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PIETRE DANGOLO

NERINA GAROFALO E GIUSEPPE VARCHETTA

TACCUINO 2016
Le cose, in tutta quanta la loro risoluta
bellezza, sopravvivevano qui.

Ma le persone no. E a questo,


io, non mi potevo rassegnare.

Amavo la salvaguardia dei musei,


e limpudenza delle opere.

In essi erette e ferme, a dispetto del tempo,


e qualche volta, persino, a vagolare allaperto.

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L come in un acquario, tenevo insieme
gli oggetti (le persone e le storie,
e le parole e i sentimenti.

Le strane e multiformi
appartenenze e apparenze),

Cos scendevo, e risalivo, e scendevo,


mi approssimavo, mi ritiravo e stavo,

e il mio respiro formava quella concentrica rottura


nel liquido compatto -- di scatto.

Era per questo che visitavo, con regolare cadenza, le


sale dei musei. Io mi recavo l a vedermi vivere.

Per ottenere forse una minuscola risposta


da rivedere da dentro, un abitacolo stretto

da riproporre a me stesso--
un claustro.

E non potendo avere ali duccello ai piedi,


n un certo numero di branchie per vivere

il silenzio, la mia ossessione in fermo immagine


cantava a becco stretto: apparizione e sparizione.

Fra preda e predatore, pi spesso, in mezzo,


io ci trovavo un vetro.

2
Amo i musei del presente, dove le sale bioparco hanno misura di passo.
Dove sinscena la vita con evidenza che mi sopravanza.
Dove recarsi a vedere, evidenziare, sottrarre.
Dove quietarsi e stare, e poi tornare e sostare.
Alla ricerca di una sperata dismissione
del sentimento della morte.

3
La parola morte in qualche modo esclusa dal museo, se non
per quella recita in assenza che a volte parte dal basso.

Si eleva, prega, incanta.

Luogo daccumulo di pietre dangolo, la maldicenza dei giorni


che sa farsi lontana, come quel portinaio stanco nellora mesta
del giorno sa farsi quieto e sta.

C una innocenza delle cose persino quando gemono, trafitte e


tirate, ritorte, accumulate, ripensate. Come spogliate da ogni se-
gno, soltanto espresse e accarezzate, composte ed accudite.

E poi violate appena, in un eccesso di emergenza posizionate al


centro.
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Ed io risiedo l, mi attendo.

Bisognerebbe essere stati a Venezia


almeno qualche volta, ed aver visto.

Essere palafitte con convinzione cieca.


In fiduciosa persistenza, percorsi da tutto

quel silenzio notturno che sanno solo i canali.


Bisognerebbe aver avuto il sospetto che

si possa stare, in Punta di Dogana,


e abbracciarsi e non temere:

la notte, il piede in fallo,


la sua irrisoria luce.

Bisognerebbe sapersi accuditi


come i cagnolini di Peggy

al Guggenheim sapersi gracili,


finiti, protetti come spoglie,

e resi immensi da false architetture


celesti dove laltrove spera

-- che vi sia vita nella morte.

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Mi si apre il cuore, il taglio dello sguardo
mi attraversa, mentre lui non guarda,

e sono l a sperare la cattura del volo, e mi


disturba leterno del mio presentimento.

Ed ho persino pregato, accanto al corpicino.


Ma sono io quel vezzo di bellezza che porta la sua testa

a sentire e pensare, a guardare e cercare, a frugare,


e accarezzare, come si deve, alla distanza giusta

-- del respiro dallocchio, e dellocchio dal corpo.

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Mi sento un corpo vivo che traccia un segno
stanco che qualcun altro ha messo in posa

per farlo respirare. Ed cos che cos prego--

Prego che possa essere qualcosa di diverso


da quella messa in opera di tutto quanto muore.

Prego un umore di universo.

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Perch io proprio, a volte, sono stanco.
Mi basta essere qui, a Venezia.

E ritornarci, ogni tanto, con quel ragazzo


che non sa, e mi attende.

Con quella fascia di luce che ci attraversa


da dietro, e ci rammenta allesistenza.

Io cerco dentro, fino in fondo al mio spavento.


Attendo che mi salvino le voci nel silenzio.

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Matteo 21,42

Ges disse loro: Non avete mai letto nelle Scritture che "La pietra
che i costruttori hanno rifiutata diventata pietra angolare, e che
ci stato fatto dal Signore ed cosa meravigliosa agli occhi no-
stri"?

Romani 9, 30-33

Che diremo dunque? Diremo che i Gentili, i quali non cercavano la


giustizia, hanno conseguito la giustizia, ma la giustizia che vien dal-
la fede; mentre Israele, che cercava la legge della giustizia, non ha
conseguito la legge della giustizia. Perch? Perch lha cercata non
per fede, ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra dintoppo, sic-
come scritto: Ecco, io pongo in Sion una pietra dintoppo e una
roccia dinciampo; ma chi crede in lui non sar svergognato.

Ecclesiaste16-18

Pensavo e dicevo fra me: Ecco, io ho avuto una sapienza superio-


re e pi vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in
Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scien-
za. Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come
anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo un
inseguire il vento,perch molta sapienza, molto affanno; chi accre-
sce il sapere, aumenta il dolore.

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Foto di Giuseppe Varchetta (Venezia, 2013), Testi di Nerina Garofalo (Roma, 2016)
Tutti i diritti sono riservati agli autori

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