Sei sulla pagina 1di 24

La novit della poesia tra 800 e 900

GIOVANNI
PASCOLI

1855-1912
La novit della poesia tra 800 e 900

GIOVANNI
PASCOLI
(1855-1912)
G I OVA N N I PA S C O L I

Vita e opere
Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicem-
bre 1855.
Suo padre lavorava come amministratore nella tenuta La Torre
dei principi Torlonia, luogo in cui viveva tutta la famiglia.
Nel 1867, il 10 agosto, lassassinio del padre, di cui non si mai
OPERE saputo, nonostante le ripetute indagini, se per ragioni di natura
politica o per questioni legate al lavoro, interruppe bruscamente
IL FANCIULLINO uninfanzia nel complesso serena .
Levento trasform la vita dellintera famiglia, che fu costretta
lasciare la tenuta ed a trasferirsi nella casa della madre: la donna
MYRICAE morir per dopo pochi mesi nel 1868, poco dopo la scomparsa
Novembre della figlia maggiore (in precedenza erano gi morte altre due
Lassiuolo
figlie).
Lampo,Tuono Nel 1871 morir anche il fratello Luigi, per meningite, e Giovan-
ni dovette lasciare il collegio Raffaello dei padri Scolopi di Urbi-
no, presso il quale nel 1862 aveva iniziato la propria carriera sco-
CANTI DI CASTELVECCHIO lastica.
Nebbia

2
Nel 1873 ottenne una borsa di studio di 600 lire, che gli per- Nel novembre 1911, durante la campagna di Libia, pronun-
mise discriversi alla facolt di lettere dellUniversit di Bolo- ci al teatro Barga un appassionato discorso, dimpronta na-
gna, dove divenne allievo di Carducci. zionalistica, imperialista e populista.
Nel 1876 fu costretto a lasciare luniversit dopo aver perso la Il 6 aprile 1912 mor a Bologna, dove era stato trasferito su
borsa; incominci a frequentare lambiente socialista bologne- indicazione dei medici per laggravarsi della malattia che
se, che lo port ad aderire alla Prima Internazionale dei Lavo- laveva colpito.
ratori, e, dopo il suo scioglimento, a un gruppo clandestino Viene sepolto a Castelvecchio.
che ne continu il progetto politico.
Intanto inizi a pubblicare testi poetici su riviste.
Nel 1879 fu segnato da una piccola esperienza carceraria, fu
infatti arrestato durante le agitazioni seguite alla condanna di
un gruppo di militaristi sostenitori dellanarchico Passaman-
te, che aveva attentato alla vita di Umberto I. Fu accusato di
oltraggio e grida sovversive, ma venne poi assolto, grazie alla
testimonianza del maestro Carducci.
Sollecitato da Carducci decise di riprendere gli studi e nel
1882 si laure con una tesi sul poeta greco Alceo.
Inizi il lavoro dinsegnante e in seguito la carriera universita-
ria.
Aveva chiamato a vivere con s le due sorelle Ida e Mari da
poco uscite dal convento, in cui erano entrate nel 1874 come
educande.
Nel 1895 Ida si spos e con la sorella Mari si trasfer a Ca-
stelvecchio di Barga, e con lei vivr fino alla morte.
Nel 1891 pubblic la sua prima raccolta poetica Myricae.

3
OPERE E POETICA

Il Fanciullino
Il poeta, dice Pascoli, chi, qualunque sia let sa mantenere viva
dentro di s la disponibilit a vedere la vita con glocchi ingenui di
un bambino. Egli vive un rapporto visionario con il mondo: vede al
buio e sogna alla luce; piange e ride di cose che sfuggono alla ragio-
ne e ai sensi comuni.Centrale, nel terzo capitolo, limmagine del
fanciullino come lAdamo che mette il nome a tutto ci che vede e
sente. Pascoli aggiunge che il fanciullo scopre nelle cose le somiglian-
ze e relazioni pi sorprendenti: il poeta la riprende poi nella sua
poesia.Anche qui evidente il contatto con le poetiche decadenti
per il quale il poeta un veggente.Nella conclusione lautore esorta
varie figure (il professore, luomo daffari, il contadino, loperaio) ad
ascoltare il fanciullino che si trova nelle loro anime, senza che sia sta-
to completamente soffocato dalla vita adulta.In tutto questo secon-
do Pascoli esistono quindi due et nella vita umana: fanciullezza e
maturit. La Fanciullezza, pi ingenua, sa vedere, e dire ci che ha
visto da fanciullo. Naturalmente ci che vede da fanciullo non sono
temi adulti quali la guerra, la competizione economica ecc , ma
sono la meraviglia, le nuvole, le stelle, gli uccelli come la cincialle-
gra, il fiore che odora ecc...Poich tutti sono stati fanciulli,tutti sono
o possono essere poeti, almeno in parte. Bisogna per che risveglino,
e poi mantengano viva in loro, quellantica serena meraviglia da cui
sola pu sgorgare la poesia.

4
I L FA N C I U L L I N O

Capitolo I
dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come riccio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle vo-
credeva Cebes Tebano che primo in s lo scoperse, ma lagri- ci assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gor-
me ancora e tripudi suoi. Quando la nostra et tuttavia te- gheggi presso un ruscello che mormora.
nera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fan-
ciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre,
temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo,
uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed
egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desi-
derare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia;
noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tut-
tavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il
quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'et giova-
nile forse cos come nella pi matura, perch in quella occu-
pati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno ba-
diamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche,
egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane pi che
accanto all'uomo fatto e al vecchio, ch pi dissimile a s ve-
de quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevol-
mente si trattiene col fanciullo; ch ne sdegna la conversazio-
ne, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente.
Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchie-

5
I L FA N C I U L L I N O

Capitolo III
Ma veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno no mai. Ora se questo vero, non pu avvenire se non per una
non sia, non vorrei credere n ad altri n a lui stesso: tanta a causa: che gli uni hanno dentro s l'eterno fanciullo, e gli altri
me parrebbe di lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe no, infelici! Ma io non amo credere a tanta infelicit. In alcuni
dentro s quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e for-
uomini; e nulla dell'anima sua giungerebbe all'anima dei suoi se apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da
vicini. Egli non sarebbe unito all'umanit se non per le catene lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perch
della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come con le vedono, o in altri o in s, giudicano che egli non ci sia.
uno schiavo o ribelle per la novit o indifferente per la consue- Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono sem-
tudine. Perch non gli uomini si sentono fratelli tra loro, essi plici e umili. Egli quello, dunque, che ha paura al buio, per-
che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si ar- ch al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o
mano, per la battaglia della vita; s i fanciulli che sono in loro, i sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che
quali, per ogni poco d'agio e di tregua che sia data, si corrono parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che
incontro, e si abbracciano e giocano. Eppure chi dice che ve- popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli quello che
ramente di generi umani ve ne ha due, e non si scorge che sia- piange e ride senza perch, di cose che sfuggono ai nostri sensi
no due, e che l'uno attraversa l'altro, sempre diviso ma sempre e alla nostra ragione. Egli quello che nella morte degli esseri
indistinto, come una corrente dolce il mare amaro. Vivono per- amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in
sino nelle stessa famiglia, sotto gli occhi della stessa madre, e vi- lacrime, e ci salva. Egli quello che nella gioia pazza pronun-
vono in apparenza la stessa vita germinata da uguale seme in zia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende e di
unico solco; e questi sono stranieri a quelli, non d'un solo tratto dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
di cielo e di terra, ma di tutta l'umanit e di tutta la natura. Es-
si si chiamano per nome e non si conoscono n si conosceran-

6
Egli fa umano l'amore, perch accarezza esso come sorella vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi
(oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve), acca- pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il gior-
rezza e consola la bambina che nella donna. Egli nell'inter- no nell'officina piena di fracasso e senza sole. Ma in tutti , vo-
no dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le glio credere. Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i profes-
leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule sori in una chiesa a una funzione di festa; si trovino poveri e
fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di ricchi, gli esasperati e gli annoiati, in un teatro a una bella mu-
chi pi non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha sica: ecco tutti i loro fanciullini alla finestra dell'anima, illumi-
ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quan- nati da un sorriso o aspersi d'una lagrima che brillano negli
do noi andiamo per i fatti nostri, ch ora vuol vedere la cin- occhi de' loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si ri-
ciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora conoscono, dall'impannata al balcone dei loro tuguri e palaz-
vuol toccare la selce che riluce. E ciarla intanto, senza chetar- zi, contemplando un ricordo e un sogno comune.
si mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui
non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensar-
le e ridirle, perch egli l'Adamo che mette il nome a tutto
ci che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e re-
lazioni pi ingegnose. Egli adatta il nome della cosa pi gran-
de alla pi piccola, e al contrario. E a ci lo spinge meglio stu-
pore che ignoranza, e curiosit meglio che loquacit: Impic-
ciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. N
il suo linguaggio imperfetto come di chi non dica la cosa se
non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia
per una parola. E a ogni modo d un segno, un suono, un co-
lore, a cui riconoscere sempre ci che vide una volta. C' dun-
que chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fan-
ciullo tace in voi, professore, perch voi avete troppo cipiglio,
e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assi-
duo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e

7
I L FA N C I U L L I N O

Capitolo V Capitolo VIII


()Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, ()Tu hai detto quel che vedi e senti. E dicendo questo, hai
tutto come per la prima volta. L'uomo le cose interne ed ester- forse espresso quale il fine proprio della poesia. Ora tocca a
ne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu me ragionarci sopra, Chi ben consideri, comprende che il
non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro degli studi degli al- sentimento poetico il quale fa pago il pastore della sua capan-
tri. S che l'uomo dei nostri tempi sa pi che quello dei tempi na, il borghesuccio del suo appartamentino ammobigliato sia
scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto pi e sempre pi. pur senza buon gusto ma con molta pazienza e diligenza; e
I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai vai dicendo. O il contrario? E il pastore che, parando le pe-
tu, fanciullo. () core, sogna una bottega da avviare nel borgo vicino, e il bor-
Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a si- ghesuccio che fantastica d'un palazzo in citt grande e rumo-
gnificarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che na- reggiante, sono, essi s, poeti fantasiosi e sognatori, e gli altri
sce al mondo. E in ci il mistero della tua essenza e della no? Gi, per me, altro sentimento poetico, altro fantasia;
tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo la quale pu essere bens mossa e animata da quel sentimen-
il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non to, ma pu anche non essere. Poesia trovare nelle cose, co-
questo o quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo me ho da dire? Il loro sorriso e la loro lacrima; e ci si fa da
modo, lo culli o lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamen-
ribellarsi o all'una o all'altra di queste due necessit, che paio- te di tra l'oscuro tumulto della nostra anima. ()
no cozzare tra loro: veder nuovo e veder da antico, e dire ci
che non s' mai detto e dirlo come sempre si detto e si dir!
()

8
SEZIONE 3

La Teoria del Fanciullino

9
OPERE E POETICA

Myricae
Myricae una raccolta di poesie di Giovanni Pascoli, pubblicata
in successive edizioni tra il 1891 e il 1903 (anno dell'edizione
definitiva).L'opera rappresenta l'ultimo esempio di poesia lirica
"classica" prima della stagione delle Avanguardie poetiche del
Novecento.Il titolo della raccolta pascoliana deriva dal verso del-
la IV Bucolica di Virgilio Non omnes arbusta juvant humile-
sque Myricae, cio "Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili
tamerici".[ Questa frase utilizzata dal poeta anche nell'epigra-
fe dei Canti di Castelvecchio e, in forma pi completa (non om-
nes arbusta...) o insieme al verso precedente variamente "taglia-
to", come introduzione ad altre sue raccolte poetiche.Come acca-
duto per altri grandi raccolte, a cominciare dal Canzoniere di
Petrarca, essa si estende per quasi tutto l'arco della produzione
poetica dell'autore, cos che la storia compositiva di Myricae si
pu dire coincida con lo sviluppo stesso della coscienza poetica
di Pascoli. Per queste ragioni, l'identificazione di una unit strut-
turale della raccolta non pu essere che il risultato di una inter-
pretazione che prenda in considerazione, accanto alla lettura dei
testi, gli eventi e le esperienze psicologiche che segnarono l'esi-
stenza del poeta.

10
MYRICAE

Novembre

Gemmea l'aria, il sole cos chiaro


che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al pi sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.

11
MYRICAE

Novembre
Novembre fa parte della sezione In campagna della raccolta trappone nettamente alle altre due (attraverso un ma antiteti-
Myricae. co in posizione forte allinizio del verso 5) che riportano al-
In apparenza questa poesia pu sembrare un semplice qua- la dura realt dellautunno; la contrapposizione tra la real-
dretto campestre di descrizione naturalistica, in realt rivela t della morte (dellinverno) e lillusione della vita (della
un intento pi profondo di riflessione sulla precariet del- primavera).
lesistenza.
Il poeta descrive un paesaggio novembrino della cosiddetta
"estate di San Martino" (11 novembre) in cui la temperatura
diventa momentaneamente pi mite. Il paesaggio illumina-
to dal sole inganna per un attimo e fa pensare che la prima-
vera sia alle porte, ma si tratta solo di unillusione e ben pre-
sto la realt si impone e ci rivela che fittizia ogni sembian-
za di vita perch su ogni cosa regna un ineluttabile senso di
morte.
Nella poesia vi la compresenza di elementi visivi (laria
tersa e limpida), olfattivi (lodore del biancospino) e sonori
(il suono del terreno calpestato o del cadere delle foglie).
La struttura del componimento bipartita: la prima strofa
descrive un paesaggio sereno, quasi primaverile e si con-

12
MYRICAE

LAssiuolo
Dovera la luna? ch il cielo
notava in unalba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggi;
veniva una voce dai campi:
chi...

Le stelle lucevano rare


tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
comeco dun grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chi...

Su tutte le lucide vette


tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri dargento
(tintinni a invisibili porte
che forse non saprono pi?...);
e cera quel pianto di morte...
chi...

13
MYRICAE

LAssiuolo
Questa poesia venne pubblicata per la prima volta sulla rivi- Le tre strofe sono un crescendo di inquietudine e drammati-
sta Il Marzocco e successivamente inserita nella quarta cit ed hanno una costruzione molto simile: allinizio preva-
edizione di Myricae, nella sezione In campagna. le unimmagine di luce (la luna che sta per sorgere, le stelle
Con questa poesia Pascoli descrive un paesaggio notturno e che brillano, i monti illuminati) ma nella conclusione la lu-
nebbioso, animato da vari rumori, dove allinizio prevale il ce e la vita che esse simboleggiano vengono negate da im-
sentimento dellestasi, difatti dice che la notte meraviglio- magini di segno opposto (il nero del temporale, il sussulto e
sa, il cielo chiaro come lalba e perfino gli alberi sembra- il grido doloroso, le porte che non si possono pi riaprire).
no sporgersi per vedere meglio la luna che nascosta tra le I punti interrogativi con cui la poesia si apre e si chiude tra-
nubi. Di sottofondo vi la melodia del mare, i fruscii dei ce- smettono il senso di incertezza e di dubbio del Poeta.
spugli, il frinire delle cavallette. Tutto questambiente di-
sturbato solamente da una voce monotona e triste che si le-
va nei campi: il chi, il grido dell'assiuolo (piccolo rapace
notturno somigliante al gufo) Un suono che di strofa in stro-
fa diventa pi angoscioso (un singulto) fino ad arrivare a
rappresentare un pianto di morte. Questo suono per il poe-
ta una scossa al cuore che fa emergere dal passato ricordi
dolorosi. Pascoli si lascia suggestionare dalle credenze po-
polari che considerano la voce delluccello notturno un pre-
sagio di disgrazia e di morte.

14
MYRICAE

Il Lampo

E cielo e terra si mostr qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;


il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa appar spar d'un tratto;
come un occhio, che,largo,esterrefatto,
s'apr si chiuse, nella notte nera.

15
MYRICAE

Il Lampo
gettivi riferiti al cielo e alla terra: ansante, livida, in sussulto
"Il lampo" viene pubblicata per la prima volta nella terza edi-
e ingombro, tragico, disfatto) sottolineano il passaggio ad
zione di Myricae, nella sezione "Tristezze".
una condizione sempre pi disperata.
Dal carteggio di Pascoli emerge che questa poesia si riferisce
Anche la casa umanizzata, la bianchezza estrema evidenzia-
alla morte del padre e al suo ultimo sguardo da morente.
ta dallanadiplosi, richiama il pallore di un volto in preda al-
E una poesia fortemente simbolica e in essa domina il senso
la paura, e la similitudine con locchio, degli ultimi due ver-
visivo.
si, rende lidea dellattonito sgomento degli esseri viventi di
Il paesaggio appare, improvvisamente, per un fugace lampo
fronte alle tempeste della vita.
che, squarciando la notte, illumina una casa: limmagine
una metafora della brevit della vita, della sua precariet.
La casa viene descritta attraverso il colore bianco, per segnar-
ne l'aspetto positivo come rifugio di fronte al temporale e
simboleggia il "nido" familiare. Alla casa e al colore bianco
che la differenzia, si contrappone il nero della notte con sen-
sazioni opposte di paura e angoscia.
Il valore simbolico reso evidente dalla personificazione de-
gli elementi naturali: la terra ansante; il cielo tragico. Gli
aggettivi utilizzati descrivono le reazioni fisiche e psichiche
tipiche dellessere vivente che prova paura, pur essendo rife-
riti a elementi della natura. Il climax ascendente (vedi gli ag-

16
MYRICAE

Il Tuono
E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d'arduo dirupo

che frana, il tuono rimbomb di schianto:

rimbomb, rimbalz, rotol cupo,

e tacque, e poi rimareggi rinfranto,

e poi van. Soave allora un canto

s'ud di madre, e il moto di una culla.

17
MYRICAE

Il Tuono
Questa lirica fa parte della quinta edizione di Myri-
Si pu dire che questa poesia sia il prosegui-
cae e appartiene alla sezione Tristezza. Pascoli in
mento di quella intitolata Il lampo (facente par-
qu sta poesia, vuole descrivere il tuono che, con alto
te della triade Temporale, Il lampo e Il tuono)
fr gore, rintrona nella notte scatenandosi in tutta la
ed infatti inizia con le stesse parole che chiude-
sua violenza terribile. Lessere umano alludire que-
vano Il lampo: nella notte nera. Presenta inol-
sta forza possente della natura, simpaurisce come il
tre altri elementi in comune come lidentica
bimbo che piange spaventato nella notte buia (il ne-
struttura metrica e lidentico schema delle rime.
ro della notte simile al nulla; dove il nulla simbo-
lo di morte). Entrambe le liriche sono costruite su un accosta-
mento di sensazioni: nel Il tuono prevalgono le
In chiusura, tipicamente pascoliane, le figure della
sensazioni uditive, mentre nel Il lampo vi sono
madre e della culla (simbolo di nascita, vita) si con-
quelle visive. La rappresentazione di un fenome-
trappongono allimmagine minacciosa della natura:
no naturale e la descrizione di un paesaggio co-
ma la presenza di questi due riferimenti consolatori,
stituiscono il tramite per far emergere i senti-
simboli di protezione e innocenza (madre e culla),
menti del poeta.
pi che introdurre una nota di speranza sembra voler
sottolineare
la tragicit dellesistenza nellassociazione determi-

nata dalla rima nulla:culla".

18
OPERE E POETICA

I Canti di Castelvecchio
I Canti di Castelvecchio sono una raccolta pascoliana del 1903: il
titolo pare voglia creare un collegamento con i Canti leopardiani,
suggerendo cos, secondo l'interpretazione di Giuseppe Nava,
l'ambizione ad una poesia pi elevata.Castelvecchio la frazione
di Barga, in Garfagnana, nel quale Pascoli aveva acquistato una
casa in cui soggiorn molto a lungo, dedicandosi alla poesia e agli
studi di letteratura classica (sono famose, e tuttora visibili, le tre
scrivanie per lavorare nelle tre lingue, italiano, latino, greco). Qui
gli parve di aver finalmente ricostituito il "nido" distrutto di San
Mauro.I Canti di Castelvecchio sono fitti di richiami autobiografi-
ci e di rappresentazioni della vita in campagna. I'epigrafe iniziale
la medesima di Myricae, dalla quarta bucolica di Virgilio: Non
omnes arbusta iuvant humilesque myricae ("Non a tutti piaccio-
no gli arbusti e le umili tamerici"; ma Pascoli traduce myricae con
"cesti" o "stipe"). In tal modo, Pascoli recupera il legame con la
raccolta precedente e la poetica del "fanciullino", accentuandone
per la valenza simbolica.I Canti di Castelvecchio si rivelano inol-
tre una raccolta interessante per l'uso esteso del linguaggio fono-
simbolico, ma soprattutto post-simbolico: abbondano infatti i ter-
mini tecnici e gergali tipici della Garfagnana.

19
I C A N T I D I C A S T E LV E C C H I O

Nebbia
Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba, Nascondi le cose lontane
tu fumo che ancora rampolli, Che vogliono ch'ami e che vada!
su l'alba, Ch'io veda l solo quel bianco
da' lampi notturni e da' crolli, di strada,
d'aeree frane! che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch' morto! Nascondi le cose lontane,
Ch'io veda soltanto la siepe nascondile, involale al volo
dell'orto, del cuore! Ch'io veda il cipresso
la mura ch'ha piene le crepe l, solo,
di valerane. qui, quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

20
I C A N T I D I C A S T E LV E C C H I O

Nebbia

Pascoli aveva gi affrontato questo tema nel poemetto Nella neb- suo piccolo universo, fatto di limitati ma rassicuranti affetti : i
bia (pubblicata sulla rivista Il Mazzocco nel 1897) ma con pochi alberi nellorto, la siepe, il muro e nellultima immagine
un taglio nettamente differente. In questa poesia la nebbia, il cane, simbolo di fedelt ai valori familiari. Sono questi sem-
simbolo di chiusura dal mondo, invocata affinch nasconda plici elementi che lo proteggono dai rischi del mondo esterno.
una realt lontana, come linfanzia e la giovinezza per lui me-
morie troppo dolorose.
La natura, nella poesia di Pascoli, una natura simbolica e
qui, la nebbia ad essere un simbolo. Con la nebbia il poeta
non vede il passato, non vede quindi il dolore.
Egli implora la natura di fargli vedere solo quella parte di real-
t che fa parte del suo presente, della sua quotidianit e del
suo nido familiare (tema caro a Pascoli), che rappresenta il

21
G I OVA N N I PA S C O L I

Fonti
www.oilproject.it
www.zanichelli.it
appunti

22
THE END

23