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Giuseppe Gagliano

STUDI
POLITICO-STRATEGICI
La conflittualità non convenzionale nel contesto
delle ideologie e dei movimenti antagonisti del novecento

Vol. II

EDIZIONI NEW PRESS - COMO


# Copyright 2007 by Edizioni New Press Como (Italy)
I Edizione 2007
Stampa New Press - Como
INDICE

Introduzione 11
Premessa 15

Parte prima
1. La dinamica politica-strategica dell’EZLN 19
2. Il neo-zapatismo nella analisi della Rand corporation 23
3. Il concetto di NETWAR 25
4. Ideologia e metodo di lotta dei nuovi movimenti 27

Parte seconda
1. Il movimento anarchico USA 33
2. L’Associazione ATTAC 34
3. Il movimento anarchico europeo 35
4. Metodi e scopi del Black Bloc 36
5. Metodi e scopi del WSF 38
6. Note su alcuni aspetti della teoria e della pratica dei Black Bloc 42
7. Elenco delle associazioni che hanno organizzato il Forum di Porto
Alegre 45
8. Elementi di rilievo nel documento finale di Porto Alegre 46
9. Metodi e scopi dei CSA italiani 47
10. Organigramma dei CSA secondo la connotazione ideologica 50
11. Organigramma dei CS secondo la distinzione geografica 52
12. La presenza della conflittualità non convenzionale in America
Latina 53
13. Note su alcuni Networks messicani 54
14. La democrazia partecipativa nella riflessione di Hilary
Wainwright 56
15. Il movimento contro le dighe in India 58
16. Il movimento contro le Sweatshop 60
17. La lotta di resistenza nell’Amazzonia ecuadoriana 62
18. Attivismo Jamming 65
19. Modalità operative della conflittualità non convenzionale in Iraq e
Palestina 68

Parte terza
1. Il mondo letto attraverso l’analisi del World Watch Institute 73
2. Il mondo letto attraverso l’analisi del Social Watch (Rapporto
2004) 75
3. Il mondo letto attraverso l’analisi dell’Associazione Società
Informazione ONLUS 77
4. La realtà internazionale letta attraverso la rivista ‘‘Giano’’ 80
5. La realtà internazionale letta attraverso l’Archivio Disarmo 83
6. Pace e non violenza secondo l’IPRI 85
7. La filosofia politica di Porto Alegre 87
Premessa 87
Parte prima 87
Parte seconda 89

Parte quarta
1. Il mondo cattolico italiano e la globalizzazione 95
2. L’analisi dell’ACC 98
3. L’analisi dell’IGC 99
4. I COBAS: metodi, scopi e anti-globalizzazione 100
5. Aspetti dell’anti-militarismo sardo 103

Parte quinta
1. Premessa 107
2. La riflessione pedagogica di Paolo Freire 108
3. La riflessione pedagogica di Filippo Trasatti 110
Documento: Intervista di Filippo Trasatti a Raffaele Mantegazza 111
4. La riflessione pedagogico-libertaria di Marcello Bernardi 113
5. La riflessione pedagogica di Raffaele Mantegazza 115
6. La riflessione pedagogica di Ernesto Balducci 116
7. La riflessione pedagogica di Lamberto Borghi 117
8. Aspetti della pedagogia anti-autoritaria francese del Novecento 118
9. Pace e educazione della pedagogia del Novecento 120

Parte sesta
1. Premessa. Il dissenso religioso e la conflittualità non convenziona-
le 125

6
2. Il dissenso cattolico tra gli anni Quaranta e Cinquanta 126
3. Il Sessantotto e i cattolici 129
4. L’antagonismo catto-pacifista secondo Massimo Teodori 130
5. Alex Zanotelli 131
6. Don Milani 134
7. Pacifismo e no-global nella interpretazione dei Beati Costruttori
di Pace 136
8. Pax Christi: organizzazione, pacifismo e no-global 139
Organizzazione 139
Principali iniziative 140
9. Principali tematiche tratte da ‘‘Mosaico di Pace’’ 142
10. Postilla storica 146
11. Giorgio La Pira 148
12. Premessa alla Teologia della liberazione 150
13. Leonardo Boff 153
14. L’America Latina interpretata dalla rivista ‘‘LatinoAmerica’’ 156
15. Il contributo di Enrique Dussel all’antagonismo religioso 161

Parte settima
1. Premessa 165
2. Guerra e diritto nella riflessione giuridico-politica di De Fiores 166
3. Guerra e diritto nella riflessione filosofico-politica di Zolo 169
4. La globalizzazione nella interpretazione di Ramonet 171
5. La riflessione anti-realista di Ekkehart Krippendorf 174
6. La riflessione ecopacifista di Arn Naess 176
7. La riflessione sulla democrazia partecipativa e sulla non violenza
di Aldo Capitini 177
8. La riflessione filosofica-politica di Giuliano Pontara 180
9. La riflessione politico-religiosa di ‘‘Re Nudo’’ 183
10. La riflessione femminista della Ruddick 185
11. Note sulla conflittualità non convenzionale in Danilo Dolci 186
12. Stato e libertà secondo Murray Rothbard 188
13. La diplomazia dal basso come alternativa al realismo politico 189

Parte ottava
1. Il dissenso non convenzionale nella riflessione politica di lingua
inglese nel mercato 193
2. La riflessione politica di Chomsky 194
3. Aspetti biografici di Emma Goldman 200
4. La riflessione politica di Emma Goldman 203

7
5. La riflessione politica di Goodman 205
6. La riflessione politica di Ward 208
7. La riflessione politica di Zinn 210
8. Note sul dissenso di Russell 214
9. Note sul dissenso pacifista di A.J. Muste 216
10. Note sul dissenso di Aldous Huxley 218
11. Note sulla conflittualità non convenzionale in Herbert Marcuse 220
12. Il dissenso non convenzionale nel contesto dei network americani 221
1. Alternet 221
2. IAC 221
3. USLAW 222
4. PGA 222

Parte nona
1. Premessa 227
2. Modalità operative della conflittualità non convenzionale
in Gandhi 228
3. Modalità operative della conflittualità non convenzionale
in Mandela 233
4. Note sulla conflittualità non convenzionale in M.L. King 236
5. Postilla 240

Parte decima
1. Il dissenso anti-militarista nella comunità scientifica italiana
del Novecento 245
2. Il dissenso dell’USPID 247
3. Il dissenso del PUGWASH 248
4. Il dissenso del CISP 250
5. Il nuovo Modello di Difesa alla luce dell’ideologia pacifista 252
6. L’anti-americanismo rivoluzionario nel Campo anti-imperialista 255
7. Il dissenso antagonista nel Centro Gandhi 256
8. Il dissenso antagonista nella Fondazione Venezia per la Ricerca
sulla pace 259
9. Tom Benetollo e l’antagonismo non violento dell’ARCI 263

Parte undicesima
1. Note sulla riflessione filosofico-politico di Ernesto Balducci 269
2. Pace e non violenza secondo Cipriani e Minervini 272
3. Pace e Guerra nel saggio di Mazzolari ‘‘Tu non uccidere’’ 276

8
4. Note sulla riflessione non violenta di Lanza Del Vasto 280
5. L’Osservatorio internazionale della Odadrek di fronte alla guerra
del Kossovo 284
6. Informazione, scienza e guerra secondo il Comitato scienziate e
scienziati contro la guerra 287
7. Neutralismo e disarmo nucleare nelle riflessioni di
Edward Thompson 290
8. L’etica planetaria secondo il Dipartimento di Filosofia della
Università di Macerata 293

Parte dodicesima
1. ODC: una conflittualità non convenzionale legalizzata 297
1. Premessa 297
2. Note sulla riflessione pacifista di Tolstoj 302
3. Note sull’anti-militarismo del Partito Radicale Italiano 304

Parte tredicesima
1. Premessa 309
2. L’anti-militarismo in Stanley Kubrick 310
3. L’antagonismo rivoluzionario nel cinema Nôvo 313
4. L’anti-militarismo in Marco Bellocchio 315

Parte quattordicesima
1. Premessa 319
2. La conflittualità non convenzionale della CMD e del Comitato
dei 100 320
3. La conflittualità non convenzionale di fronte alla guerra di Algeria 322
4. La conflittualità non convenzionale contro il riarmo atomico in
Germania 325

Parte quindicesima
1. Premessa 329
2. Antagonismo ecologico 330
3. Note sull’antagonismo anti-vivisezionista radicale 332
4. Note sull’antagonismo radicale dell’ALF 335
5. Note sull’antagonismo di Greenpeace 337
6. Considerazioni finali 340

9
Appendice I
1. Voci per un dizionario del Sessantotto 343
2. Il Sessantotto secondo l’interpretazione di Fo e Parini 347
3. Aspetti storico-ideologi del Sessatotto 349
4. L’interpretazione del Sessantotto e del Settantasette di Moroni 357
5. Il Sessantotto secondo l’interpretazione di Capanna 361
6. Note sul dissenso cattolico 363
7. L’interpretazione del Sessantotto secondo Paul Ginsborg 365
8. L’interpretazione del Sessantotto secondo Piero Bernocchi 367
9. Introduzione al Movimento studentesco 369
10. Aspetti della cultura underground tra gli anni Sessanta e Settanta 374
11. Aspetti della controcultura 376
12. L’interpretazione del Settantasette secondo Piero Bernocchi 377
13. L’interpretazione del Settantasette di Derive e Approdi 379
14. Il movimento del Settantasette secondo la casa editrice Odadrek 389
15. Note storiche sul movimento del Settantasette 384
16. Note sull’ala creativa del movimento del Settantasette 386

Appendice II
1. Premessa 389
2. Organizzazioni e associazioni internazionali nel Patto di Varsavia
di Reinhard Gehlen 390
3. La conflittualità non convenzionale di VittorFranco Pisano 399
4. Premessa 403
5. Documento n. 1: A come anarchia in tutte le sue anime (SISDE) 404
Documento n. 1a: L’eversione anarchica (ROS) 417
6. Documento n. 2: Infiltrati e guerra psicologica sconfissero le
Pantere Nere (SISDE) 422
7. Documento n. 3: Rapporto sull’estremismo (Ufficio della polizia
federale svizzera) 427
8. Documento n. 4: Il potenziale di violenza nel movimento anti-glo-
balizzazione (Ufficio della polizia federale svizzera) 441
9. Documento n. 5: Relazione sull’estremismo anarco-comunista in
Germania (Bfv) 454
10. Documento n. 6: Asimmetria e conflittualità non convenzionale
nell’antagonismo gandhiano e anarchico di Jacques Baud 494
11. Documento n. 7: Guerra psicologica e antagonismo in Attac
di Lucas/Tiffreau 499

Bibliografia 507

10
INTRODUZIONE

Nella I parte abbiamo deciso di prendere in attenta considerazione l’EZLN


grazie alla sua fondamentale importanza non solo per la storia messicana (e del-
l’America Latina) ma soprattutto perché costituisce un movimento paradigmati-
co per buona parte dei nuovi movimenti che si sono sviluppati in Europa e in
America. Per analizzarlo ci siamo serviti degli ormai classici studi di ARQUILLA
e RONFELDT della Rand Corporation di cui condividiamo l’impostazione e le
preoccupazioni.
Dopo aver illustrato gli aspetti salienti del concetto di Netwar, abbiano cer-
cato di individuare alcune costanti dei nuovi momenti usando una griglia sem-
plice — ma efficace — che si snoda in sei aspetti:
1) Origine del movimento
2) Struttura organizzativa
3) Metodi o tecniche di lotta
4) Il nemico
5) l’Apparato ideologico o la visione del nemico
6) La/le reazione/i delle istituzioni (civili e militari). Dopo averla illustrata
abbiano ritenuto utile applicarla a diversi casi specifici (come Attac, il
FSMI, i Black Bloc o i CSA italiani).
Nella II parte, abbiamo posto l’enfasi sul ruolo dei nuovi movimenti in Ame-
rica Latina e sulla riflessione politica dell’attivista (e giornalista) inglese Wainw-
right riflessione assai significativa perché sottolinea il formarsi — a partire da
Porto Alegre — e il graduale consolidarsi di una nuova forma di democrazia:
quella partecipativa.
La III è stata strutturata in appendici in modo da sottolineare — a diversi li-
velli di profondità — il ruolo di associazioni (nazionali e non), di riviste (esclu-
sivamente italiane) e di intellettuali (italiani e non) che hanno contribuito — nel
loro ambito — ad esprimere una filosofia del dissenso a vario titolo ora nei con-
fronti delle strutture di potere in quanto tali ora nei confronti delle istituzioni
che hanno maggiormente contribuito alla globalizzazione. Dissenso che, pur
avendo connotazioni ideologiche differenti, presenta elementi di profonda con-
tinuità nell’ambito della pars destruens.

11
Nella IV parte abbiamo voluto mettere in evidenza alcune caratteristiche rile-
vanti al dissenso cattolico (che abbiamo approfondito in un secondo momento) e
soprattutto del dissenso del sindacalismo antagonista di cui i COBAS sono in-
dubbiamente esponenti autorevoli.
Nella parte V, concentrando la nostra attenzione sul alcuni protagonisti della
pedagogica antagonista, abbiamo voluto dimostrare il ruolo decisivo della guerra
psicologica alla istituzioni dominanti attuata attraverso il dispositivo educativo,
guerra psicologica che procedendo — direbbe Clausewitz — per logoramento
vorrebbe raggiungere il traguardo ambizioso di costruire ‘un uomo nuovo’ con-
quistando spazi di potere accademico ed editoriale.Si pensi, a titolo di esempio, a
Capitini o a Borghi.
Nella parte VI abbiamo approfondito temi ed autori del dissenso cattolico al-
lo scopo di dimostrare come la conflittualità non convenzionale abbia avuto mo-
do di esprimersi al meglio proprio grazie al cattolicesimo progressista.
Particolare attenzione — non a caso — è stata prestata alla teologia della li-
berazione.
Nella parte VII abbiamo illustrato gli aspetti essenziali di alcuni autorevoli
protagonisti della cultura del dissenso che hanno formulato una interpretazione
della storia profondamente anti-realista.
Nella parte VIII non potevamo esimerci dal presentare — in forma essenziale
— la riflessione politica di alcuni storici protagonisti della cultura anglo-ameri-
cana.
Nella parte IX la nostra riflessione ha cercato di mettere a confronto — im-
plicitamente — tre autori che, pur partendo da tecniche di conflittualità non
convenzionale analoghe, sono giunti a conclusioni assai diverse in merito alla ef-
ficacia dell’azione non violenta (mi riferisco naturalmente a quelle di MANDE-
LA).
Nella sezione X abbiamo — in prima battuta — voluto porre l’enfasi sul ruolo
di una parte della comunità accademica italiana nei confronti delle tematiche
della guerra e della pace e, in seconda battuta, abbiamo altresı̀ sottolineato il ruo-
lo di vero e proprio potere antagonista che oramai svolgono determinati centri o
determinate associazioni nei confronti delle istituzioni (in particolare di quelle
militari).
Nella parte XI abbiamo voluto — brevemente — illustrare le riflessioni fon-
damentali per il pacifismo cristiano del novecento di MAZZOLARI e DEL VA-
STO alle quali abbiano fatto seguire un’analisi delle argomentazioni dei più noti
raggruppamenti accademici italiani anti-militaristi e anti-USA. Infine, abbiamo
esposto le celebri tesi di THOMPSON a favore del disarmo nucleare e del neu-
tralismo politico.
Nella parte XII abbiamo volutamente posto l’enfasi sulla istituzionalizzazione

12
dell’anti-militarismo attraverso l’ODC, difeso a livello filosofico da Tolstoj e a
livello politico anche del PRI.
Nella parte XII ci siamo limitati a prendere in considerazione alcuni celebri
registi nei cui film l’anti-capitalismo e/o l’anti-militarismo costituiscono temi do-
minanti. D’altronde, la scelta del cinema come argomento da trattare nel conte-
sto della CNV(acronimo per indicare la conflittualità non convenzionale, ndr), è
fin troppo ovvio: indipendentemente dalle riflessioni di Baroni (v primo volume)
risulta evidente la centralità dei mass-media come strumento di indottrinamen-
to,di contro informazione e quindi di guerra psicologica.Il condizionamento at-
traverso l’immagine è indubbiamente più efficace rispetto alla parola scritta.
Nella parte XIV, riprendendo la griglia interpretativa usata nella parte prima
di questo volume, abbiamo analizzato alcuni esempi storici di CNV facendo ri-
ferimento al celebre studio di Teodori.
Nella parte XV — infine — pur avendo omesso alcuni esponenti di rilievo
dell’antagonismo ecologista radicale (pensiamo a ZERZAN e a CAMENISH),
abbiano — in linea generale — cercato di dare un quadro abbastanza chiaro del-
le tendenze dell’ala ecologista più intransigente (rispetto al WWF, Lega Ambien-
te e Italia Nostra) del novecento.
A conclusione del volume abbiamo posto due appendici strutturate nel modo
seguente:
— nella prima appendice abbiamo ritenuto indispensabile illustrare abbastan-
za estesamente la genesi della conflittualità non convenzionale a partire dal
sessantotto e dal settantasette facendo riferimento a volumi considerati in-
dispensabili — dal movimento antagonista — per una conoscenza appro-
fondita di quei periodi.
— Nella seconda appendice le riflessioni di Gehehen costituiscono oramai un
classico dell’analisi politico-strategica della cold war, analisi utilissima an-
cora oggi, mentre quella del Col. Pisano rappresentano una breve ma
estremamente significativa introduzione alla conflittualità non convenzio-
nale. Altrettanto decisive — ci sono parse — le analisi del servizio segreto
interno tedesco,della polizia federale svizzera,del sisde e del ros, di Baud
— uno dei più significativi analisti strategici francesi contemporanei — e
infine — di Lucas/Tiffreau analisti della Ecole de Guerre Economique
istituzione francese all’avanguardia in Europa per lo studio della guerra
psicologica applicata all’economia e all’antagonismo anti-capitalistico.

13
PREMESSA

In primo luogo rispetto al primo volume — di natura strettamente teorica —


il secondo volume svolge una rassegna ampia — ma non esaustiva — di associa-
zioni, ong, riviste e di intellettuali che hanno teorizzato e/o praticato le tecniche
della conflittualità non convenzionale e che hanno sostenuto orientamenti ideo-
logici anti-militaristi, pacifisti o ecopacificisti etc. Nella maggior parte dei casi
questi attori (istituzionali o meno), hanno attuato a livello di conflittualità non
convenzionale ora la Guerra psicologica ora la Disobbedienza civile ora l’Agita-
zione sovversiva nei confronti di determinate istituzioni nazionali e sovranaziona-
li allo scopo di modificarle spesso in modo strutturale.
Questa analisi è stata possibile grazie agli illuminanti saggi di ARQUILLA e
RONFELDT della Rand corporation, alle riflessioni di Pisano sulla conflittualità
non convenzionale, agli studi di Di Nunzio e Rapetto sulle nuove guerre, alle ri-
flessioni sulla ‘guerre psycologique’ della scuola strategica francese e,infine,grazie
alle riflessioni dell’analista francese BAUD.
In secondo luogo — prima di concludere — è opportuna una precisazione di
ordine metodologico: il nostro studio ha avuto come scopo primario quello di
individuare le principali tecniche non convenzionali e dunque asimmetriche al-
l’interno degli approcci antagonisti, ma non ha avuto quello di compiere né un
inquadramento storico — tranne che per il ’68 e il ’77 — né una esposizione teo-
ricamente esaustiva degli attori coinvolti nella prassi antagonista. A tale propo-
sito, questo volume presuppone da parte del lettore, una discreta conoscenza
di base sul ruolo svolto dei movimenti antagonisti sul corso del novecento e
sui principali protagonisti del dissenso laico e religioso.
In terzo luogo, il lettore attento, non potrà non constatare la profonda con-
tinuità tra le modalità operative del ’68 e del ’77 e quelle attuali, continuità do-
vuta al fatto che non pochi protagonisti di quel periodo hanno perseguito la loro
attività antagonista contro i medesimi obiettivi usando tecniche analoge.

15
Parte Prima
1. LA DINAMICA POLITICO-STRATEGICA DELL’EZLN

1. Metodi di lotta

1) La combinazione e l’adattamento hanno consentito efficienza, rapidità


dell’esecuzione e spiazzamento dell’avversario.
2) L’Information warfare attraverso l’uso di mass-media nazionali e non, della
stampa nazionale e non, di internet e del simbolismo (dal passamontagna,
al cavallo — di zapatista memoria —, alla tuta blu fino allo scarafaggio) e
quindi alla Psyc-warfare e quindi al ricorso all’azione non violenta.
3) Le marce, gli happening pacifici (si pensi alla marcia del marzo 2001).
4) Fino al 2005 non ci sono state evoluzioni di sorta. Anche ‘‘l’Altra campa-
gna’’ ha posto al centro ancora una volta l’assemblea con un richiamo
esplicito alla dimensione trasversale.

2. Struttura

1) Livello delle componenti: insorti


basi d’appoggio
Questa divisione è relativa alle componenti dell’EZLN. Quanto alla strut-
tura relativa alle funzioni abbiamo:
1) Struttura logistica
2) Struttura di propaganda
3) Servizio di informazione
4) Educazione
5) Sanità
6) Tribunale di Giustizia.
Queste strutture — che sono assimilabili a quelle della struttura tradizio-
nale della guerriglia — sono denominate dipartimenti.
2) La gerarchia interna — nonostante l’esplicito anti-militarismo — rispec-
chia i gradi militari procedendo dal livello di caporale a quello di maggio-
re. Non esistono gradi superiori.
3) Complessivamente lo schema è il seguente: comunità indige-

19
na ! Direzione ! Marcos ! esercito ! insorti. Non può considerarsi
una sorta di riedizione della avanguardia leninista ma deve interpretarsi
con una struttura a rete nella quale l’elemento di una democrazia diffusa
è decisivo. Naturalmente tale schema risulta valido se e solo se le informa-
zioni desunte sono attendibili.
4) Il soggetto rivoluzionario specifico — per usare l’espressione marxista —
è la comunità indigena mentre il soggetto rivoluzionario globale è la comu-
nità degli esclusi (dai gay ai sottoproletari del mondo).

3. Reazione delle istituzioni

1) In generale è stata inappropriata perché incapace di comprendere le no-


vità dell’EZLN (almeno fino al 2005).
2) Le istituzioni hanno cercato di operare dividendo la comunità indigena
dalla Direzione dell’EZIN attraverso gli aiuti della Banca Mondiale (poli-
tica paternalista)
3) Zedillo — p.e. — in collaborazione con la Cia ha cercato di attuare una
strategia della contro informazione.
4) Il cambiamento politico — con la vittoria del PAN e l’elezione di Fox —
ha rallentato la pressione dell’EZLN sulle istituzioni politiche.
5) L’uso di gruppi paramilitari da parte dei latifondisti messicani, la presenza
massiccia dell’esercito (con l’innovazione del BOMO), la collaborazione
tra Sullivan e Bazan (con la guerra a bassa intensità e la realizzazione
del GAFE) sono sistemi che si sono rivelati solo in parte appropriati.
6) L’approccio più usato è stato quello di mediare politicamente allo scopo
di svuotare il contenuto rivoluzionario del messaggio dell’EZLN dirottan-
dolo verso i sentieri del riformismo;
7) non si può non rivelare l’estrema superficialità dei servizi di informazioni
messicani nell’individuare preventivamente la formazione dell’EZLN ini-
ziata dall’83 e conclusasi il 1 gennaio 1994! Ben dieci anni dunque!

4. Origini

Tutti gli analisti (favorevoli o meno all’EZLN) sono concordi nel ritenere che
i soggetti storici ai quali si sono ispirati i fondatori siano i seguenti: Zapata, Ga-
miz, Vázques, Cabanas e Ruiz. Tutti questi — con l’eccezione di Ruiz — hanno
dato all’EZLN indicazioni militari determinanti. I contenuti ideologici che nel
tempo hanno determinato l’EZLN sono stati: il maoismo (con la formazione

20
LP), il che gueravismo (con la nascita dell’FLN nel 1969), e l’esperienza gand-
hiana, farabandista e la teologia della liberazione con Ruiz. Le associazioni —
che si sono costituite precedentemente alla formazione dell’EZLN e che hanno
un legame con le comunità indigene — sono: CIOAC, OCEZ e la disciolta PRD
rilevante per la presenza di ex-studenti sessantottini confluiti poi nella guerri-
glia.

5. I nemici e la par costruens

In questo ambito sussiste una precisa tripartizione: nemici locali, nazionali e


internazionali.
I nemici locali sono i diversi governatori del Chiapas e i comandanti di zona;
quelli nazionali oltre al PRI, sono i vari presidenti e la sinistra incapace e corrotta
unitamente alle multinazionali USA. Il nemico internazionale per eccellenza è il
neo-liberalismo
2) L’impostazione ideologica dell’EZLN non può considerarsi — stando ai
comunicati dal primo al sesto — anarchica (al di là delle strumentalizza-
zioni europee).
3) Non può considerarsi neppure leninista (lontana p.e. dal contenuto delle
‘‘Tesi di aprile’’).
4) Prendendo in prestito la terminologia del socialismo non marxiano,-
l’EZLN è una forma di democrazia partecipativa e autogestita (come i
mohirpi del Chiapas) costituitasi dopo il 1994.
5) L’EZLN crede fortemente non solo nella crisi della forma partito ma an-
che nel dualismo tra Stato e Società civile.
6) Le alleanze stipulate con le ONG, con la stampa progressista europea e
non, con le università sono state decisive per conseguire la visibilità pla-
netaria e per consentire un radicamento maggiore della società civile.
7) A livello di analisi politico-economica, le riflessioni di Marcos non mo-
strano elementi di novità poiché queste sono speculari a quelle di ‘‘Le
Monde Diplomatique’’.
8) L’uso delle armi è stato finalizzato o all’attacco guerrigliero o alla auto-
difesa ma mai alla lotta armata fine a se stessa. Proprio per questo allo
stato attuale, costituisce un errore enorme parlare di terrorismo per con-
notare la prassi dell’EZLN.
9) La modernizzazione economica è una richiesta frequente nei discorsi di
Marcos.
10) E talmente centrale il ruolo dei media che lo stesso, che Marcos provo-
catoriamente definisce i mass-media come ‘‘l’avanguardia del paese’’. In

21
altri termini, mass media e la società civile (nella quale M. include le
ONG) sono due cardini indispensabili della strategia neo-zapatista.
11) Nel solco delle democrazie del XXI sec. Marcos chiede una educazione
di massa e gratuita.

22
2. IL NEO-ZAPATISMO DELLA ANALISI
DELLA RAND CORPORATION *

1) Nel cap. 5 (Trasformation of the conflict) gli A.. sottolinea opportunamen-


te come l’EZLN e le ONG si siano sforzati di dominare lo spazio delle in-
formazioni per supplire alle deficienze nell’ambito strettamente militare;
2) la presenza, all’interno del Copoca e del Conai, ha consentito all’EZNL
un livello di partecipazione politica rilevante marginalizzando lo spazio
di trattativa del governo messicano
3) gli A. non può nascondere il dato di fatto in base al quale l’intelligence
messicana debba essere profodamente rivista
4) allo stesso modo la partnership con l’alleato USA deve essere rafforzata.
Un passo in questa direzione è costituito dalla realizzazione dei GAFE —
nel 1996 — corpo d’élite costituito sulla falsariga della Delta Force
5) nel cap. 6 (Emergence and influence of the zapatista social Netwar) gli A.
pongono l’enfasi sul ruolo decisivo dele ONG senza tralasciare la rilevan-
za della base indigena con i suoi ideali egualitari, comuntiari e consultivi.
6) La netwar inaugurata dall’EZLN è definita come Rete di Sciame (il ter-
mine è dello studioso Kelly).
7) Abbandonata la guerriglia (dopo il ’94) sul modello maoista-zapatista
(con la scelta di piccole unità di 12/16 uomini), la realizzazione del
CONPA e il legame con le reti informatiche Peacenet e Conflictnet, si
sono rilevati elementi indispensabili nella riuscita del progetto zapatista.
Propio per questo l’abbinamento con il metodo dell’azione non violen-
ta(da questo momento ANV, ndr) si è dimostrato cruciale.

* Una situazione per certi versi analoga è individuabile in Cile con la presenza del Consiglio di
tutte le terre (di cui HUILCAMAN è il più noto portavoce) che rivendica il riconoscimento della
identità etnica e culturale del popolo MAPUCHE attraverso modalità operative tipiche della con-
flittualità non convenzionale, di fronte alle quali le istituzionali civile hanno applicato contromisure
efficaci (misure che hanno sollevato le proteste di Hunan Rights Watch e della Federazione per i
diritti umani) e che hanno trovato sulla legislazione anti-terroristica una adeguata sistemazione.

23
8) Una delle condizioni che hanno agevolato il lavoro di Marcos è stata la
presenza religiosa: cattolica e protestante. L’ordine religioso gesuitico
ha certo svolto un ruolo determinante nella alfabetizzazione primaria e
nell’indottrinamento ideologico.
9) Se è indubbio che la figura di Marcos sia poliedrica, altrettanto possiamo
affermare dell’EZLN nel suo insieme. Gray ne parla come di un movi-
mento ibrido e Cleaver — riflettendo sulle conseguenze che la prassi del-
l’EZLN ha avuto — parla di effetto zapatista!
10) Il legame realizzato con la società civile è cosı̀ stretto che gli A. sottolinea-
no che ‘‘la società civile è impossibile da decapitare perché è uno sciame
che può sembrare anarchico ma è in realtà determinato dalla consultazio-
ne estesa’’.

24
3. IL CONCETTO DI NETWAR

A livello teorico gli analisti della Rand Corporation analizzano la struttura dei
nuovi movimenti nel cap. IX dal titolo ‘‘The structure of social movements’’ uti-
lizzando l’oramai celebre concetto di Rete connotata nel seguente modo: 1) la
struttura dei nuovi movimenti (no-global-terroristici, no-pacifisti) può essere
semplice, policentrica e a rete.
In secondo luogo, una struttura di tale natura si può costituire solo a partire
da collegamenti multipli e precisi costruiti su: a) relazioni personali; b) viaggi;
c) tecnologie di comunicazione.
In terzo luogo, la coesione interna è mantenuta grazie ad una opposizione
condivisa nella quale la logica dualistica e conflittuale (noi e loro) domina il rap-
porto.
Nel cap. due (‘‘The advent of Netware’’) gli A. entrano nel dettaglio sia in
merito alle finalità che in merito alla articolazione delle reti. Che la disgregazione
psicosociale sia fondamentale — nella nuova conflittualità — tanto quanto la di-
struzione fisica della classic war — è oramai evidente. Altrettanto evidente è la
distinzione tra cyberwar e netwar: quest’ultima infatti indica il coinvolgimento di
formazioni paramilitari o forze irregolari. In generale sulla netwar i players con-
ducono una guerra della quale usano forze di rete e dottrine adatte all’età del-
l’informazione. Le suddette reti possono avere una forza triplice: chaim, star e
all-chanell.
Nella prassi dei movimenti sono possibili ibridi tanto quanto è possibile la
coesistenza — accanto alla netwar — della cyberwar. La vastità della netwar è
tale da consentirle di fare saltare le tradizionali staccionate tra pubblico/privato
e tra stato/società civile. Superfluo sottolineare come la loro dinamica renda il
compito di contrastarle particolarmente arduo.
A mo’ di conclusione, la tesi del Col. SZAFRANSKI è particolarmente signi-
ficativa poiché pone l’enfasi sulla reale finalità della netwar: ‘‘confondere le cre-
denze fondamentali delle persone sulla natura della loro cultura, società e gover-
no’’. La disgregazione è — infatti — lo scopo ultimo e particolarmente deleterio.
La contro offensiva non potrà che consistere — nel costruire reti — contro reti
mischiando abilmente le reti con le strutture gerarchiche tradizionali allo scopo
di formare veri e proprio ibridi.

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Nel cap. VII (‘‘Netwar in the emerald city’’) la rivolta/scommessa di Seattle è
presa in attenta considerazione. Non c’è dubbio alcuno che la DAN abbia svolto
un ruolo cruciale (anche per la sua struttura a rete), ruolo che sarà concretizzato
attraverso una strategia di cooperazione non violenta. La matrice di questo mo-
vimento è da rintracciarsi sia nei movimenti ambientalisti, che nei movimenti
sorti grazie alla Guerra del Golfo. L’aggregazione è avvenuta per gruppi di affi-
nità. Accanto al DAN la Ruchus society e l’AFl-CIO sono gli altri due giocatori
determinati.
Una componente minoritaria è stata costituita dal Blocco nero. Tutti insieme
— a vario titolo — hanno raggiunto un vero e proprio dominio urbano a Seattle
con il coordinamento del DAN. Al di là della organizzazione specifica e del ruolo
dei singoli gruppi, quello che ci preme sottolineare è il ruolo di internet, dei cel-
lulari e delle videoriprese insieme a al ruolo di Indymedia. Sia la polizia che l’FBI
non sono stati in grado di contrastare adeguatamente la sorpresa strategica e l’ef-
ficienza tattica del movimento. Complessivamente il dominio dell’infosphere è
stato ottenuto dai contestari e non c’è dubbio che tale manifestazione sia stata
quella più riuscita dopo la Guerra del Golfo. A conclusione del capitolo —
non senza una punta di soddisfazione — gli A. sottolineano come le forze del-
l’ordine non siano state colte di sorpresa né a Washington né a Los Angeles an-
che perché i contestatori hanno adottato una struttura centralizzata.

26
4. IDEOLOGIA E METODO DI LOTTA
DEI NUOVI MOVIMENTI

Vorremmo — come primo caso — studiare la prassi conflittuare del MST se-
condo uno schema semplice ed articolato del seguente modo:
1. metodi di lotta;
2. struttura;
3. reazione delle istituzioni;
4. origini
5. il nemico e
6. ideologia.

1. Metodi di lotta:

1) addestramento non violento e agitazione sovversiva;


2) marce(p.e. quella sul Brasile nel 1997);
3) occupazione di terra;
4) contro informazione (nel 2001 presentano domanda 87 mila famiglie e il
governo si trovò nei guai perché non poteva assegnare la ferma a nessuno);
5) trarre insegnamenti da Gandhi (dalle tecniche non violente alla consape-
volezza) e da Ho Chi Min la centralità della dimensione psicologica nella
lotta);
6) manifestazioni su larga scala per ostacolare la repressione.

2. Struttura:

1) struttura autonoma cioè indipendente dai partiti per evitare divisioni in-
terne e lotta tra varie correnti;
2) indipendente dalla Chiesa cattolica;
3) appoggia e collabora con il PT brasiliano (proletariato agricolo + piccoli
coltivatori + piccoli agricoltori proprietari).
4) la base è composta da attivisti contadini;

27
5) i gruppi dirigenti vengono eletti all’interno di riunioni regionali e statali;
6) ogni due anni vengono indette assemblee nazionali mentre ogni cinque
anni viene celebrato il congresso nazionale;
7) il numero di delegati è assai alto (nel 2000 raggiunse gli undicimila);
8) infine esistono ventuno direttori nazionali;
9) il MST è presente in ventitré su ventisette stati;
10) i finanziamenti provengono: dalle famiglie contadine, dai sindacati, dalla
chiesa o da ONG europee ed americane. Il movimento non dispone —
allo stato attuale — di una tesoreria centralizzata;
11) formazione di docenti attraverso la collaborazione con l’Università;
12) il movimento ha dato un contributo alla nascita di via Campesina;
13) assoluta centralità della formazione tecnica degli attivisti.

3. Origini:

1) La chiesa cattolica (in particolare i cappuccini);


2) la teologia della liberazione;
3) l’Azione cattolica e la Gioventù operaia cattolica;
4) il sindacato dei cattolici;
5) la CPT;
6) gli intellettuali della sinistra brasiliana: Masini, Dos Scentos, Barbirra e so-
prattutto Juliâno del Partito Socialista brasiliano;
7) strette relazioni con i CLIT.

4. Il Nemico:

1) l’imperialismo;
2) le multinazionali (in particolare la Monsanto);
3) l’uso delle biotecnologie e della bioingegneria;
4) la maggior parte dei presidenti brasiliani (p.e. Cardoso);
5) la magistratura;
6) il PSDB;
7) la contro informazione degli organi di stampa;
8) i governi USA ed europei;
9) il progressivo allontanamento della sinistra dalla base sociale.

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5. Ideologia:

1) Sovranità alimentare;
2) riforma agraria comunitaria;
3) tutela della bio-diversità;
4) economia eco-sostenibile;
5) la conquista della dignità dei contadini;
6) la democratizzazione della terra come base per democratizzare la politica.

6. Reazione:

1) Repressione militare agli ordini del Presidente Figueiredo;


2) imprigionamento;
3) gli strumenti della repressione: l’esercito o la polizia federale (p.e. le inizia-
tive dal 1989 al 1991);
4) sequestri;
5) eliminazione fisica (dal 1984 1600 persone eliminate);
6) riorganizzazione della polizia federale secondo il modello del DOPS;
7) intercettazioni telefoniche;
8) la censura e la distorsione dell’informazione attraverso il controllo dei me-
dia.

Un altro eloquente esempio di CNV ci pare la Ruckus americana.


A) Origini:
1) Prender atto e reagire alla devastazione ambientale;
2) l’ambientalismo di Greenpeace e Earth First;
3) asce nel 1995 con Roselle, Sellers e Twilly;
4) ideologicamente prende ispirazione dall’eco-marxismo e dalla lotta non
violenta di King e Gandhi.

B) Struttura:
1) ha una struttura ibrida compresa tra Greenpeace e la Rain Forest Action
Network;
2) la base è fatta da un numero limitato di volontari (20/30);
3) l’interazione con i movimenti per i diritti umani, con quelli del commercio
equo e fondamentale. Ciò significa che allo stato attuale non è possibile
parlare di settarismo;
4) l’età media varia da 20 a 35 anni;

29
5) il finanziamento ha due canali: il finanziamento volontario e il finanzia-
mento delle ONG;
6) la coesione è di natura ideologica.

C) Metodi di lotta:
1) l’action direct di Greenpeace;
2) l’addestramento alla non violenza;
3) l’addestramento all’uso dei media;
4) sfruttare il potenziale informativo di media alternativi.

D) I Nemici:
1) Scopo generale: scatenare il pandemonio in modo non violento per de-
nunciare la devastzione del pianeta perpetuato da:
a) Stati;
b) Mutinazionali e
c) dall’economia neo-liberista;
2) anti-militarista e quindi eco-pacifista (p.e. la marcia di 14mila persone
contro il centro di addestramento a Fort Benning).

E) Ideologia:
1) ambientalismo radicale;
2) eco-pacifismo;
3) anti-capitalismo (e più specificatamente anti-globalizzazione). Per ammis-
sione dello stesso Sellers fino ad ora il movimento ha sviluppato la pars
destruens senza dunque sviluppare una alternativa costruttiva.

30
Parte Seconda
1. IL MOVIMENTO ANARCHICO USA

1. Origine

Negli USA l’antagonismo anarchico ha trovato modo di esprimersi soprattut-


to nel PGA, nel RACB e nelle strutture canadesi — strettamente legate a quelle
USA — del Clac (di Montreal) e delle SCA di Quebec. Secondo l’interpretazio-
ne di GRAEBER la logica anarchica USA avrebbe tratto una forte ispirazione
dall’EZLN.

2. Metodi lotta

1) Azione diretta; 2) costruzione di reti nazionali e transnazionali di opposi-


zione e resistenza; 3) necessità di alternare blocchi stradali a prassi tipicamente
non violente; 4) disobbedienza civile; 5) costruzione simboliche (p.e. il Pupazzo
della Liberazione o le clave di gomma); 6) necessità di porre l’enfasi sui media
alternativi.

3. Nemici

In quanto anarchici la loro opposizione si materializza a 360 gradi passando


dallo Stato alla economia di mercato — secondo i presupposti dell’anarchismo
tradizionale. Certamente un elemento nuovo rispetto al passato è la necessità
di federarsi in modo non gerarchico a doppio livello nazionale e non.

4. Struttura

Usando le parole di GRAEBER la struttura deve essere costituita da ‘‘reti


orizzontali (...) sorrette da principi di democrazia consensuale decentralizzata
e non gerarchica’’.

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2. L’ASSOCIAZIONE ATTAC

1. Origine

Grazie a Ramonet e Cassen tra il 1997 e il 1998 nasce Attac: 2) sulla base di
società esistenti (p.e. Sindacati); 3) grazie all’appoggio della pubblicistica france-
se di sinistra laica e non (p.e. Testimonianze cristiane); 4) grazie alla sua diffu-
sione soprattutto in Europa (ostacolata dalle ONG inglesi in Ue); 5) dimostra di
vere stretti legami con il PT, con i politici francesi e europei; 6) infine Attac ha
avuto un ruolo decisivo nella fondazione del WSF del febbraio del loro grazie a
Grajew, Whitaker (della Commissione dei vescovi brasiliani).

2. Struttura

1) Comitato esecutivo; 2) comitati locali; 3) comitato esecutivo (30 membri,


18 eletti dai fondatori e 12 dei 30 mila componenti); 4) composizione sociale:
piccola e media borghesia (docenti e studenti)

3. Metodi di lotta

1) Azione violente; 2) azione diretta; 3) reti nazionali e transnazionali;


4) manifestazioni; 5) contro informazione (attraverso Internet e ‘‘Le Monde Di-
plomatique’’).

4. Nemici

1) liberismo; 2) contro l’Europa delle banche; 3) americanismo (economico


e militare).

34
3. IL MOVIMENTO ANARCHICO EUROPEO

Come nei casi precedenti procederemo ad una rapida rassegna delle princi-
pali caratteristiche del movimento:
1) le associazioni anarchiche hanno partecipato in modo rilevante a tutti gli
happening no-global;
2) non sono una componente maggioritaria (rispetto a quella della sinistra e
cattolica) ma significativa;
3) a livello organizzativo hanno anticipato il modello a rete cosı̀ decisivo dei
no-global;
4) anche a livello ideologico, la critica radicale ed impietosa insieme alla for-
ma partito, al riformismo e soprattutto al capitalismo fanno del movimen-
to anarchico un antesignano delle principali ‘dottrine’ dei no-global;
5) gli attivisti — del movimento anarchico — prevengono dagli anni settanta
ma soprattutto sono soggetti giovani. In merito alla loro origine sociale la
classe media è determinante;
6) come contenuti ideologici il radicalismo anarchico oltrepassa indubbia-
mente gli orientamenti ideoligici dei no-global sia che si tratti dell’anar-
co-individusalismo che dell’anarco-insurrezionalismo. A tale proposto,
l’anti-statalismo, l’internazionalismo delle lotte, l’opposizione al militari-
smo e alle carceri costituiscono tematiche centrali , al meno quanto l’enfasi
posta sull’autogestione, sul mutuo appoggio, sui gruppi di affinità (termi-
ne inventato dalla Fai spagnola);
7) le assocazioni anarchiche si modellano a partire da una struttura federale
sul modello della piattaforma o su gruppi di lotta di classe (che solitamen-
te comprende anarco-comunisti e anarco-sindacalisti);
8) in merito alle modalità operative, attuate sul contesto della conflittualità
non convenzionale, possono essere indicate nel seguente modo: scioperi,
marce di protesta, boicottaggi, occupazione e violenze (a persone o a cose)
come nel caso dell’anarco-insurrezionalismo, dell’eco-anarchismo e dei
Black bloc, la contro informazione attraverso siti-web,l’uso di pubblicazio-
ni periodiche e la realizzazione di istituzioni alterternative (come le libreria
o i centri sociali).

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4. METODI E SCOPI DEL BLACK BLOC

1. Origini

Fu la polizia tedesca — durante gli anni Ottanta — a denominare gli auto-


nomi blocco nero a causa dell’abbigliamento scuro. Congiuntamente erano pre-
senti in Europa (soprattutto in Italia, Germania, Danimarca e Olanda) e agirono
insieme agli squatters animando vere e proprie insurrezioni per poi diffondersi in
America negli anni novanta (si pensi alla insurrezione di Los Angeles dell’1992).
Sempre nello stesso anno la loro partecipazione alle manifestazioni contro la
Guerra del Golfo e a Washington ha lasciato il segno. Particolarmente significa-
tiva la loro presenza a Seattle, dove duecento attivisti devastarono luogo consi-
derati simbolici, e a Genova dove collaborarono con i CSA Pinelli e i Cobas.

2. Identità ideologica

Nonostante il loro rifiuto di farsi etichettare, i Bb appartengono alla estrema


sinistra, al mondo anarchico e libertario. Individuare i padri spirituali del loro
orientamento è tutt’altro che arduo: C. Mason, Bookchin, Zerzan, Bey (sia chia-
ro — a tale proposito — che i Bb si servono delle tesi di questi autori per le loro
finalità), la FAI iberica e la CNT spagnola. Il linguaggio usato è frutto di una
sintesi tra il futurismo, il dadiasmo e il situazionismo. Ciò che propongono
non si discosta dalla tradizione anarchica: federalismo, democrazia diretta e sov-
versione del mondo attuale.

3. Organizzazione:

1) assenza di leaders;
2) struttura a rete flessibile;
3) si aggregano per gruppi di affinità;
4) soprattutto negli USA la rete dei Bb si ramifica in gruppi suddivisi per
compiti: portavoce e collettivi che operano come base locale;

36
5) le decisioni si prendono secondo il modello della democrazia diretta;
6) è assente un progetto organico di alternativa.

4. Tecniche di lotta:

1) il saccheggio e la conseguente riappropriazione delle merci;


2) uso della violenza contro le cose;
3) modalità da guerriglia urbana;
4) azioni simboliche;
5) uso ampio dei cellulari per organizzare le manifestazioni;
6) ricognizione del territorio urbano secondo le modalità di un conflitto;
7) tecniche dello street-threater;
8) la militarizzazione che li caratterizza si manifesta anche nella marcia a rit-
mo del rullo di tamburi;
9) evanescenza :dopo aver colpito - come uno sciame - si dissolvono;
10) uso di telecamere sia per finalità interne che esterne;
11) provocazione nei confronti delle forze dell’ordine evitando scontri diret-
ti.

37
5. METODI E SCOPI DEL WSF

Quali sono le caratteristiche essenziali del WSF? Quale la sua dinamica?


Che il WSF abbia una dimensione internazionale è un dato di fatto, tanto
quanto è evidente la sua struttura a rete. Al suo interno sindacati, forze po-
litiche di sinistra e ONG sono indubbiamente predominanti. Sotto il profilo sto-
rico-politico il richiamo al socialismo ottocentesco, alla rivoluzione d’Ottobre, ai
movimenti degli anni Sessanta, alla teologia della liberazione e all’anarchismo so-
no alcuni dei richiami fondanti.
Non è difficile individuare gli antecedenti storici recenti:
1) le rivolte per il cibo nei primi anni ottanta;
2) la poll tax in UK;
3) le politiche neo-liberiste dell’OMC e dell’FMI nel Sud nel mondo;
4) Il NAFTA;
5) l’EZLN;
6) le proteste contro le privatizzazioni dei servizi sociali;
7) la nascita del Reclaim the Streets in Uk;
8) la nascita del PGA
e infine
9) i movimenti sorti sul problema della identità (razziale, sessuale etc.). Per
quanto riguarda, al contrario, gli aspetti di originalità l’uso di internet e
dei media alternativi è caratterizzante (rispetto ai movimenti del passato);
in secondo luogo il forum è una sorta di ibrido tra uno spazio e un movi-
mento e ciò non consente l’esistenza di una leadership unitaria. Nonostan-
te ciò — e al di là della retorica sul superamento di gerarchie centralizzate
— il WSF ha comunque al proprio interno due organismi come il BOC e
l’IC che ne coordinano la prassi e il Comitato organizzatore brasiliano che
— in collaborazione con Attac — ha gettato le basi della Carte dei Prin-
cipi.
Non mancano critiche dalla sinistra più intransigente la quale accusa il WSF:
1) di non dichiarare esplicitamente la propria adesione al socialismo;

38
2) di essere assai poco efficace sul piano operativo;
3) di accettare finanziamenti dalle Ong occidentali facendosene palesemente
condizionare;
4) di rifiutare radicalmente il ricorso alla violenza rivoluzionaria;
5) di avere una scarsa trasparenza democratica nell’ambito del processo de-
cisionale
e infine
6) di rifiutare apparentemente la presenza di partiti ma nel contempo di cer-
care il loro aiuto e sostegno (senza il PT brasiliano e i comunisti in India
non sarebbe stato possibile organizzare alcunché. Analogamente l’entusia-
smo suscitato da Chavez nel 2005 ha reso meno immacolata la Carta dei
principi);
7) di affrontare sempre gli stessi temi e di formulare sempre le stesse condan-
ne contro i soliti sospetti.
In conclusione, il rischio maggiore — sottolineato da alcuni autorevoli soste-
nitori del WSF — è il pericolo della loro fragilità, della loro evanescenza, pericoli
questi che possono trovare nella ‘‘noia, nello scoraggiamento e nell’indulgenza
verso se stessi’’ le cause principali.
Nonostante l’organizzazione a rete non c’è dubbio che il CUT e il MST co-
stituiscono una delle anime propulsive del WSF. Quanto alle metodologie di lot-
ta queste contemplano la Guerra psicologica, l’Agitazione sovversiva e l’Azione
non violenta.

Veniamo alle costanti sociologiche:

1) eterogenità generazionale;
2) alti livelli di educazione;
3) eterogenità sociale;
4) eterogenità di background politico, dal momento che provengono dal
movimento ecologico,dal femminismo e dal movimenti per i diritti uma-
ni;
5) i partecipanti hanno nella stragrande maggioranza dei casi una formazio-
ne politica (più o meno raffinata);
6) i partecipanti prevengono da altre espressioni politiche e associative;
7) la maggior parte di loro è rimasta o delusa o disgustata dalla politica pro-
fessionale;
8) la necessità di partecipare alle decisioni;

39
9) lo spettro politico oscilla tra la sinistra moderata, l’estrema sinistra e il cen-
tro-sinistra, soprattutto in Europa;
10) la loro prassi è gradualista e non rivoluzionaria (nel senso leninista o
maoista del termine);
11) è tuttavia rivoluzionaria nel senso che aspira a modificare l’assetto sociale
sotto il profilo relazionale, psicologico e economico-politico partendo dal
basso;
12) aspirano ad una ridefinizione della politica. Al contrario, un elemento di
forte dissenso — e non è certamente l’unico — è rappresentato dalla
contrapposizione tra chi — come il PT e Attac vuole servirsi dello Stato
quale baluardo contro la globalizzazione — e chi invece vuole oltrepas-
sare lo Stato o fare piazza pulita della classe politica (la cosiddetta globa-
lizzazione dal basso o alternativa) come gli anarchici o i piquesteros ar-
gentini.

Caratteristiche dei social forum (la loro struttura organizzativa)

Anche in questo caso ci limiteremo ad analizzare le costanti sociologiche:


1) i SF sono solitamente network con una configurazione mista a livello
geografico (nazionale e internazionale);
2) si riuniscono periodicamente in assemblee plenarie che a loro volta si ar-
ticolano in gruppi di lavoro tematici;
3) le assemblee plenarie eleggono un portavoce nazionale e un consiglio dei
portavoci al cui interno trovano spazio associazioni, sindacati, gruppi po-
litici, associazioni ambientaliste e centri sociali;
4) dispongono di un sito web;
5) al loro interno esistono contrasti relativi alle strategie di lotta e ai conte-
nuti ideologici;
6) i SF si originano o per organizzazioni spontanee o per filiazione da social
forum preesistenti;
7) la ricerca dell’accordo all’interno del SF si costruisce a partire da una cri-
tica impietosa della democrazia rappresentativa e della democrazia della
‘public opinion’ per proporre la democrazia partecipativa fondata sul
metodo empirico del consenso;
8) i SF si muovono in quella zona grigia compresa tra la mobilitazione e la
partecipazione onde evitare il settarismo o l’istituzionalismo;
9) non esiste un modello unitario alternativo a quello criticato ma numerose
proposte alternative;

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10) i SF cercano di far coesistere al loro interno egualitarismo e pluralismo;
11) la presenza della figura del facilitatore consente ai SF di perseguire la de-
liberazione consensuale. Se questa — in breve — è la loro natura è ne-
cessario individuare i rischi ai quali vanno incontro:
1) la formazione di oligarchie
2) il leaderismo
3) il burocratismo
4) la strumentalizzazione politica
5) la scarsa durata.
Infine è necessario sottolineare la convinzione, da parte dei SF, di trasferire
nella società civile le metodologie sperimentate al loro interno.

41
6. NOTE SU ALCUNI ASPETTI DELLA TEORIA
E DELLA PRATICA DEI BLACK BLOC

Allo scopo di comprendere, in modo abbastanza chiaro, la visione della realtà


del Bb (acronimo per Black Bloc, ndr) struttureremo la nostra breve analisi per
temi,. senza seguire l’ordine alfabetico,facendo riferimento ad una anonima testi-
monianza di una attivista.
Capitalismo. Esso è visto come una forza gravitazionale terribile e immensa
Regola base del Bb. Per evitare la identificazione è necessario non farsi indivi-
duare ma essere riconoscibili nella modalità operativa.
Appartenenza politica. Indubbiamente appartengono alla sinistra eversiva e al-
l’area anarchica.
Violenza. I Bb, pur rispettando chi pratica l’ANV(acronimo per azione non
violenta) e chi in modo flessibile adotta la violenza mirata e l’ANV (come le tute
bianche), ritengono la violenza una pura necessità perché consente di dare visi-
bilità al movimento. La violenza deve essere estemporanea e selettiva.
Berlusconi. Il premier avrebbe approfittato di Genova per fare un rapido repu-
listi istituzionale e militare.
Visibilità. Senza le azioni violente ora a Genova ora a Seattle quale fine avrebbe
fatto il movimento? Chi ne avrebbe parlato? La violenza dà dunque visibilità.
Lo sconcerto ipocrita. Al di là dello stupore di fronte alle violenze a Genova, chi
può negare che queste serviranno come trampolino di lancio per tutti gli oppor-
tinisti in campo politico e giornalistico?
Stato. L’odio verso lo Stato è esplicito tanto quanto verso le istituzioni come la
Chiesa e verso le sette politiche.
Dio e Storia. Di fronte all’orrore della storia come non osservare che in fondo
la storia è proprio la narrazione della uccisione di Dio?
Uguaglianza. I Bb si dicono a favore della uguaglianza ma all’interno della di-
versità.

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Comunismo. Lo spettacolo della conversione interessata dei comunisti al capi-
talismo è sconcertante perché è stata senza ritegno.
Antagonismo reale. Contrariamente alla ideologia comunista la vera contrappo-
sizione è tra la produzione e la distruzione della ricchezza.
Coesistenza. I Bb vorrebbero una società nella quale coesistessero sia la libertà
individuale che quella collettiva. Proprio per questo la posizione nichilista è inac-
cettabile.
Leader. A livello di struttura la figura di un leader non è accettabile perché
equivale a un tradimento della organizzazione a rete del Bb e un tradimento della
concezione anti-gerarchica della realtà.
Bush. Partendo dalla contestazione che Bush è stata il peggiore degli USA, l’u-
so della violenza contro di lui sarebbe giustificabile se si accetta l’uso della vio-
lenza contro le persone. A causa della sua illimitata stupidità, l’economia USA
sta andando alla deriva e con i provvedimenti dopo l’11 Settembre sta pianifican-
do vere e proprie azioni di terrorismo dentro e fuori lo Stato americano.
Nazionalismo USA. Di per sé ogni nazionalismo è detestabile ma quello targato
USA è estremamente pericoloso perché rischia di non avere limiti. Proprio per
questo Bush va fermato, proprio perché sta promuovendo una delle forme più
pericolose di nazionalismo.
Azione simboliche. Al di là delle violenze ai simboli del capitalismo come nega-
re che anche la guerriglia dell’immaginario ha avuto la sua efficacia? Infatti il
compiere gesti immediatamente riconoscibili è essenziale per la visibilità dei Bb.
Strumentalizzazione della violenza. Una volta affermata la validità della violen-
za, è un dato di fatto che le forze dell’ordine l’abbiano strumentalizzata per le-
gittimare la repressione.
Black Bloc e no-global. Pur apprezzando il contributo delle tute bianche dei
COBAS è necessario precisare che la presenza dei Bb all’interno dei no-global
sia una presenza a geometria variabile.
Chiarimenti. Pur apprezzando chi la usa i Bb sono contrari all’ANV.
Terrorismo. I Bb condannano l’uso del terrorismo indipendentemente, perché
il terrorismo è una delle forme peggiori di degradazione umana.
Insurrezionalismo. La modalità operativa viene definita dai Bb come una sorta
di micro insurrezionalismo adattandolo alle diverse circostanze. I Bb devono es-

43
sere come il vento o come il fulmine, la loro azione deve essere contingente e
mobile.
Anonimato. Per evitare che le telecamere riprendano i volti degli attivisti, agire
anonimamente è fondamentale.
Partiti. Questi non rappresentano nulla poiché il loro unico fine è quello di
prendere voti e di gestire il potere.
Politica. L’unica politica autentica è quella che trasforma la vita individuale
rendendola più autentica e libera.
Potere. I Bb non hanno alcun interesse ad amministrare il potere ma vogliono
soltanto che ognuno sia libero di amministrare la propria vita.
Poliziotto. Lo sbirro detiene realmente il potere poiché è proprio lui che si tro-
va a dover esercitare il monopolio legittimo della violenza. In cambio di tutto ciò
accetta l’umiliante condizione del servo obbediente.
Cittadino. In cambio di falsi diritti (quello al consumo, al voto, al divertimento)
il cittadino delega l’esercizio della violenza.
La vera violenza. Non sono certo le dimostrazioni dei Bb a rappresentare un
pericolo ma al contrario è quella che il capitalismo esercita ad essere l’unico vero
pericolo per l’umanità.
Anarchia. Grazie all’anarchia i Bb hanno appreso quanto indispensabile sia
l’autogestione della propria vita. Grazie all’utopia anarchica hanno appreso l’im-
portanza di costruire un modello consensuale grazie al quale possono essere li-
beri di scegliere liberamente la loro vita.
Genova. Secondo i Bb a Genova le istituzioni hanno pianificato nel dettaglio
una vera e propria azione di terrorismo attraverso l’uso della disinformazione,
l’uso degli infiltrati e di provocatori. Tutto ciò ha portato all’aggressione fisica
di attivisti non violenti, e all’uso della tortura nei confronti degli attivisti arrestati.
D’altronde, cosa c’era da aspettarsi da un governo proto-fascista come quello di
Berlusconi che ha chiesto — e ottenuto — che le forze dell’ordine italiane venis-
sero addestrare da quelle americane?
Mostri. I taelebani non sono altro che fanatici protetti proprio dal capitalismo.
Sudditi. Non c’è spettacolo più squallido di quello di vedere i tanti sudditi-servi
del sistema difendere il sistema per difendere la loro esistenza.

44
7. ELENCO DELLE ASSOCIAZIONI
CHE HANNO ORGANIZZATO IL FORUM DI PORTO ALEGRE *

1) Aborg; 2) Amb; 3) Attac Brasile; 4) Conan; 5) Caritas Brasile; 6) Cat


(dei lavoratori); 7) Cbpj (giustizia e pace); 8) Cives; 9) Clacso (scienze sociali);
10) CMP; 11) COAG; 12) Comitato Afro; 13) Cut (con-sindacale);
14) Fhoms (org); 15) Gat; 16) Ibase (analisi econimica); 17) Ipf (P. Freire);
18) JSB (giubileo); 19) MST; 20) RSGDU; 21) Lijs (socialisti); 22) Ure (stu-
denti).

Comitato. L’elemento che emerge in modo netto è la centralità delle organiz-


zazioni sindacali e religiose unitamente alla importanza delle istituzioni culturali.

* L’elenco — fornito dagli analisti della Rand — delle ONG influenti è tutt’altro che marginale
poiché evidenzia in modo lampante il radicamento locale e transnazionale delle organizzazioni.
Ancora più significativa è la tripartizione fatta dagli antici, tripartizione che congiunge uno spet-
tro di azione ampia: dalle ONG sui diritti a quelle religiose sindacali e infine informatiche.
ONG e diritti
1) AI e ICJPHR (transnazionali)
2) AW e MAHR (americane)
3) ICCHR (canadese)
4) MAHR e MNNCH (messicana)
ONG e religione
1) JRS
2) PFP (americana)
3) FR (americana)
4) ICCHRLA (canadese)
5) CBC (messicana)
6) CHR ‘‘Las casas’’ (messicana)
ONG indigene
1) SAIIC (americana)
2) CEOIC e COLPUHMALI (messicana)
ONG sindacali
1) IATP (americana)
2) RMALC (messicana)
Network informatici
1) APC; 2) GE; 3) IAC; 4) IERC; 5) ACNMSH (canadesi); 6) CONPAR (messicana).

45
8. ELEMENTI DI RILIEVO
NEL DOCUMENTO FINALE DI PORTO ALEGRE

Al di là della retorica su un mondo migliore, il documento ruota intorno ad


alcuni assi portanti assai chiari (sottolineando che gli USA vengono citati solo
per essere criticati):
1) anti-militarismo;
2) anti-americanismo;
3) anti-liberismo;
4) contro le privitazzazioni;
5) contro le multinazionali;
6) contro le misure anti-terroristiche USA;
7) a favore del popolo palestinese (la presenza israeliana viene definita ‘‘oc-
cupazione brutale di Israele’’);
8) contro le istituzioni militari ed economiche sovranazionali (NATO, FMI,
CMC e BM);
9) la manifestazione di Genova viene deificata;
10) contro la guerra a bassa intensità;
11) contro il Plan Colombia;
12) non si fa alcun cenno — in tale documento — alle violazioni dei diritti
umani a Cuba e in Corea (seppure documentati dai rapporti di AI);
13) abolizione del debito estero;
14) contro le basi militari(sullo specifico contro quelle NATO e USA). Com-
plessivamente — al di là di alcuni tratti specifici — ci sembra di assistere
ad una riedizione del comunismo terrorista anni settanta 1.

1 A tale riguardo il contributo di Minà ci pare degno di rilievo proprio per avere rivitalizzato i

desueti clichè della cold war (e in particolare quello a favore dei Cuba) attraverso la rivista ‘‘Latino
America’’, attraverso la collana della Sperling & Kupfer ‘Continente Desaparecido’ ed in partico-
lare attraverso il volume (edito nel 2005) intitolato ‘‘Le Idee di Porto Alegre che stanno cambiando
l’America Latina’’.

46
9. METODI E SCOPI DEI CSA ITALIANI

1. Tipologie

Nel nostro paese esitono 250 CSA presenti nelle città di medie e grandi di-
mensioni. Stando agli studi più recenti (2004/2005) tre sono le tipologie ideolo-
giche attuate nel nostro territorio:
a) CSA anarchici;
b) CSA genericamente M/L e
c) CSA che si ispirano alla prassi dei disobbedienti.

2. Costanti

Al di là delle differenze specifiche tutte e tre le tipologie non accettano:


1) la democrazia rappresentativa;
2) la prassi politica viene letta in un’ottica orizzontale;
3) i portavoce possono essere revocati in qualunque momento;
4) la realtà locale non solo non è ininfluente ma è al contrario determinante
per il consenso, dato che il CSA nasce attraverso l’occupazione illegale di
stabili comunali e non;
5) la provenienza dal contesto dei collettivi studenteschi è molto comune per
i leaders e per gli attivisti dei CSA. La nomina del leader avviene via logica
assembleare;
6) gran parte degli attivisti proviene da precedenti esperienze politiche della
sinistra extraparlamentare e della lotta armata;
7) sia i CSA anarchici che quelli M/L sono accomunati dalla feroce ostilità
verso la stampa e i mass-media sentiti come strumenti di indottrinamento
ideologico. Per entrambi, le istituzioni politicihe locali e nazionali, sono
strutture antagoniste verso le quali gli unici atteggiamenti possibili sono
o l’ostilità o la diffidenza.

47
3. Differenze (1)

La più importante differenza è stata codificata nella CARTA di Milano (1996)


dove i CSAO del Nord Est e di Roma hanno preso atto della necessità di rive-
dere la loro strategia: alternare la produzione del conflitto alla ricerca del consen-
so presso istituzioni e partiti disponibili al dialogo.

4. Tecniche:

1) boicottaggio;
2) disubbidienza;
3) intrusione notturne;
4) la pratica del netstrike;
5) presidio di snodi ferroviari;
6) occupazioni;
7) radio alternative.

5. Differenze (2)

Un tipico esempio di partnership con le istituzioni è offerto dal CSA Pedro e


dal Rivolta di Marghera, collaborazione che si snoda da Ya Basta alla Rdb per
giungere ai partiti come Verdi e PRC. Al contrario, un esempio interessante ci
è offerto dalla Rete No Global, sorta a Napoli grazie a Officina 99 e allo
SKA, che costituisce una sorta di raccordo con tutti i centri sociali nazionali..

6. Coordinamento

Nonostante le differenze, l’esigenza di stabilire un coordinamento ampio ha


consentito la nascita del Network per i diritti globali sorto nel marzo del 2001
per mobilitarsi intorno a tre tematiche ritenute fondamentali: lavoro, ambiente
e immigrazione.

Sorte, alla fine degli anni novanta, nel contesto dei CSA romani, si sviluppano
le tute bianche lontane dalle affiliazioni politiche e fortemente interessate a de-
nunciare le nuove forze di sfruttamento legate al lavoro precario. Legati all’orga-
nizzazione dei raves sono stati in grado di connettere queste manifestazioni con
l’attivismo politico e in particolare hanno promosso happening a favore degli im-

48
migrati e dei rifugiati politici. Anche il loro abbigliamento anti-sommosssa (pa-
raginocchia e caschi) costituisce un fattore di novità perché volto a provocare
ironicamente le autorità. La svolta, nel loro itinerario politico, si verificò quando
compresero l’importanza dell’EZLN al quale si unirono in qualità di gruppi di
sostegno perfezionando le loro tecniche e rafforzando la loco comunione anti-ca-
pitalista per poi dissolversi dopo il ’68 di Genova nel 2001.

49
10. ORGANIGRAMMA DEI CSA
SECONDO LA CONNOTAZIONE IDEOLOGICA

1) CS neozapatisti:
a) Leonka e Bulk;
b) Rivolta, Pedro e Ya Basta (centri sociali del Nord-Estr);
c) Livello 57 -Kontatto (centri sociali del Centro-Est);
d) Zapata;
e) Terra di nessuno.

2) Centri anarchici:
a) Coordinamento anarchico piemontese;
b) Centro Pirelli;
c) Circolo anarchico Berneri.

3) Cs neo-autonomi:
a) Cpa Firenze;
b) Collettivo antagonista Primavalle;
c) Volsci;
d) Laurentinakkupato;
e) Rosa Luxemburg;
f) Immensa;
g) Intifada;
h) Vittoria;
i) Castellazzo;
l) Askatasuma.

4) CS del Sud 1:

1 In primo luogo la RNC (acronimo per Rete no-global compana, Ndr) nasce grazie al sinda-

calismo antagonista che — come noto — promuove una organizzazione sindacale autogestita; in
secondo luogo l’apertura del PRC ha portato ad una dialogo profondo e ad una proficua coopta-
zione politica nei confronti della RNC. La terza componente, che ha contaminato la RNC è stata
l’associazione laica e cattolica (si prensi alla Rete Lilliput) e la quarta forza che ha permesso la na-

50
a) Cobas disoccupati;
b) Asilo politico;
c) Cappela Rossa;
d) CSAO Brindisi;
e) Officina;
f) Ska;
g) Ex carcere;
h) Rosso 77;
i) Aerea 51;
l) Centro ‘‘Auro’’;
m) CSA Cramma.

5) CS autonomi:
a) Villaggio globale;
b) TPO.

scita della RNC è stato il CSA, luogo presso il quale è risorta la cultura del conflitto. In particolare
Officina 99 è divenuto un punto di riferimento per tutta l’area alternativa napoletana, per il mo-
vimento studentesco del ’94 e per la realizzazione del laboratoio occupato Ska che, in breve tempo,
è divenuto fulcro dell’antagonismo campano, antagonismo campano che ufficialmente nasce nel
novembre del 2000 e attua la propria prassi antagonista durante il vertice napoletano sull’e-go-
vernment il 17 marzo 2001. Se i bersagli della RNC sono quelli tradizionali (lo Stato nazionale,
l’economia neo-liberista, la Nato definita come ‘‘la polizia internazionale della globalizzazione’’)
l’alternativa è anch’essa priva di qualsiasi originalità perché si ispira al programma di Porto Alegre
(concretamente gli attivisti della RAIC vorrebbero creare tante Porto Alegre). Infine a livello di
conflittualità non convenzionale il sabotaggio (l’oscuramento con la verifica delle telecamere), l’oc-
cupazione di MacDonald’s, la guerra elettronica con la clonazione di siti e il netstrike rientrano nelle
modalità operative ampiamente conosciute ed utilizzate dalle associazioni no-global a livello inter-
nazionale.
Una osservazione conclusiva infine: è un dato di fatto che soprattutto il PRC abbia costruito
un legame stretto con molto realtà antagoniste e che proprio per questo non dovrebbe avere alcu-
na legittimità istituzionale. Al contrario, la sua presenza all’interno delle istituzioni — sempre che
la sua prassi politica parlamentare sia coerente con la teoria! — costituisce un costante pericolo sia
per una adeguata politica estera che per un costruttivo dialogo con dicasteri delicati come gli In-
terni e la Difesa.

51
11. ORGANIGRAMMA DEI CSA
SECONDO LA DISTINZIONE GEOGRAFICA

Ivrea (Castellanza); Torino (Coord. anarchico piemontese e Askatasuna); Mi-


lano (Leonka, Bulk, Vittoria); Marghera (Rivolta); Padova (Pedro); Vicenza (Ya
Basta); Bologna (TPO, Circolo anarchico Berneri; Livello 57); Ancona (Kontat-
to); Genova (Zapata, Terra di nessuno, Centro Pirelli; Immensa); Pisa (Intifada);
Firenze (Cpa Firenze Sud); Roma (Corto Circuito, Collettivo Antagonista, Pri-
mavalle, Volsci, Laurentinakkupato, Rosa Luxemburg, Villaggio Globale); Acer-
ra (Cobas disoccupati); Salerno (Asilo politico); Bari (Coppela Rossa); Napoli
(Officina 59 e Ska); Brindisi (CSOA Brindisi); Cosenza (CSA Cramma); Catania
(Centro Auro); Messina (Aeria 51); Palermo (Ex carcere e Rosso 77).

52
12. LA PRESENZA DELLA CONFLITTUALITÀ
NON CONVENZIONALE IN AMERICA LATINA

Stando alle stime dell’Osal Clacso relative a 19 paesi la conflittualità — solo


nel periodo compreso tra il 2000 e il 2002 — è arrivata alla ragguardevole cifra
del 180%. Per esempio il sorgere dei movimenti indigeni con la attuazione di
una democrazia diffusa, hanno posto in discussione il programma neoliberista.
Analogamente la capillare diffusione di questa conflittualità — ora in Bolivia
ora a Cochabarba ora nella regione del Chaparo — ha contribuito alla destabi-
lizzazione o alla caduta (p.e. la caduta del governo di Mahuad) dei sistemi politici
tradizionali (p.e. nel caso dell’Ecuador il consolidamento delle Conaie o nel caso
del Brasile la formazione della CUT nel 1983) nate per dare soluzione a problemi
o sorti in ambito sociale (EZLN - MST) o in ambito urbano (i Piqueteros in Ar-
gentina).
Uno di questi problemi è il rifiuto della privatizzazione che ha consentito la
nascita del Fronte Cinco di Arequipa e del Congresso Democratico del Pueblo,
‘‘istituzioni’’ la cui realizzazione è stata possibile grazie alla convergenza di diver-
se categorie sociali. Fra queste le associazioni studentesche hanno avuto un ruolo
indubbiamente rilevante tanto quanto i coordinamenti (p.e. il CLOC, la Rete in-
ternazionale dei movimenti sociali per arrivare al WSF). A livello di tecniche di
opposizione e di resistenza lo spettro non è in realtà molto ampio: andiamo dai
blocchi stradali, alle occupazioni delle terre o di edifici pubblici fino alle marce o
alle insorgenze. Nel contesto della pars construens, le scelte più costanti sono
state l’autogestione, la democrazia diffusa, il contratto popolare, scelte che ci ri-
portano al socialismo ottocentesco — e in parte all’anarchismo — e che sono —
dunque — ben lungi dall’essere originali.

53
13. NOTE SU ALCUNI NETWORKS MESSICANI

Al di là di MARCOS esistono in Messico networks che, con estrema efficacia,


hanno portato avanti una netta opposizione alla globalizzazione liberista. Vedia-
mone alcune brevemente
1. La RMALC nasce nel 1991 grazie alla stretta collaborazione di sindacati,
organizzazioni contadine, indigene, gruppi ambientalisti, ONG e ricerca-
tori. Il suo scopo primario fu quello di costringere il governo messicano a
pubblicizzare il contenuto del TILCAN e di proporre alternative eco-so-
stenibili. Ancora una volta la struttura a rete e il ruolo di Internet gli han-
no consentito di creare rapporti di solidale collaborazione con Networks
canadesi e americani. Tale alleanza gli ha consentito di globalizzarsi crean-
do la REPCJD all’interno del quale coesistono ben quindici organizzazio-
ni.
2. La Neta — anch’esso sorta nel ’91 — è una vera e proprio network di co-
municazione via internet che svolge funzione di provider. La sua estensio-
ne è tale da consentirgli di connettersi a 1.300 organizzazioni per creare
una globalizzazione elettronica alternativa (cioè di attuare una guerra psi-
cologica su larga scala via internet).
3. Nel 1998 è nata il CIEPAC, un centro di ricerca alternativa per studiare a
diversi livelli (sociale, politico ed economico) il Chiapas preparando con-
crete alternative. Oltre ad essere parte del REPCJO ha proficui collega-
menti con Networks americani quali GE, WFP E MSN.
4. Sempre nel 1998 nasce la ASC vera e propria struttura di coordinamento
nazionale che trova nella RMALC e soprattutto nei networks canadesi (CF
e RQIC) e in quella americana (ART) partners di vitale importanza. Gra-
zie all’ASC è stato possibile coordinare la prassi antagonista di 140 asso-
ciazioni in occasione del FORUM di Quebec. Ancora una volta l’ausilio
dello strumento elettronico, la configurazione a rete, la trasversalità colla-
borativa nazionale e sovrannazionale, l’esistenza di metodologia di lotta-
non convenzionali (dalla Guerra psicologica, all’ANV, alla Disubbidienza
civile etc.) hanno consentito di attuare azioni di contrasto — su breve pe-
riodo — efficaci.

54
Bibliografia elettronica

www.rmalc.org.mx
www.lareta.apc.org
www.ciepac.org

55
14. LA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA NELLA RIFLESSIONE
DI HILARY WAINWRIGHT

Secondo la giornalista inglese:


1) Le nuove forme di associazionismo devono promuovere un processo po-
litico di auto-governo che mettano in grado la società civile di soddisfare
gli interessi di tutti.
2) La democrazia partecipativa che emerge, prendendo in esame la gestione
del potere pubblico a Porto Alegre e quella a Manchester, a Lutor e in-
fine a Newcastle, hanno persuaso la giornalista della sua efficacia.
3) D’altronde una prova si era chiaramente manifestata a Seattle dove si era
creata una contro-forza politica su scala planetaria.
4) Uno dei numerosi elementi comuni alle esperienze di analisi è la consa-
pevolezza da parte dei cittadini che solo attraverso una inusuale alleanza
tra partiti, movimenti sociali e sindacali era possibile ridefinire una au-
tentica democrazia mettendo in discussione i partiti tradizionali.
5) Lo scopo delle associazioni, prese in considerazione dalla A., non è quel-
lo di prendere il potere ma quello di gestire in modo allargato e/o par-
tecipativo i beni pubblici evitando sprechi ripensando la rappresentanza
politica attraverso una contro-forza democratica e una democrazia inter-
nazionale orizzontale e trasversale.
6) La società civile ha la possibilità di superare la realtà esistente trasfor-
mando le relazioni sociali e opponendosi a scelte deleterie. Fra queste
— l’autrice sottolinea — l’opposizione alla privatizzazione (di acqua e
trasporti p.e.), opposizione volta a mantenere questi beni pubblici sotto
il contesto democratico. La democrazia partecipativa consente un coin-
volgimento elevato della società civile perché implica — se correttamente
applicata — ‘‘un contratto popolare e una parità politica’’.
7) Perché ciò si realizzi sono necessarie quattro condizioni: a) apertura del-
la democrazia alla base; b) regole comuni e trasparenti; c) autonomia
decisionale rispetto alle istituzioni; d) condivisione delle conoscenze.
8) Al di là dell’inopportuno riferimento all’opera di Holloway, l’A. conce-
pisce la democrazia partecipativa come complementare a quella tradizio-
nale in un’ottica non anarchica ma riformista. Non a caso per l’A. il PRC

56
italiano costiturebbe un esempio di integrazione delle due logiche cioè
quelle della democrazia partecipativa e di quella parlamentare.
9) A tale proposito l’A., propone la realizzazione di un ‘nuovo’ partito che
‘‘si impegni attraverso la sua struttura e cultura ad allearsi e a sostenere
movimenti indipendenti’’ contrariamente a quanto è accaduto all’ANC e
al PT che ‘‘hanno ceduto al potere del capitale privato e al mercato’’ tan-
to quanto i verdi tedeschi ‘‘le cui radici nei movimenti erano (...) troppo
deboli per resistere alle pressioni di assorbimento nello Stato’’. Al contra-
rio, il FSM rappresenta — almeno fino a questo momento — un ‘‘nuovo
internazionalismo partecipativo e pluralista’’.
10) È tuttavia significativo sottolineare — sotto il profilo storico — come i
riferimenti teorici dell’A. siano autorevoli rappresentanti della Teologia
della Liberazione (Freire) e addirittura del comunismo (come Gramsci).
Si ha l’impressione — insomma — che la democrazia partecipativa sia
una ‘variante strategica’ del comunismo tradizionale che ha — almeno
in parte — deluso le aspettative dei suoi sostenitori.
11) L’A. — come la stragrande maggioranza degli analisti — riconosce nel
movimento del ’68 un importantissimo antesignano della democrazia
partecipativa. In particolare il ‘‘movimento femminista, il sindalismo ra-
dicale di base etc.’’ ne sono un chiaro esempio.

57
15. IL MOVIMENTO CONTRO LE DIGHE IN INDIA *

1. Origini

Sorto alla fine del 1980 (più precisamente nel 1989) grazie a Medha Patkar,
fu l’esito della confluenza di tre organizzazioni indiane pre-esistenti: il NGDS, il
KMCS e il NGNS.

2. Organizzazione

A partire dagli attivisti dei villaggi locali e di quelli di città, si sono costituiti
due centri in località differenti che organizzano consultazioni collettive secondo
la logica della democrazia consensuale. Accanto ad essi, esiste il comitato di coor-
dinamento formato da intellettuali e attivisti. I finanziamenti prevengono in parte
dagli attivisti di città. A partire dagli anni novanta l’NBA ha intrecciato relazioni
strette con il NAPM e il JSM il cui spettro ideologico comprende la sinistra ra-
dicale e i socialdemocratici.

3. Metodi di lotta

1) consultazioni di massa per conseguire maggiore consapevolezza e quindi


maggiore coesione sociale;
2) alleanze transnazionali via internet per aumentare la pressione politica
(p.e. alleandosi con l’IRN e i FE;)

* Una lotta analoga per modalità è quella condotta al di fuori dell’India. Sia sufficiente pen-
sare al FRENTE PETENERO, al FRENTE CHIAPANECO, al Movimento Messicano contro le
dighe (MAPDER), al FRENTE NACIONAL GUATEMALTECO, al Copire in Honduras, alla
FECON in Costa Rica, al Gruppo Bajo Lempa in Salvador, alla KUNA e al BEIPO al Panama.
Naturalmente l’insieme di questi movimenti rifiuta radicalmente gli accordi AICA, Ppp e quelle
del CAFTA.

58
3) marce di lotta;
4) sciopero della fame;
5) denunce legali;
6) campagne mediatiche;
7) disubbidienza civile.

4. Reazione

1) Repressione violenta;
2) arresti;
3) minacce;
4) lauti finanziamenti al governo indiano.

5. Nemici

Se la lotta è iniziata per impedire la costruzione della diga di Narmada, ora-


mai la NBA si oppone alla privatizzazione dell’acqua e dell’energia elettrica da
parte delle istituzioni sovranazionali (come la BM, il FMI o l’OMC) e delle cor-
porations.

6. Ideologia

L’NBA può definirsi un movimento eco-pacifista con una forte presenza fem-
minile (a livello di attiviste di base). È evidente che — a livello di Comitato di
coordinamento — l’impostazione politica affondi le proprie radici ora nella sini-
stra radicale (cioè nel maoismo) ora nella sinistra riformista. La parola ‘‘glolocal’’
rende molto bene il senso di una lotta che — partendo da problemi locali — li
affronta a partire da ideologie ben connotate.

59
16. IL MOVIMENTO CONTRO LE SWEATSHOPS

1. Origini

Sorto agli inizi degli anni novanta (più esattamente nella primavera del 1998)
grazie a gruppi universitari americani (prevalentemente della Duke University) e
alla precedente esperienza maturata nell’UITE, ma soprattutto grazie alla WRC
Fondation 2000 (e della quale fanno parte l’AFL, CIO e la SAS).

2. Strutture

Esiste la Direzione (costituita da un coordinamento nazionale), che viene elet-


ta annualmente; esistono poi sette rappresentanti regionali e i campus universi-
tari. Esiste un ufficio permanente a Washington — sorto nel 1999 — con uno
staff di tre persone che svolgono mansioni -autonome ma intrecciate-quali:
1) la prassi di contestazione;
2) il coordinamento del programma di contestazione;
3) la raccolta fondi e la comunicazione. Accanto allo staff esistono commis-
sioni permanenti che si occupano di problematiche specifiche strettamen-
te collegata al Prison Moration Project, al National Student Youth Peace
Coalition e al CWA. Tuttavia il legame più stretto (dovuto alla consistente
elargizione) è quello usato con l’AFL-CIO e con l’UITE

3. Ideologia

La SAS può definirsi come un movimento sindacal-studentesco di matrice ri-


formista e anti-militarista.

4. Tecniche di lotta

La prassi contestataria si attua attraverso

60
1) mobilitazioni;
2) picchettaggi;
3) sensibilizzazione della massa operaia;
4) organizzazione di scioperi;
5) denunce legali.

5. Nemici

Tutte le industrie (nazionali e transnazionali) che violano — in modo grave e


reiterato — i diritti dei lavoratori. Le SAS attuano — dunque — una opposizio-
ne alla globalizzazione neo-liberista a partire dal diritto sul lavoro, a partire dun-
que da un problema specifico.

61
17. LA LOTTA DI RESISTENZA
NELL’AMAZZONIA ECUADORIANA

1. Premessa

Numerose multinazionali petrolifere (europee e non) hanno sfruttato le risor-


se energetiche dell’Amazzonia ecuadoriana — raccomandandosi sovente con
l’FMI, BM, l’OM e il governo USA — incontrando numerose resistenze presso
le comunità eterodirette sotto il profilo ideologico e organizzativo da organizza-
zioni e ong di matrice eco-pacifista.

2. Organizzazione

Le principali multinazionali coinvolte possono essere indicate cosı̀ di seguito:


Cgc (Argentina), Bri (USA), Repsol-YPF (Spagna ed Argentina), OPC
(USA), CE (canadese), EC (canadese), PetrobrA s (canadese), Petroecuador
(Ecuador), Agip (italiana), China petroleum (cinese), Perenco (francese), Petro-
condor (americana) e Tripetrol holding inc (Ecuador).

3. Metodi di lotta

Le comunità indigene hanno attuato le seguenti modalità conflittuali:


1) denunce legali;
2) cortei;
3) pressione — attraverso organizzazioni internazionali — sulle multinazio-
nali, sulle istituzioni politiche e sulla stampa;
4) campagne di sensibilizzazione;
5) mediazione con le autorità (locali e non);
6) costituzioni di associazioni a tutela delle comunità indigene;
7) ricerca di alleanze con sindacati e partiti nazionali e non;
8) blocchi stradali;
9) sciopero;

62
10) lettere di protesta;
11) sequestro — provvisorio — di mezzi e uomini per boicottare;
12) blocco dei pozzi.
In conclusione l’azione diretta si è attuata ora attraverso l’azione non violenta
ora attraverso la disobbedienza civile. Sul fronte strettamente comunicativo la
guerra psicologica — è stata utilizzata abbastanza spesso in modo efficiente.

4. Organizzazioni di resistenza

Gran parte di queste organizzazioni si sono fatte sostenitrici di un program-


ma politico contrario alla globalizzazione (e quindi contrario alle politiche di ag-
giustamento strutturale del FMI, dell’OMC e della BM) e favorevoli alla speri-
mentazione di forme di democrazia allargata con relativa implementazione delle
municipalità locali. Le più rappresentative sono state: Acion Ecologica, l’Assem-
blea generale Sarayatu, Asociation de Centros Indı́genas de Pacayacu, FINAE (e
strettamente legale alla FICSH e alla FIPSE), la Federación Internacionalidades,
CDES, Pachamama, Amazon Watch, Federazione dei popoli Shnar, Friends of
the Earth, CORDAVI, Comitato per i diritti umani di Shushunfindi, Comitato di
difesa del Cuyabeno, FOCAN, Commissione ecunemica dei diritti umani ACIA,
Comité Defensa Ambiental, FOBOMADE, CEDIB, Suprana, Cooperativa Ru-
kullakta, Rincancic, Recoka, Freite de Resistencia a la Actindad petroliera,
UPIT, Frente de Defensa de la Amazonı́a.

5. Reazione delle multinazionali

È necessario precisare che le multinazionali hanno promosso associazioni e/o


fondazioni fittizie (fra le quali DAIMI SERVICE, la ONHAE, Fundación Re-
psol-YPF, Fundación Nanpaz, FUNEDESIN, Fondazione J. Sacha) che sono
state in grado di ostacolare le associazioni antagoniste e attivare — molto spesso
— una efficace contro informazione promuovendo numerose divisioni all’inter-
no delle associazioni indigine. In merito alle metodologie di contro-offensiva, qui
di seguito, elenchiamo le tecniche usate dalle multinazionali:
1) compensazione economiche;
2) frode;
3) cospirazione;
4) divisione le comunità indigene;
5) manipolazione dei referenti delle associazioni;

63
6) disinformazione;
7) repressione militare o attraverso le F.A. locali o attraverso gruppi parami-
litari esistenti o — infine — attraverso la realizzazione di gruppi parami-
litari ad hoc;
8) minacce;
9) colonizzazione soft che si concretizza nella creazione di parchi o riserve
forestali;
10) compromessi e/o accordi con le comunità indigene;
11) campagne pubblicitarie;
12) esproprio degli abitanti;
13) cooptazione;
14) condizionamento culturale autonomo (diretto da agenzie appartenenti
alle multinazionali) o condizionamento collaborativo (in stretta relazione
con le autorità politiche e religiose locali);
15) collaborazione con l’intelligence con finalità o di contro informazione o
di counter-insurency;

6. Conclusione

Al di là delle metodologie usate dalle multinazionali è doveroso fare osservare


che un numero tutt’altro che ristretto di associazioni indigene, ong e movimenti
eco-pacifisti ha assunto (e assume) una posizione di assoluta intransigenza nei
confronti della necessità delle estrazioni petrolifere, di assoluta intransigenza
nei confronti del modello di sviluppo occidentale e — di contro — nella assoluta
fiducia della validità di modelli alternativi in campo economico e politico.

64
18. ATTIVISMO JAMMING

1. Origine

Il termine jamner è stato usato da Kalle Lash nel 1991 per connotare una
nuova ‘stirpe’ di attivisti. Lash (ex analista del Dipartimento di Difesa australia-
no e celebre documentarista) ha fondato la rivista ‘‘Adbusters’’, la Adibuster
Media Foundation, l’agenzia di comunicazione Powershift e il network Culture
Jamner per conseguire precise finalità. L’ufficio centrale è a Vancouver (Canada)
presso l’AMF. Lash ammette esplicitamente di aver trovato il termine in un ar-
ticolo del ‘Times’ relativo ad una band di San Francisco che aveva usato proprio
l’espressione ‘Culture Jamming’ in un album per indicare radioamatori america-
ni che promuovevano una vera e propria campagna di disturbo radiofonico. La
loro eredità è stata raccolta dall’A. allo scopo di organizzare raduni di massa con-
tro il consumismo e quindi contro le implicazioni del capitalismo.

2. Scopi

Le finalità delle agenzie realizzate da Lash si propongono l’ambizioso proget-


to di:
1) rovesciare le attuali strutture di potere allo scopo di modificare profonda-
mente;
2) creare i presupposti di una nuova rivoluzione culturale analoga — per im-
portanza e portata — a quella per i diritti civili, del femminismo e dell’at-
tivismo eco-pacifista.

3. Composizione politica

Per ammissione dello stesso Lash i membri della Culture Jamner provengono
dalla sinistra verde, dal fondamentalismo cristiano e dal punk anarchico.

65
4. Organizzazione

La struttura a rete consente la coesistenza dialettica di diverse identità politiche.

5. Nemici

1) Le corporations che hanno distrutto l’America;


2) i leaders politici al servizio delle corporations;
3) la sub-cultura consumistica che ci condiziona neutralmente;
4) l’omogeneità culturale americana nel mondo;
5) l’ecocidio delle corporations.

6. Referenti

Al di là dell’attivismo degli anni Sessanta, Lash riconosce nella disobbedienza


civile, nell’uso delle tecniche non violente e nelle analisi situazioniste i principali
referenti.

7. Metodi di lotta

1) Blocco stradale;
2) smantellamento dei cartelloni pubblicitari;
3) creare contro pubblicità prendendo la pubblicità di una corporation per-
farne la parodia modificandone il significato originale;
4) cyber petizioni;
5) sit-in virtuali allo scopo di mandare in tilt un sito Internet;
6) sito di protesta per promuovere una adeguata campagna di contro infor-
mazione;
7) azioni dirette di protesta;
8) dopo aver individuato la corporation l’A. consiglia di proseguire per due
anni nella propria protesta;
9) promuovere azioni legali;
10) screditare le corporations (p.e. quelle alimentari come la Midland o la
Cargil);
11) creare media alternativi per contrastare il contratto del flusso di informa-
zioni determinato dalla T.C.I., dalla Time warner o dal gruppo Murdoch;
12) petizioni.

66
8. Conclusione

Al di là dell’elogio acritico del ’68 e di Debord, l’A. è conscio dei precedenti
fallimenti ma ostenta fiducia e ottimismo nonostante il fatto che le metodologie
di lotta da lui indicate non siano altro che una sorta di cybersituazismo abbinato
alle classiche tecniche di Thoreau, King e Gandhi.

67
19. MODALITÀ OPERATIVE DELLA CONFLITTUALITÀ
NON CONVENZIONALE IN IRAQ E PALESTINA

La maggior parte delle associazioni, delle ONG pacifiste e anti-militariste


presenti in Iraq e in Palestina rifiutano programmaticamente il ricorso sia alla
guerra civile che al terrorismo e accettano l’uso di modalità operative antagoniste
tipiche della conflittualità non convenzionale, incoraggiando e organizzando la
resistenza non violenta.

1. Principali soggetti coinvolti

1) Il MAN co-fondato da Muller;


2) il Non violent Peaceforce coordinato da Grant;
3) Urgente per;
4) Centro Gandhi di Pisa;
5) Centro Studi Sereno Reio di Torino;
6) Associaizone Berretti Bianchi;
7) Secours Cathelique diritto da Roy;
8) EAP
Tutte queste organizzazioni hanno agito ora in Iraq ora in Palestina coordi-
nandosi con analoga associazioni presenti in Palestina e in Iraq.

2. Scopi politici

Sono individuabili due finalità fondamentali:


1) liberare il popolo palestinese dalla oppressione israeliana;
2) liberare il popolo dalla invasione americana. In entrambi i casi l’unica mo-
dalità accettata è la resistenza non violenta (a tale riguardo è doveroso pre-
cisare che le associazioni europee, USA e palestinesi hanno formulato un
giudizio lusinghiero della Intifada).

68
3. Modalità operative

1) Negoziazione;
2) attuazione di una capillare e coordinata operazione di contro informazione
rivolta all’opera pubblica;
3) coordinamento di azioni graduate di resistenza non violenta (sit-in, veglie
e marce);
4) attuazione della tecnica della disobbedienza civile (p.e. il boicottaggio, lo
sciopero ristretto e allargato);
5) creare organizzazioni che siano in grado di coordinare l’ANV;
6) realizzare la contro informazione o su supporto cartaceo o su supporto in-
formatico;
7) illustrare l’efficacia dell’ANV attraverso esempi storici e video.

4. Connotazione ideologica

Non è certo arduo — al di là della molteplicità delle organizzazioni — prevale


un minimo comune denominatore caratterizzato dall’:
1) anti-militarismo;
2) anti-americanismo (inteso come opposizione alla politica estera reazionaria
bellicista);
3) dalla opposizione ferma alla politica israeliana;
4) dalla opposizione alle regole della diplomazia tradizionale;
5) e dalla opposizione al terrorismo.

69
Parte Terza
1. IL MONDO LETTO ATTRAVERSO
L’ANALISI DEL WORLD WATCH INSTITUTE

Di particolare interesse sono i cap. VII e IX del Rapporto 2004, poiché da


essi emerge in modo chiaro l’ideologia che sorregge l’analisi del celebre istituto.
Renner del cap. VII sottolinea quanto segue:
1) le spese militari sono profondamente dannose perché tolgono risorse ai
programmi socio-ambientali;
2) hanno gravi ripercussioni ambientali e portano al saccheggio e alla deva-
stazione quando si concretizzano in operazioni di guerra e, non meno de-
vastanti, sono — per l’A. — le armi leggere. Sul Plan Colombia il giudizio
è di assoluto rifiuto. Indipendentemente dalla valutazione assolutamente
negativa della amminstrazione Bush, l’A. sottolinea la nefasta influenza
della NRA proprio sulla politica americana. Tornando alla spesa militare
oltre che determinare un aumento a spirale della violenza questa andrebbe
strutturalmente ridimensionata per fare posto alla Difesa non violenta.
D’altra parte, la lotta al terrorismo ha consentito proprio l’aumento della
spesa militare e ha intaccato profondamente i diritti umani. Per tale ragio-
ne sarebbe opportuno ‘smilitarizzare’ il concetto di sicurezza.
Gli autori (French, Gardner e Assadurian) nel cap. IX compiono un’analisi
indubbiamente di maggiore respiro. Da parte USA aver dichiarato guerra — sca-
valcando l’ONU — è stato un gravissimo errore.. Secondariamente le politiche
di aggiustamento strutturale dell’FMI e del WTO sono da condannare. Anche
autori come Renner sono a favore di una drastica riduzione degli armamenti.
Tuttavia la parte più interessante è indubbiamente quella relativa alle alterna-
tive:
1) gli A. valutano positivamente l’esperienza di gestione politica ed economi-
ca di Porto Alegre (e quindi implicitamente la gestione politica del PT);
2) riconoscono la centralità delle ONG, della società civile, dei Social Forum,
del movimento pacifista del 2003 (in particolare l’UPJ americano), la cen-
tralità delle nuove tecnologie comunicative (p.e. Internet), valutano posi-
tivamente l’azione dell’OMG Witness (che — detto per inciso — procura
a paesi poveri attrezzature tecnologiche volte a organizzare manifestazioni)

73
delle ONG nell’essere riusciti a detronizzare Estrada, presidente delle Fi-
lippine.
Infine propongono:
3) il superamento delle logiche usuali della diplomazia internazionale attra-
verso Network globali che siano in grado di partecipare alle decisioni di
politica economica, il rafforzamento dell’azione formativa attraverso le
scuole, i media e le confessioni religiose (che hanno svolto un ruolo rile-
vante nel movimento di Gandhi, nelle lotte per i diritti civili e nel movi-
mento anti-nucleare) e auspicano — da parte di Network, ONG e asso-
ciazioni — l’uso di grandi mobilitazioni strategiche affinché possano avere
una efficacia maggiore.

74
2. IL MONDO LETTO ATTRAVERSO
L’ANALISI DEL SOCIAL WATCH (RAPPORTO 2004)

Complessivamente il rapporto sottolinea l’urgenza di ridimensionare profon-


damente le spese militari a vantaggio di altri settori considerati prioritari. In se-
condo luogo, il ruolo dell’ONU è esente da qualsiasi critica che ne possa inficiare
il ruolo di mediatore internazionale tanto quanto quello delle ONG.
Proprio per questo, emerge con nettezza un vero e proprio manicheismo ideo-
logico che si evidenzia nella relazione sull’Italia (redatta da organizzazioni che
hanno contribuito in modo significativo al GSF), sulla Palestina (ora Israele è ri-
tratto come un paese aggressore e negatore dei diritti umani, valutazioni che age-
volmente possiamo incontrare nella pubblicistica della sinistra radicale), sull’USA
(ora l’amministrazione Bush è descritta in termini assolutamente negativi), sull’I-
raq (relazione nella quale si condanna l’intervento USA) e infine la relazione sul
Venezuela che — al contrario — esprime una valutazione entusiastica della poli-
tica di Chavez. Tutt’altro che marginale è poi il ruolo che spetterebbe alle ONG
nel definire i contenuti della politica dell’Unione Europea. D’altronde le risultan-
ze delle analisi compiute e delle prospettive presentate si cotruiscono a partire
dalla definizione di sicurezza data da Thakut delle Università delle Nazioni Unite
ed ancora una volta — sia detto non senza una certa ironia — il ruolo delle ONG
viene enfatizzato a tal punto da ritenere che il loro ruolo sia fondamentale nell’e-
laborare strategie ‘‘finalizzate al raggiungimento degli standard di sicurezza uma-
na e ad una migliore comprensione della concezione della sicurezza umana’’.
Vediamo — ora — di illustrare nel dettaglio le argomentazioni degli autori: in
merito al Brasile l’unica nota positiva consiste nel sottolineare l’importanza delle
ONG in merito alle mobilitazioni a favore del disarmo.
In relazione all’Egitto si osserva quanto segue:
1) le ONG (ancora una volta) dovranno tenere corsi di formazione sulla ef-
fettiva partecipazione popolare all’amministrazione sociale;
2) le ONG dovranno assumere un ruolo di monitoraggio popolare sulla per-
formance dello Stato;
3) le ONG dovranno farsi promotrici della eliminazione dei tribunali di sicu-
rezza dello Stato e dovranno liberare i mezzi di informazione dal controllo
del governo.

75
Per quanto concerne la Germania, le fonti interpretative sulla situazione po-
litico-economica, sono mutuate dalla DGB, dalla DW e da ATTAC, fonti la cui
Parzialità è nota. Sia sufficiente rilevare — a tale proposito — le affermazioni
seguenti: ‘‘ATTAC definisce catastrofici gli effetti della riforma fiscale e della ri-
forma del mercato del lavoro’’; ed ancora: ‘‘le agenzie di soccorso delle chiese
hanno espresso la loro preoccupazione per il fatto che i confini tra cooperazione
allo sviluppo e spesa militare diventano sempre più indistinti’’.
In relazione all’Iraq — aldilà della scontata valutazione negativa sulla guerra
— ci pare significativa la tesi secondo la quale ‘‘i militari non dovrebbero impe-
gnarsi (attraverso p.e. l’OTHA ndr) nell’assistenza umanitaria’’.
Per quanto concerne l’Italia — a parte lo scontato giudizio negativo della po-
litica berlusconiana — è degna di nota la affermazione seguente: ‘‘meritano cosı̀
di essere sottolineate le iniziative dei girotondi (...), quella dei sindacati’’. Guarda
caso l’analisi della situazione del nostro paese è compiuta dall’ARCI e dalle
ACLI, associazioni strettamente legate a ben specifiche realtà ideologiche e po-
litiche del nostro paese.
Sulla questione della Palestina l’aperta partigianeria è lampante là dove — a
conclusione dell’analisi — gli estensori della relazione sostengono le reti di ONG
che vorrebbero ostacolare la realizzazione del Muro. Inoltre, osservano che que-
sto problema è stato — guarda caso diremmo noi — sollevato dal WSF a Mum-
bai nel 2004.
Sul Paraguay uno dei ‘bersagli’ di maggiore peso è il ruolo delle F.A che han-
no raggiunto una posizione inaccettabile — perché inviadiabile — ‘‘nella strut-
tura del potere’’.
La proposta o l’alternativa è improntata alla radicalità: ‘‘le F.A sono assolu-
tamente sorpassate (...) anche perché mettono a rischio la stabilità politica e osta-
colano lo sviluppo umano’’. Insomma ‘‘sono diventate un ostacolo e persino una
minaccia’’.
Anche nel caso del Perù si sottolinea come la ‘‘delega del potere alle F.A’’ sia
assolutamente nefasta tanto quanto il rafforzamento del servizio segreto naziona-
le.
Pur riconoscendo — a malincuore — che tutto ciò ha permesso la elimina-
zione di Sendiero luminoso e del MRTA, i relatori non possono fare a meno
di constatare lo sfruttamento elettorale del loro successo.
Per gli USA sia sufficiente sottolineare che tutta la politica della amministra-
zione Bush dopo l’11 settembre, viene dai relatori condannata senza appello.
L’analisi del Venezuela è semplicemente volta ad evidenziare i rilevanti suc-
cessi della politica economica (in particolare agricola) del governo Chavez.

76
3. IL MONDO LETTO ATTRAVERSO L’ANALISI
DELL’ASSOCIAZIONE SOCIETA INFORMAZIONE ONLUS

È necessario premettere, per una maggiore correttezza dell’informazione,


che:
1) tale ONLUS è stata possibile grazie alla CGIL, all’ARCI, a LEGAM-
BIENTE, ad ANTIGONE, al CNCA e al FORUM AMBIENTALISTA;
2) e, in secondo luogo, che alcuni relatori prevengono notoriamente o dalla
sinistra extraparlamentare degli anni Settanta o dalla lotta armata (come
Bellosi e Segio).
Incominciamo la nostra breve analisi facendo riferimento al Rapporto 2004.
1) In merito ai nuovi movimenti sociali il Rapporto non può che esprimere
una valutazione positiva (p. 509) sottolineando in particolare la positività
di un ritorno alla partecipazione giovanile.
2) In relazione al ruolo dei CSA vengono citati con favore sia la Rete No Glo-
bal che la manifestazione tenuta il 28 febbraio in solidarietà con Officina
99 (p. 509).
3) Anche le occupazioni scolastiche rappresenterebbero un nuovo protago-
nistmo della scuola (p. 510). Non a caso contro la riforma Moratti si cita
con favore una proposta collettiva firmata da associazioni che hanno con-
tribuito alla capillarizzazione del movimento no-global (e fra queste AT-
TACC, ARCI, COBAS scuola, Mani Tese, PAX CHRISTI etc.).
4) Sulla problematica del terrorismo (tema particolarmente caso a Segio e a
Bellosi) si pone l’enfasi sulla criminalizzazione dei CARC di Maj, del sin-
dacalismo di base e dei CSA. Tale criminalizzazione sarebbe il frutto di un
tentativo di utilizzare l’emergenza terrorismo per ‘‘isolare il vasto movi-
mento di opposizione alla guerra’’.
5) Sulla problematica della giustizia, i relatori condannano duramente lo spi-
rito di vendetta nei confronti di Sofri, di Battisti e della Baraldini.
6) Particolarmente significative — per le nostre finalità — sono i contenuti
delle interviste a don Ciotti e a Anastasia. Le riflessioni del sacerdote (fon-
datore del gruppo Abele e di Libera) ruotano ai seguenti assi portanti:
1) fine dell’occupazione irachena;

77
2) fine dell’occupazione della Palestina;
3) piena solidarietà al movimento pacifista;
4) pieno sostegno al WSF;
5) non esistono guerre giuste poiché guerra e umanità sono termini in-
compatibili;
6) la mobilitazione della società civile è fondamentale. Veniamo ora ad
Anastasia (presidente di Antigore). Sul problema di Guantanamo l’o-
pinione è chiara: il rispetto dei diritti umani è imprenscindibile. Quan-
to alla guerra preventiva continuarla equivale a far perdere all’occiden-
te la propria identità. Anche per questo bisogna superare una visione
etnocentrica e relativistica dei diritti umani e negare qualsiasi legittimi-
tà alla real-politik della guerra al terrorismo.
6) Nella sezione dedicata a ‘‘Guerre, terrorismi globali’’ (p. 657) riassumia-
mo sinteticamente le opinioni dei relatori:
1) le operazioni militari armate recentemente sono state fallimentari;
2) la guerra non è una soluzione accettabile;
3) infine condannano l’uso, da parte del potere politico ,delle F.A senza
mezzi termini;
4) implicitamente accusano gli USA di volere militarizzare il mondo de-
stabilizzandolo (citano con favore le iniziative della Rete Control Ar-
mi);
5) significativo — per le nostre finalità — il fatto che citino favorevol-
mente Naomi Klein;
6) un giudizio di condanna viene formulato nei confronti dell’insensata
guerra in Kossovo e Afghanistan;
7) la politica di Sharon è giudicata completamente negativa anche per-
ché responsabile della esclation. Gioco forza sottolineare che sia la
Road Map che il Muro sono condannati senza mezzi termini anche
appoggiandosi alle riflessioni di Said uno dei più noti intellettuali an-
ti-israeliani. Per quanto concerne la strategia USA, contro il terrori-
smo il giudizio è netto: è stata non solo un fallimento totale
(p. 668) ma ha contribuito ad estenderlo. A sostegno di tale opinione,
gli A. riportano per esteso le valutazioni di Benetollo (presidente AR-
CI), Di Salvo (segretario CGIL) e di Ciotti che sono di unanime con-
danna delle scelte USA in materia di politica estera.
8) Anche le contromisure prese da Putin contro il terrorismo ceceno so-
no valutate in modo assolutamente negativo (p. 691) utilizzando le
considerazioni di Sofri e come fonti ‘‘Le Monde Diplomatique’’ e
Peacelink (il più importante network pacifista italiano). Ancora più

78
significativa la bibliografia (p. 727) dalla quale emerge che il 90% del-
le informazioni è presa dall’‘‘Internazionale’’ e dalla quale mancano in
modo macroscopico fonti diverse (come quelle delle riviste militari
nazionali e non).
9) Dall’intervista a Panzieri (responsabile CGIl per l’Europa) emerge la
volontà di contrapporre agli USA l’ONU e l’UE anche attraverso il
FSE;
10) anche la Di Salvo condivide questa volontà di contrapporre (aggiun-
gendovi anche il Mercosur in linea con quanto dichiarato da Chavez).
Ovviamente (p. 840) l’elogio verso il FS mondiale, di Mumbai non
può essere separato dalla difesa del CUT di cui si riconosce il contri-
buto decisivo.
11) Quanto rilevante sia oramai la capacità attraverso le organizzazione di
destabilizzare, lo possiamo agevolmente desumere dalle proteste
(2003) organizzate in Bolivia contro la politica emenergetica (super-
fluo osservare che gli A. sono favorevoli).
12) Il fallimento del vertice di Cacun viene valutato con gioia dagli A. i
quali — per esteso — riportano le valuazioni di CARTA, di Legam-
biente e dell’ARCI.
13) Cosı̀ come la critica alla logica delle multinazionali è radicale altrettan-
to lo è l’elogio dell’EZLN;
14) altrettanto elogiativo è il ritratto fatto dal WSF di Mumbai la ricostru-
zione del quale viene affidata a fonti non certo neutrali (fra queste:
Unimondo, il Manifesto, ATTACC, etc.).
15) Pur a denti stretti gli A. devono riconoscere che il governo di Lula ha
dovuto cedere a compromessi numerosi per quanto non si spingano
ad affermare che Lula abbia in gran parte tradito le aspettative del
FS di Porto Alegre. Realisticamente parlando,ci sembra che Lula
sia più preoccupato di consolidare la Leadership nell’America Latina,
in un contesto di classica politica di potenza, piuttosto che venire in-
contro alla esigenza del MST.

79
4. LA REALTÀ INTERNAZIONALE LETTA
ATTRAVERSO LA RIVISTA ‘‘GIANO’’

Non c’è dubbio che l’impostazione complessiva della pubblicazione sia di na-
tura antagonista e condivida buona parte di quanto affermato dai precedenti pa-
ragrafi.
L’anti-militarismo radicale si coniuga infatti con l’anti-imperialismo USA op-
tando per una visione della realtà molto simile a quella di riviste come ‘Mosaico
di Pace’ o ‘LatinoAmerica’.
A tale scopo precederemo — seppure sommariamente — a evidenziare alcuni
aspetti specifici della disinformazione.

1. N. 34/2000

A p. 83 del volume viene redatta una Costituente per la pace che rappresenta
una vera e propria pars construens assai simile a quella di Porto Alegre. Quali
sono le proposte degli estensori?
1) Neutralità dell’Italia e dell’Europea;
2) assoluta illegalità del nuovo concetto strategico della NATO;
3) mobilitazione per la chiusura delle basi NATO in Italia;
4) gli interventi umanitari delle F.A. contraddicono in modo eclatante i di-
ritti umani;
5) è inaccettabile la pretesa di monopolio dei diritti umani da parte della
NATO e dell’occidente in generale;
6) disarmo e smilitarizazione;
7) sospensione della produzione e della vendita di armi;
8) rifiuto dell’esercito professionale;
9) l’istituzione della difesa popolare non violenta o DPN;
10) attuazione di una campagna contro la logica degli embarghi;
11) eliminazione completa del segreto di Stato;
12) attuazione di una democrazia partecipativa che oltrepassi il Consiglio di
Sicurezza dell’ONU.
A conclusione seguono le firme di quelle associazioni che hanno promosso

80
questa costituente, la maggior parte delle quali hanno svolto un modo determi-
nante nel contesto del dissenso no global in Italia: LOC, Rivista Guerra e Pace,
Commissione Pace, PRC, Cgil, Fondazione B. Russell. Tuttavia la presenza più
significativa al livello politico è quella del PRC con il Forum delle donne, con la
commissione Pace PRC, con il Gruppo Diritto e giustizia della Federazone ro-
mana del PRC.

2. N. 45/2003

Nell’articolo di Peruzzi dedicato al pacifismo (p. 186) l’A. traccia una breve
storia del pacifismo italiano contemporaneo a partire dalla guerra in Iraq.
L’A. si fa portavoce del pacifismo radicale (quello di Fortini e Balducci) e quindi
del movimento no global.
Nell’articolo di Cortesi — oltre alle denunce tradizionali contro gli USA —
l’A. prende posizione a favore della eroica resistenza irachena (p. 115). Anche
Lannutti (p. 67) — dopo aver indicato i tredici gruppi che promuovono la resi-
stenza in Iraq — afferma che l’attacco diretto contro le truppe di occupazione
sia legittimo.
Infine nell’articolo della Cotone, l’A. si fa portavoce delle esigenze della ONG
‘‘Pengon’’ che si batte contro il muro israeliano definito un muro dell’Apartheid.

3. N. 36/200

Nel primo articolo Moscato difende la continuità tra Castro e il Che in mate-
ria di politica economica.
Nel secondo articolo Nobile attribuisce alla controrivoluzione USA il falli-
mento del movimento sandinista in Nicaragua per quanto non possa negare l’e-
sistenza di numerose contraddizioni all’interno della politica agraria sandinista.
Nel terzo articolo della Rossi si evidenzia come il Plan Colombia sia una ben
misera giustificazione della militarizazione in Colombia, militarizzazione portata
avanti — p.e. — attraverso i FOL.
La tavola rotonda animata da Cortesi, Accame, Ferrajoli e De Lutiis è di par-
ticolare interesse. Se nella prima parte gli A. mostrano un cauto ottimismo sulle
alternative perseguibili rispetto al nuovo ordine mondiale (additando nel pacifi-
smo, nella neutralità dell’Italia alcune soluzioni concretamente perseguibili), nel-
la seconda parte gli A. compiono una ricostruzione della storia del nostro paese
partendo dai seguenti presupposti:

81
1) non è accettabile l’ampliamento della base di Aviano;
2) la riforma dell’Arma è quanto mai inquietante;
3) la secretazione degli archivi dei servizi segreti non è accettabile;
4) la presenza delle basi è una inaccettabile limitazione della sovranità;
5) la NATO agisce in modo anti-democratico;
6) l’esercito professionale è pericoloso per la democrazia;
7) la presenza — nella base NATO di Verona — di un Ufficio di guerra psi-
cologica è inquietante;
8) l’attività dell’UCSI è illegale;
9) la limitazione del potere dei comunisti in Italia è stato — in modo anti-de-
mocratico — attuato con strutture come la Gladio. In conclusione, l’ottica
con la quale gli A. hanno letto la presenza della NATO (fin dal ’49) e dei
servizi, è assolutamente speculare a quella dell’ex Patto di Varsavia e delle
informazioni attuate dai Partigiani della Pace.

82
5. LA REALTÀ INTERNAZIONALE
LETTA ATTRAVERSO L’ARCHIVIO DISARMO *

I presupposti attraverso i quali l’A. — Simoncelli — analizza la realtà inter-


nazionale (quella per inciso dell’America Latina, dell’Asia e dell’Europa dell’Est)
possono essere brevemente riassunti nel seguente modo:
1) il liberismo è oramai diventato non solo una nuova religione ma è dive-
nuto il principale strumento egemonico delle multinazionali (americane
ed europee);
2) la sua pervasiva e capillare presenza nel mondo attuale porta a schiaccia-
re ogni resistenza della società civile (p. 12);
3) la BM e l’FMI sono indubbiamente i principali strumenti politico-econo-
mici attraverso i quali la globalizzazione liberista ha concretato la propria
progettualità smentendo de facto l’ONU e aumentando il divario tra pae-
si poveri e ricchi;
4) particolarmente nefasta si è rivelata la presenza della globalizzazione libe-
rista nel Terzo Mondo dove la ‘‘ricchezza in molti di questi paesi’’ (p. 23)
è divenuta oggetto dell’interesse predatorio delle multinazionali suppor-
tate dalle istituzioni economiche sovranazionali.
5) Concretamente la presenza nel Terzo Mondo ha portato alla nascita di
una nuova forma di colonialismo, quello globalizzato, che come quello
tradizionale afferma la propria volontà anche attraverso la guerra (e quin-
di attraverso ‘‘eserciti regolari e(..) gruppi paramilitari’’ (p. 28) ma so-
prattutto attraverso le guerre asimmetriche che alimentano conflitti in-
ter-statali, conflitti secessionisti e intranazionali (p. 29);
6) come sempre l’insieme di questi conflitti alimenta la spesa militare e co-
stituisce un ottimo affare per le industrie militari (p. 33);
7) di fronte a questa nuova realtà l’ampliamento della NATO (e quello della
Marina italiana con la costruzione della Cavour ma anche della Garibal-
di) rientra in un progetto più ampio che è quello della globalizzazione
militare che precede parallelamente e quella economica;
8) Francia e UK si stanno dimostrando particolarmente attrezzati a svolgere

* Archivio Disarmo, a cura di Simoncelli Maurizio, Le Guerre del silenzio, Ediesse 2005.

83
azioni di penetrazione economica e politica del Terzo Mondo. Quanto
agli USA questi portano avanti la loro politica tradizionale del ‘Big
Strick’ e del dollaro.
9) A tale proposito il nuovo imperialismo USA ha rafforzato la propria po-
litica nucleare attraverso la NPR del marzo 2002 aumentando l’instabilità
internazionale.
10) In questo contesto drammatico la manipolazione dell’informazione è de-
cisiva tanto quanto è necessario contrapporsi ad essa attraverso media al-
ternativi o publicazioni alternative (quali Nigrizia o le informazioni delle
ONG). Ebbene analizzando — alla luce di questi presupposti — la situa-
zione messicana (pp. 251-258), l’A. prende chiaramente posizione a favo-
re dell’EZLN: ‘‘le comunità continuano a lavorare per la costruzione di
un’alternativa, per l’utopia di un mondo diverso, un mondo che, conten-
ga tutti i mondi’’ (p. 258) e rileva — unitamente alla organizzazione Mani
Tese — la inammissibilità della guerra a bassa intensità codificata dal
‘‘Manuale di guerra irregolare’’ del Ministero della Difesa messicano.
In merito alla situazione in Sri Lanka, l’A. ritiene equipollente sia la
LTTE che il PTA governativo in quanto entrambi hanno portato alla vio-
lazione dei diritti umani. Anche le contromisure attuate dal governo filip-
pino contro la guerriglia islamista, vengono ritenute estremamente gravi
perché portatrici di inaccettabili violazioni dei diritti umani. Analizzando
la situazione in Colombia, l’A. condanna la legittimità del Plan Colombia
e di tutte le contromisure attuate dal governo per contrastare le FARC.
In particolare, il coinvolgimento USA (p. 267) è ritenuto assolutamente
nefasto.

84
6. PACE E NON VIOLENZA SECONDO L’IPRI

Allo scopo di comprendere quale sia l’interpretazione dell’IPRI sulla proble-


matica pacifista, faremo riferimento alle riflessioni del suo segretario Giovanni
Salio, organizzandole in modo tematico per maggior chiarezza e semplicità.
Politica. La concezione non violenta della politica rifiuta radicalmente l’inter-
pretazione machiavellica (si veda p.e. Krippenderf)
Violenza. L’A., in buona sostanza, condivide le tre definizione di violenza date
da Galtung, Guiducci e Pontara tutte fra l’altro profondamente simili.
Non violenza. Proprio a partire dalla interpretazione della violenza è possibile
definire la non violenza. Questa — secondo l’A. — può essere negativa o posi-
tiva.
La prima è l’insieme delle modalità operative non convenzionali che ben co-
nosciamo; mentre quella positiva — relativa ai fini — è il risultato di una precisa
concezione antropologica, storica ed economica. Ebbene la non violenza positiva
deve fare riferimento ad un contesto nel quale etica e politica si completano e
non si oppongono come nella concezione tradizionale della politica ma nello
stesso tempo deve acquisire un elevato grado di consapevolezza superando l’ac-
quiscienza e l’assuefazione. Concretamente l’ODC è più in generale, la disobbe-
dienza civile esemplificano chiaramente la volontà di cambiare la prassi.
Democrazia. L’abbinamento di democrazia e non violenza (teorizzato in forma
organica da Capitini) consente di superare radicalmente una concezione pura-
mente formale della democrazia.
La Difesa non violenta. Sulla scia di Pontara e soprattutto di Drago anche l’A. è
persuaso che la DPNV sia in grado di modificare proficuamente lo status quo
attenendosi a semplici regole:
1) astenendosi dalla violenza diretta;
2) attuando una vasta gamma di teniche graduate che vanno dalla sensibiliz-
zazione alla non collaborazione;
3) affermando la propria disponibilità a trattare;
4) esprimendo la propria consapevolezza nell’accettare qualsiasi sacrificio;

85
5) sapendo costruire alternative;
6) liberando oppressi e oppressori. Se la DPNV farà sue fino in fondo queste
semplici regole, sarà possibile servirsene per contrastare la difesa armata e
per sostituirla su lungo periodo.
Economia. Partendo dalle fondamentali tesi di Gandhi, la prassi non violenta
deve necessariamente costruire un’alternativa capitalistica seguendo le indicazio-
ni operative di autori come Naess o E.F. Schnacher che naturalmente rifiutano
radicalmente il capitalismo

86
7. LA FILOSOFIA POLITICA DI PORTO ALEGRE

1. Premessa

Riteniamo, per una più esaustiva comprensione della filosofia della politica del
WSF, attuare una rassegna (abbastanza analitica) delle opinioni più interessanti
formulate da diverse personalità raccolte da Minà in due preziosi volume dell’edi-
tore Sperling & Kupfer: ‘‘Un mondo migliore è possibile’’ e ‘‘Le idee di Porto Ale-
gre che stanno cambiando l’America Latina’’. Se volessimo analizzare alcune linee
di forza non sarebbe arduo individuarle nell’anti-americanismo radicale (che pro-
cede di pari passo con l’ostilità altrettanto netta nei confronti della politica israe-
liana), nel rifiuto senza ‘se e senza ma’ del capitalismo e del neo-liberismo, nella
impietosa critica verso la sinistra riformista (accusata di essersi venduta alla logica
del capitalismo), nella assoluta fiducia di potere destabilizzare le oligarchie mon-
diali a partire dai Forum, nella assoluta fiducia verso le ONG e la società civile,
nella volontà di costruire una nuova Internazionale o un nuovo Fronte popolare
di portata mondiale a partire dalle istituzioni brasiliane, venezuelane e cubane.
Al di là di tutto ciò, passando analiticamente in rassegna le riflessioni politi-
che degli autori, sembrerà di ritornare indietro nel tempo, di ritornare alla con-
trapposizione tra blocchi (ora sostituiti da USA/America Latina) e all’antagoni-
smo anni Sessanta e Settanta. Infatti a ben guardare — sotto il profilo delle dot-
trine politiche — non c’è nulla di realmente originale, non c’è nulla cioè che non
possa essere ricondotto al socialismo tradizionale, al socialismo utopistico, all’a-
narchia a ideologie — insomma — sorte in Europa fra Settecento e Ottocento.
Questo è un aspetto al quale un lettore — storicamente attento e disinibito a li-
vello ideologico — farebbe bene a prestare la dovuta attenzione.

2. Parte prima

Betto
1) Con il Forum crolla il mito del pensiero unico;
2) l’economia USA trae vantaggio dalla guerra;

87
3) la mobilitazione contro l’AICA da parte della Confernza episcopale è do-
verosa;
4) la gran part dei più recenti presidenti dell’America Latina non sono altro
che burattini in mano all’FMI;
5) auspica una convergenza di intenti fra associazioni e Chiesa;
6) l’A. sottolinea il ruolo determinante del PT;
7) la politica USA viene equiparata ad una vera e propria dittatura imperia-
listica;
8) i vari social forum hanno portato un contributo determinante all’estensio-
ne della democrazia.

Lula
1) L’A. conferma il profondo radicamento del PT sia nei sindacati che nella
Chiesa progressista;
2) nel PT d’altra parte c’è sempre stato un autentico pluralismo;
3) l’A. conferma la volontà di fare del Brasile una nazione forte e moderata.

Ramonet
1) L’ottica del FMI è profondamente totalitaria;
2) esiste una vera e propria oligarchia internazionale che deve essere spazzata
via;
3) i politici non sono altro che amministratori del Mondo della Finanza;
4) l’esperienza dell’EZLN delle ONG è stata decisiva per la nascita di un
nuovo modo di pensare;
5) con Porto Alegre nasce una sorta di società unita;
6) riconosce il ruolo di Bourdieu poiché avrebbe compreso la possibilità di
creare una nuova Internazionale;
7) la militarizzazione in America Latina non è accettabile e costituisce una
vera e propria occupazione;
8) l’attuale amministrazione è profondamente maccartista.

Genro
1) Determinate — per la nascita del Forum — l’incontro tra associazioni
francesi e il PT brasiliano;
2) è possibile raggiungere una compattezza di classe nuova e più efficace;
3) il Forum deve avere un ruolo preciso nell’opporsi profondamente all’im-
perialismo USA;
4) strettissimo è il nesso tra il modus operandi della mafia e del capitalismo;
5) con il Forum la formula del prestito potrà essere superata.

88
Montalban
1) Scontata esaltazione dell’EZLN e delle ONG;
2) mantenere la trasversalità della cultura di sinistra è fondamentale.

Chomsky
1) Con il Forum prendono nuova forma le vecchie aspettative della sinistra;
2) potrebbe rappresentare una vera e propria internazionale;
3) la non violenza spiazza i potenti e li rende incapaci di rispondere adegua-
tamente;
4) l’A. ribadisce il proprio convincimento anti-israeliano;
5) la guerra al terrorismo costituisce un pretesto per un aumento della re-
pressione (p.e. in America Latina);
6) l’A. — ripetutamente — insiste sulla immensa pericolosità della militariz-
zazione dello spazio.

Esquivel
1) L’A. pone sullo stesso piano Bush e Bin Laden;
2) non a caso definisce Bush un genocida;
3) l’A. sottolinea la pericolosità dei piani di militarizzazione argentini con
Menem.

Menchiù
1) L’A. sottolinea come Kissinger e l’intelligence USA debbano essere pro-
cessati;
2) il Forum può opporsi a tutte le oligarchie;
3) è indispensabile rafforzare l’ONU.

Mitterand
1) L’A. auspica il fallimento del socialismo e l’affermarsi della logica di Porto
Alegre.

3. Parte seconda

A) Galeano
1) Le potenze imperialiste ci stanno trascinando in una situazione di dispe-
razione;
2) l’industria della guerra alimenta la guerra;

89
3) i nemici bisogna inventarseli proprio allo scopo di alimentare la guerra;
4) le economie capitalistiche portano alla distruzione del pianeta;
5) i forum sono una risposta a tutto ciò;
6) è vero che i forum mantengono una struttura flessibile e non gerarchica;
7) l’informazione è costellata dai grandi mezzi di comunicazione;
8) G. ammette la propria solidarietà a Cuba.

B) Sulanos
1) L’incontro del Forum è un’espressione unica per creare le basi per un
nuovo umanesimo;
2) ciò è stato possibile grazie alle comunità di base, ai movimenti sociali, al
sindacalismo e ai Sem Terra. La loro presenza è fondamentale in Brasile
ed è stata amalgamata dal PT;
3) l’A. si è fatto portavoce in Argentina di una coalizione ampia che va da
quella marxista a quella cristiana;
4) non manca l’elogio a Chavez;
5) per l’A. Kissinger è una sorta di criminale;
6) Lula rappresenta una validissima alternativa tanto quanto il Mercosur è
una valida alternativa alla ALCA.
7) Anche in Argentina bisogna creare le condizioni per una esperienza ana-
loga a quella del Brasile.

C) Roy
1) Il Forum ci ha permesso di legarci gli uni agli altri;
2) la resistenza all’Impero è legittima sia in Iraq che in Afghanistan ed è una
resistenza da appoggiare;
3) i media hanno creato una fabbrica del consenso che manipola l’informa-
zione;
4) la CIA è uno degli elementi che contribuisce a consolidare il progetto di
globalizzazione.

D) Ali
1) L’Impero per esistere ha bisogno di guerre continue;
2) la guerra in Iraq è uno sfoggio di potenza imperiale;
3) il mondo attuale è sottoposto alla colonizzazione neo liberista degli USA;
4) l’A. elogia sia il PC iracheno che il PC indiano;
5) la resistenza in Iraq è valida e va sostenuta;
6) il bilancio militare USA è spaventosamente alto;
7) la sinistra europea è oramai equipollente alla destra europea;

90
8) il Forum è un evento storico;
9) il PT è un grande esempio per tutta l’America Latina.

E) Sepulveda
1) Sia il movimento no-global che ATTAC stanno dando un contributo de-
cisivo al superamento delle vecchie logiche politiche;
2) il modello USA è un modello imperiale;
3) Bush è uno dei criminali più noti;
4) vogliamo una democrazia assai più autentica di quella attuale;
5) a tale scopo l’EZLN costituisce una grande speranza;
6) il neo liberismo in America Latina ha fallito;
7) capitalismo significa rapina e usura.

F) Maidanik
1) Con Porto Alegre abbiamo la possibilità di riprenderci in mano il nostro
destino;
2) l’A. riconosce l’importanza della influenza del PCI e di Cuba;
3) il Che per l’A. è una figura mitica e irragiungibile.

G) Pieto
1) L’A. riconosce che Cuba ha avuto un ruolo rilevante con il CTC e con il
Centro Martin Luther King;
2) l’A. sottolinea la lucidità intellettuale di Chavez;
3) la collaborazione con il Brasile deve aumentare;
4) l’A. parla di un vero e proprio fronte anti-fascista.

H) Boff
1) Sostiene la validità dell’eco-pacifismo dimostrando di avere una grande
speranza nei progetti del Forum;
2) per Boff il socialismo è l’unica opzione possibile soprattutto sul piano
umano;
3) il contributo della teologia della liberazione al Forum è molto importante.

I) Hostart
C’è un aspetto degno di nota e di considerazione (al di là del’appoggio scon-
tato dato al Forum di Porto Alegre) e cioè la consapevolezza che la qualifica di
catto-comunista è adeguata. In secondo luogo — per quanto fugace sia l’analogia
con il ’68 — l’A. esprime il timore che il SF finisca in un bluff.

91
Parte Quarta
1. IL MONDO CATTOLICO ITALIANO
E LA GLOBALIZZAZIONE

1. Premessa

Che una parte delle associazioni cattoliche (italiane) abbia contribuito alla
crescita dell’ideologia no-global è un dato di fatto. Il contributo dato dall’asso-
ciazione è stato stigmatizzato da numerosi intellettuali e/o editorialisti nel modo
seguente:
1) numerosi sacerdoti cattolici si sono mossi per contribuire concretamente
alla contestazione (p.e. contro il G8);
2) il cattolicesimo (unitamente al marxismo) è una delle principali correnti
di pensiero ed azione che danno forza all’anti-globalizzazione;
3) queste associazioni rischiano di restare vittime di una vasta disinforma-
zione (analoga a quella del ’68);
4) la dimensione religiosa che è emersa (p.e. a Genova) è insieme ingenua e
utopica;
5) l’impegno per il superamento e la soluzione dei numerosi problemi del
Terzo Mondo non passa attraverso un radicale anti-capitalismo e anti-oc-
cidentalismo;
6) i cattolici no-global non possono arrogarsi il diritto di monopolizzare il
vangelo attraverso una lettura marxiana;
7) le istituzioni ecclesiali non devono commettere il grave errore di contri-
buire a saldare l’antagonismo no-global con la dimensione religiosa;
8) non poche delle manifestazioni celebrate (p.e. quella di Genova) non so-
no per nulla compatibili con la religione poiché emerge un evidente ma-
nichismo morale, contribuendo a dare sostegno al catto-comunismo;
9) non pochi esponenti dei movimenti non sono abituati a leggere la realtà
della politica;
10) ancora una volta i cattolici (come nel ‘68 in Italia con Capanna e in Fran-
cia con l’arcivescovo Marty) hanno avuto un ruolo rilevante nel prosegui-
re la lotta;
11) esiste il rischio (si veda p.e. il ‘‘Manifesto delle Associazioni Cattoliche ai
Leaders del ’68’’ del 7 luglio 2000) che i cattolici — come nel ’68 — tor-

95
nino a subire una situazione di sudditanza verso ideologie che sono estra-
nee alla storia del cristianesimo;
12) le soluzioni proposte — per risolvere le diverse problematiche sollevate
dal G8 — dai cattolici sono drammaticamente speculari a quelle del po-
polo di Seattle;
13) da parte di queste associazioni si tralascia di ricordare le nefasta implica-
zioni dei regimi comunisti e si finisce per demonizzare il capitalismo. In-
fine l’abbinamento con queste ideologie estranee al cristianesimo condu-
ce numerose associazioni cattoliche a demonizzare la razionalità tecnico-
scientifica e li conduce ad accettare l’ecologia radicale,che distoglie i cat-
tolici dal comprendere chiaramente la matrice panteistica — e quindi pa-
gana — de una parte importante della ecologia attuale.

2. Primo esempio

A mo’ di prova di quanto precedentemente affermato sia sufficiente sottoli-


neare l’esplicito riconoscimento tributato al mondo religioso da parte di Agno-
letto. L’autorevole esponente del GSF (ed eurodeputato del PRC) sostiene la
presenza ampia e diversificata del mondo religioso all’interno del movimento.
Questa realtà comprende settori ufficiali della Chiesa quali il Card. Tettamanzi,
l’arcivescovo Agostino, la Caritas internazionale (p.e. nella persona di Ferrer),
Don Ciotti, padre Zanotelli, suor Pasini, don Gallo, don Dell’Olio, don Vitaliano
Della Sala, le Acli e in parte l’Agesci.

3. Secondo esempio

Le affermazioni di Don Gallo esemplificano — in modo limpido — quanto


affermato. Secondo il prelato:
1) è necessario richiamarsi alle grandi utopie intense nella accezione di Ga-
leano;
2) bisogna muoversi su tutti i fronti (dalla giustizia alla scuola);
3) è necessario moltiplicare le iniziative girotondine;
4) i movimenti hanno fatto emergere l’autenticità della democrazia e della li-
bertà;
5) in particolare i movimenti hanno ridato vita all’idea della democrazia di-
retta;
6) il ruolo del movimento anti-liberista è essenziale;

96
7) anche se l’azione non violenta è la cifra caratterizzante per quanto la di-
sobbedienza civile non possa essere esclusa a priori;
8) i movimenti devono contribuire a rinnovare i partiti.

97
2. L’ANALISI DELL’ACC

1. Organizzazione

Strutturata sotto forma di coalizione è sorta nel 2001 allo scopo di coordinare
le proteste durante l’incontro della WB e dell’FMI nel settembre 2001. La sua
organizzazione informale, oltre ad essere presente a Washington DC, ha proprie
sedi a Montreal e nelle Filippine.

2. Contenuti ideologici

L’ACC rifiuta
1) il capitalismo, la proprietà privata e il neoliberismo;
2) di conseguenza l’anti-imperialismo è il secondo ostacolo nella affermazio-
ne di una società altra. L’unica alternativa possibile è la costruzione di un
mondo basato sul pluralismo e sull’autonomia di gruppi e individui.

3. Modalità di lotta

Di fronte all’avanzata del capitalismo e dell’imperialismo, gli A.:


1) incoraggiano lo sviluppo di ogni cittadino che voglia diventare attivista;
2) sostengono che la loro esperienza gli consenta di comprendere la grande
importanza di gruppi tematici la cui autonomia politica deve essere piena-
mente rispettata;
3) le tecniche usate non possono che essere varie perché procedono dalla di-
sobbedienza civile all’azione non violenta;
4) concretamente la mobilitazione dell’Acc si è svolta in funzione anti-impe-
rialista nel marzo del 2002, nel gennaio 2003 ed in funzione anti-capitalista
a partire dal giugno 2001 a Genova, per giungere — nell’aprile 2002 — a
protestare contro l’IMF.

98
3. L’ANALISI DELL’IGC

1. Origini

Nato nel 1987 allo scopo di coordinare l’attività cyberattivista di PeaceNet e


di EcoNew, a partire dal 1988 ha ampliato il proprio raggio di azione fino ad
attuare collegamenti internazionali con GreenNet e soprattutto con l’APC (coa-
lizione internazionale di reti cyberattiviste fornisce tecnologie in funzione anta-
gonista in 130 paesi). L’importanza dell’IGC è tale da aver svolto il ruolo di pro-
vider per l’ONU (nel ’92).
L’alleanza con PeaceNet e con LaborNet, ha consentito all’IGC di operare
trasverlsamente: dalla pace all’ecologia fino al diritto del lavoro.

2. Organizzazione

La sede ufficiale è a San Francisco e ruota intorno ad un gruppo di sei per-


sone ognuna delle quali svolge mansioni specifiche. A pieno regime di attività lo
staff si amplia fino a comprendere una trentina di collaboratori.

3. Metodo di lotta

Trattandosi di una network informatico di coordinamento è giocoforza che


l’attività si esplichi prevalentemente nel cyberattivismo e nella contro informazio-
ne come quella attuata da Indymedia.

99
4. I COBAS: METODI, SCOPI E ANTI-GLOBALIZZAZIONE

Nella lotta e nella resistenza contro la globalizzazione un ruolo rilevante spet-


ta ai sindacati. Nel nostro paese certamente questo ruolo è svolto dai Cub e dai
Cobas. La nostra analisi si soffermerà sui Cobas.

1. Matrice ideologica

Il terreno d’origine è certamente l’autonomia (d’altronde non a caso Scalzone


nel ’87 inviò dalla Francia una lettera di solidarietà ai compagni) generalmente
parlando. Nello specifico, la matrice ideologica dei fondatori e dei leaders dei
Cobas è la seguente:
1) ex-movimento ’77;
2) Lega Comunista Rivoluzionaria;
3) DP;
4) anarchica;
5) sinistra bordighiana;
6) area POTOP;
7) LC;
8) Stella Rossa.
D’altronde, basti pensare al percorso di alcuni leaders come Gigliotti, Maria
Gullotta, e soprattutto Ceccotti per comprendere l’importanza decisiva che ha
svolta la sinistra extraparlamentare nella costituzione dei COBAS.

2. Contesto sociale

Se il terreno d’elezione è stata la scuola, gradualmente, la politica del dissenso


e dell’antagonismo COBAS si è rivolta ad altre aeree: trasporti (in particolare i
macchinisti) sanità e in generale gran parte del settore terziario. Si pensi al CO-
MU, al COMAD o alla COBAS Alfa di Arese.

100
3. Metodi di lotta

1) Marce di protesta;
2) scioperi;
3) picchettaggi;
4) contro informazione all’interno del contesto lavorativo, attraverso il sito
web e attraverso la loro pubblicistica periodica;
5) raccolta di firme.

4. Area di collaborazione

1) A livello sindacale con i CUB, le Rdb e l’USI;


2) più in generale con i CSA e i no-global;
3) a livello internazionale con i CTA e Via campesina.

5. I nemici

1) Contro i sindacati confederali;


2) contro l’art. 19 della Legge 300 del ’70;
3) contro la cultura del profitto;
4) contro i falsi comunismi autoritari;
5) sono a favore dell’anti-imperialismo;
6) sono a favore dell’anti-capitalismo;
7) contro il Partito Unico sul modello leninista;
8) contro la centralizzazione dei mezzi di produzione;
9) contro nuove aristocrazie del potere;
10) accusano la sinistra di essersi venduta al capitalismo;
11) sono contro i partiti conservatori italiani e contro quelli esteri;
12) contro lo Stato gerarchizzato, autoritario e corporativo;
13) ritengono che esista una sostanziale specularità tra destra e sinistra;
14) sono contrari alla parità scolastica;
15) l’esistenza del libero mercato non è altro che un monopolio o un oligo-
polio comunitario.

6. Il programma alternativo

1) i Cobas rifiutano di operare divisioni tra attività politiche, sindacali e cul-


turali;

101
2) sono a favore della costituzione di un blocco sociale alternativo al potere
imperante;
3) sono per il superamento della forma partito e della forma sindacato;
4) sono a favore del diritto/dovere di un’ampia partecipazione democratica;
5) sono a favore della centralità della democrazia diretta nel luoghi lavora-
tivi;
6) sono a favore della centralità della propria professione per conferire di-
gnità a se stessi;
7) fanno leva su nuovi soggetti antagonisti presenti nel pubblico e nel pri-
vato;
8) realizzano strutture consiliari nei luoghi di lavoro;
9) rifiutano la delega;
10) sono a favore della realizzazione di nuove camere del lavoro sul modello
dei CSA;
11) sono a afavore della diminuzione dell’orario di lavoro;
12) sono a favore del rafforzamento democratico del Welfare State.

7. Organizzazione

Per ammissione dello stesso Bernocchi, i COBAS hanno una struttura fede-
rativa che si articola in:
a) comitati di base;
b) assemblee provinciali;
c) assemblea nazionale;
d) commissione esecutiva nazionale. I finanziamenti sono frutto del contribu-
to volontario.

8. Reazione delle istituzioni

1) Schedatura politica e intercettazione;


2) Promozione di scissioni (come p.e. la Gilda);
3) tentativo di marginalizzare sui mass-media il ruolo dei COBAS;
4) dura opposizione e boicottaggio da parte dei sindacati confederati;
5) accordi politici con le istituzioni — da parte dei sindacati confederati —
per marginalizzare i COBAS e criminalizzarli.

102
5. ASPETTI DELL’ANTIMILITARISMO SARDO *

L’antagonismo anti-militarista in Sardegna ha trovato modo di esprimersi al-


l’interno di diverse organizzazioni e/o associazioni. Una delle più interessanti è
indubbiamente il Comitato ‘‘Gettare le basi ’’ sorto a Cagliari nel 1997 contro
la presenza militare NATO e USA sull’isola.
Concretamente il Comitato, attraverso un’azione di contro informazione ca-
pillare rivolta alla società civile, mira a creare i presupposti per azione di disub-
bidienza civile contro la presenza militare. Infatti se, sotto il profilo della conno-
tazione ideologica, il Comitato si muove nell’ambito del cattolicesimo del dissen-
so e dell’antagonismo radicale, concretamente istiga la società civile all’azione
giudiziaria, all’occupazione permanente delle aree off limits, al blocco delle atti-
vità militari (come nell’ottobre 2004 quando alcune barche di pescatori ostaco-
larono l’esercitazione in corso costringendo il sottosegretario alla Difesa ad inter-
venire per promuovere un intervento diretto), alla organizzazione di manifesta-
zioni sotto il palazzo della Regione Sarda, alla pressione politica (contribuendo
alla elezione dell’attuale Presidente). Sotto il profilo strettamente storico, il dis-
senso sardo incomincia a prendere forma con la Comunità di Sestri fondata negli
anni Settanta dall’ODC Pinna che promuoverà — di lı̀ a poco tempo — la LOC
sarda. Nel 1984 — a Cagliari — si forma la prima sezione dei BCP. Nel ’91, si
costituisce a Cagliari la sezione dello SCI. L’anno prima — nel ’90 — ad opera di
Agata Cabiddu sorge la Casa per la Pace di Ghilarza che — fra l’altro — promuo-
ve annualmente un seminario sulla problematica della non violenza in senso lato.
Nel 1978 sorge la Comunità di Via Marconi grazie al sacerdote Gerardo Fa-
hert in stretto contatto con il MST brasiliano e sostenitore dell’EZLN messicano.
Negli anni ’90 (più precisamente nel 1986) sorge la Cooperativa Passaparola an-
che grazie al decisivo contributo di Enrico Euli attraverso la promozione di trai-
ning tematici non violenti rivolti — p.e. — alle scuole elementari (analogamente
a quelli svolti ad esempio dal Centro Studi Severo Regis di Torino) e finalizzati
alla realizzazione di gruppi antagonisti (dal movimento della Pantera, al movi-
mento pacifista contro la Guerra del Golfo e contro le basi militari). Nel ’99

* Quaderni Satyâgraha, n. 9/2006).

103
— sempre grazie al contributo di Euli — nasce la Case di Alex che ha promosso
azioni di protesta nei confronti della fabbrica di bombe DOMUSNOVAS. Infi-
ne è significativa l’istituzionalizzazione accademica del training non violento con
la cattedra cagliaritana di Metodologie e tecniche del gioco e del lavoro di gruppo.

104
Parte Quinta
1. PREMESSA

Il lettore non deve provare alcuna sorpresa nel trovare trattati — in questo
volume — anche le tematiche pedagogiche. Il connubio pedagogia/ideologia e
quello pedagogia/potere sono stati una sorta di corrente carsica che ha attraver-
sato tutta la storia della pedagogia occidentale e non. In secondo luogo, i conte-
nuti ideologici di numerosi orientamenti pedagogici (almeno a partire dal 1600
p.e. con Godwin) sono gli stessi dei movimenti presi in considerazione nelle se-
zioni precedenti. In terzo luogo, all’interno di determinati contesti ideologici
(quali p.e. l’anarchia o il socialismo) la pedagogia ha svolto un semplice ma es-
senziale ruolo: trasformare l’educando in un oppositore ai sistemi di potere esi-
stenti e — parallelamente — utilizzare l’istituzione formativa come dispositivo di
cambiamento sociale.
Non a caso, una componente elevata degli attivisti dei movimenti presi in
considerazione, proviene proprio dalla realtà studentesca e guarda caso non po-
chi esponenti delle numerose realtà antagoniste chiedono a gran voce che la loro
interpretazione della realtà si affermi proprio all’interno delle istituzioni forma-
tive.
Quale migliore esempio di guerra psicologica?

107
2. LA RIFLESSIONE PEDAGOGICA DI PAOLO FREIRE

Individuano per cominciare i referenti politico-culturali della riflessione di


Freire:
1) Hegel;
2) Marx;
3) Fromm;
4) Fanon;
5) Che Guevara;
6) Debray;
7) Mao;
8) Castro;
9) Althusser;
10) Torres;
11) Lukacs.
Il percorso compiuto da Freire si può scandire nel modo seguente:
1) negli anni sessanta — in America Latina — il ruolo dell’educazione era
quello di trasformare profondamente le strutture sociali;
2) il metodo dialogico teorizzato dall’A. era non solo contro la classe domi-
nante ma era finalizzato a promuovere una democrazia radicale;
3) l’appartenenza alla teologia della Liberazione non è strettamente affermata
per quanto abbia svolto un ruolo molto significativo dell’itinerario di Frei-
re. Proprio nel contesto strettamente religioso, il Consiglio Mondiale della
Chiesa esercita un’importanza fondamentale;
4) la presenza dell’A. in Africa fu rilevante perché lo avvicinò ai movimenti di
liberazione;
5) nei confronti delle istituzioni statali l’atteggiamento dell’A. è chiaro ed è
speculare a quello dei no-global: ridurre la centralizzazione dello Stato e
aumentare il peso della società civile;
6) l’impatto che il movimento studentesco americano ebbe su Freire fu asso-
lutamente positivo. ‘‘Il ’68 fu uno scoppio in favore della libertà’’;
7) altro elemento rilevante è certamente la stretta collaborazione con il PT,

108
collaborazione — questa — significativa per i nostri fini poiché dimostra
la centralità di questo partito anche sotto questo profilo, sotto cioè quello
della programmazione educativa.
In merito al pensiero pedagogico, nel senso stretto del termine, sarà sufficien-
te indicare brevemente alcuni tratti salienti:
1) attraverso una nuova forma di pedagogia sarà possibile mettere il popolo
nelle condizioni di essere un soggetto rivoluzionario;
2) grazie ad essa supereremo l’autoritarismo e la propaganda;
3) la pedagogia depositaria deve essere negata alla radice;
4) alla educazione come pratica di domino dobbiamo sostituire la educazione
come pratica rivoluzionaria;
5) proprio nell’ambito della rivoluzione la pedagogia del dialogo è uno stru-
mento di grande efficacia:
5.1) la leadership non può pensare che con le masse;
5.2.) la logica educativa del dominio precede attraverso la conquista, la
divisione del nemico, la manipolazione e l’innovazione culturale;
5.3) al contrario la leadership rivoluzionaria deve fondarsi a partire da al-
tri presupposti della pedagogia ;non e’ un caso che l’A. tragga ispi-
razione da Torres, da Castro e da Che Guevara. A questo punto il
lettore ci consenta una domanda pleonastica: è forse un caso che l’I-
stituto P. Freire abbia dato un contributo rilevante al Forum di Por-
to Alegre?

109
3. LA RIFLESSIONE PEDAGOGICA DI FILIPPO TRASATTI

Autorevole studioso di pedagogia anarchica (insieme a Codello) — membro


dell’Unicobas e collaboratore di Ecole e della Rivista Anarchica A — ha con
estrema chiarezza e lucidità — compendiato alcuni temi portanti della pedagogia
anarchica nel seguente modo:
1) la pedagogia anarchica critica in modo radicale i paradigmi del potere con
lo scopo di modificare radicalmente la società;
2) la pedagogia anarchica ci rende consapevoli che l’educazione è sempre
educazione politica;
3) uno dei suoi scopi deve essere quello di portare il soggetto verso l’autoe-
ducazione (un aspetto questo evidenziato assai bene da Bernardi, Tolstoj e
Dolci);
4) anche l’A. come Freire (seppure in contesti storici assai lontani) ricorda
come la pedagogia anarchica anticipi la rivoluzione creando dentro la co-
munità educativa una sorta di anticamera della rivoluzione;
5) la dignità e la libertà dell’individuo sono centrali;
6) il controllo della educazione da parte dello Stato o della Chiesa è comun-
que sempre una forma di dispositivo tanto è vero che l’obbedienza e il di-
sciplinamento è stato ottenuto attraverso la manipolazione del consenso;
7) prendendo atto di ciò è possibile — secondo l’A. — creare all’interno de-
gli spazi pedagogici tradizionali ‘‘rapporti quotidiani antagonisti rispetto al
mondo del libero mercato e della competizione neo-liberista’’, oppure
creare spazi alternativi (p.e. il centro di Partinico di Dolci); è possibile leg-
gere la cultura come strumento di liberazione (servendosi p.e. del teatro
come strumento di critica dal potere, dell’autogoverno come fece Lane
nel 1918), e come strumento per decodificare l’ABC del potere (seguendo
p.e. Foucault) o è possibile — seguendo in questo Lapassade — creare
l’autogestione pedagogica in base alle quale l’insegnante è solo un medium
formativo poiché deve lasciare agli allievi la scelta dei metodi e dei pro-
grammi da apprendere.

110
DOCUMENTO: FILIPPO TRASATTI
INTERVISTA RAFFAELE MANTEGAZZA

Pedagogia della resistenza


Intervista di Filippo Trasatti a Raffaele Mantegazza *

Veniamo al centro della tua riflessione teorica più recente, da una parte la /pars de-
struens/ della pedagogia dell’annientamento che ha delineato nel tuo libro /L’odore del
fumo/ e dall’altra la /pars construens/, il progetto della pedagogia della resistenza: come
nasce, quali sono i punti di riferimento teorici?

Sicuramente alle spalle della pedagogia della resistenza c’è lo straordinario lavoro di
smascheramento operato dagli autori della cosiddetta /scuola di Francoforte/ la cui ere-
dità era evidente fin dal titolo, per la verità un po’ presuntuoso, del mio primo libro: /
Teoria critica della formazione/. L’idea era e rimane quella di applicare le categorie della
teoria critica della società, formulate soprattutto da Horkheimer e Adorno, alla scienza
dell’educazione per smascherare i dispositivi della formazione del soggetto integrato e
controllabile. Sı̀ Foucault, dunque, ma soprattutto Adorno; sı̀ pensiero francese ma so-
prattutto pensiero filosofico /hard/ tedesco; sı̀ strutturalismo (con juicio) ma soprattutto
marxismo occidentale. L’interesse per la teologia, soprattutto per la teologia ebraica e
per la teologia della liberazione, è venuto dopo ed è venuto proprio tramite Adorno e
Benjamin: volevo capire che cosa potesse dire a un laico come me la teologia come pen-
siero dell’Oltre, di ciò che sta oltre il qui ed ora, di ciò che trascende la nostra condizione
di sfruttati e sfruttatori, la nostra miseria quotidiana. E stata una scossa salutare scoprire
che la teologia poteva non essere semplicemente uno strumento di giustificazione per
l’oppressione e per lo sfruttamento ma anche e soprattutto uno strumento di denuncia
e di smascheramento, in particolare rispetto alle ideologie che giustificano lo status quo e
che appiattiscono programmaticamente il loro punto di vista sulla non superabilità del-
l’esistente; di qui è venuto l’interesse per Bloch, di qui la passione sempre crescente per
le teologie non cristiane (islamica, buddista, ecc.), di qui l’afflato utopico che spero si
respiri nelle pagine di /Pedagogia della resistenza/. Il filo conduttore di tutto il mio la-
voro è stato doppio, lo vedo solamente ora: c’è sempre stata da un lato la denuncia del
dominio in tutte le sue forme, il tentativo di andare a braccare il potere laddove non ci si
aspettava di vederlo e soprattutto laddove la maschera della bontà lo copriva e lo ren-
deva invisibile (e dove meglio che nell’educazione, campo privilegiato di applicazione

* Fonte: Rivista anarchica on line.

111
di quello che De André significava con le parole ‘‘non ci sono poteri buoni’’. Ma dall’al-
tro lato c’è sempre stato l’afflato utopico che non poteva credere che tutto fosse finito,
che non ci fosse via d’uscita, che il potere o il dominio avessero progettato e realizzato la
perfetta ragnatela inattaccabile che a volte sembra trasparire da certe opere di Foucault.
Insomma, lo studio della società completamente amministrata mi faceva sperare che
quel ‘‘completamente’’ fosse in realtà un artificio retorico (se no, perché studiarla?) e che
vi fosse la possibilità di una via d’uscita.

Quali sono le condizioni e le strategie di un’educazione libertaria, per come tu la con-


cepisci?
L’educazione è una forma di potere. E teoricamente, affermare che l’educazione ha a
che fare con il potere o che essa stessa si costituisce come una pratica di potere non do-
vrebbe sconvolgere più di tanto chi sia abituato a riflettere su problematiche pedagogi-
che.
Eppure la dimensione del potere sembra essere la più rimossa da parte degli educa-
tori; essi sembrano sempre sottintendere una loro non-partecipazione nei confronti di un
potere che si situa sempre ‘‘altrove’’: nelle mani di Presidi, Provveditori, Ministri, nelle
pieghe della burocrazia, sulle scrivanie di coloro che vergano i programmi di studio.
Questa sorta di repulsione ad affrontare la questione del ‘‘mio’’ potere, del potere
che è in me e che è ‘‘me’’, del potere che transita attraverso le mie pratiche quotidiane,
del potere dell’educazione in quanto tale rende conto, probabilmente, della radicalità
della questione stessa che proprio dal versante educativo può essere letta e studiata in
modo critico e demistificatorio. Questo è a mio parere il presupposto di ogni educazione
libertaria: porre al centro delle sue teorie e delle sue pratiche la questione del potere e
dello smascheramento del potere.
Anche e soprattutto del potere dell’educatore. Leggere nelle pratiche educative delle
pratiche di potere e, ancor più radicalmente, studiare la presenza e la costituzione di un
potere che sia essenzialmente educativo, le cui strutture siano per essenza omologhe a
quelle dell’educazione, significa contribuire allo smascheramento della cosiddetta ‘‘bon-
tà’’ originaria dell’educazione. Occorre allora smascherare i tratti di un potere eminen-
temente educativo, che è forse tipico della società del cosiddetto ‘‘dopo Auschwitz’’
(perché proprio ad Auschwitz ha sostenuto il suo ‘‘battesimo del fuoco’’). Saremo di
fronte allora a un potere che non risiede sempre in un Altrove, un potere che forse
non si ‘‘prende’’ o si ‘‘aliena’’ o si ‘‘trasmette’’ ma si esercita, non solo da parte dei sog-
getti ma anche attraverso i soggetti medesimi; un potere di assoggettamento che proprio
in quanto prevede il soggetto come telos della sua applicazione (e non semplicemente
come sostrato su cui applicarsi o dato naturale da pervertire e condizionare) diventa ani-
ma segreta delle pratiche educative; di tutte, ovviamente, anche di quelle che si vogliono
come resistenziali nei confronti delle attuali configurazioni del dominio.

112
4. LA RIFLESSIONE PEDAGOGICO-LIBERTARIA
DI MARCELLO BERNARDI

In un celebre volume ‘‘Educazione e libertà’’ l’A. focalizza la propria propo-


sta educativa a partire dagli aspetti seguenti:
1) l’educazione deve essere una operazione orizzontale;
2) l’educatore non deve governare o gestire il potere;
3) la critica alla tradizione, alla obbedienza (e agli automatismi relazionali)
devono procedere di pari passo alla critica della manipolazione;
4) l’educatore deve aiutare il discente a evolvere verso la libertà;
5) l’educatore deve evitare il condizionamento;
6) l’educatore non deve fare adattare il discente alle norme della società per-
ché al contrario il suo scopo deve essere quello di liberarsi dai ceppi della
realtà nella quale vive.
Una parte considerevole del volume è rivolta ad una critica radicale della so-
cietà e dei suo valori, critica che è storicamente assimilabile a quella libertaria:
1) la nostra libertà di opinione è puramente fittizia;
2) il lavoro è gestito da istituzioni gerarchiche;
3) il divertimento è programmato e mercificato;
4) anche per questo è doveroso non piegarsi alle numerose imposizioni del-
potere e creare i presupposti per una autentica libertà (che significa saper
condurre se stessi, sapere operare eticamente, sapere vivere senza bisogno
di essere governati), libertà che spesso si può conseguire solo usando la
violenza grazie alla quale lo ‘‘sfruttato si ribella’’. Il ricorso alla violenza
rivoluzionaria — è condivisibile — tanto quanto la resistenza al sistema,
sistema che attraverso a guerra si perpetua, sistema che si fonda su pseu-
dovalori quali la religione, l’onore, la Patria, la famiglia.
5) Alla luce di tutto ciò si può costruire una scuola aperta nella quale ‘‘la se-
lezione, le graduatorie’’ non sono accettabili.
Infatti — p.e. — il metodo selettivo serve solo ad integrare l’indice nel siste-
ma per combattere il quale l’educatore dovrà attuare una logica priva di autori-
tarismo, aliena da rimproveri, punizioni, ricatti, logica che si dimostrerà profon-
damente contraria a falsi valori quali il profitto, il successo, la competizione o la

113
sudditanza. D’altronde nella scuola tradizionale lo spirito critico, la contestazio-
ne o vengono repressi o più semplicemente non vengono ritenuti ammissibili. In
conclusione — e senza peccare di esagerazione — il volume dell’A. può anche
essere letto come un breviario della sovversione psicologica chiave di lettura
che l’A. avrebbe sicuramente gradito.

114
5. LA RIFLESSIONE PEDAGOGICA
DI RAFFAELE MANTEGAZZA

Secondo l’autorevole pedagogista una pedagogia innovativa deve fare proprie


le seguenti tesi:
1) smascherare i dispositivi di potere presenti comunque nella pratica educa-
tiva (utilizzando p.e. Foucault o Berheim);
2) prendere in attenta considerazione le riflessioni di Lapassade sull’autoge-
stione pedagogica;
3) quelle di Illich e Freire per giungere a Dussel il quale — e questo è un
punto decisivo — oltre che aver manifestato il proprio apprezzamento
per l’EZLN — ha cercato di creare i presupposti per una pedagogia ispi-
rata alla teologia della Liberazione.
In definitiva a partire da questi autori — e non solo — l’A. propone di co-
struire una pedagogia della resistenza, una pedagogia che consenta la ‘‘formazio-
ne dell’individuo in chiave emancipatoria’’ che tragga linfa vitale anche dal mo-
vimento non violento, dalla disobbedienza civile ma soprattutto dal marxismo. Il
recupero della dimensione utopica serve allora a ridare vigore alle riflessioni di
Owen e Fourier, a quelle di Capitini che farà uso del paradigma della non vio-
lenza in funzione critica verso l’esistenza proprio ponendo l’enfasi sul modo del
docente che dovrà fare comprendere il boicottaggio, l’Odc, l’obiezione fiscale
onde attivare nel discente la capacità di rottura, di ribellione e contestazione.
La pedagogia alla quale pensa l’A. non potrà che collocarsi all’interno di un con-
testo laico, di ispirazione anti-capitalistica per demistificare la formazione di un
soggetto funzionale all’ordine esistente. A tale proposito, il recupero di una sorta
di ‘marxismo libertario’ è essenziale alla pedagogia della resistenza poiché ci con-
sente di valorizzare criticamente la stagione contestataria del ’68 (al quale l’A. è
molto legato) alla luce di questi aspetti: l’anti-dogmatismo, il protagonismo gio-
vanile, l’insistenza sull’autogestione, la feconda contaminazione con l’anarchi-
smo, in un reale interesse per la cultura popolare, una enfasi corretta sull’utopia
e una proficua contaminazione con la teologia della rivoluzione.

115
6. LA RIFLESSIONE PEDAGOGICA
DI ERNESTO BALDUCCI

Questo argomento fu ampiamente affrontato dall’A. nel volume ‘‘Per una pe-
dagogia della pace’’ (edito nel 1993) nel quale Balducci ribadı̀ in forma sistema-
tica quanto aveva già precedentemente affermato. In breve i principi ispiratori
possono essere sintetizzati nel modo seguente:
1) la cultura della pace deve cambiare profondamente l’essere umano at-
tuando un radicale cambiamento antropologico;
2) se fino a questo momento ha governato la lotta per la vita o l’antagoni-
smo tutto ciò deve mutare;
3) l’uso della forza è ancora una conseguenza di un retaggio ancestrale;
4) fino a questo momento l’uomo si è limitato a razionalizzare la violenza
ma non ha certo contribuito ad eliminarla;
5) la guerra è l’esempio più chiaro di questa razionalizzazione (quanto alla
guerra giusta questa espressione per l’A. era ridicolarmente tragica);
6) l’insegnamento della storia si concretizza proprio in una storia di guerra
ed è un insegnamento che va profondamente mutato poiché, come inse-
gnava Gandhi, l’insegnamento della storia ‘‘è un vero e proprio esercizio
di violenza che si attua sulla coscienza’’;
7) questo modo di interpretare il reale ha consentito il culto del vincitore;
8) proprio per questo l’educazione alla pace dovrebbe da un lato metterci
nelle condizioni di individuare i meccanismi della violenza e dall’altra
parte progettare un uomo nuovo;
9) la pedagogia ci dovrà consentire di superare la categoria amico/nemico
come quello di maschio/femmina;
10) dovrà farci comprendere che non solo l’eurocentrismo è tramontato ma
che la sua diffusione è oramai devastante.
Infine
11) perché ciò si attui è evidente che il docente deve avere un altissima dose
di ottimismo verso la possibilità di creare un uomo nuovo come deve es-
sere spietato nel criticare la cultura del consumismo.

116
7. LA RIFLESSIONE PEDAGOGICA
DI LAMBERTO BORGHI

Prendendo anche spunto dalle riflessioni di Salvemini, l’A. non ebbe mai al-
cun timore di esprimere la propria assoluta contrarietà a quella visione della
scuola come fonte di indottrinamento.
Al contrario vide nella scuola la possibilità di creare i presupposti per una so-
cietà futura altra, per stimolare i giovani all’autoformazione e quindi per portarli
sulla via della libertà. Se ciò verrà realizzato allora la scuola avrà formato cittadini
in grado di autogovernarsi. Per tale ragione l’A. fu un critico severo di qualsiasi
forma di scuola autoritaria intesa come scuola che ‘educa’ i giovani al valore del
governante. Al contrario all’interno di essa dovrebbe prevalere una democrazia
partecipativa assai lontana dalla filosofia educativa di chiese e partiti, una demo-
crazia reale e perciò orizzontale. Proprio per questa ragione (contrariamente a
quanto affermarono Miglio e Romeo) il movimento studentesco rappresentò la
forza decisiva per attuare un profondo cambiamento contro l’autoritarismo delle
amministrazioni burocratiche, contro il concetto classista della scuola e contro
l’autoritarismo esercitato da presidi e direttori didattici. Un cambiamento volto
a valorizzare l’iniziativa degli studenti, a introdurre nelle istituzioni una reale de-
mocrazia, a introdurre nelle aule universitarie una reale collaborazione tra do-
centi e studenti, a realizzare un insegnamento orientato al dissenso e alla conte-
stazione.
I presupposti di una nuova pedagogia (che tenga conto dei cambiamenti so-
ciali) non possono che essere individuati negli scrittori anarchici e libertari come
Tolstoj, Godwin, Ferrer (con la nascita della scuola moderna), Kropotkin, Reich,
Rogers. Anche il contributo di Capitini fu ritenuto di grande importanza dall’A.
che — fra l’altro — gli riconobbe il merito di ‘‘dire no alla violenza degli Stati,
degli eserciti, delle polizie (...) alle divisioni del mondo in blocchi’’, di aver com-
preso la decisiva importanza della creatività dell’individuo anticipando la MEAD
e di aver posto l’enfasi sulla fondamentale importanza della democrazia parteci-
pativa all’interno dei COS.

117
8. ASPETTI DELLA PEDAGOGIA ANTI-AUTORITARIA
FRANCESE DEL NOVECENTO *

Secondo Bourdieu la scuola continua a trasmettere i presupposti di una rap-


presentanza della realtà di tipo patriarcale (nonostante la secolarizzazione) fon-
data sui binomi quali uomo/donna e adulto/bambino e in particolare di tipo ge-
rarchico.
Proprio per questo la nuova pedagogica deve farsi portatrice di una autentica
rivolta. Al contrario, il lavoro pedagogico continua ad essere una vera e propria
sublimazione della costrizione e della violenza poiché si concretizza attraverso
l’indottrinamento mentale e l’introiezione morale. Proprio per questo ,la scuola
si limita ad omogeneizzare gli studenti, operazione possibile grazie alla conniven-
za del docente il quale — voglia o meno — maschera inevitabilmente i rapporti
di potere che sono alla base del suo lavoro. Nello specifico l’istituzione scolastica
attua una dipendenza allo scopo di conservare lo status quo. Proprio per questo
il docente non è consapevole di essere null’altro che uno strumento di violenza
simbolica o di essere collegato a interessi di potere e in questo contesto, la scuola
attua un ruolo di mera conservazione, operazione questa portata avanti in modo
conforme ai principi della ideologia dei gruppi dominanti. Dunque che lo voglia
o no il docente compie un’operazione conforme agli interessi oggettivi della clas-
se dominante.

Servendosi dell’opera di Durkheim, Lapassade sottolinea come la scuola attui


una interiorizzazione dei valori dominanti e dei livelli di stratificazione sociale.
La scuola — in altri termini — è un dispositivo attraverso il quale i gruppi do-
minanti riproducono le loro posizioni di dominio trasformando la scuola in una
istanza di controllo sociale. Al contrario, la scuola auspicata dall’A. dovrebbe es-
sere protetta da qualsiasi influenza istituzionale attraverso l’autogestione pedago-
gica da parte degli allievi che abbracci programmi, metodi e relazioni innovative
tra allievi e docenti. Se sviluppata, l’autogestione può diventare una contro-isti-
tuzione in grado di mettere in discussione anche i fondamenti della pedagogia.
Complessivamente il modello alternativo dell’A. consente di creare gruppi

* Fonte: René Lourau, Lo stato incosciente, Eleuthera, 1988 (pp. 213-236).

118
ispirati alla non direttività pedagogica frutto della sua esperienza maturata nel
maggio francese con il Gruppo di Pedagogia istituzionale e con il GREPH, espe-
rienza che si rifà esplicitamente a Marx o alla Luxemburg.

Anche Snyders si nuove su un piano analogo della misura in cui afferma che
dalla cultura borghese bisognerebbe eliminare il peccato di classe. Nel farlo l’A.
si rifà ampiamente al ’68 optando per modelli non direttivi grazie i quali la scuola
può continuare ad essere il luogo per eccellenza per promuovere la lotta di classe
e distruggere le disuguaglianze sociali. Di qui la positività della scuola nonostante
Illch.

Non diversamente si muove Charot secondo il quale l’educazione tradizionale


riafferma la dominazione sociale, riafferma la integrazione sociale perché parte-
cipa ad un occultamento ideologico e ha come scopo finale quelle di fare coin-
cidere il fallimento sociale con quello scolastico. Al contrario, la vera pedagogia
dovrebbe permettere all’individuo di realizzarsi pienamente. Anche l’A. come
Snyders ritiene opportuno attuare la lotta di classe all’interno della scuola.

Secondo Lourau-docente all’Università di Parigi-Vincennes — l’attuazione


dell’autogestione in ambito pedagogico — l’A.allude alla corrente pedagogica
di cui fece parte nel 1964 e alla istituzione del GPI - deve potersi legittimare sto-
ricamente facendo riferimento alla Comune di Parigi,al movimento autogestio-
nario cecoslovacco del ’67 e alle esperienze di autogestione colletivistica catalane
del ’36 — allo scopo di proporre un modello di società e di educazione radical-
mente diversi rispetto alla realtà esistente. Proprio partendo dalla dimensione
educativa, sarà possibile dissolvere dall’interno l’istituzione statale nonostante
la razionalizzazione avviata dallo stato per riassorbire l’antagonismo.
L’abbinamento di autogestione e collettivizzazione, non potrà che creare un
terreno favorevole alla dissoluzione della forma partito e, in un secondo momen-
to, dello stato.
Ma affinché questo processo di logoramento interno o di lenta dissoluzione
abbia efficacia, sarà necessario affiancare alla guerra psicologica anche modalità
tradizionali di opposizione quali la lotta rivoluzionaria che non potrà non essere
violenta.

119
9. PACE E EDUCAZIONE DELLA PEDAGOGIA
DEL NOVECENTO

L’osmosi tra determinate istituzioni e le Università italiane — attuata attra-


verso o specifici corsi di laurea (come quello in Scienze Internazionali) o specifici
masters (come quello in Studi Internazionali Strategico-Militari) è letta da parte
degli intellettuali pacifisti italiani (come Drago, Deriu, Pontara) e dalle organiz-
zazioni pacifiste laiche e religiose ,come una progressiva militarizzazione nei con-
fronti di istituzioni che come quelle universitarie dovrebbero servire alla promo-
zione del pacifismo e alla sua istituzionalizzazione accademica (già — tra l’altro
— in atto). Un dispositivo teorico attraverso il quale — sia nel passato che a
maggior ragione oggi — si è attuata la educazione alla pace è la Pedagogia della
pace che ha trovato modo di svilupparsi attraverso il contributo della Montessori,
di Capitini, di Dolci, di Krishamurti per svolgere fino all’età contemporanea con
Galtung e Visalberghi. Significativo che proprio il pedagogista italiano Visalber-
ghi abbia tracciato una ‘mappa’ dei poteri istituzionali che dovrebbero farsi ca-
rico di legittimare ‘‘le problematiche pacifiste, ecologiche e terzomondiste’’
(p. 269). Poteri istituzionali che altro non sono che i presidi, i provveditori, i di-
rettori didattici e i presidenti degli IRRSAE. D’altra parte, il pedagogista polacco
neo-marxista Suchodolski individuava nella non violenza, teorizzata da Gandhi e
da Capitini, una soluzione adeguata alla efferata violenza del mondo. Anche Ca-
talfano sottolinea l’efferata crudeltà del mondo affermando — precisazione de-
cisiva per il nostro lavoro — che l’educazione che si fa nelle caserme è volta a
istituire ‘‘alle tecniche di distruzione e di morte’’ (p. 260). Per Galtung l’educa-
zione alla pace deve contribuire a superare la violenza diretta e quella strutturale
progettando un uomo nuovo e dunque una società nuova. Sulla stessa linea si
muove Dolci per il quale se pace significa non violenza allora l’educazione alla
pace deve eliminare lo sfruttamento, l’assassino attraverso ‘‘un nuovo lavoro ca-
pillare di costruzione e passione, prima di gruppi-pilota e poi di moltitudini di
nuovi gruppi volontari’’. Trasformare radicalmente se stessi è imperativo per
Krishnamurti poiché questa trasformazione — fra l’altro — consentirà di oltre-
passare una realtà sociale autoritaria, gerarchico e violenta e — in particolare —
attraverso una radicale trasformazione dell’educazione sarà possibile contrastare
l’addestramento militare che ‘‘caratterizza la civilizzazione moderna basata sulla
violenza e che fa la corte alla morte’’. Insomma finché avremmo il culto della for-

120
za — e attraverso l’addestramento militare — lo istituzionalizzeremo non ci sarà
posto per un uomo nuovo e un mondo nuovo. Ebbene, proprio l’educazione alla
pace può essere lo strumento atto a trasformare profondamente l’uomo e il mon-
do. Anche per Förster la religione — ed in particolare l’ecumenismo — è in gra-
do di contrastare lo spietato realismo della storia.
Più esattamente: solo un’educazione alla pace in un’ottica cristiana ci potrà
consentire di oltrepassare lo status quo. Analoga fiducia nell’educazione alla pa-
ce mostrerà Wallon per il quale il docente poteva prevenire la guerra e contra-
stare l’assurda logica della cold war. In chiave esplicitamente anti-autoritaria e
anti-democratica si muoveva Kallen, per il quale l’educazione alla pace forniva
una via privilegiata alla conquista della libertà e all’autogoverno. Non lontano
da questo sentiero si mossa Bovet, per il quale l’educazione alla pace implicava
l’educazione religiosa e quella sociale e dunque una visione cosmopolita. Dello
stesso avviso era James che, dichiaratosi apertamente anti-militarista, era persua-
so che l’educazione alla pace fosse in grado di trasformare l’aggressività istintuale
dell’uomo in creatività.
In un’ottica più specificatamente etico-religiosa si mosse la Montessori che ve-
deva nel bambino il depositario della pace e nel quale le tendenze al possesso, al
potere non esistono ancora per evitare le quali era necessario una sana ricostru-
zione psichica e una radicale riforma del sistema educativo.

Conclusione

Ancora una volta la scuola viene letta come un dispositivo essenziale per ri-
costruire l’uomo e la società in direzioni opposte rispetto a quelle attuali ed, an-
cora una volta, l’anti-militarismo, l’avversione al realismo politico e l’illimitata fi-
ducia degli esseri umani sono presupposti fondamentali per portare a compi-
mento una efficacia guerra psicologica.

121
Parte Sesta
1. PREMESSA.
IL DISSENSO RELIGIOSO E LA CONFLITTUALITÀ
NON CONVENZIONALE

Il dissenso e l’antagonismo religioso nel Novecento si è concretizzato ora in


figure esemplari ora in associazioni nazionali e internazionali.
Le istituzioni verso le quali il dissenso e l’antagonismo non violento si sono
attuati sono state le istituzioni militari nazionali e internazionali in primo luogo,
determinate scelte statali in materia di politica estera e interna in secondo luogo,
e infine le decisioni economiche volte a rafforzare le scelte in materia di politica
di sicurezza.

125
2. IL DISSENSO CATTOLICO
TRA GLI ANNI QUARANTA E CINQUANTA

Al di là del Consiglio Mondiale della Pace (e dei Partigiani della Pace) la cui
dipendenza dall’URSS era già allora ampiamente nota all’intelligence italiana,
americana e tedesca (in particolare al Gen. Gehelen) — a tale proposito sia suf-
ficiente riflettere sulle affermazioni di Dunn (del 16 marzo 1948) e delle contro-
misure prese da Scelba (la circolare del 28 aprile 1949, i decreti limitativi del ’49)
— in ambito cattolico il Movimento per la Pace (nato nel 1948 grazie a Miglioli,
Alessandrini, Maggi e Montesi) si mosse contro la politica di De Gasperi al quale
oppose un pacifismo intransigente con forti componenti marxiane soprattutto in
relazione alla genesi della guerra letta come una conseguenza caratteristica del
capitalismo imperialista degli USA: ‘‘Per me (Migliolli ndr) il Governo De Ga-
speri è la guerra (...) a vantaggio dell’imperialismo americano (...) Finché c’è una
Russia col potere dei contadini e degli operai il mondo plutocratico non avrà pa-
ce’’.
Quanto all’ambito comunista le tecniche di propaganda (la FDIF, la mobili-
tazione dell’UDI e della FGCI, il Congresso mondiale degli intellettuali, la dif-
fusione delle bandiere della pace, le petizioni che si richiamavano all’art. 11 della
Costituzione) basterà osservare che teniche analoghe furono usate nei confronti
di Reagan, di Bush e dei più recenti e controversi conflitti internazionali (Afgha-
nistan, Kossovo e Iraq).
Di fronte alla guerra atomica don Primo Mazzolari e Igino Giordani espres-
sero una condanna unitaria — cosı̀ come si mossero a favore dell’ODC — Maz-
zolari sul piano strettamente teorico (a partire già dal 1941) mentre Giordani (in
qualità di parlamentari DC) sul piano della pubblicistica (si pensi all’articolo
‘‘Guerra alla guerra’’ del 9 novembre 1945 edito da ‘‘Il Quodiano’’) e politico
trovando un terreno comune con Calosso attraverso la presentazione di un dise-
gno di legge nel novembre del 1949 a favore dell’ODC. Non c’è dubbio — tor-
nando a Mazzolari — che le sue posizioni ebbero modo di chiarirsi e rafforzarsi a
partire dagli anni ’50 soprattutto attraverso la rivista ‘‘Adesso’’ almeno quanto
quelle di padre Gaggero.
Quanto all’evoluzione delle posizioni di Giordani queste raggiunsero il pro-
prio apice nel ’50 quando il parlamentare diede la propria adesione al modello
gandhiano e quando il 26 ottobre del ’51 — anche per suo merito — una intesa

126
politica trasversale (intese che avranno in seguito una larghissima fortuna) che
abbracciava liberali, indipendenti di sinistra e indipendenti di destra e natural-
mente socialdemocratici.
Tuttavia la presa di posizione più netta (e destinata a lasciare un segno pro-
fondo in tutto il pacifismo italiano) sarà ancora una volta — in ambito cattolico
— quella di Mazzolari con la pubblicazione del breve saggio ‘‘Tu non uccidere’’
in cui esplicitamente le vie della non violenza e dell’ODC erano le uniche alter-
native perseguibili per un cristiano autentico.
D’altra parte, nonostante le oscillazioni politiche di ‘‘Adesso’’, non manche-
ranno già prima del saggio chiave prese disposizioni pacifiste a favore di Garry
Davis. Non desta allora alcuna sorpresa l’appassionata difesa di Dolci (aprile del
1956).
Non c’è dubbio — insomma — che don Mazzolari (e poi Don Milani e padre
Balducci) incominciò a erodere spazio al comunismo che fino a quel momento
aveva avuto il monopolio incontrastato della pace. Si pensi alla aperta solidarietà
manifestata da ‘‘Adesso’’ nei confronti di tutti quei cattolici, che in Francia pro-
testarono contro la politica in Algeria, nei confronti dei due preti operai malme-
nati durante la manifestazione contro il Gen. Righay del ’52. A tale proposito i
riferimenti privilegiati per la cultura francese furono (e non avrebbero non po-
tuto esserlo) Maritain, Mounier, le riviste ‘‘Testimonianza cristiana’’ e ‘‘Esprit’’.
Un tema tutt’altro che marginale fu quello della spesa degli armamenti (rite-
nuta — soprattutto oggi — dai Beati e da Pax Christi inammissibile): ‘‘(...) I mi-
liardi che vanno nelle spese militari sono tutti ai poveri (15 gennaio 1956). E
estremamente interessante osservare — quasi a margine — come gran parte delle
problematiche di ‘‘Adesso’’ abbiano anticipato in misura considerevole quelle
del pacifismo cattolico degli anni ’70/’80 e ’90.

Alex Zanotelli

Il radicalismo politico del sacerdote è agevolmente riassumibile poiché limpi-


do e sferzante. Nei confronti — p.e. — della Bossi-Fini espresse fin da subito
(luglio 2002) non il proprio dissenso ma la propria vergogna, la propria vergogna
di appartenere ad una nazione che non ha avuto il coraggio di opporsi ad una
Legge cosı̀ barbara. Non deve sorprendere una valutazione cosi dura poiché
l’A. non hai mai nascosto l’esito apocalittico al quale va incontro l’umanità: la
catastrofe (esito ampiamente condiviso dal primitivismo di Zerzan e dal radica-
lismo ecologico). Nei confronti della guerra la parola dell’A. è sempre stata una:
‘‘essa serve solo a tenere i privilegi dei ricchi’’ (marzo 2003) una variante — in-
somma — della interpretazione socialista ed anche anarchica. Dopo l’esperienza

127
in Sudan,avrà modo di esprimere ampiamente la sua visione del mondo sulla ri-
vista comboniana ‘‘Nigrizia’’ grazie alla denuncia le storture del mondo, alle qua-
li si può porre rimedio attuando una politica terzomondista in polemica con il
commercio di armi che indurrà Spadolini (gennaio 1985) a replicare duramente
definendolo un prete rosso.

128
3. IL SESSANTOTTO E I CATTOLICI

Sarà proprio in questo storico periodo che il dissenso cattolico avrà modo di
esprimersi con modalità eclatanti. Vediamone — brevemente — alcuni aspetti.
1) In primo luogo gran parte dei leaders della contestazione erano cattolici.
2) I primi due atenei che furono oggetto delle ‘okkupazioni’ furono proprio
due università cattoliche: Trento e la Cattolica di Milano.
3) L’utilizzazione politica — ad opera p.e. di Viale — della pedagogia inco-
minciò proprio con lo scritto di Don Milani ‘Lettera ad una professoressa’.
4) Don Mazzi — parroco dell’Isoletto — educava i giovani parrocchiani uti-
lizzando non solo il Vangelo ma anche Dolci, King e Malcom X.
5) Il salesiano Girardi espresse — nel ’66 — la possibilità di conciliare mar-
xismo e cristianesimo divenendo ben presto un accanito sostenitore della
teologia della liberazione (e in particolare di Torres).
6) La Valle (poi confluito nei BCP) fu una delle figure più significative del
dissenso cattolico pur essendo stato direttore di ‘‘Avvenire’’,
7) L’apice del dissenso fu raggiunto con il Card. Pellegrino di Torino, par-
rocchia che costituı̀ una sorta di rifugio per tutto il dissenso religioso e nel-
la quale si formulò un programma organico di collaborazione con il PCI (e
in particolare con la giunta di sinistra di Novelli). Infine il dissenso — al-
l’interno delle Acli — arrivò al punto da portare alla creazione da parte di
Labor del MPL una sorta di movimento di raccordo tra cattolici e comu-
nisti che arrivò a chiedere (nel ’72) il superamento del capitalismo e la pia-
nificazione socialista in economia. Intorno a questo movimento si mossero
— seppure con posizioni diverse — Girardi, Balducci e don Franzoni.
Ignorare questa matrice storica renderebbe arduo — sul piano storico —
comprendere l’origine dell’antagonismo cattolico nell’ambito del pacifismo radi-
cale e nel contesto del movimento no-global.

129
4. L’ANTAGONISMO CATTO-PACIFISTA
SECONDO MASSIMO TEODORI

Facendo riferimento ad un recente saggio di Teodori (‘‘Maledetti americani’’,


2002) lo studioso non ha alcuna remora nell’illustrare — seppur brevemente —
la galassia del dissenso (a destra come a sinistra). In particolare, da p. 46 a p. 51,
illustra alcune autorevoli opinioni di leaders pacifisti sulla problematica della
guerra (ed in particolare quelle relative alla guerra del Golfo).
L’interpretazione data da Giovanni Paolo II (1991) a favore di una integrale
non violenza ha fornito la giustificazione per radicali prese di posizioni da parte
di Martini, di Bettazzi, di mons. Bettori (segretario della CEI), mons. Nogaro,
l’arcivescovo di Lecce Ruppi, per arrivare ai casi più estremi come con don Ri-
baudo che — in occasione della Guerra del Golfo — organizzò da Padova una
dozzina di autobus per Perugia-Assisi o a quelli di don Mazzi e don Benzi. Sfer-
zante e ironico insieme il commento di Teodori: fra di loro dominavano ‘‘un’in-
genua confusione tra etica e politica o una profonda ostilità verso la civiltà occi-
dentale’’.
Non desta alcuna sorpresa — anche alla luce di quanto precedentemente det-
to — che il commento sulle posizioni di ‘‘Nigrizia’’ sia intransigente: ‘‘(...) por-
tava al parossismo il terrorismo ideologico venato da simpatie islamiche condan-
nando qualsiasi atto di forza nei confronti di Bin Laden’’. D’altra parte quando i
principi etici — conclude l’A. — assumono connotazioni assolute finiscono per
essere incompatibili con la politica che i si deve misurare sul terreno del possi-
bile, del relativo e soprattutto della mediazione.

130
5. ALEX ZANOTELLI

Dopo il ritorno dall’ ‘Inferno di Korogocho’, l’A. ebbe modo di manifestare il


suo entusiasmo per i movimenti no-global che avrebbero dovuto trovare uno
sbocco politico senza però farsi cooptare o strumentalizzare. D’altronde la mo-
bilitazione della società civile contro la guerra ha dimostrato un salto di qualità di
enorme portata. Infatti si afferma — e si dovrà affermare — la convinzione che
la guerra è pura e semplice violenza che determina altra violenza. Un giorno —
forse — l’umanità si renderà conto che la guerra deve essere considerata un tabù
come l’incesto.
A tale proposito, il compito della Chiesa dovrà proprio diventare quello di
essere la coscienza critica della società, una critica che dovrà essere intransigente.
Questa esigenza — d’altra parte — nacque già nel ’65 presso la scuola commer-
ciale Comboniana di El Obeid presso la quale aveva costituito un gruppo di di-
scussione, informale sui problemi del Sud Africa, sulla guerra civile in Sudan etc.
Proprio in Sudan in collaborazione con i Nuba egli si attirò aspre critiche da par-
te del governo sudanese. Il suo radicalismo non verrà meno quando — nel ’78 —
prese in mano la direzione di ‘‘Nigrizia’’ indicando chiaramente nel suo pro-
gramma la volontà di opporsi al capitalismo, volontà antagonista che era comun-
que già in larga misura presente durante la direzione di Renato Sesana che si era
schierato dalla parte dei movimenti di liberazione in Mozambico, Angola e Zim-
bawe, scelta che gli costerà il licenziamento.
Analogo esito avrà la direzione zanatolliana (dietro pressione del cardinale
Tomko) grazie alla quale la cultura cattolica italiana ebbe modo di conoscere
la teologia della liberazione e di conoscere le vie del commercio d’armi (si allude
all’editoriale del 1985 ‘‘Il volto italiano della Fame africana’’). Proprio l’85 costi-
tuisce un anno storico per il pacifismo cattolico, perché nel novembre dello stes-
so anno vengono gettate le basi dei Beati costruttori di Pace che si faranno — fra
l’altro — portatori del valore profetico della pace promuovendo l’ODC; l’elimi-
nazione della produzione di armi.
In modo significativo Spadolini farà osservare (‘‘L’Espresso’’ anno 1986) co-
me l’obiezione fiscale premessa dai Beati violasse il Concordato e fosse la conse-
guenza di un presupposto politico preciso: l’anti-statalismo. Proprio su questa
linea si muoverà l’intervento dell’A. nel 1986 in una trasmissione su RaiDue

131
ove, a chiare lettere, affermerà l’esigenza da parte degli elettori di disertare le ur-
ne di fronte a posizioni che non fossero di pacifismo intransigente (nel giro di
breve tempo — come già ricordato — l’A. sarà licenziato).
Una situazione analoga e parallela a quella di Zanotelli sarà il licenziamento
del direttore di ‘‘Missione Oggi’’ che, abbandonato l’abito talare, si candiderà
per DP. In ogni caso - al di là delle posizioni ufficiali della Chiesa — il vescovo
Bello — presidente di Pax Christi — non gli fece mancare il suo appoggio. D’al-
tronde non casuale fu la collaborazione feconda con Gesualdi ex allievo di Don
Milani soprattutto nella battaglia contro la Del Monte insieme con Alexander
Langer.
Quanto alle critiche svolte al governo Berlusconi (’94) e al governo Prodi
(’96) queste richiamano alla mente quelle della sinistra radicale.
Ma è nel ’96 che si creano le condizioni per una concreta e proficua collabo-
razione con i no-global (a cominciare da quella con Agnoletto e Casarini).
Per unanime riconoscimento questo movimento deve molto all’A., perché fu
soprattuto lui a porre le premesse per la Rete Lilliput, a raccogliere le speranze
dell’A. di fare della società civile un soggetto autonomo dai partiti aprendosi ai
sindacati e alla Chiesa. Al loro interno deve ‘governare’ una logica di democrazia
partecipativa. Il bersaglio di questo nuovo protagonismo non potrà che essere la
globalizzazione delle corporations, protagonismo che troverà modo di rafforzarsi
attraverso Internet e la telematica in generale grazie alla quale possiamo diven-
tare primi attori nell’informazione e nella azione politica. In stretta collaborazio-
ne con il gruppo Abele e la comunità di Capodarco viene lanciata l’idea della
Rete e — nel ’97 — l’A. si farà promotore del tavolo intercampagna allo scopo
di coordinare numerose realtà della società civile che troveranno vita solo nel
1999. Quanto alle tecniche di opposizione che dovranno essere usate l’A. si
esprimerà sempre chiaramente a favore della non violenza.
Con la stessa chiarezza si esprimerà a proposito di Genova 2001 evento a pro-
posito della quale avrà modo di sottolineare quanto determinante sia stato il con-
tributo cattolico e più in generale religioso. Se nel 2001 non aveva potuto esserci
,contribuirà concretamente alla nascita del SF di Firenze nel 2002 ove — fra l’al-
tro — riconoscerà il proprio debito di riconoscenza verso Mazzolani (oltre che
verso Gandhi, King e don Milani).
Pur non avendo mai abbandonato la polemica contro il commercio di armi,
attraverso ‘‘Nigrizia’’, l’a. cercherà di fare pressione sul parlamento a proposito
della revisione della 185, revisione che sarà qualificata come una vergogna. Con
altrettanta provocatorietà — insieme a Landi, Cozzuol, Mucci e Buselli nel set-
tembre 2002 — lancerà l’idea delle bandiere della pace contro la guerra in Iraq.
Naturalmente la sua opposizione è sempre stata globale ‘‘Non posso accettare
una Europa che continua ad obbedire agli USA e all’Impero del denaro, né pos-

132
so accettare l’esistenza di una NATO’’. Come non cogliere in questa dichiarazio-
ne un’eco — involontario — della contro informazione del comunismo degli an-
ni cinquanta? Altrettanto netta sarà la sua opposizione all’invio di truppe in Af-
ghanistan (2001) definita scellerata come decisa sarà il suo ‘pressing’ sui partiti
per impedire l’ingresso dell’Italia in guerra.
Proprio in questo contesto l’azione non violenta, il boicottaggio, il commercio
equo, l’odc e l’obiezione fiscale sono strumenti leciti da usare per contestare la
realtà attuale quella realtà che consente all’OMC, al WTC e all’FMI di governare
il mondo, una realtà che già ora possiamo contribuire a modificare donde — p.e.
— la nostra fiducia alle banche etiche (fondate come è noto dall’AGESCI e dalle
ACLI).

133
6. DON MILANI

Nel nostro contesto — e più in generale nel contesto del pacifismo cattolico
— la riflessione e l’azione di Don Milano sono determinanti. E l’opera che desta
il nostro interesse non può che essere ‘‘L’obbedienza non è più una virtù ’’. Ve-
diamo di sintetizzarlo brevemente:
1) le armi accettabili sono lo sciopero e il voto. Quanto a quelle propria-
mente dette non sono altro che ‘‘orribili macchine’’;
2) l’espressione patria quando non è che priva di significato è solo una ‘‘scu-
sa’’ per evitare di pensare;
3) l’A. invita implicitamente gli studenti alla diserzione;
4) il concetto di patria è destinato a scomparire;
5) l’A. difende una sorta di socialismo democratico;
6) pur mettendo in discussione il concetto stesso di guerra giusta difende
quella partigiana;
7) l’opera e il pensiero di Gandhi dovrebbero essere un modello (soprattut-
to per i sacerdoti);
8) l’art. 11 della Costituzione parla chiaro sul piano della guerra;
9) esprimere solidarietà verso i giovani che fanno odc costituisce una sorta
di dovere civico oltre che la conseguenza di una precisa scelta di vita;
10) proprio perché docente l’A. ritiene opportuno non inculcare l’obbedien-
za ma la capacità di criticare le leggi ingiuste e mobilitarsi per cambiarle;
11) le F.A. non sono altro che lo strumento repressivo e violento delle classi
dominanti;
12) sacrificarsi per la patria o per gli interessi della classe dominante è insie-
me sciocco e criminale. Al contrario, l’unico sacrifico accettabile è per
Dio o per i diseredati;
13) come quello di patria anche quello di nazione è destinato ad essere supe-
rato;
14) venendo alla storia recente del nostro paese, tutti quegli ufficiali che si
misero al servizio della repressione in Etiopia dovrebbero essere equipa-
rati a veri e propri criminali di guerra. E che dire a proposito di Hiros-
hima e Nagasaki?

134
15) Nel momento in cui un giovane impara l’obbedienza verso scelte politi-
che come quelle che hanno portato alla guerra o all’uso dell’atomica, la
libertà viene annullata;
16) proprio per questo l’A. sottolinea l’importanza di insegnare la non vio-
lenza ai giovani e auspica che la Chiesa si faccia portavoce di essa;
17) l’A. ricorda come alcuni documenti recenti della Chiesa abbiano conside-
rato indecorosa la professione militare;
18) d’altronde lo stesso A. non mostra mai alcun rispetto verso le istituzioni
militari italiane né verso la figura del cappellano militare. Nonostante
quanto detto, Don Milano non mostrò mai alcun desiderio di rovesciare
il sistema né formulò mai un progetto di società alternativa. Anche in re-
lazione all’ODC la sua posizione concreta fu all’insegna dell’ambiguità
poiché non solo non indusse nessuno dei suoi allievi all’ODC ma convin-
se Francuccio a svolgere il servizio militare soprattutto per due ragioni:
a) in primo luogo perché obbedire o fare il saluto erano atti moralmente
privi di significato;
b) e in secondo luogo perché svolgerlo avrebbe permesso di conoscere
dall’interno la struttura alienante dell’istituzione militare per poi com-
batterla meglio sul piano ideologico.

135
7. PACIFISMO E NO-GLOBAL DELLA INTERPRETAZIONE
DEI BEATI COSTRUTTORI DI PACE *

Illustreremo — seppure brevemente — la riflessione dei Beati su due proble-


matiche portanti del loro pensiero: la pace e i movimenti sociali.
Incominciamo con la riflessione sulla pace: nell’articolo del Luglio 2002 La
Valle formula osservazioni importanti per il nostro studio:
1) le usuali tecniche non violente non sono più sufficienti poiché è necessario
che l’approccio alla non violenza cambi parallelamente al cambiamento e
all’evoluzione della guerra;
2) per questa ragione il movimento della pace deve acquisire una dimensione
politica;
3) non c’è certo penuria di studi sulla guerra poiché basta menzionare Gal-
tung e il Centro Studi Gandhi di Pisa per rendersi conto dell’ottimo lavo-
ro prodotto in questa direzione;
4) ribadita l’ostilità dell’A. a Bush e a Sharon, La Valle sottolinea che la guer-
ra globale in corso non fa altro che creare una antropologia ‘‘della divisio-
ne e della esclusione’’;
5) proprio contro tutto ciò bisogna che il movimento per la pace crei nuove
forme di unità che si batta contro ciò ‘‘che divide, che discrimina’’ come
p.e. fare CPC contro l’immaginazione;
6) una sorta insomma di ODC globalizzata che si appoggia a tutto ciò che
divide.
Nell’articolo della Balardini (settembre 2002) si sottolinea l’importanza della

* Le organizzazione cattoliche come i Beati hanno costituito un network informale con le se-
guenti associazioni (laiche e cattoliche):
1) Nigrizia; 2) AIFO; 3) Rete Radio Resch; 4) Pax Christi; 5) Associazione Botteghe Mon-
do; 6) CTM; 7) Per un commercio equo e solidale; 8) CNMS; 9) Chiama L’Africa; 10) Campa-
gna per la Riforma della Banca Mondiale; 11) M.A.I.; 12) Sdebitarsi; 13) IRED; 14) Mani Tese;
15) CO.CO.RZ CO; 16) Ass. Papa Giovanni XXIII; 17) CARTA; 18) CARITAS; 19) MSF Ita-
lia; 20) Marea; 21) Teatro dell’oppresso; 22) Peaelink; 23) Unimondo; 24) Arci; 25) Altra eco-
nomia; 26) CIPSI; 27) Missioni Oggi; 28) Acli; 29) ITLA; 30) Tavola per la Pace; 31) Gruppo
Abele.

136
non violenza nella Società Civile di Bukavu. Lo studio dell’A. ha consentito di
individuare alcuni aspetti rilevanti:
1) La Società Civile è un movimento eterogeneo nel quale convergono asso-
ciazioni per lo sviluppo, per i diritti umani e diverse confessioni religiose.
Un insieme di queste associazioni elegge dieci rappresentanti che costitui-
scono una sorta di coordinamento;
2) lo scopo della SC è sempre stato quello di promuovere la pace e la demo-
crazia adottando metodi non violenti;
3) la struttura del coordinamento evita qualsiasi irrigidimento gerarchico poi-
ché opta per una ‘struttura a network’ allo scopo di:
a) coinvolgere numerosi attori;
b) mobilitarsi più velocemente e
c) rendere l’offensiva avversaria ardua. Da questa esperienza, da questo
studio, l’A. trae una importante lezione: cercare di diventare parte di
questa rete allo scopo di ampliarla.
L’articolo — intervista della Borgata a Papisca (aprile 2003) — è certamente
significativo soprattutto per la radicalità delle tesi sostenute:
1) Papisca insieme all’A. dell’articolo — sottolinea l’assoluta illegittimità del-
la guerra preventiva;
2) sottolinea altresı̀ la necessità di evitare qualsiasi propaganda a favore della
guerra;
3) onde ostacolare l’adesione dell’Italia alla guerra, Papisca propone la costi-
tuzione di una rete informale che unisca comuni e province per promuo-
vere iniziative di pace;
4) per Papisca l’adesione a questa guerra è assolutamente incompatibile con
la fede cristiana;
5) la scuola può contribuire alla sensibilizzazione sulle problematiche della
pace e dei diritti umani.
Anche sull’Europa la riflessione dei Beati è radicalmente chiara. In particola-
re l’articolo di Lodoisi (aprile 2003) è emblematico. La nascita di consorzi indu-
striali, nel settore della difesa in Europa, ha contribuito ad allontanare la costru-
zione di un’altra Europa.
In secondo luogo, le suddette concentrazioni stanno logorando il potere di
controllo degli Stati in modo vistoso e stanno portando a termine la realizzazione
di un polo concorrenziale con quello USA. Questa possibilità va denunciata sen-
za mezzi termini. In terzo luogo, i finanziamenti al settore difesa portano ad una
progressiva sottrazione di risorse ai servizi sociali. Insomma l’Europa auspicata
dai Beati è completamente opposta a quella che si sta formando.

137
Di grande rilievo è l’intervista a don Bizzotto (aprile 2003) con la quale affron-
tiamo la riflessione dei BCP sul movimento no-global. Oltre ad esprimere la pro-
pria assoluta condivisione sull’uso delle bandiere della pace, don Bizzotto sotto-
linea la crescita notevole del movimento pacifista a livello mondiale. In secondo
luogo, la mobilizzazione contro la guerra in Iraq, ha permesso di fare capire chia-
ramente che l’opinione pubblica si muove oramai contro il concetto stesso di
guerra; in terzo luogo Bizzotto difende le manifestazioni di disobbedienza civile
relative al blocco dei treni nel triveneto (per bloccare il trasporto del materiale
bellico)e difende lo sciopero della fame. Per il sacerdote è positivo che tali tec-
niche siano state adottate anche da gente appartenente semplicemente alla socie-
tà civile e non solo alla realtà dei disubbidienti. In quarto luogo, una vasta cam-
pagna di contro informazione contro la guerra è assolutamente necessaria, come
è necessario un’apertura di credito verso i disubbidienti. Non sono tuttavia man-
cate difficoltà nell’affermazione della opposizione alla guerra in Iraq dovute alla
informazione unilaterale dei mass-media.
Sul fronte politico la mancanza di un coerente progetto ha indotto le oppo-
sizione ad atteggiamenti poco unitari al contrario di quelle del movimento che si
è globalizzato.
Ecco perché bisogna attaccare alle radici non solo l’industria militare ma con-
testare la globalizzazione a partire della periferia del mondo. Ma tutte queste ini-
ziative dovranno concretizzarsi a partire da una struttura a rete (sotto questo
profilo i SF sono indubbiamente una grande risorsa). Proprio riflettendo sul
nuovo movimento, il contributo di Porto Alegre è giudicato importante (p.e. nel-
l’articolo della Clark, aprile ’03), poiché incontri come questi dimostrano la ef-
ficacia di un’altra globalizzazione: quella della solidarietà e del rispetto dei diritti.
Anche il contributo del SF europeo è giudicato determinante dalla Clark (dicem-
bre 2002) poiché questo forum ha — fra l’altro — contribuito a consolidare la
propria radicalità in termini solidali, ha aperto la possibilità di creare una nuova
società globale, ha dimostrato la possibilità da parte della società civile di potersi
riappropriare delle istituzioni. E difficile non osservare — ci si consenta questa
nota ironica — l’ottimistmo dell’A., ottimismo privo di una reale percezione del-
la dinamica del potere a livello globale. D’altronde, una delle iniziative di cui i
BCP vanno particolarmente fieri, è stata quella contro la base di Aviano davanti
alla quale sono state montate due tende per la Pace allo scopo di fare contro in-
formazione e di raccogliere firme.

138
8. PAX CHRISTI:
ORGANIZZAZIONE, PACIFISMO E NO-GLOBAL

1. Organizzazione

Desta — ancora oggi — una certa sorpresa constatare che al vertice di una
organizzazione internazionale la cui sede centrale è in Belgio organizzazione
che veicola contenuti profondamente radicali in relazione al tema della pace, del-
la NATO e del nuovo ordine internazionale — ci sia un alto prelato della Chiesa
cattolica (Mons. Valentinetti). Altrettanto significativa l’esistenza dei cosiddetti
Punti Pace veri e propri ‘snodi lillipuzziani’ presenti in modo capillare sul nostro
territorio. Estremamente interessanti sono per le riflessioni della Scalori e di Don
Pietro Sacco.
Secondo la Scalori la visibilità dell’organizzazione è aumentata mentre don
Sacco osserva la presenza di PC a numerosi livelli. Per aumentare la presenza
sarebbe opportuno creare una associazione giovanile. A livello di statuto — pre-
cisato che si tratta di una ONLUS — l’associazione PC è in costante collegamen-
to con il magistero della Chiesa poiché con il suo contributo approfondisce l’i-
deale cristiano della pace giungendo al rifiuto assoluto della guerra e del suo ap-
parato, all’uso della non violenza e all’uso della contro informazione (anche
all’interno delle scuole). A livello internazionale,i PC sono diffusi nelle seguenti
nazioni: Australia, Austria, UK, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Lus-
semburgo, Norvegia, Nuova Zelanda, Filippine, Portogallo, Porto Rico, Slovac-
chia, Svizzera, USA, Repubblica Ceca, Polonia, Congo, Haiti, mentre a livello di
affiliazione è legata al CPT brasiliano, al HRSS e al DRTC indiano, alla JPCI
thailandese, al BRCPJ del Bangladesh, al CPNHR croato, all’AEI di Betlemme
e all’NP di San Pietroburgo in Russia. Quanto radicata sia la presenza dei vertici
vaticani all’interno di PA lo possiamo anche desumere dal fatto che il presidente
di PC International è Mons. Sabbah il patriarca latino di Gerusalemme. Fra le
finalità che si propone vi è quella di creare una teologia della pace, di sviluppare
la ‘‘Pacem in Terris’’, di portare il proprio messaggio nelle periferie del mondo,
di denunciare pubblicamente ogni atteggiamento politico contrario alla politica
della pace, di promuovere una smilitarizzazione culturale ,di esprimere la pro-
pria contrarietà alle parate militari, alla pubblicità tesa a convincere i giovani del-
le opportunità positive che offrono le FA e infine all’omaggio all’Altare della Pa-

139
tria. Parallelamente denuncia il neoliberismo come fonte di ingiustizia e di disu-
guaglianza. È evidente che questo sentiero è stato tracciato sia da Mons. Bettazzi
che da don Tonino Bello (a partire dal 1985). Come poter dimenticare le sue in-
transigenti prese di posizione contro la guerra del Golfo, del Kossovo, contro il
trasferimento degli F-16 nella base di Gioia del Colle, contro la paventata pos-
sibilità di costruire nel Murgia barese un poligono o la intensa campagna contro
le industire militari /che portò all’approvazione della Legge 185?. Proprio come
Balducci, anche don Bello comprese che il movimento della pace è come una
galassia che occupa la zona intermedia tra l’opinione pubblica e la struttura di
partito, un mondo fluido. Ma accanto ad esso la preghiera e la elaborazione
di una teologia della pace sono momenti altrettanto fondamentali — tanto quan-
to sottolinea Don Bello — l’ecumenismo culturale della pace nelle scuole, l’ap-
profondimento delle metodologie non violente, l’enfasi sulla dimensione ecolo-
gica e sull’ODC.

2. Principali iniziative

Quali sono le principali iniziative affrontate da PC?


In relazione all’Europa (giugno 2004) PC ha chiesto esplicitamente una Euro-
pa costruita su principi della non violenza, che la Costituzione europea approvi
un articolo analogo all’art. 11 della costituzione italiana, che venga valorizzata la
diplomazia dal basso, che venga creata una opposita agenzia europea per la Pace,
che venga promossa l’educazione alla pace in tutti i paesi europei, che venga
creato un corpo di polizia internazionale che operi sotto il controllo dell’ONU,
e che vengano valorizzati gli Stati neutrali.
In merito alle armi nucleari la proposta più coerente è quella del disarmo nu-
cleare totale fatto proprio dal NCC e rivolto soprattutto contro le mini nukes
proposte dall’amministrazione Bush, appello rivolto anche da Mons. Tomas os-
servatore del Vaticano all’ONU.
In relazione alle banche disarmate PC insieme a Missione Oggi, a Nigrizia, alla
Rete Lilliput e ai BCP ha promosso campagne volte a far prendere coscienza ai
cittadini di come le banche svolgano un ruolo determinante nel sostegno all’in-
dustria militare. A tale proposito, il comune di Fiorano si è distinto per aver fatto
proprie queste preoccupazioni.
Per quanto concerne il disarmo, la esportazione delle armi sottrae fondi per
ridurre la mortalità e per eliminare l’analfabetismo in Africa, Asia, Medio Orien-
te e America Latina. A tale scopo PC si è avvalsa non solo della collaborazione
del padre colombiano Albanese ma soprattutto dell’IRES Oscana, dell’Archivio
Disarmo e ha contribuito a creare una rete — denominata Rete italiana per il

140
Disarmo — insieme a: Libera, Emergency, AI, Campagna italiana Mine, Campa-
gna Banche armate, Comunità papa Giovanni XXIII, della FIM-Cisl, dei BCP,
della Rete Lilliput, della ACNV, di Sbilancianoci, ATTAC, Coordinamento co-
masco per la Pace, FIOM-Cgil, Gruppo Abele, ICS-MIR, Movimento non vio-
lento, Peace Link, Rete Radio Raddish e un Ponte per... . In questo contesto si
inserisce l’appello (2 luglio 20063) di Migliore — osservatore permanente del
Vaticano presso l’ONU — un appello tuttavia assai calibrato e dagli accenti tut-
t’altro che rivoluzionari.
Sul piano del finanziamento del 51000, PC ha espresso chiaramente l’auspi-
cio che questa quota venga destinata alla propria organizzazione.
Sul piano della campagna OSM-DPN anche PC ha dato il suo contributo in-
sieme all’Ass.per la Pace, al BCP, ai Berretti bianchi, alla Loc, alla LDU, ed al
Movimento dell’ARCA contribuendo a creare una rete distributiva sul territorio
nazionale (dalla Lombardia al Lazio).
Nata nel 1981 — in occasione della manifestazione contro Comiso — PC en-
trerà della Guerra del Golfo e le iniziative della Campagna OSM ebbero modo
di esercitare un’adeguata pressione per istituzionalizzare la DPN a partire dal
1994. Tuttavia i due maggiori successi sono stati l’istituzione dei Berretti Bianchi
e l’approvazione della Legge 64 nel 2001.
Sotto il profilo formativo le iniziative di PC portano dalle scuole medie e han-
no coinvolto ben 12 istituti scolastici di Firenze (ivi compresa l’Università) per
toccare anche l’Università di Pisa, la Caritas, e l’AC.
Sul piano della collaborazione interessante è la collaborazione con i GAN e
quindi con la Rete Lilliput, con la Tavola della Pace PC ha redatto un documen-
to (maggio 2004) radicalmente anti-Bush e anti-Berlusconi nel quale si invitano i
cittadini a protestare per la presenza di Bush esponendo la bandiera della pace,
promuovendo incontri, fiaccolate e a votare — nelle lezioni europee ed ammini-
strative — solo quegli esponenti politicamente sensibile alle problematiche della
pace.
A proposito dell’intervento in Afghanistan, dopo aver illustrato nel dettaglio
l’organizzazione delle forze alleate (a p. 57), i relatori con sconcerto (sic!) scopro-
no che il comando reale dell’ISAF dipende dagli USA e non dalla NATO.
Passiamo ora ad illustrare alcuni interventi tratti dalla sinistra di PC, Mosaico
di Pace, concentrando la nostra attenzione solo su alcuni temi di politica interna
ed estera particolarmente significativi per le nostre finalità.

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9. PRINCIPALI TEMATICHE
TRATTE DA ‘‘MOSAICO DI PACE’’

Costituzione. Zanotelli definisce la costituzione del ’48 un vero e proprio mira-


colo e le modifiche apportate sono inacettabili poiché p.e. quelle relative al Pri-
mo Ministro reintroducono de facto pretese assoluti e discrezionali non molto
lontani dal fascismo.

Denuclearizzare. Dopo aver chiaramente giudicato le modifiche apportate alla


NATO non ammissibili, Zanatelli — usando le parole di Mons. Hunthausen —
definisce le armi atomiche un peccato e invita la Chiesa cattolica ufficiale a fare
lo stesso.

Informazione. L’A. — Tarquini — auspica una informazione critica, attenta al-


le esigenza della società civile e attenta alla problematica del pacifismo. L’infor-
mazione alternativa a quella manipolativa avrebbe la sua origine concretamente
nel rafforzamento dei media indipendenti — come proposto da Cavalli —, raf-
forzamento che deve coinvolgere alcuni rappresentanti dell’USgRAI e della
FNSI allo scopo di condizionare dall’interno il CdA delle RAI inserendo un rap-
presentante delle ong.

Basi NATO. Ferrario concentra la propria attenzione sulla base Ugo Marra e
osserva — con amarezza — la progressiva militarizazione delle coscienza a favore
dell’intervento (come il coinvolgimento delle TV, dei sindaci e degli assessori dei
Comeni) assopimento delle coscienze inacettabile.

USA e non violenza. Come non difendere quelle suore americane che hanno
compiuto atti di disubbedienza civile contro Fort Bennig (l’a. fa riferimento alle
suore Mattingly e ad altre cinque) in collaborazione con l’Osservatorio SOA?

NATO e Corea del Sud. Il previsto trasferimento della base delle USAF presso
Pyeong-Tack ha indotto il governo coreano a sfruttare 1.300 abitanti. Gli abitan-
ti coordinati dal sacerdote Mun si sono opposti frontalmente tramite veglie di
preghiere, mobilitazioni tramite internet. Insomma un modus operandi condivi-
sibile — secondo l’A. Kocci — e da esportare.

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Palestina. Come non riconoscere il grande merito della organizzazione CPT di-
retta dalla Lambesty il cui scopo è la pratica della non violenza in Palestina?
D’altra parte — le strade c??? della vita! — l’attivista e teologa americana pro-
viene sia da PC che dal ‘Catholic Worker’. L’occasione è utile per ribadire che la
costruzione del muro israeliano è uno sciagurato progetto (35).

Neoconservatori. L’A. dell’articolo — Mattiello — oltre a esprimere la propria


solidarietà al movimento protestante evangelico ‘Sojournes’ fondato negli USA
da Wallis, condivide la dura replica alla teologia della guerra formulata dalla as-
sociazione nel documento ‘Professione di Cristo’. Questo testo — unitamente
alle mobilitazioni contro Bush — mira anche a creare una forza religiosa coesa
ed estesa.

Disarmo lombardo. Allo scopo di smantellare l’industria bellica lombarda PC —


insieme alla Caritas e alle Acli — si sono mobilitate (novembre 2005) per racco-
gliere firme (15mila) a sostegno della Legge n. 6 del ’94 sulla conversione bellica.

Don Mazzolari. L’intervento di Buttorini (preside della Facoltà di Scienze della


Formazione a Verona) è significativa poiché l’A. — e quindi PC — condivide in
toto sia la pars destruens che la pars costruens del volume di don Mazzolari ‘‘Tu
non uccidere’’. D’altra parte, la fedeltà al messaggio di don Mazzolari è ampia-
mente dimostrata dall’articolo del Dossier 2005 dedicato proprio al parroco.

Globalizzazioni. L’A. dell’intervista a Stightz si fa portavoce delle dure critiche


all’FMI e della opportunità di riformare profondamente l’istituto cercando di
creare un’alleanza tra Europa e Paesi in via di sviluppo anche allo scopo di con-
trastare il gigante USA.

Peace-Keeping. Drago osserva come nel nostro paese non solo i militari siano
penetrati nelle università con il Corso di laurea in Scienze strategiche ma abbiano
monopolizzato il Peace-keeping attraverso il CEMISS. Al contrario, bisogna
contrapporre a questo monopolio una rete di Università — che l’a. elenca alla
fine dell’articolo — in grado di contrapporsi adeguatamente.

Walzer e Zolo. La tendenza attuale di riprodurre la teoria della guerra giusta è


per Zolo assolutamente non ammissibile e le riflessioni di Walzer sono da con-
siderarsi erronee. Il saggio COSMOPOLIS di Zolo costituisce una valida alter-
nativa a tutti coloro che vogliono negare valore al diritto internazionale. Infine,
alle astrette considerazioni del politologo USA, Zolo contrappone un’analitica
descrizione della reale situazione a Kabul ben lontana dalla retorica ufficiale.

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Spionaggio USA. L’unica ragione per la quale ancora oggi sono presenti in nu-
mero cosı̀ elevato di sottomarini USA nel Mediterraneo è molto semplice: spiare
i propri alleati. In quanto attivisti — sostiene l’A. — dovremmo oltre che denun-
ciare queste nefandezze anche sostenere le azioni del mediattivista Kimberg.

ODC ad Israele. L’A. dell’articolo sostiene la causa dei Refuser che oramai amon-
tano a 1400. A sostegno di ciò intervista un soldato israeliano pentito e Mons. Sab-
bah (pres. di PC International) che naturalmente condivide l’ODC fra gli israeliani.

Diritto internazionale. L’esposizione da parte dell’A. — il prof. Papisca — dei


principali aspetti del nuovo diritto che emerge dall’ONU, costituisce una vera e
propria requisitoria contro la guerra preventiva menti. E tuttavia significativa la
conclusione: secondo l’A. servirebbe una mobilitazione educativa a livello mon-
diale che consenta di cambiare strutturalmente le cose.

Napoli e la NATO. Marescotti osserva come il dispositivo militare USA si stia


oramai espandendo capillarmente a Napoli e a Trapani. Certo sarebbe auspica-
bile — anche con la collaborazione di Peacelink — sapere con esattezza i piani
previsti. Una sorta di spionaggio pacifista?

Pacifismo e USA. Persuaso di rivelare finalità occulte, l’A. riporta le considera-


zioni del vescovo Gumbleton (responsabile di PC negli USA) in merito alla vo-
lontà imperiale USA. Inoltre l’A. difende l’azione e la prassi del gesuita Dear uno
dei più accaniti attivisti USA. Infine auspica che le ambiguità, che hanno carat-
terizzato il movimento pacifista, possano essere superate.

NATO e Solbiate Olona. Dopo una breve ricerca su Internet, Marescotti sco-
pre — con sconcerto — la volontà di portare a Solbiate la NFR. Superfluo ag-
giungere che una tale possibiltàè quanto mai nefasta per il pacifismo italiano.

Democrazia reale. Per l’ennesima volta Zanotelli pone l’enfasi sulla necessità di
rafforzare tutte le reti della società civile: dalle comunità di base ai sindacati
escludendo i partiti che al contrario si vorrebbero servire delle associazioni
per i loro scopi. Adottare allora la non violenza attiva per costituire l’uomo pla-
netario è una finalità improrogabile.

Schedature. Preso atto che l’FBI sta cercando di controllare il traffico Internat
(in particolare degli attivisti), l’A. dell’articolo elogia l’azione degli hachers che
sarebbero veri e propri difensori della libertà informativa. Un invito al sabotag-
gio elettronico?

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Israele. È doveroso promuovere tutte quelle organizzazioni che alimentano il
dissenso, l’odc e il rispetto dei diritti umani nei territori occupati. Ecco allora
la necessità di elencarli brevemente (fra questi il B’Tselem e l’ICAHD).

Iraq. Zanotelli — dopo aver sottolineato che l’uso della tortura è stato ampia-
mente praticato per esempio a Fort Benning — denuncia la guerra irachena co-
me una guerra immorale, criminale esortando le truppe ad andarsene.

Dissenso USA. Ancora una volta PC pone l’enfasi sulla crescita dell’antagoni-
smo religioso/americano esaltando le azioni di disobbedienza civile — p.e. — del-
le associazioni Voice in the Wilderress ed in particolare dell’attivista Kelly. Altret-
tanto decisive è stato il ruolo del movimento dei Catholic Workers e dei fratelli

Berringan. L’A. — il gesuita Michel — elogia soprattutto i fratelli Berringan


nonostante siano stati considerati dall’FBI veri e propri attivisti illegali.

Dissenso attivista. Marescotti sostiene l’opportunità di stimolare il mediattivist-


mo telematico per attuare una informazione preventiva.

Brasile. L’A. intervista mons. Pedro Casaldeliga uno dei principali artefici della
nuova teologia della liberazione e co-fondatore del CIMI e del CPT. In un passo
dell’intervista non risparmia elogi alla Cuba di Castro che non dimentica di sot-
tolineare la nefasta presenza del neoliberismo.

Significative risultano le tesi congressuali del 2005 nelle quali la radicalità pa-
cifista di PC emerge con particolare veemenza là dove — p.e. osserva che la nuo-
va guerra annulla il messaggio cristiano, che è insomma una bestemmia. Quanto
all’operazione militare questa viene definita immorale ed illegale poiché nasce al
suo scopo di partecipare agli appalti della ricostruzione. E che dire della progres-
siva militarizzazione del nostro paese? E della minaccia allo stato di diritto? Au-
spicabile sarebbe p.e. la smilitarizzazione dei cappellani, militari, il superamento
della NATO che ‘‘costituisce una pesante ipoteca sulla democrazia e sulla libertà
dei popoli’’ (basti pensare alla NRF di Solbiate Olona), la costituzione di un’Eu-
ropa disarmata e non violenta. Concretamente diffondere la cultura e la teologia
della pace è compito ineludibile.
Le vie sono chiaramente individuabili:
1) nelle diocesi e nelle parrocchie;
2) nelle amministrazioni locali;
3) nelle scuole e nelle università;
4) nell’informazione.

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10. POSTILLA STORICA

L’anti-militarismo cristiano ha — come è facilmente intuibile — un’origine


secolare come dimostrano chiaramente le motivazioni che le prime comunità cri-
stiane formularono per non svolgere il servizio militare all’interno dell’esercito
romano. Il servizio militare risultava — infatti — incompatibile perché:
1) il messaggio di Cristo era assolutamente contrario alla violenza;
2) proprio per tale ragione un cristiano che avesse eseguito una sentenza ca-
pitale avrebbe violato il cuore del messaggio evangelico;
3) i doveri militari non erano compatibili con quelli cristiani;
4) per un cristiano il culto dell’imperatore — particolarmente importante al-
l’interno dell’esercito romano — era incompatibile con la devozione verso
Dio;
5) le insegne e gli emblemi militari erano di chiara derivazione pagana e dun-
que non accettabili per un cristiano;
6) l’uso della violenza, anche il tempo di pace, contraddiceva palesemente il
modus operandi del cristiano;
7) l’ascetismo tipico delle prime comunità cristiane erano assolutamente con-
trastante con l’esaltazione dell’edonismo tipico dell’esercito romano.
Ora, l’insieme di queste motivazioni, trovò nell’opera teologica di Tertulliano
una prima sistemazione che partirà dalla contestazione dell’esistenza di uno stato
tra l’impero — condizionato nel suo operato da valori pagani che un cristiano
non poteva che respingere — e la realtà dello spirito la cui logica cristiana era
incompatibile con quella pagana. Il rifiuto — da parte del cristiano — di pren-
dere parte alla macchina da guerra romana era una scelta coerente e legittima per
Tertulliano. D’altronde prendere parte alla guerra equivaleva ad accettare e a
concretare la volontà del demonio.
Infatti il cristiano — sottolineava l’A. — poteva farsi uccidere, poteva diven-
tare martire ma non poteva uccidere (a tale proposito si veda Tolstoj). La sua
morte era la sua vittoria perché grazie ad essa si riuscirà graditi a Dio e si otterrà
la vita eterna. Proprio per l’insieme di queste motivazioni ogni compromesso era
da rifiutare mentre da accettare era l’ODC. In condivisione, il cristiano doveva
non collaborare con lo Stato e doveva rinunciare alla vita civile.

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Tuttavia la teologia cattolica — a partire da Origine — incominciò a scendere
a cauti compromessi con lo stato e a modificare l’apparato teologico fino a giun-
gere alla esplicita giustificazione della guerra giusta con Agostino del De Civitate
Dei e nel saggio Contra Faustumi.

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11. GIORGIO LA PIRA

Come è ampiamente noto l’attività di La Pira incominciò all’interno dell’AC e


della FUCI ed in particolare grazie alla conoscenza degli scritti del teologo Cor-
dovani incominciò a comprendere la bestialità della guerra e la sua inacettabilità
come strumento per risolvere le problematiche politiche. Sotto il profilo intellet-
tuale la riflessione (e il conseguente rifiuto) sulla guerra incomincerà solo nel ’38
con la rivista ‘‘Principi’’, con la quale denunciò l’interventismo fascista. A partire
dal ’51 La Pira incominciò a gettare le basi per una nuova forma di diplomazia
estranea a quella usuale. Stiamo alludendo al richiamo alla pace rivolto — inu-
tilmente — a Stalin attraverso la mediazione di Togliatti. Ma sarà solo nel ’52 che
La Pira — in qualità di sindaco di Firenze — inaugurerà i convegni per la pace
una sorta di diplomazia dal basso ante-littearm. L’anno successivo — continuan-
do ad avviare un dialogo con l’Est — scrisse due lettere a Malerkov sulle quali —
fra l’altro invitava i leaders russi a porre termine alle violente campagne anti-cat-
toliche. Un’altra forma di diplomazia dal basso furono i frequenti viaggi e, fra
questi, quello compiuto a Parigi nel ’54 su invito di Pax Christi. In generale,
La Pira aveva compreso chiaramente non solo il crescente peso della opinione
pubblica ma la possibilità d’oltrepassare gli angusti limiti della contrapposizione
tra blocchi. Facendo di Firenze il luogo per eccellenza della mediazione e dialogo
tra le nazioni (celebre a tale proposito il tentativo originale di risolvere la crisi di
Suez screivendo lettere a Nasser, Eisenhower e Bogolomov!)
Anche l’istituzione dei ‘Colloqui mediterranei’ nel ’58 ebbe finalità analoghe
(sia sufficiente far riferimento alla lettera inviata a De Gaulle per portare fuori la
Francia dal pantano algerino). Anche il contestatissimo viaggio a Mosca del ’569
fu fatto — seppure dietro protezione della Santa Sede — per oltrepassare le di-
visioni del mondo. Anche sul fronte dell’ODC — a partire dal 1962 — le inizia-
tive di La Pira incominciarono a prendere forma determinando la dura reazione
di Andreotti e Scelba. D’altronde, proprio Pistelli (allievo di La Pira) presenterà
nel ’64 un progetto di legge sull’ODC. Ancora una volta la posizione non orto-
dossa di La Pira — all’interno della DC — lo portò a manifestare apertamente la
propria solidarietà a Capitini. Anche di fronte al pericolo atomico l’attenzione di
La Pira si manifestò chiaramente nei confronti del Vietnam — nel 1965. A tale
proposito organizzò un vero e proprio Symposium internazionale grazie al quale

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venne prodotta l’ennesima lettera a tutti i capi di Stato per avviare a trattati di
riconciliazione e La Pira ebbe modo di incontrare in Vietnam Ho Chi Min. Ana-
loghe iniziative furono promosse — nel 1966 — con la nascente OLP di Arafat.
Dall’insieme dei dati qui riportati non può sorprendere l’interessamento del
politico siciliano per Gandhi (chiamato in causa nel 1969). Non c’è dubbio in-
somma che — seppure con modalità differenti rispetto a Capitini — La Pira fos-
se assolutamente consapevole della necessità della pace: ‘‘(...) Perché la pace de-
ve essere costruita a più piani, a ogni livello della realtà umana, economica, po-
litico, etc.’’.
Consapevole della falsità del realismo di Machiavelli, La Pira prese atto della
impossibilità — nell’era atomica — di attuare una guerra. E proprio contro gli
assioni del realismo politico — dopo l’incontro ad Hanes — riconobbe in Ho
Chi Min un grande leader un vero e proprio protagonista della liberazione del
suo popolo.

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12. PREMESSA ALLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

Come già precedentemente indicato le CEB svolsero un ruolo determinante


in relazione alla genesi della Tdl tanto quanto il Movimento del Natal sorto nel
1949 e finalizzato, alla alfabetizzazione dei contadini. Altrettanto rilevante sarà il
MEB (sorto nel ’61) che operò nel settore dell’istruzione di base e della sinda-
calizzazione rurale avvalendosi — spesso — di docenti e studenti provenienti
dall’AC e dalla JUC.
Alla luce di questi semplici dati non è esagerato affermare che — almeno in
Brasile la Chiesa era l’istituzione principale capace di difendere i diritti umani e il
suo legame con i movimenti di liberazione fu del tutto naturale. L’efficacia delle
comunità di base — fra l’altro — ne consentı̀ lo sviluppo in Honduras, in Cile, in
Perù e Nicaragua. Non desta alcuna sorpresa che all’indomani del Concilio Va-
ticano II personalità di spicco come Illrich (con il CIDOC) o come Camara aves-
sero sentito l’esigenza di creare i primi presupposti per una teologia specifica
dell’America Latina. Uno dei primi esempi — in questa direzione — sarà pro-
prio il saggio di Gutinezz nel 1968 (La pastorale di Iglesia in America Latina)
nella quale l’A. giustificava l’impegno dei cristiani nel processo rivoluzionario
in aperta rottura con l’autorità ecclesiastica (interessata in questo scritto la cen-
tralità del richiamo a Bonhcreffer).
La sottolineatura dell’a. non era per nulla infondata tanto è vero che — pro-
prio tra il ’66 e il ’67 — un numero non marginale di sacerdoti aveva assunto un
atteggiamento di aperta ospitalità nei confronti dei governi militari (proprio in
questo contesto si pensi all’ONIS del Perù ) o di aperta critica nei confronti della
complicità della Chiesa latino americana (come sottolineò Illich nel saggio The
Seamy side of charity, edito nel ’67).
L’impatto che la sacra teologia, ebbe in Italia fu sterminato dagli interventi su
riviste come ‘Testimonianze’ e ‘Sette giorni’, impatto che fu amplificato dalla let-
tera inviata al Celam nell’agosto del ’68 da parte di ottocento sacerdoti latino
americani nella quale non si condannava il ricorso all’uso della violenza rivolu-
zionaria. la costituzione in Cile — nel 1971 — del Movimento dei Cristiani
per il Socialismo (di cui farà parte Gultieriezz) rappresenterà una tappa storica
(movimento che dimostrerà di gradire Allende).
Proprio nel ’77 Gutierriezz fa esplicito riferimento al marxismo quale poten-

150
te strumento metodologico per leggere la realtà dell’America Latina e per dare
una nuova impostazione alla teologia (sia chiaro che questo fu un tentativo tut-
t’altro che isolato se si considera l’opera di Girardi e di Garaudy e della studiosa
Harmecker e soprattutto della rivista Concilium che si farà portavoce in Italia
della Tdl). Oltre al marxismo anche il concetto di utopia (nel senso dato da
Freire, Bloch, Marcuse e Guevara) svolgerà un ruolo determinante nella genesi
della Tdl, tanto è vero che proprio Gutierrez parlerà esplicitamente di una so-
cietà nuova priva di classi, di proprietà privata e di centralità della lotta di clas-
se.
Ad ostacolare la diffusione della Tdl, interverrà la ‘‘dottrina della Sicurezza 1
Nazionale’’ elaborata dalla Cia e dalla military intelligence con la quale si giusti-
fica la neutralizzazione del potere legislativo e giudiziario in nome della sicurezza
dello Stato (metodologicamente la geopolitica svolge un ruolo determinante).
Una delle conseguenze dirette furono le repressioni di partiti e sindacati che
in America Latina sostenevano apertamente il socialismo e tutte le sue varianti.
In questo contesto, trova una spiegazione la lettera di pretesta inviata al Celam
contro il gesuita belga Vekemans accusato di essere collaboratore della Cia e di
aver sostenuto le dittature.
Nonostante ciò le iniziative di Gutierrez e di Dussel portarono avanti il mes-
saggio della Tdl, iniziative alle quali si contrappone il gruppo di Studio denomi-
nato ‘Kirke und Befreiung’ sorto nel ‘73 ad opera di mons. Hemgsback e che

1 Una percezione assai diversa dell’America Latina — ed in particolare del Brasile — fu of-

ferta dall’ESG. Non c’è dubbio che fin dalla sua realizzazione l’ESG (realizzazione avvenuta a
Rio nel ’49) abbia costituito la principale fonte della progettualità geopolitica brasiliana.
Nata sul modello della NWC USA, essa ben presto si trovò ad occuparsi di un approccio me-
todologico pluridisciplinare allo scopo di precisare il concetto di National Security. Anche a que-
sto scopo — fin dalla sua fondazione — la ESG fu aperta anche ai civili (tuttavia un’altra percen-
tuale di diplomati apparteneva alle FA). La matrice epistemologica della ESG furono gli insegna-
menti del gen. Magalhaes che, grazie ad gen. Monteiro a partire dagli anni ’30, presero forma
operativa. Il prestigio dell’ESG e il suo ruolo del contesto della politica brasiliana, lo possiamo
evincere anche dal fatto che il futuro presidente del Brasile — gen. Branco — proveniva propria
dalla ESG; per non tralasciare un altro dato determinante è opportuno ricordare che gran parte
dei posti chiave del sistema politico del ’64 furono occupati dal personale proveniente dalla
ESG. Uno dei principali protagonisti della ESG e della politica brasiliana fu Couto e Silva eminen-
te geopolitico brasiliana. L’A. come è noto fu nominato — presso l’ESG — istruttore aggiunto e
amministratore fino a diventare — nel 1964 — CSM. A partire dal ’64 fu posto a capo del Servizio
nazionale di informazioni e — fra il 1955 e il 1981 — portò a termine anche a Meiramattus che, fra
il 1977 e il 1984, portò a termine volumi di grande rilevanza per la geopolitico (e fra questi Proie-
zioni del potere, una Geopolitica pan-amazzonica e Gepolitica e Tropici) oltre a rivestire incarichi
delicati nell’ambito della politica brasiliana (e fra questi quello di vice CSM, e aiutante militare di
Branco e con il nuovo regime capo della Commissione di Studio per la crisi della scuola e dell’u-
niversità).

151
trovò notorietà con l’incontro a Villa Emmans a Roma nel 1976, ma anche con
Adveniat organismo della Chiesa tedesca.
Tuttavia sarà solo nel 1984 ad opera di Ratzinger che la dottrina della Tdl
troverà una chiara ed inequivocabile condanna poiché in essa si evidenziava l’as-
similazione acritica di elementi della ideologia marxiana (d’altra parte già l’Opud
Dei e Cl avevano espresso il loro netto dissenso). Correttamente l’azione più
eclatante sarà la convocazione di Boff in Vaticano (nel settembre del 1984) con-
vocazione che condannerà il teologo ad accettare la punizione del silenzio. Tutte
la posizioni di Boff e Gutierrez trovarono ampio sostegno presso le riviste ‘‘Il
Regno’’ e ‘‘Testimonianze’’ 2.

2 A partire dagli anni Sessanta in Italia si era affermata una apertura alle problematiche del-

l’America Latina, apertura che leggeva il capitalismo come una vera e propria sventura per l’uma-
nità e la Tdl come la possibilità di un riscatto. A tale proposito, la rivista ‘Aggiornamenti sociali’ (in
particolare il saggio di Rigidur del 1968) condivise apertamente la sostanza delle denunce della Tdl
come riportò anche le opinioni di padre Girardi sulla opportunità di ricorrere alla lotta armata (v.
l’articolo del sacerdote intitolato: ‘‘Cristiani e marxisti a confronto sulla pace’’, n. 1, 1968, p. 77).
D’altra parte anche la rivista ‘Testimonianze’ si mosse in direzione analoga (anche in relazione
p.e. al problema del Vietnam, nei confronti del quale condivise apertamente il dissenso americano
ed europeo tanto quanto l’Isolotto di Firenze con la ‘‘Lettera ad un vescovo’’) o la rivista ‘‘Momen-
to’’ con gli interventi di Infelise e Cannata tra il ’65 e il ’67.

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13. LEONARDO BOFF

Non c’è dubbio alcuno che il soggetto rivoluzionario della Teologia della Li-
berazione (da ora Tdl ndr) siano i poveri dell’America Latina (del Brasile dello
specifico).
Altrettanto certo fu il rifiuto della politica dell’assistenzialismo e l’aperto so-
stegno all’opera di Romero e di Grande. Giustamente B. individua la nascita del-
la Tdl nelle comunità di base ecclesiale (CEB) e individua tre mediazioni o sche-
mi-base per dare una logica rigorosa alla Tdl:
1) la mediazione socio-analitica (o studio storico delle ??? del paese e indivi-
duazione delle cause della povertà); per attuare questa analisi il teologo si
serve del marxismo come strumento di analisi grazie al quale prende atto
della esistenza di varie tipologie di oppressione;
2) la mediazione ermeneutica che si concentra in una particolare lettera della
bibbia con particolare attenzione all’Esodo, ai Profeti, ai Vangeli, all’Apo-
calisse;
3) mediazione pratica.
Per attuare un reale cambiamento bisogna
1) individuare ciò che è praticabile in quel determinato contesto storico;
2) individuazione delle strategie e delle tattiche adatte (p.e. la non violenza, le
marce, lo sciopero e l’uso della forza rivoluzionaria);
3) sapersi coordinare con altri soggetti oppressi e
4) incitare il popolo (noi diremmo senza tanti giri di frase indottrinarlo e ma-
nipolarlo ndr).
Al di là di queste osservazioni, l’A. insiste con particolare enfasi sul ruolo de-
terminante delle CEB.
Altrettanto decisive sono tutte quelle associazioni o centri formati da intellet-
tuali, giornali, avvocati che operano per dare voce ai poveri, centri che hanno
gettato le basi della Tdl come la JUC, la JOC o la JAC. Per B. il contributo teo-
rico del personalismo o l’evoluzionismo di T. de Chardin, rappresentano veri e
propri fermenti ecclesiali utili alla nascita della Tdl che troverà modo di formarsi
tra il ’64 e il 1970, anno in cui si svolgerà a Bogotà il primo congresso della Tdl.

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Un fortissimo impulso sarà dato dal CELAM e dal CNBB, organizzazioni
grazie alle quali i teologi della liberazione svolgeranno un doppio ruolo: teologi
e attivisti all’interno dei sindacati e della comunità di base. Dagli anni Settanta la
Tdl si istituzionalizzerà con l’Associazione economica dei teologi del terzo mon-
do (i contenuti della quale saranno promossi anche dalla rivista Concilium — nel
n. 6 del 1974 — in Italia e da numerose altre in buona parte dell’America Latina)
e con i seguenti istituti: ICIA - IPLA - OSLAM - ISPAC - INP - CESEP, CECA,
IBRADES etc. Non è da sottovalutare — come osserva Boff — la positiva valu-
tazine di Castro.
Storicamente le contromisure prese dagli USA e dal Vaticano — a partire dal
1969 — furono il Rapporto Rockfeller, il programma di controspionaggio di
Hoover 1 che si attuò con l’appoggio strumentale alle sette protestanti come
gli evangelici in Colombia, a Panama con la MUM, in Guatemala con il MAS,
con Cambio 90 in Perù . La Chiesa — a parte la scomunica di Cardenal e l’am-
monimento a Boff — si servı̀ dell’Opus Dei, di Cl e di altri movimenti per con-
trastare l’avanzata della Tdl. D’altronde, non è stata forse la Tdl una componen-
te indispensabile nella formazione dell’EZLN? 2.

1 Il programma di Cointelpro varato dall’FBI per smembrare e neutralizzare i gruppi antago-

nisti cominciò nel 1956 e ufficialmente terminò nel 1971 e prese in adeguata considerazione il PC
USA, il programma dei lavoratori socialisti per arrivare alla nuova sinistra tra il ’68 e il ’71. Le tec-
niche adottate dall’FBI erano analoghe a quelle usate contro gli agenti sovietici: infiltrati per de-
terminare dissensi all’interno delle organizzazioni, era una delle tecniche più usate (va rilevato — a
margine — che sotto la direzione di William C. Sullivan la divisione di intelligence nazionale ebbe
una notevole crescita.).
Nei confronti — p.e. — della New Left l’FBI osservò che la genesi era da individuarsi nelle
rivolte della Columbia University, rivolte che si moltiplicarono anche a causa della debolezza am-
pliamente dimostrata dai rettori che erano restii a chiamare la polizia per arrestare le sommosse.
Anche screditare i soggetti più attivisti delle rivolte studentesche rientrava nello spettro di con-
tro-insorgenza, tanto quanto l’istigare conflitti tra leaders, inviare lettere anonime, cercare di ridi-
colizzare alcuni protagonisti dei nuovi movimenti, diffondere opuscoli anonimi, informare e pilo-
tare reporter di media amici, etc.
Altrettanto significativo fu il programma varato dalla Cia. ‘‘CHAOS’’ nel 1967 relativo al dis-
senso USA e ufficialmente conclusasi nel 1974. All’interno di questo programma significativo fu il
MERRIMAC che consentiva agli agenti Cia di infiltrarsi all’interno dei gruppi attivisti.. La stru-
mentazione usata fu — in larga parte — analoga a quella del Cointelpro: sorveglianza fisica, elet-
tronica ed ispezione postale, infiltrazione.
Infine è doveroso segnalare che al di là del fatto che Karamessines e Angelton svolsero un ruo-
lo determinante della specifica pianificazione mentre Richard Ober svolse il ruolo di responsabile
delle operazioni speciali nel contesto del controspionaggio (ruolo che avrà poi modo di concretiz-
zarsi con p.e. l’archiviazione elettronica di 300mila americani schedati in HYDRA).
2 Come chiaramente sottolineato nel volume della Rand sul concetto di Netwar (cap. III, p. 4)

nel Chiapas vi era — prima di Marcos — la presenza potente e capillare di Rur che — attraverso la
Diocesi di San Las de Cristóbal Casas — svolse un ruolo chiave nella mobilitazione politico degli

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A distanza di trent’anni, Boff (e non solo) ha proseguito sulla strada del dis-
senso religioso sottolineando la fondamentale importanza dei nuovi movimenti e
sottolineando i loro motivi ispiratori sul piano ideologico (l’umanesimo radicale
o il socialismo). Tuttavia rispetto al passato (anni ’70 per intenderci) l’importan-
za teologica di Boff si è arricchita con l’enfasi posta sull’ecologia profonda 3 e sul-
la mistica. Sul piano strettamente politico, l’unica alternativa perseguibile con-
cretamente è quella della democrazia partecipativa e della consapevolezza della
assoluta erroneità dell’occidentalcentrismo che è stato la causa dei maggiori dan-
ni (materiali e spirituali) per l’America Latina. Non a caso il capitalismo — sua
diretta conseguenza — ha attuato una logica perversa contro la quale è sorta la
Tdl che ha recuperato gli ideali nobili e umanitari del migliore socialismo.

indigeni. Si pensi — a tale proposito — all’Incontro indigeno nel 1974. Qui ebbe modo di ribadire
come il neoliberismo fosse totalmente contrario alla volontà di Dio. Anche alla creazione di ONG
la Chiesa ebbe un ruolo rilevante (p. 11) e a tale riguardo si pensi alla CONPA che ebbe la propria
genesi all’interno della Diocesi di Cristóbal.
3 Uno dei riferimenti fondamentali per Boff è indubbiamente S. Francesco di Assisi di cui ri-

conosce il contributo determinante all’ecologia mistica e quindi implicitamente ad allontanare l’oc-


cidentale dal suo demone: il razionalismo di matrice cartesiana e baconiana.

155
14. L’AMERICA LATINA INTERPRETATA
DALLA RIVISTA ‘‘LATINOAMERICA’’

Per quanto non sia nostra intenzione compiere una rassegna esaustiva degli
articoli presenti sulla rivista ‘LatinoAmerica’, tuttavia — partendo dal 2000 e
giungendo fino al 2002 — prenderemo in considerazione alcune problematiche
seguendo la procedura applicata con ‘Mosaico di Pace’. Dall’insieme degli arti-
coli emergerà — con chiarezza — una visione terzomondista, visceralmente anti-
americana e filo castrista. D’altronde questa pubblicazione ha contributo — e
contribuisce — a sostenere la politica di Cuba (e di gran parte delle giunte di
sinistra in American Latina) in modo limpido. Superfluo osservare che questa
pubblicazione ha sostenuto — e sostiene — tutte le lotte di liberazione nell’A-
merica Latina a cominciare da Marcos e dai Sem Terra per arrivare alla teologia
delle liberazione. Assai significative — infine — le foto che illustrano ad inizio
pagina le stragi determinate della globalizzazione USA, foto che costituiscono
un eccellente esempio di propaganda di tipo tradizionale.

1. N. 73 del 2000

Nel proprio articolo Sepulveda difende esplicitamente la lotta armata pratica-


ta negli anni Settanta adducendo motivazioni etiche assai lontane da quelle del-
l’Eta.
Nel secondo articolo Galeano denuncia l’avanzare apocalittico della militariz-
zazione.
Nel terzo articolo Taibo II condanna senza mezzi termini il Pri di Fox defi-
nendolo un ‘gattopardo tradizionale’. A conclusione, l’A. rivendica con orgoglio
la tradizione di liberazione di Villa e dei Tupac Amaru.
Nel quarto articolo Zanotelli condanna il NAFTA ritenuto deleterio per l’A-
frica.
Nel quinto articolo Chavarria si fa portavoce di Cuba difendendola e respin-
gendo le accuse di violazione dei diritti umani.
Nel sesto articolo Mina’ prende le difese della Baraldini chiedendone la grazia
e rivendicando con orgoglio la sua passata militanza nel movimento ‘19 maggio’.
Nel settimo articolo Abraha sottolinea con preoccupazione l’interesse USA

156
per l’Eritrea o per l’Etiopia ove la presenza delle multinazionali è letta come una
colonizzazione.
Nell’ottavo articolo Bugliani tesse un vero e proprio elogio delle insorgenze
che dal Chiapas — con Marcos — all’Ecuador — con le Conaie — stanno ridi-
segnando il volto dell’America Latina.
Nel nono articolo Cipriani ripercorre l’appoggio della Cia al golpe di Pino-
chet, il coordinamento elettorale da parte del Comitato 303 e del Comitato 40
con la formulazione della Opzione II.
Nel decimo articolo mons. Casaldiga (noto esponente della Tdl brasiliana) at-
tacca direttamente un documento di Ratzinger.

2. N. 74/2001

Nel primo articolo Girardi analizza e condanna senza mezzi termini il Plan
Colombia.
Nel secondo articolo Cipriani analizza e critica il Plan Bolivia.
Nel terzo articolo Fornasier difende il FNCD haitiano che ha appoggiato Ari-
stide alle elezioni.
Nel quarto articolo Esquivel denuncia la politica USA in America Latina sof-
fermandosi sulla nefasta dottrina della Sicurezza
Nel quinto articolo Salvini documenta come alcuni esponenti della estrema
destra italiana (p.e. Cauchi e Delle Chiaie) abbiano attivamente collaborato
con la Dina cilena.
Nel sesto articolo Orahas tesse gli elogi di Cabral fondatore del MPLA e del
PAI 66 non dimenticando di ricordare — al lettore ingenuo — che l’Accademia
delle Scienze di Mosca lo insegnı̀ del titolo di dottore in scienze politiche. Cosı̀
come l’A. dell’articolo ricorda di passaggio i contatti del guerrigliero con Cuba e
la Germania dell’Est! Superfluo osservare che le operazioni della PIDE sono letti
in chiave assolutamente negativa.
Nel settimo articolo Roque — ministro degli esteri cubano — accusa tutti
coloro che hanno posto un inumano embrago a Cuba (a cominciare dagli
USA).
Nell’ottavo articolo Betto oltre a difendere Cuba attacca Cordoso e la sua me-
fasta politica.

3. n. 75/2001

Nel primo articolo una nuova intervista — con Montalbán — a Marcos.

157
Nel secondo articolo Betto contrappone l’FMI (di cui si augura la scomaprsa)
al FS di Alegre.
Nel terzo articolo Ardesi difende l’indipendenza del popolo Sahrawi e della
guerriglia del FP contro il Marocco (cosı̀ come l’A. difende l’intifada a partire
dal 1999).
Nel quarto articolo Iglesias prende in considerazione Fort Benning in un’ot-
tica analoga all’Osservatorio SOA non dando alcuna credibilità al cambiamento
in corso (la nuova denominazione è WHINSEC).
Nel quinto articolo Girardi prende atto — con rammarico — della fine del
sogno sandinista prospettando al lettore una via alternativa: la coalizione che rac-
coglie il MRS, il MDN e il PRONAL.
Nel sesto articolo Frisuno difende Ocalan.
Nel settimo articolo Stedile e Teixeira emettono una sentenza di condanna
senza appello nei confronti del governo di Cardoso sia per la politica repressiva
r.p.e. il DOPUS RURAL) che per il PRONAG.
Nell’ottavo articolo Alonso tesse gli elogi dell’economia cubana e della alta
partecipazione democratica.
Nel nono articolo la Baraldini difende le forze di resistenza portoricana alla
presenza USA ed in particolare gli Young lords, il Movimento de liberacion na-
cional del quale elogia l’eroismo di figure quali Flores e Miranda.
Nel decimo articolo Masina difende la Tdl dalle paranoie di Giovanni Paolo
II e dalla svolta repressiva inaugurata dal suo pontificato.
Nell’undicesimo articolo Avicolli tesse gli elogi della letteratura cubana.

4. n. 76/2001

Nel primo articolo Smith difende Cuba e condanna gli innumerevoli tentativi
di detronizzare Castro da parte della CIA e dagli anti-castristi presenti in Flori-
da.
Nel secondo articolo Tompkins emette una condanna assoluta di tutta la po-
litica USA in America Latina.
Nel terzo articolo Cipriani illustra gli aspetti essenziali del NIC allo scopo di
sottolineare le finalità imperialistiche.
Nel quarto articolo Fernandez illustra il terrorismo di Stato attuato dagli USA
e auspica che Kissinger sia processato per crimini di guerra.
Nel quinto articolo Geleano si dice persuaso che Kissinger abbia commesso
più crimini di Bin Laden.
Nel sesto articolo Chiesa osserva quanto nefasta sia la situazione in Russia a
causa del neoliberismo.

158
Nel settimo articolo Ciotti emette una condanna radicale delle oligarchie fi-
nanziarie.
Nell’ottavo articolo Minà compie un’appassionata difesa di Cuba e critica
l’atteggiamento dei DS verso Cuba.
Inoltre sottolinea l’esistenza di un’autentica libertà a Cuba al contrario della
gran parte dei paesi dell’America Latina.
Nel nono articolo la Rivista riporta in forma integrale il discorso di Castro alla
conferenza mondiale contro il razzismo.
Nel decimo articolo Moiola difende la lotta dei Tapac Amaw e in particolare
della guerriglia Berenson.
Nell’undicesimo articolo Masina si fa portavoce dei Sem Terra.
Nel dodicesimo articolo Amado viene intervistato da Minà al quale esprime
l’esigenza — dopo essere stato uno stalinista convinto — di costruire un sociali-
smo democratico.

5. n. 1/2002

Nel primo articolo Minà difende strenuamente la Legge 185/90 e accusa


Minniti, Previti e Selva, di connivenza con le industrie delle armi attribuendo
a Pax Christi e a Nigrizia il merito di aver promosso una adeugata campagna
contro i tentativi di ‘dopare’ la 185.
Nel secondo articolo Carotenuto descrive i disastri attuati dal FMI ai danni
dell’Uraguay.
Nel terzo articolo Oldrini formula una difesa di Chiavez.
Nel quarto articolo Minà, intervistando Montalban, elogia sia la pars co-
struens che la pars destruens di Porto Alegre.
Nel quinto articolo Betto rivela i retroscena dei legami tra la famiglia Bush, il
gruppo Carlyle e Bin Laden.
Nel sesto articolo Mirkinson difende l’attivismo anti-war USA sottolineando
il pericolo di una grave limitazione dei diritti da parte della amministrazione
Bush.
Nel settimo articolo Schuldiner lancia accuse pesantissime a Sharon conside-
rando la sua azione politica volta a cancellare gli accordi di Oslo.
Nell’ottavo articolo Menchiù pone uno stretto parallelismo tra Bin Laden e
Kissinger.
Nel nono articolo Piccoli documenta le convivenza tra governo, FA e gruppi
paramilitari colombiani.
Nel decimo articolo Minà riporta integralmente l’intervento di Castro alla
Conferenza sullo sviluppo.

159
Nell’undicesimo articolo Bugliani esprime l’esigenza di ritornare all’etica del
Che.

6. n. 81/2002

Nel primo articolo Minà tesse un vero e proprio elogio dell’operato di Chavez
e di Lula.
Nel secondo articolo Betto difende Lula riproponendo in lui la massima fidu-
cia.
Nel terzo articolo Merino del Rio lancia accuse pesanti all’amministrazione
USA per la sua politica in Costa Rica (accusa che riguardano l’operato di Dani-
lorich e dell’Amm. Hill).
Nel quarto articolo la Rivista riporta per intero il manifesto di dissenso di nu-
merosi intellettuali contro la guerra.
Nel quinto articolo Zanotelli osserva sconcertato il progressivo riarmo atomi-
co.
Nel sesto articolo De Marzo (arrestato dalle autorità dell’Ecuador ed esplulso
per la sua attività contro l’OCP) denuncia l’immane truffa dell’ALCA.

160
15. IL CONTRIBUTO DI ENRIQUE DUSSEL
ALL’ANTAGONISMO RELIGIOSO

Come è ampiamente noto la formazione dell’A. fu cattolica e quando salı̀ al


potere Peron il padre di Ed non ebbe esitazioni ad appoggiarlo. La militanza del
giovane Ed incominciò nel ’50 quando entrò a far parte della JAC iscrivendosi
alla Facoltà di Filosofia nel ’54 e partecipando nello stesso anno alla nascita della
DC argentina (fu fondatore del FUO e presidente del CEFYC). Attraverso la sua
militanza politica venne in contatto con Maritain di cui legge gli scritti principali
— divenendo un convinto assertore del neo-tomismo. A causa della svolta auto-
ritaria di Peroni, insieme alla Chiesa argentina, si mobilitò contro il peronismo.
Pur continuando in Spagna nello studio della dottrina terrorista, il viaggio ad
Israele e l’incontro con padre Gauthier lo misero di fronte all’esistenza dei pre-
ti-operai vera e propria preistoria dela teologia della liberazione. Conclusa la tesi
di dottorato, lavorò per due anni con Gauthier grazie al quale la vita di Ed ebbe
una svolta determinante. Recatosi a Parigi, la lettura dell’opera di Zea gli fece
comprendere i danni dell’eurocentrismo rispetto all’America Latina che studiò
servendosi della e??? di Ricoeur grazie al quale giunse alla formulazione del con-
cetto etico-mitico in virtù del quale Ed riuscı̀ a reinterpretare la particolarità della
cultura dell’America Latina. Inoltre Ed apprezzò apertamente il ruolo del filoso-
fo francese durante il 1968. A livello storico l’approfondimento della colonizza-
zione spagnola — fatto tra il ’64 e il ’66 — gli consentirà di dare fondamento
scientifico alle rivendicazioni successive, tanto quanto la teoria dela dipendenza
di Cordoso e Faletto gli consentirà di superare una visione falsata dell’America
Latina.
Anche il contributo di Heidegger permetterà a Ed di criticare l’umanesimo
europeo — o più esattamente gli consentirà di connettere l’Io conquisto e l’ego
cogito cartesiano. Tutto ciò porterà all’opera del 1970 con la quale getterà le basi
della filosofia della liberazione. Elaborazione che incomincerà a parte dal 1970
— anno nel quale insegnerà all’IPLA — e proseguirà fino al 1971 in occasione
del II Congresso Nazionale di Filosofia (nel quale confluirono tutti cui filosofi
che si erano opposti al governo argentino di Ongania). Grazie alla lettura di
Marcuse, Bloch la sua riflessione poté precisarsi meglio. Infatti Ed fu interessato
ad approfondire la teoria e la prassi di Marcuse sia in relazione al ’60 USA che ai
movimenti di liberazione del Terzo Mondo mentre la riflessione di Bloch gli con-

161
sentı̀ di comprendere la grande importanza del concetto di utopia. Anche lo stu-
dio di Levinas gli sarà molto utile perché lo metterà nelle condizioni di dare spes-
sore storico-filosofico al concetto di altro e di comprendere la centralità della
metafisica dell’alterità per superare l’antologia di Heidegger. Uno dei risultati
concreti di questo innovatico percorso filosofico fu la realizzazione della Cehilan
nel 1974 nel quale ebbe modo di elaborare una contro-storia del cristianesimo
latino-americano partendo dai poveri. Non sorpende — allora — l’adesione di
Ed alla sinistra peronista di cui — p.e. — condivideva pienamente l’anti-impe-
rialismo USA. L’alttentato ai suo danni (ottobre del 1973) fu la conseguenza del
fatto che Ed attraverso la docenza universitaria indottrinava le menti dei giovani
attentao al quale rispose con la Declaracion De Morelva la più chiara elaborazio-
ne filosofica politica della filosofia della liberazione scritta nel 1975. A livello pe-
dagogico la riflessione di Ed non si discosta da quella di Paolo Freire. Proprio
nel ’75 l’ennesima svolta autoritaria portò alla espulsione dall’universitàdi Ed e
alla successiva censura dei suoi volumi.
Il suo forzato elisio in Messico gli consentirà di istituzionalizzare la filosofia
della liberazione con la fondazione della AFYI nel 1982 e di chiarire le proprie
posizioni molto critiche verso Althusser, ed anche verso Marx.
Lo studio sistematico — anche a livello filologico — delle opere di Marx gli
consentirà di comprendere la grande efficacia della critica marxiana al capitali-
smo e la centralità del concetto di popolo nella riflessione di Mao — gli consen-
tirà di legittimare sul piano teorico la sua adesione alla sinistra peronista. Sotto il
profilo della prassi politica l’adesione di Ed al FN di Porto Alegre non è per nul-
la sorprendente né tanto meno più ritenersi sorprendente la sua adesione al ’68
messicano (o il desiderio di veder incriminato Kissinger per crimini contro l’u-
manità).
Proprio a livello politico Ed ha espresso il suo entusiasmo per i primi passi
della Rivoluzione sandinista, per la rivoluzione cubana e soprattutto per quella
zapatista (proprio riflettendo su queste rivluzioni Ed non ha mai posto sullo stes-
so piano studenti e popolo ma ha ritenuto di dover attribuire esclusivo peso ri-
voluzionario al popolo) cosı̀ come ha qualificato come totalitaria la politica di
Sharon (fra l’altro — sia detto a margine — non è certo casuale che ben 17 ar-
ticoli in lingua italiana di Ed siano apparsi proprio sulla rivista ‘‘Concilium’’!).
Definiti i militari come poveri utili idioti, Ed esprima una valutazione estre-
mamente positiva della politica cubana (a tal punto che esprime il desiderio an-
dare a vivere a Cuba!) e un giudizio assolutamente negativo della politica di
Bush che definisce fondamentalista cristiana analoga — per pericolosità — a
quella talebana.

162
Parte Settima
1. PREMESSA

Con questa breve sezione abbiamo voluto illustrare le posizioni politico-filo-


sifico, di noti intellettuali italiani e non nel contesto dell’anti-globalizzazione, del-
l’eco-pacifismo, del pacifismo femminista e della filosofia della politica. Il lettore
attento — ancora una volta — avrà modo di prendere atto della sostanziale omo-
geneità delle argomentazioni attuate dagli autori contro — p.e. — l’istituzione
militare, contro le istituzioni politiche globaliste e contro il realismo politico al-
l’insegna del pacifismo seppure diversamente articolato.

165
2. GUERRA E DIRITTO NELLA RIFLESSIONE
GIURIDICO-POLITICA DI DE FIORES *

1. Contesto

Il contesto politico nel quale il volume dell’A. si colloca è certamente quello


del pacifismo laico di sinistra.
Sotto il profilo dell’orientamento metodologico nell’ambito del diritto inter-
nazionale e della politica estera i debiti vanno equamente distribuiti tra Ferrajoli,
Zolo e il Centro Riforme per lo Stato associazione che si muove all’interno della
sinistra diessina e dle PRC.

2. Analisi

Cerheremo — per quanto ci sarà possibile — di riassumere gli aspetti di mag-


giore rilievo dell’opera.
Secondo l’A. il diritto è stato costretto ‘obtorto collo’ a confrontarsi con le
nuove guerre e con la loro globalizzazione. Nel nostro Paese, durante il conflitto
in Iraq e in Kosovo, l’utilizzo da parte dell’esecutivo di ipocrite locuzioni è stato
volto a raggirare l’art. 11 della nostra costituzione.
Cosı̀ come in tema di sovranità,quella del Parlamento è stata svuotata di signi-
ficato attraverso il ricorso ai decreti-legge. Al di là di queste considerazioni, co-
piose interpretazioni politico-giuridiche hanno cercato di minare alla base l’in-
dubbio fondamento pacifista (p. 27) della nostra Costituzione. A tale proposito
l’A. dissente in misura radicale con quanti hanno cercato di cosituzionalizzare le
nuove forme di guerra a livello giuridico. Infatti, il rapporto diritto/guerra non si
presta — per l’A. — a equivoci di sorta:
1) la guerra è una sospensione dei diritti come dimostrano chiaramente i
provvedimenti dell’amministrazione Bush;
2) provvedimenti (USA Patriot) che — seguendo Ramonet e Vidal — viola-
no palesemente l’habeaus corpus in modo inacettabile;

* L’Italia ripudia la guerra, Ediesse e CRS.

166
3) in particolare l’a. sottolinea — con particolare enfasi — il rischio di crimi-
nalizzazione del dissenso no-global da parte di Cia e Fbi (p. 33) e ritiene
inammisibili i Tribunali militari istituiti ad hoc da Bush (come la prigione
di Guantanamo);
4) quanto ai provvedimenti presi in Italia questi ricalcano quelli dell’Unione
Europea e sono talmente generici da consentire indiscriminati abusi;
5) per ovviare a tutto ciò l’intervento del presidente della Repubblica e quel-
lo della Corte costituzionale possono offrire una adeguata soluzione al ri-
spetto di un nocciolo duro di diritti che devono essere tutelati anche in
casi di guerra.
Indubbiamente il ripristino della inviolabilità dei diritti è ampiamente com-
promessa dalla metamorfosi della Nato (p. 53) che colloca a latere l’ONU (la
cui abdicazione fu già evidente in occasione del bombardamento USA sulla Li-
bia e dell’attacco di Israele cui campi palestini in Libano). Ebbene di fronte alla
guerra permanente e a quella preventiva l’ONU finisce solo per svolgere un ruo-
lo di ‘‘protettrice della pax americana, custode del dopoguerra’’ (p. 57). A questo
punto legittimare moralmente la guerra — p.e. in occasione della necessitàdi
contrastare il terrorismo — equivale a non comprendere che l’uso della forza
nulla ha a che vedere con la morale ma semmai — come ricordare Heller
(p. 68) — ‘‘con la ridistribuzione del potere e della ricchezza’’. Richiamarsi allora
al concetto di guerra giusta risuta tipico di chi ha fatto venire meno il rispetto del
diritto internazionale. A tale proposito l’A. respinge — con forza e sdegno — la
legittimità della guerra giusta sia nella accezione neo-tomista che in quella di
Walzer allo scopo di sottolinerae che — dopo la abdicazione dell’ONU —
non rimane che l’Impero (citando in modo significativo Negri e Mortellaro)
che attua una guerra di aumentamento (come quella in Afghanistan) e non guer-
re umanitarie (espressione questa che nasconde la volontà — da parte della Nato
e degli USA — di attribuirsi il ruolo di difensori del diritto e quindi — citando
Zolo — di imporre la propria egemonia). Recuperare la lezione filosofica di
Rousseau e di Kant (rigettando quella di Hegel e quella di Austin) ci consentirà
di comprendere la necessità di trasformare l’oridinamento giuridico internazio-
nale in una comunità giuridica universale secondo il dettato di Kelsern (superan-
do le non poche ambiguità dello stesso filosofo, superamento reso possibile dal
contributo di Heller). Allora e solo allora — sarà comprensibile contestualizzare
in modo giuridicamente efficace l’internazionalismo, il pacifismo giuridico e re-
legare la ‘‘guerra fuori della storia’’.
A tale proposito non può essere accettabile che la guerra torni ad essere uno
strumento ordinario della politica o torni ad essere il dispositivo naturale per la
tutela dei diritti umani. In questo senso l’A. — oltre a rifiutare la lezione di Wal-

167
zer e quella di Habermas — condivide la riflessione di Rodotà, di Zolo e di Lu-
ciani secondo il quale un governo mondiale già esiste ed è quello del FMI e della
Banca Mondiale. In conclusione, le osservazioni critiche dell’A. sono assoluta-
mente speculari a quelle di gran parte degli autori precedentemente analizzati
(è fra l’altro significativo che la casa editrice del saggio sia la stessa del Rapporto
2004 che abbiano preso in considerazione) poiché hanno in comune una chiara
connotazione anti-USA e anti-militarista. D’altra parte, alcuni fra i più rilevanti
riferimenti dell’A. sono intellettuali come Zolo, Ferrajoli, Chomsky, Negri e
Mortellaro il cui terreno comune — al di là delle differenze nell’ambito della
pars costruens — è analogo.

168
3. GUERRA E DIRITTO NELLA RIFLESSIONE
FILOSOFICO-POLITICA DI ZOLO *

L’A. sottopone al proprio orientamento ideologico e metodologico la guerra


del Kosovo allo scopo sia di smascherare le ‘ipocrisie umanitarie’ sia di riaffer-
mare la sovranità del diritto in un’ottica anti-USA (analoga a quella di Mortella-
ro). E scontato che il contesto politico-ideologico dell’A. sia analogo a quello di
De Fiores, rientri cioè nell’ambito della sinsitra pacifista (Zolo infatti si è formato
politicamente anche grazie alla collaborazione con la rivista ‘Testimonianza’ di
Balducci).
Allo scopo di evitare qualsiasi equivoco l’A. delegittima il concetto stesso stes-
so di iustum bellum ripreso da Walzer ritenendo che questo sia ‘‘un tipico stru-
mento di autolegittimazione della guerra (p. 43). Al di là delle afferamzioni dei
leaders politici — coinvolti nella guerra del Kosovo (e fra questi Clinton, Al-
bright, Blair e D’Alema) — l’A. compie una interessante rassegna delle opinioni
di noti politologi a proposito delle reali cause della guerra per giungere alle se-
guenti conclusioni:
1) questa guerra è nata per emarginare l’Europa;
2) per controllare i corridoi che da Oriente a Occidente collegano l’Asia al
Mediterraneo (in particolare il corridoio n. 8);
3) per controllare l’area euro-asiatica in funzione anti-CSI adottando una sor-
ta di federalismo egemonico
e infine
4) per legittimare l’allargamento della NATO che progressivamente eroderà
l’ONU legittimando ‘‘la volontà egemonica degli USA’’ per consentirle
‘‘l’esercizio di una sovranità planetaria’’ (p. 65).
Tutto ciò avviene poiché il consiglio di sicurezza dell’ONU (nonostante i suoi
limiti) distribuisce il potere internazionale in modo ‘‘democratico’’ ostacolando
in questo modo l’egemonia USA. Proprio con questa guerra l’ONU è stata an-
cora una volta emarginata attuando una vera e propria aggressione ai danni della

* Chi dice umanità, Einaudi.

169
ex-repubblica jugoslavia e sovvertendo in tal modo il diritto internazionale (l’A.
parla esplicitamente di ‘‘autentica eversione del diritto internazionale’’ p. 89).
Nell’illustrare le riflessioni di Cassese sulla opportunità di trasformare l’ecce-
zione in regola — allo scopo di contestualizzazione giuridicamente la guerra
umanitaria — Zolo ritiene opportuno chiarire che non solo la guerra moderna
non può essere in alcun modo interpretata come una sanzione giuridica ma —
sotto il profilo delle conseguenza operative — può essere assimilata al terrorismo
(p. 114). Quanto al Tribunale dell’Aia ‘‘ha dato prova di un pregiudizio positivo
poiché — p.e. — non ha avviato alcuna indagine nei confronti dei comandi della
NATO’ (p. 139) che ha pianificato l’uso dell’uranio impoverito ‘‘violando le
Convenzioni di Ginevra oltre alla Convenzione dell’Aia del 1954’’ (pp. 145/
146). In definitiva, il Tribunale dell’Aja non è stato altro che uno strumento pu-
ramente giuridico (p. 156) e quindi del tutto pirvo di legittimità. In conclusione
per l’A.:
1) la guerra è stata incommensurabile e contradditoria rispetto alla tutela dei
diritti umani;
2) il loro rispetto non può essere affidato ad alcuna alleanza militare;
3) l’alternativa percorribile è il dialogo interculturale;
4) le conseguenze di ogni guerra sono la devastazione ambientale e l’imple-
mentazione dell’odio;
5) non è accettabile che il potere internazionale sia nele mani di una ristretta
oligarchia;
6) la guerra umanitaria ha emarginato l’ONU e ha sovvertito il diritto inter-
nazionale in mano dell’imperialismo USA.
L’unica legittima e valida reazione a questo orrore sono state le manifestazio-
ni a Seattle.

170
4. LA GLOBALIZZAZIONE NELLA INTERPRETAZIONE
DI RAMONET *

Secondo l’A. il fatto che il mondo attuale abbia conosciuto il trionfo del libe-
rismo è un fatto nefasto. Contro di esso le proteste di Seattle sono state sacro-
sante mentre il Pentagono — affetto dalla solita paranoia — puntava l’indice
proprio contro il dissenso criminalizzandolo.
Tutte queste proteste hanno trovato nelle ONG e in determinate associazioni
una adeguata risposta al predomio delle oligarchie finanziarie (la repressione che
ne è seguita è inacettabile!) e in particolare degli USA che attuano una logica
imperialista (americanizzando il mondo per esempio).
Nella seconda voce del dizionario — Allende — il leader politico viene defi-
nito come la prima vittima della globalizzazione e come colui che avviò una de-
mocrazia autentica nel contesto del socialismo mentre le corporations, la Cia e la
Banca Mondiale erano intente a distruggere il nuovo Cile.
Nella terza voce — Altermondialismo — gli A. elogiano le alternative perse-
guibili rispetto alla globalizzazione:
1) economia solidale;
2) sviluppo sostenibile;
3) solidarietà nazionale e
4) governanza democratica a livello mondiale.
Nella quarta voce — Asse del Male — gli A. — oltre a rifiutare radicalmente
tale catalogazione — contrappongono un’altra asse del Male: quello della globa-
lizzazione che precede a tre livelli. Uno di questi è il livello ideologico che si con-
solida attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica attuata da centri di ri-
cerca assai precisi (come l’Heritage Foundation o il Cato Institute).
Nella quinta voce — ATTAC — gli A. formulano una sorta di autoelogio —
assai compiaciuto — sottolineando che — in ultima analisi — Attac vuole libe-
rare le persone dal virus liberista.
Nella sesta voce — Black Bloc — gli A. compiono una difesa assai sottile là

* Piccolo dizionario della globalizzazione, Ramonet/Chao/Woźniak, Edizioni Sperling & Kuf-


fer, 2000.

171
dove sottolineano che l’uso di mascherarsi durante le manifestazioni è stato utile
per sottrarsi alle identificazioni.
Nella settima voce — Manu Chao — pur ricordando che — guarda caso! —
il cantante ha accettato di essere socio fondatore onorario di Attac — gli A. for-
mulano nei confronti del suo impegno politico un vero e proprio elogio.
Nell’ottava voce — Chavez — gli A. non solo ne difendono l’operato ma si
mostrano particolarmente soddisfatti della paura mostrata dagli USA per la po-
litica estera inaugurata.
Nella nona voce — CNSTP — viene difesa una forma di nuovo sindacalismo
e viene difesa la lotta del CP contro gli OGM.
Nella decima voce — FMI — tutto l’operato della organizzazione è condan-
nato radicalmente sia per le conseguenze sia perché esso rappresenta ‘‘la strut-
tura mondiale dell’imperialismo moderno’’ (p. 165).
Nella undicesima voce — FS — il programma del Forum mondiale è — ov-
viamente — difeso a trecentosessanta gradi perché rappresenta una sorta di
coordinamento mondiale anti-liberista. Nel suo ambito trova spazio anche Fran-
ce Libertés l’associazione di Danielle Mitterand la cui prassi antagonista è parti-
colarmente cara agli autori.
Nella dodicesima voce — Genova — gli A., oltre a definire la città ligure la
‘Seattle d’Europa’, osservano correttamente il radicamento profondo nel nostro
paese dell’associazionismo laico e cattolico (che è stato il motore propulsivo della
manifestazioni) e ne difendono le istanze (non dopo aver elogiato l’attività di In-
dymedia).
Nella tredicesima voce — Giovanni Paolo II — attraverso una lettura parziale
e faziosa insieme gli A. vorrebbero fare del Papa una sorta di difensore dell’anti-
globalizzazione.
Nella quattordicesima voce — Guerra di occupazione — dopo aver elogiato
il programma e la prassi di Greenpeace (pp. 221/222). Gli A. sostengono che
l’interrentismo USA è la conseguenza di una grave crisi finanziaria alla quale
gli USA riprendono con la guerra, che consentirà loro di controllare e risorse pe-
trolifere (p.e. del Golfo). A conclusione della voce gli A. auspicano — implici-
tamente — una contrapposizione europea con gli USA che faccia da contro-al-
tare all’egemonia USA, contrapposizione — aggiungiamo noi — che per raffor-
zarsi dovrà tenere conto dell’America Latina (di Lulax e Chavez in particolare),
della Cina e della Russia. In particolare gli A. — a più riprese — pongono l’en-
fasi sulla opportunità storica che Germania e Francia hanno di contrapporsi alla
politica unilaterale USA.
Nella quindicesima voce — dopo aver elogiato Chomsky e la Klein — gli A.
non risparmiano elogi alla Rete di Lilliput.
Nella sedicesima voce — dopo aver elogiato Lula e Marcos — gli A. difen-

172
dono il progetto di creare un osservatorio permanente sulla manipolazione infor-
mativa delle corporations e dell’imperialismo.
Nella diciassettesima voce, dopo aver condannato senza mezzi termini le
ONG asserite alle comporations o all’imperialismo USA (come ad Haiti), gli
A. riconoscono il ruolo determinante delle ONG tradizionali e di quelle nuove
(come ATTAC e il FS) che daranno un contributo determinante alla lotta contro
il neoliberismo.
Nella diciottesima voce — elogiata l’opera meritoria di Moore — gli A. si sof-
fermano a sottolineare il ruolo determinante del pacifismo attuale (laico e catto-
lico) ricordando il contributo di La Pira, della CND in UK, di Capitini e soprat-
tutto di quello attuale che — con il FS — ha acquisito una dimensione planeta-
ria.
Nella diciannovesima voce — condannato il Patriot ACT con organizzazione
analoghe a quelle già viste con il giurista italiano De Fiores — le critiche rivolte
alle reali finalità del Plan Colombio e del Plan Panama sono rotte e non lascino
adito a dubbio.
Nella ventesima voce — dopo aver elogiato programma e prassi del MST —
gli A. non risparmiamo elogi al nuovo protagonismo della società civile che si è
organizzata attraverso le ONG.
Nella ventunesima voce — terrorismo — gli A. — come già aveva fatto
Chomsky — sostengono che proprio gli USA hanno promosso una delle forme
più spietate di terrorismo, quelle anti-comunista e l’espressione ‘azione terrori-
sta’ può esere usata sia per Begin (ex capo dell’Irgun) che per le FARC.
Nella ventuduesima voce — Tute bianche — gli A. sottoineano la positiva
capacità di creare legami o fare rete con altri movimenti dimostrando la loro abi-
lità.
Analoghe valutazioni vengono formulate nei confronti di Ya Basta! e dello
zapatismo nei cui confronti gli A. mostrano la massima fiducia.

173
5. LA RIFLESSIONE ANTI-REALISTA
DI EKKEHART KRIPPENDORF *

Se fino a questo momento la politica si è costruita a partire da paradigmi di-


sumanizzati (caratteristici d’altronde del realismo politico) l’unica alternativa
perseguibile è una politica estera dal basso promossa ‘‘da gruppi sociali che si
intromettono nelle faccende interne degli Stati’’ per tutelare p.e. i diritti umani
violati. Uno dei primi esempi furono le ONG anglosassoni sorte tra il 1843 e il
1846 mentre per venire ai giorni nostri, non c’è dubbio che AI (nata nel 1961)
abbia attuato questa politica dal basso Concretamente — a partire dal ’91 — la
UPO rappresenta — secondo l’A. — una delle migliori forme di alternativa alla
politica tradizionale almeno quanto l’HCA. Ma uno degli eventi che risquote
l’entusiasmo dell’A. è la manifestazione del febbraio 2003 grazie alla quale si è
costruita informalmente una società mondiale dal basso. Al di là delle condanne
scontate rivolte ai provvedimenti anti-terrorismo di Bush, l’A. auspica una Euro-
pa completamente differente da quella attuale, un’Europa che attui ‘‘una coope-
razione sociale, economica e culturale’’ grazie alla quale sarà possibile battere il
terrorismo. Quanto alla guerra in Kosovo — guerra criminale — l’entrate in
guerra della Germania è inammissibile tanto quanto inaccetabile che un ex-verde
pacifista quale Fischer abbia potuto dare il proprio plauso. Un adeguato pro-
gramma alternativo ci è offerto dall’A., programma che per la sua essenzialità
può agevolmente essere riassunto nel modo seguente:
1) essere di sinistra equivale a protestare contro tutte le ingiustizie (privilegi,
sfruttamenti e divisione della società). Marx ha certamente fornito una in-
terpretazione scientifica della disuglianza;
2) essere di sinistra significa mettere in discussione il potere e non aspirare a
conseguirlo poiché le strutture gerarchiche non sono accettabili (ndr risul-
ta abbastanza chiaro che l’A. sta riformulando l’ottocentesco programma
anarchico!). Proprio per questa ragione l’anti-militarismo è nel Dna della
sinistra radicale;
3) se ciò è vero la non violenza e la disubbidienza civile sono metodi indi-

* Ekkehart Krippendorff, Critica della politica estera.


Ekkehart Krippendorff, L’arte di non essere governati.

174
spensabili per la sinistra e per questa ragione si deve rifiutare qualsiasi
compromesso tattico e qualsiasi istituzionalizzazione all’interno di un par-
tito.
Alla luce delle considerazioni precedenti quali sono le valutazioni dell’A. sulle
istituzioni militari?
Vediamole in breve
1) le spese militari sottraggono risorse a quelle della sanità e dell’istruzione;
2) i danni ambientali determinati dalle FA sono elevatissimi;
3) le FA rappresentano la parte più oscura della storia;
4) Stato e FA sono una unità indissolubile;
5) la politica attuata da Adenauer fu un errore macroscopico e fatale insieme;
6) l’educazione militare mira a spersonalizzare e a disumanizzare l’individuo;
7) l’unica reale funzione della istituzione militare — al di là della usuale de-
magogia — è ‘‘la conquista e il consolidamento del potere’’ (p. 236);
8) nonostante le apparenze è proprio l’apparato militare a controllare le prin-
cipali scelte economiche e sociali;
9) allo stato attuale questa istituzione è un vero e proprio cancro (...) poiché
‘‘si riproduce a spese della società civile’’ (p. 237).
In conclusione per l’A. l’istituzione militare: ‘‘è la più pericolosa e più avversa
alla vita (fra le altre istituzioni ndr) e anche la più onerosa che mai sia stata in-
ventata’’ (p. 240).
E dunque mai esistita nella storia recente una alternativa? Per l’A. la risposta
è positiva poiché proprio Gandhi ne rappresenta la concreta realizzazione. Che
cosa ha Gandhi se non la vittoria della morale sulla politica? Anche gli aforismi
di Lao-tzu sono una buona alternativa almeno quanto le riflessioni di Schiller.
Sulla educazione estetica autentica formazione in grado di deligittimare pote-
re e dominio.

175
6. LA RIFLESSIONE ECOPACIFISTA DI ARN NAESS *

Quale implicazioni determina — sul piano politico — l’ecosofia? Attraverso


quali strumenti l’ecosofia può trovare concreta applicazione? A questi cruciali
interrogativi l’A. risponde nel modo seguente:
1) tutti coloro che praticano l’ecologia profonda devono impegnarsi politica-
mente;
2) gli attivisti devono conoscere la meccanica del potere all’interno delle cor-
porations;
3) i partiti verdi devono avere al loro interno esperti in diversi settori o am-
biti;
4) le politiche economiche di USA e dell’URSS sono risultate fallimentari e
una alternativa ad esse è il decentramento;
5) l’attivista deve promuovere il proprio dissenso nei confronti della massifi-
cazione del termpo libero.
A livello di modalità operative quella per eccellenza non potrà che essere l’a-
zione diretta non violenta indicata da Gandhi (pp. 184/186) e a livello di finalità
generale certamente la più importante è quella di attuare una ‘‘trasformazione
radicale della nostra società industriale’’ (p.e. attraverso la realizzazione di un
partito ad hoc) realizzata attraverso piccoli passi servendosi del socialismo quale
pars destruens rispetto al capitalismo.
Infatti l’ecologia profonda — oltre a proporre l’abolizione della proprietà —
mira ‘‘a una democrazia diretta’’ e ad applicare un disarmo unilaterale propo-
nendo la DPN al’interno della Nato (è forse questa una delle proposte più biz-
zarre che abbiamo mai preso in considerazione).
Complessivamente l’abbinamento dell’ecosofia alla non violenza si attua in un
contesto squisitamente religioso (p. 247) e anti-cartesiano (oltre che anti-raziona-
listico).

* Arn Naess, Ecosofia.

176
7. LA RIFLESSIONE SULLA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
E SULLA NON VIOLENZA DI ALDO CAPITINI *

Solo la non violenza (da adesso NV ndr) è in grado di valorizzare l’individuo


senza escludere uno strettissimo legame con i propri simili. Al contrario Stati,
partiti e sette usano una forma tradizionale di potere (la coercizione p.e. o la tor-
tura) e creano una falsa democrazia (p. 90). Certo nella pars destruens Marx e
Lenin ci hanno fatto comprendere la possibilità di superare la falsa democrazia
ma le loro riflessioni sono impregnate di autoritarismo (come si evince dalla pos-
sibilità — contemplata dai loro sistemi — di ricorrere alla violenza rivoluziona-
ria).
Al contrario, la democrazia alla quale mirano, dovrà costruirsi sulla non vio-
lenza. La guerra, infatti, è un’assurda manifestazione della natura (ed è certa-
mente la più crudele) e va completamente rifiutata. Tuttavia — precisa in modo
significativo Capitini — il salto dalla violenza classica alla non violenza non potrà
non passare che attraverso una fase intermedia e cioè la guerriglia (che è limita-
tamente giustificabile quando nasce dagli oppressi). Perchéla ANV sia efficace
sarà opportuno che venga attuata da un numero elevato di persone che ‘‘bloc-
chino il potere con le tecniche non violente’’ (p. 94) (D’altronde è propria la per-
sistenza della guerra all’interno degli stati ad impedire l’affermarsi della ANV).
In defintiiva mentre la guerriglia è una scelta immediata al contrario la ANV è
frutto di una lunga preparazione interiore; mentre la guerriglia riconosce i limiti
della democrazia rappresentativa proponendo il partito unico (Capitini pensa a
Lenin e a Castro) al contrario la ANV vuole attuare la massima democratizzazio-
ne, abbinata al metodo elettorale, attraverso ‘‘un vastissimo controllo’’ (p. 98);
mentre la guerriglia non ha alcuno scrupolo nell’eliminare la libertà altrui, al con-
trario la ANV non può accettare una conseguenza cosı̀ devastante. Rispetto alle
leggi è importante che la norma giuridica razionalizzi ma è altrettanto importante
— come nel caso dell’ODC e della pena capitale — ubbidire attivamente (secon-
do l’espressione di Kant) cioè rifiutare di accettare leggi ingiuste attraverso la
ANV adottando un atteggiamento onesto e manifesto. Ma tutto ciòè accettabile
solo nella misura in cui si fonda la ANV sulla teoria della compresenza che ci

* Aldo Capitini, Il potere di tutti.

177
consente di aprirci all’altro e che ci consenta di disporre — accanto alla realtà
della natura e della storia — anche di una realtà trascendente. Concretamente
la ANV si può attuare solo attraverso la partecipazione comunitaria — che altro
non è che la democrazia partecipata che abbiamo già avuto modo di illustrare
cioè attraverso la realizzazione di una ‘‘vastissima rete di organi dal basso’’
(p. 110) che oltrepassi sia il capitalismo che il comunismo, che ci metta nelle con-
dizioni di ridurre la durata del potere e accettare il diritto di revoca, che ci con-
senta di creare organismi intermedi per aumentare il controlo e diminuire il ri-
schio del centralismo e, infine, che consenta alla ’public opinion’ di proporre e
criticare. Fra le conseguenze più evidenti di questo progetto avremo
1) il rifiuto integrale delle F.A.;
2) il conseguente rifiuto della guerra, della guerriglia e della tortura e infine
3) il rifiuto della religione tradizionale 1.
Se si applica tutto ciò al problema specifico del Terzo Mondo le proposte
concrete dell’A. si possono agevolmente sintetizzare nel seguente modo:
1) la lotta per la liberazione va condotta usando la ANV e infine
2) creando una federazione orizzontale e non violenta di regioni del Terzo
Mondo per riuscire ad esercitare una forte pressione sull’ONU.
Quanto alle conseguenze nell’ambito di un qualsiasi stato, queste possono —
in breve sostanza — ridursi ad una: i COS dovranno ‘‘creare una mobilitazione
permanente’’ per controllare tutti gli aspetti della politica (interna ed estera) e
criticare gli aspetti negativi o denunciarne le nefandezze. Nel settore universita-
rio questa nuova forma mentis attuata dalla NV, porterà a rivedere profodamen-
te l’attuale politica universitaria che dovrà ispirarsi alle seguenti forme:
1) l’educazione civica degli studenti universitari è essenziale (anche per com-
battere il qualunquismo dilagante);
2) assicurare la piena libertà di coscienza di docenti e studenti;
3) docenti e studenti dovrebbero dedicarsi alla educazione popolare (al di
fuori del contesto universitario);
4) gli studenti dovrebbero contribuire all’autogoverno dell’università;
5) attuare lavori di gruppo all’interno dei dipartimenti;
6) attuare una educazione — da parte dei docenti — ad personam con l’aiuto
di assistenti e laureandi;

1 È fondamentale osservare che queste conclusioni - solo in parte - traggono ispirazione dalle

riflessini di Lenin sulla Comune di Parigi mentre i riferimenti fondamentali per l’A. fuorno Cristo,
San Francesco, Gandhi e M.L. King autori presso i quali la religione svolge un ruolo preminente.

178
7) creare — con gli studenti — commissioni di controllo sugli esami e sulla
vita universitaria in generale.
A tale proposito — proprio nel gennaio-febbraio del ’68 — l’A. prese aper-
tamente le difese di quegli studenti che avevano occupato l’università proponen-
do loro una serie di riforme:
1) era necessario organizzare assemblee di frequente con deleghe rinnovabili
o revocabili;
2) il giuramento allo stato da parte dei docenti non poteva essere più accet-
tabile e infine
3) era necessario introdurre la logica non violenta anche nell’ambito unniver-
sitario come in quello sindacale (contesto che dovrebbe avere un maggiore
protagonismo).
Particolarmente significativo è l’articolo dell’agosto del 1963 poiché — con
particolare enfasi Capitini — oltre a ribadire la centralità del metodo non violento
— formula una critica radicale alla società attuale che si è costruita secondo una
logica oligarchica alla quale, i cittadini consapevoli, devono opporre la tecnica
NV e della disubbedienza civile. Per incrementare tutto ciò l’educazione 2 svolge
un ruolo decisivo, educazione che dovrà essere attuata in tutti i contesti possibili.
In definitiva non bisogna avere alcuna remora nell’opporsi allo Stato Impero
e al neo-capitalismo attraverso una rivoluzione che cambi ‘‘il possesso del potere,
le strutture della società e gli animi delle persone’’, insomma una rivoluzione la
cui radicalità è analoga a quella anarchica.
Naturalmente rispetto agli approcci classici della rivoluzione, l’A. opta per
l’abbinamento tra non violenza e democrazia diretta (non violenza — la ribadia-
no — che deve collocarsi all’interno di uno specifico contesto metafisico quello
della compresenza) in opposizione all’ipocrisia dell’occidente, ai cappellani mili-
tari che tradiscono il vangelo, per creare — in alternativa — comunità autonome
a partire da piccoli gruppi che ‘‘possono fondersi su posizioni strenue, fare emer-
gere orientamenti chiari e ostinati, anche se saranno detti utopistici’’ (p. 446).

2 Proprio l’educazione è un aspetto particolarmente significativo - poiché- è all’interno delle

strutture esistenti che l’educatore-profeta può attuare una formazione assai lontana da quella usua-
le e che possiamo sintetizzare nel modo seguente:
1) l’aspetto democratico della scuola è la prima condizione per una scuola riformata;
2) il maestro dovrà togliere dai testi scolastici tutto ciò che vi sia di militarista e di imperialista;
3) bisognerà porre l’enfasi sui movimenti della pace per dare una lettura diversa della storia;
4) bisognerà dividere la classe in gruppi per abituarli alla libera discussione e alla critica della
realtà esistente;
5) e infine sarà necessario porre l’ enfasi sul ruolo cruciale dell’ONU.

179
8. LA RIFLESSIONE FILOSOFICO-POLITICA
DI GIULIANO PONTARA *

Che sulla scena mondiale si siano affacciati nuovi protagonisti (ONG, movi-
menti per la pace) non c’è dubbio.
E ciò è un buon rimedio di fronte al dilagare delle nuove guerre che altro non
sono che la manifestazione più eclatante della violenza che:
1) riduce la possibilità di mediazione e
2) riduce la possibilità di giungere a compromessi accettabili.
Violenza che alimenta la deumanizzazione, che porta alla distorsione dei fatti
e alla manipolazione del pensiero attraverso la propaganda, che rafforza il ruolo
delle istituzioni autoritarie per eccellenza: quelle militari. le quali vedono raffor-
zare il loro ruolo grazie alla diffusione planetaria del capitalismo la cui natura è
profondamente totalitaria (sia sul lato economico che dal punto di vista della
propaganda). È chiaro che alcuni dei rimedi da prendere in considerazione
non potranno che essere: l’educazione alla pace, l’arte della diplomazione tradi-
zionale e popolare, la drastica riduzione delle spese militari, la conversione del-
l’industria bellica, l’abbinamento della democrazia al socialismo (secondo la for-
mula capitiniana) per realizzare una morale e un sistema giuridico planetario. In
particolare, la realizzazione di una morale planetaria richiederà la costruzione di
una personalità non violenta le cui caratteristiche principali dovranno essere:
1) la proibizione di metodi di lotta violenti;
2) la capacità di individuare la violenza a vari livelli;
3) la capacità empatica (cioè la capacità di identificarsi con i più deboli e
avere il desiderio che la sofferenza altrui cessi);
4) il rifiuto della morale formalistica dell’obbedienza (che ha raggiunto il
proprio apice nel nazismo) che dovrà essere rivolto a tutte le strutture
autoritarie (si veda p.e. l’esempio di don Milani) promuovendo là dove
necessario ‘‘atti di disobbedienza e di insurbordinazione civile non vio-
lenta’’ (p. 54);
5) la fiducia negli altri che porta al conseguente rifiuto del principio e del-

* La personalità non violenta / Guerre, disubbedienza civile, non violenta /.

180
l’equilibrio di potenza, al rifiuto di disumanizzare l’altro e quindi al rifiu-
to del potere militare che ha giustificato la militarizzazione della società e
l’imperialismo;
6) la disponibilità al dialogo che presuppone la modestia e la consapevolez-
za di non avere la verità assoluta in campo etico-politico;
7) la mitezza con la quale si devono rifiutare le dicotomie tra vincitore e vin-
to e tra amico e nemico;
8) il coraggio o la non violenza del forte;
9) l’abnegazione non violenta che, come ricordava Gandhi (p. 66), si deve
far carico delle sofferenze altrui;
10) la pazienza.
Tuttavia l’A. (p. 68) dopo aver sottolineato quanto ideale sia il ritratto della
personalità non violenta, nella pagina successiva precisa che in determinate situa-
zioni il ricorso alla violenza armata sia lecito. La costruzione di una tale perso-
nalità può essere innata — oltre che di origine familiare — all’interno della scuo-
la (come indicato da Capitini), istituzione questa che dovrebbe educare alla vi-
gilanza critica verso l’ideologia imperante (da attuarsi fra i 15/20 anni), che
dovrebbe promuovere una società democratica e non violenta anche attraverso
il lavoro di gruppo in classe, che dovrebbe favorire il controllo dal basso, e infine
la dissacrazione della guerra e del militarismo 1.
Quali tecniche dovrà attuare la personalità non violenta per affermare il pro-
prio punto di vista? Oltre alle tecniche non violente la disubbidienza civile (da
ora DS ndr) dovrà essere ampiamente usata. Ma perché vi sia DS è necesssario
partire da presupposti precisi:
1) la DS deve essere rivolta alle leggi esistenti e deve essere una trasgressione
internazionale;
2) la DS deve avere una natura morale (il soggetto che la pratica lo fa perché
in coscienza ritiene che la norma sia moralmente non accettabile);
3) lo scopo della DS deve essere quasi sempre politico (p.e. l’ODC) e
4) la DS deve possedere — inoltre — le seguenti caratteristiche:
a) deve essere pubblica;
b) deve essere notificata prima che avvenga;
c) deve attuarsi in modo non violento e infine
d) il soggetto che la pratica deve sottomettersi volontariamente alle puni-
zioni che gli verrano inflitte.

1 Al di là della demagogia dispensata dall’A., la visione che emerge è finalizzata a sabotare il
sistema dall’interno attuando una vera e propria guerra psicologica.

181
L’A. — per illustrare — la propria tesi cita due noti esempi:
a) quelle di alcuni attivisti che entrarono all’interno della DCC nel ’69 a
Washington e
b) Leanon del Comitato dei 100 in UK nel ’61.
Sotto il profilo filosofico la DC presuppone:
1) la distinzione tra diritto e morale e
2) la distinzione tra Stato e individuo
Distinzione vanificata da Hegel e affermata con forza da Locke e Mill.
Alla luce di questa filosofia, quale valutazione potrà dare mai l’attivista che
pratica la DS sulla guerra? Un giudizio di radicale condanna naturalmente. Qua-
le valutazione — infine — darà nei confronti della dottrina delle guerra giusta?
La risposta è prevedibile: ‘‘(...) in base ai principi della dottrina della guerra
giusta nessuna guerra moderna può essere dichiarata giusta’’ (p. 53) e quindi nes-
suna guerra può avere una legittima morale.

182
9. LA RIFLESSIONE POLITICO-RELIGIOSA DI ‘‘RE NUDO’’ *

Ci sembra utile portare avanti la nostra riflessione sull’antagonismo eco-paci-


fista illustrando la tesi di intellettuali che hanno saputo abbinare in modo origi-
nale la controcultura (p.e. la rivista ‘Re Nudo’) con la riflessione religiosa di
Osho. Inoltre, questa breve analisi ci permetterà di dimostrare quanto una parte
della new age abbia anticipato alcune tematiche analoghe a quelle del movimen-
to no-global. Procediamo in senso contrario — rispetto alla impostazione del vo-
lume — iniziando il nostro discorso dalla Appendice prima (‘‘Frammenti di un
programma possibile’’). In primo luogo, gli A. risconoscono il loro immenso de-
bito di riconoscenza all’opera di Osho (p. 70) grazie al quale hanno compreso
come solo la scienza e l’arte — affrancate dalla attuale dimensione — sarebbero
in grado di governare in modo rivoluzionario il mondo spazzando via la politica
che ancora adesso si costruisce sulla logica della potenza e/o del dominio. In se-
condo luogo — gli A. in modo sfumato e ambiguo — propongono una serie di
alternative ai contenuti educativi attuali, alternative che altro non sono che quelle
praticate nell’Ashram di Osho a Poona (in India): dalla bioenergetica alle tecni-
che di consapevolezza sensoriale (pp. 73/75). In terzo luogo, a livello di politica
estera, propongono la sospensione delle ricerche connesse all’uso bellico della
energia nucleare, il superamento della ‘‘potere militare per risolvere i problemi’’
(p. 76) (in alternativa basterebbe un unico esercito sotto l’egida ONU), l’appli-
cazione di una politica di stretto controllo delle nascite, la radicale riconversione
del servizio militare in servizio civile e la trasformazione ‘‘delle caserme in grandi
laboratori per un armonico sviluppo fisico e neutrale’’ (in altri termini in centri
di meditazione Osho) caserme — che detto per inciso — sono paragonate ai la-
ger nazisti (p. 78), la legalizzazione di tutte le droghe e lo stanziamento di fondi
per produrre droghe con effetti collaterali minimi (p. 82). In quarto luogo, pur
riconoscendo il valore del comunismo (della cui scomparsa certo non si rallegra-
no!) dimostrano anche un vivissimo apprezzamento verso il movimento anarchi-
co.
In altri termini auspicano la realizzazione del socialismo privo delle implica-

* A.V., Politica e Zen. Un nuovo manifesto.

183
zioni nefaste ampiamente note. In quinto luogo, dopo aver formulato una inter-
pretazione della scienza cara all’irrazionalismo novecentesco, sottolineano (p. 99)
il contributo determinante del femminismo (pp. 99/101). In sesto luogo, per
cambiare la realtà attuale, sarebbe opportuno rendersi conto della profonda dif-
ferenza tra Oriente e Occidente e come la filosofia dell’Oriente sia di gran lunga
migliore di quella occidentale. In generale, attraverso la meditazione (secondo le
modalità di Osho) è possibile decondizionarsi profondamente. Importante am-
missione questa poiché ci consente di comprendere chiaramente quanto fonda-
mentale sia il lavoro psicologico da compiere su se stessi. Non è un modo eufe-
mistico per affermare che chi condivide questa impostazione deve attuare — lo
voglia o meno — una guerra psicologica contro il sistema?
A dimostrazione di ciò (v. pp. 19/24) l’attacco al concetto di Stato in quanto
tale è analogo a quello portato avanti (dal 1600!) degli anarchici.

184
10. LA RIFLESSIONE FEMMINISTA DELLA RUDDICK *

Dopo aver paragonato nazismo e maccartismo, dopo aver precisato la propria


condivisione relativa alla filosofia della conosocenza delle Women Ways of Kno-
wing (fortemente relativista) e aver riconosciuto il proprio debito verso la Hart-
sock, formula (p. 172) una precisazione fondamentale sulla violenza: un autenti-
co pacifismo non violento deve combattere la violenza a tutto tondo e in qual-
siasi contesto. In particoare negli USA la retorica guerraf ondaia si combina
con la burocrazia professionalizzata e la tecnologia dando esito ad una miscela
esplosiva.
Al militarismo misogeno (che svilisce la donna), all’indottrinamento perverso
compiuto dalla istituzione militare (indottrinamento che snatura il soggetto), al
pensiero militarista per il quale il corpo è privo di reale autonomia perché stru-
mento per fini ‘superiori’, l’A. contrappone la lezione della Woolf, della Coldi-
cott per giungere alla conclusione — in un’ottica di pacifismo femminista — che
solo la pratica materna è in grado di sconfiggere il pensiero militarista poiché es-
sa spontaneamente adotta una forma mentis non violenta. La donna che si fa
promotrice della NV deve ispirarsi a ‘‘quattro ideali: rinuncia, resistenza, ricon-
ciliazione e difesa della pace’’ (p. 200). Anche per l’A. il riferimento a Gandhi è
d’obbligo soprattutto in relazione al concetto di Ahimssa e alla resistenza passiva
(p. 209). Significativamente l’A. sottolinea l’importanza dei contributi di Sharp e
di Muller (nota 3, p. 227) — riconoscimento fondamentale per le nostre finalità-
ma ricorda soprattutto l’eroica resistenza delle madri argentine e cilene.

* Sara Ruddick, Il pensiero materno.

185
11. NOTE SULLA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
IN DANILO DOLCI

Secondo lo studioso norvegese Galtung l’antagonismo dolciano era rivolto al


rifiuto dello Stato capitalistico, al rifiuto della Chiesa autoritaria, alla critica ra-
dicale delle gerarchie e tale posizione si concretava ora attraverso una pedagogia
maieutica anti-autoritaria ora attuando lotte che costruissero alternative attraver-
so l’ANV ora, infine, progettando una società alternativa. In questa direzione, la
promozine dell’ODC, la realizzazione di centri popolari autogestiti, e dunque
lontani da un’organizzazione gerarchica, costituiscono strumenti tipici della con-
flittualità non convenzionale che l’A. applicherà in Sicilia (come aveva fatto
Gandhi in India o Capitini a Perugia). È significativo, dal nostro punto di vista,
che l’opera dolciana abbia riscosso particolare consenso presso Freire e Chom-
sky (fra gli altri). Anche la fondazione di una radio libera del 1970 rientrava nel
più ampio progetto di costruire alternative antagoniste alla società del dominio
tanto quanto l’anti-militarismo radicale, le azioni di denuncia, le marce popolari
l’utilizzazione — alternativamente — del digiuno individuale o di quello colletivo
la realizzazine di un centro antagonista — come il Centro Studi e Innovative di
Partinico e il Centro sperimentale di Mirto attraverso i quali attuerà in modo
coordinato sia l’ANV che la Guerra psicologica — e infine — la realizzazione
di una democrazia dal basso (analoga a quella capitaniana) 1.

1 È estremamente significativa la ripresa in USA, UK e Italia di una strategia volta a promuo-


vere e incoraggiare il dissenso all’interno delle F.A. (attuato durante la guerra del Vietnam in USA
e dai PID in Italia durante gli anni Settanta). A tale proposito, di estremo interesse sono le asso-
ciazioni americane quali Veterans For Peace, Military Families Speak Out, Gold Star Families For
Peace e l’Iraq Veternas Against the War. In Italia l’assocazione ‘‘Un ponte per...’’ sta usando mo-
dalità operative analoghe a quelle dei PID quali:
1) istigazione alla disobbedienza;
2) contro-informazione attraverso proiezione di film o pubblicaizone di volumi (quale quello
di Rushton, ‘‘Riportiamoli a casa: il dissenso militare nelle forme armate USA’’;
3) proposizione di convegni (con quello organizzato a Roma il 28 marzo 2006 da ‘‘Un ponte
per...’’ e coordinati dallo stesso Rushton).
L’insieme di queste tecniche — che furono usate anche durante la I e la II Guerra Mondiale dagli
anarchici e dai socialisti — mira a creare profonde fenditure all’interno delle F.A. alleate paralizzan-
dole. Al di là della efficacia di questa campagna specifica c’è — fra gli stessi pacifisti — chi onesta-
mente riconosce come la gran parte delle nobilitazione contro le guerre non realmente servite.

186
L’insieme di questa strumentazione doveva servire ad attuare una contrappo-
sizione frontale alla logica del dominio che per l’A. si realizzava attraverso:
1) la segretezza;
2) la manipolazione delle informazioni;
3) l’uso dello spionaggio;
4) collocando nei punti chiave uomini malleabili;
5) promuovendo scienziati irresponsabili;
6) promuovendo la violenza;
7) trovando convenzione e complicità con le gerarchie ecclesiastiche.
In particolare Dawley (cocordinatore dello ‘‘Steering Committee of Histo-
rians Against the War’’) afferma che una valutazione realistica della efficacia
dei movimenti contro la guerra non può che portare ad una semplice conclusio-
ne: i movimenti per la pace non hanno, fino a questo momento, contribuito a
fermare nessuna delle guerre attuate dagli USA dall’invasione delle Filippine alla
guerra del Golfo.

187
12. STATO E LIBERTA SECONDO ROTHBARD *

Secondo, MURRAY ROTHBARD massimo esponente dell’anarco-capitali-


smo del novecento, lo stato costituisce l’istituzione in assoluto più pericolosa
per l’affermazione e l’ampliamento della libertà individuale.
Prendendo spunto dalla scuola austriaca di VON MISES e soprattutto dell’a-
narco individualismo di TUCKER, THOREAU, e SPOONER l’autore connota
lo stato nel modo seguente:
1) lo stato ha mascherato la sua attività criminosa per secoli con una altiso-
nante retorica;
2) lo stato ha commesso omicidi di massa chiamandoli guerre;
3) per secoli lo stato ha costretto la società civile a prestare sevizio nelle forze
armate attraverso la coscrizione, vera e propria schiavizzazione perpetuata
in modo sistematico;
4) lo stato ha rapinato a mano armata il comune cittadino attraverso la tas-
sazione;
5) la democrazia rappresentativa, al di là della demagogia professata dai suoi
difensori, non è altro che una oligarchia di natura parassitaria e fondamen-
talmente criminale.
L’unica alternativa attuabile non può che essere l’estinzione graduale dello
stato svuotandolo di potere e significato in ogni ambito pubblico e privato
che ha occupato — dalla istruzione alla difesa, all’economia — per sostituirlo
con il mercato. Una operazione di tale portata non potrà che richiedere un tem-
po di lunga durata e non potrà che essere realizzata attraverso l’educazione —
leggi guerra psicologica — rivolta ai piccoli imprenditori, agli studenti, alla classe
media operaia e alle minoranze etniche attraverso l’usuale strumentazione: la
propaganda in ambito universitario, la pubblicazione di periodici e volumi e l’or-
ganizzazione di partiti che sappiano erodere dall’interno il santuario statale.

* Fonte: Murray Rothbard, Per una nuova libertà, Liberlibri, 2004 (pp. 409-431).

188
13. LA DIPLOMAZIA DAL BASSO
COME ALTERNATIVA AL REALISMO POLITICO *

Secondo Simona Sharoni, femminista israeliana e docente di PEACE AND


CONFLICT RESOLUTION STUDIES presso la SCHOOL OF INTERNA-
TIONAL SERVICE della AMERICA UNIVERSITY, l’unica alternativa — al
logoro modello politologico del realismo politico perseguibile — è indubbia-
mente la diplomazia dal basso non per la con — osservazione dello staus quo
ma per il cambiamento strutturale. Sotto questo profilo, l’antagonismo attuato
dai movimenti sociali e il ruolo delle ONG si stanno rivelando sempre più in gra-
do di incidere nel contesto della politica interna ed internazionale. Queste ulti-
me, in particolare, grazie all loro natura transnazionale, sono in grado di tutelare
l’interesse pubblico realmente al contrario degli stati o dell’ONU. Concretamen-
te l’autrice cita l’esempio dei BEATI e, in particolare, la marcia per la pace da
Trieste a Sarajevo e l’Intifada (p. 63) come esempi di diplomazia popolare o
dal basso. Nel momento in cui la cittadinanza sarà resa consapevole della possi-
bilità di trasformare radicalmente l’arena della politica internazionale, l’azione
degli stati subirà una ristrutturazione profonda, ristrutturazione che sarà tanto
più profonda quanto più le istituzioni informali della diplomazia popolare saran-
no capaci di confederarsi fra loro a livello internazionale (p. 72) contro le tenden-
ze autoritarie dello stato, delle multinazionali e del complesso militare industriale
(p. 73).

* Fonte: Simona Sharoni, La logica della pace, EGA, 1997.

189
Parte Ottava
1. IL DISSENSO NON CONVENZIONALE
NELLA RIFLESSIONE POLITICA
DI LINGUA INGLESE

Premessa

Lo scopo di questo breve studio non è né quello di fornire al lettore una ana-
lisi esaustiva della riflessione politica anglo-americana di ispirazione anarchica
del nostro secolo, né quello di presentare uno studio sistematico sull’anti-milita-
rismo nel contesto della comunità scientifica italiana. Il nostro scopo è stato assai
più semplice: individuare un terreno comune — p.e. l’anti-militarismo, la disob-
bedienza civile, l’azione non violenta — nelle riflessioni di intellettuali significa-
tivi della cultura anglo-americana. Di conseguenza le esclusioni si sono rese ne-
cessarie ed indispendabili ;quanto al dissenso in ambito scientifico, questo ha
trovato spazio in questo studio per l’esistenza di numerosi elementi di continuità
storica e di ideologia: il contributo di Russell alla nascita del movimento Pug-
wash, il dissenso anti-nucleare del filosofo inglese e, più in generale, il suo an-
ti-militarismo.
Ebbene, tutti questi aspetti hanno profondamente influenzato sia la matura-
zione di una posizione anti-militarista nella realtà scientifica italiana del nostro
secolo sia le riflessioni di Fieschi sulle responsabilità politiche della scienza.

193
2. LA RIFLESSIONE POLITICA DI CHOMSKY

1. La società attuale

Non c’è dubbio che la società attuale — rispetto a quella degli anni Settanta
— sia migliorata sia in relazione all’ampliamento dei diritti che all’aumento della
tolleranza e della comprensione reciproca. Ma tutto ciòè stato possibile grazie
ad un antagonismo continuo e costante nel tempo che dovrà arrivare — presto
o tardi — a modificare strutturalmente il potere e il dominio. Figure significa-
tive come Rosa Parks dimostrano — tra l’altro — che, partendo da un determi-
nato backround, è possibile incidere in modo significativo sulla struttura del po-
tere.
Per il raggiungimento di tale obiettivo la linea strategica seguita dal New Par-
ty o comunque di un partito costruito sulla falsariga dell’NDP canadese o del PT
brasiliano, potrebbe offrire buone possibilità in direzione del cambiametno au-
spicato. Il dato decisivo da sottolineare è comunque l’ampliamento della demo-
crazia, ampliamento che ‘non deve attuarsi nell’ombra’ ma deve cambiare la so-
stanza (p.e. il contributo del PKI indonesiano è stata fondamentale) creando,
giorno per giorno, mutamenti significativi per arrivare ad una società libertaria
(Zinn afferma che gli attivisti dovrebbero diventare dei marotoneti) come fanno
— p.e. — i villaggi autonomi in India o i centri sociali in Colombia creando me-
dia alternativi 1 (l’A. pur riconoscendo a breve termine l’efficacia di Marcos sot-
tolinea che a lungo termine la capacità di incidere verrà meno).

2. La formazione politica

Le brevissime note sopra riportate non devono sorprendere il letore, dal mo-
mento che sono la conseguenza di un percorso politico coerente che inizia nel

1 In particolare l’A. riconosce la grande rilevanza del MST e del PT che definisce ‘‘il più gran-

de partito operaio del mondo dotato di una straordinaria organizzazione’’ mentre rivolge menzioni
pesanti all’OLP controbilanciate dall’entusiasmo per Ramos Horta e Gusmao, artefici della indi-
pendenza di Timoy est e nei confronti di Scheizer fondatore dell’East Timor Action Network.

194
1947 quando incontrò Zelig Harris che determinò una svolta signficiativa sotto il
profilo della crescita professionale e dal punto di vista politico.
Per quanto concerne l’aspetto politico, la lettura degli scritti di Rosenberg —
lettura che avrebbe lasciato un segno duraturo — fu svolta proprio dietro indi-
cazione di Harris.
Infatti, oltre all’approccio squisitamente empirico attuato da Rosenberg, l’A.
comprese l’efficacia di un’analisi della realtà storica di tipo marxiano lontano
dall’irrigidimento metodologico di Lenin (nei confronti del quale avrebbe in se-
guito manifestato la propria ostilità) e vicina all’interpretazione luxemburghiana.
Un altro elemento di rilievo — nel suo percorso formativo — fu svolto dal
Council For Arab - Jewish Cooperations 2 e in particolare da Melman.
A parte lo spontaneismo rivoluzionario della Luxemburg, la guerra civile spa-
gnola e la riflessione politiche (oltre che naturalmente linguistiche) di Humboldt
lo orientarono verso un socialismo libertaio che si sarebbe concreato ora nei ki-
butz israeliani ora negli esperimenti consiliari jugoslavi.
A partire dal 1961 l’impegno militante lo porterà a criticare in modo spietato
tutta la politica estera americana (conducendolo a qualificare la maggior parte dei
leardes politici, americani — insieme ai tecnorati come MacNamara, Rostow o ai
consiglieri come Kissinger — come veri e propri criminali — e a sostenere — sep-
pure criticamente il movimento studentesco in qualità di intellettuale antagonista 3,
antagonismo il suo che non gli impedı̀ di essere un critico lucido delle ‘teorie’di
Marcuse e di Fromm e che gli consentı̀ tuttavia di essere sempre solidale con i mo-
vimenti di base. A tale proposito, basti pensare all’influenza che esercitò sull’A.
l’attivista Dunn (segretaria generale della CND dal ’58 al ’67), l’SNCC, le Black
Panther (l’a. partecipò al funerale di Fed Hampton a Chicago nel 1969), la casa
editrice South End Press (che ha pubblicato una buona parte dei volumi dell’A.)
e la rivista ZMagazine (il cui fondatore — Mike Albert — fu in qualità di studente
— un membro attivo del gruppo studentesco R. Luxemburg di cui l’A. era consi-
gliere). Dall’insieme di queste esperienze culturali e politiche emerge un profilo
ben preciso dell’intellettuale: nella misura in cui l’intellettuale è colluso con le isti-
tuzioni perde qualsiasi credibilità. Al contrario, l’uomo di cultura deve seguire le
indicazioni bakuniane. Alla luce di questa tesi non sorprende né il sostegno che
l’A. diede al rifiuto della leva (durante la guerra del Vietnam) né il sostegno al sa-
botaggio contro la guerra (p.e. nell’ottobre del 1969 difese l’azione diretta di un
gruppo di attivista di Milwaukee che bruciò i registri negli uffici di leva).

2 Sia chiaro — tuttavia — che l’approccio al problema ebraico dell’A. è stato sempre anti-sio-
nista.
3
Partecipando per esempio alla marcia sul Pentagono nel ’67, firmando appelli o petizioni,
promuovendo picchettaggi o svolgendo conferenze.

195
3. Intellettuale

L’intellettuale deve fare comprendere alla società civile che il riappropriarsi


della propria esistenza, contro chi deteneva il potere, è un sacrosanto diritto e
ciòè possibile grazie alla realizzazione di gruppi di base (come l’SNCC o i Free-
dom Riders), purché si sia consapevoli che queste fondametali esperienze di per
sé non costituiscono un’azione rivoluzionaria.
Anche l’uso della violenza — come p.e. per Zinn — è in alcuni casi legittimo
per quanto nella maggior parte delle situazioni di resistenza l’uso della non vio-
lenza possa rivelarsi efficace. Ad ogni modo, la combinazione di varie tattiche
può risultare ancora più utile, può risulatare opeativamente valida ;altrettanto
importante sarebbe la realizzazione di un partito che si facesse portavoce di
istanze antagoniste (come il PT), un partito insomma in grado di superare l’at-
tuale sistema economico che adotta una capillare pianificazione 4.
Una delle figure esemplari del passato, alla quale un autentico intellettuale
dovrebbe ispirarsi, è Bakunin 5 il quale previde che due sarebbero state le cate-
gorie di intellettuali: la prima avrebbe cercato di controllare le masse mentre la
seconda avrebbe servito gli interessi del padronato.
Insomma la conquista del potere — anche da parte dell’intellettuale —
implica un modus operandi oramai canonizzato: brutalità, cinismo, crudeltà
etc.
In relazione al ruolo dell’intellettuale nei confronti delle istituzioni fermativa,
questo deve assumere una posizione di assoluta contrarietà alle modalità tradi-
zionali di formazione poiché non sono altro che forme — più o meno raffinate
— di indottrinamento. Al contrario, l’intelletuale deve ‘‘insegnare alla gente a
pensare da sola’’, deve farsi portavoce di un pensiero critico e indipendente 6
che induca la società civile a comprendere gli enormi benefici che deriverebbero
da un ampliamento del potere. In questa direzione, il conseguimento della liber-
tà di parola ha comportato secoli di lotta, lotte alle quali hanno contribuito an-
che intellettuali dissidenti — come Debs — o movimenti come quello per i diritti
civili 7. Ebbene, affinché l’ampliamento suddetto trovi modo di concretizzarsi il
più possibile, risulta indispensabile formulare una critica radicale al concetto di

4 La retorica del libero mercato è — per l’A. — solo squallida demagogia cosı̀ come l’anarco-

capitalismo è solo una aberrazione teorica che, se realizzata porterebbe alla reciproca distruzione.
5 Il marxismo non può costituire un’alternativa poiché — p.e. — la credenza in leggi storiche

è puramente illusoria tanto quanto il concetto di dialettica è incomprensibile.


6 In questa direzione la scuola deweyana ha dato contributi decisivi.
7 Allo stato attuale, il cyberattivismo — di cui numerosi intellettuali fanno largo uso — è

un’ottima scelta tattica perché ‘‘diviene un inestimabile strumento di organizzazione politica e


di informazione’’.

196
Stato 8 istituzione — questa — che deve essere abbattuta ma solo sul lungo pe-
riodo poiché allo stato attuale, a causa delle privatizzazioni e della devolution, il
rafforzamento del Welfare State è indispensabile perché consente numerosi ed
indispensabili benefici.
Ad ogni modo, fin dal 1967, l’A. fu estremamente chiaro nell’indicare nella
resistenza un dovere indispensabile per l’intellettuale poiché costituiva (e costi-
tuisce) una efficace tattica per influenzare la politica (si pensi alla organizzazione
nazionale Resist nata negli anni ’80 per organizzare la resistenza alla leva).

4. Disubbidienza civile

A partire dagli anni Sessanta, l’A. si fece portavoce della disubbidienza civile
(da ora DC ndr), sostenendo — p.e. — la legittimità delle argomentazioni dei
Berngan (che giustificano anche l’uso del sabotaggio) e rigettando senza mezzi
termini le repliche di giornalisti asserviti al potere come Greeley. La leceità del-
l’azione diretta — infatti — risulta ampiamente giustificabile se è in grado di ar-
restare le decisioni politiche (come l’invasione in Indocina), se contribuisce a fare
prendere coscienza alla società civile che un atteggiamento di passività o di in-
differenza costituisce una scelta di oggettiva complicità con le scelte governati-
ve 9. Al contrario la resistenza studentesca — concretizzatasi p.e. nello sciopero
generale nel 1969 — riuscı̀ a porre un freno alle decisioni dell’esecutivo (ridi-
mensionando p.e. l’invasione della Cambogia), tanto quanto la distruzione dei
registri di lega contribuı̀ a spezzare l’ossequio conformistico verso il potere da
parte della giovani generazioni.
La DC trovò modo di originarsi e di ampliarsi grazie al contributo decisivo del
movimento studentesco degli anni Sessanta, movimento che contribuı̀ a ‘‘dissipa-
re l’atmosfera di compiacimento che regnava nella vita intellettuale americana’’.

5. Università e dissenso

Grazie al movimento studentesco vennero proposte modifiche strutturali del-

8 Ma naturalmente questa critica deve essere affiancata da atteggiamenti propositivi quali

quelli che ebbero modo di attuarsi con il movimento dei diritti civili ‘‘anche ha dato un contributo
indispensabile alla società americana’’.
9 Un esempio di acquisizione di consapevolezza politica fu l’ospitalità concessa dagli studenti

del MIT ad un soldato disertore nel 1968 e le prime inchieste sulle convivenza tra università e ini-
ziative militari.

197
l’università quali: l’ampliamento della democrazia all’interno dell’istituzione uni-
versitaria, ‘‘La redistribuzione del potere e la riduzione dei vincoli posti alla li-
bertà degli studenti’’, la necessità di fare circolare le risposte (rompendo in tal
modo la seguitezza di alcune di esse) anche attraverso la reciproca collaborazio-
ne, la necessità di superare — sulla ricerca — obiettivi angusti e mediocri e di
impedire che l’istituzione universitaria perpetuasse il privilegio sociale 10.
Inoltre, il dissenso — all’interno dell’università — fu in grado di rivelare co-
me la presunta neutralità del corpo accademico fosse al contrario oggettiva com-
plicità con le istituzioni politiche, economiche e militari. Infatti, l’università —
per l’A. — potrà dare il proprio contributo alla società e alla cultura solo se di-
verrà un dispositivo di critica della ideologia dominante, solo se sarà capace di
opporsi alla ‘‘voce dominante che in qualsiasi società è quella dei beneficiari del-
lo status quo’’. Insomma anche per l’A. — come per Ricouer — il contributo
complessivo del movimento è stato quello — con buona pace di Kennan, Glazer
e Brznezinski — di opporsi alla centralizzazione tecnocratica proponendo in al-
ternativa un controllo del potere dal basso e una democrazia partecipata.

6. Anarchia

Partendo dalla definizione di Rocker — secondo il quale ‘‘l’anarchia si batte


per il libero ed incondizionato sviluppo delle forze individuali e sociali’’ affran-
candosi dalla ‘‘tutela ecclesiastica e politica’’ — anche l’A. sostiene non solo la
necessità — da parte dell’uomo libero — di smantellare tutte le forze di autorità
e di oppressione — ma sottolinea altresı̀ la pericolosità di credere che il marxi-
smo sia in grado di farci conseguire questi ambiziosi traguardi 11.
Al contrario l’unica via percorribile è quella del socialismo libertario per il
quale ‘‘i rapporti di produzione capitalistica, il lavoro salariato, la competitività,
l’ideologia dell’individualismo possessivo vanno considerati qualcosa di profon-
damente disumano, socialismo libertario che fa propri gli aspetti migliori del li-
beralismo e del socialismo, socialismo libertario che — infine — auspica il con-
trolo dell’economia nelle mani di libere associazioni volontarie di produttori per
usare le parole di Fourier 12.

10 In altri termini per l’A. quanto più l’università si avvicina all’ideale humboldtiano tanto più

creativa e democratica sarebbe divenuta.


11 A tale proposto, le critiche rivolte alla deriva autoritaria del marxismo sono analoghe a quel-

le di Rockers, Bakumm, Buber, Pelloutier.


12 Alla luce di queste motivazioni, l’A. interpretò il maggio ’68 come un movimento in grado

di rivitalizzare il comunismo consiliare.

198
7. Pacifismo rivoluzionario

Con questa espressione l’A. fa riferimento alle riflessioni di Muste, ed in par-


ticolare al concetto di non violenza rivoluzionaria, grazie al quale è possibile tra-
valicare l’acquiesciezna carattersitica degli oppressi identificandosi con le lotte
delle massa per arrivare ad un autentico progresso sociale. Infatti, solo superan-
do l’abitudine al conformismo e all’ubbedienza e rinunciando al potere sarà pos-
sibile cambiare in meglio e profondamente la società.
Concretamente Muste applicò queste sue riflessioni analizzando la crisi inter-
nazionale del dicembre del 1941, crisi che sfocerà nella guerra - che definirà co-
me un conflitto tra due gruppi di potenze per la sopravvivenza e il predomio.
L’eventuale vittoria degli alleati — che Muste previde avrebbe consentito agli
USA di conseguire un vero e prorpio predominio mondiale obiettivo questo ana-
logo a quello hitleriano. L’unica scelta percorribile — per Muste e per l’A. —
sarebbe stata quella di consentire a tutte le nazioni un accesso eguale ai mercati,
di ridurre drasticamente le spese militari e di promuovere una Federazione di
stati internazionali.

199
3. ASPETTI BIOGRAFICI DI EMMA GOLDMAN *

È difficile negare quanto determinate sia stata sull’A. l’influenza dell’anar-


coindividualismo americano (sia sufficiente pensare a figure come Emerson,
Phillips, Thoreaeu 1 che considerò il più grande anarchico americano, una delle
poche ‘‘stelle solitarie lontane dall’orizzonte delle folle’’) tanto è vero che anche
per l’A. la libertà aveva una dimensione squisitamente interiore volta a prendere
posizione in modo radicale nei confronti delle costruzione fittizie della società,
nei confronti dei carcerieri dell’anima. Ma è altrettanto arduo negare l’influenza
dell’anarcomunismo e del socialismo nella formazione del pensiero dell’autrice 2.
A tale proposito l’incontro con Beckman e con Most — nel 1889 — sarà decisivo
nell’orientare le future scelte politiche di Emma. In particolare — come riconob-
be la stessa A. — fu proprio Most ad introdurla nell’anarchismo (con le opera di
Bakumn) e allo studio del marxismo — e fu sempre Most — e in seconda battuta
Berkman — a farle comprendere la rilevanza della violenza rivoluzionaria 3.
Quanto all’influenza di Berkman, questa fu sı̀ decisiva non solo sotto il profilo
teorico ma sotto l’aspetto morale: la forza, la tenacia, la fede totale in un’ideale,
la intransigenza dell’anarchico russo plasmarono positivamente Emma. Sotto il
profilo operativo l’organizzazione dello sciopero del 1890, in collaborazione
con i Pioneers of Liberty, fu la prima positiva esperienza di attivista non violenta,
sciopero al quale seguı̀ — nel 1893 — il comizio tenuto presso Union Square (in
seguito al quale fu incarcerata). L’incontro con la Michel e con le opere di Freud
le consentirono di comprendere la rilevanza di una sessualità libera, della neces-
sità di oltrepassare la concezione monogamica spingendola a difendere Wilde;la
lettura delle opere di Nietzsche la rafforzarono nella bontà dell’individualismo
anarchico, mentre l’incontro nel 1900 con Rocker la convinsero della legittimità

* Le informazioni sulla vita di Emma sono state desunte dal saggio di Paolo Salvatores ‘Red
Emma’.
1 È interessante osservare come nei confronti di Tucker l’A. nutrisse una viva diffidenza e anti-

patia.
2 Si pensi al discorso della socialista Greie che Emma udı̀ nel 1887 e grazie al quale acquisı̀ una

prima forma di consapevolezza politica.


3 Proprio insieme a Berkam organizzò un attentato dinamitardo contro l’imprenditore Frick.

200
dell’anarco-individualismo. Infine l’incontro con Robin (in Francia) la persuase-
ro della assoluta necessità dei contraccettivi per la emancipazione della donna e
della utilità di promuovere le scuole libere alla Ferrer.
Un’altra tappa decisiva sarà l’omicidio del presidente McKinley (1901) che la
indurrà a prendere coscienza della inutilità della violenza terroristica 4, la fonda-
zione della lega permanente per la libertà di parola e la nascita — il 1º marzo
1905 — della sua rivista (che durerà per 12 anni) ‘‘Mother Earth’’.
L’insieme di queste esperienze la indussero ad operare una sintesi tra anarco
individualismo e anarco-comunismo, una sintesi comunque assai instabile perché
sbilanciata sul versante individualista. Particolarmente singificativo fu l’episodio
— svoltosi durante il giro di conferenze in America - del soldato Buwalda che
— persuaso dalle riflessioni anti-militariste di Emma — aderı̀ al movimento anar-
chico 5. Sotto il profilo editoriale la pubblicazione — nel 1911 — del saggio
‘Anarchismo, femmismo e altri saggi’ rappresenta una tappa significativa nella ri-
flessione dell’A. dal momento che — grazie ad esso — ebbe l’opportunitàdi dare
unità al suo pensiero e di gettare le basi del femminismo attuale 6. Fra l’altro — in
questo saggio — ebbe la possibilità di chiarire come la liberazione o la emancipa-
zione della donna si dovessero concretare non nel volto ma nel rifiutare a chiun-
que il diritto di decidere sul proprio corpo, nel rifiutarsi di partorire (se non quan-
do lo avesse desiderato) e infine nel liberarsi dal condizionamento dello Stato e
della Chiesa. Per quanto concerne l’anarcosindacalismo degli IWW — pur dimo-
strando loro la massima solidarietà umana — non condivise la centralità del sin-
dacato nel processo rivoluzionario (pur attribuendosi un ruolo importante).
Un altro tema, che svolse un ruolo importante nel pensiero dell’A., fu la ra-
dicale opposizione al primo conflitto mondilae (opposizione che Kropotkin non
condivise) condanna insieme agli IWW, al Socialist Party e al National Civil Li-
berties Bureau — che raggiunse il proprio apice con la fondazione della No-
Conscription League nel 1917, associazione volta a promuovere l’ODC.
A seguito della campagna anti-militarista dalla ‘‘Mother Earth’’ Emma fu ar-
restata e processata nel giugno del ’17 7 — processo che l’A. ebbe l’abilità di

4 Maturazione dovuta anche all’isolamento che dovette patire e determinata dalla promulga-

zione di normative repressive contro il movimento anarchico come quella del 3 marzo del 1903.
5 La rilevanza di questo episodio è dovuta ad una semplice constatazione: l’efficacia della pro-

paganda e quindi della Psychological Warfare.


6 In questo saggio p.e. definı̀ ‘‘Il matrimonio come un accordo economico o una sorta di con-

tratto assicurativo; condannò l’ipocrisia del puntasemo che imponeva, alla donna nobile, l’asisten-
za sessuale e condannò la completa sottomissione della donna alla Chiesa e allo Stato’’, p. 208.
7 Quanto alla rivoluzione d’ottobre questa fu in un primo momento salutata con entusiasmo

mentre in un secondo momento venne dall’A. condannata a causa dela deriva autoritaria del re-
gime bolscevico.

201
sfruttare a suo vantaggio per propagandare le proprie idee — e condannata nel
luglio dello stesso anno a due anni di detenzione che durò solo 20 mesi grazie
all’abilità dell’avvocato Weinberg. Intanto, le istituzioni — preso atto della par-
ticolarità del’anarchica — attuarono una campagna di disinformazione 8 nei con-
fronti dell’A. coordinata dal procuratore Palner e da Hoover che riuscirono —
grazie alla collaborazione del Ministero del Lavoro — a farla espellere insieme ad
altri 200 radicali.

8 Tecnica che abbiamo avuto modo di sottolineare nelle appendici precedenti del volume.

202
4. LA RIFLESSIONE POLITICA DI EMMA GOLDMAN *

L’individuazione dei caratteri fondamentali della sua riflessione è assai agevo-


le poiché l’A. non presenta alcun tratto né di originalità teorica - eccettuata l’en-
fasi sulla problematica femminile che tuttavia riprenderel’impostazione dell’a-
narchismo classico - né di innovazione operativa dal momento che la Goldman
si servı̀ dello strumento della propaganda (orale e scritta) il cui utilizzo fu sempre
assai ampio nel contesto sia dell’anarchismo che del socialismo.
Secondo l’A. l’anarchia è stata (ed è) ‘‘la forza innovatrice più rivoluzionaria e
intransigente’’ che sia mai esistita poiché grazie ad essa l’essere umano impara a
pensare in modo critico e ad agire — di conseguenza — in modo libero — no-
nostante che tutti i contesti politici, entro i quali si muove, siano autoritari. Gra-
zie ad essa l’essere umano prende coscienza che ‘‘dio, lo Stato e la società non
esistono’’ e che l’unico aspetto che veramente conta è l’autonomia dell’individuo
(il vero pilastro della società). Alla luce di queste premessa, l’individuo anarchico
— sul piano economico — non potrà mai accettare la pianificazione ma combat-
terà per costruire un’economia fondata ‘‘sulle associazioni produttive e distribu-
tive volontarie’’ che — naturalmente — non potranno né dovranno essere gestite
dallo Stato che — per citare Emerson — è fondamentalmente tirannia. Nulla di
soprendente d’altronde perché lo stato trae il proprio alimento dall’‘‘annulla-
mento della libertà’’ che si attua attraverso le normative giuridiche e le sanzioni
ed esige una società ‘‘monotona, apatica e ubbidente’’. Obiettivi — questi — che
lo stato può raggiungere solo attraverso l’indottrinamento e la minaccia (o l’uso)
del terrore (che trova nei tribunali, nelle istituzioni militari e poliziesche i suoi
più accaniti servitori).
L’alternativa non è il socialismo riformistico che confida nelle istituzioni par-
lamentari (la storia del parlamentarismo è per l’A. ‘‘storia di fallimenti e di scon-
fitte’’) ma l’azione diretta che ‘‘sfidi apertamente tutte le leggi’’ grazie alla quale
si è affermato il suffragio universale, il sindacalismo e lo sciopero generale. Azio-
ne diretta che ha trovato il proprio apice — politicamente parlando — solo nel-
l’anarchia che — e qui l’A. usa espressioni escatologiche — è l’unica ‘‘teoria del-

* Il testo di riferimento è il saggio ‘‘Anarchismo, femminismo e altri saggi’’.

203
l’armonia, la grande, impetuosa libertà che sta costruendo il mondo annuncia
l’Alba’’.

Patriottismo

La valutazione — in termini generali — che l’A. ne dà è analoga a quella di


Tolstoj per il quale era ‘‘il principio che giustifica l’addestramento degli assassini
su vasta scala’’.
Anche il patriottismo è una forma di superstizione (analoga a quella religiosa)
ma — a differenza della religione — ‘‘è creata artificialmente’’ per legittimare
menzogne e falsità e — concretamente — toglie all’individuo fiducia e la dignità
— in se stesso.
Dal momento che il patriottismo è la conseguenza più rilevante del naziona-
lismo, è evidente che l’arroganza e l’egoismo ne costituiscono i tratti salienti co-
me è altrettanto evidente che debba essere la povera gente a farsi carico di difen-
derlo (mentre le classi dirigenti coltivano una vocazione cosmopolita che alimen-
ta i loro affari) e a farsi cavia di tutte le conseguenze che la sua difesa comporta
(dalla coscrizione obbligatoria alle tasse che alimentano la crescita della spesa mi-
litare).
Una delle più evidenti cause del patriottismo è il sorgere della guerra che vie-
ne alimentata dalle classi dirigenti per tutelare e ampliare i propri investimenti e
che riduce il povero soldato o ad una vita di ‘‘sottomissione servile’’ 1 o a diven-
tare carne da macello. Proprio per l’insieme di queste motivazioni, l’attivista
anarchico dovrà promuovere l’anti-militarismo, grazie al quale riuscirà a fare col-
lassare il capitalismo che si può perpetuare soprattutto grazie all’esercito, e dovrà
farlo all’interno delle F.A. incoraggiando la diserzione e l’ODC e dovrà — infine
— contribuire alla realizzazione di scuole (come quella di Ferrer) nelle quali l’an-
ti-militarismo sarà esplicitamente premesso.

1 In queste considerazioni come non sentire l’eco delle riflessioni di Emerson e Thoreau?

204
5. LA RIFLESSIONE POLITICA DI GOODMAN

Il volume dal quale desumeremo le informazioni necessarie al nostro percorso


è una raccolta di saggi intitolata ‘‘Individuo e comunità’’.

1. Scuola e università

L’A. mostrò un interesse spiccato nei confronti della riflessione pedagogica di


Dewey soprattutto perché questa avrebbe gettato le basi delle Free schools come
quella di Neill. Da questa esperienza l’A. trasse indicazioni pedagogiche fonda-
mentali:
1) la libertà — da parte del discente — di stare o non stare in classe
e
2) la centralità dell’assemblea democratica.
Partendo da queste proposte, l’A. pose l’attenzione sul ruolo della formazione
incindentale e sulla opportunità di promuovere la libertà del bambino. Anche
nello specifico settore della riforma universitaria le proposte dell’A. sono volte
a riaffermare con forza la decisiva importanza del decentramento e dell’anti-
autoritarismo (aspetti questi desunti da Illich e Lister) riforme queste che getta-
rono le basi per realizzare piccole università indipendenti, decentrate sulla falsa-
riga della New School For Social Research ma soprattutto sul modello del Black
Mountain College — durata per 25 anni — dalla quale uscirono i primi laureati
appartenenti alla Beat generation, riforme grazie alle quali ogni controllo estre-
mo e ogni gestione burocratica vennero meno.

2. Pace

Come è noto l’A. fu in strettissimi rapporti con Beck e Malina 1 e la sua in-

1 D’altra parte furono propri i fondatori del Living Theatre a mettere in scena alcuni opioni
teatrali dell’A.

205
fluenza — in senso anarco pacifista — fu determinante. Insieme a loro — e ai
Catholic Worker — promosse nel ’60 la celebre iniziativa denominata ‘Sciopero
mondiale della pace’ allo scopo di indurre i leaders politici a fare cessare la cold
war, allo scopo di fare comprendere alla società civile la non ammissibilità di una
‘nazione nucleare’ 2, a fare comprendere chiaramente come lo stato di perenne
emergenza portasse alla dissoluzione del contratto sociale, alla corsa dei riarmo
e alla legittimazione di un sistema mentale paranoico (come quello di coloro che
applicavano la teoria dei giochi alla guerra). Proprio per queste motivazioni, l’A.
auspicò che lo sciopero coinvolgesse tutte le categorie sociali — ed in particolare
i sindacati — che aderendo avrebbero paralizzato l’economia; inoltre espresse
l’auspicio che la società civile avrebbe compreso il ruolo rilevante degli ideali co-
munitari e del decentramento.

3. Anarchia

Che l’orientamento dell’A. fosse dichiaramente anarchico — alla luce di


quanto detto — è fino troppo agevole da comprendere. In particolare, partendo
dalla lezione di Godwin e rifiutando apertamente la concezione autoritaria del
M/L e del troskismo, l’A. chiariva il senso della rivoluzione anarchica: la conqui-
sta della libertà — di pensiero e di azione — attraverso il dencentramento e il
superamento dell’autoritarismo per conseguire l’autoregolazione spontanea. Sot-
to il profilo ideologico l’anarco-pacifismo concretizza questi aspetti poiché con-
sente — p.e. — l’indebolimneto della autorità verticistica dello Stato. L’avvicina-
mento dei giovani a questo approccio fu salutato con gioia dall’A. mentre la de-
riva leninista della New Left fu considerata nefasta. Ad ogni modo, grazie
all’orientamento anarco-pacifista, la società civile — ed in particolare i giovani
— avrebbero compreso l’importanza cruciale della democrazia partecipativa
cioè di una democrazia che ci induce a riflettere — p.e. — sulla intrinseca assur-
dità di decisioni politiche prese dall’alto 3 e imposte dall’alto senza neppure con-
sultare la società civile. A tale proposito, l’a. ripetutamente insiste sul paralleli-
smo tra autoritarismo comunista e autoritarismo capitalista sottolineando in po-
lemica aperta con la sinistra M/L americana la vicinanza ideologica delle rivolte
studentesche cecke, polacche e jugoslave all’anarchia. Tuttavia, al di là delle que-
stioni di merito, la filosofia politica che anima le nuove generazioni è positiva.

2 Com’è noto durante la guerra del Vietnam collaborò anche con Muste e Dellinger contro

l’entrata in guerra USA.


3 Un esempio illuminante di ciò ci viene offerto dalla tecnocrazia che sta portando gli USA alla

deriva.

206
Poiché è rivolta al rifiuto dell’autorità, all’accettazione del decentramento,
della non violenza (in prevalenza), all’eliminazione della presenza militare nelle
univerità e in ultima analisi all’attuazione di tutte quelle idee che hanno trovato
modo di esprimersi — in forma più umana sistematica nei classici del pensiero
anarchico.
Complessivamente la progettualità utopica dell’A. consisteva nell’ampliare
gradualmente gli spazi di libertà concessi dalla democrazia liberale in direzione
del decentramento complessivo, della descolarizzazione del pacifismo e della re-
sistenza alla leva concretizzando dunque alcune istanze anarco-comunitarie sul
modello kropotkiniano 4, istanze che troveranno modo di prendere forma —
in parte — nell’esperimento beat, nel Free Speech Movement e nella rivolta
di Berkeley.

4 4 Nonostante che — sul piano storico — le proposte dell’A. siano assai più vicine a quelle di
Warren, Spocker e Tucker.

207
6. LA RIFLESSIONE POLITICA DI WARD

Il volume che prenderemo in considerazine è la raccolta di saggi intitolata


‘‘La pratica della libertà’’.

1. Anarchia

Che il principio di autorità costituisca il fondamento della obbedienza, da


parte della società civile è — per l’A. — un dato di fatto. Contro di esso, cioè
la gerarchia e il potere è insorta l’anarchia che trovò in Godwin, Proudhon,
Kroptokin modo di esprimersi - in forma teoricamente sistematico - e nel ’68 tro-
vò modo di concretizzarsi attraverso il decentramento e l’autogestione, pratiche
assai lontane dal comunismo autoritario (p. 10) e dal socialismo laburista dei pri-
mi anni del novecento (che sarebbe poi diventato un carrozzere burocratico), in-
capaci di comprendere — fra l’altro — che è lo Stato 1 a dover essere abbattuto.
Ecco che allora l’indebolimento dello Stato, attraverso la resistenza civile (per
esempio contro le alleanze tra industrie e gerarchia militare) è un dovere impro-
rogabile per un anarchico, resistenza che deve manifestarsi soprattutto in occa-
sione di conflitti militari dal momento che è nella guerra che lo Stato trova ‘‘la
propria apoteosi’’ (p. 21) e che deve prendere forma in centri di potere alterna-
tivi di natura reticolare (p.e. la comune o il sindacato) che praticano l’azione di-
retta grazie alla quale la società civile strappa il potere a coloro che ‘‘prendono
decisioni per nostro conto’’ (p. 23). Le istituzioni alternative dovranno allora
creare un ordine spontaneo sulla falsariga dei pop festival, della Alder, di Wood-
stock o della primavera di Praga, ordine che implica l’assenza di una autorità sta-
bile e quindi di una leadership gerarchica. D’altra parte, l’inefficienza delle strut-
ture gerarchiche è palese (p. 51) e la si può anche indirettamente desumere dalle
comunità eschimesi, dalle comunità tobriandesi e dagli studi più recenti di ciber-
netica. L’insieme di questi esempi conferma la validità di organizzazione sponta-
nee come la CND e le ‘Spie per la Pace’ (la cui pratica antagonista anticipa gli

1 Lo Stato è una condizione o un certo tipo di rapporto tra uomini fondato sull’autorità e sulla
gerarchia come ricordare Lahdauer p. 18.

208
attuali movimenti no-global), conferma cioè come migliora di persone — riunite
in gruppi di affinità — possano riuscire e spiazzare l’istituzione 2.

2. Famiglia e scuola

L’A. — oltre a difendere la rivoluzione sessuale — la interpreta come una di-


mostrazione evidente della validità dell’anarchia poiché ‘‘implica il rifiuto di at-
tribuite allo Stato’’ qualsiasi legittimità in relazione alla vita sessuale e consente
all’individuo di riprenersi in mano la propri autonomia decisionale agevolando il
cammino dell’individuo verso la libertà.
Facendo proprie le riflessioni di Comfort, Leach, Cooper e della Hawkes
Zinn non attribuisce alcun valore alla famiglia giudicata — al contrario — una
istituzione repressiva. In alternativa le case per bambini (proposte da Paul e Jean
Ritter) sono un passo significativo in direzione del superamento della fmaiglia
tradizionale poiché danno la possibiltà di scegliere tra diverse figure genitoriali.
In relazione all’istituzione scolastica questa — propria perché perpetua l’as-
setto politico ed economico della società, proprio perché costituisce lo strumen-
to per eccellenza per condizionare la gente — va reinterpretata alla luce delle
riflessioni di Godwin, di Illich e Bakumin, riflessioni che — secondo l’A. — han-
no avuto modo di concretizzarsi sulla Prestolee School grazie al contributo di
O’Neil o nelle iniziative di Freire e di Dolci. Ad ogni modo, l’intellettuale anar-
chico deve essere consapevole che l’auto-educazione, le rivolte studentesche —
con la loro attività spontanea e autodiretta — cosituiscono l’esempio migliore di
dissoluzione dell’istituzione tradizionale.

3. Lo Stato e l’anarchia

Di fronte a questa volontà eversiva, gli apparati repressivi staranno forse a


guardare? Decideranno spontaneamente di ‘calarsi le braghe?’ Se — per l’A.
— la reazione violenta degli apparati statali è nella sua prevedibilità non ammis-
sibile — quella degli oppressi potrà essere diversamente modulata cioè potrà ser-
virsi ora dell’approccio riformistico ora di quello rivoluzionario (pp. 203/204).

2 A tale proposito diversi — anche se poco noti — episodi storici lo provano chiaramente: gli
scioperi di massa dell’affitto o le lotto dirette per la casa come quella di King Hill nel Kent.

209
7. LA RIFLESSIONE POLITICA DI ZINN

Per illustrare l’orientamento politico antagonista del celebre storico di sinistra


Zinn prenderemo in considerazione i volumi: ‘‘Disobbedienza e Democrazia’’ e
‘‘Non in nostro nome’’ evidenziandone le tematiche principali.

1. Violenza

Contrariamente alle riflessioni di Machiavelli e Hobbes, l’A. è convinto che la


violenza sia prevalentemente causata dal contesto sociale (nonostane le presunte
argomentazioni scientifiche di E.O. Wilson). Secondo Zinn, al contrario, dentro
l’essere umano coesistono l’istinto di pace e di violenza in eguale misura. In par-
ticolare, attraverso l’empatia (attuata nell’esperimento di Milgram) dimostra la
possibilità, da parte dell’essere umano, di ribellarsi con coscienza al semplice sta-
tus quo (nonostante gli studi etologici di Ardrey e Morris). Non è — dunque —
alla natura umana che bisogna guardare ma alle nostre culture che — per tute-
lare i privilevi delle classi dominanti — hanno artificialmente creato false catego-
rie dicotomiche che alimentano una perenne violenza che troppo spesso conduce
alla guerra, a favore della quale sono sorte non solo le istituzioni militari e tribu-
nali ad hoc per reprimere il dissenso (l’A. fa esplicito riferimento alle diserzioni
della I Guerra Mondiale e del Vietnam) ma anche letture faziose della storia vol-
te a normalizzare l’esistenza della guerra e a marginalzzare le azioni di resistenza.

2. Resistenza

Che le istituzioni attuali debbano profondamente mutare è una necessità im-


prorogabile e l’unico sistema per riuscirsi è quello di ricorrere alla rivoluzione
(seppure in casi determinati come p.e. quella cubana) alle insurrezioni (come
quella delle ferrovie del 1877), alla creazione di associazioni sindacali realmente
antagoniste e anti-capitalistiche (come l’IWW) ma soprattutto dell’azione diretta
non violenza (che comprende sit-in, marce, picchettaggi etc.).
La sua efficacia è presto spiegata:

210
1) disturba lo status quo;
2) rende manifesta la rabbia degli oppressi;
3) denuncia l’inefficacia delle riforme gradualistiche e infine
4) obbliga le classi politiche ad agire repentivamente per evitare degenerazio-
ni violente.

3. Antagonismo politico

Anche l’antagonismo ha bisogno di una nuova formulazione, alla quale è pos-


sibile pervenire facendo riferimento alla New Left e quindi ai movimenti no-war,
ai movimenti per i diritti civili, a organizzazioni come la CIO ma all’interno di un
contesto filosofico di tipo anarco-marxista che sappia amalgamare l’anti-autori-
tarismo, l’abolizione dello Stato e l’estinzione di ogni coercizione. (storicamente
secondo Zinn un buon esempio è offerto dal Black Power).
Dando per scontata l’avversione dell’A. per il liberalismo (e quindi per la de-
mocrazia rappresentativa) Zinn poneva l’enfasi ora nel 1969 sui negri quale sog-
getto rivoluzionario (in anni più recenti sui movimento no-global) indicando nel-
le tattiche di guerriglia politica una metodologia adeguata alla sovversione grazie
alla quale si sarebbero potute creare TAZ all’interno delle istituzioni. Indipen-
dentemente dagli auspici politico-rivoluzionari di Zinn, l’importanza della matri-
ce anarchica nella genesi del pensiero dellla storia USA è ulteriormente confer-
mata dalla centralità della figura di Read al quale l’A. dedicò un articolo apolo-
getico nel 1971, articolo nel quale non risparmiava elogi alla Goldmann e a
Winstanley e — naturalmente — alla filosofia anarchica in quanto tale capace
di ‘‘perseguire la miscela di ordine e spontaneità’’, in grado di ‘‘porre in armonia
con noi stessi, con gli altri e con la natura’’ (p. 397, filosofia sorta ‘‘nei giorni più
splendidi della civiltà occidentale’’ (p. 388).
Se questa ereditàè stata — in parte — fatta propria dalla New Left negli anni
’60/’70 (ed è stata in parte tradita e normalizzata) la nascita del movimento no-
global costituisce la rinascita di quelle aspettative, movimento nel quale l’A. ha
preso parte attiva a partire dagli anni ottanta (contro — p.e. — la politica di Rea-
gan contro il Nicaragua, contro la guerra del Golfo e dell’Iraq) indirizzando i
propri strali verso l’FBI, verso la Cia, verso le istituzioni militari in toto e nei con-
fronti delle corporations.

4. Obbedienza

L’obbedienza alla legge deve venire meno quando ci si trova a dover subire

211
una palese ingiustizia (come nel caso dell’atto di disobbedienza civile fatto da
O’Brian nel ’66) poiché i fini verso i quali indirizzare la propria vita non possono
che essere la libertà e la felicità e, nella misura in cui stato e leggi ostacolano pe-
santemente questi traguardi, la resistenza è legittima (Zinn cita il personaggio di
Furore). D’altronde, come si può pretendere o esigere il rispetto della legge
quando questa è costantemente violata da chi ne dovrebbe essere il tutore? Per-
ché — si domanda pleonastiamente l’A. — Hiss è stato condannato per falsa te-
stimonianza e Helms — ufficiale Cia — è stato assolto? 1 Le azioni esemplari di
King e quelle altrettanto significative di Berrigan (ma meno note) sono azioni di
disobbedienza sacrosante. D’altra parte, di fronte a oligarchie che decidono le
linee guida della politica estera del proprio paese (senza neppure consultare la
società civile), cosa ci si può aspettare se non la resistenza? C’è semmai da ram-
micarsi per il fatto che le azioni di resistenza siano cosı̀ poco numerose rispetto
alla frequenza con la quale la società civile si sottomette alle leggi più ingiuste (è
interessante rilevare che un gran numero di esempi di amori di opposizioni si sia
verificate nel contesto dell’istituzione militare).
Frequenza che solo qualche carismatico personaggio (come Tolstoj e Tho-
reau) riesce a interrompere. Il nostro reale problema consiste proprio nella faci-
lità con la quale la società civile finisce per assuefarsi alle ‘regole del gioco’, alle
regole di uno Stato che adotta una sorta di bipolarismo totalitario (p. 266) tra-
dendo completamente la Bill of Rights (che — al contrario — solo gli attivisti)
come la Goldman, l’IWW tengono viva). D’altronde — per l’A. — esiste un di-
vario incolmabile tra le parti migliori della società civile e le istituzioni, la mag-
gior parte delle quali (dalla Cia all’Fbi, da quelle militari a quelle politiche per
arrivare alle convivenze tra magistratura e corporations) sono sia da criticare
sia da rifiutare 2 poiché in ultima analisi ‘‘stato e politica stanno dalla parte dei
ricchi e dei potenti’’ e il capitalismo è solo la storia dello sfruttamentoe su scala
planetaria.

5. Anti-realismo politico

Che l’A. rigetti i presupposti del realismo politico è alla luce di quanto detto
ovvio. Al contrario, le motivazioni che porta a sostegno del proprio punto di vi-

1 Come insegna la tradizione socialista e anarchica la legge tutela i privilegi dei più potenti e

perseguita i più deboli per reati incomprenibili. L’A. allude al reato di bruciare la bandiera USA o
alle manifestazioni anti-patriottiche.
2 Kissinger, Nixon, Rockefeller sono solo criminali istituzionalizzati mentre attivisti politici co-

me Sinclair sono eroi perseguitati.

212
sta non sono altrettanto scontate. Chi condivide i presuppsti del Realismo poli-
tico (da ora in poi RP) tende ad accettare lo status quo e tende a rifiutare un sano
scetticismo che ci mette nelle condizioni di comprendere l’impossibilità di avere
una visione comprensiva della realtà e nello stesso tempo ci mette nelle condizio-
ni di comprendere come ogni descrizione sia anche una prescrizione. In secondo
luogo, una interpretazione della realtà storica anti-realista denuncia — a chiare
lettere — l’inacettabilità di ogni politica che pretenda il conseguimento e l’am-
pliamento del potere (al di là della retorica relativa all’interesse nazionale). Pro-
prio servendosi dell’arte dell’inganno — o della volpe direbbe Machiarelli — le
élites mantengono la stabilità del potere. In particolare il ruolo dei consiglieri è
anche quello di costruire menzogne raffinate (l’A. cita Schlesinger Jr), inganni
che hanno trovato in Kissinger un maestro ineguagliato. D’altronde, le motiva-
zioni addotte per legittimare l’uso dell’atomica, risultano palesemente false visto
che l’unica reale motivazione era l’accrescimento del potere, accrescimento al
quale — p.e. — hanno contribuito scienziati come Teller o von Braun — accre-
scimento al quale la poltica USA ha dato un contributo determinante con la dot-
trina Monroe. Naturalmente lo strumento d’elezione, per questo nefasto traguar-
do, è lo strumento della guerra che per l’A. ‘‘è un male troppo grande per potere
essere giusta’’, uno strumento che — fra l’altro — reprime il dissenso che si ma-
nifesta contro il suo ultimo (d’altra parte anche la demogogia relativa alla guerra
giusta è solo una sciocca menzogna). L’unica soluzione possibile è la manifesta-
zione del dissenso, attraverso la diserzione (che l’A. difende), la guerriglia 3 (che
attua una violenza selettiva), attraverso la resistenza non violenta ma anche attra-
verso la contro informazione come quella attuata dall’A. allorché reinterpreta la
storia americana — e in particolare la II Guerra Mondiale e il Vietnam — alla
luce dell’anti-realismo.

3 Zinn, a tale riguardo, afferma che esistono situazioni nelle quali ‘‘un uso limitato e mirato
della violenza’’ può essere giustificato.

213
8. NOTE SUL DISSENSO DI RUSSELL

Fin dalla prima Guerra Mondiale, l’A. espresse chiaramente la propria ade-
sione al pacifismo raccogliendo — nel luglio del 1914 — numerose firme per
persuadere la classe dirigente inglese a dichiararsi neutrale. La lettera del 15 ago-
sto dello stesso anno fu ancora più esplicita: infatti in essa espresse una condanna
netta del patrottismo che avrebbe condotto la nazione ad un inutile massacro.
Tuttavia la posizione di Russell non accolse mai le istanze del pacifismo radicale
perché era persuaso che la guerra fosse legittima come arma di difesa. Per evitare
di ricorrere ad essa espressa la speranza che la nascita di un’organizzazione intel-
letutale avrebbe posto fine alla guerra, proposta alla quale affiancò la difesa della
resistenza passiva (come indicato da Tolstoy). Nel 1916 l’A. lavorò a fianco della
No Conscription Followship — di cui divenne il suo portavoce — e grazie alla
quale difese il renitente Everet. Sempre nello stesso anno — insieme a Katherine
Dudley — scrisse una lettera a Wilson per promuovere la pace tra le nazioni. Nel
gennaio del 1918, in una lettera al ‘‘The Tribunal ’’, l’A. invitò al boicottaggio i
lavoratori di una fabbrica d’armi presente nel South Wales, a causa della quale fu
condannato a sei mesi di prigione. Anche per l’A,. l’educazione avrebbe potuto
svolgere un ruolo rilevante se fosse stata volta al controllo degli istinti aggressivi e
se fosse stata affiancata — a livello politico — da una sorta di parlamento delle
nazioni in grado di risolvere pacificamente i conflitti. L’insieme di questi stru-
menti avrebbe potuto dare un colpo mortale al militarismo — causa di codardia,
amore per il dominio e per il sangue — e al capitalismo vera causa delle guerre
moderne 1.
L’inizio della guerra fredda fu fonte di enorme preoccupazione per l’A. al
punto che — a partire dal 1º marzo 1954 con l’esperimento nell’atollo di Bikini
— Russell arrivò a considerare gli USA assai più pericolosi della Russia. Per pre-
venire il rischio di una guerra nucleare — nell’agosto del 1954 — l’Assocazione
parlamentare per il governo mondiale inviò una lettera per sensibilizzare le élites
contro il rischio nucleare e — a attivare dal 1957 — il suo attivismo anti-nucleare
che si concretizzò nella conferenze Pugwash, nella direzione della CND, nel cer-

1 Un esempio concreto di pacifismo nazionale lo trovò nell’atteggiamento neutrale della Da-


nimarca durante il II conflitto mondiale.

214
care una coesione di intenti e metodi fra le varie associazioni pacifiste, nell’inci-
tare alla disobbedienza civile (agosto nel 1961), nel cercare una soluzione di
compromesso tra Kennedy e Kruscev durante la crisi di Cuba e tra Nehur e Ena-
li (nel novembre del 1962) per la soluzione del problema del Kashimir. Durante
la guerra del Vietnam — e più esattamente nel 1966 — chiese l’istituzione di un
tribunale internazionale per incriminare gli USA per crimini contro l’umanità.

215
9. NOTE SUL DISSENSO PACIFISTA DI A.J. MUSTE

Come è noto la svolta politica dell’A. si concretizzò a partire dal 1914 quan-
do, divenuto pastore della chiesa congregazionale, non poté accettare — sotto il
profilo morale e religioso — l’entrata in guerra dell’Europa, alla quale contrap-
pose un misticismo quackeriano — che lo allontanerà definitivamente dalla chie-
sa congrezialista a partire dal 1917. L’allontanamento lo mise nelle condizioni di
impegnarsi con l’Unione dei diritti civili americana e lo indusse a tutelare — nel
1919 — gli scioperanti tessili di Lawrence. A partire da questa esperienza di dis-
senso sindacale, l’A. nel 1920 diventò direttore del Collegio di Brookwood e
muovendosi nell’ambito della riforma sindacale, contribuı̀ alla fondazione nel
1929 della CPLA che, nel volgere di pochi anni, sarebbe diventata una delle
più importanti organizzazioni comuniste rivoluzionarie dei lavoratori, organizza-
zioni dalla quale nacque — in collaborazione con Janes Cannon — il Partito dei
lavoratori trotzkisti. Tuttavia — a seguito del viaggio fatto in Europa nel 1936
per incontrare Trotsky — mutò profondamente il proprio orientamento ideolo-
gico aderendo al pacifismo religioso non violento e divenendo — nel 1940 —
segretario esecutivo della FOR (incarico che mantenne fino al 1953), organizza-
zione con la quale difese l’eguaglianza razziale, i diritti civili, i renitenti alla leva
(durante la II Guerra Mondiale) e alla quale affiancò il Comitato di Azione non
violento 1. Anche la marcia della pace del 1961 — da San Francisco a Mosca —
svolta con lo scopo di promuovere il disarmo unilaterale fu una tipologia di con-
flittualità non violenta analoga a quella capitiniana, tanto quanto il sostegno dato
— con la Brigata Mondiale della Pace — ai movimenti di liberazione nello Zam-
bia e in Tanzania 2 o alla dimostrazione pacifica svolta a Saigon 3 nel 1966 per
protestare contro la guerra del Vietnam 4. In conclusione, l’A. seppe abbinare

1 Con il quale protestò per contro gli esperimenti nucleari nel Pacifico anticipando — sotto il

profilo delle modalità operative — Greenpeace.


2 Qui — in stretta collaborazione con Scott e Narayan — realizzerà un centro di addestramen-

to per l’azione non violenta.


3 Qui ebbe modo di incontrare i più autorevoli rappresentanti del buddhismo e del cattolice-

simo antimilitarista.
4 Nel gennario del ’67 incontrerà HO Chi Minn ad Hanoi per instaurare una trattativa politica

volta a porre fine al conflitto.

216
— lo ribadiamo — in un’ottica di pacifismo radicale la lotta per la giustizia so-
ciale con quella per i diritti civili, utilizzando l’ampia gamma delle modalità ope-
rative tipiche della conflittualità non convenzionale.

217
10. NOTE SUL DISSENSO DI ALDOUS HUXLEY

Il saggio oggetto del nostro interesse — nella vasta produzione dell’A. — è


‘‘Scienza, libertà e pace (edito nel 1946 alla conclusione della II Guerra Mondia-
le).
Come per altri volumi presi in considerazione in questo saggio riorganizzere-
mo il contenuto del testo huxleyano secondo una logica tematica non alfabetica.

Scienza e Potere. Nel corso dell’epoca moderna il connubio tra S & T ha con-
sentito agli Stai di conseguire una coercizione amplissima attraverso l’applicazio-
ne in ambito militare contribuendo a ridurre la libertà individuale.

Potere e informazione. Contrariamente alle comuni illusioni la stampa è tutt’al-


tro che libera poichéè asservita ai potentati economici e ai partiti politici. Anche
la radio possiede una libertà fasulla ed esercita un potere superiore a quello della
carta stampata determinando una progressiva assuefazione psicologica da parte
della società civile.

Capitalismo. L’economia capitalistica ha trovato nella Finanza e nella industria


centralizzata i suoi più preziosi alleati. D’altra parte anche nel socialismo di Stato
la centralizzazione sarebbe o analoga o addirittura superiore privando in tal mo-
do la società civile di qualsiasi libertà. Anche lo scientismo — che vorrebbe su-
perare le angustie ideologiche del capitalismo e del socialismo — è destinato a
fallire perché porterebbe la società a una sorta di dittatura tecnocratica
(pp. 49/50).

Nazionalismo. Anche questa è una ideologia sommamente errata poiché condu-


ce ‘‘alla negazione della morale’’ negando l’esistenza di un unico Dio e negando
valore all’essere umano. I suoi principi sono incompatibili con la dignità umana.

Gli attori della politica estera. Al di là della retorica coloro che pianificano la
politica estera hanno una puntualità da gangster e la loro intelligenza non va
al di là di quella di un delinquente di 14 anni. Proprio per questo i conflitti
tra Stati non sono altre che conflitti tra bande di gangesters rivali (pp. 59/61).

218
Coscienza. Proprio attraverso di essa gli Stati nel corso dei secoli sono riusciti a
portare avanti i loro obiettivi di conquista. La sua nascita si spiega con l’esigenza
di ‘‘irrigimentare e controllare i suoi sudditi’’ (p. 62).

Preparazione alla guerra. Questa ha sempre fornito — e sempre fornirà —


un’ottima occasione per ‘‘sviare l’attenzione del popolo dai prori interessi a quel-
li esteri e militari’’ soprattutto attraverso un’accurata propaganda irraggiante al-
l’odio.

Alternative. In primo luogo la comunità scientifica dovrebbe fare ODC e quin-


di rifiutarsi di prestarsi ad essere utilizzata a farne della crescita dell’apparato
bellico; in secondo luogo — di fronte alla scienza applicata una futura organiz-
zazione internazionale di scienziati e tecnici dovrebbe farsi carico di elaborare
un codice di condotta che vieti l’uso della applicazione militiari; in terzo luogo,
sostituire la fonte energetica usuali con quelle alternative (eolica e solare) cercan-
do di valutare i pro e i contro dell’uso pacifico dell’esigenza nucleare; in quarto
luogo l’umanità dovrebbe dedicarsi — a livello religioso — al culto di una reli-
gione perenne (diremmo massonica, ndr) per superare tutte le divisioni; in quin-
to luogo scartando a priori qualsiasi opposizione al sistema violento — adattare
l’ANV è l’unico metodo di resistenza accettabile; in sesto luogo sarà necessario
sopprimere il male all’interno dell’anima individuale, ‘‘per sopprimere la tenta-
zione della potenza, la tentazione delle idolatrie’’ (p. 15); in settimo luogo sarà
opportuno — in opposizione al centralismo dello Stato — valorizzare ‘‘l’autono-
mia dei gruppi, l’organizzazione cooperistica indipendente, l’autonomia econo-
mica regionale’’ (p. 17). Infine l’essere umano dovrà rendersi conto che il pro-
gresso tecnico è pura illusione poiché l’aspetto centrale è quello dello spirito.

219
11. NOTE SULLA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
IN HERBERT MARCUSE *

Ben lungi dal voler esporre in modo sistematico la riflessione filosofico-poli-


tica dell’autore, ci limiteremo ad indicare quali debbano essere le modalità ope-
rative dell’antagonismo.
Partendo dalla costatazione dell’esaurimento politico sia della democrazia
rappresentativa che della forma partito, l’autore — consapevole della immuniz-
zazione del sistema di fronte ai movimenti emergenti degli anni sessanta e settan-
ta, formula l’auspicio di una contaminazione teorico-operativa proficua tra anar-
chismo e marxismo sottolineando come il terreno di lotta non potrà che essere
da un lato, il contesto extraparlamentare attraverso la realizzazione di controisti-
tuzioni (radio, televisioni, stampa etc.) locali e non, usando tutta la gamma delle
tattiche della conflittualità non convenzionale: picchetti, boicotaggi, sit-in, tea-
chin e dall’altro lato la organizzazione di campagne politiche a favore di candi-
dati progressisti — promuovendo in tal modo una infiltrazione all’interno delle
istituzioni parlamentari; entrambe queste modalità operative dovranno essere
coordinate da gruppi che non riproducano al loro interno le dinamiche gerarchi-
co-autoritarie tipiche dei partiti di massa. Complessivamente l’A. ritiene che solo
una combinazione tra riformismo gradualistico e radicalismo possa fare implode-
re il sistema su lungo periodo.

* Fonte: Herbert Marcuse, Oltre l’uomo ad una dimensione, Il manifestolibri, 2005 (pp. 286/
287).

220
12. IL DISSENSO NON CONVENZIONALE
NEL CONTESTO DEI NETWORK AMERICANI

1. Alternet

Nato come network indipendente nel 1998 benché sia associato all’IMI - ha
trovato in Bernard, Blain, Caruso, Greenwold e la Triano i suoi più significativi
esponenti. Come la gran parte dei network anti-global anche Alternet promuove:
1) la difesa dell’ambiente secondo una interpretazione ecologista radicale;
2) i diritti umani secondo l’interpretazione di HRW;
3) la libertà di espressione del dissenso
e
4) pubblicazioni progressiste.
A livello di modalità operativa antagonista, il network statunitense coordina e
mobilita l’attivismo attraverso manifestazioni, dibattiti via e-mail e possiede orà
mai un bacino di utenti che travalica il milione di persone. È evidente che i prin-
cipali bersagli di Alternet siano i mass-media reazionari e la pubblicistica perio-
dica militarista. A tale scopo, attraverso le armi della guerra psicologica, il net-
work attua campagne contro-informative contro le istituzioni per alimentare il
dissenso interno.

2. IAC

Nato nel ’92 grazie a Ramsley Clark si è dimostrato essere uno dei più attivi
network antagonisti americani che fra le sue finalità vi sia l’opposizione all’impe-
railismo USA e in particolare alla guerra attualmetne in corso in Iraq è ampia-
mente prevedibile. Più interessante sono le campagne finalizzate a difendere i
diritti delle minoranze sessuali, a protestare contro le sanzioni USA nei confronti
di Cuba e la campagna di DC organizzata a Puerto Rico contro la presenza del-
l’US Navy.

221
3. USLAW

Nata nell’ambito del sindacalismo antagonista americano, l’USLAW non usa


mezzi termini nel criticare:
1) la manipolazione del governo USA delle paura per legittimare in tal modo
i provvedimenti del Patriot Act;
2) la progressiva erosione dei diritti;
3) la indubbia pericolosità della nuova dottrina della sicurezza nazionale nei
confronti della democrazia;
4) la partecipazione alla guerra in Afghanistan e in Iraq
e
5) l’utilizzazione della guerra come volano per l’economia.
In alternativa, propone un ritorno al socialismo di Stato finalizzato al ripristi-
no del Welfare State e sostiene la assoluta necessità di utilizzare le risorse econo-
miche destinate alla guerra a favore di una nuova politica sociale ed economica.

4. PGA

Anche il PGA è uno dei più noti e influenti network antagonisti. Sorto a Gi-
nevra nel febbraio del ’98 come coordinamento di network anti-globalizzazione,
è divenuto in breve tempo una delle più efficeienti reti globali volte a promuo-
vere la cultura dell’antagonismo al capitalismo attraverso l’azione diretta e la DC.
A tale scopo, è stato in grado di coordinare ben 6 dimostrazioni in cinque
diversi continenti contro il G8, l’OMC e la BM. Come recita il Manifesto — re-
datto nel 2002 e assai più articolato rispetto allo statuto originario — il PGA
promuove la resistenza di base (ovunque si manifesti), si batte contro una con-
cezione autoritaria e patriarcale della famiglia, si esprime a favore di una econo-
mia decentrata, rifiuta la mercificazione della cultura e l’utilizzazione della ricer-
ca scientifica a favore del capitalismo, proponendo come alternativa l’accesso li-
bero della società civile alla ricerca scientifica.
Infine, di fronte alla militarizzazione 1 dello Stato e alla politica della NATO,
il PGA indica nella educazione antagonista una possibile via di uscita dal tunnel

1 Interessante l’articolo di Frei — del 2000 — nel quale l’attivista di Alternet chiede che Bush

venga processato per crimini contro l’umanità da un tribunale analogo a quello di Norimberga.
Tale richiesta rientra coerentemente nella unitaria contro-informazione americana ed europea vol-
ta a individuare profondi elementi di continuità tra il nazismo e la attuale politica americana.

222
capitalista. A livello di referenti culturali il PGA si fa portavoce della opinione
dei più noti intellettuali antagonisti: Chomsky, Klein, Shiva, Vidal, Wallerstein,
Ramonet mentre a livello di alternativa globale esprime il proprio plauso alle
proposte di Ademosky.

223
Parte Nona
1. PREMESSA

Allo scopo di evitare dannosi equivoci — che potrebbero inficiare la serietà


metodologica del nostro lavoro — è opportuno precisare che non è nostra inten-
zione fornire una introduzione storico-politica o filosofica politica degli autori
considerati perché lo scopo del nostro lavoro è quello di individuare solo quegli
elementi che sottolineano la centralità della conflittualità non convenzionale nel-
l’ambito della riflessione gandhiana e mandeliana.

227
2. MODALITÀ OPERATIVE DELLA CONFLITTUALITÀ
NON CONVENZIONALE IN GANDHI

1. La dissobedienza civile

Secondo l’A. la DC è la ‘‘la violazione non violenta civile delle leggi immorali
e oppressive’’. Esplicitamente l’A. fa riferimento a Thoreau al quale attribuisce il
merito di avere coniato l’espressione e di avere dato un contributo determinante
allo sviluppo della DC. Tuttavia, allo scopo di ampliare il raggio di azione della
DC, l’A. ne legittima l’uso nei confronti di tutte le leggi ingiuste. Naturalmente
come la non collaborazione anche la DC fa parte del Satyagrah ma, a differenza
della non collaborazione, essa può essere praticata soltanto ‘‘da pochi elementi
selezionati’’.
Concretamente essa si può attuare:
a) rifiutandosi di pagare le tasse;
b) rifiutandosi di riconoscere l’autorità dello Stato;
c) entrando nelle zone militari;
d) organizzando picchettaggi nelle zone proibite.
Se la DC è di massa questa può attuarsi:
1) solo in una ‘‘atmosfera di calma’’;
2) ‘‘può essere praticata per fini egoistici’’;
3) richiede un’elevata capacità di autocontrollo
4) deve essere praticata in modo aperto.
Indipendentemente dal fatto che la DC sia individuale o di massa, questa può
essere difensiva e offensiva. Quella offensiva si attua nella mancanza di rispetto
deliberato verso le leggi mentre quella difensiva si articola attraverso la ‘‘forma-
zione di corpi volontari, l’organizzazione di manifestazioni pubbliche e la pub-
blicazione di articoli’’ che incitino alla DC.

2. Le brigate non violente

Per attuare al meglio la DC sarebbe opportuno creare ‘‘un esercito volontario

228
non violento composto da migliaia di uomini’’ che su lungo pericolo possa sosti-
tuire sia l’esercito che la politica.
Le BNV devono:
1) impegnarsi in attività costruttive;
2) devono cogliere ogni occasione per ‘‘riconciliare le comunità tra loro’’;
3) devono ‘‘sviluppare una campagna a favore della pace’’.
I requisiti dei volontari delle BNV sono:
1) fede in Dio;
2) fede assoluta nella non violenza;
3) rispetto per tutte le religioni;
4) ogni volontario deve essere una persona di provata lealtà ed onestà;
5) i membri fra di loro devono coltivare rapporti fraterni;
6) ogni membro deve avere gli stessi diritti;
7) la formazione di un carattere moralmente forte e tenace è indispensabile;
8) nessun volontario deve portare armi;
9) deve essere disposto a farsi uccidere piuttosto che uccidere;
10) il volontario della BPN deve dedicarsi ‘‘a curare i malati, a salvare le per-
sone in pericolo e a pattugliare i luoghi minacciati’’ e infine
11) il volontario delle BPN riceverà un’educaizone allo yoga.

3. Tecniche non violente

In questo contesto l’A. ha incluso il picchettaggio, il boicottaggio, il sabotag-


gio e lo sciopero.
Picchettaggio. Deve avvenire in modo silenzioso, non si devono usare espressio-
ni offensive nei confronti dell’avversario, è necessario distribuire materiale pro-
pagandistico in quantità elevata, bisogna porsi in modo ottimistico rispetto agli
scopi che ci proponiamo e bisogna evitare — quando si svolge il picchettaggio
— di effettuarle creando cordoni che impediscano il passaggio.
Boicottaggio. Bisogna applicarlo in modo tale da paralizzare le attività centrali
di uno stato (applicandolo p.e. alle scuole e ai tribunali) evitando che esso si tra-
muti in boicottaggio di rappresaglia — tipologia ritenuta dall’A. non conforme ai
precetti della NV — o in boicottaggio sociale. Al contrario, tecnicamente parlan-
do, il boicottaggio politico è ampiamente legittimo.
Sabotaggio. Questa tecnica di opposizione deve essere rifiutata perché violenta
e perché si attua in forma clandestina.

229
Sciopero. È evidente che l’unica forma di sciopero valido — per l’A. sia quello
non violento che deve alternarsi a regole chiare e semplici:

1) deve esistere ‘‘un motivo reale di scontento’’;


2) chi sciopera deve essere in grado di mantenersi a livello economico;
3) a livello di programma lo sciopero deve rendere pubbliche le proprie ri-
chieste;
4) lo sciopero non violento deve evitare azioni sediziose;
5) gli scioperi economici sono sı̀ legittimi ma devono essere usati come ultima
ratio;
6) anche gli scioperi politici sono validi ma devono essere praticati in modo
autonomo da quelli economici.

4. La lotta non violenta come opposizione alla invasione 1

Chi pratica sinceramente la NV non può prestare servizio militare e deve


ostacolare la presenza militare straniera nel modo seguente:

1) impedendone il passaggio creando ‘‘alle frontiere un muro vivente di uo-


mini e donne che invitino l’invasione a passare su di loro’’;
2) rifiutandogli qualsiasi rifornimento;
3) preferendo la propria morte alla sottomissione;
4) la non violenza deve essere praticata con la convinzione che possa conver-
tire anche i despoti più sanguinari;
5) la lotta non violenta deve essere praticata anche partendo dal presuppo-
sto che il despota prima o poi si stancherà di uccidere gli attivisti non vio-
lenti;

e infine

6) l’attivista non violento deve andare incontro alla morte severamente.

1 A tale proposito l’A. invinterà il popolo inglese — nel luglio del 1940 — ad attuare il proprio

metodo contro la dittatura hitleriana: ‘‘Vi invito a combattere il nazismo senza armi (...) a lasciare
loro che si impadroniscano della vostra della isola e (...) se non vi lasciaranno uscire, voi insieme
alle vostre donne e ai vostri figli vi lasciarete uccidere piuttosto che sottomettervi’’. Una indicazio-
ne analoga la diede, nell’ottobre del ’38, ai cecoslovacchi e, nel novembre dello stesso anno, agli
ebrei tedeschi.

230
5. Il dissenso politico

Se è doveroso criticare le ingiutizie socio-economiche nel mondo è altrettanto


evidente — per l’A. — che queste non potranno esser risolte ricorrendo alla vio-
lenza (in tal senso il ricorso alla violenza, da parte dei bolscevichi, fu completa-
mente rigettato da Gandhi). Indubbiamente l’eliminazione della proprietà priva-
ta costituisce un primo passo nella direzione di superare le ingiustizie tanto
quanto il consegimento della eguaglianza economica. A tale proposito, l’A. con-
divise una sorta di socialismo religioso non violento grazie al quale il capitalismo
dovrà essere superato (la sua adesione all’ideale socialista sarà resa esplicita —
p.e. — nell’aprile del ’40) come dovrà essere superata l’attuale forma di demo-
crazia che costituisce ‘‘un paravento per mascherare le tendenze marxiste e fasci-
ste dell’imperialismo’’. La democrazia auspicata dall’A. dovrà essere strutturata
come ‘‘un cerchio oceanico al cui centro dovrà trovarsi l’individuo’’ e nella quale
il decentramento sarà attuato a livello di villaggio (nel cui ambito il lavoro della
Khaddar sarà determinante).
A livello etico-politico la centralità dell’individuo è fondamentale per l’A. co-
me è fondametnale il conseguimento di uno spirito critico elevato — a tal punto
da accettare solo l’autorità della ragione e della voce interiore — unitamente alla
assoluta necessità di cooperare con gli altri (anche attraverso il lavoro manuale la
cui importanza in Gandhi è assai rilevante). Tutto ciò sarà possibile solo in un
contesto sociale che rifiuti l’industrializzazione moderna che, per affermarsi, ne-
cessita della violenza (per proteggere i macchinari), della volontà di egemonia e
della realizzazione di un ambito lavorativo alienante.
A tale proposito, l’A. pur condividendo gran parte delle critiche marxiane al
capitalismo (come condivise anche l’analisi delle cause delle guerre) non accettò
mai né l’espropriazione né lo strumento della lotta di classe perché entrambi
avrebbe comportato l’uso della violenza rivoluzionaria. Poc’anzi parlavamo della
centralità dell’individuo: ebbene per l’A. l’individuo può esprimersi liberamente
quanto più il potere dello Stato viene limitato. Non desta alcuna sorpresa allora
— se l’A. — su lungo periodo — auspicasse — come Thoreau e Proudhon —
l’estinzione dello Stato, mentre su breve periodo auspicasse la realizzazione di
uno stato non violento.

6. Formazione

La gran parte degli specialisti concordano nel ritenere che le influenze cultu-
rali determinanti nella elaborazione del pensiero dell’A. siano state le seguenti:

231
1) la religione Giaimista e il principio del Ahisma;
2) la riflessione tolstojana sulla non violenza;
3) la riflessione evangelica;
4) la Bhagavadgita e l’Upinishad (a partire dal 1909);
5) le riflessioni politiche di Ruskin;
6) le riflessioni dell’anarco individualista Thoreau e del trascendentalista
Emerson.

7. Distinzione tra Satyagraha e Resistenza passiva o Duragraha

Anche confrontandosi con Ghose l’A. dovette chiarire tale distinzione e lo


fece nel seguente modo: mentre la S. si affida alla verità, ed ha quindi un fonda-
mento religioso 2 — ed esclude l’uso di qualsiasi forma di violenza — al contrario
la resistenza passiva non ha un fondamento né metafisico né religioso, non esclu-
de l’uso della forza e che ne fa uso diviene impaziente perché desidera vendicarsi
del nemico, costruisca la propria azione sulla rivalsa, soggiace al peccato e alla
arroganza, alla collera e al disprezzo.

2 Colui che pratica la S. ‘‘deve essere capace di amare la creatura più crudele come ama se
stesso’’ e ciòè possibile solo se la punizione personale è stata raggiunta.

232
3. MODALITÀ OPERATIVE DELLA CONFLITTUALITÀ
NON CONVENZIONALE IN MANDELA

L’analisi — necessariamente sintetica — del percorso antagonista dell’A. ci


consente di illustrare l’efficacia — sul piano strettamente strategico ed aliena
da qualsiasi presa di posizione politica — dell’utilizzo della conflittualità non
convenzionale in tutta la sua complessa articolazione.

1. Orientamento ideologico

Il nazionalismo moderato ha costituito l’elemento ideologico di base di tutta


la elaborazione politica dell’A. insieme all’utilizzo — esclusivamente sotto il pro-
filo metodologico — del materialismo dialettico. Entrambe le componenti (il na-
zionalismo e il materialismo) sono state situate contestualmente all’interno di una
cornice giuridica di tipo democratico parlamentare.

2. Modalità operative

In un primo momento — seguendo apparentemente la lezione di Gandhi —


Mandela attuerà la resistenza passiva (a partire dal 1946) inserita in una organiz-
zazione di massa ma priva dei presupposti religiosi gandhiani. In realtà, il riferi-
mento a Gandhi fu puramente formale come si evince chiaramente dalla consa-
pevolezza — da parte dell’A. — che il metodo non violento doveva essere calibra-
to a seconda delle circostanze e non doveva essere usato in modo indiscriminato.
In un secondo momento — di fronte alla reazione delle autorità — l’A. pro-
mosse l’abbinamento della resistenza passiva alla disobbidienza civile, facendo
largo uso del boicottaggio, dello sciopero e della astensione dal lavoro, attraverso
un coinvolgimento trasversale a livello politico e sociale organizzato secondo una
logica a cellule (presenti in modo capillare sul territorio).
In una terza fase — preso atto della inefficacia sia della RP che della DC —
promosse la formazione di una organizzazine clandestina guerrigliera (la MK)
che praticava tutta la gamma tipica della guerra non convenzionale (organizzata
sulla falsariga del FLN algerino) passando dal sabotaggio al terrorismo.

233
Dal punto di vista addestrativo l’esperienza dei sei mesi maturata a contatto
con i gruppi guerriglieri etiopi (ed in particolare sotto la direzione di Befikadu)
sarà operativamente decisiva e completerà la formazione teorica che aveva svolto
da autodidatta sui testi di Roca, Reitz, Mao, Che Guevara e Castro.
A livello di pianificazione operativa tattica, i bersagli delle azioni terroristiche
del MK rientravano pienamente nella manualistica delle guerriglia e cioè attacco
a installazioni militari, a centrali elettriche, a linee telefoniche e infine a collega-
menti viari.
Nella quarta fase, trattandosi di una organizzazione clandestina, l’A. condusse
una doppia vita dedicata ora alla guerra non ortodossa — e alle riunioni clande-
stine — ora alla organizzazione di comizi pubblici, alla stesura di manifesti po-
litici dalle persuasive idealità (si veda p.e. la Carta della Libertà) ora alla costru-
zione di alleanze internazionali — occulte e non — volte al sostegno economico,
politico e militare (sia sufficiente fare riferimento ai numerosi viaggi fatti in Etio-
pia, Egitto, Tunisia, Sierra Leone, Liberia, Ghana e Senegal) ora alla sensibiliz-
zazione politica conseguita con il viaggio in UK (dove prese contatto con gior-
nalisti simpatizzanti e rappresentanti politici della sinistra laburista inglese) ora
all’indottrinamento politico rivolto alle giovani generazioni, ora infine al coinvol-
gimento delle donne in manifestazioni di massa (particolarmente efficaci sul pia-
no simbolico).
Nella quinta fase prima di essere imprigionato, l’A. ebbe la capacità politica di
servirsi dell’aula del tribunale per ridicolizzare e demonizzare insieme l’avversa-
rio applicando le tecniche tradizionali della guerra psicologica, tecniche che ver-
ranno congelate per un lungo periodo durante gli anni di detenzione.

3. Modalità operative delle istituzioni

In primo luogo, le istituzioni politiche promulgarono leggi ispirate all’apar-


theid e quindi alla separazione sociale su base etnica; in secondo luogo, di fronte
alla graduale escalation di dissenso, anche le istituzioni politico militari attuarono
una strategia flessibile e graduata che si concretava ora nella proibizione di de-
terminate organizzazioni politiche (si pensi all’efficacia del Soppression of Co-
munism Act) ora nella infiltrazione di informatori ora nell’utilizzo di provocatori
per creare o alimentare dissidi interni; in terzo luogo, di fronte alla estensione
sociale e geografica del dissenso le contromisure divennero più repressive e si
esplicarono nell’utilizzo della legge marziale, nella interdizione pubblica dei dis-
sidenti, delle perquisizioni, nelle repressioni manu militari dell’opposizione fino
alla realizzazione di riserve etniche che ampliavano il raggio d’azione dell’apar-
theid. In quarto luogo, di fronte al sorgere del terrorismo, le istituzioni attraverso

234
una progressiva militarizzazione del territorio, una repressione tipica delle ope-
razioni di counter-insurgeney (repressione via terra e via aerea secondo le moda-
lità delle forze speciali britanniche contro l’IRA), attivarono le squadre speciali
senza porre loro vincoli giudicamente paralizzanti. In quinto luogo, le scelte po-
litiche furono ispirate a scelte pragmatiche non disgiunte dal finanziamento clan-
destino rivolto a gruppi paramilitari eterodiretti (come l’IFP e l’INKATA) e dal-
l’intelligence per esercitare un’adeguata pressione politica interna volta a contra-
stare la prosecuzione dell’attività terroristica.

235
4. NOTE SULLA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
IN M.L. KING

1. Formazione culturale

A partire dal 1944 il saggio di Thoreau sulla DC esercitò sull’A. una influenza
determinante poiché gli permise di comprendere come non collaborare al male
fosse fondamentale e come la DC potesse diventare uno strumento utilissimo
per l’affermazione dei diritti civili. Sotto il profilo teologico Rauschenbusch consen-
tı̀ all’A. di comprendere la organicità del messaggio evangelico mentre Mounier co-
stituirà il completamento teorico necessario permettendogli di comprendere che
soltanto la ‘‘persona è reale’’. Quanto a Niebuhr, pur riconoscendone la grandezza
intellettuale, non fu — a parere dell’A. — in grado di capire che il vero pacifismo
‘‘è una coraggiosa sfida lanciata contro il male dal potere dell’amore’’ (p. 29). Tut-
tavia solo l’opera e la prassi di Gandhi costituiranno una vera e propria rivoluzione
sulla vita di King grazie al concetto di Satyagraha, di resistenza non violenta e gra-
zie alla possibilità di estendere l’amore evangelico a livello globale.
Anche gli scritti di Muste eserciteranno un’influenza maggiore di quanto l’A.
non fu disposto a riconoscere. Sotto il profilo della innovazione tecnica della
ANV (e delle tecniche non convenzionali ad essa connesse) le innovazioni dell’A.
furono assenti.

2. Modalità operative

In breve furono le seguenti:


1) boicottaggio (economico e non) volto a superare la segregazione razziale;
2) assemblea degli attivisti attraverso la quale i partecipanti prendevano co-
scienza della propria dignità e della possibilità di decidere del proprio
destino;
3) ciclostilati e bollettini interni;
4) creazione di organizzazioni territoriali a base tematicha (p.e. la MIA);
5) resistenza non violenta ‘‘attraverso la quale si disarmava l’avversario in-
debolendone il morale e pungolandone la coscienza’’ p. 101;

236
6) coinvolgere sempre la stampa locale e nazionale nelle manifestazioni
pubbliche;
7) lasciare sempre aperta la possibilità di contrattare con le autorità locali e
nazionali;
8) creare — là dove fosse possibile — un rapporto di fiducia con le autorità
dello Stato;
9) sit-in;
10) promuovere marce diurne o notturne coese nei metodi e negli obiettivi;
11) usare i conti per dare coraggio agli attivisti e creare un clima di coesione;
12) lettere-manifesto nelle quali gli aspetti essenziali del messaggio erano più
volte ribaditi ed accompagnate da riferimenti religiosi;
13) l’azione diretta è indispensabile per creare una crisi acuta nell’avversario
in modo tale da determinare in lui una tensione cosı̀ alta da farlo cedere
fino a costringerlo ad affrontare la situazione;
14) gli attivisti devono essere educati all’uso sia della DC che all’uso della
ANV;
15) durante le manifestazioni la presenza dei poliziotti può essere utile so-
prattutto in caso di repressioni degli attivisti;
16) per determinare il collasso delle istituzioni carcerarie basta riempirle cioè
basta promuovere arresti di massa;
17) promuovere azioni di pressione politica a livello locale o nazionale;
18) fomentare il contrasto tra le istituzioni (p.e. tra la Camera dei Rappresen-
tanti e la delegazione dello Stato del Missisipi o tra le forze di polizia lo-
cale e l’FBI);
19) coinvolgimento trasversale delle componenti religiose per globalizzare le
rivendicazioni e per moltiplare l’effetto sulla opinione pubblica;
20) istigazione alla DC (sia nel caso della sgregazione razziale che nella oppo-
sizione alla guerra).

3. Organizzazioni

L’A. — nella sua prassi non violenta — farà ampio uso di preesistenti orga-
nizzazioni:
1) NAACP;
2) SNCC;
3) SCLC;
4) Comunità di base religiose appartenenti alal cheisa americana metodista;
5) Interdineminational Alliance della chiesa metodista;

237
6) ACHR
e infine
7) CORE

4. Connotazione ideologica

La posizione dell’A. si può agevolmente connotare nel modo seguente:


1) Anti-segregazionista e anti-razzista;
2) pacifista non violenta;
3) anti-militarista (dagli anni Sessanta in poi);
4) anti-marxista;
5) anti-imperialista;
6) a favore dell’ODC;
7) contrario alla politica controrivoluzionaria americana in America Latina
e nel Sud est asiatico;
8) assolutamente contrario alla teorizzazione e all’uso della violenza per
promuovere i diritti civili;
9) a favore di un sistema economico misto;
10) assolutamente contrario all’anarchismo;
11) a favore dell’ODC.

5. Reazione delle istituzioni

In gran parte furono analoghe a quelle delle associaiozni razziste come il


KKK e la John Birch Society:
1) vessazioni;
2) intimidazioni;
3) attentati terroristici;
4) repressione violenta di manifestazioni pacifiche;
5) diffamazione;
6) pestaggi individuali;
7) organizzazioni di contro-manifestazioni;
8) intercettazioni telefoniche e postali (da parte dell’FBI);
9) istigazione alla violenza allo scopo di rompere ogni coesione interna negli
attivisti;

238
10) strumentalizzazione politica a fini elettorali (p.e. Kennedy o Johnson)
11) eliminazione fisica degli attivisti.

6. Avversari o concorrenti (diretti e non)

Malcon X, Carmichael e i Black Power furono i concorrenti più pericolosi per


la leadership di King determinando profonde divisioni interne al movimento ne-
gro.
Sotto il profilo ideologico Fanon e Lumumba non poterono trovare accoglien-
za favorevole presso King a causa della centralità che la violenza rivoluzionaria
rivestiva all’interno del loro programma politico. Anche la ambigua neutralità
dell’AFL-CIO suscitò in King un profondo disappunto.

7. Nemici

Per quanto questa espressione non sarebbe stata gradita all’A., al di là della
retorica pacifista ed evangelica, esistettero soggetti o istituzioni irriducibilmente
avversi alle ragioni di King. Vediamo in breve quali furono:
1) il KKK;
2) la John Birch Society;
3) gran parte delle forze di polizia locale (ed in particolare Clark e Rainey);
4) i magistrati collusi con le ragioni del razzismo;
5) il Partito Repubblicano (ed in particolare Goldwater);
6) non pochi esponenti della Chiesa cattolica bianca indifferenti o addirittura
ostili alle rivendicazioni di King
e infine
7) Hoover direttore dell’FBI.

239
5. POSTILLA

Riteniamo opportuno, da un punto di vista storico, chiarire la natura delle


organizzazioni vere, le modalità operative del dissenso dell’A. e la sua imposta-
zione ideologica.

1. Organizzazioni

Prima dell’A. esisteva la NAACP nata nel 1909 dal Congresso di Niagara pro-
mosso da Du Bois e di natura integrazionista. Con King nasce la SCLC fondata
nel gennaio del 1957 con una connotazione di centro. Quanto al CORE (fondato
a Chicago nel 1943) che praticava l’azione diretta non violenta e al SNCC, an-
ch’esso fondato da King, queste due organizzzazioni ampliavano il loro raggiro
d’azione comprendendo anche i diritti civili nel loro insieme.
Al contrario, le organizzazioni vere che praticarono l’uso della violenza rivo-
luzionaria — e che quindi rientrano sia nella Agitazione sovversiva che nel ter-
rorismo — furono il Black Power (fondato nel 1966 da Carmichael), il Movimen-
to di Azione Rivoluzionaria (di Williams), i Musulmani Neri anti-integrazionisti e
Malcom X anti-integrazionista e a favore della violenza.

2. Connotazione ideologica

Per l’A. la fede cristiana, oltre a costituire un fondamentale principio di sal-


vezza personale, era ritenuto fondamentale come elemento di coesione sociale.
Non a caso la impostazione data dall’A. al movimento fu incentrata sull’azione
e sul perdono. A livello politico King, assunse una posizione di neutralità politica
che venne meno di fronte al programma apertamente razzista del candidato pre-
sidenziale repubblicano Goldwater. Proprio per questo l’A. fece convergere i vo-
ti dei neri su Jonhson. Per quanto concerne la natura esatta del suo integrazio-
nismo ,questo si differenziò da quello del NAACP poiché non era di natura eco-
nomico politica ma religiosa e quindi strettamente legato alla dignità dell’uomo
cristianamente intesa. A tale proposito la genesi del razzismo — per l’A. non era

240
da individuarsi all’interno delle istituzioni ma nell’ambito religioso: il peccato era
infatti la natura cristiana dalla quale scaturivano tutte le forze di odio. Adesso era
— dunque — necessario contrapporre l’amore. Di qui il rifiuto dell’uso della
violenza e il rifiuto di edificare uno stato negro indipendente o un partito esclu-
sivamente negro. Queste ‘soluzioni’ avrebbero infatti accentuato la contrapposi-
zione tra persone incrementando l’odio.

3. Modalità operative

In linea di massima l’uso delle tecniche tipiche della ANV determinava:


1) il disagio psicologico delle élite al potere costringendole a prendere in esa-
me il problema sollevato;
2) permetteva di sostituire l’odio con l’amore causando vergogna e imbaraz-
zo delle élite del potere;
3) consentiva la formazione di una massa agente cosciente in grado di desta-
bilizzare il gruppo di potere e di trasformare la passività della opinione
pubblica in ribellione;
4) permetteva, attraverso l’azione diretta, di accelerare il riconoscimento dei
diritti civili costringendo l’avversario a cedere attraverso una sorta di guer-
ra di logoramento.

241
Parte Decima
1. IL DISSENSO ANTI-MILITARISTA
NELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA ITALIANA
DEL NOVECENTO

L’opposizione netta e priva di compromessi alla collaborazione (o non piut-


tosto connivenza e complicità?) tra ricerca scientifica e ricerca militare ha trovato
modo di esprimersi lucidamente sia negli Atti del convegno tenutosi il 22 maggio
2001 — a cura del Centro Studi e Ricerche per la Pace dell’Università di Trieste
— che nel volume di Fieschi intitolato ‘‘Macchine da guerra’’. Da questa ampia e
dettagliata documentazione è possibile trarre alcune considerazioni sul dissenso
anti-militarista:
1) Proprio perché la comunità scientifica ha specifiche competenze è tenuta
a informare la società civile sull’insieme delle problematiche connesse al
rapporto tra ricerca scientifica e ricerca militare;
2) la comunità scientifica non può assumere un atteggiamento asettico ma
deve prendere posizione di fronte al coinvolgimento della scienza in am-
bito militare — come accadde durante la guerra del Vietnam — e pren-
dere una posizione che sia di chiara condanna;
3) dal momento che la ricerca scientifica (soprattuto quella applicata)
può svilupparsi solo in un contesto assai articolato — vale a dire
quello politico, industriale e bancario — il dissenso politico non po-
trà che manifestarsi anche nei confronti del sistema di potere nel suo
insieme;
4) la ricerca scientifica asservita alla deterrenza nucleare è non solo immo-
rale ma precaria per la stessa sicurezza nazionale;
5) lo scienziato responsabile moralmente deve rifiutarsi di partecipare per-
sonalmente alla ricerca militare;
6) quegli scienziati che lavorano presso istituti di ricerca non militari devo-
no rifiutarsi di portare avanti ricerche finanziate da fonti militari o che
comunque impongono la non divulgabilità dei risultati conseguiti;
7) come espressione di dissenso esplicito — a conclusione delle nostre ricer-
che — dovremmo aggiungere sulla sezione ‘‘ringraziamenti’’ una nostra
dichiarazione dalla quale emerga chiaramente che non si sono utilizzati
fondi militari;

245
8) dovremmo convincere i nostri colleghi — impegnati sul fronte militare
— che i loro contributi sono forieri di nefaste conseguenze per l’umanità;
9) è necessario — proprio di fronte alla minaccia dell’uso delle mini-nukes e
dell’SDI — promuovere un disarmo nucleare totale e quindi proibire
tutte le esplosioni nucleari sperimentali;
10) è opportuno ostacolare la modernizzazione della strumentazione miltia-
re;
11) la comunità scientifica deve rifiutarsi di collaborare a tutti quei progetti
di ricerca che violano i trattati internazionali;
12) la comunità scientifica deve prendere atto che i finanziamenti militari
sviano la ricerca scientifica verso scopi non essenziali;
13) accettare anche in minima parte finanziamenti militari significa accettare
una sorta di corruzione legale;
14) sarebbe opportuno — attraverso adeguate pressioni — persuadere la
classe politica della necessità di ridurre drasticamente i finanziamenti alla
ricerca militare e al ministero della difesa;
In conclusione, questo breve elenco — chiaramente ispirato alle riflessioni
pacifiste di Russell e Einstein, alle iniziative del Movimento Pugwash e a quelle
del Bollettino degli Scienziati atomici — costituisce un invito esplicito al boicot-
taggio e alla ‘diserzione’ e fa proprie le sottili armi della Psychological Warfare.
Ad ulteriore supporto di questa tesi, sia sufficiente fare riferimento alla intro-
duzione degli Atti redatta da Federico Della Valle responsabile del Centro Studi
di Trieste. Ebbene, l’A. — dopo aver ampiamente citato Boff — ritiene che sia
agevolmente individuabile un comune denominatore tra le finalità del convegno
e quelle del Centro Studi:
1) il rifiuto incondizionato della guerra;
2) la non neutralità della coscienza;
3) il conseguimento della pace — e il suo mantenimento — costituiscono va-
lori imprensindibili;
4) fra gli immani danni del capitalismo vi è anche quello legato alla sopraffa-
zione ambientale;
5) l’attuale modello di sviluppo si fonda sulla violenza e alimenta la guerra;
6) la guerra viene usata soprattutto dalla amministrazione USA — come vo-
lano economico e infine la NATO legge il problema della immigrazione in
un’ottica di sicurezza e non come un problema da affrontare in modo so-
lidaristico.

246
2. IL DISSENSO DELL’USPID

Nata nell’82 — presso il Dipartimento di Fisica della Università di Bari — si


propone — sotto il profilo formale — come finalità principale lo studio delle
complesse problematiche legate alla strategia nucleare, al controllo degli arma-
menti e all’impatto che tutto ciò determina a livello di politica internazionale.
Sotto il profilo sostanziale, l’USPID promuove una interpretazione anti-militari-
sta e affine — ideologicamente parlando — a quella del pacifismo nostrano (non
a caso collabora con il CISP di Pisa e con l’Archivio Disarmo).
L’attività antagonista si attua nell’esprimere il proprio radicale dissenso in
merito alla legittimità morale delle collaborazione, oramai stretta, tra Ricerca
Scientifica e Ricerca Militare.
Secondo Petroni la comunità scientifica dovrebbe:
1) esercitare adeguate pressioni sulla classe politica per ostacolare qualsiasi
collaborazione tra Scienza e apparato militare
2) dovrebbe sottolineare la irresponsabilità di tutti coloro che collaborano
con l’apparato militare (p.e. con la DARPA USA)
3) dovrebbero rendere noto all’opinione pubblica che il mantenimento di un
apparato scientifico-militare porta inesorabilmente alla militarizzazione
della politica estera e al consolidamento di gruppi di potere.
Partendo dalle medesime premesse, Cotta Ramusino propone — seguendo
sia le indicazioni del Manifesto Russell-Einsten che quelle del PUSWASH —:
1) lo smantellamento delle armi nucleari;
2) considera la Nuclear Posture Revew del ’95 un ritorno inammissibile alla
logica della cold war;
3) condanna — alla stressaa stregua — il riarmo nucleare russo;
4) propone il ritiro incondizionato ed immediato delle BG1 dal territorio eu-
ropeo e delle bombe nucleari tattiche allo scopo di contribuire alla dsiten-
sione tra NATO e Russia
e infine
5) propone la denuclearizzazione del Mediterraneo.

247
3. IL DISSENSO DEL PUGWASH

1. Le finalità della associazione nelle parole di Rotblat

Di questa associazione internazionale — fra le più prestigiose nel contesto


della comunità scientifica — prendederemo solo in considerazione alcune signi-
ficative riflessioni di Rotblat (premio Nobel nel ’95 per la pace):
1) partendo dalla centralità del Manifesto Russel-Einstein 1, l’A. sottolinea
anche oggi l’urgenza di coinvolgere la comunità scientifica internazionale
nel denunciare la strategia della dissuasione nucleare;
2) l’A. ritiene insostenibile il ricorso alla guerra come strumento di risolu-
zione dei conflitti ed, in particolare, sottolinea l’assoluta necessità di abo-
lire qualsiasi armamento nucleare;
3) propone la estensione ai paesi europei e non dell’art. 9 della Costituzione
giapponese;
4) pone l’enfasi sulla centralità della istruzione e sulla opportunità di attuare
adeguate pressioni sui mass-media per sensibilizzare l’opinione pubblica;
5) rileva la necessità di sfruttare tutte le opportunità offerte dalla diploma-
zia internazionale per sensibilizzare le élites politiche;
6) avanza la proposta — radicale nelle implicazioni — di superare il com-
plesso militare industriale;
7) non accetta la politica nucleare della NATO
8) chiede la concreta applicazione del piano Baruc e della risoluzione ONU
del ’46 contro l’uso delle armi nucleari;

1 L’antimilitarismo del celebre scienziato tedesco ebbe modo di esprimersi in modo eloquente

nel breve saggio ‘Società e persona’ (tratto dal volume ‘Come io vedo il mondo’), dove ebbe modo
di definire il servizio militare obbligatorio come ‘‘il sintomo più vergognoso della mancanza di di-
gnità personale’’ (p. 15).
Quanto alla esistenza della istituzione militare — questa da lui esplicitamente disprezzata —
espresse l’auspicio che venisse soppressa al più presto in quanto la considerava una vera e propria
vergogna. Anche a proposito dell’industria militare ebbe parole di fuoco ritendola la principale
responsabile dei conflitti internazionali, cosı̀ come condannò senza mezzi termini l’asservimento
della scienza ad interessi militari.

248
9) rifiuta in modo radicale la dottrina Rumselfd (e quindi la possibilità del-
l’uso delle mini-nukes);
10) condanna la politica nucleare di Chirac (perché in linea con quella di De
Gaulle);
11) contesta la legittimità morale e giuridica del pacchetto di provvedimenti
anti-terrorismo presi da Bush (e sistematizzati nel Patrioct Act) dopo l’11
settembre;
12) giudica fallimentare la gestione del dopo Iraq e del dopo Afghanistan
proponendo in alternativa una gestione a guida ONU e infine
13) evidenzia le ripetute violazioni — da parte USA — del diritto internazio-
nale.

2. Strumenti

Lo strumento, in prima battuta, usatao dal P. si è concretizzato nella organiz-


zazione di conferenze annuali e, in seconda battuta, attraverso l’uso di petizioni o
lettere aperte ai leaders politici. Un esempio eclatante è stata la lettera, inviata da
Hinde, a Blair in merito alla inacettabilità di praticare la detenenza nucleare sul
territorio inglese attraverso la realizzazione dei Trident.

249
4. IL DISSENSO DEL CISP

Nato nel ’98 all’interno della Università di Pisa, si propone di attuare uno stu-
dio multidisciplinare della pace avvalendosi di una équipe stabile di quaranta do-
centi e aspirando ad essere un punto di riferimento — nel panorama italiano —
per gli studi della pace a livello accademico a partire da presupposti ispirati al
pacifismo non violento di Gandhi, Lanzo del Vasto e Capitni.
La finalità statuaria è rivolta allo studio della dinamica dei conflitti allo scopo
di prevenirli o risolverli attraverso una metodologia non violenta. Concretamente
il CISP ha svolto un ruolo rilevante nella istituzionalizzazione della DPNV, nel
‘reclutare’ ODC per consentire loro di svolgere il servizio alternativo (in concor-
renza con l’ARCI e la Caritas), nel promuovere dunque il servizio civile naziona-
le, nel realizzare progetti di cooperazione tra ONG palestinesi ed israeliane e in-
fine nel dare supporto agli ODC israeliani (cioè ai militari renitenti). A livello di
collaborazione, i legami di maggiroe rilievo sono con l’USPID, le PBI, il CIPA e
il Centro Gandhi.
Allo scopo di delineare la filosofia del CISP sarà sufficiente illustrare — sin-
teticamente — le riflessioni di Altieri e Drago.
Secondo Altieri
1) è divenuta oramai improrogabile la necessità di costruire alternative con-
crete alle istituzioni militari attraverso la DPNV;
in secondo luogo;
2) qualsiasi ricercatore serio che voglia attuare questa finalità dovrà fare rife-
rimento non solo agli studi di Galtung e Sharp ma soprattutto alle rifles-
sioni di Gandhi, Capitini, Del Vasto e di tutto l’antagonismo poliltico che
ha caraterizzato gli anni Sessanta e Settanta (dal movimento dei diritti ci-
vili al femminismo);
3) l’approccio agli studi per la pace dovrà tenere conto della realta’ politica
allo scopo di contrapporvisi in modo radicale;
4) la finalità politica su lungo periodo degli studi per la pace dovrà essere
quella di farci conseguire il ‘people empowerment ’ che altro non è che
— guarda caso — l’omnicrazia capitiniana

250
e infine
5) gli studi per la pace dovranno sottrarre terreno agli approcci militari mar-
ginalizzando le istituzioni militari.
Per quanto concerne Drago le sue riflessioni hanno una connotazione espli-
citamente politica. Infatti lo studioso:
1) lamenta la scarsità di fondi elargiti alla DPNV e critica esplicitamente la
composizione dell’UNSV ritenendo che la presenza di ufficiali sia del tut-
to fuori luogo e che, al contrario, il suddetto ufficio dovrebbe essere ge-
stito da personalità di indiscutibile valore (fra le quali include se stesso,
lecolleghe del CISP e le associazioni cattoliche più intransigenti e visceral-
mente anti-militariste quali Pax Christi e i Beati);
2) in secondo luogo critica la legittimità della sinistra europea in quanto ora-
mai compromessa ampiamente con il militarismo;
3) auspica la istituzionalizzazione della obiezione fiscale.
Inoltre l’A. vede con preoccupazione
4) il consolidarsi dei rapporti tra la scuola Sant’Anna e il CEMISS, realzioni
che procedono verso una evidente militarizzazione (basti riflettere — pro-
segue l’A. — sulla inaudita contro offensiva militare relativa ai corsi di lau-
ra in Scienze Strategiche) alla quale
5) non si può che contrapporre la laurea in Scienza per la pace;
infine
6) l’alternativa indicata dall’A. è il modello non violento di difesa che sarà in
grado di porre in essere una autentica rivoluzione.

251
5. IL NUOVO MODELLO DI DIFESA
ALLA LUCE DELL’IDEOLOGIA PACIFISTA

1. I rischi del Nuovo modello di difesa * secondo Accame

Secondo Accame (presidente dell’ANA-VAFAF) il NMD varato nel ‘91 im-


plica una vasta gamma di rischi 1 per l’Italia e più esattamente:
1) l’Italia potrebbe volersi proiettare in operazioni di polizia internazionale;
2) con il NMD il CSM acquista pieni poteri — autopontenziondosi quindi - e
consegue una ampia autonomia rispetto al vertice polico;
3) l’inserimento del nostro paese, all’interno del NMD, porterà — presto o
tardi — a svuotare di significato l’art. 11 della costituzione;
4) i rischi ipotizzati dal NMD (rivelatesi assolutamente esatti ndr.) costitui-
scono una motivazione fittizia volta ad incrementare le spese militari;
5) lo stanziamento di fondi — per il NMD — rischia di passare ‘sotto il naso’
del parlamento;
6) il NMD intende — in realtà — alimentare la tensione internazionale;
e infine
7) la presenza in una eventuale ‘Europa degli eserciti’ ci farà assistere ‘‘al na-
scere di una politica bellicistica di cui neppure all’epoca fascista si era visto
visto l’eguale’’.

2. L’antagonismo sindacale all’interno dell’Aermacchi

Intorno agli anni Ottanta nacque, nel contesto della Aermacchi di Varese, ‘un
gruppo di attivisti anti-militaristi’ grazie al sostegno della FLM in un primo mo-
mento e della FIOM-CISL in un secondo momento, gruppo informale che pro-
mosse ‘‘collette di solidarietà con popoli e movimenti vittime del fuoco delle ar-

* Da ora in poi in sigla NMD.


1 I rischi paventati dall’Aa. sono, dal nostro punto di vista, opportunità che — fra l’altro con

buona pace di Accame — si sono realizzate (in buona parte a partire dagli anni novanta).

252
mi italiane’’ attraverso tecniche di conflittualità non convenzonale (scioperi, di-
giuni e collettivi) per giungere nel 1986 alla disubbidienza civile attraverso l’a-
perta adesione — di alcuni suoi componenti — all’ODC (congiunta all’uso
del digiuno di cinque giorni ‘‘contro gli euromissili e la corsa al riarrmo’’) e
per denunciare nel 1988 l’Aermacchi in quanto industria violatrice degli embar-
ghi ONU contro Iran e Iraq. La reazione — nel gennaio del ’91 — del direttivo
aziendale fu largamente prevedibile: l’attivazione della cassa integrazione della
cellula di lavoratori anti-militaristi, espulsioni che crearono le condizioni per la
nascita — nel ’91 — del ‘Comitato cassaintegrati Aermacchi per la pace e il di-
ritto al lavoro’, il quale — grazie ai preziosi contributi del MIR, della Cisl, delle
Acli e del Comitato contro la guerra del Golfo di Busto Arsizio — riuscı̀ a por-
tare le proprie lagnanze fino alla XI Commissione del lavoro del Parlamento, at-
traverso una struttura a rete; e — nel ’93 — a formulare una proposta di legge
regionale per la promozione della riconversione della industria bellica (formal-
mente presentata da una coalizione politica traversale di centro-sinistra). Anche
a seguito di questa iniziativa, prese avvio l’’Osservatorio sull’industria militare’.
A distanza di breve tempo, onde evitare l’ulteriore incremento di licenzia-
menti, l’Aermacchi riucı̀ ad esercitare una pressione eguale (per intensità) e con-
traria (per le finalità) sulle istituzioni politica-sindacali volta a favorre l’approva-
zione — in tempi brevi — del NMD. L’operazione raggiunse l’auspicato obiet-
tivo — soprattutto grazie alla lobby sindacali FIM-FIOM e UILM (sic!)

3. L’alternativa non violenta al NMD

In primo luogo, sotto il profilo ideologico — come si evince in prima battuta


dalla bibliografia — l’interpretazione data dagli A. del NMD è di tipo eco-paci-
fista ed è suffragata dalle analisi dei periodici: ‘Giano’, ‘il Manifesto’, ‘Metafora
verde’, dalla rivista capitiniana ‘Azione non violenta’ e infine dagli studi di Alle-
gretti editi dalle edizioni Cultura della Pace. Quanto alle istituzioni politico-cul-
turali nel cui ambito si muovono gli autori queste sono: la FLM-cisl, l’Ires e la
Rete di Formazione non violenta e l’IPRI ,mentre gli strumenti di comunicazione
di massa attraverso i quali hanno promosso una strategia di contro informazione
anti-militarista sono stati: ‘Alfazeta’ (periodo ufficiale della CISL), Radio popo-
lare e ‘Avvenimenti’.
In secondo luogo, nel saggio finale l’A. — Nanni Salio (segreatrio dell’IPRI)
— propone un’alternativa radicale (seguendo le indicazioni di Galtung e Sharp)
al modello di difesa tradizionale che agevolmente possiamo riassumere nel modo
seguente:

253
1) l’attuazione — a livello politico — della non violenza non solo costituisce
un reale pericolo per il totalitarismo dell’Est ma anche per il capitalismo
occidentale;
2) una reale comprensione della NV ci consentirà di comprendere la natura
profondamente sovversiva che lo connota;
3) infatti il movimento per la pace che si fa portavoce della non violenza, ha
come suo principale scopo quello di costruire una società civile profonda-
mente diversa da quella attuale perché in grado di risolvere le varie tipo-
logie di conflitti in modo non violento;
4) contrariamente ai modelli di difesa tradizionale, adattare a livello politico
la difesa non violenta, equivale a conferire alla società civile la possibilità
di risolvere i conflitti, dimostrando in tal modo quanto profondamente le-
gata sia la non violenza alla democrazia partecipativa;
5) proprio per queste motivazioni è opportuno che il modello dell’HCA sia
esteso e rafforzato cosı̀ come è opportuno democratizzare l’ONU istituen-
do nel suo contesto forze di intervento non violento. Un esempio in questa
direzione ci viene offerto dalla presenza delle PBI in zone di guerra come
il Guatemala, lo Sri Lanka o delle organizzazioni come i Volontari della
pace.

254
6. L’ANTI-AMERICANISMO RIVOLUZIONARIO
NEL CAMPO ANTI-IMPERIALISTA

Sorto nell’agosto del 2000, il CAI si struttura secondo una modalità a rete e
costituisce un network transnazionale volto a contrastare la globalizzazione im-
perialistica attraverso un coordinamento snello e flessibile.
La connotazione ideologica del CAI è dichiaratamente socialista rivoluziona-
ria — quindi assai lontana dall’antagonismo non violento — e aspira ad avere
una dimensione internazionalistica.
I soggetti rivoluzionari, oltre a essere quelli della tradizione M/L (e cioè i con-
tadini e i proletari) sono anche tutti gli sconfitti o i discriminati del globalismo
attuale.
Concretamente il CAI ha dato voce e sostegno sia alla Resistenza Irachena (al
Movimento popolare di Moqtada al-Sadr e all’Alleanza Patriottica Irachena in
particolare) sia alla resistenza rivoluzionaria delle FARC-EP, che a quella del-
l’FBL-EL bolivariana. Scontato e prevedibile insieme anche il sostegno alla po-
litica di Chavez, al PC-ML greco, ai vari comitati (europei e non) pro resistenza
irachena, all’IRSP irlandese e infine ai partiti comunisti di Svezia e Norvegia.
Nel nostro paese collabora con alcuni esponenti del PRC e del PdCI ma so-
prattutto con i COBAS. Le due più significative reazioni delle istituzioni sono
state: l’accusa di associazione con finalità terroristica rivolta a un autorevole
esponente del CAI e la dura presa di posizione di 44 esponenti del Congresso
USA contro l’esplicito sostegno del CAI alla resistenza irachena, presa di posi-
zione che si è concretizzata nel chiedere alle autorità italiane di mettere fuori leg-
ge il CAI.

255
7. IL DISSENSO ANTAGONISTA NEL CENTRO GANDHI

Nato nel 2000, il centro promuove:


1) l’opposizione radicale alla guerra;
2) il superamento dell’attuale sistema economico;
3) la realizzazione — secondo il progetto di Capitini — della omnicrazia
e
4) l’educazione alla mondialità.
Il contesto culturale nel quale opera è quello ispirato alle riflessioni di Gand-
hi, Capitni, Tolstoj e Lanza del Vasto.
Allo scopo di analizzare gli aspetti contenutistici ci sembra opportuno pola-
rizzare la nostra attenzione su alcuni articoli apparsi nella pubblicazione perio-
dica del Centro: i Quaderni del Satyagraha.

1. Tolstoj

Personaggio centrale, nell’ambito del pacifismo mondiale, costitusca per Gaz-


zen un punto di riferimento imprescindibile per la riflessione sulla non violenza.
Infatti la non resistenza al male è il centro delle riflessioni del letterato russo e
partendo soprattutto da questa riflessione Gandhi — nel 1894 — si convertı̀ alla
non violenza abbandonando il suo precedente sentiero.

2. Kossovo

L’A. — Abate — sottolinea come la presenza della non violenza nel contesto
kossovaro — attraverso il movimento di riconciliazione — abbia portato un con-
tributo rilevante. In particolare, pone l’enfasi sull’eccezionale valore delle lotte
non violente attaute dalle popolazioni albanesi — alludendo al contributo di
Kurti — al lavoro rilevante di Ismajli e infine alle potenzialità rilevanti che avreb-
be avuto il Corpo europeo civile se fosse stato costruito. Al contrario, le iniziative

256
del governo italiano e quelle del governo francese — in merito a quale istituzione
avrebbe dovuto coordinare questo Corpo — sono state assolutamente nefaste.

3. DPN

La discussione relativa alla proposta dell’On. Realacci è assai significativa poi-


ché rivela — da parte di determinate lobby cattoliche e di sinistra (ARCI, ACLI,
CdO e LegaAmbiente) — la volontà di collocare il Servizio civile all’interno del
Terzo Settore svuotandolo — secondo il Centro Gandhi — di qualsiasi signifi-
cato autenticamente pacifista e soprattutto delegittimando la DPN.
Proprio perchésussiste tale lo scopo, il Centro Gandhi ha invitato numerose
personalità a sottoscrivere un appello a favore della istituzionalizzazione della
DPN, appello al quale hanno aderito: Drago - Gallo - Zanotelli e numerosi fran-
cescani (sic!)

4. Il comitato DCNANV (e i complotti oscuri)

La DPNV si inserisce — osserva Drago — nell’ambito del concetto di tran-


sarmo indicato da Galtung che prevede su breve periodo la compresenza sia del-
la difesa armata che di quella non armata. Ebbene l’istituzione del comitato
DCNANV nel 2004 rappresenta il primo esempio di istituzionalizzazione della
DPNV nonostante la inacettabile militarizzazione del peackeeping, l’evidente
militarismo del governo berlusconi e l’incapacità del centrosinistra di opporvisi.
Uno dei primi passi da compiere non potrà che essere la formazione quoti-
diana della gioventù. Ma la parte più consistente dell’articolo — e involontaria-
mente autoironica — è la dettagliata narrazione di tutti i contrasti interni al Co-
mitato che ne hanno decretato la paralisi operativa, dietro quale l’A. vede la oc-
culta presenza dei partiti e delle F.A. che si sarebbero accordati per sabotare la
realizzazione della DPNV.

5. La militarizzazione dopo l’11 settembre

Gallo osserva come la progressiva militarizzazione delle istituzioni americane


dopo l’11 settembre e il progressivo affermarsi dello Stato penale, stiano giun-
gendo a delle nefaste conseguenze come si evince d’altronde chiaramente dal Pa-
trioct Act. Indubbiamente il movimento no global costituisce una realtà estrema-
mente vitale e in grado di contrapporsi ‘‘alla crescente militarizzazione’’.

257
Un esempio concreto della sua vitalitàci è offerto dalla militanza di Zanotelli e
Strada e dalla centralità della opzione non violenza. Se la società civile saprà fare
tesoro di tutte questi insegnamenti allora si troverà nelle condizioni di difendere
anche i diritti umani dall’ideologia della nazionalista.

258
8. IL DISSENSO ANTAGONISTA
NELLA FONDAZIONE VENEZIA
PER LA RICERCA SULLA PACE

La nostra finalità sarà quella di comprendere quale impostazione viene attua-


ta dalla Fondazione per la comprensione delle problematiche internazionali, per
capire cioè a partire da quali presupposti politico-culturali la Fondazione legge la
realtà del mondo contemporaneo.
In primo luogo, la nomina del nuovo Presidente della Fondazione Mons. No-
his avvenuta nel dicembre del 2004, dimostra ampiamente il profondo radica-
mento della Fondazione nell’ambito della gerarchia cattolica italiana.
In secondo luogo, analizzando l’attività professionale degli autori dell’Annua-
rio che (prenderemo in considerazione quello del 2005) rappresenta il documen-
to più autorevole per comprendere scopi e metodologia di approccio della Fon-
dazione — saremo in grado di capire — agevolmente — quale approccio possia-
mo aspettarci.
A tale proposito, la gran parte degli autori dell’Annuario orbita nel contesto
di determinate pubblicazioni periodiche e case editrici ampiamente note — in
Italia — per il loro impegno anti-militarista, pacifista non violento e anti-ameri-
cano impegno che si colloca in un contesto politico connotato chiaramente: quel-
lo della sinisttra antagonista e del cattolicesimo anti-militarista, no-global.
Allo scopo di suffragare quanto sostenuto elencheremo qui di seguito rivista,
case editrice, centri di ricerca e associazioni notoriamente militanti: Un poten
per..., PeaceLink, EMI, Unimondo, Mosaico di Pace, Opal, Missione oggi, Mi-
cromega, Adista, Ed. cultura della pace, DeriveApprodi, Nigrizia, Guera e Pace,
Giano, Aprile, Avvenimenti e Centri di Ricerca per la pace di Viterbo.
Significativa — poi — la presenza di due uomini politici — Gallo e Tanza-
nella — gravitanti nell’area della sinistra più intransigente sulle problematiche
della pace, della guerra e delle spese militari.
Passiamo adesso ad analizzare — brevemente — le riflessioni degli autori in-
torno e problematiche specifiche.

1. Forze Armate e Scuola

Luca Kocci (redattore Adista) — dopo aver sottolineato — con disappunto e

259
sconcerto insieme — che negli USA il JROTC prosegue inesorabilmente e che an-
che in Italia si sono realizzate iniziative analoghe — rileva con entusiasmo l’esisten-
za di associazioni — targate USA — che oppongono resistenza al reclutamento.
Significativa la conclusione: ‘‘l’inequivocabile indizio di un tendenza inquie-
tante che vede le F.A. all’assalto delle scuole. E se gli USA sono il modello di
riferimento verso cui il nostro Paese tende, si tratta allora di segnali da non tra-
scurare ma da guardare e da controllare con la massima attenzione’’ 1.

2. Pace e Chiesa cattolica

Tanzanella (parlamentare dissidente nel centro della sinistra cattolica e stori-


co della teologia) — dopo aver sottolineato il ‘peccaminoso’ coinvolgimento del-
la Banca di Roma nel commercio di armi (esaltando l’opera meritoria di denun-
cia di riviste come Mosaico di Pace etc.) e dopo aver ricordato che la violazione
dell’art. 11 è oramai una drammatica costante della politica estera italiana, espri-
me il proprio radicale dissenso sul mantenimento dell’ordinamento militare in
seno alla chiesa cattolica e il proprio entusiasmo per le costruttive iniziative di
Pax Christi e per le posizioni del vescovo Nogaro.

3. Dissenso informatico

Gubitosa (segretario di Peacelink) — sottolinea come l’uso delle tecnologie


informatiche si sia rivelando decisivo per il pacifismo non violento. Auspica
— indirettamente — che l’hackerismo italiano si consolidi e che le esperienze
di telestreet si moltiplichino (nonostante le indicazioni contrarie degli Interni).

4. Guerra globale

Gallo (senatore) — condanna senza mezzi termini il NMD e rileva la inestri-


cabile connessione tra guerra e terrorismo (giacché si alimentano vicendevol-
mente).
In altri termini, la politica deve collocare la guerra fuori dall’ordine interna-
zionale.

1 Dall’insieme di queste osservazioni si evince che sono le associazioni pacifiste a dovere con-

trollare le istituzioni militari (un interessante capovolgimento!) e che le scuole sono ‘proprietà’ del-
le associazioni anti-militariste.

260
Carnevali e Sciuto rispettivamente di Adista e Avvenimenti sottolineanano co-
me questo aumento non faccia altro che sottrarre risorse ai settori cruciali e —
con sconcerto — rilevano come i paesi nel Consiglio di Sicurezza ONU siano gli
stessi che alimentano il commercio di armi. In conclusione, la volontà di control-
lare le zone strategiche del pianeta da parte USA è uno scopo immorale (natu-
ralmente secondo una interpretazione anti-realistica — ndr).
In merito al ruolo USA in Iraq — Giacché della rivista Proteo — sottolinea il
benessere delle industrie militari USA grazie alla guerra e quello delle industrie
logistiche. Seguendo un’analisi marxiana l’A. conclude affermando che la guerra
sia oramai divenuta la continuazione della politica con altri mezzi
Quale ruolo per la Svizzera nel contesto della politica internazionale? A giu-
dicare dal progetto Esercito XXI sembra che la neutrale Svizzera voglia diventare
‘‘una sorta di milizia per la NATO’’. Secondo l’A. — Reina — è proprio questo il
pericolo paventato dal GSSE (gruppo pacifista svizzero) che fra l’altro accusa la
classe politica di avere bloccato ‘‘la politica di disarmo’’. Naturalmente l’A. guar-
da con preoccupazione a tale eventualità.

5. Antagonismo in America Latina

Zaneletta responsabile della Scuola della pace di Lucca — dopo aver dato
una valutazione radicalmente negativa della politica messicana — indica nelle
scelte zapatiste la chiave di una possibile svolta finalizzata ‘‘a creare una forte ba-
se popolare che controbilanci le spinte moderate di un eventuale governo di si-
nistra’’.
Anche in Colombia le basi popolari danno segni di grande vitalitàse è vero
che — osserva Torres (teologo colombiano) — i Nasa stanno portando avanti
un progetto di autonomia nei confronti dello Stato, dei partiti e nei confronti
del sistema capitalistico, critica che è analoga a quella del movimento zapatista
tanto quanto la proposta di una democrazia assembleare. In sostanza, l’A. facen-
do proprie le tesi espresse da Borda nel lontano 1966 auspica che tali iniziative
costituiscano il futuro della Colombia.

6. USA e Israele

Scaglione commenta indirettamente le scelte di politica estera anche dagli


USA e di Israele attraverso un collage di citazioni che ne evidenziano le implica-
zioni nefaste soprattutto sotto il profilo del rispetto dei diritti umani e dell’equi-
librio internazionale.

261
7. Cronologia

Gli autori — Alessandroni e Kocci — commentano, con ironia e con preoc-


cupazione, una serie di avvenimenti di particolare interesse per il nostro paese.
Un’iniziativa — p.e. Defence TV — non è dagli autori particolarmente gradita
mentre le dimostrazioni contro Bush a Roma raccolgono il loro plauso; il trasfe-
rimento dell’US Navy a Napoli è visto con preoccupazione, la benedizione della
portaerei italiana è letta come un gesto inconcepibile (a mò di commento gli A.
riportano le considerazioni di don Tonio), la resistenza irachena è positiva, la
commercializzazione delle armi nel mondo da parte dell’Italia è vista come un
atto contrario al diritto e alla morale; in merito alle spese militari gli A. riportano
la proposta di Sbilanciamoci che le vorrebbe ridurre radicalmente e, a proposito
della iniziativa di protesta contro la parata dei Lagunari, gli A. sottoscrivono le
affermazioni di Casarini. Quanto all’Iraq, gli A. si fanno portavoci di tutte quelle
associazioni che hanno ostacolato la riforma dei codici militari, che hanno chie-
sto l’abdicazione dell’ordinariato militare — e che sostengono la legittimità della
Obiezione Fiscale alle spese militari. È doveroso segnalare che gli A. — fra le
righe — fanno comprendere la loro predilizione per Pax Christi riportando nu-
merose volte le dichiarazioni del direttivo.

262
9. TOM BENETOLLO E L’ANTAGONISMO NON VIOLENTO
DELL’ARCI

1. Note biografiche

Nato a Peraga (provincia di Padova) incomincerà a militare nel PCI nel 1970,
divenendo in seguito segretario regionale della FGCI. Dal 1971 diverrà respon-
sabile esteri della organizzazione giovanile del PCI incarico che manterràal 1987,
quando — a causa di forti dissensi con il vertice del DS lascerà l’incarico — per
entrare nell’ARCI di cui assumerà la presidenza nel 1997 fino alla morte, avve-
nuta nel 2004.

2. Formazione politica

La formazione ricevuta sarà quella tipica della scuola di partito del PCI im-
prontata dunque ad un viscerale anti-americanismo e anti-atlantismo. Il sorgere
del movimento no-global consoliderà le posizioni di estrema sinistra (assai pros-
sima a quelle del Manifesto e del PRC) in aperto dissenso con quelle del vertice
dei DS.

3. Connotazione ideologica

Fin dalla fondazione della rivista ‘Collettivo’ (sorta negli anni settnta) la po-
sizione dell’A. oscillò contradditoriamente tra l’antagonismo radicale della estre-
ma sinistra europea ed USA (a tale proposito la predilezione per le Black Panters
e Malcom X fu esplicita) e l’entrismo della sinistra istituzionale, ambiguità poli-
tica che ha mantenuto fino alla sua prematura scomparsa.

4. Modalità operative

In generale l’A. si servı̀ delle tecniche tipiche della azione non violenta.
Nello specifico, in breve, le modalità usate furono le seguenti:

263
1) Marcia della pace;
2) supporto ai profughi attraverso network istituzionali (p.e. il Consorzio
italiano di solidarietà);
3) invio di delegazioni estere a scopo politico-informativo;
4) boicottaggio (p. contro le installazioni missilistiche a Comiso);
5) raccordo con Network no-global (p. il GSF e il FSE);
6) disubbidienza civile;
7) raccordo tra le associazioni cattoliche (Pax Christi e i Beati), con quelle
no global — come il GSF e l’FSE — e la sinistra diessina, i Verdi e Ri-
fondazione comunista;
8) utilizzazione del Terzo Settore per creare enclavi anti-liberiste e per au-
mentare il potere di penetrazione politica dell’ARCI;
9) cooperazione internazionale decentrata per contrastare la real politik de-
gli Stati;
10) promozione di una rete euroepea no-global;
11) collaborare strettamente con il sindacato per connotare politicamente il
lavoro atipico;
12) sostegno agli scioperi generali del sindacato.
È scontato che come presidente ARCI e cofondatore della Associazione per
la Pace abbia svolto una costante;
13) guerra psicologica attraverso la propaganda e la disinformazione.

5. Avversari

In primo luogo tutti coloro che — all’interno dei DS — hanno premesso una
svolta moderata prendendo le distanze dalla sinistra interna.

6. Nemici

In breve:
1) le istituzioni militari;
2) la Nato;
3) la politica estera USA e UK;
4) la politica di Berlusconi;
5) il liberismo e quindi il WTO e l’FMI;
6) il realismo politico;
7) i Black Bloc;

264
8) il servizio militare professionale;
9) gli aumenti di bilancio per la Difesa;
10) le gerarchie politicamente conservatrici del Vaticano (Ruini e Opus Dei).

7. Alleati

Sinteticamente:
1) la sinistra cattolica;
2) la sinistra diessina;
3) Pax Christi e i Beati;
4) Verdi e PRC;
5) la CGIL;
6) il Forum del Terzo Settore;
7) il GSF e il FSE;
8) Acli;
9) Times For Peace (network internazionale).

8. Contenuti ideologi

Anche in questo caso procederemo brevemente:


1) l’A. si era detto a favore della democrazia partecipativa e del bilancio
partecipativo sulla falsariga di quello di Porto Alegre;
2) l’A. si espresse in modo nettamente contrario al ricorso della guerra in
Kosovo e in Iraq;
3) espresse aperto dissenso nei confronti del concetto di guerra giusta;
4) si disse a favore della estensione dell’art. 11 anche alla Costituzione eu-
ropea;
5) non ebbe indugio alcuno ad auspicare una profonda riforma dell’ONU
per renderla più incisiva;
6) espresse l’auspicio che le associazioni di una certa autorevolezza potesse-
ro trovare modo di esprimersi anche all’interno della Unione europea;
7) si oppose all costruzione del Muro voluto da Israele;
8) non condivise il pacifismo ambiguo di certuni dirigenti nel centro-sini-
stra;
9) non indugiò ad esprimere il proprio entusiastico appoggio alla OTPOR;
10) si oppose radicalmente all’uso della guerra per contrastare il terrorismo
islamico;

265
11) espresse la speranza che l’economia ritornasse a fare propria la scelta key-
nesiana;
12) infine la sua militanza fu volta ad esercitare rilevanti pressioni politiche
sui DS (ma anche sulla Margherita) allo scopo di portarli ad avere un le-
game più stretto con i movimenti e quindi a indurli a spostarli su posi-
zioni più radicali. [Operazione questa che se fosse stata portata avanti
con il nuovo governo ne avrebbe aumentato la instabilità ndr.].

9. Riferimento bibliografico

Il tempo del cambiamento è ora, supplemento al ‘‘l’Unità’’ 2005.

266
Parte Undicesima
1. NOTE SULLA RIFLESSIONE FILOSOFICO-POLITICA
DI ERNESTO BALDUCCI

1. Parte prima

Se non c’è dubbio che l’opera di Maritain abbia influenzato il giovane Bal-
ducci (a partire dal ’45) altrettanto rilevante sarà l’influenza di La Pira (allora
sindaco dc di Firenze) del quale — fra l’altro dirà ‘‘(...) incarnava la qualità de-
l’ascetica cristiano e (...) nei confronti del comunismo ha rappresentato un’alter-
nativa di tipo nuovo’’ (Il cerchio che si chiude, Manetti, 1986, p. 31). Ma natural-
mente l’apporto maggiore che ebbe modo di dare La Pira all’A. fu la centralità
dell’ecumenismo e della pacificazione sociale. Altrettanto rilevante — come sot-
tolineato dall’a. stesso — il contributo dato da Mounier che gli permise di supe-
rare la teologia neo-scolastica indirizzandolo verso la cultura teologica e filosofica
moderna. La fondazione nel ‘58 della rivista Testimonianze (alla quale collabora-
rono pacifisti intransigenti come Gozzini e Zolo) e la solidarietà dimostrata verso
gli operai delle Officine Galileo e della Nuova Pignone, lo porranno in una po-
sizione di implicita opposizione alla chiesa istituzionale che — attraverso il santo
Ufficio — provvide a farlo allontanare da Firenze.

2. Parte seconda

Mantenendo fede alla sua concezione ecclesiale e pacifista, nel ’63 Balducci
manifestò la propria solidarietà agli obiettivi, la necessità di disobbedienza per
i cristiani verso lo Stato e infine auspicò che l’odc fosse giuridicamente legittima-
ta.
La condanna — dietro denuncia della Regione Militare Tosco-Emiliana —
non espiata determinò l’isolamento dell’A. nonostante l’aperta solidarietà di Pi-
stilli (con il quale aveva collaborato già nel ’50).

3. Parte terza

L’approdo nel 1965 alla Badia Fiesolana costituirà una svolta di radicale im-

269
portanza poiché — fra l’altro — gli consentirà di coordinare la sinistra testimo-
nianze e perché questa diventerà il pulpito dal quale attuare una campagna di
contro informazione a livello nazionale grazie alla quale — fra l’altro — avvierà
il dialogo a sinistra (costruito a partire da un’ottimismo antropologico su base
profetica).

4. Parte quarta

Infatti ottimismo antropologico e apertura al marxismo costituiranno l’ele-


mento caratterizzante della riflessione dagli anni settanta, periodo nel quale av-
vierà proficuamente un filtro culturale con Garaudy e approfondirà anche l’ope-
ra di Bloch. Concretamente tutto ciò lo condurrà a difendere la resistenza del
popolo vietamita (e a ritenere gli USA — insieme a Basso e a Russell — crimi-
nalmente responsabili della guerra) e a promuovere le ECP attraverso le quali
sperava di potere formare (noi diremmo attuare una scelta di guerra psilogica
attraverso la contro informazione) le nuove generazioni al suo pacifismo intran-
sigente che coniugherà all’etrocentrismo critico l’ispirato dai lavori di De Marti-
no.
Grazie alle riflessioni di Freud, Spengler, Lanternari , l’A. muoverà una cri-
tica, dai toni apocalittici alla cultura europea accusata di aver praticato nel corso
dei secoli la discriminazione etnica portando al progetto di dominio sulla terra
— possibile anche grazie al razionalismo illumista e al capitalismo. Se le critiche
del marxismo rivolte al capitalismo sono condivisibili dall’A., è tuttavia chiaro il
suo rifiuto sia nei confronti del capitalismo che nei confronti del comunismo so-
vietico, nei confronti delle quali ideologie la rivolta giovanile del ’68 e la nascita
di culture alternative a quelle dominanti, saranno per Balducci un sintomo della
crisi oramai prossima della civiltà occidentale.

5. Parte quinta

Proprio attraverso la critica della civiltà occidentale, l’A. perviene alla chiara
comprensione della centralità del tema della pace (fra gli anni ’80 e ’90) che co-
stituisce per l’A. una svista di ‘‘principio architettonico per la costruzione di un
modello’’ alternativo a quello usuale (L. Grassi, E. Balducci, maestro di pace in
Testimonianze n. 361, 1994, p. 8), che consenta all’uomo di oggi il superamento
delle differenze e gli permetta di avviarsi verso la realizzazione di un’utopia con-
creta (nel senso di Bloch) cioè quella dell’uomo planetario che si contrappone
radicalmente al realismo politico.

270
Proprio confrontandosi con il realismo politico, l’A. giunse al radicale rifiuto
della guerra giusta e — concretamente — al rifiuto dell’intervento militare in
Iraq e in Kosovo e ad accogliere le proposte provenienti dalla teologia di Boff
e di Dussel 1 (si veda a tale riguardo l’opera dell’A.: Le tribù della Terra: orizzonte
2000, ECP, 1991 e l’articolo apparso su Testimonianze, n. 327, 1990, pp. 13-14
dal titolo Il debito e la crisi del Capitalismo) e quelle eco-politiche di Morin.
Anche l’assoluta centralità dei diritti umani — centralità determinata dal fatto
che grazie ad essi la ragione si può manifestare nella Storia del mondo è in fondo
volta a contrapporsi alla centralità — nel realismo politico — della forza e della
astuzia di machiavellica memoria. Grazie a questo riconoscimento l’ONU rap-
presenta il primo esempio di costruzione di una civiltà sul diritto e non sulla
guerra (EB, Un’altra via, ECP, 1994, p. 9).
Altrettanto determinante sarà il tema della coscienza che non dovrà essere più
interpretata come subordinata alle strutture del potere, ma che al contrario do-
vrà ritornare ad essere principio creativo ed elemento costitutivo della storia, co-
scienza che aprendosi all’Altro (secondo una lettura che Balducci mutua da Lé-
vinas) sarà nelle condizioni di costruire un ethos cosmopolitico che consentirà
all’umanità di superare la dicotomia amico/nemico e di rigettare in modo defi-
nitivo l’uso delle armi come strumento adatto per la soluzione dei conflitti. Alla
luce di quest’ultima riflessione, la politica verrà radicalmente trasformata per di-
ventare una ‘‘tecnica per costruire un futuro misurato sulle nuove possibilità del
genere umano’’ (EB, Le Ragioni delle Speranze, Coines Edizioni, 1977, p. 121)
grazie alla quale la società civile ritroverà il suo protagonismo e la città — acco-
gliendo le riflessioni di La Pira — diventerà l’espressione più evidente di una so-
lidarietà che non potrà mai esprimersi nello Stato.

1
Di quest’ultimo centrale per Balducci sarà il contributo in relazione alla centralità del Terzo
Mondo come palese dimostrazione del fallimento del capitalismo.

271
2. PACE E NON VIOLENZA
SECONDO CIPRIANI E MINERVINI

Per illustrare le problematiche pacifiste che vengono formulate in un contesto


interpretativo prossimo alla Caritas 1, prenderemo in rapido esame la preziosa
opera dal titolo ‘‘L’Abecedario dell’obiettore’’ (ed. La Meridiana 1995) costruita
intorno a voci strutturate in ordine alfabetico (ordine che solo in parte seguire-
mo).

1. Armamenti

Secondo gli autori ‘‘la logica economica che considera le armi come una mer-
ce (...) è ovviamente in contraddizione con le esigenze umane e sociali’’ dal che se
ne deduce agevolmente che coloro che le producono e che ne fruiscono sono da
considerarsi veri e propri criminali.

2. Biblica

Secondo gli autori — che portano a sostegno numerosi passi della Bibbia —
la non violenza implica il ‘‘rifiuto assoluto di uccidere poiché (...) la vita umana è
sacra e inviolabile’’.

3. Conflitto

Partendo dall’interpretazione galtunghiana, l’A. rifiuta la doppia morale del


conflitto che esisterebbe nelle società capitalistiche e nelle quale la religione e
la pedagogia sono strumenti volti a rafforzare il consenso interno alle istituzioni
di potere. Al contrario, l’uso della non violenza sarebbe in grado di porre termi-
ne alle varie forme di violenza tanto quanto la realizzazione — all’interno dell’O-
NU — di un corpo non armato e non violento.

1 Diego Cipriani è responsabile della Caritas nazionale per l’ODC.

272
4. Difesa popolare non violenta

Concretamente la non violenza può trovare una sua adeguata forma di istitu-
zionalizzazione attraverso la realizzazione della DPN che porterebbe — sul lun-
go periodo — all’abolizione delle F.A. L’A. conclude sottolineando che in ogni
caso — con buona pace dell’ONU — ‘‘ogni guerra è eticamente politicamente,
ecologicamente ed economicamente improponibile’’.

5. Ecumenismo

Uno strumento considerato idoneo dall’A. per la soluzione dei conflitti pro-
viene dalla CEC sorta nel 1948 uno strumento provenienete dunque dal contesto
religioso istituzionale.

6. Femminile

L’autentica cultura femminile — che naturalmente è quella del femminismo


— rende il servizio militare assolutamente incompatibile con la natura autentica
della donna che è anti-militarista.

7. Guerra

Partendo dalla costatazione in base alla quale la partecipazione italiana alla


guerra del Golfo ha costituito una sconcertante violazione della Costituzione,
concretamente dobbiamo muoverci nella direzione dell’ODC e nella istituzione
di forze non violente di pace.

8. Lotte sociali non violente

Emulando — seppure sinteticamente Sharp — l’A. elenca le varie tipologie di


conflittualità non convenzionale usate soprattutto in Italia. In particolare, di
estremo interesse, per il nostro lavoro, sono quelle contro il nucleare (attuate
via contro informazione, manifestazioni di protesta, blocchi stradali e ferroviari,
referendum), quelle contro la militarizzazione, quelle per il riconoscimento del-
l’ODC e della obiezione fiscale, quelle degli studenti ‘‘che hanno portato alla de-
mocratizzazione dell’università e della scuola’’ quelle delle donne (in particolare

273
‘‘la partecipazione delle donne alle lotte anti-militariste’’) e infine quelle delle co-
munità cattoliche di base.

9. Riconversione

Se l’abolizione della guerra è il nostro scopo su lungo periodo — sostiene l’A.


— a breve termine dobbiamo riconvertire le industrie militari attraverso inizia-
tive politiche vote a esercitare pressioni per la riduzione delle spese militari e per
il divieto di esportazione di armi del nostro paese.

10. Umani Diritti

Dopo aver riconosciuto la assoluta centralità e inviolabilità dei diritti umani,


l’A. propone una democratizzazione dell’ONU, attraverso:
1) la tutela internazionale dell’ODC sotto l’egida dell’ONU;
2) la creazione di una forza non violenta,
3) una presenza più incisiva delle ONG presso gli organi decisionali delle
istituzioni internazionali.
Quest’ultimo aspetto — ossessivamente ribadito dai pacifisti — è di partico-
lare importanza perché ci mette nelle condizioni di comprendere la volontà di
potere alla quale aspirano — al di là dei richiami demagogici all’amore fraterno
— numerose ong (cattoliche in particolare).

11. Società e Difesa popolare non violenta

Secondo Zanotelli, il nostro sistema economico ‘‘investe in morte’’ e proprio


per questo — sottolinea Drago — la nostra società ‘‘deve essere cambiata radi-
calmente anche a costo di una lotta dura, prolungata e difficile’’. Insomma ‘‘oc-
corre pensare ad un rivolgimento totale della società (...) che elimini i grandi cen-
tri di potere istituzionale e industriale’’ consentendo in tal modo l’autogoverno.
Attraverso la DPNV — secondo Drago e Minervini — è possibile esercitare
un reale antagonismo nei confronti della civiltà occidentale, poiché essa attiva un
processo che disarticola determinate istituzioni di potere attraverso una alleanza
tra soggetti sociali di base — che hanno attuato una conflittualità non conven-
zionale — e strutture istituzionali (partiti, sindacati e chiese). Una delle conse-
guenze più evidenti è la non legittimità del concetto usuale di sicurezza nazionale

274
che — sostiene Papisca — ‘‘risponde alla vocazione strutturalmente imperialisti-
ca’’ di uno Stato. L’alternativa — prosegue l’A. — è individuabile ‘‘nell’operato
di espressioni organizzate di international civil society’’ e nei numerosi networks
transnazionali e quindi — p.e. — nel superamento — sotto il profilo antropolo-
gico — del binomio militarismo/sessismo.

12. Chiesa e istituzioni militari

Come ebbe modo di documentare storicamente Spadolini, la chiesa si oppose


in modo radicale alla creazione degli eserciti moderni. A tale proposito Messori
ricorda, opportunamente, come durante il Concilio Vaticano I, quaranta vescovi
si opposero agli eserciti di massa e come Leone XIII condannò la leva obbliga-
toria.
In modo significativo, l’A. riconosce che dietro questa ferma opposizione da
parte della Chiesa, altro non c’era se non la profonda avversione allo Stato.

275
3. PACE E GUERRA NEL SAGGIO DI MAZZOLARI
‘‘TU NON UCCIDERE’’ *

Pubblicato nel 1955 può considerarsi un documento fondamentale per la


comprensione del cattolicesimo pacifista attuale. Per analizzarlo lo suddividere-
mo in brevi sezioni titolate.

1. Guerra

A chi è in mano la guerra? Secondo l’A. la risposta è semplice: è in mano ai


militari, ai politici e ai banchieri. Se solo l’opinione pubblica mondiale fosse coe-
sa nel denunciarli porremmo fine ad essa.

2. Guerra e giustificazione

La guerra non può essere cristianamente difesa poiché è ‘‘un peccato’’ (p. 25).
Dobbiamo prendere esempio da martiri come Metzeger — per condannare
ogni tentativo di invocare il nome di Dio per legittimarla. La costanza della guer-
ra rivela come il messaggio evangelico non sia penetrato a sufficienza nelle co-
scienze degli uomini. Infatti una comprensione autentica del Vangelo ci consen-
tiràdi comprendere come chi la promuove sia — al di là delle parole — un vero e
proprio ateo.

3. La causa della guerra

Non può che essere la miseria la prima causa della guerra. Essa sperpera in
modo criminale risorse che potrebbero essere investite per risolvere i numerosi
problemi dell’umanità. Le altre due cause sono da individuarsi nella natura uma-
na portata — quando si allontana o rinnega il Vangelo — all’irrazionalità e alla
bellicosità (p. 35).

* San Paolo 1991.

276
4. Amore e vendetta

Contrariamente alla morale pagana e farisea, quella cristiana — di fronte al


nemico — assume un atteggiamento rivoluzionario: quello dell’amore e del per-
dono (p. 38).

5. Guerra difensiva

La guerra difensiva è una espressione priva di senso — perché tutte le argo-


mentazioni a sostegno — si fondano sull’egoismo dell’avere e non sull’amore che
dona in modo disinteressato.

6. La Giustizia giuridica

Se il contributo del diritto alla causa della pace è importante, è tuttavia


condizionato storicamente perché non lascia spazio alla misericordia. Al con-
trario il messaggio evangelico è rivolto all’uomo in quanto tale ed è trascen-
dente.

7. Perdono

Il vero cristiano deve sapere perdonare e deve sapere riconoscere che concetti
come Stato, nazione, democrazia etc. divorano l’uomo poiché sono prodotti dal
quel mostro che è Moloch.

8. La logica della Forza e l’alternativa

Chi può negare che la storia umana sia stata regolata dalla ‘‘gara del più for-
te che divora continuamente uomini e città’’ (p. 50)? Chi può negare che la
guerra sia opera del diavolo? Contro tutto ciò il cristiano deve opporre la
sua morale: quella di che vince lasciandosi uccidere, quella di chi è consapevole
che la guerra non solo non ha mai risolto alcuna forma di ingiustizia ma al con-
trario l’ha aumentata insieme all’intolleranza e alla irreligiosità. Proprio per
questo il cristiano deve prestare la propria fedeltà all’ordine eterno e non a
quello temporale nei confronti del quale l’atto di disobbedienza è legittimo.
A tale scopo, la teologia deve metterci nelle condizioni di ‘‘smascherare e di

277
colpire tutte quelle forme mentali (...) che preparano da lontano (...) le guerre 1’’
(p. 77).

9. La non violenza

Essa è il rifiuto attivo del male cosı̀ come essa costituisce il rifiuto della indif-
ferenza e del cinismo. Il suo profeta e il suo martire è stato Cristo. Chi la pratica
non può che essere contro il realismo politico, contro l’egoismo camuffato da
idealismo. Chi la attua non può che essere un autentico sovversivo. Chi la con-
cretizza, con la sua azione, non può che porsi al di là del comunismo e del ca-
pitalismo: ‘‘la pace in bocca ad un comunista o ad un capitalista è una contrad-
dizione’’ (p. 85)

10. Armamenti

Se sinceramente si vuole la pace su questa terra la corsa agli armamenti deve


essere arrestata poiché le armi — come l’arte della guerra — servono ad uccidere
(p. 88).

11. Al di là delle barriere

Il cristiano che pratica la non violenza deve rifiutare qualsiasi artificiosa con-
trapposizione tra oriente e occidente perché il cristiano si colloca al di fuori della
logica temporale e quindi non può accettare di farsi proteggere ‘‘dal braccio se-
colare’’ (p. 90) ma deve al contrario perdonare superando la logica pagana del-
l’amico/nemico.

12. Attivarsi

Allo scopo di superare questa barbara logica secolare e atea, il cristiano non
violento deve trasformare in azione politica la azione profetica (p. 99). Come?
‘‘(...) creando un movimento di resistenza cristiana alla guerra, rifiutando l’obbe-
dienza agli ordini (...) aiutando i movimenti federalistici’’ (pp. 101/104).

1 Neppure le guerre rivoluzionarie possono essere legittimate (p. 79) secondo l’A.

278
13. Conclusione

Che il pacifismo — almeno quello esposto in tale saggio — sia di matrice ire-
nica è indubbio. Altrettanto indubbia è l’esortazione dell’A. a rivoltarsi contro lo
Stato (e quindi contro le istituzioni militari) ed è altrettanto evidente (al di là del-
la anticipazione del pacifismo di don Milani) che la conflittualità non convenzio-
nale promossa dall’A. abbia anticipato in modo chiarissimo le scelte di organiz-
zazioni come Pax Christi e i Beati organizzazioni che, d’altronde, si richiamano
esplicitante al messaggio di don Mazzolari.

279
4. NOTE SULLA RIFLESSIONE NON VIOLENTA
DI LANZA DEL VASTO

Se oramai — per riconoscimento unanime — l’opera e la prassi non violenta


di del Vasto è considerata di capitale importanza per la storia del pacifismo in
quale modo si è concretizzato l’impegno operativo e teorico dell’A. nel contesto
della non violenza?
Nell’affrontare la questione algerina l’attivismo pacifista si rivelò in tutta la
sua importanza. A partire dal ’57 (Pacification en Algérie ou mensonge et violen-
ce) la condanna della guerra di Algeria fu netta tanto quanto netta sarà la sua
condanna nei confronti della volontà colonizzatrice francese. Ma interessanti so-
no gli aspetti specifici sottolineati dall’A.:
1) in questa guerra l’esercito francese alternava la distruzione alla ricostru-
zione rivestendo il ruolo di aguzzino e benefattore allo stesso tempo;
2) l’impatto psicologico che ebbero le atrocità commesse in Algeria su gio-
vani militari francesi fu devastante per il loro equilibrio psicologico;
3) sotto il profilo della denuncia la posizione dell’A. non si distinse da quel-
la di Mounier e di Camus;
4) l’A. diede sempre il profilo sostegno a tutti coloro (come il Gen. Páris)
che si rifiutarono di normalizzare la tortura;
5) l’A. propose — di fronte all’indifferenza alla complicità delle istituzioni
— di organizzare uno sciopero di massa della durata di otto giorni, scio-
pero che avrebbe dovuto essere attuato dalla massa operaia (la quale in-
vece collaborava facendo la guerra in fabbrica);
6) la posizione di del Vasto può essere raffrontata con quella del reverendo
Delarlie cappellano militare della 10ª divisione paracadusti allo scopo di
evidenziare con chiarezza l’esistenza di posizioni diametralmente opposte
all’interno della Chiesa;
7) la condanna dell’A. della V Repubbllica — ed in particolare di De Gaulle
— fu netta ed analoga a quella di Mazzolari, condanna che l’A. sperava
avrebbe portato alla fine della guerra di Algeria;
8) per accelerarne la fine l’A. fu infaticabile nel portare avanti una campa-
gna di contro informazione e altrettanto nell’invitare alla diserzione o al
digiuno pubblico (che l’A. praticò per venti giorni);

280
9) come buona parte della stampa di sinistra anche l’A. paragonò i metodi
adottati dai francesi a quelli della Gestapo;
10) di fronte alla scontata obiezione che i guerriglieri dell’FNL adottavano la
tortura l’A. seccamente rispose — alludendo chiaramente al Vangelo —
che ‘‘i torti altrui non ci giustificano’’ poiché ‘‘l’atrocità non castiga l’a-
trocità ma la fa raddoppiare’’;
11) le denunce dell’A., e di buona parte della Chiesa, induranno Camus a
manifestargli stima e affetto;
12) l’A. non ebbe timore alcuno — durante il ’59 — nel denunciare l’as-
soluta illegittimità dei poteri speciali tributati ai prefetti. A tale propo-
sito l’azione di Pyronnet, che permise un coinvolgimento ampio per
protestare contro le residenze, trovò proprio nell’A. un entusiasta so-
stenitore;
13) la crescita della protesta, le numerose testimonianze contrarie alla guerra
da parte cristiana portarono al riconoscimento dell’ODC, riconoscimen-
to di cui Del Vasto fu uno dei più accaniti sostenitori;
14) l’opposizione dell’A. non poteva non rivolgersi anche alla corsa degli ar-
mamenti e non poteva non tradursi che attraverso la logica della non vio-
lenza: l’incursione pacifica — con i discepoli dell’ARCA — nella fabbrica
di Marcoule (dove si stava portando a termine la bomba francese) fu un
esempio eclatante di dissenso non violento;
15) proprio sulla corsa degli armamenti il pensiero di Del Vasto non mancò
di essere chiaro: come si poteva parlare di equilibrio del terrore? Non era
assurda questa espressione tanto quanto ‘‘evocare la rontondità del qua-
drato o il biancore del nero’’?;
16) invocando la teoria della guerra giusta si era cercato di annullare la dis-
suasione atomica contro la quale l’A. sottolinearà che l’opposizione al
male si attua attraverso un ‘‘bene eguale e appropriato’’. In fondo per
l’A. — come per Gandhi — ‘‘nell’ingiustizia è meglio essere vittima
che colpevole’’ e l’unica soluzione possibile rimase l’azione diretta non
violenta ‘‘la sola difesa coraggiosa e ragionevole della patria’’.
17) Azione di cui farà ampio uso Simone de Gebelin (moglie dell’A.) a par-
tire dal ’59 proprio contro l’industria Marcoule azione abbinata al digiu-
no (come quella di Roma).
Per quanto concerne la posizione pacifista dell’A. sotto il profilo teorico sono
questi gli aspetti che riteniamo più appropriati:
1) con Gandhi anche l’A. rifiuta la modernità alla quale contrappone la co-
munità dell’ARCA;

281
2) la visione della storia dell’A. è indubbiamente escatologica 1 con implica-
zioni apocalittiche;
3) non c’è dubbio che l’A. abbia reinterpretato la filosofia gandhiana razio-
nalizzandola alla luce della teologia;
4) con Gandhi anche l’A. era persuaso che la non violenza dovesse muoversi
in due direzioni: quella della ricerca interiore e quella che partiva dalla so-
cietà civile;
5) l’A. era persuaso che l’assenza di una filosofia non violenta, all’interno del-
la civiltà attuale, avesse portato a interpretare da Natura come un oggetto
da sfruttare;
6) una delle difficoltà per concretre la non violenza nella civiltà attuale dipen-
deva dalle convenzioni sociali e dalla legalità formale;
7) solo attraverso un ritorno al Bene sarà possibile liberarsi dal male, sarà
possibile cioè superare la propria istintualità animale per giungere al con-
seguimento dell’amore.
Ma a partire da cosa è possibile pervenire a questo cambiamento epocale?
Partendo dall’analisi dell’Apocalisse 13, l’A. arriva alla consapevolezza che la
scienza — diventando una vera e propria istituizione — abbia preteso di regolare
l’intero sviluppo dell’umanità determinando la nascita delle armi di distruzione
di massa. E proprio questa diabolica Forza che l’A. crede di individuare nell’A-
pocalisse 13 reinterpretandola alla luce della sua filosofia. L’alternativa concreta
non potrà che essere la costituzione di piccole comunità che attuino relazioni
umane basate sull’amore evangelico capaci quindi di modificare strutturalmente
l’intera società. Al di là del riferimento specifico alla Bibbia, l’insieme delle rifles-
sioni dell’A. sulla non violenza possono essere agevolmente estese a qualsiasi re-
ligione (proprio come aveva fatto Gandhi) dal momento che la non violenza co-
stituisce una premessa indispensabile per mettere in pratica i precetti di qualsiasi
religione e creare un nuovo modello di civiltà — basato sullo sviluppo armonico
tra uomini (dal momento che per l’A. la non violenza è un progetto politico ri-
voluzionario volto anche a cambiare il modo di fare politica).
Sotto il profilo strettamente teologico, l’A. era persuaso che proprio Cristo

1 Interpretazione mutuata dallo studio di autori quali Dahiéleu, Marcel, Buyere, Ellul che lo

porterà a rifiutare il concetto stesso di progresso e a condividere una visione ascendente e a spirale
della storia — assai vicina a quella di Benjamin — ma che le porterà soprattutto a prevedere che
l’avvento del Regno di Dio si sarebbe attuato solo dopo la distruzione delle istituzioni politiche
moderne, distinzione alla quale la Comunità dell’ARCA avrebbe dato un contributo fondamentale
attraverso un modus rivendi radicalmente altro rispetto a quello della civiltà attuale, un modus vi-
vendi alternativo che si era realmente ora presso i Guarani del Paraguay ora presso i Tolstoiani in
Russa e infine presso i Gandhiani d’India.

282
fosse l’esempio migliore di non violenza e di conseguenza — sul piano operativo
— il vero cristiano non poteva che delegittimare qualsiasi forma di guerra. Pro-
prio incontrando Gandhi in India (ribattezzato dall’A. il novello Cristo), l’A.
prende atto della possibilità di cambiare strutturalmente società a partire dalla
non violenza attraverso comunità economiche autogestite che dimostrino la pos-
sibilità concretare una autentica alternativa alla realtà del mondo attuale e che
attuino lotte sociali non violente opponendosi — p.e. — alla costruzione di tec-
nologie belliche e promuovendo — al contrario — l’ODC.

Bibliografia

Pacification en Algérie ou mensonge et violence, Harmattan, Paris 1988


Che cos’è la non violenza, Jaca Book, 1990
Per evitare la fine del mondo, Jaca Book, 1981

283
5. L’OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DELLA ODADREK
DI FRONTE ALLA GUERRA DEL KOSSOVO

Il volume 1 analizza — secondo l’ottica della sinistra antagonista — sinistra


ben radicata nel mondo accademico — le reali finalità della guerra del Kossovo
attuando una contro informazione (dunque attuando una modalità tipica della
guerra psicologica) attraverso i contributi di Rivera (Università di Bari), Accame,
Oliva, Gallerano (Università La Sapienza), Persichetti (latitante della sinistra ex-
traparlamentare), Modugno, Baracca (Università di Firenze), Paleologo (Univer-
sità di Palermo), Ambrosino (corrispondente del ‘‘il Manifesto’’), Tarozzi (Uni-
versità di Bologna), Portelli (Università La Sapienza) e Cesaretto (Università La
Sapienza).
Incominciano dal contributo della Rivera.

1. Rivera

Secondo l’A. la guerra del Kosovo (da ora in poi gk ndr) — ben lungi dall’es-
sere una guerra umanitaria — è stata al contrario un evento criminale ben ma-
scherato dalla propaganda attuata dalle agenzie di marketing allo stesso modo gli
equipaggi degli aerei che hanno effettuato i bombardamenti non sono altro che
una ‘‘banda di assassini’’ e non un team di tecnici — come avrebbe voluto farci
credere la propaganda — che svolgono il loro dovere con efficiente professiona-
lità!
Una guerra questa che ricorda anche troppo chiaramente le vecchie guerre
coloniali (p. 60), una guerra che ha segnato ‘‘la débache della sinistra al potere
(...) in una sostanziale accettazione del dominio imperiale’’ (p. 61).

2. Accame/Oliva

Anche gli A. — ma ciò era assolutamente prevedibile — rifiutano la retorica

1 AV, Il rovescio internazionale, Odadrek 1999.

284
umanitaria della gk e, allo stesso modo della Rivera, emettono una sentenza di
condanna senza appello nei confronti della sinistra di potere che ha tradito il
suo anti-mililitarismo storico.

3. Gallerano

Dopo una dotta rassegna relativa alle riflessioni di Klausewitz e Liddle Hart
sul nesso guerra/politica, l’A. citando le affermazioni di Luttwak, arriva alla sor-
prendente conclusione che gli USA rappresentano il miglior esempio di un cata-
strofico ‘‘estremismo di fondo del capitale’’ ad una politica volta — insomma —
drammaticamente e semplicemente a dominare (p. 104).
In conclusione, quale contributo originale l’A. porta rispetto alle analisi del
marxismo anni settanta? Semplicemente nessuno.

4. Persichetti

Dopo aver esposto, in modo chiaro e senza demagogia, le principali scuole di


pensiero delle relazioni internazionali, anche l’A. esprime una valutazione sarca-
stica nei confronti dalla attuale classe dirigente nazionale e non, proveniente in
gran parte dalla sinistra marxista dagli anni settanta (particolarmente ironico è il
giudizio su Blair, p. 125) e formula un giudizio di dura condanna nei confronti
del diritto di ingerenza osservando che la logica che lo regola è: ‘‘estremamente
aggressiva, dicotomica, semplicistica ed eccentrica’’ (p. 128), logica questa che
trova una sua legittimazione nell’eticismo panpenalista e il suo nemico nell’auto-
determinazione.

5. Modugno

Servendosi dell’analisi di Sweezy anche l’A. ritiene che la guerra costituisca


uno strumento essenziale alla sopravvivenza dell’Impero USA dal momento
che solo un investimento massiccio nella industria militare consente di contrasta-
re le crisi economiche. D’altronde, è proprio Umberto Agnelli a confermarlo,
non tanto indirettamente, in una intervista che l’A. riporta solo in parte ma in
modo assolutamente consono. E che dire — infine — del sintetico profilo bio-
grafico di Milosevic (p. 141) dal quale emerge chiaramente quanto inverosimile
sia il ritratto demagogico fattore dai media?

285
6. Baracca

Come suo costume l’A. si sofferma sulla dimensione ambientale che la guerra
ha prendendo come termine di paragone le implicazioni sull’ambiente della
Guerra del Golfo. Non senza ironia si domanda — al di là del fatto che questa
guerra rientra nella lotta per il controllo delle risorse — quale senso possa avere,
da parte delle superpotenze, decidere la riduzione delle emissioni se per le guer-
re le nazioni determinano danni ambientali enormi.

7. Paleologo

Dopo aver osservato la rivoltante ipocrisia di quei paesi — come l’Italia —


che intrattenevano buoni rapporti con la Serbia di Milosevic — l’A. sottolinea
come una delle cause dell’intervento sia facilmente individuabile nella volontà
USA di marginalizzazione la Russia creando i presupposti per un ritono al clima
della cold war.

8. Ambrosino

L’A. si sofferma — da un lato — sul denunciare il divario esistente tra il pro-


gramma politico della coalizione tedesca rosso-verde e la volontà interventista e
dall’altro lato sottolinea la futilità delle argomentazioni di Grass e Habermas.

9. Cesaratto

L’A. — come Zolo — (commentato dalle scrivente nelle parti precedenti) in-
dividua quattro cause di questa guerra: dal controllo strategico dei corridoi, al-
l’accerchiamento della Russai, alla volontà di incrinare l’unificazione europea fi-
no alla volontà di sostituire l’ONU. Seguendo questa direzione anche Carraro
(nella Appendice 1) fornisce motivazioni analoghe sulle cause della guerra.

286
6. INFORMAZIONE, SCIENZA E GUERRA
SECONDO IL COMITATO SCIENZIATE E SCIENZIATI
CONTRO LA GUERRA *

Analogamente ai volumi precedenti anche in questo caso svolgeremo una sin-


tetica rassegna delle principali riflessioni degli autori.

1. D’Orsi

L’A. (Università di Torino) dopo aver passato brevemente illustrato alcune


opinioni di noti intellettuali europei sulla guerra, giunge alla conclusione che
le istituzioni militari sono sempre alla ricerca di intellettuali in grado di legittima-
re l’ interventismo militare (p. D.Annunzio, Marinetti) o in grado di diventare
consiglieri del principe (p. 21). Al contrario gli intellettuali indipendenti sono
tutti coloro che — nel corso della storia recente o meno — si sono schierati con-
tro i rigurgiti militaristi degli Stati (l’A. cita, a mo’ di esempio, l’appello contro la
guerra del Kosovo lanciato da Lori, Pivano etc.).

2. Savio

Dal punto di vista strettamente accademico è possibile trovare una valida al-
ternativa al ricorso della guerra, affrontando le problematiche conflittuali in
un’ottica completamente diversa e lontanissima dall’usurato paradigma del rea-
lismo politico: lo studio scientifico della pace del quale — l’A. del Centro Studi
‘Sereno Regis’ — è nel nostro paese un noto tecnico. Indubbiamente la sua pre-
dilezione è rivolta alla rete Transcend fondata da Galtung nel 1990.

3. Barone, Marenco e Martocchia

Gli A. — appartenenti rispettivamente all’Università di Roma, all’Esea e alla


Sissa — attribuiscono l’origine della gk alla esigenza di conseguire l’egemonia dei

* Contro le nuove guerre, Odradek, 2000.

287
Balcani, da parte USA, per l’importanza decisiva del corridoio cinque e otto. Un
ruolo — sovente sottovalutato — rilevante è stato svolto dalle agenzie USA di
marketing che hanno portato avanti una sottile campagna di disinformazione
cercando di dare una parvenza di legittimità — come d’altronde ha fatto in mo-
do grossolano D’Alema — ad un intervento che altro non è stato che una occu-
pazione in piena regola (p. 50).

4. Peyretti

Come, concretamente, contrastare la disinformazione ufficiale? Secondo l’A.


— del Centro Studi ‘Sereno Regis’ — è possibile farlo seguendo le indicazioni di
Galtung che sollecita gli attivisti pacifisti a creare network informativi autonomi
strettamente collegati a internet, allo scopo di promuovere una efficace contro
informazione che potrebbe diventare, in seguito, un vero e proprio giornalismo
della pace (si pensi in Italia a Peacelink o a Warnews). Significativo che l’A. ri-
conosca come ‘Avvenimenti’, ‘Rinascita’ e ‘il manifesto’ siano giornali impegnati
per la pace! In altri termini: la informazione è corretta se risponde ai presupposti
del pacifismo ma, al contrario, se è costruita dalle istituzioni (p.e. quelle militari)
è certamente falsa o omissiva.
Dopo una serie di articoli — che documentano la pericolosità per l’uomo e
per l’ambiente dell’uso delle munizioni contenenti uranio impoverito — segue
un saggio a cura dei Medici contro la tortura nel quale — al solito — le istituzioni
militari sono criticate senza mezzi termini. Proprio contro la militarizzazione in
atto dello Stato deve organizzarsi una società civile consapevole.

5. Di Fazio

L’A. — dell’Osservatorio astronomico di Roma — prende atto che il petrolio,


è allo stato attuale, la più preziosa fonte energetica a causa della quale ‘‘l’attuale
sistema di mercato sta trascinando l’umanità in una folle corsa verso un livello di
distruzione mai vista’’. L’alternativa? L’utilizzo sistematico delle fonti alternative,
e il cambiamento profondo dell’attuale sistema economico potrebbero farci evi-
tare un esito drammatico per la sopravvivenza contrariamente alle ridicole pro-
poste del FMI e della WB volte soltanto a mantenere intatta la crescita econo-
mica attuale.
Sia Baracca (dell’INFN) che Polcaro (del CNR-IAS) sottolineano la spavento-
sa crescita della spesa militare americana (dal dimostrato ritorno alla politica nu-
cleare fino ai nuovi scenari aperti dall’SDI e dalla cyber-war) contro la quale —

288
pare — non ci sia sufficiente opposizione internazionale. Accanto agli investi-
menti elevatissimi vengono effettuati — soprattutto da parte USA — investimen-
ti militari di minore entità volti a perfezionare le armi non letali sorte per con-
trollare un territorio nel quale la popolazione pratica una lotta armata rudimen-
tale o una lotta non convenzionale.
L’ultimo saggio è una sorta di coronamento del volume e nel contempo è
frutto di una scelta politica precisa da parte del curatore Massimo Zucchetti.
Scritto da Gualdron — membro delle FARC-EP — costituisce un atto di ac-
cusa durissimo nei confronti degli USA 1 che vorrebbero la balcanizzazione del
conflitto ma che in realtà diverrà ‘‘una vietnamizzazione del conflitto grazie alla
partecipazione di un ampio ventaglio di organizzazioni e settori sociali’’ (p. 264).
Il senso dell’articolo — nel contesto del volume — è chiaro: la difesa della
guerra rivoluzionaria colombiana.
In conclusione, grazie alla grammatica della guerra psicologica (ed in partico-
lare alla contro informazione) le istituzioni militari, il capitalismo, la politica este-
ra USA e quella della Nato sono condannate senza mezzi termini secondo un cli-
ché propagandistico caratteristico comune alla stampa comunista degli anni Cin-
quanta e di quella della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta.

1 In particolare nei confronti del Gen. Wilhem e del Gen. McCaffrey.

289
7. NEUTRALISMO E DISARMO NUCLEARE
NELLE RIFLESSIONI DI EDWARD THOMPSON

Proprio per tale ragione un rapido esame della raccolta di articoli pubblicati
in lingua italiana costituisce un importante punto di riferimento per la compren-
sione della contro informazione attuata non solo dall’A. ma, implicitamente, an-
che dal movimento anti-nucleare europeo.

1. Contro la dissuasione nucleare

L’origine della dissuazione è facilmente individuabile nella volontà USA sia


di attaccare per primi la Russia che di dimostrare la superiorità militare USA
(p. 6). Non poche delle riflessioni strategiche sulla dissuasione sono o meri im-
brogli teorici o costituiscono un pericolosissimo ritorno alla barbarie. Tutto
ciò ha contribuito — in modo decisivo — alla progressiva militarizzazione e
quindi alla crescente influenza del complesso militare-industriale. L’unica al-
ternativa è la formazione di una nuova alleanza tra la società civile e gli stu-
diosi per ‘‘filare la trama della pace’’ per evitare che ‘‘ogni cultura e ogni po-
litica abbiano fine’’.

2. Libertà di informazione e movimento anti-nucleare

L’A., dopo aver illustrato i tentativi abortiti di varare un pacchetto di nome


— da parte del governo della Thatcher — volte a limitare la libertà di informa-
zione sottolinea l’ampia estensione delle intercettazioni illegali dei servizi di sicu-
rezza ai danni della società civile e pone l’enfasi sul lavoro di alto valore fatto da
tutti quegli scienziati ed intellettuali che hanno cercato di rendere trasparente
l’informazione e di divulgare tutte quelle notizie utili per comprendere la logica
del potere. Naturalmente il contributo determinante è stato dato dal movimento
anti-nucleare (iniziato con il rifiuto della Danimarca di ospitare i Cruise) che,
p.e., in Olanda ha trovato modo di esprimersi al meglio grazie ad un’alleanza tra-
sversale tra i partiti di sinistra e le chiese concretizzatasi attraverso petizioni e
cortei. Solo in un secondo momento la mobilitazione sviluppatasi in UK grazie

290
ai sindacati e al partito laburista — a partire dal 1980 — in tutta Europa attra-
verso una campagna comune ha formulato le seguenti richieste:
1) bloccare i Cruise, i Pershing II e gli SS-20;
2) creare zone denuclearizzate;
3) creare le condizioni per una reale libertà di informazione tra Est e Ovest
e
4) aprire una breccia all’interno dei media a favore del movimento per la pa-
ce.

3. La genesi della cold war

Secondo l’A. la causa della cold war andrebbe ricercata ‘‘nella frattura centrale
tra gli uomini, nel polo assoluto di potere’’ (p. 49) insomma nella élite al potere
(politica e militare) che, per rendere accettabile la dissuasione nucleare, ha prima
‘‘sterminato il processo democratico decisionale’’ (p. 59) e poi ha creato un vero e
proprio sistema di sterminio le cui caratteristiche sono fra l’altro analoghe a quelle
del militarismo e dell’imperialismo nel quale l’ideologia anti-comunista svolge un
ruolo determinante. Proprio per la sua connotazione ideologica, il sistema dello
sterminio nucleare crea al proprio interno una reazione di avversione che, grazie
al movimento no-nuclear, acquisterà una portata internazionale, movimento che
promuovendo l’internazionalismo e il neutralismo arriverà a minacciare il sistema
di potere occidentale sovietico 1, sistema che — attraverso il confronto militare
potenziale — ‘‘rinnova continuamente le sorgenti del totalitarismo’’ legittimando
le attività illegali dei servizi di sicurezza, ‘‘consolidando le burocrazie repressive di
stato e limitando lo spazio per i diritti umani’’ (p. 113). In fondo, i due sistemi si
sono trovati d’accordo anche nel tacciare di eversione i movimenti democratici
perché ‘‘non vogliono che facciano causa comune’’ (p. 118).

4. Neutralismo

La posizione neutralista — che ha trovato in uomini come Albrecht, Faber,


de Smaele, in Bahre e in Coates alcuni noti esponenti — al di là della propagan-

1 Secondo l’A. entrambi i sistemi vanno verso una progressiva militarizzazione — per quanto il

militarismo possa benissimo esistere in una democrazia — e proprio contro di essa si basse il mo-
vimento anti-nucleare europeo, proprio per espellere le armi e le basi nucleari dall’Europa, proprio
per il ritiro incondizionato delle armi nucleari USA e URSS.

291
da volta a screditarlo — costituisce una scelta politica fondamentale per il mo-
vimento no-nuclear poiché favorisce ‘‘la causa della libertà e della pace’’ (p. 130)
e — a sua volta — il movimento per la pace e il disarmo favorisce l’unica vera
sicurezza, attraverso un’alleanza politica trasversale che comprende socialisti,
sindacalisti, liberali, religiosi ed ecologisti.

5. Conclusione

Nonostante l’indubbia efficacia del movimento no-nuclear in Europa e negli


USA, su lungo periodo i suoi scopi di denuclearizzazione globale sono misera-
mente falliti a causa della rinnovata fiducia nella politica nucleare Nato (da parte
dei vertici militari europei e non), a causa dell’ampliamento della NATO (con-
trariamente alle aspettative di uno suo scioglimento auspicato da tutto il movi-
mento no-nuclear) e infine a causa della estensione dell’intervento NATO attra-
verso le Forze di Proiezione Rapida. Quanto agli USA e all’URSS — pur prose-
guendo nello smantellamento graduale degli arsenali atomici in ottemperanza ai
trattati internazionali — non solo non hanno rinunciato alla politica nucleare ma
ne hanno perfezionato la tecnologia.

292
8. L’ETICA PLANETARIA SECONDO
IL DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA
DELLA UNIVERSITA DI MACERATA

Sotto il profilo teoretico lo scopo del volume (‘‘Etiche della mondialita’’) è


quello di individuare gli aspetti essenziali di un’etica planetaria, un’etica in grado
di superare la dimensione conflittuale del mondo attuale, un’etica che ‘‘orienti
l’agire di governi, popoli, gruppi e singoli secondo un nucleo comune di criteri
e di valori’’ (p. 200). Facendo riferimento alle riflessioni di noti filosofi e teologi
quali Jaspers, Jonas, Henrich, Hösle, Apel, Morin, Huber, Reuter, Balducer,
Boff, e Levinas.
Per conseguire tale ambizioso obiettivo è necessario il superamento della mo-
rale conseguenzialistica e dell’etica del male minore che concretamente svuota di
significato la ‘‘dimensione normativa del discorso morale’’ (p. 203). Proprio per
tale motivazione, l’etica conseguenzialistica accetta di legittimare le guerre o per-
sino le torture purché siano in grado di ‘‘evitare danni maggiori allo stato’’ che
attua tali scelte. Il bersaglio degli autori è insomma agevolmente individuabile
nelle riflessioni di Walzer e Nye ritenute responsabili di aver legittimato la guerra
in Iraq. In altri termini, l’etica planetaria della quale discutono gli A. dovrebbe,
al contrario, legittimare le posizioni pacifiste e anti-militariste su base filosofica.
Non a caso, al di là dei riferimenti — sempre positivi — alle opere di Zolo, il
volume illustra la riflessione di autori — quali Boff e Balducci — le cui posizioni
ideologiche rispondono pienamente a quelle del pacifismo anti-militarista (e —
aggiungiamo — anti-americano). Ad ogni modo, ritornando alla etica planetaria
degli autori, quali caratteristiche dovrebbe possedere? La prima caratteristica
dovrebbe essere quella della dimensione dialogica, la seconda dovrà essere quella
della giustificazione normativa alla quale l’etica planetaria deve fare riferimento
per trovare una sua legittimazione; la terza caratteristica dovrà consentire all’e-
tica planetaria di svolgere una funzione normativa ed infine l’esercizio della cri-
tica dovrà esser fondamentale per delegittimare qualsiasi etica o politica che vo-
glia giustificare ‘‘il sacrificio della vita o dei diritti di chiunque in nome di un be-
ne superiore’’ (p. 206). Facendo proprio la tesi di Levinas, gli A. condividono il
primato dell’altro sull’io, il superamento dell’etica individualistica medesima
(quella di Locke e Hobbes p.e.), il rifiuto del realismo politico e quindi il rifiuto
della ‘‘legittimazione della Real politik in nome di un’etica della responsabilità’’
p. 225), il rifiuto della globalizzazione economica e, al contrario, l’accettazione

293
della filosofia che alimenta i nuovi movimenti della pace (p. 232) e la accettazio-
ne dell’opera dei centri di informazione alternativa sulla mondialità. Insomma, a
mo’ di conclusione, gli A. auspicano un superamento radicale dell’attuale model-
lo di sviluppo e un radicale superamento della concezione della politica come
arte del dominio.

294
Parte Dodicesima
1. ODC: UNA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
LEGALIZZATA

1. Premessa

Il volume che prendiamo in considerazione — oltre ad offrirci una vasta ras-


segna di opinioni espresse da numerosi ex ODC Caritas — dimostra quanto ra-
dicato sia oramai divenuto l’anti-militarismo all’interno delle istituzioni (religio-
se, universitarie, industriali, politiche, giuridiche etc.) e quanto siano considerate
‘normali’ e ‘legali’ le tecniche della conflittualità non convenzionale.

2. Cavagna

L’A. — fondatore del GAVCI nel 1977 e del CEFA — fu uno dei primi a
fare formazione nell’ambito dell’ODC e — allo scopo di protestare contro la leg-
ge del ’72 — promosse un digiuno per 27 giorni, si incatenò all’Altare della Pa-
tria per ‘‘protestare contro il taglio delle 2000 lire giornaliere per la formazione
(p. 18) e occupò in modo non violento il Ministero della Difesa Insomma l’A.
fece uso di modalità operative tipiche della conflittualità non convenzionale.

3. Chiavacci

L’A. — deputata nelle liste dei progressisti — ricorda l’ostruzionismo dell’M-


SI e la collaborazione — parziale — del PDS nei confronti della Legge dell’ODC
nel ’92.

4. Codrignani

L’A. — presidente della LOC — dopo aver difeso le battaglie di Capitini a


favore dell’ODC, ricorda l’uso fatto di una tecnica tipica della contro informa-
zione: il volantinaggio in virtù del quale denunciava l’assurdità della Festa del 4
novembre. L’A. propone di tutelare — anche in Italia — eventuali casi di diser-

297
zione (come ad Israele). Interessante — infine — rilevare come l’autrice, in qua-
lità di parlamentare della sinistra indipendente, abbia partecipato più volte alla
Commissione Esteri e Difesa.

5. Drago

Allievo di Del Vasto, vicepresidente del MIR e presidente del Comitato, ri-
vendica con orgoglio cattolico la lunga marcia verso le istituzioni passando attra-
verso la LOC e sottolinea la legittimità della battaglia della Caritas contro il Mi-
nistero della Difesa ai tempi di Spadolini.

6. Fabbrini

Dopo sei mesi di carcere per la sua ODC al servizio militare, divenuto vice-
presidente del MIR, riconosce nell’intervista che ad influenzarlo profondamente
furono le azioni agli scritti di Balducci, Milani e La Pira. A tale riguardo, assai
significativa ci pare una affermazione dell’A., secondo il quale ‘‘non c’è un obiet-
tore che non si muovesse da ragioni religiose’’, e ciò testimonia la radicale avver-
sione alle istituzioni militari presente all’interno del cattolicesimo.

7. Gozzini

Primo esempio — nel ’62 — di ODC cattolico, riconosce la profonda in-


fluenza esercitata sulla sua scelta di Balducci e da Mazzolari e soprattutto — nel-
la intervista — sottolinea la esistenza — all’interno della Chiesa — di una lunga
tradizione anti-militarista. Inoltre, ricorda la sua militanza all’interno del gruppo
di studio che faceva capo a Panzieri. Tuttavia — ai fini del nostro lavoro — fon-
damentale è l’ammissione dell’A. di aver promesso azioni di contro informazione
relativamente ai disertori pacifisti americani (p. 41) e l’auspicio che il pacifismo
radicale sia chiamatooggi âcostruire un progettoalternativodi società’’ (p. 1).

8. Monterubbianesi

Fondatore della Comunità di Capodarco, svolse fin dal 1969 il ruolo di pro-
tettore degli ODC nascondendoli a Capodarco e promuovendola a livello istitu-
zionale in un secondo momento. Rileviamo come — ancora una volta una strut-

298
tura cattolica — abbia rivestito un ruolo determinante nella promozione di una
cultura anti-militarista e sotamzialmente anti-statalista.

9. Paolicelli

È significativo che l’A. — fondatore dell’AONV — riconosca che durante la


campagna per l’approvazione della legge sull’ODC, solo il Manifesto e Avvenire
dimostrarono il loro appoggio.

10. Venditti

Anche l’A. riconosce il contributo determinante di Capitini e La Pira — oltre


che Sereno Regis presidente del MIR — alla sua formazione; ma tuttavia il dato
rilevante da evidenziare è che l’A. è un membro della Corte costituzionale e che
ha modificare profondamente il Codice Militare di pace e di guerra. Questo di-
mostra l’indubbia efficacia di una guerra di logoramento portata fin dentro le
istituzioni.

11. Battaglia

Direttore della Caritas di Ragusa, l’A. è un alto prelato della Chiesa cattolica
che senza mezzi termini arrivò ad appoggiare le proteste anti-Comiso.

12. Bazzarri

L’A. — presidente della Fondazione don Gnocchi — riconosce come deter-


minante l’esistenza di scuole di formazione socio-politica promosse dalla Caritas
a favore degli ODC e sottolinea altresı̀ il ruolo determinante svolto a loro favore
dal Card. Martini. D’altronde, proprio all’interno della Caritas, esiste un appo-
sito Dipartimento volto alla ‘‘Educazione alla pace e alla mondialità’’fondamen-
tale ed autorevole strumento di guerra psicologica anti-militarista.

13. Nervo

Presidente onorario della Fondazione Zancan sottolinea un dato storico di

299
grande rilievo: nel ’76 — durante il Convegno ecclesiale — all’interno della VI
Commissione passò all’unanimità la promozione del servizio civile.

14. Piovanelli

Cardinale dal 1985, l’A. negli anni settanta si fece promotore di manifestazio-
ni di proteste contro le Officine Galilei di Firenze, cioè contro le industrie mi-
litari.

15. Tavassi

Anche l’A. — membro della Commissione nazionale delle Pari opportunità


— ricorda la storica decisione della VI Commissione del Convegno Ecclesiale
del 1976 sottolineando l’ampio consenso che ricevette la decisione di promuove-
re l’ODC, da parte di tutte le maggiori associazioni cattoliche.

16. Tubino

Padre storico della Caritas di Genova, promosse nel maggio del 1989, una
manifestazione di protesta contro la Mostra Navale Bellica allestita nella città li-
gure riuscendo ad impedire che si svolgesse nuovamente.

17. Girardi

Anche l’opinione dell’A. — ex direttore dell’IRES di Trento — è di estremo


interesse per comprendere quanto scontato sia l’anti-militarismo all’interno delle
istituzioni.
A conclusione dell’intervista, l’A. esprime l’esigenza di continuare a promuo-
vere una cultura contro l’esercito e contro la guerra nonostante l’ODC sia stata
istituzionalizzata.

18. Lusetti

Deputato della Margherita è stato — come et-ODC e ex DC — uno dei prin-


cipali promotori nell’area democristiana della ODC.

300
19. Milanese

Ex vicedirettore della Caritas di Udine, perfezionò — negli anni ’80 — le


principali tecniche di non violenza — con la benedizione di Mons. Battisi —
e all’interno della Università promosse — in occasione della guerra in Iraq —
un seminario di 15 giorni autogestito sull’educazione alla pace.

20. Russi

Sostituto procuratore a Bari, oltre ad aver svolto l’ODC presso la Caritas ba-
rese, è un convinto sostenitore della DPNV.

21. Zuccato

Dirigente FIAT ha svolto l’ODC negli anni ottanta presso la Caritas di Tori-
no.

301
2. NOTE SULLA RIFLESSIONE PACIFISTA DI TOLSTOJ *

Non c’è dubbio alcuno che la meditazione pacifista dell’A. abbia trovato il
proprio fondamento nella religione e più esattamente nello studio del Vangelo
che — fra l’altro — gli consentirà di avallare ulteriormente il proprio anarchismo
politico e di giustificare la profonda avversione verso le chiese accusate di avere
consapevolmente travisato il messaggio di Cristo. Proprio riflettendo sul Vangelo
l’A. giungerà a individuare nella non resistenza al male la chiave di volta del mes-
saggio cristiano e a comprendere la fondamentale importanza dell’ecumenismo
(grazie al quale giunse a formulare un giudizio entusiastico di Confucio e Lao-
Tse) e della dimensione profetica (grazie alla quale era convinto di poter preve-
dere per l’Europa e il mondo solo stragi e sciagure). Se la complessa articolazio-
ne del messaggio evangelico fosse stata accolta dalle giovani generazioni allora
queste avrebbero potuto agevolmente rinunciare alle superstizioni del patriotti-
smo, della scienza, del socialismo e della religione istituzionalizzata. In partico-
lare, del Vangelo era indispensabile capire la portata rivoluzionaria della non re-
sistenza al male e quindi del perdono nei confronti del nemico (non resistenza
già praticata dai Quaccheri).
Il male — infatti — non si può che sconfiggere con l’amore e attraverso la non
partecipazione (p.e. al servizio militare o alla politica) grazie alla quale la violenza
sarà isolata e perderà forza gradualmente. Ma un’operazione cosı̀ elevata spiri-
tualmente, presuppone che colui che la pratica attui una profonda trasformazione
dentro se stesso, giungendo a rifiutare ogni forza di violenza (quella praticata p.e.
dai tribunali, dalle carceri e dalla pena di morte). A proposito della violenza de-
terminata dalla guerra questa è sempre determinata da 4 semplici cause:
1) le ingiustizie economiche;
2) l’esistenza della casta militare e
3) l’esistenza delle religioni false
e
4) l’esistenza dello Stato.

* Tolstoj - il profeta, Ed. Gabrielli, 2000.

302
A tale proposito il rifiuto dello Stato fu assoluto e di chiara matrice anarchica
tanto quanto radicale fu la critica alle false democrazie che danno solo l’illusione
della libertà (conseguibile solo attraverso l’autogoverno). Gli unici strumenti le-
gittimi — per un cristiano — per abbatterlo sono la disobbedienza civile e la non
collaborazione (attraverso cioè tecniche tipiche della conflittualità non conven-
zionale) che porteranno alla realizzazione di piccole comunità agricole. La solu-
zione violenta proposta da anarchici e marxisti è la conseguenza di una evidente
malafede: non la liberazione dal male si propongono costoro ma il conseguimen-
to del potere perché la loro azione nasce dalla ambizione e dalla invidia verso
coloro che il potere lo esercitano.
[Come già ripetutamente detto non è nelle nostre intenzioni esporre la storia
del pacifismo e della non violenza attraverso i suoi protagonisti ma semplicemen-
te quello di individuare gli aspetti essenziali della conflittualità non convenziona-
le].

303
3. NOTE SULL’ANTI-MILITARISMO
DEL PARTITO RADICALE ITALIANO

Anche il PRI — come gran parte della sinistra radicale europea — ebbe mo-
do di manifestare un atteggiamento di intransigente anti-militarismo in alterna-
tiva al quale veniva indicato il pacifismo militante. Nello specifico gli esponenti
del PRI — e fra questi in particolare Cicciomessere e Pannella — espressero
chiaramente:
1) l’esigenza di riconvertire le strutture militari in civili;
2) la necessità di portare l’Italia fuori dalla NATO;
3) la necessità di promuovere a livello nazionale un movimento anti-militari-
sta in grado di creare uno iato tra istituzioni militari e Società civile;
4) la necessità di demilitarizzare e denuclearizzare la Sardegna;
5) l’utilità — a livello di contro informazione — di promuovere marce anti-
militariste;
6) l’assemblea e la improrogabile necessità di promuovere l’approvazione
della CDC;
7) l’opportunità di promuovere un referendum abrogativo dei codici militari
e della normativa relativa ai tribunali e alle carceri militari.
Sul piano strettamente operativo — i collegamenti con contesti anarchici e
beatnik indussero (fra il ’66 e il ’67) alcuni militanti radicali ad attuare una tipica
tecnica di contro informazione: il volantinaggio contro la parata militare del 2
giugno. In secondo luogo, la marcia Milano, Vicenza svolta nel ‘67 fu finalizzata
a sensibilizzare l’opinione pubblica e a creare uno spazio di collaborazione anti-
militarista con anarchici e M/L e numerosi membri di comunità ecclesiali. Sotto
il profilo strettamente politico i valori che ispiravano la loro prassi conflittuale
furono indubbiamente la profonda avversione ai valori militari, l’avversione al
peso politico occulto esercitato dall’intelligence, l’assoluta contrarietà all’esisten-
za stessa della industria militare e la pericolosità individuata nelle modificazioni
strategiche del pensiero militare.
A tale proposito proprio il Congresso anti-militarista (organizzato a Milano
nel novembre del 1989) promuoveva, senza mezzi termini, la dissoluzione dell’e-
sercito e osservava come le F.A. stessero oramai rivolgendo la loro attenzione al
contrasto violento della lotta di classe. Tuttavia, uno dei contributi di maggiore

304
efficacia, dati all’organizzazione politica anti-militarista fu il peso esercitato all’in-
terno della parlamento, peso politico che si concretizzò — nel 1972 — nel pro-
porre che il finanziamento all’ODC prevenisse dalla Difesa in modo tale da sot-
trarre risorse alla spesa militare. Proprio a partire dagli anni Settanta le modalità
operative non conflittuali raggiunsero il loro apice attraverso:
1) i digiuni di protesta;
2) le pressioni sul parlamento inviando migliaia di cartoline alla Commissione
Difesa della Camera;
3) l’azione diretta a favore degli obiettori processati;
4) la lotta di protesta all’interno delle carceri militari (si pensi a quella di Cic-
cionessere nel ’72);
5) politiche per aumentare la pressione e sulle istituzioni parlamentari attra-
verso la creazione di alleanze trasversali con LC, comunisti, socialisti che
— p.e. — riuscirono a indurre Pertini a far approvare con urgenza (anche
grazie allo sciopero della fama di Pannella 1 e Gardin) la prima legge sul-
l’ODC [della Lega per la promozione dell’ODC].
Un altro contributo — politicamente rilevante — sarà la realizzazione della
LOC 2 nel 1973 all’interno della quale — nel volgere di breve termine verrà com-
battuta una ‘‘guerra’’ per l’egemonia politica!

Bibliografia

Angelo Bandinelli, Anti-militarismo, ‘‘La Prova Radicale’’, n. 1, 1977.


Roberto Cicciomessere, Diario di ricordi di Peschiera, ‘‘La Prova Radicale’’, n. 4, 1972.

1 La protesta fu dall’esterno sostenuta anche da celebrati intellettuali quali Sartre, Silone e in

particolare da Balducci.
2 Proprio grazie alla LOC — nel ’75 — venne proposta la istituzionalizzazione della DPNV.

305
Parte Tredicesima
1. PREMESSA

Come più volte sottolineato — nel corso del volume — la conflittualità non
convenzionale ha — storicamente — avuto modo di concretarsi attraverso l’azio-
ne non violenta, la disobbedienza civile ma anche attraverso la Psycological War-
fare che ha trovato modo di esprimersi con particolare efficacia nel cinema 1.
Premesso, che non è certo nostra intenzione illustrare l’evoluzione della contro
informazione anti-militarista nel corso di tutta la storia del cinema contempora-
neo, faremo riferimento solo ad alcuni casi paradigmatici dai quali emergeranno
riflessioni 2 che abbiamo avuto già modo di illustrare nelle parti precedenti.

1 Cinema a parte è utile ricordare che anche la musica svolge un ruolo di estremo rilievo nella

guerra psicologica. Si pensi al gruppo ChumbaWamha sorto nel 1985 — e in particolare a canzoni
come ‘‘Mr. Heseltine Meets His Public’’ — ai Rage Against the Machine nato nel 1990 — e all’al-
bum ‘‘The Battle of Los Angeles’’ — a quello ‘‘Evil Empire’’ —, ai 99 Posse e all’album ‘‘La vida
que vendra’’ gruppo che ha collezionato un numero elevato di imputazioni penali.
2 Più nel dettaglio: l’antimilitarismo, l’anticapitalismo e il terzomondismo.

309
2. L’ANTIMILITARISMO IN STANLEY KUBRICK *

Come è noto Pathsof Glory fu prodotto nel 1957 ed ebbe come oggetto la
prima guerra mondiale (più precisamente la guerra di trincea tra tedeschi e fran-
cesi nell’agosto del 1916). Sia il Gen. Mireau che il Gen. Broulard appiano come
personaggi cinici, disinteressanti alla vita o alla morte dei loro soldati ma interes-
sati a giocare con le loro vite per questioni di potere e di carriera tanto quanto il
maggiore Santi-Auhan che considera i soldati esseri inferiori. Quanto alla citazio-
ne di Samuel Johnson ‘‘il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie’’ questa
viene fatta proprio da un ufficiale — Dax — allo scopo di mostrare l’assenza
di coesione gerarchica oltre naturalmente a mostrare il disprezzo del registra ver-
so ideali privi di valore. Un ulteriore prova del processo di degradazione, tipico
delle istituzioni militari, ci viene offerto dal regista quando l’accusa di Paris non
viene considerata attendibile perché la parola di un soldato non è assimilabile a
quella di un ufficiale. L’apice del disprezzo della vita umana da sacrificarsi in no-
me del proprio potere viene raggiunto dal registra quando mette in bocca a Mi-
reau l’ordine di bombardare le proprie linee e quando chiede che vengano fuci-
lati 100 uomini per punizione. La scelta del numero dei soldati viene fatta su ba-
se paramente arbitraria tanto quanto arbitraria sarà la decisione di fucilare fu
settanta.
Arbitrarietà che decreta — ancora una volta — la degradazione umana alla
quale giunge il potere militare, degradazione che trova modo di manifestarsi nel-
l’affermazione di Broulard secondo il quale l’esecuzione dei tre soldati servirà co-
me capo espiatorio.
Se fino a questo momento Broulard era persuaso che se si fosse comportato
come un abile opportunista solo a conclusione della vicenda si rende conto di
trovarsi di fronte ad uno sciocco idealista sentimentale.
Come in tutti i film di Kubrick anche in questo emergono temi ricorrenti il
cui significato è lampante: il binomio uomo/animale (i soldati vivono nelle trin-
cee stipati come animali, i prigionieri sono rinchiusi nella stalla), il teatro (la corte
marziale è infatti organizzata come un teatro), il gioco (gli ufficiali che giocano

* Fonte: www.kubrick.it (sito italiano).

310
con i soldati e il pavimento del castello che ha un disegno a scacchiera), il potere
(al quale viene immolata la vita umana) e l’integrità morale (espressa da pax che
proprio per questo verrà compatito da Broulard).

Conclusione

Sotto il profilo storico è interessante sottolineare come sia la Francia che gli
USA — dietro pressione delle istituzioni militari — lo proibirono confermando
cosı̀ implicitamente la dirompente efficacia del messaggio del registra.

Il dottor Stranamore, prodotto nel 1964, concretizza non solo la fobia del re-
gista di fronte ad una eventuale guerra nucleare (allora tutt’altro che inverosimi-
le!) ma costituisce una spietata satira nei confronti dell’apparto militare america-
no. Uno dei protagonisti che si presta a rappresentare la fobia anticomunista del-
l’establishment USA è indubbiamente il Gen. Ripper che — in preda alla follia
— legittima l’inizio della guerra nucleare accusando i comunisti di volere conta-
minare i preziosi fluidi vitali degli americani. Il dottor Stranamore simboleggia la
follia dei tecnocratici e strateghi della guerra nucleare che disputano di apocalit-
tiche distruzioni come se si trattasse di un innocuo gioco. Ancora più significa-
tiva la proposta di Stranamore — fatta nella War Room — di trasferire in caso di
conflitto nucleare in appositi pozzi sotterranei un numero limitato di individui
selezionati, proposta che assai chiaramente evoca una sorta di nazismo all’ame-
ricana (non a caso, mentre parla, il braccio meccanico di Stranamore si anima da
solo ripetendo il saluto nazista); il maggiore Kong (a capo del B-52) rappresenta
la follia patriottica che si spinge fino a cavalcare la bomba atomica come un cow-
boy durante un rodeo e il Gen. Turgidson ossessionato dalla competizione con i
russi e disinteressato delle conseguenze di una guerra nucleare. Ora — al di là
delle colonne sonore collocate in chiave ironica (da Try A Little Tenderness a
When Johnny Comes Marching Home Fine a We’ll Meet Again) e del cartello
della base di Burpelson (Peace Is Our Profession) — è evidente che il film ponga
l’enfasi non solo sulla estrema fragilità delle misure di sicurezza in caso di guerra
nucleare (argomento sul quale l’A. si documentò) ma soprattutto voglia farci
comprendere — molto realisticamente — come pur essendo giunti alla soglia
di un conflitto nucleare gli uomini di potere (tecnocrati, militari e politici)
non abbiano imparato nulla dai loro tragici errori.

Full Metal Jacket, prodotto nel 1987, sottolinea con particolare enfasi la pro-
gressiva disumarizzazione delle istituzioni militari durante il Vietnam disumaniz-
zazione che trova nel suicidio di Palla di Lardo, nelle atrocità viste da Joker nella

311
assoluta anormalità di Animal Mother, nell’addestramento coordinato dal ser-
gente istruttore Hartman, nelle parole di Joker rivolte a Palla di Lardo (‘‘Il corpo
dei marines (...) vuole dei killer’’) nella concezione della donna (la prostituta che
si fa pagare cinque dollari) e infine nella trasformazione di Raferman e Joker in
due assassini, esempi illuminanti. Altrettanto possiamo affermare dell’importan-
za attribuita dal registra alla caduta dei valori quali l’empatia (annullata dallo
sguardo fisso emblema della nullificazione dell’Altro), l’onestà intellettuale (la
propaganda di guerra promessa dalla redazione ‘‘Stars anbd Stripes’’), la rivalità
(Joker non può diserrere tra bene e male ma deve seguire la ratio della guerra:
uccidere o farsi uccidere), la tenerezza (il tenente Touchdown nel raccogliere un
coniglio di pezza salta su una mina) e infine la compassione (quando Animal Mo-
ther spara dall’elicottero in modo indiscriminato contro i civili).

312
3. L’ANTAGONISMO RIVOLUZIONARIO
NEL CINEMA NÔVO * 1

La contro informazione attuata — durante gli anni ’60 — dal CN trovò in


Rocha, in Guerra, in Farias, in Saraceni e in Dos Santos i suoi massimi interpre-
ti.
Un cinema questo anti-americano, anti-capitalistico e soprattutto anti-hollyw-
hodiano (‘‘La Fox, la Paramount, la Metro sono i nostri nemici’’, p. 62), un ci-
nema che si farà portavoce della tragedia del popolo brasiliano e dovrà tradursi
in violenza rivoluzionaria.
Il CN promuoveva, infatti, un cinema di guerriglia l’unico strumento grazie al
quale l’uomo può riacquistare la capacità di sognare, grazie al quale ‘‘ciascuno è
signore di se stesso, perché nessuno è servo di qualcuno’’ (p. 66) 2.
A tale proposito Rocha dirà: ‘‘Un’estetica della violenza [alludendo alla sua
estetica] è rivoluzionaria è il momento in cui il colonizzatore si accorge dell’esi-
stenza del colonizzato (...) L’unico antidoto al sistema è l’anarchia, intesa come
assenza di dominio’’ (pp. 74/76).
D’altronde, proprio Bunuel e Pasolini costituiranno riferimenti determinati
nella poetica di Rocha e, se è cosı̀, non desta alcuna sorpresa come il realismo
critico (la definizione è di Bertelli) dell’A. lo conduca a provare solo disprezzo
verso i proprietari terrieri, la borghesia, la Chiesa, i militari in quanto ‘‘aperta-
mente ostili alla crescita culturale del popolo e artefici della repressione’’

* Pino Bertelli, Glauber Rocha, La Fiaccola, 2002.


1 Il lettore non provi particolare sconcerto nell’osservare il brusco passaggio da Kubrick a Ro-
cha poiché quest’ultimo lo stimava profondamente. Proprio riflettendo su ‘‘Paths of Glory’’ Rocha
ne comprenderà l’importanza tecnica.
2 Nell’ICAIC cubano troverà ‘‘l’unico laboratorio sperimentale di cinema nel mondo grazie al

quale vennero prodotti ottimi film secondo un modello di neorealismo socialista tropicale. Proprio
a Cuba Rocha troverà ‘‘una civiltà giovane’’ capace di opporsi al modello borghese. Insomma at-
traverso l’ICAIC Rocha sperava che si potesse esportare sui mercati cinematografici del mondo
una visione terzomondista e rivoluzionaria. L’impegno militante dell’A. lo porterà già nel 1965
ad essere arrestato per aver manifestato contro la dittatura militare brasiliana allora governata
da Castelo Branco. Due anni dopo, nel 1967, ‘‘Terra em Transe’’ sarà proibito dalla giunta militare
in tutto il Brasile mentre sarà giudicato all’Habana ‘‘il miglior film dell’anno dalla critica cubana’’
(p. 213). La centralità dell’opera dell’A. sarà proprio riconosciuta nel 1984 quando l’Encuentro de
l’Intelectuales por la Soberaina di Cuba gli renderà pubblico omaggio.

313
(p. 106) 3. Contro tutto ciò un’opera d’arte autenticamente rivoluzionaria deve
cambiare l’assetto politico esistente e condurre l’uomo verso una unità cosmica,
un’opera d’arte deve essere insomma uno strumento di rivolta contro l’imperia-
lismo in tutte le sue espressioni. Da questo punto di vista ‘‘Il Dio Nero e il dia-
volo biondo’’ — prodotto nel 1964 — è certamente paradigmatico poiché è un
vero manifesto del Cinema Nôvo, ma anche una appassionata difesa del connu-
bio rivolta/religione della liberazione e una critica feroce alla repressione che tro-
va in ‘‘Antonio das Mortes’’ una esemplificazione chiara e al quale fanno da con-
trappunto Donna Santa (la guerriglia) e il prete guerrigliero. A tale proposito è
chiarissimo il giudizio dell’A.: ‘‘La rivoluzione brasiliana sarà possibile solo dal-
l’incontro di neutralità mistiche e non politicizzate con neutralità politicizzate’’
(p. 164). Quasi a ribadire la radicale avversione al coliniaslimo — nel ‘‘Leone a
sette teste’’ prodotto nel 1970 — questo viene raffigurato come un leone a sette
teste e i protagonisti riflettono chiaramente la situazione drammatica del Terzo
Mondo (dall’agente della Cia al mercenario tedesco, al guerrigliero etc.) e la sua
soluzione nella lotta rivoluzionaria: Pablo, giustizia l’agente della Cia ed è pro-
prio l’emblema della forza liberatoria della rivoluzione quanto la marcia dei
guerriglieri nel cuore della boscaglia.

3 Non a caso Rocha, Andrade e Carneiro saranno imprigionati per aver opposto un netto ri-
fiuto alle richieste di autocensura da parte della giunta militare.

314
4. L’ANTIMILITARISMO IN MARCO BELLOCCHIO

Non c’è dubbio che l’unico film adatto ad illustrare la personale interpreta-
zione del regista italiano su questo tema sia ‘‘Marcia trionfale’’ prodotto nel
1976, film che si svolge all’interno della Caserma Sterago. Qui il comandante
di compagnia Cap. Asciutto e il mondo militare sono il simbolo di tutta la contro
informazione M/L degli anni Settanta:
1) la delirante conformità al regolamento che si concretizza nell’ordinare a
Passer di procurarsi il basco anche ammazzando, se necessario;
2) l’autoritarismo che si manifesta anche durante l’ispezione delle reclute;
3) la degradazione sessuale (all’esterno della caserma si muovono prostitute
e omosessuali);
4) il nonnismo (preparare gavettoni, fare baciare a una recluta la stecca con
in cima un preservativo);
5) il disprezzo della donna, ritenuta solo una puttana (infatti Asciutto con-
siderava la moglie Rosanna una puttana che tenterà invano di violenta-
re);
6) il machismo autoritario (il pianto di Passeri viene qualificato dal Cap.
Asciutto come tipico di uno smidollato);
7) la violenza che si concretizza quando il Cap. Asciutto picchia Passeri per
indurlo a reagire;
8) la scarsa virilità del militare (infatti la moglie Rossanna tradisce il marito);
9) la violenza legittimata (Passeri non denuncia ai superiori il Cap. Asciut-
to);
10) il sadismo (il Cap. Asciutto, venuto a sapere del tradimento, ammanetta
la moglie);
11) l’omertà (l’uccisione del Cap. Asciutto — mera fatalità — viene coperta
da Passeri).
Complessivamente il ritratto che emerge dell’istituzione militare è finalizzato
a mostrarne:
1) la dimensione concentrazionaria;
2) l’assenza di libertà;

315
3) la necessità di distruggerla (proprio lo stesso regista avrà modo di dirlo
esplicitamente, nel volume Marcia Trionfale, Einaudi, 1976);
4) la dimensione fascista;
5) la sperimentalizzazione dell’individuo;
6) la sottomissione acritica;
7) l’educazione letta come dominio e indottrinamento.

Conclusione

È significativo sottolineare come il ritratto — assolutamente negativo — che


emerge della istituzione militare sia il risultato di una precisa ottica politica e sia
analogo alla gran parte delle valutazioni di cui abbiano avuto modo di discutere
lungamente nelle parti precedenti. Tuttavia Bellocchio ha avuto il ‘pregio’ di
esplicitare la volontà di distruggere l’istituzione militare, franchezza che assai
spesso è mancata a numerosi pacifisti nostrani che prediligono ipocrite perifrasi.

316
Parte Quattordicesima
1. PREMESSA

Quanto decisivo sia stato l’antagonismo attuato dalla CND o l’antagonismo


contro la Guerra d’Algeria è presto detto: la conflittualità non convenzionale,
che in questi movimenti ha trovato modo di esprimersi, ha non solo anticipato
— per modalità operative — il sessantotto ma — indubbiamente — gli attuali
movimenti no-global. Anche a livello di programma politico (l’anti-militarismo,
l’anti-attantismo, la critica alla democrazia rappresentativa, la stampa alternativa,
la formazione di una sinistra radicale e politicamente trasversale al di fuori delle
organizzazioni burocratiche dei partiti tradizionali, l’anti-nuclearismo etc.) questi
‘movimenti’ presentano caratteri organizzativi che anticipano in modo impres-
sionante quelli attuali. Una nota conclusiva infine: il programma varato dal
Gen. Gehelen è stato quello che indubbiamente ha avuto il maggiore successo
dimostrando — fra l’altro — quanto fondamentale sia un’accurata attività di in-
telligence svolta a livello professionale e non certo improvvisata o affidata a per-
sonale poco qualificato o genericamente qualificato.
Proprio per questa ragione abbiamo deciso di riportare alcune sue analisi di-
venute oramai un classico nell’ambito della counter-intelligence e — sia detto
chiaramente — pienamente condivisibili.

319
2. LA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
NELLA CMD E DEL COMITATO DEI 100

1. Origini

Grazie al contributo di Russell e Priestly nacque la CND il 15 gennaio del


1958, mentre il comitato dei 100 nacque due anni dopo allo scopo di radicaliz-
zare la prassi contestataria.

2. Connotazione ideologica della CND e del Comitato dei 100

Connotazione indubbiamente eterogenea poiché abbracciava laburisti dissi-


denti, pacifisti (laici e religiosi), attivisti dei diritti civili, anti-militaristi radicali
non violenti, attivisti coordinati dal DAC, non violenti gandhiani, intellettuali
della ‘‘New Left Rewiev’’, anarchici.

3. Programma politico

Sinteticamente il programma dei due raggruppamenti può essere agevolmen-


te sintetizzato nel seguente modo:
1) rinuncia assoluta all’uso e alla produzione delle armi nucleari;
2) stipulazione di una convenzione per il disarmo nucleare unilaterale;
3) sospensione dei ruoli dei ricognitori dotati di armi nucleari;
4) proibizione assoluta di esperimenti nucleari;
5) eliminazione delle basi militari NATO,
6) ritiro della UK dall’alleanza militare della NATO;
7) proibizione dell’addestramento di truppe sul territorio inglese;
8) realizzazione di zone denuclearizzate controllate dall’ONU e infine
9) proibizione di trasferimento di know-how.

4. Professioni e provenienza sociale

Un numero elevato di partecipanti svolgeva attività legate al pubblico impie-


go mentre un numero non trascurabile di attivisti svolgeva libere professioni.

320
Tuttavia la componente più intransigente proveniva dall’ambiente intellettua-
le e studentesco. L’appartenenza sociale comprendeva prevalentemente la bor-
ghesia (dalla piccola all’alta borghesia).

5. Modalità operative non conflittuali

Anche qui precedevano in modo sintetico e schematico:


1) articoli su periodici a diffusione nazionale (p.e. il ‘‘New Statesman’’);
2) petizioni;
3) dibatti pubblici;
4) pressioni politiche sul Labour Party;
5) marce (che, dal ’58 al ’60, oscillazione da 2500 a 150 mila);
6) divulgazione di notizie riservate;
7) spionaggio (praticato dal Comitato dei 100);
8) sit-in;
9) invito al boicottaggio.

6. Alleanze politiche

Queste furono molto precarie e problematiche, in particolare quelle relative al


Labour Party. Altre organizzazioni, che furono oggetto di cooptazione da parte
della CND, furono i sindacati (dalle Trade Unions agli USDAW, AEU e MUR).

7. Il Nemico

Facilmente individuabile nella classe politica, nella democrazia rappresentati-


va — poiché incapace di tradurre in azione politica le esigenze reali della società
civile —, nelle istituzioni militari nazionali e NATO, negli strateghi nucleari e nel
giornalismo compiacente.

8. Reazione delle istituzioni

Da parte del Labour Party si attuò la tattica — efficace e di lunga tradizione


— di riassorbire l’antagonismo di base neutralizzandolo; da parte delle istituzio-
ni militari — a parte l’intelligence sugli attivisti — si attuò l’arresto (che, p.e., nel
settembre del 1901 raggiunse la cifra rilevante di 1600 dimostranti).

321
3. LA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
DI FRONTE ALLA GUERRA DI ALGERIA

1. Origini

Dal ’55 al ’56 diverse manifestazioni, autonome e non etero dirette, organiz-
zate da un numero ristretto di militari contro la coscrizione obbligatoria. Solo in
un secondo momento il dissenso si ampliò e venne organizzato (dal ’57 al ’62).

2. Programma

In un primo momento non ne ebbe alcuna. Solo nella fase di ampliamento e


di organizzazione la caratterizzazione ideologica divenne fondamentale, caratte-
rizzazione che si può agevolmente riassumere nei punti seguenti:
1) le ragioni della guerra erano inaccettabili poiché si trattava di violare il di-
ritto di auto-deteminazione di un popolo;
2) la guerra proseguiva a causa di una neutralità neo-coloniale;
3) le tecniche usate dalle FA francesi violavano tute le convenzioni interna-
zionali a cominciare da quelle relative alla tortura;
4) i metodi di repressione interna del dissenso erano fascisti;
5) l’OAS andava debellata;
6) bisognava solidariezzare con il FNL.

3. Organizzazioni del dissenso

In breve:
1) Comitato di Azione e Informazione;
2) Comitato di Azione degli Intellettuali; Comitato Universitario; Comitato
di Resistenza spirituale; Comitato di Maurice Audin (dal ’58 al ’62); Lega
dei diritti dell’uomo; Azione civica non violenta; UNEF; FEN; CFTC;
FO; MAF; FUA; JRO; Manifesto dei 121; Rete Jeanson.

322
4. Modalità operative del dissenso

Sinteticamente:
1) resistenza passiva;
2) manifestazioni;
3) blocco dei convogli ferroviari (sabotaggio);
4) comizi;
5) petizioni;
6) conferenze stampa;
7) manifesti di solidarietà con l’FNV e di dissenso;
8) insobordinazione all’interno delle FA;
9) diserzione;
10) sostegno economico al FLN;
11) trasporto di documenti falsi a sostegno del FNV;
12) ospitalità clandestina ai militanti del FLN;
13) alleanze politiche (p.e. tra l’UENEF , la CGT, il FEN, la CFTC e l’UNE-
MA algerino);
14) attività editoriale e giornalistica attraverso l’Express, France, Observa-
teur, Les Temps Moderns, Esprit, Cahiers de Temoignages Chretiens Al-
ger Repubblician, la Reforme e Testimonze e Documenti (appartenenti
all’editoria alternativa);
15) utilizzazione di sedi istituzionali in funzione antiagonista (si veda l’esito
— ridicolo per le istituzioni francesi! — del processo alla Rete Jeanson
davanti al Tribunale Militare di Parigi).

5. Connotazione ideologica

Sinteticamente:
1) Pacifismo laico e religioso;
2) attivismo a favore dei diritti civili;
3) sinistra ufficiale;
4) sinistra extraparlamentare;
5) anarchici.

6. Reazione delle istituzioni

1) Arresti mirati o di massa;

323
2) attività di intelligence (p.e. su Alger Repubblician e la Rete Jeanson);
3) sequestro di pubblicazioni e di documenti compromettenti;
4) eliminazione fisica ufficiosa degli attivisti più pericolosi (p.e. di Maurice
Audin).

7. Composizione sociale e attività professionale

Naturalmente amplissima perché andava dalla massa operaia e studentesca


all’alta borghesia nel mondo accademico. Gran parte degli attivisti apparteneva
o a partiti o a sindacati e comprendeva soprattutto intellettuali.

324
4. LA CONFLITTUALITÀ NON CONVENZIONALE
CONTRO IL RIARMO ATOMICO IN GERMANIA

1. Origini

Nel gennaio del 1955 una vasta coalizione protestò contro le decisioni del go-
verno e del Parlamento tedesco e più esattamente contro la Costituzione del ’54
contro il riarmo e l’adesione della RFT alla Nato nello stesso anno.

2. Programma

In breve:
1) contro lo Stato autoritario e militarista di Adenauer;
2) contro la NATO e la sua politica di riarmo;
3) contro le installazioni militari NATO;
4) contro gli armamenti atomici;
5) a favore della unificazione tedesca;
6) opzione neutralista;
7) realizzazione di ampie zone denuclearizzate.

3. Organizzazioni

Indubbiamente vasta ed eterogenea perché comprendente la SPD, la DGB, la


Chiesa protestante, e il mondo della cultura orientato politicamente in senso an-
ti-militarista (si pensi a Weber o a Gollwriter) e nello specifico il mondo scien-
tifico (si pensi alla Dichiarazione di Gottinger firmata da diciotto scienziati). Tut-
tavia l’apice del dissenso si concretò con la marcia contro la morte atomica (nel
marzo del ’58) secondo una modalità a rete che acquisı̀ un profilo via via sempre
più autonomo rispetto all’SPD che, nel giro di pochi anni, tradı̀ il suo program-
ma iniziale.

325
4. Connotazione ideologica

In breve:
1) attivisti non violenti;
2) pacifisti non violenti e anti-militaristi;
3) sinistra socialista (una buona parte della base della SPD);
4) sinistra sindacale.
5. Modalità operative
Il dissenso, sorto emulando il CND anglosassone, non si servı̀ di tecniche non
convenzionali originali. Infatti il repertorio era già stata ampiamente sperimenta-
to: appelli, scioperi, marce (quella di Pasqua in particolare per la sua massiccia
partecipazione).

6. Reazione delle istituzioni

In breve:
1) riassorbimento istituzionale attraverso l’SPD;
2) contro informazione governativa volta ad accreditare una gestione etero-
diretta dell’antagonismo;
3) attività assai efficace di intelligence da parte del Gen. Gehlen che sman-
tellò l’antagonismo politico.

7. Bibliografia

Per la stesura di questa appendice abbiamo fatto riferimento esclusivamente


al saggio di Teodori Massimo, Storia della nuova sinistra, il Mulino (1976) e, in
particolare, alla Parte prima (dal cap. I al cap. III).

326
Parte Quindicesima

327
1. PREMESSA

Non dovrebbe destare sorpresa alcuna trovare in un volume come questa or-
ganizzazione ampiamente nota a livello internazionale per il loro antagonismo
ecologico. Infatti l’ambiente è ormai diventato uno dei terreni di scontro princi-
pale il capitalismo globalizzato e le intramontabili ideologie antagoniste per ec-
cellenza quali le varie forme di anarchia e le varie tipologie di neo-marxismo alle
quali si coniugano le tematiche e gli approcci operativi del pacifismo degli anni
Sessanta e Settanta.
2. ANTAGONISMO ECOLOGICO

Anche determinate interpretazioni dell’ambiente risultano utilissime nel con-


trastare una realtà ritenuta sempre più inaccettabile, nel portare avanti una guer-
ra psicologica volta a cambiare l’uomo e il modo dell’uomo di rapportarsi alla
natura.
Un approccio ecologico-radicale che si ispiri all’ecologia profonda — che è an-
che una visione filosofica — religiosa del mondo — non potrà che sottolineare la
necessità di contrastare l’ideologia dominante della società industriale attuale,
non potrà che valorizzare una visione spirituale della realtà naturale e quindi sarà
portata a enfatizzare quelle religioni (come il buddismo o il taoismo) che hanno
dimostrato di avere una consapevolezza ecologica superiore rispetto a una visio-
ne normalistica della realtà. Capitalismo e/o militarismo saranno quindi conside-
rati escrescenze cancerose da debellare.
Sotto questo profilo anche l’ecologia sociale di Bookchin 1 sottolinea che, solo
attraverso una trasformazione radicale della sociatà attuale, sarà possibile porsi
in modo nuovo verso l’ambiente, progettare una società di cooperazione non ge-
rarchica (nel senso di Kropotkin), attuare una società che tenga conto delle ana-
lisi economiche di Marx e della visione comunitaria di Goodman, creare una po-
litica che si schieri a fianco delle sinistre extraparlamentari europee in funzione
anti-imperialistica. Altrettanto radicale è l’eco femminismo 2 per il quale l’anti-mi-
litarismo, l’anti-capitalismo, l’anti-razionalismo sono presupposti fondamentali
tanto quanto un concezione anti-androcentica tipica dell’Occidente. Anche il
bioregionalismo nasce in opposizione al capitalismo e il sito opposto ideologico
consiste sul fare comprendere come la organizzazione sociale migliore sia quella
anarchica (tanto è che Snyder sottolinea come la Bioregione sia contro il regime

1 Sia detto chiaramente che l’ecologia sociale è tutt’altro che una interpretazione originale poi-

ché è il frutto di una sintesi dell’anarchia kropetkiniana-goodmaniana con l’analisi marxista degli
anni settanta come dimostra chiaramente l’alternativa — prospettata dall’A. — del municipalismo
libertario.
2 Secondo l’ecofemminismo all’ambientalismo tradizionale sfugge la peculiare connessione tra

l’oppressione delle donna e della natura, oppressione che risale alla coniazione monoteista e che si
concretizza attraverso una logica di dominio binaria. Proprio per superare tutto ciò l’ecofemmini-
smo si mobilita per l’abolizione del capitalismo, del patriarcato e delle strutture di dominio.
perché essenzialmente anarchica). Fra l’altro — sia detto per inciso — il radica-
lismo ambientalista contemporaneo si spinge al punto di valorizzare, a livello pe-
dagogico filosofico, le interpretazioni del cosmo dei nativi nord-americani, degli
aborigeni australiani, e degli hawaiani e a rivalutare — contro la concezione ba-
coniana-cartesiana del razionalismo occidentale — le interpretazioni buddhiste
(si vedano gli studi di de Silva), taoiste (si pensi alle riflessioni di Palmer) e in-
duiste grazie alle riflessioni dei fratelli Engel.
Una delle conseguenze più evidenti dell’ambientalismo radicale è il diverso
approccio al mondo animale che ha portato Singer e Reagan a gettare le basi del-
l’animalismo secondo il quale il consumo e la vivisezione degli animali sono volti
a ledere la dignità di essere vivente dell’animale. E evidente dunque che la scelta
vegetariana si impone come scelta obbligata.

331
3. NOTE SULL’ANTAGONISMO
ANTI-VIVISEZIONISTA RADICALE

1. Origini

I due più autorevoli predecessori dell’attuale anti-vivisezione radicale (da ora


in poi in acronimo AV ndr) furono Bell e Harwen. In Italia solo con Ciaburri (la
sua principale opera intitolata ‘‘La vivisezione’’ è nel 1929) l’antagonismo AV ha
trovato il suo principale teorico e organizzatore (sempre del ’29 è infatti la fon-
dazione della UAI o Unione anti-vivisezionista italiana) mentre con la scritta di
Hans Ruisch intitolato ‘‘Imperatrice nuda’’ edito nel 1976 l’AV ha avuto riso-
nanza internazionale.

2. Nemici

In breve per l’AV radicale le istituzioni e/o le pratiche mediche da contrastare


sono:
1) la pratica della vaccinazione;
2) le industrie farmaceutiche;
3) la farmacologia definita ‘‘un garbuglio di superstizioni di nozioni trabal-
lanti e contraddittorie’’;
4) la Bantam Books di New York;
5) la stampa elvetica;
6) la classe politica (p.e. Furgler);
7) Garattini;
8) Istituzioni capitalistiche.

3. Alleati

In breve:
1) le associazioni AV come la LAN, la LAV, la LAI e la LEA;
2) una parte della sinistra istituzionale (p.e. il socialista Fiandrotti);

332
3) la LIMAV;
4) Maraini;
5) Franz Weber;
6) UAI.

4. Modalità operative

Sinteticamente:
1) pubblicazioni di saggi;
2) dibattiti pubblici;
3) articoli su quotidiani nazionali e non;
4) petizioni;
5) istituzionalizzazione dell’ODC per la vivisezione con la legge 413 del ’93;
6) denunce (p.e. quella della LAN del 1977);
7) prassi non violenta.

5. Avversari

1) Il gradualismo di Singer;
2) la BUAV.

6. Reazioni delle istituzioni

1) Repressione giudiziaria;
2) relazione a mezzo stampa;
3) infiltrazioni all’interno delle leghe AV per portarle alla paralisi (p.e. la
BUAV inglese o Singer sponsorizzato dalla Rockfeller Foundation);
4) Elargizioni di fondi cospicui alle Leghe o Associazioni animalista non vi-
visezioniste.

7. Programma AV

Secondo l’AV radicale la


1) la vivisezione va condannata sia sul piano etico che scientifico;
2) la vivisezione avvantaggia solo le industrie farmaceutiche;

333
3) la genesi delle malattie ha cause alimentari, sociali, ecologiche;
4) la spesa americana e svizzera per la vivisezione è paurosamente elevata;
5) l’alternativa alla medicina su base farmacologia sono la dietetica, l’igieni-
smo, la psicoterapia, l’omeopatia, il vegetarismo, la macrobiotica, l’ago-
puntura, la pranoterapia, l’oligoterapia, l’aromaterapia etc.;
6) abdizione radicale della sperimentazione animale;
7) le multinazionali farmaceutiche sono state grazie agli investimenti di Rock-
feller e Rothschild;
8) le multinazionali farmaceutiche devono essere eliminate (e fra queste: la
Farben, Bayer);
9) è necessario denunciare la pericolosa infiltrazione delle multinazionali far-
maceutiche all’interno del Parlamento europeo e dell’ONU.

8. Conclusioni

L’AV radicale rientra sia all’interno dell’ecologismo radicale che nel contesto
dell’anti-capitalismo. Sotto questo profilo, l’AV radicale si oppone alle multina-
zionali farmaceutiche nazionali e sopranazionali indicando nell’abolizione del ca-
pitalismo tout court una delle vie maestre cambiare in meglio il mondo.

334
4. NOTE SULL’ANTAGONISMO RADICALE DELL’ALF

1. Connotazione ideologica

Facendo riferimento alla documentazione disponibile su loro sito internet


non c’è dubbio che la loro visione del mondo possa essere caratterizzata nel mo-
do seguente:
1) animalista radicale (fondamentali sono le riflessioni di Tom Regan);
2) vegetariana;
3) anti-vivisezionista in modo radicale;
4) anti-capitalista;
5) ecologico-radicale (infatti alcuni autori di riferimento sono Bookchin e Ca-
pra).

2. Struttura

Come la maggior parte delle organizzazioni che attuano una conflittualità non
convenzionale anche l’AFL possiede una struttura a rete che è il risultato di cel-
lule autonome e clandestine. Questa logica organizzativa non consente o comun-
que ostacola ogni tentativo di infiltrazione.

3. Modalità operative

In linea di massima l’uso della violenza è abbinato all’uso delle tecniche tipi-
che della conflittualità non convenzionale e, più precisamente:
1) boicottaggio economico;
2) lettere di denuncia e protesta alla stampa;
3) proteste e dimostrazioni;
4) incendi a laboratori di sperimentazione;
5) liberazione degli animali della prigionia dei laboratori;
6) lettere esplosive;

335
7) minacce rivolte esclusivamente al personale addetto alla vivisezione;
8) atti vandalici nei confronti di edifici che ospitano laboratori che praticano
la vivisezione.
In definitiva l’uso della violenza viene legittimato solo come uno strumento
adeguato in talune circostanze ritenute particolarmente gravi.

4. Reazione delle Istituzioni

Allo stato attuale i provvedimenti più duri sono stati presi dagli USA che han-
no giudicato l’AFL una delle più pericolose reti terroristiche a livello internazio-
nale attraverso l’FBI e dall’UK via MI5.

336
5. NOTE SULL’ANTAGONISMO DI GREENPEACE

1. Origini

Stando alla ricostruzione di Weyler, GP (acronimo per Greenpeace, ndr) na-


sce nel 1971 a Vancouver grazie a Bohlern (sostenitore dell’ODC in occasione
della guerra del Vietnam). Stowe (uno dei primi attivisti che si mobilitò contro
i sottomarini nucleari) e Cote. La matrice ideologica secondo Weyler sarebbe da
rintracciarsi nella cultura dei Quackers (e delle loro tecniche di ANV e di resi-
stenza passiva), nella cultura hippy era soprattutto nell’ecologia radicale e nel pa-
cifismo.

2. Connotazione ideologica

Nelle campagne promosse e dalla documentazione disponibile sul loro sito


internet risulta che possa essere caratterizzata nel seguente modo:
1) ecologista radicale;
2) pacifista.

3. Modalità operative

Indubbiamente GP fa largo uso di tecniche tipiche della conflittualità non


convenzionale e fra queste segnaliamo:
1) uso di grandi striscioni con messaggi chiari e concisi;
2) dimostrazione pubblica e non violenta;
3) interposizione con canotti;
4) massima pubblicizzazione della protesta;
5) contro informazione campagne e documentazione fotografica o video;
6) denuncia legale;
7) petizione;
8) la sensibilizzare l’opinione pubblica;

337
9) il servirsi delle agenzie di stampa e dei più rinomati periodici;
10) le pressioni sulle istituzioni politiche e scientifiche (p.e. quelle di Mac
Taggart sullo scienziato russo Velikov);
11) concerti con stars internazionali per amplificare l’importanza dei loro
messaggi;
12) produzione di LP (p.e. l’album Breakthrough uscito nel 1989) a dimo-
strazione della efficacia sotto il profilo della guerra psicologica della mu-
sica.

4. Alleati

In breve:
1) la CITES;
2) l’IWC;
3) il WWF;
4) Amis de la Terre;
5) la Women’s International League for peace and Freedom;
6) il Campo di Pace di Greenham common in UK;
7) Pax Christi.

5. Principali campagne

GP è nata proprio in occasione dei tests nucleari americani e francesi (tra il ’71
e il ’72) contro i quali non si è stancata di opporsi. In secondo luogo la campagna
contro i rischi del nucleare pacifico; in terzo luogo contro gli OGM. In quarto
luogo contro le industrie che lucrano sui prodotti ricavati dall’uccisione delle ba-
lene; in quinto luogo contro la deforestazione praticata dall’industria del legno
nel Congo, in sesto luogo contro i rischi del trasporto su nave di scorie radioat-
tive o petrolio e contro i rischi delle industrie chimiche. Particolarmente signifi-
cativa per il nostro lavoro quella contro la violazione del TNP da parte USA e
contro la politica nucleare NATO e americana (ci riferiamo alla NPR varata
da Rumsfeld) che si è concentrata nel chiedere il disarmo nucleare unilaterale
e il ritiro dal territorio europeo di tutti gli ordigni nucleari (in particolare le bom-
be B-G1). Altrettanto significativa la denuncia di una assenza totale di democra-
zia all’interno della NATO.

338
6. Reazione delle istituzioni

Lo spionaggio rimane lo strumento per eccellenza (si pensi alla DGSE) uni-
tamente all’interposizione in mare della Guardia costiera e della Marina militare.
Particolarmente significativo l’affondamento della RW svolto dal DGSE su in-
carico del Ministro della Difesa francese. Anche l’espulsione è stata utilizzata (da
parte del governo francese nei confronti di McTaggart). Tuttavia la tecnica più
usata è stata quella di svuotare politicamente le iniziative di GP procedendo nel-
le proprie decisioni e non permettendo quindi il conseguimento di alcun risulta-
to pratico.

7. Bibliografia

Tutte le informazioni tratte sono state desunte dai rispettivi siti internet.Uti-
lissime sono le analisi della EGE proprio sulle scelte poste in essere dal movi-
mento.

339
6. CONSIDERAZIONI FINALI

Come abbiamo avuto modo di osservare la maggior parte di questi ‘players’


cioè associazioni, riviste telematiche o cartacee, intellettuali hanno praticato, e
praticano, una conflittualità non convenzionale che si serve ora della informazio-
ne warfare ora della guerra psicologica ora, infine, della disobbedienza civile.
Qualsiasi stato, a democrazia rappresentativa, deve oramai prendere atto che
l’insieme di questa organizzazioni costituisce una sorta di Quinta Internazionale
Informale (informale perché non ha ancora una struttura analoga a quella del
Kominform) e rappresenta un pericolo di elevato livello assimilabile al terrori-
smo per il mantenimento e l’ampliamento del potere da parte delle istituzioni
politiche, economiche e militari (siano queste nazionali o sopranazionale come
la NATO, l’FMI etc.). Opportuna in ultima analisi sarebbe un strategia transna-
zionale in particolare modo euro-americana che attui una serie di contromisure a
livello di counter intelligence analoghe a quelle messe in matto dall’OPC e dal-
l’IRD durante la cold war e che soprattutto sappia trarre profitto dagli studi re-
centi della EGE francese che non a caso ha rielaborato le strategia di guerra psi-
cologica della cold war per far fronte all’avanzata della mondializzazione e del-
l’antagonismo.

340
Appendice I
1. VOCI PER UN DIZIONARIO DEL SESSANTOTTO *

Beskeley. Il Free Speech Movement, nato il 2 ottobre del ‘64 presso l’Università di Ca-
lifornia allo scopo di dare forma ad una pluralità di associazioni universitarie, era costi-
tuito da un comitato esecutivo che consentirà a SAVIO di divenire un agitatore efficace,
ebbe come sua precipua finalità la politicizzazione della realtà studentesca (nonostante la
ferma opposizione del rettore Kerr) servendosi di modalità operative tipiche della Con-
flittualità non convenzionale: sit-in, assemblee, disubbidienza civile, guerra psicologica,
sciopero (quello dal 3 al 7 dicembre), boicottaggio (attraverso l’astensione dalle lezioni),
l’anti-militarismo (come nel caso della rivolta del ’66 contro l’ufficio di reclutamento della
Marina). Nonostante l’assenza di una precisa connotazione ideologica M/L e sindacale, lo
spontaneismo studentesco si fece promotore di ideali che diverranno patrimonio comune
del ’68 (almeno a livello programmatico): solidarietà, anti-autoritarismo, pacifismo, etc.

SDS. Sorta come associazione studentesca della SPD stringerà una alleanza nel ’65 con
la SDS americana per protestare contro la guerra del Vietnam. Come l’omologa ameri-
cana anche quella tedesca formulerà una critica impietosa al sistema universitario (si ve-
dano le riflessioni di Preuss e Offe) e alla GRUNDGESETZ che fu una legittima reazio-
ne allapolitica legislativo della CPU. Nel volgere di breve tempo la Freire Universite di
Berlino diverrà la base rossa della sinistra extraparlamentale tedesca e, in particolare,
della SDS. All’interno della università quale verrà praticata una articolata e diffusa vio-
lenza che toccherà l’apice con l’attacco alla sede del gruppo editoriale Springer del quale
verranno distrutti gli uffici. Solo con l’approvazione ampia e trasversale della legislazione
di emergenza la coesione delle associazioni studentesche verrà meno dando esito alla
scissione tra Sds e Apo e, in un secondo momento, alla proliferazione di gruppi settari
extraparlamentari che si frantumarono — rafforzando le istituzioni — o scelsero la via
della lotta armata dando vita alla RAF.

PISA. Nel febbraio del ’67 per protestare contro la Riforma universitaria Gui, ‘‘Il potere
operaio’’ occupa l’Università formulando una piattaforma rivendicativa nota come le ‘‘Tesi
della Sapienza’’. La legittima repressione delle forze dell’ordine compatterà l’opposizione
studentesca e ne allargherà la base coinvolgendo assistenti e docenti. Tale occupazione co-
stituisce un evento di rilievo perché per la prima volta una occupazione diversa da quelle
tradizionali finirà per egemonizzare la protesta e contribuirà al declino della LIGI. Nono-

* Fonte: A. Longo/G. Monti, Dizionario del ‘68, Editori Riuniti, 1998.

343
stante le accuse formulate dalla magistratura la massa studentesca attuerà tecniche tipiche
della conflittualità non convenzionale lanciando sassi contro la stazione della polizia e oc-
cupando i binari della stazione (episodi questi che rientrano nella agitazione sovversiva).

ROMA. A partire dal febbraio del ’68 scatterà l’occupazione della Facoltà di Lettere e
di Architettura alla Sapienza, occupazione in gran parte praticata dal Cento anti-imperia-
lista Che Guevara — di cui Scalzone e Piperno saranno gli esponenti più noti. La lotta
ideologica era di natura extraparlamentare. Significativa la presenza del gruppo degli ‘‘uc-
celli’’ che metteranno in campo pratiche antagoniste abbastanza originali. Con modalità
simili alle proteste delle altre università le occupazioni, i controcorsi e la connivenza con
docenti e assistenti, avrà lo scopo di sovvertire in modo pressante l’istituzione universita-
ria. In breve tempo, l’egemonia della protesta sarà dell’Unione ML e di POTOP. Gli
scontri raggiungeranno una maggiore intensità nel gennaio del ’68 a causa della presenza
di NIXON in visita nella capitale, proteste che ben presto saranno destinate a scemare.

TORINO. Con modalità operative analoghe anche a Torino vi saranno occupazioni, e


tentativi di trattative rese vane dalla intransigenza eversiva della massa studentesca. Per
quanto concerne la saldatura tra operai e studenti avverrà con la stessa modalità di quelle
delle altre università.

WOODSTOCK. Nell’agosto del ‘69 si svolse uno dei rilevanti raduni di rock di quel
periodo nel quale — per tre giorni — 250mila giovani sperimentarono uno stile di vita
alternativo basato sulla droga, sul sesso libero e sulla danza. Concretamente non fu altro
che una momentanea evasione dalla routine del consumismo capitalistico del tutto privo
di effetti sotto il profilo del contrasto del sistema capitalistico, mentre sul fronte del pro-
fitto capitalistico — paradossalmente — fu assai proficuo per le case discografiche! In-
somma W. fu l’emblema di come la riutilizzazione a fini capitalistici dell’anti-fascismo
fosse proficuo.

Scontri. Forse i due conflitti più noti tra studenti e forze dell’ordine si verificarono nel
mese di marzo del ’68 e si svolsero a Milano e a Roma. Le modalità operative furono in
breve le seguenti: intimidazione (l’ultimatum di Capanna al rettore Franceschini), scontri
sorti tra studenti e forze dell’ordine, sit-in, blocco del traffico, sciopero della fame e vio-
lente sassaiole. Entrambi gli scontri — quello della Cattolica e quello di Valle Giulia —
dimostreranno in modo irreversibile come l’uso della violenza fosse divenuto oramai
usuale ed ampio.

Cinema. Al pari di numerosi altri settori — l’avvocatura, la magistratura, il giornalismo


— anche il cinema non poteva sfuggire alla politicizzazione promossa dall’ANAC che at-
tuerà nel ’68 una occupazione non violenta presto risolta dall’intervento delle forze del-
l’ordine. Neanche a dirlo i principali animatori di questa occupazione saranno Bertolucci,
Ferreri, Pontecorvo, Zavattini reigstri la cui connotazione ideologica era fin troppo espli-
cita. Anche la Biennale di Venezia avrà uno svolgimento simile per finalità e modalità.

344
Maggio francese. I principali players antagonisti saranno: l’IS, Cohn-Bendit, il Movi-
mento del 22 marzo, l’Unef, la Cgt, la Cfdt, la FO, la Fer e realtà operaia mentre le prin-
cipali tecniche usate rientreranno nell’ambito della agitazione sovversiva: dal boicottag-
gio, agli scontri, alle barricate, alle sassaiole, all’uso delle molotov, allo sciopero generale,
alla occupazione delle fabbriche, delle università e di interi settori della città. Concreta-
mente, il maggio francese rappresenterà il pericolo più evidente per la stabilità del siste-
ma, pericolo che venne meno per la diversità degli scopi degli agitatori (riformistici e
anti-gollisti quelli del sindacato, rivoluzionari quelli delle associazioni extraparlamentari)
e per la abilità politica di De Gaulle.

Città del Messico. A differenza dei paesi occidentali, a Città del Messico il PRI fu in
grado — grazie alle sinergie di esercito e polizia — di reprimere rapidamente l’opposi-
zione studentesca coordinata dal Comitato di sciopero. Infatti in meno di un mese — dal
1 ottobre del ’68 al 3 ottobre dello stesso anno — ogni spazio antagonista verrà per legge
chiuso fino al 1977. La scelta repressiva fu possibile grazie ad un perfetto accordo tra le
istituzioni politiche e quelle militari che troppo spesso venne a mancare nelle altre de-
mocrazie occidentali.

Rettori universitari. Non mancarono certo gli esempi di rettori integri e capaci di opporsi
all’antagonismo eversivo, quali Romeo, Pupi e Agostino d’Avack. La loro risolutezza con-
sentı̀ un riscatto — seppur parziale — della classe docente in gran parte compromessa e
convivente con l’eversione (basti pensare a come esempio paradigmatico a Negri). E —
rimanendo in ambito universitario — come non sottolineare la coraggiosa presa di posi-
zione di Paratore che dimostrerà ampiamente nel documento del febbraio del ’68?

Anti-autoritarismo. L’istanza anti-autoritaria svolta alla Scuola, alla Fabbrica, alla Fami-
glia e spesso al concetto di Stato e di gerarchia non presenterà caratteri per nulla originali
perché sarà una rielaborazione — consapevole e non — della filosofia politica anarchica.

Assemblea. Nonostante, Viale e Rostagno avessero compreso la possibilità che l’assem-


blea si trasformasse in una forma di democrazia partecipativa fittizia, non furono — nei
fatti — in grado di evitarlo al punto che nel volgere di breve tempo i modelli centralizzati
e autoritari ritornarono a causa della formazione di gruppi fanaticamente politicizzati.

Black power. Inizialmente network di associazione nere — tra le quali il CORE e la Sncc —
sorse per iniziativa di CARMICHAEL e MEREDITH allo scopo di contrapporsi al riformi-
smo gradualistico di King e propose una secessione su base razziale da conseguirsi attraverso
l’uso della violenza (anche in termini insurrezionali) partendo dall’assunto della impossibi-
lità di collaborazione con i bianchi. Non certo a torto l’FBI lo prese sotto la sua ‘protezione’.

Collettivi. Se allo stato nascente i collettivi si fecero portavoci della filosofia anarchica,
anch’essi — proprio come l’assemblea — finirono per divenire una incubazione di isti-
tuzione autoritarie — analogamente alle formazioni di estrema sinistra.

345
Contro-informazione. Strumento essenziale della guerra psicologica del ’68 si concretò
ora sotto forma di critica della informazione ufficiale. Ora sotto forma di informazione
alternativa ora attraverso una articolazione innovativa dei medium (dai volantini ciclosti-
lati, ai documenti di ispirazione maoista, al teatro di guerriglia etc.) ora attraverso l’uti-
lizzo della sperimentazione linguistica.

Corteo. Oltre che per dare visibilità alle istanze delle associazioni, furono utili per pro-
muovere la contro informazione (a suon di slogan delatori), per intimidire l’interlecutore
avversario o per preparare modalità operative sovversive (occupazioni, scontri con le for-
ze dell’ordine, devastazioni, saccheggi, etc.)

Case editrici. Indubbiamente la Einaudi (come le collane ‘‘il nuovo politecnico’’, i ‘‘Pa-
perbacks’’) e la Feltrinelli — dal ’68 al ’70 in particolare — contribuirono a promuovere
in modo capillare e efficace la contro informazione — traducendo le opere di FANON,
MAO, Che Guevara, Trotskj, Malcom X etc. — e diventando il punto di riferimento per
un’intera generazione di studenti. In altri termini — al di là del giudizio di merito delle
singole opere — la attività editoriale delle due case editrici fu di grandissima efficacia 1.

Imperialismo. Efficace categorie ideologica, che servirà alla massa studentesca e alla in-
telligentia per inquadrare la realtà del mondo di allora e per attuare una lettura fanati-
camente politicizzata della realtà — cioè visceralmente anti-americana e anti-militarista 2.

Molotov. Che la violenza fosse nel DNA delle organizzazione extraparlamentari lo prova
l’ampia diffusione che ebbe la molotov a partire dal maggio del ’68 e lo prova la sua utilizza-
zione attuata dal ‘New York review of books’ e successivamente dal periodico ‘La Sinistra’.

Occupazione. Una delle innumerevoli forme attraverso le quali si esprime la conflittua-


lità non convenzionale, ha avuto come scopo non solo la promozione della protesta ma
anche l’autogestione a fini politici delegittimando in tal modo le istituzioni all’interno del-
le quali si svolgevano. In definitiva costituisce una variante del saccheggio dal momento
che i players che la attuarono utilizzarono le istituzioni occupate per finalità eversive.

Sit-in. Una delle più diffuse tecniche di conflittualità non convenzionale abbinata al
teach-in e all’hauting fu ampiamente usata da Gandhi, da King e poi dagli studenti di
Berkeley, e del Michigan e della Cattolica di Milano. Per quanto non violenta costituı̀
una forma di assembramento sedizioso (per usare la fraseologia di Pisano) volto in buo-
na sostanza a subentrare alle istituzioni.

1 Certamente anche la Samonà e Savelli — sorta nel 1963 — pubblicando Reich, Fromm ma

soprattutto le opere di Guerin, Mandel e Maitan contribuı̀ alla formazione politica dei militant. Si
pensi — a tale proprosito — all’impatto che esercitò il volume ‘‘La strage di Stato’’, tenendo conto
del fatto che gli editori militarono nella corrente trotskista del PCI.
2 La rivista Monthly review si farà portavoce proprio dell’anti-imperialismo e dell’antimilita-

rismo più viscerale sia della edizione inglese che in quella italiana non risparmiando elogi alla guer-
riglia in America Latina e alla rivoluzione culturale di Mao.

346
2. IL SESSANTOTTO SECONDO L’INTERPRETAZIONE
DI FO E DI PARINI *

È interessante l’ammissione degli autori secondo la quale il tentativo di attuare la


rivoluzione in Italia fu effettivamente svolto (anche se non riuscı̀). Rivoluzione che
nacque dalla esigenza di reagire ai golpe europei ed extraeuropei ma soprattutto dalla
volontà di prendere il potere. La divisione manichea del mondo ne fu una evidente
conseguenza: da un lato i ‘‘buoni’’ e dall’altro i ‘‘cattivi’’ cioè le forze dell’ordine,
le istituzioni militari, i democristiani, i missini, i servizi segreti, i docenti e i magistrati
reazionari etc. Uno dei bersagli — il termine è quanto mai appropriato — dell’anta-
gonismo sessantottino fu certamente la scuola ed, in particolare, il liceo, la selezione
classista e la necessità di trasformarla radicalmente insieme alla società anche attraver-
so l’uso della violenza rivoluzionaria. A tale proposito, più volte gli A. sottolineano
come — storicamente — i punti di riferimento non furono i pacifisti americani o il
pacifismo gandhiano ma i maggiori protagonisti della guerriglia del nostro secolo,
e, fra questi MAO, CHE GUEVARA, HO CHI MIN e i maggiori gruppi guerriglieri
come i TUPAMAROS. Concretamente questa progettualità eversiva prese forma tra-
mutando sia il PARINI che il BERCHET in vere e proprie ‘‘basi rosse’’ svuotando de
facto l’istituzione formativa di qualsiasi autonomia rispetto al settarismo e al fanatismo
politico del Movimento. Non a caso il punto di riferimento costante fu l’azione di
Capanna.
L’estrema politicizzazione raggiunta dal Movimento indusse buona parte di quella
generazione a utilizzare la musica rock (in particolare quella degli Stones e degli Zeppe-
lin) come strumento di guerra psicologica volta a stimolare la violenza cosı̀ detta rivolu-
zionaria (l’espressione è naturalmente mistificante!) tanto quanto una determinata pro-
duzione cinematografica (alludiamo p.e. a PETRI e al film EASY RIDER) la cui valenza
anti-sistema era una delle caratteristiche principali.
Proprio all’interno di questa ottica — da cultura antagonistica — la lettura di
autori quali SARTRE, REICH, HESSE o PREVERT procedeva di pari passo con
l’uso delle spranghe, delle molotov e della radicale contestazione dei dirigenti scola-
stici anche se appartenevano alla sinistra istituzionale (a riprova dell’elevato tasso di
settarismo presente nel movimento). Il tempo impiegato all’interno delle istituzioni
formative servı̀ anche a comprendere l’importanza dell’arte della persuasione per
prendere il potere (non solo all’interno delle assemblee) e per imporre la politiciz-
zazione attraverso la scelta di determinte tematiche (politicizzazione che precedeva

* Jacopo Fo e Sergio Parini, ’68, Feltrinelli, 1997.

347
parallelamente a quella svolta da LC, AO e POTOP delle industrie milanesi,e tori-
nesi) 1.
Per quanto concerne l’Autonomia operaia, le riflessioni degli A. sono di un certo ri-
lievo perché sostengono — onestamente — come la logica contestatrice che la sorregge-
va fosse in realtà leninista e come la prassi attuata fosse apertamente convivente come la
lotta armata 2.
Altrettanto rivelatrici sono le affermazioni relative alla prima azione armata attuata
nel gennaio del 1970 da parte del MS a San Babila e della progressiva militarizzazione
del servizio d’ordine del MS a partire dall’omicidio di Saltarelli. Che la violenza fosse
oramai diventata di uso comune (almeno quanto l’uso delle droghe leggere) è dimostrata
dai preparativi di guerra della primavera del ’73 (cap. XI), dalle armi dei katanga ai mi-
litanti di AO, dalla prassi eversiva di lotta comunista e da quella di LC nei confronti delle
forze dell’ordine (p. 87).
A livello di modalità operativa antagonista l’esperienza maturata dei TUPAMAROS
e dai WEATHERMAN risultò fonte di ispirazione per la attuazione della agitazione sov-
versiva e del terrorismo. Fondamentale fu l’attuazione del sequestro del giudice SOSSI
da parte delle BR che non a caso fu accolto con entusiasmo da tutta la sinistra antago-
nista e istituzionale (entusiasmo che ebbe modo di manifestarsi in modi differenti). Pro-
prio sul largo uso della violenza gli A. sottolineano come questa avesse giocato un ruolo
fondamentale della tradizione comunista e che, di conseguenza, non potesse destare al-
cuna sorpresa il suo uso indiscriminato tra il ’68 e il ’77. A tale riguardo Autonomia ope-
raia (sia Roma che a Milano) ne fece largo uso e la sua nascita fu resa possibile anche
dalla confluenza degli ex appartenenti al gruppo Gramsci, a POTOP e soprattutto al
Collettivo dei Volsci vero e proprio antesignano della agitazione sovversiva pre-terrori-
stica.
Per concludere, rimase un mistero come, dopo aver vissuto dall’interno esperienze di
tale natura, gli A. possano concludere negando la profonda continuita’ tra ‘68 e ’77.

1 A tale proposito proprio gli A. sottolineano l’importanza — in termini involontariamente

ironici — del lavoro di inseminatura attuato dalle sette comuniste.


2 Osservazioni queste che smentiscono esplicitamente le versioni date da NEGRI.

348
3. ASPETTI STORICO-IDEOLOGI DEL SESSANTOTTO *

1. L’estensione geografica

Non c’è dubbio alcuno che il ’68 ebbe una estensione mondiale coinvolgendo l’Eu-
ropa, il Nord e il Sud America e i paesi dell’Est (p.e. la Jugoslavia). Non a caso, al di là
delle specificità nazionali, la rivolta studentesca ebbe una portata mondiale come osservò
la Arendt (pur tenendo conto delle pertinenti osservazioni di ARON e di BAUMAN sul-
le diversità ideologiche che mobilitarono gli studenti dell’Est e quelli dell’Ovest). A tale
proposito, l’esistenza di una evidente corrispondenza, a livello di modalità operative ti-
piche dell’azione non violenta della conflittualità non convenzionale, prova l’esistenza di
un sostrato comune che non inficia il carattere policentrico e reticolare — come osserva
GERLACH — del movimento.

2. Il superamento delle logiche geopolitiche tradizionali

Una delle costanti che emerge con maggiore chiarezza da uno studio comparato dei
vari movimenti è indubbiamente l’esplicito rifiuto di logiche geopolitiche tipiche — p.e.
delle riflessioni di CARMICHAEL, degli slogans anti-NATO nel nostro paese o della
volontà di estendere il conflitto vietnamita a livello mondiale.

3. Diversità

Una conseguenza evidente del superamento di cui sopra fu certamente — p.e. l’esal-
tazione della lotta armata nel TERZO MONDO letto come profondamente altro aspetto
all’Occidente, che condusse non pochi attori del movimento a criticare radicalmente le
svolte autonome occidentali e i presunti golpe italiani e, di contro, a elogiare i sistemi
autonomi largamente presenti nel TERZO MONDO.

4. L’anti-razionalismo

* Fonte: Peppino Ortoleva, I movimenti del ’68 in Europa e in America, Editori Riuniti, 1998.

349
Fu certamente assai diffuso e determinato dalle seguenti cause:
1) le degenerazioni del nazionalismo attraverso il fascismo e il nazismo;
2) il fatto che il nazionalismo fosse una ideologia rilevante per determinate istituzioni
(quali quelle politiche e militari);
3) il fatto che il nazionalismo fosse uno strumento di grande rilevanza per la legitti-
mazione del consenso;
4) il fatto che il nazionalismo avesse determinato veri e propri genocidi.

5. Il localismo

Il rifiuto del nazionalismo determinò come logica conseguenza:


1) l’elogio dell’indipendentismo e del separatismo (dalle mobilitazioni della Barbagia
all’ULSTER);
2) la riscoperta del dialetto;
3) la strenua difesa dell’autonomia contro la logica centralistica..

6. La direzione generazionale

Con questa espressione facciamo riferimento alla giovane età degli attivisti (compresa
fra i sedici e i trent’anni) che attuarono una:
1) ribellione contro la autorità politica letta come illegittima e costituita sulla menzo-
gna (opposizione per nulla originale poiché mutuata dal movimento anarchico eu-
ropeo e americano) alla quale contrapponevano l’elogio di una democrazia altra
(analoga alla Comune di Parigi) servendosi:
1a) della irriverenza da applicarsi contro le tradizioni;
2a) della dimensione ludica a livello contestativo;
4) una contestazione della meccanica alienante della realtà che programmava la loro
della vita;
5) una feroce critica alla necessità di adeguarsi alla realtà.
Inoltre sottolinearono
6) la necessità di spazi autonomi (come le comuni, i quartieri riservati) — anche qui
ricalcando gli esperimenti anarchici — anche attraverso modalità estreme come
l’insurrezione o il terrorismo.
Naturalmente erano consapevoli della assoluta necessità di:
7) rifiutare qualsiasi tipo di integrazione o comunque di utilizzazione da parte della
logica consumistica come erano consapevoli della utilità di
8) richiamarsi al passato attraverso l’elogio degli IWW, del movimento anarchico
spagnolo, della resistenza, dello spontaneismo e della opportunità di adottare nuo-
vi linguaggi grafici, musicali e cinematografici.

350
7. La critica alle istituzioni formative

Concretamente il rifiuto delle istituzioni formative si costituiva a partire


1) dalla esaltazione della prassi politica all’interno della istituzione contro gli impe-
dimenti burocratici;
2) della difesa della scuola di massa letta come strumento di emancipazione;
3) dal rifiuto che l’università diventasse (come è diventata) parte integrante del si-
stema;
4) dal rifiuto della selezione classista;
5) dalla persuasione che solo una educazione altra potesse realmente emancipare
l’individuo;
6) dal rifiuto della asimmetria tra docente e discente;
7) dalla realizzazione di una scuola quadri fortemente politicizzata e intollerante;
8) dal superamento delle vecchie associazioni universitarie (p. l’unione goliardica
italiana);
9) dalla contestazione delle modalità del vecchio esame;
10) dalla progressiva dissoluzione delle barriere tra il modus vivendi intra-universi-
tario e l’extraunivesitario;
11) dal rifiuto dei logori programmi dai quali veniva esclusa la attualità;
12) dall’uso del dibattito politico-culturale all’interno delle aule scolastiche e univer-
sitarie;
13) dalla difesa dell’autodidattica collettiva;
14) dal rifiuto della lezione cattedratica;
15) dalla consapevolezza della impossibilità di una conoscenza neutrale;
16) dalla utilità della occupazione praticata con le modalità operative dell’agitazione
sovversiva;
17) dal radicale rifiuto dell’indottrinamento autoritario;
18) dalla consapevolezza di essere un soggetto — come massa studentesca — auto-
nomo e portatore di esigenze specifiche (p.e. in Italia attraverso una strategia di
alleanze secondo le modalità della Terza internazionale) come sottolineato dai
documenti dell’Università di Trento e dalle tesi della Sapienza;
19) dalla volontà di fare dello studente un attivista rivoluzionario che doveva conte-
stare il capitalismo a partire dalla istituzione formativa;
20) dalla necessità di ‘deporre’ il docente attraverso modalità operative progressive
che andavano dalla agitazione sovversiva alla azione non violenta;
21) dalla consapevolezza maturata — solo in un secondo momento — della irrilevan-
za della istituzione formativa quale vettore di prassi rivoluzionaria;
22) dalla urgenza di modificare in modo strutturale e non riformistico la istituzione
formativa;
23) dalla necessità di conseguire un reale egualitarismo contro la fittizzia selezione
attraverso i controcorsi, attraverso una educazione critica, attraverso una nuova
fondazione politica della sinistra extraparlamentare;
24) dalla necessità di legare strettamente conoscenza e azione politica per giungere ad

351
una reale presa di coscienza. In realtà, al di là della dimensione effimera di non po-
che proposte alternative — a comunicare da quella dei controcorsi — e al di là del
fatto che paradossalmente l’autoeducazione si costruiva su tematiche alla ‘moda’, la
istituzione formativa divenne un trampolino di lancio per un nuovo protagonismo
politico, culminato nella prassi extraparlamentare, nel terrorismo e infine sulle isti-
tuzioni politiche tradizionali ma divenne soprattutto il luogo per eccellenza, per su-
perare le istituzioni politiche, sociali, economiche e militari attraverso una rieduca-
zione totalmente caratterizzata dalla intolleranza e dal fanatismo politico.

8. Il sapere alternativo e critico

Quali contenuti nuovi sorsero con il ’68?


In primo luogo, la internazionalizzazione delle idee fu una delle caratteristiche più
evidenti almeno quanto le innovazioni delle forme della interanzionalizzazione stessa. Al-
ludiamo al paperback e al tascabile consentendo — a costi assai contenuti — allo stu-
dente l’accesso ai classici delle scienze umane o della filosofia, creando dunque una in-
dustria culturale vera e propria anche nei confronti della stessa elaborazione del movi-
mento e confermando implicitamente la naturale capacità di trasformare in merce
qualunque prodotto culturale. Da questa consapevolezza sorse la critica al libro-totem
(frutto dell’assimilazione acritica della rivoluzione culturale cinese) critica che si rivelerà
auto-contraddittoria dal momento che proprio il movimento getterà le basi per una fe-
ticizzazione dei testi marxisti, leninisti, stalinisti, maoisti e cheguevaristi, giungendo ad
un vero e proprio integralismo politico-culturale secondo il quale la cultura autentica
era di sinistra a causa del quale non pochi docenti e/o intellettuali di sinistra erano rite-
nuti in flagrante contraddizione a livello di prassi politica (si vedano ad esempio le criti-
che rivolte a Adorno e a Habermas).
In secondo luogo, l’enfasi posta sulla importanza dell’attività politica si trasformò
ben presto in una politicizzazione totalmente e profondamente intollerante. In terzo luo-
go, il movimento non poteva accettare la disuguaglianza culturale né poteva condividere
l’utilizzazione del sapere quale strumento di asservimento al potere (in particolare a
quello politico, economico e militare). In quarto luogo, il movimento sottolineava come
l’insieme del sapere fosse rivolto alla repressione e/o al contenimento del dissenso. In
quinto luogo, l’esigenza di creare spazi alternativi procedeva di pari passo con la convin-
zione che le istituzioni avrebbero ben presto riassorbito l’antagonismo. In sesto luogo, il
rifiuto di un sapere neutrale (rifiuto determinato dalla presa di coscienza che l’oggettività
mascherava l’asservimento del sapere) porterà il movimento ora ad una politicizzazione
della scienza ora alla negazione della oggettività in quanto tale. In settimo luogo, l’intel-
lettuale doveva essere spietatamente critico verso le istituzioni o altrimenti non era affat-
to un intellettuale ma un servo consapevole o meno del sistema.
In ottavo luogo, la socializzazione del sapere — l’esaltazione del collettivo per inten-
derci — porterà ad una critica impietosa e fanatica del lavoro individuale letto come pe-
ricolosamente borghese.

352
In nono luogo, l’utilizzazione dell’anti-psichiatria e della psicoanalisi nuovamente let-
ta, consentı̀ al movimento di destrutturare la identità dell’io (letta come fittizia), di rite-
nere falsa la demarcazione tra normalità e patalogia, di rivalutare culturalmente e poli-
ticamente la follia psichica, di valorizzare pratiche sessuali alternative anti-monogamiche
(smascherando false istituzioni come il matrimonio) portando in tal modo alla politiciz-
zazione della sessualità, alla centralità del suo ruolo anche per cambiare il mondo (l’in-
cremento del turpiloquio era proprio finalizzato a smascherare l’ipocrisia bigotta della
cultura borghese anche se ben presto divenne pura e semplice volgarità fine a se stessa).
In decimo luogo, il movimento auspicava la realizzazione di un rinnovamento pro-
fondo dell’umanità ispirato al socialismo utopico, al socialismo libertario, al socialismo
maoista, leninista, castrista che trovò , p.e. in Che Guevara, una vera e propria incarna-
zione, che trovò nella critica feroce ed unilaterale della civiltà occidentale una sua con-
cretizzazione.
Disgraziatamente questa esigenza porterà i suoi sostenitori a perdere di vista la ferrea
dinamica della realtà e a farli diventare utili strumenti in mano a quelle potenze che ave-
vano tutto l’interesse a fomentare l’opposizione all’Occidente. In undicesimo luogo, la
progettualità di un ordine nuovo era storicamente scarsamente originale dal momento
che la controcultura sessantottina riprendeva e/o rielaborava aspetti del cristianesimo
nella sua fase iniziale, dell’anarchismo europeo del seicento e dell’ottocento, del sociali-
smo utopistico, del programma dei livellatori e zappatori inglesi.
La democrazia assembleare (sia quella teorizzata dal Manifesto di PORT HURON
che quella del comunismo dei consigli) — p.e. era una riedizione della logica anarchica
e comunitaria che presto si tramutò o in un autoritarismo leaderistico o in una feroce
contrapposizione di punti di vista che vanificava la possibilità di giungere a conclusioni
comuni. Oltretutto la democrazia assembleare — democratica solo formalmente (come
rilevò lo stesso ROSTAGNO) — costituı̀ uin ottimo trampolino di lancio e un’ottima
palestra per future e radiose carriere politiche (al di là delle mistificazioni intellettuali
di TOURAINE e MORIN). In dodicesimo luogo, la struttura dei movimenti — struttu-
ra che ha anticipato quella dei movimenti no global attuali — era a forma reticolare (in
particolare quella del Black Power e quella del movimento studentesco).

9. Il ruolo dei partiti

In generale il movimento manifestò sempre una posizione fortemente critica nei con-
fronti dei partiti letti come strumenti di dominio e/o indottrinamento e volti al consoli-
damento del conformismo e alla assuefazione alle regole del sistema dominante.
D’altra parte il sistema dei partiti — nella maggior parte dei casi — accolse con osti-
lità le motivazioni e le modalità operative del dissenso studentesco, ostilità alla quale il
movimento seppe costruttivamente contrapporre sia media alternative (p.e. la Liberation
News Service o la New England Free Press) che soprattutto negli USA avevano una
autorevole tradizione alle spalle ed erano ispirate alle teorie semiotiche del dadaismo,del
futurismo e del surrealismo). A livello di modalità operative, l’opposizione si concretò

353
anche attraverso il boicottaggio economico o l’occupazione (si veda per esempio l’azio-
ne, tipica della agitazione sovversiva, dell’Sds tedesco contro SPRINGER), attraverso la
realizzazione di films a 16 mm , di documentari relativi alle manifestazioni, attraverso la
realizzazione di reti cinematografiche indipendenti o del magnetofono portatile fino al-
l’uso di una spontaneità linguistica lontana dagli artifici della demagogia ufficiale. In bre-
ve le altre caratteristiche della nuova sperimentazione si attuarono attraverso
1) l’uso di dibattiti dopo le proiezioni;
2) l’uso del Kitsch e della cultura di massa;
3) l’uso di una terminologia sboccata a scopo trasgressivo e anti-borghese;
4) la realizzazione di produzione cinematografiche a carattere collettivo ispirate alle
riflessioni di VERTOV e BRECHT;
5) l’uso del film — documento (come La Reprise DU TRAVAIL AUX USIHES
WORHDER del giugno del ‘68);
6) o del film-saggio (come LAHORA DE LOS HORNOS );
7) o della parodia del clip.
In definitiva il movimento promosse una contro informazione non meno faziosa e
intransigente di quella ufficiale, (d’altronde l’obiettività non era forse una mistificazio-
ne?) una contro informazione volutamente connotata come ‘guerra controinformativa’
cioè — nella nostra terminologia — come guerra psicologica che ben presto venne assi-
milata dalla cultura dominante (p.e. la trasgressione sessuale divenne pornografica).

10. L’opposizione al sistema

Questa doveva essere permanente (come sottolineava DUTSCHKE) proprio come


aveva indicato MAO e si concretava ora attraverso le tecniche dell’azione non violenta
(terminate da Thoreau e Gandhi) ora - assai più spesso - attraverso l’agitazione sovver-
siva.
A tale proposito, il rifiuto della guerra convenzionale — letta con tipica manifesta-
zione dell’imperialismo — si accompagnò alla esaltazione (e alla pratica) della guerriglia
interpretata nell’ottica maoista e che guevarista. Quanto alla condanna della istituzione
militare e della tecnocrazia fu sempre letta e radicale (almeno quanto l’anti-americani-
smo e il rifiuto del realismo politico come griglia interpretativa della realtà storica) tanto
che agevolmente possiamo parlare di anti-militarismo radicale. Una delle conseguenze
più evidenti sarà la contrapposizione teorica tra un mondo storico connotato dalla op-
posizione e dall’autoritarismo e una realtà rivoluzionaria che spesso trovò nel terzo mon-
do il proprio luogo privilegiato; oppure la politicizzazione che ossessivamente portava il
militante a etichettare qualunque manifestazione di pensiero e di azione secondo le ca-
tegorie bipolari di destra e sinistra. Ideologicamente parlando, al di là delle differenze tra
l’antagonismo anglo-americana e la nuova sinistra francese, italiana e tedesca, il sociali-
smo (in tutta le sue forme da quello autoritarie a quella libertine) e l’anarchia (da quello
europeo a quello americano) erano indubbiamente i punti di riferimenti storici impren-

354
scindibili. Quanto al rapporto con i partiti comunisti e i sindacati, questo fu costruito
all’insegna ora della reciproca diffidenza e ostilità ora della collaborazione. L’utilizzo
— storicamente infondato — della specifica categoria storica del fascismo per connotare
tutti i fenomeni culturali conservatori fu una delle conseguenze di una lettura fanatica-
mente politicizzata della storica incapace — spesso — di distinguere le varie tipologie di
sistema politico (in Italia, p.e., i vari governi democristiani erano fascisti tanto quanto
quelli dei regimi latino-americani.) Fra l’altro, questo uso disinvolto e fallace delle cate-
gorie storiche, è fatto proprio anche dall’attuale movimento anti-globalizzazione.
La demonizzazione dell’avversario (l’uomo politico, le forze dell’ordine particolar-
mente disprezzate, la magistratura non progressista) fu uno dei procedimenti ideologici
maggiormente usati almeno quanto l’ossessione per golpe imminenti e l’uso della dietro-
logia che vedeva nei poteri occulti (servizi di sicurezza in primis) la genesi del male.
Altrettanto radicale sarà il rifiuto della democrazia rappresentativa e del partito contro
i quali le modalità operative saranno ora l’azione diretta ora quella del logoramento ora
la rivoluzione violenta letta come obiettivo realmente perseguibile grazie alla quale la so-
cietà nuova e l’uomo nuovo avrebbero trovato modo di realizzarsi (come negare, a tale
proposito, la dimensione millenaristica di questa speranza?)
E che dire della famiglia borghese che fu sottoposta ad una critica impietosa aprendo
la strada alla legittimazione del divorzio, della convivenza svincolata dal potere dello Sta-
to e della chiesa?
Come trascurare il ruolo della violenza letta ora come strumento offensivo ora come
strumento difensivo di fronte alla repressione (legittima e doverosa aggiungeremo noi)
delle forze dell’ordine? Come sottovalutare — a tale proposito — l’uso di tecniche da
guerriglia urbana del maggio del ’68 a Parigi che avrebbero dovuto condurre ad una in-
surrezione generale? Infatti proprio alla fine del ’68 la degenerazione militarista getterà
le basi — in America e in Europa — della lotta armata in nuce già presente sotto il pro-
filo strettamente ideologico già durante il ’68. A tale proposito, la demonizzazione delle
forze dell’ordine fu radicale almeno quanto quella della NATO interpretata come il
‘braccio armato dell’imperialismo USA in Europa’, interpretata cioè secondo i dettami
della propaganda della cold war (più specificamente secondo l’approccio sovietico). Il
panpoliticismo — altra caratteristica determinante del ’68 — porterà ad una estrema po-
liticizzazione della avvocatura, della magistratura politicizzata che avrà — di lı̀ a breve —
conseguenze nefaste almeno quanto la sindacalizzazione della polizia. Accanto alla mitiz-
zazione del guerrigliero o dei movimenti guerriglieri (da Villa a Che Guevara, da Fanon
a quello vietnamita), l’operaio — come la fabbrica — vennero strumentalmente — dei-
ficati per sottolineare la funzione rivoluzionaria — in un’ottica operaista per esempio —
accanto a quella dello studente con il quale avrebbe dovuto stringere un’alleanza di ferro
per innescare la rivoluzione.
Concretamente si trattò di un vero e proprio indottrinamento ideologico - analogo a
quello del socialismo e dell’anarchismo, volto a istigare l’operaio contro il padronato lo-
cale e contro il sistema capitalistico tout court.
Proprio il sistema capitalistico era visto come la principale incarnazione del male, un
sistema economico questo che fu d’altra parte oggetto di riflessioni analoge a quelle della

355
tradizione socialista e marxista. Ma il male aveva molteplici volti e fra questi il carcere
che non poteva che essere accettato (l’approccio riformistico era troppo marcatamente
borghese per essere condiviso) almeno tanto quanto l’istituzione militare (recuperando
stancamente l’anarchismo e il pacifismo iberico) e quella manicomiale. Proprio rifletten-
do sulle carceri e sui manicomi il movimento individuò negli esclusi di queste istituzioni
un altro soggetto rivoluzionario.
Un altro aspetto tutt’altro che marginale fu la realizzazione di comunità nelle quali si
poteva sperimentare liberamente un modus vivendi altro rispetto alla corretta società, un
modus vivendi autentico che poteva anche implicare l’assenza di opposizione violenta o
la presenza della resistenza passiva ma anche la non partecipazione alla società dominan-
te.
In buona sostanza si progettarono comunità autogestite all’interno delle istituzioni
(delle fabbriche, delle università, della città) o all’esterno delle istituzioni traendo ispira-
zioni dalle esperienze di FOURIER e PROUDHON per giungere infine a comunità po-
litico-religione ante signane della new age.

11. Conclusione

Nonostante le varie sperimentazioni, la rinascita all’interno del movimento di gruppi


o politici più o meno organizzati rese vana l’alternativa utopica proposta tanto quanto la
riaffermazione della divisione tra intellettuali e popolo. L’antagonismo tra azione non
violenta e agitazione sovversiva che aveva connotato ampiamente tutto il movimento,
venne meno a favore della lotta armata. L’esigenza di superare la democrazia fittizia
— quella rappresentativa — si trasformò nella realizzazione di gruppi fortemente accen-
trati e fortemente gerarchizzatii (come i gruppi terroristici quali la RAF e le BR). Quanto
alla persistenza nel nostro paese del movimento, questa fu determinata ora dalla convi-
venza ora della superficialità della classe politica e del potere sindacale che vanificarono
da facto l’ottimo lavoro di intelligence promosso dall’Ufficio Affari Riservati (attraverso
la DIGOS e poi l’UCIGOS) e dalla Difesa (dall’Arma al SID). A tale proposito — sia
sufficiente ricordare la reazione di buona parte della classe politica italiana, vile, incapace
di comprendere la portata reale del movimento sotto il profilo della stabilità delle istitu-
zioni e dell’ordine pubblico e la connivenza di fronte alla relazione del prefetto MAZZA
— che aveva lucidamente compreso — come d’altronde MIGLIO, ROMEO, MONTA-
NELLI — la deriva eversiva del movimento e la esplicita legittimazione e copertura da
parte del personale docente e degli intellettuali.

356
4. L’INTERPRETAZIONE DEL SESSANTOTTO
E DEL SETTANTASETTE DI MORONI *

Sarebbe indubbiamente un grave errore sottostimare la portata eversiva di non pochi


avvenimenti che precedettero e anticiparono il ’68. Si pensi — a mo’ di esempio — allo
sciopero del giugno del sessanta e alle successive manifestazioni la cui composizione di
classe sarà di estremo interesse per comprendere il ruolo cruciale svolto dalla simbiosi
di ex-partigiani (soprattutto appartenenti all’ANPI e al settore della ‘Resistenza tradita’),
studenti della FGCI e operai ampiamente sindacalizzati, simbiosi che svolgerà una sorta
di antecedente rispetto alle manifestazioni future, come dimostra la repentina radicaliz-
zazione dei manifestanti che travalicherà gli angusti limiti imposti dalla Cgil. Altrettanta
significativa sarà la manifestazione filocubana del ’61, sorta sotto gli auspici della base del
Pci milanese, che si concretizzerà in uno duro scontro fisico tra polizia e manifestanti al
quale — ancora una volta — prenderanno parte gli studenti. In particolare, la natura anti-
americana e — lo ribadiamo — filocubana costituirà un elemento costante in tutti i mo-
menti extraparlamentari — dal ’68 al ’77 — almeno tanto quanto centrale risulterà la di-
mensione operaista, di estrema sinistra e anti-politica codificata dai ‘Quaderni Rossi’, la
rilevanza della rivoluzione culturale cinese per il M/L e la contro informazione attuata
dalla musica alternativa (si pensi all’Equipe 84, ai Rockers e soprattutto ai Nomadi e alla
Pravo) e dalla influenza della Beat Generation. Proprio la cultura americana rivestirà un
ruolo decisivo — sia nel contesto dell’anti-militarismo che in quello delle rivolte sociali —
nel condizionare profondamente intere generazioni — attraverso la Einaudi, la De Dona-
to e la Feltrinelli. Si pensi — a mo’ di esempio — alla abile campagna di disinformazione
premessa dalla Einaudi in merito alla questione nera campagna volta a sostenere la leceità
della insurrezione del Black Panter Parthy — o al Cantacronache nato nel ’58 con lo sco-
po di attuare una sistematica contro informazione attraverso la musica politicizzata (p.e. i
canti di protesta del popolo italiano, per i motti di Reggio Emilia o le basi americane di
Assunti del ’66). Al contrario l’abbinamento tra pensiero marxiano e pensiero anarchico
caratteristica della IS (sosta nel 57 a Cosio d’Arroscia) troverà scarsa eco nel ’68 per essere
successivamente recuperata nel ’77. Un altro elemento determinante nel condizionare
l’interpretazione della realtà delle giovani generazioni fu certamente ‘il complottismo ita-
lo-americano’ che troverà nel volume di Faenza (‘‘Il Malaffare’’) un testo di riferimento
prezioso per la successiva contro informazione anti-americana e anti-militarista. La demo-
nizzazio dell’intelligence americana e italiana diverrà un leit-motiv costante per la cultura
antagonista e per la propaganda della sinistra istituzionale.

* N. Balestrini/P. Moreni, L’orda d’oro, Feltrinelli 1988.

357
Eventi altrettanto significativi saranno lo sciopero di Genova del 1960 e la rivolta di
Piazza Statuto del ’62 in quanto costituiranno veri e propri episodi di insurrezione fon-
damentali per comprendere il ruolo cruciale che la violenza operaia e studensca rivestirà
nel ’68 e nel ’77, realtà operaia che — non a caso — sarà oggetto di pesantissimi e mol-
teplici condizionamenti non solo da parte dell’ala più radicale della CGIL ma soprattut-
to da parte dei ‘‘QR’’ e di ‘‘Classe operaia’’ e dunque di Moltaldo, e Panzieri e Tronti,
realtà operaia che mostrerà la sua pericolosità anche in occasione dello sciopero dell’ot-
tobre del ’63 alla FIAT. Commenta MORONI: ‘‘(...) lo sciopero prende la forma di un
antagonismo di classe che esprime i tempi e l’intensità dello scontro politico di classe’’
(p. 144). Storicamente le prime organizzazioni M/L diverse dal PCI che attueranno una
sistematica strumentalizzazione della massa operaia — in nome di un autentico lenini-
smo maosta — saranno il gruppo M/L di Calò e Duse (sorta nel ’62 a Padova) e le Edi-
zioni Oriente sorte nel ’63 a Milano , esperienze che culmineranno nella fondazione del
’64 della rivista Nuova Unità e nel ’65 della pubblicazione ‘‘Il Comunista’’ entrambe col-
locate alla sinistra estrema del Pci. Solo nel ’66 nascerà il primo partito M/L autonomo
del Pci nato come Pcd’I M/L e la prima Federazione castrista porterà a incitare le nuove
generazioni alla pratica della guerriglia sulla falsa riga di Mao e del Che. La legittimità
della violenza rivoluzionaria diverrà un punto fermo almeno quanto la militarizzazione
del guerrigliero e la falsificazione della realtà operata nei confronti del Che e di Torre-
s,falsificazione che condurrà numerosissimi giovani ad un approccio privo di qualsiasi
senso della realtà come dimostrano ampiamante la fraselogia presa in prestito acritica-
mentente dal lessico rivoluzionario. Dissertare di ‘rovesciamento dello stato’, auspicare
la formazione di ‘un movimento rivoluzionario’ erano espressioni cosı̀ usate da risultare
ben presto ridondanti 1.
Non diversamente d’altronde dalla enfasi posta sulla non neutralità della scienza che
condurrà l’intelligenza a recuperare l’irrazionalismo ottocentesco! Dicevamo dell’uso
diffuso della violenza: questa consolidarsi cosı̀ a lungo nel nostro paese, a causa della
convivenza di larga parte del governo con le istanze sovversive del MS e dell’antagoni-
smo extraparlamentare e della intrinseca debolezza del sistema italiano che — p.e. —
spinse il governo al rilascio degli studenti arrestati durante gli scontri a Valle Giulia e
che costrinse il rettore a riaprire l’università di Roma 2. Debolezza che consentirà —
fra l’altro — la nascita e l’affermarsi di Magistratura democratica, degli ‘‘avvocati-com-
pagni’’ (p. 344), e dei giornalisti democratici e soprattutto di Soccorso Rosso vero e pro-

1 Contrariamente alla interpretazione di Bianchi che legge nel ’68 ‘‘uno spartiacque epocale’’

l’auspicato esito rivoluzionario fatto proprio dal MS e dalle organizzazioni extraparlamentari non
poté giungere a compimento sia per il congenito estremismo irrealistico sia per la capacità del si-
stema capitalistico di fagocitare e trasformare a proprio vantaggio qualsiasi opposizione anche
quella più radicale.
2 Indubbiamente l’insuccesso della cultura extraparlamentare nell’abbattere il sistema fu an-

che determinato dalla dispersione dei gruppi antagonisti, dal loro settarismo che li portò a farsi con-
correnza reciproca in modo spietato finendo per indebolire il raggiungimento dell’obiettivo finale.
L’insieme di questi elementi condurrà i raggruppamenti extraparlamentari a estinguersi in breve
tempo.

358
prio network antagonista ante-litteram. Quanto all’affermarsi della lotta armata — al di
là del mancato riconoscimento della sua reale matrice politica e alla dietrologia complot-
tistica — questa non costituı̀ una deriva irrazionale ma una coerente scelta ideologica
rispetto alle premesse poste nel ’68. D’altronde la rivista ‘Sinistra proletaria’ (nota del
1970 a cura del CPM) — vera e propria antesignana delle BR — non aveva preso forse
origine dai CLUB? E i suoi fondatori non provenivano forse ‘‘dall’esperienza dell’Uni-
versità di Trento’’ (p. 387)? E, infine ‘‘il concetto di lotta di lunga durata non era già
stato teorizzato sempre nel contesto della Università di Trento come opportunamente
ricorda MORONI? La gran parte dei militanti di POTOP, LC e del CPM non avevano
concordamente deciso di dotarsi di adeguata strutture politico-militari? La scelta di usa-
re la guerriglia urbana, quale strumento privilegiato per l’offensiva anti-capitalistica da
parte di CAP di Feltrinelli e del CPM, non era la conseguenza delle premesse poste
già nel ’68? La pubblicazione apertamente terroristica di ‘‘Nuova Resistenza?’’ (nata
nel 1971) non trovò — anche nella base del Pci condivisione ideologica? D’altronde dal-
la scissione dal PCI e dalla FCGI non provenivano Franceschini e Gallinari (p. 401)?
Non furono LC e POTOP a dare ampio spazio — segno questo di convivenza — alle
azioni terroristiche dei GAP? (p. 404) E a proposito dei GAP, Feltrinelli non era forse
un entusiasta ammiratore di CASTRO che già era stato ampiamente mitizzato dalla di-
sinformazione pubblicistica nel ’68? Il movimento ‘‘Dannati della terra’’ — dal quale
prenderanno origine i NAP — non era stato legittimato da LC? (p. 418). A tale propo-
sito, MORONI — dopo aver indicato brevemente le differenze a livello di comprensione
e natura sociale tra i NAP e le BR — mostra una non sorprendente solidarietà con i ter-
roristi nappisti riuscendo a trasformarli in vittime della repressione! Insomma un vero e
proprio ribaltamento di ruoli, nel quale le forze dell’ordine e la magistratura rappresen-
tano ‘‘la faccia cattiva e perversa’’ della realtà! Sulla stessa scia si muovano NEGRI e
CASTELLANO in relazione all’autonomia formulando una criptica e mistificante inter-
pretazione del movimento del ’77. Ad ogni modo — prendendo entrambe le interpre-
tazioni in considerazione — emergono alcuni punti fermi circa la genesi del ’77 e le sue
modalità operative: secondo Negri l’area dell’Autonomia sorse dei comitati autonomi dei
Volsci che ebbero una natura spontaneistica e il cui radicamento sociale proveniva da
contesti diversi ‘‘ospedalieri, ferrovieri, operai dell’energia, studenti fuori sede di RO-
MA’’ e dalla articolata simbiosi tra gli ex-militanti del gruppo Gramsci, di POTOP e
di LC dalla quale reclutarono i Comitati Comunisti rivoluzionari. Tuttavia la caratteri-
stica ideologica più rilevante NEGRI la individuava nella dimensione leninista-militari-
stica dell’Autonomia Operaia organizzazione emersa chiaramente già nel 1973.Insomma
— a parte i Volsci romani — l’area dell’Autonomia fu il risultato della coesistenza dei
CPS e dei periodici ROSSO, Senza Tregua, Potere operai per il Comunismo, e infine
di Attraverso nato nel ’75. Al di là della interpretazione di Castellano i dati informativi
che risultano esserci preziosi sono certamente i seguenti:
1) non poche problematiche dell’Autonomia furono anticipate dai Quaderni Rossi;
2) il Comitato operaio studenti della Bassa padovana costituı̀ un prezioso tassello nel-
l’ambito dell’Autonomia dal momento che le proteste, il sabotaggio, gli scioperi
articolati costituivano le principali forme di conflittualità non convenzionale;

359
3) la facoltà di scienze politiche padovane sarà il laboratorio principale della teoriz-
zazione eversiva dell’Autonomia a partire dal ’75 e l’egemonia — a colpi di mo-
lotov — sarà rapidamente conseguita;
4) nello stesso anno si diffonderà la illegalità di massa ai danni dei democristiani e
della istituzione universitarie;
5) l’anno successivo — nel 1976 — l’uso della espropriazione proletaria e la pratica
dei seminari autogestiti diverranno forme antagoniste costanti;
6) nelllo stesso anno la nascita di Radio Sherwood rappresenterà un potente mezzo
di disinformazione.
Quanto alla ricostruzione formulata da MORONI, questa si può agevolmente com-
prendere nel modo seguente:
1) il ’77 fu certamente critico nei confronti della mitologia del sessantotto
2) il movimento prese atto della impossibilità oggettiva di portare il PCI su una via
rivoluzionaria e della scarsa autonomia di DP;
3) la critica al riformismo politico venne radicalizzata dal movimento del ‘77;
4) i Circoli del proletariato giovanile saranno l’anima dell’Autonomia;
5) il radicamento dei Circoli fu reso possibile anche dall’appoggio di di LC;
6) i CPG rivendicarono esplicitamente l’uso della violenza, la pratica della vigilanza anti-
missina e anti-istituzionale, la requisizione degli edifici, la liberizzazione della droga,
l’esproprio dei supermercati, l’occupazione delle università a scopo provocatorio;
7) i CPG presero atto della opposizione sia del PCI che della CGIL alle pratiche
conflittuali messe in atto e si resero conto che un gran numero di intellettuali
di sinistra — come ASOR ROSA e SANGUINETI — si erano oramai pedissequa-
mente adeguati alla linea istituzionale;
8) i principali soggetti sociali dell’Autonomia saranno i precari, gli studenti e gli ope-
rai;
9) come durante il ’68 anche nel ’77 le Università divennero vere e proprie basi rosse
in costante stato di fermento che verrà a radicalizzarsi dando esito a scontri a fuo-
co con le forze dell’ordine;
10) il varo della Legge Reale e l’istituzione delle Carceri speciali furono interpretati
come strumenti di inammissibile repressione (rilevante ammissione poichéne
confermava l’efficacia);
11) le considerazioni sul ruolo degli intellettuali autogestiti — valutazioni volte a sot-
tolineare la pericolosità politica culturale — formulata dalla Trilateral Commis-
sion nel 1975 — furono lette come reazionarie;
12) la risoluzione e l’efficacia della controffensiva degli Interni furono interpretate
come una pericolosa deriva reazionaria (confermando in tal modo la loro effica-
cia);
13) rispetto alla lotta armata l’Autonomia mostrò convivenza e complicità. Opportu-
namente — a conclusione del volume — gli A. condividono ampiamente l’inter-
pretazione di VIRNO sugli esiti dell’antagonismo contemporaneo, valutazioni
che sottolineano la centralità dei COBAS e dei CSAO considerati veri e propri
eredi del movimento del ’77.

360
5. IL SESSANTOTTO SECONDO L’INTERPRETAZIONE
DI MARIO CAPANNA *

Allo scopo di comprendere lucidamente l’interpretazione dell’autore utilizzeremo


una griglia interpretativa analoga a quella usuale.

Formazione culturale e referenti ideologici. I primi passi nel contesto della cultura alta
furono compiuti attraverso la lettura di MARX e dei più autorevoli ‘‘teologi cattolici’’
dal cui studio non trassero alcuni giovamento (al contrario di quello svolto su Don Mi-
lani, Torres e Balducci). Nell’ambito della riflessione politica di estrema sinistra operai-
sta l’influsso dei Quaderni Rossi e dei Quaderni Piacentin fu indubbiamente rilevante
per legittimare la necessità di una simbiosi tra lotta studentesca e operaie. Sul fronte del-
la pubblicistica estera la Monthly Review fu indispensabile per approfondire la dinamica
capistalistica americana e i Quaderni dell’Editrice Oriente per consolidare una interpre-
tazione critica e dogmatica della Cina. A tale proposito, la riflessione sulla rivoluzione
culturale cinese (e in particolare quella sull’opera delle Guardie rosse e sulla Comune
di Shangai) si colloca all’interno di una interpretazione storica priva di imparzialità e fi-
nalizzata a screditare la politica sovietica . Inoltre nel volume dell’A. manca qualsiasi pre-
sa di coscienza critica a posteriori sulla dimensione profondamente reazionaria della ri-
voluzione cultura cinese ed è assente qualsiasi autocritica sugli innumerevoli elogi tribu-
tati a Stalin dei documenti ufficiali del MS.
L’assurdo abbinamento tra i valori democratici e il desiderio di pace — a parole de-
cantati — da un lato e la difesa ad oltranze dell’OLP, della guerriglia vietcong, di quella
del Che e del Black Power dall’altro lato costituiscono una caratteristica tutt’altro che
marginale anche per il MS. Quanto al riconoscimento tributario ai Provos, e in partico-
lare a Savio e a Rubin, questo era scontato e prevedibile dal momento che gran parte
delle metodologie antagoniste furono mutuate proprio dall’esperienza americana.

Alleati. La rete di alleanze costituita nel corso di anni fu nel contempo solida e ampia:
l’Anpi (e in particolare Pesce, Moscatelli e Vidali), la base della CGIL, i CLUB Pirelli, gli
avvocati democratici (quali Spazzali, Pecorella e Tanzi), i giornalisti (Cederna, Bocca,
Stajcenok, Risé), i deputati della sinistra (in particolare Scalfari e), i Comitati dei giuristi
democratici, quelli dei giornalisti per la libertà e infine quelli dei docenti come Menepa-
ce, Paci, etc.
L’interpretazione spontanea e/o predefinita di questi players fu in grado — sovente

* Fonte: Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 1994.

361
— di attuale un rilevante pressing politico e di movimentare la public opinion ai danni
delle istituzioni politiche. A tale proposito Mazza e Guida — due noti questori — furo-
no rapidamente cassati.

Rivali. Indubbiamente la gran parte delle altre sette M/L ed in particolare AO.

Nemici. Naturalmente l’insieme di quelle istituzioni politiche nazionali e non che osta-
colarono o reagirono con la repressione (attraverso la promulgazione dello Stato di
emergenza politico) di fronte alla avanzata dell’antagonismo: dalle istituzioni politiche
quali la DC, l’MSI, a quelle politico-militari quali la NATO, la polizia, i Carabinieri, i
questori e i prefetti, alla stampa conservatrice (dalla ‘‘La Notte’’ a ‘‘Berghen’’, a Monta-
nelli), alle singole figure di leaders politici (quali Saragat e Spadolini, Kissinger e Rea-
gan), alle istituzioni politiche presidenzialistiche (come il gollismo che aveva rapidamen-
te liquidato il maggio francese) e) fino ai raggruppamenti conservatori informali quali fu
la Maggioranza silenziosa.

Strumenti. Un’ampia gamma di strumenti antagonisti fu usata:


1) la violenza offensiva/difensiva dei Katanga;
2) la Pychological Warfare: attraverso la contro informazione dei RAP e del BOD
della Statale, attraverso l’utilizzazione ideologica della resistenza, attraverso l’inter-
pretazione della legittima repressione come vero e proprio strumento reazionario,
attraverso l’usuale denominazione dell’avversario come fascista, attraverso la co-
stante mistificazione della realtà o attraverso il voluto travisamento del significato
del concetto di democrazia;
3)il sabotaggio interno delle istituzioni secondo l’insegnamento gramsciano (all’inter-
no della Università Statale di Milano e di buona parte delle scuole superiori di Mi-
lano);
4) promuovendo la disubbidienza e lo sciopero a getto selvaggio nelle fabbriche;
5) attuando minacce e intimidazioni;
6) promuovendo e osservando la disobbedienza civile e l’illegalità.

362
6. NOTE SUL DISSENSO CATTOLICO *

Il MS della Cattolica di Milano — e la solidarietà manifestata verso di esso da parte


di don GIAVAZZI e don CUMINETTI — fu una delle prime forme attraverso le quali
si concretò il dissenso cattolico in Italia. Al di là della natura culturale — che fu appunto
cattolica — di non pochi leaders (fra i quali la CAGOL, SORBI, BOATO e lo stesso
CAPANNA) non pochi militanti della contestazione studentesca provenivano dalle
ACLI e dalla FUCI e — in breve tempo — scavalcarono a sinistra la gran parte dei mi-
litanti di provenienza comunista promuovendo tecniche tipiche della conflittualità non
convenzionale. Fra le quali: le assemblee autogestite, la disinformazione (nell’ambito del-
la quale la manipolazione interpretativa — p.e. delle opere di MARITAIN —, la disin-
formazione sistematica delle vicende storiche contemporanee e della loro attività antago-
nista giocarono un ruolo determinante) e la graduale costituzione di alleanze trasversali
con il mondo associativo-sindacale e politico (per garantirsi una adeguata protenzione di
fronte alle prevedibili reazioni delle autorità accademiche e di quelle di pubblica sicurez-
za).
Indubbiamente non poche delle contestazioni promosse poterono attecchire (e dif-
fondersi in modo capillare da università a università) grazie alla connivenza-complicità
di docenti, assistenti e ricercatori, all’autoritarismo di cui diedero prova tutte le organiz-
zazioni studentesche (da Trento a Milano), e all’ampio uso della violenza verbale (minac-
ce, improperi, diffamazioni) e di quella fisica (dal lancio di cubetti di porfido contro la
polizia alla violenza teppistica contro il dissenso di studenti e docenti). Proprio l’insieme
di queste modalità — frutto della contaminazione tra conflittualità non convenzionale e
conflittualità tradizionale — indussero le autorità accademiche ed ecclesiali a considera-
re il sedicente antagonismo cattolico fuori dalla tradizione religiosa (nonostante il fatto
che questo avesse riscosso larghi consensi presso settori non marginali della realtà poli-
tico-sindacale cattolica). Una forma di dissenso cattolico, parallelo a quello laicale, fu
certamente quello ecclesiale agli inizi del ‘69 che prese forma attraverso manifestazioni
di dissenso pubblico, lettere di protesta, marce, congressi, (p.e. quello della FUCI), do-
cumenti di contro informazione, case editrici (Jaca Book, Feltrinelli, Gribaudi, Querinia-
nai, Dehoniana, EMI), associazioni (Mani tese), comunità alternative (l’Isoletto, Capo-
darco), leaders carismatici in grado di manipolare il consenso (Balducci, don Mazzi, pa-
dre Biot) e reti informali di solidarietà internazionale con l’America Latina (dal Cile al
Brasile) grazie alle quali si attuò una vera e propria contaminazione con le metodologie

* R. Beretta, Il lungo autunno, Rizzoli 1998.

363
e l’ideologia di TORRES, GUETIERREZ, Dussel e BOFF che divennero in breve tem-
po il corrispettivo — nell’ambito dell’antagonismo religioso — di Che Guevara, HO
CHI MIN e GIAP. Sotto il profilo ideologico il dissenso cattolico additò — in modo
contraddittorio — il pacifismo con la difesa della guerriglia vietcong, MARX con CRI-
STO, il messaggio evangelico con quello della Rivoluzione cinese, compiendo vere e pro-
prie incesti politico-culturali a livello che furono possibili soprattutto grazie alle case edi-
trici autogestite che misero in atto una vera e propria guerra psicologica contro la chiesa
ufficiale, gli USA, le istituzioni militari nazionali e sovranazionali finendo per diventare
strumenti — ora inconsapevoli ora consapevoli — della politica anti-occidentale di Cuba
e dell’Urss.

364
7. L’INTERPRETAZIONE DEL SESSANTOTTO
SECONDO PAUL GINSBORG

Che il ’68 fosse stato un rilevante tentativo di rovesciare i valori dominanti dell’epoca
con lo scopo di impedire la interiorizzazione dei valori della società dominante, è un da-
to oramai acquisito almeno quanto l’abbinamento della rivoluzione culturale civile con il
terrorismo della teologia della liberazione e delle esperienze guerrigliere in America La-
tina.
Ma questo coagulo ideologico — al contrario di ciò che pensa l’A. — non fu una
miscela straordinariamente possente ma, semmai, straordinariamente devastante. Anche
il ricorso alla violenza non fu determinato — come sostiene l’A. a p. 239 — dalla repres-
sione poliziesca ma fu la conseguenza diretta dei presupposti marxisti-leninisti e maoisti.
A riprova di ciò, lo stesso A. riconosce — contraddittoriamente — che l’uso della vio-
lenza entrò tra i valori e le azioni del movimento, al punto che oramai la connotazione
eversiva del movimento era un dato acquisito. A livello di contenuti ideologici l’A. rico-
nosce — non senza malizia — che erano vecchi al meno quanto la rivoluzione russa
(p. 242) dal momento che erano prevalentemente leninisti (si pensi a POTOP e a Avan-
guardia operaia); a livello di mobilitazione il loro fanatismo frenetico creò le condizioni
per una ampia coscienza antagonista anche nei ceti medi. Tuttavia ben presto — come
era d’altra parte prevedibile — divennero ‘‘(...) divennero rapidamente delle versioni in
piccolo dei principali partiti politici, con le loro gerarchie (...) e con presuntuosi leade-
rismi’’ (p. 243) non comprendendo che l’applicazione acritica dei modelli terroristici al-
l’Italia era semplicemente privo di realismo storico. Una delle innumerevoli conseguenze
nefaste della fanatica politicizzazione — contrariamente all’opinione dell’A. — fu la na-
scita di Magistratura democratica e dei Proletari in divisa che cercarono di fare collassare
il sistema dall’interno. In definitiva — ancora una volta in radicale dissenso con l’A. — il
’68 fu non un tentativo straordinario ma un tentativo allucinatorio di cambiare la realtà
verso derive eversive. L’esito terroristico non rappresentò dunque una sorpresa anche
perché — come sottolinea con onestà intellettuale l’A. — ‘‘la diffusa giustificazione di
una violenza proletaria e rivoluzionaria rappresentò un terreno fertile per il fiorire del
terrorismo’’ (p. 273). Là dove la nostra valutazione non può concordare con quella del-
l’A. è nella presunta differenza tra il movimento e la lotta armata: quest’ultima utilizzò
effettivamente la violenza non limitandosi a proclami o a istigazioni. Ebbe — insomma
— la drammatica coerenza di passare dalle parole ai fatti 1. L’estremismo ideologico del-

1 Sia sufficiente — a titolo di esempio ricordare che all’interno dei NAP militarono alcuni ap-
partenenti a LC.

365
l’A. si rivela tuttavia là dove rimprovera (p. 286) al PCI di Berlinguer di essere divenuto
‘‘il più zelante difensore delle tradizionali misure di legge e di ordine’’, dando il proprio
appoggio alla legge Reale. Dal nostro punto di vista — al di là del ‘merito’ tattico del
PCI — il dato che sottolineare è al contrario un altro: l’irresponsabilità e la connivenza
di buona parte della classe politica italiana impedirono fino al ’75 di approvare decreti di
emergenza quando nel paese esistevano già da molti anni le condizioni per varare la leg-
ge Reale alla quale non a caso il PCI si era inizialmente opposto. Per quanto concerne il
movimento del ’77, anche l’A. fa sua la tradizionale interpretazione secondo la quale
questo movimento aveva due anime delle quali quella di autonomia operaia rappresen-
tava l’ala militarista. Quanto grave fosse la situazione nel nostro paese la si evince da un
dato assai semplice: dopo la morte accidentale di LORUSSO (nel marzo del ’77) Bolo-
gna fu pattugliata da blindati, un provvedimento — questo — che si prendeva solo in
caso di pericoli pre-insurrezionali.
Anche, dunque, l’assenza di risolutezza da parte della classe politica fu una delle con-
cause che consentı̀ la lunga durata dell’estremismo e la sua trasformazione in terrorismo,
assenza che venne meno grazie alla Legge Reale e al nucleo anti-terrorismo del Gen. Dal-
la Chiesa.

Bibliografia

Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad Oggi, Einaudi 1989.

366
8. L’INTERPRETAZIONE DEL SESSANTOTTO
SECONDO PIERO BERNOCCHI *

Contrariamente alla vulgata tradizionale per l’A. non esiste uno iato tra il ’68 e il ’77 e
non esiste neppure un divario tra il terrorismo della estrema sinistra e quello che lo Stato
avrebbe praticato 1.
Accostamento questo che costituisce proprio un tipico risultato di una percezione
ideologica della realtà come si evince dalla convinzione dell’A. sulla validità delle prin-
cipali idealità che animò il movimento — quali p.e. l’anti-capitalismo — sulla assoluta
validità delle analisi marxiane formulate cent’anni prima. Nel sottolineare quest’ultimo
aspetto l’A. non si accorge di incorrere in un evidente paradosso determinato dalla inu-
suale attualità dell’analisi marxiana (a ben cent’anni dalla scomparsa del filosofo di Tre-
viri). Proprio l’anti-capitalismo costituı̀ un tema portante sia del ’68 che del ’77 almeno
tanto quanto la critica impietosa del forma partito che ben presto si rivelerà priva di fon-
damento e che si tradurrà nella realizzazione di organizzazioni apparentemente diverse
dai partiti ma concretamente analoghe ad essa, che finiranno per vanificare l’autogover-
no delle masse popolari, il consiliarismo, la democrazia diretta esaltando acriticamente la
Cina che — gli adepti della ‘nuova’ religione anti-capitalistica lo avrebbero scoperto poi
— presentava caratteri simili all’URSS, mitizzando la guerriglia dell’America Latina e del
Sud est (senza comprenderne le inevitabili atrocità), marginalizzando le lotte di libera-
zione nell’Europa dell’Est in un primo momento e boicottando in un secondo momento
‘‘tutte le proproste innovative in sostegno delle rivolte popolari nei paesi del socialismo
reale’’ (come riconosce onestamente Bernocchi) (p. 33). La percezione — in altri termini
— faziosa fino al fanatismo della realtà storica indurrà i players delle ‘nuove’ avanguardie
a ignorare volutamente le efferatezze politiche che venivano perpetuate all’Est, a demo-
nizzare l’occidente (e in particolare gli USA e Israele) e a deificare le esperienze politiche
in Algeria, a Cuba, in Jugoslavia, in Irlanda etc. In altri termini il movimento non fu in
grado di teorizzare un modello politico economico alternativo a quello comunista né fu
nelle condizioni di costruire alternative credibili e durature del partito-Stato. Come d’al-
tronde non fu in grado di prendere coscenza della vitalità e della proteiformità del Ca-
pitalismo prevedendone — ripetendo dunque pedissequamente la previsione marxiana
— la stagnazione e l’estinzione e ignorandone al contrario la capacità di assorbimento.
Proprio a proposito del partito-Stato il commento dell’A. è — a ragione — caustico:

* Piero Bernocchi, Per una critica del ’68, Massari, 98.


1 Semmai bisognerebbe porsi l’interrogativo del perché la reazione dello Stato tardò a concre-

tarsi.

367
‘‘per cercare una sistemazione le migliaia di piccoli Lenin si misero in cerca di un pro-
letariato da dirigere e scelsero la via dei tanti partitini’’ (p. 68). Quanto alla reciproca
concorrenza tra i vari ‘partitini’ questa fu esasperata perché volta ad esercitare un mo-
nopolio esclusivo ‘‘per la conquista della rappresentanza’’ (p. 72), conquista per l’egemo-
nia che in non pochi casi — p.e. con LC — si risolse nella confluenza all’interno del si-
stema parlamentare dopo aver esaltato per anni la leceità della guerriglia (confluenza che
fu determinata dall’opportunismo, dalla volontà carrieristica e non certo da una matu-
razione politica). Rappresentanza composta dal proletariato che ben presto prese le di-
stanze dalle velleità della estrema sinistra costringendola a rivolgere altrove le proprie
attenzioni strumentali. Per quanto concerne il nesso sessantotto/terrorismo la profonda
filiazione — affermata da numerosi protagonisti di quella stagione — costituisce un pre-
zioso contributo alla storiografia contemporanea e contribuisce a negare validità storica
alle tesi che vorrebbero presentare l’uso della froza come puramente difensivo di fronte
alla repressione dello Stato (che — lo ribadiamo — tardò a manifestarsi determinando
una vera e propria esclation della violenza terroristica). Proprio il rifiuto del pacifismo
(ammesso contradditoraimente dallo stesso autore a p. 134) costituisce la conferma del-
l’uso ampio — e tutt’altro che difensivo — della violenza, uso d’altronde ampiamente
legittimato dalla tradizione M/L (con MARX e soprattutto con LENIN), dalla esaltazio-
ne dalle guerriglie del Che, dalla mitizzazione delle azioni di Tupamoros e dell’IRA.

368
9. INTRODUZIONE AL MOVIMENTO STUDENTESCO

Parte prima

A partire dal ’67/’68 anche in Italia si sviluppa il movimento studentesco grazie alla
esperienza guerrigliera vietnamita, alla rivoluzione di MAO - e quindi alla centralità della
guerra di popolo — alla fondamentale importanza della figura del Che, alla alternativa
rappresentata da CUBA e infine ai movimenti di liberazionei del Terzo Mondo, muta-
menti storici — questi — che saranno assimilati acriticamente e dogmaticamente.
Al di là del contesto internazionale, la nascita dal centro-sinistra verrà letta in termini
assolutamente negativi perché rappresenterà un cedimento alla DC. Al contrario, la vi-
talità indotta — perché eterodiretta — dalla massa operaia era interpretata come un ele-
mento capace di fare collassare il sistema dall’interno. Quanto al contesto scolastico era
interpretato come una struttura fatiscente, priva di protagonismo politico, o detto in altri
termini, era incapace di farsi portavoce di un cambiamento rivoluzionario.
Ben presto la Statale di Milano perse i suoi caratteri originali per divenire una vera e
propria ‘base rossa’ (per utilizzare la terminologia maoista) in cui l’esercizio della sovra-
nità passò in mano al MS fanaticamente politicizzato di matrice M/L e maoista — che
tentò — riuscendosi per breve periodo a radicalizzare il sindacato per creare una allenza
con la classe operaia in funzione anti-capitalista e per egemonizzare gran parte delle
scuole superiori milanesi (gettandole nel caos). È significativo osservare che la base
del PCI aderı̀ massicciamente alle iniziative antagoniste del MS ed è altrettanto indica-
tivo che nei documenti ufficiali del MS la polizia e i fascisti fossero sempre abbinati come
a suggerire la loro connivenza. Non a caso la legittima repressione istituzionale delle for-
ze dell’ordine era interpretata come una manifestazione di cripto fascismo se non di fa-
scismo vero e proprio. A proposito del quale, riprendendo la interpretazione del VII
Congresso dell’Internazionale Comunista, si affermava che il fascismo fosse organizzato
e diretto dal Capitalismo finanziario confermando con tale lettura la strumentalizzazione
ideologica della categoria storica del fascismo e avvallando in tal modo una lettura fumo-
sa della storia che avrà larga fortuna della storiografia di sinistra del novecento.
Quanto diretta fosse l’influenza del comunismo tradizionale al MS lo prova un altro
dato: la centralità della figura di Stalin e delle risoluzioni della III Internazionale. Con-
cretamente — dunque — l’alterantiva alla democrazia borghese avrebbe dovuto essere
lo stalinismo abbinato al maoismo.(un rimedio peggiore del male potremmo dire!). Pro-
prio tale binomio dimostrava quanto irrealistiche fossero le istanze del MS, quanto fos-
sero cioè prive di una percezione chiara della realtà storica. Paradossale che il MS par-
lasse di esigenza di scientificità alludendo ai nuovi contenuti da introdurre dei program-

369
mi scolastici, una scientificità che altro non era che un indottrinamento martellante ed
intollerante. Quanto connivente e vile insime fosse gran parte della classe politica italia-
na, lo dimostra anche la crescita del MS che, a partire dal 71/72, incomincerà ad esten-
dersi a livello nazionale attraverso un fronte unico 1 sulla falsariga della linea politica del-
la III Internazionale — e a programmare metodologie didattiche di indottrinamento
quali le scuole quadri e le RAP varianti tecniche della disinformazione e quindi della Psy-
warfare. Al di là del nemico globale — cioè il capitalismo — il nemico interno era cer-
tamente la DC che perpetuava da 25 anni una vera e propria dittatura di classe contro la
quale era necessario servirsi di una guerra di logoramento, aprendo spazi di democrazia
(leggi: utilizzando la massa studensca in funzione antagonista). A tale proposito il camuf-
famento linguistico, caratteristico di tutta la sinistra extraparlamentare, arrivava al punto
di rendere equipollenti termini come democrazia e comunismo trascurando un semplice
dato di fatto: là dove il comunismo si era affermato — come in URSS e in CINA — la
democrazia era stata sic et simpliceter annullata. In ogni caso, l’offensiva del MS trovò
risposta del tutto inadeguate perché troppo soft, troppo preoccupate di salvaguardare i
presunti diritti degli studenti. A riprova di ciò si pensi alla farsa — tipicamente italiana
— del ‘comitatone’ che avrebbe dovuto risolvere le problematiche della Statale di Mila-
no, comitato al cui fallimento contribuirono non pochi docenti conniventi con il MS e
l’ambiguità del PCI 2 che porterà non a caso sulla proprie spalle le maggiori responsabi-
lità per il rafformazione del MS, della sinistra extraparlamentare e per la nascita del ter-
rorismo.
Prova ne sia il fatto che nel volgere di breve tempo il MS raggiunse l’egenomia della
Statale di Milano — unitamente ad Avanguardia Operaia — e di buona parte delle scuo-
le milanesi emarginando e sovente scavalcando la FGCI, grazie alla solerzia delle squadre
di propaganda, ma anche grazie ad una struttura 3 di natura leninista e anti-spontaneista
(non a caso nei documenti ufficali — al di là della demagogia — il ruolo del centralismo
democratico era ritenuto determinante anche per contrastare il fascismo) che seppre gui-
dare la massa studentesca. Quanto all’uso della violenza questa — nei documenti uffi-
ciali — viene presentata come ‘legittima autodifesa dalle aggressioni della polizia e del
fascismo’ e mai come gratuita (falsando, in tal modo ancora una volta la realtà) mentre
nei confronti del pacifismo il rifiuto fu letto coerentemente con la natura ideologica del
MS.

Parte seconda

Non c’è dubbio che il rifiuto della figura del docente fosse anche la conseguenza del-
la negazione della struttura familiare patriarcale e del ruolo politico della figura dell’in-

1 Non a caso alle assemblee popolari erano spesso invitati particolarie magistrali democratiti.
2 Non a caso il 7 giugno del 1973 l’UNITA difendeva il MS affermando che questo era oramai
una spina nel fianco del fascismo.
3 Struttura gestita dal quadriumvirato composto da Capanna, Viale, Liverani e Guzzini.

370
segnante letta come cinghia di trasmissione del potere. Al contrario il docente doveva
mettere in discussione il proprio ruolo gerarchico e porsi sullo stesso piano dell’educan-
do in omaggio ad un astratto e livellante egualitarismo. La politicizzazione estrema del
MS — e non solo — porterà alla formulazione di tesi deliranti quali: ‘‘la scienza borghe-
se è intrinsicamente reazionaria’’ non a caso condivisa proprio dal filosofo Paci oppure
‘‘la salvezza dell’uomo è affidata al proletariato’’ formulata da MACCACARO. Ma por-
terà anche a trasformare le istituzioni formative in efficaci strumenti di propaganda, di
indottrinamento e quindi di contro informazione (o meglio di disinformazione) che si
faranno portavoci dell’estremismo politico (in particolare di quello M/L e maoista)
del controllo delle masse (quelle degli studenti e quelle degli operai) e della instaurazione
della dittatura del proletariato che avrebbe dovuto portare alla distruzione dello stato
borghese. Per raggiungere questo obiettivo manifestamente eversivo era necessario acce-
lerare la fine della DC (‘‘il partito dell’imperialismo’’) tanto quanto quella dell’imperia-
lismo USA la cui fine immenente era d’altronde agevolmente osservabile. L’incapacità di
comprendere la complessità della realtà si poteva individuare anche nell’utilizzo della ca-
tegoria storica del fascismo, che doveva essere interpretata alla luce della Terza Interna-
zionale, interpretazione del tutto priva di consistenza e di credibilità scientifica. D’altra
parte, proprio la politicizzazione conduceva a risultati storici deliranti in base ai quali il
fascismo esisteva nelle democrazie ad alta industrializzazione ma non era presente nei
regimi totalitari cinesi e russi! (l’acuto senso critico del MS veniva meno insomma p.e.
di fronte alle conseguenze operative del leninismo e alle tesi di DIMITROV indubbia-
mente uno dei burocrati sovietici più citati nei documenti del MS).
Quanto all’interesse per le organizzazioni sindacali questo era dettato dalla esigenza
di servirsi dei consigli di fabbrica per creare all’interno delle industrie situazioni insur-
rezionali sulla falsariga delle riflessioni gramsciane.
La stessa assunzione acritica mostrata nei confronti di MARX, LENIN, DIMITROV
fu estesa — ovviamente — a MAO la cui interpretazione storica era ritenuta una vera e
propria teorica scientifica in grado di individuare le leggi oggettive della storia. Il rifiuto
dei corsi tradizionali universitari avrebbe portato il MS a realizzare i celebri RAP che
finirono per esercitare un controllo autoritario sui testi, sul lavoro di ricerca. Nel conte-
sto delle scuole superiori — oltre a proporre la eliminazione del latino e del greco — il
MS si fece latore di rappresentazioni teatrali ideologiche (‘‘la lotta fra i popoli oppressi e
l’imperialismo’’ per esempio), di incontri con le masse operaie coinvolgendo genitori e
insegnanti democratici (leggi: di estrema sinistra o comunque comunisti), di promuovere
assemblee svincolate dalle limitazioni del Ministro Misasi (troppo reazionario), trasfor-
mando proprio l’assemblea nell’unica legittima istituzione in grado di garantire l’ordina-
to svolgimento dei contro-corsi e di denunciare i docenti reazionari (denunciati — osser-
vano noi — a chi? A quale istituzione?)
A livello di orientamento politico internazionale i RAP dovevano farsi difensori en-
tusiasti della lotta palestinese, della netta opposizione ad Israele, della difesa delle lotte
guerrigliere in America Latina contro la Cia e il Pentagono, della esaltazione della eroica
resistenza del LAOS e della CAMBOGIA, anche attraverso la organizzazione di mobi-
litazioni di massa a favore dei ‘popoli oppressi’ e di Allende.

371
A livello di politica interna e di sicurezza, il MS si muoveva nella direzione non di un
gradualistico riformismo ma di una netta opposizione alla esistenza stessa delle forze del-
l’ordine (una ‘macchina’ questa che andava spezzata per citare MARX); quanto poi alle
sentenze della magistratura il MS si fece portavoce non solo della innocenza di VAL-
PREDA ma di una indagine autonoma — assai fantasiosa — sulla morte sospetta di
FELTRINELLI che venne attribuita ad oscuri complotti di stato. Quanto alle relazioni
con il PCI, queste furono assai contraddittorie ma pur tuttavia improntate là dove esi-
stevano i margini ad una concreta collaborazione in funzione anti-democristiana, anti-
americana, anti-NATO etc. D’altronde, proprio il PCI procedeva secondo un copione
che ROMEO ebbe modo di definire del ‘pompiere piromane’. In definitiva, al PCI ven-
ne rimproverato il suo moderatismo (pur essendo in stretto contatto con il KGB!) e la
sua volontà di mediazione. Insomma gli venne rimproverato di essere troppo poco M/L,
di avere imboccato oramai la via della social-democrazia. D’altra parte, anche ai compa-
gni del ‘‘Il Manifesto’’ veniva rimproverato di avere esplicitamente rinnegato la lezione
M/L per accettare lo spontaneismo , l’approccio reazionario della scuola di Francoforte
e l’anarchismo ribellista. Un’accusa analoga venne formulata nei confronti di Avanguar-
dia Operaia che era rea di non applicare -nell’analisi storica -il DIAMAT e di condivi-
dere posizioni trotzkiste.

Parte terza

L’estrema politicizzazione del MS non fu certo casuale dal momento che non pochi
dirigenti del MS erano ex-iscritti ai partiti di sinistra oppure ancora iscritti ma in posi-
zione critica — come sottolineava ASOR ROSA. Politicizzazione talmente fanatica da
scavalcare a sinistra il PCI, la FGCI e il sindacato (in particolare la FIOM-CGIL) e
da prendere il posto dei partiti anti-borghesi. Proprio ASOR ROSA esprimeva una va-
lutazione complessivamente positiva del MS là dove sottolineava ‘‘che l’apertura di un
fronte universitario può avere in sé un valore politico notevolissimo, se le giustificazioni,
i modi e le scadenze della lotta tendono chiaramente a scavalcare la dimensione riformi-
stica’’ (lo studioso in altri termini auspicava una svolta rivoluzionaria del MS). Oltretutto
l’estremismo intelletualistico — e irresponsabile — di ASOR ROSA lo condusse ad au-
spicare il conseguimento di un maggior coordinamento nazionale del MS. Non sorpren-
de dunque la rapidità e la ampia legittimazione di cui godette il MS: proprio la classe
universitaria sostenne, incoraggiò e spesso scavalcò l’estremismo del MS contribuendo
al colasso dell’Università. D’altra parte ROSTAGNO, precisava che la lotta contro la
scuola era in realtà una lotta contro tutto il sistema, una lotta che vedeva nella magistra-
tura, nella polizia, nei partiti del corpo docente, nella Chiesa i suoi principali nemici.
L’uso della violenza 4 diventava allora pienamente legittimo (l’occupazione ne era un

4 Se è certo sconcertante che ancora oggi CAPANNA, abbia il coraggio di affermare — p.e.

nel volume ‘Formidabili quelli anni’ — che la violenza del MS fu determinata da quella poliziesca è
altrettanto significato che a posteriosi abbia compreso che sul piano strategico tra la contestazione

372
esempio eclatante) o per citare CARMICHAEL: ‘‘Non vogliamo mangiare alla vostra ta-
vola, vogliamo rovesciarla’’ — tanto quanto l’uso del picchettaggio davanti alle scuole e
alle fabbriche e di tutta la gamma di tecniche tipiche della agitazione sovversiva (RO-
STAGNO si doleva che la lotta studentesca non fosse riuscita a coinvolgere nel processo
eversivo la classe operaia!).
La difesa della legittima illegalità era fatta proprio anche dal PSIUP che vedeva in
essa il superamento di qualsiasi deriva riformistica (di qui l’elogio degli scioperi a gatto
selvaggio della RENAULT, delle jacquerie francesi, degli scioperi di guerriglia della AU-
STIN, della BMC etc.). Va tuttavia riconosciuto che quando il MS collocava a latere la
ideologicizzazione e il fanatismo politico era nelle condizioni di demistificare spietamen-
te — e validamente — la vacuità della università italiana. Si pensi — p.e. — al documen-
to della Università di TORINO là dove osservava — ironicamente — che le conquiste
scientifiche originali della università erano nulle essendo una rimasticatura di argomenti
già noti. Là dove — per esempio — rilevava che nelle facoltà universitarie ‘‘si scrivono
libri, saggi (...) che non dicono assolutamente nulla di nuovo, che sono riadattamenti ac-
cademici (...) quando non addirittura traduzioni di scritti di docenti stranieri’’. Come ne-
gare l’attualità di queste osservazioni?

Bibliografia

La Rivolta Studentesca, da Problemi del Socialismo, supplemento al n. 12, 1970


Movimento Studentesco - Storia e documenti, Bompiani 1973

e la rivoluzione esistevano profonde differenze. Al contrario di Capanna, MUGHINI ha giusta-


mente sottolineato come da parte dalle sette e dei gruppi ci fosse stata una rielaborazione psicotica
della realtà che condusse la contestazione direttamente verso il terrorismo. D’altra parte da quale
contesto politico provenivano i terroristi se non da quello dei movimenti?

373
10. ASPETTI DELLA CULTURA UNDERGROUND
TRA GLI ANNI SESSANTA E SETTANTA

Accanto al settarismo fanaticamente polticizzato dei gruppi extraparlamentari esisteva


un contesto politico-culturale che traeva esplicita ispirazione dalla Beat Generation, e dalla
comune intellettuale di San Francisco. La sua principale finalità era quella di costruire una
società parallela ma reale rispetto a quella usuale fondata — almeno a livello di proclama
ideologico — su valori altri quali la solidarietà, l’anti-comunismo, l’anti-autoritarismo, l’an-
ti-militarismo e il pacifismo che, in modo assurdamente contraddittorio, si abbinavano alla
esaltazione della guerriglia vietgong, a quella algerina, alla difesa della lotta armata (delle
BR, della RAF, dei TUPAMAROS). In altri termini, l’accostamento di Gandhi e Russell a
figure come Che Guevara e HO CHI MIM risultava essere una costante nell’ambito del-
l’underground italiano. Altre tematiche ricorrenti furono le libertà sessuale sia nell’ambito
etero che nell’ambito omosessuale, la critica feroce sia alla forma partito che al concetto
stesso di Stato, l’uso del fascismo come categoria metastorica (da applicarsi indistintamen-
te alle democrazie liberali come allo stalinismo), la legalizzazione della droghe e la sua spe-
rimentazione, la demercificazione del lavoro, la riscoperta della religione orientale (budd-
hismo e zen in particolare) in funzione anti-occidentale e anti-razionalista, la esaltazione
della disubbidienza civile, la valutazione della religione mono e politeista in chiave mistica
e anti-istituzionale, la opportunità di promuovere controcorsi o consigli di operai e studen-
ti, l’esoterismo e l’astrologia, la necessità di realizzare comuni alternative e una alimenta-
zione — vegetariana e/o macrobiotica — alternativa a quella consumistica.
Le modalità operative, attraverso le quali si dispiegò l’antagonismo underground, fu-
rono in buona sostanza le seguenti:
1. l’abbigliamento alternativo e provocatorio;
2. la disubbidienza civile;
3. la provocazione — via happening — ironica e sarcastica;
4. la guerra psicologica via il détourement pubblicitario, la grafica irriverente,l’abbi-
namento delle tecniche futuriste con quelle dadaiste, l’uso dei graffiti murali, la
sperimetnazione artistica (dall’evironment al minimalismo dalla land art alla body
art), la realizzzione di case editrici alternative (p.e. Stampa alternativa), riviste (co-
me, p.e., ‘‘Mondo Beat’’ o ‘‘LIBLI’’), e l’uso della musica contestatrice (dalla mu-
sica rock alla pop music) e, in ultima analisi, attraverso tutto l’armamentario tipico
della conflittualità non convenzionale e della agitazione sovversiva.
Gli intellettuali che si fecero portavoce dell’undergroud e che ne apprezzarono gli
aspetti politici e semiologici furono la Pivano e la Morante e successivamente Fornari,-
Gatto, Ungaretti e coloro che gravitavano intorno alla rivista ‘‘Quinici’’.

374
A livello politico fu indubbiamente Pannella a comprenderne — seppure criticamen-
te — le potenzialità politiche. Quanto alle principali aggregazioni — prevalentemen in-
formali — furono sostanzialmente le seguenti:
1) I Bastardi;
2) i Beathk’s fondati da Mariani e Ronchetti;
3) il Gruppo Palumbo nato a Milano nel ’67 con Scarpelli;
4) il C13;
5) la comune di Baraghini a Roma e quella di Ovada;
6) il SIMA sorto nel ’68 a Milano allo scopo anche di promuovere l’arte psichedelica,
il pensiero orientale, l’uso dell’LSD nella scia delle esperienze di Leary e Kesey.
In quanto ai luoghi di aggregazione questi furono:
1) il Piper club di Roma;
2) il locale Beat 72 Ore si promuovevano spettacoli, reading di poesi ed esecuzioni
musicali
e
3) il Tantra di Roma.
Infine in merito alle principali riviste dell’underground queste furono:
1) Mondo Beat che con Di Russo promuoverà il modus operandi dei Provo;
2) Onda Verde;
3) la rivista Situazionismo fondata da Carlo Oliva;
4) PIANETA Fresco (diretta dalla Pivano e da Giusberg);
5) Uccelli, sorta a Roma nel 1968;
6) Carte segrete — nata nel ’67 — e principale sponsor della cultura provo e in par-
ticolare del manuale hippy di Bronsteen;
7) Fuori! nata con Pezzena nel ’72 per difendere la cultura gay e lesbica;
8) Rosso vivo — fondata nel ’74 e conclusa nel ’76 — fu diretta da Paccino che po-
larizzava l’attenzione del lettore sulla problematica ambientalis ed anti-nucleare;
9) Re Nudo (nata nel ’70 e tutt’ora in attività) diretta da Valcarenghi, che rappresen-
tò il principale strumento dei pop-concerti, dell’abbinamento tra estrema sinistra
e controcultura con una particolare attenzione per la cultura orientale e infine
10) UBU che, nata nel ’70, cesserà di esistere l’anno dopo, e la cui specifica partico-
larità ideologica consisterà nel difendere la lotta armata e nel dare l’esplicito so-
stegno al terrorismo delle BR, da TUPAMAROS della RAF e da Wateherman. A
livello di case editrici Stampa Alternativa, Arcana e in parte la Feltrinelli gestiran-
no monopolitisticamente il mercato editoriale dell’underground.
Se a livello di contenuti ideologici l’underground dovette tutto alla tradizione beat
americana, sotto il profilo delle tecniche comunicative la lezione dadaista e futurista sarà
indubbiamente decisiva. Dal punto di vista delle pratiche operative antagoniste, l’under-
ground italiano le mutuò sic et simpliciter dalla controcultura americana (sia sufficiente
l’ampio pensiero che l’ampio uso dell’happening e delle varie tipologie di provocazione
furono proprio il portato tipico della tradizione USA).

375
11. ASPETTI DELLA CONTROCULTURA *

Se non c’è dubbio che gran parte della controcultura sorse negli USA, è altrettanto
indubbio che la sua diffusione raggiunse l’Australia e l’Europa in breve tempo. Dopo la
‘‘cultura’’ Beat quella Punk costituı̀ l’alternativa piu’ nota e maggiormente praticata. At-
traverso quali modalità interpretative ebbe modo di esprimersi? In primo luogo attraver-
so una percezione ferocemente critica nei confronti dei valori usuali. In secondo luogo,
l’eternizzazione del presente (il punk vive nell’oggi e per l’oggi non per il passato) esclu-
de radicalmente la dimensione del futuro la cui valenza temporale è negata alla radice dal
momento che la speranza rivolta al futuro è priva di qualsiasi senso per il punk. L’op-
posizione al sistema si concreta anche un uso ampio della violenza (non a caso il richia-
mo all’anarcoindividualismo è assai presente della costellazione ideologica punk). Al di
là delle mistificazioni intellettuali volte a dare una interpretazione intellettualistica (ri-
chiamandosi ora alla Heller ora all’opera di Deleuze/Guattari), il punk non propone al-
cun modello alternativo al sistema che desidera abbattare. Il vestiario provocatorio, la
riscoperta dell’esotico — abbinato in modo kitch al moderno — e la valorizzazione
del concetto di collettivo contrapposta alla forma partito alla osservazione-movimento,
sono strumenti di antagonismo politico che invece di abbattere il sistema contribuiscono
a facilitare la capacità di riassorbimento — via pubblicità — del sistema e della strategia
della massimalizzazione attuata dallo stesso e alla quale contribuiscono implicitamente
gli stessi punk. L’uso delle droghe (leggere o meno) e dei tattuaggi se — in un primo
momento — esercitarono un impatto di rottura, vennero rapidamente fatti propri dal
mercato e soprattutto dalla media-alta borghesia che se ne servı̀ come simbolo di eccen-
tricità. Anche la strategia territoriale dei CSAO (che fin dalla loro origine si sono poste
sul piano della illegalità e orizontalita’ affermando teoricamente di praticare la democra-
zia diretta) sono divenuti o centri di reclutamento politico (soprattutto per il PRC) o
centri eversivi la cui efficacia fu assolutamente limitata del tempo e non ha determinato
— fino ad oggi — alcun cambiamento strutturale all’interno del sistema di potere. Per
quanto concerne poi la capacità di riassorbimento, ai fini della mercificazione la stessa
musica RAP — inizialmente musica di rottura in quanto volta a esprimere la condizione
di discriminazione razziale dei paesi americani, è divenuta un fenomeno di consumo. In-
fine, la strategia di Ray per superare l’attuale empasse dell’antagonismo — che si concre-
ta nel riproporre il concetto di nomadismo di Guattari — è destinata ad essere solo un
autopia estetizzante e assai lontano dal poter incidere in profondità nel sistema di potere.

* Fonte: P. Pardi, La cultura giovanile, Xenia, 1997.

376
12. L’INTERPRETAZIONE DEL SETTANTASETTE
SECONDO PIERO BERNOCCHI *

In primo luogo, l’A. conferma la composizione di classe del M// (di cui abbiamo già
discusso) precisando certo l’ampiezza ma nel contempo sottolineando la centralità del
lavoratore precario e della classe docente. In secondo luogo, i CP - come già osservato
da Moroni/Balestrini - gettarono le basi dei CSAO - con buona pace dei critici oppor-
tunisti e delle teorizzazioni da fantapolitica di Negri - e del sindacalismo antagonista.
In terzo luogo, l’A. avvalla la vulgata storica secondo la quale l’impennata del terro-
rismo - e la conseguente formazione del partito armato - fu determinata non dalla volon-
tà dei players di abbattere il sistema (passando in tal modo dalle parole ai fatti) ma dal
binomio Cossiga/Pecchioli. Infatti, proprio la ritrovata lucidità politica del Pci e la sua
volontà di collaborare (tardivamente con la DC nella repressione capillare dell’antagoni-
smo eversivo) permise allo Stato di riprendere il controllo.

D’altronde, quanto elevata fosse la volontà di fare saltare il sistema lo si evince dalle
dichiarazione dell’A. a proposito del celebre Convegno di Bologna ove: ‘‘si svolge la più
grande manifestazione di simpatia dei contenuti delle BR (...) che mai ci sia stata in Ita-
lia’’. Accanto ai CSAO e al sindacalismo antagonista, il movimento della Pantera rappre-
senterebbe per l’A. un buon erede dell’antagonismo del ’77 e sarebbe foriero di autenti-
che possibilità di cambiamento (che al contrario non si sono mai attuate e che si sono
estinte in breve tempo con buona pace degli autori).
Nella seconda parte del volume, l’A. argomenta sul ’77 attraverso una precisa scan-
sione cronologica ampiamente commentata. Dall’analisi di essa emergono dati significa-
tivi sul ’77:

1) l’epicentro del ’77 furono indubbiamente le università;


2) Pecchioli comprese rapidamente la gravità dell’evolversi della situazione verso la
deriva terroristica invocando legittimanente una rapida soluzione;
3) gran parte di coloro che sarebbero confluiti nel ’77, compresero chiaramente la
pericolosa efficacia sia della Legge Reale che dei provvedimenti cossighiani relativi all’or-
dine pubblico;
4) nel volgere di breve tempo buona parte della sinistra istituzionale prese le distanze
da quella antagonista non trovando spazio di manovra né di strumentalizzazione politica
(alludiamo al Pci, al Pdup e alla CGIL)

* Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Massari, 1997.

377
5) gran parte delle modalità operative del ’77 saranno ancora quelle del ’68: i cortei
(violenti o meno),le occupazioni (con relativa interruzione di pubblico servizio) almeno
quanto analoghe saranno le contromisure delle Forze dell’ordine (p.e. lo sgombero for-
zato);

6) Cossiga, in qualità di Ministro degli Interni, inquadrerà legittimamente il movi-


mento del’Autonomia nel contesto del costante turbamento dell’ordine pubblico facen-
dolo diventare un problema di politica interna;
7) la prossimità tra l’autonomia e la lotta armata verrà esplicitamente confermata du-
rante l’assemblea del 27 febbraio presso l’università di Roma dove ‘‘partono slogan ineg-
gianti alla lotta armata clandestina e alle Brigate Rosse’’;
8) la criminalizzazione e/o la demonizzazione della legittima repressione delle Forze
dell’ordine, sarà promossa anche dalle radio libere (elemento questo di evidente novità
rispetto al ’68), mentre, a partire dal mese di marzo, l’invocazione di una svolta militari-
sta subirà una ulteriore impennata rispetto al mese precedente, svolta che prenderà con-
creta forma con il lancio di molotov contro il Ministero di Giustizia e contro il Comando
della Regione Lazio. Questi e altri episodi di poco successivi, porteranno la politica a
controllare militarmente il quartiere di San Lorenzo nell’aprile del ’77, indurranno Cos-
siga a legittimare la risposta armata delle Forze dell’ordine che prenderà forma - nel
maggio dello stesso anno - attraverso l’uso di mezzi blindati. Infine, la progressiva escla-
tion di violenza porterà - nel mese di maggio a Milano - ad uno scollamento tra l’area
dell’America e l’antagonismo soft di DP e del MS e a divisioni irriducibili tra LC e l’Au-
tonomia nel settembre del ’77. Poco tempo dopo - nella seconda settimana di ottobre - la
sede dell’Usis e di isituzione tedesca - verranno prese di mira da sassaiole per dimostrare
solidarietà verso la morte dei membri della RAF.

378
13. L’INTERPRETAZIONE DEL SETTANTASETTE
DI DERIVE E APPRODI *

Anche l’antologia di scritti sul ’77 edita da Derive e Approdi costituisce un punto di
riferimeneto di estremo interesse per le nostre finalità.
Del Bello. Non casualmente connota il ’77 usando espressioni inequivocabili: ‘insor-
genza’ e ‘emergenza sociale antagonista’. Anche in riferimento alle modalità operative
specifiche attraverso le quali prese forma il ’77 le espressioni sono pregnanti: guerriglia
e sabotaggio. Un ulteriore conferma — dunque — della estensione capillare della violen-
za. Altrettanto rilevante è l’ammissione della importanza dell’Istituto di Scienze politiche
di Padova, vero e proprio centro di elaborazione eversiva, per la formazione della Auto-
nomia padovana. A conclusione della breve relazione l’A. sottolinea l’attualità della pra-
tica sovversiva che dovrebbe essere in grado di costruire nuovi spazi sociali. A nulla —
dunque — sono servite le sconfitte del M77, sconfitte che hanno lasciato solo odio e ran-
cori ma non prudenza e senso della realtà.
Pifano. Uno dei fondatori del Collettivo dei Volsci, rileva come tutta la prima parte
degli anni Settanta fu una crescita ininterrotta di antagonismo eversivo (l’autore fu
per nove mesi detenuto) che tuttavia non riuscı̀ a concretizzarsi in un movimento poli-
tico autonomo e coeso tale da esercitare un peso significativo.

D’altra parte, il forte dissenso all’interno del movimento, relativo alla pratica della
clandestinità e della violenza, non aiutò certamente l’intesa fra le varie anime del movi-
mento. Resta comunque un dato: l’uso della violenza fu ritenuto pienamente legittimo:
‘‘che il 12 marzo fosse sfociato in mille episodi di violenza per noi era un fatto positivo’’
(p. 368). D’altronde una parte - considerata autorevole — della intellighienza francese si
mobiliterà in difesa dell’antagonismo eversivo degli avvocati (come Spazzali), degli intel-
lettuali (come Negri e Bravo), degli editori (p.e. Bertani) nel luglio del ’77, intellettuali
che avevano — e che avrebbero — contribuito alla promozione della psychological war-
fare, soprattutto attraverso la filosofia della politica. Non da meno saranno gli intellet-
tuali che promuoveranno una efficace contro informazione attraverso Radio Alice che
verrà chiusa (azione inusitata in un panorama ultrapermissivo come quello italiano), e
di coloro che incitavano a praticare il sabotaggio in fabbrica (‘‘Rosso’’, giugno ’77).
A tale proposito, Infante polemicamente ricorda come la critica reazionaria abbia at-
tribuito al ’77 due diverse tipologie di terrorismo: quello piccolo della Autonomia, e

* A.V., Settantasette, Derive e Approdi, 1997.

379
quello grande delle formazioni brigatiste interpretazione questa con la quale concordia-
mo.
Tuttavia la riflessione più significativa è certamente quella relativa all’esito del ’77,
riflessione drammaticamente realistica e condivisibile. Secondo l’A., non pochi dei mili-
tanti del ’77 finirono per disilludersi trasformandosi in ferventi craxiani, altri si rassegna-
rono, altri ancora o finirono in galera o morirono di overdose o di Aids. Una ammissione
per certi versi analoga a quella di Infante fu formulata ante-litteram dal numero di mag-
gio del ’77 di ‘‘A/ttraverso’’ (p. 183) nel quale gli autori dell’articolo si rendevano conto
che il sistema si era ben attrezzato per stroncare la resistenza antagonista sia sotto il pro-
filo militare che sotto quello psicologico. Nonostante questa realistica presa di coscienza
— a conclusione del medesimo articolo — gli autori auspicarono la progettazione di una
sovversione a carattere globale che avrebbe dovuto prendere avvio su piccola scala.Su-
perfluo osservare che non avrà alcun successo 1. Persino Negri — p. 89 — ammette che
la sottovalutazione della capacità repressiva dello Stato fu fatalmente sottovalutata e che
ciò portò alla sconfitta e alla eliminazione di una intera generazione. Ma nonostante que-
sta sincera affermazione — e dunque inusuale per un intellettuale di estrema sinistra —
Negri contradditoriamente rifiuta la sconfitta teorica sostenendo la validità dell’analisi
compiuta dal movimento del ’77. In definitiva per non pochi ex protagonisti del ’77,
il sindacalismo antagonista (quello dei CLUB e dei COBAS), i CSAO e il movimento
no-global rappresentano — o potrebbero rappresentare — la prosecuzione delle idealità
del ’77. Questa ‘saldatura’ generazionale è di estremo interesse poiché concretamente
esiste una precisa e non casuale continuità tra le modalità operative e la progettualità
eversiva del ’77 e una parte del movimento no-global.

1 Non a caso numerosi protagonisti e/o esponenti del ’77 — p.e. Bifo a p. 168 — leggono nei

CSAO la possibilità di una riscossa del modus operandi del ’77 e auspicano in realizzazione di al-
cuni obiettivi proposti dal movimento.

380
14. IL MOVIMENTO DEL SETTANTASETTE
SECONDO LA CASA EDITRICE ODADREK *

La casa editrice Odadrek pubblicò un saggio significativo sul ’77 dal quale desume-
remo preziose informazioni a partire dalla testimonianza orale di alcuni significativi pro-
tagonisti dell’antagonismo del ’77.
Partendo dall’assunto che il ’77 fu indubbiamente un mix di cecità e di eversione da
condannarsi integralmente — contrariamente alle mistificanti ricostruzioni operaiste e
autonome — è possibile individuare alcune caratteristiche essenziali:
1) i soggetti della eversione furono in buona sostanza il proletariato (quello romano
in particolare), i lavoratori dei servizi e gli studenti (universitari e della scuola su-
periore);
2) l’accentuata militarizzaizone dello scontro;
3) il rifiuto della forma partito e della democrazia rappresentativa;
4) il movimento del ’77 fu senza dubbio un movimento politico;
5) la critica impietosa agli innumerevoli compromessi della CGIL e del PCI di fronte
al capitalismo;
6) la condanna del lavoro nero e precario concretizzatasi in attacchi armati (ben 35).
Passiamo, ora, ad illustrare nel dettaglio le riflessioni di alcuni protagonisti.
Il percorso di MULIUCCI è indubbiamente paradigmatico: ex iscritto al PCI e alla
CGIL, principale responsabile dei CAO, promotore di Radio Onda Rossa, anti-militari-
sta e anti-americano radicale, è tra i portavoce dei COBAS.
Anche l’A. concorda nell’osservare che il movimento del ’77 (da ora in poi M77 ndr)
avesse compreso la centralità del lavoro precario nel contesto del lavoro nero e precario.
Assai difficilmente il M77 avrebbe potuto dunque accettare la svolta ‘moderatrice’ di
Asor Rosa bollato non a caso come venduto e traditore. Altri temi dominanti, nell’am-
bito della prassi antagonista del M77, furono l’occupazione di case, gli espropri, le auto-
riduzioni delle bollette, la realizzazione di spazi occupati e autogestiti (i futuri CSAO), le
necessità di agire attraverso scontri armati, contro i missimi e le forze dell’ordine (con
relativi morti e feriti), la necessità di presidiare militarmente interi quartieri o Università
(p.e. l’Università di Roma era sotto il controllo di comitati autonomi operai come il quar-
tiere di San Lorenzo era controllato dal Collettivo di via dei Volsci) e l’utilità di fare con-
tro informazione anche attraverso la Radio (p.e. Radio Onda Rossa e Radio Città Futu-
ra).

* Una sparatoria tranquilla, ed. Odradrek, 1997.

381
In definitiva l’Autonomia finı̀ per orbitare attorno a tre istituzioni tramutate in basi
rosse: il Policlinico di San Lorenzo, l’Università di Roma e il quartiere di San Lorenzo
vere e proprie zone franche a sovranità limitata per le forze dell’ordine. Quanto all’uso
della violenza questa, si concretava attraverso l’uso delle spranghe, delle rivoltellate e del-
le molotov che erano di uso comune. Se interessante risulta l’osservazione dell’A., in base
alla quale la saldatura con il movimento anti-nucleare e anti-NATO fu assai significativa
(celebre la mobilitazione a Montalto di Castro), altrettanto significativa è l’ammissione
della legittimità della devastazione di numerose sedi dell’MSI, del FUAN e della CISNAI
e di come, complessivamente, il M77 avesse prospettato scenari rivoluzionari.
I dissensi — forti — certo non mancarono e si rivolsero alla Rossanda e a Negri in par-
ticolare. Di quest’ultimo, l’A. ricorda come fosse sostanzialmente autoreferenziale e assai
lontano dall’Autonomia. Sull’aspetto della continuità ideologica tra comunismo e brigati-
smo, l’A. conferma come il PCI conoscesse bene le BR mentre in quello dei legami interna-
zionali è di estremo interesse l’ammissione che una parte del M77 avesse sostenuto militar-
mente il Fronte Popolare Palestinese. Non meno significativa è l’ammissione in modo deci-
sivo svolto dai COBAS sia nel contesto della propaganda anti-nucleare e anti-americana.
Le riflessioni di MORDENTI (ex membro dell’autonomia, poi di DP e attuamente
del PRC) formula una analoga considerazione poiché in primo luogo afferma l’importan-
za fondamentale del conflitto di classe anche nel ’77, perché conferma la profonda con-
tinuità tra sessantotto e settansette con il PID, il femminismo, Magistratura Democrati-
ca, le radio libere, l’ambietalismo radicale e l’anti-nuclearismo, ma anche perché afferma
esplicitamente che nel M77 la violenza fosse divenuta a tal punto costante da essere usata
persino nei confronti delle componenti scissioniste del movimento finendo per essere
usata come strumento di fronteggiamento nell’ambito del terrorismo. Terrorismo che
— secondo una inversione schizoide della realtà — sarebbe anche la diretta conseguenza
dell’ondata repressiva (fra l’altro pienamente legittima). In tal modo, ancora una volta si
conferma il tentativo — patetico in realtà — di presentare il terrorismo come una rea-
zione alla violenza reazionaria. Nonostante questo macroscopico travisamento della real-
tà, l’A. non può misconoscere — in quanto dissidente dell’Autonomia — l’opportuni-
smo che creò il M77 in merito all’uso della violenza ‘‘cioè ad inseguire forme di sponta-
neismo violentista (...)’’ che finı̀ per sostenere la prassi delle BR.
Anche nei confronti della reazione del mondo universitario — reazione che porterà
al rafforzamento della selezione, al numero chiuso e all’aumento delle tasse — l’A non
poté fare a meno di riconoscerne il successo. Proprio per reagire di fronte a questo inau-
dito e inammissibile — per l’A. — successo delle istituzioni, venne riproposta la classica
strategia della strumetalizzazione: prendendo atto dell’ampia precarietà del mondo del
lavoro attuale quale ghiotta opportunità per servirsene a fini politici? Trasformare il di-
sagio sociale in antagonismo politico non è stata forse una costante prerogativa delle
ideologie eversive?
Passiamo ad illustrare le considerazioni di MODUGNO curatore della Monthly Re-
view.
Secondo l’A. la continuità tra ’68 e ’77 è scontata: basti pensare alle armi che ‘‘gira-
vano dal ’69 (...) le carni erano quelle da compagni che facevano i servizi d’ordine e si

382
difendevano’’ (p. 101) o basti pensare anche alla critica impietosa e radicale del compro-
messo tra DC e PCI che l’A. ritiene equipollente al fascismo secondo un logoro cliché
che vede la DC e il fascismo come due facce della stessa medaglia e che le attribuisce
la formazione di una vera e propria banda armata che avrebbe fatto centinaia di morti
(p. 106)! Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un capovolgimento della realtà che
conferma come la percezione della realtà — da parte dei militanti più fanatici — fosse
allucinatoria. D’altra parte proprio PICCIONI militante bierre conferma — senza tanti
giri di frasi — la presenza — ampia e diffusa — delle BR all’interno dell’Autonomia.
Anche ANDREA — dopo aver ‘definito’ il M77 un movimento politico rivoluziona-
rio — lo connota come un soggetto autonomo dal PCI e dal Sindacato, movimento in
cui la violenza fu inevitabile (p. 197). Ma alla fine anche l’A. deve riconoscere il fallimen-
to di tutta la sinistra radicale . Spunti interessanti ci vengono offerti da CESARE che
serenamente ammette che nel ’77 numerosi studenti di appena 14 anni usavano bombe
molotov (p. 219) confermando per l’ennesima volta quanto comune e diffusa fosse la
pratica della violenza. Sottolinea MAURIZIO (p. 247), tra le componenti del M77:
‘‘Era una dinamica: giusta o sbagliata, però esisteva, di conflitto, anche militare fra di-
verse componenti’’. D’altra parte, addittando lo Stato come nemico principale
(p. 248) e rifiutando l’entusiasmo del PCI, che cosa ci si poteva attendere? Come ci si
può sorpendere di fronte ad affermazioni dirette come quelle di PIERA e FRANCESCO
per i quali la violenza era una condizione successiva e legittima quando veniva utilizzata
per assaltare la sede dei Fascisti? Ad ulteriore riprova di quanto detto pensiamo ai nu-
merosi slogans coniati in questo periodo. Per quanto concerne il mondo della violenza
armata da parte dell’operaio pensiamo agli slogan seguenti: ‘‘Cosa vogliamo compagni?
Basta! Cosa vogliano? / Tutto! Portare l’attacco al cuore dello Stato / Tutto il potere
all’operaio armato!’’; ‘‘Lo stato borghese si abbatte e non si cambia!’’; ‘‘Mirafiori ce l’ha
insegnato / proletariato in lotta, proletariato armato!’’; A proposito di Kossiga: ‘‘Cossiga
e Berlinguer, si sparano in bocca / la donna proletaria non si tocca!’’ e della DC: ‘‘Scudo
crociato / fascismo di Stato!’’; ‘‘La sede DC deve essere bruciata / non ci accontentere-
mo della passeggiata!’’; ‘‘DC assassina / Tutte le stragi come piazza Fontana / mano fa-
scista, regia democristiana’’.
Quanto agli slogans sulla polizia questi presentano non casuali analogie con quelli
dell’MSI: ‘‘Se vedi un punto nero, polizia assassina!’’; ‘‘Se vedi un punto nero spara a
vista, o è un carabiniere o un fascista!’’; ‘‘E se il carabiniere spara / lupara! lupara! /
Se spara il poliziotto / P38, P38’’; ‘‘Carabiniere / sbirro maledetto / te la spegniamo
noi la fiamma sul berretto!’’
Infine sulla legittimità della lotta armata basteranno pochi ed eloquenti slogans:
‘‘Contro la DC, contro il fascismo / Lotta armata per il comunismo!; ‘‘Dalle carceri e
dai penitenziari / Nuclei armati proletari!’’; ‘‘Rosse, rosse, brigate rosse! Come basterà
un solo slogan per indicare la solidarietà con la lotta armate internazionale: ‘‘ETA, IRA,
BR, padroni e imperialisti / scavatevi le fosse!’’. Di fronte a tutto ciò ci si può solo ram-
maricare che le scelte repressive arrivarono tardivamente. Se — al contrario — fossero
state poste in essere a partire dal ’69 molte derive estremiste sarebbero state evitate o
quanto meno contenute. Ma la viltà di una parte considerevole della politica lo impedı̀.

383
15. NOTE STORICHE SUL MOVIMENTO
DEL SETTANTASETTE

Parte prima

Un ruolo indubbiamente rilevante fu svolto dall’Autonomia che sorta nel 1973 grazie
a Negri (ex iscritto al PSI e co-fondatore di POTOP con Piperno e Scalzone) divenne un
punto di riferimento per gran parte del movimento del ’77, anche grazie alla autorevo-
lezza della rivista ROSSO (che ebbe sede a Milano). Proprio da questa pubblicazione
emersero con chiarezza la centralità della problematica della violenza che si concretizze-
rà nella esaltazione degli espropri, degli assalti a banche e a supermercati. Indubbiamen-
te fu la città di PADOVA, e in particolare l’Università del capoluogo, a rivestire un ruolo
determinante per l’Autonomia che nel volgere di breve tempo finı̀ per costituire un le-
game con l’area terroristica (come ebbe modo di rilevare VENTURA) facendosi promo-
trice, presso la Facoltà di scienze politiche di PADOVA, di azioni tipiche dell’agitazione
sovversiva: violenze fisiche, intimidazioni, che crearono un clima di terrore facendo ve-
nire meno ogni reazione. Naturalmente anche la contro informazione - svolta p.e. a BO-
LOGNA da Radio Alice - rivestı̀ un ruolo rilevante nel sobillare e indottrinare le masse a
favore dell’Autonomia. Solo con i processi condotti da Calogero, da Gallucci e Amato
nell’83 si incominciarono a comprendere la reale portata dell’Autonomia che sarà con-
notata come una associazione sovversiva con lo scopo di insorgere contro lo Stato, por-
tando in tal modo alla condanna di Negri e Scalzone nel giugno del 1987. Condanne
altrettanto severe verranno inflitte nei confronti di Alunni e Barese che verranno ricono-
sciuti colpevoli di banda armata, attentati dinamitardi e selvagge devastazioni.
Per non pochi interpreti — più o meno autorevoli — il ’77 fu una sorta di parabola
discendente della gran parte dei movimenti determinata anche dai numerosi dissensi al-
l’interno della sinistra extraparlamentare. Sia sufficiente pensare alle critiche rivolte dal
gruppo: ‘‘il Manifesto’’ all’Autonomia o alle prese di posizione del PCI che, di fronte
all’Autonomia, prese una posizione di netto e radicale dissenso che non gli impedı̀ tut-
tavia di tollerare la grande manifestazione dell’Autonomia a Bologna, nel settembre del
1977. O alla crescita delle divergenze tra LC e l’Autonomia — divergenze frutto solo di
fanatico settarismo e di smania di protagonismo di fronte ad una rivoluzione che si pen-
sava oramai imminente. Al di là delle distinzioni e/o dei contrasti non c’è dubbio che
tutti i vari raggruppamenti — in un modo o nell’altro — fossero figli della tradizione
comunista (p.e. Vesce proveniva proprio dalle sezioni del PCI) almeno quanto le orga-
nizzazioni terroristiche avevano trovato la loro genesi nelle fabbriche (p.e. della Magneti
Marelli di Milano) e soprattutto nei movimenti che d’altronde parlarono a più riprese di
ricorso alla lotta rivoluzionaria e di partito armato. A tale proposito alcune affermazioni

384
di POTOP sono assai significative: nel n. 35 del 1970 della rivista POTERE OPERAIO
si parla esplicitamente di violenza rivoluzionaria cosı̀ anche, nel documento dell’Ufficio
Internazionale di POTOP del 1973, si afferma — la necessità di superare l’inefficiente
spontaneismo di massa per produrre le condizioni della lotta armata e del terrorismo di
massa. In generale, al di là di queste specifiche affermazioni, la indubbia responsabilità
diretta o indiretta per la nascita della lotta armata e il suo sviluppo, vanno attribuiti non
solo al contesto operaio ma anche — e soprattutto — al contesto della intellettualità an-
tagonista universitaria ed extra universitaria (si pensi a NEGRI, VESCE, FERRARI
BRAVO). D’altronde non fu proprio NEGRI — nel 1974 — ad affermare che la lotta
armata rappresentava il suo autentico momento strategico? E non fu sempre NEGRI —
nel 1978 — a sostenere che la vittoria dell’Autonomia nasceva da una capillare estensio-
ne del contropotere di massa? Al di là delle capziose distinzione tra l’Autonomia e le BR,
in realtà la loro unica e reale differenza era nelle modalità operative di praticare il terro-
rismo: quello brigatista si attuava attraverso un elevato volume di fuoco mentre quello
dell’Autonomia si attuava in forma più frammentaria e dispersiva. . Tornando alla genesi
della lotta armata, qualsiasi studioso, intellettualmente onesto, non potrà non riconosce-
re che questa aveva un rilevante insediamento sociale e non potrà non riconoscere l’im-
portanza politico-strategico sia del ’68 sia delle opere di Feltrinelli (alludiamo a ‘‘Italia
1968: guerriglia politica’’ e allo scritto ‘‘Estate 1969’’). Quanto al ruolo del movimento
del ’77 come non rilevare che proprio questo fornirà alle BR — e non solo — un numero
di rilievo di dissidenti e un notevole radicalmente sociale? Alcuni semplici dati confer-
meranno la nostra analisi: la preistoria delle BR oltre che trovare nel gruppo dell’appar-
tamento dei giovani comunisti di Reggio Emilia di Franceschini una prima forma em-
brionale, troverà nella esperienza sovversiva dell’Università di Trento da parte di CUR-
CIO e della Cagol una prima chiara manifestazione; il secondo dato è relativo ai capi
storici delle BR (cioè a Moretti, Alunni) la cui genesi politica è individuale proprio
nel 1969. Il terzo dato — apparentemente indiretto — fu la pubblicazione del secondo
‘documento teorico’ delle BR proprio sulla rivista di POTOP. Un altro dato rilevante —
particolarmente sottolineato del Gen. Della Chiesa — era la capillare presenza delle BR
nella zona industriale torinese (d’altronde anche nel caso di Prima Linea l’epicentro della
loro attività fu rappresentato dalla città piemontese e anche nel loro caso i quadri pre-
venivano dal ’68 già da LC). In conclusione la lotta armata nel suo insieme (BR, NAP,
Prima linea etc.) derivò dalla sinistra extraparlamentare poiché — come sottolinea GAL-
LI — prese precisi connotati ideologici: ‘‘la violenza come levatrice della storia, il partito
come avanguardia militante della classe, la propaganda armata, il fuorilegge come ribelle
sociale’’ rafforzati dal contesto internazionale a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta
(Nuove Questioni di Storia Contemporanea, Vol. IV, p. 953, Ed. Marzorati, 1985). Tut-
tora — a differenza di Galli — noi siamo pienamente persuasi della gravissima respon-
sabilità della sinistra istituzionale sia per il suo garantismo sia per la comune matrice
ideologica.

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16. NOTE SULL’ALA CREATIVA
DEL MOVIMENTO DEL SETTANTASETTE *

Anche nei confronti del movimento del ’77 un’ampia solidarietà da parte degli intel-
lettuali non venne meno. Sia sufficiente riflettere su quella apertamente manifestata da
Sartre, Foucault, Deleuze e Guattari. Sotto il profilo strettamente ideologico l’ala crea-
tiva si connotò per un accentuato nichilismo abbinato ad un’utopia estetizzante e al re-
cupero del mito dell’artista come soggetto folle e sradicato. Naturalmente la dimensione
eversiva non venne meno ma ebbe — semplicemente — modo di esprimersi attraverso
modalità semiotiche analoghe all’underground degli anni Sessanta: la sintesi tra dadai-
smo, futurismo e surrealismo bretoniano diede vita all’ampio uso del detourrement, del-
la psicogeografia, del cut-up, all’uso dello sberleffo, della irrisione, della esaltazione della
dimensione ludica e della festa, della poesia-collage, all’humour noir surrealista, alla fe-
roce satira politica, alla creazione di falsi giornali, alla produzione di nonsense per man-
dare in corto circuito la menzogna della comunicazione consumistica. Indubbiamente le
pubblicazione più note, cioè quelle che faranno ampio uso di queste tecniche, saranno
ZUT (sorta nell’ottobre del ’76 a Roma ad opera di Pasquini), A/Traverso (sorta del ’75
a Bologna ad opera di Bifo e Sanotti) e Senza Famiglia (della quale l’opera dissacatrice di
Sade trova modo di radicarsi ampiamente in funzione visceralmente polemica contro la
morale cattolica e borghese in toto). Infine, accanto al rifiuto del lavoro e all’ampio uso
degli espropri proletari, la frammentazione del soggetto rivol