica e delle specifiche capacita` richieste per il loro impiego, scarsamente pre- vedibili, non risolutivi, e neutralizzabili con tecniche di difesa semplici e relati- vamente poco costose. In sintesi, le armi chimiche sono militarmente poco signi- ficative. A cio` bisogna aggiungere i costi politici da affrontare a seguito di un at- tacco non convenzionale certo e conclamato, anche se la storia anche recente insegna che la percezione della ‘‘dimensione morale’’ nella condotta dei conflitti ed il relativo grado di rispetto delle norme del diritto internazionale esistenti va- riano, nel mondo, da regione a regione. Le considerazioni di tipo razionale che sono appena state fatte sulla scarsa utilita` militare di queste armi, hanno contribuito in larga parte a far maturare la decisione di numerosi governi (tra i quali quelli dei maggiori produttori e de- tentori a livello mondiale di tali ordigni come Gli Stati Uniti e la federazione Rus- sa) di distruggere completamente sia i propri arsenali di ‘‘chemicals’’ che gli im- pianti espressamente dedicati alla loro produzione 5 . Di fatto, numerosi paesi, con a capo il blocco dei membri della NATO, oltre a vietare la detenzione e l’im- piego di tali ordigni, sono impegnati oramai da tempo nello sviluppo di sofisti- cati programmi di protezione e difesa, mettendo tra l’altro le proprie risorse spe- cializzate a disposizione della comunita` internazionale. Infatti, cio` che preoccupa maggiormente oggi e` sicuramente la dimensione terroristica della proliferazione.

3 In merito a quest’ultimo aspetto, analoghe considerazioni possono essere effettuate per le armi batteriologiche: il periodo di incubazione degli agenti tossici non e` compatibile con la tempi- stica delle operazioni militari e, pertanto, anche in questo caso l’utilita` militare e` pressoche´ nulla.

4 Secondo il parere di alcuni esperti che hanno analizzato approfonditamente il conflitto tra Iran ed Iraq, quest’ultimo paese ha intensificato l’uso dei gas a scopo soprattutto difensivi, in mo- menti critici dei combattimenti dove le forze iraniane stavano avendo il sopravvento su quelle ira- chene e non vi erano altri modi di impedire agli avversari la conquista delle posizioni presidiate. Crf. Peter Herby, op. cit. , p. 25.

5 Stati Uniti e Russia avevano deciso, con un accordo bilaterale stipulato nel 1990, di ridurre drasticamente i rispettivi arsenali molto prima di sottoscrivere gli accordi di Parigi sul bando totale delle armi chimiche.

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Gli aspetti negativi operativi delle ‘‘chemical weapons’’ che abbiamo appena citato costituiscono, infatti, veri e propri punti di forza per azioni di terrorismo effettuate in ambienti dove e` possibile impiegare limitate quantita` di aggressivo chimico per raggiungere la concentrazione letale (come la metropolitana di To- kio nel marzo del 1995), ed ottenere effetti sicuri nei confronti di personale non protetto ed ammassato in spazi ristretti. Effetti che questa volta provocano riper-

cussioni a livello strategico date le risorse da investire, nella sicurezza degli abi- tanti di intere citta`, sia del Paese che ha subito un attacco terroristico, ma anche

di quelle del resto del globo. La serie di attentati condotti in Giappone nella pri-

mavera del 1995 hanno causato 12 vittime, circa 150 feriti, quasi 6000 casi di

intossicazione ma, soprattutto, la pressoche´ istantanea diffusione della consape- volezza del rischio rappresentato dal ‘‘gas che puo` contaminare qualunque citta` e invadere qualunque strada di qualunque metropoli sovraffollata, in un qualun- que momento’’ 6 , nonche´ un incremento esponenziale e globale delle risorse de- stinate allo sviluppo di misure di prevenzione e protezione.

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E

quindi in queste circostanze che le armi chimiche mostrano tutta la loro

potenzialita`, dal momento che un impiego, ancorche´ limitato, di sostanze tossi- che nei momenti e nei luoghi opportuni e` in grado di terrorizzare intere popo- lazioni. Inoltre, la sola presenza di capacita` operative, anche minime, in questo

campo riconosciute ad un determinato paese accentua ulteriormente gli elementi

di instabilita` nelle aree di crisi inducendo i governi a prendere in considerazione

misure drastiche di prevenzione (come l’attacco preventivo contro installazioni militari del paese responsabile, presunto o accertato) o, peggio ancora, di ritor-

sione con armi di potenza e letalita` maggiore sino a giungere, alla fine dello spet-

`

tro delle possibilita`, all’impiego di ordigni nucleari. E infatti proprio la probabi-

lita` di subire la reazione del paese attaccato, imprevedibile per tipologia dei mez-

zi impiegati ed intensita`, ad aver scongiurato il piu` delle volte nella storia

l’impiego delle armi chimiche. La loro utilizzazione, comunque, sarebbe avvenu-

ta nel contesto dei conflitti convenzionali ‘‘simmetrici’’ dove, alle spalle dei con-

tendenti che si misuravano con forze (proprie o alleate) similari e contrapposte

su un campo di battaglia, si muovevano comunque i rispettivi governi che stava-

no affrontando il conflitto. Il caso dell’impiego di armi chimiche da parte di terroristi e` invece molto piu` subdolo dal momento che e` difficile individuare responsabilita` governative pre- cise, tali da rendere il paese presunto, oggetto di azioni militari di risposta. Ep- pure il pericolo esiste concretamente e va affrontato. Ad ogni modo, i paesi di una certo peso politico militare che sono tutt’ora interessati allo sviluppo ed al

6 Pierluigi Battista, op. cit. , p. 2.

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mantenimento di arsenali chimici (e che pertanto non hanno mai ratificato la Convenzione di Parigi), appartengono per lo piu` a regioni del mondo (Asia e Medio Oriente) dove la significativita` militare dell’opzione chimica e` ancora molto rilevante. Questa, infatti, viene percepita come un valido deterrente (mol- to spesso nell’accezione di ‘‘ultima risorsa’’ anziche´ di mezzo di ritorsione vero e proprio) da contrapporre alla superiorita` militare, reale o percepita come tale, sia convenzionale che non convenzionale (con particolare riferimento al nucleare) dei paesi con i quali avviene il confronto a livello regionale. Per dare un’idea del- la considerazione militare nella quale sono state tenute queste armi, il paragrafo che segue ne illustra brevemente i precedenti storici d’impiego, che costituisco- no, tra l’altro, lo sfondo di tutte le iniziative negoziali, piu` o meno fortunate, vol- te a porle sotto controllo o a bandirle del tutto. Per completezza di trattazione verranno citati anche episodi di impiego di armi batteriologice poiche´ il bando di queste ultime precede storicamente quello delle armi chimiche e comunque nella pressoche´ totalita` dei consessi internazionali specializzati, la minaccia chimica e quella biologica sono sempre analizzate in stretta connessione l’una con l’altra.

2. Possesso ed impiego: tra certezze ed ambiguita`

La guerra chimica, intesa nel senso attuale del termine, quale sfruttamento a fini militari delle proprieta` tossiche di alcuni composti chimici impiegati contro le persone o l’ambiente, ha avuto ufficialmente inizio nel corso del Primo Con- flitto Mondiale (aprile del 1915) sul Fronte occidentale. Fu infatti la Germania ad impiegare i gas allo scopo di ottenere successi decisivi su schieramenti difen- sivi, resi impenetrabili ai ripetuti assalti della fanteria, dalle trincee e dai fitti re- ticolati difesi dalle mitragliatrici 7 . Da quel momento in poi, a fronte delle centinaia di conflitti di varia intensita` che si sono combattuti nel corso del secolo appena concluso, le armi chimiche sono state in molti casi approntate dai vari belligeranti, ma impiegate solo in par- ticolari circostanze. L’impiego delle armi batteriologiche e` stato ancora piu` circoscritto, ma in questo ambito bisogna procedere con molta prudenza, dal momento che i casi effettivamente accertati e documentati sono piu` difficili da reperire anche (e so- prattutto) per la natura stessa di questi aggressivi e degli effetti che producono:

7 Si tratta, come noto, dell’episodio di Ypres (in Belgio) dove le truppe tedesche, accertatesi che vento soffiasse nella direzione dell’avversario, aprirono dei contenitori a pressione contenenti cloro provocando la morte di circa 5000 soldati francesi. Un anno dopo (giugno 1916) stessa sorte colpı` i soldati italiani, sul nostro fronte, con cloro e fosgene con circa 4000 perdite.

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un corso d’acqua avvelenato, una epidemia di tifo o di salmonella possono essere benissimo frutto di guerra batteriologica, ma anche di inquinamento o degrado ambientale, specialmente in alcune parti del mondo.

Secondo i rapporti delle forze inglesi operanti in medio Oriente nel 1916, fu- rono i Turchi ad introdurre per primi le armi chimiche nella regione, accantonan-

do a Bagdad (singolare coincidenza) ingenti quantitativi di aggressivi forniti dai te-

deschi. Tuttavia, furono gli stessi inglesi ad impiegare gas tossici, nel 1917 in Pa-

lestina durante la seconda battaglia di Gaza, nel 1919 intervenendo nella guerra civile russa e, nuovamente, nel 1920 nella stessa Bagdad per sedare le rivolte degli iracheni che si ribellavano alla dominazione del governo di Londra su Mesopota-

mia ed Iraq, trasformati in un mandato britannico 8 . Anche gli spagnoli, a loro vol-

ta, avevano fatto uso di armi chimiche in Marocco nel 1923 e 1927; gli italiani, co-

me e` noto, in Libia e Etiopia, rispettivamente nel 1930 - 1935 e 1940 ed i russi, contro insorti musulmani nel Sinkiang, nel 1934. Nonostante i giapponesi ne aves- sero fatto uso in Cina tra la fine degli anni trenta e di primi anni quaranta, ed altri belligeranti ne potessero annoverare nei propri arsenali, 9 nel corso del Secondo

Conflitto Mondiale nessun esercito ne prevedette l’effettivo impiego.

Il Conflitto sino-giapponese aveva visto, tra l’altro, anche le forze armate di Tokio sperimentare l’impiego di agenti biologici 10 , ma i risultati si erano rivelati piu` dannosi per le truppe giapponesi che per i loro avversari. Anche gli inglesi, nello stesso periodo, avevano condotto simili esperimenti in Scozia, nell’ambito

di un programma di ricerca condiviso con Stati Uniti e Canada, sembra con il

famigerato antrace ma, analogamente alle armi chimiche, nessuno penso` di im- piegare sostanze tossiche di questo tipo sui campi di battaglia europei o asiatici, specialmente dopo la negativa esperienza della Cina 11 . Alla base del non-uso di

8 Peter Herby, op. cit., p. 20.

9 Numerosi quantitativi di aggressivi chimici furono accantonati dagli inglesi nelle aree del Medio Oriente poste sotto il loro controllo. Secondo diverse fonti queste armi, successivamente abbandonate, furono poi utilizzate dall’Egitto nel corso della guerra civile dello Yemen (1962- 67). Peter Herby, op. cit., p. 20.

10 I giapponesi disseminarono la peste in varie zone della Cina tramite batteri prodotti dall’U- nita` 731, una speciale organizzazione dell’esercito responsabile della condotta della Guerra batte- riologica, denominata ufficialmente ‘‘Dipartimento dell’armata del Kwantung per la fornitura di acqua antiepidemica e la depurazione’’. Francesco Calogero, Paolo Miggiano, Giancarlo Tenaglia:

‘‘Armi e Disarmo I negoziati sulla riduzione e il controllo degli armamenti nucleari, chimici, bat- teriologici e convenzionali’’. Centro Militare di Studi Strategici (CeMISS), Franco Angeli, 1997 p. 202.

11 Vedasi Charles C. Flowerree: ‘‘Chemical and Biological Weapons and Arms Control’’ in ‘‘Enciclopedia of Arms Control and Disarmament’’ — Charles Scribner’s Sons — New York, vol. II, p. 999.

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armi chimiche vi erano essenzialmente tre motivi. Innanzitutto l’esistenza del Protocollo di Ginevra del 1925 che, bandendo l’impiego di tali armi, ne sottoli- neava la crudelta` e la ripugnanza. Tra l’altro, sono proprio queste caratteristiche- che le hanno sempre rese agli occhi di molti pianificatori militari completamente estranee alla propria professione. In secondo luogo, come gia` accennato, il timo- re concreto di subire rappresaglie. Infine, quale logica conseguenza, la conside- razione che ‘‘per gli specifici obiettivi delle diverse campagne, le armi chimiche non fossero essenziali, sicche` il loro uso avrebbe prodotto probabilmente piu` svantaggi che vantaggi. Insomma, le armi chimiche diventavano, di fatto, margi- nali. Grandi quantita` di zavorra che navi, aerei e mezzi terrestri portano da una parte all’altra del fronte senza mai impiegarle’’ 12 . Il concetto della marginalita` delle armi chimiche, sul quale avremo modo di tornare successivamente, va considerato con molta accortezza dal momento che gia` negli anni cinquanta, le tre maggiori potenze della NATO, Stati Uniti, Regno Unito e Francia, avevano sviluppato notevoli capacita` offensive in campo chimi- co (e biologico), e gli stessi Stati Uniti e l’Unione Sovietica possedevano gli arse- nali chimici piu` numerosi 13 . Essi, infatti, produssero ampi quantitativi di aggressivi, differenziandoli per tipologia e vettori d’impiego, e li integrarono nelle rispettive pianificazioni mili- tari, considerandoli sia come efficaci strumenti di difesa contro attacchi di forze numericamente soverchianti, che come vero e proprio mezzo di guerra psicolo- gica nei confronti dell’avversario. Successivamente pero`, tra la meta` degli anni cinquanta e sessanta, inglesi e francesi posero fine ai propri programmi di produzione. L’arsenale statunitense raggiunse, nel 1969 poco prima che la produzione fosse ufficialmente sospesa, le 30.000 tonnellate di composti chimici per uso bellico 14 . Nel caso dell’URSS, si- curamente piu` complesso per quanto riguarda l’attendibilita` generale delle infor- mazioni disponibili, si arrivo` a circa 50.000 tonnellate, dichiarate nel 1987 (a pe- restroika appena iniziata) prima dell’accordo bilaterale del 1990 con gli USA per la drastica riduzione reciproca degli arsenali. Quantita` queste, sicuramente in di- fetto rispetto alle quantita` stimate effettivamente attribuibili alla Russia. Il moti-

12 Cfr. con Calogero, Miggiano, Tenaglia, op. cit., p. 259.

13 Mentre gli arsenali chimici si possono quantificare (in tonnellate di sostanze e composti e

relativi vettori differenziati per tipologia), per alcuni agenti biologici l’impresa e` molto piu` difficile

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dal momento che una minuscola scatola piena di batteri puo` provocare danni immensi. E quindi chiaramente piu` significativa la letalita` ed il tipo degli agenti batteriologici piuttosto che la loro ‘‘numerosita`’’. Cio` non toglie, comunque, che altre sostanze altamente tossiche come l’antrace e le tossine del botulino si possano portare allo stato liquido (come nel caso dell’Iraq) e che quindi si possano quantificare le quantita` disponibili per l’impiego bellico.

14 Contestualmente, gli USA cessarono anche al produzione di agenti biologici.

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vo fondamentale di questa scelta di abbandono definitivo delle armi chimiche

risiederebbe soprattutto, secondo lo studioso Julian Perry Robinson, nella delu- sione delle speranze alimentate dalla scoperta delle prime armi di questo tipo.

‘‘Gli sviluppi scientifici non sarebbero riusciti a superare i limiti tecnici intrinseci alla guerra chimica. Di conseguenza, le armi chimiche avrebbero continuato ad avere un’utilita` marginale. Questa considerazione apre la strada alla conclusione che si sarebbero potuti trarre maggiori benefici dall’abbandonare le armi chimi- che che dal continuare ad investire nella loro produzione e sviluppo’’ 15 . Unico paese ad andare, per cosı` dire, ‘‘contro corrente’’ fu Israele, ma per ragioni chiaramente riconducibili alle peculiari vicende storiche e militari che stavano caratterizzando la costituzione del nuovo Stato in Medio Oriente. Pro- babilmente fu proprio in questo contesto, e piu` precisamente nel corso delle operazioni condotte in Palestina nel 1948, che si fece ricorso alla guerra batte- riologica. Secondo quanto riportato dallo storico militare israeliano, Uri Mil- stein, l’epidemia di tifo manifestatasi nei giorni precedenti la conquista della citta`

di ACRE (nord di Haifa), da parte delle forze israeliane, non fu causata dalle

pessime condizioni sanitarie provocate dalla guerra. L’episodio, sempre secondo Milstein, non era rimasto isolato 16 . Nel 1952, Ben Gurion, proseguendo sulle linee guida impostate dal suo pre- decessore Ezer Weizman, istituzionalizzo` lo sviluppo di programmi militari di ricerca in campo chimico e biologico, mediante la costituzione dell ‘‘Israel Insti- tute for Biological Research’’ (IIBR) sotto la giurisdizione del Primo Ministro. Tuttavia, una serie di considerazioni sia militari che diplomatiche ed anche mo- rali, posero queste armi in secondo piano. Di fatto, Israele confido` soprattutto sullo sviluppo della capacita` nucleare per garantire la propria sicurezza e, dai ci- tati episodi del 1948, non ci sono stati piu` casi, presunti o documentati, di im-

15 Calogero, Miggiano, Tenaglia, op. cit., p. 203. Il parere di J.Perry Robinson e` tratto dalla

relazione presentata dallo stesso autore al Pugwash meeting di Ginevra n. 196 (8-9 maggio 1993) dal titolo: ‘‘Seeing the future of the Chemical Weapons Convention in its past’’.

16 Il caso citato da Milstein e` riportato da Avner Cohen nel suo articolo ‘‘Israel and Chemical/

Biological Weapons: History, deterrence and Arms Control’’ pubblicato nel numero autunnale/in- vernale 2001 della rivista ‘‘The Nonproliferation Review’’, edita dal ‘‘Center for Nonproliferation Studies’’ — Monterey Institute of International Studies pp. 31-32. L’operazione sarebbe stata se- gretamente condotta dall’HEMED BEIT, acronimo utilizzato dagli israeliani per identificare una unita` scientifica (biologica) appositamente costituita per scopi offensivi. Lo stesso autore, comun- que, sottolinea al riguardo la pressoche´ totale assenza di episodi di guerra batteriologica nell’am- bito della narrativa ufficiale palestinese riferita alla campagna del 1948; quasi che cio` non fosse rilevante, per la versione ufficiale palestinese dei fatti. Cohem riferisce solo di un memorandum presentato alle Nazioni Unite che accusava genericamente gli ‘‘ebrei palestinesi’’ di svariati diversi crimini inclusi quelli connessi alla condotta della guerra batteriologica. Lo stesso memorandum, comunque, indicava le prove in possesso come non risolutive.

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piego di sostanze tossiche chimiche o biologici attribuibili a Tel Aviv, neppure nel corso delle cruente guerre arabo israeliane 17 . Sempre nel 1952, fu invece la Corea del Nord ad accusare espressamente gli Stati Uniti di aver fatto uso di armi biologiche nel corso delle operazioni della Guerra di Corea, ma gli stessi nord coreani si opposero alla costituzione di una commissione investigativa multinazionale sotto egida ONU per l’accerta- mento dei fatti. La ricostruzione degli eventi effettuata da due professori cana- desi dell’universita` di York (Toronto), Stephen Endicott e Edward Hagerman, che hanno avuto accesso ad archivi governativi e militari sia cinesi che statuni- tensi, confermerebbe l’episodio 18 , ma rimane il fatto che, comunque, una inchie- sta ufficiale non e` mai stata avviata. Durante la Guerra del Vietnam, gli Stati Uni- ti furono nuovamente sotto accusa (sempre da parte del blocco dei paesi comu- nisti facenti capo all’Unione Sovietica) ma, questa volta, per l’uso ‘‘accertato’’ di armi chimiche. Infatti, tali erano da considerare secondo i paesi accusatori, gli erbicidi impie- gati per disboscare l’impenetrabile giungla che offriva protezione ai vietcong, o per distruggere le coltivazioni delle popolazioni che fornivano appoggio agli av- versari, nonche´ i gas lacrimogeni o irritanti in genere, utilizzati in occasione dei rastrellamenti dei villaggi. Portata la questione di fronte alle Nazioni Unite fu votata, nella sessione ge- nerale dell’Assemblea Generale del 1969, una risoluzione che considerava con- trario alla legge internazionale (espressamente riferito al Protocollo di Ginevra del 1925) l’uso nei conflitti armati di qualunque genere di agente chimico o bio- logico. Gli Stati Uniti, dalla loro parte, sostennero la tesi che non solo il Proto- collo di Ginevra non era applicabile ad erbicidi e gas lacrimogeni ma, soprattut- to, che era poco corretto interpretare i trattati servendosi delle risoluzioni delle Nazioni Unite 19 . Successivamente, a partire dalla seconda meta` degli anni settanta, numerosi ed inquietanti rapporti provenienti da osservatori stranieri nel sud est asiatico (tra i quali medici e giornalisti) riferirono di morti e malattie provocate alla po- polazione di determinate regioni del Laos a causa dell’esposizione a sostanze tos- siche rilasciate da aerei nord vietnamiti 20 .

17 Cfr. con Avner Cohen, op. cit.

18 Cfr. con Ilaria Maria Ercolano ‘‘La minaccia delle armi chimiche e biologiche’’ in

www.onuitalia.it/peacekeeping/UNICV_Armi_chimiche.html.

19 Cfr. con Charles C. Lowerree, op. cit., p. 1001. Gli Stati Uniti sono rimasti sino al 1975 l’u-

nico membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a non aver ratificato il Protocollo di Ginevra del 1925.

20 Si tratta dell’episodio della ‘‘Yellow Rain’’ (pioggia gialla) e che si riferisce a fatti documen- tati accaduti nel 1977: due medici francesi vennero a sapere di questi attacchi non convenzionali

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In effetti, un pilota disertore laotiano aveva ammesso, nel 1979, di aver par- tecipato ad attacchi aerei che prevedevano il rilascio di ordigni ‘‘che provocava- no nubi’’, ad un altezza tale da non coinvolgere il proprio velivolo o quelli degli altri piloti, e di essere stato sottoposto, dopo quelle missioni, ad esami clinici ap- profonditi. Rapporti simili fecero la loro comparsa anche a seguito dell’invasione nord vietnamita della Cambogia (1978). Tutti questi episodi furono inizialmente accolti dagli Stati Uniti con un certo scetticismo ma in seguito, per la frequenza con la quale accadevano, non poterono piu` essere ignorati. Preoccupata quindi dalla possibilita` che si stesse scatenando, nella zona di operazioni, una vera e propria guerra chimica, l’Amministrazione Carter invio` in Tailandia una com- missione di medici con il compito di sottoporre ad accurati esami i superstiti de- gli attacchi aerei. I membri del team furono in grado di accertare che erano stati impiegati almeno tre tipi di aggressivi (distintamente o in combinazione tra loro):

nervino, gas lacrimogeni o comunque appartenenti alla categoria degli irritanti, ed un terzo composto le cui caratteristiche si poterono individuare solo dopo la singolare coincidenza dei risultati di analisi, condotte in tempi successivi, dei re- sidui tossici rinvenuti sul fogliame della vegetazione della zona ‘‘irrorata’’, sui corpi dei pazienti e, soprattutto, su alcune maschere antigas russe provenienti dall’Afganistan 21 . Proprio nel 1980, infatti, la comunita` internazionale cominciava a prendere atto dei primi rapporti sul presunto uso di aggressivi chimici da parte dell’Arma- ta Rossa in quella regione. Per il governo americano era dunque chiaro che le forze vietnamite e laotiane, supportate dall’Unione Sovietica, avevano delibera- tamente impiegato vari tipi di sostanze tossiche nel tentativo di fare evacuare le popolazioni alleate degli Stati Uniti e del Sud Vietnam dalle aree ritenute stra- tegiche per la condotta delle operazioni. In realta`, una commissione multinazio- nale investigativa dell’ONU inviata nel 1981 e 1982 in tali aree (compreso l’Af- ganistan) dichiaro`, nel suo rapporto all’Assemblea Generale, di non aver riscon- trato prove evidenti di impiego di armi chimiche anche se non si poteva escludere l’uso di ‘‘qualche sorta di sostanze chimiche tossiche in talune circo- stanze’’ 22 . Nell’ambito degli stessi Stati Uniti, la comunita` scientifica si divise

da rifugiati Laotiani sottoposti a cure presso un campo profughi in Tailandia. Essi, avevano accu- sato vari sintomi di intossicazione quali nausea, vomito, diarrea, convulsioni, offuscamento della vista, febbre e persino emorragie interne, manifestatesi dopo la materializzazione nell’aria di ‘‘stra- ne nuvole’’ che assumevano, a seconda dei casi, diverse colorazioni tra le quali, appunto, il giallo. Molti, sempre secondo le testimonianze dei malati, erano morti. ( Ibid. pp. 1002-1003).

21 I laboratori americani identificarono la sostanza come una micotossina altamente tossica co- nosciuta con il nome di tricothecene. Vedasi Charles C. Lowerree, op. cit., p. 1003.

22 La traduzione e` dell’autore. Il testo del rapporto parla di ‘‘some sort of toxic chemical sub- stance in some instances’’ (GA Document A/37, 259, 1 December 1892). Ibid. p. 1003.

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tra i sostenitori della tesi del governo ed i critici di quest’ultima, ciascuno con le proprie fondate argomentazioni. Questa controversia storica, per quanto se ne sa oggi, non e` ancora stata risolta anche se e` molto probabile, come sostengono al- cuni esperti 23 , che le forze nord vietnamite abbiano potuto accedere ad ampie

quantita` di sostanze tossiche, tra le quali irritanti e di erbicidi, fornite dai russi

o catturate agli americani nel corso delle operazioni.

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E importante aver citato gli episodi connessi con il presunto impiego di armi biologiche e chimiche nella Guerra di Corea e del Vietnam poiche´ e` proprio il dibattito generale che seguı`, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite, ad avviare i negoziati che portarono alla firma delle due Convenzioni sul bando to- tale di queste armi. Comunque, per completare il giro d’orizzonte di interesse

storico e` altrettanto significativo citare la ripresa della proliferazione chimica

in Medio Oriente, manifestatasi a partire dagli anni sessanta che pero`, a differen-

za delle esperienze del sud est asiatico dove gli aggressivi erano prodotti o dagli Stati Uniti o dall’Unione Sovietica e consegnati a seconda delle necessita` ai ri- spettivi alleati, o impiegati dalle proprie unita`, ha riguardato piuttosto l’acquisi- zione di specifiche capacita` di produzione e relativa gestione delle armi da parte degli stessi stati della regione. L’interesse iracheno sull’argomento, per citare un riferimento decisamente at- tuale, viene fatto risalire proprio a quegli anni, a seguito dell’impiego di iprite, fosgene e gas lacrimogeni da parte dell’Egitto nell’ambito della Guerra civile del- lo Yemen (1962-67), episodio che costituisce il primo impiego documentato di armi chimiche dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’Egitto fu infatti il primo paese arabo a sviluppare, produrre ed impiegare sostanze tossiche per uso bel- lico, anche se gli ordigni utilizzati in quell’occasione furono quasi certamente tratti da forniture russe e da residuati inglesi 24 . Dal momento che uno degli ul- timi attacchi egiziani fu effettuato solo quattro giorni prima che avesse inizio l’ammassamento delle truppe ai confini del deserto del Sinai, a premessa dell’i- nizio della Guerra dei Sei Giorni contro Israele, viene spontaneo pensare che, nello Yemen, l’Egitto abbia effettuato le prove generali dell’impiego del proprio

23 Ibid. p. 1004.

24 Informazione confermata sia da Charles Flowerree ( op. cit. , p. 999) che da Peter Herby ( op.

cit., pp. 20-23). Secondo Shai Feldman, in quel conflitto l’Egitto effettuo` 32 attacchi con munizionamento a caricamento chimico fornito dall’URSS, soprattutto gas nervini. Cfr. con Shai Feldman: ‘‘Middle East Missile and CBW Proliferation: Patterns, Trends, Ramifications’’ in ‘‘The Middle East Mili- tary Balance’’ 1989-1990’’ — Jaffee Center for Security Studies — Gerusalem. Pp. 37-38. Inoltre, Avner Cohen cita espressamente l’esperienza di alcuni ufficiali inglesi che riconobbero il proprio munizionamento analizzando I frammenti delle bombe rinvenute nello Yemen nel corso del con- flitto. Avner Cohen, op. cit., p. 41.

20

arsenale chimico, astenendosi pero` dall’effettivo utilizzo nel corso delle diverse operazioni contro lo stato ebraico 25 . Nel corso degli anni settanta, il paese fornı` agenti chimici alla Siria e negli anni ottanta, dopo aver firmato il trattato di pace con Israele, coopero` strettamente nel campo della ricerca chimica con l’avversa- rio dell’Iran per il controllo del Golfo Persico e cioe` l’Iraq. Infatti, il futuro Presidente di questo paese, Saddam Hussein, che aveva com- pletato i propri studi in Egitto dal 1959 al 1963, prima di fare ritorno in patria aveva istituito stretti legami sia con il Presidente egiziano Nasser, che con il suo establishment militare. Non a caso, le unita` specializzate dell’Iraq in guerra chi- mica (inquadrate nell’Iraqui Chemical Corps) furono costituite da Saddam nel gennaio dell’anno successivo mentre il vero e proprio programma di ricerca e sviluppo autonomo, sotto la copertura di un progetto di industrializzazione chi- mico e di sviluppo agricolo fu avviato negli anni settanta. Le attivita` piu` rilevanti dal punto di vista della proliferazione, quali la costruzio- ne di impianti espressamente dedicati alla produzione di composti chimici, trasfor- mazione di materie prime, nonche´ le attivita` di acquisizione della componentistica necessaria e la costituzione delle relative scorte di munizionamento, si sviluppo` so- prattutto tra il 1982 ed il 1990 26 . Le conseguenze di questa ricercata ‘‘capacita`’’ of- fensiva si sarebbero successivamente manifestate nella guerra contro l’Iran, dove l’I- raq impiego` aggressivi chimici sul campo di battaglia per tutta la durata del conflitto e, come noto, anche contro la popolazione curda nel nord del paese 27 . Sempre negli anni ottanta, un altro paese del Medio Oriente, la Libia, aveva sviluppato analoghe capacita`. Infatti, come forse si ricordera`, l’industria farma- ceutica di RABTA fu identificata, dalle fonti di intelligence occidentali, quale in- frastruttura capace di produrre aggressivi chimici su larga scala e che furono re- golarmente impiegati, come oramai accertato, nell’ambito del conflitto con il Ciad (1986-1987). Anche quest’ultimo paese, comunque, effettuo` a sua volta al- meno un attacco contro l’avversario utilizzando gli stessi mezzi 28 .

25 Avner Cohen, ibid.

26 Rapporto dell’UNSCOM sul disarmo dell’Iraq. Appendice II (United Nations Document

S/1999/94-29 January 1999).

27 A questo proposito, Charles C. Flowerree ( op. cit., p. 1002) cita i risultati del rapporto delle

Nazioni Unite che parla di impiego ‘‘annuale’’ di tali ordigni dal 1984 al 1987, e di quattro casi

ufficialmente indagati nel 1988. Peter Herby ( op. cit., pp. 23-28) fa risalire l’uso di armi chimiche da parte dell’Iraq al 1983 (primo impiego letale documentato) sino a tutto il 1988 per un totale, secondo l’autore, di 155 casi documentati di impiego. Per quanto riguarda l’impiego di gas contro il popolo curdo si ricordera` che l’episodio si ve- rifico` nella citta` di Halabja, nel 1988.

28 Charles C. Flowerree, op. cit., p. 1002.

21

Gli anni novanta, infine, hanno visto ancora una volta l’Iraq di Saddam Hus-

sein protagonista della proliferazione di armi di distruzione di massa sia chimi- che che biologiche 29 . Nel caso della Guerra del Golfo, tuttavia, il dittatore non

ha fatto uso degli ordigni che aveva minacciato di impiegare, ma non certo per

mancanza di scorte. Infatti, a guerra conclusa, l’UNSCOM (United Nations Spe- cial Commission) la commissione speciale creata dall’ONU che, ai sensi delle fa- mose risoluzioni 687 e 707, era stata incaricata di supervisionare la distruzione da parte dell’Iraq dei propri arsenali, aveva potuto accertare la presenza di do- tazioni non convenzionali, chimiche, superiori a qualunque aspettativa: circa

100.000 tra proietti di artiglieria e razzi caricati con iprite e gas nervino, e bombe da mortaio caricate con irritanti, nonche´ circa 3000 tonnellate di ‘‘precursori’’, cioe` di sostanze che prese singolarmente non sono aggressivi veri e propri ma, opportunamente combinate, lo diventano. In quella circostanza furono rinvenu-

te

e distrutte sotto la supervisione degli stessi ispettori di UNSCOM, anche tren-

ta

testate per missili SCUD A1 ‘‘HUSSEIN’’, a caricamento chimico. Analoga-

mente, per le armi biologiche furono individuate e distrutte bombe e testate

di missili riempite con tossine di botulino ed antrace allo stato liquido.

Prima dell’entrata in vigore della Convenzione, solo due paesi avevano am- messo di possedere armi chimiche e cioe` gli Stati Uniti e la Russia. Nel 1992, anno dell’approvazione del testo della Convenzione da parte della 47º Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ulteriori casi di impiego di armi chimiche furono sospettati nel conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaiagian, in Mozambico (da parte

del Movimento di Resistenza Nazionale RENAMO) e nella ex Yugoslavia (in Croazia e Bosnia Erzegovina). In tutti i citati casi fu molto difficile accertare

in maniera definitiva la fondatezza dei sospetti 30 . Con l’entrata in vigore della

29 Una sintetica ma esaustiva descrizione dello sviluppo delle capacita` irachene al riguardo e`

contenuta nel best seller ‘‘Guerra all’Iraq’’ di William Rivers Pitt, Fazi Editore, settembre 2002. Si

veda a questo proposito anche Anver Cohen, op. cit. e, per un analisi piu` approfondita ed ‘‘istitu- zionale’’, le 203 pagine del rapporto di UNSCOM sul disarmo dell’Iraq. Vedasi anche Calogero, Miggiano, Tenaglia, op. cit., p. 216.

30 Nel caso delle ex Repubbliche sovietiche e del Mozambico furono inviate due commissioni

di inchiesta operanti sotto egida ONU. Nel caso della Croazia si tratta di rapporti del ‘‘Foreign Broadcast Information Service, Daily Report-East Europe (FBIS-EEU), mentre nel caso della Bo- snia l’allora Presidente Alija Izetbegovic, nel corso di una sua visita in Iran aveva affermato che se l’embargo nei confronti della Bosnia fosse durato ancora alungo, il popolo della Bosnia, per difen- dersi dai crimini dei Serbi sarebbe stato costretto a fare ricorso all’impiego dei gas. Dopo queste dichiarazioni un allarme gas fu effettivamente diramato a Tuzla nel novembre del 1992, ma a se-

guito della distruzione di contenitori di clorica custoditi in un deposito colpito dalle artiglierie ser- be. Cfr. con Thomas Stock: ‘‘Chemical and Biological weapons: developments and proliferation’’. SIPRI Yearbook 1993, World Armaments and Disarmamament Oxford University Press da p. 260

a p. 263.

22

Convenzione, altri due Stati, l’India e la Corea del Sud, hanno dichiarato di pos- sedere armi chimiche anche se in quantita` molto piu` modeste di USA e Federa- zione Russa. Allo stato attuale, dunque, gli ‘‘Stati possessori’’ (possessor states) sono, ufficialmente, quattro.

23

C APITOLO II

LO SVILUPPO DEL CONTESTO ISTITUZIONALE

1. Primi tentativi negoziali

Tentativi di proibire l’uso delle armi chimiche nei conflitti armati sono stati

perseguiti anche in passato con specifici accordi internazionali, senza pero` con- seguire risultati definitivi. Verso la fine del diciannovesimo secolo, le scoperte scientifiche effettuate nel campo della chimica organica incentivarono notevol- mente lo sviluppo dell’industria chimica sia in Europa che negli Stati Uniti. Il risultato fu che, ai tempi della I Guerra mondiale, molti studiosi e personalita` accademiche contribuirono allo sviluppo delle micidiali armi convinti che la loro personale opera e l’indubbio prestigio della loro professione dovessero essere messi al servizio del proprio paese nel momento in cui questo era impegnato

in un conflitto 31 .

Non deve quindi stupire il fatto che i primi tentativi della comunita` interna- zionale di mettere fuori legge determinati tipi di armi, tra le quali appunto quelle chimiche, e di introdurre norme di diritto da rispettare nei conflitti armati, aves- sero prodotto, nella pratica, scarsi risultati. Infatti, ne´ la Dichiarazione dell’Aja del 1899 sull’impiego di gas asfissianti, ne´ tanto meno la Convenzione dell’Aja del 1907 che aveva proibito espressamente l’uso non solo delle armi tossiche, ma anche di quelle che potevano provocare sofferenze superflue, non avevano im- pedito l’impiego dei gas nel corso del primo Conflitto mondiale. Anzi, si fece di tutto per aggirare quelle poche norme che erano state concordate. L’esempio che

segue chiarisce il concetto. La citata Dichiarazione dell’Aja del 1899 impegnava i paesi contraenti ad astenersi ‘‘dall’uso di proiettili il cui solo scopo e` quello di dif- fondere gas asfissianti o comunque deleteri’’. Ebbene, proprio l’esplicito riferi- mento ai ‘‘proiettili’’ aveva consentito alla Germania di affermare che l’impiego

di gas effettuato ad Ypres non aveva violato il diritto internazionale dal momento

che non si era fatto uso di proiettili, bensı` di ‘‘contenitori cilindrici a pressione’’ che, impiegati senza ricorrere ad alcuna artiglieria, avevano rilasciato il proprio contenuto (tra l’altro senza alcuna esplosione) sul campo di battaglia!

31 Cfr. con J. Perry Robinson, ‘‘Implementing the Chemical Weapons Convention’’ in Inter- national Affairs, vol. 72, January 1996, p. 79.

24

Comunque, l’orrore di questa nefasta esperienza fece il giro del mondo ed alimento` sicuramente quella repulsione nei confronti della guerra chimica che riporto` in primo piano l’esigenza di negoziare accordi piu` significativi e vincolan- ti per la effettiva proibizione dell’impiego degli ordigni incriminati. In tale con- testo, nel 1925 gli Stati Uniti si fecero promotori di una proposta di proibizione del commercio del munizionamento chimico, da sottoporre alla ‘‘Conferenza della Lega delle Nazioni per la Supervisione del Commercio Internazionale di Armamenti e di Strumenti di Guerra’’, e le discussioni che seguirono sull’argo- mento portarono all’adozione del famoso Protocollo, firmato a Ginevra nello stesso anno, che proibiva in modo esplicito ‘‘l’impiego in guerra di gas asfissianti, velenosi e di qualunque altro tipo’’, nonche´ dei mezzi di offesa batteriologica. Il Protocollo, che costituiva indubbiamente un primo positivo risultato nel campo della ‘‘umanizzazione’’ dei conflitti, era pero` caratterizzato da due evidenti ca- renze. Prima di tutto, il divieto dell’impiego non era definitivo a causa delle nu- merose riserve presentate da ogni paese allo scopo di salvaguardare la capacita` di ritorsione in caso di attacchi subiti a proprie spese. Quindi, non essendo vietati sviluppo, produzione e stoccaggio, sottoscrive quegli accordi significava unica- mente accettare un impegno di ‘‘non - primo uso’’ e nient’altro. In secondo luogo, il testo non prevedeva alcuna forma di verifica in caso di uso presunto ne´, tanto meno, sanzioni in caso di violazioni. Cio` nonostante, que- ste misure, hanno acquisito col tempo una notevole autorita` morale se non altro perche´ sono rimaste le uniche per molto tempo, ed hanno sicuramente contri- buito a limitare le possibilita` di ricorrere ad un impiego generalizzato delle offese chimiche.

2. La Convenzione sull’interdizione della armi biologiche e tossiniche

A differenza di quanto avvenuto a conclusione della Prima Guerra Mondiale, la comunita` internazionale non manifesto` , dopo il 1945, eccessive preoccupazio- ni per la presenza di armi chimiche o batteriologiche. Nonostante il gas nervino fosse stato sviluppato poco tempo prima e le minacce del suo impiego avessero costituito preoccupazione costante dei pianificatori militari e dei rispettivi gover- ni, la comparsa dell’ordigno nucleare ed i rischi connessi con una sua eventuale proliferazione, aveva fatto passare in secondo piano qualunque altro tipo di con- siderazione. Di fatto, i primi dibattiti delle Nazioni Unite furono caratterizzati dal tentativo di porre la produzione di materiale fissile sotto controllo internazio- nale. Comunque, gli altri tipi di armi non furono completamente ignorati poiche´ nel 1948 una apposita commissione, incaricata di definire il campo d’azione del- l’ONU in tema di controllo degli armamenti e disarmo, ufficializzo` la definizione

25

di

‘‘Armi di Distruzione di Massa’’ divenuta, da quel momento in poi, riferimen-

to

fondamentale per tutta la comunita` internazionale 32 . Tale definizione com-

prendeva (e comprende tutt’ora) i veri e propri ordigni atomici, le armi radiolo- giche, gli ordigni letali chimici e biologici ‘‘ed ogni altra arma sviluppata in fu-

turo avente caratteristiche comparabili per effetti distruttivi a quelle della

bomba atomica o delle altre armi precedentemente menzionate’’ 33 . Fu a seguito dei clamori suscitati dalle esperienze della Guerra di Corea e del Vietnam che il problema del bando totale delle armi BC torno` nell’agenda dell’ONU. Nel 1960

fu pertanto creato uno specifico foro negoziale sul disarmo, inizialmente compo-

sto da dieci nazioni, successivamente riconfigurato nel 1962 con l’adesione altre otto nazioni e, pertanto, ridenominato ‘‘Comitato per il Disarmo delle Diciotto Nazioni’’ e che prevedeva, nella sua agenda, quali argomenti prioritari, la nego- ziazione del bando sugli esperimenti nucleari nonche´ di quello sulle armi batte- riologice e chimiche, considerate come unico argomento. Agli inizi della propria

attivita`, il Comitato focalizzo` maggiormente la propria attenzione sulle questioni nucleari e su un programma omnicomprensivo di disarmo, percio` il primo passo significativo si ebbe solo nel 1968 quando l’ONU ricolloco` l’argomento in agen- da dando mandato ad un gruppo di esperti di studiare gli effetti delle armi da vietare e di riferire, al riguardo, al Segretario generale. Il rapporto, presentato puntualmente nel luglio dell’anno successivo, concludeva affermando che ‘‘nel caso tali armi fossero impiegate su larga scala in guerra, nessuno potrebbe pre- vedere quanto a lungo gli effetti potrebbero durare, e come essi influenzerebbe-

ro la struttura della societa` e l’ambiente nel quale viviamo’’ 34 .

Contestualmente alla ripresa dei lavori, si manifestarono subito due diversi orientamenti negoziali. Il primo, facente capo ai paesi occidentali, era favorevole alla separazione della trattazione delle problematiche batteriologice da quelle chimiche dal momento che il problema dell’eliminazione delle armi ‘‘C’’ era di piu` complessa soluzione vista la loro maggiore utilita` militare rispetto a quelle biologiche. Il blocco occidentale, infatti, non intendeva ancora rinunciare com- pletamente all’opzione chimica senza l’assicurazione che la distruzione degli ar- senali fosse effettivamente verificabile. Per controllare le armi biologiche, si pen- sava, era sufficiente un regime molto piu` semplice. Da qui, quindi, la scelta di

32 Si trattava della ‘‘Commissione dell’ONU per gli armamenti convenzionali’’

33 UN Document RES/S/C. 3/30 del 13 Agosto 1948.

34 La traduzione e` dell’autore. L’originale recita: ‘‘were these weapons ever to be used on a

large scale in war, non one could predict how enduring the effects would be, and how they would affect the structure of society and the environment in which we live’’. Cfr. Charles C. Flowerree, op. cit., p. 1004.

26

dividere gli argomenti. Il secondo orientamento, sostenuto dall’Unione Sovietica,

dai Paesi del blocco socialista e da quelli ‘‘non allineati’’, era l’opposto del primo:

un trattato omnicomprensivo per il bando di tutte e due le armi. A supporto del-

le tesi sostenute dall’occidente, il 25 novembre del 1969 il Presidente Nixon, an-

nuncio` che il proprio Paese avrebbe rinunciato definitivamente alla capacita` di condurre la guerra batteriologica e che in tale prospettiva aveva gia` disposto

la

chiusura e lo smantellamento di tutti gli impianti utilizzati per la produzione

di

agenti biologici a scopi offensivi nonche´ la distruzione di tutte le scorte gia`

esistenti. Nonostante molti altri paesi avessero seguito l’iniziativa, fu comunque riconosciuto che delle azioni unilaterali non avrebbero comunque potuto sosti- tuire la valenza di accordi internazionali vincolanti. Per questo, si continuo` a ne- goziare nell’ambito della ‘‘Conferenza sul Comitato per il Disarmo’’ (ulteriore evoluzione del precedente foro negoziale ONU) sino al 1971, anno in cui

l’URSS, cambiando radicalmente atteggiamento nei confronti del problema, ac- cetto` di separare gli argomenti e di elaborare una bozza comune di Convenzione per il bando delle armi batteriologice che fu, successivamente, accettata e sotto- scritta dal Segretario Generale dell’ONU alla fine dello stesso anno. A seguito del deposito del numero richiesto degli strumenti di ratifica, la Convenzione en- tro` in vigore il 26 marzo del 1975. Il testo era molto semplice e breve: un pream- bolo e quindici articoli, ma non era contemplata nessuna misura di verifica. Quest’ultimo aspetto e` stato l’argomento piu` dibattuto in tutte le conferenze

di revisione della Convenzione compresa l’ultima, inaugurata nell’ambito della

Conferenza sul Disarmo di Ginevra l’11 novembre del 2002 e nel corso della quale non si e` potuto avviare nessun negoziato per la definizione di un protocol-

lo per verificare l’osservanza della Convenzione. Cio` soprattutto a causa dell’op-

posizione degli Stati Uniti preoccupati dalla intrusivita` delle possibili misure che potrebbe rischiare di mettere a repentaglio i segreti delle societa` farmaceutiche statunitensi ed il sistema di biodifesa senza offrire in cambio reali benefici 35 . Ad

ogni modo, nella stessa occasione sono state anche poste le basi per lo sviluppo

di altre iniziative, si spera concrete, quali l’adozione di misure a livello nazionale

per inserire nel codice penale dei singoli paesi le infrazioni alla Convenzione e per premunirsi contro i piu` pericolosi agenti patogeni, ma anche per il migliora-

mento delle capacita` investigative a livello internazionale per mitigare gli effetti

di un eventuale impiego di armi batteriologice nonche´ per incrementare la vigi-

lanza sul manifestarsi di epidemie delle piu` diverse patologie sullo scenario mon- diale. Per ultimo, l’istituzione di un codice di comportamento per gli scienziati.

35 Cfr. con Frances Williams Stephen Fidler: ‘‘Bioweapons talks reopen amid discord on ve- rification’’ Financial Times dell’11 novembre 2002.

27

3. Verso il bando totale delle armi chimiche

Conclusi i negoziati sulle armi batteriologice, la Conferenza del Comitato sul Disarmo (ridenominata nel 1969 ‘‘Comitato sul Disarmo) comincio` ad occupar-

si, nel 1972, del problema delle armi chimiche. Solo formalmente pero` , dal mo-

mento che sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica (cioe` i due piu` grandi deten-

tori di arsenali chimici) non avevano molto interesse ad affrontare negoziati a li- vello multilaterale. Conseguentemente, sino a tutto il 1976 le uniche attivita` al riguardo furono quelle svolte da alcuni ‘‘workshop’’ operanti sotto gli auspici

del

Comitato, ma aventi come unico scopo quello di approfondire alcuni proble-

mi

di natura tecnica e certamente non risolutivi, come lo sviluppo degli standard

di

tossicita` da applicare ai composti chimici oggetto del futuro bando. I negoziati

veri e propri furono avviati l’anno successivo, ma sempre nell’ambito di colloqui sviluppati prevalentemente a livello bilaterale tra USA ed URSS 36 grazie anche

ad

un diverso approccio dell’Amministrazione Carter ai grandi temi del control-

lo

degli armamenti e che aveva incontrato il favore dei russi 37 . Tuttavia, nel 1980

a causa del deteriorarsi del clima politico internazionale (soprattutto i seguiti del-

l’invasione sovietica dell’Afganistan) essi furono sospesi. Nei due anni e mezzo di colloqui si era potuto comunque raggiungere un sostanziale accordo su quattro aree fondamentali ai fini della prosecuzione dei negoziati quali 38 :

i divieti da prevedere nel bando (sviluppo, produzione o acquisizione in qualunque altra maniera possibile, stoccaggio, detenzione); le definizioni dell’oggetto del bando (armi chimiche, composti chimici su- per tossici, ‘‘altri’’ composti chimici, ‘‘altri’’ composti chimici dannosi); il principio di consentire la produzione di una certa quantita` di composti chimici tossici per scopi di ricerca pacifici; l’esistenza di un sistema di verifica (basato su una combinazione di misure nazionali ed internazionali e sull’istituzione di un comitato consultivo).

36 Date le profonde ripercussioni sulla rispettiva sicurezza nazionale, sia gli Stati Uniti che l’U-

nione Sovietica hanno sempre preferito trattare i grandi temi del controllo degli armamenti a livel-

lo bilaterale. Nel caso specifico dei negoziati sulle armi chimiche, i citati Paesi impedirono sino a

tutto il 1980 che presso la Conferenza del Comitato sul Disarmo si costituisse un apposito gruppo

di lavoro multilaterale sull’argomento e, comunque, anche quando questo fu costituito opero` con

un mandato molto ristretto.

37 In effetti non si fece altro che riprendere alla mano una precedente ‘‘joint initiative’’ di USA

ed URSS del 1974 nella quale le due superpotenze avevano gia` ufficialmente dichiarato di volersi

occupare del ‘‘piu` pericoloso e letale metodo di guerra’’. Cfr. con J. Perry Robinson, Thomas Stock e Ronald G. Sutterland in : ‘‘The Chemical Weapons Convention: the success of chemical disarmament negotiations’’. SIPRI Yearbook 1993 World Armaments and Disarmament. Oxford University Press, p. 713.

38 Cfr. Charles Flowerree, op. cit. , p. 1012.

28

Tuttavia, analogamente al caso delle armi batteriologice, la discussione e l’ap- profondimento dei dettagli connessi con l’attuazione pratica del regime di veri- fica, costituiva un ostacolo praticamente insormontabile. I russi, infatti, non vo- levano accettare alcuna forma di ispezione intrusiva sul proprio territorio, dal momento che la consideravano come vera e propria azione di spionaggio legaliz- zato. Questo atteggiamento perduro` a lungo, praticamente sino alla fine dei ne- goziati. La volonta` di definire un testo significativo per tutta la comunita` internazio- nale o, comunque, di prendere provvedimenti adeguati, fu rinforzata dai risultati delle investigazioni delle Nazioni Unite che avevano confermato l’impiego sia di gas nervini che del tipo ‘‘mostarda’’ nel corso della guerra tra Iran ed Iraq. Que- sti episodi, gia` gravi di per se, contribuirono in maniera determinante allo svilup- po di un nuovo modo di considerare l’intera problematica, soprattutto per il fat- to che vi era la chiara percezione di essere in presenza della punta di un iceberg.

Il fatto che un numero sempre maggiore di Paesi si stesse dotando di armi chimiche raggiunse infatti un grado particolare di consapevolezza negli anni im- mediatamente successivi alla cosiddetta Prima Guerra del Golfo, tra il 1986 ed il 1987. Nel 1986, l’agenzia di stampa sovietica TASS parlava, nei propri comuni- cati, di 13/15 nazioni e l’anno successivo, nel corso di un’intervista rilasciata a Mosca, il Capo della Delegazione Sovietica presso la Conferenza per il Disarmo confermava queste informazioni 39 . Il Governo Britannico parlava di 20 Paesi e gli Stati Uniti di quattordici Paesi accertati e due probabili, o sedici piu` sei a se- conda delle fonti 40 . Probabilmente, come suggeriscono gli stessi analisti che han- no esaminato i rapporti sulla proliferazione di quell’epoca 41 ci sara` anche stato un certo interesse di alcuni governi a rendere un po’ piu` preoccupanti del dovu- to i dati diffusi all’opinione pubblica. Infatti, proprio in quel periodo il mercato degli equipaggiamenti protettivi per offese chimiche era in piena espansione, specialmente in alcune regioni del mondo quali l’Africa, l’Asia e l’America Latina e gli Stati Uniti avevano tutto l’interesse ad ‘‘appesantire’’ le valutazioni del ri- schio per giustificare l’abbandono della moratoria sulla produzione del 1969 ed avviare il ‘‘Chemical Modernization Program’’ che veniva proposto al Con- gresso proprio a partire dal 1985. Dunque, una certa prudenza circa l’interpretazione dei rapporti sulla prolife-

39 S.J. Lundin, J. P. Perry Robinson e Ralf Trapp: ‘‘Chemical and biological Warfare: deve-

lopment in 1987’’. SIPRI Yearbook 1988 World Armaments and Disarmament, Oxford Univer- sity Press, p. 101

40 Ibid.

41 Ibid.

29

razione andava esercitata, ma a prescindere da ogni possibile esagerazione, le cause di preoccupazione esistevano ed erano basate su un altro aspetto messo

in

risalto dalle investigazioni condotte dall’ONU nel Golfo Persico. Un aspetto che piu` di ogni altro avrebbe influenzato lo sviluppo del testo del-

la

nascente Convenzione: l’Iraq, cioe`, aveva acquisito le proprie capacita` opera-

tive in campo chimico grazie soprattutto alla tecnologia fornita da numerose in- dustrie private (civili) estere (soprattutto occidentali). Per questo motivo, molti Paesi industrializzati, scoraggiati anche dalle lungaggini negoziali di Ginevra, giunsero alla conclusione che non sarebbe stato conveniente attendere la stesura

finale della Convenzione per fermare o, quantomeno, limitare il diffondersi in- controllato delle armi chimiche. Percio` , una delle prime iniziative fu quella di considerare la possibilita` di con- trollare l’esportazione di materiali ‘‘critici’’ a nazioni che avevano interesse ad ac- quisire e sviluppare una propria autonoma industria chimica. Poco dopo la diffusione del rapporto delle Nazioni Unite del 1984 sull’impie- go di armi chimiche nel Golfo Persico, gli USA bandirono l’esportazione verso l’Iraq di alcuni precursori, sollecitando i propri alleati a fare altrettanto. L’anno seguente, si costituı` il ‘‘Gruppo Australia’’, un gruppo informale di Paesi indu- strializzati che aveva deciso di coordinare le rispettive politiche di esportazione

di materiali industriali di possibile impiego bellico 42 . Nonostante le notevoli dif-

ferenze procedurali che governavano l’esportazione di prodotti chimici dei mem- bri del Gruppo, con il corso degli anni fu possibile definire di comune accordo una lista di composti la cui esportazione, a Paesi estranei al Gruppo stesso, do- veva essere sottoposta ad approvazione governativa. Nello stesso periodo furono

anche avviati colloqui per lo sviluppo di altre iniziative, a livello regionale, come l’istituzione di ‘‘aree libere da armi chimiche’’ (Chemical Weapons Free Zones) nell’Europa Centrale e nei Balcani 43 , oppure bilaterale, come la decisione da par-

te di Stati Uniti ed URSS di avviare colloqui per una drastica riduzione dei pro-

pri arsenali a prescindere dall’andamento dei negoziati di Ginevra 44 .

42 Il ‘‘Gruppo Australia’’ fu cosı` denominato in quanto furono gli australiani ad offrire la pro-

pria ambasciata a Parigi per ospitare i primi incontri. Nel 1987 il Gruppo comprendeva i 12 mem-

bri della Comunita` Europea, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda, la Norvegia e gli Stati Uniti. Ancora oggi, il Gruppo costituisce il principale foro internazionale di concertazione delle linee gui- da sul controllo alle esportazioni di materiali ‘‘dual use’’.

43 Ai colloqui per l’iniziativa Centro Europea partecipavano la Cecoslovacchia, la Germania

dell’Est e la Germania Occidentale; per i Balcani, la Bulgaria, la Grecia, la Romania e la Yugosla-

via. Vedasi S.J. Lundin, J.P. Perry Robinson e Ralf Trapp., op. cit. , p. 103.

44 Nel 1989, l’URSS e gli Stati Uniti firmarono il ‘‘Wyoming Memorandum of Understan-

ding’’ concordando lo scambio dei dati riservati riguardanti gli inventari delle armi chimiche in possesso dei due Paesi. Quell’intesa fu seguita da un accordo bilaterale firmato nel giugno del

30

Dunque, la consapevolezza del rischio di proliferazione aveva portato alla lo- gica conseguenza che ‘‘i Paesi che avrebbero guadagnato di piu` dai gas nervini e

dalla relativa tecnologia non sarebbero stati Paesi leader nella ricerca e sviluppo

in campo chimico [

avrebbero avuto un’utilita` marginale, per alcuni Paesi del ‘‘Sud’’ le armi chimi- che sarebbero potute diventare una sorta di equivalente delle armi atomiche: le ‘‘atomiche dei poveri’’. La prospettiva di contribuire, anche involontariamente, all’affermarsi di una tale prospettiva venne considerata con preoccupazione, e rafforzo` nei Paesi del Nord l’idea che ci fosse piu` da guadagnare nell’abbandono delle armi chimiche

che nel continuare a svilupparle e produrle’’ 45 . In realta`, pero`, in almeno

due casi in netta ‘‘controtendenza’’ la marginalita` dell’utilita` delle armi chimiche non fu affatto riconosciuta dal momento che la Francia annuncio` alla fine del 1986 di voler avviare un programma quinquennale di produzione di armi ‘‘bina- rie’’ 46 , per scopi di deterrenza e gli Stati Uniti avevano gia` approvato e finanziato nel 1985 la produzione, non ancora avviata a tutto il 1987 e successivamente ab- bandonata, dello stesso tipo di munizionamento nell’ambito del gia` citato ‘‘Che- mical Modernization Program). In entrambe i casi vi erano evidenti preoccupa- zioni di sottoscrivere l’impegno di distruggere, nell’ambito di una possibile Con- venzione, i propri arsenali senza sufficienti garanzie che tutti gli altri Stati facessero altrettanto. In particolare, nel caso della Francia, vi erano essenzial- mente tre motivi alla base di questa scelta. Prima di tutto, la minaccia Sovietica, percepita in tutta la sua potenzialita` visti anche gli scarsi progressi di Ginevra e che richiedeva una risposta. Secondariamente, la considerazione che negli scena- ri operativi possibili le armi chimiche potessero garantire una ritorsione ‘‘flessi- bile’’, senza cioe` fare ricorso immediato alle armi nucleari. Infine, la preoccupa- zione di garantire, comunque, una certa sicurezza militare in caso di possibile abrogazione degli accordi della Convenzione se mai questa fosse entrata in vigo- re 47 . Per gli Stati Uniti, che avevano comunque mantenuto la moratoria della

Mentre per tali Paesi (del ‘‘Nord’’) le armi chimiche

].

] [

1990 con il quale entrambe le parti concordavano di iniziare a distruggere i depositi esistenti entro la fine del 1992 e di limitare le quantita` di aggressivo da possedere a non piu` di 5000 tonnellate per ciascuno dei due sottoscrittori.

45 Calogero, Miggiano, Tenaglia, op. cit., p. 203. La riflessione citata e` di Julian Perry Robin-

son.

46 Le armi ‘‘binarie’’ sono costituite da quel tipo di munizionamento che contiene, caricati al-

l’interno ma separati in appositi serbatoi, sostanze dalle caratteristiche di per se non aggressive che

pero`, venendo a contatto a mezzo di appositi dispositivi durante la traiettoria, generano il compo- sto che manifesta i suoi effetti letali al momento dell’arrivo sul bersaglio.

47 Vedasi S.J. Lundin: ‘‘Chemical and biological warfare: developments in 1988’’. SIPRI Year-

book 1988. World Armaments and Disarmament, p. 106.

31

produzione sin dal 1969, persistevano preoccupazioni molto simili dal momento che ‘‘la consapevolezza che [dopo la Guerra tra Iran ed Iraq] le forze degli Stati Uniti possano essere attaccate con armi chimiche in aree del Terzo mondo di im- portanza strategica, sottolinea l’esigenza di una ampia capacita` americana di de- terrenza e di ritorsione’’ 48 . In tale contesto, Parigi aveva persino proposto, durante i negoziati, di inserire una clausola che permettesse agli Stati Parte non solo di mantenere uno stock ‘‘di sicurezza’’ sino al termine ultimo previsto per la distruzione degli arsenali, ma di continuarne addirittura la produzione per sostituire gli ordigni di tale scor- ta eventualmente distrutti 49 . Le comprensibili preoccupazioni di questi e di altri governi vennero quasi del tutto risolte dall’ accelerazione inaspettata che i negoziati di Ginevra subirono grazie soprattutto alle radicali aperture operate da Gorbaciov, proprio dal 1987 in poi, su tutti i colloqui in atto sul controllo degli armamenti 50 . L’Unione Sovietica, in particolare, oltre ad accettare il principio dell’effettuazione di ispe- zioni, non rifiutabili e con brevissimo preavviso, sul territorio degli Stati Parte, rese finalmente noto il quantitativo di armi chimiche possedute (sino a quel mo- mento aveva persino negato di possederle) dichiarando a sua volta la moratoria

48 S.J. Lundin, J.P. Perry Robinson e Ralf Trapp., op. cit. , p. 102. La traduzione e` dell’autore.

La versione originale della citazione e` la seguente: ‘‘The realization that US forces could be attac- ked by chemical weapons in Third World areas of strategic importance underlines the need for a

US forcewide deterrent and retaliatory capability’’. Secondo Lundin, Robinson e Trapp l’atteggia- mento degli Stati Uniti poteva essere anche dettato dall’esigenza di influenzare la posizione nego- ziale dell’URSS che aveva negato, sino a quel momento, di rendere noto il quantitativo di armi chimiche in proprio possesso.

49 Alla base dell’idea delle ‘‘scorte di sicurezza’’ vi era la profonda convinzione dei francesi che

non fosse giusto impedire lo sviluppo di questa capacita` da parte di Stati che ne erano ancora sprovvisti, permettendo a quelli ufficialmente possessori (USA ed URSS) di mantenere la propria superiorita`. Cfr. con S.J. Lundin, op. cit., p. 107.

50 Tra gli avvenimenti di rilievo e` bene ricordare la firma, avvenuta l’8 dicembre 1987 del

Trattato per l’eliminazione delle forze missilistiche a raggio intermedio (INF) e la svolta decisiva nei negoziati sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE). Gli Stati Uniti, comunque, ri- nunciarono allo sviluppo dell’annunciato programma di modernizzazione del proprio arsenale chi- mico soprattutto per insormontabili ostacoli politici da parte del Congresso e tecnici tra i quali, anche se puo` sembrare strano, la difficolta` di trovare una ditta statunitense disponibile a produrre e fornire gli agenti chimici necessari per riempire le granate del nuovo tipo progettate. Vedasi Jozef Goldblat & Thomas Bernauer: ‘‘The US-Soviet Chemical Weapons Agreement of June 1990: its advantages and shortcomings’’. Bulletin of Peace Proposals. Vol. 21 (4): 335-362 (1990). Ad accentuare al determinazione di volersi disfare delle armi chimiche contribuı` comunque anche il fatto che le consistenti scorte americane cominciavano ad invecchiare costituendo una se- ria minaccia per l’ambiente. Vedasi John D. Holum: ‘‘The future of the Chemical Weapons Con- vention’’ Arms Control Today, vol. 26 nr. 10, January/February 1997 pg. 4.

32

sulla produzione delle armi chimiche ed annunciando l’avvio della costruzione di uno stabilimento per la distruzione degli armamenti tenuti nei depositi. Per sot- tolineare la ‘‘trasparenza’’ del nuovo corso politico avviato in URSS, nell’ottobre dello stesso anno alcune delegazioni internazionali furono invitate a visitare l’a- rea, ora dimessa, di Shikhany presso cui venivano effettuati i test sulle armi chi- miche di concezione russa. Visto l’evolversi in senso positivo della situazione, fu quindi possibile calibrare il sistema di verifica sulla base degli aspetti critici da sottoporre a controllo quali:

gli arsenali e gli impianti di produzione (mediante ispezioni sistematiche sui siti di stoccaggio o sede delle industrie); la distruzione delle armi (con la presenza continua di ispettori internazio- nali); la produzione di composti chimici ‘‘duali’’, utilizzabili cioe` sia per scopi pa- cifici che militari (mediante ispezioni sistematiche nelle sedi industriali e scambio di informazioni); i siti sospetti di produzione o stoccaggio illeciti (mediante l’effettuazione di ispezioni da effettuare senza preavviso).

Nel 1989, il Vice Presidente USA di quell’epoca (G. Bush) presento` alla Con- ferenza per il Disarmo di Ginevra (ulteriore evoluzione del precedente ‘‘Comi- tato sul Disarmo’’) la bozza finale del testo contenente gia` gran parte delle mi- sure oggi applicate e realizzata con la collaborazione di molte altre delegazioni operanti nell’ambito di quel foro negoziale. Gli eventi internazionali che segui- rono facilitarono l’ulteriore perfezionamento degli accordi gia` raggiunti e la di- scussione degli ultimi elementi normativi da inserire nel testo della Convenzione che, raggiunte oramai le duecento pagine, veniva completata nell’estate del 1992, firmata a Parigi il 13 gennaio 1993 ed entrava in vigore il 29 aprile del 1997, 180 giorni dopo il raggiungimento della 65º ratifica (numero legale definito nella spe- cifica circostanza raggiunto dall’adesione dell’Ungheria).

33

CAPITOLO III

I ‘‘PILASTRI’’ DELLA CONVENZIONE

1. Costi e benefici

Storicamente, gli esiti di qualunque negoziato sul controllo degli armamenti sono sempre dipesi dalla effettiva capacita` di addivenire ad un compromesso tra le diverse esigenze politico militari dei Paesi partecipanti, tra le loro differenti percezioni dei rischi e valutazioni dello scenario internazionale, in maniera tale che i rispettivi interessi fossero sempre salvaguardati. Come si e` visto, nel caso della Convenzione sul Bando totale delle armi chimiche, il compito dei negozia- tori e` stato particolarmente arduo dal momento che tra i numerosi aspetti di cui tenere conto ve n’erano due particolarmente complessi:

la dimensione militare, costituita dalle problematiche connesse con il divie- to di detenzione, impiego e conseguente obbligo di distruzione degli arse- nali chimici e relativi impianti di produzione (militari) esistenti, nel pieno rispetto della sicurezza del personale e dell’ambiente; la dimensione civile, dal momento che era oramai chiaro che le radici della guerra chimica moderna e della sua proliferazione non risiedevano piu` nel- le capacita` specificamente militari, ma in quelle del settore dell’industria comune, peraltro in continua evoluzione.

D’altra parte, il caso dell’Iraq aveva ampiamente dimostrato che gli ordigni chimici erano contraddistinti da una tecnologia di basso livello (low-tech) facil- mente acquisibile dal settore privato (non necessariamente quello del proprio Paese) e che faceva capo, come d’altronde in molti altri settori industriali, ad un sistema di scambi internazionale e globalizzato. Pertanto, le capacita` produt- tive dell’industria chimica civile e le relative esportazioni dovevano assolutamen- te essere posti al centro della strategia di non proliferazione della Convenzione. Sulla base di queste considerazioni fu quindi accettato il principio che un Paese industrializzato che non avesse sottoposto le proprie industrie chimiche al regi- me di controllo imposto dagli accordi, non avrebbe fornito garanzie sufficienti di perseguire efficacemente le misure di disarmo chimico ne´ tanto meno quelle di non proliferazione.

34

Il problema dell’ambivalenza dell’industria chimica poteva comunque essere risolto solamente ottenendo la piena collaborazione dell’industria stessa, alla quale era quindi necessario fornire almeno due tipi di garanzie. La prima riguardava la salvaguardia del diritto di ogni Stato parte di impie- gare nell’ambito dei propri processi industriali i prodotti chimici ‘‘duali’’, a patto che l’utilizzo non avvenisse per fini non consentiti dalla Convenzione. Per esem- pio, la detenzione del fosgene, che come si e` visto in precedenza fu l’aggressivo chimico principale del primo Conflitto Mondiale, non doveva essere vietato se funzionale alla produzione del poliuretano plastico o di altri prodotti di uso co- mune non bellico. Analogamente, i gas lacrimogeni comunemente usati per esi- genze di ordine pubblico sarebbero diventati ‘‘arma chimica’’ se detenuti in quantita` e forme non confacenti con tale impiego. La seconda garanzia concer- neva la tutela della riservatezza delle informazioni ottenute nel corso delle veri- fiche ispettive, considerate le notevoli risorse normalmente investite nel campo della ricerca industriale e dell’importanza dei relativi brevetti. Di fatto, lo speci- fico ‘‘Annesso sulla riservatezza’’ costituisce uno degli elementi fondamentali della Convenzione. Secondo J. P. Perry Robinson, uno dei piu` autorevoli studiosi di questo pro- cesso negoziale, gli aspetti che sono stati appena descritti sono da annoverare tra quelli che hanno consentito di creare un rapporto favorevole tra i costi che ogni nazione che partecipava ai negoziati avrebbe dovuto accettare, ed i benefici che il regime internazionale di controllo che si andava creando avrebbe portato 51 . Se il testo della Convenzione non avesse tenuto conto di questi parametri, che rap- presentavano il migliore dei compromessi possibili tra le contrastanti esigenze di trasparenza da un lato e di riservatezza e tutela del segreto da un altro, pochi Paesi l’avrebbero sottoscritta. Da un punto di vista generale, l’architettura degli accordi di Parigi puo` essere illustrata facendo riferimento a sei parametri principali:

l’insieme dei divieti relativi alle attivita` di produzione, di ricerca, di svilup- po, di detenzione, di trasferimento e di uso di armi chimiche e dei materiali ad esse collegati; l’obbligo di distruggere, entro periodi stabiliti, tutti gli arsenali di armi chi- miche ed i relativi impianti di produzione; l’istituzione di un sistema di accertamenti sotto controllo internazionale; lo sviluppo di un sistema di mutua assistenza e protezione in caso di even- tuale impiego di armi chimiche; la promozione dello sviluppo economico e tecnologico.

51 J.P. Perry Robinson, op. cit., p. 78.

35

l’istituzione di una ‘‘Organizzazione per la proibizione delle Armi Chimi- che’’ (OPAC) per la verifica dell’attuazione di tutte le misure concordate.

2. I divieti

Dal momento che il bando in argomento si riferisce alle ‘‘armi chimiche’’, i negoziatori ne hanno definito con estrema accuratezza le caratteristiche che com- prendono, insieme o separatamente, tutti i composti chimici che possono essere usati come armi, nonche´ le munizioni ed i dispositivi che possono contenere i composti e qualunque equipaggiamento specificamente previsto per essere im- piegato con questi in connessione diretta. Anche i composti chimici sono stati, a loro volta, definiti con esattezza: ai fini dell’applicazione della Convenzione sono ritenuti tali quelli che, attraverso la

propria azione chimica sui processi vitali possono causare la morte, l’incapacita` temporanea o un pregiudizio permanente ad essere umani o animali 52 . Comunque, gli accordi di Parigi non si limitano a fornire una definizione, se pure ampia, dell’oggetto dei divieti. Infatti, allo scopo di rendere operativa la proscrizione delle armi chimiche, essi individuano in maniera dettagliata tutte

le sostanze vietate: sia gli aggressivi veri e propri sia i cosiddetti ‘‘precursori’’,

quei composti cioe` che devono necessariamente essere utilizzati per la sintesi de-

gli aggressivi stessi. L’insieme di tali sostanze e` raggruppato, per ordine di peri- colosita`, in tre apposite liste. Nella prima, sono inseriti gli aggressivi piu` moderni ed i loro precursori. Fanno parte di questa lista anche i componenti delle armi ‘‘binarie’’. La produzione e la detenzione di minime quantita` di questa categoria

di sostanze viene, comunque, permessa per fini di ricerca medica e farmacologia,

finalizzata soprattutto allo sviluppo di antidoti. Cio` non toglie, comunque, che le quantita` possedute ancorche´ legalmente, debbano essere oggetto di apposite dichiarazioni da inoltrare all’OPAC e sotto- poste a regolare ispezione dai team di verifica. La seconda lista comprende alcuni composti di altissima tossicita`, ma che non sono mai stati impiegati per la realizzazione di armi chimiche (come ad esempio gli incapacitanti ed i pesticidi). In questo caso il regime e` meno severo del pre- cedente dal momento che non vengono posti limiti alla produzione, ma sussiste sempre l’obbligo della dichiarazione delle quantita` possedute e la verifica ispet- tiva degli impianti che producono quantitativi superiori a determinati valori di soglia prefissati. L’ultima lista e` quella cui corrisponde un regime di controllo

52 Art. II — Definizioni e criteri —della Convenzione.

36

piu` blando. Vi sono compresi aggressivi ‘‘storici’’ come il fosgene e l’acido cia- nidrico, composti di particolare rilevanza nell’industria delle resine sintetiche e che vengono utilizzate in quantitativi enormi, dell’ordine delle centinaia di mi- gliaia di tonnellate, dalle industrie civili nelle loro lavorazioni. Pertanto, detti composti non sono sottoposti, per forza di cose, a regimi di controllo troppo severi. In questa lista, sono comunque presenti anche i precur- sori indiretti degli aggressivi chimici della prima lista, di notevole impiego peral- tro, nell’industria chimica comune. Dal momento pero` che le sostanze, i composti e le stesse armi possono subire modificazioni ed aggiornamenti secondo l’evoluzione della ricerca in ogni speci- fico settore, non bastava definire in maniera inequivocabile l’oggetto del divieto per mettersi al riparo da ogni possibile impiego (si ricordera` l’esempio dei con-

tenitori di Iprite al posto dei proietti d’artiglieria). Per questo, il testo fa esplicito riferimento a ‘‘scopi’’ o ‘‘fini’’ non compatibili con la Convenzione. Secondo questo principio, dunque, l’uso delle stesse sostanze e composti definiti con mol- ta accuratezza, ma sempre suscettibili di cambiamenti, deve ricadere nell’ambito

`

degli scopi/fini consentiti dagli accordi. E questo uno degli aspetti piu` pregnanti

delle misure di Parigi poiche´ consente di evitare la cosiddetta ‘‘sorpresa tecno- logica’’, imposta da nuove scoperte scientifiche, e di mantenere attuale ed integra in tutta la sua potenzialita` la Convenzione senza la necessita` di fare ricorso ai complessi meccanismi dei revisione del testo. In pratica, tutto cio` che viene consentito utilizzare ed impiegare deve avere come riferimento ultimo finalita` 53 :

industriali, agricoli, di ricerca, medici, farmaceutici o altri scopi pacifici; di protezione contro i composti chimici e le armi chimiche; militari, ma non connessi con l’uso delle armi chimiche e non dipendenti dall’uso delle proprieta` tossiche dei composti chimici come sistemi d’arma (come nel caso dei combustibili liquidi utilizzati come propellenti per i mis- sili); di rispetto delle leggi anche al fine del controllo dei disordini interni (con specifico riferimento all’impiego dei gas lacrimogeni).

E quindi proprio facendo riferimento al fine che ci si prefigge di perseguire che ogni Stato parte puo` adeguare i propri sistemi di controllo interni sulla pro-

duzione e sulla detenzione a prescindere dall’aggiornamento delle tabelle di so- stanze tossiche esistenti e dai composti che la propria industria chimica ritiene opportuno utilizzare.

`

53 Convenzione sul bando delle armi chimiche Art. 9

37

Nonostante tutte le considerazioni sino ad ora effettuate e le accortezze ne- goziali adottate, vi sono almeno due aspetti carenti. Il primo riguarda, parados- salmente, proprio le sostanze che contribuirono a richiamare l’attenzione della comunita` internazionale sulle problematiche chimiche, cioe` gli erbicidi. Il secon- do, riguarda le sostanze da impiegare nel controllo delle sommosse (riot control agents) come, per l’appunto, i gas lacrimogeni. La distruzione intenzionale della vegetazione per mezzo di agenti chimici e per fini bellici, che aveva caratterizzato alcune fasi della Guerra del Vietnam, non e` esplicitamente bandito dalla Con- venzione. Logicamente, rifacendosi al principio del rispetto dei fini e degli scopi, difficilmente si puo` prevedere un uso su larga scala di queste sostanze come nel passato, specialmente se gli esseri umani possono subire direttamente o indiret- tamente tali effetti (sul tipo della ‘‘Yellow Rain’’). Cio` nonostante, sarebbe stato opportuno rimuovere del tutto questa incertezza. Maggiori ambiguita` sussistono invece nel caso dei gas lacrimogeni dal momento che questi ultimi sono vietati per scopi bellici (war purposes) ma consentiti, come gia` precedentemente evi- denziato, per fare rispettare le leggi (law enforcement). D’altronde, Il principio del law enforcement e` proprio quello che consente ai Paesi che lo esercitano anche al di fuori del proprio territorio nazionale, come gli Stati Uniti, di fare impiegare all’estero dalle proprie forze armate o dalle istitu- zioni espressamente dedicate a questo scopo (law enforcement agencies), un’am- pia gamma di sostanze chimiche non elencate nella Convenzione 54 .

3. La distruzione degli impianti e degli arsenali

Le modalita` pratiche per la distruzione 55 delle armi e dei composti chimici vengono stabilite da ogni paese, fermo restando che la Convenzione proibisce espressamente i metodi del riversamento in qualunque tipo di acque, l’infossa- mento e la combustione all’aria aperta, in rispetto di piu` che legittimi vincoli am- bientali. Le misure di Parigi indicano anche le priorita` da accordare per l’effettuazione

54 I principali sostenitori di questa ‘‘ambiguita`’’ sono gli Stati Uniti, che intendono salvaguar-

dare il diritto di impiegare i ‘‘riot control agents’’ nelle operazioni di recupero e salvataggio da ef-

fettuare nel corso di conflitti armati, operazioni di contro terrorismo, contrasto del traffico di dro- ga, evacuazione di connazionali, e cosı` via. Vedasi Thomas Bernauer: ‘‘The End of Chemical War- fare’’, Security Dialogue, 1993, vol. 24 (1), p. 99.

55 Per ‘‘distruzione di armi chimiche’’ si intende un processo con il quale i composti chimici

sono trasformati in maniera essenzialmente irreversibile in una forma che non si presta alla produ- zione di armi chimiche e che rende le munizioni ed altri esplosivi inutilizzabili in quanto tali (An- nesso sull’attuazione e la verifica, parte IV, C).

38

delle distruzioni (sulla base della pericolosita` delle sostanze) e la tempistica da seguire, suscettibile di possibili modifiche e proroghe da richiedere e concordare con l’OPAC. Il termine temporale indicato dalla Convenzione per il completa- mento di tutte le attivita` di distruzione e`, comunque, di 10 anni dall’entrata in vigore delle norme. Per cio` che concerne gli impianti di produzione delle armi, essi devono essere distrutti dopo averne dichiarato ufficialmente la chiusura e la cessazione di ogni attivita` produttiva. Anche in questo caso vale il limite temporale dei 10 anni per il completamento delle distruzioni. Essi possono anche essere trasformati, tem- poraneamente, in impianti per la distruzione delle armi (fermo restando che al termine dell’attivita` di distruzione devono essere comunque distrutti) o in im- pianti di produzione per scopi non proibiti dalla Convenzione. Eventualita`, que- st’ultima, riferita solo a casi ‘‘eccezionali di urgente necessita`’’ 56 e purche` ‘‘l’im- pianto non possa essere riconvertito in un impianto di produzione di armi chi- miche piu` di quanto non lo sia ogni altro impianto utilizzato ai fini industriali, agricoli, sanitari, farmaceutici, o ogni altro scopo pacifico’’ 57 . L’obbligo della distruzione si e` mostrato sin dalle prime fasi della sua attua- zione come uno dei piu` difficili da gestire sia per le implicazioni di carattere am- bientale che per i costi da affrontare che, in alcuni casi, si sono mostrati anche dieci volte superiori a quelli a suo tempo destinati per la costruzione delle armi. Infatti, il programma di smilitarizzazione chimica costituisce un impegno ammi- nistrativo e tecnico formidabile ed impone un carico finanziario massiccio. Basti pensare che il costo stimato da affrontare per distruggere le riserve statunitensi e` di circa 18 miliardi di dollari, mentre per la Russia si parla di 6-8 miliardi di dol- lari 58 . Certamente, la distruzione di armi nucleari e` ancora piu` costosa ma in questo caso, come fanno osservare alcuni esperti 59 , l’intero processo presenta al- cuni benefici tangibili. Per esempio, l’Uranio utilizzato per la realizzazione degli ordigni puo` essere nuovamente lavorato e venduto come carburante per reattori (cosa che avviene regolarmente effettuata nell’ambito di uno specifico accordo di cooperazione tra USA e Russia). La bonifica chimica, invece, non ha un buon rapporto costo-efficacia dal momento che i prodotti che derivano dalla ‘‘inertiz- zazione’’ delle sostanze tossiche sono scarsamente riutilizzabili. Inoltre, gli im- pianti di distruzione devono essere costruiti ex novo ed e` improbabile che essi possano servire a qualunque scopo utile al termine del programma. Negli Stati

56 Art. V, para 13 della Convenzione.

57 Art. V, para 14 della Convenzione.

58 Derek Averre & Igor Khripunov: ‘‘Chemical Weapons Disposal: Russia tries again’’ The

Bulletin of the Atomic Scientist, September/October 2001, p. 59.

59 Ibid.

39

Uniti, per esempio, questa possibilita` e` stata espressamente vietata con un’ appo- sita legge. Dall’entrata in vigore della Convenzione, l’OPAC ha assistito alla distruzione

di 5.854 tonnellate di aggressivi chimici dichiarati e di 1.649.086 tra munizioni

vere e proprie e contenitori di aggressivo su 8,6 milioni complessivamente di- chiarati 60 .

Paradossalmente, la Convenzione non impone agli Stati Parte di distruggere i quantitativi di armi chimiche seppellite sul proprio territorio ne´, tantomeno, di

notificare all’OPAC le localita` dove sono state sepolte 61 . L’obbligo di distruzio-

ne sussiste solo nel caso uno stato decida di portare alla luce gli ordigni nascosti.

Questo, e` il caso degli Stati Uniti che hanno stanziato piu` di quindici miliardi di

dollari (somma molto vicina a quella destinata al programma di distruzione degli stock gia` notificati dei depositi), per portare alla luce e distruggere cio` che era stato preventivamente nascosto. Lo sviluppo di questo programma complemen- tare dovrebbe durare sino a tutto il 2033 62 .

4. Sistema di verifica

Il sistema di controllo instaurato dalla Convenzione e` uno dei piu` complessi mai realizzati nella storia del controllo degli armamenti e la sua attuazione assor-

be

gran parte del bilancio annuale dell’OPAC. Esso e` basato su una ripartizione

di

responsabilita` tra le autorita` di governo nazionali (alle quali la Convenzione

assegna un ruolo fondamentale) e l’OPAC. I meccanismi di verifica, suddivisi

quindi tra il livello nazionale ed internazionale, comprendono:

il sistema di monitoraggio delle attivita` rilevanti dell’industria chimica (se- condo gli scopi della Convenzione) che ogni Stato parte deve effettuare nell’ambito della propria giurisdizione;

60 Ministero degli Affari Esteri: ‘‘Relazione sullo stato di esecuzione della Convenzione per la

proibizione delle armi chimiche e sugli adempimenti effettuati nel 2001’’ Roma, marzo 2002, p. 19.

61 Art. III.2 della Convenzione.

62 La pratica dell’infossamento delle armi chimiche era molto diffusa negli anni cinquanta sia

negli Stati Uniti che in Unione Sovietica. Quelle statunitensi sono sepolte in 33 siti continentali e in

alcune isole del Pacifico. Vedasi Milton E. Blackwood, Jr.: ‘‘Beyond the Chemical Weapons Stockpile: The Challenge of non-Stockpile Materiel’’ Arms Control Today, vol. 28 nr. 5, June/July 1998, p. 10. ed anche Jona- than B. Tucker: ‘‘Chemical Weapons: Buried in the Backyard’’. The Bulletin of the Atomic Scien- tist. September/October 2001 pp. 51-56.

40

l’insieme delle dichiarazioni (sempre a carico di ciascuno Stato Parte); la validazione delle informazioni acquisite (a cura dell’OPAC); le ispezioni e le investigazioni (a cura dell’OPAC).

L’instaurazione del sistema di monitoraggio costituisce premessa indispensa-

bile per il buon funzionamento di tutto il sistema di verifica. Come si e` visto in precedenza, la cooperazione dell’industria chimica e lo stretto coordinamento con le autorita` governative e` di fondamentale importanza

ai fini del rispetto della Convenzione, ed e` proprio su questo aspetto di coope-

razione che si e` basata buona parte dell’impianto negoziale. Nell’ambito dei propri adempimenti iniziali, ciascuno Stato firmatario ha quindi dovuto sottoporre all’OPAC, non oltre 30 gg. dall’entrata in vigore della Convenzione (180 gg. dopo la ratifica del 65º paese firmatario, avvenuta il 29

aprile 1997), una dichiarazione iniziale concernente la detenzione o possesso

di armi chimiche ubicate in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o con-

trollo (comprensiva dell’ubicazione, della quantita` globale e dell’inventario det-

tagliato di tali armi) nonche´ il piano generale per la distruzione delle armi chimi- che detenute o possedute. Analoghe dichiarazioni sono state rilasciate anche per

gli impianti di produzione esistenti ancorche´ destinati a produzioni di sostanze

per scopi e quantitativi non vietati dalla Convenzione (medici, ricerca farmaceu- tica, agricoltura, ecc.) nonche´ per le armi chimiche obsolete (Old Chemical Weapons — OCW) e le armi chimiche abbandonate (Abandoned Chemical Weapons — ACW) 63 essendo previsto, per queste ultime due categorie di armi, un regime distinto da quello in vigore per le armi chimiche operative. Alle dichiarazioni iniziali, si devono aggiungere le dichiarazioni periodiche,

rese sempre dagli Stati Parte, e che si riferiscono alle attivita` civili e militari rile- vanti ai fini della Convenzione condotte sui territori degli Stati Parte dell’OPAC, quali le attivita` industriali autorizzate che comportano, come gia` precedentemen-

te anticipato, la produzione o la lavorazione dei composti chimici compresi nelle

tre liste, nonche´ le attivita` di distruzione delle armi chimiche e degli impianti di produzione. Le informazioni inviate da ciascuno Stato Parte sono oggetto di ana- lisi e validazione da parte del Segretariato Tecnico dell’OPAC. Il meccanismo

delle dichiarazioni, del quale ogni governo degli Stati membri dell’OPAC e` ga-

63 Il termine ‘‘armi chimiche obsolete’’ si riferisce alle armi chimiche prodotte anteriormente al 1925 oppure tra il 1925 ed il 1946 e che si sono deteriorate in maniera tale da non poter piu` essere utilizzate come armi chimiche; il termine ‘‘armi chimiche abbandonate’’ si riferisce agli or- digni (compresi le armi chimiche obsolete) abbandonati da uno Stato parte dopo il 1 gennaio 1925 sul territorio di un altro Stato senza il consenso di quest’ultimo. Sono compresi, in questo contesto, anche i residuati bellici eventualmente giacenti sul territorio nazionale ed ancora da riportare alla luce (art. II della Convenzione).

41

rante, oltre a consentire un monitoraggio continuo delle attivita` da sottoporre a controllo poste in essere dai sottoscrittori delle misure di Parigi, costituisce an-

che il riferimento indispensabile per la pianificazione e la condotta delle ispezio-

ni da parte del personale dell’OPAC.

Infatti, e` sulla base del contenuto delle dichiarazioni che gli ispettori interna- zionali sottopongono a verifica sistematica, con brevissimo tempo di preavviso, gli impianti di produzione da distruggere, quelli per la distruzione delle armi

e di depositi dove esse sono accantonate in attesa della distruzione, nonche´ le

stesse industrie. La verifica, ove ritenuto necessario, puo` essere condotta anche mediante la presenza continua degli ispettori negli impianti. Ogni paese sottopo-

sto ad ispezione designa un nucleo di scorta, incaricato di ricevere gli ispettori al punto d’ingresso sul territorio nazionale (che solitamente coincide con un aero- porto in prossimita` delle localita` da ispezionare), di accompagnarli nell’azienda o nell’impianto da ispezionare e di assistere a tutte le fasi dell’ispezione che dura,

di norma, 5/6 giorni, verificando l’applicazione delle procedure ispettive ed im-

ponendo il rispetto della legislazione nazionale. Oltre alle verifiche sistematiche, la Convenzione attribuisce all’OPAC la facol-

ta` di effettuare ispezioni ‘‘su sfida’’ per accertare, a seguito della denuncia presen-

tata da uno Stato Parte, presunte violazioni delle norme concordate. La denuncia

deve basarsi su fondati sospetti, da parte di un paese membro della Convenzione,

di conduzione di attivita` illecite da parte di un altro paese membro. Il Consiglio

Esecutivo dell’OPAC, che deve comunque vagliare la richiesta di ispezione, puo` bloccare l’iniziativa qualora i tre quarti dei suoi componenti si oppongano (filtro politico), oppure inviare gli ispettori con un preavviso non inferiore, comunque, alle 12 ore. Normalmente, vengono comunque effettuate delle investigazioni pre- liminari volte ad accertare cause e modalita` del presunto impiego di armi chimi-

che. Tali investigazioni possono anche essere effettuate anche nei confronti di Paesi che non abbiano ancora ratificato gli Accordi di Parigi e, addirittura, in con- testi per cosı` dire ‘‘estranei’’ alla Convenzione. Infatti, l’OPAC puo` essere chia- mata a mettere le proprie risorse (soprattutto personale altamente specializzato)

a disposizione del Segretario Generale delle Nazioni Unite, per i necessari accer-

tamenti. Le operazioni di ispezione e monitoraggio condotte a piu` riprese dall’O-

`

NU in Iraq costituiscono l’esempio piu` concreto di applicazione di tale misura. E

comunque opportuno sottolineare che le ispezioni su sfida costituiscono un’arma

politica molto efficace date le ripercussioni che si possono manifestare a seguito

di esiti negativi di eventuali ispezioni. Infatti, se le verifiche ispettive portano alla

conclusione che le accuse erano infondate, non solo la nazione accusata viene automaticamente ‘‘riabilitata’’ agli occhi della comunita` internazionale, ma puo`

rivalersi nei confronti dello Stato Parte accusatore (a sua volta in difficolta` di fron-

te al mondo intero) sino a richiedere compensazioni finanziarie.

42

Forse e` anche per questo motivo che sino ad ora non sono mai state effettuate ispezioni di questo tipo, mentre invece a partire dalla data di entrata in vigore della Convenzione sono state condotte ben 958 ispezioni in 460 siti di 49 Stati parte; di queste, 610 hanno interessato impianti militari e 375 impianti industria- li, per un totale di 65.855 giorni di attivita` di verifica effettuati dagli ispettori 64 .

5. Misure di assistenza e protezione

Gli accordi di Parigi non vietano in alcun modo ai relativi sottoscrittori di svi- luppare programmi nazionali di protezione e difesa da armi chimiche, anche con l’eventuale supporto da parte dell’OPAC dal momento che anche in questo caso si tratta di un argomento di importanza fondamentale ai fini della credibilita` del- la Convenzione nel campo della lotta alla proliferazione. Infatti, questo aspetto e` stato sviluppato tenendo bene a mente quelle carat- teristiche delle armi chimiche cui si e` fatto cenno nel primo capitolo e cioe` la loro facile neutralizzazione a seguito dell’adozione di adeguate misure di protezione e la logica conseguenza (suffragata da evidenti fatti storici) che non si e` mai intra- presa una guerra chimica contro un avversario ben protetto. Dunque, limitare in qualche modo lo studio e l’adozione di specifici programmi di difesa avrebbe po- tuto incentivare, prima o poi, il ricorso ai mezzi di guerra che si volevano ban- dire. Per questo motivo, quindi, si ribadı` il principio della ricerca e sviluppo a fini pacifici inserendoli, come si e` visto, tra gli scopi non proibiti dalla Conven- zione. Tuttavia, poiche´ i programmi nazionali di sviluppo dei mezzi di protezio- ne potrebbero essere facilmente scambiati per programmi di sviluppo di armi chimiche vietati, gli Stati Parte sono tenuti a presentare annualmente dichiarazio- ni sullo stato di tutti i programmi di protezione, anche al fine di aumentare la trasparenza e di evitare eventuali sospetti 65 .

64 Ministero degli Affari Esteri :‘‘Relazione sullo stato di esecuzione della Convenzione per la

proibizione delle Armi Chimiche e sugli adempimenti effettuati nel 2001’’ Roma, marzo 2002 p. 24.

65 Tra le attivita` svolte tra il 1958 ed il 1992 da un laboratorio chimico di ricerca e sviluppo si-

tuato a Mostar, nella ex Yugoslavia, era compreso il riempimento con gas nervino, di proietti di arti- glieria e razzi. Armi peraltro mai impiegate nei conflitti che hanno portato alla disintegrazione della Yugosalavia, ma la cui esistenza aveva provocato comprensibili preoccupazioni a chi doveva operare nei Balcani nell’ambito delle missioni per il mantenimento della pace. Sul merito delle citate attivita`, i responsabili di quei laboratori affermarono che per munirsi di una difesa efficace era necessario stu- diare bene la minaccia. Tenendo a mente questo ennesimo aspetto ambiguo e duale del possesso di sostanze chimiche, i negoziatori ritennero opportuno inserire la clausola sulla trasparenza dei pro- grammi di ricerca e sviluppo a fini di protezione. Cfr. con J. P. Perry Robinson, op. cit., p. 82.

43

L’importanza del contributo dei programmi di difesa nazionali nel contesto

generale degli accordi di Parigi e` evidenziata anche dal fatto che, nel caso di im- piego di armi chimiche, l’OPAC puo` essere chiamata a fornire supporto tecnico e a coordinare le misure di assistenza nei casi di attacco, nonche´ a fornire mezzi

di protezione, decontaminazione e trattamento sanitario quando necessario. Gli Stati Parte sono pertanto tenuti a mettere a disposizione dell’Organizza-

zione le risorse tecniche o finanziarie necessarie, nonche´ ad assicurare lo scambio

di informazioni tecniche tra Stati Parte per scopi di protezione. Le capacita` del-

l’OPAC di far fronte ai vari tipi di emergenza sono state sperimentate per la pri-

ma volta nel settembre del 2002 nell’ambito di una esercitazione (ASSISTEX I) organizzata a Zadar in Croazia. L’evento, al quale hanno partecipato 15 Stati Parte, prevedeva la simulazione di un attacco terroristico condotto con armi chi- miche in un aeroporto con relative procedure di allertamento dell’OPAC e suc- cessivo invio di una missione di assistenza.

6. Promozione dello sviluppo economico e tecnologico

La Convenzione si prefigge anche lo scopo di promuovere lo sviluppo econo- mico e tecnologico nel settore della chimica e, a tal fine, precise misure incenti- vano il libero scambio tra Stati Parte di prodotti chimici e di informazioni su ap- plicazioni pacifiche della chimica. Tutti i Paesi che hanno sottoscritto gli accordi sono pertanto tenuti ad evitare restrizioni e controlli alle esportazioni, in modo da contribuire al reciproco sviluppo industriale in tale settore. Secondo la Con- venzione, le leggi nazionali devono recepire tali esigenze ed essere compatibili con tali obiettivi. Al tempo stesso, sono vietate le esportazioni di alcuni prodotti chimici, anche di largo consumo, verso Stati Non Parte, al duplice scopo di pre- venire la proliferazione delle armi chimiche (in quanto gli Stati che non hanno aderito alla Convenzione offrono minori garanzie di utilizzo pacifico di tali com- posti) e di incentivare l’adesione alla Convenzione. Anche in questo caso i divieti devono essere resi operativi mediante l’adozione di adeguati strumenti legislativi. Questo aspetto della Convenzione e` molto dibattuto in ambito internazionale poiche´ i Paesi in via di sviluppo vorrebbero incrementare la libera circolazione dei prodotti chimici e delle tecnologie. Per questo, essi insistono sull’aggiorna- mento dei regimi di controllo delle esportazioni. Dall’altra parte, gli Stati mem- bri del Gruppo Australia sostengono, invece, che l’art I della Convenzione (che vieta di fornire, anche indirettamente, mezzi che potrebbero essere impiegati per costruire armi chimiche) richiede in ogni caso l’adozione di severi controlli alle esportazioni. Secondo il parere di alcuni esperti, per contrastare la proliferazione illecita di

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armi chimiche sarebbe piu` che sufficiente (ed anche piu` semplice) applicare uni- camente il regime di controllo previsto proprio dal Gruppo Australia, ritenuto piu` efficace della Convenzione. Tuttavia, bisogna tenere presente che se cio` av- venisse, piu` del 50% delle sostanze e tecnologie ‘‘dual use’’ verrebbero prodotte e commerciate al di fuori di questo regime di controllo senza alcun limite 66 .

7. L’OPAC

`

E stata costituita al fine di assicurare l’attuazione di tutte le disposizioni con- tenute nella Convenzione, comprese quelle relative alle verifiche internazionali della sua osservanza, e per rappresentare istanze per la consultazione e la coope- razione tra i membri. La sede del Quartier generale dell’Organizzazione e` all’Aja. Le attribuzioni che le sono state conferite in merito alle verifiche hanno un unico precedente nel contesto internazionale del controllo degli armamenti: l’istituzio- ne dell’ ‘‘Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica’’ (la celebre IAEA), uni- ca comparabile organizzazione con il mandato di attuare un regime ispettivo in- ternazionale di pari complessita`. L’OPAC si avvale di organi principali quali:

— la Conferenza degli Stati Parte, organo principale decisionale che si riuni-

sce in sessioni annuali, composta dai rappresentanti di tutti i paesi firma- tari. Essa riceve, tra l’altro, i rapporti sullo stato delle dichiarazioni pre- sentate dai membri e sulle misure di verifica, approva i programmi ed il bilancio annuale dell’Organizzazione, valuta e decide su raccomanda- zioni e proposte del Consiglio Esecutivo ed avvia iniziative volte a dare sempre piu` estesa attuazione alla Convenzione;

— il Consiglio Esecutivo (composto da 41 membri eletti, a rotazione in seno

ai 5 gruppi regionali che ricalcano quelli delle Nazioni Unite 67 , con un mandato di due anni), che e` la sede principale delle consultazioni perma- nenti tra gli Stati membri e prende le decisioni ‘‘operative’’ con facolta`, tra l’altro, di stipulare accordi o intese con gli Stati e le Organizzazioni internazionali per conto dell’OPAC;

66 Martin Shutz & Heiner Staub: ‘‘Prospect for the effective implementation of the Chemical

and the Biological Weapons Convention’’ paper presented in occasion of the ‘‘Cluster of Compe-

tence on Arms Control and Disarmament’’ 19-21 October 1998, Kongresshaus Zurich, Switzer- land.

67 I gruppi regionali sono costituiti da: Asia, Africa, Europa orientale, America Latina e Ca-

raibica e Gruppo di Paesi Occidentali che comprende, a sua volta, i Paesi dell’Unione Europea, Stati Uniti ed Australia.

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— il Segretariato tecnico, responsabile di dare concreta attuazione alla Con-

venzione, e` incaricato, in particolare, di gestire il sistema di verifica e di compilare il rapporto sull’attuazione della Convenzione 68 ;

e di Organi Sussidiari quali:

— il Comitato Politico, che composto dai Presidenti della conferenza, del

Consiglio Esecutivo, dei gruppi Regionali e dello stesso Direttore Gene- rale, coordina le consultazioni informali intersessionali tra le delegazioni degli Stati parte, per l’esame di tematiche non ancora risolte; i pareri che emergono in tali consultazioni sono sottoposti all’approvazione del Consiglio Esecutivo oppure in altri fori istituzionali;

— il Comitato per la Confidenzialita`, formato da 20 esperti degli Stati parte

per problemi legali e di sicurezza, ha il compito di analizzare eventuali ca- si di violazione della riservatezza dei dati da parte dei membri della Or- ganizzazione, anche la fine di identificare responsabilita` penali o finanzia- rie;

— il Comitato Scientifico, formato da 20 esperti degli Stati Parte selezionati

tra le personalita` illustri nel campo scientifico in settori di particolare in- teresse per l’OPAC. Normalmente esprime pareri e raccomandazioni per il Direttore Generale su questioni tecniche o scientifiche di particolare ri- lievo;

— il Comitato Consultivo per le questioni amministrative e finanziarie, for-

mato da esperti degli Stati Parte, incaricati di esprimere pareri sui proble- mi amministrativi e di bilancio.

68 Il Segretariato Tecnico e` il vero e proprio ‘‘cuore pulsante’’ dell’OPAC ed e` composto da circa 500 persone 200 delle quali ispettori.

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C APITOLO IV

LE SFIDE DELL’ATTUAZIONE

1. Non basta ratificare

Rendere effettivamente operativo un accordo multilaterale come quello che e` stato appena descritto non e` un compito facile date le molteplici problematiche coinvolte (dalla distruzione di armi e relativi impianti per la loro realizzazione, all’esercizio dei controlli sulla produzione e l’esportazione di sostanze chimiche, con le relative verifiche) e che afferiscono a competenze di diversi Dicasteri 69 . Dal punto di vista dell’attuazione pratica, l’applicazione delle misure di Parigi non e` ancora uniforme in tutti gli Stati Parte. Basti pensare che il 60% di questi non ha ancora confermato all’Organizzazione di aver emesso una legislazione di attuazione degli accordi, sottraendosi cosı` all’obbligo di sanzionare eventuali vio- lazioni, 31 Paesi hanno perso il diritto di voto dal momento che non avevano versato per due anni consecutivi le quote previste per il finanziamento dell’O- PAC 70 . Inoltre, 43 Paesi non hanno ancora denunciato all’OPAC attivita` indu- striali per le quali la Convenzione prevede l’obbligo di dichiarazioni 71 . Quest’ul- timo aspetto e` particolarmente preoccupante poiche´ senza una situazione di par- tenza da assumere quale riferimento per le verifiche, l’intero meccanismo di prevenzione e controllo non puo` essere applicato. Cio` sembra dipendere ancora in larga parte dalla diffidenza che nutrono le amministrazioni di alcuni governi nei confronti delle ispezioni che vengono percepite, nonostante la presenza del Protocollo sulla riservatezza, come causa di possibile acquisizione illecita da par- te di altri Paesi di informazioni cruciali per gli interessi industriali. In secondo luogo, vi e` il timore che la gestione delle attivita` di verifica possa comportare, sempre per le industrie, degli oneri particolarmente gravosi, motivazione questa

69 Nel caso dell’Italia sono direttamente interessati all’applicazione della Convenzione i se-

guenti Dicasteri: Interno, Finanze, Difesa, Industria Commercio ed Artigianato, Commercio con L’estero (D.P.R. 16 luglio 1997, n. 289 ‘‘Regolamento recante norme sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso delle armi chimiche e sulla loro distruzione’’).

70 Nel corso della VI Conferenza degli Stati parte (maggio 2001).

71 Ministero degli Affari Esteri :‘‘Relazione sullo stato di esecuzione della Convenzione per la

proibizione delle Armi Chimiche e sugli adempimenti effettuati nel 2001’’ ed. 2002 p. 18 e 25.

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difficile da accettare dato che queste vengono normalmente interessate da altre forme di verifica altrettanto ‘‘intrusive’’ connesse con il rispetto di leggi ambien- tali, o sulla sicurezza del lavoro. Paradossalmente pero`, la situazione generale delle ratifiche e` piu` che soddi- sfacente dal momento che gli Stati che hanno pienamente recepito gli accordi sono attualmente 147 (tra cui gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e tutti gli Stati dell’Unione Europea) su 174 firmatari. In parole povere, si e` molto vicini alla tanto auspicata ‘‘universalita`’’ (se non altro formale) della Convenzione. La complessita` degli aspetti attuativi e di relativi oneri finanziari giocano un ruolo fondamentale in Africa, che resta una delle regioni del mondo con il minor numero di ratifiche (fanno parte dell’OPAC solo 35 stati di quel continente su 53). Per cio` che concerne le aree di crisi, in Medio Oriente, non hanno ancora ratificato Iraq, Egitto, Libia, Siria, Libano ed Israele. In questo caso e` oramai noto che i Paesi di quest’area abbiano assunto una posizione derivante dai rap- porti reciproci in tema di sicurezza. Dal momento che Israele e` ritenuto deten- tore di armi di distruzione di massa non vi e` alcuna logica, dal punto di vista de- gli altri Paesi, nel bandire tali armi a meno che il Paese militarmente piu` forte in questo caso non faccia altrettanto. In tale contesto, tuttavia, la Libia costituisce un’eccezione a questo schema interpretativo poiche´ ha ufficialmente notificato nel 2001 la propria intenzione di ratificare a sua volta gli accordi rompendo que- sto ‘‘stallo’’ che ha sempre influito in maniera rilevante su tutti i tentativi di rea- lizzare un regime di controllo degli armamenti nella regione. In Estremo Orien- te, non ha ancora ratificato la Corea del Nord, Paese che si ritiene abbia svilup- pato armi chimiche per armare anche alcuni missili strategici di produzione nazionale. Nei Balcani, invece, hanno gia` ratificato tutti i Paesi dell’area. Sulla ricerca della ‘‘universalita` a tutti i costi’’ bisogna comunque andare cauti poiche´ e` la qualita` dell’attuazione e non la mera formale adesione a fare la dif- ferenza. Il regime di controllo previsto dalla Convenzione puo` infatti essere fa- cilmente screditato se Paesi sostanzialmente proliferatori continuano ad essere sospettati di violare gli accordi e se, soprattutto, gli strumenti di verifica non so- no in grado di smascherare le sospette ambiguita`. Inoltre, la quasi universalita` porterebbe a quello che Alyson J.K. Bailes, Di- rettore dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) definisce come il ‘‘paradosso dell’universalita`’’ per mezzo del quale uno Stato potrebbe decidere deliberatamente di rimanere al di fuori o di uscire per garantirsi un fa- cile vantaggio militare sugli altri membri 72 . Questa possibilita` evidenzia, ancora una volta, l’importanza delle misure sulla sicurezza ed assistenza reciproche che

72 Alyson J.K. Bailes: ‘‘Maintaining the Effectiveness of the Chemical Weapons Convention’’. Policy Paper, October 2002. Stockholm International Peace Research Institute.

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contribuiscono a ridurre il vantaggio che una nazione spera di ottenere stando al

di fuori degli accordi o denunciandoli una volta ratificati. Tra tutti gli aspetti attuativi, comunque, quello che ottiene maggiore coper-

tura mediatica, per le evidenti e facilmente prevedibili ripercussioni sulla sicurez-

za internazionale sia dal punto di vista ambientale che da quello della lotta alla

proliferazione e al terrorismo, e` senza dubbio quello delle distruzioni. Anche per questo motivo i programmi di distruzione ‘‘a rischio’’ sono oggetto di cospicui finanziamenti esteri come si potra` constatare nel paragrafo seguente dedicato alla sintetica descrizione dei problemi incontrati dalla nazione che detiene il maggio-

re quantitativo mondiale di armi chimiche e cioe` la Russia.

2. Le distruzioni difficili: il caso della Federazione Russa

Perche´ citare proprio la Russia? Dopo tutto gli Stati Uniti sono i secondi de- tentori mondiali di armi chimiche (28.000 tonnellate) conservate in otto siti con-

tinentali e in alcune isole del Pacifico, e anche nel loro caso la distruzione si e` rivelata piu` complessa del previsto con conseguenti ritardi rispetto alla tempisti-

ca

da rispettare imposta dalla Convenzione. Tuttavia, niente puo` rendere meglio

l’idea delle enormi difficolta` che si incontrano nell’attuazione di questa parte de-

gli accordi e dei potenziali rischi per la lotta alla proliferazione quanto l’analisi,

che meriterebbe comunque un’opera a se stante, del caso russo. Qui, infatti la

complessita` attuativa si e` manifestata in tutte le possibili componenti: dai proble-

mi prettamente tecnici connessi con l’individuazione dei processi di lavorazione

piu` idonei a cui sottoporre gli agenti chimici ed i loro veicoli bellici, all’aspetto

dei finanziamenti nazionali ed esteri; dagli insormontabili ostacoli burocratici alla

ripartizione di responsabilita` tra gli enti preposti a sviluppare i vari programmi e cosı` via. Vediamo, dunque, in che cosa consiste la particolarita` russa.

A seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la neo costituita Federa-

zione, che ha sottoscritto gli accordi di Parigi nel 1993 e li ha ratificati nel

1997, ha ereditato l’intero accumulo di armi chimiche, cosı` come la maggior par-

te dei suoi preesistenti stabilimenti per la produzione. La prima scadenza impo-

sta dalla Convenzione, cioe` la distruzione dell’uno per cento dei propri stock di

munizionamento entro il 29 aprile del 2000 e` stata gia` disattesa. Secondo la re-

visione del programma, approvato dal Governo russo nel luglio del 2001, questa prima tappa non sara` acquisita prima della fine del 2003, mentre l’intero proces-

so

per realizzare tecnologie di bonifica sicure ed affidabili nonche´ le infrastrutture necessarie, la distruzione potrebbe estendersi per almeno un altro decennio.

di distruzione e` stato programmato (ottimisticamente) sino al 2012. Di fatto,

49

Alcuni funzionari ed analisti russi, ancora piu` pessimisti, ritengono che senza un massiccio aiuto straniero neanche questo periodo di tempo sarebbe suffi- ciente e suggeriscono, addirittura, il ritiro dalla Convenzione in maniera tale da poter sviluppare una propria pianificazione delle distruzioni senza scadenze temporali ed in misura compatibile con le proprie possibilita` 73 . Il problema principale e` infatti costituito dalla quantita` enorme di aggressivi da neutralizzare e di armi da distruggere. La Russia ha dichiarato un accumulo di 40.000 tonnel- late di agenti chimici, custoditi in sette siti 74 , tutti concentrati (si fa per dire) nella Russia occidentale lungo il corso del Volga e ciascuno dei quali contenente circa il 15-20 per cento del totale. Tuttavia, nessuno e` in grado di dire con esat- tezza quante tonnellate siano state esattamente prodotte. Qualche analista indi- pendente crede che le 40.000 dichiarate siano solo una parte di un totale com- preso tra 100.000 e 200.000 tonnellate alcune delle quali gia` bonificate in qual- che modo 75 .

Inutile dire che l’accuratezza delle cifre fornite costituisce un prerequisito in- dispensabile per la concretizzazione di qualunque forma di assistenza. A seguito dell’impegno assunto per distruggere il proprio arsenale, il Gover- no russo aveva deciso, in un primo momento, di intraprendere l’approccio piu` economico che consisteva nel costruire pochi centri specializzati sui quali fare affluire le armi da neutralizzare, ma quest’idea dovette essere abbandonata a causa della forte opposizione delle comunita` locali interessate, che non erano sta- te consultate 76 . Percio`, nel marzo 1995 Eltsin annuncio` che gli accumuli di armi

73 Derek Averre & Igor Khripunov, op. cit. , p. 58 ed anche Harold P. Smith Jr.: ‘‘Funding CW

Demilitarization in Russia: Time to Share the Burden’’. Arms Control Today, vol. 28 nr. 8, Novem-

bre/December 1998. Le stesse previsioni pessimistiche sono condivise anche da Jonathan B. Tuc- ker: ‘‘The Chemical Weapons Convention: Has it Enhanced US Security?’’ Arms Control Today, vol. 31 nr. 3, April 2001 p. 9.

74 I siti dichiarati dalla Russia si trovano a Pochep (Briansk oblast), Maradikovsky (Kirov

oblast), Leonidovka (Penza oblast), Shuchye (Kurgan oblast), Kizner (Repubblica di Udmurtia), Kambarka (Repubblica di Udmurtia) e Gorny (Saratov oblast). L’indicazione, per ciascuno di essi, della percentuale di riserve custodite sul totale nazionale dichiarato dalla Russia e del tipo di ag-

gressivo chimico presente e` consultabile sul sito internet della ‘‘Agenzia per le Munizioni’’:

www.munition.gov.ru.

75 Averre & Khripunov, op. cit., p. 59 Si sospetta che un altro consistente quantitativo di armi

siano sepolte in diverse localita` del territorio russo. Cfr. con ‘‘Russian CW programs Data’’ : The

Arms Control Reporter, ed 2002.

76 La costruzione del primo centro, pianificata a Chapaevsk nel Distretto di Samara, fu inter-

rotta a lavori iniziati alla fine degli anni ottanta, mentre il progetto del secondo centro previsto a Novocheboksarsk nella Repubblica di Chuvash fu abbandonato prima ancora che la costruzione potesse iniziare. Averre & Khripunov, op. cit., p. 59.

50

chimiche sarebbero stati distrutti sul luogo dove erano situati i depositi, o nelle immediate vicinanze, riducendo i trasporti al minimo 77 . Nel 1996, la Russia approvo` quindi un nuovo piano da completare entro il 2007 finanziato per la maggior parte dagli Stati Uniti nell’ambito del ‘‘Programma di cooperazione per la riduzione della minaccia’’ ( altrimenti noto come ‘‘Pro- gramma Nunn - Lugar’’, dal nome dei due senatori americani che hanno ideato i programmi di assistenza sul controllo degli armamenti alla Russia 78 ) e riguardan- te la costruzione di tre impianti da collocare nei pressi di tre dei sette depositi di- chiarati, situati a Shcuchye, Gorny e Kambarka. I primi tentativi di distruzione vennero coordinati da un ‘‘Comitato Presidenziale’’ per i problemi relativi all’at- tuazione della Convenzione, istituito gia` nell’aprile 1992 con l’idea di creare un istituto separato dai dicasteri o dalle agenzie russe gia` esistenti, eredita` dell’era sovietica. Tuttavia, la responsabilita` dello sviluppo dell’intero progetto, e che comprendeva quindi anche la selezione delle tecnologie di distruzione, la costru- zione e la gestione delle infrastrutture, compresi gli alloggi per il personale e le strutture mediche presso i siti di distruzione, fu affidata al Ministero della Difesa che si mostro`, tuttavia, poco incline a favorire la necessaria cooperazione. Di fatto, la Russia sospese la collaborazione prevista dagli accordi del 1990 interrompendo la trasmissione dei dati previsti e mise anche in serio pericolo l’accordo di collaborazione siglato con gli Stati Uniti non rispettando le condi- zioni poste dal Pentagono per la concessione dei fondi. Anche l’assistenza non americana, orientata peraltro alla realizzazione di piccoli progetti, fu scoraggiata dall’approccio della Difesa al problema e pose come condizione che i fondi elar- giti non fossero posti sotto il controllo di quel Dicastero. Nel frattempo, il programma di distruzione era inoperante ed il governo rus- so, con i fondi stanziati da Mosca, riusciva a mala pena a coprire le spese per la

77 Nel 1999, i russi decisero di usare sistemi mobili militari per la distruzione delle armi chi-

miche, sviluppati negli anni ’70 per la rimozione delle munizioni danneggiate, nel futile sforzo di rispettare la prima scadenza degli accordi di Parigi. Originariamente fu realizzata una unita` per ogni sito di immagazzinaggio ed una di esse fu presentata agli esperti occidentali nel poligono spe- rimentale di Shikhani alla fine degli anni ottanta. Tuttavia, l’unita` (che era stata anche utilizzata in segreto nei depositi) non e` mai sottoposta ad una valutazione degli impatti ambientali. Pertanto, il

governo Russo preferı` richiedere un’estensione della scadenza del limite temporale posto alle di- struzioni, piuttosto che rischiare la collera delle comunita` locali e delle organizzazioni ambientali- ste. Ibid.

78 Richard Lugar, Senatore dell’Indiana, e` noto tra i suoi colleghi repubblicani e democratici

`

per la sua esperienza nel campo degli affari esteri. E famoso anche per aver promosso assieme al Senatore democratico Sam Nunn, una serie di iniziative volte ad assistere la Federazione Russa nello smantellamento di parte delle testate nucleari ereditato dall’Unione Sovietica. Inoltre, nel 1997, il suo apporto fu determinante per assicurare la ratifica della Convenzione sul Bando Totale delle Armi Chimiche.

51

protezione e la sicurezza dei depositi esistenti aspetto, questo, da non trascurare date le precarie condizioni nelel quali si trovavano (e si trovano tutt’ora) le stesse infrastrutture destinate alla conservazione delle armi e degli agenti tossici prive, tra l’altro, di moderni sistemi di sicurezza e vulnerabili a qualunque intrusione 79 . Quindi, In assenza di una stretta cooperazione e comprensione tra il Ministero della Difesa e i rappresentanti del Pentagono incaricati di seguire il progetto per la distruzione delle armi chimiche, il programma di assistenza degli Stati Uniti fu messo a dura prova. Si arrivo` infatti persino a prevedere, per l’anno fiscale del 2001, la sospensione del programma di assistenza alla smilitarizzazione chimica in Russia, protrattasi fino alla fine del 2002. Contestualmente, i vari progetti di bonifica, riferiti non solo alle armi chimi- che ma anche a quelle nucleari, richiedevano un sempre crescente supporto di esperienze ingegneristiche e di conoscenze delle problematiche ambientali, ma- terie sulle quali il Ministero della Difesa, che peraltro era impegnato nel gia` one- roso progetto di ristrutturazione delle forze armate, non aveva alcuna competen- za. Anche per questo motivo il Governo Russo ha cominciato a conferire a refe- renti civili sempre maggiori competenze.

In tale contesto, il Ministero per l’Energia Atomica (MINATOM) ha assunto la responsabilita` della demolizione e bonifica dei sommergibili atomici, il cui programma e` stato finanziato da molti governi esteri tra cui quello americano. Come ente procacciatore e coordinatore di quel progetto, Minatom ha potuto controllare le assegnazioni di bilancio e ha potuto assegnare compiti specifici ad altri ministeri e ad agenzie mentre all’Agenzia Aerospaziale Russa venivano assegnate importanti funzioni per lo smantellamento, la conversione e la bonifica dei missili strategici. Il cambio di amministrazione aveva anche lo scopo di garantire una maggiore trasparenza ai donatori esteri assicurandoli sull’effettivo utilizzo delle somme elargite. Infatti, l’assistenza estera (specialmente quella non USA) non e` stata ge-

stita al meglio dalle autorita` russe dal momento che, spesso, i contributi stranieri non sono stati destinati allo sviluppo dei programmi di disarmo chimico, con conseguenti ripercussioni sugli stadi di pianificazione e realizzazione delle distru-

`

zioni. E anche vero, pero` , che molti Paesi hanno fornito assistenza ai vari siti in-

dividualmente, senza coordinare i rispettivi programmi e senza tenere conto del- le priorita` accordate da Mosca. D’altronde, le differenze di approccio legale e

79 Il problema della sicurezza dei depositi russi con particolare riferimento a possibili azioni di

sabotaggio e di terrorismo e` ampiamente analizzato in un articolo di Kathleen Vogel: ‘‘Viewpoint:

Ensuring the Security of Russia’s Chemical Weapons: A Lab-to Lab partner program’’. The Non- proliferation Review, Winter 1999, pp. 70-83.

52

contabile della Russia e degli stati donatori hanno contribuito a rendere ancora piu` ardua la corretta elargizione dei fondi e lo stesso sistema legislativo russo de-

ve

ancora essere migliorato Per cio` che concerne in maniera specifica la bonifica chimica sono state quin-

di

create, tra il 2000 ed il 2001:

un’ ‘‘Agenzia per le Munizioni’’, che ha di fatto assorbito il gia` esistente ‘‘Comitato Presidenziale’’, e che in qualita` di responsabile del coordina- mento del programma di distruzione (sia del munizionamento che degli impianti di produzione), controlla e suddivide i fondi provenienti dal bud- get federale russo e dai donatori esteri. Cosa degna di nota, la neo costitui- ta Agenzia ha anche assunto sotto il proprio controllo le attivita` dell’ ‘‘Isti- tuto Statale per la Ricerca Scientifica per la Chimica Organica e la Tecno- logia’’ (con annesso l’importante ‘‘Laboratorio Analitico Centrale’’), precedentemente sotto la giurisdizione del Dicastero della Difesa; un ‘‘Direttorato’’, responsabile dell’immagazzinamento, trasporto e distru- zione delle armi chimiche nonche´ della supervisione delle infrastrutture e coordinatore della ricezione delle ispezioni internazionali; una ‘‘Commissione Statale per il Disarmo Chimico’’, che riunisce gli organi ufficiali delle agenzie di stato e di rappresentanti delle organizzazioni scien- tifiche e non governative ed ha la funzione, tra l’altro, di promuovere lo sviluppo della collaborazione tra organi federali regionali e locali.

Anche il budget allocato nel 2001dal Governo federale per far fronte alle va- rie attivita` poteva godere di un deciso incremento rispetto al passato: quasi 100 milioni di dollari ai quali aggiungere, per essere ragionevolmente sicuri di com- pletare il programma entro il 2012, almeno 3 miliardi e mezzo di finanziamenti esteri. Questi ultimi ammontavano, alla fine del 2001 a circa 260 milioni di dol-

lari (il solo costo del progetto Shchuchye e` stato recentemente stimato in circa un miliardo di dollari). Gli Stati Uniti sono il maggiore donatore, con un esborso di circa 192 milioni

di dollari convogliati per la maggior parte nei progetti di potenziamento del La-

boratorio Analitico Centrale e della distruzione delle armi a Shchuchye. L’impe- gno di Washington per supportare il programma di disarmo chimico russo e` sta-

to confermato dall’Amministrazione Bush che ha recentemente approvato un ul-

teriore trasferimento di 50 milioni di dollari per l’Agenzia delle Munizioni. Il secondo Paese in ordine di importanza per le donazioni e` la Germania (27 milioni di dollari). Il supporto tedesco si e` rivolto principalmente al sito di Gor- ny. L’Italia ha recentemente approvato il finanziamento di alcune opere infra- strutturali da realizzare in uno degli impianti di distruzione, elargendo un con- tributo di 7,7 milioni di EURO da impiegare per costruire una parte del gasdotto

53

destinato ad alimentare l’impianto 80 . Altri fondi provengono attualmente da:

Unione Europea (destinati espressamente all’impianto di Gorny), Svezia, Norve- gia, Finlandia, Regno Unito, Olanda Canada e Svizzera 81 . Grazie comunque al nuovo indirizzo generale intrapreso, l’intero programma russo sembra destinato, complessivamente, a migliorare.

3. La lotta al terrorismo

Dopo l’11 settembre del 2001 il fatto che possibili atti di terrorismo possano essere effettuati facendo ricorso ad armi di distruzione di massa costituisce una delle principali preoccupazioni della comunita` internazionale. In tale contesto il terrorismo chimico costituisce una delle principali minacce, specialmente dopo i fatti del Giappone ed i vari tentativi sventati, che sono stati riportati recentemen- te dalla stampa nazionale ed internazionale. Nel corso della XXVI sessione ordi- naria del Consiglio Esecutivo dell’OPAC tenutasi proprio pochi giorni dopo l’at- tentato alle Torri Gemelle di New York, si e` subito parlato delle possibili impli- cazioni ed il ruolo che l’Organizzazione puo` svolgere in tale contesto. Anche in questo caso la Convenzione di Parigi offre molteplici strumenti per affrontare il problema. Presupposto indispensabile, pero`, e` che venga rispettata quell’armonica ‘‘divisione del lavoro’’ tra le competenze nazionali e quelle che invece ricadono sotto la responsabilita` del regime di controllo internazionale. Non e` infatti pensabile che l’intero sistema di prevenzione possa funzionare fa- cendo unicamente riferimento ad un impianto teorico che non trovi riscontro in ciascuno Stato Parte o alle sole capacita` dei singoli sottoscrittori senza alcuna forma di coordinamento e controllo internazionali. Dal punto di vista dell’impegno nazionale, i Paesi che hanno ratificato la Con- venzione si sono impegnati anche a non incoraggiare altri Paesi ad intraprendere attivita` proibite dagli accordi e ad introdurre nei propri ordinamenti interni ap- posite norme per perseguire i propri cittadini che, sul proprio territorio naziona- le o all’estero, svolgano attivita` in contrasto con le misure della Convenzione tra le quali sono ovviamente comprese quelle terroristiche 82 .

80 Ministero degli Affari Esteri :‘‘Relazione sullo stato di esecuzione della Convenzione per la proibizione delle Armi Chimiche e sugli adempimenti effettuati nel 2001’’ ed. 2002 p. 41.

81 L’elenco completo dei Paesi donatori, comprensivo delle somme elargite e degli specifici programmi di cooperazione oggetto degli investimenti e` disponibile sul sito internet della ‘‘Agen- zia per le Munizioni’’: www.munition.gov.ru.

82 In Italia, tali norme sono contenute nella Legge 18 novembre 1995 n. 496, integrata dalla Legge 4 aprile 1997, n. 93.

54

Non vi e` quindi alcun dubbio sul fatto che gia` le disposizioni di carattere ge- nerale della Convenzione costituiscano una valida base legale su cui fondare la prevenzione e la prosecuzione dei reati di terrorismo chimico. In tale contesto, risultano fondamentali sia la promozione di ulteriori adesioni alla firma ed alla ratifica degli accordi, in maniera tale da estendere le aree geogra- fiche oggetto dell’applicazione degli accordi ma anche, come piu` volte sottolinea- to, il contestuale ed indispensabile recepimento, sul piano legislativo interno di cia- scuno Stato Parte (ed espressamente previsto dall’art. VII della Convenzione), del- le norme internazionali sottoscritte con relative sanzioni sul piano penale in caso di violazioni. In particolare, gli aspetti specifici che possono concorrere alla lotta alla proliferazione ed al contenimento della minaccia terroristica riguardano:

la scrupolosa osservanza dei divieti sul trasferimento delle sostanze tossiche a Paesi che non abbiano aderito alla Convenzione, allo scopo di rendere piu` difficile l’acquisizione della ‘‘materia prima’’ da parte dei terroristi; la sicurezza sia dei siti per la conservazione delle armi in attesa di essere distrutte che di quelli contenenti materiali suscettibili di essere impiegati per fini non compatibili con i dettami della Convenzione; il continuo inoltro delle informazioni fornite dagli Stati Parte sia sui pro- grammi di protezione (per consentire all’OPAC di tenere aggiornato il ‘‘data base’’ delle capacita` internazionali in tema di difesa chimica in caso

di

richieste d’intervento), sia sulla detenzione ed il possesso delle sostanze

da

controllare, per la successiva verifica ai siti di stoccaggio, di distruzione

ed

agli impianti, allo scopo di verificare che non vi siano mancanze rispetto

alle quantita` dichiarate;

la possibilita` da parte dell’OPAC, ma in ultima analisi degli stessi Stati par-

te che devono fornire le risorse necessarie all’Organizzazione, di realizzare

un’assistenza efficace alle nazioni interessate da attacchi chimici terroristici,

sviluppando un’effettiva cooperazione a livello internazionale. Si tenga pre- sente che, sino ad ora, solo 23 Stati Parte hanno presentato all’OPAC le informazioni previste sui propri programmi di protezione.

Non a caso, allo scopo di facilitare il processo di prevenzione e controllo pre- visto dalla Convenzione, per la prima volta nella storia recentissima dell’OPAC, il bilancio del 2003, approvato nel corso della SETTIMA Sessione della Confe- renza degli Stati Parte (Aja 2002), e` stato incrementato complessivamente del 10% circa (del 12,4% solo nell’area della cooperazione ed assistenza internazio- nale) 83 .

83 Dati tratti dal sito internet ufficiale dell’OPAC: www.OPCW.org

55

BIBLIOGRAFIA/RIFERIMENTI

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57

Parte Seconda

REALISMO POLITICO E SICUREZZA INTERNAZINALE

di Giuseppe Gagliano

In primo luogo non c’e` alcun dubbio che la conclusione della cold war abbia determinato un nuovo ordine geopolitico nel quale il ricorso alla scelta ADM e` divenuto costante. A tale proposito, la nascita del DGP in ambito NATO (a se- guito della decisione del NAC nel ’91) e la conseguente costituzione del Centro NBC a Bruxelles, hanno costituito una tappa decisiva per affrontre i rischi della proliferazione NBC. Rischi che non possono non essere elevati se si tiene in con- siderazione una gamma ampia di variabili che va dai fattori tecnologici e indu- striali (determinati dal fattore ROTA) a quelli territoriali e/o ambientali. Nell’e- ventualita` di un’offensiva bioterroristica il quadro si complica dal momento che i fattori di potenziale rischio sono cagionati dalla multiformita` del quadro epide- miologico, dalle condizioni atmosferische che contribuiscono in modo determi- nante ad ampliare la capillarita` degli agenti patogeni (si pensi al ruolo incremen- tale costituito dal vento, dalla temperatura, dall’umidita` o dall’effetto nell’area sottovento) e, infine, dal periodo di incubazione. Naturalmente, sotto il profilo della metodologia scientifica, sia la microscopia elettronica che la teoria PCR nel- l’ambito della biologia molecolare, contribuiscono a controllare il fenomeno. In secondo luogo, dal punto di vista politico militare numerose sono le inizia- tive atte a prevenire una potenziale offensiva bio-terroristica. In Italia si pensi alla fondamentale direttiva AMedP_S, al ruolo determinante svolto dalla Scuola di Rieti e dal 7º Reggimento NBC ‘CREMONA’, fino al pro- tocollo del 2001 siglato tra l’ISPRA e il Consiglio dei ministri europei della Ri- cerca in sede UE. Per quanto concerne l’ UK si consideri come l’intelligence britannica e l’Agen- cia di difesa di Porton Down (nata durante la cold war) rivestano un ruolo di monitoraggio e prevenzione indispensabile. L’approccio USA rimane ancora ineguagliato sia perche´ assai articolato (basti menzionare la Direzione centrale dell’Intelligence che funge da raccordo con l’FBI, la Tema e l’Eis) sia perche´ in grado di attuare simulazioni di vasta portata e di enorme utilita`. A tale riguardo, la Wargame Dar Winter (del 2001) — coor- dinata dal CSIS — ha consentito di calcolare con estrema esattezza sia le impli- cazioni sociali, politiche e militari che i costi economici di una offensiva bioter- roristica.

61

In terzo luogo come e` ampiamente noto, la letteratura scientifica individua nella botulina, peste, vaiolo, salmonella e tularemı´a, gli agenti patogeni piu` noti, accento ai quali e` necessario almeno indicare gli agenti ricevuti dal Campy-lobac-

ter, dalla escherichia di Coli per giungere alla hantavirus e alla legionella pneu- mophila. In merito a quelli chimici, la Central For Diseas Control indica nel VX, nel sarin, nella cloxina e nel cianuro idrogenato quelli principali e dagli effetti piu` devatanti. In quarto luogo , sotto il profilo storico e` arduo negare l’esistenza di scelte mi- litari a base biologica e chimica, prima del XIX sec. A mo’ di esempio, sia suffi- ciente menzionare l’uso dello zolfo fatto dagli Spartani nel 429 a.C. (e ampia- mente documentato da Tucidide) o all’offensiva del Gen. Amherst nel 1767 con- tro gli indiani, nel Nord America. Per giungere al nostro secolo non e` possibile passare sotto silenzio i contributi decisivi dell’ufficiale nipponico Ishii e la realizzazione dell’Unita` 731 che opero`

tra il 1937 e il 1945 o quelli del generale russo Zhukov negli anni ’50 senza omet-

tere l’efficacia della scelta bioterroristica nel contesto della guerriglia delle FARC colombiane nel 2001. Tuttavia non v’e` dubbio alcuno che vere e proprie pietre militari, nel contesto del terroristmo biologico, siano state rappresentate dal vi-

cecomandante in capo russo Alibekov direttore del Biopreparat dall’88 al ’92 e

da Basson nel Sud Africa nell’80. Per quanto riguarda l’USA l’istituzione di Fort Detrick negli anni ’50 e l’at-

tuazione dell’operazione con il nome in codice LAC, insieme alla BCDPB istitui-

ta da McEloroy nel ’60, hanno rappresentata un’autorevole risposta realistica alla

minaccia sovietica. Proprio l’approccio realistico ha indotto Israele a ‘‘prendere congedo’’ dalla

Convenzione BW del ’72 e lo stesso modus operandi ha ispirato l’azione del Pen- tagono nei confronti del protocollo di ratifica della Convenzione del ’72 e quella

di Mahoney. D’altronde, il realismo politico applicato al controllo degli arma-

menti sottolinea, con molta nettezza, come questo debba essere rigorosamente circoscritto a determinate tipologie di armi e non possa condividere l’utopica scelta del disarmo, ma soprattutto non misconosce una elementare verita`: il con- trollo degli armamenti induce l’attore internazioanle piu` competitivo ad incre- mentare la tecnologia degli armamenti per sottrarsi al meccanismo di verifica. In linea di massima, una interpretazione realistica puo` serenamente condivi- dere una diplomazia che contenga la conflittualita` ma non puo` accettare una in- terpretazione della politica internazionale di tipo lineare perche´ il realismo e` in grado di distinguere tra accordi parziali e conclusione di ogni conflitto.

62

SITI INTERNET DI APPROFONDIMENTO

1. Bioterrorismo in ambito NATO http://www.nato.int

http://www.nato.int./docu/pr/2000/p00-121e/rep.csbm.pdf

2. Bioterrorismo in ambito USA http://www.usamriid.army.mil/links/index.htm http://www.usamriid.army.mil

3. Bioterrorismo in ambito italiano

http://www.esercito.difesa.it/unita/unita_artte_7_cremona.htm

63

BIBLIOGRAFIA

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64

Il

giusto non e` nient’altro che l’interesse del piu` forte ( ).

`

E

giusto colui che agisce in conformita` alla legge; la legge e` stabi-

lita da coloro che detengono il potere; le prescrizioni della legge ri- guardano i privilegi dei potenti; chi agisce nell’interesse del piu` forte, agisce dunque giustamente. (Trasimaco)

Platone, Repubblica

La caratteristica del nostro tempo e` che i problemi dei rapporti in- ternazionali diventano problemi decisivi anche per la politica interna. Chabod

Gli Stati-nazione sono impegnati in una lotta senza fine per pre- servare e incrementare le loro posizioni di potere

Gilpin

Il realismo politico ritiene che il mondo, imperfetto da un punto

di vista razionale, sia il risultato di forze inerenti alla natura umana, e

che quindi, per migliorarlo, sia necessario operare assecondando que-

ste forze. Dal momento che il mondo e` caratterizzato da interessi che

si contrappongono e dal loro conflitto, i principi morali non possono

mai essere portati a piena realizzazione ma, al massimo, si possono avvicinare a essa per mezzo di un sempre temporaneo bilanciamento degli interessi e una sempre precaria soluzione dei conflitti. Tale scuo- la, quindi, riconosce in un sistema di freni e di equilibri un principio universale per tutte le societa` pluraliste. Essa fa inoltre appello al pre- cedente storico piuttosto che a principi astratti e punta alla realizza- zione del male minore piuttosto che al suo bene assoluto. Morgenthau

Appendice

ELOGIO DEL REALISMO (ed epilogo dell’utopia antagonista)

di Giuseppe Gagliano

I

L’auspicio che la prassi politica si affermi facendo propria un’etica edificata sul Sermone della Montagna e il consolidarsi di utopie politologiche (nell’ambito culturale), sono il risultato della scarsa consapevolezza della genesi dello Stato e del potere globalmente inteso. Contrariamente alle mistificazioni del contrattualismo (passato e presente) l’edificazione dello Stato e` stata possibile in vista di una violenza originaria: l’ap- propriazione dello spazio attraverso l’uso della violenza disciplinata e politica- mente finalizzata 1 . La storiografia antica (da Omero a Polibio per esempio) ci

1 Sulla funzione della violenza quale fondamento della storia, converra` ricordare che sia Lo- renz sia Schmitt hanno individuato proprio in essa il momento costitutivo ora nel mondo animale

ora nella politica come Schmitt attraverso la coppia dicotomica Amicus/Hostis. Un’altra piattafor- ma comune — fra i due autori — e` da individuarsi nella constatazione che in qualunque comunita`

la coesione interna e` proporzionale ai nemici esterni, mentre la loro assenza determina lo sviluppo

del conflitto all’interno della stessa comunita`. A cio` si deve aggiungere una delle piu` interessanti

conclusioni della polemologia attuale: mentre il concetto di guerra e` autonomo quello di pace ne- cessita del primo per strutturarsi. Se — infatti — la guerra e` connaturata alla natura e alla storia, la pace ha una valenza artificiale, cioe` culturale e contrattualistica (si pensi al legame etimologico tra pax e pactum p.e.). Interpretando le tesi di Duerr, il sociologo tedesco Sofsky sottolinea come ‘‘le strutture emo- tive e razionali dell’uomo non si siano trasformate in modo sostanziale. Infatti, la violenza e la cru-

La storia cambia alcune cose, ma

delta` appartengono alle costanti della storia della cultura (

non tutto. In ogni caso, l’addomesticamento dell’uomo non si e` verificato’’. Acutamente Sofsky

— riguardo al senso violenza/guerra — ha parole caustiche e realistiche: ‘‘L’unica giustificazione

morale della violenza e` la necessita`. L’unica giustificazione della violenza della guerra e` la vittoria

).

(

).

La guerra non solo suppone la disponibilita` ad uccidere, ma anche il coraggio fisico di rischia-

re

la propria vita. Le societa` che non hanno queste virtu` dovrebbero immediatamente battere in

ritirata’’. Infine — in merito all’utopia dello Stato mondiale di kantiana memoria — Sofsky in po- che battute la liquida nel seguente modo: «Anche lo Stato mondiale si dovra` basare su un organo

di repressione. Senza un gigantesco apparato militare e di polizia non si puo` ottenere l’armistizio

globale». Parafrasando Esopo e ironizzando sulla sete di liberta`, Sofsky amaramente ricorda al let-

69

narra in modo esemplare un percorso che consta soprattutto di conquiste e usur- pazioni. Come ricorda Michel Foucault solo a partire dalle ‘‘invasioni e dalle con- quiste e` stato possibile ricostruire la genesi del diritto pubblico 2 . Negare una tale genesi equivale ad opporre l’utopia alla dimensione tragica della realta`, dimen- sione che e` — per Cioran — la quinta essenza della storia. Proprio il filosofo ru- meno — provocatorioamente — ricordava come per i ‘‘Tacito non esiste una Ro- ma ideale’’. Quanto all’‘eroismo’ delle imprese storiche, lo stesso Cioran ne in- dicava la dimensione reale sottolineandone il carattere polemologico 3 . La genesi del potere militare e` stata strutturalmente legata al potere politico al pun- to che lo stesso Foucault ha riconosciuto come polemos abbia presieduto alla na- scita degli Stati e come la lex sia nata nel ‘‘sangue e nel fango della battaglia’’. Una volta conseguita l’appropriazione dello spazio e dopo avere ridisegnato i nuovi limes geopolitici, il secondo passo da compiere e` la stabilizzazione del po- tere raggiungibile anche attraverso la disciplina, da interpretarsi come istituzione giuridica essenziale sia per l’esercizio del comando che per quello dell’obbedien- za. In questa ottica, premio e pena sono gli strumenti indispensabili per l’attua- zione della disciplina dal momento che — sottolinea Portinaro — la ‘‘macchina dell’obbedienza si configura con un sistema di controllo e di indirizzo dei com- portamenti — attraverso sanzioni’’. Non puo` destare alcuno stupore se — per citare Foucault — ‘‘la manifesta- zione del potere prende la forma pura del tu devi’’ ne´ puo` destare alcuna sorpre- sa la constatazione in virtu` della quale la dimensione fondante della prassi poli- tica sia il ruling and being ruled . L’oltrepassamento dell’equazione potere/domi- nio non e` praticabile. Si pensi — a titolo esemplificativo — alla funzione della coazione e della interdizione all’interno del contesto micro e macrosociale o alla grammatica della guerra che non si struttura certo a partire dall’uguaglianza ne´ si dispiega mediante l’arte della dialettica socratica! Lascia — dunque — perplessi lo stupore della filofosa tedesca Arendt di fronte all’esistenza di una democrazia puramente formale che non ha modificato l’esistenza di una relazione gerarchica tra dominati e dominanti. In verita`, le utopie volte a ridefinire la natura umana

tore afflitto da illusioni che la liberta` — ben lungi dal garantire il bene — spesso e` solo uno stru- mento di oppressione: «la liberta` dei lupi e` la morte degli agnelli».

2 D’altra parte, il cinismo machiavellico de ‘‘Il Principe’’ puo` essere agevolmente interpretato — ce lo indica Nicola Matteucci — come una conseguenza della volonta` del Fiorentino di formul- cere una prasseologia dell’appropriazione politica.

3 Proprio uno dei padri fondatori della Costituzione america — T. Jefferson — nel 1787 do-

vette riconoscere che ‘‘l’albero della liberta` deve essere irrorato, di tanto in tanto, con il sangue dei

`

patrioti e dei tiranni. E il suo concime naturale’’. Quanto a Marx e Lenin, entrambi erano persuasi

che il potere si identificasse con il monopolio della violenza ed erano consapevoli dell’erroneita` delle utopie pacifiste.

70

(dalla teoria della compresenza di Capitini, all’uomo planetario di Balducci, da Gandhi a Krishamurthi) e a edificare una nuova forma di politica (estranea alla logica del dominio e della coercizione) — come il pensiero meridiano di Camus il personalismo di Mounier e della Zambrano, il misticismo della Weil o il fede- ralismo libertario di Beckchin e Paul Goodman per giungere all’approccio lilli- puzziano di Tim Costello — non potranno che avere o una scarsissima incidenza operativa (mantenendo inalterate le linee di forza della grammatica polemologica

della storia) o non potranno che divenire oggetto di sterili dibattiti culturali. Ma

la plurisecolare stabilita` del campo di forze, creato dall’equazione Potere/domi-

nio, conservera` la sua cifra originaria.

II

Se il prologo — per qualsivoglia valutazione politologica — deve essere co- stituito dalla valutazione clausewiana, secondo la quale la guerra si concretizza come atto di forza con il fine di conseguire la sottomissione dell’avversario, assai coerentemente e` possibile — in seconda battuta — conferire alla politica il ruolo

di matrice originaria di polemos e di intelligenza della guerra.

Altrettanto coerentemente — sotto il profilo storico — e` stato affermato nel- l’ambito della storiografia classica, come la violenza (si pensi al libro V della

Guerra di Tucidide) originaria sia stata una sorta di primum, a cagione della qua-

le la pax e` stata solo un elemento convenzionale e ha assunto la forma della sot-

tomissione di un popolo sull’altro. Ribaltando — dunque — le aspettative del

liberalismo letto da Mill e da von Mises, la liberta` di commercio e la ricerca

di nuovi mercati hanno costituito un formidabile elemento di legittimazione

per la crescita del potere militare. Anche sotto il profilo giuridico, l’operazione groziana, finalizzata a privare la guerra di qualsivoglia giustificazione teologica, (cara al teologo de Vittoria) con-

ferendole uno status strettamente giuridico e laico, e` agevolmente contestualiz-

zabile nel realismo. Ma al di la` delle motivazioni strategiche (Clausewitz), storio- grafiche (Tucidide), politologiche e filosofiche (Eraclito, Platone, Aristotele, He- gel, Schmitt, Tilly), l’impostazione etologica di Eibl-Eibesfeldt demistifica le antropologie pacifiste della loro valenza utopica, sostenendo che la guerra (pur superando le condizioni selettive) ha accelerato l’evoluzione biologica e cul- turale e che essa costituisce una tipologia specifica dell’aggressivita` umana rotta

al conseguimento dello spazio e delle risorse.

71

III

Non si insistera` mai abbastanza sulla profondita` della riflessione weberiana sulla matrice originaria della poltiica. Parafrasando Truckij, non solo Weber ca- ratterizzera` — come e` ampiamente noto — la forza fisica come mezzo specifico della politica ma ne valutera` positivamente l’esistenza. La sua assenza equivareb- be alla soppressione stessa dello Stato ed alla sua sostituzione con uno stato di anarchia. Confermando, nella sua interezza, la classica concettualizzazione reali- stica dello Stato inteso come ‘‘rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini’’, Weber — con fermezza e lucidita` — indicava nell’aspirazione al potere la finalita` ultima dell’azione politica. Converra` — a mo’ di monito — ricordare come lo Stato moderno non possa essere che interpretato come ‘‘associazione di dominio in forma di istituzione, la quale, nell’ambito di un territorio, ha conse- guito il monopolio della violenza fisica legittima come mezzo per l’esercizio della sovranita`’’ (Max Weber). Assai prima delle disillusioni dei post-comunisti e della ‘new left’, Weber — non senza ironia — sottolineava come l’alternativa dei so- viet sia stata meramente propagandistica: la reintroduzione del lavoro a cottimo

— sottolineava Weber —, la reintroduzione del sistema, taylorista e della disci- plina militare e di fabbrica avevano — da facto — vanificato ogni paradiso in

terra 4 . Per quanto concerne le aspettative di una nuova politica (cara — p.e.

— alla Arendt) converra` porre l’enfasi su come il Machtinstinkt appartenga al

curriculum del leader politico e non ne costituisca una perversa degerazione.

IV

I silenzi e le maschere (gli arcana imperii per intenderci) sono parte integrante dell’esercizio della sovranita`: la segretezza, il binomio chiusura/separazione ri- spetto alla realta` ‘profana’, la conduzione di una diplomazia occulta (lontana dal mormorio della societa` civile), l’assoluta opportunita` di limitare le dimensioni nelle quali, viene, praticata la democrazia (come nel contesto della burocrazia

4 Con grande onesta` intellettuale la Weil osservava che ‘‘tutte le volte che gli oppressi hanno voluto costituire dei raggruppamenti capaci di esercitare un reale influsso, questi gruppi hanno riprodotto intergralmente nel loro seno tutte le tare del regime che pretendano di riformare’’. Pur ammettendo — esplicitamente — la connotazione totalitaria della Russia e pur riconoscendo come la guerra, costituisca la ‘‘Forma specifica della lotta per la potenza’’ la Weil consegno` ai suoi lettori vuote proposte alternative, prive cioe` di valenza operativa. Consapevole della divisione so- ciale in uomini che comandano e che eseguono, consapevole della inarrestabile corsa al potere che connota le e´lite, consapevole — infine — del valore paradgimatico dell’ Iliade omerica, la Weil si rifiuto` di condividere i postulati del realismo.

72

militare) sono elementi caratterizzanti dell’esercizio della Ragion di Stato. Allo stesso modo, attraverso l’uso dell’intelligence e delle forze coercitive, il potere

— per citare Foucault — attua una ‘‘sorveglianza permanente’’, una sorta di ‘‘microscopio della condotta’’ onde consentire una lettura degli individui il piu` possibile costante e continua. Cosı`, accanto al binomio potere/dominio, l’equa- zione sorvegliato/sorvegliante costituisce un altro pilastro dell’esercizio del pote- re. Questa — per potersi attuare — necessita di un sistema all’interno del quale i segreti si preservano a vicenda, all’interno del quale il controllo — per esser ca- pillare — deve essere reciproco (nelle imprese, nelle scuole, nei penitenziari) e soprattuto nella burocrazia civile e militare. Ancora una vola la mistificazione contrattualistica emerge in modo limpido: il contratto puo` essere posto quale fondamento ideale del diritto, ma de facto il panoptismo (per riprendere Fou- cault) e` il fondamento reale del potere. Anche l’uso della menzogna (l’abitudine

a dire la verita` — sottolinea la Arendt — ‘‘non e` mai stata annoverata fra le virtu`

politiche’’) e` strumento dell’esercizio della Ragion di Stato, grazie alla quale l’a-

zione del potere si dispiega in modo costruttivo, consentendogli rapidita` e di- screzione. In particolare, nel contesto militare, la segretezza, la disciplina, il con- trollo sono elementi (soprattutto se in stato di guerra) indispensabili. Contraria- mente a quanto indicato dalle utopie le caratteristiche poc’anzi indicate sono ben lungi dal rappresentare una deviazione patologica dell’esercizio del potere. Ne sono — al contrario — i tratti costitutivi. Cio` che — non senza amarezza — e` doveroso evidenziare e` la poca efficienza (in realzione alla societa` civile) dell’e- sercizio del controllo (diritto/dovere di ogni potere), e` la scarsa capillarita` della sorveglianza, la fragilita` e la poca coesione del sistema coercitivo. L’opposizione

al sistema di pesi e contrappesi del potere, equivale o ad una sua riproduzione

(su scala ampia o ridotta) — come fu indicato da Weber, Weil, Malatesta e Em-

ma Goldmann a proposito dell’U.R.S.S. — o alla sua marginalizzazione che altro non e` che sinonimo di impotenza operativa (si pensi alle esperienze delle comuni

di Fourier o a quelle del novecento studiate da Ronald Creagh). I cinque criteri

indicati da Robert Dahl — nel volume Democrazia economica — e l’auspicio di

Foucault di liberare l’individuo dallo Stato e dal ‘‘tipo di individualizzazione che

e` legata allo Stato’’ sono da valutare alla stessa stregua del socialismo utopistico

di Fourier e dell’individualismo di Stirner: chimere. In relazione al tentativo, pu-

ramente accademico, di conciliare la gloriosa tradizione del realismo con quella liberalsocialista, questo non puo` che abortire, non puo` che giungere ad un risul- tato antinomico. Se si condividono i postulati del realismo, non e` possibile ne´

sorprendersi ne´ tantomeno condannare la meccanica della ragion di Stato. Una delle lezioni del realismo e` proprio quella di legittimare il potere discenden-

te e gerarchico, di giustificare l’esistenza (ma non la sua inefficienza!) del potere

autocratico che permea — p.e. — la prassi dell’intelligence.

73

Ogni buon realista non dovrebbe mai dimenticare le origini rivoluzionarie e la matrice coercitiva della Rechtsstaat . D’altra parte, non era Cicerone ad osservare

— causticamente che — ‘‘troppa liberta` ridurra` il popolo libero in schiavitu` ’’? 5 .

V

Quanto vuote risultino essere le utopie (di ieri e di oggi) lo comprese — lu-

cidamente — Pareto. Sia in merito allo strutturarsi gerarchico di ogni societa` che voglia sopravvivere sia in relazione ai miraggi del socialismo (Pareto — non sen-

za ironia — sottolineava come una volta che i socialisti si fossero impadroniti del

potere, questi avrebbero costruito una societa` molto lontana da quella ideale n. 4), Pareto ci ha lasciato una profonda lezione di realismo. La` dove il sociologo italiano constata l’esistenza delle e´lite, si rifiuta di connotarle moralmente; la` do-

ve osserva la diseguale distribuzione dei beni, la attribuice all’uso — da parte

delle e´lite — della forza e dell’astuzia, cosı` come la disuguaglianza nella riparti- zione dei redditi e` determinata dalla natura stessa degli uomini piu` che dalle or- ganizzazione stessa della societa`. Quanto — poi — alle illusioni di pacificazione

sociale promesse dai socialisti commentera` Pareto: ‘‘Supponete che sia stato in-

staurato il socialismo, che il capitale non esista piu` . (

Nasceranno i conflitti tra

i diversi tipi di lavoratori dello Stato socialista, tra gli intellettuali e i non intel-

Esistono veramente persone che credono sul serio che l’interesse

lettuali (

non spingera` alcuni uomini ad adottare certi progetti nella speranza di ottenere

)

)

`

un posto preminente della societa`?’’ (Sistemi socialisti, t. II, pp. 467-468). E stata

forse smentita la previsione paretiana secondo la quale la ‘‘rivoluzione’’ marxiana

si e` rivelata nell’altro che un ‘‘deludente miraggio’’? Quanto alla concezione ‘di- namica’ del potere in Foucault, e` pur vero che il potere non possiede il requisito

di essere onnipotente, ma e` altrettanto evidente che i residui, i margini di anta-

gonismo possono essere o eliminati o neutralizzati via riassorbimento (proprio Pareto ne era pienamente consapevole). D’altra parte, alle analisi di Foucault sul-

la ‘governamentalita`’ non sfugge che — in Occidente — la prassi del potere si e`

de facto concretizzata verso la preminenza di una tipologia del potere che si e` dispiegata come governo su tutti gli altri 6 .

5 Come l’ambito della politica interna e` gestito da oligarchie — in competizione fra loro —

cosı` l’ambito della politica estera si concretizza all’interno delle decisioni prese da un numero ri-

`

stretto di paesi. E solo la volonta` di amplificare il potere (e i privilegi connessi) che induce le oli-

garchie internazionali ad essere sia i maggiori esportatori nell’ambito dell’industria militare che a detenere il potere decisionale nel Consiglio di sicurezza.

6 Proprio per questo — contrariamente all’auspicio di Foucault — fino a quando non si sara`

74

Come aveva — autorevolmente — indicato Gaetano Mosca ‘‘in tutte le socie- ta`, a cominciare da quelle piu` mediocramente sviluppate, esistono due classi di persone: quella dei governanti e dei governati’’. La questione centrale da focaliz- zare — comunque — e` di insistere sull’impossibilita` — da parte delle forze an- tagoniste — di oltrepassare la prassi usuale del potere. Queste — infatti — ten- dono a contrastare (legamente o meno) il Leviatano, ma nel farlo daranno esito a un altro soggetto di potere, il quale, per consolidarsi fara` ricorso ad una stru- mentazione tradizionale: quella della disciplina e della sorveglianza. Il cerchio — dunque — si ricompone 7 . Il realismo (soprattutto quello che infirma la geo-

politica) non puo` che giustificare la legittimita` politica della coazione, non puo` che annuire di fronte alla considerazione di Gabriel Naude´ in base alla quale (al

´

di la` della leicita` del coup d’E tat in situazioni straordinarie) l’azione politica — in

fondo — non discende ne´ dal diritto ne´ dalla morale ma dalla necessita` del po- tere (il potere e` — allora — autorefenziale). Come aveva indicato Schmitt «Il caso eccezionale rivela con la massima chiarezza l’essenza dell’autorita` dello sta- to», cioe` il fondamento della coercizione 8 .

in grado di proporre un’alternativa concreta alla logica del potere, l’osservazione critica tradizio-

nale, secondo la quale e` superfluo criticare se non si e` in grado di proporre riforme concrete, non e`

da

considerarsi anestetizzante ma realistica. Chi segue l’etica della responsabilita` non puo` decidere

di

condurre i propri interlocutori a compiere un ‘salto nel vuoto’. Deve — al contrario — avere

l’onesta` intellettuale di tacere, evitando di sobbillare la societa` civile con slogan propagandistici.

Sotto questo profilo — per parafrasare Eduardo Galeano — il ‘diritto al delirio’ e` portatore di disordine sociale. Come il socialismo reale si e` rivelato una forma di dispotismo liberticida, cosı` i sogni dell’antagonismo possono rilevarsi — alla lunga — portatori di nuove tirannie. I sogni trop- po spesso si sono tramutati in incubi.

7 Se la relazione che il potere instaura e` asimettrica, la valutazione — indubbiamente provo- catoria — data da Trasimaco (nel primo libro della Repubblica di Platone) e` profondamente intrisa

di realismo, tanto quanto quella degli Ateniesi nei confronti dei Meli nel libro V della Guerra di

Tucidide. Al contrario, risulta fantapolitica la pretesa di Otares nel terzo libro delle Storie di Ero-

doto.

8 A parte Hobbes anche Pascal — nei Pensieri — aveva ammesso che: ‘‘non potendo forzare l’obbedienza alla giustizia, si e` reso giusto obbedire alla forza e non potendo rendere forte la giu- stizia, si e` giustificata la forza’’. Vogliamo concludere citando Benjamin, al quale tocco` sperimen- tare la profonda verita` della spietatezza della storia «Tutti coloro che fino a questo momento sono risultati vincitori partecipano a questo corteo trionfale in cui i padroni di oggi camminano sui corpi dei vinti di oggi. Di tale corteo trionfale fa parte anche il bottino».

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