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CAPITOLO 3

Modelli di Meccanica della Frattura per la Verifica di Stabilit


delle Fessure e loro Implementazione agli Elementi Finiti

3.1 Generalit.

Ogni componente strutturale, nel momento in cui posto in esercizio, possiede dei difetti
considerati accettabili che durante il periodo di funzionamento possono accrescersi a causa di
meccanismi di degradazione legati alle condizioni di carico o alle propriet chimico-fisiche
dellambiente di lavoro (fatica, tearing, tensocorrosione, ecc). Nel momento in cui il difetto
raggiunge la dimensione critica, viene compromessa la capacit di sostenere i carichi e si ha la
rottura catastrofica dellelemento strutturale. Carichi affaticanti ed ambienti aggressivi portano ad
una crescita delle fessure presenti in un componente. Pi grande il difetto e pi grande la
concentrazione delle tensioni allapice di essa, pertanto la velocit di crescita di una cricca risulta
una funzione crescente nel tempo e nei cicli di carico (Figura 3.1(a)).
La resistenza di una struttura diminuisce con laumentare delle dimensioni di un difetto e
pu raggiungere un valore tale da non essere pi in grado di sopportare i carichi massimi gravanti
su di essa arrivando ad una rottura catastrofica. Tale possibilit diviene certezza se la resistenza
assume un valore inferiore a quella necessaria per sopportare i carichi di esercizio (Figura 3.1(b)).

Figura 3.1 The engineering problem of a crack in a structure

59
La Meccanica della Frattura deve fornire dei metodi e criteri per poter dare risposte
quantitative a specifici problemi concernenti la presenza di fessure in componenti strutturali e
determinare le seguenti quantit:

la resistenza residua della struttura in funzione delle dimensioni della cricca;


le dimensioni critiche di una fessura (quelle corrispondenti ad una resistenza
residua inferiore a quella necessaria per sopportare i carichi di esercizio);
il tempo necessario per far crescere una data fessura dalle sue dimensioni originali
a quelle critiche;
le dimensioni ammissibili delle cricche ad inizio vita;
il tempo che deve intercorrere tra una ispezione e laltra della struttura.

3.2 Concetti base di meccanica della frattura lineare elastica.

3.2.1 Il criterio energetico.


Nel caso in cui si trascurino i fenomeni dissipativi, il principio di conservazione
dellenergia stabilisce che il lavoro F fatto dai carichi esterni che agiscono su un corpo debba
essere trasformato in energia di deformazione U :

(3.1) F U = 0

Il lavoro F compiuto dai carichi esterni vale:

(3.2) F = Pds

essendo P lintensit del carico ed s lo spostamento del suo punto di applicazione. Nel piano P-s,
tale lavoro fornito dallarea sottesa dalla curva carico-deformazione. Lenergia di deformazione
U si calcola effettuando lintegrazione sul volume della densit di energia. Questa ultima grandezza
nota una volta conosciuto il tensore delle tensioni e quello delle deformazioni :

(3.3)
Densit di energia di deformazione = d

Se il corpo presenta una fessura, possono verificarsi due condizioni:

la fessura non avanza;


la fessura avanza.

60
Nel primo caso vale ancora lequazione (2.1). Nel secondo caso, invece, necessario
correggere lequazione di bilancio (2.1) introducendo un termine che tenga conto della quantit di
energia spesa nella frattura del materiale. Si supponga che la fessura avanzi di una quantit
infinitesima da. Se si scrive il bilancio di energia facendo riferimento alle variazioni di energia che
si hanno nellavanzamento della cricca dalla dimensione a a quella a+da , si ottiene la seguente
equazione di bilancio:

d
(3.4) (F U W ) = 0
da

che pu essere riscritta nella forma:

d dW
(3.5) (F U ) =
da da

Il primo membro dellequazione (3.5) misura, lenergia rilasciata dal sistema quando la fessura
avanza della quantit da; il termine a secondo membro, invece, indica la quantit di energia W
necessaria per fratturare il materiale della quantit da. Questo criterio energetico stabilito da
Griffith nel 1921 afferma che la progazione di una qualsivoglia fessura avr luogo se lenergia
rilasciata dal sistema a seguito dellincremento di lunghezza della cricca sufficiente a fornire
tutta lenergia richiesta perch avvenga tale incremento di fessura. Si pu dimostrare che il primo
termine dellequazione (3.5) coincide con lenergia di deformazione immagazzinata nel sistema. A
titolo di esempio, si considerino i due seguenti casi:

condizioni di controllo di spostamento (displacement control), Figura (3.2 (a));


condizioni di controllo di carico (load control), Figura (3.2 (b)).

Si assume che in entrambi i casi il materiale possieda un comportamento elastico lineare.


Nel caso di controllo di spostamento, allavanzamento della fessura corrisponde una
diminuzione del carico applicato che passa dal valore P1 al valore P2 (Figura 3.3). Laumento della
semilunghezza della fessura della quantit da, infatti, comporta una diminuzione della rigidezza del
sistema e lo stesso spostamento pu essere mantenuto con un carico applicato inferiore. Lenergia
elastica immagazzinata nel sistema diminuir di una quantit pari allarea OAB e sar rappresentata
dal triangolo OBD. In questo caso i carichi esterni applicati alle estremit fisse non compiono
lavoro, pertanto la propagazione della cricca pu avvenire solo a spese di un rilascio di energia
elastica del sistema.

61
Figura 3.2 Cracked plate at a fixed displacement (a) and at a fixed load (b)

Figura 3.3 Fracturing at costant displacement

Figura 3.4 Fracturing at costant load

62
Lequazione (3.5), pertanto, diventa:

dU dW dU
(3.6) = con <0
da da da

Nel caso di controllo di carico, invece, lavanzamento della fessura avviene a carico P1
costante, cui il lavoro F compiuto da tale forza vale P1 ( 2 1 ) , dato che le estremit della

piastra subiscono lo spostamento 2 1 (Figura 3.4), mentre lenergia di deformazione

1 1
immagazzinata dal sistema subisce un incremento pari a P1 1 P1 2 . Lequazione (3.5)
2 2
assume pertanto la seguente forma:

1 1 dW
(3.7) P1 ( 2 1 ) P1 1 P1 2 =
2 2 da

oppure,

1 dW
(3.8) P1 ( 2 1 ) =
2 da

Ancora una volta, il primo membro della (3.8) rappresenta la variazione dellenergia di
deformazione dU da (in questo caso essa risulta positiva in quanto i carichi esterni compiono
lavoro durante la propagazione della cricca e quindi lenergia elastica del sistema aumenta anzich
diminuire), mentre il secondo membro dellequazione (3.8) coincide con lenergia richiesta per
avere la frattura del materiale di una quantit da, pari allarea OAE.
Si pu quindi concludere che indipendentemente dalle condizioni di carico, lequazione di
bilancio (3.5) rappresenta il criterio di rottura. Il primo membro chiamato rateo di rilascio di
energia di deformazione (strain energy release rate) allapice della fessura o forza motrice della
fessura (dato che ha le dimensioni di una forza per unit di incremento della fessura) e viene
indicato con G. Il secondo membro, invece, esprime lenergia necessaria alla propagazione della
cricca, per questo chiamato resistenza alla fessurazione (fracture resistance) ed indicato con R. Il
criterio di rottura espresso dallequazione (3.5), pu essere, allora, riscritto in forma sintetica:

(3.9) G=R

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Nel caso in cui il materiale abbia comportamento elastico lineare, si pu dimostrare che G
espresso dalla relazione seguente:

Fc 2 2 a
(3.10) G=
E'

in cui:


E per stato piano di tensione

E' =
E per stato piano di deformazione

1 2
E : modulo di Young del materiale;
: coefficiente di Poisson del materiale;
Fc : un fattore che dipende dalla geometria considerata e dalle condizioni di carico;
: la sollecitazione applicata al corpo in direzione normale alla superficie di frattura;
a : semilunghezza della frattura.
Sostituendo la (3.10) nella (3.9), tenendo conto che E ' = (legge di Hook), si ottiene:

(3.11) Fc 2a = R

Lequazione (3.11), stabilisce il criterio di rottura del materiale. Tale criterio, tuttavia,
fornisce risultati corretti solamente se il materiale mantiene un comportamento elastico lineare
(come nel caso di materiali fragili o ad alta resistenza) nella zona circostante la fessura. Se il
fenomeno di frattura, invece, accompagnato da notevoli deformazioni plastiche (come avviene
per materiali molto duttili), non pi possibile effettuare unanalisi di tipo elastico e bisogna far
ricorso agli strumenti messi a disposizione dalla meccanica della frattura elasto-plastica (EPFM).
Una rappresentazione grafica del criterio energetico di rottura, si ha ponendo in ordinata le
grandezze G e R e suddividendo lasse delle ascisse in due parti, a sinistra dellorigine si pone la
lunghezza delle cricche e a destra si pongono gli incrementi di lunghezza delle cricche (Figura 3.5).
Fissando un valore a1 della cricca ed una tensione 2, il valore di G rappresentato dal punto F. Per
la cricca a1, al variare della tensione fra 0 e 2, G varia da O a F. Aumentando la tensione a 1, G
raggiunge il punto H in cui uguaglia la resistenza a fessurazione, R. La propagazione della fessura
sotto tensione 1 avviene lungo la linea HK in corrispondenza della quale G risulta sempre
maggiore di R. Una fessura a2>a1, sollecitata da una tensione variabile da 0 a 2, ha valori di G che

64
variano da 0 a H (le linee LF e MH corrispondenti allo stesso valore di tensione sono parallele); ad
H si ha linizio di propagazione della fessura che proseguir lungo la linea HN.

Figura 3.5 Graphical representation of instability energy criterion

Il tasso di rilascio di energia G assume lo stesso valore sia nel caso di loading control
(estremit libere) sia nel caso di displacement control (estremit fisse), ma solo allinizio della
propagazione della fessura. Nella fase di ulteriore accrescimento della cricca, landamento di G
lineare solo nel caso di carico costante mentre nel caso di spostamento controllato G pu diminuire
allaumentare di a, in seguito alla diminuzione della tensione (G aumenta in funzione di a con
legge lineare) (Figura 3.6).

Figura 3.6 Difference in G for fixed grip and costant load conditions beyond instability

La resistenza alla fessurazione R nel caso di plane strain risulta indipendente dalla
lunghezza della cricca assumendo cos il valore costante di GIC , mentre sperimentalmente stato
dimostrato che nel caso di plane stress essa varia con legge monotona crescente allaumentare
dellincremento del difetto (Figura 3.7).
Ponendoci in condizioni di plane stress, considerando una cricca a1 e una tensione 1,
lenergia G rappresentata dal punto B. Con tensione costante allavanzamento della fessura
lenergia di deformazione varia lungo la retta BH, ma essendo i valori di G sempre inferiori a R,
non si potr avere propagazione della cricca. La tensione deve aumentare fino a c, per cui la cricca
aumenta assumendo il valore ac e G assume il valore rappresentato dal punto D, per il quale si ha la

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propagazione instabile della fessura (la retta DF risulta sempre maggiore di R. In D sono verificate
le seguenti relazioni che esprimono il criterio energetico della rottura in condizioni di stato piano di
tensione: GC a = R a e GC = R dove GC lenergia critica a frattura.

Figura 3.7 Trend of R-curve for plane strain and plain stress

Questo criterio energetico un ottimo strumento per la valutazione del comportamento alla
fessurazione di un dato materiale e di semplice applicazione. Chiaramente la sua messa in pratica
richiede la conoscenza di una opportuna espressione analitica di R o una sua valutazione per via
sperimentale. Questo metodo di semplice implementazione grafica consente una valutazione del
comportamento post-instabilit di una fessura e del suo possibile arresto.

3.2.2 Stato di Tensione allapice di una fessura.


Per varie configurazioni di difetti soggetti a carichi esterni possibile ricavare espressioni
semplici e compatte per descrivere lo stato di sollecitazione nel componente, assumendo un
comportamento del materiale lineare elastico. Definendo un sistema di riferimento polare centrato
nellapice della fessura (Figura 3.8), si pu dimostrare che lo stato di tensione descritto dalla
seguente espressione:

m
K
(3.12) ij = f ij ( ) + Am r 2 g ij(m ) ( )
r m =0

in cui, ij il tensore degli stress, r e sono definiti in Figura 3.8, K una costante e f ij una

funzione adimensionalizzata. I termini di ordine pi elevato dipendono dalla geometria, ma la

soluzione per una qualsiasi configurazione di difetto pilotata dal termine proporzionale a 1 r.
Per r 0 , in prossimit dellapice, il primo termine tender allinfinito mentre gli altri termini
saranno trascurabili. Lequazione (3.12) presenta quindi una singolarit in r = 0 .

66
Figura 3.8 Definition of the coordinate axis ahead of a crack tip

Una fessura contenuta in un materiale pu essere sollecitata secondo tre differenti tipi di
carico, come illustrato in Figura 3.9:
Opening mode (Modo I), sono le tensioni normali al piano della fessura ad
originare gli spostamenti dei lembi;
Sliding mode (Modo II), sono le tensioni tangenziali nel piano della fessura stessa
ad originare lo spostamento dei lembi in direzione ortogonale al bordo di attacco;
Tearing mode (Modo III), sono le tensioni tangenziali fuori dal piano della fessura
ad originare lo spostamento dei lembi in direzione parallela al bordo di attacco.
La sovrapposizione dei tre modi descrive un qualsiasi problema di fessurazione.

Figura 3.9 The three modes pf loading that cam be applied to a crack

Espressioni dettagliate della singolarit dello stato di sollecitazione per i tre Modi di rottura
sono riportati in Tabella 3.1 e Tabella 3.2, mentre le relazioni sugli spostamenti per i primi due
modi sono riportati in Tabella 3.3.
Mode I Mode II
KI 3 K II 3
xx cos 1 sin sin sin 2 + cos cos
2r 2 2 2 2r 2 2 2
KI 3 K II 3
yy cos 1 + sin sin sin cos cos
2r 2 2 2 2r 2 2 2
KI 3 K II 3
xy cos sin cos cos 1 sin sin
2r 2 2 2 2r 2 2 2
0 (Plane Stress) 0 (Plane Stress)
zz ( xx + yy ) (Plane Strain) ( xx + yy ) (Plane Strain)
xz , yz 0 0
Tabella 3.1 Stress fields ahead of a crack tip for Mode I and Mode II

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K III
xz = sin
2r 2
K
yz = III cos
2r 2
K r
u z = III sin
2 2
Tabella 3.2 Non-zero stress and displacement components in Mode III

Mode I Mode II
KI r K II r
ux cos 1 + 2 sin 2 sin + 1 + 2 cos 2
2 2 2 2 2 2 2 2
KI r K II r
uy sin + 1 2 cos 2 cos 1 2 sin 2
2 2 2 2 2 2 2 2
shear modulus
= 3 4 plane strain
= (3 ) (1 ) plane stress
Tabella 3.3 Crack tip displacement fields for Mode I and Mode II

Considerando la sola singolarit generata dal Modo I di rottura sul piano contenente la
fessura ( = 0), le componenti di tensione lungo le direzioni x e y sono identiche come risulta dalla
Tabella 3.1:

KI
(3.13) xx = yy =
2r

In Figura 3.10 schematicamente rappresentata la componente normale al piano della fessura in


funzione della distanza dallapice della fessura. Lequazione (3.13) ha validit in prossimit del

difetto in corrispondenza del quale la singolarit 1 r domina il campo di tensioni. Le tensioni


lontane dal difetto sono governate dalle condizioni di carico applicate in posizione remota al punto

di localizzazione della fessura, per cui la tensione tender ad un valore finito (per r
occorre considerare tutti i termini della serie (3.12)). Il fattore KI noto come fattore di
intensificazione delle tensioni (SIF) per il modo di rottura I. Lintero stato di sollecitazione
allapice di una fessura univocamente determinato nel momento in cui risulta noto il fattore
dimensionale KI. che definisce lampiezza della singolarit allapice. Una volta noto questo fattore
possibile conoscere tensioni, deformazioni e spostamenti come funzione di r e .

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Figura 3.10 Stress normal to the crack plane in Mode I

Lutilizzo di un singolo parametro per caratterizzare gli effetti che una fessura ha su un
dato componente una delle principali prerogative della meccanica della frattura. La rottura avr
luogo allorquando KI raggiunge un valore critico KIC, parametro tipico del materiale in esame
ottenute da prove in stato piano di deformazione. In generale il fattore di concentrazione delle
tensioni assumer la seguente espressione:

(3.14) K I = FC a

in cui Fc un fattore che dipende dalla geometria considerata (forma del difetto e sua posizione

nel componente) e dalle condizioni di carico. Tramite lespressione (3.14) possibile correlare il
fattore di intensificazione delle tensioni con il tasso di rilascio dellenergia elastica allapice della
fessura. Sostituendo la (3.14) nella (3.10) si ottiene:

Plane Stress
K I2

E
(3.15) GI = Plane Strain

( )
2
2 KI
1
E

In letteratura sono disponibili diverse correlazioni del fattore di intensificazione in


relazione alla forma del difetto, alla sua posizione nel componente in esame e alle condizioni di
carico. Per una fessura semiellittica superficiale, che generalmente presa in considerazione in fase
di progetto nella normativa ASME III per la verifica di un componente alla fessurazione, le
correlazioni pi attendibili sono risultate quelle di Raju & Newman. Su risultati ottenuti agli
elementi finiti riuscirono ad ottenere correlazioni empiriche che fossero in grado di descrivere lo
stato di sollecitazione lungo il fronte della fessura semiellittica (APPENDICE B).

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La determinazione dello Stress Intensification Factor pu essere eseguita tramite il metodo
della Weight Function. Tale metodo basato sul principio di sovrapposizione e vale unicamente
nellambito della meccanica della frattura lineare elastica. Il metodo deriva dallosservazione che
differenti condizioni di carico possono determinare lo stesso SIF.

Se le equazioni sono lineari possiamo immaginare lo schema di sovrapposizione degli effetti


evidenziato nella precedente Figura. Come si nota nella immagine (b) la cricca pu essere
virtualmente eliminata applicando ai lembi il carico di compressione s; tale carico (nella zona in cui
si trova il difetto) uguale e di segno opposto al carico applicato alla piastra senza cricca
(immagine (a)); questultimo carico detto carico o tensione nominale. Si noti che per le due
piastre le condizioni al contorno sono le stesse. Il metodo prevede quindi che il valore del KI possa
essere determinato con una relazione del tipo indicato:

K I = H ( x, a ) ( x)dx
2a
(3.16)
0

Nella relazione integrale ( x ) la tensione nominale e H ( x, a ) una opportuna funzione della


sola geometria del difetto (in particolare della lunghezza a della cricca) denominata Weight
Function (WF). Anche in questo caso esistono varie correlazioni in letteratura che consentono di
definire lo stato di tensione allapice di un difetto partendo dalla distribuzione effettiva della
tensione nel componente integro, privo di fessure.

3.2.3 Plasticizzazione allapice di una fessura.


La soluzione elastica dello stato di tensione nella zona adiacente alla fessura mostra una
discontinuit allapice di essa. Le tensioni tendono allinfinito per r tendente a zero ma in realt la
tensione sar limitata dalla tensione di snervamento del materiale. Pertanto si svilupperanno
deformazioni plastiche allapice della fessura tali da generare una completa ridistribuzione delle
tensioni. E possibile arrivare ad una stima delle dimensioni di tale zona plastica considerando i

70
casi di stato piano di tensione e quello di deformazione prendendo a riferimento lo stato di tensione
generato in direzione normale al piano contenente la fessura descritto dallespressione (3.13).

Figura 3.11 A first approximation to the crack tip plastic zone

In condizioni di plane stress la condizione di snervamento si verifica nel momento in cui la


tensione uniassiale di snervamento del materiale uguaglia la componente normale, y = YS .

Sostituendo la YS nellequazione (3.13) possibile arrivare alla stima della distanza ry dallapice

della fessura in cui la y supera la tensione di snervamento.

2
1 KI
(3.17) ry =
2 YS

Se sono trascurabili gli effetti di incrudimento del materiale (comportamento elastico perfettamente
plastico) la distribuzione delle tensioni per r ry pu essere rappresentata da una linea orizzontale

in corrispondenza allo snervamento come illustrato in Figura 3.11. Dalla Figura si evince
chiaramente che la procedura adottata non rigorosamente corretta perch si fonda sullassunzione
di una soluzione elastica. Nel momento in cui si ha lo snervamento, le tensioni dovranno subire una
ridistribuzione per soddisfare lequazione dellequilibrio globale sul componente. A seguito do ci
chiaro che leffettiva zona plastica dovr essere pi grande di ry dal momento che il carico
rappresentato dallarea tratteggiata in Figura 3.11. deve essere in qualche modo equilibrato. Questo
pu essere realizzato se si estende la zona plastica in corrispondenza dellapice della fessura come
mostrato in Figura 3.12. Un semplice bilancio di force porta alla stima delleffettiva dimensione
della regione plastica assunta di forma circolare in prima approssimazione:

ry ry
KI
(3.18) YS r p = y dr = dr
0 0 2r

71
da cui:

2
1 K
(3.19) r p = I quindi r p = 2ry
YS

Figura 3.12 First-order and second-order estimates of plastic zone size

Riferendoci alla Figura 3.12, si pu notare che la ridistribuzione della tensione nella zona elastica
pi alta di quella predetta dallequazione (3.13), richiedendo un pi alto fattore di concentrazione
delle tensioni, Keff. Irwin dimostr che la plasticizzazione pu essere considerata come un
incremento fittizio delle dimensioni della cricca, Figura 3.13. La plasticizzazione allapice della
cricca determina deformazioni maggiori e rigidezza minori rispetto al caso elastico, il componente
strutturale si comporta come se essa contenesse una fessura di dimensioni maggiori rispetto a
quelle reali. Irwin dimostr che una buona approssimazione del Keff ottenuta ponendo lapice
delleffettiva fessura considerata nel centro della regione di plasticizzazione. In definitiva la
lunghezza effettiva della cricca risulta:

(3.20) aeff = a + ry

il valore delleffettivo fattore di intensificazione degli sforzi ottenuto inserendo la dimensione


effettiva della fessura nellespressione generale (3.14):

(3.21) ( )
K eff = FC aeff aeff

un processo iterativo sar necessario per ottenere il valore esatto partendo dal SIF calcolato in
assenza di plasticizzazione; tramite le equazioni (3.17) e (3.20) sar possibile riaggiornale le
dimensioni del difetto e continuare ad iterare per arrivare a convergenza.

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Figura 3.13 The Irwin plastic zone correction

In condizioni di stato piano di deformazione lo snervamento raggiunto con uno stato


triassiale di tensione e in definitiva la correzione della zona di plasticizzazione sar pi piccola di
un fattore pari a tre:

2
1 KI
(3.22) ry =
6 YS

Per stimare la dimensione della zona in cui si ha la plasticizzazione del materiale allapice
del difetto si considerato solo lo stato di tensione che si ha per = 0, lungo il piano della fessura.
E possibile stimare lestensione della regione plasticizzata per tutti i valori di angolo di
inclinazione applicando un opportuno criterio di snervamento unito alle equazioni riportate nelle
Tabelle 3.1-3.2. Consideriamo il classico criterio di Von Mises per definire i limiti della regione di
snervamento:

(3.23) e =
1
2
[( 1 2 ) + ( 1 3 ) + ( 2 3 )
2 2 2
]
1
2

dove, e la tensione equivalente e 1 , 2 , 3 sono le tre componenti principali del tensore degli

sforzi. Secondo il criterio di Von Mises, lo snervamento ha inizio nel momento in cui verificata
luguaglianza tra e = YS . Sostituendo, per esempio, lo stato di tensione del Modo I di rottura,

riportato in Tabella 3.1, nellequazione precedente e risolvendo in r, si ottiene la stima del raggio
della zona snervata in funzione dellangolo .

2
1 KI 3 2
(3.24) ry ( ) = 1 + cos + 2 sin per plane stress
4 YS

73
2
KI
(1 2 )2 (1 + cos ) + sin 2
1 3
(3.25) ry ( ) = per plane strain
4 YS 2

Le equazioni (3.24) e (3.25), rappresentate in Figura 3.14 e Figura 3.15, definiscono


approssimativamente il confine tra il comportamento elastico e quello plastico del materiale. Le
precedenti equazioni non sono tuttavia rigorosamente corrette perch si fondano su unanalisi
puramente elastica non considerando la ridistribuzione delle tensioni.

Figura 3.14 Effect of thickness on plastic zone shape

Figura 3.15 Dimensionless plastic zone shapes from the Von Mises yield criterion

74
3.3 Concetti base di meccanica della frattura elasto-plastica.

3.3.1 Il criterio energetico.


Per i materiali duttili presente una deformazione plastica allapice della fessura. Per
questi materiali la propagazione di un difetto richiede la formazione di una zona plastica al nuovo
apice. Lenergia associata a tale plasticizzazione pu essere considerata lenergia necessaria per la
propagazione della fessura. Per questi motivi la resistenza alla fessurazione R essenzialmente
lenergia di deformazione plastica mentre il contributo di energia per la formazione delle superfici
di frattura risulta praticamente trascurabile.
Se il fenomeno di frattura, invece, accompagnato da notevoli deformazioni plastiche
(come avviene per materiali molto duttili), non pi possibile effettuare un analisi di tipo elastico
e bisogna far ricorso agli strumenti messi a disposizione dalla meccanica della frattura elasto-
plastica (EPFM). In EPFM, il criterio di rottura del materiale fornito da una relazione
formalmente simile alla (3.11):

(3.26) Ha = J R

2
dove H un fattore (detto funzione di influenza) che riveste lo stesso ruolo del termine Fc

nellequazione (3.11) (e dipende oltre che dalla geometria e dalle condizioni di carico anche dalle
propriet del materiale) e JR rappresenta la resistenza alla frattura del materiale. In EPFM, inoltre,
la forza motrice della fessura si indica con J anzich con G, per cui la relazione (3.26) pu
assumere la forma equivalente riportata di seguito:

(3.27) J = JR

lequazione (3.27) riveste lo stesso ruolo della (3.9).


Per poter impiegare lequazione (3.27) in analisi di meccanica della frattura elasto-plastica,
necessario conoscere il legame esistente tra ed per il materiale in esame. In linea di principio,
tale legame pu essere descritto da qualsiasi relazione in grado di rappresentare landamento della
curva sperimentale tensione-deformazione del materiale. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, si
effettua il fit della curva sperimentale ricorrendo ad una legge di potenza nota come legge di
Ramberg-Osgood (R-O), (cfr. Paragrafo 3.3.3).

n
(3.28) = +
E F

75
A questo punto, sfruttando il legame tra tensioni e deformazioni fornito dalla relazione di R-O,
possibile riformulare il criterio di rottura fornito dallequazione (3.26) nel modo seguente:

2 n+1
(3.29) Ha = H a+H a = JR
E F

Il primo termine a primo membro dellequazione (3.29), rappresenta il contributo alla variazione di
energia di deformazione dovuto alla parte lineare della curva tensione-deformazione (il confronto
con lespressione di G fornita dal primo membro della equazione (3.10), indica che nel caso

elastico n=1, F=E e H = FC2 ), mentre il secondo termine a primo membro dellequazione (3.29)

rappresenta il contributo alla variazione di energia di deformazione dovuto alla parte non-lineare
della curva tensione-deformazione. Tenendo conto della (3.10), la (3.29) diventa:

Fc 2 2 a H n +1a
(3.30) + = JR
E' F

In EPFM, il secondo termine a primo membro della (3.30) viene indicato con Jpl, dove pl sta ad
indicare la componente plastica del J, per cui la relazione precedente pu essere riscritta nella
forma seguente:

(3.31) G + J pl = J R

Inoltre, uso comune porre G=Jel, dove el sta ad indicare la componente elastica del J per cui
lequazione (3.31) diventa:

(3.32) J el + J pl = J R

Generalmente si pone J=Jel+Jpl. La relazione (3.31) costituisce il criterio di frattura impiegato in


EPFM. Tuttavia, per risolvere la (3.30), necessario disporre di una relazione che descriva la
tenacit alla frattura del materiale determinata generalmente per via sperimentale. Nel caso in cui
Jel sia molto pi piccolo di Jpl il primo termine dellequazione (3.30) pu essere trascurato e la
tensione di frattura pu essere calcolata direttamente:

1
FJ (n +1)
(3.33) f = R
Ha

76
mentre nel caso elastico risulta:

1
E' R 2
(3.34) f = 2
FC a

in accordo al criterio energetico per materiale a comportamento puramente lineare (cfr. Paragrafo
3.3.1). I fattori geometrici FC e H, indispensabili per poter risolvere qualsiasi problema di
meccanica della frattura, si possono calcolare utilizzando opportune relazioni disponibili in
letteratura. Il fattore geometrico elastico FC stato calcolato per varie geometrie e condizioni di
carico e su espressioni sono riportate in vari manuali. Il fattore geometrico plastico dipende oltre
che dalla geometria in esame e dalle condizioni di carico, dallesponente n dellequazione di R-O.
Per i materiali molto duttili, la resistenza alla frattura JR tende a crescere durante levolversi
del processo di frattura (Figura 3.16). Questo fatto consente lavvio di fenomeni di frattura stabile,
dato che la fessura costretta ad arrestare la sua avanzata nel momento in cui la forza motrice
diventa pi piccola dellenergia necessaria alla frattura JR. La frattura pu, quindi, crescere
lentamente e stabilmente fino al raggiungimento di una condizione critica in cui si verifica una
propagazione rapidissima ed incontrollabile. Il fenomeno di crescita della frattura ha inizio nel
momento in cui J = J R . Perfino in EPFM il criterio energetico pu essere opportunamente
rappresentato per via grafica. Fissata la dimensione della fessura, possibile disegnare una famiglia
di curve variando la tensione nellequazione (3.30), come illustrato nella seguente Figura.

Figura 3.16 J-curves for different stresses and typical trend of JR-curve

77
Alla tensione a il valore di J(a) quello corrispondente al punto A. Questultimo si trova pi in
basso del punto B e quindi J risulta minore di JR. La frattura non pu avanzare. Un innalzamento
della tensione al valore i, porta J(a) al punto B. Adesso J=JR e la cricca pu propagare. Ma essa
stabile, dato che, se la tensione rimane pari al valore i, J si porta in C e JR in D e lavanzamento
della fessura deve arrestarsi. Affinch la frattura possa avanzare necessario portare la
sollecitazione a b , in modo da spostare il valore di J(a) nel punto D. In questa fase la cricca cresce
stabilmente da a ad a+ab . Ulteriori incrementi di tensione comportano una crescita stabile della
cricca, per cui il processo di frattura risulta ancora sotto controllo. In questa fase sufficiente
mantenere la sollecitazione costante per scongiurare una rottura catastrofica del componente. Nel
caso in cui, per, la sollecitazione raggiunga fr , J(a) si porta in E e la frattura pu propagarsi in
maniera instabile. Ad un ulteriore incremento della cricca, infatti, J continua a mantenersi pi
elevato di JR. La condizione di instabilit, quindi, si verifica nel momento in cui si raggiunge una
condizione di tangenza tra la curva J(a) e la curva JR :

J (ai ) = J R (ai )
dJ
(3.35) = dJ R
da a da a
i i

Il sistema di equazioni (3.35) frequentemente riportato in letteratura in una forma diversa.

Moltiplicando ambo i membri della seconda equazione per E YS


2
, dove E il modulo di Young

del materiale e YS la tensione di snervamento, si ottiene:

E dJ E dJ R
(3.36) = 2
YS da YS da
2

in cui, il primo membro viene comunemente indicato con Tapp, applied tearing modulus, mentre il
secondo con TR, dove il pedice R indica il valore di J sulla curva di resistenza alla fessurazione. In
Figura 3.17 viene schematicamente illustrata una tipica curva JR per materiali a comportamento non
lineare. Nei primi istanti della deformazione allapice di un difetto, la curva R pressoch verticale.
Come aumenta il valore di J, il materiale allapice inizia localmente a fessurarsi e il difetto avanza.
Dal momento che landamento di R monotono crescente, liniziale avanzamento del difetto
stabile ma condizioni di instabilit possono essere incontrati con incrementi di carico. Lindice di
misura della tenacit a frattura, JIC, definito in prossimit del punto di inizio crescita della
frattura. Questo indice ci fornisce alcune informazioni sul comportamento a frattura di un materiale
duttile. La pendenza della curva ad un dato valore dellestensione del difetto un indice della
relativa stabilit del fenomeno di avanzamento; in un materiale con una ripida curva risulter meno

78
probabile una propagazione instabile della cricca. E proprio il fattore dimensionale TR a
quantificare la pendenza della curva di resistenza alla fessurazione.

Figura 3.17 Schematic J resistance curve for a ductile material

Le condizioni che governano la stabilit nei materiali elasto-plastici sono virtualmente


identici al caso elastico presentato nel paragrafo 3.3.1. La instabilit si verifica nel momento in cui
landamento della driving force J risulta tangente alla R-curve. La condizione di load control (la
sollecitazione non diminuisce una volta che la frattura inizia a propagarsi) generalmente risulta
meno stabile della condizione displacement control, dal momento che in questultima situazione
una crescita della fessura accompagnata da una diminuzione dello stato di tensione e quindi pu
accadere che la forza motrice diventi minore della forza resistente JR causando larresto
dellaccrescimento della fessura.. In controllo di spostamento, quindi, il fenomeno di instabilit
influenzato anche dalle propriet del sistema in esame. In definitiva la condizione di una
propagazione stabile espressa dalle seguenti relazioni:

(3.37) J = JR e Tapp TR

La propagazione instabile si verifica quando:

(3.38) Tapp > TR

La curva JR solitamente ricavata sottoponendo campioni del materiale in esame a prove di


Compact Tension. Essa pu essere convenientemente schematizzata utilizzando la legge di potenza
seguente:

79
m
a
(3.39) J R (a ) = J IC + C
r

dove:
a la variazione di lunghezza della cricca durante la fase di accrescimento;
J IC la tenacit di inizio frattura;
C, m sono parametri ricavati da un fit dei dati sperimentali;
r un parametro di normalizzazione.

3.3.2 Il J-Integral.
Il tasso di rilascio di energia di deformazione in materiali a comportamento non lineare pu
essere univocamente identificato da un integrale di linea lungo un percorso qualsiasi che racchiude
lapice di una fessura. Rice fu il primo ad applicare il metodo di integrazione su un contorno a
problemi di meccanica della frattura e giunse a dimostrare che quellintegrale, chiamato J, era per
l'appunto il tasso di rilascio di energia in componenti ad elasticit non lineare contenenti difetti.
Come vedremo nel seguente paragrafo il J anche un parametro che caratterizza univocamente lo
stato di tensione e deformazione, comportandosi come parametro di concentrazione delle tensioni.
Consideriamo il seguente integrale:

u
(3.40) J = Wdy Ti i ds

x

essendo:
tracciato chiuso percorso in senso antiorario che racchiude lapice della cricca (Figura 3.18 (A));
Ti = ij n j la componente i-esima del tensore degli sforzi diretto secondo la normale esterna;

u i la componente i-esima del vettore spostamento;


ds un elemento infinitesimo del tracciato ;
ij
W = ij d ij lenergia di deformazione per unit di volume.
0

Rice arriv a dimostrare che il valore del J integral indipendente dal tracciato di integrazione
scelto attorno allapice, basandosi sulla propriet di J di essere nullo per ogni contorno chiuso .

80
Figura 3.18 Contour integrals. (A) Elastic body; (B) Body with crack; (C) Path
independence contour

Consideriamo un contorno chiuso ABCDEFA intorno allapice di una fessura (Figura 3.18
(B)). Sui lati CD e FA, che costituiscono i lembi della cricca, il tensore T nullo e dy=0 (il difetti si
considerano appuntiti), pertanto il contributo di queste parti allintegrale risulta nullo. Il contributo
di ABC=1 deve essere uguale e contrario al contributo di FED=2 ,per la propriet suddetta
dellintegrale J. Ci significa che se lintegrale J calcolato su 1, il suo valore identico a quello
ottenibile calcolandolo su 2 con direzione antioraria. Ossia J 1 = J 2 , lintegrale indipendente

dal percorso, perch le estremit sono sui lembi della cricca (Figura 3.18 (C).
Nel caso di materiale a comportamento lineare elastico, il J integral pu essere valutato
considerando la soluzione elastica del campo di tensione allapice della fessura. Rice dimostr che
il suddetto integrale uguale al tasso di rilascio di energia elastica G.

dU
(3.41) J =G=
da

per il caso elastico il J pu essere messo in relazione al fattore di intensificazione delle tensioni
come nelle (3.15) per il Modo I di carico:

K I2
Plane Stress
E
(3.42) J =

( )
2
2 KI Plane Strain
1
E

81
Lintegrale J pertanto una relazione generalizzata del rilascio di energia dovuta alla
propagazione della cricca ed valido anche se c una apprezzabile plasticizzazione allapice di
essa. Infatti essendo J indipendente dal percorso di integrazione, questo pu essere scelto
convenientemente (ad esempio lungo gli spigoli del provino) in zone in cui la soluzione
certamente elastica. Lintegrale J uno strumento relativamente semplice per caratterizzare
univocamente il comportamento di un materiale duttile in presenza di difetti e permette di definire
in tal modo un criterio di stabilit o meno alla propagazione.

3.3.3 Stato di Tensione allapice di una fessura.


Il parametro energetico J pu essere usato anche per caratterizzare lo stato di tensione in
prossimit di una fessura nei materiali elasto-plastici. Lutilizzo di questo parametro come un
fattore di concentrazione delle tensioni da attribuire a Hutchinson, Rice e Rosengren.
Per descrivere il comportamento non lineare dei materiali duttili assunsero una legge di
potenza tra tensioni e deformazioni plastiche simile a quella mostrata nellequazione (3.28) dove il
primo termine a secondo membro rappresenta la componente elastica di deformazione el

(contributo elastico dovuto alla legge di Hook), mentre il secondo termine a secondo membro
rappresenta la componente plastica pl di deformazione. Limpiego dellequazione (3.28)

permette di ottenere dei fits accurati della curva sperimentale tensione-deformazione per materiali
incrudenti. La legge di Ramberg-Osgood (R-O) costituisce unestensione di tale legge che permette
di modellare anche la regione plastica della curva tensione-deformazione. Nella legge R-O, la
deformazione plastica del materiale espressa dalla relazione seguente:

n
(3.43) pl =
F

in cui il termine n chiamato strain hardening exponent, F prende il nome di modulo plastico.
Lequazione R-O stata sviluppata per descrivere il legame esistente tra tensioni e
deformazioni effettive del materiale; tuttavia tale relazione pu essere utilizzata anche per
descrivere il legame tra tensioni e deformazioni ingegneristiche purch il campo di validit rientri
nei limiti del valore massimo della tensione ingegneristica. In letteratura possibile trovare forme
diverse per lequazione (3.28) di R-O [28]; di seguito si riporta lespressione pi comunemente
utilizzata per descrivere il campo di tensione:

n

(3.44) = +
O O
O

82
in cui, O la tensione presa a riferimento che di solito assunta pari a quella di snervamento,

YS ; O = O E ; una costante adimensionale; n lesponente di deformazione plastica.


Hutchinson, Rice e Rosengren dimostrarono che sia le tensioni che le deformazioni devono
avere un andamento 1 r in prossimit dellapice di una fessura per garantire lindipendenza dal
tracciato considerato per il J-integral. Nelle vicinanze di un difetto, ben allinterno della regione
plastica, le deformazioni elastiche sono trascurabili dato che il loro contributo alla deformazione
totale piccolo, in tal modo la relazione tra tensioni e deformazioni si riduce ad una semplice legge
di potenza come la (3.44). Queste due condizioni implicano la seguente formulazione per tensioni e
deformazioni allapice:

1
J n +1
ij = k1
r
(3.45) n
J n +1
ij = k2
r

dove, k1 e k2 sono costanti di proporzionalit. Per materiali a comportamento lineare elastico (n=1),

le equazioni (3.45) predicono la singolarit 1 r , le formulazioni risultano pertanto consistenti


con la teoria LEFM (cfr. Paragrafo 3.2.2).
La distribuzione effettiva delle tensioni e delle deformazioni ottenuta applicando
opportune condizioni al contorno. Le seguenti equazioni descrivono lo stato di sollecitazione e
rappresentano il cosiddetto modello HRR:

1
EJ n +1 ~
(3.46) ij = O ij (n, )
2
I r
O n

n
O EJ n+1 ~
(3.47) ij = ij (n, )
E O2 I n r

in cui, In una coctante di integrazione che dipende da n (Figura 3.19); ~ij e ~ij sono funzioni

dimensionali in n e (Figura 3.20).Questi parametri dipendono anche dallo stato di sollecitazione


(es. plane stress o plane strain ). Le due equazioni precedenti descrivono la cosiddetta singolarit
HRR. Lintegrale J definisce lampiezza di questa singolarit caratterizzando completamente le
condizioni allinterno della regione plastica, come il fattore di intensificazione delle tensioni per la

83
LEFM. Un componente strutturale con una piccola zona snervata presenta due zone a diverse

andamento: uno nella regione elastica dove le tensioni variano come 1 r e uno nella regione

plastica dove le tensioni variano come r 1 (n +1) .

Figura 3.19 Effect of the strain hardening exponent on the HRR integration constant

Figure 3.20 Angular variation of dimensionless stress for n=3 and n=13

La singolarit HRR presenta la stessa apparente anomalia della singolarit LEFM: le


tensioni tendono allinfinito per r tendente a zero. Le macroscopiche deformazioni allapice della
fessura provocano larrotondamento del difetto che riduce localmente lo stato di tensione triassiale.
Lapice arrotondato della fessura una superficie libera, per cui la componente x della tensione
deve annullarsi. Lanalisi che porta alla singolarit HRR si fonda sulla teoria delle piccole
deformazioni e cade in difetto per deformazioni pi grandi del 10%. La componente normale alla
superficie contenente la fessura raggiunge il suo picco quando x O J approssimativamente pari

allunit e diminuisce per x 0 ; la singolarit HRR non pi valida allinterno di questa regione
dove il campo di tensione influenzato dalle deformazioni macroscopiche e dallarrotondamento

84
della fessura (Figura 3.21). In Figura 3.22 vengono schematicamente illustrati gli effetti della
plasticizzazione sulle tensioni in prossimit dellapice.

Figura 3.21 Blunting causes the stresses to deviate from the HRR solution

Figura 3.22 Effect of plasticity on the crack tip stress fields

85
3.4 Implementazione agli Elementi Finiti.

3.4.1 Cenni sul codice strutturale MSC.Marc.


Nel presente lavoro di Tesi la modellazione agli elementi finiti dei problemi di meccanica
della frattura stata condotta con il codice strutturale MSC.Marc2001.
Il codice MSC.Marc, sviluppato dalla MSC.Software Corporation (Santa Ana, California, USA),
un codice tridimensionale che utilizza la tecnica degli elementi finiti per discretizzare un dominio
solido di forma qualsiasi. Il metodo degli elementi finiti (FEM = Finite Element Method) consente
di determinare la soluzione numerica approssimata di un sistema di equazioni differenziali
mediante la risoluzione di un sistema di equazioni algebriche, solitamente lineari, equivalenti. Il
metodo rappresenta un potente strumento di analisi strutturale che consente lo studio di strutture
complesse comunque vincolate e caricate. Nel caso di un mezzo elastico, che occupa un
determinato dominio, le incognite sono rappresentate dalle componenti di spostamento del generico
punto del continuo, che devono soddisfare opportune equazioni differenziali all'interno del dominio
(equazioni di equilibrio indefinite, equazioni di congruenza, legame costitutivo) e sul contorno
(condizioni al contorno sugli spostamenti o sulle tensioni). Il dominio suddiviso in un numero
finito di sottodomini detti elementi finiti. Gli spostamenti incogniti sono calcolati in alcuni punti
degli elementi (nodi) e approssimati in tutti gli altri mediante prefissate funzioni (di interpolazione
o di forma).
Il programma MSC.Marc consente di effettuare varie tipologie di analisi, dalle pi semplici (di tipo
statico in campo elastico-lineare) alle pi complesse (transitori dinamici non lineari, analisi di
scambio termico o anaisi accoppiatte termo-meccaniche). La tipica procedura da seguire per
compiere unanalisi strutturale con il codice sono le seguenti:

- costruzione del modello solido;


- applicazione dei carichi, esecuzione del calcolo e ottenimento della soluzione;
- analisi dei risultati.

Il Sistema Marc contiene una serie di programmi integrati che facilitano lanalisi di problemi in
campo ingegneristico. Il codice si compone dei due seguenti programmi:

Mentat
Marc

Questi programmi lavorano insieme per generare le informazioni geometriche che definiscono la
nostra struttura, eseguire lanalisi richiesta e rappresentare graficamente i risultati ottenuti (Figura
3.23).

86
Figura 3.23 The Marc System

3.4.2 Valutazione del J-Integral con il codice MSC.Marc.


Il codice MSC.Marc consente la valutazione del J-Integral attraverso due differenti
procedure. Il primo metodo valuta lintegrale J proposto da Rice usando il metodo di Parks. Il
secondo metodo propone una versione estesa del J-Integral formulata da Kishimoto e DeLorenzi.
MARC valuta lintegrale J calcolando la variazione di deformazione plastica dovuta allo
spostamento nodale che accade nel corso dellanalisi numerica. Diversi valori di questo parametro
possono essere ottenuti scegliendo opportunamente diversi tracciati. Anche le deformazioni
plastiche sono incluse nella valutazione della variazione di energia di deformazione in un analisi
elasto-plastica, ci permette di calcolare il J-Integral per un materiale a comportamento non
lineare. Un alto livello di accuratezza nei risultati pu essere raggiunto con una modellizzazione ad
elementi finiti piuttosto grossolane in quanto il modello implementato nel codice si fonda
sullenergia di deformazione degli elementi e non sui valori locali di tensioni e spostamenti. In
unanalisi elasto-plastica il J-Integral sar valutato al di fuori della regione di plasticizzazione e
coincider con il tasso di energia liberata nella propagazione della fessura.
Il calcolo del J-Integral nel codice MARC si fonda sullo spostamento nodale e sulla
differenziazione numerica per valutare la variazione di energia potenziale come funzione della
posizione dei singoli nodi. Viene assunto che i carichi non cambiano durante lo spostamento
nodale, quindi lenergia di deformazione risulta:

t
(3.48) E= ij&ije dvdt
elemets
0 Vn + 1

dE
t
dijN u N t
d dv
(3.49) = ij dv + ij ije dV
dl elements 0 V dl elements 0 V dl dV
n +1 n +1

87
Questa densit di energia valutata tramite una differenziazione numerica a ciascun incremento per
ogni spostamento nodale con lobiettivo di ricavare il tasso di rilascio di energia dopo ogni passo
temporale come:

dE dE dE
(3.50) =
d l d l t + t dl t

il valore cos ottenuto viene divise per la variazione dellarea di superficie della fessura, ottenendo
in tal modo il valore del J-Integral.

Figura 3.24 Closed Contour Used in the Evaluation of the J-Integral

La formulazione classica del J-Integral proposta da Rice rappresenta un integrale


curvilineo indipendente dal percorso di integrazione ed equivalente, come sopra menzionato, al
tasso di energia rilasciata in materiali a comportamento lineare elastico. In due dimensioni cos
definito (Figura 3.24):

u j
(3.51) J = (W + T )n1 ij ni d

x1

dove, W la densit di energia di deformazione, T la densit di energia cinetica, ij il tensore

delle tensioni e u1 il vettore spostamento.


Una formulazione estesa del J-Integral stata proposta da vari autori, in particolare
Kishimoto e DeLorenzi, con lo scopo di includere nellespressione classica alcuni effetti come la
deformazione plastica, le forze di volume, i carichi termici, le forze inerziali, gli spostamenti e le
deformazioni macroscopiche. La tipica espressione estesa dellintegrale J, implementata nel codice
MARC, la seguente (Figura 3.25):

u j u j u ij0
(t u&& ) j
(3.52) J = 1 i x1
Wn t da i x1
t da i i x1 ij x1 dv
p S1i i

88
Figura 3.25 Numerical Evaluation for J-Integral (Virtual crack advance)

La valutazione di questo integrale J in MSC.Marc [29] basata sul metodo del dominio di
integrazione. Una valutazione diretta dellequazione (3.52) non affatto semplice in unanalisi agli
elementi finiti per le difficolt nel definire il tracciato di integrazione. Nel metodo del dominio di
integrazione, caso bidimensionale, lintegrale di linea convertito in un integrale superficiale
sullarea racchiusa dal tracciato. In due dimensioni, la formulazione del J-Integral assumer la
seguente forma:

1 x1 u j
a x j
(3.53) J = W dv Formulazione classica
x1
1 j ij

(3.54) Formulazione estesa

1 x1 u j x1 u j ij0
dv x1 t
u j
J = W1 j ij dv ( f i u&&i ) ij a i x1 da

a x j x1
a x1 x1 S

In tre dimensioni lintegrale di linea diventa un integrale di superficie mentre quello di area
diventa un integrale di volume valutato su tutti gli elementi finiti racchiusi allinterno del dominio.
Il codice MARC richiede la definizione delle regioni rigide per eseguire il calcolo del J-Integral.
Tali regioni sono definiti dai set di nodi che contengono una parte del fronte della fessura e il
contributo allintegrale sar dato da tutti quegli elementi che hanno almeno un nodo in queste
regioni.

89
3.4.3 Caratteristiche della Mesh da impiegare in FEM.
La principale difficolt nellanalisi agli elementi finiti di problemi di meccanica della
frattura la capacit di ottenere una soluzione attendibile in prossimit dellapice di una fessura. La
mesh in questa zona deve essere opportunamente modellata in maniera tale da approssimare con
sufficiente accuratezza le singolarit ivi presenti sulle tensioni e le deformazioni. Le singolarit
allapice devono essere ricavare a seguito di unanalisi small-strain. Sono stati concepiti molti
metodi per ottenere una buona approssimazione ma comunque il metodo pi diffusamente usato
nelle modellazioni agli elementi finiti il cosiddetto 1/4 point node technique [31]. Se r la
distanza dallapice di un difetto, le singolarit sulle deformazioni ottenute da unanalisi alle piccole
deformazioni sono:

- r 1 2 per materiale a comportamento lineare elastico;


- r 1 per materiale a comportamento elastico perfettamente plastico;
n

- r n +1 per materiale incrudente con opportuna legge di potenza.
In due dimensioni le singolarit possono essere costruite agli elementi finiti usando
elementi isoparametrici quadrilateri collassati allapice a formare una specie di anello intorno alla
fessura. Uno spigolo dellelemento isoparametrico ad 8 nodi sar collassato in maniera che tutti i
suoi tre nodi a,d,c- abbiano la stessa posizione geometrica allapice mentre in nodi in mezzeria
sugli spigoli connessi allapice devono essere mossi ad 1/4 verso lo spigolo (Figura 3.26).
Questa procedura consente di ottenere una singolarit sulle deformazioni cos espressa:

A B
(3.55) + per r 0
r r1 2

n

La singolarit r n +1 non pu essere ricreata esattamente ma unopportuna combinazione dei due

termini r 1 e r 1 2 pu portare ad una sua buona approssimazione.

La prima singolarit r si ottiene imponendo che i tre nodi sopra citati abbiano gli stessi
spostamenti ed adottando la tecnica del quarter point (A=0) (Figura 3.27 (a)).
La seconda singolarit 1 r si ottiene lasciando i nodi nella posizione di mezzeria e
consentendo un movimento indipendente dei tre nodi collassati allapice (B=0) (Figura 3.27 (b)).
La terza singolarit, come gi definito in precedenza, pu essere ottenuta con buona
approssimazione utilizzando la tecnica del quarter point e permettendo ai nodi allapice un
movimento indipendente. In combinazione a questa tipologia di schematizzazione agli elementi
finiti deve essere impiegata unopportuna legge di potenza per descrivere il comportamento
incrudente del materiale (in genere si utilizza la relazione di Ramberg-Osgood).

90
Figura 3.26 Collapsed two-dimensional element

Figura 3.27 Crack tip elements for elastic and elastic-plastic analysis

In tre dimensioni vengono generalmente utilizzati elementi isoparametrici tetraedrici a 20 nodi con
una faccia collassata sul fronte della fessura (Figura 3.28). Le procedure per ottenere le singolarit
in prossimit del difetto sono del tutto simili a quelle gi viste per il caso bidimensionale. La mesh
lungo il fronte della fessura tipicamente creato a partire da una mesh piana con una tipica forma a
ragnatela concentrata sullapppice del difetto che viene estrusa lungo il fronte stesso. Questa
procedura di modellizzazione agli elementi finiti consente di creare una regione rigida regolare che
garantisce una buona accuratezza dei risultati ottenuti.

Figura 3.28 Collapsed three-dimensional element

Le dimensioni degli elementi focalizzati allapice di una cricca influenzano laccuratezza


delle soluzioni che si possono ottenere. In linea di principio una pi piccola dimensione radiale
degli elementi porter ad avere sempre pi buoni risultati. Unanalisi di sensitivit della mesh,
infittendo opportunamente il modello agli elementi finiti in prossimit del difetto, dovr essere

91
quindi condotta per capire quanto le soluzioni siano dipendenti dalla mesh impiegata. Un pi alto
ordine di elementi porta inevitabilmente a pi lunghi tempi di calcolo, pertanto necessario
effettuare una scelta di compromesso. Lindipendenza dal tracciato svelto nella valutazione del J-
integral da parte del codice di calcolo sicuramente un idoneo indice per valutare se la mesh
impiegata opportunamente raffinata nella zona considerata. Comunque buoni risultati sul J-
integral si possono ottenere anche con mesh a maglie relativamente larghe ma per ottenere una
buona valutazione delle deformazioni e delle tensioni allapice, gli elementi finiti devono essere
opportunamente raffinati. Va in ogni caso sottolineato il fatto che la non per fetta indipendenza dei
valori stimati del J-Integral dal tracciato considerato da imputare alla natura approssimata di una
soluzione agli elementi finiti.

3.5 Verifiche previste dalla norma ASME XI.

I metodi di verifica stabiliti nellAppendice A delle ASME XI sono simili a quelle delle
ASME III presi a riferimento in fase di progetto. Sono utilizzati i metodi della meccanica della
frattura lineare elastica per la verifica alla frattura fragile per nelle ASME XI si fa riferimento a
difetti reali rilevati nelle ispezioni in esercizio (Inservice Inspection) [32].
La normativa consente di calcolare i fattori di intensificazione degli sforzi, KI ,
corrispondenti alle tensioni membranali e flessionali determinate mediante lanalisi delle
sollecitazioni sul componente considerato. Le tensioni, in corrispondenza delle fessure, devono
essere suddivise in tensioni membranali e flessionali, effettuando una linearizzazione come indicato
in Figura 3.29. Nellanalisi delle sollecitazioni devono essere tenute in considerazione anche le
tensioni residue e le tensioni dovute a tutti i carichi applicati (pressione, tensioni termiche, tensioni
dovute alle discontinuit, tensioni indotte dalla placcatura,).

Figura 3.29 Linearization of stresses

92
Il fattore di intensificazione degli sforzi calcolato tramite la seguente formula,
espressione del tutto simile alla (3.14) per lo stato di tensione allapice nella LEFM:

a a
(3.56) K I = mM m + bM b
Q Q

dove,
m e b sono rispettivamente le tensioni membranali e flessionali;
a il semiasse pi piccolo di un difetto sub-superficiale o la profondit di uno superficiale;
Q un fattore di forma del difetto (Figura 3.30);
M m il fattore di correzione delle tensioni membranali (Figura 3.31 e 3.32)

M b il fattore di correzione delle tensioni flessionali (Figura 3.33 e 3.34)

Figura 3.30 Determination of crack shape factor Q

Figura 3.31 Corrective factor for membrane stress for internal cracks

93
Figura 3.32 Corrective factor for membrane stress for edge cracks

Figura 3.33 Corrective factor for bending stress for internal cracks

Figura 3.34 Corrective factor for bending stress for edge cracks

94