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CULTURA

LETTURE/ Natoli, fiducia e salvezza in una societ in


frantumi

Gianfranco Dalmasso

marted 17 gennaio 2017

Il termine fiducia, secondo il grande etimologo Giacomo Devoto, deriva, come la parola fede, dalla radice bheidh,
largamente attestata nelle aree italica e greca. Da questa radice deriva anche la parola foedus, che vuol dire patto.
Termini corrispondenti, tutti derivanti da tale comune radice, circolano anche in altre lingue europee: faith, foi
eccetera. A questa massiccia presenza linguistica non sembra tuttavia corrispondere una familiarit con il
significato di tale termine. Oggi fidarsi difficile. Patti se ne fanno, ma sembra difficile avvistare l'intimo nesso
fra il patto e la fiducia. Fidarsi forse sempre stato difficile, ma tanto pi oggi, in assenza di riferimenti forti a
livello veritativo, etico e istituzionale. Fidarsi: tale atto implica nella sua struttura che l'io, la persona, il soggetto,
o come vogliamo chiamarlo, rinunci a un dominio, a un controllo del suo rapporto sia con se stesso sia con gli
altri.
Su questo tema intervenuto di recente il filosofo Salvatore Natoli, il cui stile di ricerca misurarsi sempre con i
grandi nodi del pensiero. In un denso ed incisivo libretto, Il rischio di fidarsi (Il Mulino, 2016) Natoli mette fuoco
le peripezie della fiducia come esperienza radicale dell'umano. La fiducia viene individuata come una struttura,
una sorta di cinghia di trasmissione della razionalit. Senza il fidarsi infatti il piccolo d'uomo non potrebbe
sopravvivere e crescere e lo sviluppo del suo percorso non pu sostenersi su un compiuto dominio di s e dei suoi
rapporti ed azioni. pur vero che il fidarsi implica il rischio di una perdita, il rischio di perdere, ma d'altra parte
senza tale rischio non vivibile una vita umana che implica, per sua natura, i legami sociali. L'autore dettaglia i
vari aspetti soggettivi ed anche reciproci del fidarsi, tutto imperniati sulla idea di affidabilit: ad esempio mi fido
di chi merita la mia fiducia, di colui dal quale mi aspetto un contraccambio, di chi considero amico. Nell'amicizia
l'avere fiducia "sembra possedere un che di incondizionato: qui il fidarsi un affidarsi, perfino un consegnarsi"
(p. 59).
Un altro aspetto di questa relazionalit suscitante la vita della persona riguarda il fine degli atti, ed anche
l'aspettativa di una fecondit del bene. D'altra parte in questa prospettiva i legami sociali ospitano, nelle loro
strutture, posizioni e dinamiche varie e contradditorie; virt e vizi, corruzione e malvagit ed anche
condizionamenti politici in cui si sempre si esercita una fiducia, tra cui sembra oggi di particolare importanza il
problema dell'informazione.
Un'altra dimensione sottolineata da Natoli il rapporto della fiducia con il tempo. "Ci si impegna, sotto certe
condizioni, nel presente, ma per qualcosa il cui adempimento accadr nel futuro e che senza questo impegno non
sarebbe neppure concepibile" (p. 140). La fiducia, da questo punto di vista, "quel credere che guarda al futuro
alla luce di una promessa ricevuta in passato" (p. 141). La fiducia, cos intesa, si chiama fede. Questo modo del
credere proprio delle tradizioni religiose. La tradizioni religiose hanno apportato un sostegno alla fiducia
perch hanno portato un senso. Un senso implica una certa signoria sul tempo e quindi una forma di salvezza:
salvezza dal nulla di senso e dalla distruzione.
Nelle tradizioni religiose questa modalit di credere oggettivamente un appartenere, soggettivamente un
aderire. Nella societ secolarizzata in cui viviamo le appartenenze si attenuano a causa dell'azione livellante e
segregante della strutture capitalistiche che necessitano di esseri umani individualisti e asserviti ai ritmi di
produzione delle grandi centrali finanziarie e tecnocratiche. Si attenua perci nella persona il senso della
mancanza, della sproporzione fra s e un compito che lo supera, in qualche modo concepito come trascendente e
unificante: salvo che nei fondamentalismi odierni che prendono la scorciatoia di un Dio dispotico oggetto di
un'ideologia che assorbe il senso della mancanza, dell'altro, della morte.
Nella tradizione ebraico-cristiana, indisgiungibile dalla vicenda della cultura occidentale, la fiducia ancora
attiva, anche se in mille modi censurata, nella forma della preghiera. Preghiera, nel linguaggio cristiano, una
supplica legata al desiderio e al perdono (p. 150).
La forma ebraico-cristiana del credere implica il coinvolgimento di un Dio con l'umano, fino all'evento della sua
manifestazione: dal Roveto ardente di Mos a Ges di Nazareth. A partire dal fatto di essere amati da tale Dio "Il
cristianesimo ha modellato una modalit del fidarsi altrimenti non concepibile. Il tratto fondamentale del
cristianesimo la sua essenza risiede nella proclamazione del Risorto" (p. 155). Non si tratta di una filosofia o
di un evento fra i tanti, ma dell'Evento salvifico unico della storia: la remissione dei peccati e soprattutto la
vittoria definitiva sulla morte. "Il cristianesimo annuncia qualcosa che non nell'ordine delle possibilit umane e
proprio per questo pu essere solamente creduto. Il cristianesimo annuncia qualcosa di inattendibile e per questo
in esso la fiducia assume una estrema radicalit che si distacca dai modi abituali del fidarsi tra fede quella
cristiana e ragione si disegna cos una discontinuit: non si tratta tanto di un'opposizione, quanto di una
diversa dis-locazione. La fede infatti non pu essere sottoposta alle prove della ragione naturale e perci stesso
non irrazionale ma come per altro pretende essere sovrarazionale: un salto (p. 156).
Nella fede si gioca questa partita: accettare come plausibili promesse che la ragione sogna, ma non nelle
condizioni di realizzare: il trionfo definitivo sul male, la cessazione del dolore, la sconfitta della morte. "Tutto ci
non contraddice affatto le esigenze umane, anzi vi corrisponde: e allora perch non crederci? L'annuncio
cristiano trova una sua plausibilit perch viene incontro a un naturale bisogno di salvezza, non razionalmente
giustificabile e nella sua configurazione originaria non pretende neanche di esserlo ma promette ci che
desiderabile i secoli cristiani non sono una astrazione, sono esistiti e la fede nella patria celeste ha permesso
agli uomini non solo di attendere in speranza l'eterna beatitudine, ma di vivere, in forza di questa stessa fede, le
fatiche del tempo, di sopportare i mali presenti" (p. 157).

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