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Prova ontologica

La prova ontologica (dal greco ntos, genitivo di n, participio presente di eim, essere)
una dimostrazione logica dell'esistenza dell'essere. Per traslazione, nella scolastica divenne
la dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio.
Sin dal tempo dei presocratici si ebbero numerosi tentativi e confutazioni di prove ontologiche:
pensiamo all'Essere di Parmenide, o al discorso di Socrate sugli di (che gli valse l'accusa di
empiet).[1] La maggior parte di simili argomenti si basavano sull'identit tra essere e pensare.[2]

Indice
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1Premesse

2La scolastica

o 2.1Anselmo d'Aosta

o 2.2Tommaso d'Aquino

3Cartesio

4Kant

5Gdel

6La prova ai giorni nostri

7Note

8Bibliografia

9Collegamenti esterni

Premesse[modifica | modifica wikitesto]


Parmenide fu il primo a porre la questione ontologica dell'essere, sostenendo che il semplice fatto di
pensare un qualunque oggetto dimostra per ci stesso la sua esistenza. Basandosi sulla logica di
non-contraddizione, l'Essere per lui necessariamente , e non pu non essere.
Secondo Platone, l'esistenza della dimensione ontologica testimoniata dal fatto che le
nostre conoscenze del mondo sensibile si basano su forme e modelli matematici che non trovano
riscontro in esso, ma risultano da un processo di reminiscenza con cui giungono a risvegliarsi
gradualmente nel nostro intelletto, e che egli chiama Idee.
Aristotele, partendo da una prospettiva pi empirica, sosteneva che tutto si muove perch qualcosa
lo muove: il corpo A mosso dal corpo B che mosso a sua volta dal corpo C, e cos via. Secondo
logica, la catena non pu essere infinita, per cui all'origine vi il motore immobile: "motore" perch
la meta finale da cui tutto il resto attratto, "immobile" perch perfetto in se stesso e non ha
bisogno di nient'altro al di fuori di s.
Con Agostino l'Essere diventa il corrispettivo ontologico del Dio cristiano. La sua riflessione nasce
dal fatto che non potremmo cercare Dio se non avessimo gi in qualche modo la nozione della sua
esistenza. Nel dubbio Dio gi si rivela, come idea innata e come esigenza fondamentale del
pensiero: Il nostro cuore non ha pace finch non riposi in Te.[3]

La scolastica[modifica | modifica wikitesto]


Fu tuttavia con la tradizione scolastica, nella persona di Anselmo d'Aosta, che inizi la vera ricerca
di una prova ontologica. Egli, famoso per il "credo ut intelligam" del suo Proslogion e con quattro
prove ontologiche a posteriori nel suo Monologion, diede il via ad una lunga tradizione, che vide
impegnati Cartesio, Gottfried Leibniz, Immanuel Kant, Kurt Gdel.
Anselmo d'Aosta[modifica | modifica wikitesto]

Anselmo d'Aosta

Anselmo d'Aosta (1033-1109), nel suo Proslogion (3,5) databile al 1077, formula la prima
dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio (sebbene un analogo sia rinvenibile
in Sant'Agostino, De doctrina christiana): ognuno, secondo Anselmo, persino lo stolto che in cuor
suo [pensa che] Dio non esiste, deve convincersi che sia pensabile intellettualmente qualcosa di
immensamente grande, di cui non possibile pensare alcunch di maggiore. Ammettiamo dunque
che ci di cui non si pu pensare il maggiore esista nel solo intelletto, e non nella realt; ma se
dunque nel solo intelletto, si pu almeno pensare che esista anche nella realt, il che sarebbe
maggiore di quello che per definizione non poteva essere minore di nient'altro, poich vi
aggiungeremmo la fondamentale caratteristica della reale esistenza. Ne seguirebbe quindi
una contraddizione: qualcosa sarebbe maggiore del pi grande. A questo punto occorre ammettere
che solo attribuendogli l'esistenza riusciremmo a pensarlo davvero come il pi grande, perch ci
che esiste di necessit maggiore di quel che pu essere semplicemente pensato come privo di
consistenza:
O Signore, tu non solo sei ci di cui non si pu pensare nulla di pi grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei p
(Proemio e nn. 1.15: 226; 235)

La prova di Anselmo mentalista (o a priori), perch pu essere compresa da chiunque con il


semplice ausilio della propria mente e della propria interiorit; in effetti da lui esposta per superare
le obiezioni empiriche di cui soffriva la sua precedente argomentazione (a posteriori)
dell'opera Monologion. Si tratta di un discorso rivolto contro l'insipiens, l'insipiente dei Salmi che
affermava Dio non esiste;[4] l'intento di Anselmo mira principalmente a dare prova della coerenza
della fede in Dio, e non tanto a dimostrare come la dimensione ideale del pensiero corrisponda alla
dimensione effettuale della realt. Il suo argomento tuttavia sar chiamato "ontologico", proprio nel
senso che deduce o fa derivare effetti ontologici a partire da premesse concettuali.
Esso si basa in particolare sulla disputatio, cio la versione scolastica del metodo
dialettico socratico. Dovendo dimostrare l'esistenza di Dio, ovvero la Perfezione, l'ente primo,
Anselmo non pu procedere come in qualsiasi altro caso: deve infatti compiere una dimostrazione a
priori (cio che non si basi sui sensi), l'unica in grado di dimostrare il fondamento ontologico di ogni
cosa. Procede quindi per assurdo: in tal modo pu condurre la sua prova senza precedenti assiomi
o teoremi, ma semplicemente basandosi sulla ragione e su due princpi fondamentali: il principio di
non contraddizione, che ci permette di distinguere il vero dal falso, secondo il principio aristotelico
per cui se non si coerenti non si dice nulla di significativo; e il principio del terzo escluso, secondo
il quale, se ho una soluzione falsa, il suo opposto dev'essere per forza vero: non ho una terza via di
scelta.
Intorno al 1070 il monaco francese Gaunilone (994-1083) contest questa prova a priori nel
suo Liber pro insipiente, con un argomento peraltro presente come appendice al Proslogion di
Anselmo, il quale la discute e ne risponde. Secondo Gaunilone non ci si pu fondare sull'esistenza
nel pensiero per concludere l'esistenza nella realt sensibile (si possono pensare cose impossibili),
per cui la definizione di divinit presa da Anselmo o dedotta da qualcosa d'altro (dato
di rivelazione, quindi non prova a priori) o completamente arbitraria e quindi si pone il problema
della stessa pensabilit della definizione. In altri termini, egli obiettava che se io penso un'isola
perfettissima, allora questa esiste anche nella realt?. Anselmo rispose che non si potevano porre
sullo stesso piano Dio e un'isola, poich questa prova applicabile solo alla perfezione massima,
ovvero Dio, ci di cui non si pu pensare nulla di pi grande.
La seconda obiezione di Gaunilone fu la seguente: ammettendo che la prova di Anselmo sia valida,
com' possibile che la mente umana, limitata, riesca ad ospitare il pensiero dell'infinita figura di
Dio?. Anselmo rispose che la sua prova definiva Dio soltanto attraverso la teologia negativa,
negandogli cio ogni difetto ed imperfezione, affermando soltanto che Dio , ma non che cosa Egli
.
Tommaso d'Aquino[modifica | modifica wikitesto]

Tommaso d'Aquino

Mentre Anselmo d'Aosta procedeva a priori nella sua prova ontologica dell'esistenza di Dio,
per Tommaso d'Aquino (1225-1274), invece, il fatto che Dio esista ci dato anche dalla fede; egli
cio procede sia a priori che a posteriori. Una prova che sia solo a priori, infatti, valida da un punto
di vista assoluto, che lo stesso di Dio; ma l'uomo, che vive in una dimensione relativa, ha bisogno
di dati di partenza.
Tommaso quindi propone cinque vie, ma evitando di parlare di dimostrazioni: le sue argomentazioni
non sono teoremi matematicamente o logicamente dimostrati, ma cammini che permettono di
intravedere con la ragione l'esistenza di Dio.[5]
Per rendere valide le sue argomentazioni, Tommaso ricorre (in ordine) alle categorie aristoteliche di
"potenza" e di "atto", alla nozione di "essere necessario" e di "essere contingente" (desunta
da Avicenna), ai gradi di perfezione (di stampo platonico) e alla presenza di finalit negli esseri privi
di conoscenza.[6]

Prima via: "Ex motu":


[...] tutto ci che si muove mosso da un altro. [...] Perch muovere significa trarre qualcosa dalla potenza all'atto; e niente pu

Seconda via: "Ex causa":


[...] in tutte le cause efficienti concatenate la prima causa dell'intermedia e l'intermedia causa dell'ultima [...] ora, eliminata

Terza via: "Ex contingentia":


[...] alcune cose nascono e finiscono, il che vuol dire che possono essere e non essere. Ora, impossibile che cose di tal natura

Quarta via: "Ex gradu perfectione":


[...] il grado maggiore o minore si attribuisce alle diverse cose secondo che si accostano di pi o di meno ad alcunch di somm

Quinta via: "Ex fine":


[...] alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cio i corpi fisici, operano per un fine [...]. Ora, ci che privo d'intelligen
(Tommaso d'Aquino. Summa Theologiae, I, questione 2, articolo 3)

Cartesio[modifica | modifica wikitesto]

Cartesio

Cartesio, nella quinta delle Meditazioni Metafisiche, ripropose una prova analoga a quella di
Anselmo anche se leggermente differente, utilizzandola come strumento al fine esclusivo di
convalidare il suo Cogito ergo sum. Per Dio egli intende una sostanza infinita, indipendente,
sommamente intelligente, sommamente potente, ovvero la somma di tutte le perfezioni la cui
idea innata nell'intelletto ed improducibile da esso stesso al pari dell'idea di infinito attuale. Se
Dio assomma tutte le perfezioni, contenute in s come note di un concetto, non pu mancare
dell'esistenza; se non esistesse, sarebbe meno perfetto della perfezione che gli era stata accordata.
Pensare un Dio perfettissimo manchevole dell'attributo dell'esistenza contraddittorio, dice Cartesio,
come pensare un monte senza valle.[7]
Dopo Cartesio, Spinoza argomenter che la ragione per cui Dio esiste si trova in Dio stesso (prova a
priori), mentre l'uomo, non avendo in s la propria ragion d'essere, esiste per volere di un ente
necessario (prova a posteriori). A differenza dunque di Cartesio, che si era arenato in un
ragionamento circolare (Dio gli garantiva la certezza di s che gli serviva a sua volta per dimostrare
Dio), Spinoza pone proprio la prova ontologica, e non il cogito, a fondamento di tutto.
Anche per Leibniz quella di Cartesio era una forma di arroganza, che riduceva l'esistenza di Dio a
una conseguenza della propria personale coscienza di esistere. Per Leibiniz, invece, non basta che
Dio sia una possibilit del proprio pensiero, ma occorre dimostrare che la Sua possibilit
necessaria a priori, come condizione dell'esistenza di ogni altra monade. Poich Dio rappresenta la
possibilit stessa che qualcosa esista, la Sua esistenza non pu essere una semplice eventualit
priva di consistenza. Una tale possibilit deve potersi fondare su un'esistenza effettiva gi in atto,
perch senza di questa nient'altro esisterebbe. Dio, pertanto, aristotelicamente l'atto puro a cui
tutto anela, perch in Lui la possibilit di essere giunge a coincidere con la necessit.[8]

Kant[modifica | modifica wikitesto]


Kant

Kant ha cercato di dimostrare l'inconsistenza di una prova ontologica basata su questi presupposti,
occupandosene nella Dialettica trascendentale, dove distingue tre generi di
prove: ontologica, cosmologica e fisico-teologica.

La prova ontologica presume, secondo Kant,[9] di poter pervenire dalla semplice idea di
qualcosa alla sua esistenza reale, prescindendo dal dato di esperienza. Egli immagina in
proposito, in maniera piuttosto ironica, di avere in tasca cento talleri e di pensarne cento: quelli
che lui pensa dovrebbero essere meno di quelli che ha in tasca, poich ci che pensato
meno perfetto di ci che esistente. Ma pur continuando a pensarne cento, non per questo ne
avrebbe di pi in tasca. E quindi per lui impossibile una prova di questo genere.

La prova cosmologica cerca di partire da un dato reale per risalire, di causa in causa, al
Principio primo da cui tutto dipende. In tal modo per si ricade nell'argomento ontologico, da lui
gi confutato, identificando la Causa prima con l'Essere divino, quando invece la categoria di
causalit si pu applicare legittimamente solo all'ambito dei fenomeni sensibili.

La prova fisico-teologica infine presuppone, sulla base della


concezione induttivista newtoniana, che esista un artefice dell'universo responsabile
dell'ordine logico vigente al suo interno. Ma quest'ordine pu essere studiato solo nei suoi
aspetti intrinseci, senza nulla poter dire su un Ordinatore esterno, per ammettere il quale si
dovrebbe ricorrere ancora una volta alla prova ontologica. Dio perci soltanto un ideale
regolativo, non costitutivo, a cui la ragione, nel suo anelito ad un sapere totalizzante, assegna
erroneamente un contenuto conoscitivo.
Il criticismo di Kant partiva in effetti dal presupposto che l'essere non fosse una qualit autonoma,
ma soltanto una copula, un attributo assegnato dall'io ad ogni giudizio sintetico riguardante
esclusivamente l'esperienza empirica. Questa concezione fu criticata da alcuni suoi contemporanei, i
quali fecero notare che quella di Kant era un'instabile teoria della conoscenza, basata su
un soggettivismo arbitrario, che impediva, ad esempio, di usare il concetto di essere nel suo valore
ontologico, snaturandolo e restringendolo all'ambito dei fenomeni sensibili. Per Fichte, che pure
mantiene un'impostazione critico-trascendentale, era illogico ammettere come faceva Kant che
l'intuizione intellettuale, ossia lo strumento filosofico per eccellenza con cui poter dedurre l'essere
dall'idea, non avesse valore.[10] Cos anche per Schelling l'Essere non un semplice attributo, ma ha
invece una sua propria realt ontologica, costitutiva del pensiero stesso dell'io; quest'ultimo infatti si
d un oggetto per esercitare la propria attivit, perch altrimenti non potrebbe esistere un pensiero
senza contenuto. Non l'essere come apparenza fenomenica, ma l'essere come risultato reale di una
tale attivit inconscia rappresenta il limite e al contempo la condizione stessa del criticismo, che
diventa cos idealismo trascendentale.
Su queste basi l'ultimo Schelling riformul la prova dell'esistenza di Dio, per lui conoscibile
logicamente solo per viam negationis, tramite cio una conoscenza puramente logica che serve
per alla ragione ad aprirsi al sapere positivo e rivelato della fede.[11]
Hegel fu poi il pi critico di tutti nei confronti di Kant, contestandogli di anteporre la critica della
conoscenza alla conoscenza stessa, creando una distinzione fasulla tra il conoscere l'oggetto e i
modi del conoscere:
Uno dei punti di vista capitali della filosofia critica , che prima di procedere a conoscere Dio, l'essenza delle cose, ecc., bisog
(Hegel, Scienza della Logica, 1812)

Nell'ambito della neoscolastica agli inizi del Novecento, il teologo Alberto Grammatico, contestando
le confutazioni kantiane, riafferm infine la validit della dimostrazione tomista, da lui giudicata
espressione di un "realismo metafisico" in opposizione alle varie avventure del pensiero
contemporaneo germogliato dal nominalismo.

Gdel[modifica | modifica wikitesto]


In seguito, anche Gdel concep l'Essere come una propriet necessaria e costitutiva in s e per s,
da porre a fondamento del pensiero logico e dell'ordine matematico dell'universo; da qui la
sua ontologisches Beweis, ossia la dimostrazione dell'esistenza di Dio, che parte da cinque assiomi
e si avvale di un rigoroso teorema logico-formale. La chiave dell'argomentazione gdeliana, che
un raffinamento della dimostrazione di Leibniz, sta nella definizione di Dio come l'insieme di tutte le
perfezioni possibili, altrimenti dette propriet positive, le quali soddisfano le seguenti condizioni
(o assiomi) di partenza:

la propriet vuota (cio non soddisfatta da nessun elemento) non una propriet positiva;

l'intersezione di due propriet positive una propriet positiva (se lungo e rosso sono
positive, anche lungo e rosso lo );

data una propriet non vuota, o la propriet stessa o la sua complementare positiva (se
lungo non positiva, allora non lungo lo , e viceversa);

una propriet maggiore (soddisfatta da pi elementi) di una propriet positiva positiva (se
lungo e rosso positiva, anche lungo lo ).
Una volta stabilite queste condizioni, si pu dare una definizione di Dio basata su di esse:

Dio un essere che ha tutte le propriet positive.


Si ottiene il primo seguente risultato:

Se il mondo finito, allora Dio esiste ed unico.


Infatti, in un mondo finito, tutte le propriet sono un numero finito, quindi in particolare c' un numero
finito di propriet positive. Intersecando la prima con la seconda, poi la loro intersezione con la terza
e cos via, in un numero finito di passi arriviamo alla propriet T uguale all'intersezione di tutte le
propriet positive, che risulta ancora una propriet positiva. Essendo positiva, T non vuota, cio
esiste un elemento D che la soddisfa: tale elemento soddisfa tutte le propriet positive per
costruzione, cio D Dio. Dato che Dio esiste, non possiede la propriet di non essere se stesso; la
propriet non essere Dio non positiva, dunque essere Dio positiva: perci qualsiasi altro
elemento E che possieda tutte le propriet positive deve necessariamente coincidere con Dio.
L'argomento ontologico vero e proprio, esteso ad un numero qualsiasi (anche infinito) di propriet
positive, il seguente:

Se essere Dio una propriet positiva, allora Dio esiste ed unico.


Infatti, se un elemento soddisfa la propriet di essere Dio, per definizione di Dio soddisfa qualsiasi
propriet positiva, dunque soddisfa T, cio T maggiore di essere Dio; essendo la seconda
positiva per ipotesi, anche T positiva, dunque non vuota: esiste un elemento D che la soddisfa,
cio Dio esiste (l'unicit di Dio si ricava come sopra).
Con la condizione sulle propriet maggiori si ottiene anche che:

Le propriet positive sono tutte e sole quelle possedute da Dio.


Dio possiede, infatti, ogni propriet positiva per definizione. Viceversa, se una propriet posseduta
da Dio, allora maggiore o uguale alla propriet positiva essere Dio (soddisfatta da un unico
elemento), dunque positiva anch'essa.
Il lavoro di Gdel vuole mostrare come viene ricavata l'esistenza di Dio partendo, alternativamente,
da due ipotesi pi "deboli" (la finitezza del mondo o la positivit di essere Dio) per giungere
all'insieme di tutte le perfezioni possibili. E per Gdel non logicamente plausibile ammettere la
possibilit di un unico Essere provvisto di tutte le "propriet positive", tra cui la stessa esistenza,
senza attribuirgli una realt effettiva, perch ci sarebbe una palese contraddizione in termini.
La sua prova, riscoperta dieci anni dopo la sua morte, ha anche acceso un ampio dibattito circa la
possibilit di un impiego delle tecniche di logica modale nella teologia razionale.
Tra le critiche nei suoi confronti invece, il matematico Piergiorgio Odifreddi, sostenendo che il Dio di
Gdel sarebbe immanente e non trascendente, gli ha contestato come i cinque assiomi sarebbero
molto vicini alla tesi da dimostrare, per cui non difficile dimostrare un risultato assumendolo
(quasi) come ipotesi.
Roberto Magari ha sostenuto la fragilit in particolare dell'assioma per cui se una propriet non
positiva lo la sua negazione e viceversa. Sostituendo questo assioma con uno pi debole e
plausibile, che si limiti cio a proibire che una propriet e la sua negazione siano entrambe positive,
lasciando invece la possibilit che entrambe non siano positive, si lascia aperta la possibilit che
non esistano enti necessariamente esistenti e quindi, in definitiva, il teorema finale si riduce
all'affermazione Dio pu esistere, ma pu anche non esistere. quindi necessario assumere il
secondo assioma come lo ha enunciato Gdel, per quanto poco plausibile esso possa essere. [12]

La prova ai giorni nostri[modifica | modifica wikitesto]


Le prove ontologiche sono tuttora oggetto di studio e di indagine. Il contributo centrale degli ultimi
decenni stato dato dal filosofo statunitense Alvin Plantinga che ha fornito una complessa
ricostruzione dell'argomento in termini modali.[13] Tra gli altri, lo studioso Giacomo Samek Lodovici, in
uno scritto dichiaratamente divulgativo, ha rivalutato la quinta via di San Tommaso d'Aquino,
confutando le obiezioni che le erano state mosse da Kant e da altri, e mettendo in rilievo come, a
suo modo di vedere, essa sia la dimostrazione di Dio pi chiara ed efficace che mai sia stata
proposta.[14]

Note[modifica | modifica wikitesto]


1. ^ Discorso riferito da Platone in Repubblica, II, 379 a, nel quale Socrate sottopone a vaglio critico
i racconti mitologici riguardanti gli di: pur riconoscendo loro un valore pedagogico per il fatto di saper
esprimere in forma narrativa delle verit filosofiche, egli indica quali debbano essere i criteri guida di
una teologia ( ), ossia di una corretta scienza del divino, la cui principale
caratteristica la perfezione (cfr. Giulia Sfameni Gasparro, "Religione e "Teologia", in AA.VV., The
notion of "Religion" in comparative research, pag. 737 e segg., Roma, L'Erma di Bretschneider,
1994 ISBN 88-7062-852-3).

2. ^ Presupposto della filosofia antica sin dagli eleati era che il pensiero fosse unito indissolubilmente
alla dimensione ontologica (cfr. Enciclopedia Italiana alla voce "Logica", vol. XXI, pp. 389-398).

3. ^ Agostino, Confessioni, I, 1.

4. ^ Salmi, 13 e 52.

5. ^ Le cinque vie proposte da Tommaso d'Aquino verranno poi confuse in epoca illuminista con la
capacit di dimostrare con la ragione i fondamenti della fede (Cfr. Perone, Ferretti, Ciancio, Storia
del pensiero filosofico, vol. III, pag. 563, SEI, Torino 1988 ISBN 88-05-01687-X).

6. ^ Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I, questione 2, articolo 3.

7. ^ Cartesio, Meditazioni metafisiche, V, 9.

8. ^ Dio solo ha questo privilegio, di dover esistere, se Egli possibile. E poich nulla pu essere di
ostacolo alla possibilit di chi non ha nessun limite, nessuna negazione e nessuna contraddizione,
basta questo solo per conoscere l'esistenza di Dio a priori (Leibniz, Monadologia, 1714).

9. ^ La prova ontologica di cui Kant si occup, e alla quale ricondusse le altre due, quella che egli
conobbe indirettamente attraverso le argomentazioni di Christian Wolff.

10. ^ Riabilitando l'argomento ontologico Fichte istituisce un paragone tra il vedere e il pensare: al
vedere, posto come tale, segue che viene visto effettivamente. Cio il vedere vede necessariamente.
[] Questa proposizione il compimento di ci che viene richiesto [] nelle dimostrazioni scolastiche
dell'esistenza di Dio come ens realissimum, note a tutti voi: concludere dal mero esser pensato di
qualcosa, alla sua esistenza (Fichte, Dottrina della scienza. Seconda esposizione del 1804, a cura di
M. V. d'Alfonso, Guerini e Associati, Milano 2000, pag. 368).

11. ^ Schelling, Filosofia della Rivelazione, 1854.

12. ^ Magari ed Odifreddi hanno curato l'edizione italiana: Kurt Gdel, La prova matematica dell'esistenza
di Dio, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

13. ^ L'argomento ontologico di Anselmo secondo Alvin Plantinga.

14. ^ G. Samek Lodovici, L'esistenza di Dio, recensione.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]


Anselmo d'Aosta, Proslogio, a cura di I. Sciuto, Bompiani, Milano 2002

Giacomo Carlo Di Gaetano, Alvin Plantinga. La razionalit della credenza teistica,


Morcelliana, 2006 ISBN 978-88-372-2067-9

Kurt Gdel, La prova matematica dell'esistenza di Dio, a cura di Gabriele Lolli e Piergiorgio
Odifreddi, Bollati Boringhieri editore, 2006 ISBN 978-88-339-1679-8
Dieter Heinrich, La prova ontologica dell'esistenza di Dio: la sua problematica e la sua storia
nell'et moderna, trad. di S. Carboncini, Prismi, Napoli 1983

Marco Ivaldo, La visione dell'essere nella "Dottrina della scienza 1804-II" di Fichte, in "Acta
philosophica", VII, 1998

Giovanni Piazza, Il nome di Dio. Una storia della prova ontologica, ESD, 2000

Alvin Plantinga, The nature of necessity, Oxford University Press, Oxford 1974

Giacomo Samek Lodovici, L'esistenza di Dio, edizioni A.R.T., 2004 ISBN 88-7879-009-5

Emanuela Scribano, L'esistenza di Dio. Storia della prova ontologica. Da Descartes a Kant,
Laterza, Roma-Bari 1994, ISBN 88-420-4399-0

Roberto Giovanni Timossi, Prove logiche dell'esistenza di Dio da Anselmo d'Aosta a Kurt
Gdel. Storia critica degli argomenti ontologici, Marietti, Genova, 2005

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]


Le prove ontologiche sull'esistenza di Dio, ousia.it.

La quinta via di San Tommaso, culturacattolica.it.

Prova ontologica, in Thesaurus del Nuovo soggettario, BNCF, marzo 2013.