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150 milioni di bambini intrappolati nel

lavoro minorile

Un bambino impiegato in una fabbrica di carbone in Pakistan. Nel paese asiatico l'88%
dei bambini che non frequenta la scuola svolge qualche tipo di lavoro -
UNICEF/UNI186955/Noorani
12 giugno 2016 Oggi viene ricordata la Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro
minorile, un dramma spesso silenzioso che coinvolge 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni
nei paesi in via di sviluppo, circa il 13% di tutti i bambini e i ragazzi in quella fascia di et ricorda il
presidente dell'UNICEF Italia Giacomo Guerrera. Nei paesi meno sviluppati, circa un bambino o
ragazzo su 4 tra i 5 e i 14 anni lavora, correndo seri rischi per la sua salute e il suo sviluppo.

La pi alta incidenza di lavoro minorile (il 25% dei bambini tra 5 e 14 anni) si registra nell'Africa
Subsahariana, mentre in Asia meridionale il 12% dei bambini nella medesima fascia di et (in
tutto, 77 milioni) a svolgere impieghi potenzialmente dannosi. Questa percentuale decisamente
pi bassa nei paesi dell'Europa centro-orientale e nell'ex URSS (5%).

Globalmente, nei paesi pi poveri lavora circa un bambino su 4, con gravi rischi per la propria
salute.

Il fenomeno del lavoro precoce associato spesso alla mancata scolarizzazione, ma vi sono
grandi differenze da Stato a Stato. In Pakistan lavora l88% dei bambini tra i 7 e i 14 anni che non
vanno a scuola. In Bangladesh questa percentuale del 48%, in India il 40% e in Sri Lanka il
10%.

LUNICEF e le organizzazioni partner cercano di affrontare le cause dirette del lavoro minorile
lottando contro la povert, favorendo l'istruzione gratuita per i bambini e opportunit
economiche per i genitori e per i giovani in et lavorativa, individuando i bambini coinvolti nelle
peggiori forme di sfruttamento economico e offrendo loro accesso ad opportunit alternative di
apprendimento.

Inoltre, lUNICEF contrasta lo sfruttamento del lavoro minorile con programmi di


sensibilizzazione, prevenzione e reinserimento scolastico o lavorativo per ex bambini soldato e
bambini di strada, ricorrendo a orari flessibili, metodologie didattiche partecipative e a un
apprendimento che contempla competenze utili per la vita quotidiana (life skills) e formazione
professionale.