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INDICE

Livio Maitan

Al tennine d'una lunga marcia:

dal Pci al Pds:

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@ copyrighl

1990, coop. me

emme eilizioni

Redazione: vI. Libia 174 - 00199 Roma

Versamenti su c/c/p n. 24957003 PubbI. periodica (autorizz. Trib. di Roma 268 - 12/5/89) Stampa: Tipolito Erp - Roma Prima edizione: novembre 1990

In copertina: Ingrao (1966) di Ennio Calabria

I;

Introduzione

  • 1. Il Pci nella dinamica sociale e politica italiana

  • 2. I fattori condizionanti internazionali

  • 3. Da Livorno alla socialdemocrazia

  • 4. Erano possibiliscelte alternative?

  • 5. I protagonisti: da Togliatti a Berlinguer

  • 6. L'ultima svolta?

  • 7. Elogio della rivoluzione

7

11

20

34

48

73

98

117

1-

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Il restauro (1984), di Ennio Calabria

---

INTRODUZIONE

Per il movimento operaio italiano e per il Partito comuni-

sta l'ora di un bilancio complessivo non è scoccata una sola volta.

Vn bilancio si sarebbe potuto fare già nel 1948, dopo che la vittoria delle forze conservatrici alle elezioni del 18 aprile aveva sancito l'insuccesso del progetto che aveva ispirato la politica di unità antifascista e la strategia di democrazia pro- gressiva1. Gli stessi presupposti analitici di questa strategia erano venuti meno.

Sul piano interno, i gruppi egemoni delle classi dominanti e il loro partito, la Democrazia cristiana, erano più che mai decisi a imporre la propria scelta di ricostruire il paese dalle rovine della guerra restaurando lo Stato tradizionale con i suoi apparati e i suoi modi di funzionamento e rilanciando i meccanismi classici dell'economia capitalistica: trascorso il breve interludio dell'emergenza, non avevano nessuna inten- zione di stabilire una sistematica collaborazione con i partiti operai associandoli al governo. Sul piano internazionale, a partire dal discorso di Churchill a Fulton sulla cortina di fer- ro (1946), le potenze imperialistiche avevano ormai lanciato la guerra fredda, facendo tramontare rapidamente le illusio-

l

In

un

articolo

di

Rinascita

su

cui

ritorneremo,

Palmiro

Togliatti

constatava il fallimento del «compromesso

del fronte antifascista» già

nell'agosto del '46 (una periodizzazione analoga è stata abbozzata anche da Pietro Secchia).

ni di un accordo duraturo tra i paesi "democratici" per l'edifi- cazione di un mondo libero e pacific02. D'altra parte, nel giu- gno 1948, il primo episodio clamoroso di crisi dello stalini-

smo, la rottura tra sovietici e jugoslavi avrebbe

dovuto

stimolare un processo di riflessione critica, tanto più che sino al giorno prima la Jugoslavia era apparsa agli occhi dei co- munisti italiani come il miglior modello, dopo l'Urss, di pae- se socialista.

Un'altra

grande occasione si era presentata nel '56, dopo

la denuncia chruscioviana dei crimini di Stalin e l'emergere di movimenti di massa antiburocratici in Polonia e in Unghe- ria (già tre anni prima avvenimenti analoghi avevano avuto

luogo in Germania orientale). TI Pci aveva subito allora uno scossone senza precedenti, con un ripensamento critico dei

propri atteggiamenti passati nei confronti della direzione dell'Urss. Ma non era andato al di là di un'accettazione, in li- nea di massima, della prospettiva chrusciov'iana, cioè di una prospettiva di autoriforma della burocrazia. E quando l'eser- cito sovietico era intervenuto in Ungheria, la tesi ufficiale era stata accolta e la repressione contro gli insorti approvata esplicitamente. Un bilancio d'insieme, da un punto di vista nazionale e internazionale - partendo, da una parte, dall'esperienza ce-

coslovacca e dal nuovo intervento

sovietico, dall' altra, dalla

crisi sociale e politica che scuoteva profondamente la società italiana, come quella di altri paesi dell'Europa capitalistica, spezzando gli equilibri relativi stabiliti dalla fine degli anni '40 - non era stato fatto neppure nel 1968-69. C'erano state anche allora correzioni e riaggiustamenti, con prese di posi-

2

Alla fine della guerra, i dirigenti del Pci negavano recisamente

creati

due blocchi con relative sfere di influenza.

che

si

fossero

Chi scrive, in

dibattiti awti come militante socialista con esponenti del Pci, si è sentito

spesso trattare

fatto

di

con qualifiche ed epiteti poco lusinghieri, per il semplice

che c'era

stato

l'incontro

di Jalta

dove erano

state

sostenere

delineate le zone di influenza.

8

zione più nette che in passato nei confronti dell'Urss, ma

senza che si arrivasse a un riesame complessivo di analisi, prospettive e orientamenti.

C'è voluto il terremoto

del 1989, preceduto

dal declino

ormai decennale del partito, perché ci si decidesse a rimette- re in discussione tutta un'esperienza storica.

Indipeudentemente dalle conclusioni che se ne possano trarre, è ovvio che il bilancio necessario deve avere una di-

mensione internazionale

e non solo nazionale. Deve partire

da una riflessione complessiva, da una ricostruzione storica

che eviti le tentazioni apologetiche o giustificazionistiche. Si

tratta, né più né meno, del bilancio di decenni

di "costruzio-

ne del socialismo" in società di transizione burocratizzate

e, in primo luogo, della tragica esperienza staliniana della fine

degli anni '20 e degli anni '30 e '40. Si tratta contemporaneamente

del bilancio, per non risa-

lire più indietro, di oltre mezzo secolo di vicende del movi-

mento operaio e dei partiti comunisti nei paesi capitalistici

industrializzati. Le devastazioni sono state cosi profonde,

i

fallimenti cosi clamorosi, le contraddizioni

cosi laceranti, lo

smarrimento ideologico e morale cosi grave, che non si pos-

sono più sostenere gli

argomenti di realismo politico - o

pre-

sunto tale - con cui si è accettato come ineluttabile, per lun- ghi decenni, il contesto dato, lanciando l'ostracismo contro

chiunque mettesse in dubbio analisi o prospettive, scelte tat- tiche o strategiche, metodi di direzione o di organi7.7.azione.I risultati dell'opera dei cosiddetti "realisti" sono drammatica-

mente chiari e proprio questo consente alle classi dominanti, ai loro gruppi dirigenti e ai loro intellettuali, di intonare la

marcia funebre del comunismo e del socialismo, proclaman- do la perennità dell'ordine esistente. Per parte nostra, restiamo convinti che il crollo dello sta-

linismo e la crisi senza precedenti del movimento operaio tradizionale - in Italia, in primo luogo, del Pci - non provano

9

affatto che movimento operaio e lotta anticapitalistica vada- no relegati tra i cimeli del passato. Restiamo convinti che un'analisi di quella che realmente è la società contempora- nea, nazionalmente e internazionalmente, consente di indivi- duare, al di là di tutte le vicende congiunturali, non solo il persistere, ma addirittura l'aggravarsi delle contraddizioni intrinseche di questa società e che i prossimi decenni, in vari

paesi o in varie regioni del

mondo, probabilmente anche i

prossimi anni, saranno segnati da crisi ed esplosioni

più - e

non meno - laceranti di quelle che hanno pur sempre segnato - ricordiamolo ai troppi afflitti oggi da amnesia - una parte

cosi grande del nostro secolo. In tale contesto, le classi che continuano a essere oggetto di sfruttamento, di oppressione e di alienazione, la cui esi- stenza quotidiana resta subordinata agli imperativi del profit-

to e i cui diritti democratici, nell'esercizio reale, si riducono

a

ben poca cosa, non rinunceranno

a rilanciare la loro lotta,

a

intensificarla e a generalizzarla, dandole nuove dimensioni e,

partendo da esperienze vecchie e nuove, sapranno dotarsi degli strumenti politici e organizzativi necessari. Si tratterà di un'opera estremamente ardua di ricomposi- rione e di rifondazione, o di fondazione ex novo, che non po- trà essere disgiunta da una contemporanea azione su scala internazionale. Il bilancio del passato ne è una premessa sine qua non.

Scopo del nostro saggio è di contribuirvi ripercorrendo criticamente l'itinerario di un partito che, dopo avere svolto

per circa cinquant'anni un ruolo di assoluto primo piano, è stato investito da una crisi che lo ha indotto a rimettere in di-

scussione non solo il suo passato, ma la sua stessa ragion d'essere e il suo stesso avvenire3.

3

Questo saggio riprende e rielabora, owiamente,

analisi e motivi critici

avanzati

in nostri

libri, saggi

o articoli,

dal

1945 in

poi,

che avremo

occasione di richiamare.

 

10

1. IL PCI NELLA DINAMICA SOCIALE E POLITICA ITALIANA

Il contesto storico

Nell'arco dei settant'anni trascorsi dalla sua fondazione, il Partito comunista è stato componente essenziale e, dalla rme degli anni '40, nettamente egemonica del movimento opera- io, con un ruolo di primo piano nella lotta politica italiana. Per comprendere come ciò sia stato possibile, bisogna partire da un richiamo, sia pur sintetico, del quadro storico complessivo. In una società che aveva conosciuto uno svilup- po capitalistico diseguale e le cui istituzioni parlamentari non consentivano che un'espressione del tutto parziale degli inte- ressi e delle aspirazioni della grande maggioranza della po- polazione - quindi in un contesto contraddistinto da un'ele-

vata

eonflittualità

e

da

ricorrenti

esplosioni

- il movimento

operaio aveva conosciuto una forte crescita sin dagli inizi del secolo e si era venuto configurando un Partito socialista per molti aspetti diverso dalle classiche socialdemocrazie. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, l'Italia era scossa da una crisi sociale e politica ben

più profonda di quella di altri paesi dell'Europa

occidentale

(eccettuata, beninteso, la Germania), con una politicizzazio- ne e radicalizzazione di vasti settori della classe operaia, di

11

importanti strati contadini e di settori della stessa piccola- borghesia. Tutto ciò accentuava ulteriormente certi caratteri specifici del nostro movimento operaio e dello stesso Partito socialista (tra l'altro, con l'emergere, oltre che di una consi- stente tendenza comunista, di una componente maggioritaria massimalista, con la relegazione in una posizione nettamente minoritaria dei riformisti turatiani). E' tale contesto di crisi rivoluzionaria o prerivoluzionaria, non sfruttata in senso favorevole, come sarebbe stato possibi- le nei momenti più alt~ che spiega perché proprio l'Italia sia stata il primo paese a conoscere il fenomeno fascista. E la ventennale dittatura mussoliniana doveva, a sua volta, influi- re sul tipo di risposte, di lotte, di mobilitazioni che si svilup- pavano una volta precipitata la crisi del regime. Ricordiamo, per esempio che, nel marzo '43, come pure l'anno successivo, si verificavano degli scioperi di massa: un fatto unico nella vicenda della resistenza antifascista nell'Eu-

ropa occidentale. Questa maturazione politica di vasti settori della popolazione, combinata al disfacimento del vecchio esercito nei giorni dell'armistizio, creava le condizioni per lo sviluppo di un ampio movimento clandestino e di conSistenti forze partigiane. Senza indulgere a interpretazioni apologetiche, va detto - in secondo luogo - che proprio l'asprezza della lotta in quel periodo e l'attiva partecipazione popolare hanno avuto un impatto duraturo sul quadro sociale e politico dei decenni successivi. Cosi, tutta una fase della ricostruzione postbellica è stata segnata da un'acuta e persistente conflittualità politi- ca e sociale, tradottasi in grandi mobilitazio~ alcune delle quali -come quella del 14 luglio 1948, dopo l'attentato a To- gliatti - con tratti addirittura insurrezionali. E anche dopo che le classi dominanti e i loro governi era- no riusciti a imporre una ristabilizzazione relativa, il movi- mento operaio manteneva sostanzialmente le sue forze orga-

12

nizzate e la sua influenza, senza subire sconfitte paragonabili, per esempio, a quella subìta dalla classe operaia in Francia con l'avvento al potere di De Gaulle e l'istaurazione della V Repubblica. Nel 1968-69 si apriva una nuova crisi politica e sociale.

Non ritorniamo

sui fattori che l'hanno determinata

e sulle

sue manifestazionil , Se in Italia

non c' è stata un'esplosione

rivoluzionaria concentrata come il Maggio francese, in com- penso la crisi ha investito più in profondità strutture e rap- porti sociali, istituzioni politiche, amministrative e persino giudiziarie, e rapporti sui luoghi di produzione, con una radi- CllIi77az1onesenza precedenti. Questa crisi - ancora una vol-

ta, variante eccezionale nel quadro dell'Europa capitalistica - si è prolungata, con alti e bassi, per Qltre cinque anni, con ri- lanci e sussulti nel periodo successivo. Per sintetizzare, è in tale contesto, dalla rme della guerra alla metà degli anni '70, che il movimento operaio ha potuto costruire, rafforzare e mantenere organizzazioni politiche e sindacali così forti (come pure un vasto e articolato movi- mento cooperativo), esercitare una notevole influenza sul piano culturale, occupare solide posizioni a tutti i livelli delle

istituzio~

anche se la sua componente maggioritaria restava

esclusa dal governo. Ed è tale contesto che spiega, in ultima analisi, la crescita

e il consolidamento di un partito comunista, da decenni il più for,te dei paesi capitalistici e in grado di evitare cadute cata- strofiche come quelle del Partito comunista francese o di quello spagnolo.

1 Tra questi fattori vanno sottolineati, in primo luogo, l'accresciuto peso

specifico della classe operaia e l'irrompere sul1a scena del1a forza politica e

sociale nuova costituita

dal

movimento

studentesco

(vedere

a questo

proposito ciò che abbiamo

scritto

in

Pci:1945-1969:

stalinismo

e

opportunismo, Samonà

e Savelli, Roma,

1969, pp.

311

e

sgg;

n

partito

/eninista, Samonà e Savelli, Roma, 1972 e Dinarruca delle classi sociali in

l/alia, Samonà e Savelli, Roma, 1976.

13

Le tappe di una costruzione

Detto questo, se non si vuoi correre il rischio di una inter- pretazione meccanicistica, bisogna cogliere contemporanea- mente i fattori soggettivi che sono intervenuti, indicare più concretamente come il Pci abbia potuto sfruttare a suo favo- re le potenzialità delle situazioni oggettive che si sono via via delineate. Ripercorriamo, dunque, rapidamente alcune tap- pe della sua costruzione. Il Partito comunista d'Italia nasce quando la fase ascen- dente rivoluzionaria è in via di esaurimento e le classi domi- nanti sono passate alla controffensiva. In questo senso, non hanno torto coloro che, da diversi angoli di visuale e in ter- mini diversi, hanno affermato che è nato troppo tardi2. Trop- po tardi per sfruttare a vantaggio della classe operaia la crisi politica e sociale del dopoguerra e troppo tardi per costruire in tempo uno strumento di lotta in grado di contrastare con successo l'ascesa del fascismo e il suo avvento al potere. La

Ciò non toglie che il partito nasce con forze niente affatto trascurabili e che, nonostante i colpi subìti, mantiene un'or- ganinazione abbastanza consistente nei primi anni del nuovo regime, registrando addirittura un nuovo afflusso di iscritti dopo l'assassinio di Matteotti. In particolare, continua a di- sporre di una notevole influenza in alcune grandi fabbriche. Cosa ancor più importante: dopo il consolidamento della dit- tatura, è incontestabilmente la sola organizzazione politica che riesca a svolgere un'attività all'interno del paese anche nei momenti più difficili3. Vedremo più avanti quale preL"ZOabbia pagato per gli er- rori commessi attorno al 1930. Resta che, grazie ai suoi lega- mi organici con le classi sfruttate e in primo luogo con signi- ficativi settori proletari, ai quadri che aveva formato sin dalla prima fase della sua esistenza, all'influenza anche di massa conquistata nell'emigrazione (soprattutto in Francia, ma an- che nel Belgio, nel Lussemburgo e in Svizzera), alla forza e all'autorità che gli derivavano dall'appartenenza alla Terza internazionale e dalla rivendicazione del significato della ri-

voluzione russa,

il Pci

- a differenza

di tutti

gli altri

partiti

o

movimenti

e in particolare

del Partito

socialista

- ha

potuto

assicurarsi una sostanziale continuità durante tutto il venten-

difficoltà era ulteriormente accresciuta dal fatto che conce-

zioni e metodi di analisi prevalenti sotto la direzione bordi-

ghiana ostacolavano seriamente la presa di coscienza del si- gnificato del sino allora inedito fenomeno fascista.

nio della dittatura. Ed è tale continuità che consentirà ai suoi

  • 2 Vale la pena di richiamare

qui la valutazione

espressa all'inizio degli

  • 3 AI Congresso

di Livorno, circa 60.000 iscritti avevano appoggiato

la

anni

'30 dall'Opposizione

di

sinistra

italiana:

«Questo

partito

nasceva

troppo tardi per portare a compimento vittorioso l'ondata rivoluzionaria

scatenatasi

In

Italia

alla

fine

della

guerra

(1919-1920~, ma

esso

mozione comunista; a questi andavano aggiunti 35.000 voti, su un totale di

43.000, della Federazione giovanile (ricordiamo che i massimalisti erano

circa 100.000 e i riformisti 15.000). La corrente sindacale comunista contava

288.000 aderenti nelle Camere del

lavoro

e 136.000 nei sindacati di

rappresentava

la sola

garanzia di successo nella lotta

per

I awenire

del

proletariato italiano per impedire che tUtto andasse perduto, per creare le condizioni di vittoria sulla borghesia: a condizione, però, che esso sapesse

categoria. La composizione sociale del nuovo partito era proletaria

al 98%.

Alle prime elezioni cui partecipava, il 7 aprile 1921, otteneva 291.952 voti e

15 seggi (il PSI un milione e mezzo di voti e 122 seggi). Nell'autunno

1924

dare non solo una giusta soluzione teorica ai problemi della rivoluzione

proletaria,

masse

ma di condurre

una politica

adeguata

portare

le grandi

ad accettare e a far proprie le soluzioni presentate dal Partito

per

comunista. Questa politica è ciò che mancò principalmente al nostro partito

gli iscritti erano 25.000 e alcune migliaia in più un anno dopo, mentre nel

1926 non erano più che 16.000. Ricordiamo, infine, che nell'aprile 1925, alle

nel

suo

periodo

di

"infanzia", il periodo

della direzione

bordighiana»

elezioni per la commissione interna della Fiat, la lista del Pci otteneva quasi socialisti. lo stesso numero di voti della lista della Fiom, appoggiata dai due partiti

(Bollettino dell'opposizione comWlista italiana, n. 13, 19 febbraio 1933).

I

.

14

15

militanti, pur spesso non collegati al centro del partito, di da-

re un contributo decisivo agli scioperi già ricordati della pri- mavera del '434.

E'

ben

nota la parte che i comunisti hanno avuto nella

Resistenza e che è alla base della loro eccezionale crescita in

quel cruciale biennio. Questa crescita, se è stata favorita in

notevole misura dal prestigio di cui l'Urss godeva allora, è

stata possibile perché il Pci è entrato nella lotta con un patri-

monio di quadri e di militanti senza paragone superiore a

quello di tutte le altre organizzazioni. A partire dal luglio '43,

a coloro che già erano attivi in precedenza, si aggiungevano coloro che ritornavano dalle carceri o dalle isole o rientrava-

no dall'estero, un certo numero dei quali aveva fatto una pre-

Alla fine della guerra, il Pci ha già un'influenza prevalen-

te nellia classe operaia e si colloca a un livello di poco infe-

riore a quello del Partito socialista come forza elettorale6. I

suoi militanti sono in prima linea nella costruzione delle or-

ganizzazioni sindacali, operaie e contadine e di altre organiz- zazioni di massa.

I rapporti di forza nell'ambito del movimemto operaio

evolvono ancor più nettamente a suo favore negli anni suc-

cessivi. Vedremo più avanti quale giudizio si debba dare, a

nostro avviso, sui suoi

orientamenti e sulle sue contraddizioni

in quel periodo. Qui basti ricordare che, nella misura in cui il

PSI è indebolito dalla sua inconsistenza politica e dal suo ac-

centuato codismo nei confronti dei comunisti e poi dalla scis-

ziosa esperienza militare nella guerra civile in Spagna.

sione di Palazzo Barberini, il Pci appare

sempre di più agli

E' grazie a questa ossatura che il Pci potrà dare il contri-

occhi delle masse popolari

come

la sola forza

in grado

di

buto di gran lunga più importante al movimento clandestino,

a mobilitazioni di massa come gli scioperi della primavera

del '44 e alla lotta

partigiana. Registrerà in tal modo un af-

contrastare

l'offensiva restauratrice

delle classi dominanti e

la costituzione del blocco politico e militare imperialistico

dell'Alleanza atlantica. A questo proposito, due episodi sono

flusso massiccio di nuove forze, che avranno un ruolo centra-

stati indicati a giusto titolo come emblematici: la battaglia,

le nella sua attività e nella sua vita interna nel corso

.

.5

dei de-

nel parlamento e fuori, contro la firma del Patto atlantico nel

cenm successiVi

.

'49 e la lotta democratica contro la legge elettorale truffaldi-

na quattro anni più tardi.

 

4

All'inizio

del

'43

ci sono

80 iscritti

alla Fiat Mirafiori,

circa

30 alla

Nella nuova fase che si apre negli anni '60 con l'avvento

Lancia, circa 60 alla Viberti, circa 70 all'Aereonautica e complessivamente

del centro-sinistra, quando il Psi diviene parte integrante di

circa

1.000 iscritti nella città di Torino,

quasi

tutti

operai.

Questi

dati

governi incapaci di realizzare le stesse timide riforme abboz-

potranno

sembrare

modesti rispetto agli effettivi su cui il Pci potrà contare

più tardi. Ma chi abbia un'idea di che cosa significhi lavorare nella

clandestinità e del ruolo determinante che possono assumere in grandi fabbriche, quando se ne creino le condizioni, nuclei anche molto ristretti,

non può non dare una ben diversa valutazione e non comprendere

il valore

zate all'inizio, il ruolo del Pci come la sola credibile forza di

opposizione e come lo strumento più valido di difesa degli

interessi e dellie aspirazioni delle masse popolari non può che rafforzarsi.

del lavoro compiuto per poter arrivare alle scadenze del '43 con un simile

potenziale.

5

Nei 45 giorni si calcola che siano stati liberati circa 3.000 militanti e già

6

Il Pci otteneva,

il

2 giugno

1946,4.356.686

voti

contro

4.758.129

del

Psi.

nella seconda metà del '43 si realizzava la saldatura fra le tre "componenti":

Al

momento

della

liberazione,

cioè

alla

fine

del

periodo

clandestino,

in

gli ex-prigionieri, i militanti dell'emigrazione

e le giovani reclute

(Paolo

tutta

una parte

del paese,

contava

90.000 iscritti

al Nord

e 311.960

nel resto

Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino, 1973, voI. IV,

del

paese.

Al

V Congresso,

il primo

del

dopoguerra,

vengono

annunciati

p. 344). Per i dati sugli iscritti nelle fabbriche alla fine del '43, cfr. ibidem,

Il livello

più

alto

sarà

raggiunto

al

VII

Congresso,

nel

voI. V, pp. 225-226).

1.770.896 iscritti. 1951, con circa

2,5 milioni.

 

Una contestazione di questo ruolo non si delinea che a

partire

dal

1968-69, con l'ascesa dei grandi movimenti di

massa operai e studenteschi. Per la prima volta nella sua sto-

ria, il partito è attaccato

su vasta scala alla sua sinistra. Ma,

grazie alla incontestabile duttilità tattica del suo gruppo diri-

gente e alle operazioni condotte con eguale duttilità - per

non dire con abile

trasformismo - dai suoi dirigenti sindacali,

riesce a reinserirsi nel giuoco abbastanza rapidamente, recu-

perando obiettivi dei nuovi movimenti e influenzandone lar-

ghi settori.

Quando il periodo più acuto della crisi politica e sociale

si chiude, quando cominciano a porsi i problemi della crisi

economica nazionale e internazionale del 1974-75, di fronte

ai quali l'estrema sinistra è in larga misura disarmata (e an-

che per questo comincia a declinare), quando le grandi mas-

se si inseriscono di nuovo in una prospettiva istituzionale-

elettorale,

il

Pci

appare

ancora una volta come il solo

strumento efficace.

 

Si arriva così ai suoi successi elettorali del 1975-76, men-

tre su scala internazionale giunge l'ora del cosiddetto euro-

comunismo, che appare come un tentativo organico di dare

alle lotte e alle prospettive politiche la dimensione sovrana-

zionale necessaria. E' proprio in quel momento che, con la

segreteria di Berlinguer, il Pci raggiunge il punto più alto

della sua parabola.

Ricapitolando, la sua forza è dovuta, dunque, a un'azione

condotta per oltre mezzo secolo, senza vere e proprie solu-

zioni di continuità. E' dovuta a un profondo radicamento so-

ciale, nella classe operaia, in larghi strati contadini e in setto-

ri di piccola-borghesia, moderna e tradizionale, che la

funzione politica e organizzativa obiettivamente assolta gli ha

permesso

di realizzare, sviluppare e consolidare. E' dovuta

all'influenza molteplice esercitata nella cultura del paese,

grazie a una vasta gamma di intellettuali, presenti nelle sue

18

me

o alla sua periferia

(soprattutto

su questo terreno

può

sfruttare,

anche

se abusivamente,

il prestigio

di Antonio

Gramsci).

E' dovuta egualmente alla valorizzazione costante e prio-

ritaria di quelli che, alla maniera di Lenin, erano chiamati

una volta i "rivoluzionari di professione", cioè di uomini e

donne per i quali la lotta contro la società esistente era la ra-

gione stessa di vita, che erano dotati di un ammirevole spirito di sacrificio e costituivano un elemento di forza di cui nessu-

n'altra formazione politica poteva neppur lontanamente di-

sporre (vedremo quali siano stati gli aspetti negativi dell'esi-

stenza dell'apparato, almeno tendenzialmente, monolitico

che si è via via formato).

E' dovuta, infme, a una utilizzazione sistematica - con ri-

sultati, specie nelle amministrazioni locali,

per vari aspetti

positivi - del quadro

istituzionale in cui il peso elettorale assi-

curava, come si è accennato, una presenza molto vasta.

2. FATTORI CONDIZIONANTI INTERNAZIO- NALI: DALL'OTTOBRE 1917 AL "RAPPORTO CHRUSCIOV"

Il Pci e l'Internazionale

comunista

Nel sintetizzare la parabola storica del Pci abbiamo fatto

astrazione, salvo qualche accenno, dai fattori condizionanti

internazionali. Ci è sembrata opportuna questa impostazione

in un momento in cui pullulano ricostruzioni "storiche" a dir

poco semplicistiche, che riducdno tutto o quasi ai crimini di

Stalin e alle complicità di Togliatti. Ma un'analisi e una valu-

tazione complessiva devono ovviamente integrare in tutta la

loro portata le componenti internazionali, respingendo, al

pari delle interpretazioni denigratorie, le interpretazioni

apologetiche che sono prevalse per decenni e neppur oggi sono state del tutto abbandonate.

Sin dall'inizio, come risulta anche dall'opera

di colui che

è stato

sinora il suo maggiore storico\ l'evoluzione del Pci - e

prima ancora la sua stessa formazione - è stata determinata

in larghissima misura dagli interventi diretti o indiretti della

Terza internazionale. Nei primissimi anni, l'Internazionale ha

1

Paolo

Spriano

ha spesso

tendenze

giustificazionistiche,

in particolare

nei

confronti

di Togliatti.

Ma

il valore

del

suo

lavoro

è provato

dal

fatto

che

fornisce materiale

ed

elementi

che

permettono

di

ricavare

valutazioni

e

conclusioni

diverse

dalle

sue.

 

20

cercato di far valere il suo peso, non senza difficoltà, per un

superamento delle concezioni bordighiane, in particolare a

favore del fronte unico proletario e di una collaborazione

con il Psi in una prospettiva di riunificazione con quella che era stata a Livorno la tendenza dei massimalisti. Successiva-

mente, gli interventi e le pressioni internazionali hanno con-

tribuito alla formazione di un nuovo gruppo dirigente in rot-

tura con Bordiga2. Analogamente, senza i dibattiti e le

esperienze a livello internazionale non ci sarebbero state nel

1926 le Tesi del Congresso di Lione, che hanno segnato una

pietra miliare nell'evoluzione del partito.

La valutazione di queste tesi è stata oggetto di discussioni

nella sinistra rivoluzionaria, giacché i bordighisti le hanno

considerate come una tappa sulla via che avrebbe portato

inevitabilmente alla politica di fronte popolare e d'unità na-

zionale. Si tratta, secondo noi, di un'interpretazione altret-

tanto errata di quella sostenuta ufficialmente per decenni e

che in fondo andava nello stesso senso, con la differenza che

quello che agli occhi degli uni era negativo, era, invece, posi-

tivo agli occhi degli altri. In realtà, le Tesi di

Lione hanno

rappresentato un contributo valido di analisi della società

italiana e della sua dinamica e di defInizione di una strategia

rivoluzionaria: e l'apporto di Gramsci è stato decisivo. Non

va, tuttavia, taciuto un altro aspetto: il dibattito sulla strategia

e sugli oriéntamenti politici in Italia si è svolto nel quadro,

carico di ambiguità, della cosiddetta "bolscevizzazione" dei

partiti comunisti. Lanciata dal V çongresso dell'Intetnazio-

nale, essa corrispondeva certo a una esigenza di omogeneiz-

zazione politica e di superamento di metodi di organi77.azio-

2 Neppure nel periodo antetiore alla burocratizzazione staliniana sono stati sempre evitati metodi verticistici. Proprio nel caso del Pc d'Italia, nella sessione dell' Esecutivo allargato del giugno 1923, il Comintern interveniva

per

la prima

volta

di

autorità

per

determinare

la

composizione

della

Direzione di una sua sezione (un esecutivo misto di 5 membri, 3 della

maggioranza e 2 della minoranza).

21

ne e di funzionamento ereditati dai vecchi partiti riformisti.

Ma, anche per precisa responsabilità di Zinov'ev, allora pre-

sidente dell'Internazionale, è stata indubbiamente un prelu-

dio della burocratizzazione del periodo successivo. Nella

stessa preparazione del Congresso di Lione, peraltro, erano

stati usati metodi non molto democratici: a questo proposito,

le lamentele bordighiane non erano prive di fondament03.

Il condizionamento internazionale ha in ogni modo as-

sunto un carattere

qualitativamente diverso durante i decen-

ni di egemonia dello stalinismo: un dato di fatto che nessuno

può contestare. Non essendo scopo di questo saggio percor-

rere tutte le vicende di quei decenni, ci soffermeremo su al-

cuni momenti tra i più significativi.

Dalla svolta del 1930 ai fronti popolari

In primo luogo, ritorniamo sulla "svolta" del 1929-30, inse-

rita

nel cosiddetto

"terzo periodo"

dell'Internazionale

co-

  • 3 Al III Congresso dell'Internazionale comunista Zinov'ev ha definito la

bolscevizzazione come segue: «Bolscevizzazione significa per noi che i partiti accettano quello che, in generale, era contenuto nel bolscevismo, e

che

Lenin

ha

precisato

a

proposito

della

"malattia

infantile".

Per

bolscevizzazione

dei

partiti

mtendiamo

l'odio

implacabile

contro

la

borghesia e i capi socialdemocratici, la possibilità di tutte le manovre strategiche contro il nemico. La bolscevizzazione è la volontà inflessibile di

lottare per l'egemonia del proletariato contro i capi controrivoluzionari e i centristi, contro i pacifisti e tutte le escrescenze dell'ideologia borghese. Bolscevizzazione significa creare una organizzazione saldamente

strutturata,

monolitica,

centralizzata,

che

risolva

armoniosamente

e

fraternamente le divergenze nelle sue file. Come ha insegnato Lenin, la bolscevizzazione è il marxismo in azione. E' la fedeltà all'idea della dittatura

del proletariato,

alle idee delleninismo.

Bolscevizzazione significa pure non

imitare meccanicamente i bolscevichi russi, ma prendere essenziale nel bolscevismo».

ciò che era e resta

22

munista, che prospettava crisi rivoluzionarie generalizzate a

breve termine e imponeva l'abbandono della politica di fron-

te unico e la denuncia dei partiti socialdemocratici come so-

cialfascisti. I frutti di gran lunga più amari di queste imposta-

zioni sono stati raccolti in Germania, dove l'orientamento del

Partito comunista è stato un elemento non secondario della

tragica

sconfitta di fronte a Hitler 4. Ma il partito italiano ha

fatto esso pure le spese dell' operazione, cioè di una svolta

puntualmente operata secondo le direttive moscovite.

A proposito della svolta, esiste una interpretazione, avan-

zata in particolare da due uomini così diversi come Giorgio

Amendola e Pietro Secchia, secondo cui in Italia sarebbe sta-

ta dettata da fattori specifici e avrebbe assunto particolari

forme di applicazione. C'è in questa interpretazione

un noc-

ciolo di verità, nella misura in cui la svolta sembrava corri-

spondere a una esigenza di radicalizzazione della lotta, av-

vertita in particolare dal settore più giovane' del gruppo

dirigente, e di rilancio del lavoro organizzato all'interno del

paese, lasciando da parte le diatribe dell'emigrazione. Va ag-

giunto che certe formule staliniane, come quella del socialfa-

scismo, sembravano porsi sulla stessa lunghezza d'onda di

precedenti formulazioni del bordighismo, uno dei cui motivi

ispiratori era consistito nel rifiuto di ogni forma di unità con il Partito socialista5.

4

l,.a polemica

contro

gli orientamenti

staliniani

del

terzo

periodo

è stata

un

lei t

motiv

della

critica

trotskiana

di

quegli

anni,

la

cui

giustezza

e

lungimiranza sono state quasi universalmente decenni di ritardo ...

riconosciute,

purtroppo

con

5

Va

aggiunto

che

la

categoria

del

socialfascismo

non

era

una

pura

"coperta staliniana.

uffcrmato:

«Il fatto

Al V Congresso

essenziale

è

che

dell'Internazionale,

la socialdemocrazia

Zinov'ev

è divenuta

aveva

un'ala

del fascismo».

Pur

mantenendo

l'idea

del fronte

unico,

aveva

privilegiato

il

fronte

unico

dal

basso.

Per

parte

sua,

Togliatti,

al

Convegno

di

Corno,

rlcollegandosi a Zinov'ev,

aveva definito

gli "unitari",

cioè

i socialisti

rlformisti, «un'ala del fascismo». L'atteggiamento

settario

nei confronti

dei

.ocialisti

non

era stato

superato

neppure

al Congresso

di Lione.

 

23

Ciò non toglie che la svolta era stata decisa in sede inter-

nazionale, in conformità con le esigenze della direzione so-

vietica in quel momento, e imposta a tutti con le buone o con le cattive6.

Come controprova, ci si potrebbe porre la domanda: se

non ci fosse stata la decisione dell' Internazionale, il Pci

avrebbe egualmente delineato le analisi e la politica del terzo

periodo? La risposta non può che essere negativa. Difficil-

mente, per esempio, senza la spinta proveniente da Mosca,

l'Unità sarebbe giunta al punto di proclamare in un titolo:

«E'

l'ora

di passare

alla

violenza pro[etaria"

e di aggiungere:

«Dobbiamo prepararci a dare piombo al fascismo e al capitale».

Questo nell' Italia del 19307!

L'argomento

di Amendola

e di Secchia, secondo

cui la

svolta è stata la condizione del mantenimento della continui-

tà con tutto quello che ne è seguito, è specioso e sin troppo

chiaramente apologetico. Infatti, gli stessi oppositori della

svolta, rapidamente espulsi dal partito, non erano affatto

contrari al rilancio dell'attività interna. Ma il rilancio poteva

essere concepito in altro modo, senza prospettive e pratiche

avventuristiche e, quindi, senza le conseguenze catastrofiche

degli arresti e delle lunghe detenzioni di un numero elevato di militanti8.

6

7

Nell'appello

del Congresso

dell'InternazIonale

comunista

rivoluzionaria rivoluzionaria».

che sale»

e

di

8

Cfr., a questo proposito, in particolare il verbale del Comitato centrale

del Pci del marzo 1930 e numerosi scritti di Alfonso Leonetti (tra i quali, in particolare, Un comunista, Fe[trinelli, Milano, 1977, pp. 157-176).

di Colonia (1931) SI legge, tra l'altro:

 

«gli

 

Compito fondamentale

con tutta

[a sua

azione ad

 

di

una

«nuova

ondata

in

certi paesi

di

una

crisi

 

atto

che la

elementi di una crisi rivoluzionaria si accumulano

di tendere

del partito nella situazione attuale è

accelerare i[ processo di maturazione di una crisi rivoluzionaria». Il Plenum

aveva

parlato

« maturazione

Lo stesso Amendola doveva scrivere: «Bisognava prendere

"svolta" non aveva raggiunto i suoi obiettivi» (Storia del Partito comunista

italiano 1921-1943, Editori Riuniti,

Roma, 1978, p. 201).

24

La svolta successiva è quella che ha portato alla politica

dei fronti popolari, «cambiamento brusco» (Spriano) a parti-

re dall'estate 1934 (il1? agosto si firma il

patto d'unità d'a-

zione coi socialisti). Neppure questa volta s'è trattato di un'i-

niziativa autonoma del Pci, ma di una decisione presa a Mo-

sca. A partire

dal momento in cui era stato

costretto a con-

statare il disastro della sua politica tedesca, Stalin si era co-

minciato a preoccupare del pericolo di guerra rappresentato

dall'avvento al potere del nazismo e si era posto il problema

di un nuovo orientamento della politica estera dell'Urss.

Questo nuovo orientamento

cominciava a delinearsi ap-

punto nel '34 e si concretizzava a maggio dell'anno successi-

vo con una dichiarazione congiunta con la Francia di Laval.

Ne discendeva per l'le la politica adottata al VII Congresso. I

partiti comunisti si prospettavano ormai alleanze non solo

coi partiti socialisti, ma anche con partiti borghesi (in Fran-

cia, per esempio, col Partito radicale), senza escludere nep-

pure un'eventuale partecipazione a governi di coalizione. Per

una valutazione di questa politica ci possiamo rifare allo stes-

so Spriano, che non era certamente un estremista:

«La raccomandazione

scrive

- sarà

['indicazione

di favorire

governi di fronte

popolare

fondamentale

a cui si sacrificheranno

_

le

stesse rivendicazioni rivoluzionarie fondamentali, richieste ora come garanzia che tali governi non divengano una riedizione di

governi socialdemocratici, sostanzialmente

borghesi,

col

e

risultato

poi

di

abbandonate

-

come

accadrà

in

Francia,

compromettere gravemente [~natura popolare dei governi del

froI)te, di staccarli

dalle

masse»

.

Ma per Stalin e la direzione

del Comintern tutto questo

passava completamente

in seconda linea: prioritari erano gli

interessi diplomatici dell'Urss.

I dirigenti del PCI hanno sempre sostenuto che la politica

adottata durante la Seconda guerra mondiale, e successiva-

I)

P. Spriano,

op.

cit., voI.

m,

p. 27.

25

mente, traeva origine, in sostanza, dalla svolta dei fronti po-

polari e dalle decisioni del VII Congresso dell'lc. Hanno in-

sistito su questo motivo per provare la loro coerenza e il ca-

rattere non congiunturale della loro strategia. Le cose non

sono così semplici, soprattutto perché c'è stato l'intermezzo

del Patto russo-tedesco, che ha rappresentato una rottura di

continuità, anche se di breve durata. Comunque sia, il richia-

mo alla politica dei fronti popolari non è un argomento a fa-

vore della specificità e dell'autonomia del Pci, che, al contra-

rio, aveva fatto proprio, ancora una volta, un orientamento

dettato dalla direzione dell'Internazionale, corrispondente a

le esigenze dello Stato sovietico e del suo gruppo dirigente lO.

Da Salemo

al XX

Congresso

Una terza svolta, su cui si sono versati i tradizionali fiumi

d'inchiostro,

è quella cosiddetta

"di Salerno".

Se

a

questa

lO Non affrontiamo

qui un altro aspetto

del problema:

la linea di fronte

popolare non ha avuto né poteva avere in Italia le stesse implicazioni

pratiche che in Francia o in Spagna. Il fronte popolare veniva prospettato come unificazione di tutte le correnti di opposIZione al fascismo, compresa

una corrente fascista critica o supposta tale. AI Comitato centrale di fine

ottobre del '35, Ruggero Grieco nella sua replica affermava: «Noi saremo i

dirigenti del fronte popolare, se sapremo saldare

- come dice Ercoli

-

l'opposizione antifascista all'opposizione fascista». Veniva allora lanciata la

parola d'ordine

della «riconciliazione nazionale» e di un «programma

di

pace, di libertà e di difesa degli interessi del popolo italiano». Ci si

dichiarava disposti a combattere

assieme

ai

fascisti

critici

per

la

realizzazione del programma

fascista del 1919. In una risoluzione di fine

settembre

del

'36, non

ci si peritava

di affermare

che <<isindacati fascisti

possono essere uno strumento di lotta contro i padroni e perciò debbono essere considerati come i sindacati operai nelle attuali condizioni italiane».

Simili prese di posizione provocavano, come si può ben immaginare, vive e tenaci polemiche nell'opposizione antifascista, con ricadute all'interno stesso del partito.

26

svolta ci si vuole richiamare per sostenere che sin da allora -

1943-44 - il Pci aveva una prospettiva democratico-istituzio-

nale e non rivoluzionario-insurrezionale,

z

,

al

.

tro pertmente.

11

M

a non ne

d

.

enva c

h

l'argomento

.

è sen-

.

e m questo

caso Cl

sia stata una scelta autonoma

e specifica. Di fatto,

la linea

applicata sempre più sistematicamente a partire dal rientro

in patria di Togliatti, è stata comune a tutti i partiti comunisti

dell'Europa occidentale - mutatis mutandis, non solo del-

l'Europa occidentale - e l'iniziativa era spettata sempre alla direzione sovietica e all'ormai moritura Internazionale comu-

nista12.

L'insistenza di Giorgio Amendola sul fatto che la propa-

ganda di Togliatti da Radio Mosca era orientata già prima del suo ritorno verso l'unità antifascista prova esattamente il

contrario di quello che pretende di provare lo stesso Amen-

dola. Infatti, da un lato, Togliatti non era allora collegato alla

direzione

in Italia

- praticamente

inesistente

in quanto

orga-

nismo - e non poteva

quindi essere il portavoce di una linea

elaborata autonomamente dal suo partito. Dall'altro - ciò che

è ancora più importante - chiunque abbia una idea anche ap-

prossimativa del funzionamento del regime sovietico agli ini-

zi degli anni '40, non può credere seriamente che i suoi diri-

genti mettessero a disposizione di un comunista straniero i

mezzi necessari, nella fattispecie una potente radio trasmit-

tente, per consentirgli di esprimere le sue idee indipendente-

  • 11 In polemiche recenti, si è preteso di cogliere una presunta

del

Pci

nel

fatto

che

durante

la

resistenza

aveva

incoerenza

appelli

lanciato

all'insurrezione. L'argomento è assolutamente pretestuoso: si trattava di

una

insurrezione

contro

il

fascismo

e

non

per il rovesciamento del

capitalismo, e in collaborazione con tutte le forze antifasciste.
12

Nella

sua

ultima

risoluzione

(15

maggio

1943),

l'Internazionale

comunista affermava, tra l'altro: «Nei paesi del blocco hitleriano, il compito

fondamentale

contribuire

degli operai, dei lavoratori

alla

sconfitta

di

questo

e

blocco.

di tutti

Nei

gli onesti

paesi

della

consiste

nel

coalizione

... con tutti i mezzi gli sforzi militari dei governi di questI paesi».

antihitleriana,

il sacro dovere delle larghe masse popolari

è di sostenere

27

........

mente dagli orientàmenti del Cremlino. Neppure è pensabile che Togliatti rientrasse in Italia per decisione del tutto auto-

noma e delineasse al suo arrivo, di propria iniziativa, una li-

nea che, sulle prime,

provocava turbamento in buona parte

del ~Ftito,

loeo

.

senza che una decisione fosse stata presa in alto

Più in generale, neppure la scelta della via nazionale al

socialismo può essere rivendicata come un'espressione di

originalità e di autonomia. Basti ricordare che lo stesso Sta-

Iin, prima dell'inizio della guerra fredda, aveva ventilato la

possibilità di vie diverse al socialismo in una conversazione

con una delegazione del Partito laburista e, poco dopo, in un

incontro con il dirigente del Pc cecoslovacco Gottwald, e che vari dirigenti di partiti comunisti se ne erano fatti eco.

Va aggiunto che, dopo la formazione del Cominform nel-

l'anno 1947 e dopo le critiche da parte di Zdanov, nella riu-

nione costitutiva, al Pci e al Pcf, sospettati di cedimenti op- portunistici, il partito si riadattava rapidamente al nuovo

clima e, pur senza mutare sostanzialmente la sua politica _

cosa che gli stessi sovietici non avrebbero voluto - metteva la

sordina sul tema delle vie nazionali al socialismo: un tema

gresso destinato del ad '5614. essere rilanciato solo nove anni dopo, al Con-

Questo congresso è stato, in realtà, un'altra pietra miliare

nella

storia

del Pci:

sono

i suoi

testi

- e

non

quelli

degli altri

tre congressi che lo avevano preceduto dopo la fine della

13 La drammatica

esperienza

della Grecia

è una conferma

a contrario

dell'ispirazione g:enerale della linea dei partiti comunisti. Infatti, Stalin

condannava esplicitamente e che avevano contrapposto

14 Nel luglio '48 Togliatti

i movimenti che si erano prodotti in quel paese forze partigiane e truppe britanniche.

dichiarava: «La guida non può essere che per

tutti una: nel campo della dottrina è il marxismo-leninismo, nel campo delle

forze

reali

è

il

paese

il quale

è già socialista

e

nel quale

un partito

marxista-Ieninista temprato da tre rivoluzioni e da due guerre vittoriose ha la funzione dirigente».

28

guerra1S - che hanno sistematizzato la concezione della «via

italiana

al socialismo». Questa

sistematizzazione

era

stata

preparata da orientamenti precedenti. Ma anche in questa

occasione la spinta decisiva è venuta dai dirigenti del Pcus.

C'era stato infatti, nel febbraio dello stesso anno, il XX Con-

gresso, in cui Chrusciov aveva avanzato la prospettiva di un

passaggio al socialismo per via pacifica, istituzionale, nei

paesi capitalisti industrializzati.

E' sulla scia di Chrusciov - cui Togliatti faceva esplicito

- che venivano

riferimento nella sua relazione introduttiva

elaborati idee e orientamenti dell'VIII Congresso. Più in ge-

nerale, è dopo il famoso Rapporto dello stesso Chrusciov sui

crimini di Stalin e il disgelo nell'Urss che il partito inaugura-

va, con assai cauto gradualismo e non senza contraddizioni,

un processo di revisione critica - parziale - dello stalinismo e

del suo stesso passato.

Tra la svolta di Salerno e il Congresso

del '56 si era pro-

dotto un avvenimento cui abbiamo già accennato e che dove-

va pesare sulle sorti del movimento comunista: la rottura tra

Mosca e la direzione jugoslava, nel giugno 1948. La direzione

del Pci non esitava un solo istante: dimenticando tutto quello

che aveva detto e scritto sulla Jugoslavia e su Tito, si associa-

va senza riserve alla furibonda campagna antijugoslava, con il

ricorso ai motivi e agli epiteti classici dello stalinismol6.

Con pari sollecitudine, quando, dopo la morte di Stalin, Chrusciov andava a Canossa riconoscendo l'errore commes-

15

II primo Congresso del

1945 e nei primi

giorni del

dopo~erra,

il V, ha

avuto

giorni del 1946; il

secondo,

luogo negli ultimi

il VI,

nel

1948 e il

terzo,

il VII,

nel 1951. Per

il carattere

particolare

del V Congresso

cfr.

Archivio Pietro Secchia, 1945-1973, Annali Feltrinelli, Milano, 1979, p. 212.

16

Chi scrive si trovava in quel momento a Venezia ed era in contatto con

dirigenti della Federazione comunista. L'annuncio radiofonico in tarda serata della rottura dell'Urss con la Jugoslavia provocava nel partito una

reazione di sgomento. Ma il mattino successivo, all'apertura della sede provinciale, il ritratto di Tito era già sparito!

29

so, si allineava di nuovo sullc scelte ùi Mosca. Reagiva allo

stesso modo nel novembre '56, approvanùo l'intervento so-

vietico in Ungheria.

Prassi organizzativa

staliniana

Come vedremo più avanti, il Pci ha subìto meno profon-

damente di altri partiti comunisti il processo di stalinizzazio-

ne nel suo funzionamento organizzativo. Ma ciò non significa

che non sia stato fondamentalmente

sto punto di vista.

staliniano anche da que-

In realtà, non ha conosciuto, per esempio, un dibattito in-

terno democratico che per un periodo molto limitato, nei

primi anni della sua esistenza 17. Successivamente, lo stesso

passaggio all'attività clandestina favoriva l'affermarsi di ten- denze verticistiche con il crearsi di rigidi compartimenti sta-

gni. Sino alla fine degli anni '20, le discussioni continuavano,

ma si limitavano a organismi di direzione sempre più ristretti

e ricostituiti per cooptazione. Già nella battaglia contro la

tendenza bordighiana, prima e dopo Lione, si faceva ricorso

a misure disciplinari di stile burocratico. All'inizio degli anni

'30, la crisi provocata dalle divergenze sulla svolta segnava un

altro passo in avanti in senso negativo: i minoritari erano

espulsi per direttissima e iniziava nei loro confronti una cam-

pagna denigratoria senza esclusione di colpi.

All'epoca dei processi di Mosca, la campagna antitrotski-

sta era lanciata anche in Italia, dove il movimento trotskista

non esisteva (i pochi militanti erano quasi tutti nell' emigra-

zione). Questa campagna si svolgeva pure nelle prigioni e al

confrno: coloro che non condividevano la linea del partito o

anche solo certi suoi aspetti (a maggior ragione, la linea del

Pcus e del Comintern), erano attaccati duramente, isolati ed

espulsi quello di con Umberto metodi Terracini)1 sommari ~il . caso più clamoroso è stato

Dopo Lione (1926), per due decenni, c'è stato un solo

congresso (Colonia, 1931), in cui non si è avuto nessun dibat-

tito sulla svolta dell'anno precedente, che pure aveva portato

all'espulsione di quasi la metà dell'Ufficio politico. Né va di-

menticato che il Pci ha accettato senza battere ciglio, nel

1939, lo scioglimento del suo Comitato centrale da parte del-

la direzione staliniana

dell'Internazionale

e la creazione

a

Mosca di un "centro ideologico" o di "riorganizzazione", con

la designazione di un segretario non solo senza consult-

azione, ma addirittura all'insaputa generalel9.

Questa misura non aveva le conseguenze tragiche di mi-

sure analoghe, o ancor più gravi, nei confronti di altri partiti

comunisti, come, per esempio, il Partito comunista polacco,

distrutto letteralmente. Ma non poteva che aggravare la crisi

di direzione di quel periodo; ci si può chiedere legittimamen-

te se, con una soluzione più democratica di questa crisi, il

partito non avrebbe potuto affrontare in condizioni sensibil-

18 Secondo certe testimonianze di ex-confinati, gli ex-membri, specie negli

ultimi anni, sarebbero stati sventura rimasti nel partito.

trattati correttamente dai loro compagni di Non abbiamo ragione di dubitare di queste

17 Va

detto

che neppure

Bordiga aveva, per parte

sua, una concezione

 

testimonianze. Ma ne esistono altre, più numerose, che vanno in senso

molto

democratica

del funzionamento

del partito.

La

sua

idea era

che,

contrario: coloro che erano usciti dal partito, o ne erano stati espulsi, erano

invece che di centralismo democratico, sarebbe stato preferibile parlare di

centralismo organico. Non si trattava di una questione puramente terminologica, se Bordiga si dichiarava favorevole a «una disciplina di tipo

militare». La sinistra bordighiana era, peraltro, centralizzazione dell'Internazionale.

favorevole a un massimo di

30

vittime di vere e proprie campagne persecutorie. Atteggiamenti simili sono

stati abbastanza

diffusi anche

durante

confronti

dei militanti

di Stella Rossa

la

resistenza

(per

esempio,

nei

Rossa

a

a Torino

e di Bandiera

Roma). 19 Questo segretario era Giuseppe Berti.

31

mente più favorevoli la cruciale scadenza della guerra20. Nel-

la fase aperta dalla crisi e dalla caduta del fascismo si svilup-

pavano nel partito vive discussioni, che però restavano stret-

tamente limitate ai gruppi dirigenti, di fatt9 ai due centri di

Milano e Roma, senza nessuna partecipazione dei quadri,

per non parlare dei militanti di base21.Al rientro di Togliatti,

dopo il consiglio nazionale che aveva approvato la svolta di

Salerno, la linea era imposta senza andare troppo per il sotti-

le: per riprendere le parole di ~riano, gime di più libera discussione»

.

«era la fine di un re-

In seguito, si diffondeva in forme sempre più smaccate il

culto di Togliatti, mentre le decisioni più importanti restava-

no riservate a un gruppo ristretto di massimi dirigenti. Quan-

do c'erano punti di vista diversi, erano discussi in questo nu-

cleo senza portarli a conoscenza non solo dei militanti, ma

neppure degli altri organismi di direzione.

Pietro Secchia, che pure ha sempre avuto del centralismo

democratico una concezione più vicina a quella staliniana

che a quella leniniana, in una lettera a Togliatti del novembre

Sempre secondo Secchia, vari compagni avevano dichia- rato a un certo momento che il Comitato centrale «non era

che un'assemblea di attivisti convocata di tanto in tanto per

impartire delle direttive» 23.

Le cose cambiavano solo molto parzialmente dopo il XX

Congresso, nonostante gli accesi dibattiti, a tutti i livelli, svol- tisi nel corso del 1956.

Nello stesso periodo berlingueriano, non veniva affatto

meno il funzionamento verticistico. Alcune delle prese di po-

sizione e delle decisioni cruciali di quel periodo (l'enuncia-

zione del compromesso storico prima e poi l'abbandono del-

la politica di unità nazionale) erano prese senza discussione

preliminare

nella stessa direzione e a maggior ragione nel

Comitato centrale24.

In realtà, le vecchie concezioni e i vecchi metodi non sa-

  • I ranno abbandonati che negli anni '80. Ciò non comportava, tuttavia, una reale democratizzazione, bensì piuttosto la so- stituzione dei metodi staliniani e post -staliniani con metodi più tipici di partiti socialdemocratici.

del '54,

ha descritto in questi termini i processi decisionali

vigenti:

«Dal

1945 ad oggi, molte

decisioni

su questioni

assai

importanti

 

per

l'orientamento

politico

del partito

e per

la

sua

azione

pratica

sono

 

state

prese

individualmente;

è accaduto

anche

che non si discutesse

l'.

prima

che fossero

prese,

ma

che si discutesse

dopo.

Ed

anche

quando

se

n'è

discusso

prima,

la

discussione

è

stata

condotta

con tale rapidità

e

in forma

tale che la personalità

aveva il

peso schiacciante di sì, ad approvare

e gli interventi la proposta».

degli

altri

non servissero

che

a

dir

20

Lo

stesso

Amendola,

il

cui

libro

è

pur

costantemente

intriso di

giustificazionismo, deve scrivere: «Il Pci giungeva alla prova della guerra in gravi condizioni di debolezza organizzativa e di confusione politica» (op. cit., p. 369).

  • 21 op.

Cfr.

P. Spriano,

cit., voI. V,

p. 79.

 

cit., vol.

  • 22 V, p. 326.

Op.

 

23 Archivio

Pietro

Secchia,

1945-1973,

Feltrinelli,

1978,

p.

673.

Un

giudizio

sostanzialmente

analogo,

anche

se espresso

in termini

piu vellutati,

è quello

di Pietro

Ingrao,

in Le cose impossibili,

 

Editori

Riuniti,

Roma

1990, p.76.

24

Luciano

Lama

ha affermato

che,

pur

essendo

membro

della

direzione

del partito,

aveva

letto

su Rinascita

le

tesi

di Berlinguer

sul compromesso

storico e

appreso

da

l'Unità

che

si

passava

alla

politica

di

alternativa

democratica

(Intervista

sul partito,

Laterza,

Bari,1982).

 

32

33

3. DA LIVORNO ALLA SOCIALDEMOCRAZIA

Le contraddizioni dei partiti staliniani

Abbiamo accennato all'importanza del Congresso del '56 nell'evoluzione del Partito comunista. Cerchiamo ora di sin-

tetizzare questa evoluzione da un punto di vista più generale.

Il Pci rappresenta il caso-limite di un fenomeno politico di

cui era difficile intuire la possibilità sino aIfa metà degli anni

'50: la trasformazione di un partito sorto come partito rivolu-

zionario in rottura con il riformismo e divenuto poi un parti-

to staliniano, in un partito neoriformista di tipo socialdemo-

cratico1.

Ritorniamo innanzitutto sulla nozione di partito stalinia-

no. Negli anni

'30 e '40 i partiti comunisti staliniani hanno

sviluppato una specifica ideologia, cioè una loro concezione

della società socialista e dei suoi tratti distintivi, come pure

una loro concezione del partito e del suo funzionamento, dei

rapporti tra partito e organi77azioni di massa, del ruolo della

cultura, ecc. Questa ideologia ha subito periodicamente mu-

tamenti e riadattamenti. Ma ciò che ha caratterizzato fonda-

1

Per

la

precisione,

Trotsky

aveva

indicato

la

tendenza

dei

partiti

comunisti

a

trasformarsi

in

partiti

comunisti

nazionali,

riformisti

o

neoriformisti,

già alla vigilia della guerra,

in particolare

in

un articolo

scritto dopo gli accordi di Monaco (cfr. L. Trotsky, Guerra e rivoluzione, Mondadori, Milano, 1973, pp. 38-40).

34

~

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'~Y.I/'<:'"',."",~",,,,,,,,,

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.'.

,.,

r

mentalmente questi partiti non è stata tanto un'ideologia

quanto l'accettazione del ruolo egemonico dell'Urss, "patria

del socialismo", del suo partito unico e del suo capo incon-

testato. In altri termini, è stata la subordinazione - tramite il

Comintern sinché è esistito e poi con altri meccanismi2 - de-

gli interessi e dei bisogni del movimento operaio dei singoli

paesi agli interessi e alle esigenze dello Stato sovietico, con- cretamente della sua casta dominante.

E' a causa di questa subordinazione che hanno cessato di

essere dei partiti rivoluzionari nel senso più preciso del ter-

mine. Hanno, tuttavia, mantenuto una differenziazione gene-

tica rispetto ai partiti riformisti di tipo socialdemocratico, la

cui deformazione opportunistica

e burocratica

era stata de-

terminata essenzialmente dai condizionamenti economici,

sociali e politici derivanti dal loro inserimento nel quadro e

nei meccanismi istituzionali della società capitalistica.

Sintetizzati questi elementi

di caratterizzazione,

va im-

mediatamente aggiunto che gli interessi e le esigenze della

burocrazia sovietica non potevano essere la componente

esclusiva della politica di un partito comunista, quanto meno

di un partito che avesse superato le dimensioni del gruppo di

propaganda

stabilendo legami reali con strati sociali e movi-

menti di massa. Entravano in azione due altri fattori: la ne-

cessità di tener conto, per l'appunto, dei bisogni dei movi-

menti in cui si era inseriti, e gli interessi dei gruppi dirigenti e

degli apparati nazionali non necessariamente

coincidenti con

quelli dello Stato e del partito sovietico. A seconda delle fasi,

i tre fattori agivano e si combinavano in misura diversa.

2 Riferendosi al {leriodo successivo allo scioglimento del Cominform,

Luigi Longo ha scntto: «Il Pc dell'Urss

restava il punto di riferimento,

la

"gerarchia" da rispettare anche nella nuova dinamica del movimento comunista. Da questo punto di vista, la logica della Terza internazionale sopravvisse (ed ebbe nel 1948 una sua nuova e particolare esplicitazione nell'Ufficio d'informazioni), condizionando il comportamento di tutti o quasi i partiti comunisti» (Opinioni sulla Cina, Milano, 1977).

35

Nel caso del Pci, questa diversità può essere colta con

maggiore evidenza. Negli anni '30, il primo fattore era di

gran lunga prevalente, da tutti i punti di vista (aiuti materiali,

forza derivante al partito dal fatto di apparire come il rap-

presentante di un movimento mondiale guidato dal primo Stato "socialista" della storia, ecc.). Ma, a partire dal momen-

to in cui ha cominciato a crescere, ad acquistare una consi-

stente base di massa per divenire poi organizzazione egemo-

nica nel movimento operaio, il peso degli altri due fattori

aumentava progressivamente.

Il punto di svolta era rappresentato dagli avvenimenti del

'56: da allora, gli interessi "nazionali" tendevano a prevalere sui condizionamenti internazionali, anche se il legame con

l'Urss non era affatto spezzato (lo sarà completamente solo

oltre vent'anni dopo). Anche quando Stalin è morto e sepol-

to e ben pochi si azzardano ormai a prendere le difese dello

stalinismo, quando l'Urss non appare più come un modello di socialismo e la sua direzione è contestata dai gruppi diri-

genti burocratici di altri paesi, oltre che da forze rivoluziona-

rie, il cordone ombelicale è mantenuto perché il riferimento

ai "paesi socialisti" e al "movimento comunista" ~uò essere valorizzato come un elemento di forza del partito . Quando,

però, la politica di Mosca rischia di avere gravi conseguenze

negative per la sua stessa battaglia

- come accade con l'inva-

nell' Afghani-

sione della Cecoslovacchia o con l'intervento

stan -, il Pci non esita a prendere le distanze con dichiarazio-

ni di esplicita condanna.

In realtà, la contraddizione fondamentale, intrinseca, dei

partiti staliniani - e del Pci tra di essi - è esistita sin dalla se-

  • 3 Ancora nel 1968 si poteva le~ere in una relazione di Enrico Berlinguer:

«NGi siamo e resteremo un partito intemazionalista; siamo e resteremo in

un movimento nel quale c'e l'Unione

Sovietica, altri paesi socialisti, nel

quale c'è Cuba, c'è il Vietnam e vogliamo mantenere aperta la prospettiva con la Cina,).

conda metà degli anni '20 e ancor più dall'inizio degli anni

'30: dovevano subire il condizionamento

determinante

della

direzione dell'Urss tramite l'Internazionale burocratizzata,

ma, se volevano agire effettivamente e costruirsi non poteva- no fare astrazione dal loro contesto nazionale. Per tutto un

periodo, la contraddizione è stata più potenziale che attuale

ed era difficile individuarla o coglierne tutta la portata; que-

sto tanto più che, quando già operava direttamente, come nel

caso della Cina, le parti in causa erano interessate a non farla

emergere alla superficie e a riasconderla dietro rituali formu-

le politico-ideologiche ben ben poco corrispondenti tica reale 4.

alla pra-

Solo dopo l'aperta esplosione della crisi dello stalinismo e

le vicende degli anni '50 e '60, sulla base delle testimonianze

di protagonisti ancora in vita o di studi storici, si è venuti a

conoscenza di quello che prima poteva essere tutt'al più in-

tuito, cioè che la contraddizione aveva agito sin dall'inizio

provocando conflitti e lacerazioni, al di là delle proclamazio- ni unanimistiche.

Il 1956, sia per la portata effettiva degli avvenimenti sia

per il suo valore simbolico, segna uno spartiacque. In parti-

colare per il Pci, la contraddizione si configura ormai in ter-

mini diversi: è la contraddizione di un partito che non è più

da decenni un partito rivoluzionario e cessa di essere un par-

tito classicamente staliniano, ma non è un partito socialde-

mocratico, continua a rifiutare esplicitamente di essere defi-

nito. tale e non può agire coerentemente come riformista nel

contesto di una società in cui pure ha acquisito un peso spe-

cifico notevole. Qui va colta, in ultima analisi, la ragione del-

  • 4 L'esempio più pertinente è quello della Cina degli anni '30, quando la direzione maoista ha applicato una linea sensibilmente diversa da quella

degli altri partiti comunisti e agito indipendentemente dal Comintem, pur senza differenziarsi ideologicamente e senza mai esprimere pubbicamente il minimo dissenso (anzi, participando all'esaltazione di Stalin e dell' Urss, patria del socialismo).

la sua incapacità di realizzare gli obiettivi strategici che si era

prefissati e di sormontare gli ostacoli che le classi dominanti

continuano a frapporre

n05.

alla sua assunzione a forza di gover-

La nuova fase è contraddistinta da sviluppi diversi e in

parte contrastanti, su cui non possiamo dilungarci. Basti indi-

care il comune filo conduttore: ormai, la politica del Pci non

è più condizionata - se non parzialmente o indirettamente -

dalla politica dell'Urss e del cosiddetto movimento comuni-

sta, peraltro in via di progressivo sfaldamento, ma fondamen- talmente da fattori nazionali. A ciò contribuisce il declino del

prestigio dell'Urss e del "mondo socialista" e della loro forza

d'attrazione,

per non parlare del crollo irrimediabile del mito

staliniano. Ma l'essenziale non è questo.

Origini e fasi

di una socialdemocratizzazione

II riformismo socialdemocratico tradizionale si era svilup-

pato soprattutto nel decennio, o nei decenni, prima della

guerra mondiale 1914-18, che avevano segnato nell'Europa occidentale e centrale una crescita economica e una relativa

stabilità delle istituzioni democratico-borghesi. In tale conte-

sto - in cui non si producevano crisi rivoluzionarie o prerivo-

luzionarie, nonostante l'esplodere a volte di aspri conflitti so-

ciali e politici - era logico che il movimento operaio puntasse

5

Per

queste analisi e valutazioni, ci permettiamo di rinviare al nostro

libro

Teoria e politica comunista nel dopoguerra. Schwan,

Milano, 1959,

ripreso

e sviluppato in Pci: 1945-1969: stalinismo e opponunismo,

Samonà e

Savelli, Roma, 1969. Contrariamente ad analisi sviluppate successivamente, scrivevamo allora: «il Pci non può né potrà essere un partito riformista».

L'ipotesi non si è rivelata giusta, crediamo, soprattutto per la diversa evoluzione del contesto internazionale.

sul conseguimento di conquiste parziali (economiche, sociali

e politiche). Proprio i successi, anche limitati, su questo ter-

reno erano alla base dello sviluppo

dei partiti socialisti, dei

sindacati e di altre organizzazioni di massa.

Ma si innestava contemporaneamente, per usare una ter-

minologia peculiare del marxismo rivoluzionario, una dialet-

tica delle conquiste parziali. Nella misura in cui strati sempre più larghi di classi sfruttate, grazie alle loro lotte e alla loro

organizzazioni, ottenevano non trascurabili miglioramenti

delle loro condizioni di vita e una serie di diritti democratici,

,.

si preoccupavano di non mettere a repentaglio quello che

avevano acquisito e tendevano, quindi, più o meno consape-

volmente, a subordinare alla difesa e ampliamento delle con-

quiste parziali la prospeuiva di una lotta rivoluzionaria rovesciamento del capitalismo.

per il

Soprattutto questa era la base oggettiva dello sviluppo del

riformismo e la ragione della sua influenza persistente, nono- stante le sconfitte catastrofiche subite in momenti cruciali dai

partiti che vi si ispiravano.

L'Italia del secondo dopoguerra,

dopo il primo difficile

periodo di ricostruzione, ha conosciuto un boom economico

prolungato senza precedenti nella sua storia e un processo di

modernizzazione

che, nelle forme in cui si è realizzato,

non

era stato previsto da nessuno. Questa crescita avveniva in un

~

contesto di relativa stabilità politica e nel quadro di istituzio-

,

I

ni parlamentari più avanzate non solo di quelle dell'Italia

I

prefuscista, ma anche di quelle di altri paesi dell'Europa oc-

cidentale 6. In linea generale, pur mantenendo certe sue spe-

l'

cificità - in primo luogo, quella del Mezzogiorno - la società

~

6

Non condividiamo certo

le esaltazioni acritiche della Costituzione

del

'47, ma

è indubbio

che, sul piano

della democrazia

capitalistica,

è,

con

quella

tedesca

di Wcimar

del

1919, tra

le

più

avanzate.

Nell'Italia

del

dopoguerra,

in

linea di principio,

i diritti

democratici,

in primo

luogo

elettorali, sono stati garantiti piu e non meno che altrovc.

38

39

--

I

-

italiana diveniva sempre più omqgenea al resto dell'Europa

capitalistica, checché ne pensino tutti coloro che della sua

presunta arretratezza hanno fatto, e magari continuano a fa-

re, un cavallo di battaglia, sia sul piano delle analisi sia su

quello della strategia politica.

Grazie al conseguente rafforzamento del peso specifico

sociale della classe operaia e, più in generale, dei lavoratori

dipendenti, si creavano così le condizioni di lotte operaie e

popolari per rivendicazioni economiche importanti e non

meno importanti diritti democratici. Di fatto, lotte a diversi

livelli si sviluppavano pressoché senza interruzioni e, non di

rado, con concreti risultati; d'altra parte, i partiti operai, e in

primo luogo il Partito comunista, conquistavano solide posi-

zioni nelle istituzioni, divenendo forza di governo in numero

notevole di città, di province e anche di regioni. Tale conte-

sto si è prolungato per decenni e non è stato modificato so-

stanzialmente neppure dalla crisi sociale e politica della fine

degli anni '60 e degli inizi degli anni '70. Constatazione che

va sottolineata: si tratta di un arco di tempo assai più ampio

di quello in cui avevano agito i partiti riformisti prima del '14,

per non parlare del periodo tra le due guerre.

E' perfettamente

spiegabile, dunque, che un partito che

ormai dalla metà degli anni '30 aveva rinunciato a ogni pro-

spettiva e strategia rivoluzionaria e non dava più da tempo ai

suoi quadri e ancor meno ai suoi militanti la formazione che

aveva dato loro agli inizi, che considerava la Costituzione re-

pubblicana come il quadro necessario e sufficiente della

transizione al socialismo e prospettava questa transizione per

lIapprossimazioni successive", fosse portato ad agire sempre

di più come un partito riformista, diventando alla rme un

partito di tipo socialdemocratico.

Non ripercorriamo

qui tutte

le

fasi di un

processo

che,

prima di giungere a conclusione, si è sviluppato per oltre tre

decenni7.

.

Ci limitiamo ad abbozzare sinteticamente una periodizza-

zione (che, come tutte le periodizzazioni, comporta inevita-

bilmente elementi di arbitrarietà e di schematismo) :

  • I) Una fase che va dal XX Congresso all'agosto 1968. E'

la fase in cui viene avanzata, sia pure in forma parziale e non

senza gravi reticenze, una critica dello stalinismo e si tenta di

defInire i contorni di una democrazia socialista presentata

come obiettivo finale. Il legame con l'Urss sussiste e non so-

no affatto scomparse tendenze giustificazionistiche. Ma nel-

l'agosto 1968, quando le truppe del Patto di Varsavia pongo-

no fine alla primavera di Praga, che il Pci aveva accolto con

favore, c'è per la prima volta una condanna aperta.

II) Una fase che potremmo defInire berlingueriana, dall'i-

nizio degli anni '70 alla "strappo" seguito al colpo di Stato del

generale Jaruzelski. Il partito prende defInitivamente le di-

stanze dall'Urss e dai "paesi socialisti", dopo aver riconosciu-

to esplicitamente l'appartenenza dell' Italia alla Nato. Lo fa

per rendere credibile, sul piano interno, prima il progetto di

compromesso storico e successivamente la politica di unità

nazionale e di alternativa democratica

e, sul piano interna-

zionale, il progetto eurocomunista. Il motivo conduttore, da

un punto di vista teorico, è quello della terza via o della terza

fase, con uno sforzo persistente di differenziazione, su que-

sfo terreno, dalla socialdemocrazia.

III) La fase di cui sono simbolo due congressi post- ber-

lingueriani, il XVII e il XVIII, che

prendono atto del falli-

mento del progetto eurocomunista, peraltro verificatosi già

prima che si esaurisse la fase precedente, e rinunciano alla

7

Lo abbiamo

fatto, per parte

nostra, oltre

Destino di Trockij, Rizzoli, Milano, 1979.

che in volumi già citati,

in

terza via e a ogni differenziazione strategica rispetto alle so-

nando azione parlamentare e azione delle organizzazioni di

cialdemocrazie (in primo luogo, rispetto a quelle che si por-

tano ad esempio come interlocutrici privilegiate). Il Pci si

proclama "parte integrante della sinistra europea", cercando

di stabilire una collaborazione

con la stessa Internazionale

socialista (la Fgci, per parte sua, entra a titolo consultivo nel-

l'Internazionale giovanile socialistal

Non è forse superfluo richiamare a questo punto i tratti

distintivi dei più tipici partiti socialdemocratici:

  • - una concezione gradualistica della transizione verso una

nuova società (sinché questa prospettiva finale viene mante-

nuta);

  • - una concezione metastorica della democrazia (la demo-

crazia come valore universale permanente,

al di là delle

for-

me storiche concrete di società) e un'accettazione, in pratica

e in teoria, del quadro esistente delle democrazie parlamen-

tari o presidenziali capitalistiche;

  • - una strategia di conquiste parziali da conseguire combi-

8

Dirigenti

tra

differenza

del

Pci

si

Pci e partiti

sono

preoccupati

socialdemocratici.

Il piÙ delle volte

a

più

riprese

di definire si è trattato

la

di

definizioni

mutevoli

e

del

tutto

parziali,

se

non

fittizie.

Nel settembre

1978

Berlinguer

ha affermato

che

«il tratto

comune

delle

socialdemocrazie

resta

che

rinunciano

a lottare

per

uscire

dal capitalismo

e per

trasformare

le basi

della

società

in senso

socialista»

e circa

due

anni

dopo,

in

una

intervista

a

Repubblica

ha s{>iegato che

«i socialdemocratici

si sono

preoccupati

molto

degli

operai,

del

lavoratori

organizzati

nei sindacati,

ma poco

o

nulla

dei

marginali,

dei

sottoproletari

 

e

delle

donne".

Quanto

alla

terza

via

e

alla

terza

fase, ecco come

lo stesso

Berlinguer

ne ha illustrato

la differenza

nel

gennaio

1982: «Terza

via

è

una

specifica

posizione

in rapporto

ai modelli

di

tipo

sovietico

da

una

parte

e

alle

esperienze

di

tipo

socialdemocratico

dall'altra.

La

formulazIOne

terza

fase

si

riferisce,

Invece,

all'esperienza

storica

e,

dunque,

alle

due

precedenti

fasi

di

sviluppo

conosciuto

e

attraversato

dal

movimento

 

operaio

europeo.

E'

pero

evidente

che

la

ricerca

della

terza

via non sarebbe

possibile

se non

ci fosse

una

terza

fase

e

se

noi non

ritenessimo

possibile

avanzare

su

di essa».

Dove

si vede

come

si

possa

dare

l'impressione

di

un

tutto

coerente

combinando

a

una

prima

una

seconda

cscogitazione.

 

massa e privilegiando la prima rispetto alla seconda;

- una

prospettiva di razionalizzazione e "democratizzazio-

ne" della società esistente;

- una prospettiva di trasformazione dei rapporti interna-

zionali, soprattutto tramite le organiz7.azioni esistenti (tra le

due guerre, la Società delle nazioni e, attualmente, le Nazioni

unite), allo scopo di ridurre gli armamenti e garantire la pa-

ce, senza per questo mettere in discussione gli orientamenti

di fondo della politica estera dei rispettivi paesi;

- una concezione

di costruzione

e consolidamento

del

movimento operaio in funzione del peso nelle istituzioni e in

convergenza con l'azione di sindacati impegnati nella coge-

stione e di cooperative rispettose dei meccanismi del siste-

ma;

- una concezione per cui il partito funziona sempre di più

come uno strumento elettorale e le scelte del movimento

operaio sono decise non tanto dai militanti organizzati quan-

to dai vari centri o gruppi di pressione (gruppi parlamentari,

amministrazioni locali, gruppi dirigenti dei sindacati e delle

cooperative, intellettuali organizzatori della cultura ecc.).

I partiti socialdemocratici

hanno stabilito e mantenuto

tradizionalmente

legami molteplici con

vasti strati della so-

cietà. Ma la loro debolezza intrinseca è consistita nel fatto

che la rappresentanza

di questi strati è stata esercitata setto-

rialmente e parzialmente, nei casi peggiori in forme addirit-

tura corporative.

Questa è la conseguenza di un'ottica di adattamento

alla

società esistente e di abbandono di ogni impostazione antica-

pitalistica. Proprio per questo, se le socialdemocrazie hanno

avuto e hanno tuttora un peso considerevole e un ruolo ege-

monico in molti paesi dell'Europa capitalistica, se hanno

svolto un'innegabile funzione nella conduzione di battaglie

che hanno consentito loro di strappare conquiste parziali a

vantaggio delle forze sociali su cui si appoggiano, hanno avu-

to la responsabilità di sconfitte decisive di queste stesse for- ze.

Già alla metà degli anni '60 era chiaro che il Pci operava

sempre di più come un partito neoriformistic, inserito nel

quadro istituzionale, con una prospettiva prevalentemente

elettorale,

e puntava

essenzialmente

sul rafforzamento

di

strumenti tradizionali come le ~mmini!:trazioni locali, i sinda-

cati e le cooperative. Era nella logica di una simile evoluzio-

ne che la percentuale degli iscritti si restringesse rispetto a

quella degli elettori; che l'adesione non comportasse un co-

stante impegno militante, ma solo una partecipazione limita-

ta a certe occasioni; che il peso degli elementi piccolo-bor-

ghesi e degli intellettuali soverchiasse quello degli operai e

degli altri iscritti di estrazione popolare; che l'attività nelle.

fabbriche non andasse. al di là delle campagne elettorali o

dell'appoggio a certe lotte sindacali; che i giovani costituisse-

ro una componente sempre più marginale, in una organizza-

zione priva di ogni carica ideale in senso anche solo generi-

camente rivoluzionario. A maggior ragione, questo identikit

da partito socialdemocratico è applicabile al Pci della rme

degli anni '70 e della prima metà degli anni '80.

Un paradosso

storico

Questa trasformazione, di cui abbiamo indicato le radici

strutturali, al di là delle scelte soggettive dei gruppi dirigenti,

va situata più concretamente in un evolvere della situazione

nazionale e internazionale che, per molti aspetti, non era fa-

cile ipotizzare non solo alla fine della guerra, ma neppure al-

la fine degli anni '50.

44

Da un lato, infatti, il sistema capitalistico mondiale - gra-

zie anche al fatto che le orgllni7'7-azionioperaie più forti ri-

nunciavano a contestarlo e gli consentivano di superare in-

denne i momenti critici (come la crisi dell'immediato

dopoguerra e quella del 1968-75) - riusciva prima ad acqui- stare un nuovo dinamismo con l'onda lunga ascendente di

circa un quarto di secolo, poi a vincere in larga misura la bat-

taglia delle ristrutturazioni

nella prima metà degli anni '80,

assicurando

cosi una relativa stabilità istituzionale ai paesi

industrializzati dell'Europa occidentale e dell' America del

Nord, oltre che al Giappone.

Dall'altro, le società di transizione burocratizzate, incapa-

ci di introdurre riforme sostanziali, entravano in una fase in

cui le loro direzioni diventavano un freno assoluto e non più

relativo alla crescita e all'orgllni7'7.a7ionedelle forze produtti-

ve e le loro istituzioni erano in rotta di collisione con i biso-

gni e le aspirazioni di strati crescenti della società, motivo

per cui si avviavano rapidamente verso un catastrofico decli- no.

Tutto questo non poteva non avere profonde ripercussio-

ni sull'azione e sulla presa di coscienza della stessa classe la-

voratrice e sulle sue orgllni7'7.a7ionipolitiche e sindacali, so-

prattutto

se

si

tiene

conto

che

le

controtendenze

non

riuscivano, tranne che per br;evi periodi e anche allora par-

zialmente, ad affermarsi e a consolidarsi (il rapido declino delle formazioni di estrema sinistra degli anni '60 e '70 era un

riflesso di questo limite). E non poteva che rafforzare la ten-

denza del Pci ad avvicinarsi e poi a identificarsi alle socialde-

mocrazie, tendenza la cui prima origine - lo abbiamo visto -

risaliva alla svolta del 1935.

Ma, se vogliamo usare questa espressione, il paradosso

storico consiste nel fatto che il Partito comunista si trasforma

in un partito di tipo socialdemocratico in un' epoca in cui le

più grosse e rappresentative socialdemocrazie sono cosa ben

45

diversa da quello che erano state alloro apogeo. Partiti so-

cialdemocratici

"storici" - anche se troppi

tendono

oggi

a

ignorarlo o a dimenticarlo - avevano già assolto un ruolo di

salvatori del sistema capitalistico in momenti critici del pri-

mo dopoguerra e, tra le due guerre, per riprendere

l'espres-

sione del Léon Blum del fronte popolare, avevano gestito le-

almente il capitalismo come ministri e capi del governo.

Ma la novità degli ultimi decenni, anticipata, per ragioni

specifiche, dalla socialdemocrazia

svedese, è che partiti so-

cialdemocratici hanno assunto la direzione di paesi capitali-

stici per periodi prolungati e, in certi casi, sono divenuti ad-

dirittura lo strumento principale di gestione del sistema. E' il

caso dello Stato spagnolo, dove dall'inizio degli anni '80 la

borghesia non è stata in grado di esprimere un proprio parti-

to

egemone e si è affidata, non a torto dal suo punto di vista,

al Psoe di Felipe Gonzalez, e, in misura diversa, della Fran-

cia, diretta da dieci anni da un presidente socialista.

Si è avuto così, in primo luogo, un mutamento della stessa

composizione sociale di questi partiti: sono ancora in grande

maggioranza lavoratori salariati i loro elettori, ma non

i loro

iscritti e ancora meno i loro quadri, e i loro gruppi dirigenti

sono in stragrande maggioranza di origine piccolo-borghese,

se non addirittura borghese. In secondo luogo - cosa ancora

più importante - questi partiti si sono invischiati sempre più

inestricabilmente

negli apparati statali e IImministrativi co-

me pure negli organismi economici, pubblici e privati (non è

affatto vero che questa sia una prerogativa solo del Psi cra-

xiano).

Così la loro contraddizione principale si è venuta configu-

rando in termini diversi: da una lato, se non vogliono smarri-

re completamente la loro identità e perdere la loro base so-

ciale - o più volgarmente la loro clientela elettorale - non

possono ignorare del tutto gli interessi e le rivendicazioni

della classe operaia, di altri strati popolari e di settori picco-

46

lo-borghesi colpiti, direttamente o indirettamente, dall' onda

lunga di ristagno; dall'altro, come gerenti del potere o candi-

dati "responsabili" a questa gestione, accettano un quadro di

compatibilità sempre più rigido, impegnandosi a imporre ai loro stessi elettori il fardello delle politiche di costanti ri-

strutturazioni, di forsennate centralizzazioni e concentrazioni

e di austerità (naturalmente

a senso unico).

Il Pci non è ancora investito in pieno da questa contraddi-

zione per il fatto stesso di essere stato escluso dal governo dall'ormai lontano 1947. La sua contraddizione è consistita

nel fatto di avere avanzato per decenni una sua prospettiva

riformista senza essere in grado di tradurla in pratica (e la-

sciando al Psi la possibilità di apparire più concreto, appunto

perché giudicato maggiormente in grado di ottenere qualche

sia pur modesta misura riformista).

Ma ha cominciato a pagare a sua volta il prezzo della sua

impostazione soprattutto al momento dell'unità nazionale,

quando ha appoggiato governi democristiani e si è assunto,

in prima persona o tramite i suoi esponenti sindacali, un ruo-

lo di freno delle lotte, facendo propria la politica di austerità.

Dopo l'abbandono dell'unità nazionale, non ha mutato quali-

tativamente il suo atteggiamento,

nella misura in cui vuole

apparire come candidato credibile alla gestione del governo,

disposto

a rispettare

compatibilità

- e incompatibilità

- del

regime esistente. In questo senso, è investito a sua volta dalla

contraddizione tipica della socialdemocrazia contempora-

nea, smarrendo,

ancor più dei socialdemocratici,

la propria

identità.

E' in questo contesto

che, sotto l'impatto

degli aweni-

menti

internazionali del 1989, Achille Occhetto si è lanciato

nel suo giuoco d'azzardo, aprendo la crisi più grave della

lunga storia del partito.

47

4. ERANO POSSmU

..

I

SCELTE ALTERNATIVE?

In un momento critico per il futuro dell'attuale partito co-

munista e, più in generale, del movimento operaio, ci si può

,~

porre

legittimamente

la domanda:

le scelte

che sono state

fatte, nazionalmente

e internazionalmente,

nel corso

di set-

tant' anni, erano le uniche possibili, oppure se ne sarebbero

potute fare delle altre ottenendo risultati ben diversi?

Diciamo subito che non acccettiamo la classica obiezione:

la storia non si

fa coi "se" e riscriverla sulla base di ipotesi

non verificabili è un'operazione perfettamente oziosa. Dal

punto di vista politico, accettare che tutto quello che è acca-

duto dovesse inevitabilmente accadere significa aderire a una

sorta di fatalismo giustificazionistico e precludersi ogni pos-

sibiltà di riflessione critica e autocritica. Ma l'obiezione non

regge neppure dal punto di vista storico.

E' sin tropo ovvio che una ricostruzione storica deve pre-

occuparsi soprattutto di cogliere gli awenimenti nella loro

intima connessione, di spiegame la genesi e di individuame

la dinamica. Ma questo non significa ignorare che, in situa-

zioni date, esistono sviluppi possibili diversi, diverse poten-

zialità, di cui una ricostruzione esauriente non può non tene-

re conto se si vogliono analizzare le situazioni in tutti i loro

aspetti e, ancor più, valutare protagonisti il cui agire non era

meccanicisticamente predeterminato.

Questo problema di metodo si è posto per quanto riguar-

da l'evoluzione dell'Unione Sovietica a partire dalla metà de-

48

gli anni '20 e per l'insieme del movimento internazionale co-

munista. Noi abbiamo sempre rifiutato, partendo da indica-

zioni analitiche concrete e con concrete argomentazioni, l'i-

dea secondo cui la burocratizzazione era inevitabile, da cui

può logicamente discendere una giustificazione dello stalini-

1

smo.

Respingiamo egualmente una interpretazione

analoga nel

caso specifico del Pci e, più in generale, del movimento ope-

raio italiano.

Notiamo che dirigenti di questo partito hanno ventilato a

più riprese l'ipotesi di un corso diverso degli awenimenti,

qualora scelte diverse fossero state fatte da parte di forze che

vi erano coinvolte. Per es., nella sua Intervista sull'antifasci-

smo2, Giorgio Amendola, riferendosi alla situazione alla vigi-

lia dell'awento

del fascismo, non si è peritato di affermare:

«Se le forze del movimento operaio avessero avuto la capacità di

fare una politica di unità con le forze democratiche; se avessero favorito la formazione di un governo Nitti, è evidente che si poteva

fare qualche altra cosa» (p. 47).

Secondo esempio: parlando delle possibilità esistenti alla

fine della guerra e in particolare della politica di De Gasperi,

Togliatti ha scritto:

«La grande borghesia possidente,

lasciata

a

non

poteva

ricostruire se non in quel modo, perché questo corrispondeva alla

sua natura di c1a;se. Ma era possibile ottenere che si procedesse in

. modo

diverso'?»

.

La risposta è che era possibile che una parte importante

delle classi dominanti si alleasse con i partiti operai e impe-

disse alla grande borghesia di fare il buono e il cattivo tempo.

  • 1 ci riguarda,

Per quanto

introduzioni

a edizioni

abbiamo affrontato

delle opere

questa tematica

di Trotsky,

oltre

italiane

in varie

che, per

esempio, in Irotsky, oggi, Einaudi, Torino, 1958 e in Destino di Irockij, cito

  • 2 Laterza, Bari, 1976.