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Prima di cominciare

I temi o argomenti di questo sussidio sono tratti dai vari momenti della celebrazione Eucaristica, visti e interpretati non come dei riti a se stanti, ma come occasioni che provocano ad assumere particolari atteggiamenti e comportamenti che caratterizzano l’esperienza cristiana. Il filo conduttore che percorre tutti i temi potrebbe essere appunto questo:

L’Eucaristia insegna e abilita a vivere da cristiani.

Ecco di seguito i temi o argomenti accostati in questo sussidio:

1. EUCARISTIA Comunione Comunità

2. L’EUCARISTIA fa la DOMENICA, il Giorno del Signore

3. All’EUCARISTIA il Signore dialoga con noi

4. All’EUCARISTIA per dire “Grazie!”

5. L’EUCARISTIA è Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Per noi.

6. L’EUCARISTIA è Comunione.

7. Come accostarsi all’EUCARISTIA

NB. Qualora le circostanze non consentissero di percorrere questo itinerario nella sua completezza, si cercherà di non tralasciare quantomeno i temi sottolineati.

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Per la formazione e preparazione di quanti svolgono il compito di Catechisti o di Animatori degli incontri dei Genitori

Per il primo Incontro

(Ottobre – Novembre)

EUCARISTIA – Comunione - Comunità

Che il traguardo di quest’anno sia la prima Comunione lo sappiamo tutti, anche i bambini. Tutto sta a vedere se noi e loro riusciremo a renderci conto di cosa vuol dire “comunione”: il rischio è che la si riduca a una cerimonia, a una festa, passata la quale poi è finito tutto. Potremmo dire che lo scopo di tutti gli incontri di quest’anno – tra genitori, in famiglia con i bambini, in Parrocchia – è cercar di comprendere cosa vuol dire comunione”. E’ un’esperienza, in fondo, è molto di più che andar a prendere una particola. Ad insegnare ai bambini come si fa a prendere la particola (che è comunque il Corpo di Gesù) si fa presto; educare loro, e noi, alla comunione…è tutt’altra cosa. Ci vorrà un po’ di pazienza.

Tanto per cominciare, si può notare che ci sono parole simili a comunione, e senz’altro imparentate con questa, per esempio la parola “comunità”: comunità e comunione hanno a che vedere una con l’altra, senz’altro sono imparentate. E’ l’argomento che apre l’itinerario di quest’anno, sia con i genitori che con i bambini.

Non c’è comunione, senza comunità; e non c’è comunità, senza comunione.

Cerchiamo di capire.

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Come sempre, occorre partire dalla Bibbia: è lo strumento migliore per capire le cose preziose che Dio ci ha donato e quello che ha da dirci. Tra tutti i libri della Bibbia ce n’è uno, posto dopo i vangeli, intitolato “Atti degli apostoli”. Descrive come sono andate le cose dopo che Gesù ha affidato a quei 12 la missione che lui stesso aveva cominciato.

Con Gesù era nata una comunità: quanti avevano deciso di credere in lui e di seguirlo, si trovarono a formare una Comunità. Il libro Atti degli apostoli parla anzitutto di quella Comunità (che risiedeva a Gerusalemme), e ne parla non tanto per farcene la cronaca o raccontarcene la storia, ma per dire: “Ogni Comunità di cristiani – se vuole essere vera, autentica - deve assomigliare a questa. Questa, che viveva a Gerusalemme, è stata la prima in assoluto; ma ha certe caratteristiche, certi connotati, che ogni Comunità dovrà avere, anche se si trova agli antipodi di Gerusalemme”. E infatti, negli Atti degli Apostoli, si parla poi di altre Comunità che sorgono un po’ dappertutto (in Siria, in Turchia, in Grecia, in Italia), ma tutte – anche se diverse per cultura e per lingua – hanno alcune caratteristiche comuni.

Sentiamo direttamente dagli Atti degli Apostoli quali sono queste caratteristiche, questi “segni particolari”…

Quei primi cristiani erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. …Avevano un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Godevano il favore

di tutto il popolo. (Atti 2,42ss; 4,32ss).

Se uno chiedesse cosa vuol dire “comunione”, in questo quadro avrebbe già una prima risposta: i cristiani di quella Comunità erano un cuor solo e un’anima sola; comunione vuol dire “molti, sì ma un cuor solo e un’anima sola”.

Com’è possibile questo? Come si può arrivare ad essere così?

Qui lo si dice chiaramente.

Quei cristiani erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, cioè la Parola di Dio che gli apostoli prendevano dalla Bibbia, dal vangelo. Questa è la prima caratteristica della Comunità, oltre che la prima esigenza della Fede stessa. Dal momento che non siamo fatti solo di stomaco, ecco che per vivere non ci bastano gli alimenti: abbiamo bisogno di ascoltare

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frequentemente la Parola di Dio. (Qui, allora, c’è già uno dei motivi per cui i cristiani si radunano almeno una volta la settimana, la Domenica: senza ascolto della Parola di Dio non si può andare avanti da cristiani, anzi, non si sta nemmeno in piedi da cristiani. E’ una caratteristica questa che nel corso del nostro itinerario di quest’anno avremo modo di riprendere e approfondire meglio).

La seconda caratteristica è data dal fatto che erano perseveranti nella comunione. Cosa sarà questa comunione? Noi conosciamo la comunione dei beni (un concetto giuridico che ha a che vedere con il patrimonio e le proprietà delle persone che vivono insieme). Anche qui si tratta di comunione di beni: ma quali esattamente?

La Fede, il fatto di credere tutti nello stesso Gesù, il dono di essere figli di Dio e poterlo chiamare con confidenza “Padre nostro”, e ancora: la carica interiore che sostiene e anima tutti e che si chiama Spirito Santo.

Ecco i doni; ecco in cosa consiste la comunione dei beni per quei cristiani. E tutto questo è sentito come una ricchezza così grande, che ogni altra (proprietà, beni mobili o immobili) passa al secondo posto: Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, e il ricavato veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.

Non è che rinunciassero alle loro proprietà, ma poteva accadere che chi era proprietario di ciò che non era strettamente necessario, lo mettesse a disposizione di quanti erano nel bisogno.

Avevano un cuore solo e un'anima sola, si afferma anche. Cioè avevano un altro modo di relazionarsi tra loro, non come sconosciuti (che tutt’al più sanno adoperare le buone maniere e la buona educazione, no qui si va oltre); qui c’è la consapevolezza che… se io e anche tu, diciamo ambedue a Dio “Padre nostro”, allora tu e io siamo fratelli, e come tali è naturale che ci comportiamo. Insomma, non relazioni superficiali, o semplicemente cameratesche, o da colleghi

di lavoro; ma più intense, più profonde, fraterne in una parola. Ecco in cosa consisteva quella

comunione.

E arriviamo alla terza caratteristica: erano assidui nello spezzare il pane. Frazione del pane, o spezzare il pane, era il gesto fatto da Gesù la sera dell’ultima cena: “prese il pane, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. E’ l’Eucaristia questo spezzare il pane, cioè proprio quella a cui cercheremo di prepararci con i bambini nel corso di quest’anno.

Gesù non lo si vede come lo vedevano in Palestina 2000 anni fa’; ora Gesù è presente in modo diverso. Quando lo si può incontrare? E dove? Là dove ci si trova insieme per spezzare il pane dell’Eucaristia, c’è Gesù Cristo. Quello è l’appuntamento che egli dà a quanti credono in lui.

Perseveranti nelle preghiere erano ancora quei primi cristiani: è la quarta caratteristica di

quella Comunità. Veniva da sé l’esigenza di pregare, non era imposta da nessuno, perché quando

ci si sente amati da qualcuno, viene da sé il bisogno di parlarsi e di ascoltarsi, di comunicare

insomma. Anzi, non se ne può più fare a meno, perché è proprio questo che dà respiro alle nostre relazioni. E la Fede non è forse relazione con Dio? Se si riduce ad atteggiamento religioso

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soltanto, allora decade a comunicazione a senso unico: si prega solo quando non si sa più dove sbattere la testa, ma quel pregare è un monologo, non è dialogo.

Se la Fede è relazione, viene da sé il bisogno di pregare, di ascoltare Dio e di rispondergli. Ed è un dialogo tanto assiduo e frequente, quanto più è intensa e viva quella relazione.

Ecco come si può arrivare ad essere una comunità in cui tutti sono un cuor solo e un’anima sola: ascoltando la Parola di Dio praticando la solidarietà fraterna celebrando l’Eucaristia pregando ogni giorno. In una Comunità così, non c’è bisogno di perdere tempo a spiegare cos’è la comunione, perché la si sperimenta, la si tocca con mano, la si vive.

Siamo in grado, come cristiani, d’ispirare simpatia?

Sì, bella questa Comunità che ci descrivono gli Atti degli Apostoli, però – si potrebbe

obiettare - noi non viviamo a quei tempi ma 2000 anni dopo, e non ci troviamo a Gerusalemme ma

in Italia.

E cosa cambia?

Di

impressione insomma, ispiravano simpatia.

quei primi cristiani la gente di allora andava dicendo: guardate come si amano! Facevano bella

Viene da sé di domandarsi: i cristiani di oggi sono ancora in grado di ispirare simpatia? O più precisamente: siamo in grado di suscitare simpatia?

Non è che in quanto cristiani si debba far di tutto per riuscire simpatici a quelli che non credono (con il pretesto di attirarli a credere pure loro); ma quando ci si sforza di essere coerenti (se pure con tanti limiti e difetti), è inevitabile suscitare attenzione o ammirazione . Infatti

la luce, quando è notte, non si può far a meno di vederla.

Noi siamo luce, siamo fatti per essere luce. E’ Gesù Cristo che ci dà questa qualifica: “Voi siete la luce del mondo!”…

Infatti, uno dei segni del nostro Battesimo è stato proprio questo: la luce del cero acceso. Ma cosa vorrà dire Gesù Cristo con l’espressione “Voi siete la luce del mondo”?

La Fede che avete ricevuto in dono – se la saprete apprezzare – ha l’effetto di illuminare tutto ciò che riempie la vostra esistenza: il lavoro, le relazioni, le amicizie, il tempo libero, anche le difficoltà, perfino le sofferenze. Illuminare equivale a dare colore a situazioni che altrimenti sarebbero piuttosto opache, o addirittura grigie.

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Da cosa si nota che quella luce arde e splende? Il Catechismo dei bambini afferma, con parole che anch’essi possono capire, che essere luce del mondo vuol dire amare Dio nostro Padre sopra ogni cosa e fare le opere dell’amore.

Poi le elenca queste opere dell’amore: son quelle che, con un linguaggio più tradizionale, si chiamano opere di misericordia (e consistono nel dar da mangiare a chi ha fame, visitare i malati, vestire chi ha freddo, confortare chi soffre, accogliere quanti non hanno né casa né lavoro, perdonare le offese, pregare per i vivi e per i morti).

E’ evidente che nessuno è in grado di compiere tutte queste opere al completo, ma resta il fatto che ogni persona ha l’opportunità di fare le sue opere di misericordia, partendo sempre dalle sue situazioni reali e quotidiane.

In ogni professione, in ogni mestiere, c’è poi modo e modo di lavorare; c’è anche un modo cristiano (fatto di onestà, di diligenza, di attenzione alle persone prima che alle cose) come c’è un modo di lavorare che cristiano non è affatto.

Nelle relazioni, capita la stessa cosa: perdono, comprensione, solidarietà, sono i connotati di relazioni tipicamente cristiane.

Anche le stesse difficoltà della vita, le grane o le prove, possono essere affrontate con atteggiamento cristiano: è molto diversa allora l’esistenza delle persone.

Ecco cosa vuol dire: far splendere quella luce.

Si noti, tuttavia, che Gesù Cristo non dice: “Fate in modo di essere luce…”. No, è un dato di fatto, come se ci consegnasse la nostra carta d’identità: “Voi siete la luce del mondo!”. Lo siete per la Fede che avete ricevuto in dono: allora fate in modo che splenda, che arda, e possa davvero illuminare. Infatti, ecco un’altra cosa precisazione che troviamo: “Nessuno accende una luce per metterla sotto un secchio; anzi, la mette sul lampadario, in modo che illumini tutta la stanza!”.

Probabilmente questa è una provocazione anche per noi cristiani di oggi: se ci pare che la nostra luce sia un po’ fioca o illumini poco, forse è perché l’abbiamo messa sotto un secchio. Non potremmo cercare di tirarla fuori da lì e metterla sul lampadario?

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Per la formazione e preparazione di quanti svolgono il compito di Catechisti o di Animatori degli incontri dei Genitori

Per il secondo Incontro

(Dicembre)

L’EUCARISTIA fa la DOMENICA, il Giorno del Signore

(Premessa:

Preparare in modo adeguato alla Prima Comunione non significa che i bambini – e ancor prima i genitori - debbano senz’altro capire tutto, imparare tutto quello che vien detto: per ora è importante che di tutte le cose belle e preziose che si cerca di condividere con loro, abbiano almeno un’idea, un’intuizione. Poi negli anni che seguiranno – se ci sarà costanza nel proseguire – ci saranno anche le occasioni per comprendere meglio e per approfondire con più chiarezza).

Prima Comunione, a dir il vero, è espressione un po’ povera. Non è forse vero che delle cose che riteniamo importanti sappiamo sempre dire il nome preciso, esatto? Meglio dire Prima Eucaristia. Eucaristia è il nome esatto di questa celebrazione che è la più importante di tutte, in questo fenomeno complesso che è il Cristianesimo.

Per capire – e anche per spiegare ai bambini - cos’è l’Eucaristia, procederemo come in un viaggio di avvicinamento, poco a poco. Come partendo da una periferia e andando verso un centro…

Un primo passo è già stato fatto la volta scorsa, ora ne seguirà un altro.

Domenica: giorno diverso dagli altri

Tutti i giorni si celebra l’Eucaristia: ovviamente vi partecipa chi può e ne sente l’importanza. Ma c’è un giorno in cui tutta la Chiesa si raduna per questa celebrazione: la Domenica, la Festa; tanto che la Chiesa, nel corso di questi 2000 anni, ne ha fatto addirittura un precetto: ciò vuol dire

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che partecipare all’Eucaristia in quel giorno è di importanza fondamentale per i cristiani. Perché mai? come si è arrivati a dare così tanta rilevanza a quel giorno particolare?

Quella di far festa ogni sette giorni è un’abitudine che noi cristiani abbiamo preso dal popolo della Bibbia: quel popolo (gli ebrei) faceva festa il Sabato (come ancor oggi, del resto). Noi cristiani siamo per così dire “innestati” su quel popolo, su quel ceppo: certi motivi ideali, vissuti dal popolo della Bibbia, fanno parte anche della nostra esperienza di fede.

Per ritrovare dignità

Il primo motivo ideale per far festa ogni sette giorni la Bibbia lo coglie agli inizi, nell’evento della creazione del cosmo. La prima pagina della Genesi descrive la creazione con linguaggio poetico, mitico; è come la realizzazione di una grande opera d’arte che si dispiega su un arco di sei giorni (che la scienza affermi che ci son voluti milioni e milioni di anni, non smentisce per niente le affermazioni della Bibbia: ad essa non interessa come si è formato il cosmo, ma chi l’ha voluto, e il perché; e lo dice con l’unico linguaggio adatto per dire queste cose, quello della poesia).

Al culmine (il sesto giorno) siamo al vertice della creazione: Dio dà l’esistenza alle creature più elevate e più nobili: l’uomo e la donna; li crea a sua immagine e somiglianza. Questo, in realtà, era da sempre l’obiettivo di Dio: avere davanti a sé qualcuno con cui stabilire una relazione d’amicizia, qualcuno con cui dialogare con familiarità (per questo la Bibbia afferma che creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza: è solo con i propri simili che si può dialogare).

I giorni della settimana, tuttavia, sono sette, non sei. E nel settimo, cosa accade? La Bibbia afferma: “Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò”. (cfr. Genesi 1,1-2,4). Benedire, per la Bibbia, vuol dire riempire di opportunità, impreziosire, dare valore. Consacrare significa riservare qualcosa a uno scopo preciso, che ha direttamente a che vedere con Dio.

Per cui il settimo giorno è diverso dagli altri sei perché riserva delle opportunità in più, che tuttavia tocca all’uomo e alla donna cogliere. E le colgono davvero se anche per loro quel giorno è riservato all’incontro con Dio, e a quelle occupazioni o interessi che anche a lui stanno a cuore. Certo, anche negli altri giorni della settimana si collabora con Dio: con il lavoro, con le occupazioni orinarie, con gli impegni abituali. In questo – il 7° - ci incontriamo direttamente con lui, come familiari e amici: ritroviamo in tal modo la nostra identità, gustiamo la nostra dignità di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio. Senza questo giorno riservato all’incontro, con il Signore, la coscienza della nostra dignità si perderebbe, si oscurerebbe.

Per non diventare schiavi

Quel popolo, a un certo punto della sua storia, fece l’esperienza dell’oppressione, della schiavitù: si trovò a vivere in un paese straniero, alle dipendenze di una grande potenza: l’Egitto dei Faraoni.

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Qualche secolo durò quell’esperienza di oppressione, poi finalmente si aprì la via della libertà: fu il Signore stesso a prendere l’iniziativa di quella liberazione. Quel fatto - quella liberazione - fu l’avvenimento più importante di tutta la storia di quel popolo, tanto da lasciare il segno in una Festa annuale: la Pasqua. Ma una Festa all’anno era troppo poco per ricordare quell’avvenimento: da un anno all’altro poteva accadere di tornare schiavi di nuovo. Era opportuno ricordarsene più spesso, almeno ogni

sette giorni: ecco allora che il Sabato – il settimo giorno – diventò la Festa settimanale della libertà da ogni schiavitù. (E quando si dice schiavitù, si deve tener presente che la peggiore non è quella di essere sottomessi a padrone; ce ne sono di ben peggiori, di più subdole, più nascoste: si può diventare schiavi anche delle cose, come dell’ingordigia ad esempio, del consumismo, del divertimento pagato a caro prezzo. E ancora: quale altro motivo può portare a tenere aperti negozi e supermercati anche di Domenica, soprattutto nell’imminenza del Natale? Si può essere schiavi delle mode culturali, per cui ci si sente

in obbligo a fare cose, ad assumere certi atteggiamenti, perché così fan tutti… Sì, sono

davvero tante le schiavitù, anche ai nostri giorni). l settimo giorno – grazie a quell’appuntamento con Dio - offre l’opportunità di prendere le distanze da tutte quelle cose che potrebbero rendere schiavi. Smettere di lavorare significa, per l'uomo, affermare che non è un bisognoso né una bestia da soma. Smettere

di lavorare significa, per lui, sottrarsi agli imperativi della produzione e manifestare la sua

libertà rispetto al lavoro. Ecco allora il terzo comandamento che dice: “Ricordati del settimo giorno per santificarlo… Non farai alcun lavoro, né tu né i tuoi animali… perché sono gli schiavi che lavorano sempre senza interruzione: tu invece sei stato liberato dal Signore

dalla schiavitù dell’Egitto…”. (Deuteronomio 5, 12-15)

Santificare il 7° giorno: cosa vorrà dire? “santo, santificare” ha a che vedere con Dio: lui solo è santo. Affermare che è santo è come dire che è diverso, ma diverso in senso positivo e buono: diverso, per dirla in breve, da tutto ciò che buono non è. Santificare il giorno festivo pertanto vuol dire renderlo diverso, secondo Dio. Sì, si possono fare tante cose diverse dagli altri giorni (andare in montagna, o a spasso, ma non è questa anzitutto la diversità che fa santo quel giorno: ne è prova il fatto che quando si riempie la domenica di troppe cose – se pure diverse - alla sera si è più stanchi che in tutti gli altri giorni). No, occorre essere chiari: santificare la festa ha a che vedere con Dio; è fare dell’incontro con lui il vero centro di quel giorno. E’ Dio infatti il liberatore da ogni schiavitù, antica o moderna che sia. Ma non sono solo queste le motivazioni.

La Domenica dei cristiani

Noi cristiani non facciamo festa il sabato, ma la Domenica. Perché un tale cambiamento? E da dove viene questo nome “Domenica”?

A ogni giorno della settimana fu appioppato – fin dal tempo dell’antica civiltà romana – il nome di un pianeta: da luna, marte, mercurio, giove, venere derivarono lunedì, martedì, mercoledì, giovedì venerdì (sabato è un nome che viene dalle antiche culture del Medio Oriente). Il giorno dopo il sabato era dedicato al sole: giorno del sole.

Conosciamo il testo di una lettera, scritta 1800 anni fa’ da un certo Plinio, originario di Como, che ricopriva la carica di procuratore romano in una città dell’Asia Minore; Plinio scrive all’imperatore in questi termini: “Abbiamo arrestato un gruppo di persone mentre stavano celebrando un raduno a onore di un certo Cristo, nel giorno del sole: dimmi cosa devo fare di costoro…”. Erano tempi di persecuzione per i cristiani; allora andare a messa la domenica poteva costare anche la vita.

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“Giorno del sole” si chiamava quello dopo il sabato. Come mai è diventato per i cristiani giorno del Signore”? Il vangelo ce ne dice il motivo: Gesù Cristo, che era morto, è risorto nel giorno dopo il sabato. Non solo, ecco cosa è accaduto quel giorno:

… mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi”. Dopo aver detto questo, soffiò su di loro e disse:

“Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

Quel giorno dopo il sabato il Signore venne tra i suoi, si fermò in mezzo a loro, e fece loro dei doni: la pace (che è liberazione dalle paure, è serenità, è armonia) e lo Spirito Santo (che è luce ed energia per andare avanti da cristiani). Poi il vangelo continua e dice:

“Tommaso, però - uno dei Dodici -, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli rispose: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.

Chissà dov’era andato Tommaso…(per i fatti suoi, si potrebbe dire!). Fatto sta che il Signore risorto lui non l’ha incontrato, quei doni della pace e dello Spirito santo lui non li ha potuti ricevere; la sua fede è rimasta vacillante e povera com’era prima.

Tommaso, in tal senso, è il rappresentante di un certa mentalità (che c’è sempre stata, ma che è tipica soprattutto di quest’epoca moderna). E’ quella mentalità che ragiona e dice: “… io la domenica vado per i fatti miei… e Dio – se occorre - lo incontro lo stesso: che bisogno c’è di trovarsi con gli altri in una chiesa per incontrarlo?”.

Come rispondere? Dio, nessuno non lo può incontrare così come si incontra una persona per strada; noi possiamo incontrare Gesù Cristo, suo Figlio che ha preso un volto umano, ma lo possiamo incontrare a una condizione ben precisa: occorre trovarsi là dove lui viene. E dove, esattamente? Là dove i suoi discepoli sono riuniti nel suo nome. Se si prescinde da quel contesto, ci potrà pure essere una sensazione religiosa di qualche genere nell’arco della Domenica, ma una vera esperienza di Dio, un contatto reale con Gesù Cristo vivo, non c’è, non è possibile che ci sia.

Infatti, poi lo stesso vangelo continua:

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. (Giovanni 20,19-29)

Otto giorni dopo quella prima volta – il conto è presto fatto – è ancora il giorno dopo il sabato. “Venne il Signore”: incontrarsi con i suoi proprio in quel giorno era diventata ormai un’abitudine.

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Tant’è vero che per i cristiani, da giorno del sole qual era prima, quello è diventato “il giorno del Signore”. Signore in latino si diceva Dominus, quel giorno è diventato Dominica: Domenica. Domenica vuol dire: Giorno in cui viene il Signore.

Viene là dove i suoi si radunano per l’Eucaristia: può essere una grande cattedrale, oppure una baracca, o una tenda, o sotto un albero… Viene e dialoga con loro: nell’Eucaristia le letture terminano tutte con questa espressione: “Parola di Dio” …”Parola del Signore” e si risponde: Lode a te, Signore… “Ascoltaci, Signore”. Ora, “Lode a te” o “Ascoltaci”, lo si può dire solo a uno che è presente, là in mezzo a noi…

Questo è il motivo più decisivo di tutti per partecipare all’Eucaristia della Domenica. Se fosse solo un rito, sempre lo stesso, senz’altro ci sarebbero alternative migliori all’andare a Messa. Se invece si ama davvero il Signore Gesù Cristo, e si è convinti che quella è l’occasione per incontrarlo e ricevere quei doni che ci permettono di vivere da cristiani, allora la Messa della Domenica diventa importante almeno quanto il ritrovarsi come famiglia attorno alla stessa mensa ogni giorno.

Una drammatica testimonianza

Abitène era un’antica città romana dell’Africa del Nord (nell’attuale Tunisia). Nell’anno 304, un gruppo di 49 cristiani, composto da uomini, donne, giovani e bambini, contravvenendo agli ordini dell'imperatore, si riunisce nel giorno del Signore in casa di uno di loro per celebrare l'Eucaristia. Scoperti, vengono imprigionati e processati. I verbali di quel processo sono giunti fino a noi.

Alla domanda del proconsole che chiede come mai avessero disobbedito al divieto dell’imperatore, il padrone di casa risponde: «Noi cristiani non possiamo vivere senza Domenica”. Domenica per loro voleva dire essenzialmente “Eucaristia”, perché per il resto quello era in tutto e per tutto un giorno di lavoro come gli altri.

Quei cristiani furono condannati a morte: i martiri di Abitène. A differenza di loro, noi non rischiamo affatto di essere denunciati o imprigionati perché andiamo a Messa, e tuttavia – se ci riteniamo cristiani e tali vogliamo essere - è più che ovvio fare della Domenica un giorno diverso dagli altri, ma diverso nel senso più vero, cioè perché ha al centro il Signore. Altrimenti, le cose che possiamo fare noi per renderlo diverso, farebbero della Domenica semplicemente un’evasione; un’evasione però non può dare carica e motivi per affrontare la vita da cristiani, capaci di far fronte in un certo modo alle responsabilità, alle difficoltà, alle crisi; in grado di comprendere, di amare anche quando costa, di perdonare… Questa carica ce la può dare il Signore. Ecco perché è nel nostro interesse partecipare all’Eucaristia: il Signore l’ha inventata per questo.

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Per il Terzo Incontro

(Gennaio)

ALL’EUCARISTIA VIENE IL SIGNORE E DIALOGA CON NOI

Perché

dedicare un anno a parlare di queste cose? Se si trattasse solo di una cerimonia

da preparare…basterebbe fare qualche prova alcuni giorni prima!

Il fatto è che l’Eucaristia è molto di più che un rito o una cerimonia. E’ fatta di vari momento, ognuno dei quali è un atteggiamento di vita, un modo di comportarsi nella vita. Per cui, preparare i

bambini alla Prima Comunione in realtà è educarli ad assumere certi atteggiamenti, certi modi di comportarsi nella vita (già l’abbiamo intravisto con il significato della parola comunione: è un modo

di vivere che va ben aldilà del mettere in bocca un’ostia consacrata!).

Ebbene, questa realtà preziosa che chiamiamo Eucaristia in effetti è una mensa: andare all’Eucaristia è come andare a mensa: la mensa del Signore (a volte si parla anche di banchetto, di convito).

A cosa serve la mensa? perché si va a mensa? per mangiare, ovviamente, per nutrirsi. Ma

accanto a questo c’è anche un altro motivo, altrettanto importante: la mensa è fatta non solo di cibo da mettere sotto i denti, ma anche di relazione tra persone, di parole dette e scambiate, cioè:

dialogo, conversazione; è questo il bello della mensa. Nonostante che in quest’epoca moderna i ritmi e gli orari delle famiglie risultino sconvolti, ciononostante sappiamo apprezzare tutti l’opportunità di sedere a mensa insieme, soprattutto in certe occasioni…E’ per questo che in tutte le culture del mondo la mensa, il fatto di mangiare insieme, è sempre stato visto come un momento importante, nobile, se non addirittura religioso. Certo, si ha bisogno di mangiare per vivere, ma il solo fatto di mangiare non ci distingue molto dagli animali. Che noi siamo umani lo si vede dal fatto che, alla greppia o alla tavola calda, preferiamo la mensa, dove ci si nutre e di cibo, e di parole (dette, ascoltate, scambiate).

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Anche l’Eucaristia troviamo queste stesse caratteristiche: parole e cibo; il tutto di una qualità superiore rispetto a quella delle nostre case, perché le parole qui sono quelle di Dio e il cibo è il corpo e il sangue di Gesù suo Figlio.

In termini più precisi, siamo soliti parlare di Liturgia della Parola e di Liturgia Eucaristica.

Prendiamo in considerazione anzitutto la prima parte della mensa: la Liturgia della Parola, appunto. (E qui “Parola” lo scriviamo sempre maiuscolo, perché intendiamo quella di Dio).

Dio parla, infatti

anche se alcuni (abituati ai rumori e ai suoni che colpiscono gli orecchi) dicono di non sentirlo. Ma se Dio è diverso dagli uomini, è probabile che quando parla non faccia rumore come fanno le nostre parole umane.

D’altronde, è pur giusto chiederselo: che bisogno ha Dio di parlare?

Gli esperti del linguaggio dicono che a questo mondo si parla su tre canali differenti, o su tre lunghezze d’onda diverse, a seconda di quello che si vuol dire:

Si

- parla per informare (con tono calmo, pacato)

Si

- parla per esprimere quello che si ha nell’intimo (e il tono è quello dell’emozione)

Si

- parla per domandare, per chiamare (e qui il tono è ancora diverso, di solito accorato)

Allorché comunica con gli uomini, anche Dio si adatta a queste “lunghezze d’onda”:

- parla per informarci (per dirci chi è Lui, e anche per dirci chi siamo noi, perché se non è lui che ce lo rivela, da soli non lo sapremmo…)

- parla per esprimersi, per dirci i suoi progetti, le sue intenzioni, anche i suoi sentimenti verso

di noi…

- parla per chiamarci, per domandarci qualcosa: “Abramo!… Samuele!…Maria!…

Simone!…Andrea!”

Dio, insomma, ci tiene a comunicare: ha buoni motivi per parlare. Esattamente come noi.

E come si fa a sentire le sue parole? Come parla Dio? Noi, quando dobbiamo comunicare con

persone che si trovano distanti, lontane, lo facciamo in modi diversi: la posta (normale o elettronica), il fax, il telefono, il cellulare…

Dio può comunicare con noi in tanti modi, ma lo strumento più adeguato che ha scelto è la Bibbia.

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La Bibbia, album di famiglia 1

Un Album di famiglia abbastanza esteso perché qui la famiglia è un popolo che camminava insieme a Dio.

Al centro di tutto c’è una persona particolarmente importante: Gesù. Dopo aver parlato molte volte

e in molti modi attraverso saggi e profeti, Dio si è deciso a parlare per mezzo di suo Figlio: Gesù. Con Gesù la Parola di Dio non è più solo detta, gridata, o scritta, ma diventa “carne”, cioè volto,

persona, individuo. Per noi cristiani, il vangelo – che è la testimonianza scritta di tutto ciò che Gesù

ha

detto e ha fatto – è il centro e il culmine di tutta la Bibbia.

Certo, molte vicende di quel popolo sono passate da un pezzo; sono lontane da noi migliaia

di

anni. Quello che non è passato affatto è la Parola che Dio ha detto, perché quella Parola è

eterna, rimane per sempre. Le nostre parole, una volta dette sono anche passate; quelle di Dio no,

perché Dio non è soggetto al tempo, agli orologi e ai calendari come siamo noi. “Cielo e terra passeranno – diceva Gesù – le mie parole no, non passeranno mai”.

1 Quanto poi si tratterà di spiegare ai bambini che cos’è la Bibbia, si potrà adoperare quest’immagine:

come ogni famiglia ha il suo album – dove conserva la sua storia, le testimonianze delle varie occasioni di vita, dei momenti più importanti della famiglia – così anche il Popolo di Dio ha il suo libro di famiglia , dove è stato messo per iscritto sia quello che Dio ha detto, ha fatto, sia come quel popolo ha risposto, come si è comportato verso Dio.

L’esperienza che racconta la Bibbia si svolge in un arco di storia di circa 1800 anni: inizia 1700 anni prima di Cristo e si conclude nel primo secolo dopo Cristo. E’ un’esperienza raccontata da quelli che l’hanno vissuta:

quindi non è la cronaca fredda di giornalisti, ma la testimonianza di protagonisti. Le esperienze della vita, si sa che prima si vivono e poi si scrivono (se ne vale la pena)…

Anche per la Bibbia è stato così: prima le cose sono state vissute, tramandate a viva voce, poi sono state scritte. Ad opera di molte mani, molti sono quelli che hanno scritto: alcuni bravi a scrivere, altri meno… Sia gli ebrei, sia noi cristiani, diciamo: Dio li ha ispirati. Ha lasciato che si esprimessero col loro linguaggio, ma li ha ispirati, perché dicessero quello che valeva la pena dire; perché quello che scrivevano potesse valere anche a distanza di secoli o di millenni…

Album di famiglia, la Bibbia, dove c’è, ovviamente, di tutto:

- storie di vita (la vita di un Popolo che vive in relazione continua con Dio): vita che è fatta di conquiste e di sconfitte, di alti e bassi, di periodi di oppressione e di esperienze di liberazione…

- codici di leggi: perché la vita sociale di un popolo non sta in piedi senza regole; e siccome le situazioni cambiano in continuazione, anche le leggi devono adattarsi ai cambiamenti (ci sono diversi codici di leggi nella Bibbia)

- letteratura: cioè romanzi (Giuditta), novelle (Rut – Tobia), poemi (d’amore…o di dolore…), canzoni

- che sono preghiere (i salmi), proverbi e detti di saggezza, esortazioni e messaggi di profeti…

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Ecco perché i cristiani (tutti: cattolici o protestanti o ortodossi o anglicani) hanno sempre tenuto in grande considerazione la Bibbia: quando la aprono, non con curiosità ma con fede, hanno la certezza che lì Dio parla: quella Parola che non passa mai, quel messaggio, ora riguarda proprio loro e le loro situazioni di vita.

La Bibbia è nata in un popolo: è l’esperienza di tutto un popolo che l’ha scritta. Ecco perché l’ambiente più adatto per comprenderla è quello della Comunità, cioè quando si è tutti insieme: a ciascuno di quella comunità che l’ascolta davvero, quella Parola arriva con una risonanza particolare, così come ognuno è particolare, diverso da tutti gli altri, per carattere, per situazioni di vita. Se quella Parola dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, quest’esortazione vale per tutti, ma ciascuno la percepisce dentro le sue opportunità personali, perché ciascuno ha le sue situazioni per metterla in pratica.

Ora, se è vero che il clima adatto per capire al Bibbia è quello della Comunità, allora l’occasione più tipica che abbiamo per ascoltare la Parola che Dio ci dice è l’Eucaristia. Oltre il volto di quel tale o quella tale che proclama le letture della Bibbia all’ambone, o di quel prete che predica, c’è comunque il Signore: tant’è vero che a quella Parola si risponde “Gloria a te, o Cristo– “Lode a te, Signore”.

E rispondiamo in questo modo perché c’è davvero il Signore che parla a noi.

Ascoltare la Parola di Dio … per vivere.

Si tratta di un’importanza che ha a che vedere con la vita: è vitale nel vero senso della parola. Ce lo conferma la Bibbia stessa: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio…” (Deuteronomio 8,3).

E se l’uomo non si nutre di Parole di Dio, allora può accadere che vada a cercare alimento da qualche altra parte, col rischio di trovare – invece che alimento – veleno, pagandolo magari a caro prezzo. (Un’inchiesta di qualche anno fa’ rivelava che la magia in Italia rappresenta un giro affari tra i più più colossali. 151.000 sarebbero i maghi che incassano 6 miliardi di Euro all’anno e quasi nessuno paga le tasse. A loro si rivolgono 20 italiani su cento. L’oroscopo, invece, in Italia è consultato ogni giorno da 37 persone su cento. Moltissimi affermano di leggerlo solo per curiosità, per divertimento. Il che non è grave. Il problema, per gli esperti, sono i maniaci, cioè gli 8 italiani su cento… schiavi delle stelle, che non fanno niente senza consultare gli astri. E che dire infine di quei 57 italiani su cento che ammettono di essere superstiziosi? Sono dati e risultati di questi ultimi anni, non si qualche secolo fa’…).

Tutto questo prova che alle persone non basta avere tutte le cose che desiderano, per sentirsi felici e realizzate… Hanno bisogno soprattutto di buoni motivi per vivere, che diano senso alla vita di ogni giorno; hanno bisogno di criteri per scegliere giusto, di valori di riferimento, di ideali … e ne hanno bisogno come del pane quotidiano. Se non li trovano, cercano di rimediare ma andando nella direzione sbagliata…(maghi, oroscopi, ecc. ecc.).

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ASCOLTA!

Capita di sentire tante parole ogni giorno, tante voci, tanti rumori…ma, si sentono

Sentire non è ancora ascoltare. Ascoltare è

molto di più. Ascoltare è voler sentire. Ecco allora che l’ascolto lo riserviamo solo a certe voci, a certe persone, a quei suoni che davvero ci interessano. Ebbene, anche alla Parola

di Dio occorre riservare un ascolto così, fatto di amorosa e cordiale attenzione.

appunto: guai se dovessimo ascoltare tutti

Ascoltare, però, anche se c’è attenzione, a volte non porta a nessun risultato, non perché non ci interessi quello che ascoltiamo, ma perché poi subentrano altre voci, altri rumori che prendono il sopravvento…Occorre, come insegnavano i primi Padri della Chiesa, che quello che ascoltiamo scenda nel cuore, e resti nel cuore, cioè nella nostra interiorità. Tutto ciò il Vangelo lo dice con la bella parabola del seminatore (Mt 13,3-9): il seminatore getta il grano con abbondanza, ma c’è terreno e terreno… se trova sassi, o strada battuta, o spine, non può crescere quel seme; è solo se trova terra buona che può crescere bene e portare frutto. Essere terra buona vuol dire: accogliere e conservare nel cuore la Parola che si ascolta. Guardiamoci dal considerare questa (“conservare nel cuore”) solo una bella

espressione da bambini: è molto più. Tutti infatti sappiamo cosa voglia dire conservare nel cuore certe cose: ad esempio quando abbiamo una grana in famiglia, o una grossa preoccupazione, ce la portiamo “dentro di noi” ogni momento, non possiamo fare a meno

di pensarci, anche se lavoriamo o viaggiamo o facciamo quello che c’è da fare; oppure

quando riceviamo un’offesa, uno sgarbo, da una persona amica dalla quale non ce l’aspettavamo: sappiamo benissimo per esperienza cosa vuol dire “conservare nel cuore”.

Perché non farlo con la Parola buona di Dio? Ovviamente tocca a noi cominciare: come pretendere diversamente di insegnarlo ai bambini? Ecco cosa significa ascoltare la Parola di Dio.

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Per la formazione e preparazione di quanti svolgono il compito di Catechisti o di Animatori degli incontri dei Genitori

Per il Quarto Incontro

(Febbraio)

All’EUCARISTIA per dire “Grazie!”

“Eucaristia” è un nome che vuol dire “ringraziamento”: atto di ringraziamento.

Dopo la Liturgia della Parola (le letture della Bibbia, il vangelo…) segue la Liturgia della mensa o, più semplicemente, Eucaristia: si portano doni all’altare, si presentano al Signore con parole di riconoscenza, di gratitudine: “Benedetto sei tu, Signore, che ci hai dato questo pane e questo vino…Benedetto nei secoli il Signore! – Rendiamo grazie al Signore nostro Dio! E’ cosa buona è giusta! Sì, è veramente cosa buona e giusta ringraziare…”.

E non è tanto questione di parole o di frasi con le quali rispondere alla Messa, quanto di sentimenti. E i sentimenti occorre suscitarli, educarli, a cominciare proprio da quello della riconoscenza. Saper dire grazie non è solo questione di buona educazione: è molto di più.

Tutti i genitori insegnano ai loro figli a dire grazie. E i figli lo imparano, se non altro come stratagemma, come lasciapassare o parola d’ordine per ottenere qualcosa; una tecnica o una strategia dunque, ma se ci si ferma a questo è davvero troppo poco.

Altre volte il grazie può essere semplicemente un’espressione convenzionale, un modo come un altro per congedarsi da qualcuno…

E poi, per quanti grazie si dicano, c’è Qualcuno che lo meriterebbe più di tutti …ma al quale si rischia di non dirlo mai, o con poca convinzione: Dio, appunto.

Chi si ricorda di ringraziare Dio?

Chi ci crede, sa che la vita che vive non è frutto del caso, ma dono suo, e così la salute, e le persone che stanno accanto e vogliono bene: tutti doni suoi.

E poi tutte quelle cose belle, quelle situazioni positive che viviamo ogni giorno: il sole che fa

serena la giornata, l’opportunità di svagarsi, di vedere cose nuove, il poter far festa tra amici: tutti

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doni suoi. E ancora: il pane quotidiano (e anche il companatico), nella consapevolezza che se Dio non provvedesse a tener viva e feconda la terra, gli uomini a quest’ora l’avrebbero già ridotta a un deserto… Tutti doni suoi.

E’ a questo sentimento della riconoscenza che occorre educare e, ancor prima, educarsi,

perché sembra scarseggiare in questo nostro tempo… Non poca gente si ricorda di Dio quando

piove, e impreca perché il maltempo manda all’aria i programmi fatti, ma per tutti i giorni di sole non ritiene affatto di doverlo ringraziare. Altri inveiscono contro di lui, responsabile (secondo loro)

di aver tolto la vita a una persona cara… ma quanti si ricordano di ringraziarlo per tutto il tempo

che le persone care restano loro accanto? Dio, del resto, è quello che dà, non quello che toglie.

E’ una visuale atea, pagana, a monte di questi ragionamenti; la visuale del tutto dovuto… come se

tutto spettasse di diritto! Ma il fatto che tutto possa essere strappato, senza che si possa far niente,

è la smentita di tale presunzione. L’unico diritto che si ha è quello di aprire le mani, come dei mendicanti, e ricevere tutto come dono.

Perché tutto è dono.

Preparare, e prepararsi, alla Prima Eucaristia è destare e tener viva la consapevolezza che tutto è dono. Non possiamo permetterci di dimenticarlo mai: quando le cose non sono più doni, perdono anche la loro bellezza, il loro fascino; allora si corre il rischio di non gustarle nemmeno più.

Ma torniamo al “grazie”. Lo si può esprimere in diversi modi.

A parole, per esempio (e “grazie” è la più abituale di tutte), ma lo si può dire (e forse ancora

meglio) con un segno, un presente, un regalo. In certe circostanze si avverte che non basta il “grazie” che si ripete tutti i giorni: è un “recipiente” troppo piccolo per la gratitudine che si prova, e allora se ne cerca un altro più adeguato: un dono, un regalo, un mazzo di fiori, una bottiglia di vino buono, o qualcosa di più personalizzato ancora…

A Dio, Padre nostro, è più che giusto esprimere riconoscenza ogni giorno, soprattutto a

sera; è perfettamente normale che la preghiera della sera sia anzitutto un grazie al Signore (non

solo per le cose eccezionali ma anche per quelle abituali).

Ma poi arriva l’occasione in cui il grazie lo si dice in modo più adeguato, più solenne, anche perché lo si dice tutti assieme: è l’Eucaristia della Domenica.

Anche in questa circostanza lo si dice e con le parole e con i doni che vengono portati all’altare:

pane e vino.

Perché pane e vino?

Il pane e il vino sono il simbolo di tutto ciò che è assolutamente necessario per vivere; sono la vita dell’uomo, il suo respiro, la sua speranza, la sua forza, la sua gioia. E’ per questo che diventano la risposta simbolica alla fame di cose essenziali, quali la vita, la salute, la libertà,

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l’amicizia, l’amore (perché è di tutto questo che si ha bisogno per vivere, non solo di alimenti per lo stomaco).

Nel pane e nel vino, poi, si riscontra una caratteristica molto significativa. Ognuno di questi due elementi solo in parte dipende dall’uomo; per un’altra parte è dipende dalla fecondità della terra

Infatti l’uomo può coltivare la

vite, ma non può produrre l’uva: l’uva viene dalla fecondità della terra (e dal calore del sole, e dalla pioggia al momento giusto). Dal succo dell’uva l’uomo può trarre il vino, ma non è lui a inventarlo,

(che è come dire, in una visuale di fede: dalla Provvidenza di Dio)

a crearlo. La stessa considerazione va fatta per il pane: dal grano possiamo trarre il pane, ma non siamo noi a creare il grano, a farlo germogliare, maturare nella spiga.

Qualcuno potrebbe definire “banali ingenuità” queste considerazioni: per la fede non lo sono

affatto. Si tratta semplicemente di chiarezza: o la terra, con tutte le sue risorse, è dono (dono per tutti, dono da utilizzare con equilibrio, con rispetto), oppure è oggetto di conquista, di arrembaggio,

e allora il primo che arriva, prende tutto, senza alcun rispetto né per la terra né per i suoi abitanti. Allora non possono che derivarne squilibri ecologici, con tutte le conseguenze catastrofiche che solo in parte si possono elencare. La Fede favorisce questa “chiarezza”, quando fa dire

all’Eucaristia: “Dalla tua bontà, Signore, abbiamo ricevuto questi doni: frutto della terra e del lavoro dell’uomo… Ora li presentiamo a te, perché riconosciamo che tutto è dono tuo: sei tu che hai dato

fecondità alla terra perché possa produrre i suoi frutti

elaborarli e ricavarne pane, vino e quant’altro ci è essenziale per vivere, è perché tu, o Dio, ci hai

dato intelligenza, intraprendenza, salute, energia e tutto il resto…”.

Se noi possiamo trasformare questi frutti,

In questo modo, l’Eucaristia educa a insaporire con un po’ di spiritualità tutto quello che viviamo e facciamo durante la settimana. Infatti, è soprattutto di spiritualità che abbiamo bisogno al giorno d’oggi.

Spiritualità. Per far respirare la vita

Si pensi, ad esempio, al lavoro: è una delle esperienze che ci prende di più, se non altro in termini di tempo. Per quanto bene possa essere retribuito, se uno lo compie con coscienza e diligenza, qualsiasi stipendio è sempre una ricompensa solo parziale: lo stipendio non paga la coscienza che uno ci mette, la lealtà, la passione, il dispendio di energie “umane”, che non sono

semplicemente carburante per far funzionare una macchina… La riprova di questo è la frustrazione, l’insoddisfazione o la noia, provate da quanti sul lavoro fanno il minimo indispensabile

e non vedono l’ora che finisca il loro turno (costoro, a dire il vero, cercano non tanto un lavoro,

quanto un posto che garantisca loro uno stipendio). E anche chi lavora in proprio non è che navighi

in condizioni migliori.

Cosa può offrire la Fede in un’esperienza come questa? La convinzione che si può lavorare per qualcosa di meglio che non per il solo stipendio. Per dirla in linguaggio cristiano tradizionale: la coscienza che quel lavoro che fai è la volontà di Dio per te; è lui che te l’ha fatto trovare; svolgerlo con coscienza, con responsabilità, è fare la volontà di Dio. E dal momento che è volontà di Dio, si sa per certo che ne verrà fuori qualcosa di buono, qualcosa che resterà per sempre. Motivo per cui

si cerca di far bene quel lavoro che si deve fare.

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Il pane e il vino che si portano all’altare la Domenica, pertanto, non sono più pane e vino

soltanto; rappresentano e simboleggiano ben altro. Ognuno allora può parlare a Dio nel segreto del cuore e dirgli: “Signore, in quel pane e in quel vino c’è anche il mio lavoro di questa settimana, la mia fatica, la mia stanchezza, le mie soddisfazioni e le mie delusioni…”. Ecco come si fa a “mettere un briciolo di spiritualità” in quell’esperienza abituale che è il lavoro d’ogni giorno.

E quello che è vero per il lavoro, è vero per tutto il vasto campo dell’esperienza quotidiana:

che sia intessuta di soddisfazioni oppure di preoccupazioni, di gioie oppure di sofferenze, resta il fatto che essa è comunque un continuo consumo d’energie; ma cosa potrà mai compensare le nostre umane energie? Ebbene, tutto ciò acquista un valore inestimabile allorché lo si offre a Dio nell’Eucaristia. E lo si può fare nella più totale segretezza, nel mentre si portano i doni all’altare:

“Signore, ho vissuto questo… e quest’altro… te l’offro, perché tu lo trasformi e lo impreziosisca, insieme a questo pane e a questo vino”.

Anche un bambino ha diritto di sperimentare questa opportunità: anche per lui vi sono cose che costano fatica e impegno particolari, anche lui spende energie nel suo piccolo. E allora, perché non dirgli: “Questa cosa ti è costata molto… Domenica, alla messa, offrila al Signore quando portano all’altare il pane e il vino…”?

Anche la colletta che si fa è un dono per dire grazie: il denaro che si raccoglie è destinato sempre a finalità di condivisione, nella Comunità o altrove. Dio non sa che farsene del nostro denaro, ma dare in solidarietà è dare a Dio stesso: è riconoscere che se possiamo disporre di qualcosa, prima che nostro merito è dono suo…

E chi ci assicura che Dio gradisce i nostri doni? Dio, in fondo, non ha bisogno né di pane né di vino né di alcun’altra cosa. Tant’è vero che quei doni ci vengono restituiti: sì, ma trasformati; non sono più gli stessi di prima. Se prima si diceva di quel pane: “E’ frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, poi lo si distribuisce e si afferma: “E’ il Corpo di Cristo!”.

Dio accetta volentieri ciò che gli offriamo, ma nel suo amore generoso ce lo ridona impreziosito e nobilitato a dismisura.

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Per la formazione e preparazione di quanti svolgono il compito di Catechisti o di Animatori degli incontri dei Genitori

Per il Quinto Incontro

(Marzo)

L’EUCARISTIA è Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Per noi.

Siamo arrivati al cuore della nostra esperienza di preparazione.

Qui si entra nel Mistero (e notiamo che “mistero” è un dono di Dio che si può soltanto accogliere, ricevere, senza pretendere di spiegare o capire fino in fondo). Quello che tuttavia si può capire è importante; perciò l’argomento va accostato con attenta disponibilità.

Occorre andare un po’ a ritroso e raccontare una storia: l’essenziale di questa storia è contenuto nelle pagine del Catechismo dei fanciulli (76 e seguenti). Anche il tempo in cui ci troviamo, cioè la Quaresima, ci aiuta a comprendere. Quaresima è la stagione che prepara alla Pasqua. Occorre partire dalla Pasqua per arrivare al cuore dell’’Eucaristia.

La sera del Giovedì Santo, a quell’Eucaristia che prende il nome di “Cena del Signore”, si sente proclamare questa pagina della Bibbia:

“Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d'Egitto: “Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo serberete fino al quattordici di questo mese:

allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E` la pasqua del Signore! In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dei dell'Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d'Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (Esodo 12,1-14).

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Il Popolo al quale Dio si rivolge vive in situazione di oppressione: è schiavo in Egitto, ma Dio sta per farlo uscire, cioè passare da schiavitù a libertà.

Pasqua infatti, nella lingua della Bibbia, è parola che ha a che vedere con passaggio: un popolo passa dall’Egitto alla Terra promessa, dall’oppressione alla libertà. Ma prima di quel popolo, è Dio stesso che passa per quelle contrade: “io passerò per il paese d’Egitto” annuncia; è il suo passaggio che rende possibile la libertà.

Prima di partire celebrano tutto questo con una Cena diversa dal solito: sulla mensa c’è carne di agnello, vino, ci sono erbe amare (simbolo delle amarezze della schiavitù che hanno sopportato per tanti anni), c’è pane azzimo (perché la fretta dei preparativi non ha permesso di lasciarlo lievitare…). Con il sangue dell’agnello tingono gli stipiti delle porte, come segnale della loro presenza in quella casa, così che lo sterminio che passerà per le strade dell’Egitto li risparmi.

E, oltre a ciò, ricevono un ordine: ogni anno a quella data (la notte di luna piena di primavera) dovranno tornare a celebrare quella cena che, da allora, si chiamerà “Pasqua”, cena Pasquale. Lo faranno con tutto un rituale particolare (che gli ebrei osservano fedelmente anche ai nostri giorni; questa infatti è la festa più importante di tutta la loro tradizione): il più piccolo della famiglia pone delle domande: “Perché questa cena così diversa? perché pane azzimo? ed erbe amare?”. E il più anziano della casa risponde: “Noi eravamo schiavi in Egitto e questa notte il Signore ci ha liberati; il pane è azzimo per ricordarci che quella volta non ci fu il tempo per far lievitare la pasta, le erbe amare ci ricordano le amarezze che abbiamo patito…”. E’ un rituale molto suggestivo, soprattutto per l’atmosfera particolare che si crea durante quella cena: essa è un “memoriale”, infatti. Questa parola “memoriale” a noi richiama l’idea del “ricordo”, nel senso di “fare memoria” di qualcosa che è accaduto in passato. Per il popolo della Bibbia il significato va molto aldilà di questo: è come se l’avvenimento che si ricorda accadesse ancora; o meglio, come se non fosse mai passato e, ogni volta che lo si celebra, si rendesse contemporaneo a coloro che intervengono e partecipano. “Come se” implica l’uso del condizionale, il che potrebbe far pensare che sia nient’altro che una finzione: “facciamo come se…”. No, non si tratta né di finzione, né di suggestione. Il fatto è che, se i fatti della nostra vita passano presto, quelli invece che hanno Dio quale protagonista non passano mai: il tempo che passa non li può cancellare perché Dio è più grande del tempo. Celebrare un memoriale significa esattamente questo: trovarsi coinvolti in un evento che ha per protagonista Dio stesso; essere là come attori che partecipano direttamente a quello che accade.

L’ultima Cena di Gesù

L’ultima cena che ha fatto Gesù con i suoi apostoli era una “cena pasquale” di questo genere. L’ha fatta preparare con cura, dopo aver cercato un luogo adatto (che da quella sera sarà chiamato “cenacolo”); ha seguito il rituale che ogni famiglia ebrea conosceva: su quella mensa c’era pane azzimo e vino. E’ proprio durante quella cena che Gesù ha fatto per la prima volta ciò che chiamiamo “Eucaristia”:

… prende il pane, lo spezza e lo dà agli apostoli, dicendo: <<Prendete questo è il mio corpo>>. Poi prende il calice del vino, lo dà loro e dice: <<Questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, versato per voi>> (dal Catechismo dei fanciulli, pag. 79).

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In quel pane spezzato e in quel vino… c’è Gesù. (L’espressione tradisce un linguaggio forse un po’ infantile, ma è d’un realismo estremo).

Gesù sa benissimo che di lì a poche ore lo uccideranno, ma non vuole che siano gli altri a togliergli la vita, è lui stesso a donarla: “per voi e per tutti” dice. Giuda, Pilato, i soldati romani…saranno tutt’al più attori in questa vicenda, ma il protagonista è Gesù stesso, che si dona liberamente e senza condizioni.

Aggiunge poi un invito, al quale la Chiesa da quella prima volta continua a rispondere:

Fate questo in memoria di me”.

Nella Chiesa si crede, quasi da 2000 anni, che quel pane e quel vino, una volta consacrati

durante l’Eucaristia, non sono più il pane e vino di prima: sono corpo e sangue di Gesù. (Alcuni tra

i cristiani, a dire il vero, rifiutano questa conclusione. Ritengono che quel pane e quel vino

possano tutt’al più ricordare, simboleggiare ciò che ha fatto Gesù… Ma le parole valgono per quello che dicono, non si possono cambiare. Gesù non ha detto: “Questo pane vi ricorda il mio corpo”, ma bensì: “Questo è il mio corpo”).

Ecco perché lo si riceve con la massima cura, come qualcosa di prezioso.

Ed ecco perché, quando si passa davanti a quel “pane consacrato” – che si conserva nel tabernacolo di ogni chiesa – si compie quel gesto di rispettoso saluto che è il piegare il ginocchio in atteggiamento di adorazione.

I bambini, con la fantasia tipica della loro età, potrebbero pensare che il sacerdote compia

chissà quale strana magia per trasformare il pane e il vino nel corpo e sangue del Signore. No, nessuna magia. Egli invoca invece lo Spirito Santo (“Manda il tuo Spirito!” prega). E’ lo Spirito santo - forza ed energia potente di Dio - lo specialista nel creare e nel trasformare le cose.

I ragionamenti non bastano

Certo, qui ci si addentra in un campo dove i ragionamenti a un certo punto si perdono; del resto, ragionare col cervello non basta per capire e per dare un senso a tutto: nella vita c’è anche una componente di “mistero” nella quale non si entra con strumenti da laboratorio scientifico, ma

solo con la fede. E’ la fede che porta ad aprire le mani, a ricevere quel pane come “corpo di Cristo”

e a rispondere “Amen” (che vuol dire: “credo, è così”).

I sensi non aiutano in questo: il pane consacrato conserva il sapore del pane, il vino quello

del vino (anche se è il sangue di Cristo), ma la fede non si lascia condizionare dai sapori. Sì, sono gli stessi doni che erano stati portati all’altare. Prima di recitare assieme la preghiera del Padre nostro, è proprio un ulteriore gesto di offerta quello che viene fatto; il sacerdote solleva in alto il pane consacrato e il calice del vino, dicendo: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Padre, nell’unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria”. Qui il nostro ringraziamento arriva al culmine: in quell’unico Dono vi è tutto ciò che possiamo offrire a Dio, il nostro grazie, ci siamo tutti noi (se davvero siamo là presenti in maniera attiva e partecipi di quello che si celebra).

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E Dio, nel suo amore generoso, ci riconsegna quel Dono impreziosito e nobilitato oltre ogni immaginazione.

Se prima

si diceva

di

quel pane:

“E’ frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, ora

distribuendolo si afferma: “E’ il Corpo di Cristo!”.

Che ce ne facciamo?

Gesù ha detto: “Prendete e mangiate…”.

L’espressione sarà un po’… cruda, se si vuole, ma hanno ragione i bambini quando dicono che “fare la comunione è mangiare Gesù”. Certo, non dobbiamo intendere in modo troppo banale un tale linguaggio (se non altro per non attirarci l’accusa di antropofagia o di cannibalismo!). Ma è ovvio chiedersi: è possibile, ha senso lasciarsi mangiare da qualcuno? A volte – se non altro come metafora – ricorriamo anche noi a questo linguaggio: “Sono divorato dagli impegni, dalle scadenze, dalle preoccupazioni…”. Quando si dà il meglio di sé agli altri, in termini di amore, di disponibilità, di servizio gratuito, è come lasciarsi mangiare, divorare, in un senso certamente metaforico ma molto vero. Anche un papà e una mamma sanno cosa significa lasciarsi divorare, consumare dai loro figli…Quando si osservano i volti rugosi di certi nonni, consunti da tutta una vita di fatiche, di preoccupazioni, è più che naturale riconoscere che sì, è vero: si sono dati senza risparmio, si sono lasciati consumare, divorare dai loro figli!

Anche in ciò che diamo ai nostri bambini ogni giorno (dal cibo, di fronte al quale magari fanno le smorfie, ai vestiti, alle attenzioni, a tutto il resto) c’è un po’ di noi, della nostra vita: tutto questo è doveroso farlo notare, proprio per aiutare i bambini a capire come anche Gesù possa lasciarsi mangiare da noi nell’Eucaristia…

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Per la formazione e preparazione di quanti svolgono il compito di Catechisti o di Animatori degli incontri dei Genitori

Per il Sesto Incontro

(Aprile)

L’EUCARISTIA è Comunione. Che vuol dire fare la Comunione?

Siamo in dirittura d’arrivo nel cammino di preparazione all’Eucaristia, anzi, l’ultima tappa in assoluto, quella della Comunione vera e propria.

Le precedenti (che sono poi i vari momenti dell’Eucaristia), si possono richiamare brevemente così:

- Il Signore Dio ci ha invitati e ci ha accolti alla sua mensa

- Ci ha parlato e noi abbiamo parlato a lui (perché non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio)

- Abbiamo offerto a Dio i nostri doni per dirgli grazie di tutto quello che ci dà: doni che sono …poca cosa, semplice ed essenziale (pane e vino)

- Grazie allo Spirito Santo, questo pane e vino diventano il corpo e il sangue di Gesù: in tal modo i nostri doni prendono un valore immenso

- Nella Comunione, il Padre ricambia i poveri doni che gli avevamo presentato, con questo dono immenso: Gesù

Ora possiamo prendere in considerazione questi interrogativi:

Prima Comunione… Comunione… Cosa vuol dire “fare la Comunione”?

Cosa implica, come è da intendere, quali effetti produce?

Per fare comunione bisogna essere almeno in due (da soli non si fa comunione). Qui c’è Dio (Gesù) e ci siamo noi. Perché mai Gesù entra in comunione con noi? Cerchiamo di comprendere.

Noi preghiamo ogni giorno dicendo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E il pane che il Padre nostro ci dà è dono suo e frutto del nostro lavoro. Però ci ha anche avvertiti: non abbiamo bisogno solo di pane per lo stomaco; c’è anche uno spirito in noi, che pure deve essere alimentato (se non vogliamo ridurci a livello puramente animale): “L’uomo non vive soltanto di cibo per lo stomaco, ha bisogno anche di pane per lo spirito”. Questo pane per lo spirito il vangelo lo chiama “Pane di vita eterna”: è l’Eucaristia, fatta di Parola di Dio e di corpo e sangue di Gesù.

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Qui è opportuno riferirsi a un racconto del vangelo:

In quel tempo, Gesù si guardò attorno, e vide tutta la gente che era venuta. Allora disse a Filippo, uno degli apostoli: “Dove potremo comprare il pane necessario per sfamare questa gente?”. Filippo rispose: “Duecento monete d'argento non basterebbero neppure per dare un pezzo di pane a tutti”. Un altro discepolo, Andrea, disse: “C'è qui un ragazzino che ha cinque pagnotte d'orzo e due pesci arrostiti. Ma non è nulla, per tanta gente!”. Gesù ordinò: “Dite alla gente di sedersi per terra”. Il terreno era erboso, e tutti si sedettero in terra. Erano circa cinquemila. Gesù prese il pane, fece una preghiera di ringraziamento, poi cominciò a distribuire a tutti pane e pesce a volontà. La gente, quando ebbe mangiato a sufficienza, vedendo il segno miracoloso che Gesù aveva fatto, diceva: «Questo è veramente il profeta che deve venire nel mondo». Gesù allora, sapendo che volevano prenderlo per farlo diventare re, se ne andò di nuovo verso la montagna, tutto solo. Il giorno seguente, la gente andò a cercare di nuovo Gesù. Ma Gesù disse: “ Voi mi cercate solo perché avete mangiato il pane e vi siete levati la fame. Non datevi da fare per il cibo che si consuma e si guasta, ma per il cibo che dura e conduce alla vita eterna. È il Padre mio che vi dà il vero pane venuto dal cielo”. La gente allora gli disse: “Signore, dacci sempre questo pane!”. Gesù rispose: «lo sono il pane che dà la vita. Chi si avvicina a me con fede non avrà più fame; chi mette la sua fiducia in me non avrà più sete. Sì, io sono il pane, quello vivo, venuto dal cielo.

Anzi, io vi dichiaro una cosa: se non mangiate il mio corpo e non bevete il mio sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò l'ultimo giorno”. (Giovanni 6,1ss)

Vita eterna: cos’è la vita eterna?

Il catechismo dei bambini adopera l’espressione “vita per sempre”, “vita nuova”, ma il senso è lo stesso. Di solito si pensa che la vita eterna sia quella che comincia dopo questa nostra esistenza terrena, al momento della morte: la vita dell’aldilà, insomma (ma dal momento che nessuno c’è mai stato a verificare e nessuno è mai tornato a dirci come stanno le cose nell’aldilà, ecco che non di rado la “vita eterna” si riduce a una teoria piuttosto evanescente e poco interessante.

No, è necessario correggere questa opinione sbagliata.

La vita eterna o comincia già ora, qui su questa terra, oppure non comincerà mai. Vita eterna è la nostra esistenza in questo mondo che si arricchisce e si impreziosisce con la vita stessa di Dio, quella che riceviamo fin dal Battesimo. In altre parole: la nostra vita è già eterna fin d’ora, grazie al Battesimo.

Eterna vuol dire che questa nostra vita sulla terra, anziché essere tutta ripiegata su se stessa, si apre e prende gli orizzonti di Dio; invece che restare monotona e grigia, si colora e si riempie di senso. Tutto allora si arricchisce in qualità e lo si vive con un altro spirito: ciò che è positivo procura soddisfazioni ancora più profonde, ciò che è negativo non getta nell’angoscia e non è mai tale da oscurare la speranza.

E poiché Dio è più forte anche della morte, nemmeno la morte può metter fine a questa nostra vita:

noi vivremo per sempre, aldilà della morte.

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Sì, ma tuttavia questa vita eterna ha bisogno di alimento, esattamente come la nostra esistenza biologica; diversamente non dura, non cresce, anzi deperisce.

Gesù Cristo è l’alimento che nutre la vita eterna già presente in noi. Ecco perché è importante rispondere a quell’invito di Gesù: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…prendete e bevete, questo è il mio sangue. Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue ha la vita eterna”.

Può sorgere allora una domanda: quelli che partecipano all’Eucaristia senza accostarsi alla Comunione, non hanno la vita eterna? Si dovrà rispondere che, certamente, non è completa la partecipazione all’Eucaristia senza la Comunione, tuttavia questo non significa che non vi sia partecipazione e che non si entri comunque in relazione con Gesù: infatti egli è “Pane disceso dal cielo” anche con le parole che ci dice (ed è più che mai vero proprio in questo caso che l’uomo non vive solo di pane ma anche di parole che escono dalla bocca di Dio). Pertanto, se chi partecipa all’Eucaristia, ascolta le Parole del vangelo e prega insieme alla Comunità riunita, entra comunque in contatto con Gesù: una “comunione”, se pure non piena e completa, avviene. Pur restando vero che la comunione in pienezza sta nel ricevere il corpo e il sangue del Signore. L’effetto, in ogni caso, è proprio questo: Gesù Cristo entra in comunione con noi per fare della nostra esistenza una vita eterna.

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Per la formazione e preparazione di quanti svolgono il compito di Catechisti o di Animatori degli incontri dei Genitori

Per il Settimo Incontro

(Aprile – Maggio)

L’EUCARISTIA E’ COMUNIONE.

Ma noi, cosa dobbiamo fare?

Quali atteggiamenti dobbiamo avere per ricevere degnamente quello che Dio ci offre?

Occorre essere in sintonia, in amicizia con lui: se nella vita si perseguono volutamente ideali contrari a quelli che propone il Vangelo, quella sintonia o amicizia non può esserci; e se in tal caso ci si accosta lo stesso alla comunione, ciò che ne risulta è un falso, una messinscena, un vero e proprio abuso. D’altro canto, va anche ammesso che perfettamente degni di accostarsi alla comunione non si è mai; per questo si prega ogni volta: “Signore, non son degno che tu entri nella mia casa, ma di’ una sola parola e io sarò salvato”.

V’è una condizione, tuttavia, che è la più importante di tutte: la coscienza di essere in armonia, in pace col nostro prossimo. Gesù ci ha preavvertiti a tale riguardo: “Se mentre ti accosti all’altare, ti ricordi che qualcuno ha qualcosa contro di te, torna sui tuoi passi e va’ a riconciliarti con lui; poi accostati all’altare…”. (Matteo 5,23-24). Dio ci tiene molto a questa condizione. Tant’è vero che dalle preghiere e dai gesti che precedono la Comunione traspare quest’unica preoccupazione: la pace, la riconciliazione, l’armonia fraterna tra di noi.

Ma c’è di più.

Non è solo questione di essere in pace col prossimo. Fare la Comunione, in un certo senso, è come andare a scuola. A scuola, è risaputo, si va per imparare: cosa si impara all’Eucaristia?

A diventare persone di comunione.

“Persona di comunione” (per dirla con un immagine estremamente semplice) è quella che, se possiede un panino e incontra qualcuno che ha fame, gli dà metà del suo panino… In altre parole, a questa scuola si impara non solo a ricevere ma anche a donare, a condividere: Gesù Cristo dona se stesso a noi, perché ognuno di noi possa fare altrettanto con coloro che ha accanto,

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specialmente con quanti hanno bisogno che si riservi loro attenzione (i poveri, si è soliti definirli, senza dimenticare che sono tanti i modi di essere poveri).

Pertanto è questione di coerenza, cioè di verifica della propria disponibilità a vivere come persone

di comunione. Chi si accosta a ricevere il Corpo del Signore dovrebbe prima rispondere

positivamente a questi interrogativi:

Te la senti, dopo che avrai fatto la Comunione, di essere più ben disposto di prima verso il tuo prossimo? Te la senti di essere operatore di armonia invece che piantagrane, in famiglia, nel vicinato, nel tuo ambiente di lavoro? Se te la senti, allora sì: accostati pure a ricevere il Corpo del Signore.

Quando, alla fine della sua ultima Cena, Gesù Cristo invita: “Fate questo in memoria di me”, non intende soltanto raccomandarci di ripetere un rito… (se così fosse, quell’invito detto da lui quella prima volta, basterebbe; perché ripeterlo ogni volta che si celebra l’Eucaristia?). No, è molto più che ripetere un rito ciò a cui ci provoca con quelle parole; intende affermare: “Fate come ho fatto io. Infatti, anche voi ora siete in grado di far dono della vostra vita agli altri, come ho fatto io con voi”.

E’ una condizione, questa, di estrema importanza allorché si tratta di apprezzare e di partecipare degnamente all’Eucaristia: per non ritrovarsi nell’ipocrisia di chi ripete o canta tante belle parole ma, alla prova del fatti, svicola comodamente da ogni impegno di fraternità e di solidarietà.

Anche i bambini vanno educati alla convinzione che la Comunione non si fa solo con Gesù, ma con tutti quelli che Gesù ama di più perché bisognosi di vita, di affetto, di tante cose essenziali.

Vale anche in questo campo il detto “gli amici del mio amico (Gesù) sono anche miei

amici”.

Restano da vedere gli atteggiamenti, o i gesti, con i quali si riceve il Corpo del Signore all’Eucaristia. Sono due: il gesto con cui si riceve il dono e l’atteggiamento che si assume dopo che si è ricevuto il dono. E’ importante che siano ben motivati, perché se no si riducono a mosse senza senso.

Dal alcuni anni, il pane consacrato si può ricevere in mano; non è affatto una concessione dell’epoca moderna, è piuttosto un ritorno all’antica usanza dei primi tempi della Chiesa. Ecco quanto insegnava ai cristiani 1600 anni fa’ Cirillo – vescovo a Gerusalemme (sono le parole esatte della sua Catechesi):

Avvicinandoti all’altare, ti comporterai così: con la mano sinistra fai un trono alla destra poiché deve ricevere il re. Con il cavo della mano ricevi il corpo di Cristo e di': «Amen». Ricevilo, cercando di non perdere nulla di esso. Se tu ne perdi è come se fossi amputato di un tuo membro. Dimmi: se qualcuno ti regalasse delle pagliuzze d'oro non le prenderesti con molta cura guardandoti dal non perdere nulla di esse e dal non rovinarle? Non starai ancora più attento a ricevere il corpo del Signore, che è ben più prezioso dell'oro e di tutte le pietre preziose?

La mano sinistra fa da trono alla destra. A qualcuno queste raccomandazioni potranno sembrare

sottigliezze, ma è risaputo che nelle cose importanti di solito si è sempre molto precisi (quando c’è

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da prendere una medicina a gocce, per esempio, non si procede affatto a press’a poco, e così pure quando si tratta di somme di denaro di valore elevato: si è estremamente precisi!).

E’ anche giusto sapere che la Comunione non è qualcosa che si prende (ecco perché non è conveniente il gesto di chi cerca di afferrare l’ostia consacrata tra il pollice e l’indice). E’ un dono quello che si riceve, e per i doni si aprono le mani, si lascia che ci siano appunto donati.

“Il Corpo di Cristo!” proclama quel tale che ci offre il pane consacrato. L’Amen con cui si risponde è parola ebraica che esprime assenso; vuol dire: è così, è vero, io ci credo.

Ricevuto il dono, l’atteggiamento adeguato (cui educare anche i bambini) è quello del raccoglimento e della preghiera. Quando si riceve la visita di un caro amico, tutta l’attenzione è per lui, ci si intrattiene volentieri insieme in conversazione. (E in questo campo nessuno è più adatto di un papà e d’una mamma per consigliare ad un bambino che cosa dire a Gesù, sia in occasione della Prima Comunione, sia ogni altra volta in cui ripeterà questa stessa esperienza…).

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