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Michele Cosentino - Giuseppe Gagliano - Giorgio Giorgerini

Sicurezza internazionale e
potere marittimo
negli scenari multipolari

EDIZIONI NEW PRESS - COMO


# Copyright 2004 by Edizioni New Press Como (Italy)
I Edizione 2004
Stampa New Press - Como
SOMMARIO

Ringraziamenti 7
Introduzione 9

Parte Prima
Aspetti del momento navale
di Giorgio Giorgerini
Capitolo I Lo scenario internazionale 15
Capitolo II NATO/UE: la crisi dei rapporti transatlantici.
La dimensione militare europea 22
Capitolo III La dimensione navale europea 27
Capitolo IV Evoluzione dei ruoli delle marine.
La funzione antiterrorismo 30
Capitolo V Il processo di rinnovamento delle flotte 35

Il ruolo del Mediterraneo nella strategia navale


di Giuseppe Gagliano 41

Parte Seconda
Il percorso dottrinario della Royal Navy
di Michele Cosentino
Capitolo I La ‘‘Strategic Defence Review’’ e le implicazioni per la
Royal Navy 51
Capitolo II La Royal Navy e l’applicazione del potere marittimo 61
Capitolo III Il potere marittimo sul mare 63
Capitolo IV L’applicazione del potere marittimo dal mare 65
Capitolo V La ‘‘defence diplomacy’’ e le operazioni marittime 67
Capitolo VI Le operazioni di polizia marittima 68
Capitolo VII L’applicazione benevola del potere marittimo 70
Capitolo VIII Il ‘‘Naval Strategic Plan’’ e la Royal Navy del 2015 73
RINGRAZIAMENTI

Il curatore esprime la propria gratitudine alla direzione della Rivista Marittima


per avere concesso la riproduzione dei saggi del Prof. Giorgerini e del Cap. Vasc.
Cosentino.

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INTRODUZIONE

L’auspicio di un nuovo ordine internazionale che si costituisce alla fine della


cold war è stato ampiamente smentito da uno scenario internazionale multipolare
e inevitabilmente instabile. Risulta necessario fornire adeguate interpretazioni,
anche alla luce del ruolo del sea power nel XXI secolo, che risultino in grado
di chiarire gli aspetti essenziali. Proprio allo scopo di conseguire in modo effica-
ce tale finalità, i saggi scelti pongono l’enfasi sul ruolo centrale della strategia na-
vale e della storia militare navale contemporanea nell’architettura di sicurezza
della NATO, dell’UEO, degli USA e in particolare della Royal Navy, sottoli-
neando la cruciale importanza del Mediterraneo.

9
Parte Prima

ASPETTI DEL MOMENTO NAVALE

di Giorgio Giorgerini
La nota introduttiva ai contenuti della nuova edizione 2004 dell’Almanacco
Navale non può evitare di ricollegarsi alle analoghe note che comparvero nella
scorsa edizione 2000-2001. Il mondo di tre anni e più or sono era percorso da
tempo da instabilità e da conflittualità che ne turbavano lo sviluppo pacifico e
quello di buoni e sereni rapporti internazionali. Interventi militari, anche cruenti,
si erano resi necessari in diverse regioni: basterà ricordare le turbolenti crisi nei
Balcani che richiesero l’impegno di forze multinazionali cosı̀ come oggi ne im-
pongono ancora la presenza. In proposito c’è da osservare subito che in tutte
le aree di crisi si è manifestata sempre l’importante partecipazione operativa del-
le marine militari, anche quando l’intervento, per la configurazione stessa del ter-
reno richiedeva quasi un’esclusiva delle forze aeree e, in seconda battuta, di quel-
le terrestri. Le marine hanno cooperato all’intervento con le loro aviazioni imbar-
cate, col pattugliamento delle acque coinvolte ai fini di far rispettare embargo e
blocco di materiali militari e strategici, misure decretate dalle organizzazioni in-
ternazionali, di assicurare il sostegno e i flussi logistici ai reparti operanti sul ter-
reno, di prestare assistenza con i propri mezzi alle funzioni di comando, control-
lo e comunicazione.

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CAPITOLO I
LO SCENARIO INTERNAZIONALE

Alla vigilia del quarto anno del nuovo secolo, il XXI, il panorama internazio-
nale, da un punto di vista della sicurezza e dell’assicurazione della pace, all’inter-
no e all’esterno di non pochi paesi, lascia molto a desiderare: anzi, si può anche
sottoscrivere l’affermazione che la situazione è ulteriormente peggiorata di fronte
a quella che illustrammo nell’Almanacco Navale 2000-01. Anzitutto ci sono state
due vere guerre. Quella in Afghanistan e quella in Iraq: guerre liquidate rapida-
mente sul campo, ma che in realtà continuano sotto le diverse forme di guerri-
glia, sabotaggio, terrorismo, forme di conflittualità che impediscono i tentativi di
pacificazione e di stabilità. In Afghanistan si combatte nelle zone montagnose
lungo il confine afgano-pakistano e altrove, senza venire a capo, per il momento,
delle formazioni guerrigliere che si rifanno al regime dei talebani o alla rete ter-
roristica di Al Qaeda, formate anche da elementi che provengono da altri paesi
islamici lontani. Al di là della ristretta area di Kabul, che è sotto il controllo delle
forze di sicurezza multinazionali e di quelle, scarse, del governo centrale, nel re-
sto del paese vigono contrasti e conflitti fra tribù e province di varie etnie e di
molteplici interessi locali contrastanti.
Tornando al periodo della guerra guerreggiata è interessante sottolineare che
le Marine operanti hanno avuto un grande ruolo nella condotta della campagna
aerea: le navi portaerei ne hanno rappresentato il fulcro e senza di esse l’offensiva
dal cielo sarebbe stata, non impossibile, ma certo problematica, molto costosa e
non cosı̀ efficace, specie nei termini della cooperazione cielo-terra con le truppe
operanti. D’altra parte l’aviazione di base a terra risultava di impiego difficile es-
sendole stato vietato l’uso delle basi situate nei paesi della regione: sarebbe po-
tuta intervenire partendo da basi lontanissime, dagli Stati Uniti e dall’Europa,
ma efficacia, tempestività e presenza sarebbero stati minimi. Questo fattore limi-
tativo in termini di libera disponibilità di basi è un fatto che potrà ripetersi an-
cora nel futuro e quindi sarà conveniente studiarne e allerstirne le alternative. Lo
stesso si può dire per l’offesa missilistica contro obiettivi afgani lanciata da bordo
di unità navali che incrociavano nel Mare Arabico. Nell’operazione ‘‘Enduring
Freedom’’, pur trattandosi di una guerra che si svolgeva in un paese interno e
lontano dal mare, le Marine hanno avuto un grande ruolo specie per il loro ap-
porto aereo-missilistico, senza nulla togliere all’intensa attività di pattugliamento

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e di vigilanza marittima antiterrorismo e antievasione svolta nelle acque limitrofe
alla zona d’operazioni. Tanto per precisare si tratta di missioni, seppure in scala
ridotta, che ancora oggi proseguono coll’impegno di varie Marine.
A circa un anno e mezzo dai drammatici fatti di New York e di Washington e
della successiva guerra contro il regime talebano in Afghanistan, è venuta a ma-
turazione la crisi coll’Iraq di Saddam Hussein e il successivo intervento militare
della coalizione anglo-americana. L’Iraq, uno degli ‘‘stati canaglia’’ indicati dal
Presidente degli Stati Uniti, è stato incolpato di disporre di armi di distruzione
di massa (WMD) e comunque di avere in corso programmi di sviluppo e di ac-
quisizione di tali armamenti, e quindi di rappresentare una minaccia per la sicu-
rezza mondiale, specie nella delicata e critica regione del Medio Oriente. Il risul-
tato negativo delle ispezioni effettuate dagli esperti dell’ONU non convinsero
Washington né, di conseguenza, Londra. Fu deciso quindi di passare, senza
più negoziati e controlli, all’azione militare, con la prospettiva, un avolta abbat-
tuto il regime di Saddam Hussein, di cominciare a ridisegnare la mappa geopo-
litica del Medio Oriente e di influenzare in senso risolutivo il difficile e critico
cammino verso la pace dell’annoso conflitto israelo-palestinese, senza trascurare
eventuali mosse nei confronti di altri due rogue states quali la Siria e l’Iran.
L’iniziativa militare anglo-americana, sostenuta da Spagna e Italia e da qual-
che altra nazione minore, ha suscitato, come è noto, una specie di terremoto nel-
le relazioni internazionali. Le Nazioni Unite, gran parte dell’Unione Europea, la
Russia, la Cina e molti altri paesi non hanno mai avallato tale operazione, rifiu-
tando ogni sua legittimazione e, ancor più, ogni loro sostegno all’impresa. Le
operazioni di guerra in Iraq si sono concluse come era già nei calcoli: in poche
settimane le forze armate irachene sono svanite nel nulla, inclusi i reparti della
famosa e temuta Guardia Repubblicana, non estranea a ciò, una fertile attività
di intelligence diretta a intese sottobanco con le autorità militari e i comandi delle
grandi unità del’Esercito di Bagdad.
L’esito rapido del conflitto sembrò confermare le previsioni più ottimistiche
del Pentagono, mentre ora risulta fallita la previsione per una rapida pacificazio-
ne del paese, per la sua democratizzazione e per una altrettanto veloce ricostru-
zione e ammodernamento. Questi supposti non si sono verificati: siamo infatti
davanti a una guerriglia sempre più organizzata, col concorso di combattenti
non solo provenienti dalle file delle ex organizzazioni militari e di partito di Sad-
dam Hussein, ma anche da elementi appartenenti a movimenti estremisti islamici
filtrati da altri paesi: Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Cecenia, Siria, Afghani-
stan, ecc. A ciò si aggiunge il contrasto interno o a questioni religiose, ma anche a
ben precisi interessi, specie nell’area nord-orientale dove è concentrato il meglio
della produzione petrolifere. È credibile che la valutazione della situazione post-
bellica abbia peccato di troppo ottimismo, poco tenendo conto della complessa

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realtà interna dell’Iraq, invenzione di un’entità statuale artificiale creata nell’im-
mediato primo dopoguerra, nel 1920, e che al primo importante sommovimento
avrebbe potuto precipitare nell’instabilità più radicale, come pare stia accaden-
do. La stessa risoluzione 1511 dell’ottobre 2003 da parte del Consiglio di Sicu-
rezza delle Nazioni Unite che alfine promuove un qualche coinvolgimento diret-
to dell’ONU nel riordino e nell’opera di pacificazione dell’Iraq, però con alcune
importanti rinunce di partecipazione da parte di paesi importanti quali Francia,
Russia e Germania, non suscita ferme speranze di una rapida soluzione della
questione irachena, almeno nei suoi aspetti più deteriori: ostilità verso gli eserciti
occupanti o presenti, acrimonia interna fra le confessioni praticate dalla popola-
zione, problema curdo, dispute e contrasti politici per il potere interno appena
avviato verso un processo di democratizzazione, mai conosciuto prima. Permane
dunque una difficile condizione verso cui le organizzazioni internazionali, le al-
leanze e le nazioni, specie le più importanti, quali gli Stati Uniti e l’Unione Eu-
ropea, dovranno guardare con grande attenzione. Sul piano politico, o sulla cre-
dibilità delle motivazioni che hanno portato all’iniziativa militare contro l’Iraq,
grava il fatto che tutte le ispezioni prebelliche e, soprattutto, quelle condotte
con grande intensità e impegno dopo la cessazione delle ostilità per il ritrova-
mento di armi di distruzione di massa, non hanno portato ad alcun risultato:
a oggi l’Iraq non sembra aver mai costituito alcun arsenale di WMD. È stato co-
munque eliminato un regime dittatoriale ritenuto fonte di minaccia nel Medio
Oriente.
La condotta della guerra in Iraq, diversa da quella in Afghanistan, ha visto
anch’essa un importante contributo delle forze navali della coalizione. Anche
in questo caso l’apporto di efficacia è stato quello dell’aviazione e della missili-
stica imbarcata che ha colpito obiettivi tattici e strategici del teatro d’operazioni.
Basti rilevare che la Marina degli Stati Uniti, a un certo punto dell’operazione,
aveva schierate in zona sei portaerei. Si aggiunga poi l’afflusso dei rifornimenti
via mare che potevano raggiungere solo gli approdi del vicino Kuwait e, una vol-
ta conquistati, quelli iracheni di Um Qasr e di Bassora. Da sottolineare ancora
una volta la rapidità di dispiegamento e di intervento in area delle forze navali
al primo cenno di apertura della crisi, nonché l’efficacia del sistema strategico
di preposizionamento del complesso marittimo di forze, materiali e approviggio-
namenti.
La guerra totale al terrorismo, dichiarata dopo l’11 sttembre 2001 dagli Stati
Uniti ai quali si sono affiancati molti altri paesi, continua a imporre missioni in
alto mare di pattugliamento, vigilanza, monitoraggio, ecc. a gran parte delle forze
navali nei confronti di migliaia di navi mercantili che ogni giorno sono in navi-
gazione in ogni mare. Dal canto suo, il naviglio dei servizi di guardia costiera è
mobilitato nella sorveglianza delle acque costiere e litoranee e di quelle portuali,

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impegnato in attività di prevenzione di attentati e sabotaggi con vettori prove-
nienti dal mare, inclusa l’ispezione di carichi mercantili diretti verso destinazioni
sensibili a un qualsiasi attacco terroristico. Si può dire che tutto il mondo marit-
timo stia attraversando un periodo di tensione generato dall’ampliamento pro-
gressivo delle aree di instabilità e di crisi con le naturali conseguenze di impegno
in aumento per le marine e i servizi guardacoste attivi anche in altri ruoli: dal
soccorso in mare, all’attività di polizia marittima e di anticontrabbando, alla re-
pressione delle attività criminali in mare, al contrasto ai flussi migratori clande-
stini.
Alla realtà dei conflitti e all’esigenza della garanzia di sicurezza che sembrano
geograficamente ben localizzati, si aggiungono altre condizioni di crisi, che di
frequente richiedono l’intervento di forze navali. Fra questi i non pochi conflitti
locali e interni di paesi africani. La Sierra Leone ne è stata un esempio, ma ancor
più di recente il conflitto interno della Liberia, quello in Costa d’Avorio e in
Congo hanno obbligato a fare ricorso all’intervento di forze multinazionali e
gli interventi navali non sono stati pochi, specie quelli effettuati dalle Marine
francese e americana. L’apparizione delle navi ha avuto sempre l’effetto di dimi-
nuire la tensione, ancor più se accompagnata dalla messa a terra di reparti da
sbarco trasportati dai gruppi navali. È stato cosı̀, ad esempio, in Liberia dove
la fase acuta dello scontro si è subito attenuata non appena sono apparse nelle
acque costiere le navi americane fra cui una componente anfibia che ha messo
a terra il suo contingente di marines. Sono stati cosı̀ avviati negoziati di pace
fra le fazioni opposte giungendo a un accordo, ma non appena i reparti da sbar-
co si sono reimbarcati e le navi hanno lasciato le acque liberiane, la controversia
è ripresa a dispetto della presenza di un contingente multinazionale di peacekee-
ping. È solo un esempio di quanto oggi le Marine siano impegnate a correre per
il mondo dove una crisi succede ad un’altra.
Si è accennato all’Africa, continente dove le emergenze non sembrano finire
mai, mentre altri continenti non sono da meno. Un esempio ancor minore di ciò,
ma significativo, il cui conflitto interno all’arcipelago delle isole Salomone — tea-
tro di estreme battaglie combattute nella seconda guerra mondiale attorno all’i-
sola di Guadalcanal tra americani e giapponesi — che ha provocato migliaia di
morti senza alcuna possibilità di addivenire ad un cessate il fuoco, ha obbligato
l’Australia e la Nuova Zelanda a intervenire militarmente: la Marina è stata mo-
bilitata, ha raggiunto le Salomone, ha mostrato i muscoli e ha messo a terra re-
parti dell’Esercito con un compito di interposizione e quindi di peacekeeping. Ri-
stabilito l’ordine, le forze australiane e neozelandesi hanno cominciato a ritirarsi
dallo scorso mese di ottobre.
Nell’interno dei continenti non si contano quasi i paesi sconvolti da sommo-
vimenti, terrorismo, guerre e guerriglie intestine: dal Nepal alla Cecenia, dalla

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Colombia al Ruanda, dal Sudan all’Indonesia, dalla Nigeria alle Filippine, dall’A-
rabia Saudita allo Sri Lanka e cosı̀ via. Alcune non coinvolgono attività navali,
altre sı̀, almeno intese come entità preliminari di forza per eventuali interventi.
Nell’area del Mediterraneo ‘‘allargato’’, al di là della polveriera rappresentata
dall’intero Medio Oriente, della guerriglia e del terrorismo interno in Algeria e di
giustificati dubbi su una vera normalizzazione di alcuni territori balcanici, vi è
l’ultra cinquantennale conflitto fra israeliani e palestinesi che ha, nella sua dram-
maticità, del miracoloso pensando che sino a ora ha tenuto quasi sempre fuori
dalla contea movimenti terroristici e rivoluzionari islamici estranei alla causa del-
la Palestina. Conflitto di cui, sino a ora, non si riesce a vedere una via d’uscita,
sebbene si siano moltiplicate le iniziative internazionali di pace che regolarmente
si scontrano contro gli opposti estremismi palestinesi e israeliani e contro posi-
zioni e richieste radicali che si dimostrano inaccettabili. Il rischio è, ma forse è
già un fatto in atto, come potrebbero dimostrare recenti attentati (quello di Gaza
contro funzionari civili americani addetti all’assistenza scolastica e universitaria),
che l’estremismo palestinese accetti l’intervento del terrorismo islamico interna-
zionale: a questo punto potrebbe presentarsi uno scenario, se non orribile, certo
tragico. Il principio che bisogna aver fede e lavorare affinché questa triste guerra
— perché di guerra si tratta — giunga alla fine e a una pace sicura e consolidata
è un obbligo per ognuno, ma non bisogna rimanere ciechi davanti alla possibilità
di un allargamento conflittuale ancor più drammatico e crudele che investa tutto
il Levante mediterraneo e oltre. A quel punto non ci si potrà tirare indietro e
toccherà in primo luogo agli Stati Uniti, all’Europa, forse alla Russia il compito,
non facile, di brushfire. Si tratterà di proiettare probabilmente nel Mediterraneo
orientale navi, aerei, mezzi, soldati per spegnere il conflitto e instaurare final-
mente una situazione di distensione.
Ma in fatto di tensioni lo scenario non è avaro. Se ci spostiamo più a est in-
contriamo le preoccupazioni che procurano i programmi nucleari dell’Iran che
non presentano connotazioni proprie di un progetto di sviluppo di energia civile,
in quanto alcuni processi sembrano diretti a fornire materia prima per la produ-
zione di armi nucleari. L’Iran smentisce, ma il sospetto rimane. Si spera possa
essere fugato dopo l’intervento dell’ottobre scorso compiuto dai rappresentanti
di Gran Bretagna, Francia e Germania a nome dell’Unione Europea affinché l’I-
ran accetti le ispezioni dell’ente delle Nazioni Unite per il controllo delle produ-
zioni nucleari e rispetti le condizioni del trattato di non proliferazione nucleare.
L’Iran si è mostrato disponibile, ma se ciò non avvenisse si creerebbe un nuovo
stato di tensione nella già tormentata area del Golfo dove si potrebbe innescare
un contenzioso che potrebbe chiamare in causa la dottrina della guerra preven-
tiva (o di azioni circoscritte e limitate nel tempo e nello spazio) cosı̀ come enun-
ciata a suo tempo dal governo degli Stati Uniti. Scenario dunque da tenere d’oc-

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chio e con forze predisposte, anche se dopo l’ottobre 2003, come accennato, Te-
heran si è dichiarata pronta a rivedere la sua politica nucleare e a sottomettersi
alle ispezioni, anche non programmate, dell’IAEA, decisione che dovrebbe ral-
lentare la tensione in zona.
Fra l’Oceano Indiano, il Mare Arabico e il Golfo del Bengala si protende il
subcontinente indiano, certo non scevro da sommovimenti di vario genere e
da pericolosi rischi bellici. L’India, potenza nucleare e militare, si presenta oggi
anche come la più grande potenza navale fra l’Europa e il Sud-Est asiatico. Il suo
contenzioso è col Pakistan, altra potenza nucleare sebbene militarmente inferiore
all’India. La materia del contendere è la regione del Kashmir, contesa da sempre
fra i due paesi, con acutizzazioni del contrasto che hanno portato più di una vol-
ta alla soglia di una guerra che da convenzionale potrebbe presto volgersi in nu-
cleare, per poi tornare a situazioni di trattative e negoziati che a poco portano
mentre non sono estranei nel territorio conteso azioni di guerriglia e di sabotag-
gio. Si aggiunga inoltre che fra questi due paesi nuclearizzati non vi è solo la crisi
del Kashmir, ma esistono vecchie dispute e antichi risentimenti di natura religio-
sa e di interessi strategici specie nelle fasce di confine. È trascorso poco più di un
anno da quando si andò vicini alla guerra: vi furono tiri di artiglieria, combatti-
menti fra piccoli reparti, furono schierati — da una parte e dall’altra del confine
— circa due milioni di soldati fra tutti e due i contendenti, un consistente grup-
po navale della Marina indiana prese il mare con rotta nord-ovest in direzione
del Pakistan e anche le navi della Marina pachistana — di molto inferiore a quel-
la antagonista — uscirono comunque dalle basi; New Delhi e Islamabad non esi-
tarono a fare cenno di essere pronti a usare l’arma nucleare. L’impegno diploma-
tico internazionale fece in modo che l’incendio fosse estinto. Tuttavia lo scenario
di crisi permane e in questo la considerevole flotta indiana potrebbe avere un
ruolo da non sottovalutare, non solo nei confronti della Marina pachistana,
ma anche verso quelli di qualsiasi coalizione internazionale che volesse interve-
nire per ristabilire ordine e pace e che l’India non ritenesse ciò opportuno o
di suo gradimento. Da tenere presente in questo contesto la comparsa di prime
forme di collaborazione militare fra India, Israele e Stati Uniti.
Il Sud-Est asiatico è un’altra regione che ha i suoi problemi di instabilità in-
terna con manifestazioni di terrorismo e di guerriglia, arginati in qualche modo
dalle forze armate e di sicurezza locali, talvolta assistite da esperti e consulenti
militari di altre nazionalità. L’attività navale è frequente per compiti connessi
con le condizioni conflittuali in corso, quali il pattugliamento, il controllo dei
movimenti marittimi e il trasporto e la messa a terra di reparti di truppa impe-
gnati nella ricerca e nell’ingaggio delle formazioni guerrigliere. Questo avviene
soprattutto in Indonesia e nelle Filipine.
Lo stato di allerta è al massimo in Estremo Oriente dove la crisi è provocata

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dall’atteggiamento della Corea del Nord in fatto di programmi di armamenti nu-
cleari e missilistici. Il sensibile sviluppo impresso nella ricerca e nella produzione
di queste due componenti strategiche dell’arsenale nordcoreano, solleva ormai
da tempo l’apprensione dei paesi limitrofi: Corea del Sud e Giappone in primo
luogo. Gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro dispositivo militare in Estremo
Oriente, contemporaneamente al loro impegno nella guerra in Iraq, e hanno ri-
chiesto, con vari toni, che la Corea del Nord interrompa il suo programma nu-
cleare e distrugga il suo arsenale atomico. Pyongyang replica in modo negativo
richiedendo un trattato di non aggressione e consistenti aiuti economici, altri-
menti continuerà nel programma ritenendosi minacciata d’invasione. La situazio-
ne si sta trascinando in questi termini sebbene non manchino continue iniziative
di negoziato attraverso la Russia, la Cina, il Giappone e la Corea del Sud. Non
mancano i presupposti per il ricorso a una guerra preventiva, essendo la Corea
del Nord considerata uno dei rogue states, ma gli Stati Uniti, almeno per ora e in
questo caso, continuano a cercare la possibilità di una trattavia giusta attraverso
e assieme agli altri paesi più sopra citati. D’altra parte una presa di posizione mi-
litare presenterebbe qualche problema visto l’impegno che gli Stati Uniti devono
ancora mantenere in Afghanistan e in Iraq. Permane dunque uno stato di tensio-
ne in attesa di nuovi sviluppi, ma il dispositivo, specie quello aeronavale, degli
Stati Uniti nella regione rimane operativamente pronto, mentre il governo della
Corea del Nord continua a respingere ogni proposta che non soddisfi le sue in-
tere richieste.

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CAPITOLO II
NATO/UE: LA CRISI DEI RAPPORTI TRANSATLANTICI.
LA DIMENSIONE MILITARE EUROPEA

Se lo scenario internazionale è quello che è, contrassegnato da condizioni di


instabilità e di conflittualità estese, sul piano politico ed economico la situazione
presenta aspetti che non possono non preoccupare per l’avvenire. In primo pia-
no si pongono i turbamenti che travagliano i rapporti tra le due sponde dell’A-
tlantico, fra gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione Europea. Sembra purtroppo fi-
nita l’epoca del solidarismo e della compattezza euroatlantica, forse un legame
che più che sentito era avvertito, dagli europei, come una polizza d’assicurazione
contro eventuali mosse offensive ed espansionistiche dell’Unione Sovietica. Pas-
sare, con la fine della Guerra Fredda, dal mondo bipolare a una realtà unipolare,
non piace a tutti e, specie in Europa, non mancano spinte di presa di libertà d’a-
zione che genera contrasti con gli Stati Uniti.
Non è questa la sede per analizzare i complessi aspetti critici delle relazioni
transatlantiche: bisogna infatti osservare che la crisi di tali rapporti non va adde-
bitata solo al momento della guerra all’Iraq, decisione americana non condivisa e
avversata da importanti paesi dell’Unione Europea, quali la Francia e la Germa-
nia, perché di motivi ve n’erano e di preesistenti a cominciare dal problema delle
tariffe doganali sui prodotti dell’acciaio e di altri comparti merceologici a quello
della concorrenza euro-dollaro, dalle regole del commercio in seno al WTO alle
differenze di comportamento nei confronti dell’efficacia del ruolo delle Nazioni
Unite, alla ruggine creatasi in seguito agli interventi militari in territori dei Bal-
cani. Occasioni, queste ultime, in cui gli americani hanno avuto modo di lamen-
tarsi delle difficoltà frapposte da alcuni governi europei alla condotta delle ope-
razioni di guerra e di aumentare il loro grado di scetticismo verso le capacità e le
volontà militari degli alleati europei. Paesi che mirano a resuscitare un ruolo di
potenze guida in Europa, nell’ambito dell’Unione, quali la Germania e la Fran-
cia, hanno opposto il loro dissenso verso ogni aspetto della politica internaziona-
le degli Stati Uniti, dalla dottrina della guerra preventiva a quella dei rouge states,
a quella del ruolo e del nuovo carattere che dovrebbe assumere l’Alleanza Atlan-
tica, la NATO, che, almeno in una visione di Parigi dovrebbe scomparire in
qualche modo sostituita da una capacità militare europea, resa autonoma e indi-
pendente da quella americana. Forse è solo velleitarismo di maniera, forse sono
manifestazioni di insofferenza verso una situazione creata indubbiamente da una

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condotta unilaterale della politica e della strategia americana che pesa sulla ri-
chiesta avanzata dall’Europa di un multilateralismo partecipato. Giusta posizio-
ne in linea di principio, ma un conto sono le responsabilità, le vedute e le esigen-
ze planetarie di una super-potenza, altre quelle di un’Unione di paesi ancora so-
vrani sotto l’aspetto politico-militare e dove ognuno rappresenta ancora un
insieme di interessi nazionali cui non sembra voler venire meno, specie quando
il loro numero, nell’ambito dell’Unione, sta diventando, se non pletorico, certo
affollato. Non è inoltre da credere che queste lesioni o demolizioni dei rapporti
euroamericani dipendano da un tipo di amministrazione americana anziché da
un’altra, perché, non scordiamolo, frizioni e insofferenze erano già manifeste an-
che con la precedente amministrazione americana, cioè quella del presidente
Clinton e del Partito Democratico.
La crisi dei rapporti fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea si è manifestata in
tutta la sua ampiezza e nel suo aggravamento in occasione della guerra all’Iraq,
condannata in gran parte dal Vecchio Continente — coll’eccezione di Regno Uni-
to, Italia, Spagna, Paesi Bassi — perché ritenuta priva di legittimazione da parte
delle Nazioni Unite e considerata un atto unilaterale dell’America. Non estranea
nella scelta di questa posizione il tentativo della difesa di interessi economici e po-
litici che importanti nazioni europee avevano in Iraq e che vedevano messi in pe-
ricolo e in discussione a causa della guerra. La stessa costruzione dell’Unione Eu-
ropea ha sofferto di un sisma strutturale essendosi spaccata al suo interno fra pae-
si dissociati e avversi alle decisioni degli Stati Uniti e paesi invece favorevoli e in
appoggio a Washington. È stato certamente il momento di più basso livello per le
relazioni transatlantiche. La rapida conclusione delle ostilità e il guerreggiato do-
poguerra non hanno dissolto il differente schieramento europeo fatta salva una
serie di dichiarazioni di ritorno alla piena concordia del passato sul piano di
ben studiate espressioni diplomatiche formalmente ineccepibili, ma non altret-
tanto nella sostanza. Lo stesso e peggio dicasi nei rapporti ora correnti fra i
due versanti dell’Atlantico: l’umanimità raccolta al Consiglio di Sicurezza dell’O-
NU nell’ottobre 2003 dalla risoluzione 1511 avanzata dagli Stati Uniti, apertasi a
un qualche cenno di multilateralità, non ha illuso alcuno: anche in questo atto si
dovrebbe trattare più di forma che di sostanza, tanto più che importanti paesi del-
l’Unione Europea — in prima linea sempre Francia e Germania — si sono affret-
tati a precisare che non si sentono impegnati a inviare in Iraq forze militari né con-
tributi economici. È vero che le posizioni in politica internazionale possono cam-
biare da un giorno all’altro, ma allo stato dei fatti non sembra ci siano aperture.
La guerra irachena è stata il detonatore di una carica già innescata che minac-
ciava le relazioni America-Europa, ma i suoi effetti si sono ripercossi su un piano
politico-strategico molto delicato, anzi difficile: la sorte della NATO, la costru-
zione di un’entità autonoma militare europea, i rapporti fra le due organizzazio-

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ni. È noto che in Europa, specie da parte della Francia e di qualche altra nazione
dell’Unione vi sia da tempo il progetto, l’obiettivo di superare la NATO come
alleanza militare cosı̀ da tagliare ogni vincolo di subalternità e, forse, di coope-
razione con gli Stati Uniti, sostituendo il tutto con un’identità militare europea
che provveda per suo conto alla difesa e alla sicurezza sia dell’Europa sia della
pace nel mondo. Soluzione che significherebbe mettersi in competizione col vec-
chio alleato americano, arrivando sino a insistere sull’ambizione di competere
anche tecnologicamente con questi. Progetto lodevole sotto alcuni aspetti, ma,
riteniamo, piuttosto velleitario e comunque lontano nel tempo considerando an-
che solo i problemi economici che affliggono i paesi europei e che li pongono in
seria difficoltà ai fini di un aumento significativo dei loro bilanci militari che si
renderebbe necessario se volessero realizzare l’obiettivo. Più ragionevolmente
si può credere al modesto incremento di qualche decimale nella percentuale
di bilancio sul PIL che poco cambierebbe delle condizioni attuali delle forze ar-
mate europee. Forse il miraggio della forza armata europea lo si potrà raggiun-
gere il giorno che si avrà una vera e propria unione politica e che le forze armate
potranno unificarsi in un tutt’uno con numeri inferiori agli attuali, risparmi di
bilancio, guadagni in efficacia ed efficienza: ma quando sarà realizzabile una cosa
del genere? Per il momento e per il futuro prevedibile non si può andare al di là
di reparti, unità, mezzi, personale assegnati a richiesta o a turno a comandi qua-
dro istituiti su base europea: insomma una ripetizione o un doppione di quello
che è stato ed è fatto con la NATO. In fondo è quello che è stato previsto per il
primo esperimento di costituzione di una grande unità europea di reazione rapi-
da (60.000 soldati), a livello di corpo d’armata, per compiti preminenti di prea-
cekeeping, con relativi supporti aerei e navali. Già non sono mancati e non man-
cano problemi in questa direzione dove giocano ancora troppi interessi e vedute
nazionali nonché residue gelosie di sovranità. Si vedrà poi, una volta creato lo
strumento, il grado che avrà di efficacia operativa, considerato anche il fatto
già scontato e concesso, dell’accesso a determinate strutture NATO di pianifica-
zione, trasporto aereo strategico, sistemi di sorveglianza e ricognizione, di comu-
nicazioni e comando e controllo, di cui la creazione europea ne è carente e lo
rimarrà ancora per anni.
La proposta avanzata da Francia, Germania e Belgio per l’istituzione di un
comando supremo europeo, istituito quasi come contraltare del comando supre-
mo della NATO — addirittura a pochi chilometri l’uno dall’altro — è visto con
ostilità da altri paesi europei cominciando dalla Gran Bretagna che pur essendo
molto interessata alla creazione dell’entità militare europea, intende che questa si
mantenga collegata alla NATO e quindi con gli Stati Uniti. Uno dei commenti
più frequenti in proposito è stato quello che ‘‘l’Europa ha bisogno di forze ope-
rative pronte e non di eserciti fatti di carte e poltrone’’.

24
È scontato che oltre Atlantico queste inquietudini europee, questi aneliti di
revanchismo politico e strategico provochino reazioni che portano anche a insi-
stere su un nuovo ruolo della NATO per la difesa e la sicurezza degli interessi
comuni. Misura significativa è stata quella della costituzione per il 2006 di una
unità NATO di risposta rapida, con 20.000 militari, pronta e articolata per in-
tervenire in tempi estremamente brevi in qualsiasi area di crisi.
Non è un’istanza nuova la richiesta della NATO affinché gli alleati europei
investano di più nei loro bilanci militari e rafforzino il ruolo delle loro forze ar-
mate: soluzione compatibile con la costituzione dell’entità militare europea, ma a
patto di preservare il rapporto che lega gli alleati. Le forze dell’Unione Europea
potranno essere complementari ma non alternative a quelle della NATO. Po-
tranno intervenire, se lo vorranno, dove e come la NATO non intenda farlo.
Ma questo non vuol dire liquidare l’Alleanza Atlantica, né creare doppioni o ri-
dondanze, né dare luogo ad ambizioni di sapore antico che poco hanno a che
fare con gli aspetti del mondo d’oggi.
Sappiamo che non esistono risorse per consentire che ogni paese possa sin-
golarmente provvedere per via autarchica alla propria difesa e sicurezza totale.
Le esigenze di questo tipo vanno ricercate e risolte nella realtà di unioni e comu-
nità di nazioni, di cui l’Europa ne è un esempio. Sul piano industriale molto si è
fatto in termini di ricerca, sviluppo e industrializzazione di mezzi e sistemi adot-
tati da più nazioni dell’Unione; però si è ancora lontani da un’omogeneizzazione
o unificazione degli armamenti. Gli arsenali europei continuano a essere nazio-
nalmente troppo differenti anche se esistono programmi plurinazionali che però
non sono mai globalmente adottati: tre paesi si mettono d’accordo per costruire
un tipo di nave, ma ve ne sono altri due che ne costruiscono un tipo diverso seb-
bene della stessa categoria e altri due che preferiscono progetti nazionali, pur si-
stemandoci a bordo, meno male, alcuni, ma non tutti, sistemi omologhi. Non esi-
ste un tipo unificato di carro armato o di pezzo d’artiglieria e anche nel settore
aeronautico siamo ancora lontani da un’unificazione tipologica europea. È chia-
ro che ciò deriva da scelte politiche dove non sono estranee le tutele a industrie
che rimangono ancora nazionali, mentre nel settore aerospaziale ed in quello dei
sistemi si è certamente più avanti nel processo di integrazione continentale, e
non solo; in altri si è ancora vincolati ad una visione ristretta agli orizzonti di in-
teressi locali. È un po’ il caso dell’industria cantieristica che se si muovesse nella
stessa direzione in cui si è mossa quella aerospaziale, ci si potrebbe attendere la
proposta di tipi unificati di piattaforme navali e di apparati motori marini con
una serie di vantaggi di vario genere, inclusi quelli economici a beneficio delle
non troppe doviziose risorse di bilancio. Qualcosa si sta muovendo nel settore,
dapprima con gli americani che hanno voluto acquisire la Howaldtswerke Deut-
sche Werft specializzata nella costruzione di sottomarini diesel-elettrici, ma che

25
hanno rimesso rapidamente sul mercato viste le difficoltà di produzione di quei
mezzi navali destinati anche a paesi ‘‘critici’’ quale Taiwan (ne andrebbero di
mezzo i rapporti con la Cina); ora con manovre che vedono grandi gruppi fran-
cesi e tedeschi del settore alla ricerca di fusioni e integrazioni con altri cantieri
europei.
In complesso un’entità europea di difesa è in cammino, un percorso lento e
difficile, ma necessario da percorrere sia sotto il profilo politico, sia sotto quello
economico-tecnologico, sia sotto quello militare. Il punto è continuare a salva-
guardare e a rinnovare quanto c’è di esistente, nell’ottica politica che i rapporti
transatlantici o euroamericani non possono venire meno riconoscendo a ognuna
delle due parti la realtà del proprio ruolo, della propria funzione e delle proprie
reali capacità senza ricorrere a vane pretese competitive.

26
CAPITOLO III
LA DIMENSIONE NAVALE EUROPEA

Se parliamo di una dimensione militare europea, al di là di ciò che potrà es-
sere, è naturale che ci si domandi quale potrà essere la dimensione navale euro-
pea. Oggi abbiamo un dato certo, l’Unione Europea dispone del più grande
complesso navale dopo quello degli Stati Uniti, almeno per quello che riguarda
le forze navali convenzionali, in quanto la componente strategica deterrente è
composta di soli nove sottomarini SSBN in possesso delle Marine francese e bri-
tannica, mentre la Russia ne conta di più, 17 almeno sulla carta, collocandosi al
secondo posto. Sono forze navali che hanno però bisogno di un rinnovamento e
di linee di naviglio in parte differenti da quelle del periodo della Guerra Fredda.
Questo processo è in corso, non senza qualche difficoltà, ma è prevedibile che
intorno al 2010 le Marine europee potranno dirsi quasi completamente rinnova-
te.
La dimensione militare marittima dell’Unione Europea non è un qualcosa da
inventare godendo di una più che cinquantennale esperienza di stretta coopera-
zione in ambito NATO, specie con le forze navali standing e on call che si sono
succedute nel tempo. Inoltre, da qualche anno, vi sono strutture operative di
netta marca europea che collegano insieme diverse Marine attraverso accordi
bi/multilaterali. Prendendo ad esempio quelle cui aderisce la Marina italiana,
si hanno già l’EUROMARFOR (con Francia, Spagna e Portogallo), la SIAF
(Spanish-Italian Amphibious Force) e la SILF (Spanish-Italian Landing Force),
cui si aggiungono nuove iniziative di sviluppo e impiego europeo quali l’EAI
(European Amphibious Initiative) con Italia, Francia, Regno Unito, Spagna,
Paesi Bassi; l’EMI (European Maritime Initiative) cui partecipano tutti i paesi
dell’Unione Europea con lo scopo di assistenza nel processo di formulazione
di una policy marittima europea.
Il problema è definire come si può articolare una concreta dimensione marit-
tima europea, come si dovranno conformare in proposito le varie Marine per
concorrere alla creazione di uno strumento navale integrato, equilibrato, bilan-
ciato, uniforme il più possibile, efficiente ed efficace. Il problema non è nuovo
e da anni si pensa alla miglior soluzione che eviti spreco di risorse, dispersioni
di capacità, sovrapposizioni e ridondanze.
Proprio nella ricerca di tutto questo sono esaminate alcune alternative che

27
potrebbero essere assunte dall’Europa navale. Una soluzione apparentemente at-
traente è quella della divisione dei compiti, con la conseguente esigenza di una
specializzazione per settori di attività. Però la specializzazione per compiti richie-
de un livello di integrazione politica e una chiarezza di situazione strategica che
al momento e per il futuro, non è chiaramente ipotizzabile. La specializzazione
ha bisogno di riferimenti precisi, è essenzialmente statica, riduce o annulla la
flessibilità richiesta dalla politica e produce effetti quasi irreversibili. La perdita
di alcune capacità operative a vantaggio di altre inaridisce e restringe la visione
stessa dei problemi e delle situazioni operative, oltre ad annullare certe potenzia-
lità tecnologiche. Inoltre la specializzazione potrebbe favorire lo scarico di re-
sponsabilità fra partner e la difficoltà di stabilire chi dovrebbe decidere la ripar-
tizione di specialità e di ruoli e a chi affidarli. La specializzazione appare quindi
una via da non seguire.
Anche il concetto, il secondo, basato sulla posizione geografica delle varie Ma-
rine, porterebbe alla creazione di sottogruppi regionali con limiti di una certa
rigidità ai teatri operativi, a danno della flessibilità, mobilità, efficacia, integrazio-
ne dell’insieme delle forze navali, pur apportandovi occasionalmente correzioni
che consentirebbero di uscire dai limiti geografici fissati. Comunque anche que-
sta soluzione non sarebbe la migliore.
Il terzo concetto appare sotto una luce migliore: è quello della complementa-
rietà, in quanto può consentire di ovviare a rispettive debolezze attraverso la
somma di capacità operative complementari. È evidente che tra le Marine euro-
pee ci possono essere differenze di capacità dipendenti dalla tipologia o da un
diverso bilanciamento delle forze: è il caso in cui la somma di esistenti capacità
complementari potrebbe fornire una risposta valida a fronte di specifiche esigen-
ze. Ma, in cauda venenum, c’è il rischio che il criterio della complementarietà sci-
voli progressivamente verso la specializzazione, soluzione che, come si è visto,
non appare adottabile.
L’ultimo e quarto criterio ci appare il più valido e adatto: quello della omo-
geneità delle forze. Infatti l’omogeneità richiede strumenti bilanciati, per quanto
possibile simili, in grado di fornire livelli di risposte adeguate attraverso il con-
tributo omogeneo dei singoli partner. La similitudine degli strumenti comporta
vantaggi evidenti. In primo luogo consente ai singoli paesi di conservare una pro-
pria flessibilità operativa. Viene poi garantito il mantenimento di quelle cono-
scenze ad ampio spettro che facilitano il confronto e la collaborazione nel campo
delle dottrine tattiche, delle procedure, dei metodi, delle soluzioni tecniche, ecc.
È anche evidente che questo tipo di soluzione richiede un più alto grado di in-
teroperabilità e questo tende a promuovere l’unificazione tipologica dei mezzi
nonché a facilitare la piena integrazione delle forze e l’evoluzione verso una lo-
gistica comune, con evidenti vantaggi anche di ordine economico. Inoltre c’è da

28
tenere realisticamente conto, che gli interessi nazionali rimarranno ancora nel
tempo un fattore determinante delle politiche di sicurezza dei molti paesi euro-
pei raccolti nell’Unione, procurando eccezioni o dissensi all’unicità della decisio-
ne politica di questa, cosı̀ come è stato per la crisi dell’Iraq e per altri aspetti. La
soluzione dell’omogeneità appare quella da adottare, fermo restando che forme
specifiche di cooperazione potranno anche concretizzarsi sia su base regionale
sia in forme complementari.

29
CAPITOLO IV
EVOLUZIONE DEI RUOLI DELLE MARINE.
LA FUNZIONE ANTITERRORISMO

I ruoli delle Marine, è dimostrato, non sono cambiati molto nell’arco dello
scorso triennio, salvo il maggior peso di un ruolo passato a un altro di fronte
a esigenze stratetiche e operative del tempo. È evidente che il ruolo connesso
con l’esercizio della funzione di proiezione di forza o di potenza, è quello che
ha assunto un maggior rilievo direttamente collegato all’esigenza di interventi
in situazioni di crisi oltremare che si manifestano o possono manifestarsi in ogni
parte del mondo. Ciò può avvenire senza che ci sia più bisogno di conquistare
quel controllo del mare che una volta era condizione preliminare e fondamentale
per condurre operazioni di proiezione. Oggi, salvo situazioni molto circoscritte e
improbabili, non esiste più una sfida al sea control né la possibilità di guerre na-
vali per la sua conquista. Rimane il fatto che controllo del mare e proiezione di
potenza, esercitati entrambi in e attraverso l’alto mare, richiedono in parte stru-
menti analoghi con bivalenza operativa per le due condizioni. La stessa negazio-
ne delle acque, il sea denial, è un principio che si accompagna a quello di proie-
zione, intendendolo come una capacità di negazione del mare in aree ristrette
davanti o attorno alle coste che siano obiettivo di una missione di proiezione,
estendendolo al concetto operativo di littoral warfare. La difesa dei confini ma-
rittimi e la sicurezza delle acque territoriali e di interesse economico, pur rima-
nendo fra i compiti istituzionali delle marine militari come constabulari role, rap-
presenano sempre più di frequente area d’interventi di polizia marittima e di sor-
veglianza guardacoste.
Se la power projection è il ruolo che appare in auge e se consideriamo che, in
parte, il sea control è un criterio considerato ormai acquisito e non più conteso,
nonché superato nell’accezione d’un tipo del conseguimento imperiale del com-
mand of sea, cioè del dominio del mare, occorre riconoscere che certi suoi aspet-
ti, apparenemente secondari, hanno e mantengono un’importanza di rilievo co-
me ruolo qualificante delle forze navali.
Questo riconoscimento si rivolge al ruolo di pattugliamento e di vigilanza in
alto mare che le marine militari stanno svolgendo agli effetti della condotta della
guerra al terrorismo e della sorveglianza nei confronti di traffici marittimi illeciti
attraverso le ‘‘acque blu’’.

30
Tanto per dare un esempio di ciò, il compito che le forze navali della NATO
stanno svolgendo in Mediterraneo, sotto il controllo del COMNAVSOUTH con
sede a Napoli e diretto da un ammiraglio italiano, per assicurare a questa vitale
area strategica ed economica la sicurezza e la normalità del traffico marittimo,
compito assunto dal 26 ottobre 2001, ha comportato il monitoraggio di
35.285 navi in transito nel Mediterraneo occidentale e orientale e la scorta di
340 navi suscettibili di possibili attacchi terroristici attraverso lo stretto di Gibil-
terra. Tale genere di pattugliamento e sorveglianza ha provocato una consistente
riduzione delle attività illecita in mare 1.
Si dovrebbe concludere che gli odierni ruoli delle Marine hanno una loro sca-
la d’importanza che passa attraverso le capacità di power projection ashore, di sea
control di stabilità e sicurezza, di sea denial ashore. L’operatività d’intervento ol-
tremare è un’esigenza corrente in considerazione del ventaglio di crisi che richie-
dono l’intervento di forze multinazionali nella formula del joint & combined, ma
agli effetti dell’operatività tesa alla sicurezza marittima in funzione antiterrorismo
le Marine stanno modificando in parte l’esercizio delle loro capacità.
A tale proposito è illuminante la tesi Influenza del terrorismo sulle opzioni
strategiche navali elaborata all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia
dal comandante Luca Licciardi, da cui si traggono alcuni passi per meglio illu-
strare questo nuovo aspetto delle operazioni sul mare e sull’impiego in proposito
delle forze navali. Premesso che gli atti riconducibili a moventi terroristici in ma-
re sono stati sino a ora piuttosto scarsi, anche se non lo sono affatto quelli con-
nessi alla criminalità comune e alla pirateria, vediamo come si conformano le ca-
pacità di ruolo espresse dalle Marine.

Il Sea Control e la lotta al terrorismo

Nella lotta al terrorismo, l’efficace controllo del mare non dipende più solo
dalla capacità bellica dei singoli mezzi impegnati in tale tipo di missione, ma an-
che dalla sostenibilità di uno sforzo capillare prolungato nel tempo, per monito-
rare ogni singolo natante nell’area di responsabilità. In questo caso infatti il ‘‘ne-
mico’’ non è evidente, si muove nella clandestinità, e ha l’iniziativa sulla scelta dei
mezzi, dei tempi e degli obiettivi. Inoltre le forze navali impegnate nella lotta al
terrorismo devono avere un adeguato livello tecnologico, che ne assicuri un buon
livello di autodifesa e di sopravvivenza in caso di attacco terroristico.

1 Dichiarazione del Segretario Generale della NATO, Lord George Robertson, fatta al Finan-
cial Times del 23 ottobre 2003.

31
Il Sea Denial, un’opzione per il terrorismo

Indubbiamente l’interdizione del mare è quella che più si avvicina alla logica
asimmetrica del terrorismo, perché può dare la capacità di tenere testa a chi è
più grande o più forte. L’attrazione esercitata dalla possibilità di interdire una
zona di mare o un punto focale (choke point) è forte, specialmente perché esiste
la prospettiva di influenzare gli scenari internazionali. La guerra di mine può es-
sere una forma di sea denial facilmente attuabile dagli attori del terrorismo. L’u-
so delle mine, armi a basso costo che non richiedono particolari capacità nel loro
utilizzo è altrettanto agevole con l’impiego di navi mercantili o di imbarcazioni
da pesca, senza destare evidenti sospetti.
Una variante del sea denial è il sea tripwire la cui premessa è che la creazione
di condizioni rischio non è un compito a se stante, ma una variante di altri com-
piti. Anche nelle azioni militari a più alto livello di violenza, lo stato più grande
non può essere sicuro della vittoria: è possibile che usando l’inganno, la sorpresa,
la conoscenza della situazione geografica e l’abilità tattica, una forza minore, per
un breve periodo, possa infliggere perdite inaccettabili all’avversario. L’obiettivo
è quello di creare una barriera tale da fare correre un certo livello di rischio a chi
vuole superarla. Nella guerra convenzionale, una forza destinata a fare correre
rischi deve avere un qualche grado di sopravvivenza per offrire un’immagine
di credibilità nei confronti del potenziale avversario. Ma quando si spezzano
le regole ‘‘classiche’’ (e questo è il caso del terrorismo), quando gli uomini sono
sacrificabili per la causa, e soprattutto quando i metodi di lotta tendono all’im-
piego di barchini esplosivi (Vds. il caso del caccia Cole della Marina americana) o
altre soluzioni a ‘‘basso costo’’, la soglia di rischio è facilmente elevabile con un
ottimo rapporto costo-efficacia.

Proiezione di potenza dal mare

È evidente che le caratteristiche della capacità di power projection ashore ne


precludono l’uso da parte delle organizzazioni terroristiche che, operando nella
clandestinità e in condizioni di inferiorità rispetto agli avversari internazionali,
in termini di equipaggiamento e mezzi, non possono adottare una simile strate-
gia per il conseguimento dei propri obiettivi, mentre è vero il contrario, cioè le
variegate possibilità che si offrono a chi dispone di tale capacità di colpire, oc-
cupare, distruggere insediamenti e rifugi di queste organizzazioni. Ma anche
questo aspetto può incontrare delle nuove e dimostrate difficoltà in quanto la
proiezione di potenza non può più essere intesa come una semplice capacità

32
di influenza dal mare sulle obiettivi terrestri. Questo lato meramente militare
deve affiancarsi a una gestione poliedrica della campagna antiterrorismo, cosı̀
come sta avvenendo nella guerra globale al terrorismo condotta sotto la guida
degli Stati Uniti. Infatti, l’impiego del potenziale militare di uno Stato o di
una coalizione internazionale contro un’organizzazione terroristica, rischierebbe
di essere ininfluente senza il sostegno di provvedimenti diplomatici, politici,
economici e, non ultimo, di operazioni in favore delle popolazioni vittime del
terrorismo.
Il terrorismo si può quindi considerare un metodo di lotta che si distingue
dalle strategie militari perché basato sulla psicologia della violenza. Esso mira
con l’uso di questa o con la minaccia della stessa a creare stati di paura nei con-
fronti di governi, autorità e popolazioni, specie verso queste ultime intese come
obiettivo emozionale dell’atto terroristico. Le vie e i mezzi di comunicazione ma-
rittima, possono rappresentare per i terroristi un ‘‘facile’’ veicolo di questo mes-
saggio. Gli attacchi alle navi (militari e non: pensiamo all’impatto psicologico che
potrebbe rappresentare un attacco terroristico contro una affollata grande nave
da crociera) e alle infrastrutture marittime, colpiscono un lato debole degli stati,
hanno il potenziale per indebolirne la stabilità politica ed economica, e in alcuni
casi potrebbero causare veri e propri disastri ecologici con l’affondamento o la
distruzione del bersaglio. Normalmente questi attentati avvengono con ordigni
esplosivi o col minamento, riconosciuto come la forma più pericolosa, data la fa-
cilità d’impiego e la totale assenza di discrezionalità nella scelta del bersaglio. Al-
tre forme di terrorismo marittimo possono essere il bersagliamento del natante
con armi da fuoco, razzi o missili, quale attacco intimidatorio o dimostrativo
nei confronti della nazione/istituzione rappresentata dal natante; l’intrusione vio-
lenta a bordo di una nave (l’episodio dell’Achille Lauro ne fu un esempio soft), il
sequestro di un mercantile per fini di violenza dimostrativa o politica. Sono tutti
atti facilmente realizzabili.
Dall’analisi del fenomeno ‘‘terrorismo’’ e dei suoi risvolti sul mare e sulle
operazioni marittime, emerge una moderna tendenza a forme di sea control
che sempre più si avvicinano alla attività di polizia marittima in acque d’altura.
Questo tipo di operazioni richiede, nella lotta al terrorismo, una crescente ca-
pacità tecnologica dei mezzi impiegati accompagnata da altri elementi chiave
quali l’intelligence, l’addestramento, la protezione delle forze, la capacità di rea-
gire con prontezza attraverso adeguate forze specialistiche (CMM e reparti spe-
ciali).
Scontata la considerazione che le moderne missioni di sea control saranno
pressoché sempre inquadrate in coalizioni internazionali — per cui si rende ne-
cessario lo sviluppo di tattiche e procedure comuni da impiegare anche fuori del
contesto NATO — bisogna inoltre considerare che per un’efficace power projec-

33
tion bisogna inserire la campagna militare, senza abbandonare i criteri della stra-
tegia classica, in un contesto globale che risponda alla logica asimmetrica del ter-
rorismo su molteplici fronti, e alla stessa velocità con cui i terroristi hanno dimo-
strato di potersi muovere 2.

2 Quanto tratto in proposito dalla citata tesi del Com.te Licciardi, trova pubblicazione integra-
le nel periodico Osservatorio dell’Istituto di Studi Militari Marittimi, n. 122, primavera 2002.

34
CAPITOLO V
IL PROCESSO DI RINNOVAMENTO DELLE FLOTTE

Le situazioni in cui si stanno muovendo le singole forze navali sono sintetiz-


zate all’interno dell’Almanacco Navale, nelle note poste in apertura per tutte le
Marine principali e per alcune delle minori: funzioni, ruoli, impiego, stato del
naviglio, linee di tendenza, programmi, sviluppi futuri. Quello che qui invece in-
teressa è vedere nell’insieme come si presenta oggi il rinnovamento delle flotte.
Il processo di ammodernamento degli strumenti navali è indubbiamente in
corso, un corso lento e quantitativamente circoscritto, tanto da non soddisfare
in tempi più brevi aspettative ed esigenze delle Marine. Vi congiurano situazioni
economiche e finanziarie generali e nazionali — si pensi al travaglio di non pochi
importanti paesi europei che trovano difficoltà a rispettare il patto di stabilità
previsto e sottoscritto per l’UME (Unione Monetaria Europea) e, tra altre misure
di bilancio, il taglio o l’ibernazione delle spese militari. L’ammodernamento delle
forze navali si rivela come un gioco a incastro dove, partendo dalle disponibilità
delle risorse finanziarie (non sempre comunque garantite), bisogna cercare un
equilibrio fra numero delle unità necessarie, caratteristiche e prestazioni qualita-
tive di queste, contenimento di costi, esigenze d’impiego, possibilità di gestione.
Il tutto sempre suscettibile di taglio di risorse, di prolungamenti dei tempi di rea-
lizzazione dei programmi, di riduzione dei numeri programmatici.
In questo scenario di oggettiva problematicità bisogna inserire la tendenza ti-
pologica dello sviluppo che si può distinguere in tre segmenti. Infatti da quelli
che sono i programmi si trae l’indicazione di un primo segmento in cui un avan-
zato sviluppo originale, incluso quello a titolo partecipativo e cooperativo nella
combinazione tecnologico-innovativa del naviglio, riguarda una quindicina di
Marine. Il secondo segmento è quello che si limita alla sola acquisizione o ripro-
duzione di unità navali di nuova costruzione e interessa solo una ventina di Ma-
rine. Tutte le altre rientrano in un terzo segmento dove prevale il mantenimento
di vecchio naviglio, l’acquisizione di navi di seconda mano, ed eventuali costru-
zioni di piccole unità che non portano valore aggiunto al significato della forza
navale.
Altri segnali ci dicono che gli indirizzi costruttivi sono in gran parte diretti
verso la creazione di più consistenti componenti di naviglio destinate a missioni
di power projection ashore. Si nota un incremento quantitativo e qualitativo di

35
naviglio d’assalto e trasporto anfibio sempre più caratterizzato da una compo-
nente aeromobile imbarcata per le esigenze di elisbarco e di attacco controsuolo,
accompagnata dalla tradizionale capacità di rilascio e recupero di mezzi minori
da sbarco dei tipi più vari. Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea (Francia, Bel-
gio, Olanda, Spagna, Regno Unito, in parte Germania, probabilmente l’Italia)
sono abbastanza impegnati in questa direzione. Indirizzo completato, non per
tutti, da una componente da trasporto strategico formata da tipi di appropriate
navi mercantili inserite nella struttura navale seppure con evidente ruolo inter-
forze. Ideale per questa componente l’impiego strategico di pre-posizionamento,
che, al momento, sembra realizzato, ormai da anni, dai soli Stati Uniti.
Naturalmente la missione di power projection ashore richiede, sempre a se-
conda delle situazioni, ben altri strumenti: navi a capacità aerea, unità navali
per la difesa antiaerea e antimissile, per l’offesa ASuW e in profondità, per il so-
stegno logistico prolungato, senza dimenticare l’inserimento di qualche unità
ASW qualora il teatro operativo di destinazione presentasse il rischio di una
qualche minaccia subacquea. Insomma richiede uno strumento navale dalle ca-
pacità blue water.
Navi a capacità aerea, cioè portaerei, sono articoli riservati a pochissime Ma-
rine. Tolta l’India e, forse la Cina — la prima con un’unità in costruzione, la se-
conda intenzionata ad averla — il problema portaerei è circoscritto agli Stati
Uniti e a poche Marine europee con una grande differenza di scala fra le due
sponde dell’Atlantico. La Marina degli Stati Uniti prosegue, lento pende, nello
sviluppo progettuale delle sue future e costosissime grandi portarei; in Europa
la cosa è piuttosto limitata e riguarda navi di categoria minore: una unità in Fran-
cia che si affiancherà all’ancora nuova Charles De Gaulle; due previste in Gran
Bretagna da 40  50.000 tonnellata, ma che stanno già soffrendo di costi in in-
cremento e di risorse in ribasso tanto da far prospettare la possibilità di restrin-
gere il programma a una sola unità oppure a due ma di minore dislocamento. Vi
è poi l’Italia con la sua nuova Andrea Doria. In Spagna, la sostituzione dell’attua-
le Principe de Asturias non è prevista con un’unità portaerei, bensı̀ con una nave
da proiezione del tipo LHA-LHD da cui possano operare anche velivoli ad ala
fissa: probabilmente la soluzione migliore per Marine importanti ma di dimen-
sioni regionale e di ordine subalterno. In giro per il mondo non vi è altro in fatto
di portaerei, salvo la São Paulo brasiliana, ex Foch francese con quaranta anni di
servizio sulle spalle. Si può supporre che il Giappone, nell’arco di 5-10 anni,
punti a dotare la sua già importante Marina di unità a capacità aerea: cenni in
questa direzione se ne riscontrano.
Attorno alla portaerei e al nucleo del naviglio da trasporto e sbarco, si è visto
che la missione di power projection ashore richiede altri tipi di anvi inclusi, nel-
l’Almanacco Navale, nelle categorie di ‘‘Navi tipo ‘D’’’ e di ‘‘Navi tipo ‘F’’’: per

36
semplificare, navi maggiori d’altura, piattaforme ideate per imbarcare i sistemi
più avanzati possibili. Requisito primario per le navi che concorrono a costituire
uno strumento di proiezione è la disponibilità a bordo di sistemi di comando e
controllo, da C2 a C2ISR, abilitanti nella condotta di operazioni joint & combi-
ned. Allo stato attuale dei fatti non sembra ancora consolidata l’idea di unità na-
vali integrate, o meno, in un sistema di difesa antimissili balistici: al di là delle
questioni di costo, la sola U.S. Navy sembra al momento interessata alla cosa,
mentre l’imbarco di missili superficie-superficie per colpire bersagli in profondi-
tà riscuote più interesse.
Si deve comunque registrare che nell’andamento delle costruzioni e dei pro-
grammi navali le unità che normalmente assegniamo alla categorie dei ‘‘caccia’’ e
delle ‘‘fregate’’ sono quelle che riscuotono più attenzione costruttiva, anche se in
numeri limitati e tempi non brevi di realizzazione.
Più o meno la situazione si ripete per il naviglio destinato alle missioni di sea
denial ashore e di littoral warfare, osservando che per quest’ultima esigenza sono
soprattutto gli Stati Uniti che hanno avviato un processo di sviluppo che include
sistemi di bordo e linee costruttive del tutto innovativi. Non diversa è la situa-
zione per le missioni di presenza e di sorveglianza, un ruolo che potremmo chia-
mare ‘‘sea control di secondo grado’’ dove corvette, pattugliatori, unità leggere ve-
loci e anche fregate trovano il loro impiego. Lo sconfinamento di questo nel ruo-
lo constabulary, cioè dall’alto mare alle acque territoriali, d’interesse economico,
costiere e litoranee, chiama in causa le forze navali dei servizi guardacoste che,
come già verificato negli ultimi anni, sono avviati a un forte potenziamento
dei loro mezzi.
Dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica, questa è incessante e in ogni
comparto dei mezzi navali. Non ci si limita, anche se l’aspetto più evidente, al-
l’imbarco di sistemi sempre più progrediti di guerra elettronica, d’arma, di co-
mando e controllo, di comunicazioni, d’automazione, ecc., ma anche le piattafor-
me stanno subendo modifiche di rilievo con nuovi materiali, linee di stealthizza-
zione, forme di scafo con un occhio attento a soluzioni pluriscafo, apparati
motori e propulsivi di nuova concezione e quant’altro. Si può ragionevolmente
supporre che entro il 2030 le linee del naviglio e i loro contenuti saranno o po-
tranno essere irriconoscibili rispetto alle navi moderne d’oggi.
Tutto quello che si è tentato di tracciare in sintesi nelle pagine di questo Mo-
mento Navale 2004, è in gran parte rilevabile nei contenuti dell’Almanacco Na-
vale che consentono un corretto approfondimento dei temi indicati, non esclusa
la prova concreta delle scelte strategiche che sempre presiedono allo sviluppo di
una Marina come alla scelta di un tipo di nave. Ciò che è illustrato oggi in queste
pagine lo verificheremo fra un biennio, alla data della prossima edizione dell’Al-
manacco Navale.

37
IL RUOLO DEL MEDITERRANEO
NELLA STRATEGIA NAVALE

di Giuseppe Gagliano
1.

Sotto il profilo politico-militare era pienamente legittimo — almeno fino al-


l’inizio della II Guerra Mondiale da parte delle nazioni di maggiore prestigio
— individuare nel ‘‘Sea Power’’ uno strumento adeguato sia per affermare
che per consolidare il loro ruolo di grande potenza. Tuttavia gli esiti della II
Guerra Mondiale determinarono un profondo mutamento di scenario: il ‘‘Sea
Power’’ doveva essere esercitato in termini di cooperazione militare.
A tale riguardo, l’istituzione della NATO consentirà la formalizzazione delle
nuove coordinate politico-militari in termini di uniformità strategica e tecnologi-
ca. Per darne concreta attuazione, gli Stati Maggiori delle Marine alleate, posero
l’enfasi sulla qualità anziché sulla quantià di unità da impiegare e sull’innovazio-
ne tecnologica (si pensi al ruolo dei sommergibili e delle portaerei). Analogamen-
te, di fronte ai conflitti nel Sud-est asiatico, si rese necessaria la elaborazione di
una articolata strategia aeronavale.
D’altra parte, dal punto di vista propriamente strategico, due sono le fonda-
mentali costanti dell’ambito della dottrina militare odierna: i mutamenti di sce-
nari e il ruolo decisivo della innovazione tecnologica.
Infatti, la conclusione della cold war, non solo ha determinato il sorgere del
brown water, della power projection ma soprattutto del peace-Keeping, del peace-
enforcing e del peace making; in particolare ha imposto agli analisti la fondazione
di una dottrina atta ad integrare — sotto il profilo teorico e operativo — il po-
tere aereo, marittimo e terrestre allo scopo di rispondere — in modo adeguato
— alle nuove esigenze di un contesto internazionale multipolare.

2.

Proprio per soddisfare le nuove esigenze geopolitiche, la nascita di EURO-


MAFOR, è stata di estrema rilevanza, poiché consentirà di consolidare e svilup-
pare l’identità di difesa europea affiancando AFsouth.
È oramai acquisito — sotto il profilo storico — che EMF è sorta nell’ambito

41
del Concilio Ministeriale del 19 Giugno ’92 di Petersberg, in vista del quale il 7
settembre del ’92 i ministri della difesa italiani, spagnoli e francesi e portoghesi
posero le basi per una forza navale europea.
L’atto decisivo si compirà il 15 maggio del ’95 con la firma del Documento
costitutivo di EMF. Per quanto concerne la catena di comando, il vertice di
EMF è costituito dal CIMIN composto dai comandanti delle F.A. e dai direttori
della Divisione Affari Politici dei Ministeri degli Affari Esteri dei paesi membri.
Subordinato al CIMIN vi è il COMEUROMARFOR o CEMF, le cui responsa-
bilità spaziano dalla pianificazione operativa ed addestrativa alla gestione dei
rapporti con le gerarchie militari dei paesi membri. È doveroso precisare che
— data l’ampia gamma di funzioni svolta dal CEMF — la prontezza operativa
può essere garantita contrariamente alla gestione in tempi brevi di unità opera-
tive di maggiori dimensioni che variano al variare delle missioni assegnate.
Complessivamente, le scelte politico-militari degli Stati Maggiori sono state
finalizzate a rispondere efficacemente alle richieste dell’UEO, dell’OSCE e della
NATO.
A tale proposito, la interoperabilità con la NATO consente di evitare inutili
duplicazioni e permetterà la necessaria complementarità per contribuire al man-
tenimento della stabilità, della sicurezza e della cooperazione sul Mediterraneo
che deve essere reinterpretato alla luce di una geopolitca il più possibile unitaria
evidenziandone l’assoluto rilievo come snodo cruciale per il commercio e per le
risorse energetiche.

3.

In questo contesto, la cooperazione con le marine del Mar Nero — nell’am-


bito di una strategia navale subregionale — è di decisiva importanza. Ed è pro-
prio in questa direzione di pianificazione strategica che si sono mossi — dal ’93
al ’96 — l’Amm. Bayazit della marina turca e l’Amm. Anghelescu della marina
bulgara, allo scopo di realizzare un controllo congiunto nel Mar Nero attraverso
l’uniformizzazione dei sistemi di osservazione e attraverso un’intensa collabora-
zione scientifica-miltiare.
Proprio in tale contesto, la cooperazine in EUROMAFKOR si avvale della
elevata professionalità dell’IHB (il corrispettivo europeo della NIMA statuniten-
se) anche per la salvaguardia della navigazione e per il tracciamento delle rotte.
Professionalità che ha indotto la Turchia e il Marocco ad aderire al protocollo
dell’IHB. Per quanto concerne l’aspetto più strettamente addestrativo, EMF si
avvale della competenza trentennale del Quartier Generale di Plymouth della
Royal Navy attraverso il programma FOST e, sul versante della cooperazione mi-

42
litare nel suo complesso, della competenza del Centro P.F.p di Ankara offre che
del Centro di Addestramento di Instabul.

3.1.
È — tuttavia — opportuno sottolineare come la formazione di una flessibile,
ed unitaria insieme, marina europea imponga la costituzione (in tempi accettabili
ed adeguati) di una componente CSGS e di unità anfibie rotte alla proiezione
offensiva (secondo la terminologia dell’US Navy ‘unità ESGs’). Superfluo osser-
vare la non realizzabilità (allo stato attuale) di unità navali finalizzate ad una di-
mensione operativa di tipo offensivo, cagionata — come è noto — anche dall’as-
senza di un sistema di antimissili balistici.
D’altronde, sul piano strettamente strategico, l’assenza di una dottrina basata
sul Sea Strike, Sea Shield e sul Sea Basing (dottrina elaborata nel documento
programmatico ‘‘Sea Power 2001’’ e coordinato dall’Amm. dell’US Navy Ver-
non Clark) ostacola — in modo consistente — la possibilità di una architettura
strategico-operativa al passo con uno scenario multipolare quale quello attuale e
finisce per margilarizzare EMF rispetto all’US NAVY, la quale persegue una
complessiva riorganizzazione destinata ad una copertura globale in virtù delle
già menzionate unità CSGs, ESGs e soprattutto della componente SAGs e
SSGM.
Non desta, dunque, alcuna sorpresa l’esito ultimo delle innovative pianifica-
zioni strategiche: costituire una Expeditionary Strike Force (ESF) o task force
aeronavale a copertura globale sul modello della MEB e della MEF dei Marines.

4.

Che l’Italia possieda un ben definito profilo geopolitico è un dato storicamen-


te acquisito. La sua rilevanza è determinata — infatti — dall’essre centro nevral-
gico fra l’Europa e il Mediterraneo, centralità che le consente di farsi portatrice
di integrazioni o/e interdipendenza in qualità di potenza regionale, europea e
mediterranea. Proprio per questo, ottimizzare i legami con l’area atlantica, con
l’Europa centro-orientale e con l’area del Mar Nero, non può che consentire ri-
levanti vantaggi. D’altra parte, il Mediterraneo ha giocato un ruolo determinante
durante la cold war. Si pensi — a tale proposito alle scelte politico-militari della
Sovredron. Dal punto di vista della strategia marittina, la presenza sovietica nel
Mediterraneo si articolar su una complessa serie di infrastrutture aeronavali (An-
nabei, Tunisi, Hammamet, Tripoli etc.), su ben definiti ancoraggi come gli stretti
di kithira e Kasos e — infine — sulla presenza di navi-spia nello stretto di Gi-

43
bilterra e nel Canale di Sicilia. La suddetta scelta presentava una precisa finalità:
ostacolare le linee di comunicazioni marittime tra la VI Flotta USA, la Grecia e la
Turchia. Altrettanto cruciale fu il sostegno dell’URSS alla Libia (con il sistema di
contratto integrato Senech).

5.

In conclusione, a livello di politica estera, l’Italia non solo dovrà continuare a


privilegiare la partnership con gli USA (sia per la stabilità del Mediterraneo che
per quella del Centro Europa), ma dovrà farsi promotrice di una progressiva cre-
scita dell’Identità di Difesa europea in ambito NATO contribuendo a consolida-
re le proprie relazioni con i paesi mediterranei (promuovendo nel contempo l’al-
largamento ad est) nel contesto di una sicurezza cooperativa che eviti la scelta
dell’esclusione e che, invece, si faccia promotrice della stabilità e dello sviluppo
economico del Mediterraneo. L’architettura all’interno della quale dovrà muo-
versi, non potrà che essere quella della coalizione multilaterale ispirandosi ad
un flessibile pragmastismo ed attuando un raccordo fecondo tra diplomazia, in-
telligence e pianificazione politica.

44
BIBLIOGRAFIA

G. Benedetto, L’incognita Mediterranea, in ‘‘Rivista Marittima’’, 1999.


R. Bernotti, Fondamenti di politica navale, Roma, 1996.
M. Cosentino, La politica navale e i programmi di rinnovamento della Royal Navy, in ‘‘Rivista Ma-
rittima’’, 1997.
M. De Arcangelis, La storia dello spionaggio elettronico, Roma, 1973.
G. Fioravanzo, Storia del pensiero tattico navale, Roma, 1973.
G. Giorgerini, La Marina militare italiana dal Fascismo alla Repubblica, Milano, 1989.
G. Giorgerini, Aspetti innovativi della strategia marittima, in ‘‘Rivista Marittima’’ 1997.
A. Mariani, Politica italiana della sicurezza e questione euromediterranea, in ‘‘Rivista Marittima’’,
1997.
A. Toscano, Orientamenti e sviluppi della politica marittima delle principali Nazioni, Almanacco
Navale Italiano, 1942.

45
Parte Seconda

IL PERCORSO DOTTRINARIO
DELLA ROYAL NAVY

di Michele Cosentino
L’ultimo scorcio del XX secolo ha rappresentato un importante momento di
riflessione concettuale necessario per trasformare gli assetti militari e metterli in
grado di affrontare le sfide, prevedibili e meno prevedibili, del futuro. In una
Nazione sempre attenta alle problematiche della sicurezza e della difesa come
il Regno Unito, questa riflessione si è tradotta nella definizione di una serie di
documenti governativi di primaria importanza attraverso i quali è stato possibile
tracciare e concretizzare l’evoluzione concettuale e materiale della Royal Navy
almeno fino al 2015, la cui analisi rigorosa deve quindi prendere le mosse dal
riferimento capostipite — la ‘‘Strategic Defence Review, SDR’’ — e dalle sue im-
plicazioni per le forze marittime.

49
CAPITOLO I
LA ‘‘STRATEGIC DEFENCE REVIEW’’
E LE IMPLICAZIONI PER LA ROYAL NAVY

L’attuale politica di difesa e sicurezza del Regno Unito è stata definita nel lu-
glio del 1998 con la pubblicazione della SDR, riconosciuto da molti osservatori
come il più lungimirante documento programmatico di ristrutturazione militare
concepito fra le Nazioni aderenti all’Alleanza Atlantica. Dopo i drammatici even-
ti dell’11 settembre 2001, ‘la ‘‘SDR 98’’ è stata integrata con un ‘‘New Chapter’’
in cui vengono evidenziati gli aspetti salienti — sicurezza interna, asimmetricità
della minaccia, lotta al terrorismo — che si sono manifestati in epoca recente e
che hanno profondamente influenzato l’attitudine delle forze militari, principal-
mente nelle Nazioni occidentali.
Nella ‘‘SDR 98’’ sono state definite le missioni delle forze armate britanniche
e messe in risalto tematiche chiave — quali interoperabilità e jointness, capacità
globali, proiettabilità, sostenibilità e costo/efficacia — per poterne governare
con continuità lo sviluppo dottrinario e materiale: questo insieme di principi
è stato successivamente arricchito nel ‘‘Defence Strategic Plan 2000’’, contenen-
te alcuni aspetti precipui d’interesse per le forze marittime. Innanzitutto, l’am-
biente strategico del futuro sarà complesso e imprevedibile, caratterizzato da un
maggior numero di rischi, sfide e opportunità. Fermo restando che gli interessi
di Londra rimangono su scala planetaria, sarà perciò difficile prevedere con pre-
cisione dove, quando, con chi, a che livello e in quale settore della gamma con-
flittuale vi sarà un coinvolgimento delle forze militari britanniche; rifacendosi
alla storia più recente e assumendo che soltanto il territorio insulare britannico
potrà godere di un clima di relativa sicurezza, si può azzardare l’ipotesi che le
forze militari britanniche saranno chiamate a operare prevalentemente al di fuo-
ri di tale territorio e che, fra esse, la Royal Navy sarà prevedibilmente l’unica
chiamata a operare con maggior frequenza in teatri operativi distanti dall’Eu-
ropa.
In secondo luogo, le elevate esigenze operative e di prontezza che hanno
caratterizzato gli ultimi anni continueranno verosimilmente a manifestarsi; ol-
tre ai compiti di prevenzione conflittuale e sostegno generalizzato alle inizia-
tive per l’imposizione e il mantenimento della pace, ci sarà una crescente ri-
chiesta per le operazioni di assistenza umanitaria e di intervento in caso di ca-
lamità naturali. Ciò implica che una frazione ancora più significativa delle

51
forze armate britanniche verrà utilizzata in operazioni non belliche o a soste-
gno delle tradizionali ‘‘defence missions’’, a scapito del tempo necessario da
dedicare alle attività addestrative e di preparazione in caso di crisi o conflitto
tradizionale.
L’ambiente marittimo include notoriamente il mare, la zona definita ‘‘littoral’’
(che si trova a cavallo del confine fisico fra mare e terra, ma che su quest’ultimo
versante tende a espandersi verso l’entroterra, soprattutto in corrispondenza di
centri abitati e di produzione industriale) e lo spazio aereo sovrastante entrambi.
È ferma convinzione del pensiero navale britannico che, adesso e nel futuro, le
attività militari — nel senso lato del termine — vengano condotte in un contesto
intrinsecamente interforze e frequentemente multinazionale. A corollario del do-
vuto riconoscimento di questi imperativi, è altrettanto ferma la convinzione che
gli assetti marittimi debbano giocare un ruolo centrale e insostituibile nelle ope-
razioni militari, fondato su una serie di principi dottrinari formulati, validati e
progressivamente aggiornati in funzione dell’esperienza acquisita nella storia re-
cente e meno recente della Marina britannica.
Una panoramica del coinvolgimento della Royal Navy nell’ambito delle otto
‘‘defence missions’’ identificate nella ‘‘SDR 98’’ e confermate sia nel ‘‘Defence
Strategic Plan’’ sia nel ‘‘New Chapter’’ fornisce una visione più concreta e so-
stanziale dei possibili compiti negli scenari marittimi:
— Sicurezza in tempo di pace. L’esigenza di pattugliare e difendere le ac-
que territoriali britanniche, la zona di pesca (d’interesse primario, so-
prattutto per lo sfruttamento delle risorse ittiche e di quelle energeti-
che) 1 e le riserve di petrolio e gas naturale presenti nel sottosuolo ma-
rino è diventato un compito molto importante e duraturo. Come
testimoniato dal coinvolgimento della Royal Navy in Sierra Leone, le
operazioni di evacuazione di personale non combattente (le famose
‘‘NEOs, Non-combatant Evacuation Operations’’) rimangono inoltre
una contingenza sempre verosimile, soprattutto in Africa. In un’era ca-
ratterizzata da pericolose forme di terrorismo marittimo su scala plane-
taria, le minacce al naviglio mercantile che batte bandiera britannica ri-
mangono infine una responsabilità nazionale di cui la Royal Navy dovrà
tener debito conto.

1 Il Regno Unito non ha istituito la tradizionale Zona Economica Esclusiva estesa fino a 200

mg dalla costa (secondo quanto previsto dalla Convenzione UNCLOS del 1982), ma ha dichiarato
una Zona esclusiva di pesca attorno alle coste scozzesi, avente sempre un’estensione di 200 miglia e
che interessa quindi ampie porzioni del Mare del Nord e dell’Atlantico Mediterraneo nord-orien-
tale.

52
— Esercizio della sovranità sui Territori Oltremare. Sebbene l’impero bri-
tannico sia da tempo tramontato, il Regno Unito possiede diversi Ter-
ritori Oltremare in cui risiedono circa 10 milioni di sudditi di Sua
Maestà. Gli ‘‘overseas territories’’ sono concentrati principalmente
nel Mar dei Caraibi (Turks & Caicos, le isole Vergini britanniche, An-
guilla, gli arcipelaghi delle Bermuda e delle Cayman), ma comprendo-
no anche gli arcipelaghi delle Falklands, della Georgia meridionale,
delle Sandwich (Atlantico meridionale) e di Diego Garcia (Oceano In-
diano centro-meridionale), Gibilterra, l’isola di Pitcairn (nel Pacifico
centrale), le isole di Sant’Elena e Tristan de Cunha (nell’Atlantico me-
ridionale) e i territori antartici. Contribuire a forme di presenza mili-
tare in questi territori attraverso il dispiegamento periodico di unità
navali continua perciò a essere una funzione molto importante per
la Royal Navy; in tale contesto, le unità navali dislocate nei Caraibi
hanno colto notevoli e significativi successi nelle operazioni per la re-
pressione del traffico di droga.
— Esercizio della diplomazia militare. È tradizione duratura e plurisecolare
che le forze navali vengano coinvolte nell’intera gamma del complesso
delle funzioni note come diplomazia militare, e in particolare nella diplo-
mazia marittima. Restringendo il campo d’azione della Royal Navy al tea-
tro mediterraneo, un esempio di tale missione riguarda la partecipazione
di unità navali britanniche aggregate alla ‘‘Standing Naval Force Mediter-
ranean’’, quando impegnata nelle attività del Dialogo Mediterraneo della
NATO; un altro importante aspetto di questa missione va ricercato anche
nelle crescenti richieste che numerose Marine avanzano alla Royal Navy
per frequentare gli stages addestrativi presso i centri specialistici del Re-
gno Unito.
— Salvaguardia di interessi a più ampio raggio. Nel XXI secolo, gli interes-
si nazionali di un Paese evoluto come il Regno Unito sono in crescente
espansione e la loro salvaguardia rappresenta una funzione primaria
dell’apparato statale. In tal senso, le unità navali della Royal Navy per-
seguono ques’obiettivo attraverso le visite nei porti e la presenza a mo-
stre e manifestazioni internazionali (fornendo quindi un indiscusso so-
stegno al Foreign Office e alle industrie britanniche operanti nel settore
della difesa) e la partecipazione in eventi comunque attinenti le temati-
che della difesa e sicurezza. Inoltre, le unità da ricerca idro-oceanogra-
fica svolgono diverse campagne mirate ad accrescere le conoscenze
scientifiche sui mari e sugli oceani e sugli aspetti ambientali marittimi
in genere.

53
— Operazioni umanitarie e a sostegno della pace. Il coinvolgimento nelle
operazioni a sostegno della pace è accresciuto in maniera considerevole.
Unità navali di superficie e subacquee, velivoli e forze speciali hanno con-
tribuito a vario titolo a operazioni di questo tipo, in un contesto sia inter-
forze sia internazionale. La Royal Navy ha infatti partecipato — e parte-
cipa tuttora — alle coalizioni internazionali e ai contingenti ONU impe-
gnate nei Balcani, in Asia e in numerose aree conflittuali dell’Africa
occidentale, oltre che alle operazioni aeronavali derivanti dall’imposizione
delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza. Nel quadro dell’assistenza uma-
nitaria, vanno inoltre ricordate le operazioni di soccorso in conseguenza
delle calamità naturali nei Caraibi e in altre zone dove è stato possibile
accedere dal mare alle aree d’intervento.
— Conflitti regionali al di fuori della NATO. Le operazioni condotte nei Bal-
cani, in Afghanistan e in Iraq, con la già sperimentata partecipazione di
assetti aeronavali, hanno evidenziato la necessità di mantenere una capa-
cità d’intervento in scenari ad alta intensità conflittuale a sostegno della
stabilità internazionale e degli interessi politici ed economici, soprattutto
nel Golfo Persico e nell’area mediterranea.
— Conflitti regionali all’interno dell’Alleanza Atlantica. Sebbene la prospet-
tiva di un conflitto regionale nell’area di responsabilità della NATO sia
verosimilmente remota, questa missione rimane un aspetto essenziale del-
la politica di sicurezza britannica. Le unità e i reparti della Royal Navy
hanno quindi proseguito ad addestrarsi e ad esercitarsi per questa even-
tualità, in scenari interforze e internazionali, sia per dissuadere potenziali
aggressioni, sia quale elemento di fiducia e credibilità della loro capacità
nel rispondere a questo tipo di contingenza.
— Attacco su scala strategica contro la NATO. Un attacco su larga scala —
anche con l’impiego di armi nucleari — contro l’Alleanza Atlantica rima-
ne una prospettiva ancora più remota del conflitto regionale, ma i sotto-
marini nucleari lanciamissili balistici della Royal Navy, e i relativi assetti di
sostegno operativo e logistico, rappresentano la più credibile fra le polizze
di assicurazione. Il possesso di una vasta gamma di capacità in tal senso
costituisce una solida base su cui costruire un complesso di forze più am-
pio per affrontare questa evenienza.
L’importanza del contributo della Royal Navy nelle ‘‘defence missions’’ affi-
date allo strumento militare britannico viene inoltre evidenziata anche in termini
più pratici, secondo il principio del contributo marittimo alle operazioni inter-
forze (‘‘maritime contributions to joints operations’’). Negli ultimi tempi, il Re-

54
gno Unito ha visto infatti un consolidamento del concetto di ‘‘jointness’’, speri-
mentato con indubbio successo in occasione del coinvolgimento di Londra in
teatri importanti quali il Golfo Persico e l’Afghanistan; in prospettiva, tutto
ciò ha inoltre contribuito a enfatizzare vigorosamente l’evanescenza della tradi-
zionale distinzione fra i teatri operativi marittimo, terrestre e aereo e l’efficacia
dell’azione combinata fra forze marittime, terrestri e aeree, in grado di produrre
una maggior spinta offensiva, ottimizzando l’efficacia operativa e accrescendo le
possibilità di successo.
Quale contributo apporta la Marina britannica in un contesto operativo stret-
tamente ‘‘joint’’? I campi d’applicazione sono molteplici: in primo luogo, la ma-
novra, perché la Royal Navy è una forza intrinsecamente mobile, capace di agire
e reagire rapidamente, in maniera imprevedibile per l’avversione, apertamente,
discretamente e anche in modo occulto. Essa può fornire un eccellente sostegno
di fuoco attraverso l’impiego di un’ampia gamma di assetti disparati quali i ve-
livoli imbarcati, gli elicotteri d’attacco, i missili da crociera lanciabili da unità su-
bacquee (e in futuro anche dal naviglio di superficie) e la più tradizionale arti-
glieria navale. In termini di difesa e protezione, la Royal Navy è in grado di ga-
rantire la sicurezza delle forze operanti in mare e sul terreno attraverso i propri
velivoli imbarcati e, in caso di minaccia, assicurando capacità di evacuazione dal
territorio; in termini di comando e controllo, le unità portaerei rappresentano
eccellenti basi mobili da cui un quartier generale interforze può esercitare piena-
mente e per lunghissimo tempo le proprie funzioni. La Royal Navy può sfruttare
i moderni satelliti per comunicare e quindi accedere in sicurezza alle reti infor-
matiche e alle banche dati situate sul territorio, ottimizzando quindi le capacità
complessive di ‘‘information warfare’’ in ambito interforze e multinazionale. In-
fine, la Royal Navy ha le risorse per costruire un gruppo navale avente una con-
sistenza tale da rischierare in profondità, velocemente ed efficacemente, un ro-
busto contingente di uomini, mezzi e rifornimenti e di sostegno logisticamente
a terra durante tutte le fasi di una campagna, rimanendo a sua volta autosuffi-
ciente per un lungo periodo di tempo.
Nell’ambito delle forze militari britanniche, la Royal Navy è principalmente
coinvolta in tre reparti interforze, di cui il più importante è la ‘‘Joint Rapid Reac-
tion Forse, JRRF’’. Si tratta di un’entità non permanente (ma con uno staff per-
manente con sede a Northwood) in cui vengono all’occorrenza assegnate le forze
prontamente disponibili da tutte e tre le forze armate; la costituzione della JRRF
è avvenuta in seguito alle direttive contenute nella ‘‘SDR 98’’ — in sostituzione
della preesistente ‘‘Joint Rapid Deployment Force’’ — e se ne prevede la realiz-
zazione della piena operatività nel 2005. Secondo il concetto di ‘‘pool’’ di risorse,
è possibile costituire in tempi rapidi un contingente quantitativamente e qualita-
tivamente commisurato a una gamma di esigenze che spaziano dal soccorso in

55
caso di calamità naturali alle operazioni a elevata intensità conflittuale e che pos-
sono essere gestite su base sia nazionale sia in ambito NATO, europeo, ONU o
di coalizione internazionale. Normalmente, il rischieramento della JRRF avviene
in fasi e scaglioni, con il sostegno di un certo numero di capacità abilitanti quali il
comando e controllo (attraverso un quartier generale rischierabile), i sistemi per
le comunicazioni e lo scambio delle informazioni, l’intelligence, la logistica, il tra-
sporto strategico (mediante assetti controllati direttamente dalla Difesa britanni-
ca per il primo scaglione e anche di tipo commerciale per i reparti successivi) e
l’amministrazione. I reparti assegnati al primo scaglione sono quelli con il mas-
simo grado di prontezza, di cui quelli immediatamente disponibili sono a loro
volta designati come ‘‘spearhead forces’’ 2 e che nel caso della Royal Navy sono
le forze speciali, un sottomarino nucleare d’attacco, due unità combattenti di su-
perficie, un’unità da sostegno logistico, elementi della ‘‘3ª Commando Brigade’’
dei Royal Marines e un insieme di assetti aerei per operazioni offensive e difen-
sive, ricognizione e sostegno aerotattico. Il primo scaglione viene completato da
ulteriori forze speciali, gli assetti marittimi necessari per costituire un ‘‘task
group’’ incentrato su una portaerei e un’unità portaelicotteri e comprendente,
se necessario, naviglio anfibio, specialistico e di sostegno logistico, oltre che ul-
teriori assetti aerei ed elicotteristici. Il secondo scaglione serve per garantire un
maggior potenziale offensivo, qualora si debba rinforzare il primo o se bisogna
ampliare l’operazione nel tempo e nello spazio; il trasporto e il rischieramento
delle forze assegnate al secondo scaglione avverrebbe attraverso l’impiego di
una combinazione fra assetti appartenenti alla Difesa e assetti commerciali noleg-
giati all’occorrenza. In questo caso, il contributo della Royal Navy si estrinseca
attraverso la costituzione di un secondo o più grande e più capace ‘‘task group’’,
avente anche capacità anfibie e la partecipazione di ulteriori elementi della ‘‘3ª
Commando Brigade’’, fra cui quelli specialistici per le operazioni anfibie, in
montagna e in climi freddi. In generale e anche se il pool di risorse marittime
per la JRRF non è precostituito, la sua consistenza e configurazione approssima-
ta riguarda circa 20 unità maggiori (portaerei, sottomarino d’attacco, cacciotor-
pediniere e fregate e unità anfibie), circa 22 unità specialistiche d’altro tipo (na-
viglio contromisure mine e unità da sostegno logistico), la ‘‘3ª Commando Bri-
gade’’ e circa 50 velivoli ad ala fissa e rotante 3.
Il secondo reparto interforze è la ‘‘Joint Force Harrier, JFH’’. Il successo
delle operazioni congiunte fra i ‘‘Sea Harrier FA.2’’ della Royal Navy (conce-
piti per la difesa aerea) e gli ‘‘Harrier GR.7’’ della RAF (utilizzati a sostegno

2 Cioè la punta di lancia.


3 I contributi di RAF e Royal Army alla JRRF si possono sintetizzare in tre brigate di forze
terrestri e circa 200 velivoli da combattimento e da sostegno ad ala fissa e ala rotante.

56
dei reparti terrestri) — eseguite sin dai tempi dalla guerra del Golfo, impie-
gando il concetto diun reparto unificato imbarcato al punto che ormai il con-
tingente aereo presente a bordo delle portaerei comprende sempre entrambi i
tipi di velivoli STO/VL ad ala fissa. Fra qualche anno, la JFH sarà progressi-
vamente composta soltanto da velivoli tipo ‘‘Harrier GR.9’’, idoneo a svolgere
le funzioni di difesa aerea e sostegno a favore dei reparti terrestri, mentre la
sede di tutti i reparti destinati all’imbarco è stata concentrata — a partire dal
2003 — presso la base aerea di Cottesmore; questa situazione si potrarrà fino
a circa il 2012, quando è previsto l’ingresso in linea di un nuovo velivolo da
combattimento.
Il terzo reparto interforze è il ‘‘Joint Helicopter Command, JHC’’. In questo
caso, l’assetto joint è stato creato unificando una parte consistente delle risorse
elicotteristiche esistenti in ciascuna delle tre forze armate britanniche. Per la
Royal Navy, ciò ha significato la confluenza nel JHC (ottobre 1999) degli elicot-
teri destinati al trasporto, attacco e sostegno logistico (i tipi ‘‘Sea King HC.4’’ e
‘‘Gazelle AH.1’’) e del relativo personale, mentre in organico alla Marina sono
rimaste le macchine imbarcate destinate alle funzioni di contrasto antisommergi-
bile e scoperta aerea lontana. L’obiettivo globale dell’unificazione è quello di ot-
timizzare le capacità British Army — nell’ambito delle operazioni marittime in
un contesto sempre più marcatamente interforze.
La Royal Navy continua dunque a contribuire in maniera significativa alle ot-
to missioni previste nella politica di sicurezza britannica e a impiegare al meglio,
nel contesto delle operazioni interforze, le proprie capacità: per mantenere que-
ste capacità anche in un futuro privo di certezze, è necessario focalizzare lo svi-
luppo dello strumento marittimo in modo che esso sia ottimizzato — non attra-
verso un suo adattamento, bensı̀ concepito in tal senso sin dall’origine — per
operazioni a elevata intensità conflittuale, e allo stesso tempo idoneo a interve-
nire anche nell’intero gamma di operazioni prevedibili e impervedibili. Nella
propria visione futura, la Royal Navy viene quindi intesa come uno strumento
aeromarittimo intrinsecamente versatile, dotato di capacità — e perciò di siste-
mi, equipaggiamenti e addestramento — che:
— è ottimizzato per la proiezione di potenza in ambito interforze, assicura
l’accesso al teatro operativo a un contingente interforze, raggiunge e man-
tiene la superiorità nel campo delle informazioni, e gioca comunque il
proprio ruolo in qualsiasi tipo di conflitto;
— possiede le caratteristiche di proiettabilità a grande raggio, autonomia e
sostenibilità richieste per operare nelle aree geostrategiche identificate
nella politica di difesa britannica, cioè praticamente in quasi tutto il glo-
bo;

57
— è in grado di esprimere capacità marittime opportunamente configurate
per contribuire alle differenti tipologie di interventi identificate nella pia-
nificazione redatta a livello miniseriale;
— è pienamente interoperabile con le future forze aeree e terrestri, e con al-
tri partners civili e militari nazionali e internazionali con cui si prevede
una verosimile interazione, nell’ambito di tutte le operazioni identificate
nella politica di sicurezza britannica;
— può modificare le sue condizioni operative in maniera efficiente ed effi-
cace, nell’ambito dei diversi livelli di prontezza imposti dalle operazioni
reali.
I capisaldi di uno strumento aeromarittimo versatile vanno quindi ricercati
nella leardership di elevata qualità, nel lavoro di squadra, nella professionalità,
nella flessibilità e nella volontà e determinazione di raggiungere l’obiettivo.
Per concretizzare questa visione e rimanere quindi una Marina di classe mondia-
le, pronta a combattere e vincere, la Royal Navy deve trarre vantaggio da due
aree principali: il potenziale innovativo che risiede nelle attuali e future tecnolo-
gie e la gamma di capacità professionali del personale, come dimostrato dalla sua
adattabilità tecnologica, destrezza operativa, morale e spirito combattivo. Il con-
cetto abilitante che mette la Royal Navy in grado di soddisfare i propri obiettivi è
denominato ‘‘swing’’ 4, cioè la capacità di configurare un assetto — di qualsiasi
natura e dimensione — per permettergli di operare con successo, e con un favo-
revole rapporto costo/efficacia, in tutta una gamma di ruoli e missioni. Non si
tratta di un concetto nuovo, ma ne viene enfatizzata l’importanza per far sı̀
che le direttive globali di ricerca e sviluppo della Royal Navy lo riconoscano
sin dall’inizio come un requisito chiave nella concretizzazione delle idee. Va inol-
tre sottolineato che il concetto non si riferisca unicamente allo sviluppo materia-
le, ma a tutto lo strumento nella sua globalità, e perciò anche alla dottrina, all’e-
quipaggiamento, al personale, all’addestramento collettivo, alla sostenibilità logi-
stica e alla struttura delle forze.
Il concetto ‘‘swing’’ si articola in alcune componenti fondamentali, fra loro
collegate dalla superiorità informativa, non solo a livello tattico e operativo,
ma anche strategico, manageriale e logistico:
— adattabilità. Nel lessico militare, con questo termine s’intende la capacità
di intraprendere un’ampia gamma di missioni; nel caso di un’unità navale,
tale capacità va acquisita attraverso sistemi d’arma e sensori multifunzio-
nali, come per esempio sistemi sonar impiegabili sia nelle operazioni anti-

4 Traducibile in questo caso come cambiamento.

58
som sia in quelle di contromisure mine, e/o cannoni a medio calibro con
capacità di contrasto antiaereo, interdizione antinave e attacco contro
obiettivi terrestri;
— configurabilità, cioè capacità di configurare un assetto per soddisfare esi-
genze strategiche, operative e tattiche; a bordo di un’unità navale, questo
si traduce in sistemi modulari intercambiabili, lanciatori verticali multi-
ruolo, o spazio per mezzi aerei e truppe imbarcate. In ciascun caso, l’equi-
librio fra impianti, munizionamento e reparti imbarcati può essere rego-
lato per soddisfare l’esigenza, evitando un impiego non proporzionato
delle risorse 5.
— standardizzazione. Per mantenere un favorevole rapporto costo/efficacia
nell’economia gestionale di un’organizzazione complessa come una Mari-
na, è necessario che la flessibilità e la standardizzazione marcino di pari
passo. In termini di assetti militari, ciò significa razionalizzare quelli di-
sponibili, vale a dire un minor numero di classi di naviglio, ma con piat-
taforme, armi e sensori più flessibili;
— semplificità operativa. Affinché il personale possa operare efficacemente
in tutta la gamma delle missioni affidategli, è necessario che venga sempli-
ficato l’impiego di sistemi, tattiche e procedure e migliorate le prestazioni
degli ausili decisionali.
La concretizzazione del concetto ‘‘swing’’ implica due rischi. In primo luogo,
nel passaggio verso sistemi adattabili potrebbe essere necessario rinunciare alle
prestazioni ottimali in un settore specialistico, a favore di una più ampia versa-
tilità; è quindi indispensabile procedere con la massima attenzione, valutando
caso per caso le singole iniziative e ricordando anche che sistemi altamente spe-
cializzati possono diventare obsoleti a causa di modifiche introdotte nell’attua-
zione delle direttive strategiche o di cambiamenti di natura tecnologica. Secon-
do, nella gestione di un versatile strumento marittimo, il personale potrebbe
perdere le proprie capacità in alcuni importanti settori specialistici e diventare
una sorta di tuttofare, una condizione peraltro già manifesta; non va tuttavia di-
menticato che, attualmente, la maggior parte delle capacità belliche viene gene-
rata mediante il controllo di interfacce e procedure tecnologicamente comples-
se. Ecco perché la semplificazione è importante; relegando la complessità all’in-
terno della macchina — evitando cioè di inserirla nell’interfaccia uomo-
macchina — si facilità il lavoro dell’operatore-utente e si semplificheranno dot-
trine, tattiche e procedure. L’attuazione della visione strategica avviene lungo le

5 Un esempio classico di questo equilibrio è la portaerei.

59
sei direttrici di sviluppo citate in precedenza (concetti e dottrine, equipaggia-
mento, personale, addestramento collettivo, sostenibilità logistica, struttura del-
le forze), identificando altrettanti settori di attività di medio/lungo termine che
vengono inserite nel ‘‘naval Strategic Plan’’, e di cui si parlerà in dettaglio più
avanti.

60
CAPITOLO II
LA ROYAL NAVY E
L’APPLICAZIONE DEL POTERE MARITTIMO

L’enunciazione dei principi dottrinari che regolano l’esercizio del potere ma-
rittimo britannico rappresenta lo stadio più recente di un’evoluzione che ha le
sue origini nella formulazione dei concetti espressi dapprima dal Mahan e suc-
cessivamente affinati dal Corbett, ritenuto nel Regno Unito — e altrove, con
le dovute giustificazioni — il padre della strategia marittima e dei principi che
governano l’esercizio del potere marittimo.
L’applicazione di questi principi nel corso del XX secolo ai differenti scenari
geopolitici che si sono via via riproposti e il progresso tecnologico maturato nel
medesimo arco di tempo hanno portato a una revisione graduale dei concetti di
base, secondo un approccio logico e temporale che ha tenuto soprattutto conto
dell’evoluzione in senso interforze dell’impiego dello strumento militare e che ha
il suo attuale punto d’arrivo nella ‘‘British Maritime Doctrine’’: si tratta di un
documento della massima importanza ai fini della comprensione sull’essenza e
sull’operato della Royal Navy e che, opportunamente aggiornato e calibrato
con le esigenze di integrazione interforze, ne mette in risalto gli aspetti dottrinari
peculiari nell’attuazione della strategia militare britannica, oltre che nell’applica-
zione stessa del potere marittimo.
La gamma completa delle operazioni in cui le forze marittime britanniche po-
trebbero trovarsi coinvolte è estremamente ampia, estendendosi dalla partecipa-
zione in conflitti a elevata intensità all’assistenza umanitaria a favore delle popo-
lazioni civili.
Questa gamma di operazioni può essere sostanzialmente suddivisa fra tre dif-
ferenti categorie generali, ciascuna delle quali richiede uno specifico approccio
per la condotta della missione; esistono inoltre importanti distinzioni di natura
legali su cui è basata la legittimità dell’intervento marittimo, e di cui i responsa-
bili dell’operazioni devono essere pienamente consapevoli. La categorizzazione
delle operazioni non dev’essere interpretata come un semplice esercizio accade-
mico, ma ha una sua valenza operativa e dottrinaria ben precisa che va ricono-
sciuta.
Per la Royal Navy, esistono quindi tre categorie generali sotto cui raggruppa-
re le operazioni marittime (militari, di polizza e quelle cosiddette ‘‘benevole’’),
mentre è importante considerare anche due contesti generali nei quali esse pos-

61
sono ricadere, cioè il sostegno alle iniziative di pace e l’assistenza militare alle
autorità civili. In sintesi, tutte le operazioni marittime saranno perciò comprese
in una delle tre suddette categorie generali, e potranno ricadere nel contesto
PSO o nel contesto MACA.
Le applicazioni militari del potere marittimo sono governate dai concetti di
‘‘sea control’’ e ‘‘power projection’’; tuttavia, non esiste una netta differenziazio-
ne in tal senso, perché una certa dose di ‘‘sea control’’ può rappresentarne un
requisito abilitante per l’esecuzione di numerose funzioni in un ambito conflit-
tuale, comprese quelle che richiedono la proiezione di potenza.

62
CAPITOLO III
IL POTERE MARITTIMO SUL MARE

Il potere marittimo viene applicato sul mare sia attraverso operazioni offen-
sive condotte contro forze nemiche, sia attraverso operazioni per proteggere for-
ze amiche e i traffici marittimi secondo il concetto di ‘‘force protection’’, che nei
moderni scenari assume un significato più ampio perché riferito alla incolumità
vera e propria degli assetti e del personale a essi assegnato. In entrambi i casi si
tratta di operazioni di ‘‘sea control’’, che possono quindi essere offensive o difen-
sive, e possono comprendere elementi di ciascuna di esse, o aspetti peculiari che,
per loro natura, possono riferirsi al ‘‘sea denial’’. L’esercizio del ‘‘sea control’’
può essere svolto da qualsiasi tipo di assetto marittimo (gruppo navale o unità
isolata), ciascuno dei quali cercherà di conseguire un adeguato livello di control-
lo all’interno della propria area d’operazioni, in generale, le operazioni di ‘‘sea
control’’ di area sono di natura essenzialmente geografica e implicano l’utilizza-
zione di sistemi d’arma e di sorveglianza a lungo raggio nell’ambito di ampie por-
zioni di bacini marittimi.
A livello operativo, l’interdizione delle forze marittime nemiche impedisce al-
l’avversario di muovere i propri assetti operativi e logistici e, più in generale, di
manovrare dal mare, oltre che frustrarne le operazioni di ‘‘sea control’’ e ‘‘sea
denial’’; l’interdizione può essere condotta contro unità navali e vettori aerei
in mare, in porto, sul territorio, attraverso la minaccia e/o operazioni non con-
venzionali.
Il blocco è un tipo di operazione marittima per prevenire l’accesso a, o la par-
tenza da, un’area ben definita della costa avversaria e può essere usato a livello
operativo come un metodo di contenimento per acquisire il ‘‘sea control’’ o il
‘‘sea denial’’; da un punto di vista strategico, il blocco può essere utilizzato come
una forma estrema per imporre sanzioni o come un’operazione per piegare la vo-
lontà di una Nazione o di un regime. Il contenimento si esercita invece per mez-
zo di una minaccia generica contro interessi critici per un determinato avversa-
rio, anche come forza di sfida diretta agli assetti con cui l’avversario esercita il
‘‘sea control’’ o la ‘‘power projection’’.
La costituzione di zone di esclusione — la cui legittimità può essere garantita
da un’apposita risoluzione ONU — rappresenta un valido strumento con impli-
cazioni di natura sia militare sia diplomatica. Nel primo caso, una zona di esclu-

63
sione è un metodo per semplificare l’esercizio del ‘‘sea control’’ tramite la mani-
festazione legale dell’intenzione nel mantenere il ‘‘sea denial’’ in una specifica
area marittima; nel secondo caso, la zona di esclusione è un modo di rafforzare
le misure coercitive, affermando e manifestando la risolutezza nell’eventuale ri-
corso all’azione bellica.
Le operazioni di sbarramento navale possono essere condotte in aree marit-
time dove peculiarità geografiche o oceanografiche o vincoli operativi obbligano
il nemico a canalizzate o a concentrare i propri assetti; grazie alle moderne tec-
niche di sorveglianza a lungo raggio, le forze marittime possono essere utilizzate
per garantire il ‘‘sea control’’ e un tipo di difesa stratificata in tali aree, una fun-
zione assegnata per lungo tempo alle forze NATO operanti nell’Atlantico setten-
trionale e nel Pacifico occidentale. In tempo di pace, le forze navali assicurano la
libertà dei traffici marittimi attraverso forme di presenza avanzata e, se necessa-
rio, conducendo specifiche operazioni intese a garantire la libertà di navigazione,
il tutto in aggiunta alla specifica esigenza di mantenere aperte le linee di comu-
nicazione nell’ambito di una campagna marittima o interforze.

64
CAPITOLO IV
L’APPLICAZIONE
DEL POTERE MARITTIMO DAL MARE

La diplomazia navale è intesa come l’impiego di forze marittime quale stru-


mento diplomatico, a sostegno di obiettivi politici e, in generale, della politica
estera, e si estrinseca nella disponibiità di assetti marittimi per appoggiare inizia-
tive diplomatiche di varia natura, condotte in tempo di pace o in situazioni di
crisi o conflitto. L’estrema applicazione di questo concetto va ricercato nel man-
tenimento di una sicura e credibile deterrenza strategica nucleare che, essendo
nel Regno Unito una totale responsabilità della Royal Navy (e in particolare della
sua componente subacquae), può essere intesa come uno strumento di diploma-
zia navale permanente con ricadute strategiche su vasta scala. La flessibiità della
dotazione missilistica degli SSBN britannici garantisce inoltre capacità sub-stra-
tegiche — cioè operazioni condotte con l’impiego di armi nucleari, ma su scala
limitata rispetto alla risposta massiccia — intermedie fra la deterrenza conven-
zionale e quella strategica tradizionale. Da un punto di vista dottrinario, esistono
diversi modi in cui la diplomazia navale si interfaccia con la politica estera e di
sicurezza e in cui una nave da guerra gioca un ruolo centrale; si parla quindi di
presenza, quando essa viene esercitata in termini generali, attraverso rischiera-
menti, visite nei porti, esercitazioni e operazioni di routine in aree d’interesse.
Gli assetti marittimi vengono quindi impiegati come simboli che dimostrano la
volontà di una Nazione, o di una coalizione, nell’inviare un messaggio ben pre-
ciso nei confronti di un’altra entità statuale, di una popolazione, e/o di un’orga-
nizzazione transnazionale, un segnale che può precludere un coinvolgimento più
efficace, in una gamma che spazia dall’assistenza umanitaria alla partecipazione
in azioni conflittuali vere e proprie. In caso di fallimento della diplomazia navale,
gli asetti marittimi possono essere utilizzati per sfruttare le loro potenzialità nella
risoluzione di situazioni di crisi o per proteggere interessi nazionali; la protezione
di connazionali o di soggetti civili rientra nelle ormai famose ‘‘non-combatant
evacuation operations, NEOs’’, mentre il limite ultimo di utilizzazione è rappre-
sentato dalle molteplici forme di coinvolgimento in azioni belliche verso il terri-
torio, normalmente nell’ambito di operazioni interforze e a cura di una varietà di
assetti comprendenti unità di superficie e subacquee, forze anfibie, aviazione im-
barcata e basata a terra, forze speciali, ciascuno con le proprie peculiarità e pre-
stazioni. Questa è l’espressione massima della proiezione di potenza, dove gli as-

65
setti coinvolti possono essere utilizzati nell’ambito di una campagna di ‘‘sea con-
trol’’ mirata a distruggere forze e infrastrutture nemiche sul loro territorio (sulla
costa e/o in profondità sul territorio) e i relativi sistemi logistici e di comando e
controllo, o, in alternativa, per conquistare e dominare un’area di manovra (in
mare e/o a terra) da utilizzare per la fase successiva di una campagna militare;
in tal caso la proiezione di potenza è riferita a un complesso interforze, di cui
fanno parte anche assetti terrestri e aerei e per i quali è necessario garantire an-
che forme di difesa aerea e antimissile.

66
CAPITOLO V
LA ‘‘DEFENCE DIPLOMACY’’
E LE OPERAZIONI MARITTIME

In armonia con il concetto di diplomazia marittima definito in precedenza, la


‘‘defence diplomacy’’ è una delle iniziative/missioni codificate nella ‘‘SDR 98/
New Chapter’’ britannica e da essa derivano tre famiglie di funzioni militari:
— controllo degli armamenti, controproliferazione e misure di fiducia e sicu-
rezza reciproca;
— attività di lungo termine mirate a contribuire alla sicurezza e alla stabilità
nell’Europa centro-orientale e in Russia, attraverso assistenza bilaterale e
cooperazione con le Nazioni d’interesse;
— altre attività di assistenza militare a entità statuali differenti da quelle pre-
cedenti.
L’insieme di queste funzioni può ragionevolmente implicare l’utilizzazione di
forze e assetti marittimi britannici e comprende le tradizionali forme di presenza
e sostegno a iniziative diplomatiche in tempo di pace. Tuttavia, con la dissolu-
zione dell’ex Unione Sovietica e nonostante il proseguimento di specifiche atti-
vità marittime rivolte specificatamente verso la Russia, vi è stata una concentra-
zione degli sforzi verso le Nazioni dell’Europa orientale, che si è tramutata in vi-
site e forme di assistenza a Lettonia, Lituania, Estonia, Ucraina e Georgia.
L’obiettivo di tutto ciò è garantire un’armonica transizione degli apparati militari
locali — e in particolare quelli navali, creando una sorta di ‘‘comunità maritti-
ma’’ fra le forze armate dell’area — verso modelli di evoluzione di tipo occiden-
tale, anche in modo da poter sviluppare le professionalità necessarie a operare
efficacemente a livello nazionale e multinazionale, prioritariamente nelle opera-
zioni a sostegno della pace.

67
CAPITOLO VI
LE OPERAZIONI DI POLIZIA MARITTIMA

Si tratta del noto concetto secondo cui gli assetti marittimi vengono utilizzati
per far rispettare e/o imporre leggi e regolamenti nazionali e/o per attuare un
regime di norme stabilite da un mandato internazionale; l’impiego tradizionale
della forza è quindi consentito soltanto in caso di autodifesa o come ultima risor-
sa disponibile per l’esercuzione di una particolare missione, è regolamentato da
norme specifiche, e non è quindi lo strumento principale per raggiungere un da-
to scopo.
Le operazioni di embargo e imposizione di sanzioni economiche sul mare e
dal mare vengono normalmente condotte sotto un mandato internazionale, ge-
neralmente di matrice ONU; un caso ormai classico ha riguardato le operazioni
svoltesi in Adriatico dal 1992 al 2000, che ha visto protagonisti assetti marittimi
di tutte le Nazioni NATO. Le forze aeronavali coinvolte in questa tipologia di
operazioni potrebbero perciò essere soggette a ritorsioni ed è quindi necessario
garantire un certo livello di ‘‘sea control’’ a scopo protettivo; va ricordato che
queste operazioni sono diverse dal blocco navale, un’attività di tipo completa-
mente militare differenti da quelle prescritte per l’embargo e l’imposizione di
sanzioni economiche.
L’antipirateria rientra fra le operazioni di polizia marittima che coinvolgono
l’esercizio della giurisdizione universale sull’alto mare, mentre nelle acque terri-
toriali, essa rimane una responsabilità dello stato costiero. Quando il fenomeno è
esteso e i pirati sono dotati di mezzi e armamenti di tipo moderno, il suo con-
trasto diventa una missione con gli stessi requisiti e caratteristiche richieste
per la protezione del naviglio mercantile e può quindi richiedere misure più o
meno robuste di ‘‘sea control’’. L’altra principale missione di imposizione legale
che vede sempre più coinvolti gli assetti marittimi riguarda l’interdizione dei traf-
fici illeciti, e in particolare della droga; si tratta di un’attività che, proprio nel ca-
so della Royal Navy, richiede un notevole impegno nelle aree marittime dei ter-
ritori britannici delle Indie occidentali, anche quale contributo a un’azione inter-
nazionale a cui partecipano assetti marittimi olandesi e statunitensi. Mentre le
operazioni antipirateria e d’interdizione dei traffici illeciti possono considerarsi
attività a basso livello conflittuale, quelle che riguardano l’inercettazione di mi-

68
granti clandestini, l’anticontrabbando di materiali illeciti (quali armi ed esplosivi)
e la contro-insurrezione potrebbero richiedere un uso, ancorché misurato, della
forza.

69
CAPITOLO VII
L’APPLICAZIONE BENEVOLA DEL POTERE MARITTIMO

In questa categoria rientrano attività quali l’assistenza umanitaria, il soccorso


in caso di calamità, la ricerca e soccorso e la rimozione/neutralizzazione di ordi-
gni esplosivi in cui le forze militari possono essere coinvolte in virtù delle loro
capacità intrinseche e delle loro conoscenze specialistiche; esse sono classificate
‘‘benevole’’ (traducendo liberamente ‘‘benign’’) perchè non presentano aspetti
violenti e non richiedono l’uso della forza.
La flessibilità delle forze marittime e la loro indipendenza logistica ne fanno
degli assetti particolarmente efficaci nell’assicurare assistenza e soccorso in caso
di calamità in scenari marittimi quali uragani e cicloni tropicali, in particolare nei
territori britannici d’oltremare situati nella regione caraibica. In questi casi, le
forze marittime possono quindi essere impiegate come basi mobili logistiche e
operative, sfruttando in particolare gli assetti elicotteristici quale mezzo di tra-
sporto dalle aree sinistrate e risultando molto spesso le uniche forme di soccorso
immediato dove altre organizzazioni, fra cui quelle non governative, necessitano
di tempi più lunghi per prestare, con la stessa efficacia, la medesima assistenza. È
tuttavia importante ricordare che le forze militari non sono idonee a operare in
tali scenari per tempi lunghi, perché non sono attrezzate in tal senso e perché un
siffatto impiego è antieconomico.
La legislazione internazionale impone inoltre a tutte le navi in alto mare di
partecipare alle operazioni di ricerca e soccorso, prevedibilmente seguite da
quelle di salvataggio; in alcune circostanze, potrà inoltre essere necessario assicu-
rare forme di controllo dell’antinquinamento marino, anche questa un’attività in
cui le forze marittime possono svolgere un’efficace opera di gestione dell’emer-
genza nella sua fase iniziale, oltre che di primo soccorso quando entrano in ballo
assetti specialistici dotati delle apparecchiature necessarie. La maggior parte del-
le operazioni marittime ‘‘benevole’’ richiede un intervento massiccio di manodo-
pera e personale specializzato; le attività di soccorso in caso di calamità e di sal-
vataggio possono in particolare coinvolgere l’intero equipaggio di una fregata o
di un cacciatorpediniere e richiedono la presenza di sistemi specialistici. Le unità
della Royal Navy periodicamente assegnate alle Indie occidentali ricevono quindi
particolari forme di addestramento per queste esigenze ed è quindi importante
ribadire che, in tutti questi scenari, gli assetti marittimi devono essere considera-

70
te forze di primo intervento, destinate in seguito a lasciare il campo alle agenzie,
governative e non, specializzate nella materia.
Due tipologie di operazioni assegnate alla Royal Navy che rappresentano im-
portanti contributi al benessere della comunità marittime riguardano la neutra-
lizzazione di ordigni esplosivi e le campagne idrografiche. Nel primo caso, l’area
delle operazioni per le unità britanniche è generalmente compresa nei bacini ma-
rittimi dell’Europa settentrionale, in cui si trovano ancora diversi ordigni ine-
splosi addirittura risalenti alla prima guerra mondiale, e per la cui neutralizzazio-
ne vengono impiegate, normalmente su segnalazione dei pescherecci operanti in
quelle acque, le unità di contromisure mine e i nuclei organici di personale su-
bacqueo. Le campagne idro-oceanografiche vengono invece svolte su base perio-
dica dalle unità specializzate della Royal Navy, in base ad accordi stipulati fra
varie agenzie governative britanniche.
L’insieme delle operazioni svolte nelle acque sotto la giurisdizione britannica,
siano esse di natura ‘‘benevola’’ o relative alla polizia marittima, cadono sotto l’e-
gida della già accennata MACA, cioè l’assistenza militare alle autorità civili. Nel-
l’ambito marittimo, va ricordato che sin dal 1964, sulle acque adiacenti il Regno
Unito sono state gradualmente esercitate forme di giurisdizione, iniziando con le
acque estese fino alla piattaforma continentale e creando zone di sicurezza attor-
no alle infrastrutture per l’estrazione del petrolio e del gas naturale, in larghissi-
ma prevalenza nel Mare del Nord. Nello stesso anno, la zona di giurisdizione li-
toranea per la pesca venne estesa fino a 12 mg, ampliata nel 1977 fino a 200 mg e
denominata ‘‘Extended Fishery Zone, EFZ’’, a cui seguı̀, dieci anni dopo, l’e-
stensione delle acque territoriali da 6 a 12 mg; queste iniziative hanno dunque
generato un dominio marittimo britannico in cui applicare leggi e regolamenti
giurisdizione derivanti dalla normativa nazionale e da accordi intergovernativi
con altre Nazioni rivierasche europee ed extra-europee e in cui si applicano
gli stessi principi che governano l’impiego delle forze armate nel fornire assisten-
za alle autorità civili nazioanli. Dal punto di vista legale le attività MACA sono
suddivise in tre distinte categorie:
— l’assistenza militare al potere civile (‘‘military aid to civil power, MACP’’),
legata all’imposizione delle leggi e alla sicurezza interna, per il cui esple-
tamento il personale militare è autorizzato, per raggiungere il proprio sco-
po, al possesso e all’impiego delle armi. Nell’ambito marittimo, le funzio-
ni MACP sono esclusivamente di polizia marittima e comprendono il pat-
tugliamento lungo le coste dell’Irlanda del Nord a sostegno delle autorità
locali, l’intervento in caso di attacchi terroristici contro il naviglio mercan-
tile e le installazioni petrolifere all’interno delle acque territoriali o sulla
piattaforma continentale britannica, le operazioni antidroga condotte su

71
richiesta del servizio dogane britannico e la sorveglianza delle attività pe-
scherecce per garantire l’applicazione della relativa legislazione all’interno
della EFZ;
— l’assistenza militare ai ministeri civili (‘‘military assistance to civil mini-
stries, MACM’’), che governa l’uso delle forze militari per assicurare i ser-
vizi pubblici essenziali in caso di dispute sindacali e di cui normalmente
non vi sono applicazioni nel settore marittimo;
— l’assistenza militare alla comunità civile (‘‘military assistance to civil com-
munity, MACC’’), che comprende generiche forme di assistenza alla po-
polazione civile, direttamente o su richiesta di altri dicasteri ed enti gover-
nativi. Negli scenari marittimi, le attività MACC riguardano la ricerca e
soccorso, il salvataggio, la lotta contro l’inquinamento ambientale, le cam-
pagne idro-oceanografiche e alcuni servizi portuali.

72
CAPITOLO VIII
IL ‘‘NAVAL STRATEGIC PLAN’’
E LA ROYAL NAVY DEL 2015

Nel 2000, il Primo Lord del Mare (l’equivalente nella Royal Navy del Capo di
Stato Maggiore) decise la formulazione di una pianificazione strategica — il ‘‘-
Naval Strategic Plan’’, appunto — quale riferimento primario per gestire i rapidi
cambiamenti occorsi nell’ambito della Difesa britannica e per attuare la visione
della Royal Navy nel 2015. Nel tracciare le direttrici di sviluppo secondo cui vie-
ne attuata la visione strategica, sono state formulate quattro ipotesi:
— il contributo alle operazioni interforze da parte degli assetti marittimi in-
fluenzerà in maniera sempre crescente la dottrina e la pianificazione ope-
rativa. I conflitti saranno caratterizzati da continue evoluzioni, con una
maggior enfasi sulla gestione delle informazioni, l’ingaggio di precisione,
il rischieramento rapido, la capacità di schieramento e stazionamento in
posizione avanzata e di risposta alle minacce asimmetriche. La Royal Navy
sarà dunque chiamata a operare come forza di spedizione, in scenari litto-
ral, nell’ambito di operazioni interforze e multinazionali, e in concerto con
i principali alleati, gli Stati Uniti in primo luogo, e le altre Nazioni NATO;
— ci si aspetta una maggior stabilità e disponibilità finanziaria, ma vi sarà
una pressione crescente nel ricercare e dimostrare, a parità di investimen-
ti, un’efficienza e un’efficacia sempre maggiori, soprattutto in una forza
armata come la Royal Navy in cui sono presenti sistemi tecnologicamente
complessi e avanzati;
— si prevede per la Royal Navy una minor disponibilità nell’arruolamento e
nel mantenimento in servizio di personale di qualità, con le principali esi-
genze indirizzate verso professionalità maggiormente specializzate, men-
tre dai profili caratteristici del personale risulta una tendenza verso svilup-
pi di carriera più flessibili e più autonomi;
— il ritmo veloce dei cambiamenti tecnologici implicherà per la Royal Navy
una maggiore efficacia ed efficienza nella gestione delle proprie attività
quotidiane e delle proprie strutture, nella condotta delle operazioni e nel-
l’ammodernamento delle capacità belliche, e a essa verrà dunque richiesto
di adattarsi rapidamente a questo scenario in costante evoluzione.

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In termini di mezzi e materiali, lo sviluppo di uno strumento marittimo ver-
satile è incentrato per la Royal Navy su un programma globale strutturato attor-
no a un nucleo di capacità abilitanti di cui faranno parte due portaerei (con cui
proiettare potenza su scala globale), una componente subacquea a propulsione
nuclerare (per la deterrenza strategica e anch’essa per la proiezione di potenza
su scala globale) e i reparti del Royal Marines (con la componente anfibia e ae-
romobile associata). La valenza di questo nucleo di capacità verrà ottimizzata
attraverso la disponibilità di capacità accessorie che comprendono, ma che
non sono limitate a, naviglio combattente di superficie, unità idro-oceanografi-
che, unità per il sostegno logistico, unità per le contromisure mine e forze spe-
ciali. A meno di significativi rivolgimenti nella situazione mondiale e di altret-
tanto significativi cambiamenti nella politica di sicurezza nazionale britannica,
la Royal Navy del 2015 dovrebbe essere strutturata secondo i seguenti assetti
aeromarittimi:
— quattro SSBN classe ‘‘Vanguard’’ e una componente subacquea d’attacco
formata da dieci battelli a propulsione nucleare (indicativamente suddivi-
sa in maniera equa fra unità classe ‘‘Astute’’ e ‘‘Trafalgar’’);
— due portaerei di nuova costruzione, la portaelicotteri Ocean e le due unità
d’assalto anfibio classe ‘‘Albion’’;
— un complesso di unità combattenti formato da 32 fra cacciotorpediniere e
fregate, comprendenti le unità di nuova costruzione classe ‘‘Daring’’, le
fregate ‘‘Type 23’’ e alcune ‘‘Future Surface Combatants’’;
— cinque unità idro-oceanografiche e da ricerca scientifica (fra cui la Scott e
l’Endurance), una ventina di unità contromisure mine (per lo più appar-
tenenti alla classe ‘‘Sandowon’’) e il naviglio destianto prioritariamente al-
la protezione delle risorse ittiche;
— una ‘‘Commando Brigade’’ di Royal Marines, oltre che reparti destinati
alle operazioni speciali e alla sicurezza delle installazioni nucleari;
— la componente logistica comprenderà cinque unità per il sostegno alle
operazioni anfibie, sei unità da trasporto e schieramento rapido, una nave
ospedale di primo soccorso e circa 15 piattaforme per il sostegno logistico
d’altura;
— la componente aerea sarà strutturata su velivoli ad ala fissa e rotante di
nuovo tipo, alcuni dei quali destinati a compiti specialistici quali la sorve-
glianza radar avanzata, l’assalto anfibio verticale e il sostegno di fuoco.

74
GLI AUTORI

Michele Cosentino: Capitano di Vascello, consulente dello Stato Maggiore


della Marina, collaboratore della ‘‘Rivista Marittima’’ e
di ‘‘Tecnologia e Difesa’’ è fra i più noti studiosi di stra-
tegia navale.
È autore — fra l’altro — dei seguenti volumi:
— Marina Militare italiana (1993)
— In volo sul mare e dal mare (1995)
— Dal Trattato di pace alla Legge Navale (1996)
— La politica delle armi di distruzione di massa (1998)
— La NATO fra passato, presente e futuro (1999)
— Sotto gli oceani (2001).

Giuseppe Gagliano: Studioso di politica internazionale e analisi strategica, ex


codirettore drlla FIS.
È autore dei seguenti saggi:
— Cinquant’anni di libertà (1999)
— Saggi sulla politica militare e di sicurezza in Italia
(2000)
— Elogio di Trasimaco (2004)
— e in collaborazione con Maurizio Boni
Sicurezza internazionale e controllo degli armamenti
(2002).

Giorgio Giorgerini: Docente di Teoria del potere marittimo, consulente del-


lo Stato Maggiore della Marina e della Difesa, è uno dei
più accreditati studiosi di storia e dottrina navale.
È autore — fra l’altro — dei seguenti saggi:
— Le navi da battaglia della seconda guerra mondiale
(1972-78)
— Gli incrociatori della seconda guerra mondiale (1974)
— The Role of Malta in Italian Naval Operations 1940-
43 (1985)

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— La Marina italiana dal Fascismo alla Repubblica
(1989)
— Storia del sommergibilismo italiano dalle origini ad
oggi (1994).

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Finito di stampare
nel mese di maggio 2004
dalla New Press s.a.s.
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Tel. 031 30.12.68/69 - fax 031 30.12.67