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23-05-1992...

23-05-2017

25 ANNI DOPO LA STRAGE DI CAPACI


INDICE

1. Strage di Capaci, 25 anni dopo. A Palermo il convegno: Seguite i soldi, troverete la mafia -
Il Fatto Quotidiano
ilfattoquotidiano.it

2. Strage di Capaci, errori e veleni affossano la rivolta delle coscienze


ilsole24ore.com

3. Il procuratore di Caltanisetta: La mafia con la strage di Capaci cercava nuovi referenti


politici
roma.corriere.it

4. la Repubblica/album: Strage a Capaci povero Falcone


repubblica.it

5. Maria Falcone: Gli amici magistrati i peggiori nemici di Giovanni


palermo.gds.it
Strage di Capaci, 25 anni dopo. A Palermo il convegno: "Seguite i soldi, troverete la mafia" -
Fonte: Il Fatto Quotidiano

Da ilfattoquotidiano.it

Strage di Capaci, 25 anni dopo. A Palermo il convegno: Seguite i


soldi, troverete la mafia

20 maggio 2017 di F. Q. | 20 maggio 2017


In occasione del 25 anniversario della strage
di Capaci stata organizzata la conferenza
Seguite i soldi, troverete la mafia. Dalle
parole di Falcone ad oggi. Cosa cambiato 25
anni dopo Capaci. Levento organizzato
dallAssociazione culturale Falcone e
Borsellino in collaborazione con la Rete
Universitaria Mediterranea e ContrariaMente.
La droga pu anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente, la frase che Giovanni
Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti, prima di essere ucciso
quel 23 maggio 92 insieme alla moglie Francesca Morvillo ed agli agenti di scorta Antonio
Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Gi allepoca il magistrato aveva compreso come la via
pi breve per arrivare alla mafia fosse quella di seguire la scia dei soldi, gli assegni e i documenti
finanziari, arrivando a svelare intrecci e scambi di interessi tra mafia, politica ed economia. Le
straordinarie intuizioni di Falcone costituiscono ancora oggi una chiave di volta, un ponte tra
passato e presente per comprendere natura e strategie della mafia economica, che in maniera
esponenziale ha preso possesso dei circuiti economici e imprenditoriali a livello locale e
internazionale.
Strage di Capaci, errori e veleni affossano la rivolta delle coscienze
Fonte: ilsole24ore.com

Il 3 aprile 2017 un lungo lancio dell'agenzia di stampa Ansa batte questa notizia: Si concluso
con 11 assoluzioni e cinque condanne il processo, celebrato in abbreviato dal gup Omar Modica, nei
confronti di capimafia, gregari ed estortori dei clan mafiosi di Bagheria, Villabate, Ficarazzi,
Casteldaccia e Altavilla Milicia. Molte le assoluzioni eccellenti tra cui quelle dei boss Nicola
Eucaliptus, Giuseppe Scaduto Onofrio Morreale. Il processo nasce da un'inchiesta della Dda di
Palermo che, nel 2014, port al fermo di 31 persone accusate di mafia, estorsione e
favoreggiamento. I pm, nel corso della requisitoria, avevano chiesto condanne per 150 anni di
carcere.

Tano Grasso: Se tutto antimafia, niente antimafia


Francesco Centineo e Silvestro Girgenti sono stati condannati a 6 anni e 8 mesi, Giacinto Di Salvo a
9 anni, Francesco Mineo a 7 anni e un mese e Pietro Liga a 6 anni 8 mesi. Tutti dovranno risarcire i
danni riconosciuti, come provvisionale immediatamente esecutiva, alle parti civili costituite: i
Comuni di Santa Flavia, Ficarazzi, Altavilla e Bagheria, alle vittime del racket e all'associazione
antiracket Libero Futuro. L'indagine, alla quale hanno contribuito diverse vittime del racket, svel
che a pagare il pizzo al clan di Bagheria era anche una casa di riposo. Nella lista degli estortori
c'erano anche agenzie di scommesse, autofficine, commercianti di pesce e 28 imprenditori edili. Gli
assolti sono Salvatore Lauricella, Giovanni Mezzatesta, Umberto Guagliardo, Onofrio Morreale,
Giacinto Tutino, Andrea Carbone, Nicola Eucaliptus, Giuseppe Scaduto, Giovanni Trapani,
Gioacchino Mineo e Francesco Lombardo.
Ma c' un ulteriore elemento in questa vicenda che il lancio di agenzia svela. I costi del
procedimento penale si legge infatti dovranno essere pagati dai figli dell'uomo che ha
denunciato il pizzo e dalle associazioni che si sono costituite parte civile. Infatti l'imprenditore
Giuseppe Toia aveva denunciato i presunti taglieggiatori. Il gup ha assolto il presunto estorsore. E
ha condannato gli eredi dell'imprenditore a pagare le spese sostenute per il processo dall'imputato.
Ai costi del procedimento dovranno partecipare anche le associazioni antiracket, pure costituitesi
parte civile, e il Comune di Ficarazzi.

Un precedente che fa scuola


Tra le parti civili c'erano anche Addiopizzo, Sos Impresa Palermo, Confesercenti Palermo, la Fai (la
Federazione delle associazioni antiracket e antiusura), l'associazione antiracket e antiusura
Coordinamento delle vittime della estorsione, dell'usura e della mafia, Solidaria, Confindustria
Palermo, Confcommercio, Libero Futuro, associazione antimafia e antiracket Libero Grassi,
associazione antimafie e antiracket Paolo Borsellino e il Centro studio e iniziative culturali Pio La
Torre.
Nei giorni seguenti tutti i giornali daranno conto di questa notizia che destinata ad aprire,
comunque, un vulnus nella lotta alla mafia. Siamo molto amareggiati dir a caldo Tommaso Toia,
il figlio dell'imprenditore. Impugneremo e faremo valutare alla corte d'Appello la correttezza di
questa decisione. Aspettiamo il deposito delle motivazioni ma passeranno almeno 5 o sei mesi.
Questa sentenza un errore del giudice Il problema, per, di fondo. E' una vergogna che la lotta
alla mafia diventi un mercimonio, dice al sole24ore.com Fausto Maria Amato, l'avvocato di
Solidaria, Sos Impresa e Coordinamento delle vittime dell'estorsione, dell'usura, della mafia. Dal
punto di vista tecnico il giudice ha applicato i criteri validi nel processo civile, cio quello della
soccombenza affermer Giovanni Castronovo, legale di Salvatore Lauricella, tra gli assolti ma
dal punto di vista giurisprudenziale si tratta di una decisione inedita. Negli ultimi anni non si
riscontrano decisioni di analogo tenore.

La decisione del giudice Modica arriva dopo la presa di posizione di altri giudici di cassare alcune
parti civili nei processi di estorsione, i quali hanno sottolineato come non sia sufficiente uno scopo
sociale generico e astratto ma senza ombra di dubbio questa sentenza si impone come un
precedente per chi, assolto in un processo di mafia, vorr rivalersi sulle parti civili.
Per il momento Addipizzo una delle associazioni ritenute da molti tra le pi importanti in Italia sul
fronte antimafia non molla ma raddoppia. E lo fa nonostante il fatto che questa storica
associazione sia anch'essa attraversata da veleni e tentativi di delegittimazioni la cui portata tutta
da decifrare. Sembra proprio che, 25 anni dopo la stagione delle lenzuola bianche appese ai balconi
di Palermo, niente e nessuno sul fronte della cosiddetta antimafia riesca ad uscire indenne da veleni,
delegittimazioni e mascariate. Al netto dei tanti errori, da tutti, compiuti.
Il 3 maggio, a meno di un anno dalle indagini e dagli arresti scaturiti dalle denunce di una decina di
commercianti di origine straniera, accompagnati gi in fase di collaborazione da Addiopizzo, si
aperto il processo che vede imputati nove soggetti accusati di estorsione, rapina, violenza privata e
minacce. Una storia senza precedenti, perch per la prima volta il fenomeno della denuncia
collettiva vede coinvolti un cospicuo numero di migranti, che da tempo vive e lavora a Palermo e
che si era rivolto all'associazione a seguito di una forte recrudescenza di violenze subite sul
territorio.
L'importante sinergia tra alcuni commercianti bengalesi, Addiopizzo, la Squadra Mobile e la
Procura di Palermo, ha permesso in tempi brevi di fermare diverse persone, alcune delle quali sono
state poi scarcerate, che avevano seminato terrore nel centro storico di Palermo.
Nel processo, con le vittime e gli avvocati dell'associazione Salvatore Caradonna, Maurizio
Gemelli e Serena Romano - Addiopizzo si costituita parte civile visto il lavoro svolto sul territorio
nell'ambito dell'operazione Maqueda.
Il clima sociale diverso da quello che il 26 maggio 1992, con un frenetico tam tam di telefonate,
port la Palermo onesta ad esporre sui balconi lenzuoli bianchi contagiando, con quella forma di
pacifica protesta contro Cosa nostra, la Sicilia e l'Italia intera. Era l'indignazione appesa ai balconi
contrapposta alla morte di Cosa nostra stesa sull'autostrada in quel di Capaci.
Il clima cambiato e la colpa anche di quella parte marcia e deviata dello Stato che ha
ricominciato a soffiare i suoi venti di delegittimazione e isolamento sulla parte sana delle Istituzioni
e della societ, preludio necessario alle morti dell'anima (ancor prima che fisiche).
Il vento cambiato e negli ultimi anni sono cresciuti anche i segnali di insofferenza verso la vita
quotidiana dei magistrati che vivono blindati e che, per questo motivo, portano a qualche inevitabile
sacrificio collettivo.
IL GRUPPO
Associazione di tipo mafioso, fatti reato (Fonte: II sem. 2013 - II sem. 2014 dati condolidati - Fonte
StatDel ministero dellInterno - Dipartimento della P.S.; I sem. 2015 - I sem. 2016 dati non
consolidati - Fonte FastSDI - ministero dellInterno - Dipartimento della P.S.

Si riaffaccia la tolleranza a met


Il 3 maggio 2014 il pm palermitano Maurizio Agnello ricevette la lettera di un condomino, infilata
nella sua cassetta postale, che si lamentava (a nome dei condomini tutti) delle misure di prevenzione
prese a tutela della vita del magistrato, invitato a comprare una casa altrove, magari nello stesso
palazzo di qualche suo collega cos da evitare un doppio disagio per tanta gente per bene. Perch
noi condomini dobbiamo avere limitazioni di posteggio proprio di fronte al portone e subire ogni
giorno l'assalto dei vigili?.

Gi, perch difendere la vita di un Servitore dello Stato? Se proprio non se ne pu fare a meno, che
si acquisti a Palermo un lotto edificabile per i soli magistrati antimafia e che lo si chiami, magari, il
ghetto della Giustizia con sopra un bellarco in metallo con su scritto: La mafia rende liberi.
Piccoli gesti che conducono alla delegittimazione dei Servitori dello Stato ancor prima che alla
morte, come accadde a Giovanni Falcone che il 14 aprile 1985 lesse sul Giornale di Sicilia le
lamentele di una residente in via Notarbartolo (dove abitava), che non sopportava le sirene che
fungevano da colonna sonora all'imminente morte del magistrato: Mi rivolgo al giornale, per
chiedere perch non si costruiscono per questi egregi signori delle villette alla periferia della
cittSono una onesta cittadina che paga regolarmente le tasse Vengo letteralmente assillata da
continue e assordanti sirene. Gi, il problema di Palermo, come diceva Johnny Stecchino, era e
forse resta ancora il ciaffico.

La memoria nei pi giovani


Che il vento cambiato lo capisci anche dalle reazioni dei pi giovani, degli studenti, che pure
partecipano attivamente in ogni ordine e grado, alle lezioni di legalit e che vivono con forza le
testimonianze dei familiari delle vittime di Cosa nostra. Il 28 aprile, come ogni anno, il Centro studi
Pio La Torre, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ha reso noto i risultati di una
ricerca tra 3.061 ragazzi che partecipano al Progetto educativo antimafia promosso dal Centro
stesso, in occasione del 35 anniversario dell'uccisione di La Torre e Rosario Di Salvo.

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella

La sfiducia degli intervistati nei confronti della classe politica elevata ma a far notizia che il
47.27% ritiene che la mafia sia ancora pi forte dello Stato e solo il 29.80% considera possibile
sconfiggerla definitivamente. Non c' differenza significativa tra i giovani del Centro-Nord e del
Sud sulla percezione della corruzione delle classi dirigenti locali sottolinea Vito Lo Monaco,
presidente del Centro Pio La Torre . La mafia forte perch si infiltra nello Stato che pi forte
delle mafie solo per un 13% dei giovani. Ma la stragrande maggioranza dei giovani, oltre il 90%,
ripudia la mafia e ritiene che sia pi forte il rapporto tra mafia e politica. I giovani non si
rivolgeranno a un mafioso o a un politico per un lavoro, assimilando l'uno all'altro.
Capisci, per, che ancora sulla formazione che bisogna puntare perch, come sosteneva Gesualdo
Bufalino, la mafia non si sconfigge con l'Esercito ma con un esercito di insegnanti. Sul tema della
fiducia, infatti, nella ricerca del Centro Pio La Torre, svetta quella sugli insegnanti (83%). Seguono
magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, sindacalisti e per ultimi (sfiducia sopra l'80%) i politici
locali e nazionali.

La libert di pensiero...
Che il clima cambiato al netto del processo sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra lo capisci
anche da come si rafforzano concetti rispettabili e legittimi ma proprio per questo opinabili.
Concetti e opinioni che la Commissione parlamentare sta registrando nell'ambito della sua inchiesta
sulla degenerazione della cosiddetta antimafia e delle sue finte o presunte bandiere, ultimamente
ammainate con grave scorno della civilt e della democrazia. Il 1 dicembre 2016 stato ascoltato
Salvatore Lupo, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Universit di Palermo. Il
professore, con il suo collega giurista Giovanni Fiandaca, ha scritto il libro La mafia non ha vinto
Il labirinto della trattativa (Laterza).
In Commissione antimafia Lupo ha affermato che molti di noi, forse tutti, abbiano usato il termine
guerra alla mafia, ma trattasi evidentemente di un termine, come quasi sempre il termine guerra,
fuori contesto, perch uno Stato non pu fare guerra ai propri cittadini, bisogna essere Stalin o
Hitler per fare guerra ai propri cittadini, lo Stato deve applicare le leggi. Lo stato di guerra per
fortuna non stato dichiarato e dunque il termine guerra non opportuno, seppur giustificato da
quelle circostanze, perch io faccio lo storico, quindi sono spesso sostanzialista, e gli eventi che
urgono gli esseri umani e le nazioni spesso non possono essere frenati con un'opzione di principio,
per la moltiplicazione di istituzioni, di magistrature speciali, di polizie speciali e di legislazioni
speciali basate su una logica di guerra vera o presunta sarebbe tantomeno giustificata in quanto
costoro si definissero societ civile?.
Fin qui il ragionamento opinabile e rispettabile di natura pi filosofica che storica. Filosofia
per filosofia si potrebbe obiettare che le guerre non dichiarate ufficialmente dallo Stato sono spesso
quelle pi lunghe e impegnative di quelle dichiarate con carte da bollo (gli anni bui del terrorismo,
ad esempio, che sono tornati d'attualit con il pericolo di matrice islamista). Filosofia per filosofia si
potrebbe obiettare che se la parola guerra non piace (le parole sono spesso convertibili in
convenzioni dialettiche) si pu usare la parola contrasto o contrapposizione, financo muro contro
muro.
Il punto che la guerra, se c' stata ha affermato lo storico Lupo finita. La guerra finita non
perch nel nostro Paese non ci sia pi la criminalit organizzata, magari, non perch la criminalit
organizzata non abbia ancora il suo livello di arroganza e non riesca a imporsi, e neanche perch
siano venuti a mancare i composti della mafia, ovvero il contatto tra criminalit, cattiva politica e
cattivo business, elementi che ci sono ancora. La guerra non c' perch quei caratteri non ci sono
pi: non ci sono i morti per le strade, il numero dei morti ammazzati in questo Paese
drasticamente diminuito, il Mezzogiorno sta nella media nazionale, in Sicilia si ammazza meno
gente che in Lombardia, quindi quell'elemento della conflittualit inframafiosa non esiste pi, non
con questa forza, non con questo carattere fuori controllo. I delitti eccellenti, strada terribile
percorsa da cosa nostra, non si vedono pi, magistrati uccisi con esplosioni non ne abbiamo visti e
Dio voglia che non ne vedremo, perch chiaramente non posso prevedere il futuro, per non ci sono
elementi che indichino che si vada verso situazioni di questo genere, anzi ci sono elementi che
indicano che non si va verso situazioni di questo genere, perch cosa nostra siciliana e cosa nostra
americana, la sua gemellina, sono state pesantemente colpite dalle autorit, sollecitate da questo
moto di opinione pubblica e di societ civile.

...e la libert di risposta

Le diverse opinioni sono il sale della democrazia e dunque i deputati Claudio Fava (Mdp) e
Francesco Molinari (Gruppo Misto) provarono a ribattere. Fava disse: Lei ha detto che la guerra
finita, sono d'accordo con lei: sul piano militare la guerra finita, anche se a volte il fatto che non si
ammazzi manifesta una capacit di controllo del territorio straordinaria, c'erano paesi siciliani in cui
la mafia governava e non volava uno schiaffo, ma il punto che la strategia terrorista ed eversiva
dei corleonesi stata sconfitta. Mi chiedo e le chiedo se la fattispecie mafiosa di questo tempo non
rischi di essere molto pi insidiosa, perch la modernit della mafia oggi mette in campo una
categoria che un tempo non c'era, che quella del consenso. Non credo che Riina o i suoi amici
lavorassero sul consenso: lavoravano sull'intimidazione, sulla paura e sull'omert. Se lei avesse
parlato come noi con i procuratori della Repubblica di Torino, di Milano e delle procure emiliane,
avrebbe saputo che la grande preoccupazione il modo in cui attorno alla capacit della mafia di
farsi impresa, di essere sostegno economico, garanzia nella corsa agli appalti, punto di riferimento
sul territorio, si sta creando consenso, al punto che non c' stato un solo imprenditore che abbia
collaborato con l'inchiesta Infinito. I magistrati di Milano che hanno lavorato anche in Sicilia
dicevano che una contraddizione abbastanza ingombrante, perch hanno pi collaborazione in
Sicilia che a Milano.
Molinari aggiunse: Lei non crede che la sua tesi secondo cui la guerra finita non porterebbe a
mettere in discussione anche l'armamentario che lo Stato democratico ha messo in piedi per
contrastare la mafia e l'ha indotta a trasformarsi in qualcosa di diverso? Ritengo infatti che questo
sia ancora essenziale, e mi riferisco soprattutto al 41 bis, che credo sia stato la chiave di volta di
questa lotta.
Lupo rispose, tra le altre cose che ....la presidente Bindi bene ha capito il mio ragionamento: la
mafia non pi quella di allora, non detto che quella di ora sia meno pericolosa, una sfida meno
forte, per bisogna vedere quali patologie semina alla lunga, ma di sicuro non si potr combattere
con lo stesso sistema, anche perch un movimento che si irrigidisce e tende a istituzionalizzarsi
come tutte le strutture che istituzionalizzano a sua volta pone dei problemi (...) Che la mafia come
sistema economico funziona male, se funzionasse bene saremmo nei guai davvero: funziona male,
perch in un tempo medio la selezione degli imprenditori avviene non al pi capace ma al pi
scadente, le contabilit sono fasulle, le attivit economiche sono di copertura, prevalgono gli
elementi finanziari sugli elementi imprenditoriali. Questa la mia idea, che pu essere benissimo
smentita, ma spero non lo sia. Questa l'esperienza che abbiamo avuto finora. Da questo punto di
vista ribadisco che il problema che i bambini vadano a scuola, che la gente trovi lavoro, i problemi
base sono questi, per ovviamente su questo tutti diranno che vogliono cos, e comunque questa non
l'antimafia, perch altrimenti diamo un'interpretazione eccessiva.
Anche il prefetto Mario Mori il 27 gennaio 2017, intervenendo al programma La Zanzara su
Radio24, rispose cos alla domanda se la mafia fosse stata sconfitta: Oggi la mafia quasi sconfitta
definitivamente. Sconfitta non dalla polizia e dai magistrati ma perch venuta meno la societ che
la supportava. La mafia una deviazione culturale, stata sconfitta da una societ che si evoluta.
E quella societ che la teneva in piedi si sgretolata.
Salvatore Borsellino il 17 febbraio su www.lintellettualedissidente.it che gli pose esattamente la
stessa identica domanda dichiar che la mafia ha cambiato aspetto. Non pi rappresentata dai
morti ammazzati per le strade, quelli che mi hanno fatto lasciare Palermo pi di cinquant'anni fa,
non pi cos visibile. Resta per pericolosissima in quanto diventata altro: finanza,
accaparramento degli appalti, traffico dei rifiuti pericolosi. La mafia ha una capacit di trasformarsi
grandissima e se la gente non si rende conto di questo allora davvero il pericolo estremamente pi
concreto.
Il 22 febbraio, il questore di Palermo, Guido Nicol Longo, appena nominato prefetto di Vibo
Valentia ma negli anni Ottanta vice del capo della Squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera,
nel salutare i giornalisti disse: Non dobbiamo pensare che la mafia vinta. Si trasformata, pi
soft, pi subdola ma sul piano economico sempre presente. C' una mafia economica che
distrugge l'economia sana e questo lo dobbiamo impedire.

Un duro colpo dopo l'altro

Palermo e la Sicilia tutta sono ancora vigilissimi e hanno ancora voglia di vivere l'impegno
antimafia ma le recenti e continue batoste stanno mettendo a dura prova la voglia di quanto,
giustamente, cercano ncore di salvezza e punti fermi con tanto di nomi e cognomi.
Sul numero dei Siciliani Giovani, marzo 2015 n. 24, la storica firma Riccardo Orioles eterno
punto di riferimento del giornalismo antimafia scrisse un articolo titolato Non vanno d'accordo
antimafia e imprese. Fulminante il sommario: L'antimafia fasulla da quella vera: come si fa a
distinguerle? Facile. Talmente facile, che Orioles scriver che molto pi facile prendere a
interlocutori (finch non smascherati) i vari Montante e Helg che non gli Umberto Santino, i Pino
Maniaci o i Siciliani. I primi hanno denari da mettere nei vari rinnovamenti, e i secondi no; i
primi non minacciano in alcun modo l'assetto sociale perbene, e i secondi s. Ma cos va il
mondo; e noi perdoniamo volentieri agli amici perbene quella che non certo malafede ma solo
disattenzione e pigrizia. Noi, all'antimafia dei simboli, preferiamo quella palpabile e concreta.
I riferimenti negativi erano ad Antonello Montante, ex presidente di Confindustria Sicilia, da quasi
tre anni indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e a Roberto Helg, ex presidente della
Camera di commercio di Palermo, condannato il 29 ottobre 2015 in rito abbreviato a 4 anni e 8 mesi
per concussione (si attender l'esito dell'appello).
Sullo stesso numero, un'altra firma autorevolissima come quella di Salvo Vitale, compagno di
impegno antimafia di Peppino Impastato, in un articolo titolato Il giocattolo dell'antimafia scrisse:
A inasprire gli animi stata la barbara esecuzione dei due cani di Pino Maniaci, trovati
strangolati col fil di ferro, chiaro avvertimento mafioso. E tuttavia alcuni settori di Partinico,
bersaglio degli strali di Maniaci, per vendicarsi ed estrinsecare la loro ostilit hanno messo in giro la
voce che era stato lo stesso Maniaci ad assassinare i suoi due cani per farsi pubblicit e aumentare la
sua audience. Non la prima volta che questo accade: la macchina del fango ha coinvolto spesso
Maniaci in una serie di altre maldicenze, secondo tutti i canoni praticati dalle societ mafiose:
isolare le persone scomode, togliere loro credibilit, additarle al pubblico ludibrio e, in ultima
soluzione, eliminarle.
E dire che Orioles e Vitale nei loro servizi non poterono aggiungere un altro caso che sta scuotendo
a distanza di quasi due anni il fronte della cosiddetta antimafia sociale: quello del giudice Silvana
Saguto, ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, che il 9
settembre 2015 venne indagata dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta. Allo scopo di evitare
il diffondersi di notizie inesatte scrisse in una nota ufficiale la procura nissena su disposizione
della Procura della Repubblica di Caltanissetta, militari del Nucleo di polizia tributaria della
Guardia di finanza di Palermo, in alcuni casi con la diretta partecipazione dei magistrati titolari del
relativo procedimento penale, hanno eseguito ordini di esibizione nonch decreti di perquisizione e
sequestro in data 9 settembre 2015. Questi atti istruttori sono stati compiuti per acquisire elementi di
riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d'ufficio, nonch delitti a questi
strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla Presidente della sezione Misure di
prevenzione del Tribunale di Palermo nell'applicazione delle norme relative alla gestione dei
patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di
propri familiari.
Il 1 febbraio di quest'anno la Procura della Repubblica di Caltanissetta ha chiuso la prima tranche e
ha spedito l'avviso di conclusione delle indagini all'ex presidente Saguto e ad altre 19 persone finite
sotto accusa per la gestione di beni sequestrati alla mafia. Un giro vorticoso di consulenze, nomine e
soldi sporcato, secondo il procuratore Amedeo Bertone e il sostituto Cristina Lucchini, da favori,
episodi di corruzione e una raffica di falsi.

Facile s ma a parole
Ebbene, tanto facile distinguere l'antimafia fasulla da quella vera, come sostiene Orioles, non deve
essere (e difatti non ) se vero che di li a pochi mesi dall'uscita del suo servizio, per la precisione
il 22 aprile 2016, proprio Maniaci sar indagato a Palermo per aver estorto compensi e favori a due
sindaci in cambio di una linea editoriale pi morbida nei loro confronti. In quell'ambito giudiziario,
anche la storia del cane sarebbe da riscrivere. Certo, anche in questo caso, non entrano in campo
accuse di vicinanza, contiguit o complicit con Cosa nostra ma evidente che un altro simbolo
dell'antimafia ha lasciato orfani siciliani e italiani tutti, ricordando sempre che vige la presunzione
di non colpevolezza per ciascuno di loro, fino a eventuale condanna passata in giudicato. Discorso
che vale ovviamente anche per Antonello Montante e Ivan Lo Bello, quest'ultimo ex vice presidente
nazionale di Confindustria e rimasto invischiato nella vicenda che il 17 aprile 2016 ha portato la
Procura di Potenza a indagare sullo scandalo petroli (posizione poi archiviata dalla Procura di
Roma). Ci non toglie che Confindustria Sicilia oggi, in attesa della parola fine ad alcune
tormentate vicende, sia in una fase di profonda riflessione.
Siamo abituati a far parlare i fatti afferma al sole24ore.com il presidente di Assindustria Sicilia
Giuseppe Catanzaro e i fatti dicono che, nel 2005, quando ancora l'argomento era un tab,
partendo proprio da Caltanissetta con Antonello Montante e camminando sempre in stretta sinergia
con le Istituzioni, tanti imprenditori di Confindustria hanno messo la faccia nella lotta al malaffare
con l'unico obiettivo di concorrere affinch le imprese sane avessero l'opportunit di operare in un
mercato normale. Abbiamo maturato sul campo esperienze sostenendo gli imprenditori vittime e
accompagnandoli anche in Tribunale davanti agli imputati mafiosi. E questo quello che
continueremo a fare per mettere al centro del dibattito la necessit di un mercato avulso dal
condizionamento mafioso. Questo serve alle nostre imprese. Avvertiamo il pericolo di un ritorno al
passato quando erano normali il silenzio e l'omert. Su questo speriamo che in tanti riflettano. Una
cosa per quanto ci riguarda certa: non abbiamo alcuna intenzione di tornare a una antica
normalit' fatta di silenzi e di omert.

Parola a Tano Grasso e don Ciotti.


Tano Grasso, 59 anni, ex-commerciante, stato presidente della prima associazione antiracket
italiana costituita a Capo d'Orlando (Messina) nel 1990. stato il fondatore e il presidente della Fai
(Federazione antiracket italiana) e attualmente ne presidente onorario. stato deputato e
componente della Commissione parlamentare antimafia dal 1992 al 1996 e ha ricoperto il ruolo di
Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura dal 1999 al 2001. Neppure
lui stato risparmiato da critiche e veleni.

In questi 25 anni spiega al sole24ore.com ci sono state degenerazioni ed stato facile


nascondersi dietro la parola antimafia ma c' un metodo semplice per guardare oltre la facciata e le
apparenze: andare a vedere i fatti e non le parole. E tra questi, oltre alla nostra associazione, c'
Libera. Gi, c' Libera, fondata il 25 marzo 1995 da don Luigi Ciotti che al sole24ore.com dice
che in questi anni antimafia diventata una parola sospetta, uno strumento usato spesso per
dotarsi di una falsa credibilit, quando non un paravento per azioni illecite. Abbiamo scoperto che
gli stessi mafiosi, in alcune circostanze, si sono presentati nel nome dell'antimafia. Ma l'antimafia
un fatto di coscienza, un impegno costruito e comprovato dai fatti, non una carta d'identit da
esibire a seconda delle circostanze. Non possiamo permetterci queste ombre, queste ambiguit. Non
ce lo permettono le tante realt, laiche e di Chiesa, che s'impegnano per ridare speranza e
opportunit in contesti anche molto difficili. Non ce lo permette il migliaio di vittime delle mafie,
persone che sono state uccise per un ideale di giustizia e di democrazia che sta a noi realizzare.
Buon antimafia (dei fatti) a tutti nei giorni in cui la memoria del giudice Falcone diventa sempre pi
viva in milioni di italiani.
r.galullo@ilsole24ore.com
Il procuratore di Caltanisetta: La mafia con la strage di Capaci cercava
nuovi referenti politici
Fonte: roma.corriere.it

A venticinque anni dalla strage di Capaci, nella piccola e periferica Procura della Repubblica di
Caltanissetta c un manipolo di magistrati che, dopo i processi con decine di condanne, non ha mai
smesso di indagare sulla morte di Giovanni Falcone e misteri connessi, come sulla strage di via
DAmelio in cui due mesi pi tardi salt in aria Paolo Borsellino, e relativi depistaggi. A guidarli, da
poco meno di un anno, arrivato il procuratore Amedeo Bertone.

Dottor Bertone, qual il bilancio giudiziario che si pu trarre sulla strage di Capaci?
Il bilancio del lavoro giudiziario pu definirsi certamente positivo. Ci sono state trentotto sentenze
di condanna passate in giudicato e il processo Capaci-bis ha ampliato il novero delle responsabilit.
Ne consegue che, bench la ricerca della verit da parte della Procura proseguir in ogni direzione,
possiamo ritenere raggiunti importanti punti fermi sulla ricostruzione dei fatti e lindividuazione dei
colpevoli. A questo proposito, non posso fare a meno di ricordare che il 18 maggio scorso la
professoressa Maria Falcone, nel corso di un incontro svoltosi in questa citt per commemorare il
fratello Giovanni, ha dato atto dello straordinario lavoro svolto dai magistrati di Caltanissetta
ricordando, fra laltro, come Giovanni Falcone avesse il culto della prova, strumento
imprescindibile per il raggiungimento della verit.

Alla fine di due processi, e con un terzo appena cominciato a carico di Matteo Messina
Denaro, che cosa resta da scoprire sullattacco mafioso sferrato allo Stato con le stragi del
1992?
Proprio lavvio del processo a carico di Messina Denaro dimostra che la ricerca della verit da
parte della Procura di Caltanissetta, attraverso una paziente opera di ricostruzione che mette insieme
fonti dichiarative, risultanze di precedenti sentenze definitive e documenti, non si mai fermata.
Lufficio ha esplorato in ogni direzione possibile, sia sulla fase esecutiva delle stragi che sulla fase
ideativa ma, allo stato, nonostante le serrate investigazioni che saranno comunque proseguite, non
sono emersi ulteriori elementi di prova nei confronti di altri soggetti, da sottoporre al vaglio di un
processo.

Qual era il movente terroristico che Cosa Nostra persegu con una strage tanto eclatante
per uccidere Falcone, preferita da Riina rispetto allattentato a Roma?
Il movente terroristico stato quello di destabilizzare il Paese al fine di individuare nuovi referenti
per lorganizzazione mafiosa, essendo venuti meno i pregressi canali con il mondo politico a
seguito dellesito infausto per Cosa Nostra del maxi-processo. In particolare, lomicidio
dellonorevole Salvo Lima, il 12 marzo 1992, forniva un segnale chiaro e inequivocabile di Riina
alla politica. I vecchi equilibri erano saltati, e secondo lo scellerato proposito di Cosa Nostra
dovevano crearsene di nuovi proprio attraverso la strategia stragista che, di l a breve, avrebbe avuto
inizio. Ma come emerso nel corso del dibattimento Capaci-bis, la scelta di Riina di realizzare
lattentato in Sicilia, sospendendo la cosiddetta missione romana, stata determinata solo da
ragioni di comodit per Cosa Nostra, consistite nei positivi sviluppi della attivit preparatoria
allattentato portata avanti da Giovanni Brusca e dal suo gruppo. In sostanza: a un certo punto Riina
comprese le difficolt di realizzare lattentato a Roma e decise di compierlo a Palermo.

Ritenete che la presenza dei mandanti occulti sia ancora immaginabile, sebbene non
provata sul piano giudiziario, oppure si pu affermare che oltre la mafia non cera altro
nellideazione e preparazione della morte di Falcone?
Innanzitutto occorre sgombrare il campo da un pericoloso fraintendimento terminologico che
rischia di non tener conto delle fondamentali regole di Cosa Nostra, organizzazione che non pu
ammettere di farsi dirigere da altri; non possiamo parlare, dunque, di mandanti esterni a Cosa
Nostra nella realizzazione delle stragi. Semmai pu ipotizzarsi, come ha riferito il pentito Antonino
Giuffr, lesistenza di interessi convergenti alleliminazione di Falcone provenienti da ambienti
esterni a Cosa Nostra: massoneria, servizi segreti deviati, opachi ambienti imprenditoriali. Resta da
capire se questa convergenza del molteplice possa essersi tradotta in condotte penalmente
rilevanti di ben individuati soggetti nella realizzazione della strage, e se possano acquisirsi elementi
di prova sui quali fondare un processo. E gli elementi di prova sono ben diversi dalle suggestioni o
dalle mere ipotesi. La nostra Procura ha doverosamente approfondito ogni spunto investigativo che,
almeno in astratto, poteva ricondurre ai concorrenti esterni; penso alle ipotesi sul rafforzamento
della carica esplosiva ad opera di terzi estranei a Cosa Nostra, o alla presenza sui luoghi della strage
di soggetti legati ad ambienti dei servizi segreti deviati. Piste che per, dopo la capillare attivit di
riscontro, non hanno dato alcun esito.

Perch la strage di Capaci sembra pi chiara e facilmente interpretabile di quella di via


DAmelio, sulla quale pesano i depistaggi che hanno portato a condannare degli innocenti
scagionati solo di recente?
Per la strage di via DAmelio accaduto qualcosa di peculiare che non si verificato per la strage
di Capaci. Verosimilmente, non hanno funzionato quei fisiologici meccanismi di controllo e
verifica progressiva degli elementi acquisiti. In particolare, lattivit della polizia giudiziaria non
stata adeguatamente filtrata dal vaglio dellufficio inquirente e le risultanze delle indagini della
Procura, nel loro complesso, non sono state adeguatamente valutate, fatta eccezione per il
procedimento Borsellino-ter, dai giudici nei diversi gradi di giudizio. Solo nel giugno del 2008, a
seguito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, la Procura di Caltanissetta potuta ripartire con
complesse nuove indagini per sciogliere alcuni nodi gordiani della strage di via DAmelio; si
trattato di indagini complesse, non scevre da insidie, che hanno consentito di restituire la libert ad
innocenti detenuti e di individuare altri responsabili. Peraltro, ulteriori approfondimenti dovranno
essere svolti con riguardo alleventuale coinvolgimento di altri soggetti nella fase esecutiva.

Che cosa risponde a chi vi rimprovera di esservi fermati al livello mafioso nella ricerca dei
responsabili delle stragi?
Come ho detto, questo ufficio ha ricercato in ogni direzione la verit sulle stragi e continuer a
farlo con il consueto, straordinario impegno. Ma i processi si fanno su prove, non su suggestioni o
meri indizi non suffragati da riscontri oggettivi. Non ci siamo fermati al livello mafioso, questa
una affermazione errata e malevola. Noi abbiamo investigato a tutto tondo. Sul livello mafioso
abbiamo raggiunto prove che hanno consentito la pronuncia di sentenze di condanna; sugli altri
possibili livelli abbiamo indagato in modo scrupoloso e serrato, acquisendo solo elementi deboli
e contraddittori che non sono prove ma abbiamo ugualmente portato nei dibattimenti e sottoposto
al vaglio dei giudici e delle altre parti processuali. certo per che continueremo ad indagare in
ogni direzione, perch nulla resti oscuro sulle stragi di Capaci e via DAmelio.

roma.corriere.it
Fonte: la Repubblica/album: Strage a Capaci povero
Falcone

La mafia alza il tiro

Strage a Capaci: povero Falcone


di ATTILIO BOLZONI - PALERMO - E' morto,
morto nella sua Palermo, morto fra le lamiere di
un'auto blindata, morto dentro il tritolo che apre la
terra, morto insieme ai compagni che per dieci anni
l'avevano tenuto in vita coi mitra in mano. E' morto
con sua moglie Francesca. E' morto, Giovanni
Falcone morto. Ucciso dalla mafia siciliana alle
17,58 del 23 maggio del 1992.
La pi infame delle stragi si consuma in cento metri di autostrada che portano all'inferno. Dove
mille chili di tritolo sventrano l'asfalto e scagliano in aria uomini, alberi, macchine. C' un boato
enorme, sembra un tuono, sembra un vulcano che scarica la sua rabbia. In trenta, in trenta
interminabili secondi il cielo rosso di una sera d'estate diventa nero, volano in alto le automobili
corazzate, sprofondano in una voragine, spariscono sotto le macerie. Muore il giudice, muore
Francesca, muoiono tre poliziotti della sua scorta. Ci sono anche sette feriti, ma c' chi dice che
sono pi di dieci. Alcuni hanno le gambe spezzate, altri sono in fin di vita. Un bombordamento, la
guerra. Sull'autostrada Trapani-Palermo i boss di Cosa Nostra cancellano in un attimo il simbolo
della lotta alla mafia.

Massacro "alla libanese" per colpire e non lasciare scampo al Grande Nemico. Una tonnellata di
esplosivo, un telecomando, un assassino che preme un tasto. Cos uccidono l'uomo che per dieci
anni li aveva offesi, che li aveva disonorati, feriti. La vendetta della mafia, la vendetta che diventa
morte in un tratto di autostrada a cinque chilometri e seicento metri dalla citt, la citt di Giovanni
Falcone, la citt dove pochi lo amavano e molti lo odiavano.

La cronaca della strage comincia all'aeroporto di Punta Raisi quando su una pista atterra un DC 9
dell'Alitalia e subito dopo un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti proveniente da Roma. Sopra
c' Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. Sono le 17,48 quando il jet sulla pista di Punta
Raisi.

E sulla pista ci sono come ogni sabato pomeriggio tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone,
una Croma bianca, una Croma azzurra. E' la sua scorta, la solita scorta con Antonio, Antonio
Montanari, agente scelto della squadra mobile che appena vede il "suo" giudice che scende dalla
scaletta si infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la bifilare 7,65. Tutto a posto, non
c' bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari
penali del ministero di Grazia e giustizia sull'autostrada che va verso Palermo.

Tutto sembra tranquillo, ma cos non . Qualcuno sa che Falcone appena sbarcato in Sicilia,
qualcuno lo segue, qualcuno sa che fra otto minuti la sua Croma passer sopra quel pezzo di
autostrada vicino alle cementerie. La Croma marrone davanti, centotrenta all'ora. Guida Vito
Schifani, accanto c' Antonio, dietro Rocco Dicillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre
due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c' il giudice che guida, accanto c'
Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro un altro agente di scorta. E altri
Quattro sulla Croma azzurra.
Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l'autostrada, l'aeroporto che si allontana, quattro
minuti, cinque minuti, il DC9 dell'Alitalia proveniente da Roma che scende verso il mare e sorvola
l'A29. Sono le 17,57, Palermo vicina, solo sette chilometri, solo pochi minuti. Lo svincolo per
Capaci l, c' un p di vento, ondeggia il cartellone della "Sia Mangimi", si muovono gli alberi, il
mare increspato. Ecco, sono quasi le 17,58. La Croma marrone sempre avanti, il contatto radio
con le Croma bianca c', la "linea" silenziosa, vuol dire che tutto va bene, non c' problema. Ma
dietro, intorno, da qualche parte, c' l'assassino, ci sono gli assassini che aspettano Giovanni
Falcone.

Sono le 17,58. C' una curva larga, c' un rettilineo di 180 metri, c' un'altra piccola curva. E c' un
sottopassaggio prima di arrivare ad una specie di colonna grigia con su scritto "Cementerie
siciliane". Il cartello che indica l'uscita per Isola delle Femmine a qualche metro, pi avanti ci
sono due gallerie. Sempre buie, sempre mal illuminate. Sono le 17,58 e Salvatore Gambino,
coltivatore diretto di trentaquattro anni, passeggia su un ponticello e guarda le auto che sfrecciano
sull'autostrada.

Sono le 17,58 e una Fiat Uno con una coppia di austriaci va verso Trapani seguita da una Opel
Corsa di colore rosso. Sono le 17,58 quando la mafia compie la sua vendetta. "Ho visto una
fiammata e poi ho sentito un boato... forse prima ho sentito il boato e poi ho visto del fumo nero",
racconter un'ora dopo confuso il coltivatore Salvatore Gambino a un carabiniere. 17,58, l'ora del
massacro, l'ora dell'infamia, dell'orrore, della morte. (...)

(24 maggio 1992)


Maria Falcone: "Gli amici magistrati i peggiori nemici di Giovanni"
Fonte: palermo.gds.it

ROMA. "I nemici principali di Giovanni furono proprio i suoi amici magistrati. Molti di loro non
sono stati leali mentre alcuni gli sono stati davvero amici come Chinnici, Caponnetto, Guarnotta,
Grasso, Ayala". Lo ha detto Maria Falcone in un'intervista a 'Soul', il programma-intervista di
Tv2000, condotto da Monica Mondo.
Il programma va in onda domenica 21
maggio alle ore 12.15 e alle 21.30, alla
vigilia del venticinquesimo anniversario
della strage di Capaci del 23 maggio 1992,
quando Falcone venne ucciso assieme alla
moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti
della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo,
Antonio Montinaro.
"Tanti furono gli attacchi e le sconfitte
ha aggiunto Maria Falcone - tanto che fu chiamato il giudice pi trombato d'Italia e purtroppo lo
stato ed stato lasciato solo. Ma il fatto stesso che i giovani continuino a vedere in lui l'esempio di
un uomo che ha saputo sacrificare la sua vita per il bene comune, pure non essendo un fervente
cattolico ma un laico che credeva nell'amore del prossimo, bello ed emozionante".
"Giovanni - ha proseguito Maria Falcone - si inventato tutto nella lotta alla mafia; quando lui
arrivato a Palermo la mafia sembrava quasi non esistesse, non se ne faceva nemmeno il nome; i vari
uomini politici non la nominavano, la Chiesa non la conosceva".
A Tommaso Buscetta, ha ricordato Maria Falcone, "Giovanni gli aveva cambiato completamente la
vita, perch gli aveva dato un senso dello Stato". Per questo motivo la sorella del magistrato oggi
impegnata a sensibilizzare soprattutto i pi giovani ai temi della mafia: "Giovanni considerato il
servitore dello Stato che credeva nei valori con i quali noi siamo cresciuti, secondo quel detto
meraviglioso: quando la Patria chiama bisogna andare. Giovanni stato chiamato ed andato".
Musica davanti all'albero Falcone, alle 17,58 il minuto di silenzio
Fonte: palermo.repubblica.it

23 maggio 2017 Musica davanti all'albero Falcone, alle 17,58 il minuto di silenzio
Un minuto di silenzio per Falcone, Borsellino e tutte le vittime di Capaci e via D'Amelio. Alle
17,58, ora in cui si apr il cratere che inghiott l'auto di Falcone e della scorta, la folla ammutolita
sotto l'albero dedicato al magistrato in via Notarbartolo. Il trombettiere della polizia di Stato ha
suonato il silenzio, poi interrotto da un lungo applauso. L'ultima immagine della commemorazione
sono i palloncini lanciati dai ragazzi dei cortei. In sottofondo l'inno di Mameli, suonato per l'ultima
volta in questa lunga giornata del ricordo.
Due i cortei partiti dall'aula bunker del carcere
Ucciardone e da via D'Amelio, entrambi con
destinazione via Notarbartolo, albero Falcone.
Gli studenti hanno aspettato sotto casa del
giudice fino alle 17,58. Nel frattempo,
cartelloni, palloncini e musica, con Giuliano
Sangiorgi dei Negramaro ed Ermal Meta. "Nel
'92 non c'eravamo - dicono i ragazzi - ma oggi
ci siamo e ci saremo". In testa, lo striscione
"Palermo chiama Italia... la scuola risponde #23
maggio", dal titolo dell'iniziativa promossa da
Miur e Fondazione Falcone per commemorare
le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di
lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

Stamattina, dall'aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i


magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito
Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina,
Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina. "Il risultato, cos importante, del maxiprocesso - ha detto -
non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all'impegno, alla determinazione, al
coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse".

Il presidente Mattarella: "Non limitarsi al ricordo, non era questo il senso della sua missione"

Il capo dello Stato ha ricordato il loro "metodo innovativo" di Falcone e Borsellino, "sperimentato
sul campo da molti anni, che vedeva la mafia come fenomeno unitario. Un'impostazione preziosa e
lucida, che esigeva, insieme, coordinamento, collaborazione e approfondita specializzazione tra
magistrati preposti al suo contrasto, strumenti di indagine sempre piu' moderni ed efficaci, sviluppo
della collaborazione internazionale". Per Mattarella, il maxiprocesso segn "una svolta nella guerra
dello Stato alla mafia".