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Emilio Gin, L'Italia contesa. 'Nazione


Napoletana' e 'Nazione Italiana'' in Giacinto De
Sivo, in "Nuova Rivista Storica", Vol C...

Article in Nuova rivista storica January 2016

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Emilio Gin
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LItalia contesa
Nazione Napoletana e Nazione Italiana
in Giacinto De Sivo

1. Un legittimista scomodo

Il 14 febbraio 1860, a bordo del piroscafo francese La Mouette, lultimo re


delle Due Sicilie abbandonava per sempre il territorio del regno per rifugiarsi
tra le mura amiche della Roma papalina. Le precarie condizioni dellItalia uni-
ta, travagliata dallinsorgenza legittimista nelle province meridionali e dal grave
dissesto finanziario, alimentarono per a lungo le illusorie speranze della corte
borbonica in esilio di una repentina restaurazione. In breve spazio di tempo, la
capitale papale divenne il punto di aggregazione del variegato legittimismo in
esilio costituendo la centrale naturale della propaganda borbonica e clericale
contro il neonato Regno dItalia.
Quanto la battaglia sul versante culturale rivestisse unimportanza pari a
quella combattuta nelle insanguinate contrade del Mezzogiorno risulta chiaro,
ad esempio, dalla ricchezza della biblioteca personale che Francesco II and
accumulando negli anni successivi alla resa di Gaeta e dallattenzione che egli e
il suo entourage coltivarono nei confronti della pubblicistica antiunitaria, con un
occhio attento non solo a quella dichiaratamente legittimista ma anche alla pi
eterogenea produzione di matrice federalista di ambito risorgimentale (1).
A ben vedere, tale ampiezza di interessi rispecchiava la tenace volont di
contrastare su tutti i fronti il consolidamento del nuovo regime ed era anche il
prodotto conseguente del tentativo della corte borbonica di sostanziare a poste-

(1) L. Gasperini, Il pensiero politico antiunitario a Napoli dopo la spedizione dei Mille: la biblio-
teca politica di Francesco II, Modena, Soc. Tip. Modenese, 1953; cfr. anche E. Pirocchi, Il Catalogo
della biblioteca politica di Francesco II di Napoli, in Rassegna Storica del Risorgimento, XXIII,
1936, 1, pp. 81-112.
108 Emilio Gin

riori il significato di quella travagliata svolta costituzionale del 25 giugno 1860,


il cui rinnegamento avrebbe potuto intralciare la via verso lauspicata restaura-
zione (2). Il favore espresso da Palazzo Farnese verso lipotesi federalista, certo
imposto dalla situazione contingente, serviva pertanto a tenere viva la polemica
sullapplicazione della Pace di Zurigo (3), ben presto sconvolta dallabilit di-
plomatica di Cavour, e ad accreditare la monarchia biancogigliata quale valida
interlocutrice nel pi vasto e composito fronte antiunitario. La breve ma intensa
stagione editoriale filo-legittimista fu pertanto seguita e guidata con attenzione
dalla corte napoletana e in particolare dal Primo ministro del governo in esilio, il
marchese Pietro Cal Ulloa, la cui posizione di primo piano mirava appunto ad
asseverare la genuinit della scelta costituzionale del Borbone. In questo conte-
sto, lingresso nel 1863 di Giacinto De Sivo nella commissione, presieduta dallo
stesso Ulloa, incaricata di dare un indirizzo efficace alla propaganda borbonica,
era un tentativo di dare maggiore spessore alloffensiva editoriale contro il go-
verno di Torino.
De Sivo era nato a Maddaloni, il 29 novembre 1814, in una famiglia tradi-
zionalmente fedele alla dinastia. Lo zio paterno, Antonio, aveva partecipato alla
riconquista del regno nel 1799 distinguendosi nelle masse della Santa Fede del
cardinale Ruffo, mentre il padre aveva servito a lungo nellesercito borbonico (4).
Il rifiuto di prestare fedelt al nuovo regime e il ritrovamento fortuito, da parte
degli uomini di Nino Bixio che ne avevano occupato la villa di famiglia, della
prima stesura della sua Storia delle Due Sicilie, scritta e lasciata incompiuta dopo
i fatti del Quarantotto, costarono a Giacinto un primo arresto a cui ne era seguito
un secondo a seguito del suo tentativo di dare vita, a Napoli, a un giornale legitti-
mista, La Tragicommedia (5), chiuso dopo appena tre numeri (6). Lesilio obbliga-
to a Roma, consigliatogli dallo stesso Settembrini col quale era in buoni rapporti,
gli aveva risvegliato lestro storiografico e gi nel 1861 egli aveva dato alle stampe

(2) L. Gasperini, Il pensiero politico, cit. p. 24.


(3) Le conferenze e la pace di Zurigo nei documenti diplomatici francesi, serie III: 1848-1860.
Volume unico (11-12 luglio 1859-24 giugno 1860), a cura di A. Saitta, Roma, Istituto Storico Italia-
no per lEt Moderna e Contemporanea, 1965; Deutsch W., Il tramonto della potenza asburgica in
Italia. I Preliminari di Villafranca e la Pace di Zurigo, Firenze, Vallecchi, 1960, p. 67 ss.; R. Romeo,
Cavour e il suo tempo, 1810-1861, 4 t., Bari, Laterza, 1977-1984, III, p. 449 ss.
(4) R. Mascia, La vita e le opere di Giacinto de Sivo (1814-1867). Il narratore, il poeta tragico,
lo storico, Napoli, Berisio, 1966, p. 2.
(5) Vedilo ripubblicato in G. De Sivo, La Tragicommedia, a cura di F. M. Di Giovine e G.
Marzocco, Napoli, Il Giglio, 1993.
(6) B. Croce, Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo, in Scritti di storia letteraria e politica,
Bari, Laterza, 1919, XIII, p. 149.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 109

LItalia e il suo dramma politico, sotto il falso luogo di Bruxelles, in cui la pole-
mica contro i risultati del recente plebiscito si era coniugata con la difesa della
soluzione federalista da vedersi quale scelta obbligata per risolvere il problema
italiano (7). Nel dicembre dello stesso anno, poco dopo la stampa del Discorso
pe morti nelle giornate del Volturno difendendo il reame, era poi apparso, anoni-
mo, lopuscolo I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, probabilmente la sua
opera meglio riuscita per incisivit e chiarezza espositiva, che aveva avuto vasta
risonanza negli ambienti legittimisti arrivando a una edizione livornese, oltre le
prime due romane, e parecchie edizioni clandestine napoletane (8). Si era tratta-
to di un attacco durissimo a tutto il processo risorgimentale, intrepretato quale
esito innaturale dellidea rivoluzionaria che dalla Rivoluzione francese in poi si
era rigenerata e perpetuata nelle varie sette liberali e radicali e non aveva mai
cessato di tramare per attentare alla stabilit dei troni e dellaltare (9). Nellopera,
in effetti, De Sivo aveva denunciato tutta lartificiosit del voler riunire sotto un
governo unico popolazioni da secoli divise per usi, costumi, tradizioni, istituzioni
e leggi, riducendo tutta lopera di Cavour e del governo di Torino, supportati
dagli intrighi della setta sovvertitrice, ad una mera manovra di espansione terri-
toriale a esclusivo beneficio del Piemonte, condotta senza scrupoli e col ricorso
alla corruzione, al tradimento e alla violazione delle pi elementari norme del
diritto internazionale. Il risultato della proditoria aggressione indiretta della
spedizione dei Mille e della successiva invasione piemontese del regno era sta-
to il disastro economico del Mezzogiorno e linizio di una sanguinosa guerra
di occupazione. Anche in questo caso, De Sivo aveva puntato lindice contro il
mancato rispetto del dettato di Zurigo, ribadendo che la soluzione ideale per una
stabile sistemazione dellItalia avrebbe dovuto essere una federazione e la lega
tra i vari Stati preunitari, unico assetto a essere fondato su legittime basi storiche
(10). La restaurazione del Borbone sulle avite terre del Meridione dItalia e la
successiva nascita della confederazione italiana avrebbero dovuto per essere ac-
compagnate, secondo De Sivo, da un profondo quanto improbabile rvirement
della politica estera e interna del Piemonte che lasciava intravvedere poco spa-
zio per la sopravvivenza dellinterpretazione liberale dello Statuto albertino che
aveva qualificato tutta lopera politica di Cavour. Lingresso ufficiale di De Sivo
nel ristretto circolo guidato da Ulloa non era pertanto avvenuto senza produrre

(7) G. De Sivo, LItalia e il suo dramma politico, Bruxelles, s.n.t.,1861.


(8) B. Croce, Uno storico reazionario, cit., p. 149.
(9) G. De Sivo, I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, s.l, s.n.t, 1862, pp. 10-13.
(10) Ivi, pp. 118-121.
(11) G. Gasperini, Il pensiero politico, cit., p. 24.
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resistenze in alcuni ambienti vicini alla corte. La virulenza dei suoi scritti aveva,
infatti, riscosso il favore soprattutto degli elementi pi conservatori, quali il prin-
cipe di Acquaviva e il conte di Trani, per nulla inclini a subordinare la battaglia
per la restaurazione a inaccettabili cedimenti sul versante del costituzionalismo
liberale(11). De Sivo, inoltre, era riuscito a riottenere il manoscritto della sua
Storia, sottrattogli dai garibaldini al momento dellarresto, e aveva iniziato a lavo-
rarvi sopra alacremente, con lintento di estendere la narrazione sino agli ultimi
giorni del regno delle Due Sicilie (12). Lo stesso Francesco II ne aveva letto alcuni
capitoli in bozza esprimendo il suo interesse e promettendo allautore suppor-
to materiale e documentale. La notizia della prossima pubblicazione, diffusasi
persino allestero, aveva per messo in allarme la frangia dei costituzionalisti che
sconsigliarono vivamente il sovrano borbonico di dare il suo assenso alla stampa
nonostante De Sivo avesse incassato al suo attivo il beneplacito del cardinale
Antonelli. Le resistenze allattivit dello storico di Maddaloni in seno alla com-
missione per la propaganda si spiegavano col timore che le sue argomentazioni
potessero danneggiare limmagine stessa della monarchia in esilio e si esplicaro-
no in una sorta di ostracismo che imped la pubblicazione dei suoi articoli sulla
stampa romana. Lo stesso discorso in commemorazione dei caduti nellassedio
di Gaeta scritto nel 1861 era stato, del resto, soltanto pubblicato ma non letto
pubblicamente, come era in programma, per le reticenze del cardinale DAndrea
che avrebbe dovuto presenziare alla manifestazione (13).
Come gli eventi successivi avrebbero dimostrato, probabilmente lacredi-
ne verso De Sivo scaturiva, per, anche da un diverso ordine di fattori. Gi ne
I Napolitani lattacco contro il liberalismo e i suoi sostenitori nel regno aveva
gettato qualche ombra sulla coerenza della politica di Ferdinando II dopo il 49,
soprattutto in merito alloperazione di recupero dei murattiani compromessisi
durante la rivoluzione liberale (14). Nel caso della Storia, i cui temi erano gi
noti a grandi linee entro i circoli legittimisti, era da prevedersi una profonda
rilettura della storia politica del regno onde indagare le cause del suo subitaneo
e stupefacente disfacimento. Infatti, sin dalle prime pagine introduttive dellope-
ra, De Sivo, profondamente convinto della funzione pedagogica della storia, si
mostrava fermo nel suo intento di definire imparzialmente torti e meriti, senza ti-
more di tacere eventuali responsabilit nella condotta della monarchia e dei suoi
uomini(15). Se, come ebbe a ricordare lo stesso Ulloa, luscita del primo volume

(12) G. De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, Salviucci, 1863, I, pp. 10-11.
(13) R. Mascia, La vita e le opere, cit., pp. 102-4.
(14) G. De Sivo, I Napolitani, cit., p. 36-8.
(15) Id., Storia, cit., I, pp. 13-4.
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della Storia nel 1863 aveva riscosso il favore degli elementi pi retrivi attorno alla
corte in esilio (16), il secondo volume dellopera, pubblicato lanno successivo,
produsse aspre proteste. Lindagine di De Sivo toccava sul vivo questioni ancora
aperte e chiamava in causa loperato di personalit che avevano svolto ruoli di
primo piano nel dramma politico degli ultimi dieci anni di vita del regno. Parti-
colarmente vibranti furono, ad esempio, le proteste di Giovanni Cassisi, ex mi-
nistro segretario di Stato per gli affari di Sicilia, e del principe di Satriano, Carlo
Filangieri (17), mentre le polemiche, in taluni casi, si protrassero a lungo persino
oltre la scomparsa di De Sivo (18).
Naturalmente, il tema dominante dellinnaturalit dellunificazione italiana
si dipanava nelle pagine della Storia riprendendo e ampliando gli spunti gi de-
lineati nel precedente I Napolitani, laddove De Sivo ribadiva le differenze tra i
popoli della Penisola e individuava nella diffusione delle sette liberali lorigine
di tutti i mali del regno (19). Allo stesso modo, veniva ripreso e ampliato il tema,
vero leitmotiv di tutta la letteratura filoborbonica, della prosperit perduta del
regno, dal quale era facile sviluppare lattacco contro laggressione proditoria
del Piemonte pianificata allo scopo di procedere alla conquista economica e allo
spoglio sistematico delle risorse del Mezzogiorno (20). Su tale sfondo, per, lo
storico di Maddaloni sviluppava la sua requisitoria sulla debolezza della monar-
chia estendendola a tutto il periodo dal 48 alla fine del regno. Ne veniva fuori un
quadro del tutto sconfortante dellincapacit da parte del Borbone di sviluppare
una classe dirigente capace e fedele di fronte a una pervasivit della setta che, pur
lasciando intatti i ceti popolari dal contagio, avrebbe tolto incisivit allazione di
governo. Di qui tutta la serie quasi infinita di tradimenti e di fallimenti durante
gli snodi decisivi della storia del regno in un crescendo che avrebbe raggiunto il
culmine nei mesi fatali del 1860: Nunziante, Pianell, Landi, Anguissola e Clary
figuravano nella Storia quali ultimi esempi di un cerchio che si era aperto agli

(16) P. Ulloa, Un re in esilio. La corte di Francesco II a Roma dal 1861 al 1870, Bari, Laterza,
1928, p. 13 ss.
(17) R. Mascia, La vita e le opere, cit., p. 105.
(18) Cfr. ad esempio lopuscolo del comandante dellesercito napoletano sul Volturno, il ge-
nerale Giosu Ritucci, la cui conduzione delle operazioni era stata fortemente criticata da De Sivo
nella Storia, G. Ritucci, Commenti confutatorii del tenente gen. Giosu Ritucci sulla campagna
dellesercito napolitano in settembre e ottobre 1860 trattata nella storia delle Due Sicilie dal 1847 al
1861 di Giacinto De Sivo pubblicata in Roma, Verona, e Viterbo nel 1866-67 precessi dalla corrispon-
denza secoloro tenutasi, Napoli, Stab. Tip. dellItalia, 1870.
(19) G. De Sivo, Storia, cit., I, pp. 17-22.
(20) Id., Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Verona, Vicentini e Franchini, 1865, III, pp.
104-107.
112 Emilio Gin

albori della restaurazione, da Intonti a Del Carretto sino a don Liborio Romano,
vera icona della categoria del traditore (21). Persino Satriano, di cui non si
disconoscevano i meriti, non restava immune dai sospetti per il suo comporta-
mento ambiguo durante gli ultimi mesi di vita del regno (22). A differenza di altri
autori legittimisti, per, che puntavano lindice quasi esclusivamente contro il
potere corruttore delloro, profuso a piene mani dagli agenti della setta e dagli
emissari del Piemonte (23), in De Sivo la catena dei tradimenti e dei fallimenti
individuali veniva comunque ricondotta -sebbene non sempre in modo esplicito-
alla debolezza quasi congenita della monarchia borbonica nel crearsi una reale
base di consenso nel paese. Emblematico in tal senso appariva, ad esempio, il
caso dellesercito napoletano, la cui frattura a livello politico tra ufficiali e soldati
risaliva agli insegnamenti ricevuti nelle accademie abbondantemente infiltrate
da docenti di sentimenti liberali (24). A ben vedere, tale frattura, del resto ve-
rificabile anche allinterno delle altre forze armate e pi in generale- in tutta
la pubblica amministrazione, era lo specchio dei rivolgimenti sociopolitici che
travagliavano il regno dallapertura del ciclo rivoluzionario e napoleonico in poi
con la crescita della borghesia e lo spirito di rivalsa risvegliatosi in alcuni settori
dellantica nobilt decaduta.

Nella mezzana classe serpeggiava meglio il veleno straniero, il sofisma, e la


erudizione sbiadita; e si levava a desiderii di subite salite, e pigliar nome e uffi-
zii; onde smesso il freno religioso, vagheggiava forme di governo dove di leggie-
ri potesse entrare. [] Di tutte le classi la media la pi sprofondata nel lusso,
o che il possa o no. Ha prurito di parer grande; il fa come pu con le carrozze,
le porcellane e le assise; e della moda sente frenetica necessit. E peggio che
questa classe media ingrossa ogni d. Ventra il nobile scaduto, per le mancate
sostanze e i cresciuti bisogni; e come non potendo essere vuol parere, si lancia
di leggieri nelle rivoluzioni, dove spera subiti guadagni. Aristocratici nellossa,

(21) Sul personaggio cfr. R. Moscati, Liborio Romano, in Rassegna Storica del Risorgimento,
XLVI, 1959, n. 2-3, p. 163-173; A. De Leo, Don Liborio Romano, un meridionale scomodo, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 1981; G. Vallone, Dalla setta al governo: Liborio Romano, Napoli, Jovene,
2005; e pi recentemente N. Perrone, Linventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di
Cavour per la conquista di Napoli, Soveria Mannelli, Rubettino, 2009.
(22) G. De Sivo, Storia, cit., III, p. 52 ss.
(23) Si veda ad esempio lo stesso P. Ulloa, Delle presenti condizioni del Reame delle Due Si-
cilie, s.l., s.n.t., 1862, p. 5 ss., oppure B. Cognetti, Passato e presente nel Reame delle Due Sicilie,
Bruxelles, s.n.t., 1862, p. 8.
(24) G. De Sivo, Storia, cit., III, pp. 118 ss. e 299 ss. Frattura simile si ritrovava, naturalmente,
anche nella flotta napoletana il cui comportamento fallimentare durante i mesi decisivi del 1860
andava imputato al tradimento degli ammiragli e degli ufficiali, cfr. G. De Sivo, Storia delle Due
Sicilie dal 1847 al 1861, Viterbo, Sperandio Pompei, 1867, IV, pp. 52 ss. e Storia, cit., III, pp. 301 ss.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 113

contraffanno democrazia per farsene sgabello, ignoranti parlan di progresso,


prepotenti vantano uguaglianza; infanciulliti con fievoli pensieri in bazzecole,
trinciano politica e legislazione; e bassi sollecitatori di ciondoli e nastri, fanno i
Bruti per diventare Antonii. Antonio fu appunto un nobile scaduto (25).

Certo, il Borbone restaurato nei suoi domini dopo la caduta di Gioacchi-


no si era trovato di fronte una realt complessa, per i pesanti condizionamenti
internazionali, il trattato di Casalanza, e per la conseguente oggettiva difficolt
a trovare un equilibrio tra volont restauratrice e necessit di mantenere le prin-
cipali riforme del decennio. Inoltre, la brusca riduzione della mobilit sociale
nel periodo della restaurazione, altro tema storiograficamente rilevante ben colto
dalla sensibilit di De Sivo (26), avrebbe offerto alle sette liberali ulteriori possi-
bilit di diffusione entro una societ gi divisa sul crinale politico. La situazione
si sarebbe poi aggravata allindomani della rivoluzione del 1820 per il grave peso
finanziario delloccupazione austriaca e per le ulteriori lacerazioni nel tessuto
sociopolitico del paese a restaurazione avvenuta (27).
In effetti, i legittimisti pi accorti come Ulloa erano consapevoli di quanto lo
spazio di manovra della monarchia in politica interna fosse di fatto limitato dalle
pressioni continue delle grandi potenze (28). Nella narrazione di De Sivo per,
ferme restando le pesanti responsabilit di queste ultime -soprattutto della Gran
Bretagna- sul triste destino del regno, le carenze della corte napoletana nella ge-
stione della propria classe dirigente e nelle scelte di politica interna prevalevano
nelleconomia generale del discorso assumendo valore decisivo al momento di
indagare sulle cause remote del lento declino della macchina statale che avreb-
be favorito la caduta delle Due Sicilie (29). Ad esempio, anche i pi lusinghieri

(25) Ivi cit., I, pp. 18 e 57-8; ma anche ivi p. 135: Ora, distrutta la feudalit, surta la classe
mezzana; la quale per la nuova civilt, e pel buon governo, fatta ricca e numerosa, agogna a pigliar
lo scettro.
(26) Sul punto cfr., ad esempio, M. Meriggi, Gli Stati italiani prima dellUnit. Una storia
istituzionale, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 111 ss.
(27) G. De Sivo, Storia, cit., I, p. 70 ss.
(28) P. Ulloa, Lettere, cit., p. 23.
(29) Sul crollo del Regno borbonico, indagato nellambito del mutamento della bilancia di
potere europea, rimando a E. Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee, 1830-1861,
Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012. Per linserimento della fine dello Stato duosiciliano nel pi
generale contesto di debolezza dei regni borbonici cfr. C. Pinto, Sovranit, guerre e nazioni. La
crisi del mondo borbonico e la formazione degli Stati moderni (1806-1920), in Meridiana, XV,
2014, 81, pp. 9-25 e R. De Lorenzo, Sistemi patriottici: tempi e spazi delle identit nazionali, ivi,
pp. 105-130, e in generale tutti i saggi contenuti nel volume citato. Si veda anche C. Pinto, Guerras
europeas, conflictos civiles, proyectos nacionales. Una interpretacin de las restauraciones napolitanas
(1799-1866), in Pasado y Memoria. Revista de Historia Contempornea, 13, 2014, pp. 95-116.
114 Emilio Gin

risultati dellopera di governo di Ferdinando II, la raggiunta stabilit finanziaria


e la prosperit delle casse dello Stato, non si erano rivelati privi di gravi limiti
ed effetti collaterali (30). Pesanti tagli ai bilanci ministeriali e la necessit di ri-
sparmio a ogni costo avevano condotto a numerose frizioni tra le varie branche
dellamministrazione e a un pericoloso scollamento tra le esigenze dei vari dica-
steri sottoposti a un asfissiante controllo da parte del ministero delle Finanze.

Le tante economie, se coordinate con gli altri principi governativi, sareb-


bero state gran bene; ma sole, in disarmonia col resto, ne furono talora danno.
Esse cos assorbirono gli occhi de governanti, che questi sol badando al rispar-
mio non vedevan altro. In ogni cosa si voleva spendere poco. Poco per soldi a
uffiziali, e nerano spinti a disonest; poco per molte opere pubbliche, e talora
se ne avean melense; poco per indennit di viaggi, e non sandava a vedere le
cose; poco per la polizia, e quasi pi non vera polizia; poco per tutto, e spesso
mancava il decoro. Soprattutto fu cieca leconomia su bassi impiegati. [] E
il pi per campare si vend alla setta. [] La Finanza per risparmiare batta-
gliava con tutti i ministeri [] quasi il governo non fosse uno, ogni ministero
attendeva a stringere tutti; ogni primario amministratore studiava la lesina per
presentare risparmii alla fine dellanno. [] Tanti stringimenti si facevano per
non imporre altre tasse, ma essi partorivano una maniera di tasse illegali; per-
ciocch gli uffiziali bisognosi e pagati male, si vantaggiavano sulla povera gente;
la quale giudicando grosso, a ogni motto dicevali tutti ladri. Quindi mance per
ogni cosa, a uscieri, a servitori, regalie indecorose il Natale e la Pasqua, gli ono-
mastici e i morti; sera fatto andazzo nel quale pur qualche onesto cadeva (31).

Le economie rigorose e la corruzione diffusa che ne derivava, pertanto, ave-


vano effetti devastanti su tutto il buon funzionamento della macchina ammini-
strativa, in particolari su settori vitali come la pubblica sicurezza.

Dissi iti alle Finanze i fondi per le spese di Polizia: ci tolse al ministero
la potenza preventitrice de reati; ch chi per niente fa larte della spia? E chi
la fa a prezzo, se questo palese, fuggito da tutti, niente spia. Nelle province
glintendenti non avevano un ducato da spendere in segreto, e per averne aper-
to era uno stento. Per mancandosi di occhi ad appurare i maneggi settarii, la

(30) Sul punto si vedano le acute riflessioni sul regno di Ferdinando II di A. Spagnoletti,
Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 271-306; pi recentemente, cfr.
anche R. De Lorenzo, Borbonia Felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo, Roma, Saler-
no, 2013, passim.
(31) G. De Sivo, Storia, cit., III, pp. 107-8.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 115

polizia stava solo per le cose comuni, dove riusciva pianta parassita anzi che
fruttuosa. I suoi bassi agenti scarsi di soldo, e talor donest, singegnavano a
render servizii per mance a ricchi; su poveri pesavano; ondessa in breve rest
fiacca per la sicurezza dello Stato, valida per noiar la buona gente. Cos savvez-
zavano a poco guardare, a niente operare; e chi si zelava tacciavano imprudente
o almanaccante, mandavanlo viaggiando per province discoste. Fin chanco i
buoni uffiziali si turarono la bocca, per non aver guai da quello stesso governo
che dovea premiarli (32).

In tale situazione, inoltre, non cera da meravigliarsi della scarsa efficienza


delle forze armate, oppresse dai tagli agli organici, dallinesistenza di reali pe-
riodi di addestramento, dai mancati reintegri, e da una progressione di carriera
di fatto bloccata sino al limite del possibile con pochissimo spazio al meri-
to. Cos, anche il semplice rischieramento di un reggimento da una provincia
allaltra diventava unautentica calamit per le autorit locali e i sindaci che
spesso erano costretti a pagare di tasca propria il mantenimento delle truppe
onde evitare incidenti. Con poche eccezioni riguardo i battaglioni cacciatori e
la cavalleria, lesercito di terra si presentava allappuntamento con Garibaldi
privo di armamento moderno, con organici scheletrici, quadri invecchiati e
senza adeguata istruzione militare, ma soprattutto profondamente spaccato sul
versante politico con generali e ufficiali superiori tra i quali da tempo serpeg-
giava il veleno della setta. Gi dal 1858, al primo oscurarsi dellorizzonte
internazionale, si era proceduto allarruolamento di 36000 nuove reclute alle
quali se ne aggiunsero altre 18000 nel 60, mentre si suppl alla carenza di sot-
tufficiali con unondata di promozioni allultimo minuto (33). Le conseguenze
di tutto ci erano facili da immaginare ed erano affiorate in piena luce durante
le sfortunate operazioni contro il Nizzardo (34).
Allintreccio tra corruzione e politica fiscale si aggiungeva poi la progressiva
paralisi politico-istituzionale del regno, questa volta diretta conseguenza dellin-
dirizzo di governo perseguito da Ferdinando II. Proprio lenergia, lattivismo e
lindubbio carisma del sovrano avrebbero aggravato i gi evidenti limiti dellim-
palcatura statale che risaliva alle riforme di epoca francese favorendo, nel tempo,

(32) Ivi, p. 114.


(33) Ivi, pp. 117-122.
(34) Per riscontri e conferme della narrazione di De Sivo cfr. T. Battaglini, Il crollo militare
del Regno delle Due Sicilie, Modena, Societ Tipografica Modenese, 1939; Id., Lorganizzazione mi-
litare del Regno delle Due Sicilie. Da Carlo III allimpresa garibaldina, Modena, Societ Tipografica
Modenese, 1940, in part. pp. 163 ss.; P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi,
1962, pp. 684-726.
116 Emilio Gin

un soffocante accentramento amministrativo cui faceva da corrispettivo una pa-


rallela elefantiasi burocratica.

Tratta la potest al re, i ministri suoi limitavano ove potevano; sicch ogni
d pi si tirava al centro, con vero danno pubblico. Il governare vuol essere,
accentrato, ch un sol pensiero dee volgere tutte volont ad un fine; ma lam-
ministrare, che non volont ma cose riguarda, non si pu accentrare. Confuso
lamministrare col governare, se neran pur confuse le branche e i concetti; n
pi se ne sapeva o voleva vedere la differenza. Si governano gli uomini, e si
amministrano le cose; per si pu da lontano governare, non si pu da lontano
amministrare. Eppure tutti da Napoli volevano amministrare province, ospizii,
soldatesche, collegi, fortezze, diocesi e ogni cosa. Mentre i direttori nelle cose
di governo mancavano dindirizzo uno, tutti poi le cose amministrative tirava-
no a s, pel piacere di comandare. Non isceglievano uffiziali buoni, e volevanli
macchine, passatori di carte; il che navvezz a non pensare, n a provvedere,
altrimenti che schizzando inchiostro (35).

In questo modo, risultava per De Sivo molto pi agevole comprendere an-


che le cause del tracollo delle forze armate durante i mesi cruciali del 1860. Al
di l di considerazioni di natura politica, posti di fronte allintraprendenza gari-
baldina, i reparti del regio esercito si erano dimostrati privi di qualsiasi spirito di
iniziativa con ufficiali avvezzi alla passivit o intralciati da ordini superiori non
adeguati alla situazione operativa contingente.
Da un punto di vista generale, tutto il regno di Ferdinando II si poteva divi-
dere in due periodi attorno allo spartiacque del Quarantotto. In una prima fase,
la tendenza del giovane sovrano a invadere la sfera di competenza dei propri mi-
nistri era stata contenuta da una maggiore fiducia nel personale di governo, scelto
per lo pi tra elementi di estrazione murattiana. Ciononostante, e anche grazie al
servilismo e alla chiusura mentale di questi ultimi, i limiti della monarchia ammi-
nistrativa non erano stati affrontati, accentuando cos lannoso problema del rap-
porto tra centro e periferia, tra la capitale e le sue province. Poi, dopo la ventata
rivoluzionaria, venuta meno la fiducia verso i propri collaboratori, lattivismo del
re non avrebbe avuto pi freno con effetti devastanti su tutta la pubblica am-
ministrazione (36), ponendo cos le basi per la futura implosione del regno. Sul

(35) G. De Sivo, Storia, cit., III, p. 109.


(36) Tutto si tir al ministero; quindi istruzioni, regolamenti, lettere, rampogne a milioni, per
indurre lamministrazione a formole da risolvere tutti i casi a una misura: si volea Napoli preveder
tutto, saper tutto, approvare o disapprovar tutto. Glintendenti e i sindaci non potean muovere un
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 117

versante internazionale, il protagonismo del sovrano si sarebbe concretizzato in


un crescente isolamento diplomatico, in unostinata neutralit alla quale faceva
da corrispettivo un nocivo disinteresse nel difendere limmagine pubblica delle
Due Sicilie dalle critiche e dalle calunnie della propaganda liberale che, invece,
avevano modo di trovare ampio credito presso lopinione pubblica e i gabinetti
occidentali (37). Sul piano della politica interna, al crescente accentramento si
aggiungeva ora una malcelata ostilit verso la cultura, lintelligenza e il merito,
finendo per compromettere definitivamente le possibilit della monarchia di cre-
are attorno a s una valida classe dirigente.

Temuti gli uomini di testa, sand cercando la mediocrit, perch pi mo-


gia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi. E come
tutto si tirava alla potest, i ministri volean parer di fare essi tutto, e per anche
del bene che facevano non trovavan merito. Fur messi a una spanna amici e
nemici, dotti e ignoranti, operosi e infingardi; e per non fidarsi in nessuno,
e non aver bisogno dintelletti, fu ridotta a macchina lamministrazione e il
governo. Si credeva cos non savesse mestieri a pensare; e una certa forma
darchitettura moveva il tutto. Ma gli uffiziali stessi, usati a mo di strumenti,
se ne ridevan, o sbottoneggiavano, e profetavano limpossibilit della durata.
La nave dello stato non provveduta di piloti and in tempo di calma pi anni
barcollando; poi al primo sbuffo, non trovandosi mano esperta al timone, senza
guida affond (38).

carlino, non rimuovere un servo comunale. Conseguitava uno scrivere eterno, un andare e venire
di carte, dimande, spiegazioni, incertezze ed errori []. Non si lasciavano amministrare secondo la
legge a quindici Intendenti le province loro; e per accentrare la amministrazione la si sparpagliava
in mille del ministero; onde udivi definizioni dissimili da casi consimili, e vedevi capricci, arrogan-
ze, deferenze e peggio, Ivi, p. 111.
(37) G. De Sivo, I Napolitani, cit., p. 30 ss.
(38) Id., Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, Salviucci, 1864, II, p. 255; ma cfr.
anche Storia, III, pp. 102-3: Visti i danni venuti da ministri discordi e potenti, passato il 48 [Fer-
dinando] fe lopposto; ch prese volentieri uomini mezzani a uffiziali. E il pi li volle non ministri
ma direttori, cio capi damministrazione non di governo, desecuzione non di comando, facitori
non pensatori. A s volse la somma delle cose alte e basse; e spese la vita a un lavorio immenso,
cui uomo non bastava, e vi macer i giorni suoi. [] Quindi molta forma, poco pensiero, spesso
la forma alterava la legge, tra tante carte filtrava larbitrio; quindi falli di macchina senza responsa-
bilit, pregio lubbidienza, non rampognato il mal fatto. Ci adusava gli uffiziali a cercar piuttosto
di trovarsi bene che di far bene: per salivan su i mediocri, perch docili ad andare a verso di chi
poteva pi. Correa come di sapienza il motto: chi pi fa meno fa. Sinch fu bonaccia sand avanti,
al primo uragano si perigli e il senno del non fare la die vinta a congiuratori che facevano. Ferdi-
nando avea nelle mani tutte le volont; mancato esso appunto nel gran momento del bisogno, non
si trov chi abbrancasse il timone; lo stato fra marosi fu nave senza pilota.
118 Emilio Gin

Esasperato accentramento amministrativo e conseguente dittatura burocra-


tica, inefficienze e squilibri nella spesa pubblica, corruzione diffusa in ogni ramo
delle istituzioni, isolamento internazionale e gretto conservatorismo allinterno
assieme alla progressiva alienazione da parte della monarchia delle forze vive
del paese: ce nera a sufficienza per avvicinare sorprendentemente De Sivo alle
grandi firme dellopposizione liberale e democratica da Settembrini a Ricciardi.
Certo, il punto di partenza dello storico di Maddaloni era opposto a quello dei
suoi colleghi liberali. Esso prendeva le mosse dal rigetto totale dei risultati del-
la filosofia dei Lumi e della Rivoluzione francese, del liberalismo e dello stesso
romanticismo accomunati nella medesima categoria di epifenomeni dellormai
secolare sforzo della setta sovvertitrice di ogni tradizione e dei valori cristiani. Di
fronte della gravit dei mali, De Sivo si affrettava a svalutarne il peso specifico
giudicandoli frutto pi della qualit degli uomini al governo- altra accusa, a ben
vedere, alla costante incapacit della monarchia nel crearsi un ceto di governo re-
sponsabile- che al complesso delle leggi e dellarchitettura amministrativa. Eppu-
re, con molta onest di storico, pur stigmatizzandone la virulenza, De Sivo non
aveva difficolt ad ammettere la fondatezza delle accuse mosse, ad esempio, da
Settembrini nella sua impietosa Protesta del popolo delle Due Sicilie (39). Onest
intellettuale che, come spesso purtroppo accade, gli sarebbe costata la progres-
siva emarginazione dal ristretto circolo legittimista di Roma. Lo stesso Mascia,
autore dellunica biografia dello storico di Maddaloni, di fronte alla profondit
dellanalisi storica di De Sivo, avrebbe avuto difficolt ad affibbiargli tout court
letichetta di borbonico (40), mentre nella Roma papalina gi a pochi anni dalla
sua scomparsa non mancava chi, paradossalmente, credeva di rilevarne la vici-
nanza con le idee liberali (41).
Da un altro punto di vista, inoltre, la visione di De Sivo della nazionalit na-
poletana differiva per certi aspetti da quellimmagine delle Due Sicilie come plu-
risecolare nazione-regnum consolidatasi da tempo nella cultura storico-politica

(39) G. De Sivo, Storia, cit., I, pp. 155-6. Per un utile confronto si veda L. Settembrini, Pro-
testa del popolo delle Due Sicilie, Napoli, Morano, 1891, in part. pp. 3-5, 11-29 e passim, ma cfr.
anche Id., Ricordanze della mia vita, a cura di F. De Sanctis, Napoli, Morano, 1926, I, pp. 201-7 e
225-8; sul Settembrini cfr. il saggio ancora utile di A. Scirocco, Luigi Settembrini politico e patriota,
in Rassegna Storica del Risorgimento, LXIV, 1977, 2, pp. 131-141; Id., Settembrini cospiratore,
in Esperienze Letterarie, II, 1977, n. 2-3, oltre al vecchio profilo biografico di A. Omodeo, Luigi
Settembrini, in Difesa del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1951, pp. 236-267.
(40) R. Mascia, La vita e le opere, cit., p. 24.
(41) Ivi, p. 15.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 119

del Mezzogiorno preunitario (42). Certamente, gli elementi fondanti di questulti-


ma, basati sullintreccio tra la lunga durata del sentimento di fedelt monarchica,
il primato della capitale e il protagonismo delliniziativa politica delle istituzioni
pubbliche rispetto a quella delle forze economiche e sociali, affioravano ancora
nitidi nella narrazione desiviana, ma si prestavano a torsioni interpretative signi-
ficative che erano il prodotto della riflessione stessa sulle cause profonde della
fine ingloriosa del regno.
Gi dalle prime pagine della Storia, in effetti, De Sivo ricordava ai lettori il
costante carattere legittimista delle insurrezioni nel regno, le cui popolazioni si
erano sollevate sempre allo scopo di reinsediare sul legittimo trono la dinastia
borbonica (43). Del resto, la consuetudine al principato, otto secoli di collegan-
za fra re e popolo, la gratitudine e la simpatia, fan qui della monarchia un senti-
mento, che safforza negli affetti, nelle tradizioni, negli interessi e nel bisogno del
paese (44). Allo stesso modo, la perdita per Napoli dello status di capitale aveva
costituito un vulnus di portata eccezionale allautocoscienza nazionale delle Due
Sicilie: una Napoli senza re, senza ministero, senza nobilt; una Napoli monu-
mentale diventare uguale a Salerno od a Chieti, idea da non si poter concepi-
re(45). Non bisogna per dimenticare quanto la tenace fedelt al Borbone delle
popolazioni meridionali avesse incontrato, per De Sivo, un grosso contrappeso
nel malfido atteggiamento della classe media liberaleggiante e proprio quanto
Napoli, assieme agli altri centri maggiori, avesse costituito il terreno di coltura
ideale e naturale per la diffusione della velenosa pianta settaria rispetto alle pro-
vince (46). Pure, lo stesso primato politico delle istituzioni pubbliche rispetto agli
impulsi delle forze economiche e sociali si era tramutato, come si visto, in fatto-
re di criticit allorquando liniziativa sovrana avrebbe posto proprio le istituzioni
pubbliche in condizioni di nuocere alla sopravvivenza del regno.
Inoltre, dalle pagine della Storia e dal resto della produzione storiografi-
ca desiviana emergeva unimmagine della nazione napoletana quale prodotto di
natura prettamente storico-culturale pi che etnico-naturale che, come vedre-

(42) Sul punto, cfr. le acute considerazioni di A. Musi, Mito e realt della nazione napoletana,
Napoli, Guida, 2016, passim; Id., La nazione napoletana prima della nazione italiana, in Nazioni
dItalia. Identit politiche e appartenenze regionali fra Settecento e Ottocento, a cura di A. De Bene-
dictis, I. Fosi, L. Mannori, Roma, Viella, 2012, pp. 75-89; cfr. pure C. Pinto, La guerra del ricordo.
Nazione italiana e patria napoletana nella memorialistica meridionale (1860-1903), in Storica,
XVIII, 2012, 54, pp. 45-76.
(43) G. De Sivo, Storia, cit., I, pp. 15-17.
(44) Ivi, p. 18.
(45) G. De Sivo, I Napolitani, cit., p. 86.
(46) Id., Storia, cit., I, p. 113.
120 Emilio Gin

mo, avrebbe condotto lo storico di Maddaloni a considerazioni e conclusioni


sul tema molto lontane da quelle del resto della memorialistica legittimista (47).
Ogni paese dellItalia preunitaria costituiva per De Sivo uno stato intiero e
condividendo sangue, storie e passioni e bisogni suoi si era sempre mostrato
geloso della propria indipendenza, delle sue leggi, il suo nome, e la sua vita: e
niuno vorr perdere lessere, cio uccidere s, per far presente del suo spento
corpo ad una citt lontana o ad un tutto ideale (48). Ma proprio nel tentativo
di dimostrare limpossibilit e linnaturalit dellunificazione della Penisola, egli
giungeva subito a stemperare di molto, nel complesso della sua opera, il tono
di affermazioni del genere e a riconoscere la multiforme variet etnica su cui si
fondavano le stesse Due Sicilie il cui collante andava, pertanto, ricercato a livello
culturale e storico attorno ai pilastri, per quanto giudicati diversamente rispetto
ad altri autori legittimisti, costituenti limmagine della nazione-regnum sul quale
ci siamo soffermati.

LItalia antica pi ancora della Grecia fu sin dai principii popolata da po-
poli molti e diversi. A tempi eroici furono guerre in Flegra, che adombrano,
come chiar il Vico, le lotte campane fra gli Opici e i Greci, fra gli uomini della
terra e quelli giunti dal mare. I Pelasgi non fecero una Italia, n gli Etruschi,
n i Greci, n i Troiani. Ciascun popolo si adagi sur un canto di terra; e fur
parentele e guerre e paci fra loro, senza pi. Virgilio numera centinaia di popoli
confederati con Turno o con Enea. E Livio narra le fatiche de Romani per
domarli. Umbria, Etruria, Lazio, Liguria, Venezia, Gallia, Lucania, Campania,
Sannio, Irpinia, Apulia, Caonia, Sabinia, Sicania, Ernicia, Daunia e cento altri
nomi avevano queste contrade. I savii Romani non pensarono a fonderle mai;
ma lor serbarono le autonomie, cio leggi, magistrati e governo; e soltanto le
federarono, onde nebbero aita e forza. E pure patirono la rivoluzione, detta

(47) In breve, sullevoluzione dellidea di nazione e sulla sua sistemazione concettuale, oltre
al classico lavoro di F. Chabod, Lidea di nazione, Bari, Laterza, 1961, cfr. anche i saggi contenuti
nel volume What is a Nation? Europe 1789-1914, T. Baycroft M. Hewitson (Eds.), New York,
Oxford University Press, 2006; cfr. anche F. Tuccari, La nazione, Roma-Bari, Laterza, 2000; Na-
tionalism and Ethnic Conflict: Philosophical Perspectives, N. Miscevic (Ed.), Chigaco and La Salle,
Open Court, 2000; D. Schnapper, Community for Citizens: On the Modern Idea of Nationality,
New Brunswick and London, Transaction Publishers, 1998; interessanti, inoltre le considerazioni
di B. C. J. Singer, Cultural versus Contractual Nations: Rethinking Their Opposition, in History
and Theory, 35, 1996, 3, pp. 309-337, che suggerisce di semplificare nella contrapposizione tra
nazione culturale (nella quale ricomprendere anche gli elementi di natura etnico-naturale) e
politico-contrattuale la classica tripartizione schematica del concetto di nazione.
(48) G. De Sivo, I Napolitani, cit., p. 78.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 121

guerra sociale, per la federazione de socii contro di essi. E quando dopo con-
cedettero a tutti glItaliani la cittadinanza romana, cio il diritto del suffragio,
allora venne meno il senno di Roma (49).

Del resto, come agevole notare scorrendo i testi, i riferimenti alle popola-
zioni, o ai popoli, del regno erano frequenti in tutta la produzione storiogra-
fica di De Sivo e la repulsione verso unidea di nazione fondata su basi etniche
sorgeva spontanea anche dal profondo senso religioso e cristiano che ne caratte-
rizzava tutta lopera.

Veggiamo per contrario che si fan qua e l sorger desiderii esclusivi di


nazionalit. Invece di anelare ad esser tutti una famiglia, tentiamo a disunirci
con legoismo delle razze. Anzi che abolire la idea di straniero, la esageriamo,
e risvegliamo le gelosie e le ambizioni. Ma questo pensiero che ne richiama a
tempi rozzi, e fa considerare nemico qualunque parli una diversa lingua, un
pensiero vecchio che accenna a disgiungere quanto Cristo annodava; ritorno
al paganesimo che appellava barbaro lo straniero, e lo voleva morto o servo.
Ma noi siam tutti [] fratelli; e piuttosto che evocare dalla notte de secoli i
pagani concetti delle nazionalit, per isconvolgere e saccheggiare il mondo, ci
sarebbe opera insigne il torre via per sempre il mal vezzo delle guerre e delle
conquiste (50).

Come vedremo, dunque, tanto la Storia quanto tutto il resto della produ-
zione storiografica di De Sivo offrivano profondi spunti di riflessione per meglio
comprendere la dimensione del dramma, per lungo tempo irrisolto, scaturito
dalla scomparsa della nazione napoletana e dalla sua forzata inclusione nella pi
grande nazione italiana. Per giungere a questo punto, per, necessario volgere
prima lo sguardo al tema relativo alla natura del brigantaggio e alla guerra civile
insorta allindomani del 1860.

(49) Ivi, pp. 73-4.


(50) Ivi, p. 8, e cfr. anche, ivi, pp. 7-8: Cos se il mondo avesse potuto contenere una societ
sola, non avrebbe veduto le guerre che sono la brutalit delle nazioni. Ma per lunghi secoli luna
societ insidiava o asserviva laltra; sicch il Cristianesimo le strinse quasi tutte nel suo amplesso. La
religione fu il magistrato che mise in potenza di civilt le nazioni. Per la guerra un ritorno della
societ allo stato brutale; dar ragione alla gagliardia del pugno. Il mondo pertanto sar pienamen-
te civile, allora quando le stirpi umane, di qualsivoglia linguaggio, congiunte in Cristo, avranno il
magistrato che diffinisca le loro liti, e vieti il tuonar del cannone.
122 Emilio Gin

2. Brigantaggio e guerra civile

Quello chappellavano brigantaggio era guerra, e la pi terribile che mai


popolo facesse a dominatori ingiusti; perch lor toglieva sangue, moneta, e ri-
putazione (51). Con queste parole De Sivo riconosceva con chiarezza la natura
squisitamente politica dellinsieme delle insorgenze antiunitarie che travagliaro-
no il Mezzogiorno a partire dagli ultimi mesi del 1860: una legittima prosecuzio-
ne, con le armi della guerriglia, della guerra grossa conclusasi sfavorevolmente
per le bandiere borboniche lungo il corso del Volturno e le mura di Gaeta e Civi-
tella del Tronto. Riconoscimento che in campo liberale, come noto, fu concesso
solo a fatica e spesso risult confinato entro il sicuro recinto delle conversazioni
private e della corrispondenza epistolare (52).
Conferire piena dignit politica alle insorgenze antiunitarie rischiava, infatti,
di mettere in discussione i presupposti ideologici di tutto il processo risorgi-
mentale (53), soprattutto in presenza di una pericolosa polemica a distanza col
governo borbonico in esilio di fronte allincrudelirsi della spirale di violenza (54).
Linsorgere del brigantaggio, inoltre, dissolvendo le illusioni degli uomini della
Destra storica di una rapida integrazione dei territori delle Due Sicilie, aveva
favorito il consolidarsi in essi, e negli stessi esuli meridionali, di una serie di
pregiudizi negativi sulla societ civile meridionale e sulle sue capacit di parteci-
pazione attiva e spontanea entro gli spazi politici offerti dallo Stato liberale e uni-
tario (55). Pertanto, la difficolt a decifrare la realt sociale, politica ed economica

(51) G. De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Viterbo, Sperandio Pompei, 1867,
V, p. 165.
(52) S. Lupo, Il grande brigantaggio, in Storia dItalia, Guerra e pace. LElmo di Scipio. DallUni-
t alla Repubblica, Torino, Einaudi, 2002, 28, p. 473 e ss; cfr. anche Id., Lunificazione italiana.
Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Roma, Donzelli, 2011, p. 124 ss.
(53) A. M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santit e onore alle origini dellItalia
unita, Torino, Einaudi, 2000, p. 200 e passim.
(54) A. Scirocco, Introduzione a Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario
conservate negli archivi di Stato, Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali, 1999, pp. XIV-
XXIV.
(55) P. Macry, Unit a Mezzogiorno. Come lItalia ha messo assieme i pezzi, Bologna, Il Mulino,
2012, pp. 25-6; cfr. anche J. Dickie, Darkest Italy. The Nation and Stereotypes of the Mezzogiorno
1860-1900, New York, Palgrave Macmillan, 1999; N. Moe, Altro che Italia!. Il sud dei piemon-
tesi (1860-61), in Meridiana, 1992, 15, pp. 53-89 e Id., Un paradiso abitato da diavoli. Identit
nazionale e immagini del Mezzogiorno, Napoli, Lancora del Mediterraneo, 2004; A. De Francesco,
Brigandage mridional ou rvolte politique? Les lectures culturelles des lites politiques italiennes
dans les annes 1860, in La Contre-rvolution en Europe, a cura di J. C. Martin, Rennes, PUR,
2001, pp. 269-277 e Id., Insorgenze e identit italiana, in Nazione e Controrivoluzione nellEuropa
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 123

del Mezzogiorno rendeva quasi naturale e obbligata la lettura delle insorgenze


antiunitarie come il prodotto inevitabile del trauma dellunificazione in un conte-
sto segnato dallarretratezza, dalla debolezza delle istituzioni statali, e da decenni
di malgoverno borbonico a cui si aggiungeva ora lazione sobillatrice della corte
in esilio e del clero legittimista. In tali circostanze, per la maggioranza moderata
al potere, il rimedio per le regioni meridionali passava per una politica di rilancio
economico subordinata alla preventiva restaurazione dellordine pubblico (56).
Lasprezza della contrapposizione politica tra moderati e democratici, che si era
palesata in modo drammatico dalla decisione di sciogliere lesercito garibaldino e
dal durissimo scontro che ne era seguito tra Cavour e lo stesso Garibaldi (57), ag-
giungeva pertanto ulteriori ostacoli a una lettura distaccata e costruttiva del tema

contemporanea 1799-1848, a cura di E. Di Rienzo, Milano, Guerini e Associati, 2004, pp. 85-116;
L. Musella, Giustino Fortunato, il brigantaggio meridionale e la difficile unit dItalia, in Nuova
Rivista Storica, XCIX, 2015, 2, pp. 399-420.
(56) Il 6 maggio del 1861, ad esempio, intervenendo nel dibattito parlamentare sulla tor-
bida condizione delle provincie napoletane, Ruggiero Bonghi, mentre auspicava lavvio di un
programma di riforme che rendesse lamministrazione pi capace, pi benefica, pi giusta, si
manteneva attento a negare qualsiasi origine spontanea del fenomeno del brigantaggio, alimentato
dai danari e da forze non indigene, e contro il quale non si vedeva altro mezzo () che quello
di mandar laggi soldati e carabinieri. Cfr. Discorsi parlamentari di Ruggiero Bonghi, Roma, Tip.
della Camera dei Deputati, I, 1918, p. 18. Cfr. anche R. De Lorenzo, Il giornale La Stampa di
Ruggiero Bonghi e linserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario, 1862-1865, in Rassegna Sto-
rica del Risorgimento, LX, 1973, 4, p. 556-592. Dal canto suo, l8 dicembre dello stesso anno, nel
rispondere alle critiche dellopposizione, mentre la situazione nel Mezzogiorno era peggiorata di
molto, Silvio Spaventa avrebbe ribadito ancora una volta dalla tribuna parlamentare la marginalit
dellelemento politico nella formazione delle bande brigantesche. Per lesule abruzzese, infatti, la
distinzione tra bande reazionarie e briganti comuni aveva poco senso dal momento che le stesse
formazioni che nei primi mesi si erano date alla macchia in nome di Ferdinando II erano risultate
in realt composte in maggioranza da evasi e criminali. Inoltre, gran parte della responsabilit
dellincandescente situazione nelle province napoletane era da ascriversi, secondo Spaventa, anche
alla sinistra democratica che continuava a soffiare sul fuoco del malcontento. Cfr. Discorsi parla-
mentari di Silvio Spaventa, Roma, Tip. della Camera dei Deputati, 1913, pp. 4-5, ma cfr. anche A.
Scirocco, Silvio Spaventa e il Mezzogiorno negli anni dellunificazione, in Gli hegeliani di Napoli
e la costruzione dello Stato unitario, Napoli, Istituto Poligrafico dello Stato, 1989, p. 200 ss., e D.
Breschi, Silvio Spaventa da rivoluzionario a statista. Il contributo di un patriota abruzzese al Risorgi-
mento dItalia e al nuovo Stato Nazionale, in LAquila e lAbruzzo nella storia dItalia, a cura di M.
Zaganella, Roma, Nuova Cultura, 2013, pp. 55 e ss.
(57) Sullo scioglimento esercito garibaldino cfr. F. Molfese, Lo scioglimento dellEsercito Meri-
dionale garibaldino, in Nuova Rivista Storica, XLIV, 1960, 1, pp. 1-53; Id., Storia del brigantaggio
dopo lUnit, Milano, Feltrinelli, 1964, p. 22-31, e Id., La repressione del brigantaggio post-unitario
nel Mezzogiorno continentale (1860-1870), in Archivio Storico per le Provincie Napoletane,
XXII-CII, 1983, p. 35 ss.; cfr. anche P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, cit., pp. 727-744; M.
Mazzetti, Dagli eserciti pre-unitari allEsercito Italiano, in Rassegna Storica del Risorgimento,
XLIX, 1972, 4, pp. 564-592.
124 Emilio Gin

del brigantaggio entro il perimetro parlamentare (58), e rischiava di effettuare


una paradossale saldatura politica tra il fronte democratico-federalista e quello
borbonico-legittimista (59).
In tali circostanze, nei risultati dellinchiesta parlamentare affidata ai depu-
tati Massari e Mosca, sul finire del 1862 dopo una serie di interpellanze che
avevano costretto la Camera ad affrontare direttamente il tema (60), fra le cause
predisponenti del brigantaggio venivano individuate soprattutto le condizio-
ni economiche e sociali delle masse contadine, il cui costante deterioramento
era dipeso dalla lunga erosione dei diritti comunitari sui terreni demaniali da
parte delle classi possidenti che era proseguita ben oltre labolizione della feu-
dalit effettuata durante il decennio francese (61). Pertanto, ricollegandosi espli-
citamente al filone di pensiero antifeudale del tardo settecento (62), la relazione
parlamentare suggeriva, quale via maestra per risolvere le turbolenze sociali nel
Mezzogiorno, una riforma degli assetti fondiari che raddrizzasse gli strascichi
della questione demaniale. Alla mancata, o difettosa, soluzione di questultima si
erano poi aggiunti, secondo Massari, da un lato gli effetti nocivi del malgoverno
borbonico che aveva prodotto nelle masse unistintiva sfiducia nelle istituzioni e
nella giustizia, dallaltro le speranze sollevate nei ceti subalterni dalla vittoriosa
marcia di Garibaldi.

(58) Sulla percezione del fenomeno del brigantaggio nellopinione pubblica settentrionale, e
milanese in particolare, tanto democratica quanto moderata, cfr., invece, il sempre valido saggio di
G. Rumi, Lopinione pubblica milanese e il brigantaggio, in Archivio Storico per la Calabria e la Lu-
cania, XLII, 1975, ora in LItalia delle cento citt. Dalla dominazione spagnola allunit nazionale, a
cura di A. Musi e M. L. Cicalese, Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 13-28; cfr. pure C. Klinkmann,
LItalia meridionale dal 1860 al 1865 nel giudizio di alcuni contemporanei, in Rassegna Storica del
Risorgimento, LXXXI, 1994, 2, pp. 224-245; cfr. anche K. Visconti, Limmagine del Mezzogiorno
nelle Lettere Napoletane di Cesare Correnti, in La Basilicata per lunit dItalia. Cultura e pratica po-
litico-istituzionale (1848-1876), a cura di A. Lerra, Milano, Guerini e Associati, 2014, pp. 559-565.
(59) Ad esempio, secondo il patriota Nicola Nisco, Storia civile del Regno dItalia, Morano,
Napoli, 1890, V, pp. 120-1, il partito borbonico guidato da Ulloa avrebbe fatto passi concreti verso
Giuseppe Ricciardi onde verificare le possibilit di unazione politica comune contro i moderati
al potere, soffiando sul malcontento di chi vedeva perduta lidentit del regno e rilevava gli effetti
negativi dellunificazione forzata. Sul Nisco, in particolare, cfr. A. De Spirito, Storia di vita e storio-
grafia di Nicola Nisco patriota risorgimentale, in Ricerche di Storia Sociale e Religiosa, XXXIV,
2005, 67, pp. 187-216 e Id., Risorgimento, Chiesa e Stato unitario negli scritti di Nicola Nisco, in
Atti dellAccademia Pontaniana, LXI, 2012, pp. 277-287.
(60) A. Bisceglia, Giuseppe Massari in parlamento, in Rassegna Storica del Risorgimento,
LIII, 1966, 3, p. 440-455.
(61) G. Massari, Il Brigantaggio nelle Province napoletane, Milano, Ferrario, 1863, p. 19 ss.
(62) Emblematico in tal senso era il richiamo di Massari alla classica Storia degli abusi feudali
del 1811 di Davide Winspeare.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 125

Tuttavia, come giustamente osservato diversi anni or sono, la componente


politica del brigantaggio non era del tutto ignorata -seppure in filigrana- nelle
pagine dellinchiesta parlamentare (63). Certo, la formazione delle bande anda-
va fatta risalire in primis ai torbidi maneggi della corte borbonica coadiuvata
dallappoggio della Chiesa, e del legittimismo internazionale (64), ma essa era sta-
ta anche il frutto dellingresso spontaneo nelle formazioni brigantesche di forti
nuclei di soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie e, soprattutto, della stessa
permanenza fisica di Francesco II a Roma che con la sua sola presenza contri-
buiva a mantenere in stato di agitazione le provincie limitrofe agli Stati pontifici.
Nelle pagine dedicate alla narrazione degli eventi salienti della lotta al brigantag-
gio, inoltre, pur non traendone le dovute conseguenze politiche, dalla relazione
del deputato pugliese emergevano -attraverso le crude immagini di una guerra
civile col suo corollario di violenze, assassinii e stragi di intere famiglie- i sintomi
di una societ profondamente spaccata in senso politico. Nonostante Massari in-
dividuasse, in modo sostanzialmente corretto, nella lunga persistenza delle frat-
ture notabilari a livello locale la causa principale dellincrudelirsi della spirale di
violenza nelle provincie sconvolte dal cambiamento di regime (65), lintrecciarsi
degli odi municipali col dato politico generale non per questo veniva sottaciuto.
Anzi, proprio lesistenza della contrapposizione politica a livello generale avreb-
be garantito ulteriore alimento e spazio alla prosecuzione dei conflitti di fazione
nei comuni meridionali (66).
Ad ogni modo, sempre volendo restare in ambito moderato, al di fuori delle
aule parlamentari e nelle riflessioni pi meditate, il carattere politico del brigan-
taggio diventava meglio percepibile, pur sempre senza giungere a una sua chiara
equiparazione alla guerra civile. Nel 1864, ad esempio, nelle sue considerazioni
Sul brigantaggio nelle provincie meridionali dItalia il giurista Carlo Capomaz-

(63) G. Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del sud, in
Archivio Storico per le Provincie Napoletane, XXII-CI, 1983, pp. 13-14.
(64) Sul punto cfr. A. Albonico, La mobilitazione legittimista contro il Regno dItalia. La Spa-
gna e il brigantaggio antiunitario meridionale, Giuffr, Milano, 1979; L. Tuccari, Brigantaggio po-
stunitario. Il legittimismo europeo a sostegno della reazione nel Napoletano, in Rassegna Storica del
Risorgimento, LXXV, 4, 1988, pp. 475-483; S. Sarlin, Fighting the Risorgimento: Foreign Volunte-
ers in Southern Italy (1860-63), in Journal of Modern Italian Studies, XIV, 2009, 4, pp. 476-490.
(65) Sul punto vedi P. Pezzino, Risorgimento e guerra civile. Alcune considerazioni preliminari,
in Guerre fratricide. Le guerre civili in et contemporanea, a cura di G. Ranzato, Torino, Bollati
Boringhieri, 1994, pp. 56-85; cfr. anche C. Pinto, 1857. Conflitto civile e guerra nazionale nel Mez-
zogiorno, in Meridiana, XI, 2010, 69, pp. 171-200 e Id., Tempo di guerra. Conflitti, patriottismi e
tradizioni politiche nel Mezzogiorno dItalia (1859-66), ivi, n. 79, pp. 57-84.
(66) G. Massari, Il Brigantaggio, cit., p. 45 ss.
126 Emilio Gin

za condivideva le riflessioni di Massari sulle condizioni sociali delle plebi rurali


come sostrato socio-economico favorevole allo sviluppo delle insorgenze (67).
Ad una prima fase di agitazioni spontanee e confuse, frutto del disagio delle
plebi rurali, era poi seguita la vera e propria politicizzazione dei moti in senso
legittimista a seguito della confluenza nelle bande degli elementi pi attivi del
disciolto esercito delle Due Sicilie e del crescente malcontento dovuto alle mo-
dalit dellannessione del Mezzogiorno al Regno dItalia (68). Tuttavia, il termine
guerra civile veniva accuratamente lasciato ai margini del discorso e ne veniva in-
vocato lo spettro soltanto per giustificare lazione repressiva dellesercito italiano
che avrebbe impedito alla situazione di degenerare ulteriormente (69).
Posizioni molto simili erano peraltro espresse anche nel saggio di Alessan-
dro Bianco di S. Jorioz, che in qualit di ufficiale dellesercito aveva partecipato
sul confine pontificio alle azioni di contrasto del brigantaggio. Anche in questo
caso, la distinzione netta tra questultimo e gli episodi di banditismo comune
appariva chiara sin dalle prime pagine e si riconosceva il nesso stretto tra la dis-
soluzione dellesercito borbonico e la diffusione delle bande legittimiste (70). A
differenza di Capomazza, per, e in modo pi incisivo di Massari, Bianco evi-
denziava con maggiore forza gli effetti disastrosi che la frattura politica generale
aveva avuto sulle comunit locali, dove la lotta dei maggiorenti per il predominio
sulle istituzioni si era rivestita del linguaggio politico corrente e alla quale si era-
no sommati i rancori e latavica volont di riscatto delle plebi rurali. Inoltre, il
raggiungimento dellUnit aveva finito per aggravare la situazione poich tanto la
dittatura che le luogotenenze erano risultate incapaci di frenare lassalto alle isti-
tuzioni da parte della fazione unitaria, a tutto discapito del merito individuale
e dunque del buon funzionamento delle amministrazioni, aumentando gli odi e
il malcontento gi fisiologici in frangenti come quelli successivi alla dissoluzione
di un regime. Pertanto, in presenza di una situazione sociale cos esplosiva, per
il figlio del grande teorico della guerra di insurrezione per bande, il brigantaggio
politico avrebbe potuto rappresentare una minaccia mortale per il giovane Stato

(67) Sul punto si veda G. F. De Tiberiis, Il brigantaggio meridionale ed il pensiero di Carlo Ca-
pomazza, in Rassegna Storica del Risorgimento, LIII, 1966, 4, pp. 594-605.
(68) Ivi, p. 604.
(69) C. Capomazza, Sul brigantaggio nelle provincie meridionali dItalia, Napoli, Vitale, 1864,
p. 30; lidea che lintervento dellesercito avesse, in buona sostanza, impedito il precipitare delle
insorgenze in vera e propria guerra civile si affacciava anche sui quotidiani moderati milanesi, cfr.
G. Rumi, Lopinione pubblica milanese, cit., pp. 23-4.
(70) A. Bianco di S. Jorioz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano,
Daelli e C., 1864, pp. 16-18, 27-30; pi indicative delle difficolt da parte dei militari impegnati
nellopera di repressione a comprendere la realt meridionale erano, invece, le memorie di G.
Bourelly, Il brigantaggio dal 1860 al 1865, Venosa, Osanna Venosa, 2004.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 127

unitario se solo avesse avuto una guida strategica in grado di sfruttare in modo
intelligente il santuario operativo offerto alle formazioni legittimiste dal confi-
ne con i territori pontifici.
Molto pi articolata risultava, invece, la precoce lettura del brigantaggio
offerta da un osservatore esterno come Marc Monnier. Nel suo noto volume,
pubblicato gi nel 1862 e subito diffuso a livello europeo, il giornalista svizzero
osservava che la politicizzazione delle insorgenze aveva vissuto fasi distinte(71).
Dalla prima ondata, squisitamente politica e favorita dai reparti dellesercito
borbonico ancora attivi prima della caduta di Gaeta e di Civitella del Tronto, si
sarebbe giunti, nella seconda met del 1861, a una deriva progressiva in senso
criminale delle bande il cui colore politico sarebbe stato riacquisito pi tardi,
dopo lo scioglimento definitivo dellesercito gigliato e la crescita del malcontento
nel Mezzogiorno a seguito dellimposizione della leva, dellannessione forzata
allo Stato unitario e dei provvedimenti contro la propriet ecclesiastica (72).
Come si vede, dunque, in campo borbonico e legittimista la rivendicazio-
ne della natura politica del brigantaggio veniva a costituire il punto di partenza
obbligato per ogni tentativo di ricostruzione degli eventi di fronte agli sforzi dei
liberali o di sminuirne la portata o comunque di evidenziare la presenza in esso,
in misura pi o meno preponderante, delle comitive di grassatori e criminali co-
muni. Tuttavia, per ragioni uguali e contrarie a quelle che muovevano le analisi
in campo liberale, agli stessi borbonici conveniva battere maggiormente sul tasto
della lotta per lindipendenza nazionale lasciando il termine guerra civile per lo
pi allintuizione del lettore.
Per Ulloa, ad esempio, il carattere politico delle insurrezioni, scoppiate sin
dal ritiro dellarmata napoletana sul Volturno, appariva di solare evidenza guar-
dando alla restaurazione, per quanto effimera, dei gigli e delle insegne borboni-
che in tutti i paesi occupati dalle bande degli insorgenti (73). Pertanto, in esplicita
polemica contro quanti si sforzavano di negare la matrice politica dei moti antiu-
nitari, Ulloa, rifiutando il termine briganti, definiva gli insorti partigiani della
causa nazionale e sottolineava quanto gli eccessi di violenza fossero il naturale
prodotto della crudelt della lotta in atto piuttosto che il portato della presenza
di facinorosi nelle bande (74). Daltro canto, lungi dallessere state preordinate
dal governo di Francesco II, le insorgenze erano state il risultato spontaneo del

(71) M. Monnier, Histoire du Brigandage dans lItalie Mridionale, Paris, Lvy, 1862, pp. 35-6.
(72) Ivi, pp. 37-42 e passim. Sullo scioglimento dellesercito borbonico cfr. A. Scirocco, Gover-
no e paese nel Mezzogiorno nella crisi dellunificazione (1860-61), Milano, Giuffr, 1963, pp. 123-4,
e M. Mazzetti, Dagli eserciti pre-unitari allEsercito Italiano, cit., pp. 564-592.
(73) P. Ulloa, Delle presenti condizioni del reame delle Due Sicilie, s.l., s.n.t., 1862, p. 19.
(74) Ivi, p. 21.
128 Emilio Gin

sentimento patriottico delle masse popolari meridionali e della lunga serie di


soprusi allonore nazionale perpetrati dalle autorit italiane, la cui ferocia repres-
siva avrebbe risuscitato nelle contrade del Mezzogiorno i pi nefandi ricordi
delle guerre civili (75). Il fantasma della guerra civile cos evocato, della qua-
le non a caso- il sovrano in esilio veniva esonerato da ogni responsabilit, era
per subito dissolto da Ulloa con lequiparazione della repressione dellesercito
italiano a una vera e propria guerra di sterminio analoga a quelle condotte dai
conquistatori europei nelle Americhe (76). Anzi, Ulloa stesso riteneva del tutto
fuorviante ogni confronto tra linsorgenza meridionale e uno tra i pi classici
esempi di guerra civile: la Vandea. In un paragone del genere, in effetti, le in-
negabili assonanze che la rivolta di chouans e vandeani per la difesa del trono
e dellaltare poteva suscitare rischiavano di far perdere di vista il dato politico
fondamentale, ossia il carattere dellinsorgenza delle popolazioni Mezzogiorno
quale genuina lotta contro un oppressore a tutti gli effetti straniero (77). Sulla
medesima lunghezza donda si sarebbe posta, nel recensire proprio la pubblica-
zione dellinchiesta Massari, anche Civilt Cattolica, il principale organo di stam-
pa dellordine dei Gesuiti in Italia, che avrebbe calibrato il fuoco della sua critica
alle tesi liberali sulla spontaneit delle rivolte e sul loro incontestabile significato
politico di rigetto del risultato unitario (78).
Anche in De Sivo, dunque, listinto a preservare intatta la genuinit della
lotta per il sentimento nazionale delle popolazioni del Mezzogiorno tendeva a
velare sia le connessioni inevitabili tra brigantaggio e criminalit comune, pur
ammettendo che parecchi malandrini col pretesto di servire Francesco anda-
vano pe monti taglieggiando, sia la gravit della contrapposizione politica nel
Regno diviso tra liberali e legittimisti. Nel lumeggiare la differenza di condotta
tra le popolazioni meridionali e quelle del centro Italia che avevano soggiaciuto
passivamente alla corruzione della setta liberale che ne aveva abbattuto i regni
legittimi, De Sivo, infatti, tendeva a restringere al massimo la cerchia entro la
quale individuare gli attivi sostenitori dellUnit in terra napoletana

Ma tai mene non bastavano a muovere il nostro regno, pi lontano dalle


fonti corruttrici, pi chiuso alle istigazioni, pi tenace alle istituzioni patrie, e
men rotto (fuorch Napoli) a quelle mollezze choggid falsano la civilt. Qui

(75) Ivi, p. 48.


(76) Ivi, pp. 17, 60.
(77) Ivi, pp. 52-3.
(78) G. Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale, cit., p. 11-12; sul tema cfr. an-
che, tra gli altri autori minori della letteratura filoborbonica, B. Cognetti, Passato e presente nel
reame delle Due Sicilie, Bruxelles, s.n.t, 1862 e G. De Mari, Le Due Sicilie sotto i Borboni e sotto i
Savoia. Memorandum ai potentati dEuropa, s.l., s.n.t, 1862.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 129

non bast comprare i nostri pi alti inciviliti, ch il rozzo popolo rilutt; e


bisogn sforzarlo a cannonate []. I Lombardi e Toscani sottostettero senza
reagire; i regnicoli, compri i pochi, riluttarono in moltitudine. Cotale opposi-
zione fa pi luccicare tradimenti de nostri, perch singolari; sicch lorbe cita
con orrore i nomi di tre o quattro dozzine di traditori napoletani, mentre ha
quasi dimenticati i traditori toscani e lombardi.
Eppure, nella descrizione degli eventi, risaltava in modo chiaro quanto la lotta
feroce tra piemontesi e briganti si svolgesse sullo sfondo di unancora pi ef-
ferata faida tra meridionali stessi, inquadrati in uniforme entro i ranghi delle com-
pagnie della Guardia Nazionale a difesa delle municipalit assediate dagli insorti
oppure ammassati in folle variopinte inneggianti a Francesco II (79). Se listinto
nazionale aveva mosso le popolazioni a battersi per sorreggere lesercito e aveva
spinto migliaia di soldati a raccogliersi attorno alle bandiere bianco-gigliate sulle
rive del Volturno, la vittoria dei liberali aveva infatti rappresentato il trionfo di una
fazione diffusa capillarmente dalla setta nelle contrade pi remote del Regno che
aveva, ad esempio, provocato i moti unitari in Calabria e Basilicata che avevano a
volte preceduto larrivo delle camicie rosse (80). Questo significava sottintendere
lesistenza di una frattura politica nel Regno ben pi ampia e profonda di quanto i
termini setta e settario potessero lasciar intendere al lettore. Daltro canto, la
contrapposizione netta tra il rozzo, ma evidentemente sano, popolo meridionale
e gli inciviliti, richiamava le pagine di De Sivo relative alla mezzana classe, princi-
pale responsabile della diffusione delle idee rivoluzionarie, in una sorta di ripresa
della categoria cuochiana dei due popoli in termini del tutto ribaltati.
Come vedremo, per, la guerra civile, che abbiamo visto aleggiare spettral-
mente nei testi di tutti gli scrittori, liberali e borbonici, avrebbe assunto nellope-
ra di De Sivo non soltanto nella Storia- un significato pi vasto e profondo che
avrebbe qualificato le sue riflessioni sulla scomparsa della nazionalit napoletana
su un livello interpretativo profondamente diverso rispetto a quello del resto
degli scrittori legittimisti.

3. LItalia contesa

Come abbiamo visto, lesigenza di esaltare la lotta per lindipendenza, bat-


tendo con insistenza sul tasto della fedelt del buon popolo meridionale alla
dinastia borbonica e riducendo al minimo il peso politico dei liberaleschi e degli
unitari, non riusciva anche in De Sivo- a esorcizzare lo spettro della guerra civile

(79) G. De Sivo, Storia, cit., IV, pp. 211-225 e 267 ss, e V, p. 16 ss.
(80) Id., Storia, cit., IV, pp. 12-22.
130 Emilio Gin

che lunificazione aveva resuscitato nelle infelici comunit del Mezzogiorno (81).
Anche la celebrazione del valore dellesercito napoletano, pura espressione del
popolo napoletano, tradito dai suoi ufficiali corrotti, non faceva altro che ripre-
sentare sotto altra veste la frattura politica che affliggeva la societ meridionale.
In effetti, poche righe sono incisive come quelle nelle quali De Sivo riconosceva
negli effetti disastrosi dellunit il sapore di una funesta profezia ormai avveratasi
in tutta la sua drammaticit.

La fittizia e sforzata unit farebbela schiava duna fazione, e per cento


fiate pi debole e infelice; sarebbe risuscitare Guelfi e Ghibellini, veleni e pu-
gnali, ferali convitii e crudi esilii, nefandi sacchi, e arsioni atrocissime di citt e
campagne. E gi si sono resuscitati (82).

Anche nellItalia e il suo dramma politico, contemporanea alla riscrittura del-


la Storia, lo storico di Maddaloni aveva richiamato pi volte e, stavolta, espli-
citamente- il termine guerra civile, innanzitutto quale portato inevitabile della
diffusione dei principi dellOttantanove nella penisola italiana e poi dellidea di
unit seminata dagli adepti della setta (83). Lutilizzo del termine in unopera de-
dicata alla situazione politica dellItalia nel suo complesso, cos come il richiamo
di una metafora politicamente pregnante in questo senso, quale quella dei Guelfi
e dei Ghibellini, non erano casuali. Essi erano il sintomo della propensione di
De Sivo a travalicare gli angusti limiti geografici e storici delle Due Sicilie e ad
abbracciare con lo sguardo di storico la situazione di tutta la Penisola, da consi-
derarsi unentit inscindibile da un punto di vista geopolitico. Pure, ne I Napo-
litani al cospetto delle nazioni civili, agli occhi di De Sivo, il Piemonte si era reso
reo non solo della violazione del diritto delle genti, con laggressione perpetrata
a tradimento contro un regno pacifico e neutrale e con la sponsorizzazione della
piratesca impresa dei Mille, ma era stato soprattutto responsabile dello scatena-
mento di una terribile guerra civile tra italiani e italiani.

Le nazioni civili [] saran per fermo stupefatte al mirar la rea lotta


che spezialmente nel reame delle Sicilie procede cruenta ed atrocissima fra
Italiani ed Italiani. Dopo tante lamentazioni contro lo straniero, non gi

(81) Il giorno del plebiscito inizi in tutto il reame la reazione, e il brigantaggio delle due
parti; guerra civile, nazionale, e sociale. E plebiscito s insanguinato oggi il dritto di Vittorio
Emmanuele, ivi p. 274.
(82) G. De Sivo, Storia, cit., I, pp. 46-7.
(83) Id., LItalia e il suo dramma, cit., p. 1 ss.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 131

contro lo straniero che aguzza e brandisce le arme quella fazione che vuol
parere desser la italica nazione. Pervenuta ad abbrancare la potest, ella non
assale gi il Tedesco, n il Franco, n lAnglo, che tengono soggetta tanta
parte dItalia; ma versa torrenti di sangue dal seno stesso della patria, per
farla povera e serva. Ella grida lunit e la forza; e frattanto ogni possibilit
dunione fa svanire, con la creazione di odii civili inestinguibili; e distrugge
la sua stessa forza in cotesta guerra fratricida e nefanda, che la parte pi viva
e generosa della italiana famiglia va sperperando ed estinguendo. LItalia
combatte lItalia (84).

Gi nel discorso per i caduti napoletani sul Volturno, inoltre, De Sivo ave-
va utilizzato quasi le stesse parole evocando i campi insanguinati dal turbine
della guerra fratricida, percorsi da schiere di combattenti nati sulla stessa ita-
lica terra destinati a darsi la morte a vicenda a tutto vantaggio dello straniero
(85). Daltro canto, ad aggravare le colpe del Piemonte stava anche il dato di
fatto di aver intrapreso la sua criminale espansione nonostante limpossibilit,
per la sua debolezza diplomatica e militare e per lopposizione delle grandi Po-
tenze, di rannodare davvero come sarebbe stato logico- sotto un solo scettro
tutte le terre dove il s sona. La funesta politica espansionista subalpina si
era infatti realizzata al carissimo prezzo di aver dovuto svendere allo straniero
altre terre abitate da italiani, Nizza e Savoia, mentre il resto degli Stati ponti-
fici, la Corsica, lIstria, la Dalmazia e gli altri territori sotto dominio austriaco
sembravano, per De Sivo, assolutamente al di fuori della portata di Torino (86).
Lidea di unItalia unita, era certo per De Sivo unidea speciosa, per tutte
le motivazioni dellarmamentario polemico tipico del fronte legittimista, dalle
differenze geografiche e economiche delle regioni ai diversi caratteri delle po-
polazioni (87). Eppure, egli stesso non aveva difficolt a riconoscere la nobilt
dellideale di voler riunificare lItalia ch certo far la patria grande, potente, e
rispettata, saria onesta e bella impresa. E dove ella potesse esser unita sarebbe
fortissima, per lindole de suoi abitanti fervidi e ingegnosi, per le sue naturali
ricchezze, per lo stare in mezzo al mare, fra Asia, Africa ed Europa, e per la co-
scienza dellantica e moderna grandezza (88). Invece, lunificazione aveva avuto

(84) Id., I Napolitani, cit., p. 5.


(85) Id., Discorso pe morti nelle giornate del Volturno difendendo il Reame, Roma, s.n.t, 1861,
p. 3.
(86) Id., I Napolitani, cit., pp. 71-80.
(87) Ibidem e Id., Storia, cit., I, p. 46 ss.
(88) Ivi, p. 46, il corsivo mio.
132 Emilio Gin

come unico risultato la consegna di Napoli nella mani della camorra (89), e la
devastazione morale e materiale del Mezzogiorno.

E che ci ha guadagnato lItalia nostra, anzi non pi nostra? [] I fatti del-


le Due Sicilie sono specchio orribile delle nefandezze della setta. Dalla prospe-
rit invidiata che le faceva prime in Italia a campo di battaglia e oppressione.
Leviamo la voce in nome del diritto delle genti contro il servaggio che ha fatto
del pi bel giardino del mondo uno spettacolo di devastazione. Non risorgi-
mento il subissamento del paese (90).

Come si vede, dunque, il termine patria, e quello equivalente di paese, ve-


nivano progressivamente estesi da De Sivo, nellevoluzione della sua opera
storiografica, dalle Due Sicilie a tutto il resto dellItalia. La sacrosanta difesa
dellindividualit e delle peculiarit del Mezzogiorno, della piccola patria,
non conduceva lautore a perdere di vista la grande patria italiana nella ferma
consapevolezza che la salute di entrambe fosse inscindibilmente legata da un
rapporto di stretta interdipendenza. Le accuse al Piemonte di essersi asservito
alle potenze estere garantendo la prosecuzione dellinfluenza straniera in Italia
anche a unificazione compiuta erano dunque, in De Sivo, una sorta di richiamo
a quel concetto di libert dItalia che si era andato formando a valle del lungo
processo di condensazione della coscienza di una specificit della Penisola ita-
liana, sia pur in presenza della sua suddivisione interna in Stati e popolazioni tra
loro differenti (91). Pertanto, una volta estesa la visuale sino ad abbracciare tutta
lItalia, De Sivo stesso era portato, nonostante il suo rigetto del romanticismo, ad
attingere a piene mani allimmaginario iconico e mitico del Risorgimento stesso.
E cos, la discesa dei Piemontesi nel Mezzogiorno veniva equiparata a una nuova
calata dei barbari.

Cos Attila, Genserico ed Alarico, gi molti secoli innanzi, avean devastate


queste terre istesse; ma quelli antichi barbari, il cui diritto era solo la forza, non

(89) G. De Sivo, I Napolitani, cit. pp. 49-50. Sul punto il rimando , naturalmente, a M. Mar-
mo, Quale ordine pubblico. Notizie e opinioni a Napoli tra il luglio 60 e la legge Pica, in Quando
crolla lo Stato. Studi sullItalia preunitaria, a cura di P. Macry, Napoli, Liguori, 2003 in part. p. 197
ss., ed Ead., Il coltello e il mercato. La camorra prima e dopo lUnit, Napoli, Lancora del Mediter-
raneo, 2011; cfr. anche, pi recentemente, F. Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra
1859-1878, Torino, Einaudi, 2015.
(90) G. De Sivo, I Napolitani, cit., p. 16.
(91) Sul punto il richiamo , naturalmente, a G. Galasso, Dalla libert dItalia alle preponde-
ranze straniere, Napoli, Esi, 1997 e Id., LItalia come problema storiografico, Torino, UTET, 1979.
Sulla persistenza del concetto di libert dItalia nelle pagine degli scrittori legittimisti cfr. A.
Musi, Mito e realt della nazione napoletana, cit.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 133

usarono larti del mendacio e della frode; e certo le avrebbero essi con disdegno
e raccapriccio respinte. Laggressione degli Attila sublime nella sua atrocit;
latrocit de Pinelli e dei Cialdini ipocrisia avida e codarda (92).

Proprio quei barbari e quellAttila che, in ambito risorgimentale, costituiva-


no tra i pi pregnanti simboli della lotta allo straniero e della schiavit dellIta-
lia(93). Una volta intrapreso tale sentiero, dunque, De Sivo giungeva a rielabo-
rare in chiave tutta italiana non solo la classica rivendicazione, tipica della lette-
ratura filoborbonica, della prosperit del Mezzogiorno preunitario ma anche le
sue stesse origini storiche (94). Infatti, accanto della rivendicazione dei diversi
primati delle Due Sicilie nel campo delle lettere, delle arti e delleconomia che
contribuivano a giustificare il rimpianto per la perduta prosperit delle province
napoletane, lo storico di Maddaloni si impegnava nella costruzione del mito delle
origini meridionali dellItalia stessa dalle quali restava fuori il Piemonte del quale
erano evidenti le origini galliche e barbariche.

Dicono esser noi nemici dItalia, quasi che questa patria non fosse Ita-
lia per eccellenza. Gli antichi intendevano Italia appunto questa. La scuola di
Pitagora Crotoniate, era detta la scuola italica; perch qui divamp la prima
italiana, anzi europea, scintilla del sapere. Pi su era Gallia, eterna nemica del
nome latino; e fra essa e lItalia era il Rubicone. Dopo la barbarie, qui risorgeva
la civilt, alla corte di Federico II. [] Nellet moderna il settentrione della
penisola stato ritenuto terra italiana, per geografica designazione, e altres
per una qualche simiglianza di favella, per le glorie e le sventure comuni, e per
una certa comunanza dinsieme, che d a tutta la penisola una ideale incontra-
stabile unit. Ma niuno al mondo pens mai che lAlpigiano esser pi italiano
di chi nasce nella patria di Cicerone e dOrazio, di Giovanni da Procida, del

(92) G. De Sivo, Discorso pe morti, cit., p. 2.


(93) Si veda, ad esempio, A. M. Banti, Le invasioni barbariche e le origini delle nazioni, in
Immagini della nazione nellItalia del Risorgimento, a cura di A. M. Banti e R. Bizzocchi, Roma,
Carocci, 2002, pp. 21-44; S. Soldani, II Medioevo del Risorgimento nello specchio della nazione,
in Arti e storia nel Medioevo, a cura di E. Castelnuovo e G. Sergi, Torino, Einaudi, 2004, IV, pp.
149-86. Sulla pervasivit di tali immagini su ogni livello, anche nellopera classica verdiana intrisa
come noto- di valori risorgimentali cfr. D. L. Ipson, Attila takes Rome: the reception of Verdis
opera on the eve of Revolution, in Cambridge Opera Journal, XXI, 2009, 3, pp. 249-256; C.
Sorba, Attila and Verdis Historical Imagination, ivi, pp. 241-248.
(94) Sullelaborazione del primato meridionale in De Sivo cfr. anche B. Iorio, Il primato
napolitano. Giacinto De Sivo e la dialettica della controrivoluzione, in Quaderni di Sudeuropeo, n.
1, Minturno, 1988.
134 Emilio Gin

Tasso e del Vico. Era serbata a noi viventi lonta del soffrire i cinguettatori dun
semi-gallico dialetto, venuti a insegnare litalianit a noi, maestri dogni arte, e
iniziatori di ogni scienza (95).

Come giustamente notato, si era cos giunti a una sorta di Platone in Italia
di cuochiana memoria, dagli esiti ovviamente del tutto rovesciati (96), cos come
ribaltata era lo abbiamo visto- limmagine dei due popoli tratta dalla lezione
storiografica del patriota molisano (97).
Come era prevedibile, la costruzione del primato napoletano si snodava, pe-
raltro, in un costante incontro-scontro con Gioberti dal quale De Sivo traeva di-
versi elementi che tornavano utili alla sua polemica antipiemontese, soprattutto
il postulato secondo cui lo Stato dovesse fondarsi innanzitutto sulla tradizione
e listintiva avversione per le sette e i partiti, oppure rovesciava il significato di
altre intuizioni giobertiane (98). Se per labate torinese dei Prolegomeni la mez-
zana classe rappresentava lo specchio della nazione, la parte attiva e operosa su
cui fondare la costruzione della libert (99), per De Sivo essa era, come abbiamo
visto, il ricettacolo naturale della diffusione della maligna setta liberale. Allo stes-
so modo, la pubblica opinione, esaltata da Gioberti come naturale correttivo
allopera dei governi (100), era da De Sivo condannata alla stessa stregua della
classe media al cui sviluppo era intimamente connessa.
Comunque, come abbiamo visto, la messa in sicurezza dei fondamenti del-
la specificit delle Due Sicilie mediante lutilizzo di argomentazioni tratte dal-
le pagine di Gioberti serviva a De Sivo per avvalorare il discorso sul primato
napoletano e di qualificarne il significato in ambito italiano. La traslazione del
primato dallItalia al regno delle Due Sicilie era, infatti, pi apparente che reale e
schiudeva la porta al riconoscimento della missione storica del Mezzogiorno, che
il concetto di primato conteneva in s in nuce: quella di redimere il Piemonte,
montando una lotta a morte contro la setta liberale i cui gangli avevano avvele-

(95) G. De Sivo, I Napolitani, cit., pp. 115-6; cfr. anche, ivi p. 117: Noi, la Dio merc, siamo
ancora glitaliani per eccellenza.
(96) B. Iorio, Il primato napolitano, cit., p. 21.
(97) Sul punto il rimando , naturalmente, ad A. De Francesco, Vincenzo Cuoco: una vita po-
litica, Roma, Laterza, 1997 e Vincenzo Cuoco nella cultura di due secoli, a cura di A. De Francesco
e L. Biscardi, Roma, Laterza, 2002.
(98) B. Iorio, Il primato napolitano, cit., p. 19.
(99) V. Gioberti, Prolegomeni del primato morale e civile degli italiani, Capolago, Tipografia
Elvetica, 1846, pp. 31-4.
(100) Ivi, pp. 37-8.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 135

nato ogni contrada della Penisola, e giungere finalmente a un assetto confederale


consono agli specifici caratteri delle sue regioni.

LItalia pu esser collegata. Con la lega restan sacri tutti i diritti preesisten-
ti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderii di ciascun
popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le
coscienze, le menti, glinteressi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla
guerra. [] La storia dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi.
La lega delle citt Campane, quella delle Etrusche, laltre Sannitiche e Latine e
della guerra sociale, le leghe romane onde uscivano quelle legioni che vinsero
il mondo ne sono prova. E quando lItalia fu serva dun despota, e retta da
avidi proconsoli non ebbe pi difesa, e cadde ne Barbari. Ancora nel medio
evo le leghe ne salvarono. Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie
citt italiane, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la
lega Lombarda fugava Federico Svevo; e pi tardi quel magnifico Lorenzo de
Medici unampia confederazione di stati italiani compieva. Fu una lega italica
che ricacciava di l dallAlpe il Francese Carlo VIII; e Giulio II nel secolo XVI
fidava alle leghe il suo famigerato motto: Fuori lo Straniero! [] Se il trattato
di Zurigo che fermava le basi della confederazione si fosse eseguito, noi non
ispargeremmo tante lagrime. [] Fra Zurigo e Gaeta un abisso; ed ei bisogna
colmarlo col cadavere della setta. Il settario Piemonte non volle la convenuta
lega; e lItalia non potrebbe voler con s quel Piemonte. Mal saccoppiano lupi
ed agnelli. LItalia, quando col voler di Dio sar collegata, e che i protettori
stranieri la lasceranno far da se (sic!), ha anzi il sacro debito daccorrere su
quelle infelici ligure e alpigiane terre conquistate dalla setta, per discacciare la
rivoluzione dal suo seggio, e liberare quelle gi felici contrade dal giogo di chi
le ha carche di debiti e di vergogne (101).

Napoli, infatti, secondo De Sivo, non avversava lItalia ma combatte la


setta, ch anti-italica, com anti-cristiana, ed anti-sociale (102). La vera unit
poteva provenire solo dalla legittima resistenza napoletana alla fittizia, e danno-
sa, unificazione imposta dal Piemonte per giungere a una confederazione che la

(101) G. De Sivo, I Napolitani, cit., pp. 118-21.


(102) La setta finge unificar lItalia per derubarla; Napoli vuole unire lItalia davvero, perch
proceda a civilt, non retroceda a barbarie, perch salga al primato della sapienza e della virt, non
perch inabissi nel sofisma e nella colpa. Napoli vuole agglomerare intorno a s le percosse forze
sociali, perch la societ non pera. E come da monti calabri uscivano i primi lampi della pitagorica
favilla, cos da questi luoghi i primi concetti di vera libert contro le sette sfavilleranno. La societ
aggredita si dissonni dal suo letargo, ne porga la mano, e si persuada che nel vincer nostro la
nostra e la universale libert, ivi pp. 117-8 (corsivi miei).
136 Emilio Gin

storia, come i richiami ai campioni dellantica libert dItalia avvaloravano,


indicava essere la soluzione naturale per la Penisola.

Imparer Torino da Napoli il vero costume italiano, e la carit patria, e


lamor di Dio, e che sia libert e indipendenza. Le sue reggie ritorneranno
con le nostre santuarii damore; e la vecchia stirpe de suoi re, rionorando la
croce del suo nobile scudo, ripiglier le avite virt, prender da Borboni di
Napoli esempi di magnanimit e di valore; e apprender come sia pi grande
il combattere per la patria, che rapire laltrui con la corruzione e la menzogna.
Il Piemonte allora entrer nella famiglia italiana; e lItalia sar davvero fatta.

La confederazioni di piccoli stati, inoltre, era garanzia di pace e stabilit e,


da questo punto di vista, lItalia per le sue cento citt, pe suoi varii mari, per
le sue naturali ricchezze e divisioni, fatta per essere collegata, e diventare una
grande nazione!.
Dunque, attraverso il concetto di primato delle Due Sicilie e passando per
quello della loro missione storica, De Sivo recuperava il discorso giobertiano sul-
la soluzione confederale dellItalia, sotto legida del cattolicesimo, che le avrebbe
consentito di prendere il posto donore nella famiglia delle nazioni europee (103).
Naturalmente, il federalismo di De Sivo distava molto da quello di Gioberti, e
piegava pi verso le concezioni di un Rosmini (104). Esso non lasciava spazio
allideologia liberale che, come abbiamo visto, andava combattuta sino in fondo,
e per questo somigliava pi a un recupero dellantica libert dItalia che a un
moderno federalismo poich non presupponeva un livellamento delle istituzioni
interne dei singoli Stati italiani. Non per questo per lapprodo alla soluzione
federale da parte di De Sivo deve essere considerato, come stato sostenuto,
un mero espediente polemico, unarma in pi da lanciare nella lotta politica in-
gaggiata dalla corte borbonica in esilio per riacquistare i propri legittimi domi-
ni(105). Innanzitutto, lidea federalista, esposta ne I Napolitani in modo chiaro
e pi esplicito, presente anche nel resto delle opere desiviane (106). Inoltre,

(103) Sul punto cfr. G. Rumi, Gioberti, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 35 ss.
(104) B. Iorio, Il primato napolitano, cit., p. 23.
(105) Ivi, p. 63.
(106) G. De Sivo, LItalia e il suo dramma, cit., in part. il cap. VIII, nel quale, tra laltro, De
Sivo stesso ammetteva esplicitamente che, dopo gli odi e i rancori suscitati dallannessione del
regno, anche lidea di una confederazione appariva ormai poco percorribile: Questa causa di
scontentamento oggi cos grandemente estesa, ha resa impossibile ogni pacificazione, e fa vedere la
necessit di una pronta restaurazione per scongiurare una guerra a tutto sangue, e la continuazione
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 137

come notato gi da Croce a suo tempo, che per primo ne riscopr il valore di
storico, limmagine di una federazione tra gli Stati della penisola era stata risve-
gliata in De Sivo gi dagli eventi del Quarantotto, i cui ideali gli avevano suscitato
nellanimo pi di unassonanza (107).
Restano, infatti, indicative le parole che De Sivo stesso rivolse agli elettori
del suo circondario in vista della tornata elettorale del giugno del 48 nelle quali,
nonostante i tragici eventi del 15 maggio precedente, egli sembrava serbare an-
cora intatta la speranza della formazione di un parlamento nazionale che fosse
espressione della migliore intelligenza del regno e potesse concorrere alla glo-
ria della grande nazione italiana sullo sfondo di un generale processo di rinascita
si sarebbe portati a dire Risorgimento- dellItalia stessa sulla scena europea:

Noi viviamo nel momento culminante della italica famiglia: noi della sua
civile grandezza saremo i fabbri o gli ultimi diroccatori []. Io mi penso con-
cludeva- che, ove le Camere legislative serbassero questa proporzione dintel-
ligenze, forse che i nuovi ordini costituzionali risponderebbero a bisogni della
nazione-, e, vestendosi della legalit trionfatrice che indarno si cerc di abbat-
tere, compirebbero laltissima missione di costituire il reame in quellequilibrio
e uniformit di poteri che indirizza il popolo ed il re verso il vero cammino
della grandezza. Allora i Napoletani saranno liberi, ed il loro re glorioso; allora
Napoli potr stendere vigorosa la mano alle altre italiche citt; e la parola di Pio
nono, e la spada di un gran popolo redento, accompagnato col giusto diritto
che la spada fortissima delle nazioni, renderanno Italia fuori temuta e dentro
indipendente, siccome gi fu classica trionfatrice. E noi avremo meritato dai
nostri nepoti lagrime di riconoscenza; lagrime ahim! che non possiamo dare
agli sfortunati avi nostri (108).

di una guerra civile, poich nello stato di cose dove si verte, forse non mingannerei con dire essere
vana anche lidea di una confederazione. Del resto, la gravit del danno prodotto dallunificazione
forzata voluta dal Piemonte risaltava chiara agli occhi di De Sivo se si poneva mente al processo
lento, ma costante, di progressiva unione delle varie parti dItalia dalla fine del Medioevo in poi
che avrebbe avuto come sbocco una naturale confederazione della Penisola, cfr. Storia, cit., I, p.
47: I mali del medio evo gi let civile leniva; scomparse le furiose e turbolente repubblichette,
la comune patria ridotta in pochi principati, gloriosa per arti, paga per mitezza di leggi, maestra
di sapienza [] lItalia era fra le nazioni venerata e rispettata. Era ancora regine delle genti, non
con armi mortifere, ma con limpero delleterno vero e la parola di Dio. Il papato con le cattoliche
braccia stringevala in un amplesso con lunit della religione, e sollevava litaliano pensiero su tutte
le genti. La piena pace menavala innanzi; le spente rivalit gi ne affratellava i figli; e i telegrafi e le
strade ferrate ne avvicinavan le regioni.
(107) B. Croce, Uno storico reazionario, cit., pp. 147-160.
(108) Ivi, p. 149.
138 Emilio Gin

La lacerante esperienza del biennio rivoluzionario pass come un turbine


sulle generazioni che la vissero, conducendo alcuni su posizioni fortemente an-
ticlericali (109), o spingendo altri sulla via di quel lungo esilio che avrebbe reso
per essi difficile comprendere la realt meridionale a unificazione avvenuta (110).
De Sivo, come noto, avrebbe invece reagito rinsaldando i suoi principi religiosi e
spostandosi su una posizione di netto rifiuto del liberalismo. Ma se lesito infelice
della rivoluzione liberale nel Mezzogiorno avrebbe acceso in lui la vena di storico
proprio in funzione antiliberale, non per questo sarebbero venute meno, come si
visto, le sue convinzioni in merito allidea federalista, che sarebbero riaffiorate
nei difficili anni dellesilio, e soprattutto la sua visione della unitariet politica
della Penisola, e della stretta interdipendenza degli Stati di cui essa si compone-
va. Seppure giustificati dagli eccessi del 48 e dalla volont di proteggere il regno
da ulteriori sconvolgimenti, la chiusura retriva e lisolamento internazionale delle
Sicilie promosse da Ferdinando II avrebbero ricevuto, come si visto, amare
parole di biasimo nelle pagine della Storia.
Per le Due Sicilie vincere la battaglia per la difesa della propria individualit
e per laffermazione del principio federale doveva, pertanto, servire a colmare la
loro assenza dallagone politico italiano prodottasi negli anni precedenti, il cui
vuoto era stato occupato proprio dallo spregiudicato dinamismo del Piemonte di
Cavour che aveva cavalcato per i suoi fini lalea del liberalismo facendosi difen-
sore e patrocinatore della setta.
Pi che lo scontro di opposte nazionalit tra loro irreconciliabili, la lotta in-
nescatasi con lo sbarco dei Mille sulle sponde siciliane era, del resto, solo lultimo
atto di una vera guerra civile tra due principi in contrasto nella Penisola, quello
federativo e quello unitario, che si affrontavano armi alla mano da sempre, per
risolvere una volta per tutte il problema italiano. E in questa lotta senza quar-
tiere, logico corollario dellantitalianit della setta, al nemico non poteva essere
riconosciuta alcuna dignit politica poich i liberali non han patria (111). Nella
privazione della nazionalit al proprio avversario (112), in questo respingerlo al
di fuori del perimetro della comune civile convivenza, vi era, in De Sivo, la per-
cezione pi netta della vera natura della guerra in corso, della guerra civile tra

(109) , ad esempio, il caso di N. Nisco studiato da A. De Spirito, Risorgimento, Chiesa e Stato


unitario, cit., pp. 277-287.
(110) Sul punto cfr., ad esempio, M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una questione:
rappresentazioni del sud prima e dopo il Quarantotto, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998.
(111) G. De Sivo, I Napolitani, cit., p. 49.
(112) Sul punto, interessanti le considerazioni sullopera di De Sivo di P. Pezzino, Risorgimen-
to e guerra civile, cit., pp. 56-61 e 66-72.
LItalia contesa. Nazione Napoletana e Nazione Italiana in Giacinto De Sivo 139

italiani, proprio come, in campo liberal moderato, lincomprensibile resistenza


delle popolazioni meridionali poteva spingere alcuni a equiparare gli insorgenti
ai ferini abitanti dellAffrica.
E cos, nellultima opera di De Sivo, a pochi mesi dalla sua prematura scom-
parsa, la canzone allItalia, pubblicata in un volume miscellaneo promosso dalla
Santa Sede e dedicato al seicentenario della nascita di Dante, la dissoluzione
fisica delle Due Sicilie dalla storia lasciava ormai spazio allimmagine di unItalia
non pi donna di provincie ma bordello, serva dello straniero, ma soprattutto
quella di una madre dilaniata dalla lotta fratricida dei suoi figli.
Mi sappresenta agli occhi
QuestItalia gi donna, or fatta ancilla;
Stride il foco, di morte odo la squilla;
[]
Odo barbare trombe,
Veggo folli e perversi, e sangue e tombe

O patria mia che gemi? E che ricordi


Fabii, Camilli, Regoli e Fabrizii,
E Anniblle disfatto?
[]
Che valser lalpi e lappenino e l mare
Onde pietoso il creator ti cinse?
Quelle un tuo re fe vuote.
[]
Che ti valse il saper, che valser larti
Checcelsa in terra e in mar mandan tua fama?
Che ti valse esser bella,
perchaltri ti vagheggi ad insozzarti?
Ogni stranier si sfama
Della tua carne
[]
N manca tra tuoi figli, infami
Sozii del mal, chi di sua man ti sveni,
E ti dia con le labbia
Morsi crudi, e a sbranarti esteri chiami!
Ben gridan patria e beni,
Ma evocano lantica itala scabbia
Della discorde cittadina rabbia (113).

(113) G. De Sivo, AllItalia, in Omaggio a Dante Alighieri offerto dai cattolici italiani nel maggio
1865, sesto centenario dalla sua nascita, Roma, Monaldi, 1865, pp. 93-95.
140 Emilio Gin

Lidentificazione Patria/Italia era, come si vede, ormai completa e si nutriva


delle tipiche immagini romantiche dellepopea risorgimentale come il mito della
romanit, cui seguiva un nuovo accenno ad Attila- il quale, atro flagello della
Penisola daltri tempi, persino lui si sarebbe commosso allo spettacolo offerto dai
tempi recenti- oppure il primato italiano nelle ricchezze naturali, nelle arti e nella
cultura. Dante stesso, dei cui versi i responsabili della presente ruina si facevano
scudo, si sarebbe indignato di fronte alle immagini crude della guerra fratricida
che devastava lItalia. QuellItalia, madre di tutti gli italiani, da compiangere e
da amare.

Emilio Gin
Universit degli Studi di Salerno

Giacinto De Sivo (Maddaloni 1814 Rome 1867) was the leading pro-Bourbon
historian after the fall of the Kingdom of Naples and his books provided the main
intellectual support in the struggle to undermine the legitimacy of the Kingdom of
Italy. At a closer analysis, however, his image of the Neapolitan nation profoundly
differs from other legitimist authors. Although recognising the traditional pillars
of the Neapolitan national consciousness, De Sivo was well aware of how the lat-
ter was inseparable from the broader Italian nation. At the same time, his works
offered valuable insights into the political crisis of Naples and the brigandage that
followed the birth of Italy.

key words
Giacinto De Sivo
Kingdom of Naples
Italian Unification/ Political Brigandage

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