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LA

GUERRA DITALIA
|D |E |L 1 S 6 D.
LA

GUERRA D'ITALIA
D E L | 860
NARRATA

POLITICAMENTE E MILITARMENTE

n A W. RusTow,
Versione italiana eseguita sulla edizione orig. pubblicata a Zurigo nel 1861.

VENEZIA,
DALLA TIP.-EDlTR. DI P. NARATOVICH,
1861.
-
,

- -

La edizione di questo volgarizzamento posta sotto la


salvaguardia delle leggi.
AI LETTORI.

Appena uscita a Zurigo nell'idioma originale la


continuazione della storia della guerra d'Italia del 1859
condotta dal sig. W. Ristow sino ai preliminari della pa
ce di Villafranca, ed ora da lui proseguita a tutto l'anno
1860, cio dalla pace di Zurigo sino agli ultimi avveni
menti guerreschi seguiti nel regno delle due Sicilie e
negli Stati pontifici, vengo ad adempiere alla fatta pro
messa pubblicando in italiano la storia appunto della
guerra d'Italia del 1860. Essendo dettata questa secon
da parte dell'opera del Rstow colla stessa imparzialit
e con piena cognizione dei fatti, poich l'autore fu testi
monio e parte degli avvenimenti che narra avendo mi
litato in qualit di colonnello nelle valorose schiere dei
volontari di Garibaldi, mi giova sperare che la buon'ac
coglienza fatta alla versione del primo volume non isce
mer punto a questo secondo, il quale sar da me pub
blicato con eguale impegno e corredato di quei soli
disegni che, tra quelli promessi dall'autore, appariran
no pi interessanti ai lettori.
Venezia, aprile 1861.

L'EDITORE,
PARTE PRIMA

DALLA PACE PRELIMINARE DI VILLAFRANCA FIN0) ALI0


SBARC0 DI GARIBALDI IN MARSALA.

(Dal 12 luglio 1859 fino all'11 maggio 1860).


CAPIToLo I.
L' ITALIA D0P0 LA PACE DI VILLAFRANCA.

La pace diVillafranca lasci gli Stati d'Italia divisi in


sei gruppi :
Il regno di Sardegna ingrandito colla maggior parte
della Lombardia, compresa l'isola della Sardegna, con 1732
leghe quadrate e 7,900,000 abitanti;
i paesi dell'Italia Centrale, cio: Parma, Modena, la Ro
magna e Toscana, i primi dei quali sono di solito compresi
sotto il nome di Emilia ossia le provincie Emiliane, dalla
strada fatta dal Console Marco Emilio da Piacenza per Bolo
gna a Rimini con 801 leghe quadrate e 3,927,000 abitanti;
lo Stato papale tranne la Romagna con 573 leghe qua
drate e 2,110,086 abitanti;
il Reame delle due Sicilie con 2033 leghe quadrate e
9,117,000 abitanti;
il Veneto rimasto sotto la dominazione austriaca col
l'aggiuntavi piccola parte della Lombardia, con 457 le
ghe quadrate e 2,446,000 abitanti;
la Corsica sotto il dominio francese con 159 leghe qua
drate e 240,000 abitanti.
Lasciamo per ora da parte Malta, il Cantone Ticino ed
il Tirolo italiano, paesi anch'essi voluti dagl'Italiani.
I paesi dell'Italia Centrale caddero sotto l'amministra
zione Piemontese durante la guerra del 1859; Toscana,
- 10 -

Parma e Modena, dopo aver fugati i loro principi, la Roma


gna dopo essersi allontanata dalla dominazione del Papa. La
pace di Villafranca non regol la loro posizione avvenire;
supponevasi ritornasse la Romagna in una forma qualunque
sotto il governo papale, come Modena e Toscana sotto quello
dei loro principi, e ci senza necessit della forza armata da
parte delle due nuove potenze protettrici dell'Italia; si ri
serv Parma, o per cederla al Piemonte, o ad altro scopo qua
lunque. Si sperava, che la pace definitiva, la quale si stava
trattando a Zurigo fin dall'8 agosto 1859, avrebbe regolato
gli affari in modo che un Congresso europeo non avesse che
da ratificarli, ovvero che l'aspettato Congresso delle grandi
potenze potesse almeno accomodarli completamente.
Questo sarebbe stato l'esito se i popoli Italiani non fos
sero stati penetrati da un gran pensiero, quello della Nazio
nalit, il quale doveva attuarsi in un solo Stato Italiano; se
i popoli dell' Italia Centrale non avessero spiegata una atti
vit tanto grande quanto ragionevole per mandare ad effetto
questo pensiero ; e se fra le potenze europee una almeno,
l' Inghilterra, non avesse in via diplomatica vigorosamente
appoggiati gli sforzi degl' Italiani.
In seguito ai patti della pace di Villafranca la Sardegna
dovette desistere dalla aperta sua influenza sui paesi dell'Ita
lia Centrale, la quale precipuamente manifestavasi nei Com
missari, che durante la guerra amministrarono quelle pro
vincie, ed i quali furono richiamati dal ministero Rattazzi
tostoch fu sostituito al ministero Cavour. Ma con tutto ci
non cessavano le relazioni intime fra il Piemonte e l'Italia
Centrale, in quel modo che le bene organizzate amministra
zioni dell'Emilia e della Toscana unitamente al Piemonte
tendevano con calma e perseveranza allo stesso scopo.
Siffatto intendimento era l'unione dei paesi dell'Italia
Centrale al Piemonte, nucleo ideale di uno Stato grande ed
Italiano. N gi erano state concordi intorno a quel punto
- 11 -

tutte le opinioni degli Italiani. Quello che lusingava gli spi


riti dei ministri Piemontesi, de' loro soci ed ajutatori, era
soprattutto l'ingrandimento del Piemonte. Per raggiungere
questo scopo richiedevasi che al Piemonte si aggiungesse l'Ita
lia intiera e l'antico regno non rimanesse che la parte d'una
semplice provincia nell'indivisibile Stato Italiano; ma que
sto non pareva loro necessario, e credevanlo anzi un pro
gresso troppo rapido ed esposto a troppi pericoli. Il partito
Piemontese, intitolato il diplomatico, in considerazione dei
suoi riguardi per le intenzioni politiche delle grandi potenze
e per la situazione politica d'Europa, nonch degli spe
dienti sui quali a preferenza appoggiavasi,sarebbesi conten
tato della eventuale aggregazione di una parte dell' Italia
Centrale, non opponendosi per altro a che questa parte
avesse la maggiore possibile estensione.
Il partito Mazziniano, ossia della rivoluzione, non volle
punto contentarsi di un aggrandimento del Piemonte non
parendogli sufficiente la sola aggregazione ad esso delle di
verse provincie italiche.
Quel partito era d'avviso, che nulla si farebbe finch
tutt'i paesi della penisola non fossero entrati nel nesso degli
Stati della nuova Italia una, e ad ottenere questo intendimen
to voleva appoggiarsi principalmente alla indipendente forza
del popolo, non agli spedienti diplomatici ed all'aiuto stra
niero, molto pi che questo aiuto poteva esigere riguardi, i
quali avrebbero potuto, almeno per ora, impedire l'unione
dell' Italia.
Qualunque fosse stata l'idea dei Mazziniani sull'avve
nire della penisola, diremo meglio, per quanto preferibile
paresse loro la repubblica alla monarchia, la confederazione
alla centralizzazione, e per quanto grande fosse stata la di
vergenza tra loro ed il partito diplomatico, la pace di Villa
franca li metteva tutti d'accordo intorno ai punti principali,
cos i Mazziniani che i Piemontesi, i rivoluzionari e i diplo
12 -

matici. Non piaceva punto ai rivoluzionari, n ai diploma


tici una confederazione degli Stati italiani, nella quale sa
rebbero entrati i duchi ristorati e l'Austria, presidente
della quale, bench onorario, sarebbe stato il papa. Se quel
li, vedute le circostanze, si contentavano di una sollecita an
nessione dell'Italia Centrale, questi erano obbligati a far
degli sforzi per ottenere tal supremo fine. -

Il popolo italiano, rappresentato da una giovent desi


derosa di operare, non ancora svegliata da troppo sapere,
solo da poco tempo adescata dalle speranze d'impieghi e di
posti ; questo popolo era mazziniano; voleva un'Italia fatta
dagli Italiani e per gl' Italiani ; voleva l'Italia una. Si pose
quindi d'accordo coi diplomatici per vedere se questi aves
sero potuto creare un' Italia anche solo incompleta sotto lo
scettro di Vittorio Emanuele. Questo popolo accettava Vit
torio Emanuele, non perchfosse assolutamente persuaso del
dogma monarchico, ma perch vedeva in lui un soldato
valoroso, il quale aveva egli pure buona parte della sempli
cit popolare e del desiderio di azione non meno che della
bramosia di rendersi indipendente dall'aiuto e dagli intri
ghi stranieri. Questo monarca sacrific alla gloria ed alla
grandezza dell'Italia quel che gli era pi caro, la figlia Clo
tilde. Perch dunque non amarlo? Questo re era pi
malcontento, dei diplomatici e dei suoi ministri vera
mente perch lo vincolavano che non fosse alcuno dei suoi
sudditi. Perch non dovevasi dunque andar d'accordo
con lui ? La sua vita era stata senza dubbio una continua
lotta in favor dell'Italia. Perch dunque, se egli sedeva su un
trono, non sottomettere a questo l'intiera Italia, grande ed
una? L'eroe del popolo, della giovent era Garibaldi ;
povero al pari del popolo, giovane al pari di lui, bench in
et virile, disinteressato, pronto a qualuuque sagrifizio. Le
parole del Garibaldi erano quelle del popolo, i suoi fatti
quelli del popolo e fu egli che proclam l' Italia una sotto
13 -

Vittorio Emanuele. Il cuore suo appartenne ai Mazziniani,


la mente lo consigli spesso a sottomettersi ai diplomatici.
Egli seppe ridurre ad un esito felice le contraddizioni, il
vero ritratto della giovent italiana; volentieri ritiravasi nei
momenti solenni, sicuro del ritorno, giacch il cuore sover
chiava la mente.
Non ci pare superfluo accennare qui le divergenze di
opinioni che esistono in Italia. Quest'opera,e vieppi ancora
l'avvenire, le mostrer come prendano forma e realt, co
me aiutino ed impediscano. E quanto poco conosce l' Eu
ropa queste divergenze e la loro entit in generale !
Che assurde idee non si hanno di Mazzini ! Non si cre
derebbe, leggendo i giornali del dispotismo che agonizza, op
pure di un liberalismo vile, e che credesi scaltro, che Maz
zini, il pi grande pensatore della nuova Italia, questo pa
dre dell'idea dell'unit, si trovasse in assoluta contraddi
zione col suo popolo? Non lo crederebbe nemmeno in Italia
quegli che si limitasse a superficiale osservazione, e si la
sciasse guidare dagli organi del partito che vuole aggregare
al Piemonte tutta l' Italia.
Nell' Italia Centrale il pensiero del partito mazziniano
dopo la pace di Villafranca, rimase incontrastabilmente vin
citore. L' Italia Centrale voleva essere annessa al Piemon
te. Se quel desiderio durante la guerra non poteva aperta
mente manifestarsi, e le potenze europee hanno potuto in
qualche modo almen dubitarne, al presente vi si prest le
gale adesione.
In ciascuno dei quattro paesi si convoc una adunanza
di rappresentanti, chepronunciava la esautorazione dei prin
cipi e l'aggregamento dei loro paesi al Piemonte.
Il desiderio di questo aggregamento fu indi comunicato
a Vittorio Emanuele la merc di apposite deputazioni.
In Toscana, richiamato il Commissario Buoncompagni,
fu posto il Ricasoli alla direzione del governo provvisorio.
- 14

Questi convoc, sulla base della antica legge elettorale, una


assemblea legislativa, che si raccoglieva agli 11 agosto e la
quale dichiarava scaduta dal potere la casa di Lorena, per
ch, avendo abbandonatoil paese in mezzo alle manifestazioni
del sentimento nazionale, si era unito ai nemici della Italia.
Il 16 agosto l'assemblea accolse siffatta proposta con
generale applauso. A questa decisione seguiva il 20 agosto
la seconda, quella dell'annessione al Piemonte. Nel ducato
di Modena il richiamato Commissario Sardo confid provvi
soriamente il governo al Consiglio Municipale della citt di
Modena, il quale invi deputazioni a Torino, Parigi e Lon
dra per esternarvi il desiderio dell'annessione, ed incaric
il Farini della dittatura. Farini accettavala, annunziando
che tosto radunerebbe i collegi elettorali per istituire un
governo basato sul principio della volont e della sovranit
della nazione, principio che forma il fondamento del go
verno nei paesi civili del tempo presente. A' 15 agosto eb
bero luogo le elezioni per l'assemblea che si riun il 16 e
dichiar nel giorno 20 successivo la cessazione della dina
stia estense, e il 23 l'annessione al Piemonte. Farini rimase
alla direzione del governo provvisorio.
Rispetto a Parma, della quale non si fece alcuna espres
sa menzione nelle stipulazioni di Villafranca, da principio
credevasi agevole la sua annessione al Piemonte. Se non che
dopo le trattative introdotte a Vienna ed a Parigi dalla esule
duchessa, si riput opportuno di adottar ivi pure un siste
ma simile a quello attivato in Toscana e Modena. Farini, il
quale si recato in Parma il 17 agosto, fu dal popolo con
espressioni di giubilo ricevuto, ed accett senz'altro l'offer
tagli dittatura del ducato.
Convocava un'assemblea di rappresentanti che si adu
nava a Parma il 7 settembre proclamando l'11 l'esautora
mento dei Borboni e il 12 l'annessione al Piemonte. Farini
veniva confermato governatore.
15

La Romagna, le quattro Legazioni di Ferrara, Forl,


Bologna e Ravenna, si staccarono durante la guerra dallo
stato della Chiesa, rispingendo il dominio del Papa. Nelle
contrade meridionali per altro il Pontefice riusciva a repri
mere la insurrezione col mezzo dei militi esteri da lui as
Soldati.
La Romagna, all'incontro, si ordinava in uno Stato bene
ordinato colla sede del governo in Bologna. Il Santo Padre
riconobbe egli stesso la nuova situazione. Mentre tuonava
contro i sudditi che avevano osato sottrarsi al mite suo go
verno, danneggiando per tal modo la Chiesa e i suoi mini
stri, nonch la salute delle anime, gli era mestieri di pen
sare al minorato introito dei dazi, e per sostituiva il paga
mento delle gabelle ad un confine pi meridionale, all'as
soluto rifiuto di pagamento al pi desiderato confine setten
trionale. S'istitu per tanto una nuova linea doganale nella
suddetta provincia di Forl, da La Cattolica per S. Marino a
Mercato Saraceno.
Dopo la pace di Villafranca, al Commissario Sardo fu
surrogato in Bologna il governo provvisorio il quale ordin
subito le elezioni dei rappresentanti intimando che si radu
nassero pel 1 settembre.
Il 6 settembre vi si pronunci l'abolizione del dominio
temporale del Papa e poco appresso l'annessione al Pie
monte. Il sistema prediletto, in conseguenza del quale il
Santo Padre, confondendo sempre lo spirituale col tempora
le, invoca la sollecitudine per il mantenimento della sua
persona e casa non meno che della Chiesa e della religione,
rendeva necessario ai Romagnuoli di protestare energicamen
te contro tale confusione, e di dimostrare in quanti modi il
possedimento temporale dei papi siasi mutato nel corso dei
secoli non solo, ma anche da decine di anni. Si aggiungeva
inoltre la dichiarazione, la cui verit ogni uomo ragionevole
senz'altro comprende, che un regime ecclesiastico non p0
- 16 -

tr mai soddisfare alle condizioni cui hanno pieno diritto tutt'i


popoli civilizzati della nuova Europa. La teocrazia, forte della
sua infallibilit, non cede mai; essa esclude assolutamente il
progresso, anzi le riesce impossibile di introdurre nel suo
sistema di governo instituzioni laiche che valgano a rime
diare ai sussistenti difetti.
Per le quali cose alcune deputazioni dell'assemblea de
rappresentanti recavano a Vittorio Emanuele la notizia delle
prese deliberazioni.
Egli ricevette il 3 settembre la deputazione di Toscana,
il 15 quella di Parma e Modena e il 24, in Monza, quella
della Romagna. -

Il re rispose alle deputazioni in termini generali.


In tal modo, e presso a poco nello stesso tenore, quattro
paesi pronunciarono ripetutamente nelle forme legali i loro
desideri di essere governati sotto lo scettro di Vittorio Ema
nuele. Al re per non fu permesso di accettare immediata
mente questa unione, poich altrimenti si sarebbe opposto a
ci che si era stabilito coi preliminari di Villafranca, i quali
fin dal 9 agosto si stavano recando a legale stipulazione a Zu
rigo. Merc di essi era assicurata al Piemonte la sola Lombar
dia; e per ci una immediata annessione dell'Italia Centrale
avrebbe potuto impedire la definitiva conchiusione di quei
patti. All'incontro supponevasi che alla sperata pace di Zuri
godovesse seguire un Congresso delle grandi potenze europee,
od anche di quelle potenze che aveano segnato i patti di Vien
na, e che questo Congresso dovesse definitivamente regolare la
situazione dell'Italia. Se il desiderio pronunciato dagli Stati
dell'Italia Centrale non diede a Vittorio Emanuele il diritto o
meglio la possibilit di annetterli al suo regno, gli confer per
altro indubitabilmente un diritto, pi che la possibilit, di
prendere le loro parti al Congresso contro gli antichi loro prin
cipi. Napoleone almeno non poteva contestarlo, egli che ri
peteva del continuo essere il suo governo fondato sul prin
- 17 -

cipio della sovranit nazionale e sul voto espresso di tutti i


Francesi. -

Vittorio Emanuele riconobbe il suo diritto e pi di


questo il suo dovere di sostenere gl'interessi dei quat
tro paesi dinanzi il Congresso europeo, e di chiedere
da questo una cosa certamente a lui non ingrata, vo
gliamo dire, la loro unione al Piemonte a seconda de'loro
desideri. -

Consigli pertanto i quattro paesi a serbargli quella fi


ducia che gli avevano gi dimostrato, a porre eguale fiducia
nelle grandi potenze e principalmente in Napoleone, ed a
non deviare da quella moderazione di cui aveano dato pruove
s numerose. Dovette inoltre assicurare i Romagnuoli che
qual principe cattolico era e resterebbe il fermo veneratore
del papa, capo della Chiesa cattolica; ma non dimentic ad
un tempo di aggiugnere che i desideri pronunciati da essi
gli imponevano alcuni doveri ch' egli avrebbe soddisfatto a
costo anche di nuocere alla Chiesa secondo le vedute del
papa e dei suoi aderenti, ,
I quattro paesi infatti adottarono un contegno di grand
moderazione e calma, ma adoperarono eziandio quella sol
lecitudine che dimostrava l'intendimento di rendere, quanto
pi presto fosse possibile, la desiderata annessione un fatto
compiuto ed il ritorno de' principi esautorati un'assoluta
impossibilit. I governi reggevano in nome del re Vittorio
Emanuele;tutti i documenti pubblici (ufficiali) erano estesi
in suo nome. Alle varie armi ducali fu surrogata la croce
sabauda e si cominci ad introdurre la moneta piemontese
non meno che nel commercio e nel traffico i sistemi in vigore
nel Piemonte.
Se i paesi (apparentemente almeno) operarono ciascuno
per proprio conto, si pens ben presto ad unirli in una con
federazione che potesse torre interamente gli ostacoli della
annessione, per guisa che al sorgere del momento propizio
VoL, II. 2
- 18 -

si avesse potuto aggiungere al Piemonte l'Italia Centrale ri


dotta in uno stato solo.
In sul principio dell'ottobre, non appena Vittorio Ema
nuele ebbe dichiarato ai deputati dei quattro paesi italiani,
che dai desideri esternati facea derivare per se diritti e do
veri, si riunivano Farini per Modena e Parma, Ricasoli per
Toscana, Cipriani e Minghetti per le Romagne, al fine di
adottare gli spedienti pi acconci per la compiuta annessio
ne di quelle provincie, e convennero chefosse instituita una
reggenza la quale sarebbe affidata al principe Eugenio di
Savoia Carignano, cugino del re. - -

Ma il facilitare l' annessione al Piemonte non era


l'unico mezzo che potesse trarre i quattro paesi a pi inti
ma unione fra loro. Era possibile che l'acquistata indi
pendenza si dovesse difendere colle armi; per tale difesa
era necessaria una organizzazione militare, e doveva appa
rire utile un concentramento delle loro forze.
Il Piemonte era legato dalle conferenze di Zurigo che
Napoleone voleva assolutamente prima di ogni altra cosa
portare a termine, ed impedito eziandio da una ingerenza
armata per la eventuale difesa dell' Italia Centrale.
I quattro paesi dovevano pensare ad agire da s. Le for
ze nemiche, guardate da vicino, perdevano gran parte della
loro imponenza, e per quanto nuova ed incompleta fosse la
loro organizzazione, si ebbe il diritto di calcolarla suffi
ciente in considerazione delle circostanze.
L'Austria non avrebbe stipulato la pace di Villafranca,
se p0co appresso avesse voluto di nuovo dar mano alle armi;
se l'Austria si fosse immischiata nelle cose dell'Italia Cen
trale, la Francia avrebbe dovuto fare lo stesso finch la pace
di Zurigo non fosse stata definitivamente conchiusa, e colla
Francia poteva allora anche il Piemonte riprendere le armi
e propriamente in favore dell' Italia Centrale.
Non rimasero dunque nemici armati dell'Italia Cen
,
19

trale che i principi esautorati, cio i duchi di Modena e To


scana, ed il Papa col loro alleato il re di Napoli. Sebbene
Napoleone non potesse ammettere l'intervento di una po
tenza estera, qual era l'Austria, non si aveva per altro cer
tezza che si sarebbe opposto ad un tentativo indirizzato a ri
tornare i principi sul loro trono, il quale anzi poteva essergli
di vantaggio.
Il 15 luglio dopo i preliminari di Villafranca diresse il
Papa una circolare ai Vescovi, invitandoli a ringraziar Dio
per la donata pace, osservando per, che nelle Legazioni
dominava tuttora il partito sovversivo, per la disfatta del
quale si doveva implorare l'ajuto del cielo. In pari tempo
fece chiedere a Parigi, se Napoleone avrebbe veduto mal vo
lentieri ch'egli invocasse l'ajuto di un monarca cattolico.
Napoleone rispose col mezzo del suo ministro Walewki non
voler opporsi a ci; essere per altro suo consiglio di non
dover assalire le Romagne per non implicare viemaggior
mente la situazione, giacch il Congresso avrebbe appiana
te qualunque difficolt.
Il monarca cattolico, accennato dal Papa, non altri era
che il re di Napoli.
Francesco II, appena salito sul trono il 23 maggio 1859,
perdeva il fior del suo esercito in conseguenza dell'ammu
tinamento avvenuto il 7 luglio, il quale rese necessario lo
scioglimento dei reggimenti Svizzeri. vero che si pens
tosto a surrogarli mediante l'aumento delle truppe nazio
nali e gl'ingaggi di stranieri.
Ma prima che queste nuove forze potessero rendersi
agguerrite,occorreva lungo spazio di tempo. Sendo allora co
minciati nell'isola di Sicilia ed in Napoli eziandio i movimenti
nazionali che resero necessaria la presenza di truppe nei
vari punti del regno, Francesco II non pot aumentare a
pi di 15.000 uomini il corpo d'osservazione, che sotto il
comando del generale Pianelli fece avanzare dagli Abruzzi
20 -

verso la frontiera degli Stati pontifici e che doveva occupare


le Marche. Questo corpo fu decimato dalle malattie, in con
seguenza del meschino sostentamento.
Pi triste ancora era la situazione delle truppe papali.
Tenuti a conto la dubbia fede dei reggimenti indigeni, l'in
disciplinatezza degli stranieri, lo spirito turbolento della
popolazione nelle Marche e nell'Umbria che esigeva forti
presidi, non rimasero nel mese d'agosto e settembre che
6000 uomini al pi per prendere l'offensiva contro le Ro
magne.
Il Governo pontificio nulla omise dal canto proprio per
poter completare il suo esercito. Il primo mezzo che gli
si offerse fu lo scioglimento dei reggimenti Svizzeri in Na
poli, avendo i militari licenziati cercato servizio, perch
quelli che avessero voluto ritornare in patria, non vi avreb
bero rinvenuto n simpatie, n lavoro.
In Austria gli arruolatori si adoperavano del continuo
per farvi ingaggi, dappoich ivi la guerra test terminata
forniva loro gran numero di gente oziosa e nemica del la
VOTO.

ll Governo Austriaco proteggeva questi arruolamenti,


e il Piemonte protestava contro quella protezione intito
landola un intervento indiretto; il che veniva negato dal
l'Austria.
Aumento della somma d'ingaggio, grandi ricompense
per tenui servigi, come per esempio le 100 medaglie con
ferite agli Svizzeri vincitori di Perugia, e la speranza delle
ricompense celesti, erano altrettanti mezzi che eccitavano
lo zelo degli stranieri ad entrare nelle file dell'esercito pon
tificio.
Esso per altro non crebbe a gran numero. Non parle
remo del poco valor morale che acquist malgrado tutti
gli sforzi; le diserzioni tennero sempre l'equilibrio con gli
arruolamenti. Gli arruolati erano gente che speculava uni
21

camente sulla somma d'ingaggio, e disertava con piacere,se


altrove avesse sperato una mercede migliore; oppure ub
briaconi, che rendevano impossibile una disciplina senza i
pi forti castighi, provati i quali una volta non sentivano
che la velleit di vederli ripetuti. Aggiungasi il turpe operare
dell'amministrazione militare, la continua mancanza di da
naro, ed in conseguenza di ci disordini nei pagamenti per
guisa che la gente onesta, che sotto una migliore ammini
strazione avrebbe potuto rendere buoni servigi, era obbligata
di vendere uniforme ed armi e di disertare per non morire di
fame, o per sottrarsi alle conseguenze di un giudizio stata
rio. In tal modo le diserzioni crebbero in proporzione degli
arruolamenti, ed forza confessare, che non erano i peg
giori quelli che disertavano.
Fu introdotto il gastigo della bastonatura per i diser
tori e per quelli che animavano alla diserzione; ma i disor
dini non cessarono. Ev' era di peggio sul conto degli uf
ficiali.
I giovani appartenenti alle nobili famiglie cattoliche,
che li mandavano a mettere i loro revolver a disposizione
del Santo Padre, in luogo di esperienza guerriera, di intelli
genza, di cognizioni militari, non mostrarono che bisogni fit
tizi e pretensioni indiscrete.Altri, bench forniti di qualche
pratica militare, nulla volevano saperne di combattere, e
non altro cercavano che di arricchire a spese del povero
soldato; assai pochi erano buoni e valenti militari,
Dalle Romagne non si ebbe alcun soccorso. I volon
tari seppero bene qual conto potessero fare delle grandi
promesse del Papa.
Rimangono il granduca di Toscana ed il duca di Mo
dena. Quest'ultimo trasse con s alcune migliaia delle sue
truppe sul territorio Austriaco, ed aveva la buona intenzio
ne di recarle al numero di 10,000 col mezzo del danaro che
avea colto dalle pubbliche casse. Appena schiaratesi al
quanto le cose nell' Italia Centrale, i militari Modenesi di
sertarono in massa, mentre gli ufficiali rimasero fedeli, e
troppo fedeli, al loro sovrano. -

Il granduca di Toscana, senza dubbio il pi ragionevo


le e stimabile fra gli scacciati, aveva quasi le stesse in
tenzioni. Anche egli voleva arruolare 5000 uomini per la
buona diciamo meglio per la sua causa. Tutti questi
ingaggiamenti ebbero luogo sul territorio Austriaco; pochi
Italiani entrarono in questa piccola armata, il cui valore
morale era eguale a quello dei Papalini.
Fatta la somma di tutti i militi che i nemici dell'u
nione dell'Italia Centrale avrebbero potuto fornire per pren
dere l'offensiva, si ha appena il contingente di 35,000uomi
ni. Considerando le qualit di questo esercito, le diverse
tendenze politiche de' loro padroni, la loro dipendenza dal
l'Austria, considerando da ultimo la situazione dell'Austria,
alla quale, indebolita dalla guerra e dalla incapacit dei
suoi governanti, stava tanto a cuore la conchiusione della
pace di Zurigo ugualmente che a Napoleone, si vedr che
non doveva parere troppo terribile questa forza armata ai
popoli dell'Italia Centrale i quali poterono sperare di po
ter opporle ben presto coi propri mezzi una valida resi
Stenza,
A questo si attendeva gi durante la guerra indefessa
mente, e si attese anche dopo la pace di Villafranca.
A buon diritto gl' Italiani intitolarono Garibaldi il loro
eroe nazionale: egli tanto distinto per arditezza ed abilit
nella piccola guerra e pi ancora per il suo puro e tante
volte provato amore del popolo e della unit d'Italia; egli
figlio del popolo, nemico dei diplomatici e dei loro perfidi
intrighi.
Garibaldi, che alla testa de' suoi cacciatori delle Alpi
ebbe tanta influenza sull'avviamento preso dalle operazioni
guerresche del 1859, stava, al tempo della pace di Villa
franca, guardando i passi del Tirolo meridionale ed aveva il
quartiere generale in Lovere presso il Lago d'Iseo. Dopo
la pace sorse, come avviene di consueto, tra le schiere dei
suoi volontari, la voglia di ritornare ai patrii lari; ma Ga
ribaldi li arringava nel giorno 19 luglio eccitandoli a rima
nere in armi. -

La sua idea era non dovere l'Italia fidarsi della diplo


mazia e molto meno accettare lo scioglimento della que
stione apparecchiatole dalle potenze europee. L'Italia dovere
far da se, senza altri riguardi per la diplomazia tranne
quelli di attraversare i suoi sforzi permettendole di se
guire i fatti compiuti. Non esistere per l'Italia che una
sola idea, una sola via; l'idea essere la creazione del
l'Italia una sotto lo scettro di Vittorio Emanuele, e la via
essere chiaramente tracciata dopo che Napoleone colla pace
di Villafranca si era staccato dall'Italia. Gl'Italiani medesi
mi dover portare la rivoluzione verso il mezzod e non verso
ponente per non disturbare il Piemonte nella sua tranquil
lit tanto necessaria. Ed essendo appunto per ci impossi
bile di disporre delle truppe piemontesi, spettare alle for
ze dell'Italia Centrale di compiere la sua gloriosa missio
ne. S'intende da se che queste forze non erano esclusiva
mente dell'Italia Centrale e non potevano rimaner sue stante
che si compivano merc gli ingaggiamenti di tutta l'Italia.
Mazzini si attenne ai divisamenti di Garibaldi. Egli che
mentre ferveva la guerra avea predetto la pace di Villafran
ca, voleva che le forze riunite nell' Italia Centrale invades
sero le Marche e l'Umbria, e di l, evitando di provocare i
Francesi presso Roma e Civitavecchia, marciassero verso
Napoli per iscacciarne i Borboni.
A tale intento si mise in comunicazione con Ricasoli
verso la fine d'agosto, e in seguito col governo di Bologna,
ma bench da principio vi fosse speranza che le sue idee si
sarebbero trovate giuste e per ci si sarebbero recate ad ef
- 24 -

fetto, prevalsero tuttavia assai presto i consigli e le ammo


nizioni del partito diplomatico di Torino, che non volle ve
dere turbato il progresso delle negoziazioni a Zurigo da nes
sun fatto di violenza.
Le forze armate dell'Italia Centrale vennero da princi
pio organizzate per la sola difesa contro una reazione pa
pale o ducale ; se non che, in breve un partito potente
pens di volgerle all'offesa per creare l'unit d'Italia. Il
partito di Mazzini e di Garibaldi era costituito dalla gioven-
t dell'Italia settentrionale e centrale. Garibaldi venne chia
mato a'primi giorni d'agosto nella Italia Centrale ove avreb
be dovuto assumere il comando di tutte le truppe. Con un
ordine del giorno, datato da Bergamo agli 11 agosto, prese
congedo dai suoi cacciatori delle Alpi, giunse il 15 in Li
vorno, recandosi di l a Firenze, Modena e finalmente nella
Romagna.
Intanto ebbe luogo a' 19 agosto un convegno dei depu
tati di tutt' i quattro paesi comprese le Romagne, nel quale
si deliber d'instituire una lega militare, la quale fu ratifi
cata il 3 settembre per la Toscana, Modena e Parma, esclu
sene le Legazioni.
In pari tempo il modenese Fanti, generale piemontese,
veniva eletto membro della Camera dei Deputati in Mdena,
ed a lui, non a Garibaldi, veniva affidato il comando su
premo dell'armata dell'Italia Centrale. Appena assuntolo,
pubblicava un ordine del giorno in data 24 settembre. Gari
baldi era nominato secondo comandante, e ancorch una tale
deliberazione si potesse spiegare come se Fanti si dovesse
occupare principalmente del ministero della guerra mentre
Garibaldi sarebbe il vero comandante delle truppe nelle
operazioni tanto difensive, quanto offensive da intrapren
dere contro l'Italia meridionale, ci nulla meno appari
va manifestamente che la nomina di Fanti era una contro
mina del partito diplomatico al quale apparteneva, diretta a
rendere innocuo il Garibaldi e a mantenere quieta l'Italia
Centrale nella espettazione delle decisioni del trattato di
Zurigo e del Congresso che si fosse eventualmente in .se
guito ad esso radunato. Quantunque il vario modo di pen
sare dei due partiti tenesse naturalmente separato Fanti da
Garibaldi, la loro indole e le divergenti vedute militari li
tenevano ancor pi dissenzienti.
All'entusiasmo ed al fuoco di Garibaldi, cui nessun ri
schio pareva troppo grande, si opponeva il freddo calcolo
del Fanti; all'ardito condottiere di volontari, il soldato
regolare il quale vuole tutto assoggettare all'inesorabile
comando della legge, tutto uniformando al costume piemon
tese e cui appajono detestabili le casacche rosse dei Gari
baldini, non volendo riconoscere per vero soldato se non
quegli cheveste le assise piemontesi.
Fanti poteva giovare mirabilmente all'idea che era
chiamato a sostenere, e realmente la sostenne dichiarando
in ogni incontro che l'Italia Centrale abbisognava di quiete
per organizzarsi militarmente in modo reale e durevole.
L'Italia Centrale aveva sotto le armi al principiar del set
tembre 20,000uomini circa. Gran parte per era composta
di volontari non arruolati a periodo determinato.
Le schiere de' volontari si prestano senza dubbio alle
rapide determinazioni, finch tutto procede favorevolmente.
Non valgono per altro a misurarsi con un'armata ben organiz
zata per tutte le vicende della guerra, n a resistere a lungo
con egual fervore. Inoltre Fanti trov le schiere dei volonta
ri difettosamente agguerrite, e pens di provvedervi. In fine
il numero di esse non era soddisfacente, e per quantunque
la giovent dell'Italia settentrionale e centrale fosse animata
da entusiasmo, si comprende di leggieri che non potevasi
sperare che durasse a lungo: d'altra parte un vecchio solda
to doveva preferire il sistema della coscrizione piemontese
agl'ingaggi di volontari. Inoltre, non era forse ragionevole il
- 26 -

dire, che se tutto questo movimento tendeva all'unione col


Piemonte, fosse mestieri di cominciartosto ad ordinare ogni
cosa secondo i sistemi piemontesi?
Garibaldi non ebbe ad opporre a tutto questo se non
la speranza del buon riuscimento dell'unit d'Italia, la fidu
cia nella grande causa, alla quale aveva sacrificato tutta la sua
vita, la fiducia nel coraggio e nell'amore dei suoi volontari,
tutte cose che le indoli fredde e comuni sono solite a riguar
dare come illusioni o frasi senza significato.
Laonde non da maravigliare se i due uomini, trasci
nati dalla loro diversa attivit, siano venuti fin dal primo mo
mento a conflitti, che di giorno in giorno vieppi si ina
sprivano. Garibaldi credette un istante di poter persua
dere il re Vittorio Emanuele a seguire il suo disegno d'im
prendere immediatamente la lotta nello Stato Romano e nel
regno di Napoli, molto pi che Vittorio Emanuele si trova
meglio come generale alla testa delle sue truppe, che come
re nella sua residenza di Torino o in un Consiglio di mini
stri qualunque ne sia il presidente. Ed infatti parve che
si fosse rinvenuto il mezzo di trasportare l'insurrezione nel
territorio pontificio confinante, quando ai 28 ottobre Gari
baldi assunse il comando supremo dei volontari concentrati
nelle Romagne, provincie insorte bens, ma non ancora le
gate, come gli altri tre paesi, alla Sardegna, e perci godenti
di pi ampi diritti.
Ma questa non fu che una sola apparenza; imperocch
appena Garibaldi ebbe incamminati i preparativi per l'in
vasione delle Marche, Fanti gli si oppose, per cui egli, dopo
pi esatta osservazione, si convinse che la protezione del
re gli mancava, e dovette abbandonare la scena, come tra
breve vedremo.
CAPIToLo II.
L A P A (E E DI U RI (G 0.

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Ai 9 agosto incominciarono le trattative della pace in


Zurigo. Abbiamo fatto vedere in qual modo procedesse la
Italia Centrale. Il nostro racconto ha gi fin d'ora provato,
che un tale procedere non era punto atto a far s che si cam
biasse la pace preliminare di Villafranca in una pace definiti
va a Zurigo. A crescere le difficolt concorrevano le preten
sioni della duchessa di Parma, del Granduca di Toscana e
del duca di Modena, i quali appoggiati in parte dall'Austria,
fecero valere a Parigi le loro proteste, ed inoltre il contegno
del Papa non meno che la diversa posizione che le grandi
potenze europee presero rispetto alla questione dell'Italia
Centrale. -

Dispiaceva assai a coloro che desideravano una rea


zione, o, per meglio dire, una ristorazione degli esuli duchi,
che la rivoluzione procedesse cos tranquilla e moderata, ed
apparisse una rivoluzione, ci si perdoni la frase, in vesta da
camera ed in pantofole.
I duchi spodestatifecero il possibile perprovocare ecces
si col mezzo di agenti, ma senza alcun effetto. Sarebbe as
surdo lo ammettere, che i duchi non avessero alcun partito
nei loro paesi: ogni piccola corte ha almeno parecchi servi
tori; ma l'idea dell'unit ed i seguaci che aveva questa
grande aspirazione, erano nell' Italia Centrale cos potenti
- 28 -

che nessun altro partito poteva sorgere contro di loro; i


propugnatori di quella idea erano inoltre prudenti ed ener
gici,e non piccolo giovamento recava loro (ogni uomo intel
ligente dee confessarlo) il poter contrapporre un Re ad un
DuCa.
Per le quali cose l'assassinio dell'Anviti in Parma, av
venuto il 5 ottobre 1859, rimase sostanzialmente l'unico ec
CGSSO, - -

Anviti si era fatto odiare sotto l'antico regime per ri


gore e per crudelt. Egli avea fatto torturare, bastonare,
decapitare e impiccare. I parenti delle sue vittime deside
ravano ardentemente di vendicarsene. Egli ardiva recarsi
travestito a Parma, probabilmente col solo intendimento di
suscitare una reazione in favore del duca. Lo si riconobbe,
e colla sua morte egli ha pagato il fio dei patimenti fatti ad
altri soffrire. -

Non da meravigliare che i reazionari sparsi in tutta


Europa abbiano afferrato questa occasione per farne alto
scalpore. ,

Quest'atto di violenza, giova ripeterlo, rimase per al


tro unico. -

Il Papa, veduto con dispiacere di dover protrarre a mi


glior tempo l'invasione armata delle Romagne perch gli
mancava il necessario all'uopo, e veduto che ancorch l'a
vesse intrapresa si sarebbe messo al rischio di perder tutto,
convoc ai 2 settembre 1859 il Collegio dei Cardinali per
consultarli sulla ammissibilit ed il vantaggio dell'applicazio
ne delle censure della Chiesa contro la insorta Romagna.
. Quando i Romagnuoli ebbero detronizzato il Papa co
me principe temporale e deciso di offrire il loro paese al re
Vittorio Emanuele, e quando questi ebbe promesso di adope
rarsi a lor favore in questo senso presso il Congresso europeo,
se ne sdegn il Pontefice violentemente. In una allocuzione
tenuta nel concistoro segreto a26 settembre si lament sulla
- 29 -

ostinazione dei Romagnuoli nel persistere nella rivolta e sulla


assistenza straniera loro data. Accennava avere essi, nonch
pentirsi e ritornare suoi sudditi, pronunciato, ad esempio
degli altri paesi, l'annessione al Piemonte. Regnare, diceva,
(come solito in condizioni di quella natura) il maggior
disordine nelle Romagne; ivi il papa, i santi, perfino
la Beata Vergine essere scherniti ogni d per le vie e nei
teatri. Sapere egli che quasi l'intiera popolazione della Ro
magna vorrebbe ritornare sotto il suo scettro, ma esserne
tenuta lontana col terrore da pochi capi ribelli ; cono
scere egli il suo dovere di difendere coraggiosamente la
causa della religione, di respingere ogni attacco diretto con
tro i diritti ed i possedimenti della Chiesa. Dover per ci
fulminare di nuovo la scomunica, e reintimare le pene della
Chiesa contro i ribelli delle Romagne non meno che contro
tutt'i loro ajutatori, siccome le avea pronunciate nel giugno
passato.
A questi ultimi apparteneva il Governo piemontese.
Laonde il Papa non tard a rimettere i passaporti all'inviato
sardo Della Minerva, il che non impediva che i Romani delle
pi distinte famiglie visitassero il Della Minerva prima del
suo partire da Roma gli 8 ottobre per esternargli le loro
simpatie e il loro desiderio ad un tempo, quantunque potes
sero attirarsi le censure del Santo Padre allo stesso modo dei
Romagnuoli.
Il Governo pontificio mand istruzioni ai vescovi ed ar
civescovi di tutto il mondo affinch insinuassero al clero di
diffonder nel popolo la credenza, che i pericoli che incombe
vano al territorio papale, erano pericoli e danni per la Chiesa
e per la religione. -

A queste insinuazioni prestavasi, meglio del clero ita


liano, quello degli altri paesi.
Nella Germania, nel Belgio, nella Francia, nella Sviz
zera il clero intuonava il suo lamento sulla terribile sventu
- 30 -

ra che stava per avvolgere il mondo, se le Romagne non


fossero pi governate dal Papa. Si inventarono i fatti pi vi
tuperevoli che dicevasi essere stati commessi dai Romagnuoli.
Il Governo di Bologna, non ostante i pi cauti adopera
menti, non poteva riuscire a difendersi contro le quotidiane
calunnie. Mentre gli organi della stampa clericale e reazio
naria andavano narrando le pi disonorevoli infamie sicco
me avvenute nella Romagna, gli arcivescovi ed i vescovi
diffondevano encicliche nelle loro diocesi e in tutto il mondo.
Era una gara in tutti di diffondere lamentazioni sul
l'attentato commesso contro la Chiesa. Si giunse perfino a
dichiarare che lo Stato Pontificio era il meglio governato
ed il pi fortunato in Europa, e ad aggiungere, che questo
Stato non apparteneva ai suoi abitanti ed al papa, ma a tutta
la cristianit cattolica, e che senza il consenso di questa
nessuna provincia poteva esserne staccata.
Simili dottrine avrebbero potuto armare una nuova
crociata, se i popoli europei fossero stati tuttavia dominati
dall'entusiasmo del medio evo, tanto desiderato dal clero.
Perfortuna il papa s'ingann in questo proposito in
teramente.
Volgiamo ora uno sguardo alla posizione delle grandi
potenze rispetto alla questione italiana.
L'imperatore di Francia non voleva, per sua parte, la
Italia indipendente ed una. Se avea lasciato a Villafranca
l'Austria con un piede nella penisola, doveva doppiamente
desiderare di aver ingerenza anch'egli in questo paese. A
tal desiderio soddisfacevano egregiamente gli elastici patti
della pace diVillafranca, e perci bastava per allora a Na
poleone III che quei patti preliminari fossero mutati in una
pace definitiva a Zurigo.
In tal caso tutto rimaneva indeciso, ed era aperta alla
Francia l'occasione favorevole di recare la sua influenza
nello aspettato Congresso europeo.
//
- 31 -

Non potevano dunque piacerle i concerti presi dall'Ita


lia Centrale per l'istituzione di un Governo comune. Se riu
scivasi a comporre questo Governo, ne sarebbero derivati
turbamenti e dubbi intorno al buon esito della pace di Zu
rigo. Il perch Napoleone si oppose al pensiero di quel
Governo comune, disapprovando l'occupazione dell'Italia
Centrale fatta dalle truppe piemontesi, e l'annessione di es
sa al Piemonte. Egli estern siffatto dissenso il 12 ottobre al
ministro degli affari esterni Dabormida, il quale fu mandato
a Parigi da Vittorio Emanuele per iscandagliare la mente del
l'imperatore ed ottenere il suo beneplacito alla bramata an
nessione. Pi risolutamente ancora l'imperatore si dichiarava
contro una assistenza francese nel caso in cui il Piemonte
avesse voluto far insorgere le Marche e l'Umbria. Non vo
leva che in Italia si rinunciasse all'idea di un Congresso, e
la sollecitudine di attuarlo lo ricondusse da Biarritz a Parigi.
Il 20 ottobre Napoleone indirizz una lunga lettera a
Vittorio Emanuele, nella quale lo esortava ad affidare lo
scioglimento della questione italiana alla decisione del Con
gresso. La pace di Villafranca conchiusa, diss'egli; qua
lunque sia il giudizio che voglia farsene, egli, l'imperatore,
essere obbligato di rispettarla. Essersi trattato nel conchiu
derla, per quanto allora potevasi, di provvedere all'indipen
denza italiana, di soddisfare il Piemonte, di contentare i de
sideri dei popoli italiani, ma nel tempo stesso d non pre
giudicare il cattolicismo e di non violare i diritti di sovranit
riconosciuti dall'Europa.
Tali essere state le basi sulle quali Napoleone ha posato
i suoi accordi coll' imperatore d'Austria.
Avere egli sperato di poter in tal guisa raggiungere la
rigenerazione dell' Italia senza ulteriore spargimento di san
gue. Toccare ora al Piemonte di fare la parte sua seguendo
la medesima direzione, e questo si avvererebbe se volesse
sacrificare i desideri che non potevano essere adempiuti
- 32 -

col cercar di rafforzare la sua influenza sugl' Italiani di pie


no accordo colla Francia.
Il pensiero,di Napoleone sull'ordinamento della nuova
Italia era questo. L'Italia dev'essere una confederazione di
Stati sovrani ; ciascuno di essi dee avere una costituzione
rappresentativa propria; s'introdurranno riforme ove saran
necessarie. La lega dee avere una sola bandiera, una sola li
nea doganale, una moneta unica. Roma dev'essere la capitale
della nuova Italia, la residenza del Parlamento o dell'ammini
strazione federale. A questa manderanno i sovrani i loro rap
presentanti, i quali per verranno nominati sopra proposta
delle Camere. In tal modo verr lasciato all'elemento nazio
nale il suo diritto, il quale attutir l'influenza dei Sovrani,
amici dell'Austria. Col fare il papa presidente onorario
della confederazione si accarezza il sentimento religioso
dell'Europa, si rialza la sua influenza morale, e gli si rende
possibile d'introdurre, senza avvilirsi in modo alcuno, le
desiderate riforme nei suoi Stati.
L' imperatore vedeva essersi gi conseguita qualche
cosa per lo scopo che si era proposto nel modo da lui voluto,
scopo che egli raccomandava di adottare a Vittorio Emanuele.
La Lombardia, ceduta dall'Austria al Piemonte con una
parte corrispondente del debito dello Stato; il diritto austria
co dei presidi in Piacenza, Ferrara, Comacchio abbandonato
del tutto; riservati i diritti dei sovrani dell'Italia Centrale,
ma allontanato il pensiero di ogni intervento straniero, ed
assicurata con ci l'indipendenza dell'ltalia Centrale.
Il di pi che fosse necessario si sarebbe ottenuto dal
Congresso; ma qui non poter ivi l'Imperatore domandare
che le concessioni ammissibili in relazione alla pace di Vil
lafranca. -

L'Imperatore avrebbe stostenuto quindi al Congresso le


proposizioni seguenti: Parma e Piacenza saranno unite al
Piemonte al quale riescono indispensabili per riguardi mili
33

tare. La duchessa di Parma otterr Modena; al granduca di


Toscana verranno restituite le sue provincie con un even
tuale ingrandimento. Verr introdotto in tutti gli Stati Ita
liani un sistema di libert moderata. L'Austria promette di
non frapporre verun impaccio, organizzando perci il V
neto qual paese italiano, istituendovi non solo separata rap
presentanza popolare ed amministrazione, ma considerando
anche le truppe venete quale contingente dell'armata fede
rale italiana. Mantova e Peschiera saranno dichiarate for
tezze federali. Del rimanente, la rigenerazione dell' Italia
sar fondata sulle tradizioni e sui bisogni della penisola,
esclusa qualunque ingerenza straniera.
Napoleone si adoperer con ogni cura per ottenere que
sto grande risultamento, e Vittorio Emanuele potr ritenere
che l'Imperatore non gli verr meno del suo ajuto fin dove
lo permetteranno gl'interessi francesi.
In questo tenore scriveva Napoleone il 20 ottobre a Vit
torio Emanuele.
Quanto era diverso il suo concetto da ci che gl'Italiani
aveano ferma volont di conseguire!
Gl' Italiani volevano l'Italia una, e per allora l'assoluta
aggregazione dell'Italia Centrale al Piemonte. Non volevano
la Venezia sotto lo scettro dell'Austria, ma formante, parte
di un regno italiano. Quale importanza dessero a ci, avea
gi dimostrato l'opinione pubblica da mesi, la quale avea
trovato un eco nelle assemblee dei rappresentanti dell'Italia
Centrale. Queste dichiararonsi fin da principio pronte a far
il possibile perch la Venezia, non conquistata dalle armate
franco-sarde, fosse ceduta dall'Austria.
Napoleone offriva agl' Italiani una Italia al modo della
Confederazione germanica, la quale, siccome fu provato da
recenti esperienze, inetta a far grande e stimato presso i
forestieri ed i nazionali il paese tedesco.
Ad ogni pensatore saggio e imparziale apparivano ma
VoL. II. 3
34
nifeste le molte difficolt che si attraversavano all'attua
mento della pace di Villafranca, non meno che delle idee
esternate da Napoleone nel 20 ottobre 1859 a Vittorio Ema
nuele, le quali erano esssenzialmente basate alla pace mede
sfma.
Il Governo inglese, il quale, in conseguenza del suo
complessivo sistema di politica, non poteva opporsi alla rico
stituzione di un'Italia libera, credette, di dover sopravve
gliare ogni passo di Napoleone.
Una idea non nulla, andava pensando quell'allie
vo della casa dei cadetti di Berlino; ma essa si attiene sem
pre ad intendimenti che rechino ad utili conseguenze.
Se ci non fosse, sarebbe una idea assai stolta, e non
sarebbe certamente una idea politica.
Quanto pi Napoleone mostrava di pigliar sul serio la
sua dichiarazione di aver guerreggiato per un'idea e non
per l'acquisto evidente e diretto di un paese, tanto pi i
suoi naturali avversari dovevano stare in sull'avviso.
Se l'idea era la riunione della stirpe romana sotto la
protezione della Francia coll'aiuto della stirpe slava e con
tro la stirpe germanica, se questa idea avesse dovuto frutta
re la trasformazione del mare Mediterraneo in un lago fran
cese, essa doveva interessare tutte le stirpi germaniche, e
pi che ogni altra, gl' Inglesi.
Si combattono in due modi tali idee e il loro avvera
mento: o merc dell'alleanza con quelli che hanno interessi
omogenei col nostro, oppure merc della separazione e disu
nione di coloro che si collegano o che potrebbero collegarsi
contro di noi. -

Ben presto il Governo di lord Palmerston comprese non


essere adottabile il primo modo. L'Austria, che alcuni
avrebbero potuto credere da qualche tempo dover comin
ciare a battere sentieri nuovi e pi retti, avea di bel nuovo
mostrato le sue debolezze. Non voleva mantenersi intatta fa
35

cendo progredire di un secolo il mondo, ma col farlo retro


cedere di molti secoli. La sua insufficienza nel governare si
pales in tutta la nudit, e a chi altro aveva desiderato
e perci sperato, doveva aprire gli occhi la pace di Villa
franca col cumulo di accuse e di processi, che le tenne
dietro, per malversazioni ed altro.
Eguale impotenza mostrava la Prussia.
Non avendo voluto confessare i propri errori, ebbe il
coraggio di voler fare da se qualche cosa. Millantando in
ogni occasione la legittimit del suo contegno, si separava
dal suo principio vitale, dal suo diritto di essere, seguitando
la sterile e vile politica della mano libera. Questa poli
tica pu divenire assai vantaggiosa ed intraprendente qua
lor si riservi la mano libera per operare, ma rimane infe
conda e codarda se si conservi la mano libera per non usar
ne. Tale era la politica delle occasioni trascurate, la poli
tica prussiana, ossia della casa di Hohenzollern. Che cosa
doveva essere della Confederazione germanica?
Gli attuali elementi dei quali composta non avrebbero
potuto collegarsi che in una ristretta cerchia dinastica. Che
cosa si poteva sperare da una tale unione pel progresso de
gli uomini? Per la Italia l'esempio scoraggiante della Ger
mania era una grande lezione. -

Non volendo essere impotente al pari della Germania,


non voleva costituirsi a modo di questa. Il governo inglese
non poteva venire a trattative con un corpo politico senza
volont e senza rappresentanti di essa. Se i politici com
prendevano la Germania nei loro calcoli, lo facevano solo
perch erano certi della sua impotenza gi manifesta e
provata.
L'Inghilterra fu perci obbligata a battere la seconda
strada. Sebbene Napoleone non intendesse punto di abban
donar le sue idee, ci nulla meno colla pace di Villafranca
avea lasciato la causa italiana in quello stesso stadio in cui
36

era quando avea proclamato di esser disceso in Italia per


restituirla a s stessa. E da quel momento l' Inghilterra si
pose pi manifestamente in pieno accordo con gl' Italiani.
Essa deliber di aiutarli a raggiungere la meta dei loro de
sideri di fronte e contro la volont di Napoleone, in modo
che egli stesso non potesse impedirlo. .
Inaugurava tale lavoro con una critica delle stipula
zioni di Villafranca, studiando d'interpretarle pi favore
volmente in pro'degl'Italiani e dimostrando le impossibilit
e le contraddizioni che contenevano.
Il Governo inglese chiedeva schiarimenti intorno alla
presidenza onoraria del Pontefice, alle modalit della tras
mutazione della Venezia in un paese puro italiano che doveva
essere eseguita dall'imperatore d'Austria, ed alla ristora
zione dei duchi di Modena e di Toscana. Rispetto alla Ve
nezia, il ministro francese Walewski dovette confessare, che
l'Austria non aveva assunto impegni; che tuttavia l'impe
ratore Francesco Giuseppe avea riconosciuto utile di adot
tarvi alcune riforme secondo lo spirito della nazione italiana.
Napoleone approfittava di ci per operare contro i ducati ed
il Piemonte. Fece sperare che alla Venezia si sarebbe accor
data un'amministrazione italiana tostoch il Piemonte aves
se rinunciato ai ducati, i quali avrebbero accettato di bel
nuovo i loro duchi spodestati, facendo con ci un sagrificio
alla Venezia. Gl' Italiani per non lasciavansi adescare da
tali promesse, ed il Governo inglese dichiarava apertamente
che, qualora la Venezia non fosse staccata dall'Austria, sa
rebbe meglio che non entrasse nella lega italiana immagi
nata da Napoleone, essendoch la Venezia finch apparte
nesse all'Austria non entrerebbe nella Confederazione, della
quale invece farebbe parte l'Austria col mezzo della Vene
zia. E se poi dovessero essere ristorati gli antichi duchi,
vassalli dell'Austria, essa avrebbe sempre la maggioranza
perguisa che gl' Italiani rimarrebbero governati secondo i
- 37

sistemi dell'Austria, e non secondo le aspirazioni della loro


nazionalit.
Da queste sagge osservazioni sulla posizione della Ve
nezia verso l'Austria e verso l'Italia, veniva riprovato l'in
felice pensiero di trasmutare le fortezze di Mantova e Pe
schiera in fortezze federali.
Mentre Napoleone si teneva fermo alla sua idea di ri
storare i duchi espulsi, e mentre col mezzo del conte di Rei
zet e del principe di Poniatowski cercava appoggi nei du
cati stessi, il Governo inglese, in conseguenza appunto dei
rapporti dei suoi agenti, giungeva al risultamento del tutto
opposto e favorevole ai desideri degl'Italiani, vogliamo dire
a persuadersi interamente che la ristorazione dei duchi era
impossibile senza la forza armata, e che lo spediente pi
acconcio e ragionevole era quello di aggregare la Italia Cen
trale al Piemonte.
Rispetto al patto che si riferiva alla ristorazione dei du
chi, lord Russell subito dopo la pace di Villafranca aveva
chiesto se si volessero adoperare truppe austriache, francesi
o piemontesi, per vincere l'eventuale resistenza nei ducati
e nelle Romagne. A ci rispondeva il conte Waleswki, che
non sarebbero adoperate truppe francesi, e che la Francia
non avrebbe permesso che vi si fossero immischiate truppe
austriache. In conseguenza di ci il gabinetto inglese insi
steva calorosamente che dovesse essere riconosciuto il prin
cipio del non intervento e il diritto degl' Italiani di ricosti
tuirsi da s medesimi. naturale che siffatta proposizione
fu vivamente contraddetta, ed in singolar modo, come si pu
immaginare, dal gabinetto austriaco..
Il conte di Rechberg si rifiutava assolutamente di rico
noscere il principio del non intervento, ancorch l'Austria
non si trovasse in grado di mettere in campo un nuovo eser
cito, e col maggiore sdegno ancora respingeva il principio
della sovranit del popolo, in conseguenza del quale stareb
- 38 -

be in sua facolt di costituirsi in quel modo che pi gli pia


cesse. questo un principio che contrasta con le tradizioni
della dinastia austriaca, che fu da essa in ogni tempo op
pugnato e che non potrebbe ammettere, senza tradire se
stessa. Il principe di Metternich dovette insistere parec
chie volte a Parigi perch fossero mantenute le stipulazioni
di Villafranca e protestare contro i desideri del Piemonte
per l'annessione; e il gabinetto austriaco andava spargendo
la notizia di concentrare truppe sulla Venezia, per opporsi
ai tentativi che si volessero fare per unirla al Piemonte.
La Russia era essenzialmente d'accordo colla Francia,
senza per altro abbandonarsi a lei del tutto. Il ministero
prussiano stava in guardia, ed alle poche comunicazioni che
gli vennero fatte rispose, impacciato, di voler conservarsi la
mano libera. Nel sommo di questo imbarazzo, la Prussia si
avvicin alla Russia, ed il Principe di Prussia ebbe nell'ot
tobre 1859 un convegno in Breslavia coll'imperator Russo,
ove essi concertarono di non voler partecipare ad un Con
gresso, nel quale non fossero rappresentate tutte le grandi
potenze, e di serbarsi per questo Congresso la mano libera,
senza alcun obblig0.
Perch era volere di Napoleone che si facesse la pace
di Zurigo, essa ebbe luogo ; ma era cosa naturale che in
causa delle circostanze del momento ella non fosse se non
una parafrasi della pace di Villafranca, e che lasciasse in
solute ad un Congresso oppure all'opera degl'Italiani tutte
le pi importanti quistioni. -

Il 10 novembre, giorno della festa anniversaria di Schil


ler, furono sottoscritti tre trattati in Zurigo nel palazzo della
citt, uno fra l'Austria e la Francia, l'altro tra la Francia
e la Sardegna per regolare la cessione della Lombardia, ed
il terzo tra l'Austria, la Francia e la Sardegna.
Il primo trattato stabilisce pace eterna tra l'Austria.e
la Francia; i prigionieri vengono da amendue le parti senza
- 39

dilazione scambiati; e la Francia restituisce i bastimenti


austriaci predati, tranne pochi, secondo il nuovo diritto ma
rittimo.
L'Austria cede all' imperatore di Francia la Lombar
dia, escluse le fortezze del Mincio : Mantova e Peschiera coi
raggi di difesa che verranno determinati da una Commis
sione militare mista; la Francia invece esprime l'intenzio
ne che siano cedute le provincie acquistate dal re di Sarde
gna. Le truppe delle potenze guerreggianti che stavano a
campo oltre la provvisoria frontiera, dovranno ritirarsi al
di qua di essa. Il nuovo governo della Lombardia (e per
conseguenza la Sardegna dopo la cessione fattane dalla
Francia a Vittorio Emanuele) si addossa tre quinti del de
bito del Monte Lomb. Veneto e quaranta milioni del prestito
nazionale dell'anno 1854. Una Commissione internazionale
dovr regolare questi affari sulle basi statuite. Il nuovo Go
verno della Lombardia entra in tutt'i diritti ed obblighi del
cessato per ci che si riferisce ai trattati concernenti gl'in
teressi del paese ; al contrario, il Governo austriaco resti
tuisce tutte le somme che furono depositate nelle Casse au
striache dai sudditi lombardi, dalle Corporazioni ecc. a ti
tolo di cauzioni, depositi, consegnazioni ecc. ; il nuovo Go
verno restituisce le somme di eguale indole depositate nelle
CaSSe esso rafferma semplicemente tutte le con
cessioni perferrovie, ed assume tutt'i diritti e tutti gli ob
blighi riguardo dal giorno della ratificazione della
paCe.
Gli abitanti del territorio ceduto che volessero emigra
re negli Stati Austriaci, e gli abitanti del dominio austriaco
nativi del territorio ceduto che volessero ripatriare verran
no favoriti nell'adempimento del lor desiderio in ogni mi
glior modo durante un anno. I soldati austriaci nati della
Lombardia vengono sopra loro domanda immediatamente li
cenziati dal servizio, e rimandati in patria, ma possono, qua
- 40 -

lora il vogliano, proseguire nel servizio austriaco senza es


sere molestati nella persona n negli averi.
Le stesse guarentigie vengono assicurate agl'impiegati
lombardi che si trovassero tuttora al servizio austriaco. Tutte
lepensioni normali, tanto civili che militari, soddisfatte dalla
Casse pubbliche saranno egualmente pagate per l'avvenire
dal nuovo Governo. Gli archivi che contengono documenti
di quella parte di Lombardia, che rimase sotto l'Austria, e
della Venezia saranno quanto prima consegnati al Governo
austriaco. Anche per l'avvenire saranno senza difficolt fatte
comunicazioni da questi archivi sopra semplice domanda
delle superiori autorit amministrative. Alle Corporazioni
religiose della ceduta Lombardia viene assicurata la libera
disposizione delle loro sostanze mobili ed immobili qualora
la nuova legislazione, sotto la quale passano, non ammettesse
la loro ulteriore esistenza.
"Gl'imperatori Napoleone e Francesco Giuseppe si ob
bligano di promuovere con ogni mezzo l'attuamento della
Confederazione italiana.
Questa sar posta sotto la presidenza onoraria del papa,
ed assicurer l'indipendenza e l'inviolabilit degli Stati
confederati, non meno che lo svolgimento dei loro interessi
morali e materiali. Si dovr instituire un esercito federale,
per guarentire la sicurezza interna ed esterna dell'Italia.
Una assemblea, composta dei rappresentanti di tutti gli Stati
italiani, deliberer sull'atto federale, ai cui diritti e doveri
dovr partecipare anche la Venezia la quale entra nella Con
federazione colla parte della Lombardia rimasta all'Austria.
Si fa espressa riserva per la integrit dei diritti del gran
duca di Toscana, del duca di Modena e della duchessa di
Parma, dappoich i territori degli Stati indipendenti, che
non presero parte alla guerra, non potranno essere costituiti
sotto altro politico reggimento se non col consenso di tutte
le potenze che hanno riconosciuta la loro esistenza.
- 41 -

Gl'imperatori Napoleone e Francesco Giuseppe insiste


ranno presso il pontefice per indurlo ad adottare nell'am
ministrazione del suo Stato quelle riforme che appariranno
assolutamente necessarie per la quiete del paese e per l'ul
teriore durata della sua propria autorit.
Finalmente si assicura da ambe le parti una amnistia
generale.
Un articolo aggiunto statuisce il modo del pagamento
dei 40 milioni del prestito nazionale che venne addossato al
nuovo Governo.
Nel secondo trattato fra la Francia e la Sardegna, la
prima cede a re Vittorio Emanuele quel territorio lombar
do, che gli fu ceduto dall'imperatore Francesco Giuseppe,
con tutti i diritti ed obblighi che furono riconosciuti dalla
Francia.
La Sardegna paga 40 milioni di fiorini alla Francia, la
quale si obbliga di consegnarli all'Austria.
Oltre a ci la Sardegna versa 60 milioni alla Francia a
titolo d'indennizzamento per le spese della guerra.
Nel terzo trattato tra la Sardegna, la Francia e l'Austria
venne compreso il tenore degli altri due; in esso infatti si
pattuiscono tra l'Austria e la Sardegna le stesse condizioni
ch'erano state assentite fra la Francia e l'Austria; vogliamo
dire la eterna pace, lo scambio dei prigionieri, l'amnistia,
la nuova frontiera, i diritti e i doveri derivanti dalla ces
sione della maggior parte della Lombardia ad un Governo
nuovo, le facilitazioni del libero passaggio del confine per
un tempo determinato.
Tutt' i trattati e tutte le stipulazioni che esistevano tra
l'Austria e la Sardegna innanzi al 1. aprile 1859 furono
confermati ed applicati al cessato territorio lombardo in
quanto non avessero subto mutamenti in conseguenza della
pace di Zurigo. La navigazione sul lago di Garda rimane li
bera, tenuta per ferma l'applicazione dei regolamenti di
- 42 -

polizia. L'Austria e la Sardegna si obbligano di conchiu


dere entro un anno una speciale convenzione riguardo alla
Soppressione del contrabbando sul nuovo confine. Fino a
quel tempo rimangono in vigore i patti della convenzione
del 1851 relativi all'antico confine del Ticino e del Lago
maggiore. Sar pure argomento di una separata conven
zione il mantenimento dei passi sul Mincio nonch delle
fabbriche ripuarie sullo stesso fiume nei luoghi ove il filone
forma il confine. Le facilitazioni che esistevano tra l'Austria
e la Sardegna a favore degli abitanti dei paesi dell'antica
delimitazione saranno estese a quelli della nuova.
Questi tre trattati dunque consacrarono la meschina pa
ce di Zurigo. Dall'esame di essi chiaramente apparisce che,
Salva la regolazione dei rapporti di confini, quella pace non
era altro se non una copia dei patti preliminari di Villafran
ca. Il trattato conchiuso tra l'Austria e la Francia accenna
apertamente all'adunamento di un Congresso, il quale do
vr appianare tutte le sussistenti quistioni. La pace di Zu
rigo null'altro determina che la cessione della Lombardia
dall'Austria alla Francia e da questa alla Sardegna. Essa
lascia indeciso tutto il rimanente, e senz'alcuno scioglimento
la grande quistione italiana; questa quistione che sola pu
mettere in movimento il mondo, deferita al Congresso. La
pace di Zurigo dice : qualunque cosa possa accadere in
Italia, non sar da noi approvata ; l'Italia Centrale ri
serbata quindi non meno che l' Italia meridionale ai consi
gli dell'Europa; fate quello che volete, il Congresso potr
distrugger tutto. E valendosi di questa riserva, l'Italia
Centrale fece egregiamente il fatto suo.
CAPITOLO III.

ANNESSIONE DELL'ITALIA (EENTRALE AL PIEMONTE.

Abbiamo di sopra accennato a quella riunione dei prin


cipali rappresentanti dell' Italia Centrale, che ebbe luogo ai
primi giorni di ottobre allo scopo d'istituire una reggenza
comune a tutti quei paesi e di offrirla al principe di Savoja
Carignano. Ordinata la convocazione delle assemblee dei
rappresentanti, il 6 novembre si adunavano quelle di Mo
dena e della Romagna, il 7 quelle di Parma e di Toscana.
Nei giorni 7 ed 8 novembre fu deciso di offrire al prin
cipe di Savoja-Carignano la reggenza provvisoria dell'Italia
Centrale unita; furono mandati i deputati a Torino per re
care al re la notizia di questa decisione. In pari tempo si
deleg il Farini a capo del governo di Bologna in sostitu
zione del Cipriani, che apparve insufficiente a quel posto,
per guisa che la Romagna, Modena e Parma si trovavano
effettivamente unite sotto un solo reggente.
Napoleone protestava energicamente contro tale proce
dere dell'Italia Centrale, senza aspettare le comunicazioni
e gli schiarimenti ufficiali. Destinare un principe della casa
di Savoja alla reggenza dell'Italia Centrale immediatamente
dopo la pace di Zurigo, e quindi prima della convocazione
del Congresso, esprimeva apertamente la volont di aggre
gare la Italia Centrale al Piemonte, a dispetto di tutti i con
certi presi e da prendere. -
- 44 -

Napoleone non poteva certamente comandare a Vittorio


Emanuele di proibire agli abitanti dell'Italia Centrale la
istituzione di un governo comune, poich ci sarebbe stato
un riconoscere la sovranit di quel re sull'Italia Centra
le. Senonch poteva chiedere ad esso di non assecon
dare le aspirazioni degl' Italiani, il che sarebbe apparso
troppo chiaramente se si fosse presentato un principe sabau
do come reggente dei quattro paesi.
Vittorio Emanuele raccomand dunque al principe Eu
genio di rifiutare la reggenza, ma di proporre invece un al
tro reggente.
Avendo il 13 novembre la deputazione della Romagn
comunicato al principe la sua elezione qual reggente, egli
dapprima le rendette grazie della fiducia dimostratagli di
chiarando di riputarla diretta piuttosto al re Vittorio Ema
nuele ed all' Italia, che alla sua persona. E quasi che vo
lesse derivare da questa promessa non essere la elezione della
persona del reggente cosa di grave momento, aggiunse, che
ragioni di convenienza gli vietavano di accettare quella offer
ta mentre stava per adunarsi il Congresso. Costargli tal rifiu
to un sacrifizio e credere di render in pari tempo all'Italia
Centrale un servigio proponendole a reggente in sua vece il
Boncompagni, il quale si era acquistato meriti verso di essa
nella qualit di Commissario piemontese durante la guerra.
Con una lettera del 14 novembre egli invitava il Bon
compagni ad accettare la reggenza, e gli mandava una bre
ve istruzione Sul Contegno che avrebbe dovuto osservare,
prescrivendogli di tenersi sulla aspettativa, di completare al
possibile l'esercito e di fidarsi alle reiterate promesse del
l'imperatore Napoleone sul non intervento, promettendo
gli l'assistenza di Vittorio Emanuele,
Siffatto cambio non piacque a Napoleone, n content
in verun modo nemmeno i Toscani. Eglino per vi si adat
tarono di leggieri, non facendo alcuna resistenza.
45

Verso Napoleone il Governo piemontese s' servito pub


blicamente di uno spediente un po' vecchio. Esso pose in
nanzi la possibilit di una anarchia nell'Italia Centrale, a
frenar la quale mostrava necessaria la istituzione di un go
verno comune e abbastanza forte contro qualunque even
tualit.
Napoleone cedeva, non per senza volere una vittima
Garibaldi.
Il Governo piemontese chiedeva al Governo napoletano
schiarimenti intorno alla concentrazione dell'armata degli
Abruzzi lungo il confine romano.
Rispondeva il Governo napoletano, essere padrone di
dirigere le sue truppe nel proprio territorio dovunque gli
fosse piaciuto, stimare che da questa disposizione non potesse
il lontano Piemonte credersi minacciato, ed essere il Pontefice
l'unico sovrano il quale avrebbe potuto domandare spiega
zione sulla causa di quei movimenti. Dovere poi il re di Na
poli riservarsi una assoluta libert di decidere riguardo ad
un eventuale intervento nella Romagna.
Durante questi dibattimenti, nei quali Napoleone ebbe
la parte sua, il Governo napoletano rappresentava a Parigi
non poter essere punto tranquillo sugl'intendimenti dell'Ita
lia Centrale, e doverpresumere che, essendo essa assistita dal
Piemonte e fidando in quell'assistenza, potrebbe decidersi
ad attaccare le Marche ed invadere anche il territorio napo
letano; in particolare poi essere la presenza di Garibaldi
nella Romagna un motivo di giusto timore.
Per far cessare questi argomenti di timore, Napoleone
domand che Garibaldi fosse allontanato. Cos questi nella
continua sua lotta col Fanti, non trovava punto l'appog
gio sperato da Vittorio Emanuele. Sdegnato rinunzi a
tutte le sue cariche e si ritrasse nella vita privata. Egli
annunzi il suo ritiro agl' Italiani in un proclama, nel
quale osservava che la politica, la quale mette inciampi ad
ogni passo di Vittorio Emanuele impone loro il sacro dovere
di stare fedeli al re, e che egli si troverebbe incontanente al
suo posto tosto che il re fosse per chiamare di bel nuovo i
suoi soldati a combattere le guerre della libert.
Con Garibaldi molti de' suoi fedeli compagni d'armi e
i pi distinti ufficiali lasciarono l'esercito dell' Italia Cen
trale, il quale stava quindi per disorganizzarsi.
Fanti pubblicava pertanto il 10 novembre un ordine
del giorno, nel quale, pur non disconfessando i progressi
dell'armamento dell' Italia Centrale, osservava mancare
tuttavia molto prima di poter parlare di un esercito della
Italia Centrale perfettamente atto alla guerra; doversi per
tanto pazientare. Colla eroica perseveranza l'Italia Cen
trale potr finalmente vincere un nemico gi svigorito e
decimato.
0d esso desister senza ulteriori tentativi dalla lotta, o
sar costretto a riprendere di nuovo le armi, ed in questo
caso sar certa la sua sconfitta.
Garibaldi stesso con un altro proclama in data 23 no
vembre eccitava i suoi compagni d'armi dell'Italia Centrale
a tenersi fedeli sotto la propria bandiera; ed alcun tempo
innanzi avea pubblicato un appello per la soscrizione al
l'acquisto di un milione di fucili, coi quali l'Italia potesse
difendersi contro qualunque nemico, e col proclama del 23
novembre rinnovava lo stesso appello.
Essendo stati tolti tutti gl'impedimenti che si oppone
vano alla reggenza di Boncompagni, questi si rec il 21 di
cembre a Livorno, d' onde annunziava agli abitanti dell'Ita
lia Centrale, che d'allora in poi egli sarebbe stato il gover
natore di quelle provincie. Nel suo proclama si attenne al
l'istruzione datagli dal principe Eugenio il 14 novembre.
Dal Governo generale dipendevano il Ricasoli governa
tore speciale della Toscana, ed il Farini delle provincie del
l'Emilia (Parma, Modena e la Romagna).
47

In qualunque modo si avesse voluto considerare l'isti


governo comune, erasi con ci fatto un gran
tuzione di un
passo sulla via dell'annessione.
A questo, altri ne doveano ben presto tener dietro.
. A Parigi si diramarono inviti per l'adunamento del
Congresso preconizzato dai preliminari di Villafranca e raf
fermato appresso nei patti della pace di Zurigo. -

Bench da nessuna parte si avesse un aperto rifiuto, si


mostrarono per subito tante opinioni divergenti sul modo
dell'attuarlo, quanti erano i governi interessati. Chi do
veva intervenire a questo Congresso? Le sole cinque grandi
potenze ? Ovvero tutte quelle potenze che avevano sotto
scritto i trattati di Vienna ? Ovvero tutte le potenze, che vi
aveano interesse, per esempio, anche gli Stati dell' Italia
Centrale ? E se anche questi dovevano intervenirvi, i nuovi
governi vi sarebbero stati chiamati, ovvero i duchi, o forse
gli uni e gli altri ? -

Vi dovevano formar parte anche gli Stati finitimi alla


Italia, i quali senza dubbio prendevano un vivo interesse al
cambiamento del territorio in Italia, come ad esempio, la
Svizzera?
E in qual modo presentarsi al Congresso? senza un
programma determinato, o sopra basi innanzi stabilite ? E
in questo caso, quali sarebbero state quelle basi ? Ed in qual
modo accordarsi intorno a ci ?
Gli uomini di Stato ben pensanti erano pienamente di
accordo, che ognuna delle potenze rappresentate dovesse
recarsi al Congresso con proposizioni determinate, e che do
vesse cercare di ottenere per esse il consentimento, se non
di tutti i rappresentanti, almeno di alcuni dei pi influenti.
Questa era l'opinione in particolar modo dell'Inghilterra, e
perci ella s'indirizz da una parte alla Francia, e dall'al
tra all'Austria. A Parigi, Cowley era incaricato di trattare;
a Vienna, Loftus.
48

Gli uomini di Stato di corta veduta, per esempio, i prus


siani, credevano di essere tra' pi prudenti se si fossero pre
Sentati al Congresso con la mano libera. Ad alcune potenze,
ed in ispecie a Napoleone, non poteva essere che grato se i
rappresentanti di molte subordinate potenze si fossero re
cati con mano libera al Congresso, e la Russia facea credere
alla Prussia di essere del medesimo avviso; il che per altro
DOI CI3.

Poich anche gli uomini di Stato russi sanno molto bene,


che una mano lava l'altra, ma sanno del pari che da mani
storpie, per quanto libere esse siano, non si pu avere quel
medesimo servigio, n verun altro.
Da tutte le cose accennate si poteva di leggieri presa
gire che difficilmente avrebbe avuto luogo, almeno nel 1860,
un Congresso per regolare gli affari politici della Penisola.
Fin dal 26 novembre il ministro Russell scrisse a
Cowley, il quale stava predisponendo a Parigi il Congresso,
parergli l'annessione dell'Italia Centrale al Piemonte lo
scioglimento il pi naturale della quistione italiana. Per-
suaso per altro che Francia ed Austria nulla avrebbero vo
luto saperne, si sarebbe contentato se il Piemonte fosse stato
ingrandito con Parma, Piacenza e Massa-Carrara, mentre To
scana e Modena fossero state unite sotto un altro principe,
eletto da loro medesime, non appartenente ad alcuna delle di
nastie regnanti sui troni delle cinque grandi potenze europee.
dunque fermo intendimento del ministro inglese, che
i popoli d'Italia debbano regolare i loro affari da s; in qua
lit poi di rappresentante di una potenza acattolica egli non
si occupa della condizione politica del papato, n del suo
potere temporale. Per quello che risguarda il principio
della sovranit del popolo, lord John Russell trov, come
era naturale, nel conte di Rechberg una opposizione sem
pre pi accanita. Si concentravano nuove truppe nella Ve
nezia, e Metternich protestava sempre pi energicamen
49

te a Parigi; e mentre tuttavia si trattava della nomina


di Boncompagni a governatore generale dei paesi della Italia
meridionale, le truppe del duca di Modena marciavano verso
la frontiera della medesima. -

Il conte di Rechberg con grande fermezza andava ri


petendo: che quel ministro austriaco, il quale proponesse
l suo Imperatore di riconoscere il principio della sovranit
popolo, si renderebbe reo del delitto di alto tradimento.
Napoleone non poteva, come ben si comprende, mostrar
si troppo severo contro tale principio; egli riguardo alle
proposte inglesi non poteva che tenersi stretto al dosso il
manto del galantuomo che non pu mancare alle fatte pro
messe; doveva quindi attenersi fedelmente ai preliminari
della pace di Villafranca ed ai patti successivamente sta
biliti.
Ma dal procedere degl'Italiani dell'Italia meridionale
appariva, sino dal principio del dicembre, sempre pi mani
festo che Napoleone non era pi tanto avverso ad asseconda
re l'annessione dell'Italia Centrale al Piemonte. Egli avea
rinvenuto un altro spediente per mantenere il viluppo delle
cose in Italia e per conseguente la sua influenza su quel pae
se. Oltre di ci non gli spiaceva che i fatti compiuti lo libe
rassero dagli obblighi assunti a Villafranca verso l'Austria,
e voleva soltanto serbar l'apparenza di essere stato costretto
a declinare da essi.
Egli si avvicin quindi in fatto ogni giorno pi all'In
ghilterra, la quale s'era mostrata nella state del 1859 piut
tosto ostile verso la Francia e tale da fare che i cittadini
inglesi mettessero mano ai fucili per la difesa, non gi per
amore ai begli occhi della regina Vittoria, ma determinati a
farsela pagare a Car0 preZZ0.
Intorno alla met del dicembre Napoleone fece uno di
quei colpi che mostrano l'uomo destro. Egli, quantunque
principe cattolico, fece nell'opuscolo intitolato Il Papa e
VoL. II. 4
50

il Congresso attaccare energicamente il potertemporale del


Pontefice, dal che il Governo protestante d'Inghilterra s'era
timidamente astenuto, e port in tal modo gli sguardi degli
ltaliani al di l dei confini dell'Italia Centrale, mentre egli
pubblicamente rifiutava loro il meno, cio l'annessione della
medesima Italia Centrale.
Il Pontefice, dice l'opuscolo, dee avere un potere tem
porale. Non avendolo sarebbe il suddito di un altro sovrano,
il che contrasterebbe con la dignit della Chiesa. Ma il Go
verno papale di necessit un Governo teocratico, patriar
cale, secondo richiesto dall'indole del Pontificato. Siffatto
Governo non corrisponde agl'interessi di un paese grande il
quale viene di necessit strascinato nel vortice degli eventi
del mondo.
dunque corrispondente allo scopo che un paese teo
craticamente governato sia piccolo. Un dominio ristretto ba
sta al Pontefice pienamente, poich non trattasi d'altro se
non che egli sia sovrano e non suddito, e sovrano pu esse
re egualmente in un piccolo come in un grande dominio.
Questo ristretto territorio che rappresenterebbe una oasi pa
cifica nel deserto del mondo, sarebbe anche rispettato da
tutti, n mai avvolto nelle sciagure della guerra; neutrale in
tutti gli intrighi del mondo, risponderebbe perfettamente al
Papato ed ai suoi bisogni.
Al Papa tocca di riposarsi, non di creare fisicamente.
Egli deve benedire e non impugnare la spada. A chi di
cesse che un piccolo territorio non darebbe i mezzi sufficienti
per sostenere convenientemente la dignit del sommo Pon
tefice, si potrebbe rispondere, che potrebbe adottarsi uno
spediente il quale varrebbe anzi a far meglio spiccare la di
gnit del Papa, cio la corresponsione di un tributo di
tutte le potenze cattoliche il quale terrebbe lontano dal
suo territorio ogni balzello e ogn'imposta. Sotto questo
punto di veduta riesce assolutamente inutile la restituzione
51

della Romagna al Pontefice. D'altra parte, siffatta restitu


zione non sarebbe possibile, poich la Romagna non vuol
pi stare sotto il governo del Papa, e la sola forza delle ar
mi potrebbe di nuovo assoggettarvela; ma l'esercizio di que
sta forza sarebbe sconveniente all'indole tutto pacifica e ca
ritatevole del Papa il quale, quando pure volesse valersene,
non farebbe che sudditi scontenti della loro sorte, ed avreb
be mestieri di tenere del continuo occupate militarmente le
sue provincie. -

E chi dovrebbe prestare a ci il necessario presidio? La


Francia no certamente, poich uscita appena dalla lotta in
trapresa per la liberazione dell'Italia, ed ha un Governo
basato sulla sovranit del popolo. Si osservi inoltre avere
propriamente dominato l'Austria nella Romagna, non il Pon
tefice, dopo che vi fu distrutta l'antica dominazione.
Le stesse condizioni reggevano nei ducati. Francia non
pu ammettere l'intervento dell' Austria: non pu aver
combattuto ieri per distruggere la dominazione austriaca in
Italia, e porgere oggi i mezzi opportuni per ripristinarla.
N potrebbe assentire che il re di Napoli, l'unica poten
za Italiana che rimarrebbe, vi si opponesse. Lasciato pur di
osservare che questo Governo ha gi da fare abbastanza nel
proprio paese, l'intervento del re di Napoli non farebbe che
provocare la guerra civile in Italia, poich costringerebbe
il Piemonte ad opporvisi.
L'unico possibile intervento in Italia sarebbe quello pa
cifico di un Congresso europeo, qualora non si voglia met
tere in dubbio il pieno diritto dei popoli presentemente ri
conosciuto; il Congresso dovrebbe decidere quanto al pote
re temporale del Papa nel senso accennato di sopra.
questo il succinto tenore dell'opuscolo Il Papa ed il
Congresso, al quale teneva tosto dietro una lettera scritta
da Napoleone il 31 dicembre al Papa.
In questa lettera l'imperatore assevera che sarebbe
stato possibile di ricondurre la Romagna sotto il Governo
di Pio IX se egli avesse acconsentito ad ammettere un go
vernatore generale laico e le riforme che a quella istituzione
dovevano collegarsi. Non essere stato apprezzato (aggiunge
va) il suo consiglio, e per ci essersi consolidate le nuove
condizioni della Romagna e divenuto impossibile il fermare
il corso degli avvenimenti. Essere cosa assai verosimile che
il Congresso medesimo non voglia approvare l'intervento
armato nella Romagna in favore del Papa. In tale stato di
cose non veder egli spediente pi acconcio agl'interessi del
papato di quello che Pio IX rinunziasse al dominio tempo
rale delle Romagne.
- L' opuscolo e la lettera suenunziati fecero grande
impressione in Italia rianimando le speranze che venivano
mano mano scemando e ringagliardendo quelle che s'erano
mantenute incrollabili.
La Francia andr d'accordo coll' Inghilterra al Con
gresso. Se questa ricalcitra ormai solo in apparenza e se
noi possiamo dare all'Inghilterra un appoggio nel nostro a
vanzare sul sentiero intrapreso, l'annessione dell'Italia
Centrale al Piemonte sar certa, n temer alcun pericolo.
Il Piemonte far il dovere assuntosi.
La nomina del conte Cavour a rappresentante presso il
Congresso fece apertamente conoscere che il Piemonte aveva
al tutto declinato dalla politica alla quale erasi adattato a
Villafranca e fino alla conchiusione della pace di Zurigo.
Cavour avea rinunciato al portafoglio dopo la pace di
Villafranca; ora dovea di nuovo rappresentare la politica
del Piemonte in un atto europeo definitivo.
Questa politica non poteva al certo esser pi quella di
Villafranca. -

Il 17 gennaio 1860 si dimetteva finalmente il mini


stero Rattazzi, e Vittorio Emanuele incaricava Cavour di
comporre un nuovo gabinetto.
---

53

Le cose avvenute nel mese di gennaio non lasciarono


pi dubitare dell'avvicinamento della Francia all'Inghilterra.
Il 5 gennaio usc dal ministero francese Walewsky il
quale rappresentava all'estero la politica di Villafranca;
questo ministro erasi fino allora opposto in ogni trattativa
alle proposizioni dell'Inghilterra, ed era stato la princi
pale cagione dello spirito ostile sorto nel 1859 tra quelle
due potenze. In sua vece venne chiamato Thouvenel, fino al
lora ambasciatore a Costantinopoli.
Napoleone non voleva concedere la eventuale sua con
discendenza all'Inghilterra ed al Piemonte senza un qual
che ricambio. -

Oltre che Napoleone si era riservata una apparente


opposizione nelle successive trattazioni, volle conchiudere
coll' Inghilterra un trattato di commercio, profittevole alla
Francia, e volle dal Piemonte la cessione della Savoia e della
contea di Nizza.
In una lettera del 15 gennaio 1860 annunzi egli a
Billault, suo ministro dell'interno, assicurata la pace euro
pea non ostante alcune differenze che esistevano tuttavia, e
trovare egli opportuno di aprire una nuova era di pace coi
mezzi non pi necessari a guerresche imprese. Volere
che fosse favorito il commercio colla diminuzione dei dazi
per dare nel tempo medesimo una nuova spinta all'industria,
alle pubbliche costruzioni ed alla economia rurale.
Napoleone, persuaso da Cobden di adottare il principio
del libero scambio, ne ravvis di leggieri gl'incontrastabili
vantaggi. -

All'immediato passaggio dal sistema proibitivo a quello


del libero scambio si oppongono, come gi noto, ostacoli
diversi.
Per un solo paese non si pu in verun modo giustifi
carne l'introduzione. Esso sarebbe proficuo allora soltanto
che fosse adottato simultaneamente in tutt'i paesi del mon
- 54 -

do; il che presuppone un accordo, ch' una vera utopia.


Fatta astrazione da questo, gli economisti non sono punto
d'accordo se il metodo delle imposte dirette sia o no da pre
ferire ad un sistema misto d'imposte dirette ed indirette.
Noi crediamo che per poter adottare il metodo delle sole
imposte dirette, quasi tutti gli Stati d'Europa dovrebbero
limitare essenzialmente le loro spese, la qual cosa non sa
rebbe altrimenti possibile che col sopprimere le armate
stanziali.
Essendo tale quistione sommamente complicata, il
sistema puro del libero scambio non pu essere per ora che
un'idea e la sua applicazione dovr limitarsi ad un ristret
to sistema proibitivo. Per un solo paese la vantaggiosa ap
plicazione di quel metodo presuppone che un eguale sistema
si estenda ad un tempo sul maggior territorio possibile; dal
che sorge la necessit di stipulare convenzioni con altri
paesi.
Il 23 gennaio 1860 fu adunque conchiuso un trattato
di commercio tra la Francia e l'Inghilterra, sotto riserva
della ratificazione da parte del Parlamento inglese. Esso era
profittevole ad ambidue i paesi; e per ci quelli del partito
della opposizione sostenevano ch'era una concessione fatta
a vicenda tra le due nazioni. E in vero, quel trattato fu una
concessione fatta dall' Inghilterra alla Francia per impe
gnarla a non isturbare la politica che il Governo inglese vo
leva esercitare nella penisola per assecondare le aspirazioni
degl' Italiani. -

L'opposizione inglese vide nel trattato una concessio


ne fatta dalla Francia all'Inghilterra nel desiderio che que
sta non volesse impedire la separazione della Savoia e di
Nizza dal Piemonte e la loro annessione alla Francia.
In tal modo, la Francia e l'Inghilterra si mettevano
d'accordo nella questione italiana, e se la Francia concede
va di non opporsi alla politica inglese in Italia, l'Inghilterra
- 55 -

obbligavasi di non impedire le conseguenze che la Francia


traeva da un ingrandimento del Piemonte.
La quistione della cessione della Savoia e di Nizza alla
Francia non fu seriamente discussa se non all'apertura del
Corpo legislativo di Francia il 1 marzo.
Ne parleremo quindi pi innanzi. -

Appena si seppe in Inghilterra che Napoleone non si


sarebbe opposto al corso naturale degli eventi in Italia, il
gabinetto inglese formulava in quattro punti le sue proposi
zioni per l'adunamento del Congresso se pure avesse po
tuto aver luogo; per la concorde azione dell'Inghilterra e
della Francia, qualora non si fosse riunito.
Chi non rammenterebbe qui la guerra orientale?
Le proposizioni dell' Inghilterra erano queste:
1. rimesso agl'Italiani di regolare da s i propri in
teressi; nessuno interverr per impor loro una forma di
Governo od un monarca qualunque; si rafferma in una pa
rola il principio del non intervento.
2. La Venezia non compresa nelle basi di trattazio
ne. Essa rimane, per ora, all'Austria e l'Austria potr go
vernarla come creder e le piacer meglio.
3. Le truppe francesi saranno ritirate dalla Lombardia
e da Roma.
4. Essendosi affermato che le popolazioni dell'Italia
Centrale non hanno finora operato liberamente, ma che fu
esercitata una pressione sui loro desideri, esse voteranno di
nuovo sull'annessione al Piemonte. Le potenze riconosce
ranno il risultamento di questa votazione qualunque sia; e
per conseguenza anche la loro eventuale annessione al Pie
mOnte.
A tali proposizioni, Thouvenel diede la seguente ri
sposta in una nota del 30 gennaio, diretta al conte di Persi
gny, ambasciatore francese a Londra.
La Francia si dichiara pienamente d'accordo rispetto
- 56 -

alla conferma del principio del non intervento ed al lasciar


da parte Venezia.
Non potrebbe per ritirare le sue truppe dalla Lombar
dia e da Roma prima che fossero stabilite le nuove con
dizioni dell'Italia, e che si avesse la certezza che fossero
riconosciute dalle grandi potenze. Per quanto riguarda la
eventuale annessione dell' Italia Centrale al Piemonte, es
sere la Francia tuttora impegnata verso l'Austria per la
pace di Villafranca e di Zurigo, e dover adoperare di svin
colarsi dalla data promessa.
Thouvenel diresse un'altra nota di egual tenore al ga
binetto austriaco, nella quale esprimeva la speranza che
l'Austria non vorr frapporre ostacoli diretti al progredi
mento degli eventi in Italia, ma anzi accetterebbe i fatti
compiuti. Questa nota partiva il 31 gennaio accompagnata
dalle proposizioni inglesi.
Il conte di Rechberg rispondeva il 17 febbraio al mini
stro francese limitandosi a negare in modo assoluto il suo
assenso alle proposizioni inglesi. Aver l'Austria fatto un
doloroso sagrifizio a Villafranca nella speranza, promessa
allora anche dall'Imperatore Napoleone, che potessero es
sere ristorati i Duchi. L'imperatore Francesco Giuseppe
tenersi fermo a quella speranza. Quando pure si ponessero
impedimenti all' avveramento di essa, non dover essere
questi insormontabili. Dal fatto che il Governo francese non
domanda all'Austria l'approvazione delle proposte inglesi,
ma soltanto che si astenga da una formale opposizione alle
medesime, aversi la prova che esso persuaso che l'Austria
non le possa accettare.
Questa risposta fece vedere ben chiaro che l'Austria
poteva per qualche tempo lasciar andar le cose a lor grado
perch si sentiva momentaneamente di non poter interve
nire colla forza; ma che non voleva assumere obbligo al
cuno che le impedisse di procurarsi, tosto che le fos
- 57 --

sero di nuovo cresciute le ali, il proprio vantaggio in Ita


lia. A questa nota di Rechberg ne tenne dietro immedia
tamente il 24 febbraio un'altra di Thouvenel al gabinetto
piemontese.
Il ministro francese proponeva in essa di annettere al
Piemonte, senza ulteriore votazione, Modena e Parma.
Il re Vittorio Emanuele assumesse la reggenza della
Romagna in qualit di vicario della Santa Sede; dovesse la
Toscana costituirsi in un regno separato, con un principe
eletto dalla popolazione, ma che potesse essere della Casa
di Savoja.
. Frattanto il gabinetto piemontese e l'Italia Centrale a
veano progredito d'accordo vigorosamente, sicuri dell'assi
stenza dell'Inghilterra, e persuasi che la Francia non avreb
be opposto una resistenza che di parole.
Verso la seconda met di gennaio furono proclamati nel
l'Italia Centrale lo statuto ed il regolamento piemontese sulle
elezioni dei deputati, ed a Torino si pensava ad allestire una
sala abbastanza ampia per accogliervi i deputati dell'Italia
Centrale oltre quelli del Piemonte e della Lombardia.Cavour,
appena ricevuto il portafoglio, eman una circolare agl'in
viati Piemontesi, nella quale dichiarava che lo adunamento
dello sperato Congresso era fallito; che i fatti delle ultime
quattro settimane aveano chiaramente provato la impossibi
lit di rimettere nei loro troni i duchi spodestati, e che quella
impossibilit era stata riconosciuta anche dalle potenze eu
ropee. Da ci deduceva che il Piemonte dovea far sollecito
uso dei diritti gi dati, e di quelli che gli fossero largiti in
seguito dalla votazione dell'Italia Centrale per impedire che
lo stato provvisorio, fino allora durato, non degenerasse in
anarchia. - -

Il 29 febbraio Cavour scrisse a Ricasoli ed a Farini, par


tecipando loro le proposizioni della Francia espresse nella no
ta di Thouvenel del 24, ed aggiungendo di aver risposto al
58 -

l'inviato francese, che raccomanderebbe il consiglio di Na


poleone alle considerazioni degli uomini che fino allora a
veano diretto i destini dell' Italia Centrale. Probabilmente
non avrebbero voluto essi assumersi la responsabilit di una
definitiva decisione, ed avrebbero per ci ordinato una nuo
va votazione. Il Governo Piemontese ne avrebbe riconosciu
to il risultamento qualunque fosse ed agirebbe di conformit.
Tanto Ricasoli che Farini risposero che avrebbero ordi
nato senz'altro una nuova votazione. Farini aggiunse, che
questa sarebbe stata utile anche per la Romagna, perch
fosse aggregata al Piemonte.
Se il Re dovesse assumere il Governo della Romagna
in qualit di Vicario del Papa essere una quistione da risol
versi piuttosto tra il Papa e Vittorio Emanuele, che tra que
sto ed il popolo delle Legazioni.
Manifesti governativi invitarono tosto le popolazioni
della Toscana e dell'Emilia a votare di nuovo se avessero
voluto aggregarsi al Piemonte sotto lo scettro di Vittorio E
manuele od avessero voluto creare un regno separato del
l'Italia Centrale. -

Agli 11 marzo ebbe luogo la votazione generale. Nel


l' Emilia si ebbero 406,791 e nella Toscana 366,571 voti
favorevoli per l'annessione al Piemonte. I voti raccolti per
un regno separato risultarono assai pochi. Il 20 per cento
circa della popolazione avea partecipato alla votazione.
Vittorio Emanuele riceveva in udienza solenne il 18
marzo Farini ed il 22 Ricasoli. Il primo recava il risultamento
della votazione dell'Emilia; il secondo quello della Toscana.
Il re accett l'annessione dell'Italia Centrale al Piemon
te; l'annessione dunque era compiuta. Non altro riguardo
ebbesi alle proposizioni francesi che quello di conservare
l'autonomia amministrativa della Toscana e di dare ad essa
un luogotenente del re nella persona del principe di Savoja
Carignano. Ricasoli rimaneva governatore.
L'armata dell' Italia Centrale, gi forte allora di oltre
40,000 uomini, fu aggregata per intiero alla piemontese,
alla quale venne pareggiata non ostante le opposizioni che
tale misura provocava precipuamente da parte degli ufficiali
dell'armata Sarda. Questi asserivano che i corpi franchi in
tal modo tramutati in truppe regolari, avevano molti uffi
ciali mancanti in parte dell'istruzione militare, in parte
delle altre qualit necessarie ad un ufficiale, e che gli uffi
ciali piemontesi i quali aveano guadagnato i loro gradi re
golarmente, venendo pareggiati a quelli dell'armata del
l' Italia Centrale, rimanevano pregiudicati.
Il Governo Piemontese sorpass tale questione, che ve
dremo sorgere pi tardi sotto altro aspetto.
Il 2 aprile il re Vittorio Emanuele apriva a Torino il
Parlamento, al quale assistevano gi i deputati dell' Italia
Centrale eletti prima dell'ultima votazione.
facile comprendere, che la pi accanita resisten
za al riconoscimento degli avvenimenti dell'Italia Centra
le procedeva dal Papa e dai suoi aderenti, bench in man
canza di mezzi pi efficaci egli si limitasse a protesta
zioni e a minacce. All'occasione delle congratulazioni del
corpo degli ufficiali francesi della guarnigione di Roma pel
primo d'anno disse il Pontefice al generale Goyon di sperare
pur sempre che Iddio vorr illuminare l'imperatore Napo
leone e ricondurlo a vie migliori. -

Egli ringrazi vivamente il vescovo d'Orleans che pub


- blicava uno scritto violento contro l'opuscolo: Il Papa ed
il Congresso. Intanto avea ricevuta la lettera dell'impera
tore Napoleone del 31 dicembre e vi rispondeva con una
circolare del 19 gennaio diretta a tutt'i vescovi.
In essa rendeva loro grazie dello zelo dimostrato per la
Chiesa, del corruccio manifestato universalmente, e saputo
destare nei fedeli per gli eventi della Romagna. Venne poi
a toccare della lettera di Napoleone del 31 dicembre. Disse
- 60 -

aver dovuto rifiutare il consiglio di spogliarsi delle Ro


magne, giacch quella rinunzia sarebbe stata indecorosa ed
opposta al santo carattere della Sede apostolica, e ai diritti
della medesima ai quali partecipa l'intiero mondo cattolico.
Aver egli in questo incontro richiamata l'attenzione del
l'imperatore sulla circostanza, che con una tale rinuncia
non altro avrebbe fatto che riconoscere un titolo di diritto
alla ribellione, e che un tale procedere sarebbe dannoso an
che al principio monarchico mettendolo in quistione.
Volere il Papa soffrire tutto per la giustizia, ma esse
re afflitto profondamente per l'abbandono in cui si trovano
le anime nelle ammutinate Legazioni. Volessero perci i
vescovi, perdurando nella difesa della santa causa, eccitare
del continuo i fedeli ad adoperare ogni mezzo affinch fosse
conservato il potere temporale del Papa.
Pi che dalla lettera dell'imperatore Napoleone, il Pa
pa fu indispettito da un carteggio di Vittorio Emanuele che
si offeriva pervicario del Pontefice nella Romagna, non so
lo, ma anche nelle Marche e nell'Umbria, accennando alla
agitata condizione di quelle provincie, alla debolezza del do
minio papale nelle medesime ed all'impossibilit di mante
nerle sotto il dominio del Pontefice altrimenti che colla
forza. -

L'enciclica del 19 gennaio provoc una nuova procella.


In fatto per tutto finiva nel raccomandare preghiere, nel di
ramare scritti eccitanti sotto forma di lettere pastorali, in la
menti dei giornali clericali contro la rapina commessa a dan- .
no della santa sede e in indirizzi di condoglianza presentati
dai fedeli.
Il denaro di S. Pietro il quale, come avevasi fermamen
te sperato, dovea ristorare le finanze pontificie, entrava
scarso scarso. Al finire del marzo le somme mandate da
tutta l'Europa e dalle altre parti del mondo salivano ap
pena a un milione di franchi. I fedeli, ad onta delle lo
- 61 -

ro promesse di voler sagrificare beni e vita, non accorsero


ad una nuova crociata, e i moderni apostoli che percorrevano
il mondo, e principalmente la Germania cattolica, in qualit
di ufficiali arruolatori, non riuscivano Sul luogo a raccogliere
per la bandiera pontificia che una gente lacera e guasta,
tratta all'esca del prezzo d'ingaggio e delle paghe pro
IIIGSS6,

Il clero dell'Italia Centrale e Settentrionale non parte


cip alle mire papali, anzi esso, salvo pochissime eccezioni, si
mise dalla parte del potere laicale. Non cos nella Francia,
ove il Governo dell'imperatore Napoleone si trov costretto
ad opporsi alle tendenze clericali, parte colla soppressione
dei giornali del clero, parte con circolari ai vescovi, parte con
ordini alle autorit politiche e ai prefetti di resistere a quel
le reazioni.
Finalmente il Papa, istigato dai suoi cardinali e nella
sua solitudine del Vaticano ignaro delle condizioni del mon
do, venne nella vieta idea di pronunciare gli anatemi del me
dio evo contro i suoi avversari temporali, fra i quali Vittorio
Emanuele e Napoleonesi trovavano inprima riga. A Vittorio
Emanuele minacciava la scomunica con lettera del 14 feb
braio. -

Riferendosi a queste minacce, il Moniteur francese ricor


dava ai vescovi che per le leggi della chiesa gallicana le bolle
ed i rescritti papali non potevano venire diffusi n stampati
Senza il consenso del Governo. -

Il Governo piemontese non si lasciava punto turbare.


Alle minacce del Papa opponeva gl'indirizzi diretti a Vit
torio Emanuele dal clero dell'Italia Centrale e Superiore, ed
in fatti quel clero avea preceduto coll'esempio la popola
zione nella votazione in favore del Piemonte. Vittorio E
manuele, mentre ripetutamente protestava nelle sue lette
re e nei suoi discorsi pubblici della sua venerazione verso il
Santo Padre come capo spirituale della cattolica Chiesa, in
62

sisteva tuttavia con eguale fermezza per l'assoluta separa


zione deltemporale dallo spirituale, e non cessava di oppor
re i propri doveri di principe italiano a quelli vantati dal
Papa di conservare indiviso il temporale suo dominio.
Abbiamo veduto in qual modo siasi effettuata l'annes
sione dell'Italia Centrale malgrado l'opposizione del Papa.
Volgiamoci ora ad un'altra questione la quale sta in intima
relazione con questa e che, come pareva, avrebbe dovuto
pi che ogni altra provocare la convocazione di un Congres
so per regolare stabilmente la questione italiana in tutta la
sua estensione.
Noi vogliamo parlare dello smembramento della Savoja
e di Nizza dal Piemonte e della loro unione all'impero fran
cese per mezzo di un trattato conchiuso fra le due potenze.
CAPITOLO) IV.

ANNESSIONE DELLA SAV0JA E DI NIZZA


AL LA FRANCIA.

Quando le due case di Francia e del Piemonte segna


rono a Plombires nel 1858 il patto di famiglia, in virt del
quale il principe Napoleone doveva unirsi in matrimonio
alla principessa Clotilde figlia maggiore del re Vittorio Ema
nuele, stabilivasi in pari tempo che se il Piemonte fosse
venuto in possesso della Lombardia e della Venezia, avrebbe
ceduto alla Francia, la Savoja e la contea di Nizza.
La Savoja, culla della casa reale di Sardegna, com
prende i due distretti di Ciamber e di Annecy; il primo
colle provincie di Ciamber, della Savoja Superiore o del
l'alta Savoja, della Morienna (patria della casa regnante di
Piemonte) e della Tarantasia, conta sopra 118 / leghe qua
drate 313,819 abitanti; il secondo colle provincie del Gene
vese, del Faucigny e dello Sciablese ne conta 267,942 sopra
83 leghe quadrate.
La contea di Nizza si estende per56leghe quadrate con
125,220 abitanti.
In complesso il territorio da cedere aveva una esten
sione di 258 leghe quadrate con 707,000 abitanti.
Durante la campagna del 1859 l'imperatore Napoleone
assicurava di non combattere per l'ingrandimento della
Francia, ma unicamente peruna idea. Si poteva credergli,
64

poich era evidente che una lotta per una idea senza altri
scopi doveva dare maggiori vantaggi, tanto a lui che alla
Francia, di unpiccolo ingrandimento del territorio francese.
Conchiusa da Napoleone la pace di Villafranca la quale
lasciava il Veneto in potere dell'Austria, le premesse del patto
di Plombires non aveano dunque avuto luogo e non si parla
va ufficialmente della cessione della Savoja e di Nizza, ben
ch si manifestasse evidente in quelle contrade una agita
zione francese, alimentata principalmente dal clero.
Intanto l'Italia Centrale procedeva sollecita, di concerto .
col Piemonte ed appoggiata dalla politica inglese, verso lo
scopo fissato: la sua annessione al Piemonte. Se tutta l'Ita
lia Centrale si fosse unita al Piemonte, allora il nuovo Stato
avrebbe formato un reame di 2532/a leghe quadrate con
11,824,647 abitanti, dunque maggiore di quello che sarebbe
stato coll'annessione del Veneto ed inoltre di Parma, se l'I
talia Centrale fosse rimasta autonoma.
Napoleone ritorn dunque al trattato o, per parlare pi
esattamente, al patto di famiglia di Plombires, al quale
nel corso delle trattative venne attribuita di quando in quan
do grande importanza, da principio solamente per frapporre
ostacoli alla completa annessione dell'Italia Centrale; dappoi
ch punto non dubitiamo ch'egliavrebbepreferito una secon
dogenitura francese, sostituita in Toscana a quella austriaca,
all'immediata unione della Savoja e di Nizza alla Francia.
Allorch la probabilit della compiuta annessione del
l'Italia Centrale al Piemonte si fece sempre maggiore, e il
Piemonte sempre pi apertamente la propugnava, la separa
zione di Savoja e di Nizza era con maggior decisione riguar
data da Napoleone come una eventualit nella quale si dove- .
va pur finalmente convenire.
Walewsky, il quale non era d'accordo con questo rivol
gimento della politica francese, cadde, e Thouvenel prese il
suo posto.
65

Da questo punto cominciavano i giornali officiosi fran


cesi a rappresentare la cessione della Savoja e di Nizza alla
Francia come una conseguenza degli eventi dell'Italia Cen
trale, e l'imperatore Napoleone nel suo discorso del trono del
1. marzo 1860 esprimevasi nello stesso senso. Non disse
tutta intiera la verit, ma la fece travedere in modo abbastan
za chiaro. Sostenne che di fronte al tramutarsi dell'Italia set
tentrionale in uno Stato potente i declivi delle Alpi francesi
dovevano essere dalla Francia reclamati persua sicurezza.
Non essere in ci ragione alcuna d'inquietudine per l'Euro
pa; avere egli intenzione di spiegare alle grandi potenze lo
stato delle cose, e non dubitare di persuadernele pienamente.
Se ancor pochi giorni innanzi al 1. marzo si era ne
gata ogn' intenzione nella Francia di voler ingrandirsi colla
Savoja e con Nizza, e se a quest'uopo si erano messi in
opera tutti i pi sottili accorgimenti da parte della Francia,
ora col discorso del trono era dissipato ogni dubbio in
proposito. -

. Se prima avevasi risposto negativamente alle domande


inglesi circa la esistenza di un trattato concernente la cessione
di territori sardi alla Francia, per certi casi preveduti, stan
tech non era stato conchiuso alcun trattato tra i due Stati,
ma solamente un patto di famiglia fra le due dinastie; se
pi tardi ad altre interpellanze rispondevasi avere Napoleo
ne abbandonato ogni pensiero d'ingrandimento della Francia
quando anche ne avesse avuto qualche desiderio perch que
sto era stato in fatti il caso dopo la pace di Villafranca; se in
fine si diceva da parte della Francia dovere tutto in questa
quistione dipendere da formali e regolari trattative, perch in
fatti per Napoleone la questione dell'annessione della Savoja
e di Nizza legavasi intimamente con quella dell'aggregamento
diuna parte o dell'intiera ItaliaCentrale e col modo nel quale
sarebbe sciolta; dopo il discorso del trono non rimase pi
alcuna incertezza sulle intenzioni della Francia in quanto
VOL, II, 5
66 -

al punto principale e non ne rimase alcuna sulla effettua


zione delle medesime, poich a quel tempo la vera sorte
dell' Italia Centrale era perfettamente chiarita.
Dopo quanto era avvenuto, e con riguardo all'inten
dimento di procedere all'annessione dell'Italia Centrale, non
poteva il gabinetto Cavour opporsi alle pretensioni francesi.
Poteva tutto al pi avere speranza di sottrarre ai Fran
cesi alcune parti del territorio desiderato.
A buon diritto si poteva rimproverare a Vittorio Ema
nuele tanto all'estero che in Italia di aver venduto la culla
della sua stirpe. Per si erano gi preparate risposte che
potevansi almeno del pari ascoltare.
Dapprima voleva il re servire ad un grande scopo, all'u
nione dell'Italia; e per poterlo raggiungere doveva saper fare
sagrifizi. Quanto grande gli doveva parere il sacrifizio della
culla dei suoi antenati, tanto pi grande egli doveva sembrare
agli occhi degli Italiani in favore dei quali faceva quel sacri
fizio, e agli occhi dell'estero e di tutt' i popoli che si lamen
tavano sempre delle mezze misure dei loro governi e della
loro mancanza di coraggio e di decisione vedendosi per esse
trascinati verso l'abisso.
La lingua singolarmente della Savoja la francese.
Gl' Italiani che fondavano il loro diritto alla riunione della
penisola in un solo Stato sul principio della nazionalit, po
tevano difficilmente opporsi al vederne fatta l'applicazione
dalla Francia in quanto alla Savoja.
Ed in fine pareva che fosse desiderio degli stessi Sa
vojardi, di vedere unito il loro paese all' impero di Fran
cia, e se Napoleone voleva far dipendere l'annessione della
Savoja dalla votazione del popolo, il Piemonte, che tentava
di guadagnare col suffragio del popolo l' Italia Centrale, e
dichiarava apertamente che si sarebbe regolato a norma
delle risultanze di quel suffragio, non doveva seguire ri
guardo alla Savoja un sentiero diverso.
- 67 -

Nella contea di Nizza la popolazione francese era al


certo meno predominante. Se il Piemonte, seguendo il
consiglio di Napoleone, si fosse contentato dell'annessione
di Parma e di Modena, l'imperatore sarebbesi forse contentato
della Savoja. Se invece il Piemonte stendea la mano anche
alla Toscana e alla Romagna, era naturale, che Napoleone
la dovesse stendere verso il magnifico litorale di Nizza.
D'altra parte, Cavour lusingavasi per qualche tempo di
cavarsela colla cessione della sola Savoja senza la contea di
Nizza, o di salvare almeno una parte di questa al Piemonte
non ostante l'annessione della Toscana e della Romagna.
Per in una nota del 2 marzo riconobbe la necessit
pel Piemonte di attenersi nella Savoja e nella contea di
Nizza al suffragio popolare, e di far dipendere da questo il
suo procedere in quei paesi, come avea dichiarato di voler
fare nell' Italia Centrale. -

Non appena fu decisa la sorte dell' Italia Centrale colla


votazione, colle dichiarazioni di Farini e Ricasoli e colle ri
sposte del re Vittorio Emanuele, si conchiudeva ai 24 marzo
il trattato concernente la cessione della Savoja e di Nizza.
In virt di questo trattato Vittorio Emanuele acconsente
alla unione di quei paesi alla Francia, e vi rinuncia per
se e per i suoi successori in favore dell'imperator dei Fran
cesi. La unione alla Francia per deve aver luogo senza far
violenza alla volont della popolazione, e Napoleone e Vitto
rio Emanuele s'intenderanno quanto prima sui mezzi per
esplorare quella volont.
Vittorio Emanuele cede i paesi neutri della Savoja sol
tanto alle condizioni secondo le quali egli stesso li possiede, e
Napoleone dovr concertarsi su questo punto tanto colle
grandi potenze quanto colla Confederazione svizzera, ac
ciocch restino intatte le guarentigie per le quali fu pat
tuita quella neutralit.
Una Commissione mista stabilir definitivamente la nuo
68

va frontiera tra la Francia ed il Piemonte seguendo i princi


pi della equit ed i riguardi militari.
Altre Commissioni regoleranno le questioni secondarie
come, ad esempio, lo scompartimento del debito dello Stato,
e la partecipazione al perforamento del Moncenisio.
Il Governo francese guarentisce agl' impiegati civili ed
ai militari, che diventeranno sudditi francesi, i diritti da loro
acquistati nel servizio piemontese.
I sudditi piemontesi nativi del territorio ceduto ed ivi
domiciliati, che volessero abbandonarlo, avranno per un an
no il diritto di emigrare in Italia merc di una semplice di
chiarazione.
La Sardegna si riserva la ratificazione del trattato da
parte del Parlamento. -

Questo era il tenore del trattato di Torino.


Secondo l'antico diritto delle genti al quale anche
oggid si ricorre, la cessione di una parte di territorio da uno
Stato ad un altro cosa permessa, n presenta nulla di
straordinario n di terribile. In sostanza nulla poteva dirsi
contro la cessione della Savoja e di Nizza alla Francia.
Neppure i partegiani del moderno diritto delle genti, il
quale sta ancora aspettando dal tempo e dalla consuetudine
di essere pienamente riconosciuto, nulla avevano da opporre
al trattato, essendoch l'esecuzione di esso si voleva far di
pendere appunto, secondo il principio del moderno diritto
delle genti, dal suffragio dei popoli.
All'incontro le ragioni dalle quali la stampa ufficiosa
e i documenti ufficiali facevano derivare la necessit dell'e
stensione della Francia fin alla cima delle Alpi dall'ingran
dimento del Piemonte spaventavano l'Europa. I Francesi
dicevano, che per l'ingrandimento del Piemonte dovea la
Francia ottenere guarentigie in faccia all'Italia; guarentigie
militari le quali non potea trovare che nel prolungamento
della sua frontiera dal sud-est fino ai confini naturali.
- 69 -

La grande parola era detta: ognuno sa quel che i Francesi


vogliano significare pei loro confini naturali.
Aggiungevano parecchi giornali, quasi per sovrabbon
danza, che se la Prussia s'ingrandisse in Germania, la Fran
cia per la propria sicurezza sarebbe costretta ad avanzarsi
fino al Reno. Inoltre Napoleone, accennando nel suo discorso
del trono all'unione della Savoja e di Nizza colla Francia,
avea pronunciata la brutta frase domandare di ritorno.
Chi non ricorreva col pensiero, nell'udire quella frase, alla
prima repubblica ed al primo impero? Che cosa non avreb
be potuto domandare indietro il secondo impero se avesse
voluto estendersi ai confini del primo? Raccapricciarono i
semplici uomini di Europa pensando a tutte le guerre che
in tal caso sarebbero certamente scoppiate.
Dunque la cosa decisa, si andava dicendo; terminata
la politica delle idee e la guerra per le idee; ora si dovr far
valere la politica dell'ingrandimento e comincieranno le
guerre per l'ingrandimento della Francia. Napoleone ar
rivato a un punto culminante. Grazie a Dio, aggiungeva
no altri, la politica delle guerre per le idee sarebbe molto
pi pericolosa per l'Europa che nol potessero essere le guer
re per l'ingrandimento della Francia.
Ma lasciando da parte questi timori generali, la quistio
ne della Savoja ne involgeva un'altra che non potea certo
essere risolta fra i due Governi di Francia e di Piemonte, e
che richiamava in campo altri paesi interessati.
Questa era la questione delle provincie Savojarde neu
tralizzate.
La maggior parte del distretto di Annecy, cio tutto il
territorio situato al settentrione di Ugine, era dai trattati di
Vienna compreso nella neutralit della Svizzera. Il confine
fur molto inesattamente fissato e nessuno si diede la pena
di regolarlo nel decorrer del tempo, cosicch ciascun'auto
rit e ciascun uomo si tracciava quel confine che meglio gli
- 70 -

piaceva. In generale si considera neutrale quel territorio, le


cui acque sboccano nel lago di Ginevra e nel Rodano, finch
questo corre nel cantone di Ginevra; vogliamo dire, l'intiero
Sciablese colla capitale di Thonon, l'intiero Faucigny con
Bonneville ed il circolo di Carouge nel Genevese, in tutto 60
a 70 leghe quadrate con 167,000 abitanti.
noto che i trattati di Vienna ebbero per iscopo prin
cipale di assicurare alla santa alleanza ed alle potenze ami
che o dipendenti da essa la preponderanza sulla Francia.
Fra queste potenze era allora anche la Sardegna, e per gio
vare a suoi interessi si pronunci allora la neutralit della
Savoja settentrionale e si stabil che ogni qualvolta le po
tenze confinanti colla Svizzera si trovassero in istato di
guerra imminente, o in guerra gi scoppiata, le truppe pie
montesi dovessero ritirarsi dalla Savoja settentrionale, po
tendo in caso di bisogno servirsi della strada pel cantone
Svizzero del Vallese; in questo la Savoja settentrionale non
dovrebbe essere occupata da altre truppe che quelle man
datevi dalla Confederazione Svizzera. La Confederazione
Svizzera per aveva il diritto, non l'obbligo di occupare
quel territorio. E qui torna utile accennare che la neutralit
della Svizzera al pari di quella della Savoja settentrionale
erano poste sotto la guarentigia delle potenze europee, e
che nel 1815 nessuno pensava, che potesse sorgere occa
sione in cui la Svizzera potesse sostenere la propria neu
tralit.
certo, che dal 1830 in poi la Svizzera cambiava in
tieramente la sua posizione, almeno in quanto alle sue aspi
razioni, e non gi appoggiandosi ai trattati del 1815, ma
staccandosi da essi e applicando a s il moderno diritto delle
genti, ch' a dire il principio della sovranit del popolo.
La giovine generazione non ha idea abbastanza chiara
di queste differenze. Da ci derivarono molti errori anche
nella Svizzera.
- 71 -
Sino al marzo 1859 il Consiglio federale aveva avuto
motivo di ricordare all'Europa le relazioni esistenti fra que
sto territorio e la Svizzera. Egli ramment solo essenzial
mente che la Svizzera avea bens un diritto, ma non per
un dovere, di occupare quel paese nel caso di guerra.
Ipatti della pace di Villafranca fedelmente ricopiati in
quelli di Zurigo cambiavano lo scompartimento dei paesi ai
confini meridionali della Svizzera, bench con quelli non si
facesse che cedere la Lombardia al Piemonte.
Altri cambiamenti aspettavansi e questi prima del Con
gresso che doveva radunarsi nel gennajo 1860. Questi nuovi
cambiamenti potevano toccare la neutralit della Svizzera,
e ci precipuamente sortendo dal nuovo punto di vista sviz
zero, secondo al quale la Svizzera si sforza ed obbligata di
sostenere la sua neutralit perfino colle armi. Mutamenti
di confine potevano renderle pi difficile questo dovere dal
lato militare. Se inoltre si fosse effettuato il progetto di una
confederazione italiana, e se la Sardegna insieme colla Sa
voja neutrale fosse entrata in quella confederazione, allora
certamente si sarebbe cangiata la posizione politica della Sa
voja neutrale, ed essendo la Svizzera interessata nel diritto
di neutralit della Savoja, qualunque cambiamento doveva
influire anche sopra la Svizzera per quanto indeterminato
dovesse apparire e per quanto difficile potesse essere il de
finirlo esattamente in precedenza.
La Svizzera perci domand a buon diritto il 18 novem
bre 1859 che fosse ammesso anche un suo rappresentante
al Congresso che si doveva adunare per l'aggiustamento de
gli affari italiani, se pure avesse avuto luogo.
Vedendosi poi sempre pi svanire la speranza del
Congresso e apparire sempre pi certa la cessione della Sa
voja alla Francia, la Svizzera richiam immediatamente l'at
tenzione sulla posizione delle provincie neutralizzate e su'
loro rapporti verso la Svizzera, e domand schiarimenti.
- 72 -

Essa ebbe dalla Francia l'assicurazione, che, qualora la Sa


voja fosse stata aggregata alla Francia, le provincie neutrali
Sarebbero state cedute alla Svizzera.
Ma subito dopo il discorso dell'imperatore Napoleo
ne l'8 e il 10 marzo 1860 furono pubblicati i procla
mi dei governatori di Annecy e di Ciamber, coi quali la po
polazione della Savoja era convocata per votare, se avesse
voluto rimanere sotto il governo piemontese ovvero essere
unita alla Francia, n si fece alcun cenno delle relazioni esi
stenti fra la Savoja e la Svizzera.
Bast questo perch la Svizzera ne rimanesse impauri
ta. Era opinione molto divulgata col che le provincie set
tentrionali della Savoja dovessero essere annesse alla Sviz
zera, qualora non rimanessero al Piemonte, e che la Sviz
zera avesse diritto a tale annessione. Occupavasi nel diffon
dere questa opinione principalmente una nuova societ po
litica intitolata la Helvetia.
Ad appoggiarla producevasi un vecchio trattato, con
chiuso nel 1564 tra la Savoja e la repubblica di Berna con
la mediazione degli Stati federali. Se non che quanti cambia
menti non erano corsi sopra quell'antica pergamena! E non
era cosa da ridere, che la giovine Svizzera, la quale dopo la
nuova costituzione della Confederazione non avea fatto che
sforzarsi di sciogliersi dalle antiche pergamene, mettesse ora
la mano a questo vecchio arredo di casa? -

Se l'Europa in generale considerava l'annessione della


Savoja alla Francia come un primo passo, quasi una disfida,
e credeva di dover perci energicamente opporsi ad esso,
questa opinione rinveniva nella Svizzera una particolare e
spressione.
La Helvetia ed il cos detto partito d'azione gridavano
che alla Savoja terrebbero dietro ben presto in Ginevra il
cantone di Waud e il Vallese. Non esser da perdere un mo
mento e doversi venire ai fatti ed occupare la Savoja set
- 73 --

tentrionale alla quale avevasi un diritto di propriet e la


quale era necessaria per la difesa della Svizzera, al fine di
prevenire l'occupazione francese. Tali osservazioni riscalda
vano sommamente gli animi. Ed infatti ragionevole che in
uno stato, in cui la milizia nazionale di smisurata forza,
gli amanti delle cose guerresche vi prendessero ingerenza,
sostenuti dallo zelo di una giovent militare tempestosa e vo
gliosa di fatti, la quale si vedeva condannata al solo servizio
interno, e voleva anch'essa una volta gustare la guerra. Gli
amanti degli affari guerreschi addussero a migliaja le pro
ve che la Savoja settentrionale necessaria alla difesa mi
litare della Svizzera ed in ispecie di Ginevra. Mille cose
diverse che nulla aveano che fare colla quistione furono fra
loro confuse, e perfino ufficiali veterani furono colti dal
capogiro per modo che uno di essi dichiarava che Gine
vra doveva essere direttamente difesa malgrado tutte le
teorie, cio a dire, quand'anche si dovesse concedere es
sere la difesa un errore militare. E si dovr concederlo
sapendosi che Ginevra una citt aperta, e considerando la
sua posizione verso la Francia nel caso che la Savoja setten
trionale appartenesse alla Svizzera. -
Era certamente assurdo che la Francia insistesse abbi
sognarle la frontiera delle Alpi per la propria sicurezza
contro l'aggrandita Sardegna. Ma presso a poco fu uguale
l'errore in cui cadde il partito d'azione svizzero col suo
entusiasmo per la Savoja settentrionale.
La considerazione puramente topografica dei rapporti
militari poco corrisponde alla natura della guerra; tuttavia
essa pu porgere argomento a lunghi discorsi. Nulla havvi
che meglio si presti a provare la sagacit degli studiosi, ma
nulla del pari si presta meglio a trarli in errore.
Il partito pi prudente del paese vedeva le cose in un
altro aspetto. Certamente, ei diceva, coll'annessione del
la Savoja alla Francia si cambieranno anche per noi le
-- 74 -

relazioni colla Savoja settentrionale. Inoltre vanno presente


mente d'accordo la Francia e la Sardegna, e ci basta per an
nullare alcune parti dei trattati del 1815 in quanto alla
Savoja del nord. Altre ne verranno annullate in forza dell'
annessione. Cos p. e. non si potr pi parlare di una riti
rata delle truppe francesi attraverso il cantone del Vallese in
caso di guerra. -

Una semplice cessione dei diritti e dei doveri della Sar


degna alla Francia sarebbe dunque impossibile. S'inten
de da s, che l'unione della Savoja alla Francia esige
r nuove stipulazioni riguardo alla posizione della Savoja
settentrionale verso la Svizzera. La Svizzera ha il di
ritto d'immischiarsene perch possono essere lesi i suoi
interessi come in ogni cambiamento di confini degli Stati
limitrofi. Essa per non ha il diritto di parlar sola, ma hanno
interesse nel cambiamento delle stipulazioni rispettive al
meno tutte le potenze che firmarono gli atti del congresso
di Vienna e garantirono per tal modo le stipulazioni concer
nenti la Savoja settentrionale nell'interesse dell'Europa.
Non si pu nemmen parlare di una immediata occupa-
zione della Savoja da parte della Svizzera mancandone le
condizioni di diritto, giacch fra i due Stati vicini non
n imminente, n scoppiata la guerra. Lasciando pure che
un tale procedere potrebbe provocare una guerra tra la
Francia e la Svizzera, quand'anche non la si volesse evitare
ad ogni costo ma la si volesse anzi accettare a rischio
pure della totale rovina, di presente sembrerebbe pro
vocata senza alcun motivo. Senza riflettere essere alme
no dubbio se o no la Savoja settentrionale contribuisca
alla sicurezza militare della Svizzera, se al contrario tut
to quello che finora si disse in suo favore, non fosse basato
che sopra teorie false e nocive alla difesa della Svizzera; si
deve riconoscere come assai probabile, che l'occupazione del
la Savoja settentrionale accelererebbe appunto l'avverarsi di
- 75 --

quelle condizioni, che, secondo l'opinione del partito di


azione, dovevansi allontanare pel caso che Napoleone a
vesse l' intenzione di stender la mano ai cantoni di Gine
vra, di Waud e del Vallese e chi sa sopra quant'altri paesi!
Il partito d'azione rispose, che la Svizzera doveva vi
gorosamente attaccare, e che avrebbe avuto con s tutta
l'Europa.
vero, che la maggior parte delle gazzette tedesche
eccitava la Svizzera ad un colpo ardito, promettendole tutte
le possibili simpatie, e la stampa reazionaria parlava in que
sto senso assai pi vigorosamente che la liberale; quella
stampa reazionaria, che fin allora non avea considerato la
Svizzera se non come una sentina di vizi e di crimini,
nuotava quasi in una contentezza celeste al solo pronunciare
il nome di lei, ed abbracciava di cuore questo paese che
era stato fino allor maledetto. Se questo amore subitaneo
non andava scevro di sospetti, poco prometteva anche l'an
tico amore dei liberali tedeschi. Questa gente che con l'eroi
smo sofferse ogni oppressione proveniente dai suoi principi,
che sopport e permise tutt' i torti che si fecero alle terre
tedesche, che s'inebbri di beatitudine nel vedersi im
posto un ministro, il quale, bench calcolato nel 1848 rea
zionario di sangue puro, dopo tutto quello che successe nel
1859 poteva passare per un radicale, e che ador i suoi
principi come semidei non escluso il principe elettorale
d'Assia che ogni giorno ordinava 25 bastonate di meno; essa
che non volle fare nulla per l'Assia, per lo Schleswig-Hol
stein e per l'Austria tedesca; essa voleva eccitare la Sviz
zera a far guerra alla Francia, dinanzi alla quale s'inchinava
no i suoi dei, una guerra che esigeva soldati e cannoni. E
questa gente offriva forse uomini e cannoni ? Tutt'altro
ma soltanto simpatie. - ---

Anche senza leggere le risposte dei gabinetti alle note


del Governo federale la Svizzera potea gi sapere quale as
-- 76 --

sistenza materiale dovesse aspettarsi dalle potenze estere.


Per quantunque belle sembrassero queste risposte, quali
verit contenevano esse ? L'Austria che rassegnavasi a non
ricorrere la prima alle armi per i propri interessi in Italia,
poteva essa accingersi ad assistere la Svizzera, la cui popo
lazione in fin dei conti non le poteva apparire che un'unio
ne di ribelli che si adopera soltanto nel caso di bisogno, ma
che non si soccorre mai deliberatamente ed energicamente?
L'Austria poi si rallegrava della cessione della Savoja fatta
dalla Sardegna, perch ogni danno di quel paese le poteva
tornar gradito, e perch credeva di ritornare in ogni tempo
con maggiore facilit al possesso delle sue secondogeniture
italiane e della Lombardia, che non la Sardegna a quello
della Savoja.
L'Inghilterra doveva essere d'accordo colla Francia
rispetto all'annessione della Savoja; e ci apparisce chiara
mente dall'aver essa permesso l'annessione dell'Italia Cen
trale.
L'opposizione si fece di questa un'arma contro il mi
nistero pi ancora che del trattato di commercio, ma la
maggioranza nel Parlamento sostenne il ministero. Non vo
gliamo la guerra per tali piccolezze ! E se non la guerra,
che cosa dunque volete ?
Tale era in sostanza l'opinione inglese, salve le frasi
pronunciate in alcuni meetings e banchetti di bersaglio.
La Russia considerando il passato e l'avvenire poteva
difficilmente opporsi che la Savoja passasse dalle mani della
Sardegna in quelle della Francia per mezzo di un trattato.
La Prussia doveva serbarsi la mano libera ed avea
poca disposizione di lottare per un ingrandimento della
Svizzera in premio della parte infelice che avea sostenuto
di fronte alla Svizzera nella quistione del Neuchtel.
Tutti erano d'avviso che le relazioni della Savoja set
tentrionale dovessero essere di nuovo regolate. Nessuno per,
- 77 -

salva la Helvetia ed i Governi degli Stati reazionari, pens


seriamente che tale quistione potesse scuotere il mondo, se
non venisse regolata da un Congresso con soddisfazione ge
nerale.
Era questa la vera posizione, alquanto per diversa da
quella immaginata dal partito guerriero della Svizzera.
Il Consiglio federale non era del tutto indipendente dal
la influenza del partito della guerra. Questo aveva per soste
nitore il sig. Stmpfli, giovine un po' male abituato, per
suaso di essere un grande uomo di Stato, e bramoso secon
do tutte le apparenze di aggiungere allori militari a quelli
politico-diplomatici.
In conseguenza dei proclami pubblicati dai governatori
di Annecy e di Ciamber il Consiglio federale inviava il 19
marzo 1860 una nota alle grandi potenze colla quale invo
cava la loro ingerenza.
In quel tempo l'annessione era soltanto annunziata, non
ancora eseguita. Il Consiglio federale dimostrava la unione
della Savoja settentrionale neutralizzata alla Svizzera quale
scioglimento il pi acconcio all'interesse europeo pel caso
dell'annessione della Savoja alla Francia.
L'inviato Svizzero avea gi prima dovuto formalmente
protestare a Parigi contro l'annessione della Savoja setten
trionale. Thouvenel nella sua risposta del 17 marzo si lagn
del procedere della Svizzera e ci per motivi di cordiali
t, essendosi Napoleone diverse volte mostrato benigno verso
la Confederazione, e lo trov mancante di appoggio in di
ritto, bench consentisse nella necessit di una revisione
delle stipulazioni concernenti la Savoja settentrionale.
Intorno a questo argomento il Governo francese erasi ri
volto alle grandi potenze con un dispaccio del 13 marzo.
La risposta del Consiglio federale alla nota del 17 fu spedita
il 24 marzo da Berna.
Ma mentre in essa cercavasi di confutare gli argomenti di
- 78 --

Thouvenel, si accennava anche un cambiamento nella politica


francese. Come abbiamo detto, la Francia avea da principio
esternata l'intenzione di cedere la Savoja settentrionale alla
Svizzera, se fossero a lei toccate Savoja e Nizza.
Nella Savoja poi eranvi diversi partiti ; mentre l'uno
bramava l'annessione alla Francia in qualunque caso, prefe
riva l'altro di rimanere sotto la Sardegna. Se questo fosse
impossibile, allora si sarebbe posto in questione, a chi si do
vesse unir la Savoja, e su questo punto differivano molto le
opinioni.
Nella Savoja settentrionale era senza dubbio un par
tito forte, che desiderava l'annessione alla Svizzera. Questo
desiderio era pi che naturale, poich la citt di Ginevra
forma il punto centrale pel commercio dei paesi neutrali.
Esso venne anche ripetute volte esternato con indirizzi
portanti numerose sottoscrizioni. Nella rimanente Savoja la
maggioranza della popolazione preferiva decisamente l'an
nessione alla Francia. A lato di questi due partiti ne stava
un terzo, che voleva bens la Savoja staccata dal Piemonte,
ma non unita n alla Francia, n alla Svizzera, un nuovo
Stato savojardo indipendente; e da questo partito uscirono
le voci che si pronunziarono apertamente contro uno sparti
mento della Savoja.
A quest'ultima idea si attenne la Francia con aperta
sollecitudine, e se Napoleone ebbe da prima in mira di
cedere alla Svizzera la Savoja settentrionale, ha in seguito
abbandonato quella idea.
Il Consiglio federale con una nota dignitosa in data 24
marzo cerc di provare non poter aver luogo una resistenza
insormontabile alla separazione della Savoja, e negli anni
anteriori essersene avuti degli esempi.
Conchiuso in Berna il trattato di Torino sotto la stessa
data, veniva animato il Consiglio federale sotto l'influenza
delle diverse riunioni popolari agitate dalla Helvetia. Oltre
- 79 -

le protestazioni diffuse dovunque contro l'annessione della


Savoja settentrionale alla Francia prima dell' acconsenti
mento avutosi dalle grandi potenze e dalla Svizzera, si con
voc l' assemblea federale e si posero in armi sei batta
glioni.
Se nell'adottare quest'ultima decisione non si pensava
a provocare altre misure, essa non avrebbe eccitato lo
Scherno.
L'assemblea federale non si lasci illudere; quantun
que abbia dato il suo assentimento alle proposte fattele dal
Consiglio federale, ci non ostante fece apertamente vedere .
nei motivi addotti che non riconosceva terminate le nego
ziazioni sulla questione sabauda, che non voleva vedere la
Svizzera a bello studio tratta alla guerra e che si sarebbe op
posta a qualunque passo prematuro del Consiglio federale.
Il 5 aprile spedivasi dal Consiglio una nuova nota alle
potenze colla quale chiedeva l'unione dei membri del Con
gresso di Vienna per regolare la questione della Savoja set
tentrionale.
Al partito d'azione non piaceva punto il modo con cui
si trattava la questione sabauda, ed esso non si adoperava
onde mettere in sospetto il partito pacifico detto anche dei
nobiluzzi delle strade ferrate e dei filatori di cotone. In
tanto quest'ultimo di giorno in giorno otteneva sempre pi
il sopravento tanto nell'assemblea quanto nel popolo, e ci
per diverse circostanze.
La spedizione intrapresa il 30 marzo da un centinaio
di ubbriachi sotto la condotta di un certo Perrier Ginevrino
verso Thonon sabaudo, spedizione accompagnata da innu
merevoli ridicolaggini, mise in chiaro l'ingenuit di ca
rattere del popolo svizzero mostrando quale esito si possa
attendere dal lasciarsi trascinare da una agitazione artificio
samente fatta e sostenuta.
Poi paragonaronsi fra loro i capi del partito d'azione
- 80 -

e quelli del partito pacifico, ed allora in ogni cantone, in


ogni comune eziandio cominci ad elevarsi il dubbio Se
specialmente edunicamente nei primi si potesse riporre ogni
fiducia nel caso si trattasse non solamente d'inalberare Con
istrepitose grida la bandiera federale prima del combatti
mento, ma di sostenerla ancora valorosamente durante una
sanguinosa lotta.
Finalmente alle note 19 marzo e 5 aprile arrivarono
dall'una parte risposte tanto fredde dalle Potenze che pa
lesavano potersi ben pochi soccorsi ripromettere, e dal
l'altro lato da Parigi e Torino pervennero dispacci rassi
curanti.
In questo frattempo si calmava la primiera agitazione
bench lasciasse negli animi dei capi un reciproco inaspri
mento che pu in tempi di gravi bisogni essere di sinistre
conseguenze, e le corti di Parigi e di Torino avevano com- ,
pletamente sciolta la questione.
Poich essendo il Piemonte, secondo che il gabinetto
francese vedeva allora la cosa divenuto uno Stato potente
coll'annessione dell'Italia Centrale, la Francia poteva riti
rare le sue truppe dalla Lombardia.
Questa misura era tanto pi giustificata, in quanto che
il gabinetto di Torino non aveva dato ascolto al consiglio
francese nella quistione dell'annessione dell'Italia Centrale.
Il procedere della Sardegna in tale emergenza determinava
l'imperatore Napoleone a spiegarsi in proposito di essa.
In primo luogo ordinava che le truppe francesi ripa
triassero; successivamente stabiliva l'unione della Savoja
e della Contea di Nizza alla Francia.
Le truppe francesi ritirate dalla Lombardia verso la
fine del marzo potevano in parte rimanere di guarnigione
nella Savoja.
Infatti le truppe piemontesi abbandonarono Ciamber
nel giorno 24 marzo, e nel successivo 25 vi entrarono i
81

primi francesi ritornati dalla Lombardia, e sino dal 23


marzo una fregata francese avea gettato l'ancora nel porto
di Nizza.
Il 7 aprile fu pubblicata un'ordinanza sul modo di pro
cedere alla votazione nella Savoja e nella Contea di Nizza. La
domanda era formulata senza ambagi e senza alcun riguar
do alle condizioni della Savoja settentrionale, semplicemente
cos: annessione alla Francia, o no? Vittorio Emanuele
sciolse dalla sudditanza i popoli della Savoja e di Nizza, e
al 15 aprile cominci la votazione del popolo.
Alla fine del mese se ne conobbe gi il risultato. Ai
131,744 voti per l'unione alla Francia se ne opponevano 233
negativi. In qualunque modo siasi potuto ottenere tale risul
tamento, il fatto si conseguito. La Savoja e Nizza divenne
ro dunque da questo momento provincie francesi.
Si pu comprendere da quanto fin qui abbiamo detto
che questa cessione non pot trovare in Italia generale ag
gradimento e meno ancora cordiale acclamazione. La patria
dell'eroe italiano Garibaldi, la citt di Nizza, non esisteva
pi come citt italiana.
Garibaldi, deputato eletto dai Nizzardi a rappresentarli
nel Parlamento, interpellava il 12 aprile il ministro Cavour
colle frasi pi energiche ammesse dal linguaggio parlamen
tare intorno a questo miserabile traffico dei paesi.
Si pass all'ordine del giorno, ed appena il Parlamen
to nel 13 aprile ebbe approvata l'annessione dell'Italia Cen
trale al Piemonte, esso venne aggiornato. Vittorio Emanuele
voleva visitare le nuove provincie, e la maggior parte dei
deputati voleva e doveva seguirlo nei suoi trionfali ingressi.
Garibaldi abbandon il Parlamento e ritirossi a Genova
colla ferma intenzione gi fin d'allora di aprire alla sua at
tivit un campo diverso da quello nel quale assolutamente
dominavano Cavour ed il partito diplomatico piemontese.
VoL, II, - 6
CAPITOLO VI,

L'ITALIA Dopo L'ANNESSIONE DELL'ITALIA CENTRALE


AL PIEMONTE E D0P0 LA CESSIONE DELLA SAVOIA
E DI NIZIA ALLA FRANCIA.

Cogli ultimi giorni di aprile dell'anno 1860 venne ef


fettuato un grande cambiamento nell'Italia ed in modo sta
bile per avviso degli Italiani.
Il regno di Vittorio Emanuele, il quale, seguendo il
consiglio di Napoleone, non avea ancora assunto titolo di re
d'Italia, contava, dopo la cessione della Savoja e di Nizza,
2274 12 leghe quadrate con 11,117,547 abitanti.
Al Santo Padre rimanevano ancora 573 leghe quadrate
con 2,100,86 abitanti, ma la Romagna che avea perduto
gli rendeva pi delle altre provincie: adunque ben natu
rale che quella perdita gli riuscisse assai grave. Dopo che
Vittorio Emanuele ebbe ricevuto Farini ed accettato l' an
nessione della Romagna, il cardinale Antonelli nel 24 apri
le protestava contro l'annessione presso tutte le grandi
potenze : tanto pi che il giorno 19 marzo ebbero luogo in
Roma gravi segni di malcontento provocati, come vuolsi, dal
la stessa polizia papale. Gli ufficiali francesi comportaronsi
in quell'occasione con tanta imparzialit, che il papa eb
be desiderio di sottrarsi al presidio francese e di veder
lo surrogato dall'occupazione di uno Stato cattolico a lui
pi divoto. -

Per la scarsezza di forze era impossibile imporre ai


84

Francesi di ritirarsi, molto pi che anche il Governo del re


Francesco II era vacillante.
Colle proteste del cardinale Antonelli coincidevano
quelle dei duchi spodestati e dell'Austria (25 marzo).
I consiglieri di Pio IX compresero intanto che per ar
rivare alla meta da essi divisata era necessario avere oltre
le parole ardite anche un potere materiale.
E lo Stato mancava di denaro non meno che di soldati.
L'obolo di S. Pietro rendeva troppo poco e fu mestieri
perci di ricorrere a quell'espediente molto mondano che si
conosce col nome di prestito, ma con poca speranza. Col
l'aiuto del clero del Belgio per si riusc ad ammassare una
discreta somma di danaro.
Questo per avrebbe bastato per creare una sufficiente
armata e per mantenerla anche durante alcuni mesi, se il
comandante fosse stato un uomo di conveniente perspicacia.
L'ingerenza militare dei vecchi Svizzeri, de' Kalbermatten,
degli Schmidt ecc. si rese sospetta perfino al Collegio dei
Cardinali. Si and in traccia di un altro comandante il quale
fosse non solamente generale di titolo, ma anche di fatto.
Se non che qual generale che avesse conosciuto le circostan
ze dello Stato pontificio, i suoi soldati, il regime dei paesi e
tutti gl'impedimenti che esso frappone ad ogni passo della
marcia delle truppe, poteva ambire di stare alla testa di un
esercito di moderni crociati aventi tutt'i vizi dei crociati an
tichi, senza averne le virt militari ? -

Roma, sempre ancora potente per la grande influenza


che la Chiesa Cattolica esercita sui popoli, trov infat
ti un generale, il quale non fu abbastanza energico da or
ganizzare questa accozzaglia di gente assoldata; ma il solo
pretenderlo non sarebbe stato chiedere una cosa dal lato
militare assolutamente impossibile?
Cristoforo Leone Luigi Inchault di Lamoricire ebbe
il coraggio di porsi a capo dell'armata pontificia.
85

Rampollo di una antica famiglia della Brettagna, cono


sciuto per legittimista, nacque a Nantes nel 1806. Nel 1824
entr nella Scuola politecnica di Parigi, e ne usc col grado
di tenente del genio. La spedizione d'Algeri nel 1830 gli
porse ben presto occasione di far conoscere la sua capa
cit e di formarsi un nome.
Si distinse nell'organizzazione del corpo dei Zuavi, nel
quale entrava col grado di capitano. Con brevi interruzioni
rimase nell'Algeria fino al 1847. Nell'anno 1843 fu nomi
nato generale, nel 1845 governatore temporario dell'Alge
ria, e nel 1847 Abd-el-Kader disfatto gli consegn la spada.
Fin dal 1846 Lamoricire era entrato eziandio nella
carriera parlamentare, essendo stato eletto nella camera dei
deputati. Nelle giornate del febbrajo 1848 avrebbe dovuto
assumere il ministero della guerra, e vedendo decisa l'abdi-
cazione di Luigi Filippo, egli proclam la reggenza della
duchessa di Orleans. Vedendola anch'essa respinta dalla ri
voluzione si ritir dagl' impieghi pubblici accettando sola
mente il posto di deputato, offertogli dal dipartimento della
Sarthe.
Nel giugno 1848 appoggi vigorosamente Cavaignac, e
fu nominato il 28 giugno ministro della guerra: si dimi
se per spontaneamente quando Luigi Napoleone giunse
al potere. Dopo decisa l'entrata dei Russi nell'Ungheria
egli fu inviato a Pietroburgo nella qualit di ambasciatore.
Cessato il ministero Odilon-Barrot, egli pure rinunci al
suo posto. Ripetutamente eletto vice-presidente dell'assem-
blea legislativa, si dimostrava deciso avversario della politica
di Luigi Napoleone. Veniva perci arrestato il 2 dicembre
in unione ad altre vittime del colpo di Stato. Dapprima fu
condotto ad Ham, di poi esiliato. Visse d'allora in poi alter
nativamente nel Belgio, nella Germania e nell'Inghilterra
fino all'amnistia del 1859. Di questa fece uso per ritornare
nella Francia senza partecipare in alcun modo alla vita
- 86 -

politica dell'impero. Nel Belgio entrava in relazioni intime


colla famiglia di Mrode ed ivi da Saulo a cos dire si convert
in Paolo. Chiesto un generale dal papa, Lamoricire gli fu
proposto dal cardinale Saverio Mrode. Partiva questi per
la Francia e ne ritornava col Lamoricire nel 26 marzo.
Io non credo che egli abbia di nuovo impugnato la
spada spinto solamente da piet. A questa decisione contri
buiva piuttosto il desiderio di una nuova attivit militare, e
fors'anco la speranza di poter una volta con successo pre
sentarsi a Napoleone. Dopo avere veduta l'armata pontifi
cia, e bench l'avesse trovata molto al disotto delle sue
aspettazioni, assunse il comando e prestava il giuramento di
fedelt alla Santa Sede. Assuntosi un impegno, cosa difficile
abbandonarlo senza averlo adempiuto, od almeno senza un
serio tentativo. Oltracci Lamoricire aveva sufficiente fiducia
in s stesso per poter credere di riuscirvi. Egli conosce
va troppo poco l'opposizione passiva clericale contro tutto
quello che ragionevole, e sperava forse che il cardinale
Mrode, nominato ministro della guerra, lo avrebbe ajutato a
levare gli ostacoli che gli fossero stati d'inciampo. Napoleone,
che conosceva assai bene il regime dei preti e che sapeva
che la causa del papa non la causa della libert n dell'inci
vilimento, Napoleone vide di buon occhio un vecchio repubbli
cano fare un passo che doveva comprometterlo presso tutti
gli uomini assennati. Laonde l'imperatore dei Francesi per
metteva senz' altro che il suddito francese assumesse il co
mando delle truppe pontificie. Lamoricire, senza lasciarsi
scoraggiare n dal deplorabile stato delle finanze pontificie, n
dalla generale slealt nelle amministrazioni in isbilancio di cui
ebbe luminose prove fino dalle prime settimane, lavorava at
tivissimo per organizzare, coi pochi mezzi che gli potevano
venir offerti, la forza armata pontificia, la quale doveva o
congiunta con altra procedere all' attacco del Piemonte ed
alla riconquista della Romagna,. o, secondo le circostanze,
- 87 -

opporsi almeno con qualche speranza di successo all'ulte


riore estendersi del sistema piemontese delle annessioni.
Vedremo pi tardi, quali risultati egli abbia ottenuto.
La Venezia durava sotto il peso del dominio austriaco.
Se l'Austria da principio, nella supposizione che realmente
avesse potuto aver luogo una confederazione di Stati italiani,
aveva la ferma intenzione di dare istituzioni liberali al paese,
abbandon poi quel divisamento non potendo prestar fede n
alla realt della confederazione italiana, n al mantenimento
dei patti di Villafranca. Ma se l'Austria avesse anche colla
maggior possibile sincerit trattata la Venezia da paese italia
no, che cosa le avrebbe ci giovato? I Veneti intendono essere
uniti al regno d'Italia, e quando pure il Governo austriaco
procacciasse loro vantaggi materiali maggiori di quelli che
potesse offrir loro il Governo di Vittorio Emanuele, essi mi
reranno sempre di sottrarsi alla signoria straniera. Per tal
modo il dominio possibile dell'Austria nella Venezia non
poteva tenersi estraneo se non a quello dello stato d' as
sedio. -

Il ripristinamento di esso fu solamente affrettato e non


effetto immediato dell'aver il Piemonte abbandonato i patti
della pace diVillafranca col suo procedere in favore della
Italia Centrale. Difatti il Governo austriaco esercit quel re
gime dal febbrajo in poi sempre maggiormente. Non sola
mente l'eccitamento alla diserzione e la sollevazione fu
rono sottoposti al giudizio dei consigli di guerra (il che
naturale), ma eziandio si stabil con un decreto della Luogo
tenenza che tutti gl'individui che si credessero capaci di
intraprendere qualche cosa contro il Governo austriaco nella
Venezia sarebbero arruolati nelle compagnie disciplinari
dell'esercito. Questa misura mostra a sufficienza per nostro
avviso la situazione degli impiegati incaricati dell'ammini
strazione pubblica.
Cominciarono verso questo tempo le dimostrazioni nei
teatri contro i cappelli cos detti cilindrici e contro le crino
line giustificate dal buon gusto, ma che passavano per segni
d'adesione all'Austria. Gl'impiegati austriaci perdevano il
buon umore; a cose che potevano passare come tratti di spi
rito, essi rispondevano colla proclamazione dello stato d'as
sedio. Crebbero le emigrazioni. La giovent indipendente
fuggiva nel territorio piemontese e arruolavasi nelle file del
l'esercito dell' Italia Centrale. I comandanti austriaci inse
guivano i disertori, cui non potevano trattenere n colle pro
messe n collo spauracchio delle misure politiche, n colle
schioppettate che non colpivano mai.
Intanto Cavour teneva nota dei fatti del Governo au
striaco nel Veneto e delle sue risultanze, dei fuggiaschi, cio,
che ingrati si sottraevano ai benefizi dell'imperiale Gover
no. Egli trovava argomenti numerosi per istendere del
continuo note diplomatiche di una dignit e fermezza in
controvertibili.
Abbiamo gi prima accennato che era diffuso nell'Ita
lia l'idea che l'Austria voleva vendere le provincie venete,
e che l' Italia avea grande propensione per questa cessione
quand'anche fosse stata un po' cara. Non punto probabi
le, che l'Austria, spodestata in Italia e senza l'intenzione
di riacquistare le sue provincie, avrebbe preso tanto maggiore
influenza sui destini di questo paese. Negli ultimi tempi in
Italia si trattava sempre della lotta coll'influenza straniera,
accanto alla lotta ed agli sforzi del partito italiano nazionale.
Sotto altre circostanze poteval'Austria rappresentare la par
te del liberatore contro la Francia, come questa rappresen
tolla nel 1859 contro l'Austria. Ma il miglior momento per
una generale cessione dei possedimenti italiani era passato;
il miglior tempo sarebbe stato dopo una vittoria, come per e
sempio dopo quella splendidissima dell'anno 1849.
Gli uomini d'ordinario non sono magnanimi dopo una
sconfitta, meno ancora i popoli e meno i governi.
- 89 -

Questo certo, che sarebbe un grande vantaggio per


l'Austria il non possedere la Venezia.
La Venezia un paese, pel quale si possono con buon
diritto mantenere 50.000 uomini. Se per per la conservazio
ne di questo paese occorre un continuo presidio di 150.000
uomini come di fatto, il volerlo tuttavia tenere contrario
ad ogni pi ovvio dettame di sana politica.
In tale occasione cade naturalmente il discorso sui re
golari confini militari. E quante ciarle non si son fatte al Reno
sulla difesa del Po, ed al Po su quella del Reno? Il miglior
confine militare senza dubbio quello di un popolo che sta
col suo governo e che lotta con esso e vuole o vincere o pe
rire con lui. Mancando tale intenzione nel popolo, non val
gono gran fatto nemmeno i pi vagheggiati confini militari.
Era cosa grave al Governo Austriaco di non poter far
uso nella primavera 1860 della votazione popolare, che da
anteporre per ogni conto all'ordinario ed umiliante traffico
del cambio dei paesi. Ma le sue vedute rispetto alla sovra
nit dei popoli non le permettevano di ricorrere ad un tal
espediente.
Da ultimo dobbiamo parlare del regno delle due Si
cilie. Le sue condizioni all'epoca delle annessioni dell'Italia
Centrale al Piemonte e della Savoja alla Francia sono cos
notevoli che ci sembra necessario di dover consacrar loro un
capitolo separato.
CAPITOLO VI.

IL REGN0 DELLE DUE SICILIE. L0 SCOPPI0 DELLA


INSURREI0NE NELLA SICILIA.

La terraferma di Napoli e la Sicilia ebbero sempre


costituzioni e amministrazioni separate. l Napoletani ed i
Siciliani sono di due schiatte ben differenti. Nella Sicilia
sono rimaste le traccie di tutt'i popoli, che la dominarono,
dei Greci, dei Cartaginesi, dei Romani, dei Mori, dei Nor
manni, degli Spagnuoli e dei Francesi.
Il vivere separato della popolazione dell'isola, senza
estinguere le diversit delle razze, la diminuiva: havvi una
nazionalit Siciliana piena di uno spirito d'indipendenza che
si sempre manifestato nei ripetuti tentativi di liberarsi dl
la dominazione straniera. Come l'isola colla sua situazione
forma il passaggio dall'Europa all'Africa, cos pu dirsi lo
stesso della popolazione e della sua nazionalit. I Siciliani
in generale non si sentono Italiani. Ci vorranno ancora gran
de fatica emolti e lunghi studi all'educazione delle masse,
per innestar loro quella idea di confederazione od unit ita
liana, ch' s bene incarnata negli abitanti dell' Italia set
tentrionale e centrale.
Mentre il fratello di Napoleone I, Giuseppe, e pi tardi
Murat divenne re della terraferma napoletana, i Borboni si
sostenevano coll'ajuto inglese nell'isola di Sicilia, la quale
nel 1812 ottenne uno statuto formato su quello dell'Inghil-
terra. Il Congresso di Vienna riuniva di nuovo dopo la caduta
- 92 -

di Murat l'isola colla terraferma sotto il governo borbonico.


Ferdinando I. (IV) prese da ci il motivo di dichiarare uno
Stato solo i due paesi congiunti per l'unione personale, e di
abolire i loro statuti. -

Quando l'armata napolitana nel 1820 ebbe proclamata


la costituzione spagnuola delle Cortes, l'Austria intervenne
e ristabil il governo assoluto dei Borboni.
I Borboni di Napoli svilupparono in s al massimogra
do tutt'i difetti della loro famiglia.
L'ambizione li condusse a disprezzare i diritti altrui;
essi non abborrirono dall'astuzia, dal tradimento, dalla ma
la fede e dalla crudelt, pur di conservare l'assolutismo nel
governo. Nel febbrajo 1848Ferdinando II trascinato dal movi
mento italiano promulgava di nuovouna costituzione e trova
va anche opportuno di ajutare colle sue truppe il re Carlo
Alberto nella guerra contro l'Austria. Ma il 15 maggio di
quell'anno egli rivoc nella terraferma la costituzione ap
poggiata specialmente sui reggimenti Svizzeri, dal 1825 in
gaggiati, ed ebbe uguale intenzione verso l'isola, che chie
deva la costituzione del 1812 dichiarando il re decaduto dal
trono. Coi reggimenti Svizzeri fu soppressa anche l'insurre
zione Siciliana del 1849. La costituzione del 1848 non fu
espressamente rivocata, ma ci non ostante il debole e di
spotico re Ferdinando II, coadjuvato dalla regina, gover
nava assolutamente. Alcuni del popolo lo chiamavano il
re Bomba.
Mentre nel tempo della guerra del 1859 la corte pale
sava grande desiderio di fare causa comune coll'Austria,
nelle persone pi colte della nazione si risvegli il pensiero
della liberazione d' Italia. Ma Ferdinando II era gi colpito
da quella terribile. malattia, che poi lo condusse al se
polcro.
Egli mor il 22 maggio. Gli succedeva suo figlio Fran
cesco II, debole di corpo e di spirito, educato da donne e dai
93

gesuiti, diretto come volevasi dalla vedova del defunto re e


dalla regina, principessa bavarese, che proteggeva gl'interes
si dell'Austria. Poco i popoli si aspettavano da questo giovi
netto: avveniva quindi il rarissimo caso che non si sperasse
nemmeno che il nuovo re fosse per dare salutari riforme. Fin
da primi giorni delsuo regnare ebbe questo infelice principe
da suoi avversari il nome di piccolo Bomba, o Bombicello.
Francesco II ommise quel che fanno gli altri tiranni,
cio di accaparrarsi l'attaccamento dell'armata per poter
all'uopo rivolgerla contro i sudditi. Coll'ammutinamento
dei reggimenti Svizzeri nel mese di luglio egli perdeva
questo ultimo appoggio. E nei reggimenti nazionali traspa
riva gi lo spirito nazionale italiano.
Le nuove delle battaglie di Magenta e di Solferino fu
rono accolte con giubilo tanto nel Napoletano quanto in Si
cilia, e la notizia della pace di Villafranca spargeva la pi
profonda costernazione negli animi dei Napoletani non me
no che in quelli di tutta l'Italia, tranne nella corte e nella
Polizia che potevasi chiamare l'unico appoggio divoto al
Governo Napoletano. Si consolarono ambidue sperando il
ritorno dell'antico regime.
Mentre nel Napoletano ed in Sicilia si raccoglievano
clandestinamente offerte per la soscrizione del milione dei
fucili da Garibaldi domandati, mentre nelle contrade delle
capitali di entrambi quei paesi si udivano le grida di viva
Vittorio Emanuele, mentre in tutto il regno si diramavano
a migliaia i ritratti di Agesilao Milano che tre anni prima
aveva attentato alla vita del Re, per lo contrario si anda
vano aumentando gli arresti, e la insolenza del governo
arriv nella Sicilia perfino al punto, da chiedere ai Comuni
un indirizzo nel quale si diffondeva essere la popolazione
molto contenta dell'attuale governo e non volere innova
zioni le quali a null'altro sono buone che a produrre movi
menti negli animi perversi.
94

Ci succedeva in seguito al desiderio qua e l espresso


di vedere proclamata una costituzione e unita tutta l' Italia.
Quest'indirizzo trov in tutta la Sicilia la pi forte op
posizione e la pi aperta resistenza, e mentre Francesco II
pensava al soccorso per l'afflitto papa, mentre egli con tutta
la forza armava ed aumentava l'esercito degli Abruzzi,
mentre ad onta della miseria del suo popolo sapeva sem
pre trovare denari per il santo padre, nella Sicilia la rivolu
zione gi alzava la testa ed il partito unitario pensava ora
mai al modo d'inviare, protetto dalla rivoluzione Siciliana, i
suoi volontari sul Napoletano.
Incominciava l'insurrezione in Bagheria presso Paler
mo e in Fivizzale.
I fratelli Mastricchi radunavano a Castel San Giovanni
il nucleo di quei volontari che pi tardi riuniti a Gibilrossa
coi Garibaldini contribuivano mirabilmente al successo del
l'impresa.
Verso la met del settembre scriveva Mazzini ad un
amico : Si pu far conto sulla rivoluzione in Sicilia. Se i
Siciliani la prometteranno, la faran certamente, bench
sotto le usuali loro condizioni. Se no, no: dunque me
D
stieri appoggiarli perch da essi si deve aspettare la re
denzione italiana.
La Polizia napoletana credette di poter sopprimere il
movimento coi consueti suoi mezzi. Era allora direttore
della Polizia in Palermo il gi noto Salvatore Maniscalco.
Di nascita Siciliano, entrava ancor giovine nella gendarmeria
napoletana, ove colle bassezze seppe acquistarsi la benevo
lenza di Del Carretto. Nel 1849 nominato venne capitano,
e soppressa la insurrezione fu mandato a Palermo da Filan
gieri in qualit d'intendente dell'armata. In questa nuova
sua carica egli ingerivasi continuamente negli affari della
Polizia civile, bench fosse preseduta da altro direttore.
La sua brutalit e ferocia contro gl' inermi gli guada
- 95

gnavano talmente il favore del governo che in fine gli fu


affidata anche la Polizia civile. Questo solo fatto, l'unione
cio della Polizia civile alla militare, prova in qual modo
fosse amministrata la Polizia della Sicilia. Maniscalco agen
do brutalmente ebbe in ricompensa l'odio dell'intiera po
polazione. -

Incominciata l'insurrezione, Maniscalco ordin agli


Intendenti di Messina e di Catania di chiamare in servigio le
cos dette compagnie d'armi, una specie di milizia di sicu
rezza contro i briganti. Le compagnie per ricusarono di
accorrere non volendo combattere i loro compatriotti in una
causa che stava per diventare comune. -

Maniscalco, che nel novembre assumeva eziandio le


funzioni dell'assente Tenente-Generale della Sicilia, non eb
be la forza materiale per costringere le compagnie reniten
ti ; ma si vendic colle pi turpi persecuzioni tanto a Paler
mo, quanto dovunque avesse potuto arrivare colla sua man0.
Essendo comparso un manifesto nella Gazzetta ufficiale del
regno, col quale si ammonivano gl'impiegati di ogni classe
alla stretta osservanza delle leggi, l'Intendente superiore
della Provincia di Catania interpellava il Tenente-Generale
se d'or innanzi avessero a cessare gli straordinari pieni
poteri degl'Intendenti; questi rispose, non dover l'Inten
dente superiore curarsi dei documenti che si pubblicano
nelle gazzette, ma bens eseguire gli ordini che direttamente
gli sarebbero pervenuti.
Il 29 novembre Maniscalco entrando nella cattedrale
per ascoltare la messa venne colpito dal pugnale di un uo
mo del volgo. La ferita non fu mortale, n pericolosa. Ma
il 30 novembre a Palermo si pubblic lo stato d'assedio.
L' inquieto movimento degli spiriti continuava tanto a
Napoli che in Sicilia, per non accadevano importanti av
venimenti.
Nata colla pace di Villafranca la speranza di un Con
96 -

gresso europeo ed avendo i popoli dell'Italia Centrale pub


blicato un Memorandum per provare essere cosa impossibi-
le, il ristabilire i principi spodestati, alcuni fuggiaschi delle
due Sicilie si misero essi pure a preparare un memoriale,
nel quale sostenevano essere impossibile che il Regno delle
due Sicilie entrasse nella Confederazione italiana se non fosse
prima cambiato l'intiero sistema del governo, giacch quei
paesi non possedevano un governo nel vero senso della pa
rola ma unicamente un regime rappresentato dalla Polizia.
Nel mese di gennajo comparve un manifesto, diramato
a migliaja d'esemplari, che eccitava il popolo della Sicilia
all' aperta insurrezione in nome dell'Italia e di Vittorio
Emanuele, come unico mezzo atto a produrre un cambia
mento della triste situazione, In esso dimostravasi che i Si
ciliani non potevano temere n l'intervento dell'Austria,
dopo che Cavour avea di nuovo assunto nel Piemonte il por
tafoglio, che Walewsky era stato allontanato dal ministero
francese e che l'Italia Centrale apertamente tendeva a con
giungersi col Piemonte; n i reggimenti Svizzeri come nel
1849, ch erano concordi tutte le classi della popolazione, e
non poteva sorgere una occasione pi favorevole per rag
giungere lo scopo.
Il 10 febbrajo i popoli delle due Sicilie indirizzavano a
tutte le potenze dell'Europa un memorandum nel quale espo
nendo i patimenti sofferti per dodici anni, chiedevano che
fosse riconosciuta la costituzione del 1848.
Quanto pi con questi scritti si diffondeva l'agitazione
nel paese, tanto pi s'aumentavano gli arresti fatti prin
cipalmente nel ceto delle persone civili. Centinaia di citta
dini furono arrestati e tradotti nelle carceri pel solo so
spetto che potessero macchinare qualche cosa contro il
governo.
Il malcontento si manifestava anche nell'armata degli
Abruzzi. Il Governo cercava gli uomini sospetti; 256 sotto
97

ufficiali e soldati furono arrestati ed in parte carcerati nel


castello diS. Elmo, in parte mandati nelle isole di Favi
gnana e Pantellaria, sulle coste occidentali della Sicilia.
. Con queste misure di severit il partito del re cre
dette di poter sopprimere il movimento, senza essere ob
bligato ad altri cambiamenti. Compiuta l'annessione della
Italia Centrale, pubblicate le proteste dell'Austria e dei du
chi spodestati ed ingaggiato dal Santo Padre il Lamoricire,
ravvivavansi le speranze della corte di Napoli per un inter
vento nell'Italia Centrale in unione coll'Austria, coi duchi
e col papa per ristabilirvi l'antico ordine dal quale dipen
deva l'ulteriore esistenza del Governo borbonico a Napoli.
Se questi atti di repressione rallentavano lo scoppiare
della rivoluzione, anzich affrettarlo, inasprivano per gli
animi, aumentavano il partito d'insurrezione e fecero s che
la rivoluzione, una volta scoppiata, prendesse sempre mag
gior terreno. -

Il Governo inglese e il francese dopo l'assunzione al tro


no di Francesco II, e principalmente dopo la pace di Villa
franca e lo scioglimento dei reggimenti Svizzeri, ripetute
volte fecero vedere la necessit di cambiare il sistema del
reggimento. Compiuta l'annessione dell'Italia Centrale, essi
raddoppiavano le loro rimostranze. L'inviato inglese Elliot
fece conoscere al Governo il pericolo che il minacciava per le
tendenze degl' Italiani verso l'unificazione dell'Italia, se
non avesse saputo a tempo guadagnarsi gli animi dei sudditi
con opportune concessioni e con una acconcia e giusta ap
plicazione delle leggi.
Nel medesimo modo parlava pure l'inviato francese
Brenier.
Napoleone, dopo aver acconsentito all'annessione della
Italia Centrale, ferm lo sguardo sul Napoletano come sopra
un nuovo punto d'appoggio per la sua politica italiana.
L'Inghilterra rimostrava seriamente, desiderando, forse
VoL. lI. - 7
98

per prevenire gl'intendimenti di Napoleone,di vedere conser


vata la quiete nel regno delle due Sicilie, od almeno rista
bilita prima di una generale rivoluzione. Ma senza dub
bio essa pensava ad applicare la unificazione italiana nel
Napoletano, decisa di favoreggiarla purch i Francesi non
vi avessero trovato motivo di una nuova occupazione nel
l' Italia.
La corte di Napoli con rammarico udiva le rimostran
ze del Governo francese ed inglese. Andava ripetutamen
te dicendo essere appunto quei Governi la colpa degli av
venimenti nell'Italia, dell'annessione dell'Italia Centrale,
della spoliazione del Papa ed in conseguenza anche del pe
ricolo se pericolo infatti esisteva che minacciava il Go
verno di Napoli. Essere intenzione del Governo di far uso
dei suoi mezzi per conservare il suo potere.
Sul principio del marzo veniva spedita dal Governo in
glese una squadra nella rada di Napoli, per dar forza alle
sue rimostranze, e mossane lagnanza dal re, gli si rispondeva
francamente, che pensasse il Governo di soddisfare alle giuste
domandedel popolo se non avesse voluto un cangiamento del
la dinastia. Francesco II voleva spedire i passaporti all'in
viato inglese, ma ne fu dissuaso dall'inviato francese Bre
nier. Alla squadra inglese ben presto ne teneva dietro una
francese. -

Intanto i capi dell'insurrezione siciliana preparavano


con grande accortezza sin dalla fine del gennajo ogni cosa
per farla riuscire; ai 4 aprile essa doveva scoppiare su tutta
l'isola. Palermo era incaricata di darne il segnale. Presa la
capitale, una parte degli insorgenti ne doveva rimanere a pre
sidio; il resto aveva a spargersi per tutta l'isola, per diffon
dere e giovare dappertutto la rivoluzione.
Avendo Vittorio Emanuele accettata l'annessione della
Italia Centrale, la popolazione di Messina e di Palermo fa
ceva festa con dimostrazioni nei teatri. Mazzi di fiori a tre
99

colori italiani fregiavano le sale e si gridava:Viva Verdi!


Viva Verdi
Da ci il nome di Vittorio Emanuele destava pi che
mai l'odio del Governo. Fin dal mese di dicembre 1859 lo
arcivescovo di Napoli, cardinale Riario, dichiarava sco
municati tutti quelli che avessero osato di mettere la mano
sul potere del Santo Padre, e dal pergamo il padre Giacinto
scagliava la scomunica a Vittorio Emanuele per aver rapito
la Romagna al pontefice.
Nelle dimostrazioni il partito del popolo con mazzi di
fiori a tre colori alludeva nel nome diVERDI a quello di Vit
torio Emanuele Re d'Italia, il proibito nome del loro futuro
re. Era abbastanza chiaro il senso di queste dimostrazioni.
Quale uomo poteva celebrare nella Sicilia l'annessione del
l'Italia Centrale, senza in pari tempo desiderare l'annes
sione della Sicilia al Piemonte?
Il Governo della Sicilia fece chiudere i teatri, ed infor
mato dell'agitazione segreta che preparava la generale sol
levazione dell'isola, intim la consegna delle armi.
In seguito di una tale intimazione il partito popolare in
Palermo una mattina fece trovare alquanti fucili nella Piazza
reale colla iscrizione: Ecco le armi: noi ne abbiamo ancora
abbastanza.
Un tale avvenimento destava per avventura qualche
riguardo verso il Governo di Napoli ed il partito della corte.
Unico a non prestarvi fede stato forse il Re. Difatti i
successivi avvenimenti, la noncuranza colla quale il Governo
trattava a principio le cose nella Sicilia, i diversi atti di
una non iscusabile pieghevolezza non si chiariscono se non
presumendo che dal lato del partito della corte non si ve
desse malvolentieri una sollevazione della Sicilia.
La regina madre, vedova del defunto re Ferdinando II,
vedeva di mal occhio suo figliastro Francesco II; ella avrebbe
preferito di porre il duca di Trani, suo primogenito, sul trono
100

di Napoli. Ma tanti interessi che s'incrocicchiavano ne impe


dirono l'effetto. Certo , che nel maggio e giugno 1839, dopo
la morte di Ferdinando II, si proclamava in diverse pro
vincie il duca di Trani re di Napoli. Essendo andato a vuoto
questo disegno, la regina poneva in opera ogni mezzo per
ispartire il regno, dando cio il trono della Sicilia al duca di
Trani, il rimanente della terraferma di Napoli all'attuale
Francesco II. Siffatta idea doveva cooperare al movimento
separatistico che gi si era manifestato nell'isola, anzi era in
dispensabile un tale movimento se mai quella idea avesse po
tuto verificarsi. E ci mostra apertamente come il partito
della corte in favore del duca di Trani non vedesse di mal
occhio l'agitazione nella Sicilia, ed anzi gli paresse del suo
interesse il proteggerla.
Siamo arrivati a quegli avvenimenti, che gettarono in
fiamme la Sicilia, ed in breve tempo sollevarono i Siciliani
condotti da Garibaldi ed assistiti dai suoi compagni, padroni
della loro sorte. Ci sembra opportuno di dare un breve pro
spetto dello stato geografico dell'isola. -
CAPITOLO VII.
L' I S0 L A D E L L A SI CI L I A.

La Sicilia la maggiore delle isole del Mediterraneo.


La sua ampiezza si estende a 498 leghe quadrate (7967 mi
glia quadrate italiane) e sopra di essa nel 1856 vivevano di
visi in 357 Comuni 2,321,020 abitanti.
La forma dell'isola triangolare con due piccole appen
dici quasi di ugual dimensione, l'una verso oriente e l'altra
verso oriente mezzogiorno.
A questa forma essa deve l'antico suo nome di Trina
cria o Triquetria ed il suo stemma che ricorda in pari tempo
la natura vulcanica del suolo ed il suo Etna detto il la
boratorio dei Ciclopi. Esso formato a guisa di circolo col
capo di Medusa nel centro e con tre piedi umani piegati al
COTSO. -

L'isola quasi totalmente coperta da montagne le quali


formano lo scheletro della speciale sua conformazione.
I tre promontori che compongono i tre angoli della stes
sa assumono per quasi generalmente i nomi di Capo Boeo
(Lilibeum), all'ovest presso Marsala, il Capo di Faro (Pelo
rus) a nord-est ed il Capo Passero o Passaro a sud-est.
La principale catena delle montagne corre da ponente
ad oriente lungo la costa settentrionale nella distanza di 2
a 2 1 2 leghe tedesche dal mare, cio da Trapani, ossia cal
colansi alcune diramazioni di minor conto dal Capo Boeo al
102

Capo di Faro. Ad ovest va formando frequenti burroni e


valli, mentre ad est procede quasi in linea retta.
Lungo la costa settentrionale sorgono piccoli promon
tori verso il mare. La pi lunga ed importante delle va
rie catene laterali che stendesi verso la costa meridionale
quella di Caltagirone la quale si dirama presso Gangi fra le
sorgenti del fiume Pollina che scorrono verso il nord, e
quelle del fiume Salso, aventi il corso verso il sud, e prose
gue verso l'est e l'ovest procedendo verso il sud-ovest fin
al Capo Passaro.
- Il villaggio di Gangi si pu considerare come centro
dell'accennato sistema di montagne, e le tre catene le quali
da questo luogo stendonsi verso i tre promontori di Faro,
di Passaro e di Boeo (o S. Vito), rappresentano molto bene i
tre raggi dello stemma Siciliano.Trasportandosipoi l'Etna a
Gangi si avrebbe anche la testa di Medusa.
Infatti il gruppo dell'Etna co' suoi 80 crateri giace in
vicinanza al mare e quasi nel mezzo della costa orientale,
separato affatto dalle montagne nettuniche e dalla catena del
Faro, indi dal fiume Cantara che mette nel mare al sud di
Taormina. Il Simeto colle sue sorgenti e co' suoi affluenti
scorrendo lungo l'ovest ed il nord-ovest dell'Etna, lo separa
dapprincipio dalla catena delle montagne del Faro e poi da
quella del Passaro.
L'unica grande pianura del paese, il piano di Catania
giace a mezzogiorno del Simeto tra le rive del Dittaino e
della Gurnalonga con dolce pendio fin al mare presso Augu
sta e Siracusa.
I fiumi sono piccoli e non navigabili, ed i pi grandi si
possono guadare anche allo sbocco nel mare senza bagnarsi
quasi nemmeno il ginocchio. Le pioggie dirotte lor cambiano
l'aspetto, ma per poco tempo.
Pochi sono pure i laghi. Il maggiore detto Biviere ossia
Lago di Lentini si trova nel piano di Catania, e gli altri di
103
minor conto trovansi parte nelle montagne del Capo Passaro
da Caltanisetta a Castrogiovanni, parte, al sud di Mazzara,
nell'estremo punto occidentale dell'isola.
I monti nettunici dell'isola, che s'elevano da 3000 a
6000 piedi sopra il livello del mare, sono continuazioni degli
Appennini della terraferma dai quali sembra essere stati stac
cati nei tempi rimoti per un fortissimo terremoto. La larghez
za del Faro che verso settentrione separa l'isola dalla terra
ferma, giunge dai 4,000 ai 5.000 passi. Nei tempi antichi
era minore, e gli abitanti di Scilla udivano il canto dei gal
li Siciliani.
. L'Etna si eleva oltre 10.000 piedi sopra il livello del
mare. In causa della selvatichezza delle montagne e dell'as-
soluta mancanza dei fiumi navigabili rendesi necessariamen
te molto impraticabile l'isola.
Fra tutti i dominatori che la possedettero, solamen
te, i Mori ed i Normanni cercarono di governarla ponendo
la lor sede nelle catene delle montagne. -

Gli anteriori e successivi reggitori tenevansi principal


mente alle coste, e formando il mare il pi comodo mezzo
di comunicazione, trascurarono le strade nell'interno del
paese
Le necessit della guerra fecero s che s'intraprendesse
qualche lavoro per favorirne la coltivazione, lavoro per del
momento, giacch di frequente si succedevano nuovi domina
tori i quali tutti, sino agli ultimi tempi,pensavano soltanto a
depredarlo piuttosto che a condurlo ad uno stato florido.
Perfino le linee del telegrafo, prima ottico, recentemente elet
trico, non corrono che lungo le coste: una sola diramazione
staccandosi da Girgenti per Caltanisetta, Piazza, Caltagirone
e ritornando a Terranuova di bel nuovo sul litorale, serviva
alle comunicazioni nell' interno dell'isola.
- La Sicilia molto fertile. Il sole ardente matura ab
bondante copia di frumento, permette la coltivazione della
104 -

canna di zucchero e del bambace; il suolo produce zafferano,


datteri, aranci, limoni, fichi, pistacchi ed uva eccellente.
Anticamente l'isola aveva il soprannome di granajo di
Roma. Prima della nascita di Cristo essa nutriva 12 milioni
di abitanti, al presente non ne conta che 2 milioni e un
quarto, e sotto la dominazione spagnuola, nel secolo decimo
sesto, ne noverava appena un mezzo milione.
Anche oggid la coltivazione del paese trascurata
limitandosi, tanto sulle coste , quanto nell'interno della
isola, alla pi immediata vicinanza delle citt. Nella distanza
di una lega appena, tutto cangia d'aspetto.
Tale trascuratezza da che cosa deriva? Dall'aria forse,
che per l'agglomeramento degli abitanti nelle citt meno
malsana? Dalla mancanza di boschi e di acqua? Non gi. La
coltivazione potrebbe riparare alla mancanza di legna e con
ci purificare eziandio l'aria febbrifera che sparirebbe dalle
contrade ora diserte. Bench la Sicilia, come abbiamo ac
cennato, non abbia fiumi navigabili, non manca per di
acqua. Le numerose sorgenti che scaturiscono dalle fendi
ture dei monti danno eccellente acqua bevibile non solo, ma
offrirebbero ancora mezzi pi che abbondanti per l'ir
rigamento dei campi. Ove mancano le sorgenti, suppli
sce una forte rugiada, ed i campi che situati in clima pi
settentrionale, sotto la sferza di questo sole ardente, sareb
bero ben presto ridotti in deserti, nella Sicilia si veggono
ogni mattina ringiovaniti e verdi come se fossero stati dili
gentissimamente innaffiati, non per dalla mano dell'uomo.
Iddio fece tutto per rendere la Sicilia un paradiso ter
restre, e se infatti non tale, ed anzi se parecchie contrade
ci mostrano il contrario, la colpa essenzialmente degli uo
mini. Ogni granello di frumento rende pi del centuplo an
che oggid, ad onta della trascurata coltivazione; ma chiedete
al rozzo villico od eziandio all'uomo colto, se conosce la
proporzione fra il seme e la messe e non sapr darvi rispo
105

sta. L'eccellente uva d un vino altrettanto eccellente, ma


quale vino ritrarrebbesi se si usasse maggiore coltura ! Pro
va ne sia il vino di Marsala coltivato da diverse case inglesi.
Paragonatelo col vino di Milazzo. Quale differenza non pas
sa tra essi? eppure hanno comune il suol, ma diversa n'
la coltura. -

Mancando ogn'industria, il commercio e l'agricoltura


non possono fiorire senza il reciproco appoggio. Ci poi ad
diventa impossibile, finch il paese non abbia vie transitabili.
La mancanza delle strade e delle comunicazioni accumula la
gente nelle citt, limita ed impedisce la coltivazione nell'in
terno dell'isola, la quale non essendo in grado di asportare
l'abbondanza dei suoi raccolti, non pu adoperarsi n allo
scambio n al miglioramento delle industrie nelle materie
prime.
A ci contribuisce l'ignoranza dei grandi proprietari e
l'assurdo sistema del Governo napoletano, che aumentava
le imposte in proporzione diretta dell'accrescimento della
produzine, senza dedicare alcuna parte delle rendite allo
incoraggiamento della stessa, e in tal maniera fece abbando
nare la coltivazione dell' isola.
Clero e nobilt erano fin negli ultimi tempi quasi i soli
proprietari di fondi, non essendo i contadini che fattori od
appaltatori. La rendita di 7,600 sacerdoti si calcolava a tre
milioni di ducati (press'a poco 14 milioni di franchi). I no
bili derivanti per la maggior parte dai Normanni, d'on
de le loro simpatie per gl' Inglesi, novera 61 duchi, 117
principi, 217 marchesi, oltre 1,000 baroni e 2000 gen
tiluomini. Essendo poi le famiglie molto numerose, ne
rislta un considerevole numero di individui. Esisteva ivi
fino al 1818 la successione a vita, per cui i beni dei no
bili non potevano n essere venduti n sequestrati da' cre
ditori. -

Il Governo napoletano che non a torto scorgeva nei no


- 106
bili l'appoggio principale della opposizione, soppresse questa
successione privilegiata: locch in qualche luogo, produsse
lo smembramento delle grandi propriet, per senza lasciare
durevoli traccie, poich questo smembramento potrebbe uni
camente conseguirsi se fossero ridotte le comunicazioni
interne ad una maggiore praticabilit.
Che cosa giovava al nuovo proprietario l'avere un pezzo
di terra senza comunicazioni col mondo, bench poche mi
glia distante dalla citt? Egli doveva preferire di ritornare
nei dintorni della citt ed ivi divenire schiavo o cliente
del suo debitore sulla propriet da costui conservata e che
unicamente dava prodotti. I nobili, col togliere loro la suc
cessione a vita, perdevano quasi tutto, e ritiraronsi perci nel
la citt, per occuparsi negli impieghi, nel commercio, e sola
mente in caso di bisogno, in qualche industria. Anche le pi
piccole citt della Sicilia formicolano di baroni e di marche
si. Quel nobile, che s'era salvato una propriet vistosa, cerca
va di tenerla unita, e di conservare tutt'i beni che passavano
unicamente nel figlio primogenito, mentre i cadetti o entra
vano nel clero o diventavano clienti nei grandi beni dei loro
fratelli maggiori, razza avida ed oziosa. Pochi gentiluomini
entravano nell'armata napoletana, specialmente, trattenuti
dal conoscersi insufficienti, e dalla pigrizia.
Il principale prodotto dell'isola lo zolfo. Si calcola a
venti milioni di franchi il valore dello zolfo esportato negli
ultimi anni, pi della met per senza esser daziato. Politi
camente l'isola divisa in sette provincie: Trapani, Girgenti,
Caltanisetta, Noto, Catania, Messina e Palermo.
Le citt principali sono: Palermo capitale con 184,541
abitanti; sulla costa orientale Messina con 95,822,Cata
nia con 56,515, Siracusa con 18,802 abitanti; nel mezzo
giorno Modica con 28,087, Girgenti con 18,828 abitanti, e
nella parte occidentale Marsala con 25,706 e Trapani con
27,286 abitanti. Ci riserviamo di dare una descrizione spe
107
ciale di queste citt quando esse entreranno nella nostra
storia. .
La maggior parte delle citt sono munite di merli e di
altre antiche fortificazioni, specialmente nell'interno del
paese, dove tuttavia sussistono molti castelli, essendo oltre
ci difese dalla loro posizione sulle alture.
Messina per l'unica fortezza, Palermo, possiede nu
merosi fortini principalmente dal lato di mare, Facciamo
oltracci cenno del forte di Favignana situato nell'isola
dello stesso nome, dove il Governo soleva tener prigionie
ri gran parte dei delinquenti politici e dei malfattori mi
litari.
Il Siciliano non propenso al regolare servizio milita
re; n il Governo napoletano ha osato mai d'introdurre la
coscrizione. Si ebbero nel servizio militare press'a poco
12.000 uomini tutti arruolati con caparra.
Del resto, il Siciliano, a qualunque classe appartenga,
di grande capacit ed intelligenza naturale a fronte di una
incredibile ignoranza. Si pu per massima fidarsi della sua
parola d'onore; ospitaliero fin all'eccesso ed in generale
possiede le virt dei selvaggi. .

I Siciliani sono legati fra loro da un'amicizia senza


limiti; nessun d'essi tradirebbe un suo compatriotta, se ne
eccettui i figli degenerati di questo paese, i quali nel servi
zio civile o militare napoletano appresero il tradimento.
Non sono vili, ma preferiscono di recar danno al nemico
senza esporsi al periglio. questa per una qualit comune
a tutti i soldati italiani in paragone degli abitanti del Nord.
Ci caratterizza l' Italiano in generale e dimostra essere in
lui maggiore intelligenza che non nel soldato dei paesi set
tentrionali. Questa differenza molto grande; laonde chi ha
sotto di s soldati di svariate nazioni, se dotato di uno
spirito sagacemente osservatore, pu facilmente avvertirla,
e regolare di conformit la loro disposizione di battaglia.
- 108 -

I generali del Nord ed anche i francesi tante volte eb


bero a dire: Gl'Italiani non si battono; ma sarebbe molto
pi giusto il dire: Gl'Italiani si battono in modo diverso dai
soldati delle altre nazioni.
La fantasia del Siciliano molto fervida, cosa comu
ne a tutti i popoli del mezzogiorno d' Europa, ma special
mente ad essa. Alla grande agilit del corpo unisc un ge
steggiare molto vivace, col quale accompagna le sue parole.
Laonde due Siciliani s'intendono a grande distanza
senza parlare. Questa continua inquietudine che sempre li
persegue ha in s qualche cosa di burlesco, specialmente per
chi sia avvezzato alla flemma degli abitanti del Nord, e tanto
pi se essi vestono l'uniforme militare ed hanno da fare un
qualche atto, p. e. un rapporto. La vivace fantasia trasmoda
nei Siciliani al pari che nei fanciulli spaventati. Un forte fuoco
del nemico lor sembra l'inferno, e la diserzione dei singoli di
staccamenti diventa facilmente generale. Un imponente avan
zarsi della cavalleria nemica intimorisce il Siciliano e, messo
agli avamposti, assai facile che si dia alla fuga massima
mente se debba stare molto tempo solo, credendo vedere
fantasmi.
A queste particolarit devesi aver riguardo dal gen
rale, non essendo tanto impossibili quanto a prima giunta
appajono, e far eseguire il servizio degli avamposti piutto
sto mediante frequenti pattuglie alle quali prefigger uno
scopo facile da raggiungere, in luogo di disporli in lunga ca
tena. - -

Considerate queste speciali particolarit del Siciliano e


vista la imalagevolezza delle vie nell'interno dell'isola, facile
il comprendere, che il Siciliano abbia imparato a considerare
e consideri tuttavia di sua propriet l'interno dell'isola, ce
dendo allo straniero le citt alle coste. Distaccamenti napo
letani mandati nell'interno ritornarono alle citt d'onde era
no partiti sempre senza aver raggiunto lo scopo ed in gran
- 109

parte decimati. I Siciliani conoscendo a fondo il loro paese


approfittano di ogni rocca, di ogni stretto passaggio, e nella
perfetta intelligenza fra loro di tutto ci che successo
uccidono il nemico senza esporsi ad alcun pericolo.
Qualunque Napoletano rimasto indietro dal suo cor
po d'armata perduto, se gli abitanti di quel paese ab
biano un interesse speciale di considerare come nemico il .
corpo al quale appartiene. evidente, come queste stesse
condizioni rechino grandissimi vantaggi ai corpi d'armata
delle truppe amiche. -

Questa osservazione non superflua, perch chiarisce


molti di quegli avvenimenti che abbiamo da raccontare,
senza dover gridare ad ogni pi sospinto al miracolo ed al
tradimento nelle file degli sconfitti. Una qualit comune a
quasi tutti gli abitanti delle contrade meridionali, e che
dobbiamo qui specialmente notare, il rilassamento, che di
tempo in tempo si palesa presso i Siciliani, principalmente
nelle prime ore del dopo pranzo, rendendoli quasi inabili ad
ogni occupazione razionale.
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CAPIToLo vIII.
sC0PPI0 DELL'INSURREZI0NE IN PALERM0
A DI 4 APRILE 1sso. ,

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Abbiamo gi detto che il partito dell'insurrezione si


ciliana fissava il 4 aprile come giorno in cui l'isola intiera
dovea insorgere al segnale del combattimento a Palermo.
Dal golfo sul quale situata la capitale dell'isola parte
il porto propriamente detto, nella direzione da nord a sud;
intorno ad esso fabbricata Palermo per modo che il centro
del porto viene a cadere nella esterna parte settentrionale del
la citt. Non cosa difficile di farsi un'idea chiara dei punti
principali della citt, e di ritenere nella memoria le diverse
situazioni.
A 1,300 passi circa dal centro del porto la piazza
dei quattro Cantoni. Qui s'incrocicchiano ad angolo retto le
due contrade principali della citt: la via Toledo ossia del
Cassero e la Via Macqueda ossia la contrada nuova.
La via Toledo della lunghezza di circa 3,400 passi e
corre da sud-ovest a nord-est in parte lungo il lato orientale
del porto, terminando dall'un lato colla Porta Felice e dal
lato opposto colla Porta nuova.
La via Macqueda ha la lunghezza di 2500 passi e ter

mina verso il nord-ovest alla Porta Macqueda, verso il


sud-est alla Porta S. Antonio.
La circonferenza della citt si ottiene quasi precisa
1 12 -

mente conducendo per le sovraccennate porte, parallele alle


contrade principali. -

La circonferenza della citt munita di antiche fortifi


cazioni consistenti in bastioni, i quali per sono molto im
perfetti. Oltre le porte principali ve ne hanno anche di se
condarie in ciascuna delle quattro divisioni principali.
Estesi sobborghi, ville e giardini circondano la citt
interna e rendono inutili le fortificazioni anche nei luoghi
ove tuttora sussistono. -

Al lato occidentale del porto trovasi la cittadella di Pa


lermo, Castellamare, un quadrangolo oblungo ed irregolare,
con un bastione di fianco verso la citt, dalla quale sepa
rata soltanto per un piccolo viale. Essa di poca importanza
militare perch dominata dalle colline del monte Pellegrino,
laonde non si potrebbe sostenere 48 ore contro un nemico
fornito di cannoni. -

Varie fortificazioni trovansi lungo la spiaggia tanto al


nord che al sud di Castellamare, la maggior parte per sono
batterie da costa.
Di tutte queste noi non accenniamo che il Castello del
Molo, il quale situato al centro da nord a sud e chiude
una parte del porto esterno verso il mare.
Il palazzo reale, vasto edificio, eretto sull'estrema
punta di Palermo, a mezzod della Porta nuova e della con
trada di Toledo, e guarda verso l'interno del paese.
Delle molte e non piccole piazze meritano menzione
specialmente la piazza Reale innanzi il Palazzo regio e la
piazza Marina presso alla porta S. Felice.
Gli edifizi sono di tutte le epoche e quindi variano di
stile, ma fra questi primeggia il moresco. Chi vede Palermo
colla sua vita pubblica, coi molti veroni, coi magnifici e
fiorenti giardini e con la verzura che la circonda e che sor
ge anche nel suo mezzo, con le sue vie secondarie ristret
te e sucide, crede avere dinanzi agli occhi una citt orien
113

tale malgrado il numero infinito di conventi e di chiese che


la gremiscono.
La citt circondata quasi da tutte le parti da colline.
Al nord della citt e del castello del Molo stendesi lungo la
costa fin al Capo Gallo, la catena del monte Pellegrino per
2000 piedi; verso ponente il monte Cuccio elevasi a pi di
3000 piedi. Questi due monti racchiudono forse il pi fertile
ed ubertoso terreno che si possa trovare in Europa, cio la co
s detta Conca d'oro, una valle lunga e ricca come gi l'accen
na il nome, messa a diligentissima coltura e traversata da
buone strade.
All' est ed al sud-est della citt stanno le collinette di
Misilmeri e del convento di Gibilrossa, quest'ultima sepa
rata dalla citt soltanto per mezzo del ruscello Oreto. Quan
to fin qui abbiamo detto baster per poterci orizzontare
sugli avvenimenti che verremo dapprima esponendo; in se
guito, quando parleremo dei fatti compiuti, avremo occa
sione di porgere ulteriori dilucidazioni.
Gl'insorgenti avevano scelto a quartier generale il con
vento dei Minori Osservanti detto della Gancia.
Quivi le adunanze dei capi, quivi i depositi d'armi e di
munizioni, quivi doveva radunarsi, nel 4 aprile, una parte
dei congiurati Palermitani e dei terrazzani chiamati al suo
no della campana a stormo. Da questo convento volevansi
attaccare le truppe regie acquartierate nel palazzo reale ed
in quello delle finanze. I capi degl'insorgenti erano persuasi
di potere fidarsi dei frati, ed in generale avevano ragione,
perch il basso clero, ed in ispecie i sacerdoti regolari, sen
tono assai la loro nazionalit Siciliana.
I sentimenti dei Palermitani non restarono un segreto
per i regi, i quali gi molte settimane prima del 4 aprile
conoscevano il pericolo, ma non lo credevano n s grande,
n s vicino. - -

Il generale Salzano, uno di quei tipi bizzarri che eran


VoL. Il. 8
- 114

rari nell'armata napoletana, fungeva da comandante militare


della provincia e della citt di Palermo.
Nato nel 1791, a 16 anni gi si trovava nelle bande di
Fra Diavolo, piuttosto ladro per natura che brigante.
Nel 1807 un distaccamento francese lo faceva prigio
niero, e veniva condannato a morte. Sua madre seppe ot
tenere per lui grazia da Giuseppe Bonaparte, ma venne in
corporato agli zappatori napoletani. In questo corpo Gio
vanni Salzano avanzava fino al grado di sottotenente. In tal
qualit andava nell'anno 1820 in Sicilia per sopprimervi sotto
il generale Pepe la rivoluzione. Anche essendo ufficiale non
avea dimenticato il ladrocinio. Egli rubava e rapiva terri
bilmente. Ci nullameno era carbonaro e partigiano della gio
vine Italia, locch non gli f danno nella campagna Siciliana.
Salzano fu nominato capitano. Dopo la ristorazione austriaca
per fu posto in disponibilit, non per le commesse ladro
nerie, ma pel suo colore politico. Del Carretto appena nomi
nato ministro della Polizia e generale della Gendarme
ria lo richiam al servizio in questo corpo. Ivi era al
suo posto. Meglio di ogni brigante, egli vi conosceva tutte le
loro furberie e sapeva tener loro fronte, ed ebbe tante volte
la fortuna, o la destrezza, di ridurli in suo potere. cosa
naturale, come avvenne difatti, che un uomo di tal capacit
dovesse arrivare ai posti pi elevati sotto un governo, il
quale in fin dei conti non era che un regime di Polizia
esteso in tutt'i rami dell'amministrazione. Egli avanzava,
bench dapprincipio a lenti passi, a maggiore dei gendarmi,
ed in tal qualit diede rifugio nelle Calabrie, ove era nel 1848
di guarnigione, ai briganti ai quali null'altro rimaneva da
fare che accordarsi col capo dei gendarmi, con quello cio
che doveva perseguitarli, e vendere a lui le loro mercanzie.
Essendo dopo l'anno 1848 il sistema della reazione nel
massimo fiore, egli saliva di grado in grado, e cos quest'in
dividuo, prima brigante, poi ladro, quindi fautore di furti ec.,
115 -

veniva nel 1860 nominato generale e comandante la citt e


la provincia di Palermo.
Da lungo tempo Salzano seguiva le macchinazioni dei
ribelli, ed in buon tempo fece dalle sue truppe occupare i
palazzi e le piazze principali.
Ebbero gran torto gl'insorgenti di fidarsi totalmente
dei frati del convento della Gancia. Mentre essi si raduna
vano nel convento, uno di loro, forse spinto da' rimorsi di
coscienza, recossi a Maniscalco verso la mattina del 4 aprile.
Questi istantaneamente si concert con Salzano; ambidue
quei degni colleghi si persuasero in breve essere mestieri
di prevenire gli insorgenti e di non lasciar loro il tempo di
svolgere le loro forze.
Le truppe ricevettero gli ordini relativi. Il 6 reggimento
di linea e le compagnie d'armi di Palermo con 4 cannoni
furono spediti contro il convento della Gancia. Il primo bat
taglione che appostavasi innanzi il convento, era comandato
dal maggiore Ferdinando Beneventano Bosco. Era questi
uno dei pochi Siciliani che occupavano un grado elevato
nell'armata napoletana. Egli passava per un liberale nel
senso Siciliano, cosicch gl'insorgenti credevano poter con
tare sopra di lui. Pochi giorni prima avea assistito ad un
pranzo dato in suo onore dai capi del partito rivoluzionario,
e pronunciato in tal occasione un brindisi a Vittorio Ema
nuele ed alla unit italiana.
Il convento circondato da tre parti da anguste stradic
ciuole; soltanto dal quarto lato, sul quale guarda la sua fac
ciata, havvi una contrada pi larga che conduce alla piazza
Marina.
Gli insorgenti in numero di 300 circa rinchiusi nel
convento sgomentaronsi alquanto vedendo chiudersi le vie
che lo attorniavano. Ben presto per li calmava la presenza
del maggiore Bosco, cui salutavano con clamorosi evviva:
ed egli rispondeva loro coll'intimazione di aprire le porte
116

e di atterrare le barricate che in fretta eransi costruite.


Non vedendosi obbedito, egli ordinava si facesse fuoco, cre
dendo con ci d'intimorire gli insorgenti. Questi per rispo
sero al fuoco. Bosco faceva occupare le case vicine dai ber
saglieri ordinando loro un fuoco vivo, e riuniva diverse com
pagnie per l'assalto. Ma i soldati napoletani non mostrarono
il necessario coraggio. Vigorosamente ricevuti dagl'insor
genti, essi davansi ad una disordinata fuga.
Mentre ci accadeva innanzi il convento della Gancia,
in vari punti della circonvallazione della citt altri distac
camenti di truppe regie battevansi con gl'insorgenti, accorsi
dalla campagna al suono della campana a stormo. Ben pre
sto i soldati rimasero vincitori, e gli insorgenti vedendosi
aspettati, credevano che un tradimento avesse palesato
ogni cosa, e disperando che si fosse provveduto alla riunione
delle masse riputarono miglior consiglio di ritornare nei
loro Comuni. Di eguale avviso furono gli insorgenti della
stessa Palermo non rinchiusi nel convento della Gancia, e
vedendo per ogni dove soldati che li aspettavano, presero
varie strade per disperdersi nella campagna.
Gl'insorgenti nel convento, incoraggiati dal buon esito
dell'assalto dei Napolitani che avevano respinto, decisero,
udendo lo scoppio di armi da fuoco in vari punti della citt,
di fare una sortita onde aprirsi un varco frammezzo alle
truppe di Bosco ed unirsi quindi alle schiere de'loro parti
giani tanto della citt quanto della campagna.
Essendo state ripetutamente respinte le truppe di Bo
Sco, la sortita ebbe luogo e gi se ne aspettava un buon
successo, quando arrivarono altre truppe napoletane fresche
sotto i comandi dei generali Sury e Wittembach.
Esse erano state mandate da Salzano il quale aveva a
vuta contezza del serio combattimento impegnatosi presso il
convento e che era persuaso essere totalmente soppressa
l'insurrezione negli altri punti della citt.
117

Sury e Wittembach obbligarono gl'insorgenti a rien


trare nel convento e diedero segno ad un terzo assalto dap
principio col medesimo risultato degli altri. Finalmente i
Napoletani si fecero innanzi coi cannoni e ruppero breccia
nel convento. I primi difendevansi tuttavia, ma la mancanza
di munizione indeboliva il loro fuoco, e in fine questo intie
ramente CeSSava.
I soldati napoletani condotti allora verso il convento
vi penetravano uccidendo quanti vi si trovavano, e dandosi
a saccheggiarlo. Durante il combattimento del 4 aprile le
truppe napoletane ebbero 11 morti e 35 feriti.
Molto maggiore fu la perdita sofferta dagl'insorgenti
che combattevano nel convento della Gancia. Pochi riusci
rono ad evadere per fortuna o per ispeciale audacia. Tutti gli
altri rimasero o morti o prigionieri.
CAPITOLO IX.

AVVENIMENTI IN PALERM0 E NEI DINTORNI


DAIL, A, APRILE SINO ALLA FINE DEL MIESE.

Dopo il combattimento del 4 aprile il generale Salzano,


assunto il potere civile nella citt col suo distretto, procla
mava immediatamente lo stato d'assedio. Chiunque fosse
colto a mano armata dovea essere giudicato da un Consiglio
di guerra, ed entro 24 ore si dovevano consegnare al co
mando militare tutte le armi non eccettuate quelle che i
possidenti tenevano con ispeciale permesso ; fu proibito
agli abitanti di fermarsi o di passeggiare anche soltanto a
due a due nelle strade, tanto di giorno, che di notte, e dopo
l'imbrunire chi si presentava sulla strada dovea essere mu
nito di fiaccola o di lanterna accesa. Nessun forestiere p0
teva essere ricevuto nelle case particolari senza uno speciale
assentimento.
Si proibiva il suonare delle campane e l'affiggere an
nunzi di qualunque specie sulle muraglie, e si ordinava che
i contravventori fossero condotti dinnanzi al Consiglio di
guerra. Le tipografie furono chiuse. In fine il Consiglio di
guerra del presidio fu dichiarato Consiglio di guerra perma
nente durante il tempo e le condizioni dello stato d'assedio.
Una quiete di morte regnava in Palermo, ma l'insurre
zione non era vinta, poich dalla citt si era ridotta nelle
campagne. -
120

Formavansi guerriglie intorno alla citt: alla Favorita,


a S. Lorenzo, a Baida, presso Monreale ed il Parco, presso
il convento di Gibilrossa ed a Bagheria dietro il ruscello
Ficarazzi. -

Queste schiere, d'accordo fra loro, cercavano ogni mez


zo di interrompere possibilmente le comunicazioni fra i
regi che trovavansi nella citt e quelli sparsi nelle campa
gne e d'inquietarli con piccole scaramucce senza entrare
in serii combattimenti, restando in continua comunicazione
con quelle citt nelle quali era scoppiata l'insurrezione vo
levano tenere a bada le truppe regie fino al momento pro
pizio per agire pi decisamente e con maggiore energia.
Salzano comprendeva benissimo che l'insurrezione, in
vece di essere vinta, non era che allontanata dalla citt. Ma
qual mezzo porre in opera se si sosteneva nella campagna?
Salzano poteva disporre di circa 6000 uomini. Se con que
sti volevasi andar incontro al nemico, gli era forza di ese
guire continue sortite or dall'una parte or dall'altra di Pa
lermo e ci non con tutto il presidio poich vi sarebbe stato
pericolo, che ritirate tutte le truppe dalla citt, questa di nuo
vo fosse insorta, ovvero che gl'insorgenti l'avessero assalito
per avventura dall'occidente o dal mezzogiorno, mentre si
tentava una sortita ad oriente. Era assolutamente necessario
un aumento di truppe per poter procedere offensivamente,
rimanendo tuttavia dubbiosa una completa vittoria sugli in
sorti: almeno per si avrebbe assicurato le spalle.
Salzano avea ancora a sua disposizione il telegrafo verso
Napoli; verso Messina si serviva del telegrafo ottico, da qui
a Reggio del sottomarino elettrico e da Reggio in poi col
comune elettrico terrestre. Con questo mezzo egli chiedeva
soccorsi, ma limitatamente: perch come avrebbe potuto
giustificare le sue pretese se d'altronde sentiva in s il bi
Sogno di magnificare le sue prestazioni pel ristabilimento
dell'ordine? Egli dovea assicurare che la tranquillit era
- 121 -

ripristinata e chiedere contemporaneamente rinforzi. Riu


sciva difficile di combinare siffatte contraddizioni: perci
egli con destrezza somma chiedeva specialmente artiglieria,
bench questa, come risulta evidentemente, non dovesse
giovargli gran fatto nel modo di guerreggiare ch'egli era
costretto di scegliere.
Come vedremo nel progresso di questa storia, il partito
della corte non s'illuse un istante sulla vera situazione.
Pochi giorni dopo il 4 aprile fu rotto il telegrafo sotto
marino fra Messina e Reggio e dai guerriglieri vennero at
terrati altri sette telegrafi ottici fra Palermo e Messina.
Ben presto le truppe regie s'infastidirono del pesante
servigio. Giorno per giorno v'erano scaramucce. Salzano
dopo i dispacci spediti a Napoli, non aveva il diritto di
aspettare. Ma egli era scarso d'intelletto e privo di quelle
qualit che formano un generale. Poliziotto di natura e di
mestiere egli giudicava qualsiasi misura militare sotto l'a
spetto di un gendarme o di un cadettuccio prussiano del 1848.
Nel 5 aprile un distaccamento di soldati regi munito
di cannoni assal i Porrazzi al sud di Palermo e vicino alla
Porta nuova. Era quivi nel 4 successo uno scontro fra le
regie truppe e gl'insorgenti che volevano entrare nella citt,
ma nel giorno 5 non v'era pi un sol uomo. I regi pur ne
menarono gran vanto come se avessero combattuto contro
un' intera armata, e non ci desterebbe sorpresa se udissimo
dire che si profusero molte decorazioni in seguito alla batta
glia dei Porrazzi. Con questo metodo i soldati dell'eroico Re
di Gaeta solevano guadagnare le loro vittorie a buon prezzo.
In tale incontro i regi assassinavano fanciulli e donne
abbandonate, violandole in prima se ne valevano la pena.
Nel 6 aprile ebbe luogo un'eguale battaglia presso
Baja. Tutto il giorno parecchi battaglioni battevansi con 50
insorgenti alla distanza di un tiro di cannone. Naturalmen
te non vi furono n morti n feriti.
- 122 -

I Napoletani hanno speciale fiducia e timore dei fucili


a grande portata quali si usano in.alcune armate moderne.
Annoiati in fine gl' insorti e rimasti senza munizioni, ritira
ronsi sul monte Cuccio. -

Le truppe regie saccheggiarono dopo ci il convento


di Baida, accusando i frati di aver assistito e protetto gli
insorgenti, locch poteva ben essere vero, imperocch i sa
cerdoti regolari Siciliani in generale parteggiano pel popolo.
Altre scaramucce ebbero luogo presso Monreale nel 7
aprile.
Il generale Sury dovette marciare con un battaglione
verso Bagheria, per impedire agl' insorti quivi riuniti di
correre in ajuto di quelli del monte Cuccio e di Monreale.
Il forte numero d'insorgenti col radunato si disperse nelle
case e dietro le siepi impegnando coi regii un combattimen
to, che ebbe grande rassomiglianza con quello di Lexington.
Sury dovette ritirarsi chiedendo rinforzi.
Infatti nel giorno 8 aprile parecchi battaglioni sortirono
da Palermo, ma essi pure non ebbero lieta sorte.
Gli ufficiali si comportarono in tal occasione con s poco
coraggio che emularono gl' Inglesi a Lexington. Ad ogni
singolo colpo di fucile sparato da una casa o da una siepe ri
spondevano con iscariche d'interi distaccamenti; finalmente
i regi, ben si accorgendo della propria impotenza, ritiraronsi
incendiando e saccheggiando, per calmare la loro ira, le case
deserte che trovarono lungo la strada.
Gli insorgenti, incoraggiati da questo successo, si avan
zarono nel giorno successivo 9 aprile sulla costa nord-ovest,
sino a 3000 passi circa da Palermo. Quivi incontrarono un
appostamento di truppe regie colle quali impegnarono una
viva lotta con s buon esito, che questi dovettero chiama
re in loro soccorso una fregata a vapore che trovavasi in
crociera nelle acque di Palermo. Essa infatti avvicinatasi
prese parte al combattimento.
123 -

Frattanto eransi prese le misure per procedere energica


mente nel medesimo tempo contro le schiere degl'insorgenti
del monte Pellegrino e del monte Cuccio. Nello stesso giorno
si posero in marcia due colonne, l'una direttamente verso
S. Lorenzo, l'altra recavasi dapprima mediante i piroscafi
sino a Mondello e di qui avanzavasi anche essa verso San
LOrenzO. -

Gl'insorgenti del monte Pellegrino e di San Lorenzo riti


ravansi un po'al sud sul monte Cuccio senza impugnar quasi
le armi. Soltanto qua e l si sparava dalle case qualche fuci
le. I regii approfittando di questo, saccheggiarono totalmen
te le ville e le cascine nella parte settentrionale della Conca
d'oro, e dopo ci vi appiccarono il fuoco. Il borgo di S. Lo
renzo fu quasi intieramente distrutto. Questo fatto venne
dapprima dai regi celebrato come una grande vittoria.
Nel giorno 11 le loro colonne riunite avanzarono verso
Baida e quivi si venne alle armi ; gl'insorgenti ripiegarono
verso Monreale, dove di nuovo opposero resistenza. Nel
giorno dopo (12) il combattimento prese un aspetto serio, e
gl'insorti rimasero completamente sconfitti, accusando es
sere stati causa della loro disfatta gli abitanti reazionari di
Monreale che avevano fatto fuoco sopra di essi.
Gli abitanti di Palermo, oppressi dal peso dello stato di
assedio, non davano segno di vita. Le voci le pi bizzarre
correvano per la citt. Non ci vogliono parole al Siciliano
per farsi intendere, egli ha i gesti.
Proibita l'unione nelle strade, dalle finestre e dai bal
coni, si parlava colle mani e coi piedi. naturale che tale
linguaggio ammette pi larghe interpretazioni, che non la
viva voce. Esso favorisce l'esagerazione e la trasformazione
delle notizie trasmesse per tal modo, e crea le pi strava-
ganti novelle. -

La pi importante di queste era che si fossero unite ai


vari appostamenti di guerriglie numerose schiere di ter
- 124 -

razzani per combattere quanto prima i regi e cacciarli dalla


citt. Appena sentivansi colpi di cannone e di moschetto, e
non vi fu economia di polvere nelle diverse scaramucce,
delle quali non abbiam accennato che le principali. I Paler
mitani gi speravano la riunione e quindi l'arrivo delle
schiere amiche per liberare la capitale.
Dal 7 aprile in poi Salzano avea ricevuto considerevoli
rinforzi. Ogni giorno arrivavano truppe da Napoli, e ben
presto il generale poteva disporre di altri 13,000 uomini.
Ma anche questo numero non bastava, dappoich doveva
tenere in freno una citt grande e popolatissima ed in pari
tempo resistere agli insorgenti che da ogni parte accor
revano, mostrandosi or qua or l senza venire a decisiva
battaglia.
Perci Salzano studiava altre vie per assicurarsi della
citt. Con ripetuti proclami egli encomiava il lodevole con
tegno dei Palermitani durante le perturbazioni provocate
da alcune centinaia di ladri e di ribelli : e bench non po
tesse levare lo stato d'assedio prometteva le maggiori facili
tazioni ed invitava la popolazione a ritornare al lavoro ed i
negozianti ad aprire i loro studi e i loro spacci.
Il bullettino che si pubblicava dopo ogni scaramuccia
annunziava che i ribelli erano ormai completamentedistrutti.
I Palermitani non vi credevano, ed era infatti difficile
prestar fede a queste menzognere assicurazioni; d'altronde
non volevano nemmeno che si spargesse la voce che essi
non avessero preso parte all'insurrezione e solo bramassero
l'ordine e la tranquillit nei sensi dei proclami di Salzano,
dividendo seco lui le opinioni del diritto e dello scopo de
gli insorti. Lo stesso Salzano avea contraria opinione, e ben
lo mostravano chiaramente i continui arresti di cittadini
Palermitani.
Nel giorno 13 aprile radunavansi nelle strade tutti gli
abitanti di Palermo, e le donne affacciavansi sui balconi ed
125

alle finestre, e numerose grida di viva Vittorio Emanuele


viva l'Italia, abbasso la Polizia, protestavano contro l'accu
sa, che la capitale non partecipasse all'insurrezione. .
Ad onta dello stato d'assedio, questa dimostrazione non
fu da Salzano impedita. Egli avea gi in mente d'intimo
rire i Palermitani in altra maniera, cio colle esecuzioni.
Per decisione del supremo Consiglio di guerra, tenuto nel
12 aprile, si consegnarono ad un giudizio di guerra 13 uo
mini che dal 4 al 12 aprile stesso erano stati colti armata
IlaIO.

Alle ore 8 antimeridiane del 13 aprile radunatosi il


Consiglio di guerra condannava a morte i 13 accusati, ben
ch quattro di essi non fossero rei convinti dell'accusa, e ri
manesse pi che dubbio se essi avessero nemmeno preso
parte all'insurrezione. ll maggiore degli accusati contava 58,
il minore 22 anni. La sentenza fu pubblicata nella mattina
del 14 aprile ed eseguita alle quattro ore pomeridiane. Spa
vento e lutto regnavano in Palermo. -

. Il giorno susseguente gran parte del presidio marciava


verso l'est, affine di liberare due compagnie di regi che
avanzandosi di troppoverso Bagheria si erano lasciate rin
chiudere dagli insorgenti in alcune case. I regi erano divisi
in tre colonne.
ll centro, comandato da Sury, marciava direttamente
verso Bagheria, l'ala sinistra sotto il colonnello Polizzi alla
volta di Ficarazzi, l'ala destra sotto il generale Cataldo a
Misilmeri. Lo scopo delle due ale era anzitutto di coprire i
fianchi alla colonna del generale Sury che credevasi impe-
gnasse la lotta cogli insorti tagliando poi loro la ritirata.
Come di solito, questo complicato disegno non riusc.
Sury ingaggiava troppo presto la battaglia, e gli insorgenti,
avuta notizia delle altre due colonne e del loro scopo, si ri
tirarono nelle montagne meridionali , senza punto impe
gnarsi in una lotta seria. I Napoletani liberarono bens le
126

due compagnie, ma perdettero gran numero di soldati e spe


cialmente i feriti che rimasti nelle cascine furono poi presi
dagli insorgenti.
Nello stesso giorno numerose pattuglie di regi si erano
avanzate fino a S. Giuseppe li Mortilli e verso Carini sul
monte Cuccio sostenendo parecchie scaramucce.
La pattuglia rec la notizia da Carini che quel luogo
era occupato da una forte schiera d'insorgenti, a quanto
pareva, ben organizzati. Difatti in numero di 1,600 occupa
vano Carini, per senza un comandante che fosse univer
salmente riconosciuto. I condottieri delle singole squadre
agivano a loro capriccio, e difficilmente andavano pienamen
te d' accordo. -

Non senza fondamento si immaginava Salzano di poter


qui eseguire un colpo di mano tale da spaventare gli abi
tanti della Sicilia. Da una parte non pareva cosa difficile
di circondare il luogo e di spingere gl'insorgenti verso la
costa, dove essi dovevano rendersi prigionieri, e dall' al
tra la distruzione di un s forte corpo ingrandita nei bol
lettini non poteva rimanere senza una vivissima impressione
nei cuori dei Palermitani, specialmente se si fossero mo
strati loro i prigionieri. Fu fissato il 18 aprile pel giorno
di questa spedizione. Tutto poteva riescire secondo i deside
ri di Salzano, ma il piano d'attacco troppo complicato ro
vin ogni cosa. -

Tre colonne erano destinate verso Carini come gi nel


l'anteriore scontro verso Bagheria. Quella dell'ala destra con
1000 uomini sotto Wittembach pass per mare il capo Gallo,
sbarcando presso Capaccio per proseguire la strada verso
Carini. La colonna principale con 2000 uomini sotto il gene
rale Cataldo, marciava alla volta di Carini toccando Baida.
La terza con 1,200 uomini comandata da Bosco aveva l'inca
rico di attaccare da Monreale il fianco destro degli insor
genti, e di impedire loro la ritirata nell'interno dell'isola.
127

Gli abitanti della ricca citt di Carini, e dei suoi fertili


dintorni, resi accorti dell'avvicinarsi della colonna capitana
ta da Wittembach, implorarono che i capi degl'insorti abban
donassero la citt che sarebbe stata senza dubbio preda al
saccheggio ed alle fiamme se fosse stata scelta a campo di
battaglia. -

I capi non furono d'accordo su questo punto: 500 uo


mini occuparono la strada da Carini verso Capaccio per ri
cevere la colonna di Wittembach, i rimanenti 1100 circa
stimarono meglio di ritirarsi verso Partinico.
L'avanguardia di Wittembach trascuratamente avan
zandosi fu ad un tratto accolta dal micidiale fuoco di quei
500, che preso posto nelle case e dietro le siepi la mettevano
in fuga ed in completo disordine. Intanto arrivava il Wit
tembach in persona col grosso del suo corpo. Gl'insorgenti
incoraggiati dal buon successo abbandonarono i loro nascon
digli, si ordinarono in battaglia per misurarsi coi regi in
aperta lotta. Essi batteronsi col massimo valore per molto
tempo non retrocedendo verso Carini che passo a passo. Al
lora e quasi contemporaneamente si presentarono sulle al
ture di Torretta e di Monte Lepre guardanti la citt le due
colonne di Cataldo e di Bosco. -

I cinquecento vedevansi perduti se non avessero ricorso


ad una pronta ritirata. Essi gettaronsi in Carini, che per
trovarono occupata da Cataldo. -

Nelle strade di Carini si accese una lotta sanguinosa


sostenuta col pugnale da chi era privo di baionetta o di
moschetto. Gl'insorgenti oramai miravano soltanto a giun
gere per Giardinello a Partinico, onde congiungersi a quei
1100 uomini ch aveano preso quella direzione.
Fra Carini e Giardinello avevano sentito il romore Ognor
pi vicino della battaglia ed i pi valorosi ritornarono a Ca
rini per prestar ajuto ai loro compagni. Vi arrivarono nel
momento pi formidabile della pugna, e tosto attaccate a
128 -

tergo le truppe di Cataldo le respinsero, facilitando cos la


fuga verso Partinico al resto dei 500.
La lotta pi accanita ed in pari tempo pi valorosa
mente combattuta finora fu questa. Gl'insorgenti ebbero
250 fra morti e gravemente feriti, i regi ne perdettero oltre
a 300, tra i quali 20 ufficiali.
I regi, senza curarsi d'inseguire i fuggitivi, abbandona
ronsi ad ogni misfatto. I feriti e gli inermi vennero uccisi
senza compassione; la citt venne saccheggiata, violate le
donne e ridotto in frantumi tutto quel che non si poteva
asportare, e poi, secondo il solito, appiccato il fuoco.
Salzano ed i generali napoletani che speravano con
questo colpo di aver annientate tutte le speranze dei Sicilia
ni, ebbero risultamento al tutto diverso.
Il partito d'insurrezione con proclami diramati pure in
Palermo celebrava la vittoria di Carini riportata dai Sicilia
ni sui regi, ed i soldati cos perdevano ogni speranza nel
trionfo della causa del loro re.
Essi dovevano marciare ogni giorno; si diceva loro che
i nemici erano annientati, mentre ogni giorno ne sorge
vano di nuovi a smentire i bollettini dei loro generali. Su
perstiziosi per natura, credevansi attorniati dagli spiriti in
vincibili, assoluti padroni dell'isola. Gi battaglioni e intere
compagnie si rifiutarono al servizio. Non meglio disposte
erano le truppe straniere. Fame e sete divennero insoppor
tabili; disperavano di un prossimo fine, unicamente possibile
ad ottenere con veri successi.
Salzano montava sulle furie e vendicavasi eseguendo ar
resti in Palermo, e perseguitando i fuggitivi perfino nei na
vigli delle nazioni straniere. Non trovando in questi quella
assistenza che avrebbe potuto attendere a salvaguardia del
vessillo nazionale, egli minacciava di bombardare la citt
da Castellamare e appostava contro di essa i suoi cannoni.
Numerosi feriti furono trasportati a Napoli per la via
129

di mare onde sottrarli agli occhi dei Palermitani, senza ri


flettere se o no il loro stato avesse consentito un tale viaggio.
La Francia, l'Inghilterra e la Sardegna che le tante
volte protestarono contro il reggimento politico dei Borboni
a Napoli, spedivano bastimenti al porto di Palermo per
proteggere i loro sudditi. Era cosa ben certa che tale prote
zione si sarebbe estesa anche sui Palermitani, i quali con
grande giubilo accolsero le squadre intanto che Salzano e
Maniscalco fremevano di rabbia.
Tale era la situazione della capitale Siciliana e de'suoi
dintorni verso la fine d'aprile. mestieri ora di volger
l'occhio agli avvenimenti contemporanei che succedevano
nelle altre parti principali dell'isola.

VoI, II, 9
CAPITOLO X.

AVVENIMENTI DI MESSINA DURANTE


IL, MIESE D' APRILE 1860.

La costa orientale della Sicilia a dieciotto mila passi al


sud del Capo Faro forma una baja singolare. Verso il mare
dessa chiusa da una lingua di terra, che partendo dal sud
prima si dirige verso il nord-est, poi svolgesi dall'est allo
ovest. Questa lingua di terra, in forma di mannaja, chiude
colla costa ricurva l'eccellente porto di Messina, il quale
lungo dal nord al sud di 1400 passi sopra 1700 di lar
ghezza dall'est all' ovest.
Lungo la costa a settentrione della detta lingua di ter
ra giace la citt di Messina, elevandosi a modo d'anfiteatro
sui pendii della catena nettunica che corre rasente la costa.
Venendo dalla costa settentrionale mestieri di passare la
catena principale per giungere a Messina o di fare un giro
passando per la sabbiosa strada di Torre del Faro. Dall'alto
della catena la magnifica citt si presenta allo sguardo
molto tempo prima che si possa arrivarvi per i tortuo
si sentieri spesso gradini da'quali cinta. Messina venne
distrutta nel 1783 da un terremoto, poscia rifabbricata con
istrade per la massima parte spaziose ed ottimamente lastri
cate. Essa circondata per da una irregolare fortificazione.
I due forti Gonzaga e Castelluccio dovrebbero difendere la
citt dal lato occidentale, ma dominati essi pure dalle alture,
le sono pi di danno che di profitto.
132 -

Molto pi atta ad una difesa la cittadella, la cos


detta fortezza, fabbricata nel 1647 dall'ingegnere olandese
Nrnbergsotto Carlo II. quasi un regolare pentagono ca
pace di contenere esattamente 4000 uomini e 300 cannoni.
Situata nell'origine della lingua diterra essa domina la mag
gior parte della citt. Tra la cittadella e la parte meridionale
della citt, nell'interno delle fortificazioni che correndo lun
go il mare si uniscono di nuovo alla cittadella medesima,
"havvi una grande spianata detta il Piano di Terranuova.
Sulla punta della lingua trovasi l' oblungo forte Salva
tore, che difende l'entrata del porto, larga appena 650 passi
tra il forte e la citt.
Tra il forte Salvatore e la cittadella sta il Faro nuovo
(la lanterna grande) circondato da diversi bastioni. Di l
vicino all'estrema spiaggia, alla met circa della lingua di
terra, vedesi il braccio di San Ranieri ed il vortice di Cariddi
tuttavia pericoloso e pi del vortic di Scilla che per la sua
forma viene ora chiamato Calofaru; cio Garofano.
Le strade principali corrono rasente la costa, e sono
intitolate la Marina ed il Corso.
Al primo scoppio dell'insurrezione di Palermo ilpartito
rivoluzionario corse alle armi.
Tutto per finiva con alcuni scontri insignificanti.
Sparsasi la notizia dell'esito della lotta presso il convento
della Gancia, i capi del partito ammonivano essi stessi gli
abitanti a rimanersi tranquilli nella citt ed a recarsi invece
nelle montagne con tutte le armi che potessero avere per ini
ziare quel medesimo modo di guerreggiare che veniva posto
in opera con tanto buon esito dagli insorgenti di Palermo
Egli era un grave errore per parte degli insorti il vo
ler impadronirsi ad ogni costo delle grandi citt. Da princi
pio, finch vi sono ancora truppe ben regolate da combat
tere, non si dovrebbe mai pensare a tali tentativi. E i Sici
liani n'ebbero pruove negli anni 1848 e 1849 le quali non fu
- 133 -

rono ancora dimenticate dagli uomini che vi presero allora


parte, e ai quali la giovent di Messina prestava piena obbi
dienza. -

Nell'8aprile parecchie schiere di giovani armati ab


bandonarono la citt per recarsi nelle montagne.
La Polizia, accortasi di taleintenzione,volendo opporvi
si, assistita dal militare, entr in combattimento con essi,
ma le furono avvisaglie di poco momento.
Il maresciallo di campo Pasquale Russo era coman
dante della citt e della provincia di Messina. Egli prese mo
tivo dagli avvenimenti dell'8 aprile per proclamare lo stato
d'assedio nella citt e nei sobborghi e per chiedere la con
segna delle armi, minacciando di bombardare la cittadella
se avesse mancato all'ubbidienza.
vero che l'emigrazione dei giovani cittadini crebbe
dopo il giorno 8 aprile, e che anche coloro che non avevano
punto desiderio di entrare nelle schiere dei guerriglieri,
spaventati dal minacciato bombardamento, abbandonavano la
citt non porgendo ascolto alle amichevoli ammonizioni del
generale Russo; vero del pari che le pattuglie e le guardie
delle porte di notte tempo furono ripetutamente aggredite
da queste schiere armate; ma di tutto ci la citt non s'accor
geva quasi nulla. Essa era quieta, bench fossero chiuse gran
parte delle botteghe e delle fucine; la sola inquietudine de
rivava dal modo col quale il vecchio generale voleva eseguito
lo stato d'assedio. Continue pattuglie giravano per la citt,
arrestando coloro che fossero assembrati in tre sulle vie, ed
anche coloro che passeggiavano soli, ma che all'aspetto po
tessero loro destar sospetto.
Le pattuglie prese dallo spauracchio di vedere spiriti di
trapassati venivano pi volte alle mani fra loro facendosi fuo
co addosso, e perturbavano cos tutta la citt con uno strepito
di inferno. I soldati ubbriachi tiravano anche verso i balconi e
dovunque mostravasi una testa umana.
- 134 -

Quantunque gli abitanti della citt, in gran parte nego


zianti, non avessero la minima colpa in questi disordini, ci
non ostante chi poteva viver sicuro non venisse in capo al
Russo di prenderne motivo per bombardare la fiorente citt
e per distruggerla pi di quello avesse fatto il terremoto
del 1783?
Tali pensieri molestavano non solo i molti forestieri
domiciliati in Messina, ma perfino il marchese Artale, inten
dente della provincia, il quale trovava sciocco ed assurdo un
tal metodo introdotto dal generale, ed atto a provocare
disordini che assolutamente dovevano recar onta al gover
no napoletano, e chiedeva al generale di astenersi da queste
azioni; anzi, non contento di ci, contemporaneamente spe
diva un rapporto speciale a Napoli. Tal cosa gli procur l'im
mediato richiamo, ed appena messo pi a terra in Napoli,
Venne arreStatO.
I forestieri domiciliati in Messina, o quivi soltanto tem
poraneamente dimoranti per motivo di affari interessarono i
propri consoli di pensare alla loro sicurezza. I consoli lo ten
tarono e per primo l'Inglese si adoperato di entrare in trat
tative pacifiche col generale, ma riuscendo queste inutili
perch, dopo dieci minuti, dimentico delle fatte promesse,
minacciava di mettere ogni cosa a ferro e a sacco alla prima
schioppettata che si fosse tirata contro le regie truppe, nel
13 aprile gli presentarono una petizione nella quale chiede
vano loro desse in iscritto le promesse da lui verbalmente
fatte. -

Chiedevano specialmente fosse proibito ai soldati di


violare il domicilio entrando arbitrariamente nelle case par
ticolari, avesse termine il continuo sparare dei cannoni
dalla cittadella e dei fucili nelle strade, quindi che il gene
rale procedesse in altra guisa contro le schiere che qualche
volta apparivano alle porte inquietando il presidio, e non
isturbasse continuamente la citt.
- 135

Russo, rifiutatosi a tali proposizioni, disse, ed aveva ra


gione di dirlo ma non agiva in relazione di questo principio,
dover egli far dipendere le sue operazioni dalle circostanze,
ed essere primo suo dovere di conservare Messina al re di
Napoli.
A siffatta risposta i consoli abbandonavano la citt per
trasferirsi sui bastimenti delle loro nazioni, seguiti dalla
massima parte dei forestieri che ancora si trovavano in citt.
Il console inglese aveva chiamato gi da diversi giorni alcuni
bastimenti inglesi da Malta. Tutt'i forestieri, consoli e sem
plici borghesi misero le loro case abbandonate sotto la sal
vaguardia dei colori nazionali, favore negato da Russo ai
sudditi Sardi. Come mai potrebbero essi pretendere questo
favore (rispose interpellato) se tutto il mondo sa, che le
disgrazie, che piovono sulla Sicilia, derivano dal governo Sar
do e dalla perfida sua bandiera che dovrebbe adesso proteg
gere i loro averi? Perci fu negato ai sudditi Sardi di segnare
le loro abitazioni come propriet Sarda, ma solamente venne
loro concesso di scrivere sulle porte : Propriet straniera.
Del resto, Russo e Salzano rassomigliavansi nelle loro
operazioni. Continuamente succedevano arresti, ed appena
giunti i rinforzi dalla terraferma, questi dovettero sortire in
due colonne ed operare l'una contro Gesso e Milazzo, l'al
tra contro Catania e l'Etna. Ci limiteremo ad accennare che
le persecuzioni degli insorgenti di Messina ebbero un ri
sultato ancora minore di quelle di Palermo.
Ci resta di mostrare come l'insurrezione, non limitan
dosi nel mese d'aprile ai soli dintorni di Palermo e di Mes
sina, siasi estesa all'isola intiera. Ci mestieri, per rag
giungere tale scopo, di volgere uno sguardo agli altri cen
tri principali di comunicazione e di civilt dopo Palermo e
Messina.
CAPITOLO) XI,

LA RIVOLUZIONE NELLA SICILIA FUORI


DI PALERM0 E DI MESSINA
DURANTE IL, MIESE D'APRILE.

Trapani, l'antico Drepanon, con un porto eccellente


difeso dal forte Colombara, giace alle falde del monte di
San Giuliano, gi monte Erice. -----

La prima notizia degli avvenimenti del 4 aprile giunt


da Palermo come una vittoria del partito del popolo, vi pro
dusse un immenso commovimento, e la popolazione affollan
dosi sulle piazze inalberava la bandiera tricolore. L'intendente
della provincia, marchese Stazzone, si present come me
diatore tra il popolo ed il presidio, che consistendo in due
deboli battaglioni comandati dal colonnello Jauch, si ritir
nelle caserme al di fuori della citt. Lo seguirono i nume
rosi agenti di Polizia. I cittadini poscia chiedevano il per
messo di organizzare la guardia nazionale.
Stazzone acconsent, ed essa venne organizzata da dieci
dei pi accreditati cittadini. La stessa sera Trapani era illu
minata a festa. Non abituati a respirare l'aure di libert e
per una s facile vittoria gli animi si riscaldarono. I giovani
pretendevano attaccar le truppe e forzarle a cedere le armi.
Colle sue parole Stazzone lo imped. Incominciarono ben
tosto i lavori rivoluzionari che in generale a nulla riescono
se non si possa operare militarmente.
Ebbero luogo anche qui elezioni di comitati, ovazioni
- 138 -

del popolo, illuminazioni ed altro. La popolazione, sperando


nella vittoria ottenuta, si abbandonava alla inebriante idea
della libert.
Riuscite senza risultato le lotte nelle vicinanze di Pa
lermo, ed essendosi le truppe mostrate di mal umore, per
ch pi non si combatteva, attendendo le schiere dei guerri
glieri un soccorso dall'estero, i capi dei regi in Palermo con
vennero di mandare altrove una parte del presidio, credendo
di poter essere abbastanza sicuri della capitale, e tenendo
occupati i soldati, di poter con qualche vittoria reagire con
maggior effetto sulla capitale medesima.
Fu deciso di sottomettere di bel nuovo Trapani al do
minio reale. Con ci volevasi dare principio alle molte ope
razioni ideate dai generali napoletani, per ricondurre alla
obbedienza l'intera isola ammutinata.
La spedizione di Trapani fu affidata al generale Letizia,
il quale, divorato dalla impazienza di addimostrare il suo at
taccamento al trono ed all'altare, in seguito alle vive sue
istanze era stato recentemente mandato da Napoli a Palermo.
Una brigata era stata messa a sua disposizione. Una colonna
and per la via di terra passando per Alcamo, mentre l'altra,
imbarcatasi in una fregata a vapore in vari piroscafi di
minor conto, girava il Capo di S. Vito. Letizia aveva preso
posto sulla fregata e con lui un nuovo intendente destinato a
sostituire lo Stazzone.
Il 23 aprile verso mezzod le due colonne quasi con
temporaneamente trovaronsi innanzi la citt. Letizia, entrato
nel porto, ne chiese la resa. I capi del partito dell'azione
che non avevano pensato ad una seria difesa e che ve
devansi circuiti, perdettero tutto il loro coraggio, special
mente perch tutta la giovent atta alle armi non trovavasi
in citt per esser corsa nelle montagne ad unirsi ai guerri
glieri. Gran parte dei capi dell'insurrezione erasi rifuggita
sulle navi delle nazioni neutrali.
- 139 -

Trapani si arrese dopo poche scaramucce senza piano


di difesa. Stazzone, nel cui posto sottentrava il nuovo inten
dente, e Jauch furono destituiti e imbarcati per Palermo
onde esservi giudicati.
Furono eseguiti molti arresti dei capi del partito insur
rezionale. Dieci di essi rifuggivansi su di un bastimento
norvegio. Il commissario di Polizia Sanzone, che aveva ab
bandonata la citt con Jauch rimesso nelle proprie funzioni,
chiese al capitano la consegna dei fuggiaschi, e non a
vendo ubbidito all'intimazione, si mise a minacciarlo. Al
lora rispondeva il Capitano, aver egli pure delle armi a
bordo, e saper i suoi marinai maneggiarle quando si fosse
trattato di difendere il proprio vessillo a protezione di
ospiti. -

Questa energica dichiarazione bastava; le forze della


Polizia lasciavano in pace il generoso figlio del Nord.
Letizia, per seguire i suoi principi secondo i quali la
rivoluzione non si avrebbe disteso su tutta l'isola se si fosse
proceduto coll'energia necessaria, voleva finirla con breve
procedura, sottoponendo i capi arrestati ad un consiglio di
guerra. -

Il vescovo di Trapani intercedette in loro favore ed ot


tenne che gli arrestati venissero consegnati ai giudizi ordi
nari. Compiuta cos la sottomissione e lasciato a Trapani un
sufficiente presidio, Letizia volgeva verso Marsala, che al
pari dei paesi situati sulla costa occidentale, e specialmente
di Mazzara, aveva inalberato la bandiera tricolore contem
poraneamente con Trapani. Trovandosi in Marsala poca
truppa, la rivoluzione ben presto avea ottenuto il sopravento
nella citt. ---

La Polizia, i giudici ed alcuni partigiani del Governo na


poletano avevano abbandonato la citt e dai cittadini era
stata organizzata una guardia nazionale. Questa per, con
scia della propria insufficienza, all'avvicinarsi di Letizia ab
- 140 -

bandonava la citt, la quale venne poi senz'altro occupata


dalle truppe napoletane.
Appena ricevuta la notizia degli avvenimenti di Paler
mo nel 4 aprile si sollevarono Girgenti e Noto, sulla costa
meridionale, e Caltanisetta nell'interno, e sulla costa orien
tale Siracusa, Catania e Taormina.
Seri conflitti per non succedettero in alcun luogo. I
presidi napoletani, generalmente troppo deboli, ritira
vansi nelle caserme dove si tenevano in osservazione. D'al
tronde gli abitanti mancavano di armi e di un capo, per
poter prendere l'offensiva, e la giovent preferiva di recarsi
colle armi disponibili nelle montagne per raggiungervi le
schiere dei guerriglieri.
In Noto credevasi di poter riparare alla mancanza di
armi coll'ottenere dal comandante del presidio il permes
so di organizzare la guardia nazionale e parimente le
armi necessarie a tale scopo. Questi avea risposto non aver
egli il potere di fare simili concessioni e dover coman
dare il fuoco al primo segno di un ammutinamento. A ci
irritavansi i pi irascibili ed inquieti e gridavano essere me
stieri di prendere colla forza le armi rifiutate, misura per
che non venne adottata per opera dei pi prudenti. Ci nul
lameno continuavano le riunioni sulle vie e nel 7 aprile ebbe
luogo un conflitto. I soldati apersero il fuoco e ben presto
. gl'insorgenti dovettero ritirarsi nelle montagne. Nel giorno
stesso il comandante proclamava lo stato d'assedio. Gli abi
tanti erano rimasti d'allora in poi quieti in attesa degli e
venti di Palermo.
Il principe Fitalia era intendente della provincia di Ca
tania. Resosi sospetto al Governo napoletano, e principal
mente a Maniscalco, studiava ogni mezzo per riacquistare il
perduto favore. Avendo il popolo appena incominciato il
movimento in Catania, minacciato il debole presidio, egli con
dolci parole e con belle promesse tentava di acquietare i capi
141

del partito rivoluzionario. Ognuno gli prestava fede, e tanto


pi, ch'egli era un parente di Ruggiero Settimo, dell'eroe
Siciliano del 1848 che viveva ancora a Malta sotto la protezio
ne inglese e di cui si desiava il ritorno. Cos in Catania non
ebbero luogo inquietudini, bench fosse desiderosa di novit,
e parte della giovent avesse emigrato per raggiungere le
schiere dell'interno. Ma Fitalia dopo questo risultato scrisse
a Russo per domandare rinforzi che gli vennero accordati.
Appena giunte le truppe egli ordin il disarmo dei cittadini
e numerosi arresti, eccitando gli emigrati a ritornare in
citt sotto pena di rigorose misure. Di siffatte minaccie la
giovent fuori uscita, specialmente se provvista di armi, ri
devasi, n prestavagli punto obbedienza.
CAPITOLO XII.

SITUAI0NE DELLA SICILIA NEI PRIMI DIECI GIORNI


DEL MIESE DI MAGGIO.

Verso la fine d'aprile la Sicilia pareva tranquilla. I ca


pi del Governo napoletano illudevansi tanto sulla apparente
calma che vi regnava da volerfar credere alla popolazione
che essa fosse ritornata alla quiete.
Ma era ben diverso l'aspetto delle cose.
Come si disse dapprima, il partito mazziniano mirava
da lungo tempo alle contrade meridionali aspettando che .
in seguito delle loro insurrezioni si verificasse il suo scopo
primario: la vera unit italiana. L'insurrezione poteva ef
fettuarsi in diversi modi, ed abbiamo veduto che la prima
idea era che i volontari dell' Italia Centrale, condotti da
Garibaldi per le Romagne, invadessero il regno di Napoli.
- Essendovisi opposte le circostanze, quel disegno veniva
abbandonato, e si abbracciava invece il partito di un attacco
sull'estrema punta meridionale.
Garibaldi doveva recarsi nella Sicilia per dare ai Sici
liani un punto centrico ove unificare il movimento, ed es
sendo seguito da ufficiali esperti nell'arte guerresca, e anti
chi compagni d'armi dell'eroe nazionale, fornire agl'insorti ci
che pi loro mancava (alieni com'erano dal servigio militare
napoletano) vogliamo dire buoni condottieri alle loro schiere.
Vedremo come questa idea si sviluppasse con sommo
vantaggio della causa Siciliana; per ora ci basti l'accennare
144

che i Siciliani fin dalla prima met d'aprile aspettavano


Garibaldi, e solamente si stavano occupando nel frattempo
di unirsi ed organizzarsi.
Dove mancavano le truppe napoletane vedevasi sorgere
un campo siciliano.
Principalmente nei dintorni di Palermo v'ebbero di tali
campi ossia punti centrali, come a Gibilrossa e Misilmeri
sotto i fratelli Mastrichi, presso Corleone coll'avanguardia
a Parco ; presso Alcamo nel distretto di Carini sotto Santa
Anna; verso Messina e Catania, e finalmente nella provincia
di Caltanisetta.
I comitati continuavano nascostamente la loro attivit
nelle citt provinciali, riuscendo inutile al Governo ogni mez
zo adoperato per sorprenderli.
Un governo provvisorio sotto Antonino Ferro, col quar
tier generale ad Alcamo, raccoglieva denari, armi e muni
zioni, per mandarli ai capi delle schiere col mezzo dei comi
tati provinciali.
Rosolino Pilo Giveni, della stirpe dei conti Capace, di
scendente dagli Angi, esiliato nel 1849, sbarcava in Sicilia
annunciando l'arrivo di Garibaldi e raccoglieva nuove schiere
a Carini, appena questa citt era stata di nuovo abbandonata
dalle truppe regie. Messo pi a terra il 10 aprile gir l'isola
da un capo all'altro diffondendo da per tutto l'annunzio della
venuta di Garibaldi e eccitando gli abitanti a prendere le armi.
L'apparente quiete della Sicilia assomigliava al fuoco se
polto sotto la cenere, ed era il momento di riposo prima
dell'assalto.
L'intenzione di Garibaldi di sbarcare nella Sicilia in
cuteva grande spavento nella corte di Napoli. A quell'epoca
Garibaldi era ammirato tanto da' Napoletani quanto dai Si-
ciliani con una venerazione superstiziosa. Il suo nome de
stava entusiasmo, formava un'armata. E la corte pur anco
non era priva di tale superstizione.
145

L'idea che Garibaldi sbarcasse nella Sicilia la spaventa


va a segno da chieder soccorso alle corti di Londra e di To
rino per impedire questo sbarco comunicando in pari tempo
gli intendimenti dello stesso; non tralasciava intanto di pa
cificare possibilmente l'isola affinch, se al temerario gene
rale dei volontari non si avrebbe potuto impedire di por
piede in Sicilia, egli almeno non vi trovasse tanti elementi
favorevoli alla sua impresa.
Il principe Castelcicala facendo uso di un vieto raggiro
pubblic il 3 maggio 1860 un manifesto nel quale dimostrava
esser l'insurrezione opera di pochi faziosi, e tenervisi estra
nea la popolazione che mostravasi quieta e tranquilla; avere
di gi il re Francesco, indotto dall'innata sua clemenza, ac
cordato un perdono generale proclamato dai generali con
grande soddisfazione universale dopo aver disfatti gl'insorti.
Rimanere ancora qualche cosa da ultimare, liberarsi cio dei
tristi avanzi di quei volontari, che sotto il pretesto della li
bert non agognavano che a rapinare ed uccidere, e dover la
popolazione fidarsi nel paterno regime di Francesco II, sotto
la cui salvaguardia, la quiete, l'ordine e l'agiatezza sareb
bero ben presto ritornati nell'isola. In pari tempo si tolse lo
stato d'assedio dalla provincia e dalla citt di Palermo.
I Palermitani accolsero tali concessioni con decisa non
curanza e disprezzo, perch emanate solamente dalla paura
che le suggeriva ai Borboni e che sarebbero state ritirate ap
pena cessato lo spavento. Chiudevansi di nuovo quelle poche
osterie e botteghe che negli ultimi tempi erano state aperte,
diramavasi e si cantava la marsigliese Siciliana ed il comitato
insurrezionale consigliava gli abitanti a non abbandonarsi
ad un triste disinganno, ammonendoli a tenere fermo il pen
siero della riunione della Sicilia al regno italiano sotto Vit
torio Emanuele, nel qual caso sarebbe stato certo il trionfo.
Essendosi sparsa la notizia che la spedizione di Gari
baldi fosse uscita dal porto di Genova, Salzano ordinava che
VOL, II. 10
146

il militare e la polizia avessero operato nello stesso modo


come nel tempo dello stato d'assedio, e Castelcicala richia
mava in vigore quelle misure, colle quali Filangieri avea ten
tato di distruggere gli ultimi avanzi della rivoluzione del
1849. Si chiese di nuovo la consegna delle armi, e si costrin
sero tutte le Comuni a presentare le liste di quegli individui
che tuttora si trovassero fra le schiere dei volontari, e furo
no promesse ricompense a chi avesse consegnato, ucciso o
scoperto alcuno di questi.
In quel tempo i giornali napoletani non tralasciarono
di riferire essere stata l'insurrezione Siciliana completa
mente annientata. Ma non vi si prestava fede in quanto che
ben si conosceva come la corte era sbigottita non solo per la
Sicilia ma anche per le provincie della terraferma. A Na
poli, nella Basilicata e nelle Calabrie si concentravano
truppe. Pattuglie scaglionate guardavano non solo la costa
occidentale, ma ben anche l'orientale, cio l'Adriatica, te
mendosi dappertutto una sorpresa. Nelle due posizioni prin
cipali di Palermo e di Messina, si concentrarono tutte le
truppe della Sicilia forti di 50,000 uomini, e numerosi ba
stimenti furono spediti in crociera per distruggere la temuta
spedizione, possibilmente ancora sul mare.
Garibaldi sbarc presso Marsala l'undici maggio 1860.
Tornando indietro nell'ordine del tempo, ci faremo ad esami
nare la formazione della spedizione garibaldiana.
PIE somm.
DALL0 SBARC() DI GARIBALDI A MARSALA
FINO ALL'ARRIVO DELLA SUA ARMATA NELLE CALABRIE,

- . (Dall'11 maggio fino alla met di agosto 1860).


CAPITOLO) I.

COME LA SPEDIZIONE DI GARIBALDI SI SIA FORMATA


E SUA PARTENA DA (GENOVA.

Nel 6 aprile si spargeva a Genova la notizia dell'insur


rezione di Palermo, giunta per via telegrafica. Crispi, Nino
Bixio, Rosolino Pilo si trovavan col attendendola.
Gi nel mese di febbrajo Garibaldi aveva promesso a
Crispi ed a Rosolino Pilo di mettersi alla testa di una insur
rezione Siciliana qualora fosse stata generale. Crispi, esilia
to dalla Sicilia fin dal 1849, vi si recava con falsi passaporti
per conoscerne le vere condizioni, ed appena ritornato si
port a Torino accompagnato da Bixio per ottenere una se
conda promessa da Garibaldi e stabilire e preparare la spe
dizione stessa. Rosolino Pilo era pronto alla partenza per la
Sicilia tostoch Garibaldi avesse fissata la propria.
Questi allora trovavasi nella camera dei deputati a To
rino. Se il suo temperamento e la sua indole lo rendeva
no atto ad ardite imprese, e se il suo amore per l'Italia gli
appianava ogni difficolt, v'erano alcune circostanze che lo
spingevano a non richiedere il buon successo come condi
zione del tentativo. Vivamente offeso da un vile tradimento,
riputato macchinazione de' suoi avversari politici, eseguito
da una giovane donna figlia di un suo amico, il trattato del
24 marzo, col quale la sua patria Nizza fu ceduta pubblica
mente ed ufficialmente alla Francia, colm il suo cuore di .
amara tristezza. Senza esitare ripeteva a Bixio ed a Crispi
150 -

la fatta promessa di recarsi nella Sicilia, e spediva Crispi a


Milano, per procacciarsi le armi necessarie e Bixio a Ge
nova onde allestire un piroscafo per la piccola spedizione.
Egli stesso rimaneva ancora a Torino coll'intento di
proporre, che Cavour fosse posto in istato d'accusa per avere
ceduto la Savoja e Nizza. Essendo l'atto d'accusa passato
all'ordine del giorno nel 14 aprile, egli abbandonava imme
diatamente la capitale, recandosi a Genova e di l nel suc
cessivo 15 alla vicina villa Spinola, possedimento di un an
tico suo amico, il maggiore Vecchi, l'istoriografo dei fatti
avvenuti negli anni 1848 e 1849, il quale lo ricevette a
braccia aperte. La villa Spinola divenne il quartiere gene
rale della spedizione. Al primo appello dell'amato generale
vi accorsero e vecchi compagni di anteriori combattimenti e
giovani avidi di nuove lotte per la liberazione dell'Italia.
Mentre dapprincipio non si avea fatto conto che sopra alcu
ne centinaja d'uomini specialmente ufficiali e sopra una
grande quantit d'armi, verso la fine d'aprile, per opera
peculiare del veneziano Acerbi, poscia nominato intendente
generale dell'armata meridionale, eransi radunati nella
villa Spinola, in Genova e ne' suoi dintorni, pronti alla par
tenza 1085 uomini: cio 150 da Brescia, 60 da Genova, 190
da Bergamo, 170 studenti di Pavia, 150 da Milano, 30 da Bo
logna, 50 dalla Toscana, 60 da Parma e da Piacenza, 27 da
Modena e 198Veneziani emigrati.
Se non che manifestavasi mancanza specialmente di de
naro e d'armi. Cavour si mostr decisamente avverso a sif
fatta impresa. Egli viet la consegna di armi e proib qua
lunque sovvenzione anche indiretta di denaro. Sarebbe falsa
la deduzione, che se ne volesse trarre, essere stato Cavour
avverso alla riunione della Sicilia od anche di Napoli all'Ita
lia, e ci vedesi chiaramente da quanto abbiamo sopra accen
nato. Ma egli non voleva lasciare ad altri la gloria diuna fe
lice impresa nell'Italia meridionale e d'altronde non riputava
151

ancora mature le cose allo scopo, riserbandosi in petto, ap


pena arrivato il momento, di darvi mano egli stesso.
I due Siciliani suoi consiglieri, l'aristocratico Cordova,
che voleva la Sicilia sotto una monarchia indipendente, il
democratico La Farina, che proteggeva l'unit italiana in
generale, soltanto geloso della gloria di Garibaldi e di Ca
vour, bench d' opinioni dissimili in linea politica, pure ac
cordavansi su questo rapporto con lui.
Corse voce che Cavour avrebbe veduta di buon occhio la
impresa di Garibaldi se avesse avuto la certezza della sua
disfatta. Non vogliamo indagare se questa diceria abbia o no
qualche fondamento, per certo rimane che Cavour si mo
str pi arrendevole nei primi giorni del maggio, avendo
perfino fatti offrire a Garibaldi soccorsi col mezzo del La
Farina. mestieri rammentare come tutte le notizie che
pervenivano allora da Napoli, dipingevano l'insurrezione
oramai completamente soppressa, e che anche quelle che
giungevano direttamente dalla Sicilia erano quasi del mede
simo tenore. vero peraltro che in Genova cambiavano
forma, e che Crispi a suo genio falsificava i dispacci che do
veano girare pel mondo; ma Cavour si teneva ai dispacci
originali. Se questi narravano il vero, non era pi probabile
che Garibaldi potesse effettuare qualche cosa di decisivo
quand'anche arrivasse nella Sicilia non ostante i bastimenti
napoletani in crociera. Nel caso pi propizio potevasi crede
re che egli avrebbe tenuta desta l'insurrezione aumentando
le complicazioni in modo tale che finalmente sarebbe stato
al Piemonte facilitato il mezzo di porvi sopra la mano. Nel
caso contrario, se cio Garibaldi avesse perduto, l'Italia avreb
be noverato qualche martire di pi, e Cavour avrebbe avuto
quanto tempo gli fosse piaciuto di aspettare e di operare a
suo modo, liberatosi anche dal perpetuo turbatore della pace.
Comunque sia, certo che Garibaldi col consenso del
conte Cavour ricevette 1019 fucili, la corrispondente muni
152
zione e 8000 franchi come cassa di guerra, ed allora non
volle pi saperne d'impedimenti. Fu fissato per la partenza
dalla villa Spinola il giorno 5 maggio, bench non tutti gli
antichi compagni del generale, quantunque pronti a seguirlo,
avessero al pari di lui speranza nel buon riuscimento della
spedizione. Non nomineremo fra questi che Sirtori il quale
prevedendo tante difficolt, non poteva dissimulare la sfi
ducia che lo angosciava.
Nelle vicinanze della villa furono radunate varie scia
luppe. In queste dovevano salire i nuovi argonauti colle armi
e le munizioni, recarsi in alto mare, dove due piroscafi
che li attendevano li avrebbero trasportati nella Sicilia. Si
trov necessario di fingere d'impadronirsi a mano armata
di questi vapori che appartenevano alla societ Sarda Rubat
tino, ed erano ancorati nel porto di Genova. Nino Bixio,
con 40 uomini e con due barche, ebbe l'incarico di eseguir
questo affare e di condurre poi i vapori in alto mare.
Il 5 maggio verso le 7 ore di sera radunavansi i volon
tari non appartenenti alla schiera del Bixio alla villa Spi
nola, e dopo le 9 ore imbarcavansi e partivano. Il mare era
tranquillo, ma dopo mezzanotte cominci ad agitarsi fino alle
ore 11 */ circa. Garibaldi pazientemente aspettava l'arrivo
dei vapori. Non iscorgendoli ancor arrivare, perduta la pa
zienza, si fece ricondurre in uno schifo a Genova.
Trov i due vapori il Piemonte e il Lombardo nelle
mani di Bixio, essendosi questo assicurato degli ufficiali, dei
marinai, dei macchinisti e dei fuochisti. Ma incominciavano
allora le difficolt, giacch non trovavasi nessuno nella spe
dizione che fosse pratico delle macchine. Il Piemonte era qua
si pronto, non cos il Lombardo. Ordinava Garibaldi fosse
quest'ultimo rimorchiato dal Piemonte, il che venne eseguito,
e dopo le due ore e mezza del mattino i due vapori lascia
rono il porto. Una mezz'ora dopo raggiungevano le barche
ove gran parte dei volontari eran malati dal mal di mare.
153

Il trasporto dalle scialuppe ai vapori effettuossi non


senza alcuni disordini che potevano avere serie conseguenze.
Terminato l'imbarco i vapori mettevansi in moto. Il
Piemonte era comandato da Garibaldi, il Lombardo da Nino
Bixio gi marinajo al pari degenerale. Procedeva primo il
Piemonte seguito a poca distanza dal Lombardo il quale per
non s'avanzava colla rapidit del primo.
Di buon mattino approdavasi alla costa per prendere
provvigioni, Arrivato alle alture di Castagneto, Garibaldi
s'accorse che sul Piemonte non eranvi n armi n munizioni,
e interpellato il Bixio se le armi fossero state consegnate a
lui, questi rispondeva avere i 1019 fucili, ma n la muni
zione n i revolver che erano rimasti nella villa Spinola.
Verificossi che la barca che dovea consegnare i revolver e
le munizioni non si era presentata, per cui restava dubbioso,
e forse lo sar sempre, se ci avvenisse in consegnenza della
confusione, oppure delle mene di Cavour e del La Farina.
Pertanto Garibaldi non si lasciava scoraggiare da questo
incidente. I vapori proseguivano il loro viaggio verso il pic
colo porto di Talamone, dove per vari motivi dovevano fer
marsi. -

Infatti alle ore 10 antimeridiane del 7 maggio gettaro


no l'ncora nel porto di Talamone.
CAPITOLO II.
FERMATA A TALAMI0NE E SBARC0 PRESS0 MARSALA.

Garibaldi aveva lasciato a Genova parecchie lettere. La


pi importante era quella diretta al medico e deputato dot
tor Agostino Bertani, colla quale lo invitava a raccogliere
tutti i mezzi possibili per soccorrere la spedizione, a met
tere in moto tutta Italia persuadendola che dovunque gl'Ita
liani lottassero per la loro liberazione, tale lotta doveva es
sere considerata come fatta per la unit italiana. Gli scrisse
pure essere l' Italia abbastanza forte per fare da s senza
protezione straniera, purch operasse vigorosamente prepa
rando ovunque le armi occorrenti, e si ajutasse non solo il
movimento in Sicilia ma in tutti i luoghi nei quali trovavasi
nemici dell' Italia, e che l'Italia e Vittorio Emanuele sareb
bero il grido della spedizione.
In un'altra lettera, indirizzata ai direttori della societ
Rubattino, egli scusavasi della preda forzata dei vapori Pie
monte e Lombardo dichiarandolo un atto di necessit, ed ag
giungeva che se la nazione non avesse voluto cooperare,
come gi si attendeva, a risarcire la societ dei danni sofferti,
Garibaldi impegnava tutto quello che gli restava ancora di
denaro e di materiali dalla soscrizione fatta per il milione di
fucili, a saldo di questo debito. Con una terza lettera dava
parte della sua impresa a re Vittorio Emanuele, aggiungendo
che ove non fosse riuscito nell'intento il mondo gli avrebbe
156
fatta giustizia riconoscendo la purezza dei motivi che lo spin
gevano; se poi un lieto successo avesse coronato il suo im
prendimento, egli sarebbe stato ben felice di offrirgli la Sici
lia, a condizione per che non la trattasse al pari di Nizza,
consegnandola allo straniero. Scrisse inoltre non avergli pri
ma comunicato una tal impresa nel timore che la sua ve
nerazione per Vittorio Emanuele potesse indurlo a desi
sterne nel caso che il re avesse voluto rimovernelo. Altre let
tere dirette ai suoi amici, da una parte, ammonivano di non
avventare temerari giudizi sull'imprudenza dell'impresa,
dall' altra, erano destinate ad impegnare i pmedesimi a non
prender parte immediata alla spedizione ed a rimanere in
Italia, al fine di cooperare al buon esito col darle continui
soccorsi.
Garibaldi mand da Talamone il colonnello Trr al go
vernatore di Orbitello, per ottenere da lui cartatuccie... Trr
riusc di ottenerne 100,000 ed inoltre 4 piccoli cannoni con
300 cariche relative. -

Appena arrivato a Talamone, fece comunicare da Carini


il seguente ordine del giorno ai capi della spedizione radu
natisi sul Piemonte:
mestieri che le truppe accinte a questa impresa
s'impongano come legge la pi completa annegazione; solo
con questa possono soddisfare i loro doveri per la intera
redenzione della patria. I valorosi cacciatori delle Alpi
hanno gi servito alla patria e la serviranno in avvenire
collo zelo e colla disciplina delle migliori truppe regolari
senza pretendere altra ricompensa che quella di una co
scienza intemerata.
Questi bravi non sono stati adescati n da gradi, n da
onori, n da ricompense. Cessato il pericolo essi ritornano
alla vita privata, ma al suonare della tromba del combatti
mento, l'Italia li vede pugnare nelle prime file dei suoi
valorosi, allegri e pronti di versare il sangue per la patria.
- 157

Il grido di guerradei cacciatori delle Alpi quello medesimo


che un anno fa udivasi sulle sponde del Ticino :

ITALIA E VITTORIO EMANUELE,

E questo grido- former lo spavento dei nemici dovunque


noi lo faremo udire. -

In pari tempo pubblicavasi l'organizzazione del corpo:


Comandante in capo : Garibaldi.
Direttore dello stato maggiore: il colonnello Sirtori.
Sirtori, prete da giovine, nel 1848 si fece soldato della
libert, facendosi distinguere particolarmente col suo eroismo
nel 1849 alla difesa di Venezia. Poscia esiliato nella Francia
si applicava, collo sguardo rivolto all' avvenire, allo studio,
bench imperfetto, della strategia.
L'ungherese Trr fu nominato aiutante generale. Di
sertato dal servizio austriaco nel 1848, nel 1849 prendeva
parte alla sollevazione badense e nel 1859 combatteva nelle
file dei cacciatori delle Alpi, e fu ferito a Rezzato.
Il Siciliano Crispi accompagnava la spedizione in qua
lit di commissario civile. Dietro istanze vivissime fatte al
generale, questi permetteva che lo seguisse anche la mo
glie, bench non trovasse ragioni sufficienti che le donne
prendessero parte alle spedizioni guerresche. Minutilli era
capo del genio, Acerbi intendente generale, e Ripari medico
superiore.
Il corpo fu diviso in 7 compagnie di fanti, secondo il
modello piemontese, comandate da Nino Bixio, Orsini, Stoc
co, La Masa, Anfossi, Carini e Cairoli.
Nino Bixio, marinaio e soldato al pari di Garibaldi, ha
combattuto al fianco di lui tanto nel 1849 a Roma quanto
nel 1859. Era conosciuto per la sua impetuosit e per il suo
valore senza limiti. Si raccontano fatti non verosimili rela
tivamente allo abuso del suo potere sopra i soldati.
158 -

Orsini era prima ufficiale d'artiglieria a Napoli, e come


tale, cambiando partito nel 1848e nel 1849, prese parte alla
insurrezione Siciliana. Esiliato dalla Sicilia entr al servizio
turco in qualit di maggiore di artiglieria e partecip alla
famosa campagna di Omer Pasci contra la Mingrelia.
Ritornato da Costantinopoli, al primo appello della patria si
univa alla spedizione di Garibaldi. -

Stocco, nato nelle Calabrie, vi esercitava grande influen


za per essersi anche distinto durante l'insurrezione nel 1848.
Il Siciliano La Masa nel 1848-49 avea preso parte alla
insurrezione del suo paese cui poi descrisse. Nel suo esiglio
si occupava specialmente di studi sull'organizzazione d'un
esercito insurrezionale italiano, e pubblic intorno a tale ar
gomento un libro generalmente apprezzato. La Masa aveva
molti nemici. Come disse una volta Alessandro Dumas, egli
aveva il difetto di fare troppo uso della parola : difetto
che gli venne rimproverato da molti altri.
Anfossi si era distinto nell'armata Sarda.
Il Siciliano Carini avea organizzato nel 1849 un reggi
mento di cavalleria insurrezionale. Nel 1859 pubblicava a
Parigi: Le Courrier franco-italien.
Cairoli, che aveva perduto un fratello nella guerra del
1859 contro l'Austria, non appena venne a conoscere le in
tenzioni di Garibaldi, che partiva da Pavia portando seco la
somma di franchi 30,000 in soccorso della spedizione.
Quando il governatore di Orbitello ebbe consegnato i
quattro cannoni, Orsini fu nominato comandante dell'arti
glieria, ed il maggiore Forni lo segu nel comando della
sua compagnia.
Garibaldi lasciava a Talamone una sessantina di uomini
comandati da Zambianchi. Erano questi destinati ad inva
dere gli Stati Romani al grido di viva Vittorio Emanuele,
viva Garibaldi, affinch si credesse essere quella l'intiera spe
dizione, diramando a tale scopo un proclama espressamente
159

composto. Volevasi in quel modo sviare l'attenzione dei Na


poletani dal vero scopo della spedizione. naturale che un
tale inganno non poteva durare lungamente, e che questo
piccolo distaccamento era quasi sacrificato. Formate le com
pagnie la spedizione partiva da Talamone alle ore 3 /, della
mattina del 9 maggio, e dopo una breve fermata a S. Stefano,
allo scopo di distribuire le armi, le camicie rosse e di rice
vere a bordo i quattro cannoni, dirigevasi verso sud, cio
verso il Capo Bon.
Il Piemonte era alla testa, seguito dal Lombardo. Ver
so la sera del 10 quest'ultimo rimase per buon tratto
indietro, essendosi fermato per raccogliere ben tre volte
un volontario che si era precipitato nel mare. All'imbru-
nire si perdette di vista il Lombardo che avea continuato la
sua strada, ma Garibaldi lo fece arrestare, ordinando, bench
per comune accordo vi si fosse prima opposto, che si accen
dessero fanali sugli alberi delle navi.
Bixio, da ci ingannato e credendolo un bastimento na
poletano in crociera, non sapeva a qual partito appigliarsi.
In breve per si riusc ad intendersi e di ll a non molto i due
vapori erano di nuovo uniti. Il Lombardo seguiva come dap
principio a breve distanza il Piemonte.
Alle ore 10 antimeridiane del giorno 11 maggio nelle
vicinanze di Farignanavedendo Garibaldi un vascello mer
cantile inglese che usciva da Marsala, lo chiam a bordo
per abboccarsi con lui. Informato dal capitano, che in quel
momento nel porto di Marsala non trovavasi un solo basti
mento da guerra napoletano, egli diresse la prora senz'altro
a Marsala. Strada facendo una tale notizia veniva confer
mata anche dal padrone di una barca peschereccia che tro
Vavasi in mare.
Le notizie avute erano vere. I due bastimenti stanziati
nella rada di Marsala, cio il Capri ch'era capitanato da Acton
avea abbandonato sino dal giorno innanzi il porto dirigen
dosi in alto mare, e lo Stromboli lo avea seguito alle ore 9
dello stesso 11 maggio. - -

La perdita di tempo incontrata per salvare il volontari


che erasi gettato per la terza volta in mare dal Lombardo
apport un vantaggio anzi che un danno perch nel porto
frattanto liberatosi dai due bastimenti, si pot senza il mini
mo ostacolo approdare, mentre un incontro collo Stromboli
avrebbe forse apportato un grave sconcio e reso incerto lo
stesso approdo.
Infatti il Piemonte senza indugio entrava nel porto di
Marsala; i primi volontari che furono sbarcati colle scialup
pe del vapore s'impadronivano di tutte le barche, che incon
travano, per sollecitare lo sbarco, il quale in presenza dei
due vascelli da guerra inglesi, l'Aigno e l'Independenza,
ebbe luogo senza il minimo disordine. Il Lombardo era ri
masto indietro, e scorgevansi dallo stesso i due vapori napo
letani che con la massima velocit correvano verso il porto
di Marsala. Infatti lo Stromboli per primo accortosi della
spedizione, chiamato in soccorso anche il Capri, dirigevasi
al porto.
Bixio con istantanea risoluzione fece investire il Lom
bardo sopra uno scoglio che trovasi all' ingresso del porto,
per occupare cos i Napoletani e deviare la loro attenzione
dal Piemonte, che avea a bordo il maggior numero dei vo
lontari, i cannoni, in somma la parte pi importante della
spedizione. Assistito dai palischermi che gli venivano incon
tro dalla riva, procedette incontanente allo sbarco.
Arrivato lo Stromboli alla distanza di un forte tiro di
cannone, tosto aperse il fuoco contro il Lombardo. Il coman
dante dei bastimenti inglesi mandava allora un ufficiale a
bordo dello Stromboli pregando il capitano di cessare dal
fuoco per essere in quel momento tutti gli ufficiali inglesi
nella citt. Bench il Napoletano trovasse, e non senza ragio
ne, bizzarra la fattagli intimazione, ci non ostante desistette
- 161

e s'intavolarono allora curiosissime negoziazioni che diedero


il tempo necessario per isbarcare ogni cosa tanto al Piemonte
quanto al Lombardo, che si trovava in una posizione piut
tosto infelice.
Appena compiuto lo sbarco, le compagnie si ordinarono
in file. -

Il debole presidio napoletano davasi ad una disordinata


fuga. ,

Quando i Garibaldini trovaronsi padroni di Marsala, i


due vapori Stromboli e Capri ricominciarono il fuoco contro
i due vapori abbandonati e contro la citt,senza recare per
altro considerevoli danni. -

Appena sbarcato, Garibaldi fece affiggere pe' canti delle


contrade il seguente proclama:

SICILIANI !

Vi recai una schiera di valorosi, avanzo dei combat


timenti lombardi, che hanno dato ascolto al vostro eroico
appello. Siamo con voi e non domandiamo altro che di
)
liberare il nostro paese. Se staremo uniti, il compito sar
facile da eseguire. All'armi dunque ! Chi non le impugna
un vigliacco od un traditore. Non vale la scusa non es
servi armi. Noi avremmo e ben presto fucili, ma intan
to ogni arma buona se viene maneggiata da un valo
roso. Le Comuni penseranno ai fanciulli, alle donne ed ai
Vecchi che resteranno indietro. All'armi tutti ! Ancor una
D
volta la Sicilia far veder al mondo come un paese difeso.
dalla inconcussa volont diun popolo unito, si liberi, qua
D
si fosse un sol uomo, dai suoi oppressori. -

Altri proclami, firmati da altri personaggi, furono dira


mati nella citt e nei dintorni.
Castiglia, che avea comandato il Piemonte sotto la dire
zione di Garibaldi durante il tragitto, salutava la marina si
11
162

ciliana. Un proclama di Cosenz, rimasto nell'Italia setten


trionale per raccogliere rinforzi in pro' della spedizione, in
vitava gli antichi suoi compagni d'armi dell'esercito napo
letano ad abbandonare i Borboni ed a correre sotto le ban
diere dell' Italia e di Garibaldi.
La Masa pure indirizzava ai Siciliani, molte e ardenti
parole, annunciando loro la grandezza d' Italia sotto lo scet
tro costituzionale di Vittorio Emanuele.
Appena sbarcati, Trr mandava un ufficiale con pochi
uomini per impadronirsi del telegrafo. L'impiegato avea in
quel momento scritto a Palermo, che due vapori con ban
diera piemontese erano entrati nel porto mettendo a terra
uomini armati. Destituito dal suo impiego dal drappello ga
ribaldino, questi ebbe la risposta da Palermo cos concepita:
Quanti uomini sono sbarcati e con quali intenzioni ?
Il nuovo telegrafista di Garibaldi rispondeva essersi in
gannato nel messaggio che avea spedito prima riguardo ai
due vapori; essere questi vapori mercantili provenienti da
Girgenti carichi di zolfo.
Si replicava da Palermo che il telegrafista era un im
becille, titolo del quale questi non fece gran conto.
L'accoglienza fatta ai Garibaldini dagli abitanti di Mar
sala non fu molto festosa, riputandosi tale ajuto arrivato
troppo tardi, poich si credeva che fosse gi soffocata l'in
surrezione in tutta l'isola, atteso il poco successo degli ulti
mi scontri e la sconfitta della guardia nazionale. Sopratutto
li intimoriva il fuoco dei vapori napoletani. Laonde pochi gio
vani soltanto ebbero fiducia di unirsi a questa mano d'uo
mini che dicevano essere venuti per liberare la Sicilia. Il
Municipio quasi forzatamente si radunava per eleggere un
governo provvisorio sotto la direzione di Garibaldi e per in
vitare questi ad accettare la dittatura. -

- Garibaldi, sempre pieno di fiducia, stimava tuttavia


opportuno di abbandonare al pi presto Marsala per recarsi
163
nell' interno dell'isola ed ottenervi successi atti a rianimare
il coraggio dei Siciliani.
Nel pomeriggio del 12 la nuova dello sbarco di Gari
baldi giunse a Palermo, la quale prima era stata tratta in in
ganno dal telegrafista garibaldino. La popolazione si mo
str piena di entusiasmo, ed una grande dimostrazione nella
contrada Macqueda festeggiava l'avvenimento.
La Polizia credette anch'essa di dovervi intervenire, e
v' ebbero morti e feriti.
Il susseguente giorno, 13 maggio, Salzano di nuovo
proclamava lo stato d'assedio, annunziando che una turpe
violazione del diritto delle genti era succeduta e che 800 av
venturieri sbarcati a Marsala minacciavano la quiete del
l'isola e della capitale. Lo stato d'assedio fu aggravato
dalla prescrizione che non si potessero n importare n e
sportare viveri di sorta. Le truppe reali venivano provvedute
di vettovaglie dalla parte di mare. La brigata Landi fu spe
dita fino ad Alcamo perfar prigionieri i filibustieri, mentre
un'altra brigata imbarcata per Trapani, li doveva attaccare
alle spalle.
I nemici stanno di fronte l'uno contro l'altro senza vi
siera, pronti alla lotta decisiva. Sembra necessario quindi di
osservare le loro forze per misurarle e per poter giudicare
dell'eventuale successo, il che di grande interesse quan
tunque generalmente le azioni si giudichino dall'esito anzi
ch prima dell'esecuzione.
CAPITOLO III,

L' ARMATA NAPOLETANA E I SIOI AVVERSARI.

Nel momento dello sbarco di Garibaldi a Marsala l' ar


mata napoletana consisteva dai 130.000 a 140.000 uomini
comprese le riserve che gi erano state richiamate e che
potevano raccogliersi facilmente. -

L'infanteria della guardia era composta di una compa


gnia di guardia personale, di 2 reggimenti di granatieri, di
un reggimento di cacciatori e un reggimento di fanteria ma
rina. L'infanteria di linea contava 15 reggimenti di fanti, uno
di bersaglieri, 15 battaglioni di cacciatori, 16 compagnie pro
vinciali e 3 reggimenti di gendarmi. In luogo delle truppe
svizzere sciolte si erigevano di nuovo il 14 e 15 reggimen
to di linea ed il 13, 14, 15 battaglioni di cacciatori sino
dalla fine del 1859. Questi reggimenti furono completati coi
forestieri venuti dall'Austria, dalla Baviera, patria della gio
vane regina, e dalla Germania meridionale come pure dalla
Svizzera.
La infanteria ascendeva a 70,000 uomini comprese le
riserve. Gi decisa, ma non ancora messa in opera, era
la formazione di legioni straniere, specialmente di cac
ciatori.
La cavalleria noverava nella guardia una squadra di
guardia personale e due reggimenti di ussari, nella linea un
reggimento di carabinieri reali, tre reggimenti di dragoni,
due di lancieri, uno di cacciatori ed uno di gendarmi. In tut
166
to, complessivamente in assetto di guerra circa 7500 cavalli.
Essa era composta esclusivamente di Napoletani.
L'artiglieria aveva due reggimenti di artiglieri a piedi,
una batteria a cavallo, una divisione di treno, ed una bri
gata di pontonieri; il genio numerava un battaglione di
zappatori-minatori ed un battaglione di pionieri da campo.
Ogni reggimento di fanti era composto di due batta
glioni con 6 compagnie per ciascheduno; quelli di cavalleria
si dividevano in 4 squadre. Dei reggimenti d'artiglieria cia
scuno aveva due battaglioni di campo ed uno di fortezza.
Il battaglione di campo era composto di 4 batterie
aventi ciascheduna 8 cannoni.
L'armata napoletana era in generale divisa in 4 corpi,
cio uno di guardia e tre di linea: ogni corpo era diviso in 2
divisioni, ogni divisione in 2 brigate di fanteria ed una di
cavalleria, colla conveniente artiglieria e le truppe di genio
relative.
In questo scompartimento che al cominciar della guer
ra fu in breve disciolto, esistevano 11 ispezioni generali in
dipendenti che rassomigliavano alle divisioni territoriali dei
Francesi, le quali nei tempi di pace hanno l'intiera ammini
strazione dell'armata.
I corpi erano comandati dai tenenti generali, le divisio
ni pure da questi o dai marescialli di campo (1); le brigate
da marescialli di campo o da brigadieri. Il titolo completo
di un brigadiere colonnello brigadiere. Questi gode il sol
do del colonnello della sua arma, ma durante una guerra
percepisce le competenze del generale. Lo stesso scompar
timento fu in seguito adattato anche nella armata nazionale
del Sud quando questa prese maggiori dimensioni.

(1) Da non confondersi coi marescialli di campo francesi ed


austriaci; iltitolo corrispondente nell'esercito francese sarebbe ge
nerale di brigata, nell'austriaco,generale maggiore. (Il Trad.).
167

L'esercito napoletano completavasi mediante arruola


mento di forestieri che formavano generalmente corpi sepa
rati, mediante la coscrizione nella terraferma, mediante in
gaggio con caparra in Sicilia, dove la coscrizione non avea
mai potuto prender piede. Negli ultimi tempi i coscritti na
poletani servivano otto anni, 4 effettivamente sotto le armi
e 4 nella riserva. Era ammesso lo scambio. Questo costava
240 ducati (1100 franchi). Erano esenti dal servigio militare
i figli degli impiegati che percepivano almeno 12 ducati al
mese di stipendio. Esistevano pure alcuni altri casi di esen
zione nel tempo di cui parliamo.
L'ingaggio in Sicilia forniva circa 12.000 uomini all'ar
mata, l'arruolamento all'estero dai 10 a'12 mila. Il rima
nente dell'armata di circa 110.000 uomini era composto di
coscritti napoletani. Essendo la terraferma di Napoli abitata
da circa 7 milioni di anime, si pu far conto che si aves
se un soldato in attivit di servizio sopra 100 abitanti, e
comprendendo anche quelli della riserva, uno sopra circa 60
abitanti. ,

Gli ufficiali in gran parte venivano scelti dai sottouffi


ciali. Per non mancavano nell'esercito napoletano, com'
ben noto, ufficiali superiori, che avessero incominciata la
loro carriera come briganti e ladroni da strada.
Giovani di buona famiglia con qualche protezione en
travano nell'armata subito come ufficiali, e principalmente
i figli degli ufficiali forestieri che sposandosi a donne napo
letane acquistavano la nazionalit in questo modo.
Di tali ufficiali non erano mancanti nemmeno i reggi
menti nazionali, perch il Napoletano s povero come ricco
non troppo amante del servizio dell'armi.
V'erano ufficiali che non sapevano n leggere n scri
vere. In tal guisa era data occasione ad ingegni straordi
nari di fare rapida carriera, come avviene in Russia. Ma lo
intelligente che facilmente si occupa di quanto lo circonda
168

prendeva con tutta facilit una tinta politica che non gar
bava punto alla corte di Napoli. Facciamo soltanto menzio
ne di Cosenz il quale per un lungo periodo di tempo pre
siedette al ministero della guerra sotto un governo tutt'altro
che borbonico.
L'abbigliamento dell'armata napoletana consisteva re
centemente in una tunica turchina per l'infanteria e verde
per i cacciatori. La cavalleria usava ancora i colletti. L' in
fanteria ed i cacciatori coprivansi con kpis; i granatieri
con berrettoni di pelle d'orso, i carabinieri ed i dragoni con
elmi, e i lancieri e gli ussari alla foggia di questo genere
d'armi.
L'infanteria aveva un abbigliamento particolare per
la stagione estiva, di stoffa di cotone di colore turchino
e grigio misto. In luogo dei kpis e dei berrettoni servi
vansi durante l'estate, dovunque il servigio lo permettes
se, delle berrette di polizia foggiate sul gusto delle sviz
Z62T6.

un fatto dimostrato, che l'armata napoletana si trovava


in uno stato di completo abbandono quando nel 1830 il re
Ferdinando sal sul trono di Napoli, e questo re non risparmi
veruna cura per possibilmente riordinarla. Tutto ci per
rimase alla superficie, giacch la tirannide borbonica non
poteva mai penetrare in guisa da ispirare all'armata uno
spirito veramente nazionale e militare, e, diciamolo fran
camente, anche le stesse voci d'encomio dagli adulatori in
nalzate al despotismo borbonico sull'atteggiamento splendido
dell'armata, non corrispondevano ai fatti. Ci spiegheremo
meglio su questo riguardo potendo ci essere un insegna
mento per altre armate.
L'armata napoletana mancava di onorifiche tradizioni
militari; in essa piuttosto coltivavasi lo spirito di un istituto
di polizia, n potevasi gloriare di altri fatti se si eccettui
qualche combattimento nelle strade della citt e qualche spe
- 169 ---

dizione impresa contro i briganti. Di questa dubbiosa gloria


spettava gran parte ai reggimenti, poscia sciolti, degli Sviz
zeri. I membri dell'armata napoletana, che nel 1848 e 49
propugnavano la causa nazionale italiana, furono per lungo
tempo in mala vista del governo avendo essi operato contro
la sua volont. -

Gli ufficiali superiori erano per la maggior parte di et


avanzata, amanti oramai pi degli agi della vita che degli al
lori guerreschi. Bastava che sapessero bene comandare una
rivista per acquistarsi la benevolenza del loro re. Gli esercizi
per le cerimonie ecclesiastiche, l'inginocchiarsi, il presenta
re l'arma, il levarsi il berretto occupavano almeno tanto
tempo quanto gli altri esercizi che possono essere vera
mente utili in una guerra. L'indole napoletana ha una natu
rale tendenza al raggiro, e questa trovavasi molto sviluppata
negli ufficiali superiori e perfino nei forestieri nazionalizza
ti. Nelle minime circostanze, con mezzi i pi abbietti, cia
scheduno cercava di farsi bello agli occhi del despota a dan
no altrui.
Arroganti verso i dipendenti, erano vili verso i supe
riori. Nelle schiere inferiori dell'armata, tanto nei bassi
ufficiali quanto nei semplici gregari, scarseggiava di molto
il sentimento morale e civile, e la ricerca del proprio como
do per parte dei superiori concedeva molti abusi ai subal
terni purch avessero usato la necessaria adulazione. In ge
nerale il soldato era dovunque e da tutti raggirato e dan
neggiato, il che non poteva certo contribuire a fargli cre
scere la propensione al servizio militare pel quale sin dap
principio non aveva recato con s grande simpatia. Vile ser
vilit surrogava il sentimento del dovere.
La favola dei fucili rigati coi quali s'avrebbe ucciso il
nemico alla distanza di un miglio, era uno spettro che per
diversi anni ha spaventato tutte le armate europee ed ha
stordito anche gente dotata di ragione. Le prime armate nel
- 170 -

le quali sparve lo spavento di questa nuova invenzione furo


no quelle che ben si conoscevano della guerra essendo for
nite di conveniente educazione militare.
Ad ogni modo, a Napoli si accolse colla pi grande gioia
questa favola. Per alcuni essa porgeva occasione di darsi
importanza a buon prezzo : per gli ufficiali superiori era
una cosa molto interessante l'uccidere il nemico col mez
zo dei loro soldati alla distanza di un miglio, giacch col
vigente sistema di governo non osavano inspirare ai militi
quel coraggio che li sprona a battersi corpo a corpo col
nemico.
Il Napoletano intelligente, ma essendo dotato di fer
vida fantasia, pure alquanto pauroso e cerca piuttosto di
nuocere al nemico che di esporre s stesso ad un pericolo;
e per ci ritiensi che si adatti specialmente all'arma dei cac
ciatori, e doversi quindi rivolgere una peculiare attenzione
all'istruzione di questo corpo. Ci avveniva anche di fatto, e
vecchi poliziotti, privi del tutto di qualunque idea di strate
gia, ed imperiti del comando di grandi corpi, coprivano ben
presto il grado di brigadieri e di generali maggiori, essendosi
esercitati solamente nel bersaglio, ignari del tutto delle ma
novre dei cacciatori francesi a piedi e dei zuavi. L'infan
teria fu sempre trascurata, e nello stato, in cui si trovava, si
poteva scioglierla e mandare alle loro case i soldati senza
che ne fosse derivato gran danno dalla loro mancanza. Ma
i cacciatori furono ammaestrati di tirare solamente quando
non iscorgevano il nemico, e di fuggire tosto che questo
mostrava loro la faccia. .
Osserviamo che la grande trascuranza usata verso l'in
fanteria, contribuiva moltissimo a farle perdere lo spirito
nazionale napoletano, per cui le idee italiane poterono facil
mente entrare in essa tanto negli ufficiali che nei soldati.
I Comitati unitari trovarono questo suolo adattatissimo
alle operazioni. assai naturale che il governo non potesse
- 171 -

pretendere grande simpatia da quei corpi che conoscevano


essere solamente destinati a servir di preda al cannone.
Questo era lo stato dell'infanteria. Sulla cavalleria si
scrissero gi tante epopee che difficilmente si prester fede
a chi asserisce il contrario; ma noi che siamo amanti della
verit esterneremo francamente la nostra opinione. La ca
valleria napoletana era senza dubbio un'arma molto acca
rezzata, come lo in tutti gli Stati di regime assoluto, e noi
concediamo volontieri, che un reggimento di cavalleria na
poletana in grande parata, cogli ufficiali e soldati general
mente di bell'aspetto e bene abbigliati, con cavalli di razza
nobile, porgeva un magnifico aspetto, finch non udivasi il
fischio delle palle.
Ma in qual modo diportavasi dinanzi al nemico ? Come
raggiungeva lo scopo principale pel quale instituita ?
Per formare una buona cavalleria, anzitutto, sono ne
cessari cavalli non eleganti ma robusti.
I cavalli napoletani sono per la massima parte di razza
araba, e osserviamo per incidente quello che forse pochi sa
pranno, cio, che sotto il dominio dei Borboni era mestieri
d'un permesso apposito per comperare od introdurre un
cavallo inglese nel Napoletano, permesso che non veniva
sempre accordato. Cos la razza conservavasi essenzialmente
pura e raccoglieva in s poco a poco tutte le modificazioni
che il secolo e altre condizioni del paese avevano innestato
nel popolo napoletano. Cavallo ed uomo hanno non poche
somiglianze fra loro. Per gli abitanti del Nord tanto l'uo
mo che il cavallo di Napoli sembrano ambidue egualmente
ridicoli. E questa indole pi apertamente si mostra nello
stallone, di quello che nella cavalla o nel cavallo non intiero.
Si fecero sempre grandi elogi perch la cavalleria na
poletana non cavalcava che stalloni. Dobbiamo confessare
che questo provvedimento ci sembra il pi infelice che si pos
sa mettere in atto per ottenere una buona cavalleria: e dop
- 172 -

piamente poi per le qualit dei cavalli di razza napole


tana.
In generale, cosa provata che lo stallone mostra
maggior vigore, maggior brio se nutrito regolarmente e
resiste molto pi della cavalla e del cavallo non intiero :
per non n s paziente, n s infaticabile se gli manca
un regolare nutrimento. Tanto vale specialmente pel caval
lo napoletano di natura capriciosissimo e pauroso del fuo
co. Mentre un esperto cavaliere sapr sempre dirigere a
sua volont la cavalla ed il cavallo, non potr fare lo stesso
collo stallone. Possiamo assicurare che almeno una terza
parte dei cavalli napoletani indietreggiarono dinanzi al fuoco,
anche se condotti dai migliori cavalieri, e se non riuscivano
a deporre col salto del montone il cavaliere che dirigevano,
curvando la testa lo balzavano di sella in quella maniera,
oppure sdraiandosi in terra, e sviluppando tutta la forza
rompevano le briglie anzich condurre il loro cavaliere al
tiro del fuoco nemico. Si consideri che 50 cavalli di questa
indole annoveravansi in una squadra di 150; e ciascheduno,
anche senza essere stato testimonio oculare, potr farsi una
idea del disordine che doveva sorgere nel caso che quella
squadra avesse voluto attaccare un quadrilatero nemico, e
dovr convincersi che la cavalleria napoletana non poteva
mai venire ad una seria lotta quand'anche tutt'i soldati
fossero stati animati di vivissimo desiderio di venir alle ma
ni col nemico, il che non si pu assolutamente concedere.
Infatti la cavalleria napoletana nel 1859 non attaccava
mai un distaccamento nemico anche se formato di soli venti
uomini : tutt'al pi azzuffavasi colle deboli e lunghe catene
di bersaglieri che si trovavano senza assistenza e contro le
quali bastava l'opera di due o tre cavalieri per avventura
padroni delle loro cavalcature.
Si osserver che mediante esercizi analoghi si potrebbe
avvezzare il cavallo a non temere il fuoco, ma ancora dub
173

bio se ci valga pei capricciosi cavalli napoletani; rimane


per certo che frequenti esercizi a fuoco vivo nella cavalle
rizza avrebbero, se non tolto del tutto, almeno diminuito in
gran parte tale difetto. Ma tali esercizi a fuoco mancavano
totalmente come suole avvenire quando il fare belle riviste
lo scopo principale del servizio della cavalleria.
Assalti di quadrilateri, evitati tanto nella Francia du
rante i campi di esercizio, furono sempre eseguiti nel regno
di Napoli, come nelle altre armate che si credono molto ad
dentro nell'arte guerriera, s'intende per coll'obbligo di
dar di volta a 40 o 50 passi, senza pensare, che tanto gli
uomini che i cavalli con ci s'avvezzano a fare altrettanto
nel caso di un effettivo combattimento.
Bench la cavalleria napoletana, in proporzione dell'ar
mata intera, non raggiungesse un'importanza grande, ci
non di meno riputiamo che la met di essa se avesse consi
stito in valorosi soldati ed in buoni cavalli avrebbe potuto
far il doppio di quello che fece l'intero corpo.
Se in tutta l'Europa civilizzata troviamo pochi paesi
nei quali la cavalleria possa bene svilupparsi collo spazio
necessario per avanzare e retrocedere con successo ed ope
rare in massa (e non intendiamo con questa parola che un
modesto numero di 1000 cavalli) tanto pi sul suolo napole
tano per la sua speciale conformazione troveremo situazioni
nelle quali la cavalleria potrebbe operare con reale van
taggio.
L'artiglieria napoletana era debole in proporzione del
l'armata. L'intiera artiglieria di campo, comprese le batte
rie a cavallo, ascendeva a 136 cannoni, cosicch per ogni 1000
uomini dell'armata completa v' era un cannone, mentre i
moderni artiglieri ne chiedono 4, e, secondo sani principi,
occorrono almeno due cannoni per ogni 1000 soldati. Una
armata il cui fondamento sia una buona infanteria, richie
de senza dubbio un'artiglieria corrispondente; ma questa
174 -

appunto mancava all'armata napoletana. Il materiale per


dell'armata era buono e ben fatto : ed i cavalli del treno,
relativamente alla loro razza, erano abbastanza buoni.
Dei cannoni rigati ben pochi trovavansi nell'armata
napoletana e questi soltanto in via di esperimento. Ci per
poteva recare poco danno, imperocch la formazione del
paese non offre all'artiglieria che limitate distanze. Rare
volte trovasi un orizzonte di pi di 1000 passi.
L'artiglieria napoletana tira bene da sicure posizioni
anche a grandi distanze prima di aver sofferto qualche per
dita di uomini o di cavalli. Per appena morto o ferito
un cavallo od un artigliere, e maggiormente poi se il nemico
da un lato o da tergo avvicinasi alla distanza di qualche
centinaia di passi, cessa ogni ordine e conseguente sicu
rezza di tiro. Ci avviene specialmente perch l'artiglieria
non pu fidarsi nel coraggio della infanteria datale a difesa.
Tale era l'armata del re di Napoli. Ma con chi ebbe
essa a combattere ?
Contro mille uomini vestiti alla borghese o col camiciot
to rosso, male e spesso miserabilmente armati, per decisi
di vincere o morire sotto il comando del giudice d'Ita
lia, dell'eroe ispirato dal pensiero della unit della patria.
Del di pi non potevasi far conto alcuno: n certo vale
vano gran cosa i 4 cannoni sbarcati a Marsala, mal mon
tati e peggio ancora provvisti di cavalli e di muli, e per il
servizio dei quali appena si poterono trovare dieci uomini
che avessero qualche conoscenza relativa. N si pu tener
conto di quei guerriglieri siciliani che erano accorsi nelle
schiere garibaldine, senza rinforzarle, ma cagionando dap
prima pi confusione che vero vantaggio.
La speranza di Garibaldi pel rinforzo dei suoi guer
rieri fondavasi sull'Italia settentrionale. E difatto appena
partito Garibaldi da Genova i suoi compagni si misero a for
mare le riserve per ispedirgliele al pi presto. Ma ad alle
175
stire un tale rinforzo con mezzi s insufficienti e cogli in
ciampi attivi e passivi che l'organizzazione trovava ad ogni
passo, erano necessari parecchi mesi. E questo tempo
sarebbe bastato per distruggere totalmente la piccola schiera
garibaldina.
Per quanto scarso si fosse creduto il valore dell'ar
mata napoletana, non si avrebbe mai avuto il diritto di pro
nosticare e di sperare un s grande, s rapido e s glorioso
successo che eguagliava ad una conquista della Sicilia.
Seguiamo ora gli avvenimenti occorsi dopo lo sbarco
di Garibaldi a Marsala.
CAPIToLo Iv.
IL (E0MBATTIMENT0 DI (ALATAFIMI,

Alla mattina del 12 maggio Garibaldi lasci Marsala


colle sue truppe per recarsi nell'interno dell'isola.
Marsala non offriva i mezzi che occorrevano per l'arma
mento, n la tranquillit necessaria per questo lavoro. Spe
ravasi peraltro di eseguire ci pi agevolmente nell'interno.
Si prese dapprima la direzione verso Salemi, distante
da Marsala circa 20 miglia. -

La colonna fece sosta in questo d a Zafferana, e gi


in quel luogo si ebbero varie notizie sulle condizioni del
l' isola.
La pi importante era, che l'insurrezione ferveva ancora
nelle vicinanze di Palermo e di Carini ove trovavasi Rosolino
Pilo, e che una colonna napoletana era uscita da Palermo
e marciava verso Calatafimi e Salemi.
La mattina del 13 Garibaldi proseguiva la via per
Salemi. Divisa la truppa in due colonne, l'infanteria diritta
mente procedeva sulla strada mentre l'artiglieria, con un
piccolo accompagnamento, prese la via pi carrozzabile per
BelluSa.
I Garibaldini furono accolti a Salemi col massimo entu
siasmo. Incoraggiato da tale accoglienza, il Garibaldi deter- .
minava di fermarvisi un giorno.
Dietro richiesta degli abitanti, nel 14 si dichiar ditta
tore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele invitato
12
178

dalle Comuni liberate dell'isola, le quali avevano trovato


necessario di riunire in tempo di guerra il potere civile
al militare.
Il primo atto del suo governo era un decreto del 14
maggio concernente l'organizzazione dell'esercito siciliano.
Annunziava che tutti gli uomini dai 17 ai 50 anni atti alle
armi dovevano prestare servigio, cio : dai 17 ai 30 anni
nell' esercito attivo, dai 30 ai 40 nel servizio dei distretti e
dai 40 ai 50 in qualit di guardie comunali.
In ogni Comune doveano formarsi. commissioni per
istituire i registri degli individui obbligati a servire. La
nomina degli ufficiali e dei sotto-ufficiali nell'armata at
tiva dipendeva dal comandante in capo e dai suoi luogote
nenti. Gli ufficiali delle compagnie della seconda e della
terza classe doveano essere eletti dalla stessa truppa. Una
compagnia dovea comprendere dai 60 ai 150 uomini, ed un
battaglione avere almeno quattro compagnie. Fu ordinato
che l'armamento incominciasse dai soldati della 1. classe.
Con questo decreto veniva introdotta la coscrizione,
alla quale sempre i Siciliani si erano opposti. Attuata re
golarmente, poteva fornire almeno 250.000 uomini di cui
90.000 circa per l'esercito attivo. Questo decreto per non
ottenne il bramato effetto, ch i Siciliani anche questa volta
crollando il capo non vi davano ascolto.
Tutti quelli che entravano nelle truppe di Garibaldi
erano volontari ed in numero assai ristretto. I Siciliani che
con Garibaldi invadevano la terraferma non oltrepassavano i
4000. Dagli Italiani del nord i Siciliani furono sempre chia
mati piciotti (servi, giovinastri) anche dopoch essi, in parte
almeno, ebbero date prove di coraggio. Dei volontari arrivati
da Marsala, Trapani, Castelvetrano e Salemi, Garibaldiforma
va due nuove compagnie dei cacciatori delle Alpi, l'ottava e
la nona, cosicch il fior delle truppe ascendeva a 1200 uomi
ni circa, Oltrecci arrivarono durante il 14 a Salemi diverse
179

schiere di guerriglieri coi loro capi, 2000 uomini circa, che


mostravano buona volont di accompagnare le truppe per
un tratto di strada senza incontrare alcun obbligo.
Il basso clero della Sicilia si associ sin da principio al
partito di Garibaldi. Il primo prete che cordialmente si uni
va all'eroe nazionale, era fra Giovanni di Castelvetrano, del
convento dei Francescani riformati di Salemi. Egli riguar
dava Garibaldi come un Messia.
In mezzo ad una popolazione superstiziosa era som
mo vantaggio il possedere le simpatie dei sacerdoti, e Gari
baldi se li rendette tutti favorevoli col suo proclama; che
comunichiamo letteralmente, imperocch in esso si manife
stano le sue vedute e le Sue idee.

AI BUONI sACERDOTI !

Qualunque sar l'avvenire dell' Italia, quale che sia


per essere il suo destino, il clero fa causa comune coi nostri
nemici, e stipendia soldati forestieri, per combattere gli Ita
liani: esso sar perseguitato dalla maledizione delle genera
zioni future.
Il perch riesce consolante il vedere i sacerdoti Siciliani
marciare alla testa del popolo contro gli oppressori. Qui dun
que si pu ritenere non ancora spenta la vera religione cri
stiana.
Non sono ancora morti gli Ugo Bassi, i Verit, i
Guzmaroli ed i Bianchi, e nel giorno in cui questi martiri,
questi eroi della causa nazionale avranno successori, lo stra
niero cesser dal calcare il suolo della nostra patria quale
padrone dei nostri figli, delle nostre donne e di noi stessi.

GIUSEPPE GARIBALDI.
180

Sotto la direzione dei due macchinisti del Piemonte e


del Lombardo, Achille Campo e Giuseppe Orlando, si eresse
a Salemi un laboratorio d'artiglieria e coll' equipaggio dei
due vapori si form una compagnia destinata a difendere
l'artiglieria; oltre a ci i bersaglieri genovesi formavano
una nuova compagnia sotto Mosto.
Nel giorno 14 il brigadiere Landi da Alcamo si era
avanzato sino a Calatafimi, ed occupatala avea spinto i suoi
avamposti 2,500 passi innanzi verso Vita, sulla strada di
Salemi. -

Le truppe delle quali si componeva il corpo che occu


pava Calatafimi consistevano nell'8.vo battaglione di cac
ciatori, in un battaglione di bersaglieri, in un battaglione del
10 reggimento di linea, in 200 cavalieri con 4 cannoni da
montagna mentre alcuni altri corpi eransi fermati ad Alcamo
per respingere le schiere dei guerriglieri.
opinione generale che Calatafimi offra una bella posi
zione. La citt, con circa 5.000 abitanti, situata sul declivio
di una collina, sulla cui cima esiste tuttavia un antico castello.
Sopra altra collina, verso il nord-ovest, veggonsi le rovine di
Segeste. Le due colline sono separate da una valle, per la
quale dal nord al sud scorre un piccolo ruscello, affluente del
fiume freddo. Al sud di Calatafimi, nella distanza di 2500
passi dalla citt, le colline che allora prendono il nome di
Pianta de'Romani, precipitosamente scendono ad un piano
pure di circa 2,500 passi, dall'altra parte del quale sor
gono le alture del villaggio di Vita. La strada da Calatafimi
a Salemi scorre nel mezzo di questo piano ed attraversa an
che il villaggio di Vita che dista tre miglia da Calatafimi e
quattro da Salemi.
Garibaldi, avvertito nella notte del 14 al 15 dell'opera
zione di Landi, si decise di avanzarsi verso Calatafimi.
L'ordine della marcia era il seguente :
Alla testa un battaglione dei cacciatori delle Alpi co
- 181 --

mandato da Carini, composto della 9 compagnia sotto il


capitano Grigiotti, della 8 compagnia sotto il capitano
Bassini, della 7. compagnia (gli studenti di Pavia) sotto Cai
roli, della 6 compagnia sotto Ciaccio luogotenente del Ca
rini, della 5 compagnia sotto Anfossi.
Li seguivano Orsini e Minutilla coll'artiglieria e col
genio, composta di due soli cannoni, essendoch gli altri due
non erano montati, e Castilla colla compagnia composta
dell'equipaggio dei due vapori.
Finalmente veniva il battaglione Bixio nel seguente
ordine :
La 4. compagnia sotto Sprovieri luogotenente di La
Masa, di cui avremo da parlare ben presto.
La 3. compagnia sotto Stocco.
La 2 compagnia sotto Forni.
La 1. compagnia sotto Dezza luogotenente di Bixio.
I carabinieri genovesi sotto Mosto.
Le squadre siciliane sotto Coppola e Sant'Anna dove
vano accompagnare la colonna quali distaccamenti laterali,
l'una a dritta, l'altra a sinistra. V'erano circa 2.000 di que
sti guerriglieri a Salemi nel giorno 14, ma solamente 250
presero parte attiva al combattimento. Quindi le truppe di
Garibaldi ascendevano al pi a 1,500 uomini.
Landi disponeva di oltre 3.000 soldati sufficientemente
buoni. -

Garibaldi cogli ufficiali del suo stato maggiore precede


va le truppe, per essere il primo a scoprire la posizione
del nemico.
Stando ancora sulle ultime diramazioni delle colline di
Vita, Garibaldi scorgeva la linea dei bersaglieri nemici che
avea occupata la Pianta de' Romani. Egli invi allora alla
colonna un ufficiale d'ordinanza colle necessarie disposi
zioni. Questi trov che la colonna avea gi passato Vita. Gli
ordini di Garibaldi erano i seguenti :
- 182

Che tutte le truppe dovessero occupare le colline a de


stra della strada, e solo rimanere sulla medesima l'arti
glieria colla compagnia Anfossi. I carabinieri genovesi do
vessero formare l'avanguardia sotto la speciale direzione
di Trr, seguiti nella prima linea a destra dalla 7. com
pagnia di Carini ed a destra pure dall'ottava : nella seconda
linea poi la 6 dietro la 7., la 9. dietro l'8.
Le quattro compagnie di Bixio, da lui capitanate e da
Sirtori, dovevano formare la riserva.
Carini coi carabinieri genovesi e colle prime due com
pagnie avanzavasi fino all'estremo pendio delle colline di
Vita, fiancheggiato dai volontari Siciliani: ma questi, appena
veduti da lungi i soldati napoletani, si dispersero metten
do altissime grida e scaricando a pi miglia di lontananza
dai nemici le loro armi : per ricomparvero durante il com
battiment su diversi punti pi o meno discosti dal centro
della pugna, e con ci rendevano accidentalmente alla
schiera di Garibaldi non ispregevoli servigi. Al presente
Sant'Anna e Coppola non aveano potuto tener radunati
pi di 250 uomini, che essi schieravano dietro le compa
gnie di Carini.
Verso le ore 9 , di mattina Garibaldi accorgevasi di
un grande movimento nelle file dei regi, per cui riteneva
ch'essi fossero disposti a discendere dalle colline di Calata
fimi nel piano per muovere all'attacco.
- Stimava impertanto opportuno l' attenderli occupando
le colline di Vita. -

Mentre Sant'Anna e Coppola, staccavansi di nuovo per


isturbare il... nemico ai fianchi, le prime compagnie sede
vano per riposare, essendoch le linee dei bersaglieri regi
avevano ancora un quarto d'ora di cammino prima che le
loro palle potessero giungere sino ai Garibaldini.
Infatti Landi fece avanzare le catene dell'8 battaglione
dei cacciatori sostenute da compagnie serrate trattenendo
183

sulla cima delle colline di Calatafimi i carabinieri e il bat


taglione del 10 reggimento di linea colla cavalleria appog
giata al lato sinistro da due cannoni messi in batteria.
Mentre i cacciatori napoletani avanzavansi, Garibaldi
coi suoi faceva tranquillamente la magra colazione consi
stente in pane con poco cacio.
I Napoletani erano ancora distanti dai Garibaldini un
1000 passi circa, quando le prime palle dei loro fucili rigati
raggiungevano le file di quest'ultimi. Allora Garibaldi diede
il segno dell'attacco. In pari tempo Bixio ricevette l'ordine di
avanzare col suo battaglione diviso in due colonne a sinistra
di Carini, e di spingersi per tal modo nel fuoco. Vedendo i
carabinieri genovesi ed il battaglione di Carini che i Napole
tani muovevano loro incontro, rimasero sorpresi, ma nondi
meno li accolsero a fucilate. Quando per i Garibaldini si fu
rono avvicinati e poterono far uso anch'essi delle loro armi
da fuoco, i bersaglieri napoletani ripiegarono tosto sulle
compagnie serrate che li spalleggiavano. Ratti loro tennero
dietro i carabinieri genovesi, ma ricevuti da un vivo fuoco
di linea dovettero retrocedere.
In loro vece venivano all'assalto le prime compagnie
di Carini, ma ancor queste non potevano avanzare di un
passo. Dopo di loro la 6 e la 9 compagnia. In questo at
tacco cadde Schiaffini che portava la bandiera della 6. com
pagnia.
Allora i Napoletani cominciarono a ceder terreno. La 7
ed 8.* compagnia riordinatesi di nuovo, li inseguirono nelle
loro nuove posizioni, la 7: premendo contro il lato sinistro
dei regi. In questo attacco fu preso uno dei due obici di
montagna che stavano al lato sinistro dei Napoletani e tutta
la relativa munizione.
Intanto Bixio colle quattro compagnie arrivava nel luogo
della pugna al lato sinistro di Carini, e quivi eguali vicende
ebbero entrambe le ali dei Garibaldini.
184

Ma specialmente l'ala destra fece temere ai Napoletani


di aver tagliata la ritirata verso Alcamo e Palermo, e per
ci li induceva ad abbandonare le posizioni che appena
appena avevano occupate per prenderne altre situate pi
in alto.
Molto contribuivano ad incutere tale timore i volontari
di Sant'Anna che assai prolungavano l'ala destra dei Ga
ribaldini, bench per non cercassero entrare nel forte
della mischia.
Fino dalla prima ora del combattimento un uomo
esperto avrebbe con facilit potuto indovinare di chi stava
per essere la vittoria.
Mentre i Napolitani non cercavano altro che di guada
gnare nuove posizioni e sempre migliori, dalle quali rare
volte si mossero in avanti, pensando pi alla propria sicu
rezza che alla possibilit di danneggiare il nemico, i Ga
ribaldini senza posa si avanzavano animati dal pensiero del
loro duce, che la perseveranza debbe finalmente condurre
alla vittoria. Messi di sovente in disordine, principalmente
nei campi coperti di formento oramai elevato dal suolo, essi
rannodavansi ben presto al nuovo attacco e i comandanti li
conducevano nuovamente contro il nemico senza badar punto
al numero dei militi onde fosse tuttora composta la loro
compagnia. Mentre Garibaldi si trovava nelle prime file de'
suoi, Landi tenevasi lontano dal pericolo sopra una collina
di Calatafimi come se avesse avuto 100,000 uomini da co
mandare.
Circa le 11 la lotta avea incominciato ad assumere pro
porzioni pi grandi, e verso le 3 le truppe regie erano re
spinte fino all'ultima e principale loro posizione al sud di
Calatafimi. Garibaldi fece fermare i suoi bravi e, protetto dal
pendio di un monte, rannodava l'ala destra per l'ultimo at
tacco mentre Bixio faceva altrettanto coll'ala sinistra.
La maggior parte dei comandanti marciava a piedi o
- 185 -

che avessero perduto il cavallo, o che il terreno frastaglia


to e montuoso non permettesse di farne uso.
Fin qui l'artiglieria di Garibaldi non aveva tirato anco
ra nemmeno un colpo. Orsini appostava i due cannoni di cui
poteva disporre sulle colline di Vita, molto lungi dai Napo
letani, circondandoli di barricate, imperocch gl'insufficienti
mezzi di trasporto e la poca perizia de' suoi soldati nell'uso
dei cannoni non gli avrebbero permesso rapidi movimenti
n di attacco n di ritirata; molto pi perch credeva che i
Napoletani volessero attaccare. . Vedendo per ritirarsi le
linee dei cacciatori dopo il primo attacco dei bersaglieri ge
novesi nelle colline della Pianta de'Romani, accorgevasi che
una lotta di qualche importanza non poteva pi aver luogo
sulle colline da lui occupate e perci dispose di abbandonare
la posizione dalla quale non poteva ajutare la infanteria.
Per raggiungere per tale effetto gli abbisogn molto
tempo, imperocch le barricate da esso costruite gli impedi
vano il passaggio e dovevano quindi almeno in parte esser
distrutte. Per tal modo Orsini non pot avanzarsi sino al
momento in cui Garibaldi preparava l'ultimo attacco. A se
condare il quale Orsini appuntava in luogo conveniente i
suoi cannoni, Quando Garibaldi ebbe radunato circa 300
uomini dell'ala destra, diede il segno per l'ultimo e deci
sivo attacco, il quale venne eseguito con impeto e diretto
principalmente contro l'ala sinistra del nemico. In pari
tempo Orsini fece alcuni colpi co' suoi cannoni.
I Napoletani, affaticati gi dagli sforzi della giorna
ta e scoraggiati dal continuo retrocedere senza plausibi
le motivo, n mai adoperati per un vigoroso assalto e per
una considerevole spinta in avanti, vedendosi di nuovo mi
nacciati da uno di quegli attacchi nei quali diventava una abi
tudine il ritirarsi, ed accorgendosi oltre ci che le mosse dei
Garibaldini erano ora aiutate dai cannoni, dopo p0che schiop
pettate cessavano dalla resistenza, e si misero in fuga verso
- 186

Catalafimi. Se gi ai Napoletani pareva di vedere dieci Gari


baldini dove in realt non ve n'era che un solo, di quanto
non dovea infiammarsi la loro fantasia, quando videro pren
dere parte al combattimento anche cannoni che facevano
presumere l'arrivo di nuovi rinforzi ?
Garibaldi rimasto vittorioso bivaccava sul campo di bat
taglia per dare il necessario riposo ai suoi militi stanchi,
bench una parte di essi desiderasse l'immediato assalto di
Calatafimi. Ma questo riposo non poteva essere di gran
de ristoro, mancando l'acqua, altre bevande e qualsiasi
cibo.
Dopoch Landi credeva di non essere pi molestato a
Calatafimi in quella giornata scrisse al principe di Castelcicala
un lamentevole rapporto, accennando di aver dovuto combat
tere contro una quantit innumerevole di nemici i quali lo
avevano circondato da tutti i lati. Domandava un sollecito
rinforzo di fanti con almeno una mezza batteria, accusando
in pari tempo mancanza di munizione tanto per i cannoni
quanto per l'infanteria, come pure di proviande, imperocch
le bande nemiche eransi impadronite dei mulini e del fro
mento ivi collocato ad uso delle truppe regie. Il rapporto di
Landi annunziava la morte del comandante superiore nemi
co, cio di Garibaldi, e la presa di una bandiera. In quanto
all'obice toltogli dai Garibaldini, riferiva che uccisa la bestia
da soma che lo recava sul dorso, era riuscito impossibile di
salvarlo, e lo si era dovuto quindi abbandonare nella ritirata.
Prometteva infine di difendersi ostinatamente a Calatafimi
dove senza dubbio sarebbe stato attaccato. Il rapporto di
Landi non era esatto su diversi punti. Fortunatamente per
l'Italia, Garibaldi non era morto ; la bandiera della truppa
italiana era quella della VI compagnia, e l' obice dei Na
poletani era montato in batteria quando fu preso dai Gari
baldini. La timidezza colla quale Landi cercava di giustifi
care presso Castelcicala questa disfatta, dimostr chiara
187 -

mente il vecchio ufficiale di una armata stabile, che racca


priccia dinanzi a qualunque responsabilit.
Questo rapporto non pervenne nelle mani di Castelci
cala perch intercettato dalle bande vaganti dei Siciliani.
Qualunque fosse stata l'intenzione di Landi immediatamente
dopo la battaglia, egli la cambiava e in tutta fretta ritiravasi
da Catalafimi verso Alcamo e Partinico, quando vide accen
dersi all'imbrunire della sera sulle colline i numerosi fuo
chi, per la massima parte accesi dalle diverse schiere dei
volontari siciliani e pochi dai cacciatori delle Alpi, e gli
venne comunicata la notizia che nei dintorni di Carini e di
Alcamo, sulla strada di ritirata verso Palermo, si presenta
vano numerose schiere di guerriglieri.
Alla mattina del 16 Garibaldi accolto con grande entu
siasmo entr in Calatafimi, dove liber 40 arrestati politici,
quindi salutava i suoi seguaci col seguente :

ordine del giorno.

Con compagni del vostro valore posso tentare qualun


que impresa, e ve lo mostrai jeri conducendovi ad una vit
toria ad onta del numero dei nemici ed attraverso le loro
forti posizioni. Feci un giusto conto delle nostre baionette
ben taglienti e vedete che non mi sono ingannato.
Mentre deploro la triste necessit di dover combattere
contro soldati italiani, debbo nullameno confessare di aver
trovato una resistenza degna di una causa migliore. E tal
fatto ci mostra quello che noi potremmo operare nel giorno
nel quale l'intiera famiglia italiana si raduner intorno la
gloriosa bandiera della redenzione.
Domani la terraferma italiana sar tutta in festa per
celebrare la vittoria dei suoi figli liberi e dei nostri valo
rosi Siciliani.
188
Le vostre madri e le vostre amanti cammineranno per le
strade alta la testa e con la faccia ridente superbe di voi.
Il combattimento ci ha costato molti cari fratelli che
cadevano nelle prime file. Nei fasti della gloria italiana ri
splenderanno eternamente i nomi di questi martiri della
InOStra Santa CauSa. -

Paleser al vostro paese i nomi dei bravi che con som


mo valore conducevano alla lotta i soldati i pi giovani, i pi
inesperti e che domani li guideranno alla vittoria sopra un
campo pi ampio ; essi sono destinati a rompere gli ultimi
anelli delle catene che tengono avvinta la nostra cara Italia.
GIUSEPPE GARIBALDI.

Le perdite nella battaglia di Calatafimi furono in gene


rale di poco conto da ambo le parti. Dietro i rapporti pi
esagerati i Napoletani non perdevano pi di 140 uomini,
cio una ventesima parte della truppa che prese parte al
combattimento. Nella stessa proporzione stanno le perdite
dei Garibaldini i quali perdevano circa 70 uomini.
Un primo combattimento sempre pi o meno la
imagine di tutti i susseguenti della stessa campagna se gli
avversari in generale rimangono gli stessi. Perci egli
sempre di grande interesse il farsi giusto criterio sulle cause
della vittoria e della sconfitta. In quanto al numero dei sol
dati che a Calatafimi si stavano di fronte, il combattimento
dovrebbesi chiamare insignificante. Esso non ebbe maggiore
importanza per la campagna del 1860, che il combattimento
di Montebello per quella del 1859. Anche la perdita dei
morti e dei feriti d'ambo le parti nulla muta in questo
paragone e nulla la reciproca proporzione della forza. Avve
gnach se i Piemontesi coi Francesi uniti erano di molto
pi inferiori in forze degli Austriaci nella battaglia di Mon
tebello (che non lo fossero i Garibaldini a Catalafimi in con
fronto dei Napoletani) ; tanto i Francesi che i Piemontesi a
189

Montebello erano soldati regolari, bene esercitati, se anche


non ancora avvezzi alla guerra e condotti da comandanti
esperti e valorosi, mentre gran parte dei Garibaldini con
sisteva in giovent che non conosceva la guerra se non di
nome e l'esercizio della quale doveva esser chiamato ap
pena sufficiente. Quali motivi adunque davano in mano la
vittoria alle schiere dei Garibaldini inferiori di numero e
di militare esercizio ? -

L'incanto del duce, il valore personale, la perseveran


za, la intima relazione dei soldati tra loro e coi rispet
tivi comandanti, in fine il principio dell'attacco. vera
mente grandioso il fascino che Garibaldi si acquistato su
tutti gli animi coi mezzi pi semplici e naturali. Garibaldi
agli occhi degli allievi delle case d'educazione militari, dalle
coste piemontesi fino alle spiaggie russe, un uomo senza
istruzione militare, un avventuriere fortunato. Per altro di
tal opinione non chi abbia fior di senno ed un cuore
in petto. Per un vero soldato egli anche un grande gene
rale, che sa dirigere numerose masse sull'ampio campo di
battaglia, e lo comprova la battaglia decisiva al Volturno
nel 1. ottobre dell'anno stesso, bench lavorasse con mezzi
assai diversi da quelli che sogliono adoperare gli allievi
delle scuole pedanti.
Non vogliamo dire che tutti i membri della spedizione
che approdarono a Marsala nell' 11 maggio 1860 fossero
eroi. Sappiamo bene che questa sarebbe una menzogna ; ma
la met di essi erano di quei valorosi che raramente si pos
sono trovare, e la maggior parte dei comandanti i battaglioni
e le compagnie non conoscevano le due parole: paura e im
possibilit. V'ebbero alcune eccezioni per, specialmente ne
gli avvenimenti posteriori; ma i pi stettero ligi al proprio
dovere. Se un ufficiale dei regi vedeva fuggire la met dei
soldati era certo che indietreggiava esso pure, per ridurli di
nuovo all'obbedienza. I Garibaldini intendevano la cosa in
190

altro modo. Se qualcheduno della loro gente fuggiva pensa


vano come Erlach alla battaglia di Laupen: bene che la
crusca si scerna dalla farina; e con una dozzina d'uomini
attaccavano qualunque numero di nemici, approfittando di
tutt'i vantaggi del terreno e nella ferma speranza di radu
nare ancora una gran parte dei fuggiaschi per condurli a
nuovi assalti. Colui che non operava in questo senso non
era un bravo ufficiale di Garibaldi. La difesa non era che un
riempitivo pei Garibaldini i quali, capitani e soldati, ad ogni
fermata non pensavano che al modo di avanzare e di dan
neggiare pi che fosse possibile il nemico.
La manzanza d'esercizio della maggior parte dei sol
dati rendeva impossibile quasi l'avanzare in linee serrate,
per le intime relazioni tra soldati ed ufficiali, l'ambizione,
l' incitamento all' imitazione - lo rendevano sino all'ultimo
giorno pressoch inutile eziandio nei migliori corpi dell'ar
mata di Garibaldi.
Il solito modo di avanzare era in linea aperta che si
diradava ancor pi incontrando un fuoco violento od un
terreno poco favorevole e si stringeva dove lo permette
vano il fuoco ed il terreno. I vicini per non si perdevano
mai di vista. In tal modo un momentaneo retrocedere an
che a lunghe distanze non era quasi mai di pregiudizio. Nei
veri Garibaldini la unione morale superava la materiale, ed
i loro combattimenti, illustrati da un valore personale, so
migliavano non poco a quelli degli antichi Spartani. Il loro
sistema era di lotte singole, non totali, era un agglomera
mento disordinato di combattimenti personali, essendoch
nessun soldato dimenticava l'altro, ed operava conforme
mente. Le armi da fuoco, per la massima parte pessime, non
recarono pregiudizio alcuno, anzi furono di aiuto nella spe
ciale maniera di combattere che fondavasi sul valore singolo
e sullo spirito dei militi.
Con tali forme si mostrava il combattimento dei Gari
191

baldini presso Catalafimi, e le riteneva fino agli ultimi giorni


al Volturno. S'intende per che in un esercito il quale,
come l'armata meridionale di Garibaldi, in continuo au
mento, la proporzione dei valorosi viene sempre scemando,
e vi cessarono infatti alquanto le relazioni intime fra i militi
stessi. Essenzialmente per le cose rimasero nel medesimo
stato, ed i migliori comandanti presto seppero partecipare ai
soldati pi giovani quello spirito ossia quel sistema di com
battere che contradistingue iGaribaldini. Per chi non dimen
ticava, che in 30.000 uomini non si possono trovare in
proporzione fanti valorosi quanti sopra 1000, le cose pren
devano una buona piega, e si pot radunare un numero mag
giore di valorosi pei primi grandi combattimenti.
. Il contrario avveniva presso i regi. I loro ufficiali di
ventavano ansiosi e confusi, quando il disordine entrava
nelle file dei loro soldati. Devesi avvertire che per essi era
disordine tutto quello che non combinavasi coll' ordine de
gli esercizi, cio coll'ordine materiale. Non si conoscevano
dell'ordine intellettuale e spontaneo, ed anche conosciutolo
non vi si sarebbero fidati. vero che non v' erano motivi
sufficienti per ci.
Il momento del disordine per loro giungeva assai pre
sto, cio appena che non potevano pi dominare il campo
coi fucili rigati, e che qualcheduno de'loro soldati rimaneva
ferito od ucciso e che altri davansi alla fuga. Allora si pen
sava a cercare migliori posizioni, col pretesto di raduna
re la gente e di riordinarla. Quando a tale disordine si
dato mano non v'ha pi limite per la ritirata. Chiunque sen
te il bisogno di una bella posizione non sar mai soddisfatto.
I regi dunque retrocedevano sempre in sufficiente buon
ordine e vedevano sempre migliori posizioni pi indietro.
Il capogiro coi fucili rigati vi contribuiva allo stesso modo
che, nella guerra del 1859, nell'esercito austriaco contro le
truppe franco-sarde.
192

Bench Garibaldi dal suo punto di vista con pieno di


ritto encomiasse il valore dei Napoletani, ci non ostante,
un uomo imparziale che scrive la storia, e non gi ordini del
giorno, non potr mai chiamare ostinata la resistenza dei
Napoletani presso Calatafimi, perch non lo fu effettivamente.
Ci appelliamo al piccolo numero dei morti, e sosteniamo che
non si possa dire che una resistenza fu ostinata almeno
per l'istoriografo se non quando la parte sconfitta non
abbia perduto almeno il quinto o il quarto delle truppe
che hanno combattuto.
CAPITOLO) V.

mARCIA DIRETTAMENTE A RENNA DI FIANto


A MISILMERI,

Da Calatafimi Garibaldi mandava La Masa e Fuxa per


radunare i volontarj al sud e all' est di Palermo onde fare
con essi finti attacchi contro i regi della capitale, ed occu
pare per tal modo la loro attenzione mentre egli coi cac
ciatori delle Alpi e con queiSiciliani che si sarebbero uniti ad
essi avrebbe proceduto verso Palermo per Alcamo e Partinico.
Rosolino Pilo, che a Carini avea radunato circa un migliaio
d'uomini su' quali pareva potersi far calcolo, riceveva l' or
dine di unirsi con Garibaldi a Partinico.
Nella notte dal 15 al 16 Landi, abbandonato in fretta
Calatafimi, arrivava in Alcamo ove non trov l'aspettata
resistenza. Dopo essersi quivi un po' rinforzato col mezzo di
requisizioni giunse a Partinico alla mattina del 17. In que
sta citt la popolazione era in aperta ribellione, sostenuta
dalle varie schiere dei volontarj dei dintorni e di quei che
all' incominciare della pugna presso Calatafimi si erano di
spersi da tutte le parti e che alla notizia della vittoria di
nuovo erano apparsi e coraggiosamente perseguitavano la
colonna sconfitta di Landi. Nelle strade di Partinico seria
mente si veniva alle mani. I regi mettevano in combustione
la citt e vi perpetravano tutti quegli eccessi che presso
loro erano divenuti all'ordine del giorno. Per la marcia for
zata e per la indisciplina ormai rilassata molti soldati della
VufL. il. 13
194

colonna di Landi staccatisi caddero nelle mani degli insor


genti che su di essi saziarono la loro ira. Nello stesso giorno
le truppe, gi esauste di forze a Montelepre, cadevano in un'
imboscata dei volontarj uniti cogli abitanti, e vi perdevano
di nuovo molta gente. Nel giorno 18 i regi entrarono a Pa
lermo come una banda messa in iscompiglio da una lunga
Campagna.
Garibaldi seguendo le traccie di Landi arriv nel 17 ad
Alcamo e nel 18 a Partinico. Quivi emanava un decreto col
quale ordinava alle Comuni di risarcire provvisoriamente ai
privati i danni recati dai regi; avvertendo che terminata
la guerra, esse indubbiamente sarebbero state pagate dalla
cassa dello Stato.
Oltrecci in esso decreto si ordinava ai Comuni di avere
cura delle famiglie degli uomini andati al campo. Alla sera
del 18 Garibaldi lasciando Partinico coi suoi accampavasi
presso Renna sulla strada maestra che attraversando Mon
reale conduce a Palermo. Quivi si congiunsero con lui nel 19
i volontarj di Rosolino Pilo. Garibaldi per tal modo aveva
sotto il suo comando circa 4000 uomini.
In questo giorno e nel seguente ebbero luogo parecchie
scaramuccie tra ivolontarje i regi che presso Monreale difen
devano il lato del sud-ovest della capitale. In una di queste,
nel giorno 20, presso S. Martino al nord-ovest di Monreale
cadde Rosolino Pilo. Queste scaramuccie bench insigni
ficanti persuadevano Garibaldi che sarebbe un correre trop
po rischio se si assaltasse la citt da questo lato che era ben
difeso, molto pi che la sua truppa tuttavia non numerosa
era composta d'individui dei quali non si poteva essere pie
namente sicuri. Egli confidava molto nei volontari che La
Masa e Fuxa dovevano condurre e nella sorpresa che egli
avrebbe cagionato comparendo in un luogo dove i Napole
tani non lo aspettavano.
Lasciando alcune schiere di volontarj presso Renna e
195

sul Monte Cuccio, nel giorno 21 egli marciava a destra verso


il Parco sulla strada maestra da Palermo a Corleone.
Non poteva temere che i regii operassero dietro di lui.
Erano concentrate in Palermo stesso e ne' suoi dintorni
tutte quelle forze napoletane che gli si opponevano. Anche
quei due corpi che congiuntamente alla colonna di Landi
erano stati imbarcati per Trapani e Marsala per operarvi
alle spalle dei Garibaldini, avuta la notizia della sconfitta
di Landi presso Calatafimi, invece di sbarcare, in tutta fretta
erano stati richiamati alla capitale.
Mentre Garibaldi, dopo la vittoria del 15, s'avvicinava
a Palermo, avvenne un grande cambiamento nei comandanti
dei regi dell'isola. -

Se la sola notizia che Garibaldi voleva sbarcare in Si


cilia rec scompiglio nella Corte di Napoli, l'ulteriore avviso
del felice sbarco a Marsala dell'eroe di Nizza effettuato s
felicemente e sotto circostanze s particolari, la rendeva fu
riosissima. -

Mentre il giornale ufficiale di Napoli annunciava che


tutte le truppe sulla costa occidentale della Sicilia erano in
movimento per arrestare e sconfiggere i corsari che erano
sbarcati a Marsala, si nutriva speranza che tal cosa riuscis
se. Il ministro degli affari esteri Canofari deliber di lan
ciare una accusa contro il Piemonte in forma di una nota
circolare indirizzata agli inviati di tutte le potenze che tro
vavansi in Napoli. La nota diceva, essere stato compiuto un
fatto della pi sorprendente pirateria da una masnada di
briganti pubblicamente arruolati, organizzati ed armati nel
territorio di uno Stato non nemico sotto gli occhi del gover
no stesso e ad onta di tutte le promesse fatte di voler impe
dire la spedizione. Che il Governo napoletano, risapute le
mire di Garibaldi, aveva conformemente protestato sino dal
28 aprile presso il governo sardo, e che ci nullameno Gari
baldi aveva effettuato lo sbarco a Marsala. Che in vista di un
196

attentato s -scandaloso, le conseguenze del quale per ora


non si potevano prevedere sull' isola dove appena era stata
soppressa l'insurrezione, il Governo napoletano gettava
tutta la responsabilit sugli autori, sopra i fautori e i soci di
questo attentato. La nota non ometteva per ultimo un at
tacco indiretto contro l'Inghilterra, esponendo che il conte
gno del comandante inglese aveva favorito lo sbarco di Gari
baldi a Marsala.
Contro queste accuse l' Inghillerra e il Piemonte oppo
nevano le loro difese. L' inviato piemontese dichiarava al
ministro Canofari aver il Governo di Torino fatto il possibile
per impedire la spedizione di Garibaldi, e non potersi gri
dare al miracolo, se i legni da guerra piemontesi non l'ave
vano riscontrata in alto mare, se eziandio la flotta napoletana
molto pi numerosa non vi era riuscita.
Per esser ligi alla verit convien dire che Cavour fece
in fatti il possibile, se non per impedire la spedizione, almeno
per indebolirla e per protrarla ad un'epoca nella quale fosse
diminuita la possibilit del buon riuscimento. Non era sua
colpa, se il governo napoletano fosse in Sicilia pi debole
di quel che egli stesso non pensasse. La notizia della scon
fitta di Landi a Calatafimi giunse nel giorno 16 a Napoli col
mezzo del telegrafo rifatto lungo la costa meridionale e del
telegrafo sottomarino attraverso il faro e vi rec sommo spa
vento. Dunque non era stato possibile di precedere i filibu
stieri, anzi essi allegramente marciavano verso Palermo.
Un cambio di persona, il consueto espediente di una impo
tenza politica, doveva tutto salvare ; cos almeno si dava a
credere la corte di Napoli. Con un dispaccio elettrico il luo
gotenente principe di Castelcicala fu richiamato dal suo posto
ed in sua vece il tenente generale Lanza, di nascita Siciliano,
fu mandato in Sicilia nella qualit di commissario straordina
rio, di alter ego del re. Castelcicala frettolesamente partiva da
Palermo nel 17 maggio. Nel giorno dopo vi arrivava Lanza.
197

Lo scopo della missione del Lanza, secondo la gazzetta uffi


ciale di Napoli, era di ristabilire l'ordine con tutt'i mezzi op
portuni, recandosi su tutti quei punti dell' isola ove avesse
creduto pi necessaria la sua presenza, e restituito l'ordine,
il re avrebbe mandato un principe del sangue in qualit di
luogotenente generale dell'isola cos diceva il decreto di
nomina. In pari tempo Lanza riceveva il potere di accor
dare in nome del re piena amnistia a quelli che si fossero
sottomessi alla legittima autorit. Lanza con un proclama si
annunziava ai Siciliani nel giorno stesso del suo arrivo. In
generale li consigliava di essere ragionevoli, aggiungendo che
non avevano nulla da sperare dai forestieri intrusi, ma tutto
dalla grazia del giovine monarca. Non era parco colle pro
messe di vantaggi materiali, di questa esca del moderno di
spotismo.
Due giorni dopo, cio nel 20 maggio, il segreto Comi
tato insurrezionale gli rispose in nome del popolo presso a
poco nel seguente tenore: di non aver fede, cio, n nei Bor
boni, n nei Siciliani apostati che fanno causa comune con
essi, n nelle promesse di vantaggi materiali tante volte fatte
nel bisogno e non mai attenute per quanto favorevoli fos
sero stati i tempi, e che l'unico grido di guerra della Si
cilia doveva essere viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele,
viva Garibaldi.
Salzano, che sotto Lanza conservava il comando mili
tare nella citt e nel distretto di Palermo, appostava due legni
da guerra rimpetto la Via Toledo. Questa disposizione ed i
preparativi per un bombardamento della citt che si fecero a
Castellamare inquietavano molto i consoli delle potenze este
re a Palermo. Essi domandarono schiarimenti, presentarono
proteste e chiesero sicurezza per le propriet dei sudditi
de' loro sovrani. Dietro ordine di Lanza, Salzano nel gior
no20 dovette rispondere in termini tranquillanti, che le trup
pe regie si trovavano a Palermo per difendere e non per de
198

vastare, che esse non si lascierebbero mai trascinare a com


mettere atti contrari alle leggi della civilt e dell' onore
militare. Se per l' insurrezione scoppiasse nella citt, le
truppe di Francesco II sarebbero naturalmente costrette di
fare uso di tutt' i mezzi necessari per sopprimerla. Non con
tentandosi di queste finte diplomatiche, Lanza diede le
disposizioni occorrenti alle truppe per respingere un attacco
di Garibaldi. La sua attenzione era intieramente rivolta alla
parte sud-ovest della citt. Non prima del giorno 23 egli
ebbe la notizia che Garibaldi non si trovava pi a Renna,
ma al Parco. Da Monreale e da Palermo mandavansi allora
nella mattina del 24 diverse colonne in quella direzione
comandate dal generale Colonna e dai colonnelli Bosco e
von Mechel.
I Napoletani che da Monreale e dai Porrazzi presso Pa
lermo erano stati diretti verso il Parco, ascendevano a cir
ca 6000 uomini.
La colonna dell'ala destra avea impegnato alcune scara
mucce sino dal giorno 23 presso Castelluccio e Miserocan
none, e da parecchi volontari presi erasi risaputo il cambia
mento di direzione operato da Garibaldi.
Nel 24 maggio di buon mattino Garibaldi dal Pizzo del
Fico al disopra del Parco accorgevasi del movimento combi
nato dei Napoletani. Persuadevasi di avere contro di s una
forza superiore a quella avuta finora. I cacciatori delle Alpi
erano diminuiti di numero, e per le marcie faticose e pel
combattimento di Calatafimi, le schiere dei volontari Sici
liani erano rimaste indietro presso Renna e sul Monte Cuc
cio. La Masa e Fuxa tuttavia non l'avevano raggiunto coi
soccorsi promessi.
Garibaldi perci decise di non accettare un serio com
battimento, ma di ritirarsi, e con ci attirarsi buona parte
di truppe regie da Palermo e poi con una marcia di fianco
movere direttamente su Palermo della quale sperava im
199

padronirsi per la lontananza delle truppe regie dalla capi


tale. Destinava a retroguardia, per far fronte alle truppe
regie, Trr coi bersaglieri genovesi, colla VIII e IX compa
gnia e con un distaccamento dei volontari Siciliani, ponen
do l'artiglieria disponibile in batteria pi indietro in una
buona posizione. Col resto delle sue truppe Garibaldi prese
la direzione verso Corleone e Piana de' Greci.
Ben presto Trr entr in lizza. Dopo essersi sostenuto
per qualche tempo nella posizione del Parco, anch'egli co
minci a ritirarsi lentamente occupando altre posizioni. Dal
mezzod in poi non lo inseguivano i Napoletani i quali an
davano superbi di avere una volta veramente preso la posi
zione del Parco che le tante fiate era stato assaltato nelle
manovre d'esercizio dal presidio di Palermo: e poco dopo
anche Trr arrivava alla Piana de' Greci.
Garibaldi radunato un consiglio di guerra, composto da
lui, da Sirtori, da Trr, da Orsini e da Crispi, loro espo-
neva che si dovesse far passare nella direzione di Corleone
tutta la forza dei Napoletani che avea preso parte al combat
timento della giornata, facendo ritirare una piccola parte
dei suoi volontari sulla medesima strada. Intanto il grosso
della sua schiera, prendendo un'altra direzione, potrebbe
impadronirsi di Palermo, che in tal modo resterebbe priva
della maggior parte delle truppe. La direzione da prendersi
era indicata da diverse circostanze. Il grosso della truppa
non aveva altra strada tranne quella che giaceva a destra
verso Marineo e Misilmeri, essendoch da questa parte po
tevasi anche aspettare l'arrivo delle schiere di volontari rac
colti da La Masa e da Fuxa. Oltrecci la parte orientale di
Palermo era quasi priva di truppe napoletane che volge
vano tutta l'attenzione verso occidente e mezzogiorno nella
direzione di Carini, Renna e Piana de' Greci. E poich non
poteva avanzare coll'artiglieria senza grave difficolt sulla
strada verso Marineo e questa avrebbe preso parte alla riti
- 200 -

rata verso Corleone, i Napoletani erano indotti vie maggior


mente a seguire le sue traccie.
Imperciocch, come mai i soldati di un'armata stabile
non dovevano pensare che il grosso dell'esercito nemico fosse
staccato dall'intiera sua artiglieria? E finalmente ognuno dei
comandanti di Garibaldi poteva persuadersi, se non prima,
almeno dopo il combattimento di Calatafimi, che si poteva ben
fare senza quell'artiglieria che si trovava in uno stato tutto
altro che buono o non atto a recare soddisfacenti vantaggi.
Il disegno di Garibaldi era nella sua grandezza assai
semplice, e perfettamente acconcio alle condizioni delle schie
re dei guerriglieri che non pativano opposizioni.
Orsini, innanzi che calasse la notte, si pose in marcia
alla volta di Corleone.
In sul far della sera, Garibaldi batt col nerbo delle
truppe la strada che da Piana conduce a San Cristino, d'on
de per una viuzza si giunge alla vallata superiore del tor
rente Ficarazzi.
Ma tenghiamo dietro anzi tutto ad Orsini. Egli aveva
con s cinque piccoli cannoni, quaranta carri carichi di mu
nizioni e salmerie d' ogni fatta, cinquanta artiglieri, qua
ranta uomini del treno, armati con soli dodici fucili, e cen
cinquanta uomini delle schiere siciliane con fucili da caccia.
La colonna noverava dunque in complesso 240 uomini. L'at
tiraglio dei carri era in cos pessimo stato che sin dal princi
pio della marcia se ne dovettero lasciare addietro parecchi.
Ci per altro non nuoceva poich avrebbe confermati i Napo
letani, che tenevan dietro alle orme della colonna, nella cre
denza che tutte le truppe di Garibaldi volgessero sopra Cor
leone in fuga disordinata.
Orsini avendo i suoi soldati stanchi, dovette far alto la
sera del 24 maggio presso il bosco di Ficuzza, innanzi di
oltrepassare quella catena di monti. Il 25, al sorgere dell'au
rora abbandon il bivacco e nello stesso giorno alle tre pome
201 -

ridiane raggiunse Corleone, ove fu accolto con entusiasmo,


non essendovisi ancora veduto il nemico. Tale accoglienza
decise Orsini a fermarsi in Corleone.
Al mattino del 25 le colonne dei Napoletani eseguirono
una ricognizione verso Piana de' Greci; ivi ebbero a rileva
re che tutta l'artiglieria di Garibaldi con molti carri si era
ritratta verso Corleone; ed ebbero eziandio confusa notizia
della marcia di una seconda colonna di Garibaldini a San
Cristino. Ma poich anche San Cristino messo in comuni
cazione merc di una buona strada con Corleone, e questa
viene dopo breve tratto a congiungersi colla strada maestra,
non ci badarono punto. Verso Corleone tra Piana de'Greci,
si rinvennero sulla strada principale parecchi indizi di una
precipitosa ritirata nei carri lasciati addietro, e nulla di ci
sulla strada che conduceva a San Cristino.
In conseguenza delle notizie ritratte da queste ricogni
zioni, lo stesso Salzano si mise alla testa della colonna per
inseguire i guerriglieri verso Corleone. Egli aveva con s
6000 uomini; il 26 part da Piana, la mattina del 27 a die
ci ore si approssim ai versanti meridionali della catena di
monti che da Ficuzza sale a Corleone.
Gli abitanti di Corleone appena ebbero contezza del suo
avanzarsi impaurirono, ed abbandonarono in massa la cit
t per riparare in sui monti.
Coltenerfermo, Orsini credette d'imporre al nemico e
di poterlo trattenere fino a notte od almeno fino a che fos
sero passati i calori del pomeriggio, per proseguire indi la
Sua ritirata.
Fatti occupare dalle squadre siciliane i dintorni di Cor
leone al nord, si appost con tre pezzi al ponte di un con
fluente del Coniglione, e sulla via di Chiusa, a mezzod della
citt, colloc due pezzi sulla sua destra sopra un'altura iso
lata, ove non si poterono trasportare che a braccia, e sped
tutto il treno superfluo alla Chiusa. ,
- 202 -

I Napoletani spiegarono lunghe catene di bersaglieri e


lunghesso gli avvolgimenti della strada, non meno che ai
due fianchi della medesima, procedettero all' assalto di
Corleone. Le squadre siciliane, dopo pochi colpi, si diedero
alla fuga nella direzione della Chiusa. Orsini, co' suoi tre
pezzi, attese i Napoletani, scagli alcuni colpi sui regi che
si avanzavano contro Corleone dalla parte di mezzod, ma
appresso si vide costretto a ritrarsi pi che di fretta; la ri
tirata dell'artiglieria si convert presto in disperata fuga. Fu
udito un grido: la cavalleria napoletana, e a quel grido tutti
volsero precipitosamente le schiene, salvo che pochi uomini
risoluti i quali non vennero meno al loro dovere.
Il comandante dei due pezzi ch'erano sul fianco destro
aveva scagliato alcuni tiri felici sulle colonne napoletane; ma,
avendo scorto che i cacciatori e la cavalleria napoletana era
no gi a mezzogiorno della citt, pieg anch'egli in ritirata.
Le asperit della via la rendevano molto lenta, e per ci l'uf
ficiale deliber di gettare i due pezzi in una gola della mon
tagna, per poter con minori ostacoli porsi in salvo unita
mente ai suoi artiglieri. Presso Campofiorito, diserto dai
suoi abitanti, egli torn a raggiungere la colonna, che affret
tatamente proseguiva la marcia verso Chiusa ed alle dieci
Ore vi giunse accolta, come al solito, col pi festivo entu
siasmo.
La mattina del giorno 28, Orsini continu la ritirata
verso il gruppo alpestre di Santa Giuliana percorrendo pes
sime strade. Essendosi sparsa la voce che la cavalleria na
poletana incalzasse gi alle spalle la colonna di Orsini egli
fece abbruciare gli affusti, inchiodare i pezzi e marci sen
za di essi colla sua gente verso Santa Giuliana ed il giorno
29 a Sambuca.
Questa soverchia fretta e l'ulteriore ritirata non erano
invero necessarie; ci nulla meno ove si consideri i pochi
mezzi dei quali Orsini poteva disporre, e si rammenti che
203

egli aveva con s tutt'altro che il fiore dei cacciatori delle


Alpi, si avranno buoni argomenti per giustificarlo.
Dopo il giorno 28 maggio i regi non pensarono punto
n poco ad inseguire il nemico. Fino dalla sera del 27,
Salzano aveva avuto notizia, che la mattina di quel giorno
Garibaldi era penetrato nella capitale la quale poteva consi
derarsi ridotta in polvere. Egli venne adunque richiamato.
Il 29 maggio, per mezzo sicuro, la stessa notizia era giunta
fino a Sambuca ove Orsini la ricevette. Coll' ajuto dei citta
dini di Sambuca si poterono ricuperare tutti i pezzi abban
donati per via, riacconciarli e provvederli di nuovi affusti.
Ma poniamoci ora sulle orme di Garibaldi.
Egli con circa mille dei suoi cacciatori delle Alpi e colle
squadre siciliane sulle quali poteva fare maggior assegna
mento, la sera del 24 maggio era disceso, siccome abbiamo
veduto, superando San Cristino, nella valle del torrente Fi
carazzi. Verso mezzanotte raggiunse il piccolo bosco che
attraversa, ad occidente di Risalaimi, la strada che conduce
al sud di Marineo, a settentrione di Palermo. Appena sorto
il mattino del 25 Garibaldi lev il bivacco ed alle ore otto
mosse verso Marineo.
La sera del medesimo giorno abbandon quest'ultimo
luogo avviandosi per Misilmeri, ove giunse innanzi allo
scocco della mezza notte,
CAPITOLO VII.

PRESA DI PALERMI0.

Ne' dintorni del convento di Gibilrossa, a nord-ovest di


Misilmeri, si erano raccolte numerose squadre, parte di
quelle da lungo tempo ivi capitanate dai fratelli Mastric
chi, parte nuovamente condotte da La Masa, e parte di
quelle che Fuxa aveva spedite da Bagheria.
Garibaldi aveva spedito La Masa da Calatafimi sopra
Roccamena, forse, come suol dirsi, per cogliere due piccio
ni ad una fava, cio per liberarsi da La Masa e valersi ad
un tempo utilmente dell'opera sua. La Masa non rinvenne
soldati a Roccamena; dicevasi che fossero partiti pel campo
di Garibaldi. Egli fu invitato invece da Dimarco a recarsi
a Mezzojuso per trovarvi col buon numero di capi-popolo e
capi-squadre. Egli mosse dunque a Mezzojuso, attraversan
do il monte di Ficuzza, vi raccolse un centinaio circa di vo
lontari e con essi marci alla volta di Misilmeri. Per via
gli si aggiunsero altri 250 uomini, per cui arriv con 350
soldati al convento di Gibilrossa presso Palermo; ivi gli si
aggregarono le bande che Fuxa aveva chiamate il 24
maggio alle armi in Bagheria, e quelle pi numerose che
erano state raccolte dai fratelli Mastricchi presso Gibilrossa.
La mattina del 26, Garibaldi pass in rivista a Gi
bilrossa le squadre siciliane; la sera del 26 radun tutti i
comandanti in capo per far loro conoscere il suo disegno.
206 -

Manifest loro di voler tentare un colpo di mano sopra


Palermo. vero, aggiungeva, che si potrebbe scegliere l'al
tro partito di ritirarsi nell'interno del paese per raccogliere
nuove forze e ordinarle potentemente; ma io darei la pre
ferenza al primo imprendimento.
Ed aveva tutta la ragione di essere di questo avviso,
poich aveva scorto abbastanza che dall' organizzazione si
ciliana non si poteva in breve tempo attendere gran cosa,
ancorch si fosse studiato di tenere occulto al possibile que
sto divisamento. Oltre a ci aveva ricevuto notizie le quali
chiarivano positivamente che il suo accorgimento di guerra
sarebbe riescito felicemente; che i regi erano avviati in
gran numero per la strada di Corleone sulle tracce dei can
noni renduti inservibili; e che altre numerose masse di Sol
dati erano appostate verso le squadre siciliane dei campi di
Renna e Monte Cuccio, illuse dalla luce dei fuochi di bivac-
co, dietro i quali erano distaccamenti insignificanti, in guisa
che il lato orientale di Palermo non era se non debolmente
presidiato.
Tutti dovettero convenire nel pensamento di Garibaldi;
e si venne a discutere sulla via da eleggere per irrompere
sopra Palermo, perocch le strade che da Misilmeri conduco
no a Palermo sono molte.
La prima, quasi sempre a destra, conduce anzi tutto a
Musica d' Orfeo e di l lungo il mare alla citt.
La seconda attraversa i monti di Gibilrossa ed il p0n
te dell'Ammiraglio, sboccando di fronte alla porta di Ter
mini.
La terza per Mezzagno e per i Porrazzi si sprolunga
verso il lato meridionale della citt ed il bastione Montalto.
Garibaldi antepose la via di mezzo, la seconda. La pri
ma era apertamente troppo lunga ed oltre a ci si doveva
percorrerne un bel tratto lunghesso la spiaggia del mare in
teramente esposti alle offese degl' incrociatori napoletani.
207

La terza via metteva bens al centro della forza napoletana


che era concentrata intorno al Palazzo Reale nelle vicinanze
di Porta Nuova, ma era certo che per di l non si poteva en
trare senza incontrare somma resistenza.
I capi delle schiere siciliane, aderendo in generale al
l'idea di Garibaldi, assentirono anch'essi di eleggere la via
di mezzo; ma posero in discussione la scelta di una quarta
strada, la quale era un po' pi breve della seconda e con
duceva al medesimo risultamento. Essa passava per Gibil
rossa e Mezzagno sotto il convento della Madonna di Ges,
nella direzione del ponte dell'Ammiraglio e di Porta Termi
ni. Garibaldi, sebbene conoscesse ottimamente la differenza
fra una strada buona ed una cattiva, sottopose per altro la
sua opinione a quella dei capi siciliani, non gi per una cer
ta simpatia colle strade fantastiche, o perch credesse che i
capi siciliani dovessero conoscere con maggior precisione le
strade del loro paese (ch egli non fidava sopra s fiacchi ar
gomenti), ma perch voleva assoggettarsi moralmente questi
siciliani, meglio che fino allora non gli fosse riuscito.
Sciolta tale questione, si venne a stabilire l'ordine della
marcia. Era intendimento di Garibaldi, come si pu credere
di leggieri, che gli sperimentati suoi cacciatori delle Alpi
marciassero in capo; a ci per altro si oppose la vanit di
alcuni siciliani, e Garibaldi, tanto in questa che in altre que
stioni secondarie, si acquiet all'altrui volere.
Ecco dunque l' ordine della marcia;
Innanzi una piccola vanguardia comandata dal mag
giore Tukery, composta di cinque guide di Garibaldi e tre
uomini per ogni compagnia dei cacciatori delle Alpi, in tutto
trentadue uomini.
Un distaccamento di squadre siciliane comandate da
La Masa. -

Il battaglione di Bixio coi carabinieri genovesi in testa.


Garibaldi col suo stato maggiore.
208

Il battaglione di Carini.
Il rimanente delle squadre siciliane.
Ordinata in tal modo non senza qualche fatica la colon
na, alle ore dieci di sera del 26 maggio abbandon la cima
delle alture di Gibilrossa, noverando in tutto 750 cacciatori
delle Alpi e circa 2000 uomini delle squadre siciliane. In
fil la via per Mezzagno e di l presso Santa Madonna di
Ges discese pel letto asciutto di un torrente. Non v'era in
dizio di strada e le truppe procedevano assai confusamente.
Un'ora dopo mezzanotte la testa della colonna aveva rag
giunto il piano del fiume Oreto e fece alto per potersi con
giungere al rimanente.
Eseguita tale operazione, nella quale si perdette mol
to tempo, si prosegu la marcia verso il ponte dell' Am
miraglio. -

I Napoletani aveano costrutto intorno alle mura interne


della citt di Palermo due grandi strade di comunicazione
che dal Palazzo Reale e da Porta Nuova conducevano l'una
a destra presso Porta Termini, l'altra a sinistra presso Porta
Macqueda e di l al porto ed a Castellamare. Queste strade
di comunicazione costituivano una specie di spianata per
la fortezza.
Innanzi a Porta Termini era costrutta una barricata,
dopo di essa stava un appostamento principale, la cui riser
va trovavasi alla Fiera Vecchia nella citt; gli avamposti al
ponte dell'Ammiraglio sull'Oreto. Anche dinanzi alla Porta
Sant' Antonio, al sud di Porta Termini, era costrutta una
barricata, munita di due pezzi, che tagliava per tutta la lun
ghezza la strada di comunicazione con Porta Termini; due
pezzi dietro la barricata di Porta Termini, difendevano la
strada. -

Tutta la forza napoletana che dovevasi affrontare per


prima alle Porte Termini e Sant'Antonio ascendeva a circa
1000 uomini.
209
Era pensiero di Garibaldi di sorprendere il posto del
ponte dell'Ammiraglio senza colpo ferire ed in tal modo
piombare improvvisamente sopra Porta Termini. Questo di
visanento and fallito per colpa delle squadre siciliane.
Tukery marciava animoso e tranquillo colla sua van
guardia, allorch raggiunse le prime case del sobborgo. Ma
i Siciliani che gli venivano appresso, allorch videro quei pri
mi segni di abitazioni credettero di essere gi in Palermo, e
parte a sfogo di gioia, parte per incoraggiarsi alla lotta che
stava per iscoppiare, alzarono uno spaventevole grido di guer
ra ed alcuni fecero anche fuoco.
In conseguenza di ci, l'appostamento ch'era al ponte
dell'Ammiraglio, veduto il caso, si pose sotto le armi e si
accinse a resistere. Fallito il colpo di sorpresa, Tukery do
vette vincerlo a viva forza. Intanto giungevano rinforzi da
Porta Termini. Unito a questi, sul fare del mattino, si ritir
l'appostamento del ponte dell'Ammiraglio per i giardini
e dietro le mura del sobborgo di Termini. La strada era
sgombra.
Tukery prosegu per Porta Termini attraversando le
contrade del sobborgo. I due pezzi dietro la barricata che
battevano la strada, aprirono un violento fuoco a mitra
glia. Tukery colla sua vanguardia avanz contro di essa,
coprendosi, il meglio che gli venne fatto, col rasentare le
C3S6,

Quando le squadre Siciliane videro superato l'apposta


mento al ponte dell'Ammiraglio, si gettarono alla rinfusa
dietro la vanguardia, urlando e sparando. Al primo colpo
per della barricata furono colti da spavento e si disordi
narono. Affinch lo scompiglio non aumentasse e Tukery
non rimanesse senza appoggio, Garibaldi ordin che i Si
ciliani si raccogliessero a fianco della strada nei giardini, ove
erano coperti, ed ordin al battaglione Bixio di seguire im
mediatamente la vanguardia. Tukery e Bixio in breve si
VOL., II. -- 14
210

spinsero fin presso a Porta Termini. Un primo loro assalto


alla baricata venne dai regi respinto.
E poich s'era perduto molto tempo, e Garibaldi te
meva che il suo attacco alla porta fosse molestato ai fianchi,
mentre dal Palazzo Reale e dai Porrazzi, per la via di comu
nicazione presso porta Sant' Antonio si potevano, spingere
le riserve per eseguire un attacco di fianco, e se si fosse
concentrato tutto il combattimento alla porta, ogni cosa sa
rebbe divenuta incerta, Garibaldi, dicevasi, fece anzi tutto
occupare dalle squadre siciliane le mura lunghesso il fianco
esterno della strada di comunicazione per impedire che le
truppe napoletane, le quali venissero per la medesima, p0
teSSerO avanzare.
Sopra ogni cosa, per altro, era da desiderare di poter
penetrare nella citt al pi presto possibile, poich quando
Garibaldi e i suoi compagni vi fossero ntrati avrebbero po
tuto erigere barricate, stabilirvisi robustamente, mettere a
tumulto la citt e minacciare gravemente i Napoletani.
Intanto Palermo era spaventata dal combattimento che
aveva avuto principio; una mano di uomini arditi, non o
Stante le prescrizioni del comando di piazza, che ciascuno do
vesse rimanere nelle proprie case, chiam alle armi gli abitan
ti; e in alcuni conventi si cominciava a suonare a stormo.
Era cosa urgente pertanto di trarre d'impaccio gli abi
tanti di Palermo, e per ci Garibaldi ordinava un nuovo as
Salto alla barricata.
L'impeto fu s gagliardo, che questa volta fu atterrata,
e il primo a penetrare nella citt fu la guida Nullo, soldato
di Garibaldi; allora l'avanguardia si spinse innanzi, e dopo
di essa i carabinieri genovesi. Tukery rilev una ferita ad
una gamba; e quantunque non avesse apparenza di gravit,
il valoroso ungherese ai 7 di giugno soggiacque, fors'anche
perch non aveva potuto adattarsi alla necessaria parsimonia
nel cibo e nel bere. -
21 1

Garibaldi entrava nella citt alle ore cinque e mezza del


mattino; i carabinieri genovesi si sparsero tosto in piccoli
gruppi a destra ed a sinistra di Porta Termini e fecero sgom
brare gli appostamenti dalle porte vicine e dalle singole
case occupate. -

Alla Fiera Vecchia fece la prima fermata e raccolse la


sua gente; a poco a poco gli abitanti della piazza ripresero
animo e cominciarono ad aprire le porte e le finestre, ed i
Garibaldini con carri, materassi ed altri oggetti che loro ve
nivano somministrati costrussero barricate per procurarsi
un primo nucleo di resistenza. Sirtori andava cercando la
pianta di Palermo per mettere un po' d'ordine e di sistema
nell'ulteriore svolgimento dell'attacco.
Dopo i necessari preparativi alla Fiera Vecchia, si
diede mano a proseguire l'assalto verso il centro della citt
nella direzione di piazza Bologni. Ivi Garibaldi pose il suo
quartiere generale ed istitu un Comitato generale d'insur
rezione, sotto la presidenza di Gaetano La Loggia, che era
si gi organizzato alle 6 di mattina alla Fiera Vecchia e vi
aveva fermata la sua sede. Fu quindi ordinata la immediata
instituzione della guardia nazionale, ed appena Garibaldi
penetr in Palermo, chiam alle armi tutti i Siciliani che
fossero atti ad imbrandirle.
La sera del 27 maggio quasi tutta Palermo era in po
tere dei Garibaldini e della popolazione. I Napoletani si so
stenevano tuttavia parte al Palazzo Reale a mezzod della
citt, parte in Castellamare al nord, mantenendosi in comu
nicazione in quei due posti principali merc di alcune caser
me e di edifici interni che ancora occupavano.
Il giorno 28 maggio si prosegu l'opera dell' espugna
zione; i garibaldini per la piazza dei Quattro Cantoni ,
si spinsero fino a Porta Macqueda, occupando eziandio la
piazza del Duomo nelle vicinanze del Palazzo Reale. Al-
lora i Napoletani che si trovavano nel Palazzo Reale ed a
212

Castellamare, dove era anche Lanza, furono del tutto sepa


rati, e Garibaldi per conservare quanto si era fino allora
conquistato, institu un Comitato di difesa sotto la presiden
za del duca di Verdura, il quale doveva principalmente oc
cuparsi della costruzione di barricate intorno alla piazza
principale della citt, ed attendere a tener aperte le comu
nicazioni. Nello stesso giorno venne sciolto il Municipio che
reggeva sotto il Borbone, e se ne elesse un nuovo sotto la pre
sidenza del duca di Verdura in qualit di pretore.
Ned a dire che la conquista di Palermo sia avvenuta
senza resistenza da parte dei regi. Tosto che Lanza fu certo
che i Garibaldini erano effettivamente penetrati nella citt,
e che i suoi soldati non li aveano potuti rispingere, diede
loro ordine di ritirarsi ai propri quartieri, e cominci il
bombardamento da Castellamare alle 10 di mattina del 27
maggio; la flotta appostata nel prolungamento di via Toledo
aperse il fuoco a mezzod.
Esso era specialmente diretto al centro della citt ove
Garibaldi aveva posto il quartier generale. Il bombardamen
to fece enormi guasti, senza per altro raggiungere verun
utile effetto. Nelle prime 24 ore furono scagliate nella citt
dal solo Castellamare 2600 bombe. Ci nullameno i Garibal
dini avanzavano, e la sera del 28, in mezzo alla devasta
zione, le parti della citt da essi conquistate erano illumi
nate a festa.
Il fuoco della flotta cess del tutto la mattina del 28;
e vedremo in qual modo.
I Napoletani tentarono il giorno 29 da parecchi punti
di ricuperare le posizioni che aveano perdute il 27 ed il 28,
senza per riuscirvi.
Dal Palazzo Reale e dal bastione di Montalto ingaggia
rono la zuffa colle squadre siciliane; Garibaldi sped in rin
forzo alcuni dei suoi cacciatori delle Alpi, guidati in prima
da Missori, indi da Sirtori. Quando parliamo di rinforzi non
213

si creda che intendiamo di battaglioni o reggimenti, ma di


una ventina o trentina d'uomini. Si venne ad accanitissime
lotte; i Garibaldini si appostarono fortemente nel convento
di Santa Maria Annunziata e si abbarrarono sull'attigua
piazza contro il bastione Montalto. Tutti i tentativi fatti dai
Napoletani che uscivano dal Palazzo Reale per ricuperare il
convento, furono renduti vani dai Garibaldini, i quali final
mente si impadronirono eziandio del bastione Montalto.
Dal convento dell'Annunziata e dal bastione Montalto
Si sopravvegghiava ed in pari tempo si dominava il lato oc
cidentale del Palazzo Reale ed il lato orientale dalla catte
drale e dalla piazza della medesima. La guardia della catte
drale era affidata a Sant'Anna con un distaccamento di
squadre siciliane. La mattina del 29 maggio egli venne
cacciato dalle sue posizioni, ma Garibaldi stesso le riprese
alla testa di un piccolo distaccamento di cacciatori delle Al
pi, raccolti in fretta.
Nella notte del 28 al 29 alcune navi della flotta napo
letana abbandonarono il porto e si recarono a Termini per
imbarcarvi due battaglioni di truppe estere e con essi far
ritorno a Palermo. In citt era diffusa la voce che quelle
truppe dovessero essere sbarcate a Porta dei Greci ; laonde,
quando verso le ore tre pomeridiane del giorno 29 due va
pori si avvicinarono alla citt, un allarme generale ed una
grande confusione si dest nei quartieri vicini a Porta dei
Greci; ma le truppe estere sbarcarono invece a Castellama
re, sendoch Lanza aveva mutato pensiero.
Sperava col nuovo disegno adottato di poter ricuperare
nel 29 la perduta Palermo e di far prigioniero Garibaldi. E
gli aveva ordinato che le truppe dovessero dal Palazzo Rea
le impadronirsi dei vicini quartieri; che le soldatesche este
re accorse da Termini, unitamente ad un distaccamento di
Castellamare, dovessero di l riconquistare la parte setten
trionale della citt; che nello stesso tempo le schiere che
214

avevano inseguito Orsini ed erano state richiamate da Cor


leone, dovessero penetrare ad oriente in Palermo.
Ma queste ultime truppe il 29 maggio non giunsero; gli
attacchi dei corpi provenienti dal Palazzo Reale, contro
Montalto da una parte e contro la piazza del Duomo dal
l'altra, non ebbero alcun buon esito o furono respinti; la
onde il luogotenente generale del re si sent cader d'animo.
Sino dalla mattina del 28 la flotta napoletana aveva,
come si disse, sospeso il fuoco in seguito a trattative intavo
late fra il comandante della squadra napoletana e l'ammira
glio inglese Mundy, il quale pure si trovava in rada.
Mundy, appena cominciato il bombardamento della cit
t, vi si oppose. Alle sue protestazioni il comandante della
squadra napoletana rispose, che per conto proprio avrebbe
potuto far cessare il fuoco della flotta, ma non avrebbe po
tuto guarentire che il forte di Castellamare avesse fatto il
medesimo. Egli rifer a Lanza in proposito di queste trat
tative. Lanza non avrebbe accettato mal volontieri un ar
mistizio per poter intanto richiamare da Corleone le trup- .
pe di Salzano, e stabilire inoltre una buona comunicazione
fra Castellamare, il Palazzo Reale e le truppe che erano ai
Porrazzi e presso Monreale. Egli si profferse di concludere
tale armistizio qualora Mundy avesse voluto interporsi fra
lui e Garibaldi. Venne dunque sospeso il fuoco della flotta
napoletana. .
Se non che, Mundy non accett di far l'ufficio di arbi
tro tra le due parti contendenti, ed a ragione, poich l'af
fare doveva trattarsi tra Lanza e Garibalbi o personalmente
o col mezzo di commissarii.
INapoletani non volevano adattarvisi perch vedevano di
mal occhio tutto ci che chiamavano filibustiere. Il 28 mag
gio essi aveano ancora speranza nel buon esito dei fatti del 29.
Ma dopo che il tentativo di riconquistare le perdute posizioni,
e ripristinare le libere comunicazioni nella citt fra Castel
215

lamare ed il Palazzo Reale, era andato fallito, essi mutaro


no proposito, e il mattino del 30 maggio fu consegnata a
Garibaldi una lettera di Lanza, nella quale costui, che per
la prima volta dava il titolo di generale al capo dei guerri
glieri, accennava come Mundy assentisse a ricevere a bordo
della sua nave ammiraglia, l'Annibale, qual mediatore del
l'abboccamento, due generali napoletani che avrebbero con
ferito con Garibaldi. Se il Garibaldi (aggiungevasi) avesse
accettato, stava in sua facolt di stabilire l'ora del comin
ciamento dell'armistizio, lasciando passo libero e facendo
Scortare alla spiaggia del mare i due generali destinati dalla
parte napoletana alla conferenza, che si trovavano nel Pa
lazzo Reale. - -

Nessuno certo non riconosce la somma stupidit del


l'avere scritto quella lettera, e per ci si argomenter di leg
gieri com' essa equivalesse ad una compiuta vittoria. Alcuni
ufficiali degli eserciti stanziali non fanno veruna stima delle
personalit o delle posizioni che l'uomo si acquista col pro
prio merito, ma solo apprezzano i gradi che a far nulla in
determinati periodi di tempo o si guadagnano, o si merita
no, o si ottengono per grazia. Nello scrivere al generale Ga
ribaldi quella sciagurata lettera Lanza non fu spinto dalla
stima che l'uomo intelligente, la persona che ha cuore e in
telletto sente per un uomo della portata di Garibaldi, prima
ancora che sia stato consacrato dalla fortuna e dagli splen
didi successi; no, egli nol lo fece che in conseguenza
della pi comune, della pi codarda paura. Vediamo quanta
fosse questa paura, e quale fondamento avesse.
- I regi avevano perduto le comunicazioni nella citt di
Palermo fra i loro due posti principali, Castellamare ed il
Palazzo Reale. Ottimamente; ma era forse impossibile di ri
cuperare quelle comunicazioni ? I regi, dopo il ritorno dei
due vapori colle truppe estere, nel giorno 29 ascendevano,
tra Palermo e la colonna spedita verso Corleone, a 24,000
- 216 -

uomini: ventiquattromila uomini di soldati effettivi, bene


armati, esercitati ed organizzati, provveduti di munizioni e
di vettovaglie, che in caso di bisogno potevano essere rinfor
zati dalla parte d mare, poich le navi napoletane vi domi
navano tuttavia ancorch i soldati regi sconsigliatamente a
vessero gi ceduto Castel del Molo ed il Molo stesso, che
dominano il porto anche dal lato di terra.
D'altra parte, che poteva opporre Garibaldi ai 24,000
regi? Ottocento cacciatori delle Alpi, al pi, 2000 uomini
delle squadre siciliane che aveva condotti seco e gl' insorti
di Palermo i quali specialmente difettavano d'armi.
E le truppe del Palazzo Reale, quelle che si attende
vano di ritorno da Corleone, non avrebbero potuto aprirsi
la strada per Castellamare attraverso questo nucleo di sol
dati Garibaldini infinitamente pi debole ed eziandio pochis
simo compatto? Quando pure quel passaggio a Castellamare
fosse stato difficile per la citt, mancava forse la via di co
municazione intorno ad essa ?Tutta la forza napoletana po
teva in ogni caso aprirsi con impeto la strada per Castella
mare lungo queste vie di comunicazione, poteva nel corso
di poche giornate erigere un campo trincierato intorno a
Castellamare ed appoggiata a quello estendere vie maggior
mente la sua azione, attendervi ad ogni modo i momenti di
rilassatezza o di scompiglio che in Palermo non sarebbero
mancati, e trarre profitto da quelle agevoli eventualit.
Se non che, d'uopo pur confessarlo, la condizione
delle truppe napoletane era terribile. Gli uffiziali non ave
vano pi autorit sui soldati; in questi i successi fino allo
ra conseguiti da Garibaldi avevano svegliato idee fantastiche
e superstiziose. Essi andavano di tal guisa ragionando. Quan
tunque i soldati regi a Calatafimi, a Monreale, presso al
Parco, si siano battuti valorosamente, l'opera loro non ha
punto giovato; dunque, conchiudevano, Garibaldi invin
cibile. Invece avrebbono dovuto accagionare di quel doloro
217

so fatto la scarsa capacit dei pi dei loro ufficiali. La gente


del contado aveva recato a Napoli molte delle antiche su
perstizioni dei campi, e queste nell'esercito nazionale napo
letano avevano trovato un terreno troppo fecondo. Per esem
pio, la superstizione che Garibaldi fosse inoculato con uni
ostia benedetta, il che lo rendeva invulnerabile, era gene
rale presso i Napoletani ; l' opinione che Garibaldi fosse un
uomo non mortale, era seguita quasi da tutti. Gli uffiziali
pazzamente alimentavano queste pericolose idee, al fine di
giustificare la propria inettitudine.
Quella deplorabile convinzione che non ci fosse spe
ranza di salvamento andava sempre pi diffondendosi nell'e
sercito napoletano. Ad essa mescevasi ora l'avversione con
tro gli abitanti di Palermo, dal cui intervento nei combatti
menti occorsi per le contrade i soldati avevano molto sofferto;
e siccome in generale non si avevano altre speranze, ogni
Soldato prima di soggiacere all'ultimo fine pensava a darsi
buon tempo e ad arricchire quanto pi gli fosse stato possibile.
L'avversione contro i Palermitani ebbe per conseguen
za atti di brutalit, quali nel secolo XIX non si sarebbero
ritenuti possibili in un paese europeo. Non nostro inten
dimento di intrattenerci diffusamente degli eccessi perpetrati
contro donne, vecchi, fanciulli, ai quali presero parte perfi
no uffiziali regi; dobbiamo per altro dichiarare che tutto
quanto si narrato intorno ai delitti commessi dalle truppe
napoletane nei giorni 27, 28 e 29 maggio, nonch essere e
sagerato, assai minore della verit.
Gli eccessi e le ladronerie alle quali da principio inci
tavano o davano aiuto gli stessi comandanti, avevano eman
cipate le truppe dalla soggezione ai loro capi per cui era
difficile adoperarle ove fosse cocorsa qualche applicazione
di forza o di unit compatta.
Vuole giustizia per altro che le truppe regie non siano
addebitate di tutto il male che si operato, poich v'ebbero
218 -

gran parte la incapacit e la mancanza di energia nei con


dottieri, non meno che la nessuna fede nel possibile risto
ramento del reggime borbonico in Napoli, dal che sorsero una
piena disperanza e dissennatezza, dalle quali furono istigati
a commettere i malvagi fatti che dal 30 maggio in poi con
maggiore violenza si vennero appalesando.
Garibaldi non poteva non accettare le proposte di Lan
za. Per la sproporzione numerica delle sue forze egli doveva
far uso di ogni mezzo che avesse potuto assicurargli una vit
toria senza perdite. Parecchi soldati napoletani erano gi
passati nelle sue file e dipingevano con orribili colori la de
moralizzazione dell'esercito regio; Garibaldi poteva spera
re che l'insubordinazione e la diserzione avrebbero fatto
nelle truppe regie ancor maggiori progressi, quando fosse
noto che egli aveva accordato un armistizio, e che erano in
corso trattative. Egli rispose pertanto che la mattina del 30
si sarebbe recato sull' Annibale, ed avrebbe pensato a far
accompagnare dal Palazzo Reale alla spiaggia del mare i due
generali, designati ad entrare con lui in trattative. Garibal
di fino dalle ore undici del mattino fece sospendere il fuoco
su tutti i punti occupati dalle sue truppe, mentre il forte di
Castellamare proseguiva tratto tratto a scagliare qualche
bomba nella citt. - - -

Stava per iscoccare l'ora dell'armistizio quando scop


pi all'improvviso un tumulto a Porta Termini, in quel
luogo appunto ove Garibaldi era entrato in Palermo. E
siccome la vanguardia della colonna spedita verso Corleone
ad inseguire Orsini, era allora di ritorno, comandata da
Bosco e Mechel, si gett su questa porta, respinse il piccolo
posto di Garibaldini che vi si trovava, entr in citt e s'im
padron della Fiera Vecchia. Nel combattimento che ne sor
se fu ferito fra gli altri Carini. -

D' onde procedeva ci? Garibaldi doveva tanto pi es


sere disposto a sospettarvi un tradimento, in quanto che pa
- 219

reva che contemporaneamente all'avanzarsi della colonna,


avesse ripreso vigore il fuoco da Castellamare. Finalmente
comparvero i parlamentari di Lanza ed unitamente agli uf
fiziali di Garibaldi riuscirono a ripristinare la quiete; i Na
poletani rimasero per in possesso della Fiera Vecchia.
Sedato questo leggero tumulto (o checch altro si fos
se) Garibaldi mand a chiamare al Palazzo Reale il gene
rale Letizia ed il comandante di piazza in Palermo che do
vevano trattare con lui per farli scortare alla spiaggia. Egli
in persona recossi in compagnia di Trr sull'Annibale.
Mundy aveva pure invitati sull'Annibale i due coman
danti delle squadre francese ed americana innanzi a Paler
mo, perch assistessero alla conferenza. Letizia da principio
fece qualche obbiezione riguardo alla presenza di questi si
gnori, ma poscia vi si adatt, non avendo Garibaldi fatta
veruna opposizione.
Letizia espose, formulati in sei punti, gli oggetti sui
quali desiderava di trattare con Garibaldi. Garibaldi accett
tutto, tranne che il quinto articolo, nel quale si richiedeva
che le autorit comunali di Palermo dovessero stendere e
far consegnare a re Francesco II un umile indirizzo per far
gli conoscere i veri bisogni della citt. Garibaldi ricus nel
modo pi assoluto di acconsentirvi, e per allora la conferen
za rimase senza effetto. Ritornando dunque alle ore cinque
pomeridiane ai Palermitani signific loro di aver rigettata
la quinta proposizione che gli era stata fatta siccome vergo
gnosa per la citt, e doversi quindi riprendere le ostilit al
mezzogiorno del 31 maggio.
All'annunzio di tale notizia tutti corsero immantinenti
alle barricate, e Garibaldini e squadre siciliane ed insorti
palermitani tornarono ad occupare i loro posti affinch fosse
pronta ogni cosa per l'ora stabilita.
Ci non di meno la lotta non venne rinnovata. I con
dottieri napoletani venivano mano mano scadendo d'animo.
- 220

Il 31 maggio di buon mattino Lanza sped un parlamentario


a Garibaldi per chiedergli che assentisse ad abboccarsi un'
altra volta con Letizia, e poich il generale nizzardo vi ac
condiscese, Letizia, verso le 10 ore antimeridiane, comparve
al di lui quartier generale posto nel palazzo pretorio. Egli
propose un armistizio a tempo indeterminato, esprimendo
la speranza che durante il medesimo si potesse venire ad un
accordo che ponesse fine ad ogni quistione senza ulteriore
spargimento di sangue. Garibaldi non volle saperne di ar
mistizio a tempo indeterminato; convenne per altro che fos
se protratto di tre giorni. In conseguenza di ci fu stipulata
la convenzione qui appresso:
1. L' armistizio viene prolungato a tre giorni, a da
tare dal mezzod del 3l Innaggio; trascorso questo termine,
il comandante in capo napoletano (Lanza) dovr spedire
un ajutante a Garibaldi per istatuire l' ora nella quale si
avranno a ripigliare le ostillit.
2. Il banco regio sar consegnato al secretario di
Stato Crispi, il quale rilascerebbe atto di ricevimento, ed il
distaccamento che vi si trova di guardia, si ritirer con ar
mi e bagaglio a Castellamare.
3 Proseguir l'imbarco di tutti i feriti e delle fami
glie, per con tutte quelle precauzioni che valgano a preve
nire qualunque abuso.
4. Ogni sorta di viveri potr liberamente essere con
dotta agli appostamenti ed alle posizioni delle due parti, e
si adotteranno tutte quelle misure che si reputeranno miglio
ri perch ci avvenga senza la menoma frode.
5 l prigionieri Mosto e Rivalta (garibaldini) possono
essere scambiati col primo tenente Colonna, o con un altro
ufliziale, e col capitano Grasso (napolitani).
Il Segretario di Stato del Governo
provvisorio tii Sicilia Il generale in capo
FRANCEsco CRIsPI. FERDINANDo LANZA.
221

Subito dopo stabilita questa convenzione Letizia part


per Napoli al fine di dar notizia a re Francesco II dello sta
to in cui si trovavano le sue truppe a Palermo ed indurlo a
stipulare una convenzione definitiva a favorevoli condizioni.
Letizia giunse in Napoli il 1. giugno, e si abbocc to
sto col re e coi ministri. Francesco II all'udire le preten
sioni che si mettevano innanzi contro di lui sal in sommo
sdegno. Protest che, nonch cedere, avrebbe ordinato che
Palermo fosse ragguagliata al suolo; ed inoltre che non a
vrebbe mai assentito di trattare coi ribelli. -

Dopo siffatta risposta Letizia nella notte dal l. al 2 di


giugno s' imbarcava a Napoli per ritornare a Palermo. Co
me pi sopra avvertito, egli non aveva parlato solamente col
re, ma eziandio coi ministri i quali non gli si erano mostrati
tanto alieni dal venire ad una convenzione coi ribelli per quan
to differenti potessero essere i motivi che li inducevano a ci.
Letizia nella mattina del 3 giugno appena giunto a Paler
mo s'abbocc con Lanza. Come si poteva prevedere le bisogne
dei regi durante l'assenza di Lanza erano ite di male in peggio.
Nel primo giugno veniva consegnato, in base alla con
venzione del 31 maggio, il palazzo della Finanza in Via
Toledo a Crispi, il quale vi trovava quasi 5 milioni e mezzo
di ducati in moneta sonante, de'quali soltanto 200,000
appartenevano allo Stato e pel rimanente erano depositi di
privati; una bella somma in vero pei Garibaldini partiti da
Palermo con soli 8000 franchi di cassa di guerra.
Le diserzioni dei regi alle schiere di Garibaldi accre
scevano di giorno in giorno, e persino le truppe straniere si
mostravano inquiete e domandavano quanto Garibaldi pa
gasse, e ci specialmente dal momento che lo seppero in
possesso di tanto denaro. -

I regi con licenza poetica andavano dicendo, che Ga


ribaldi cercasse di guadagnarsi le truppe regie con promes
Se di danaro. - -
222

Tutti gli abusi che sogliono avvenire durante un armi


stizio vennero tentati da entrambi le parti e ne conseguiro
no anche le solite reciproche lamentanze, rimanendo per
Garibaldi ognora in vantaggio.
I Palermitani, attaccati a Garibaldi con fanatico amore,
eseguivano puntualmente i suoi ordini.
Tutto ci scoraggi talmente Lanza, che egli ricevette
stringendosi nelle spalle l'ordine di Francesco II di distrug
gere Palermo pi presto che trattare coi ribelli, e ci molto
pi che egli aveva notizie di maggiore importanza che non
l'ordine del re. Alla nuova che l'insurrezione progrediva e
che aveva occupato Palermo, il ministro Carafa aveva chiamati
a se il 30 maggio gli ambasciatori delle potenze estere ed avea
loro dichiarato che il re,per evitare un ulteriore spargimen
to di sangue, aveva deliberato di ritirare le sue truppe da
Palermo purch i consoli delle potenze estere avessero ot
tenuto in favore dei regi gli onori della guerra.
bens vero che Carafa domandava nel tempo stesso
una dichiarazione ufficiale delle potenze, che esse non avreb
bero permesso un cambiamento di dinastia nel regno delle
due Sicilie, che in conseguenza garantissero ai Borboni il
possesso di questo regno, e in caso di bisogno intervenissero
colle rispettive flotte.
Gli ambasciatori per si limitarono a dichiarare che
avrebbero interpellati in proposito i propri governi.
Ci nullameno rimaneva posto fuor di dubbio dalle no
tizie recate da Letizia che il governo di Napoli, non ostante
tutte le insinuazioni e tutta l'ira del re, temendo che la
rivoluzione potesse estendersi anche sulla terra ferma ed
allo scopo di assicurarsi in tale caso l'aiuto delle potenze,
era disposto a cedere Palermo.
Lanza e Letizia convennero che in Palermo non pote
va farsi pi nulla in favore del re, e che non essendo verosi
mile un miglioramento, era prudente consiglio di mutare
223

il teatro della guerra. Non potevasi riconquistare tutta l' I


sola di Messina? Le analogie militari hanno sempre una
gran parte in simili casi, e nella presente circostanza v'e
rano memorie ancor fresche bastando ricordare gli anni
1848-1849. Lanza e Letizia pensavano adunque di abban
donare Palermo, e sapendo quest' ultimo che a Napoli non
avrebbe trovato ostinata opposizione a tale procedere, con
vennero entrambi di chiedere a Garibaldi un nuovo prolun
gamento dell'armistizio, e di approfittarne per richiamare
da Napoli, dove Letizia di bel nuovo si sarebbe recato, a
datte istruzioni.
Letizia si rec presso Garibaldi. Questi bench fosse gi
apparecchiato a riprendere al mezzod del giorno 3 giugno
le ostilit ed avesse chiamati all' armi tutti i Siciliani, non
disconobbe il vantaggio che recava all'insurrezione que
sto fatto, cio che non gi un singolo generale ma il gover
no del regno di Napoli era costretto a venir a patti con quello
che dicevano il Filibustiere . Senza opporre gravi osta
coli Garibaldi accondiscese alla protrazione dell'armistizio,
esigendo per che Letizia domandasse al governo Napole -
tano alcune cose che, se gli si fossero accordate sarebbero val
se quanto una vittoria.
Letizia, partito nel giorno stesso alla volta di Napoli,
fu di ritorno nel cinque successivo. Dopo brevi trattative nelle
quali il filibustiere Garibaldi comandava alle nullit dagli
spallini dorati colla costanza della quale teneva ferme le sue
condizioni principali e colla bont della quale regalava ad
essi le loro condizioni principali, si venne nel giorno 6 alla
convenzione per lo sgombro da Palermo dei regi.
La convenzione era del seguente tenore.
1. Gl'infermi (dell'armata regia) che giacciono in am
bedue gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbar
cati colla maggior sollecitudine.
2. Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la
224

scelta di abbandonare la citt per terra o per mare con e


quipaggi, materiali da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli,
famiglie e tutto ci che loro spetta comprese le munizioni
rinchiuse in Castellamare. A Sua Eccellenza il tenente ge
nerale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo per
mare o per terra a sua scelta.
3. Qualora si scegliesse la via di mare si dar prin
cipio allo sgombramento caricando i materiali da guerra, gli
equipaggi, e parte dei cavalli e delle altre bestie da soma
le truppe rimarranno ultime.
4. Tutte le truppe s'imbarcheranno sul Molo e quindi
prenderanno provvisoriamente alloggio nel quartiere dei
Quattro venti.
5. Il generale Garibaldi lascier Castelluccio, il Molo e
la batteria del faro senza atti di ostilit.
6. Il generale Garibaldi consegner tutti gli infermi
ed i feriti (delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.
7. I prigionieri saranno scambiati da ambe le parti sen
za distinzione di grado o di numero, e non uomo per uomo,
8. Sette prigionieri (non militari) rinchiusi in Castella
mare saranno messi in libert tosto che sia compito l'im
barco delle truppe e totalmente sgomberato il forte Castel
lamare. Questi prigionieri verranno condotti dalla guarni
gione sul Molo e quivi consegnati.
Ritenuti tutti i sovraccennati articoli si aggiunge in
una clausola addizionale che la guarnigione sar spedita per
la via di mare ed imbarcata sul molo di Palerm0.
6 giugno 1850.
Con procura di Sua Ecc. il luogoten. genera'e
LANZA.
Comandante del Corpo delle truppe regie
V. BONOPANE. G. GARIBALDI
Colonnello e Capo dello Stato Maggiore.
L. LETIzIA, marchese di Mompellieri
Generale.
225

Dalle parentesi che noi abbiamo aggiunto a dilucidazio


ne e che non si trovano nell'originale, si pu scorgere a chiare
note da quanta fretta fossero cacciati i regi nel conchiudere
la convenzione, e come Garibaldi naturalmente venisse da
essi riconosciuto per vincitore.
Nel giorno 7 accamparono lungo la strada occidentale
di circonvallazione fra il Castello del Molo e Castellamare
tutte le truppe che avevano occupato il Palazzo Reale e le
Sue adiacenze, non meno che quelle che nel 30 maggio si e
rano impadronite del mercato vecchio, posizione che avevano
Conservato durante l'armistizio.
Alcuni poliziotti, gi terrore di Palermo, bench tra
vestiti da soldati, furono riconosciuti dal popolo e in questa
Occasione si venne alle mani. -

Dopo tutto ci Lanza aveva sotto a' suoi ordini presso


Castellamare ancora circa 20.000 uomini.
A tenore della stipulata convenzione si procedette subi
to all'imbarco e si spedivano quotidianamente a Napoli dai
due ai tremila nomini.
Nel 20 giugno i regi sgombrarono interamente il cam
po ed il forte Castellamare e ponevano in libert i sette pri
gionieri, di cui l'articolo 8, trattenuti finora come ostaggi
nel campo; questi percorsero in trionfo la citt.
Garibaldi, che fino dal 14 giugno aveva stabilito il suo
quartier generale nel Palazzo Reale, divenne per tal modo
signore di tutta Palermo. -

Tutti gli uffiziali napoletani che avevano avuto un po


sto di comandante a Palermo o nelle sue vicinanze furono
mandati ad Ischia per giustificare quivi dinanzi ad un Consi
glio di guerra la propria condotta. Erano dessi il tenente
generale Lanza, i generali maggiori Salzano, Cataldo, Pa
squale Marra, i brigadieri Bartolomeo Marra, Sury, Landi,
Letizia, il colonnello dello Stato maggiore Bonopane ed una
quantit di altri ufficiali ai quali rinfacciavasi di avere nel
VuL, II. 15
226

giorno 30 maggio bevuto coi Garibaldini sul monte Anniba


le vino di Sciampagna.
Le reciproche accuse di queste grandezze scadute e le
loro giustificazioni diedero a conoscere quanto vile animo
racchiudessero in petto.
CAPITOLO) VII.

ORGANIZZAZIONE. ARRIV0 DI NUOVI RINFORI


A GARIBALDI.

Garibaldi non attese il pieno sgombro di Palermo per co


minciare a riordinar l'isola. Sino dal 2 giugno aveva com
posto un ministero Siciliano dando ad Orsini il portafoglio
della guerra e della marina, quello dell'interno a Crispi, la
giustizia a Guarnieri, la pubblica istruzione e il culto al
prelato Ugdulena; le finanze a Domenico Perrani, distinto
finanziere, e sotto il Borbone tesoriere generale della Sici
lia; il portafoglio dei lavori pubblici a Raffaele appena ritor
nato dall'esilio; e quello dell'estero a Pisani presidente del
Comitato secreto che aveva preparato la Sicilia all'ultima ri
voluzione. Orsini giunse colla sua artiglieria in Palermo so
lamente nel giorno cinque, poich avea dovuto fare un giro
sotto Monreale per la Bocca del falco e la Porta Macqueda
non potendo prendere la via pi breve verso la Porta nuo
va sendoch i regi occupavano tuttavia il Palazzo Reale ed
i Porrazzi.
Nel 2 giugno, giorno della formazione del ministero,
si decretava una distribuzione in parti uguali del terreno
demaniale regio a tutti quelli che aveano preso le armi per
la liberazione della Sicilia: e nel successivo 6 venivano sta
bilite le pensioni per le vedove e gli orfani di coloro che e
rano morti per conquistare l'indipendenza del loro paese.
228

L'isola, avuto riguardo all'amministrazione futura, ve


niva divisa in 24 distretti con un governatore per cadaun
distretto. -

Nel 13 giugno Garibaldi aboliva il titolo d'eccellenza ed


il baciamano dei quali in Sicilia non era penuria, ravvisando,
e ben a ragione, in quelle forme, segni ed istrumenti di
Schiavit.
Prima di tutto per egli occupavasi dell' ordinamento
delle truppe che doveva metterlo in grado di continuare l'o
pera della liberazione dell'isola e di recarsi nella terra
ferma per far sventolare la bandiera italiana sopra Napoli,
Roma e specialmente sopra Venezia.
Le squadre irregolari Siciliane che dopo ciascuna vittoria
si univano alla piccola schiera del valoroso condottiero per
abbandonarla poi ad ogni lotta che impegnavasi, erano pi
di ostacolo che di aiuto all' ordinamento militare. Garibaldi
quindi in un ordine del giorno del 13 giugno le licenzi, non
dicendo veramente che gli fossero di peso, ma solamente che
pi non abbisognava dell'opera loro.
Dovendo considerare come fallito il tentativo di intro
durre la coscrizione nella Sicilia, Garibaldi necessariamente
riponeva ogni sua fiducia nei Cacciatori delle Alpi, nelle
truppe regolari raccolte nell'isola dai condottieri La Por
ta, Corrao, Fardella, e nei rinforzi che aspettava dall'Italia
settentrionale. -

DeiCacciatori delle Alpi e delle truppe regolari Sicilia


ne ordin si facessero due brigate sotto Bixio e Trr, i quali
recandosi colla massima sollecitudine nell' interno dell' iso
la dovevano raccogliere tutti i volontari ed ingrossarsi coi
coscritti nei luoghi ne' quali era possibile di attuare la co
Scrizione. --

Alla formazione di questi corpi si lavorava indefessa


Inente.
Orsini appena giunto in Palermo diede mano ad equi
229

paggiare ed organizzare l'artiglieria, e siccome i regi ave


vano trasportato seco ogni materiale da guerra, cos fu d'uo
po provvederne di nuovo, e non essendovi fabbriche di ar
mi, n lavoratori d' artiglieria, egli dovette istituirne di
nuovi.
Colle campane delle chiese si fusero cannoni, ed allor
quando Trr e Bixio furono pronti alla partenza, ciascuno
d'essi pot condur seco un distaccamento d'artiglieria.
La notizia dei successi di Garibaldi in Sicilia incusse
timore naturalmente in tutta l' Italia settentrionale, ed era
facile cosa per ci di arruolare quivi nuovi volontari quando
si avessero raccolte armi e denari sufficienti.
La prima spedizione, composta solamente di alcune
centinaia di uomini che avea seguito Garibaldi da Genova
sull'Utile, poco tempo dopo la sua partenza, pose piede a
terra in Marsala nel 1. giugno e nel 5 successivo trovavasi
gi a sua disposizione in Palermo.
La seconda spedizione comandata dal maggiore Corte
part sull' Utile e sul clipper americano Charles-Jane nel
giorno 10 giugno da Genova e dovea essere seguita dalla
grande spedizione di Medici attesa da Garibaldi per poter
mandare le due brigate test formate nell'interno del paese.
I Napoletani n'ebbero sentore, e la fregata a vapore il
Fulminante con a bordo il generale Roberti usciva dal porto
di Genova per impedire che le truppe garibaldine progredis
sero. A quindici miglia marittime dal Capo Corso, alla punta
settentrionale dell'isola di Corsica, il Fulminante si scontr
nel piccolo Utile che rimorchiava il clipper americano. I
passaggeri di questi due navigli si fecero riconoscere impru
dentemente per Garibaldini: gettarono bens a tempo le ar
mi nel mare e si opposero alla visita; ci nullameno furono
tratti dal Fulminante a Gaeta.
Quivi i bastimenti vennero considerati buona preda ed
i passeggeri sostenuti in carcere.
230

L'ambasciatore sardo Villamarina e l' ambasciatore a


mericano Chandler, appena ebbero ufficiale notizia della
preda dei due bastimenti in alto mare, protestarono contro
il sequestro, ma ci avveniva appena nel 15 giugno.
Dapprincipio non si di loro alcuna retta, ma pi tardi
i prigionieri furono messi in libert, e restituiti i bastimen
ti i quali molto operarono in vantaggio della spedizione di
Sicilia, mentre la maggior parte dei primi s'imbarc di nuo
vo per combattere sotto le bandiere di Garibaldi.
Non v' ha dubbio che i Napoletani hanno ragione di la
mentarsi delle protestazioni fatte dai consoli, le quali toglie
vano loro tutti i mezzi di difesa. La preda dell' Utile e del
clipper e la fretta colla quale il Fulminante li condusse a
Gaeta assicurarono certamente alla spedizione di Medici lo
Sbarco sulle coste della Sicilia.

Medici imbarc a Genova nell'11 giugno sui tre vapori


Washington, Franklin, ed Oregon 2500 volontari armati di
fucili rigati: nel giorno dopo giuuto a Cagliari vi rimase quat-
tro d occupandosi nell'ordinare le sue truppe senza per al
tro permetter loro di discendere a terra.
Nel 16 partiva da Cagliari verso il piccolo porto Castel
lamare ad occidente di Palermo, da non confondersi con Ca
stellamare, la cittadella della capitale. Da Castellamare marci
attraversando Alcamo, Partinico e Monreale, verso Palermo
dove l'avanguardia giungeva nel 20 giugno ed il grosso del
corpo nel giorno successivo.
L'arrivo di Medici rese possibile di cominciare le ope
razioni contro la costa orientale dell'isola per impadronirsi
anche di questa parte e poter poscia estendersi sulla terra
ferma napoletana.
Prima di narrare le disposizioni prese da Garibaldi per
l'ordinamento interno degli affari, le quali tuttavia non so
no di poco momento, esporremo i fatti guerreschi, avvenuti
nella parte orientale dell'isola di Sicilia.
CAPITOLO VIII.

LE (0L0NNE DI GARIBALDI AVANAN0 SULLE (0STE


MERIDIONALI ED (ORIENTALI DELL' ISOLA.

Pi sopra si detto come il principe Fitalia, coadiuvato


dal generale Clary comandante militare (il quale godeva a
ragione della fama di ladro, poich non lasciava occasio
ne di provvedersi di danaro alle altrui spalle) conservas
se, in virt dei rinforzi avuti da Messina, Catania al gover
no del re. Fitalia poi per mantenere il popolo in quiete lo
aveva assicurato, che quando i regi non avessero potuto pi
sostenersi in Palermo egli avrebbe consegnato Catania sen
za spargimento di sangue nelle mani dei Siciliani; laonde
questi, appena giunse la notizia dello sgomberamento di Pa
lermo, gli ricordarono la fatta promessa, chiedendo che le
truppe abbandonassero la citt. Clary ne fece occupare allo
ra le posizioni principali ordinando a' suoi soldati aprissero
il fuoco al pi lieve segno di un atteggiamento ostile da
parte dei cittadini.
A tale risposta i cittadini catanesi nella mattina del 31
maggio si ribellarono: e suonando le campane a stormo
chiamarono dalle vicinanze"le schiere dei guerriglieri che
anche quivi, come intorno alle altre grandi citt, avevano
fermato stanza nel 4 aprile e che fin da quell'epoca si so
stenevano contro le truppe regie.
Dopo breve lotta i Siciliani s'impadronirono della par
232

te meridionale ed orientale della citt e dell'avanguardia


napolitana.
Clary, bench avesse avuto l' ordine di concentrarsi a
Messina, non volle abbandonare Catania senza prima aver
vinta l'insurrezione, aspettando d'altronde anche la brigata
Afan de Rivera, che ritirandosi dall'interno dell' isola, do
veva essere in marcia verso Catania.
Nella piazza del Duomo e presso il Municipio dove Cla
ry avea radunato le sue forze principali, si venne ad una
lotta micidiale. -

I Catanesi, dapprincipio in vantaggio, diminuendo sem


pre il numero dei veri combattenti e per la mancanza di
munizioni, dovettero alla fine ripiegare, rifiniti eziandio
dall'ardente calore della stagione nelle ore meriggiane.
Quando fu fatto sosta al combattere, Clary ordin il ge
nerale disarmamento dei cittadini e fece immantinente ese
guire i suoi ordini in quelle parti di Catania che erano
nelle sue mani.
Anche in questa occasione i soldati si abbandonarono
al saccheggio, e per provocare maggior confusione appiccaro
no il fuoco qua e l.
Mentre le truppe regie si davano a s barbari diverti
menti, Clary ebbe notizia che eziandio ad Aci reale, citt
che egli dovea attraversare per ritirarsi a Messina, era scop
piata la rivoluzione, e deliber quindi di recarsi in questa
ultima citt senza pi attendere Rivera.
Prima dunque dell'imbrunire egli lasciava coi regi
Catania, e per assicurarsi la ritirata ne incendiava la parte
settentrionale. -

Ma i patimenti della infelice citt non erano ancora fi


niti: mentre gli abitanti si occupavano nell' estinguere l'in
cendio e si rallegravano in parte della partenza di Clary
come d'una vittoria ottenuta, Rivera nella notte del 31
maggio al 1. giugno vi faceva il suo ingresso.
233 -

Rivera, raccolte fino dal 25 maggio le guarnigioni di


Girgenti, di Caltanisetta e de' loro dintorni, aveva piegato
per Catania attraversando Pietraperzia, Barrafranca, Calta
girone e la pianura di Catania, imponendo lungo la strada
percorsa gravi contribuzioni ai terrazzani per poter soppe
rire ai bisogni della sua gente molto male in arnese, attac
cata oltreci continuamente e spesso con buon esito ai fian
chi ed alle spalle dalle schiere degli insorgenti.
Per tal fatto Rivera con animo sdegnato entrava in Ca
tania appena sgomberata da Clary, alla testa di oltre 2000
uomini con alcuni pezzi di artiglieria, e vi si fermava dichia
rando ad una deputazione di cittadini non esser suo costu
me di trattare con ribelli e di voler piuttosto distruggere to
talmente la citt. E cos fece. Mentre le sue truppe da
vansi al saccheggio ed all'appiccar incendi in quelle parti
della citt ch' erano rimaste ancora illese dalla soldatesca di
Clary, egli s'impossess del porto e v' imbarc per Messina
tutta l'infanteria mentre la cavalleria e l'artiglieria pren
devano la strada postale verso Aci reale, gi percorsa da
Clary.
Parte degli abitanti di Catania spinti dalla disperazione
dato mano alle armi avevano assaltato nel 3 giugno le trup
pe regie prima che fossero totalmente imbarcate, ed in un'
accanita lotta entrambe le parti ebbero a soffrire gravi
perdite.
Nel giorno 7 giugno arrivarono in Messina anche quelle
truppe di Clary e di Rivera che avevano preso la via di terra
attraversando Aci reale dove Clary avea riscossa una forte
contribuzione. Clary assunse il comando di Messina.
Catania era libera n i regi vi posero pi piede. Un
Comitato di sicurezza istituito dai cittadini organizz la guar
dia nazionale anche per impedire che le squadre continuas
sero il saccheggio per conto delle truppe regie.
In Siracusa lo stesso comandante Rodriguez avea pro
234

vocato il disordine. Nel 23 maggio alquanti soldati ubbria


chi percorrevano la citt facendo uso non solo delle armi
bianche ma eziandio delle armi da fuoco contro i cittadini.
Questi appena si difendevano, e trovandosi la giovent atta
alle armi per la massima parte presso le squadre dei din
torni, molti abitanti, spaventati dalle violenze della soldate
Sca, si rifugiarono nelle campagne. Ma allorch alcuni sol
dati insultarono la bandiera inglese esposta al Consolato per
festeggiare il giorno natalizio della regina Vittoria e feri
rono la moglie del Console, questi chiese soddisfazione e Ro
driguez promise di raggiungere i colpevoli e di sottoporli ad
un Consiglio di guerra. Se non che, desideroso il Console di
assicurare la quiete della citt (la quale in fatti non venne
turbata sino alla partenza delle truppe regie) chiam in suo
aiuto un vapore da guerra inglese il quale gett l'ancora nel
porto di Siracusa.
Anche Messina, all'esterno, era tranquilla. La notizia
della presa di Palermo fatta da Garibaldi e della capitolazio
ne che ne era stata stipulata, sparse la costernazione nelle
file delle truppe regie ed indusse il comandante a non adot
tare mezzi coattivi contro gli abitanti; i quali risaputi i me
desimi successi di Garibaldi e nella lusinga che questi ora
avrebbe volto i suoi passi verso la loro citt, trattenevano
uno scoppio prematuro della rivoluzione, molto pi che la
giovent atta alle armi era anche in quella citt per la
massima parte emigrata. La presenza nel porto di alcune
navi da guerra straniere cooper a tenere in freno ambe le
parti.
Il partito del popolo, tanto in Messina che nelle altre
citt della Sicilia, e specialmente in quelle che nulla aveva
no tuttora operato, stimando molto maggiori le forze di Ga
ribaldi nella credenza che egli fosse dai Siciliani abbonde
volmente soccorso, era un po' malcontento di questo eroe,
perch avesse lasciato partire da Palermo la guarnigione
235

con armi e bagagli. Se egli ha ottenuto tanto (andavasi dicen


do) perch temere di potersi impadronire del resto? Ma ben
tosto una pi matura riflessione induceva gli animi a per
suadersi di dover lasciare al liberatore la cura di prendere
quelle risoluzioni che gli sarebbero suggerite dalle forze
delle quali poteva effettivamente disporre, e che egli doveva
ad ogni modo conoscere meglio degli altri.
Il Comitato secreto rivoluzionario di Messina porgeva
i mezzi di disertare e di arruolarsi nell'esercito di Gari
baldi a tutti quei soldati ( e in vero non eran molti ) i qua
li in seguito alla capitolazione di Palermo vi avessero ac
consentito.
Dal 20 giugno Garibaldi fece partire successivamente
tre colonne in varie direzioni verso le coste orientali e me
ridionali dell'isola perch le sue schiere occupassero un ter
ritorio pi esteso, e potessero in pari tempo rinforzarsi con
copioso numero di quei terrazzani.
La prima colonna, composta della brigata Trr, part
da Palermo nel giorno 20 giugno ed attraversando Misilme
ri, Villafrati, Alia, S. Caterina, Caltanisetta, Caltagirone, si
diresse verso Catania. Trr, ammalatosi a Villafrati, dovette
soffermarvisi, indi da Palermo partire alla volta di Genova
per recarsi ai bagni di Acqui e rimettere la malferma salute.
La brigata il cui comando era stato affidato in sua vece e
secondo la sua raccomandazione al colonnello Eber, giunse a
Catania nel 15 luglio. La sua marcia non si pu considerare
che come un viaggio: le truppe si accrebbero con volontari
e non si venne che una sola volta alle mani per reprimere
un piccolo moto di reazionari.
La seconda colonna, formata dalla brigata Bixio, mar
ci attraversando Corleone alla volta di Girgenti e di l
verso la costa meridionale ascendendo poscia lungo la costa
orientale. -

La terza colonna finalmente composta dai rinforzi re


236

cati da Medici, doveva marciare su Barcellona per Termini,


e fu la prima a scontrarsi in una seria lotta col nemico.
Ma parliamo anzi tutto della marcia delle sue truppe.
Medici, partito da Palermo nel 28 giugno, dopo due
giorni giunse a Termini. In questa citt egli aveva divisato di
far sosta pi lungamente per raccogliere nuove reclute e com
piere la loro organizzazione: ivi fu raggiunto da un dispac
cio di Garibaldi che lo nominava comandante supremo della
provincia di Messina con potere civile e militare. In pari
tempo era giunta da Patti la notizia che i Napoletani s'era
no spinti innanzi trasportando il loro avanguardo sino a Spa
dafora sulla strada di Milazzo per occupare Barcellona, la
quale essendo citt e capo-provincia poteva considerarsi co
me il centro dell'insurrezione nel nord-est dell' isola.
Medici nell' intendimento di proteggere Barcellona par
t, durante la notte dal 30 giugno al 1. luglio, colle sue
truppe alla volta di Cefal. Quivi dovette concedere loro un
po' di riposo per non renderle inabili a sostenere una lotta
col nemico che le attendeva. Medici per con alcuni ufficiali
di stato maggiore e colle guide partiva da Cefal verso Barcel
lona, dove giungeva nel 5 luglio lasciando ordine ai suoi sotto
comandanti di seguirlo nella massima fretta con tutte le
truppe.
Arrivato a Barcellona pubblic due proclami, l'uno di
retto agli abitanti della provincia di Messina, l' altro ai
soldati napoletani.
Egli si trovava al cospetto del nemico : i regi, ancor
ch con iscarse forze, occupavano Milazzo; ma il loro nu
mero avrebbe potuto accrescersi notabilmente prima che a
Medici fossero giunte le truppe da Cefal; e per ci egli non
poteva far altro che ponderare lo stato attuale delle cose e
prendere le necessarie deliberazioni quando le sue truppe
lo avessero raggiunto.
CAPITOLO) IX.

(0MBATTIMENT0 DI MILA0.

A 22 miglia ad occidente del Capo-Faro si stacca dalla


costa settentrionale, estendendosi da sud verso tramontana,
una penisola composta da una lingua di terra molto angusta
e che finisce all'estremo punto nord col Capo-Milazzo; la
larghezza massima, poco di pi un miglio, nel mezzo della
penisola che ha la lunghezza di quattro miglia. ,
Essendo la radice della penisola molto bassa, co
perta di tratti paludosi e di canneti, e per poco che il ter
reno quivi si abbassasse Milazzo diverrebbe un' isola : ma
da entrambe le parti sorge dapprima lentamente, poi sem
pre pi diviene erta la terra che forma dall'un lato la peni
sola, dall'altro la Sicilia propriamente detta. Al nord della
radice anzidetta giace la citt di Milazzo ed a settentrione
di questa l'antico forte di egual nome. Bench la penisola
non abbia alla sua radice, e nei punti in cui giacciono la
citt ed il forte, che una larghezza appena di 1400 passi,
ci nullameno i luoghi abitati non si avanzano, special
mente dalla parte orientale, sino al mare, ma lasciano per
un buon tratto libere le coste. Le principali contrade di Mi
lazzo volgono dal sud verso il nord e la pi importante ver
ge direttamente alla porta dell'antico forte le cui mura ver
so mezzogiorno sono divise dalle ultime case situate al nord
della citt mediante una piccola spianata che ad oriente si
238

protende in un piano pi largo e ad occidente piega verso il


porto propriamente detto.
Al nord del forte stesso biancheggiano sparse qua e l
alcune case e parecchie torri che alla lor volta lo domi
I)3I)O.

Una buona strada parte dalla citt verso il mezzogior


no della penisola attraversando dapprima giardini e case
nei sobborghi, indi l'anzidetto terreno paludoso, poi il
villaggio di S. Pietro, e giunge al ruscello di Meri o di Santa
Lucia discosto quivi quattro miglia da Milazzo. Varcato que
sto fiumicello si presenta il villaggio di Meri, Meli o Miri :
e proseguendo per tre miglia la strada che si piega un poco
verso tramontana, si scorge Barcellona.
Il ruscello Meri scorre per la massima parte dal sud al
nord, e presso alla foce volge ad oriente: a Meri chiu
so da ambe le parti con mura di poca elevatezza: nella
parte superiore si congiunge quasi col fiumicello Nocito, le
acque del quale volgendo ad occidente mettono nella baia
ad occidente della penisola di Milazzo, dalla quale non
divisa che da una strettissima catena di monti.
Sur una piccola spianata di questa catena giace il vil
laggio di S. Lucia discosto solo sei miglia da Milazzo, col
quale congiunto pel S. Filippo e S. Pietro.
Da S. Pietro partono altre due strade, l'una ad occidente
verso Corriola sul fiumicello Nocito, l'altra ad oriente, la
quale lo congiunge con S. Marina presso le foci del Meri.
Da S. Lucia si stacca una strada che attraversa il No
cito, e seguendo la sua sponda destra, va ad Archi passando
sopra Pace.
Tutto questo tratto di paese abbonda di strade, e fra i
villaggi propriamente detti si trovano ancora molte casci
ne isolate con giardini e cortili muniti di muri di cinta. Le
strade medesime sono racchiuse per buoni tratti da mura
glie e da cespugli per la massima parte di fichi d'India.
239

L'orizzonte viene dunque limitato sopra i singoli punti,


quantunque si offrano qua e col siti di una magnifica pro
Spettiva.
Questo piccolo territorio sta per divenire fra breve il tea
tro, di combattimenti seri e decisivi.
Medici spinse senza ostacoli le sue ricognizioni sino alle
alture di Gesso al passaggio della costa settentrionale sui
monti di Nettuno verso Messina, e nel 10 luglio l'avanguar
dia delle sue truppe raggiunse Barcellona.
Frattanto i Napoletani avevano considerevolmente au
mentata la guarnigione di Milazzo collo aggregarvi il primo
reggimento di linea, e pensavano a spedire ulteriori rinfor
zi. Medici, temendo un colpo di mano in Barcellona, credette
miglior consiglio di attendere alla difesa della citt. A tale
scopo, presa posizione sul fiumicello Meri col centro delle
sue truppe nel villaggio di egual nome, le concentr sempre
pi, aumentandole nel 15 luglio della guardia nazionale di
Meri e di alcune divisioni di volontari Siciliani.
L'ala destra prendeva stanza a S. Lucia con un posto
avanzato verso S. Filippo fra i ruscelli Nocito e Meri, pie
gandosi verso quest'ultimo e seguendo il suo corso fino il
II)'6.

Tutta la posizione aveva una lunghezza di 5 miglia ed


era occupata da 2500 uomini comandati da Medici con
due piccoli cannoni trovati a Barcellona sul ponte di
Meri che dominavano la strada principale da Meri a San
Pietro.
Nel 14 luglio Bosco abbandonava Messina colla sua
brigata composta di 4 battaglioni di fanti, di uno squadrone
di cavalleria e di cannoni, in tutto circa 3500 uomini. Egli
non operava d'intelligenza con Clary, ma direttamente colla
Corte di Napoli: e si era vantato di voler interamente di
struggere la colonna di Medici e di fare conseguentemente il
suo trionfale ingresso nella capitale occupata dai regi sul
240

cavallo regalato da alcuni fuorusciti Messinesi allo stesso


Medici.
Lasciava Gesso, per guardare quel passo importante
nei monti, un battaglione e passava col rimanente delle sue
truppe nel giorno stesso a Spadafora e nel d successivo a
Milazzo.
La guarnigione di questa citt sped al suo arrivo un
distaccamento contro i posti avanzati di Medici, e ne sorse
una scaramuccia.
Bosco si appost nei sobborghi di Milazzo sulla radice
dell'isola spingendo l'ala sinistra sino ad Archi. La citt ed
il forte servivano di posizioni di riserva e vennero ridotti
conseguentemente a tale scopo.
Nel giorno 17 le ostilit cominciarono a prendere un
aspetto pi serio: Bosco spediva un battaglione contro l'estre
ma destra ed un altro contro l'estrema sinistra di Medici : in
entrambi i punti si venne alle mani e pi accanita fu la lotta
sull'ala destra comandata dal maggiore Simonetta. I regi
si ritirarono nei loro appostamenti: ma Medici, che preve
deva un nuovo attacco, fece avanzare la sua ala destra raffor
zata sino a S. Filippo, mettendole distaccamenti ai fianchi
presso Corriola sul fiumicello Nocito, ed ordin si erigesse
una barricata sulla strada principale da Meri a Milazzo nel
punto ove s'incontra colla strada che da S. Filippo conduce
a S. Marina.
Alle quattro pomeridiane Bosco rinnovellava l'assalto
con forze raddoppiate : l' attacco principale veniva da Archi
verso Corriola mentre l'ala destra pel momento si teneva
indietro. Coll'ala sinistra i regi passarono il Nocito presso
Corriola e furono accolti a fucilate dall'ala destra di Medici
il quale li pose in pericolo di essere tagliati fuori dal grosso
del loro corpo. Per evitare s grave danno s'avanz allora
anche l'altra ala di Bosco e presso la barricata di recente
eretta si venne ad una accanita lotta, nella quale dapprima
241

cedettero i Garibaldini, ma poscia alla lor volta i regi pie


garono sotto l'impeto di un battaglione della riserva di Me
dici venuto a prender parte all'azione.
All'imbrunire della sera cessava il combattimento. En
trambe le parti si ritirarono da questo conflitto, bench di se
condaria importanza, colla persuasione di essere troppo de
boli e di dover attendere rinforzi.
BOSCO, che aveva assunto invece del comandante Torre
Bruna anche la direzione del forte Milazzo, ritrasse le sue
truppe negli appostamenti che avea designato a mezzogior
no della radice della penisola, e chiese rinforzi a Clary, il
quale spediva solamente un battaglione a Gesso per dare il
cambio a quello che Bosco vi avea lasciato e che poteva allora
marciare a raggiungerlo come fece effettivamente pervenendo
a Milazzo nella sera del 18 luglio.
Il generale Bosco poteva fare assegnamento sopra 4600
uomini computando il battaglione di rinforzo gi arrivato e
le perdite sofferte, che per erano di poco momento.
Medici spediva invece a Palermo un dispaccio telegrafi
co per chieder rinforzi e Garibaldi gliene pot tosto spedire.
Nei giorni 3 e 6 luglio era giunta in Palermo una nuova spe
dizione dall'Italia Settentrionale, il corpo del colonnello Co
senz. L'avanguardia, forte di 340 uomini, avea fatto il suo
ingresso nel giorno 3 e nel 9 il rimanente della colonna com
posta di 1200 soldati giunti sul vapore Wellington. Dopo
alcune settimane di esercitazioni era facile condurre questa
truppa al combattimento. Oltre a ci la colonna di Cosenz
avea incontrato minori ostacoli da parte del governo Sardo
che non le spedizioni anteriori, ed era partita interamente
equipaggiata.
Cosenz era in marcia coll'avanguardia per raggiun
gere Medici ed appena ricevute notizie da Patti si spicc dal
le sue truppe ordinando loro di seguirlo colla massima sol
lecitudine, e corse in assistenza di Medici col quale si diede
Vol. II. 16
242

ad esaminare le posizioni. Bosco avea avuto intenzione di gi


rare nel d 17 attorno all'ala destra dei Garibaldini e ci non
era del tutto fuori di proposito, dappoich Medici, nel caso
di un rovescio, per non perdere troppo terreno e per dar tem
po ai rinforzi di raggiungerlo, avea divisato di gettarsi al sud
di s. Lucia nelle vicine montagne.
Se non che Bosco abbandon quest'idea scegliendo un
altro disegno di battaglia, che esaminato in ogni sua par
ticolarit, si pu ancor meno disprezzare se si consideri
ch'egli riteneva le forze avversarie in molto maggior numero
di quello ch'erano in fatti, poich credeva che Medici avesse
Sotto a' Suoi ordini 8000 soldati.
In questa supposizione Bosco volendo stare sulle difese
si appost nella situazione sopra indicata ad un miglio a mez
zogiorno di Milazzo, difeso dalle ultime case e cascine dei
sobborghi e dal terreno basso coperto di canne. Per tal mo
do le sue truppe dall'estrema ala sinistra nella baja orien
tale di Milazzo sino alla foce del Nocito, occupavano un'e
stensione di 5000 passi che poteva essere di molto diminui
ta se si fosse ristretta la linea di difesa verso la radice della
lingua di terra e nella citt e nel forte gi preparati a tale
Scopo. Non poteva dunque recar grave danno ai regi se al
cuni punti intermedi fossero caduti nelle mani dei Garibal
dini. Bosco ideava di combinare colla difesa di tutta la linea
un attacco coll'ala destra.
Il suo piano di battaglia era bene imaginato, poich la
linea di difesa poteva per sua natura sostenersi con pochis
sime truppe per quel tempo e nel modo necessario al buon
esito dell'attacco, mentre l'assalto dell'ala destra dei regi
contro la sinistra dei Garibaldini li stornava dalla loro vera
ed unica strada di ritirata verso Barcellona. Tale risulta
mento non si poteva per altro conseguire se non a due con
dizioni.
Quanto alla prima, per sostenere cio la linea di difesa,
243

occorrevano bens poche, ma valorose truppe adatte a que


sto genere di combattimento, il pi difficile per la bassa uffi
cialit e pei gregari.
In secondo luogo l'assalto doveva essere impreso con
tutto quell'impeto, che solo permesso a coloro che si cre
dono sicuri della vittoria. -

Sin da principio v'era motivo di ritenere che queste


due condizioni non potessero essere adempiute. Se di re
gola presso tutte le nazioni non sono atti a tal genere di com
battimento, se non i pi valorosi soldati dei quali non v' ab
bondanza in alcun luogo, devesi ammettere che il novero di
questi soldati va sempre pi diminuendo mano mano che
procediamo nei paesi meridionali. E se ne accagionino pu
re le differenti armature, od altro che sia; nulla potr scema
re d'un sol punto la verit della mia asserzione.
La ferma credenza poi nella vittoria era stata scossa s
fortemente che non si poteva sperare in verun modo un' e
nergica condotta nell'attacco. -

I dispacci di Medici relativi ai combattimenti del 17 lu


glio furono recati a Garibaldi in Palermo. In essi Medici di
chiarava di essere in grave pericolo qualora i Napoletani si
fossero accinti ad una seria lotta; ma che d'altra parte, se Ga
ribaldi avesse avuto una forza sufficiente, si sarebbe potuto
tentare un colpo decisivo con isperanza di buon riuscimento.
Dagli ultimi giorni di maggio le armi riposavano e Ga
ribaldi sentiva il bisogno di mostrare quanto valessero an
cora in quel tempo per tagliar corto contro le ciance di un
centinaio di cerretani di Torino, di Napoli e di Palermo
i quali bazzicavano nei campi, come diremo pi innanzi.
Garibaldi s'imbarc nel 18 luglio a Palermo con circa
1000 uomini di differenti corpi, pose pi a terra a Patti e
precedette la sua gente nel quartier generale di Medici. Qui
vi destin il giorno 20 luglio per un assalto generale sopra
Milazzo, nella speranza che le truppe che per la via di terra
244

erano partite da Patti dovessero giungere in tempo per pren


der parte alla pugna.
Garibaldi avea intenzione di dirigere il suo attacco spe
ciale sull'ala sinistra del nemico per tagliargli le comunica
zioni con Messina; e fermato che ebbe il piano di batta
glia ordin a Medici di dare le opportune istruzioni pel 20
luglio, e pubblic il seguente ordine del giorno.
La brigata Medici si resa benemerita della patria; i
suoi soldati, respinta una forza molto superiore, hanno di
nuovo dimostrato quanto valgano le baionette dei figli della
libert. I brigadieri Cosenz, Medici, Carini, Bixio vengono
promossi a generali maggiori ed il colonnello Eber a briga
diere.
L'esercito nazionale Siciliano sar composto quindi
innanzi di 4 divisioni d'infanteria della prima classe, d'una
brigata d'artiglieria e d'una brigata di cavalleria.
Le divisioni saranno numerate dalla quindicesima in
poi. Il generale Trr comander la prima di esse. Per proce
dere alla formazione delle brigate, i generali maggiori mi ras
segneranno le proposizioni necessarie per la scelta degli uffi
ciali comandanti. - -

D'ora in poi le nostre truppe assumono il nome di


esercito meridionale.
Il segretario del dipartimento della guerra viene in
caricato dell'esecuzione del presente decreto.
Questo ordine del giorno in ci solo memorabile per
ch d quella forma all'esercito meridionale che ha conser
vato durante tutta la campagna.
- Trr, Sirtori ed Orsini erano stati gi nominati in pre
cedenza generali maggiori.
Trr ottenne il comando della 15.ma divisione, la prima
dell' esercito meridionale, la quale per, come le altre, era
composta di una sola brigata poco numerosa: Cosenz capita
nava la 16.ma divisione, Medici la 17.ma e Bixio la 18.ma. Del
245

la divisione 19.maformata pi tardi, parleremo altrove. Orsi


ni comandava quella parte di artiglieria che s'era allestita e
che lentamente andava formandosi, e Carini stava alla testa
della cavalleria che ancora non esisteva di fatto e che poteva
soltanto ascendere a 50 cavalli montati dalle guide di Gari
baldi e ad un reggimento di cavalleria siciliano che numera
va allora 12 uomini di cui oltre la met erano ufficiali.
Le disposizioni per l'attacco del 20 luglio sopra Milaz
zo o meglio dalle posizioni di Bosco al sud della citt, eran
le seguenti:
L'ala destra comandata da Simonetta con 3 battaglioni
ed un quarto unitamente ai carabinieri genovesi doveva mar
ciare da Meri per s. Pietro a Milazzo. L'ala sinistra sotto
Malenchini con quattro battaglioni doveva procedere da Meri
per santa Marina a Milazzo.
Sulle alture di S. Pietro le due colonne si dovevano con
giungere sotto il comando di Medici il quale doveva prender
posto nella colonna Simonetta.
I 4 battaglioni Dunne, Corte, Corrao e Vacchieri i quali
si attendevano per la massima parte da Patti, dovevano for
mare la riserva sotto il comando di Cosenz, sulla strada d
Meri a Milazzo. -

Tre quarti di battaglioni dovevano rimanere provvisoria


mente di guarnigione a Meri. -

Un corpo di volontari siciliani, comandato da Nicol


Fabrizi, con due battaglioni rinforzati da tre quarti d'un al
tro battaglione, dovevano fare diversione a s. Lucia contro
Archi, occupando la strada principale di Messina per impe
dire al caso che il nemico ricevesse rinforzi da quella parte.
Componevano dunque in complesso 14 battaglioni, il
pi numeroso dei quali non contava oltre a 300 uomini. Di
poco andrebbe errato chi computasse l'intera forza combat
tente il 20, dopo l'arrivo dei battaglioni che si attendevano
da Patti, a 4000 uomini tutt'al pi. Contro questi doveva
- 246

combattere Bosco, il quale a conto ristretto aveva invece pi


di 5000 uomini a sua disposizione. Tutte le relazioni sulla
battaglia di Milazzo provenienti dall'esercito napoletano re
cano cos aperto il marchio della menzogna, che chiunque
abbia appena un'idea di cose militari, ed abbia i suoi cin
que sensi sani, vede come esse vennero fatte a posteriori,
qualunque significato voglia darsi a questa parola.
Alle ore cinque di mattina i Garibaldini erano tutti sot
to le armi; Malenchini a destra, Medic con Simonetta a si
nistra, si misero in moto per San Pietro. Giunti col, Ma
lenchini incontr la prima ordinata e seria resistenza nelle
case e nei recinti lungo la spiaggia di San Papino. Ivi il fuo
co cominci alle ore sette del mattino. Durava da buon trat
to di tempo senza speciale risultamento, quando i Napoletani
fecero avanzare l'artiglieria, ordinarono sotto la protezione
di essa la loro fanteria in colonne, portarono un po' di ca
valleria sul piano sabbioso e passarono all'assalto. I giovani
soldati di Malenchini non poterono sostenere questo assalto,
e specialmente l'urto della cavalleria: essi cedettero, e quan
tunque Malenchini, qua e l, raccogliesse un distaccamento
per condurlo incontro al nemico, quantunque tratto tratto
riuscisse a spingersi nuovamente innanzi, ci nulla meno l'e
sito generale era che a poco a poco veniva perdendo terreno.
Garibaldi, ragguagliato di questi rovesci, lungi dall'es
serne intimorito, aveva colla sua esperienza di ottimo capi
tano riconosciuto all'istante che da quegli stessi rovesci po
tevasi trarre profitto. Ordin pertanto a Medici di tenersi a
destra, attaccare i mulini sul fiume Nocito, e di l spingersi
sempre in linea retta sopra Milazzo. Mentre Medici eseguiva
questo movimento, Garibaldi medesimo volle ristaurare e
sostenere il combattimento sull'ala sinistra. Non vi era pi
alcun dubbio che i Napoletani volessero operare di preferen
za colla loro ala destra, che pensassero di fare un colpo col
la medesima e con essa ottenere positivi risultamenti. Se que
247 -

sto sforzo incontrava una seria resistenza era da presumere


ed anzi da ritenere che i regi non avrebbero fatto che accu
mulare forze sempre maggiori sulla loro ala destra, di modo
che si faceva sempre pi agevole a Medici di sgominare l'ala
sinistra di Bosco e penetrare colle sue truppe nella citt.
E poich egli si doveva allontanare dalla linea del cen
tro verso la destra, fece avanzare le artiglierie da Meri sotto
la scorta di un battaglione per San Pietro.
Garibaldi non prese con s pel momento che i caccia
tori genovesi e si volse a sinistra contro gli edifici. e le ca
scine sulla spiaggia di San Papino. Diede poi ordine a Co
Senz di avanzarsi colla riserva a suo sostegno tosto che
fosse giunto a Meri.
Garibaldi, solo coi carabinieri genovesi e con le poche
sue guide, si precipit nel centro delle posizioni dei Napo
letani, i quali dopo aver respinto Malenchini, davano ordine
alla cavalleria d'inseguirlo. Egli era risoluto d'impedire a
qualunque costo il divisato assalto di cavalleria, e assal col
le sue guide la cavalleria napoletana in un'angusta via, chiu
sa fra mura. Ivi sorse una pugna a corpo a corpo e Garibaldi
scamp dal pericolo di esser fatto prigione od ucciso merc
il valore del capitano delle guide Missori.
In tal modo l'assalto della cavalleria napoletana era riu
scito senza effetto; Malenchini aveva potuto raccogliere i suoi
battaglioni, e con questi, unitamente ai carabinieri genovesi
ed al battaglione Dunne condotto da Cosenz in persona, tor
n all'assalto della posizione. Ivi pure s'incontr in gravi
difficolt, singolarmente per la mancanza di qualsivoglia
punto di vista, perch intercettato dalle muraglie delle case,
dalle siepi, dalle canne palustri, e per la imperviabilit del ter
reno che costringeva le truppe di Garibaldi a battere quegli
angusti sentieri. I carabinieri genovesi, che di mezzo ai can
neti avanzavano verso un fossato, attraverso al quale un pon
te conduce al piano di Milazzo, dovevano procedere lottan
248

do colle maggiori difficolt, molto pi che, come sopra ac


cennato, era loro tolto il vedere pi in l di un passo. Il ne
mico scagliava da sicuri appostamenti i suoi projettili.
Garibaldi desiderava anzi tutto di acquistare un'idea
generale della posizione del nemico, per poter, secondo essa,
disporre l'assalto. Un caso fortunato venne in suo ajuto.
Nella baia occidentale di Milazzo apparve il vapore da
guerra Tukery. Questa nave, comperata nel 1848 in Inghil
terra dal governo insurrezionale di Sicilia, fu in prima deno
minata la Indipendenza, indi, quando nel 1849 pass nelle
mani del governo napoletano, venne ribattezzata col nome .
di Veloce. Il 9 luglio doveva il Veloce scortare un bastimento
mercantile che trasportava a Milazzo truppe del 1 reggi
mento di linea napoletano. Giunto presso Milazzo, il capitano
Anguissola, comandante del Veloce, signific al capitano del
bastimento mercantile dover egli eseguire un'altra speciale
missione, e gir di bordo verso Palermo. Arrivato in quel por
to, iss la bandiera tricolore italiana e si diede a Garibaldi.
Questi si rec tosto sulla nave a prenderne possesso. Parecchi
tra quelli che formavano il presidio chiesero di essere spediti
a Napoli, il che venne loro senz'altro accordato. Il Veloce ebbe
allora il nome di Tukery, in onore di quel maggiore unghe
rese ch'era morto in seguito alla ferita toccata nell'assalto
della porta Termini di Palermo. Il Tukery aveva dopo quel
tempo fatte parecchie scorrerie ed aveva catturato il Duca di
Calabria e l' Elba, vapori mercantili napoletani. In quel
giorno egli trovavasi nella baia occidentale di Milazzo.
Garibaldi sal sulla nave, dalla quale pot in fatti rico
noscere la posizione dell'ala destra napoletana. E mentre
stava osservando, vide nuove colonne di truppe che dal for
te avanzavano verso la pianura occidentale. Era una riserva
dell'ala destra, e da questo movimento pot concludere che
Bosco si apprestava ad un nuovo assalto colla sua ala destra;
egli ordin dunque che dal Tukery si scagliassero alcuni colpi
249

su quelle colonne le quali, egregiamente colpite, si ritiraro


no disordinatamente verso il forte.
Garibaldi ordin inoltre che alcuni soldati sbarcassero
alla parte settentrionale del forte per impadronirsi delle po
sizioni che il signoreggiano, ed egli medesimo discese a ter
ra per dirigere l'attacco della sua ala sinistra, il quale, co
me potevasi prevedere, non avrebbe ora incontrato gravi diffi
colt. E tale divisamento gli riusc tanto meglio, che contem
poraneamente l'ala destra erasi spinta assai prossima alla citt.
Medici, avanzando sulla destra, non aveva trovato egua
le resistenza che all'ala sinistra; bench anch'egli, ad ogni
nuov0 casolare, ad ogni crocicchio di via, colto dai cacciato
ri napoletani, e costretto ad assaltare ogni posizione che in
tal guisa gli si presentava (e non erano poche), non potesse
progredire che lentamente.
Tosto che Garibaldi discese di nuovo a terra, condusse
l'ala sinistra ad altro vigoroso assalto. Bosco in quel punto
aveva gi deposto il pensiero di una seria resistenza. I suoi
cacciatori si ritiravano nei posti di riserva e pi avanti nella
citt, coprendosi colle muraglie, colle case e colle barricate,
erette la maggior parte sulla spiaggia colle barche dei pesca
tori.
L'ala sinistra, senza grandi ostacoli, si spinse allora pel
ponte nella lingua di terra, e congiuntasi all'ala destra si ac
cinse all'assalto della citt. Quivi i Napoletani non fecero
molta resistenza; sgombrarono la posizione di riserva presso
la citt, per ritirare tutte le truppe nel forte e lasciare che i
cannoni del medesimo potessero lavorare liberamente.
I Garibaldini penetrarono nella citt, non senza per
toccare altre gravi perdite, specialmente pel fuoco d'artiglie
ria del forte, ed anche pei colpi che gli abitanti reazionari
scagliavano dalle case contro di essi. In breve per, verso le
5 pomeridiane, il fuoco tacque quasi del tutto; solo udivasi
tuttavia qualche colpo di fucile da ambe le parti.
- 250

Garibaldi rannod le sue genti, ordin loro che si ab


barrassero nelle posizioni conquistate ed occupassero bivac
chi che fossero difesi il meglio possibile.
Il Tukery ebbe comando di veleggiare, girando il capo
di Milazzo, verso la baja orientale, ed ivi tenersi ancorato
nel porto. Le truppe ch'esso aveva posto a terra al nord del
forte, si erano impadronite delle torri che i Napoletani ave
vano sgomberato senza opporre resistenza. lntanto che du
rava il disbarco, la nave s'era esposta al fuoco pi violento
del forte ed aveva toccati alcuni guasti, tanto che dovette es
sere rimorchiata, intorno al capo, nel porto da barche a re
mi, il che si fece il 21 luglio mattina.
Al termine della battaglia le due parti combattenti oc
cupavano le posizioni seguenti: Garibaldi era in possesso
della lingua di terra, di modo che Bosco non poteva pi pren
dere la via di terra per Messina senza aprirsi il passaggio a
viva forza; anche al nord del forte trovavansi distaccamenti
di Garibaldini. Il porto era in mano dei soldati di Garibaldi
i quali avevano fatto bottino di parecchi cannoni e potevano
impedire un imbarco di Bosco, quando pure esso porto fosse
stato corso da navi napoletane. Era possibile che giungessero
truppe napoletane in soccorso di Bosco, s per la via di mare
che per quella di terra, da Messina. Contro quelle bastava una
accurata vigilanza nelle posizioni acquistate. Allo scopo di ri
cevere in tempo le truppe che potessero giungere da Messina,
sotto Nicol Fabrizi, che nel 20 luglio pressoch nulla ave
vano fatto, i Siciliani dovettero marciare sulla destra a Spa
dafora.
La perdita dei Garibaldini nella giornata del 20 luglio
fu rilevante, essendo salita a 750 morti e feriti, quindi circa
un quinto delle truppe presenti alla battaglia.
La perdita dei Napoletani valutata a 2 uffiziali, 38
soldati morti, 8 uffiziali ed 83 soldati feriti, 31 smarriti,
quindi in tutto 162 uomini, cio una trentesima parte. Que
251 -

sta perdita, ch' sopra modo tenue in confronto di quella


gravissima sostenuta dal vincitore, si spiega assai facilmente
ricordando che i Napoletani combattevano in posizioni pre
disposte ed avevano un'artiglieria proporzionatamente assai
maggiore, mentre i Garibaldini non ne avevano alcuna, e
dovevano attaccare le posizioni una dopo l'altra. Se i Na
poletani si vantano tuttavia, con un certo orgoglio, delle po
che perdite sofferte, noi chiederemo loro: perch non avete
preferito di fare qualche cosa di bene con una perdita un po'
maggiore? Che cosa avrebbero fatto i Garibaldini se si fos
sero lasciati spaventare dopo la perdita dei primi 150 uomini?
Oltre a ci dobbiamo osservare che i Napoletani, con
una impudenza appena credibile, asseriscono di non aver a
vuto nel combattimento del 20 luglio che 1600 uomini, men
tre i Garibaldini si fanno ascendere ad 11,000.
Con ci i Napoletani non mettono in conto se non gli
uomini che avevano allineati in catena. Ma, ammesso pure
che la menzogna fosse verit, la loro perdita sarebbe pur
sempre minima per una resistenza ostinata e valorosa. An
che in questo caso quella perdita non importerebbe che un
decimo dei combattenti.
Nella battaglia di Milazzo Garibaldi perdette un cavallo
e riport una leggiera contusione; a Missori ed a Medici fu
rono uccisi sotto i destrieri, a quest'ultimo appena giunto
in citt; Cosenz fu leggermente ferito al collo.
CAPITOLO X.

(APITOLAZIONE DI MILA0.

Il 21 luglio tutto era silenzio; ambedue le parti con


tendenti tenevansi tranquille; non si faceva fuoco, ma nep
pure si concertavano trattative.
Il 22 luglio apparvero nella baia di Milazzo tre vapori
mercantili francesi, il Protis, il Carlo Martello e la Stella.
Queste navi, unitamente ad altre cinque, erano state noleg
giate dal governo napoletano pel trasporto delle truppe e
del materiale di guerra. Il governo per questi otto vapori,
senza tener conto del carbone, pagava 466,000 franchi al
mese. Ancorch possedesse la pi fiorente e pi numerosa
flotta d'Italia, quasi pi non si arrischiava di valersene. Gli
uffiziali, in ispecie, della flotta gli sembravano poco affezio
nati; bens la massima parte degli equipaggi si riteneva ani
mata da buoni sentimenti per la causa regia; ma che ci
poco giovasse, lo aveva mostrato l'esempio del Veloce d'una
volta, attualmente Tukery. ll governo di Napoli depose il
pensiero di servirsi delle sue navi, accontentandosi d'im
pedire che ne approfittasse Garibaldi, e per ci le lasciava
immobili nei porti di Castellamare, Napoli e Gaeta.
Quando la prima delle tre navi summenzionate, intito
lata il Protis, comparve nella baja di Milazzo, il capitano del
porto sal a bordo di essa siccome d'uso, e vi apprese dal
capitano Salvi, che la comandava, che la sua nave, unitamen
254

te al carico, consistente in proviande pel presidio di Milaz


zo, era a disposizione di quel comandante. Salvi intendeva
il comandante napoletano, e non fu lieve la sua meraviglia
nell'udire che Garibaldi era gi padrone del porto e della
citt di Milazzo.
La mattina del 23 entr nella rada l'avviso di guerra a
vapore francese Mouette, comandato da Boyer. Questi ebbe to
sto un abboccamento con Garibaldi. Si convenne, o piutto
sto Garibaldi si lasci indurre, coll'arbitramento del capitano
Salvi, ad intavolare trattative con Bosco. Egli chiedeva che
tutta la truppa dovesse costituirsi prigioniera di guerra,
mentre agli uffiziali si sarebbe concesso di recarsi a Napoli;
ed aggiungeva in pari tempo la minaccia, che se il presidio
non si fosse arreso, lo si sarebbe fatto balzar gi dalle rupi.
Salvi recavasi il 23 di mattina nel forte per partecipare
a Bosco le prese determinazioni. Costui non volle saperne.
Diede a Salvi una lettera per Garibaldi, un'altra pel re Fran
cesco II, nella prima delle quali diceva che anch'egli desi
derava di evitare un inutile spargimento di sangue e non era
lontano dal cedere la piazza a patti onorevoli, sempre sotto
riserva che fossero ratificati da parte del governo. Ricono
sceva la situazione della cittadella non essere delle pi fe
lici, ma non essere nemmen disperata, ed offerire tuttavia
molta speranza di buon riuscimento ad un generale risoluto
ed a truppe del pari risolute.
Bosco scambi la minaccia di far saltare dalla rupe il
presidio con quella di far saltare in aria il forte medesimo.
Al che rispose: piuttosto che darmi vinto a condizioni diso
norevoli, preferisco di balzare in aria io stesso, quando si
voglia avere la compiacenza d'indicarmi il punto ove sia
disposta la mina. A Garibaldi sarebbe per riuscito difficile
di mostrare al colonnello Bosco una mina la quale potesse
far balzare in aria il forte di Milazzo col suo presidio. Pel
solo Bosco non sarebbe stato difficile il provvedere, poich
255

non occorreva che offerirgli di sedere sopra un bariletto di


polvere.
Intanto che la Mouette, il Carlo Martello e la Stella ab
bandonavano la baja di Milazzo, il Protis rimaneva addietro
per attendere se Bosco avesse mutato pensiero. La mattina
poi del 24 giunsero nella baja, da Napoli, quattro fregate a
vapore napoletane. Era ragionevole il supporre che esse fos
sero destinate ad appoggiare Bosco, ma non avevano tale in
carico: una di esse aveva a bordo il colonnello Ansani dello
stato maggiore generale, incaricato di conchiudere i patti del
la capitolazione con Garibaldi. Bosco dovette acconciarvisi.
Il governo napoletano era venuto nella deliberazion
di rinunziare l'isola di Sicilia, nella speranza di conservarsi
cos, coll'aiuto del Piemonte, il continente napoletano.
A tenore della capitolazione conclusa fra Garibaldi ed
Ansani, le truppe napoletane dovevano uscire dal forte cogli
onori di guerra ed essere tosto spedit per Napoli. Il forte con
tutta l'artiglieria e le munizioni da guerra dovevano essere
consegnati a Garibaldi; egli riceveva pure tutti i cavalli ap
partenenti allo Stato e la met dei muli, mentre l'altra met
poteva essere imbarcata dai Napoletani. Bosco (questa era
una condizione speciale) doveva abbandonare i due cavalli
che erano sua propriet privata, in conseguenza delle di lui
imprudenti millanterie. Uno di questi cavalli tocc a Medici,
il quale entr in Messina sopra di esso, come Bosco aveva
promesso di fare sul cavallo che avrebbe predato a Medici.
Il 25 ebbe luogo l'imbarco delle truppe napoletane
nel porto di Milazzo. In tale occasione parecchi soldati napo
letani passarono a formar parte delle schiere dei Garibaldini.
In conseguenza delle cose apprese sulle intenzioni che
aveva pel momento il governo napoletano, Garibaldi pens
di battere il ferro finch era caldo. Deliber di non accettar
condizioni, e di non adattarsi a patti che potessero impedirgli
il trasporto delle sue armi sul continente.
--- --- --- --- -------- - - - - - - --

CAPITOLO XI.

CONVENZIONE DI MESSINA.

Il comandante di Messina generale Clary appena ebbe


udito l'esito del combattimento di Milazzo, pose la cittadel
la di Messina in pieno assetto di difesa, ed il 22 luglio in
tim a tutti i navigli che erano sull'ncora di sgomberare
il porto affinch non fossero d'impaccio alla miglior difesa
della cittadella. Non vi rimase adunque che l'avviso a vapore
francese Mouette, il quale doveva caricare il carbone. Allo
sgombro del porto tenne dietro l'emigrazione quasi gene
rale degli abitanti tuttora rimasti nella citt. Si prevedeva
un attacco di Garibaldi, la resistenza di Clary ed il bombar
damento di Messina dalla cittadella.
Garibaldi aveva messa in moto verso quella citt la bri
gata siciliana comandata da Nicol Fabrizj per Spadafora e
Gesso; la sera del 24 sped da Milazzo un parlamentario a
Clary. La mattina del 25 cominci sulle alture di Gesso un
vivo scaramucciare fra la vanguardia di Fabrizj guidata da
Interdonato e gli avamposti di Clary. Le scaramucce si ri
peterono il 25 di sera.
Intanto Clary aveva ricevuto anche dal canto suo no
tizie sulle nuove intenzioni del governo ed istruzioni di con
vo. ii. 7
-------------------- -----

258

formit. Lo sgombro dell'isola era cosa al tutto stabilita, e


sarebbe stato compiuto se Garibaldi si fosse obbligato a nul
la intraprendere contro il continente napoletano; del pari
era risoluto lo sgombro della citt di Messina, non per del
la cittadella, nel caso che Garibaldi non avesse voluto accet
tare l'obbligo sopr'accennato. Questo obbligo fu il perno u
nico di tutte le susseguenti trattative. Nel corso della gior
nata del 25 Clary aveva significato agli abitanti di Messina
di dover sgomberare la citt ; solo chiedeva una malleve
ria perch i Garibaldini sospendessero il fuoco sui monti e
non isturbassero l'imbarco delle truppe nel porto di Mes
sina. I cittadini chiesero tosto di occupare i posti di guar
dia nella citt, per mantenere l'ordine e la tranquillit ge
nerale.
Clary fino dal 25 luglio diede principio all'imbarco delle
truppe napoletane ch'erano nella citt; nella notte dal 25
al 26 luglio ritir anche gli avamposti dalle alture di Gesso.
La sera del 26 Medici entrava in Messina per discendere a
nuove trattative con lui, ed il 27 ritornava alla sua divi
sione che intanto si era avanzata, per fare a mezzod l'in
gresso in Messina alla testa della medesima. Poco dopo mez
zod giunse a Messina anche Garibaldi. Medici ebbe un'altra
conferenza con Clary, ed il mattino del 28 venne conchiusa
la seguente convenzione:
A'd 28 luglio dell'anno 1860, Tomaso de Clary,
maresciallo di campo e comandante supremo delle truppe
raccolte in Messina, ed il generale maggiore, cavaliere Gia
como Medici, indotti da sentimenti di umanit, per evitare
lo spargimento di sangue che avrebbe per conseguenza, da
una parte, l'occupazione di Messina, dall'altra la difesa del
la citt e dei suoi forti, in virt dei pieni poteri loro confe
riti dai rispettivi mandati, convennero nella stipulazione
che segue:
. 1. Le truppe regie sgombreranno senza cstacoli
259
la citt, la quale sar occupata dai Siciliani, pure senza o
stacoli.
2 Entro due giorni dalla sottoscrizione della pre
sente convenzione le truppe regie sgombreranno i forti Gon
zaga e Castelluccio. Ognuna delle due parti contraenti de
lega due uffiziali ed un commissario per compilare un in
ventario di tutti i pezzi, del materiale da guerra, delle prov
vigioni di viveri ed altro che si trovasse nei detti forti. Inoltre
il governo siciliano, dopo lo sgombro delle truppe regie, do
vr curare che il trasporto degli oggetti inventariati abbia
ad aver principio immediatamente, e tutti quegli oggetti ab
biano da essere trasportati sul territorio neutrale del quale
si far parola pi innanzi.
3. L'imbarco delle truppe regie non dovr essere
molestato da parte dei Siciliani.
4. La cittadella, coi forti ad essa appartenenti, Don
Blasco, la Lanterna e San Salvatore, rimarranno in potere
delle truppe regie, a condizione per altro che esse, qualun
que cosa possa in seguito avvenire, non facciano alcun dan
no alla citt, salvo il caso che le sunnominate fortificazioni
fossero assalite e le opere d'attacco eseguite nella citt stes
sa. Qualora si osservino queste condizioni, la cittadella si
asterr da ogni ostilit contro la citt sino al compimento
della guerra. -

5 Verr determinato un raggio di territorio neutra


le il cui confine correr parallelo al confine del raggio mili
tare della cittadella per guisa che questo venga allargato di
circa 20 metri oltre l'attuale estensione.
6 Il passaggio per mare rimane affatto libero per
ambe le parti. Laonde le bandiere delle due parti reciproca
mente si rispetteranno. I comandanti che hanno conchiusa
la presente convenzione dovranno porsi d'accordo sul modo
di approvvigionare le regie truppe, il che dee seguire in
citt. - -
260 -
Veduto, letto ed accettato nel giorno, mese ed anno
come sopra, nella casa del signor Francesco Fiorentino, ban
chiere alle quattro Fontane.
ToMAso DE CLARY,
Maresciallo di campo.
Cav. GIACoMo MEDICI,
Generale maggiore.
Per copia conforme,
G. GUASTALLA,
Capitano di Stato maggiore.

A ci dobbiamo aggiungere che facilmente si venne


d'accordo sul da farsi per provvedere da Messina dei viveri
necessari il presidio della cittadella e dei forti alla medesima
pertinenti sulla lingua di terra. Il territorio neutrale era
tracciato sul piano di Terranuova. Qui furono d'allora in poi
collocati vicinissimi gli uni agli altri, da una parte, gli avan
posti della cittadella, dall'altra quelli della brigata siciliana
comandata da Nicol Fabrizj, la quale costituiva il presidio
della citt di Messina.
Garibaldi non aveva acconsentito ad alcuna condizione
che avesse potuto in qualche guisa attraversare il suo disegno
di passare nel continente. Invece era libera la navigazione :
nel Faro potevano passare tanto le navi siciliane o garibaldine
che le napoletane; ed i forti di Messina, secondo gli articoli
della convenzione, non potevano mettere ostacolo all'imbar
co di truppe garibaldine pel continente napoletano.
Prima di seguire la marcia trionfale di Garibaldi nella
terraferma, dobbiamo volgere uno sguardo retrospettivo alle
trattative diplomatiche del re di Napoli con le altre potenze,
al cambiamento di forma del governo di Napoli, ed alle mol
teplici lotte interne, attizzate dall'estero, che Garibaldi do
vette sostenere in Sicilia.
CAPITOLO XII,

C0NDIZIONI POLITICHE DI NAPOLI DURANTE I MESI DI


MAGGI0, GIUGN0 E LUGLI0. FRANCESC0 II, CAVOUR
E GARIBALDI,

Francesco II, sotto l'impressione della notizia dello


sbarco di Garibaldi a Marsala, dei suoi progressi, della sua
vittoria a Calatafimi, cui era seguita in breve la presa di Pa
lermo, Francesco II, nel sommo della costernazione, spediva
inviati in tutte le parti del mondo. E in ogni luogo incon
trava un silenzio scoraggiante: ottimi consigli, obblighi nes
suno. Se il primo filibustiere che capita, cos ragionava
Francesco II, mi rapisce una dopo l'altra le provincie, al
trettanto pu in fine accadere a tutti i legittimi sovrani d'Eu
ropa, sieno questi miei fratelli da molto o da poco tempo
nel loro legittimo possesso, l'abbiano essi guadagnato colla
spada, colla conquista, coi tumulti in piazza, coi macelli,
col traffico, e lo conservino colla Cajenna, colle galere,
colle costituzioni, coi concordati, o con quegli spedienti che
credon migliori; ora questi miei fratelli non avranno tut
ti il massimo interesse di proteggermi contro siffatti pi
rati ?
Le risposte dei potentati venivano pronte. Vorrei,
ma non posso quanto voglio diceva l'uno. Eh! dice
va l'altro, tu hai avuto anche troppo tempo per dare ai
262

tuoi Napoletani quelle riforme che noi legittimi chiamiamo


Costituzione. Perch non lo hai fatto? Ora difficile il darti
un consiglio, dilettissimo fratello. Fa presto a conce
dere una costituzione consigliava il terzo, probatum est.
Almeno bisogna tentarlo quando si ha il fuoco in casa. uno
spediente che riusc pi di una volta , e chi sa che riesca
anche a te felicemente ?
Al re Francesco nulla giovarono siffatti consigli. Egli
voleva i cannoni e i vascelli da guerra di tutta Europa con
tro i filibustieri e contro gli stessi fedeli suoi sudditi : ma
i pi non volevano saperne dei fatti suoi. Invece di pane
gli davano parole ; invece di pesci, serpenti. E fossero
anche stati serpenti, ch v'ha qualche biscia buona a man
giare ! Ma sterili idee ! Inefficaci consigli ! Che fare di
tutto ci ?
Napoleone III, al quale era stato inviato il signor De
Martino, si mostr da principio assai impensierito: a lui, pi
che ad altri, importava l'intervenire un'altra volta in Italia,
nella quale ultimamente gli si erano fatti parecchi tiri spia
cevoli, ed era anche il pi pronto a riprendere in mano il
timone delle cose in quel paese. Ma per Francesco II era
ben altra questione. Un uomo senza prevenzioni pu sem
pre imaginare i due affezionatissimi fratelli Napoleone III
e Francesco II sotto l' imagine del gatto e del topo. Il
gatto giuoca volentieri un pocolino col topo prima d' inghiot
tirlo del tutto. Per un gatto d'onore uno spasso ineffabile
vedere il topo trepidante, vedere come nella sua fisonomia
si alternino la speranza e la disperazione. Oh come resta
stupido il topo quando si sente i denti nelle carni !
Napoleone III, il protettore della libert europea, con
sigli naturalmente una Costituzione che si doveva ac
cordare il pi presto che fosse possibile. Egli per non
voleva obbligare la sua parola a somministrare aperti soc
corsi contro i filibustieri n pi n meno degli altri affe
263

zionatissimi fratelli, e lasciava soltanto intravedere qualche


speranza.
Il 18 giugno De Martino torn a Napoli colle sue pro
messe e colle relative domande ed ordini. Il 26 giugno si
lesse pe' canti delle strade di Napoli l'Atto Sovrano del gio
vane Francesco, che non ha guari avrebbe preferito essere
caporale austriaco anzich re costituzionale. Quanto doloro
so gli deve esser riuscito anche questo spediente !
L'Atto Sovrano era del seguente tenore:
Animati dal desiderio di dare ai nostri amatissimi
sudditi una pruova della nostra benivoglienza sovrana, ab
biamo deliberato di concedere al Regno uno statuto costitu
zionale e rappresentativo, d'accordo coi principi nazionali
ed italiani, allo scopo di rassodare per l'avvenire la sicurez
za ed il benessere, e viepi stringere quei legami che ci
uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha chiamati a go
VCI'I)I'G.

A tale effetto abbiamo preso le seguenti determi


nazioni :
1. Accordiamo un'amnistia generale per i delitti po
litici fino a questo giorno.
2. Abbiamo incaricato il commendatore Antonio Spi
nelli di comporre un nuovo ministero, il quale, nel tempo
possibilmente pi breve, compiler gli articoli dello Statuto
sulla base delle istituzioni rappresentative nel senso nazio
nale italiano. -

3 Verr stipulato con S. M. il re di Sardegna un


accordo che guarentisca i comuni interessi delle due Corone
in Italia.
4. La nostra bandiera porter d'ora innanzi i colori
italiani in tre fasce verticali, conservando per nel mezzo le
armi della nostra dinastia. -

5 Rispetto alla Sicilia, le concediamo quelle ana


loghe istituzioni rappresentative che potranno meglio corri
264 -

spondere ai suoi bisogni, ed un principe della nostra casa


reale sar nominato vicer dell' Isola.
Portici, 25 giugno 1860.
FRANCEsco.

Tutti maravigliarono al vedere un mutamento cos istan


taneo, nel quale non avvi n iniziativa, n fiducia. una
dolorosa tortura.
Spinelli radun effettivamente un ministero. Lasciato
pur di accennare, che siffatta opera cost non lieve fatica,
osserveremo che, rispetto ad alcuni membri di questo mini
stero, era dubbio se avessero realmente volont di rimane
re, o no, se volessero lavorare in unione agli altri, o no.
Mancava affatto quell'intimo concerto che fa la forza e con
essa la reciproca fiducia.
De Martino assunse il ministero degli affari esterni;
Del Re quello dell'interno e della polizia, Caracciolo gli af
fari ecclesiastici, Manna le finanze, La Greca i lavori pub
blici, Morelli grazia e giustizia, Ritucci la guerra, Garofalo
la marina.
La popolazione di Napoli non aveva alcuna fiducia nel
le promesse dell'atto sovrano, e i Comitati insurrezionali
segreti le sussurravano intorno perch ne avesse ancor meno.
Il re delle Due Sicilie faceva in ver compassione. Dall'atto
sovrano da lui pubblicato non altro appariva se non che
Francesco lI non regnava pi. Egli era commosso da tristi
avvenimenti e da tristi speranze.
Francesco II prometteva alla Sicilia una limitata auto
nomia ed un vicer, ma la Sicilia non era pi sua.
Francesco II proclamava un'amnistia generale e non
gli doveva essere ignoto che il Piemonte avrebbe scaricato
sul terreno napoletano i suoi pi fatali nemici.
Francesco II si proponeva di venire ad un accordo colla
Sardegna, ma se Cavour, sol che avesse parlato, avrebbe a
265

vuto Napoli in suo potere senza preventive intelligenze coi


Borboni, qual necessit v'era di mettersi innanzi d'accordo
(On FranCeSCO II?
Considerate le circostanze in cui trovavasi questo re in
felice certo che con le nuove concessioni egli non altro avea
fatto che cedere; promettendo la costituzione, egli aveva
commesso un atto di debolezza. -

Laonde, se da una parte si poteva prevedere che egli


non avrebbe potuto francarsi assolutamente da tale debolez
za, era del pari chiaro dall'altra che difficilmente avreb
be rinunciato alle eventuali speranze di ricuperare il suo
potere assoluto, e che non avrebbe energicamente resistito
alla reazione tenuta viva dalla regina madre, Maria Teresa,
e dai suoi figli ed aderenti. Era chiaro che Francesco II
non avrebbe fatta la sola cosa che forse ancora avrebbe po
tuto salvarlo, vale a dire mostrarsi re perfettamente costitu
zionale, operare con una sincerit che non avesse lasciato
dubbio su tale riguardo, e mostrare altres tutta la forza per
abbattere e prevenire qualunque tentativo in senso reazio
nario, mettendosi alla testa dell'esercito per difendere il suo
paese. Quand'anche Francesco II avesse voluto tutto ci,
gli mancava quella straordinaria attitudine d'animo e di ca
rattere che gli era necessaria. Ma nessuno di quei generosi
propositi poteva entrare nella di lui mente, nessuno di quei
nobili sentimenti commovere il suo cuore, perch avvolto
dai suoi nella nebbia della legittimit, pi densa, se fosse
possibile, di quella in cui vivono alcuni degli altri principi
legittimi d'Europa.
Il popolo di Napoli non credeva alle promesse borbo
niche. I Comitati insurrezionali segreti raccomandavano la
tranquillit e l'affratellamento coll'esercito, ma in pari ten
po esigevano che fosse accolta con disprezzo ogni nuova con
cessione che potesse essere estorta al re, e che egli non a
vrebbe data se non colla riserva mentale di immediatamente
266

ritorla quando gli fosse spirato il vento favorevole. Garibaldi


(andavano ripetendo) essere il solo redentore, lui solo do
versi attendere ed in lui sperare; egli che avrebbe recata
l'unit d' Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele.
Il popolo si conteneva a seconda di queste istruzioni,
non mostrando il pi lieve indizio di gioia, o di interesse
pel nuovo ordine di cose. Il tuonare dei cannoni e le bandiere
tricolori inalberate sui pubblici edifici, annunziarono l'atto
sovrano di Portici; il popolo lo vide affisso a canti delle stra
de e trasse innanzi stringendosi nelle spalle.
Nemmeno i pi creduli potevano sperar nulla. I cam
pioni del vecchio regime tenevano tuttavia i seggi di mag
gior importanza, e nessun indizio appariva che si volessero
mutare; la vecchia polizia trascorreva per tutte le strade
pi provocatrice che mai. E in fatti le riusciva di far nascere
scandali e sollevamenti i quali cominciavano la sera del 27
giugno e duravano tutto il di successivo. La polizia e la
truppa intervennero, appoggiate dagli stromenti della cama
rilla. La truppa per altro fece qua e l causa comune coi
cittadini, ed a gran giubilo della popolazione arrest pattu
glie di polizia. Allora scapp ai Napoletani la pazienza, ed
il 28 assalirono tutti i Commissariati di polizia. Uno spa
vento generale s'impadron della vecchia polizia la quale cer
cava a tutto potere di mettersi in salvo; il prefetto di polizia,
Ajossa, chiese e trov asilo sopra una nave francese.
Il 27 due emissari della camarilla aggredirono in via
Toledo l'ambasciatore francese Brenier e lo hanno lascia
to malconcio.
In conseguenza di queste perturbazioni il ministero di
chiarava Napoli in istato d'assedio; il forte Sant'Elmo ve
niva armato e posto in ordine di difesa. Siffatte precauzioni
per altro riuscivano del tutto inutili, poich nessuno si cu
rava dello stato d'assedio, e tutti operavano come se non
esistesse. Il che era dovuto al prefetto di polizia, subentrato
- 267

all'Ajossa, il vecchio liberale Liborio Romano, il quale in


ogni sua disposizione ha dato a divedere, non per altro aver
accettato quell' impiego se non per contribuire con tanto
maggior sicurezza alla cacciata dei Borboni. Senonch la di
chiarazione dello stato d'assedio era a dir vero il gran brutto
iniziamento alla nuova libert costituzionale. A Manna per
ci venne di corto in uggia il portafoglio di ministro e lo
rassegn.
Gli altri ministri avvisaval10 che qualche cosa si dovesse
fare per raddolcire lo stato d'assedio, e quindi proposero
il 1. luglio al re Francesco il partito di ripristinare sem
plicemente la costituzione del 1848, anzich dedicarsi a com
pilare, con grandissima perdita di tempo, una nuova costi
tuzione.
Il re accolse il consiglio e venne infatti pubblicata la
costituzione del 1848, con tal precipizio che non si fece se
non la letterale ristampa del vecchio decreto del 1848, per
sino colla sottoscrizione Ferdinando li. Certo fu questo un
pessimo augurio che non poteva ispirare ai Napoletani fi
ducia nella nuova libert costituzionale, n credenza nella
sua durata.
In seguito alla proclamata costituzione, la stampa di
venne libera. Non ostante i rigori dello stato d'assedio sorse
ad un tratto una quantit di piccoli fogli, che venivano gri
dati per le vie. Non un solo di essi era favorevole ai Bor
boni; tutti acclamavano Italia, Vittorio Emanuele e Garibal
di; tutti trattavano il governo di Francesco II con aperta de
risione, con ischerno, con disprezzo. Le effigie di Vittorio
Emanuele e di Garibaldi venivano da per tutto offerte e com
perate a centinaia ed a migliaia.
A tenore della costituzione doveva in Napoli essere isti
tuita anche una guardia nazionale. Francesco II non si ar
rischi di negarla, e per ci nominava a comandante in capo
della medesima il principe Ischitella, e comandante in se
- 268

condo il duca Cajanello, ma sottomano, appoggiato in ci


dalla camarilla, opponeva una sorda resistenza all'effettivo
ordinamento di essa. La forza della guardia nazionale per
una capitale di 400.000 abitanti, venne da principio limitata
a soli 5000 uomini !
La Costituzione prescriveva inoltre che fosse convocato
il Parlamento; se non che la revisione delle liste elettorali
venne prorogata al 10 agosto. Quelli che avevano diritto di
essere elettori non si davano alcuna cura di farsi inscrivere.
A che, dicevano gli uni, facciamo questa commedia? Pel 10
agosto gi da sperare che Garibaldi sar qui e allora tutto
sar finito A che? dicevano gli altri; se Garibaldi non
viene e i Borboni tornano in signoria, le liste elettorali si
convertiranno in liste di proscrizione, in liste di delinquenti
politici. Tutti si accordarono dunque di non dare i loro nomi
per divenir elettori.
Tosto che cominci in Napoli a spirare un'aria s aper
ta, la regina madre, priva della protezione dell'antica poli
zia che s'era rifuggita altrove, e poco fidando nella difesa di
quella preseduta da Liborio Romano, non si tenne pi in
sicuro nella capitale, e con la maggior parte della famiglia
e coi capi della camarilla, ripar entro le cupe mura di
Gaeta, la citt pi acconcia a servire di nido ai profughi
spodestati. Di col usc ancora qualche disegno tenebro
so, finch, quantunque assai tardi, quei rifuggiti se ne par
tirono e il quartiere generale della reazione fu trasferito
altrove.
Da un'altra parte cominciavano a rientrare in Napoli i
profughi del 1848 e 1849 che avevano trovato un asilo parte
in altre provincie d'Italia, parte all'estero; i pi di essi per
operare secondo i disegni di Cavour, nessuno per puntella
re il vacillante trono dei Borboni. Ad alcuni pochi, non o
stante la promessa amnistia generale, furono diniegati i pas
saporti pel ritorno a Napoli.
269

I figli dell'austriaca regina, duchi di Trani e Caserta,


i quali con una parte del loro seguito erano rimasti a Napoli
intorno al re Francesco, si adoperavano intanto di soppiatto
nelle caserme per indurre le truppe, specialmente la guar
dia reale, ad un tentativo di reazione. Esso ebbe luogo in
fatti la domenica 15 luglio, ma fu ordinato in modo s me
schino e imperfetto, che abort compiutamente.
Il 15 luglio era giorno di libert pei granatieri della
guardia: in vari punti della citt, nella via Toledo, a Porta
Capuana, a Chiaja, essi fecero contemporanei assembramen
ti, sguainarono le sciabole e cominciarono a menar colpi al
la cieca sul popolo e su quanti a piedi ed in carrozza si ag
giravano per le vie pi frequentate. Pareva che si avessero
specialmente di mira i Francesi. Si ud in tale circostanza il
grido: Viva il re! In alcuni punti per altro venne acclamato
a re anche il conte di Trani.
Non tutte le truppe facevano causa comune coi grana
tieri della guardia; anzi alcune divisioni di esse, sotto la di
rezione di savii uffiziali, giovarono grandemente a disperde
re quelle bande avvinazzate e frenetiche.
Il ministero chiese al re lo scioglimento della guardia
del corpo; lo zio del re, conte di Siracusa, un i suoi recla
mi a quelli del ministero, ma gli altri principi vi si oppose
ro. Si venne quindi a scene di violenza. Il re elesse, come
al solito, una via di mezzo. Si rec alla caserma dei grana
tieri in Pizzofalcone, ivi tenne ai soldati un discorso ambi
guo e fece che giurassero la costituzione. La guardia per
non venne sciolta; i granatieri furono trasferiti a Portici,
ove erano lautamente trattati a spese del re, con l'aggiun
ta di un aumento di soldo.
Nella stessa giornata ebbero luogo eguali fatti a Santa
Maria, a Caserta ed a Capua; pochi giorni appresso, ad A
vellino. Dopo tutto ci era impossibile rappresentare come
accidentali ed isolati gli eccessi dei granatieri della guardia.
270

In conseguenza di questi perturbamenti il ministero


and soggetto ad un altro cambiamento; Pianelli divenne
ministro della guerra e Liborio Romano assunse il portafo
glio dell'interno.
Allontanati da Napoli i granatieri della guardia, la guar
dia nazionale entr finalmente in servizio ai 17 di luglio.
Le dimissioni degli uffiziali dell'esercito, non gi di
quelli che s'erano dati alla reazione, ma dei liberali, accre
scevano di giorno in giorno, ed alcuni uffiziali nel chiedere
la lor dimissione facevano dichiarazioni provocatrici.
Per aprire la via all'accordo col Piemonte promesso
nell'atto sovrano, il governo deliberava, fino dal 29 giugno,
di mettere in libert le due navi predate Utile e Charles Ja
ne, il che venne anche tosto eseguito.
Si stabil di spedire un'ambasciata a Torino al fine di
ottenere col un pieno accordo per tutto quel tempo che si
sarebbe creduto necessario.
Si batt a molte porte; per assai tempo nessuno si tro
v che volesse assumere il difficile compito di quell'amba
sciata. Finalmente si dichiararono pronti Manna ed il baro
ne Winspeare, richiamato da Costantinopoli, l'uno e l'altro
pi atti ad operare oppostamente tra loro, che di comun
accordo. Essi partirono da Napoli l'11 luglio.
Cavour ed il governo napoletano non convenivano pro
priamente che in un solo punto. Ad ambedue, Garibaldi era
una festuca negli occhi. Il ministro piemontese era allora
pi che mai risoluto di frapporre ostacoli a quel fortunato
avventuriere, a quella testa fantastica, a quell' uomo
che solo guasta ogni cosa. Ma in questo soltanto egli era
d'accordo col governo napoletano. Questo governo, anche
secondo la mente di Cavour, doveva essere abbattuto, non
per coll'opera di Garibaldi. E in qual modo dunque? l ca
vouriani avevano tessuto varie macchinazioni alla corte na
poletana. Una piccola rivoluzione di corte doveva cacciare
271
dal trono il povero Francesco II; e appena fosse possibile vi
si doveva proclamare in suo luogo Vittorio Emanuele, od al
meno concertare una votazione popolare od una decisione
parlamentare, o finalmente una dimostrazione annessionista
in favore di Vittorio Emanuele. Questi diveniva in tal modo
re di Napoli; in ricambio per un principe borbonico, il
quale doveva mettersi alla testa della rivoluzione di corte,
per operare secondo il disegno di Cavour, sarebbe stato no
minato vicer di Napoli. I principali ordinatori di questo ar
duo disegno erano i conti di Siracusa e d' Aquila ed il gene
rale Nunziante. -
vero che conveniva attendere ancora qualche tempo
prima che l'ideata rivoluzione di palazzo avesse luogo in
Napoli; poich quantunque i capi napoletani della medesi
ma non fossero avari di promesse, erano per poltroni, e
mascheravano la loro poltroneria sotto il pretesto della ne
cessit di pi estesi preparativi. Cavour loro prestava fede,
perch desiderava vivamente che la rivoluzione di palazzo
avvenisse. -

Se non che, la si doveva operare prima che Garibaldi


avesse posto piede su quel di Napoli, e per ci si dovevano
trattenere i suoi passi, ponendo ostacoli alla sua marcia trion
fale, il che tanto o quanto si poteva conseguire col creare
contro di lui nella stessa Sicilia intrighi e difficolt. Era me
stieri eziandio di non inimicarsi apertamente coll'attuale
governo napoletano, affinch il conte di Cavour potesse pro
vare innanzi a tutto il mondo politico d'Europa di essere
innocente quanto una colomba e di poter dire: vedete come
vadan le cose; che dobbiam fare? la proprio una necessi
t il divenire re di Napoli!
Winspeare e Manna, inviati officiali di re Francesco,
furono trattati a Torino con somma gentilezza. Il governo di
Vittorio Emanuele doveva essere pienamente sicuro che in
tale circostanza non era solo il re Borbone di Napoli che gli
stendesse amica la mano, bens anche il popolo di quel paese.
Ma in qual modo ne avrebbe avuta certezza, prima che il
governo si fosse posto risolutamente e con tutta coscienza sul
la nuova via costituzionale, prima che si fosse radunato il
Parlamento Napoletano, ed i grandi dell'antico regime si
fossero allontanati dai seggi principali? Si poteva onorata
mente e sinceramente stendere la mano ad una politica vera
mente italiana; si poteva mettersi d'accordo sul punto impor
tantissimo che il governo Napoletano si fosse svincolato inte-
ramente dalla lega coll'Austria e si fosse sottratto all'influen
za austriaca, che unitamente al Piemonte si fosse adopera
to presso il Papa affinch egli ad altro non ponesse mente
che agli interessi ed ai bisogni d' Italia. Il governo pie
montese aveva tutta la ragione di chiedere guarentigie per
acquistare piena sicurezza che non lo si sarebbe tenuto a
bada per un dato tempo, n, dopo cessata la urgente neces
sit, lo si sarebbe osteggiato. A ci avrebbe potuto bastare,
per esempio, uno scambio di truppe, per guisa che truppe
piemontesi fossero state traslocate nell'Italia meridionale,
truppe napoletane nell'alta Italia, e che le truppe napoleta
ne e piemontesi si fossero raccolte sotto un solo comando.
Ma nemmen questo si conobbe poter essere sufficiente. Il
Piemonte era sempre indotto dalla sua politica italiana ad
esplorare la volont popolare per condursi secondo quella ;
con un governo italiano, che non era ancora evidentemente
appoggiato a questa volont popolare, non si poteva ve
nire ad alcuna conclusione di un accordo terminativo.
In conseguenza di ci e con tutta la migliore volont era
mestieri di aspettare che il Parlamento Napoletano fosse co
stituito. Si pensava inoltre a quel turbatore della pace, a
Garibaldi il quale difficilmente intendeva ragione ed appun
to in quel momento si disponeva a passare dalla conquistata
Palermo verso l'oriente dell'isola di Sicilia. Questo Garibal
di recava grande fastidio al gabinetto piemontese. All'effetto
273
di ottenere la tranquillit per qualche tempo dovevasi tro
var modo di troncare a mezzo la guerra, come si fa di una
casa minacciata davvicino d'incendio la quale con una mina
si fa saltare in aria per impedire che le fiamme invadano le
case aggiacenti. Anche la corte di Napoli desiderava viva
mente di tener lontano Garibaldi, il perturbatore della pub
blica quiete, ed ora che il fortunato avventuriere da Pa
lermo si avanzava nel mezzod della Sicilia, ora che le Sue
truppe si presentavano di fronte a Milazzo, ed i lazzaroni di
Napoli andavano proclamando per le contrade che Galubar
do aveva in un attimo fatto diventare a pi buon mercato il
pane a Palermo ed il medesimo avrebbe fatto coi macchero
ni a Napoli, gli inviati del re di Napoli a Torino si facevano
ognora pi insistenti, e promettevano lo sgombro di tutta la
isola da parte delle truppe napoletane, al solo patto che il
Piemonte avesse data guarentigia che il filibustiere non
avrebbe oltrepassato il Faro.
La Greca a Parigi ed a Londra tenne eguale linguaggio.
Ma in qual modo poteva Cavour dar guarentigia per
Garibaldi? Non aveva egli forse tentato ogni cosa per ren
dere quell'uomo dipendente dai suoi cenni e sempre indar
no ?Tuttavia dovevasi tentare. Venne messa in moto un'ul
tima leva; ci fu d'indurre il re Vittorio Emanuele ad indiriz
zare una lettera a Garibaldi. Questa lettera in data 23 giu
gno era del seguente tenore.
Generale. Voi sapete che non ho mai approvato la vo
stra spedizione ed anzi mi sono sempre tenuto estraneo ad
essa. Ma oggi la difficile posizione in cui trovasi l'Italia mi
fa un dovere di mettermi in diretta relazione con voi.
Qualora il re di Napoli acconsentisse al compiuto
sgombro della Sicilia, volontariamente rinunciasse a qualun
que influenza sepra di essa e personalmente si obbligasse a
non esercitare alcuna pressione sui Siciliani, tanto che essi
fossero perfettamente liberi di eleggersi il governo che loro
Voi... II. 18 -
274
tornasse pi gradito, in questo caso, io credo, sarebbe per
noi il pi saggio partito di astenerci da ogni ulteriore ten
tativo contro il regno di Napoli. Se voi siete di opposto pa
rere, io mi riservo espressamente l'intiera libert di azione
e mi astengo dal farvi qualsiasi altra osservazione intorno ai
vostri disegni.
Questa lettera del re, che non giunse nelle mani di Ga
ribaldi se non al principio d'agosto, era l'ultimo spediente
tentato da Cavour per trattenere il generale dei volontari.
Vedremo in breve in qual modo egli l'abbia ricevuta e vi
abbia risposto. Tutti i nostri lettori, dopo quanto abbiamo
detto sommariamente sulla rispettiva posizione dei cavouria
ni e dei mazziniani, possono prevedere a che si alludeva
nell'indiretta minaccia della riserva della libera azione.
Chi non l'ha ancora veduto, o non l'ha voluto vedere, sar
istrutto dai fatti posteriori che gli passeranno sotto gli sguar
di. Ora consideriamo un poco le arti usate prima da Cavour
contro Garibaldi.
Fino dalla met di giugno il ministro aveva posto ai
fianchi di Garibaldi due uomini i quali in Sicilia non pote
vano che suscitar malumore. Il primo e il pi innocente, era
il marchese di Torrearsa, il quale arriv a Palermo il 13;
l'altro, pi avveduto, l' intrigante La Farina, che vi giunse
il 16 giugno. Garibaldi li accolse ambedue amichevolmente;
ambedue erano siciliani, ambedue avevano patito l'esilio.
Torrearsa venne tosto nominato presidente del Consiglio dei
ministri e vice-dittatore. Ambedue erano per in un argo
mento decisi avversari di Garibaldi; ambedue volevano cio
l'immediata dichiarazione dell'annessione della Sicilia al
Piemonte; Torrearsa, sotto qualche condizione, La Farina,
semplice stromento di Cavour, senza condizioni, affinch il
ministro Cavour potesse liberamente tessere i suoi maneggi
rispetto a Napoli, e sbalzare dal trono il temuto Garibaldi.
Vari esploratori della polizia di Cavour lavoravano ed agi
275

tavano al pari di La Farina in questo senso ; del resto noi


qui non indagheremo se tali agenti di polizia fossero sotto la
direzione di La Farina e da esso ricevessero istruzioni pre
cise, non essendo prezzo dell' opera il tener dietro a queste
minute particolarit. In un caso e nell'altro l'affare rimane
quale .
I risultamenti dell'opera di La Farina non dovevano
durar molto a farsi manifesti.
Al 23 giugno il Consiglio comunale di Palermo, prese
duto dal duca della Verdura, si rec dinanzi al dittatore per
consegnargli un indirizzo di ringraziamento ed il diploma
di cittadino palermitano. Verdura, oratore della deputazio
ne, osserv, fra altre cose, che la Sicilia ardentemente bra
mava l'annessione al regno di Vittorio Emanuele.
Garibaldi, che aveva gi avuto notizia della operosit
ministeriale del La Farina, colse la favorevole occasione per
esprimersi francamente sull'argomento dell'annessione, nel
modo ch'egli l'intendeva. Nemico d'ogni secondo fine, egli
voleva far conoscere apertamente il suo pensiero anche per
ch fosse dissipato qualunque dubbio sulle sue intenzioni. Se
InO InO !
Quasi tutti i Comuni siciliani, disse il dittatore, si so
no gi pronunciati per l'unione al regno italiano di Vittorio
Emanuele. Egli stesso avere aperta la campagna del 1859
col grido: Italia e Vittorio Emanuele, ed essere da lungo
tempo convinto, doversi in Vittorio Emanuele ravvisare l'
uomo inviato dalla Provvidenza per fondere insieme la fami
glia italiana. Egli potere, all'appoggio delle manifestazioni
dei Comuni, con una legge dittatoriale proclamare l'annes
sione e farla eseguire. Ma, proseguiva, intendiamoci bene!
Io sono qui venuto a combattere per l'Italia, non per la Si
cilia soltanto. E fino a che tutta Italia non riunita e
libera, non avranno ordinamento neppure le singole parti di
essa. Rannodare insieme tutte queste porzioni divise, spar
276

se, soggiogate, metterle in istato di costituire l'Italia una e


libera, ecco il fine della mia impresa. Quando saremo giun
ti al punto di poter dire a tutti: l'Italia deve essere una, e
se non vi piace avrete a fare i conti con noi, allora soltanto
si potr parlar di annessione. Se oggi fosse proclamata l'an
nessione della sola Sicilia, gli ordini per l'isola dovreb
bero derivare da altra fonte, ed io quindi mi vedrei costret
to a levare la mano dall'opera e a ritirarmi.
Dopo questo aperto dissentimento dato dal Garibaldi al
l'immediata annessione della Sicilia al Piemonte, Torrearsa
e Pisani, quest'ultimo ministro degli affari esterni, diedero
il 24 giugno la loro dimissione.
Un avvenimento succeduto posteriormente trasse seco lo
scioglimento di tutto il ministero. La sera del 25 giugno
Crispi fece arrestare dai questori cinque ragguardevoli per
sone di Palermo, le quali erano in sospetto di tener maneg
gi colla corte di Napoli e fors'anche con Cavour. Per tal
fatto la gente di quel partito lev alto romore. Garibaldi
chiese schiarimenti a Crispi; questi non poteva positivamen
te dichiarare di aver ordinato l'arresto di quelle persone.
I questori per altro lo sostenevano, bench non potessero
presentare un ordine scritto. Essi diedero la loro dimissio
ne, ma Garibaldi non l'ha accettata.
Intanto i fautori delle persone ch'erano state arrestate,
collegandosi con gli avversari di Crispi, che non erano pochi,
stimolati dai cavouriani capitanati dal La Farina, suscitaro
no un tumulto in piazza. Si chiese altamente la dimissione
del ninistero. Abbasso i ministri, viva il dittatore ! era
la parola d'ordine.
Garibaldi accett quindi la dimissione del ministero ed
il 26 il nuovo era gi costituito. Dei vecchi consiglieri del
dittatore non rimase che Orsini, il ministro della guerra;
tutti gli altri erano nuovi. Il medico La Loggia ebbe il mi
nistero degli affari interni; Lodovico La Porta quello della
277
pubblica sicurezza, il padre Lanza il culto; gli affari esterni
e il commercio furono affidati a Natoli; la istruzione pub
blica e i lavori pubblici a Daita, le finanze a Di Giovanni,
la giustizia a Santocanale.
Nello stesso giorno venne pubblicata una legge eletto
rale nella considerazione che il popolo siciliano avrebbe
potuto fra breve essere chiamato a dare il suo voto intorno
all'annessione dell' isola alle provincie libere d'Italia, o
colla votazione diretta, o col mezzo di un'assemblea di rap
presentanti.
Le Commissioni elettorali che dovevano compilare i re
gistri degli elettori dei Comuni e fare tutti gli altri prepara
tivi per le votazioni e le eventuali elezioni dovevano radu
narsi il 10 luglio, approntare pel 16 i registri degli elettori,
renderli ostensibili al pubblico pel 18 ed accogliere i recla
mi fino al 20.
Con un decreto apposito si sarebbe in seguito stabilito
il modo della votazione ed il giorno in cui avrebbe avuto
luogo.
In apparenza dunque Garibaldi aveva fatta una concessio
ne ai pi accaniti annessionisti; ma se n'era riservato il tempo;
soltanto per la fine circa del luglio si poteva aver dato spac
cio a tutti i reclami contro i registri di quelli che avevano
diritto a nominar elettori, e dopo rimaneva sempre in facol
t di Garibaldi il guadagnar tempo ancora. Dovevasi anzi
tutto stabilire il giorno delle elezioni e della votazione; inol
tre poteva Garibaldi convocare un'assemblea di rappresen
tanti, in cambio di far votare direttamente sull'annessione o
non annessione, condizionata od incondizionata. I membri
di questa assemblea dovevano essere eletti. La legge eletto
rale nulla decideva su tale proposito, perch era una legge
di semplice preparazione per tutti i casi. In tal modo si sa
rebbe raggiunto l'agosto.
Sino a quel tempo potevano succedere ancora molti
- 278

cambiamenti. Se fosse scoppiato di nuovo il turbine della


guerra, le elezioni e tutto che ad esse si riferisce, venivano
necessariamente tardate od almeno si aveva motivo o prete
sto per prorogarle. Se intanto Garibaldi fosse passato sul con
tinente la scena si sarebbe del tutto mutata.
Tutto ci era assai facile a presagire, e, come gli altri,
lo vedevano anche i cavouriani, i quali sotto la direzione di
La Farina tendevano a guastare le uova nel paniere, come
suol dirsi, a quel turbolento di Garibaldi, a raccogliere i frut
ti dove egli aveva seminato, e metterlo del tutto in disparte
qualora egli avesse voluto essere qualche cosa pi che gene
rale di Cavour. Questo partito voleva appunto che gli ordi
ni giungessero da altro sito cio da Torino, e che si
fosse avverato il caso preveduto da Garibaldi in cui egli
avesse dovuto togliere la mano dall'opera intrapresa e riti
rarsi.
La Farina non cessava quindi di agitare per l'imme
diata annessione, di spargere dubbi su Garibaldi e sulle
sue intenzioni, al che tornava acconcio ilfantasima rosso raf
figurato in Mazzini, che aveva servito tante altre volte; in
breve di renderlo sospetto e sottominare la potenza e l'au
torit di lui, la pienezza delle quali era in quel punto tanto
necessaria per la Sicilia quanto per l'intera Italia.
Il dittatore s'accorse che queste mene gettavano in
ogni cosa il disordine, e che, rimossa qualunque dilazione,
era tempo di prendere una ferma risoluzione. Laonde nella
notte dal 7 all'8 luglio fece arrestare La Farina, ed in unio
ne a due individui sommamente sospetti come spie della po
lizia corsa, Totti e Griselli, lo fece imbarcare sulla Maria
Adelaide e lo sped a Genova ove La Farina, sbuffante di
rabbia, venne messo a terra in libert, agli 11 di luglio. Po
chi fecero giuste obbiezioni contro questo modo di procede
re del dittatore. Tutt'al pi gli si rimproverava che col far
cambiar aria al La Farina lo avesse messo a paro con due
- 279

bricconi quali erano Totti e Griselli. Ma il nuovo ministero fu


malcontento del di lui modo di operare e diede le sue dimis
sioni le quali furono senz'altro accettate da Garibaldi. Egli
ne compose tosto un altro, affidando ad Orsini la guerra, a
La Loggia gli affari esteri, ad Amari i lavori pubblici e la
istruzione, ad Errante il culto e la giustizia, ad Interdonato
gli affari interni.
La espulsione del La Farina fu ritenuta da molti causa
di dissidio fra Garibaldi e Cavour; ma in effetto non era il so
lo motivo bens un'aperta dichiarazione del medesimo; poi
ch il dissidio esisteva lungo tempo prima dell'espulsione del
La Farina. Apparisce per dal detto fin qui quanto Cavour
dovesse disperare di ottenere egli stesso alcuna cosa da Gari
baldi, e perci nel momento che gli parve opportuno indus
se re Vittorio Emanuele a scrivere egli stesso a Garibaldi. A
Napoli ed a Palermo si aveva notizia di quella lettera molto
tempo prima che giungesse al suo indirizzo, anzi prima che
fosse scritta.
In conseguenza di ci s'era adottata a Napoli quella
mezza risoluzione di sgomberare del tutto l'isola di Sicilia,
della quale approfitt Garibaldi per ottenere con tanto mag
gior facilit Milazzo e la citt di Messina, senza per altro la
sciarsi imporre condizioni sul suo futuro contegno. Anzi da
quell'evento egli trasse maggior coraggio per passare sul con
tinente napoletano.
Garibaldi fece risposta alla lettera del Re del seguente
tenOre.
Sire ! A Vostra Maest nota l'alta stima e l'amore
che vi porto. Ma la presente condizione di cose in Italia non
mi concede di obbedirvi come sarebbe mio desiderio. Chia
mato dai popoli mi astenni fino a che mi fu possibile. Ma
se ora, non ostante tutte le chiamate che mi pervengono,
io indugiassi, mancherei ai miei doveri e metterei in peri
colo la santa causa dell'indipendenza d'Italia.
- 280 -

Permettete quindi, Sire, che questa volta io vi disob


bedisca. Appena avr adempiuto al mio assunto, liberando i
popoli da un giogo abborrito, deporr la mia spada ai vostri
piedi, e vi obbedir sino alla fine dei miei giorni.
GIUSEPPE GARIBALDI.

Chiunque conosceva la situazione delle cose ha trovato


giusto questo linguaggio. Il continente napoletano mi chia
ma, dice Garibaldi, ed io vi andr senza darmi punto pen
siero dei desideri e dei disegni del signor Cavour e de' suoi
fautori.
E attenne quanto disse. Effettuare il passaggio non era
per cosa tanto facile quanto a prima giunta poteva apparire.
Nella parte seguente tratteremo delle difficolt e dei prepa
rativi. fatti per trasportare la guerra sul continente.
Qui basti ricordare che sino dalla fine del giugno Ga
ribaldi aveva decretato che Castellamare a Palermo fosse de
molito dalla parte della citt , e si dovesse conservare il
solo lato rivolto al mare. Con questo decreto egli assecond
i desideri della popolazione di Palermo la quale nell'antica
fortezza, fondata fino dall'epoca dei Saraceni, non vedeva
che una minaccia permanente, e con giubilo accorse in mas
sa a dar mano alla distruzione delle mura di questo conti
nuo terrore di Palermo.
PIE IERI.
GARIBALDI PASSA SUL CONTINENTE NAPOLETAN0, COSE
DA LUI (OPERATE SINO ALLA CADUTA DI CAPUA.

(Dalla met di agosto al 5 novembre 1860).


-----
CAPITOLO) I.

IL TEATR0 DELLA GUERRA SUL (0NTINENTE


NAPOLETAN0.

Innanzi di farci a narrare il passaggio di Garibaldi dal


l'isola di Sicilia al continente napoletano, ci si permetta di
volgere uno sguardo sulle condizioni di questo nuovo teatro
della guerra, per rilevare principalmente quei punti e quel
le linee che appaiono di capitale rilevanza per condurre la
guerra in date circostanze, o che, appunto per la guerra,
sono divenute importanti.
Il continente napoletano sopra 1535 leghe quadrate
comprende 6,890,000 abitanti.
Ad occidente bagnato dal mar Tirreno e dallo stretto
di Messina ch' la continuazione di esso, ad oriente dal mare
Adriatico, a mezzod il mar Jonio si addentra con una pro
fonda baja, il golfo di Taranto, il quale separa la scarpa del
la Calabria dal tallone della Puglia.
Napoli politicamente suddiviso in quindici intenden
ze o provincie. Dal mezzod al nord confinano, ad occidente,
col seno di Messina ed il mar Tirreno, ad oriente, col mar
Jonio ed il golfo di Taranto, la Calabria ulteriore prima, la
Calabria ulteriore seconda, la Calabria citeriore e Basilicata.
Al nord della Basilicata il Principato citeriore, Napoli e
la Terra di Lavoro, confinano col marTirreno e ad oriente
colle provincie di terra. Rifacendoci dal mezzod, la terra di
Otranto confina ad oriente col mare Adriatico, ad occidente
-- 284 -

col golfo di Taranto. Al nord della medesima la terra di Ba


ri, la Capitanata, Molise, l'Abruzzo citeriore e l'Abruzzo ul
teriore primo, non confinano che ad oriente col mare Adria
tico e ad occidente colle provincie entro terra. Le due sole
provincie le quali non hanno che confini terrestri, sono il
Principato ulteriore fra il Principato citeriore e la Capitana
ta, e l'Abruzzo ulteriore secondo, fra l'Abruzzo ulteriore
primo e la Terra di Lavoro.
Gli Apennini attraversano tutto il continente napoleta
no partendo dai confini degli Stati Pontifici, dapprima sotto
il nome di Abruzzi, indi colla intitolazione propria di Apen
nini meridionali sino ai confini settentrionali della Calabria,
a somiglianza di una spina a molteplici diramazioni, il cui
centro ha un'altezza media di 2500 piedi e vette di 5000.
Al nord le diramazioni si spingono fino al lembo dei due
mari, lasciando libere pianure litorali fruttifere e fonde, ma
non per molto rilevanti; pi a mezzod non si avvicinano
di molto che al mar Tirreno, mentre ad oriente a poco a po
co digradano nei pascoli della Puglia, vasti e poveri d' ac
qua, che comprendono quasi tutta la terra d'Otranto, la
terra di Bari e la maggior parte della Capitanata.
Gli Apennini Calabresi, con un'altezza di 4000 piedi,
lungo la catena e vette da 6000 fino a 7000, si spingono da
un lato presso al mar Tirreno ed alla strada di Messina, dal
l'altro al golfo di Taranto, divisi in due masse, una setten
trionale ed una meridionale, i cui confini si rinvengono pres
so a poco nei dintorni di Nicastro e nella Calabria ulteriore
seconda.
La catena principale degli Apennini separa l'una dall'
altra le due principali strade di comunicazione del paese.
L'arteria di comunicazione occidentale la cos detta strada
consolare, la quale va da Reggio al mezzod per Scilla, Mon
teleone, Castrovillari, Lagonegro, Sala, Eboli, Salerno, Na
poli, Capua, Mola di Gaeta, a Terracina d'onde passa sul
285

territorio pontificio. Questa strada, ch' la principale via mi


litare del regno di Napoli, quasi da per tutto discretamen
te mantenuta. Le citt giaciono per lo pi in disparte, e non
di rado molto lontane da essa, sopra alture di difficile acces
so; lungo la strada trovansi per, ad opportune distanze, nu
merose osterie. Sembra quasi che nel costruirla si siano
avuti in mira di preferenza gli scopi militari che non quelli
del commercio e delle comunicazioni, e si sia pensato a te
nere i soldati lontani dal contatto cogli abitanti del paese.
L'arteria principale ad oriente mette da Lecce a mez
zod per Massafra, Bari, Molfetta, Barletta, Foggia e Pesca
ra; lo stato di questa strada di gran lunga inferiore a quello
della strada occidentale.
Le comunicazioni laterali degne di essere ricordate
SOIO

1. La strada di Gerace presso al mar Jonio, che pel


varco del mercante passando sotto al colle Motulo con
duce a Gioia ed al mare Adriatico; nella parte orientale
fino a Casalnuovo, praticabile soltanto da fanteria e bestie
da soma. -

2 La strada da Soverato nuovo al mar Jonio per Chia


ravalle e Vallelunga allo sbocco del fiumicello Angitola nel
golfo di Sant'Eufemia (al nord del Pizzo); una strada ab
bastanza buona.
3 La buona strada da Catanzaro al mar Jonio (golfo
di Squillace) per Tiriolo e quindi lungo il Lamato per Nica
stro a Sant'Eufemia, fino al mare Adriatico. -

4 La buona strada da Paola al mar Tirreno per Rende


a Cosenza e la via da Rossano al mar Jonio presso Tarsia ed
alla strada consolare.
5 La strada da Bari al mare Adriatico perGioia e Po
tenza ad Auletta sulla strada consolare.
6. La grande strada da Foggia per Ariano ed Avelli
no a Napoli. -
286

Altre vie congiungono la parte settentrionale del regno


di Napoli al territorio pontificio; le principali sono:
1. Da Capua per San Germano e Frosinone a Roma.
2 Da Capua per Venafro, Isernia, Aquila e Leonessa.
3 Da Chieti per Civit di Penne e Teramo ad Ascoli.
Le ferrovie che furono costrutte nel regno di Napoli
SOI)O :

1. Quella dalla citt di Napoli a Salerno o piuttosto al


le due stazioni La Cava e Vietri presso Salerno.
2 Dalla citt di Napoli per Caserta a Capua con un
tronco per Nola.
Tutte le strade delle quali non si fatta menzione, si
trovano, se non in tutta, almeno nella massima parte del lo
ro corso in cattivo stato, il che deve dirsi principalmente di
tutte le strade di montagna.
I fiumi del lato occidentale, dei quali soltanto terremo
qui parola,sono tutti di poca estensione, non navigabili nep
pure con barche fluviali mediocri, e nell' estate, in tempi
asciutti, guadabili in pi luoghi. Nelle Calabrie, nella Ba
silicata e nel Principato citeriore dal lato occidentale non si
trovano che piccoli fiumi da costa, specie d'impetuosi torren
ti, che si chiamano fiumare; il primo fiume, di qualche im
portanza che deve oltrepassare chi va dal sud al nord, il
Sele, il quale presso Auletta si rinforza colle acque del Ca
lore ; quest'ultimo confluente conduce da Casalnuovo fin
verso Auletta nella strada consolare, o meglio la riceve nel
la sua vallata qua e l alquanto larga; il Sele inferiore scor
re in una bassa pianura foggiata a delta che si stende al
nord da Auletta fino a Salerno, ed al sud fino a Pesto.
Un secondo fiume pi importante il Volturno la cui
vallata declina da Capua allargandosi pi sulla riva sinistra
che sulla destra nell'ubertosa pianura meridionale della Ter
ra di Lavoro, indi passa nella pianura di Napoli, nella quale
sorge isolata la punta vulcanica del Vesuvio.
- 287

Il terzo fiume importante il Garigliano, la cui valle


inferiore, meno ampia di quella del Volturno, da questo
ultimo divisa mediante una catena di basse colline. I luo
ghi principali che c'interessa di conoscere nel nostro rac
conto sono, nella Calabria ulteriore prima, Reggio, Scilla e
Palmi.
Reggio, con 25,000 abitanti ed un antico forte, il ca
poluogo della provincia; tra questa citt e Scilla sorgono
lungo la costa parecchi forti per la difesa dello stretto di Mes
sina. Essi propriamente non sono che batterie da costa co
gli accessi deboli od anche non fortificati del tutto, con una
torre ciascuna per ricovero del piccolo presidio, dominante
dalle alture che sopra loro s'innalzano e, al pari di tutte le
fortificazioni di cordone, senza effettivo valore. Uno sbarco
fortunato sopra qualunque punto delle coste (e sono tutte
girate) il loro presidio non pu far altro che sgombrare e
cercarsi una ritirata, se pur gli dato di rinvenirla.
Nella Calabria ulteriore seconda, noteremo Tropea, il
Pizzo, Mileto, Monteleone, Tiriolo, Maida, Catanzaro.
Il Pizzo giace in una bassura fonda e tetra, sul margi
ne del mare, al disotto della strada principale, dalla quale si
discende per un'erta faticosa. I suoi abitanti sono cupi come
il paese; la reazione non pu trovare miglior nido di quel
lo, e s'intende di leggieri perch quella popolazione sia
si dai Borboni meritato il titolo di fedelissima, n per la
sola ragione che fece prigioniero Murat quando vi sbarc nel
1815, il quale venne fucilato fra le sue mura. Separata dal
Pizzo per le alture del capo Zambrone, giace, sull'orlo della
costa, Tropea, ma se il Pizzo affondato, questa invece si
trova sopra uno scoglio che si spinge in mare, tanto che si
dura eguale fatica per salire a Tropea che per discendere al
Pizzo, senza per trovare col, bench in alto, maggior luce
che gi al Pizzo. Ciascuna di queste citt ha un porto insi
gnificante; i vapori di qualche portata devono presso Tropea
- 288 -

tenersi lontani da terra pi centinaja di passi. Queste citt


hanno circa 5000 abitanti cadauna.
Una buona strada da Tropea al Pizzo passa per Monte
leone, citt che ha un antico castello e 7000 abitanti dediti
alla coltivazione dell'olivo e del gelso. Mileto, prossima al
l'antica residenza dei principi normanni dello stesso nome,
con 4000 abitanti, una piccola citt interamente moderna.
Catanzaro, capoluogo di provincia con 10.000 abitanti, no
tabile principalmente per la fabbricazione del formaggio.
Maida, Tiriolo, Soveria: quest'ultima, ch' all'estremo
confine settentrionale della provincia, attraversata dalla
nuova strada maestra da Monteleone per Cosenza, la quale
non passa per Nicastro come erroneamente indicano quasi
tutte le carte topografiche. Maida anche degna di menzione
nella storia militare per la battaglia che vi diedero, il 4 lu
glio 1806, gl'Inglesi sbarcati presso Santa Eufemia, appog
giati dalla leva in massa della Calabria, ai Francesi sotto
Reynier, che apparisce come uno dei soliti esempi della pre
sunta prevalenza della linea sulle colonne irregolari.
Nella Calabria citeriore sono meritevoli di ricordanza
Cosenza, Paola e Castrovillari. Cosenza, capitale della pro
vincia, con 12,000 abitanti, giace sui fiumi Crati e Busento
(Buzenzo) che ivi riunendosi sboccano nel mar Jonio. Pao
la, non lontana dal mar Tirreno, per sull'alto, ha un'in
dustria proporzionatamente importante, massime in seta, ed
una buona baja.
Delle citt della Basilicata non nomineremo che la ca
pitale, Potenza, con 10.000 abitanti, e Lagonegro sulla stra
da consolare che qui si avvicina notabilmente al mare, per
iscostarsene di nuovo entrando nel Principato. Lagonegro
unito al mare mediante una buona strada nuova presso il
porto di Sapri, un tempo celebre, ora piccolo, ma pur sem
pre buono. Sapri in parte collocata sulle rovine dell'anti
ca citt romana Vibona; ultimamente acquist nuova cele
289
brit per la sfortunata spedizione il Pisacane che vi sbarc
nel 1857. Essa giace nel Principato citeriore, nel quale si
trovano le citt di Padula, la Sala, Diana, Auletta, Eboli e
Salerno, ad eccezione di quest'ultima, tutte accoccolate sui
monti. Il terremoto del 1857 ha distrutto Auletta quasi in
teramente.

Salerno ha una popolazione di 25,000 abitanti circa,


con un buon porto ed estese fortificazioni, in complesso pe
r di non grande importanza, le quali per le alture si con
giungono alla vecchia cittadella. Al nord di Salerno, fra es
sa e Nocera, si trova la celebre posizione della Cava, fra il
monte Caruso ad oriente e la catena del monte Sant'Anto
nio ad occidente, la quale si stende verso Sorrento, e prose
guendo va a terminare nell'isola di Capri.
Nella provincia di Napoli, se si eccettui la capitale, non
abbiamo da ricordare che il porto di Castellamare. Napoli
contiene quasi mezzo milione d'abitanti. Essa aperta, ha
per sei castelli, i quali sono pi adatti a far fronte ad una
insurrezione popolare, che a resistere ad un nemico che pro
venisse dall'esterno.
Quattro dei castelli giaciono alla riva del mare, parten
do da oriente ad occidente. Il Castello del Carmine fu fab
bricato nel 1647 dopo l'insurrezione di Masaniello; il Ca
stel Nuovo un quadrilatero abbastanza regolare, precisa
mente dinanzi al porto, incominciato nel 1283 circa; il Ca
stel dell'Uovo posto sopra una lingua di terra che si pro
tende per un bel tratto in mare, e quindi all'alto della cit
t, Pizzofalcone; il Castello Capuano o la Vicaria, era una
volta residenza dei Re di Napoli; esso situato alla porta
Capuana; il Castello Sant'Elmo un'opera a stella di sei
lati, irregolare, sopra una ripida rupe all'occidente della cit
t; la vera cittadella o piuttosto la vera tiranna di Napoli.
Le sue fortificazioni furono incominciate da Luigi XII di
Francia.
Vol. II. 19
- 290 -

Il porto di Castellamare, con grandi cantieri ed arsena


li, ha 20.000 abitanti. Nella Terra di Lavoro sono anzi tutto
da citare le due fortezze Capua e Gaeta, sulle quali ci riser
viamo di parlare quando esse piglieranno una parte attiva
nella nostra storia; Nola, citt di preti, con 10,000 abitanti, e
Caserta colla magnifica villeggiatura costrutta nel 1752, ed
il vicino San Leucio, Santa Maria, l'antica Capua nella qua
le and corrotta l'armata di Annibale, San Germano e Sora.
Nel proseguire la narrazione dei fatti guerreschi dovremo
appunto trattenerci a lungo nelle regioni della Terra di La-
voro, e perci non entriamo per ora in particolari.
Del Principato ulteriore ricorderemo anche la simpatica
Avellino coi suoi 20.000 abitanti e la melanconica sede ve
scovile di Arriano, prossima ai confini della Capitanata. In
questa provincia compreso pure il territorio di Benevento,
che appartiene al papa.
Le condizioni sociali nel continente napoletano non di
versificano in sostanza da quelle della Sicilia. La natura
del suolo felice, se si eccettuino alcuni tratti ad oriente
degli Apennini, ma la coltivazione imperfetta, in conse
guenza della mancanza di piccole possidenze, di strade (ben
ch sul continente esse siano migliori che nell'isola), di in
dustria, non che di commercio. L'agricoltura e la pastorizia
sono le principali occupazioni degli abitanti. Nella Puglia e
nelle Calabrie si dedicano particolarmente all'allevamento
dei cavalli. La Basilicata celebre pei suoi boschi. I Nap0
letani sono in generale una popolazione amabile ed intelli
gente, e i Calabresi in ispecie sono irrequieti, animati da senti
menti liberali, e mostrano grande operosit. Quegli che vorr
durar la fatica di studiare la loro indole ne ritrarr certa
mente buoni soldati. Mano mano che si progredisce verso la
capitale gli abitanti si mostrano meno vivaci, meno disposti a
manifestazioni liberali, pi riservati e chiusi; ma presto mu
tano il riserbo in aperta confidenza se si incontrano in
- 291 -

chi abbia intenzioni buone ed oneste. Tutto considerato, la


Terra di Lavoro ed il Principato citeriore si possono consi
derare come le provincie del continente napoletano meno il
luminate e pi oppresse.
Attesa la natura vulcanica del terreno, i terremoti ca
gionano molti guasti specialmente nella Calabria settentrio
nale, nella Basilicata e nel Principato, e se ne veggono qua
si dappertutto traccie di data pi o meno recente. Ma la ric
chezza che diffonde questa stessa natura vulcanica, compen
Sa a sovrabbondanza i danni della distruzione.
- ,
CAPITOLO II.

GARIBALDI SBARCA SULLE C0STE DI CALABRIA.


PRIMI0 SCONTR0.

Abbiamo detto a' nostri lettori che Garibaldi dal finire


di luglio al principiare d'agosto, risolutamente deliberato di
trasferirsi sul continente napoletano, faceva i necessari ap
prestamenti per questo passaggio, e che all'ammonizione,
pervenutagli dietro impulso di Cavour, di desistere dall'im
presa aveva risposto: dovere e voler egli procedere innanzi.
Abbiamo in pari tempo accennato che l'impresa non era
tanto facile quanto avrebbe potuto apparire a chi la avesse
considerata da lontano.
Sulle forze che si diceva avesse Garibaldi a sua disposi
zione, si sono sparse favolose novelle. Se si considera che
egli aveva ripartito il suo esercito in quattro divisioni, si po
trebbe dire senz'altro, ch'egli aveva soltanto 48,000 uomi
ni. Chi volesse darsi a credere che Garibaldi fosse pienamen
te riuscito in Sicilia col suo decreto sulla coscrizione potreb
be accrescere quella cifra di qualche migliaio. Inoltre se si vo
lesse dare piena fede alle notizie sulle spedizioni da Genova,
da Livorno e da altre piazze dell'Italia settentrionale e cen
trale, si potrebbe ritenere che di l si siano recati in Sicilia
almeno 20.000 uomini, e quindi il numero di 48,000 com
battenti, aggiungendo anche un moderatissimo contingen
te da parte della Sicilia, non sembrerebbe esagerato.
294 -

Ma vogliamo provarci anche noi a fare il computo delle


forze che alla fine di luglio stavano effettivamente sotto gli
ordini di Garibaldi. Per quello che riguarda le spedizioni giun
te dall'Italia del nord, le riterremo in una cifra, a nostro pa
rere, alta, omettendo per tutti quelli che volevano bens ag
gregarsi a questa od a quella spedizione, ma in fatto non vi
si aggregavano; inoltre tutti quelli che non partivano per la
Sicilia con una spedizione che per sottrarsi il pi presto pos
sibile dal novero dei combattenti, per fare un viaggio di pia
cere verso il mezzod a pubbliche spese, o per dedicarsi nella
Sicilia od a Napoli negli impieghi civili. La descrizione de
gli speciali rapporti che concorsero a questo maneggio non
appartiene alla nostra storia, e ci riserbiamo di pubblicar
la in altra circostanza.
Scesero adunque dall'alta Italia:
La prima spedizione che sbarc presso Marsala 1085 uomini
La spedizione Medici . . . . . . . 2500
La spedizione Cosenz . . . . . . . 1600
La spedizione Sacchi che part il 19 luglio da
Genova ed al principio d'agosto fu mandata per
Milazzo a Spadafora. . . . . . . . 1500
Spedizioni minori da Genova e da Livorno. 1600
Da tutte queste schiere si ha un contingente di 8300
uomini circa, dei quali presso a poco un migliaio aveva tro
vata la morte sui campi di battaglia della Sicilia od erano
stati feriti, in modo che dovevano ancora per lungo tempo
rimanere negli spedali dell'isola. Per computare per que
sta perdita il minimo possibile vogliamo ammettere che dei
volontari dell' Italia settentrionale 8000 fossero in istato di
trasferirsi sul continente napoletano.
A questi, non computando le semplici guardie naziona
li ed i depositi che assai spesso esistono pi sulla carta che
effettivamente, i corpi volontari del tutto indipendenti, e da
ultimo le truppe che si dovettero lasciare a Messina per guar
- 295

dare la cittadella, si aggiungano ancora 4000 Siciliani che


nelle marcie per l'interno verso le coste orientali si erano
aggregati ai vari corpi delle colonne Bixio, Eber e Medici.
L'intero esercito attivo di Garibaldi noverava, dunque,
senza esagerazione, 12,000 uomini. Di cos scarso numero
di soldati, Garibaldi stesso non si convinse che negli ultimi
momenti quando si diede a pensar seriamente sul modo di
attuare la sua impresa, dappoich i vari comandanti, per
darsi maggiore importanza, avevano indicato nelle loro rela
zioni di possedere un maggior numero di soldati, calcolan
do come effettivo tutto l'inutile corteggio, del quale non po
tevano far conto, e le speranze su quello che in un tempo
vicino ritenevano di poter raggranellare.
Erano sufficienti quei 12.000 uomini? Si poteva osser
vare : Garibaldi essere sbarcato con poco pi di 1000 uo
mini a Marsala ed in 14 giorni essersi recata in mano tut
ta la met occidentale dell'isola di Sicilia, anzi quasi tutta
la Sicilia. Ma in contrario si potevano opporre le seguenti
considerazioni : lo sbarco di Garibaldi presso Marsala fu una
sorpresa; oltre a ci l'isola diSicilia, fino dal 4 aprile fer
veva in piena rivoluzione; l'odio dei Siciliani contro i Napo
letani, potentemente concorse in favore di Garibaldi. Arro
gi da ultimo l'indecisione della corte di Napoli. Nel caso at
tuale impossibile che la corte di Napoli sia colta alla sprov
veduta, le perdite di truppe sofferte dall'esercito napoletano
nelle battaglie dell'isola di Sicilia, sono di s tenue momen
to che non se ne pu quasi tener conto. Quando pure dai
dati consueti sulla forza dell'esercito napoletano si levasse
una buona parte, rimarrebbero per sempre 100,000 uo
mini; questi sarebbero continuamente rinforzati, in ispecie
coll'arrolamento di soldati austriaci e bavaresi. vero che
anche la Calabria inquieta, ed Antonio Garcea sino dalla fi
ne di maggio ha chiamato i Calabresi alle armi; ci non di
meno nulla ancora presagisce che abbia a seguirne qualche
- 296 -

gran fatto, e piccoli distaccamenti di truppa napoletana sa


rebbero qui, come in altri luoghi, sufficienti ad impedire un
grave scoppio dell'insurrezione nel continente napoletano.
Laonde il re, non ostante la dispersione delle sue truppe,
alla quale potrebbe essere costretto, sempre in grado di
contrapporre ai Garibaldini da 50,000 a 60,000 uomini so
pra un punto solo. dunque affare molto arrischiato il lot
tare contro siffatta prevalenza, ammesso pure che il valore
delle truppe napoletane sia inferiore a quello degli avver
sari. D'altra parte, non ancora provato che quelle trup
pe siano assolutamente inette. Solo che si abbia sufficiente
accortezza per contraporre a Garibaldi in prima linea trup
pe, le quali non abbiano ancora combattuto contro di lui in
Sicilia, e che non siano ancora demoralizzate dai fatti col
avvenuti, si potr avere buon fondamento per ritenere che si
mostreranno valorose, singolarmente, se trovino appoggio
nei sentimenti della popolazione, od almeno se questa non
si mostri loro del tutto ostile, e meglio quando sia loro
decisamente propensa. Ammesso che tali circostanze non
si avverino in Calabria, per sempre possibile che si ve
rifichino al nord, e quand' anche Garibaldi percorresse
vittoriosamente tutta la Calabria, e pi al nord non per
desse che una sola battaglia decisiva, quali operazioni po
trebbe riprendere coi suoi 12.000 uomini per far ammortire
efficacemente il colpo? E questo diciamo anche nella ipotesi
che al momento di questa battaglia decisiva egli possa di
sporre di tutt'i 12.000 uomini; il che non assolutamente
verosimile, poich egli deve essere costretto a lasciarsi ad
dietro distaccamenti nelle Calabrie. Non v'ha dubbio che
nella vergognosa sconfitta dei Napoletani in Sicilia ebbe buo
na parte di colpa anche l'incapacit dei loro generali, ma
forse cosa dimostrata che tutti i generali napoletani sieno
incapaci? Non si deve piuttosto a buon diritto ammettere,
che anche fra loro si trovino individualit pi adatte; e se
297

il bisogno apprendesse a confidare a giovani pi attivi la


condotta delle truppe, alla quale i veterani in Sicilia si sono
dimostrati incapaci? Non potrebbe anche succedere che La
moricire, come ne corse voce, unisse al napoletano l'eserci
to pontificio da lui comandato, ed assumesse il comando su
premo degli eserciti uniti ? La fama di questo condottiero
non ispirer ardire anche ai soldati napoletani, e Lamorici
re, che in Africa combatt vittoriosamente gli Arabi, si la
scier forse intimorire cos facilmente, come i vecchi gene
rali napoletani, dall'ardimento di Garibaldi e dalle sue astu
zie da filibustiere ?
Gravi considerazioni erano queste, e Garibaldi aveva tut
te le ragioni di farle. Egli non le trascur e venne alla con
clusione di dover cercare rinforzi, ovvero, cosa che per l'ef
fetto torna lo stesso, indebolire in qualsiasi punto il nemico,
disperderne infine le forze.
I mezzi che si presentavano a quest'ultimo scopo era
no: prima di entrare con tutta la forza sul continente napo
letano, eseguire piccoli sbarchi, in pi luoghi, specialmente
sui punti ove esistevano precedenti accordi. Gli sbarchi so
pra vari punti traevano in inganno la Corte di Napoli, la
mettevano in apprensione per l'intiero litorale, fors'anche
per la capitale medesima, per Napoli, e facevano che essa in
corresse nell'errore militare, comunemente usato, di disten
dere le sue truppe disponibili pel servigio attivo di campagna
in un sottile cordone lunghesso le coste; il quale errore, pri
ma dei sinistri eventi che di regola gli tengon dietro, viene
sempre vantato siccome il migliore spediente,e poscia si de
plora sccome causa di certa sventura. Se poi insieme ai di
staccamenti da sbarco si avevano persone le quali, native del
paese, avessero relazioni ed influenza nelle sue diverse pro
vincie, persone che avessero cognizioni e doti militari, fino
allora fuggiasche, esse potevano, in ogni luogo ove fosse riu
scito uno sbarco, dare una forma militare alle tendenze insur
- 298

rezionali, e mutare l'ordine disemplici bande di briganti in


un efficace armamento della popolazione.
Garibaldi deliber di servirsi di questo mezzo, e di ac
crescere la sua azione col diffondere le voci pi svariate e fal
laci. In tal modo egli consegu un esito fortunatissimo, supe
riore alla sua espettazione, e lo vedremo in breve. Garibaldi
non poteva sapere in precedenza fin dove sarebbe riuscito, e
quantunque si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva
sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue trup
pe, delle quali poteva disporre immediatamente e con sicu
IT9ZZ3,

Al principio di agosto quel rinforzo pot essere a sua


disposizione, ed era il piccolo esercito che, alla sua parten
za dall'alta Italia, assunse il nome di divisione o spedizione
di Terranova.
La spedizione di Terranova era stata organizzata dal
la operosit di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Ge
nova qual rappresentate di Garibaldi allo scopo di operare
contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era
il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale
il colonnello G. Rstow, i quali ne avevano principalmente
diretto l' ordinamento. La spedizione numerava circa 9000
uomini. Questo piccolo esercito era ripartito in sei brigate. Le
quattro prime, secondo il disegno stabilito avanti che insor
gessero gli ostacoli frappostisi posteriormente partendo da
Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto rannodarsi presso
Montecristo e di l sbarcare presso Montalto sulle coste ponti
ficie, indi, spingersi, per cansare uno scontro coi Francesi,
nella direzione di Viterbo o di Montefiascone contro l'ala si
nistra dell'esercito di Lamoricire, mettendo in fuga le forze
che avessero trovate disperse, evitando i corpi di truppa riu
niti e prevalenti di numero ; la quinta brigata, formata in
Toscana, doveva di col, avanzando per terra, impadronirsi
della citt di Perugia ed operare direttamente colle brigate,
ch'erano sbarcate presso Montalto. La sesta brigata, allestita
nelle Romagne, doveva gettarsi alcuni giorni prima dello sbar
co nelle Marche, attirandosi l'attenzione di Lamoricire, ed
in tal guisa agevolare le operazioni dello sbarco e quelle so
pra Perugia. Pi tardi tutto il piccolo esercito doveva per gli
Abruzzi guadagnare il Napoletano e congiungersi coll'arma
ta principale di Garibaldi.
L'arrolamento, o che che altro si voglia dire, e l'orga
nizzazione di questi 9000 uomini non potevano progredire
senza che ovunque se ne parlasse. Laonde il governo pie
montese, il quale voleva che alla fine di luglio l'azione rivo
luzionaria e veramente nazionale fosse a qualunque prezzo
ammortita, non poteva essere certamente contento del dise
gno della spedizione romana.
Intanto che Cavour persuadeva re Vittorio Emanuele
di scrivere a Garibaldi per ismoverlo dal proponimento di
passare sul continente napoletano, e mentre tuttora si atten
deva la risposta di Garibaldi, il governo piemontese spediva
a Genova Farini con incarico di esperire con Bertani le prati
che che sarebbero tornate acconcie per renderlo inoperoso
ed impedire la spedizione sul territorio romano o farla di
pendente dal governo piemontese, in guisa che questo po
tesse a suo arbitrio imporle una diversa destinazione.
Laonde agli ultimi giorni di giugno Farini concluse con
Bertani un accordo in conseguenza del quale il governo pie
montese si obbligava a non impedire l'allestimento della spe
dizione romana, anzi, in quanto gli fosse possibile, senza mo
strarsi troppo di volerle venire in soccorso, e Bertani promet
teva dall'altro lato di volgere anzi tutto la spedizione in un
porto della Sicilia, donde potesse recarsi dove voleva, ma
non in una sola volta, bens a piccoli scaglioni, di giorno in
giorno, o di due in due giorni, e non diretto ad un solo por
to, ma a diversi. Il governo Sardo concedeva inoltre che la
spedizione si rannodasse alle coste nord-est dell'isola di Sar
- 300 -

degna, nel golfo degli Aranci e nella baja di Terranova, ove


dovevasi procedere alla distribuzione delle armi. Da questo
luogo di comune convegno la spedizione fu intitolata spedi
zione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero na
scosto, non essere destinata per la Sicilia, ma per altre con
trade.
Bertani, il quale nutriva lusinga che Garibaldi fosse fer
mo nell'intendimento che la spedizione dovesse entrare nel
territorio pontificio (come era da supporsi da ordini antece
denti e da uno in ispecie del 30 luglio, il quale per altro non
giunse a Genova che 14 giorni dopo) e che Garibaldi medesi
mo avrebbe diretto per gli Stati pontifici le prime di lei mos
se affinch fosse manifesto che si procedeva secondo i suoi
ordini ; Bertani, diciamo, ai primi di agosto recossi di perso
na in Sicilia per pigliarvi con Garibaldi le ultime intelligenze.
Nella notte dal 7 all'8 agosto il primo distaccamento
della spedizione abbandon Genova, e da Genova e dalla
Spezia gli tennero dietro gli altri, secondo le disposizioni
prese con Farini, di guisa che il 13 da Genova poteva parti
re anche lo stato maggiore generale della spedizione ove an
cora non rimaneva che una piccola parte delle prime quat
tro brigate. I condottieri della spedizione speravano che lo
ro verrebbe risparmiata l'inutile svolta per la Sicilia e che
da Terranova avrebbero potuto passare direttamente a Mon
talto sulle coste romane. Istruzioni conformi vennero date
ai comandanti della quinta e sesta brigata in Toscana e nel
le Romagne.
Se non che, nel frattempo si erano mutate da ambedue
le parti le condizioni per guisa che esse operavano allo stes
so modo per deviare la spedizione dall'originario suo scopo.
Il governo piemontese aveva avuta cognizione della ri
sposta data da Garibaldi alla lettera di Vittorio Emanuele.
Garibaldi non voleva saperne. Il governo piemontese nutriva
ancora sempre l'idea che a Napoli dovesse scoppiare una ri
301

voluzione alla sua maniera, quale esso la desiderava, una


rivoluzione di palazzo od altra consimile, prima che Garibal
di fosse giunto alla capitale, quand'anche esso, senza por
tempo in mezzo, avesse a passare sulla costa calabrese. Que
sto progetto era un po' sconcertato, le file erano pressoch
tutte perdute, allorch all'attivarsi della spedizione romana
nacque un nuovo viluppo nel Napoletano settentrionale. Il
governo piemontese non poteva scopertamente opporsi alla
spedizione di Terranova perch essa aveva favorevole, nel
modo pi evidente, la pubblica opinione di tutta l'Italia
del nord.
Poteva tuttavia frapporre molte difficolt alla spedizio
ne, sulle basi della convenzione di Genova fra Bertani e Fa
rini. Tenendo conto in ispecie della scarsit di danaro che
negli ultimi giorni, prima della partenza, era nelle casse del
la spedizione, si poteva fare in modo che la penuria del da
naro durasse, sospendere i trasporti gratuiti dei volontari
sulle ferrovie dello Stato, e usare altri mezzi di egual teno
re. Tutto ci per altro non bastava a far che la spedizione
si disperdesse; il governo piemontese sapeva ottimamente
che questi piccoli ostacoli si sarebbero di leggieri superati.
Esso quindi rivolse le sue cure per dirigere in ogni caso la
spedizione in Sicilia. La convenzione di Genova gliene ren
deva facile il modo, poich s'era statuito con essa che la
spedizione dovesse essere ripartita in buon numero di pic
coli scaglioni. Il viaggio di Bertani in Sicilia fu causa che,
non fidando nella sua parola, si facesse stanziare una nave
avviso, la Gulnara, nel porto di Terranova, con ordine al
comandante della medesima di adoperarsi che mano mano
giungessero nel golfo degli Aranci o nella baja di Terrano
va i singoli scaglioni della spedizione dovessero i rispettivi
capi, con preghiere, lusinghe, minaccie, insomma con tutti
i mezzi possibili, proseguire immediatamente per Palermo.
Fra le molte dicerie che correvano sul proposito del viaggio
di Bertani in Sicilia, c'era pur quella, e non infondata, che
- 302 -

egli volesse ottenere da Garibaldi un ordine per l'immediato


passaggio sul territorio romano, e per ci un atto contrario
a quello che era stato conchiuso con la convenzione. Il go
verno piemontese credette di dover prevenire questa lesione
dei fatti con un'altra violazione dei medesimi, impedendo
cio alle prime quattro brigate della spedizione di ranno
darsi nel luogo da lui stesso designato sulle coste dell'isola
di Sardegna. - -

Per un curioso accozzamento di accidenti avvenne que


sta volta che- il governo piemontese operasse precisamente
secondo le intenzioni di Garibaldi. Allorch Bertani si abbocc
in Sicilia col dittatore, questi conosceva gi l'effettiva forza
delle sue truppe, ed aveva determinato di chiamare in Sici
lia la spedizione di Terranova per rinforzarle direttamente.
Parte dei suoi condottieri, nel desiderio di accrescere colla
copiosa divisione di Terranova le smilze loro schiere, aveano
date disposizioni conformi. E quando si pensi come taluni,
dopo lo scioglimento dell'esercito meridionale, si fossero in
timamente attaccati a Cavour, difficilmente si pu tenersi
dal sospettare che fin dal principio, per tutto ci che si ri
feriva alla spedizione di Terranova, operassero secondo le
intenzioni dell'accorto ministro.
Ma torniamo a parlare delle fazioni militari.
Fino dallo scorcio di maggio e dal principio di giugno
il governo napoletano aveva destinato due brigate comanda
te dai generali Briganti e Melendez per sorvegliare le coste
occidentali della Calabria meridionale. Briganti copriva il
tratto di costa ch' al sud di Bagnara col centro in Reggio;
al nord di Bagnara fino a Nicotera e discendendo verso Tro
pea, comandava Melendez. Le truppe di cui essi disponeva
no erano computate da 10 a 12 mila uomini; una riserva
di forza eguale, comandata dal generale Viale, era concen
trata intorno a Monteleone. Dopo un viaggio d'ispezione
del generale Marra nella Calabria meridionale si era delibe
- 303

rato di portare il complesso delle truppe in quella provincia


fino a 30.000uomini.
Nella notte dall'8 al 9 agosto Garibaldi presso Torre
di Faro imbarc 400 uomini sopra venti barche, i quali do
vevano servire di vanguardia e discendere sull'opposta riva
di Calabria, gettarsi nell' interno e promovere l'insurrezio
ne nella Calabria meridionale. Il distaccamento si scompar
t in pi sezioni; una di esse accostatasi alla batteria di Alta
fiumara fra Punta del Pizzo e Torre del Cavallo fu accolta
da un vivissimo fuoco e dovette prendere il largo. Un'altra
sezione invece, composta di 150 uomini, sotto il comando di
Missori, nella quale si trovavano alcuni capi degli insorgen
ti, nativi della Calabria, riuscita a sbarcare inosservata
presso Cannetello vicino a Punta del Pizzo. Missori dispose
la sua gente in parecchie colonne, le quali scortate da gui
de del paese al momento rinvenute furono condotteper ino
spiti sentieri di monte, fra mezzo alle truppe napoletane, fi
no alle alture di Aspromonte, lontane tre miglia dal luogo
dello sbarco; ivi Missori ripos : i Calabresi andarono in
cerca di provvigioni da bocca, e parecchi di essi si unirono
al piccolo corpo di Missori. Questi, in tal modo rinforzato,
credeva di poter assalire Bagnara ed agevolare quindi lo
sbarco di altri e pi numerosi corpi di Garibaldini. Marci
nella notte dal 10 all'11 alla volta di Bagnara e vi attacc i
Napoletani la mattina dell'11 ; ma in breve, veduti i rinfor
zi che giungevano ai regi, dovette convincersi essere troppa
la loro preponderanza, e dopo brevi scaramucce torn a rin
selvarsi nei monti.
Eguali sbarchi di poche truppe, che non incontrarono
alcuna resistenza, ebbero luogo lo stesso giorno sulle coste
orientali della Calabria meridionale presso Bovalino e Bianco.
I due vapori napoletani l'Ettore Fieramosca e il Fulmi
nante, che erano in crociera al Faro di Messina, non avevano
avuto sentore dello sbarco di Missori, e chiamati ora qua, ora
304

l, dove giungevano non rinvenivano pi traccia degli sbar


cati. Melendez, che aveva gran voglia di azzuffarsi nell'in
terno contro gli insorgenti calabresi raccolti da Missori, per
distruggerli, non si avventurava per ad abbandonare le co
ste senza che la flotta il guarentisse per tre giorni contro
nuovi sbarchi. Ma perch tale malleveria non gli venne data,
egli si attenne alle sue posizioni distese lunghesso la costa.
Garibaldi aveva differito l'attacco principale alle Cala
brie per recarsi prima in persona al golfo degli Aranci e di
l richiamare la spedizione di Terranova. Col egli riteneva
necessaria la sua presenza perch gli si era detto che la
maggioranza della spedizione non voleva seguire altra de
stinazione salvo quella pel territorio romano.
Garibaldi il 12 agosto affid al generale Sirtori, suo capo
di stato maggiore, il comando supremo al Faro, lo incaric
di ultimare la concentrazione delle barche presso Torre di
Faro, e di compiere quelle batterie, e prese imbarco sul Wa
shington. S'era diffusa la voce (la quale dopo la lettera di Vit
torio Emanuele e la risposta data da Garibaldi, non era del
tutto inverosimile) Garibaldi essere chiamato a Torino per
ivi render ragione del suo contegno, e voler egli rispondere
a tale chiamata. Nella notte dal 13 al 14 Garibaldi si trovava
nel porto di Castellamare presso Napoli ove tent di impa
dronirsi del vascello napoletano di linea, il Monarca. Questo
tentativo and a vuoto, per la di lui apparizione nel porto
di Castellamare tolse affatto di senno le truppe regie che
erano nella capitale le quali cominciarono a temere anche
di un tentativo di sbarco in Napoli stesso o nelle sue aggia
CCI)Z62.

La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci,


ma non vi rinvenne che la massima parte della terza e quar
ta brigata della divisione di Terranova, cio le brigate Gan
dini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard
e Tharrena, avevano gi abbandonato il golfo veleggiando
305

per Palermo; il rimanente della terza e quarta brigata, col


lo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era
ancor giunto.
La brigata Eberhard (Genova), che era arrivata la pri
ma nel golfo degli Aranci sul Torino, quivi era stata subito
sorpresa dalla Gulnara e costretta a proseguire per Paler
mo, senza attendere che sopragiungessero le altre navi e le
rimanenti truppe. Eberhard, senza opporsi gran fatto a quel
l'ordine, quantunque avesse istruzioni in contrario, si lasci
indurre a mettersi per quella strada. Avendo fatto vela sen
za lasciarsi addietro alcuna notizia, la cosa dest inquietu
dine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Par
ma), la quale intanto era giunta. Alcune persone della
Gulnara, che si spacciavano per plenipotenziari di Gari
baldi, attizzavano questi malcontenti; si approfitt anche
del difetto di vettovaglie patito dalle truppe le quali in quel
povero paese non potevano s facilmente approvvigionarsi.
In tal modo anche Tharrena si lasci indurre a partire
per Palermo.
Appena Eberhard giunse in Palermo, vi ricevette or
dine di girare le coste occidentali e meridionali della Sicilia.
e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaia di uo
mini. Questi corpi di truppe dovevano quindi riunirsi alla
divisione Bixio, il quale trovavasi gi sulle coste orientali
della Sicilia ed ivi al 13 si occupava tuttavia del sedare i tu
multi a Bronte nel distretto dell'Etna. La riunione ebbe luo
go a Taormina, e la divisione |Bixio, siccome abbiamo pi
sopra accennato, col rinforzo di detto corpo di truppe, rag
giunse l'effettivo di circa 4500 uomini.
La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si
mostrava d'inquietissimo umore.
Il Bisantino, sul quale stavano parte delle brigate Gan
dini e Puppi e lo stato maggiore generale, bench tutte le
truppe fossero gi imbarcate alle 8 ore di mattina, venne
VoI, II. 20
306

trattenuto in Genova fino al pomeriggio del giorno 13, in


conseguenza dei maneggi del governo piemontese che quel
giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne in
dugi il pagamento con pretesti di nessun valore. Il Rstow
insisteva o per essere spedito egli stesso, appena fosse pos
sibile, nel golfo degli Aranci, o perch Pianciani precorresse
la spedizione, ed essendo investito di un comando superiore
la potesse tenere unita. Pianciani per sosteneva di non po
ter aderire a tale disegno, mentre secondo le sue istruzioni
egli doveva imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore gene
rale. Cos il Bisantino non giunse che tardi nel pomeriggio
del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.
Garibaldi la mattina del 14 non vi rinvenne che la mag
gior parte delle brigate Gandini (Milano) e Puppi (Bologna)
e tosto le prese con s dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari
navig quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani tro
vate le altre navi nella baia di Terranova e non avendo avu
to sullo stato delle cose che notizie manchevoli ed oscure.
Nel pomeriggio del 15 il Bisantino giunse nella rada di Ca
gliari, e vi incontr lo stesso Garibaldi col grosso delle bri
gate Gandini e Puppi. Garibaldi ordin a Pianciani di partir
tosto per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi
appena si fossero rifornite di carbone.
Il 16 di sera il Bisantino afferr a Palermo. Il 17 mat
tina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi, il qua
le gli disse di non poter acconsentire alla spedizione nelle
Romagne, perch le schiere della divisione gli erano indi
spensabili per la sua impresa nel continente napoletano.
Questo fatto deve essere espressamente ricordato, poich,
per ragioni facili ad intendersi, si era diffusa la voce men
zognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la Spe
dizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina
del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci pi dei 2000 uo
mini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsit di soldati
307

lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In


conseguenza delle spiegazioni avute da Garibaldi, Pianciani,
che aveva promesso di non andare altrove che nella Roma
gna, si dimise dal suo posto, e Garibaldi affid il comando
delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo
dello stato maggiore generale, colonnello-brigadiere Rstow,
il quale ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed orga
nizzare la divisione a Milazzo.
Ristow stesso cogli uomini del Bisantino era gi a Mi
lazzo la mattina del 18, ove inpochi giorni giunse anche il
rimanente delle truppe, in guisa che il 21 vi aveva raccolti
circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione,
la di lui brigata pass sotto gli ordini del maggiore Spinaz-
zi. Per la partenza di Pianciani e il deviamento della divi
sione dal primitivo suo scopo, che suscitava qua e l mali
umori e recriminazioni, l'affare era in un certo disordine,
e taluni degli uffiziali e soldati avevano in Palermo data la
loro dimissione unitamente a Pianciani. Rstow allora die
de opera a riordinare le truppe a Milazzo, le forn di armi
e munizioni e le addestr in militari esercizi ai quali non
si era finora potuto dedicare un sol giorno salvo che per la
prima brigata in Genova. Della quinta e della sesta brigata,
che in seguito all'andamento delle cose erano rimaste addie
tro nell'Italia Centrale disgiunte dalle rimanenti schiere,
avremo a tener parola pi innanzi.
In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 ago
sto aveva abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste
orientali della Sicilia, cominci le sue operazioni per trasfe
rirsi in Calabria.
A quel tempo le forze delle quali poteva disporre era
no ripartite in due gruppi sulle coste della Sicilia e nelle vi
cinanze di esse. Presso Taormina e Giardini si raccolsero i
4500 uomini di Bixio e di Eberhard; l'altro gruppo, allora
di 12 a 13 mila uomini, era ordinato a scaglioni sulle coste
308

nord-est della Sicilia. In prima linea, presso Messina e Tor


re di Faro, erano collocate le divisioni Cosenz e Medici e la
brigata Eber, circa 8000 uomini, senza tener conto delle
truppe destinate a sopravvegliare la cittadella di Messina;
indietro, presso Spadafora, trovavasi la brigata Sacchi che
connumerava da 1200 a 1500 uomini, dopo questa a Milaz
zo la divisione Rstow di 4000 uomini circa.
Orsini coi soldati d'artiglieria organizzati a Palermo e
12 pezzi di posizione da 24, una batteria di cannoni da mon
tagna e due mortai, era il 28 luglio partito per mare da Pa
lermo, aveva presi in Milazzo altri 9 mortai e con questi 35
pezzi si era recato a Torre di Faro, ove l'artiglieria, co
minciando ai primi di agosto, costru ed arm le batterie da
costa ordinate da Garibaldi ed in unione al genio arm anche
alcune batterie galleggianti e costru ponti volanti per tra
durre in Calabria i cavalli ed i pezzi. Nei primi giorni di
agosto furono raccolte 156 barche presso Torre di Faro.
Il Comandante della cittadella di Messina non lasciava
di protestare contro i preparativi dell'esercito italiano meri
dionale rivolti ad aprirsi un passaggio in Calabria, quasi che
fossero stati una lesione dell'accordo stipulato; per non sa
pendo bene cosa ritenere, ed essendo impotente a frapporre
seri ostacoli, nulla faceva di positivo a tale effetto.
Garibaldi, che co' suoi preparativi riteneva di avere gi
attirata tutta l'attenzione degli incrociatori nei dintorni di
Torre di Faro, risolse allora di dar principio al passaggio
del nerbo delle sue truppe in un punto pi meridionale. Le
truppe di Bixio e di Eberhard dovevano passare da Giardini
presso Taormina in Calabria, di l marciare sopra Reggio
per attaccarla, ed appena fosse incominciato il combattimen
to presso Reggio, Medici e Cosenz dovevano far passare- da
Torre di Faro nei dintorni di Villa San Giovanni quanti pi
uomini loro avessero permesso le circostanze e le barche che
ancora si avevano a disposizione.
309

Garibaldi recossi in persona a Taormina ove trov il


Torino ed il Franklin, le truppe da essi recate e quelle di
Bixio. Esattamente calcolate, ascendevano in tutto a 4300
uomini. Le due navi suddette erano danneggiate e sem
bravano non poter accogliere, anche per una breve tra
versata, un maggior numero di truppe di quello pel quale
erano state costrutte ; per Garibaldi non si diede pensie
ro. Sul''Torino dovettero imbarcarsi 3100 uomini, sul Fran
lin 1200. -

Il 19 agosto, alle 10 di sera, le due navi abbandonaro


no Taormina ed il 20 mattina verso le due si avvicinarono a
Melito fra Capo dell'Armi e Capo Spartivento. Non lontano
da Capo dell'Armi il Torino invest; il capitano di questa
nave era in voce (fin dal principio di questi preparativi) di
uomo di nessuna fiducia. Garibaldi ordin che le truppe ne
sbarcassero tosto e che il Franklin dovesse liberare il Tori
no, ma non vi riusc. Egli salse dunque di nuovo sul Fran
klin per dirigersi verso il Faro e quivi possibilmente cercare
aiuto. Al di l del Capo dell'Armi incontr due vapori da
guerra napoletani, l' Aquila ed il Fulminante. Questi videro
subito il Torino e cominciarono a sparargli contro. Ma os
servando che nella nave non v'era pi alcun movimento, vi
salirono sopra, la saccheggiarono, la misero in fiamme.
Garibaldi, allorch ud il cannoneggiamento, si accorse
che l'aiuto che andava a cercare al Faro sarebbe giunto
troppo tardi, e per ci si fece mettere a terra sulle coste di
Calabria e and in traccia di Bixio.
Fece tosto avanzare le truppe sbarcate sulla grande stra
da lungo le coste del mare verso Reggio. Bixio teneva l'ala
destra, Eberhard la sinistra; anche Missori, avuta notizia del
passaggio di Garibaldi in Calabria, gli venne incontro con
parte della sua colonna, e ricevette parimenti l'ordine di
marciare alla volta di Reggio.
Tosto che gli abitanti di questa citt seppero dello
310

sbarco presso Capo dell'Armi, insistettero appo i coman


danti regi perch non si venisse a battaglia per le strade, n
si esponesse la citt ad un saccheggio. In conseguenza di ci
il comandante, non lasciando occupato che il forte, con 1000
uomini all'incirca si appost sul torrente al mezzod di Reg
gio. Fino dal pomeriggio del 20 Bixio si era scontrato cogli
avamposti dei Napoletani, i quali, dopo scaramuccie di poco
conto, si erano ritirati nella posizione principale. La sola ala
destra dei Napoletani fece una seria resistenza, per guisa che
la brigata Eberhard tocc perdite proporzionatamente gravi;
l'ala destra di Bixio sofferse invece pi di tutto pel fuoco del
forte di Reggio; dopo che l'ala destra dei regi fu sconfitta
e Missori comparve sulle alture ad oriente del forte, i Napo
letani si posero in ritirata su tutta la linea, e si gettarono
parte nel forte, parte si dispersero nella citt e nei luoghi
circostanti. Il forte da principio fece le mostre di difender
si, ma al 22 inalber dandiera bianca, e vennero intavolate
trattative che condussero in breve alla resa. La mattina del
23 la guarnigione usc con armi e bagaglio, abbandonando
col forte a Garibaldi 8 pezzi da campagna, 2 paiachans da
80, 6 da 30, 1 4 mortai, 8 altri pezzi di posizione, 5000 fu
cili e molto materiale da guerra. Immediatamente dopo la
vittoria di Reggio, riportata dall'esercito meridionale colla
perdita di 147 morti e feriti, Garibaldi ordin che parte del
le truppe che avevano sostenuto il combattimento, marcias
se pi al nord verso le coste del mare.
D'altro lato Cosenz e Medici, appena udirono il canno
neggiamento del 21 presso Reggio, imbarcarono a Tor
re di Faro quante truppe potevano capire nelle barche che
avevano, le fecero discendere nella notte dal 21 al 22 nei
dintorni di Scilla, e quando seppero che i Napoletani si con
centravano presso Piale e San Giovanni, avanzarono tosto
verso mezzod nella direzione delle alture di Costa di Motai
ti, sopra Piale.
31 1

Infatti Briganti aveva concentrato presso Villa San Gio


vanni le proprie truppe e parte della brigata Melendez.
La mattina del 23 poich i Napoletani si videro, a mez
zod ed a settentrione, asserragliati dalle truppe dell'eserci
to meridionale la cui cerchia si andava intorno a loro sem
pre pi stringendo, incominciarono un inutile fuoco di avam
posti a grande distanza contro i Garibaldini; Garibaldi non
volle che le sue schiere sparassero un moschetto, ed intim
in quella vece a Briganti che si arrendesse. -

Nel campo dei regi si propag d'un tratto l'inquietudine


e l'agitazione: n uffiziali n soldati mostravano voglia di bat
tersi. Verso sera venne concluso un accordo in virt del qua
le i soldati regii deponevano le armi e potevano andarsene
dove meglio fosse loro piaciuto. Si ritiene che in tal manie
ra si sieno dispersi circa 9500 uomini, parte direttamente
da Villa San Giovanni, e, in seguito a quella capitolazione,
parte delle truppe del generale Melendez che non aveano
contratto alcun obbligo. Siffatte capitolazioni si ripeterono
parecchie volte durante la marcia verso Napoli, e perci gio
va farne qualche speciale ragguaglio. Agli ufficiali erano
sempre lasciate le armi ed i bagagli; essi per la maggior
parte non avevano altra fretta che di separarsi dai loro sol
dati, sui quali avevano perduto qualunque autorit appena
erano stati sciolti i vincoli esteriori della disciplina, e sulla
cui dipendenza, amore e stima poco fidavano. Pochissimi uffi
ziali passavano a Garibaldi, la maggiorparte cercava digiun
gere a Napoli al pi presto per vedere se col avessero tro
vato qualche cosa da fare. Anche dei soldati quasi nessuno
passava all'esercito di Garibaldi; quelli che non appartene
vano ai reggimenti esteri, ad altro non pensavano che a ri
tornare a' lor focolari fra i genitori ed i fratelli. Disciolti,
essi ne andavano in piccoli gruppi percorrendo a marcie ir
regolari le strade della Calabria, della Basilicata e del Prin
cipato, spesso misti d'ogni arma, coi battaglioni garibaldini
- 312 -

sulle orme, riposando allorch fossero stanchi e dove ne


avessero avuto l'agio, vivendo del proprio nelle osterie, fino
a tanto che avevano danaro, rubando anche qua e l e men
dicando perfino dai Garibaldini. Nei primi giorni non si era
no sviluppate fra loro malattie, ma al di l del Volturno,
ove ogni taverna, ogni capanna di foglie, era uno spedale
che appestava l'aria a grande distanza, proruppero dovun
que i contagi. Le truppe estere, spinte dalla necessit, per
la nessuna pratica che avevano del paese e della lingua, e
per non poter trovare nel Napoletano altro asilo che sotto
le bandiere del re Francesco, si tenevano meglio unite
che gli indigeni, ned erano nemmeno subito abbandonate
dai loro uffiziali. La gente da Garibaldi rimandata a casa,
ovunque capitasse metteva gran voglia negli altri soldati na
poletani, ancora riuniti in corpi, di imitare alla prima occa
sione il loro esempio, e cos, bench passivamente, coopera
va ai trionfi di Garibaldi.
Ottocento uomini di quelli che avevano capitolato pres
so Reggio e Piale, chiesero di essere trasportati a Napoli;
non avevano voluto arrendersi che a tale condizione. Gari
baldi, senza mercanteggiare, li fece imbarcare sul Franklin
e condurre il 25 agosto con bandiera parlamentare nel por
to di Napoli affinch anche col diffondessero i suoi elogi.
L'effettivo delle colonne di Briganti e Melendez che si
ritir pi o meno ordinatamente, e rimaneva unito, non aven
do capitolato presso Reggio e Piale, ascendeva a 1800 uo
mini del 1., 13, 14 di linea, 1. battaglione di cacciatori
e 2 reggimento di lancieri.
indubitato che ai grandi successi di Garibaldi ha mol
to contribuito il contegno vituperevole dei soldati napoleta
ni. Se i generali e gli uffiziali fossero stati valorosi egli non
avrebbe al certo in s breve tempo ottenuto tanto splendidi
risultamenti. Ma grave errore il credere che egli con dana
ro abbia comperato traditori, impercioch danaro non aveva,
313

e le perpetue strettezze pecuniarie dell'esercito meridionale


non cessarono che dopo la presa di Napoli. Non difficile
che qualche comandante napoletano, pi avido dell'oro, che
geloso del proprio onore, si sia indotto a capitolare vilmen
te prima di aver tentato l'estreme prove, nella speranza di
poter impadronirsi della cassa del reggimento o della bri
gata, ma questo pure non pu essersi avverato che di rado,
poich anche le regie casse di guerra ne erano quasi sprov
vedute. La causa principale dei rapidi trionfi di Garibal
di fu senza dubbio lo stato di disordine in cui si trovava
il paese, la mancanza di fede nella durata del reggime bor
bonico radicata appunto nelle persone colte s civili che
militari del paese, e la confusione che ne derivava. Si verifi
carono allora le identiche circostanze della Prussia nel 1806.
Quegli stessi giovinastri, che poche settimane innanzi mal
trattavano impertinenti i loro soldati con crudelissimo arbi
trio e sulla piazza d'armi avrebbero mangiato tutti gli eser
citi del mondo; smarrivano vilmente d'animo appena la di
sciplina esterna fosse divenuta insufficiente e si avesse fatto
appello all'uomo ed al merito personale. L'esercito prussia
no, che nelle gazzette militari viene oggid citato a modello,
si tenga bene a mente queste cose.
Intanto che Briganti il 25 agosto cavalcava per Mileto
a mezzod di Monteleone, fra una banda selvaggia di soldati
dimessi da Piale, ivi accampati, levossi il grido di tradito
re, grido che spesso pronunciato da quelli che primi di
sertano il campo, e quindi vogliono sempre essere i primi,
salvo che quando si tratti di andare incontro ad un nemico
in armi. Quel branco di disperati gettossi sul proprio gene
rale, e il tagli a pezzi derubandolo d'ogni avere. Incre
sce allo storico di dover ricordare questi fatti vituperevoli,
ma se suo ufficio il tramandare ai posteri la memoria del
le belle azioni perch le imitino, egli deve altres rammen
tar loro le malvage perch le fuggano e le abborriscano.
31 4

Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul


continente napoletano tutto il suo esercito attivo, compresa
la divisione Rstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.
Giunta alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ul
time arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le bri
gate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione
Medici e la divisione Bixio. Anche l'artiglieria che dalle bat
terie di Torre di Faro aveva il 21, 22 e 23 agosto sostenuto
un vivo cannoneggiamento contro la Squadra di guerra na
poletana per guarentire il passaggio in Calabria, doveva al
lora passare sulle coste di Calabria, ove Orsini era incarica
to di disporre le batterie della costa, in guisa che all'eser
cito meridionale rimanesse assicurato il possedimento del
FarO.
Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le
Calabrie, la Basilicata ed il Principato per Napoli, neces
sario intrattenerci alquanto dell'insurrezione in queste pro
vincie, la quale precorse l'esercito meridionale, indi farci
ad esaminare come a fronte degli avvenimenti si contenes
sero re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero.
CAPITOLO) III.

L'INSURREZI0NE NEI, CONTINENTE NAPOLETAN0.

Intanto che le prime truppe di Garibaldi stavano po


nendo piede sul continente napoletano, la insurrezione de
stavasi in tutto il territorio di re Francesco II. L'esercito di
Garibaldi non fu che il punto d'appoggio di questa insurre
zione, che la precorse. impossibile tenerle dietro in tutte
le sue particolarit; noi dobbiamo per altro far conoscere al
lettore in qual modo si sia diffusa, e il faremo senza atte
nerci troppo scrupolosamente alla serie cronologica dei
fatti ed al loro aggrupparsi secondo le localit. Facciamo
soltanto la generale osservazione, che nel promuovere l'in
surrezione furono singolarmente attivi quegli agenti di Ga
ribaldi, i quali, fino dal primo sbarco di Missori, a poco a
poco si erano sparsi per le provincie dando forza ed unit
al moto popolare che insorgeva. -

Nelle Calabrie settentrionali, alla prima notizia delle


vittorie di Garibaldi presso Reggio e Villa San Giovanni,
l'intiera popolazione si lev come un sol uomo. A Catanza
ro, a Cosenza, a Castrovillari, sulle coste occidentali a Paola
e San Lucido, furono cacciati i gendarmi, affidati i carichi
pubblici ad impiegati nazionali, proclamata l'insurrezione
in nome dell'Italia, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. A
Cosenza trovavasi in quel tempo la brigata napoletana Cal
316

darelli. Il governo insurrezionale conchiuse il 26 agosto una


convenzione con Caldarelli, in seguito alla quale, deponen
do le armi superflue, doveva in undici tappe ritirarsi pacifi
camente e tranquillamente a Salerno, obbligandosi di non
combattere contro Garibaldi. Caldarelli, che doveva giunge
re a Salerno il 6 settembre, si pose tosto in marcia, ed an
che noi ve 'l rinverremo ai primi di settembre. Il partito in
surrezionale istitu in tutta la Calabria la guardia nazionale,
ne mobilit una porzione, raccolse quei corpi mobilitati in
campi e fece i suoi preparativi per opporsi, da una parte, ad
un ritorno offensivo di Caldarelli, dall'altra, per rendere pi
difficile che si potesse la ritirata che volevano imprendere le
truppe regie tuttavia concentrate nella Calabria meridionale.
Il colonnello Camillo Boldoni aveva, nella Basilicata fino
dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600
uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato
sopra Potenza. In questo capo-luogo di provincia non ave
vano i regi se non un forte distaccamento di gendarmeria
comandato dal capitano Castagna. Le autorit insurrezionali
di Potenza avevano pattuito con Castagna di non prendere
l'offensiva se si fosse lasciato in pace. Al proclama di Bol
doni, Castagna coi suoi uomini usc la mattina del 18 dalla
citt per accettare battaglia dagl'insorgenti che si attende
vano. Dalla citt un distaccamento della guardia nazio
nale gli teneva dietro. Se non che, pensando egli a buon
dritto che la guardia nazionale al primo apparire di Boldoni
avrebbe fatta causa comune con lui, ed allora si sarebbe tro
vato tra due fuochi, Castagna si rivolse ad un tratto verso la
citt ed attacc la guardia nazionale, o, per meglio espri
merci, venne con essa a battaglia. Dopo un lungo combat
timento, nel quale vi ebbero morti e feriti da ambe le parti,
avvicinandosi anche Boldoni, i gendarmi si diedero alla fu
ga sparpagliandosi per tutte le parti.
Il 19 venne istituito in Potenza un governo provvisorio
317
in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia e Garibaldi dittatore
delle due Sicilie; questo governo dichiar legittima l'insur
rezione della Lucania, nomin il colonnello Boldoni cap0
delle truppe lucane ed ordin l'istituzione di una giunta in
surrezionale in ogni Comune. Una terza parte della guardia
nazionale doveva essere immediatamente mobilitata. Boldoni
si occup quindi a raccogliere questi combattenti, ad ordi
narli, occup i passi pi importanti per la difesa di Potenza
ed eman un'istruzione per diffondere la guerra d'insorgen
ti. Allora tutta la parte nord-est della Basilicata organizz la
insurrezione, e Tito fino dal 19 era gi insorto; anche la
parte nord-est della Terra di Bari si un all'insurrezione
lucana; da Spinazzola giunsero a Potenza bande armate.
Parecchi del basso clero si unirono agli insorti, ed in pochi
giorni anche la parte occidentale della Basilicata segu l'e
sempio dato dalla parte nord-est e dalla provincia. Boldoni
proib l'istituzione di qualsivoglia corpo armato senza sua
saputa e senza suo assentimento per impedire gli eventuali
tentativi di un armamento reazionario.
L'insurrezione vinse in breve tempo anche le truppe.
All'appello di Castagna che chiedeva rinforzi, non potendo
co suoi gendarmi tenere Potenza, il sesto reggimento di linea
doveva da Salerno marciare sopra quella citt. Esso abbando
n il suo posto gridando: viva Vittorio Emanuele! viva Gari
baldi ! e marci fino ad Auletta. Quivi giunto per altro, la
maggior parte dei soldati si rifiut a progredir oltre, a pas
sare i confini della Basilicata ed a combattere contro i pro
pri connazionali. Il reggimento dovette il 20 agosto essere
richiamato a Salerno.
Nella Capitanata, l'insurrezione scoppiava il 17 a Fog-
gia. Due squadroni di dragoni che vi si trovavano e dovevano
dissiparla fecero invece causa comune cogli insorgenti. Il co-
mandante militare delle Puglie, generale Flores, sped quindi
due compagnie del 13 di linea da Bari a Foggia. Anche que
318

ste truppe, appena arrivate, si unirono ai ribelli. Flores re


cossi in persona a Foggia, ma non pot riuscire a nulla. Es
sendosi indi sollevate Bari ed altre citt della Puglia,egli con
centr la truppa che aveva ancora a disposizione e a poco a
poco si ritrasse dalla Puglia verso i confini del Principato ul
teriore, ove divisava di prendere una posizione pi sicura e
credeva di poterfare assegnamento sull'appoggio di un rag
guardevole partito realista. -

Tutta la Puglia fu libera e si ordin in modo da poter


assistere Garibaldi. Appena il governo insurrezionale della
Basilicata fu bene costituito, pens con ogni cura di trasferi
re, mediante agenti, l'insurrezione nel Principato, ed ope
rare vigorosamente sulla Terra di Lavoro e negli Abruzzi.
Dopo il 25 agosto insorsero nel Principato citeriore Eboli, la
Sala, il distretto del Cilento. I regi lasciavano tranquilla
mente che il fuoco prendesse vigore, ma non vedevano con
eguale indifferenza che la rivoluzione si diffondesse nel Prin
cipato ulteriore. Il distretto pontificio di Benevento era da
principio irrequieto; indi corpi di volontari si raccolsero
nella parte sud-est della Terra di Lavoro intorno ad Alife e
Piedimonte, e correva voce che divisassero di gettarsi sopra
Avellino. Con ci si sarebbe tagliata la comunicazione da
Salerno col general Flores e con tutti i corpi che ancora si
trovavano negli Abruzzi. Nella parte settentrionale degli A
bruzzi comandava il generale Benedictis, il quale tratto in
errore dalle dicerie e dall' apparizione di navi nel mare A
driatico, aveva concentrato le sue truppe negli Abruzzi set
tentrionali e posto il quartiere generale a Giulianova.
Per assicurare le comunicazioni fra Salerno ed Arriano
venne tosto spedita da Salerno ad Avellino una forte briga
ta, comandata dal generale Perez, la quale vi giunse il 26
di agosto, A quel tempo dunque la vera linea di difesa dei
regi contro Garibaldi era quella da Salerno per Avellino ad
Arriano. Su questa linea noveravansi il 26 agosto circa 20,000
319

uomini; altrettanti si computavano quelli disposti dietro Sa


lerno, sulla linea da questa citt per Nocera a Napoli, e nel
la capitale medesima. La maggior parte delle truppe estere
era compresa tra quelle schiere. Quale riserva di questa for
za si potevano considerare i presidi delle due fortezze Gae
ta e Capua e vari altri piccoli corpi negli Abruzzi, in tutto,
a quel tempo, 15.000 uomini circa, pi il corpo del gene
rale Benedictis negli Abruzzi settentrionali ed alle coste del
l'Adriatico, circa 8.000uomini. Agli ultimi giorni di agosto,
Francesco II poteva dunque disporre almeno di 63,000 uo
mini sulla linea difensiva Salerno-Avellino-Arriano e al nord
di questa linea. A questi non era impossibile che si sarebbero
aggiunti altri due corpi i quali pel momento si trovavano al
mezzod della mentovata linea di difesa, ed erano la brigata
Caldarelli, composta di 4000 uomini circa la quale alla fine
di agosto si trovava in marcia da Cosenza a Salerno, e il cor
po del generale Viale nelle Calabrie, la riserva delle gi bri
gate Melendez e Briganti, valutate 12,000 uomini. Se que
sti due corpi fossero riusciti a congiungersi al corpo prin
cipale dell'esercito regio, Francesco II alla fine d'agosto po
teva disporre contro Garibaldi di oltre 80.000 uomini.
Abbiamo dovuto riassumere la narrazione degli eventi
politici accaduti nelle provincie settentrionali affinch nel
loro incalzarsi precipitoso non andasse smarrito il colpo d'oc
chio complessivo.
CAPITOLO IV.
FRANCESC0 II ED IL SI0 GOVERN0
NEL coRso DELL'AGosTo.

Fino allo sbarco di Garibaldi in Calabria non avvenne


in Napoli alcun cangiamento nel reggimento dei pubblici
affari i quali duravano tuttavia quali li abbiamo narrati.
Il Re debole, incapace di qualsiasi risoluzione, n in
grado di gettarsi risolutamente nel campo della reazione, n
di rivolgersi sinceramente dal lato della libert; il ministero
composto di elementi diversi, fra i quali taluni che forse non
vi erano entrati con altro intendimento che quello di aiutar
meglio a rovesciare il trono; Francesco II cercava di man
tenere la sua autorit non cedendo che per met alle preten
sioni del ministero e dei sudditi. Intanto che, da una parte,
gli si raccomandava di mandare al confine quelli che erano
tenuti in conto di reazionari manifesti, si doveva dall'altra
parte festeggiare a Napoli il natalizio della regina vedova la
quale col suo seguito risiedeva in Gaeta. Da ci per poco non
nascevano tumulti, ossia, a dir meglio, non iscoppiavano, ma
la luminaria mezzo comandata, non aveva luogo del tutto e
la rappresentazione di gala in teatro non si poteva fare, per
ch gli attori non vi si volevano prestare trovando cento pre
testi per impedire lo spettacolo. L'avversione che il 31 lu
glio appariva diretta soltanto contro la regina Maria Teresa,
in breve si manifest contro tutta la schiatta dei Borboni.
VoI, II. 21
- 322 -

Nunziante, designato per reazionario, quantunque da lungo


temp0 fosse sospetto di appartenere alla cospirazione cavou
riana, non garibaldina, contro la signoria borbonica, o con
tro la signoria di Francesco II, mostr apertamente di par
teggiare per Cavour appena tocc il suolo di Francia. Altri
generali si dichiaravano dello stesso partito. In tale stato di
cose, che dovevasi attendere dalle truppe? Nessuno credeva
che il regno dei Borboni potesse tuttavia sussistere; il po
polo di Napoli, una gran parte degli impiegati, e perfino la
polizia, attendeva il redentore Garibaldi; la caduta di Fran
cesco II pi non appariva che una questione di tempo. La
stampa diceva tutto senza riguardi, non meno che senza pe
ricolo; i ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emanuele si face
vano girare per le vie di Napoli ad eccitare gli animi; il re
e la regina erano caduti in piena dimenticanza.
Francesco II nutr lungamente la speranza che n la
Francia n il Piemonte avrebbero permesso che Garibaldi
fosse passato sul continente, anzi andava sognando di aver
ricevuto analoghe assicurazioni. Egli sapeva della lettera di
Vittorio Emanuele a Garibaldi, e colle idee che aveva del
l'autorit regia, non poteva persuadersi che un uomo del
conio di quel filibustiere di Garibaldi fosse lasciato operare
contro gli ordini di un re. N lui n il suo governo, tranne
pochissime eccezioni, poterono mai capacitarsi che Garibaldi
non avesse impresa la campagna di Sicilia secondo ordini di
Cavour, n poterono mai credere che egli avesse operato di
proprio impulso e per forza propria.
Alle prime notizie dello sbarco di Missori, giunte a Na
poli l'11 agosto, Francesco II si destato dal sogno che il fa
cea credere che il continente dovesse rimanere invulnerabile.
Naturalmente ivi non si sapeva chi e qual cosa fosse sbarcata.
Francesco II fece chiamare l'ambasciatore francese Brenier e
gli tenne parola delle promesse di Napoleone e di Cavour
che credeva ciecamente di aver ottenute; ma Brenier nulla
323
sapeva di siffatte promesse. Il giovane re chiese appresso che
cosa dovesse fare in quel grave frangente. Brenier il consigli
di porsi in persona alla testa dell'esercito ed andare incontro
a Garibaldi, affidando Napoli e i dintorni al ministro della
guerra Pianelli ed alla guardia nazionale. Nel caso che l'e
sercito fosse battuto quantunque avesse il suo re alla testa,
allora solo egli avrebbe potuto abbandonare il paese e cer
care un asilo sicuro presso qualche corte amica. In que
sta guisa soltanto il suo modo di procedere sarebbe stato il
pi onorato, il pi degno di un sovrano, e alla magnifica Na
poli sarebbero stati risparmiati gli orrori della guerra. Ai con
sigli di Brenier il re rispose, che appena avesse veduto un
bel fatto delle sue truppe le avrebbe seguite; ma che prima
voleva vedere qual piega prendessero gli eventi.
Egli era lo stesso che dire di non voler gettarsi nel
l'acqua se prima non avesse saputo nuotare.
Molto si detto intorno alle qualit personali di re
Francesco II. I fautori dell'oscurantismo e del modo di gover
nare all'antica lo proclamarono un eroe, e furono tanto me
glio creduti quanto che gli uomini onesti si fanno un sacro
dovere di rispettar la sventura. Ma la storia vuol essere
scritta senza passione e senza tradire la verit, e noi, pur
concedendo il dovuto rispetto a chi fu colto da una im
meritata sciagura, vogliamo tentare di mettere nel vero a
spetto le cose e giudicare imparzialmente il contegno del re
di Napoli. -

Se Francesco II fosse stato un re eroico o, parlando


pi modestamente, avesse avuto in s un temerario eroi
smo, avrebbe seguito il consiglio di Brenier e avrebbe mar
ciato risolutamente in capo al suo esercito, fermo di vincere,
o di esser vinto dopo aver fatto le estreme prove. Gli eroi
hanno sempre anteposto un'onorata caduta ad una vergo
gnosa esistenza. -

L' 11 agosto fuggirono da Napoli molti altri campioni


324
della reazione, e fra essi anche il generale Filangeri, il qua
le, in qualit di ministro di Francesco II, si era opposto colla
massima energia al ripristinamento della Costituzione, ed o
ra invece voleva far credere al mondo d'avere spinto il re a
concederne una.
ll 12 agosto, nel Consiglio dei ministri, Liborio Romano
fece la proposta di rappresentare al re che, attesi i peri
coli della situazione, egli avesse voluto interpellare il suo
ministero responsabile per tutto ci che si riferiva alla
guerra. Spinelli assunse questo incarico. Francesco II rispo
se che la Costituzione dava al re il diritto di ordinare la pa
ce o la guerra ed egli avrebbe operato a seconda delle facolt
che gli erano accordate dalla Costituzione, e ch'egli, al par
di tutti gli altri re, conosceva assai bene. - -

Avuta tale risposta, Liborio Romano con alcuni suoi col


leghi volevano dimettersi, ma poich gli altri non vi accon
sentirono, Liborio propose di pregare istantemente con let
tera il re, affinch in nessun caso permettesse che la citt di
Napoli e il suo circondario divenissero teatro della guer
ra. Intorno a questa nuova proposizione furono vari i pareri
dei ministri, n si venne ad alcuna conclusione. Liborio Ro
mano poco dopo, visitando il re, gli dipinse lo stato delle
cose coi pi tetri colori, e francamente gli disse, che il po
polo credeva esser venuto il termine della signoria dei Bor
boni, e che qualunque concessione gli avesse fatta, quella
credenza non poteva esser distrutta. Inoltre si studi di to
gliere dall'animo del re la fiducia nella fedelt dell'esercito.
Francesco non voleva persuadersene, ma non fece per altro
la pi piccola cosa per convincersi del vero spirito della me
desima, o per migliorarlo e rialzarlo in quanto fosse stato
tuttavia possibile. -

Nello stesso tempo il ministro chiese al re di allontana


re da Napoli suo zio, il conte d' Aquila, il quale era incol
pato di aver macchinato contro il regime attuale. Si erano
325

rinvenuti ritratti di lui collo scritto: Viva il reggente ! Si


erano scoperte armi, introdotte a Napoli dietro suo ordine.
Un colpo tirato a caso la domenica in via Toledo, ancorch
fosse riuscito senza effetto, venne spacciato per un segnale.
In breve, si spargeva che il conte d'Aquila stava per met
tersi alla testa di una cospirazione, ch'era incerto se fosse
opera o no dei maneggi di Cavour. Il re accondiscese alla
domanda del ministero, ed il 15 agosto il Conte, incaricato
di una missione in Inghilterra, dovette abbandonar Napoli.
L'apparizione di Garibaldi nel porto di Castellamare ed
il tentativo avvenuto sul Monarca nella notte del 13 al 14 ago
sto, avevano messo in moto tutta Napoli; un colpo che fosse
stato tirato in Napoli poteva suscitare il massimo scompiglio e
trar seco gravissime conseguenze. Gli uni temevano, gli altri
speravano, il prossimo sbarco di Garibaldi nel porto della
capitale. Il comandante di essa, generale Ritucci, vi proclam
di bel nuovo lo stato d'assedio. Facendo appello all'ottimo
spirito della popolazione, proib gli assembramenti di oltre
a dieci persone. Ognuno di tali assembramenti che alla se
conda intimazione non si fosse sciolto doveva essere disper
so coll'uso della forza. Le riunioni segrete erano assoluta
mente proibite; alle medesime appartenevano anche i Co
mitati che si erano costituiti in attesa delle elezioni o, per
dire pi propriamente, avevano prese le elezioni a pretesto
di riunioni, giacch nessuno in Napoli credeva che si sareb
bero fatte elezioni prima del giungere di Garibaldi. Ritucci
proib anche il portar armi; le armi da fuoco erano egual
mente vietate che le armi da taglio e persino i grossi basto
ni, come pure il cogliere pietre per le strade. Tutte le grida
rivoluzionarie sulle piazze e per le vie erano minacciate
d'immediata rigorosa punizione. Nello stesso giorno la poli
zia, con avvisi pe' canti delle strade, aveva avvertito gli abi
tanti che non si spaventassero se il domani avessero udito col
pi di cannone; non trattarsi che di festeggiare l'onomastico
- 326 -

di Napoleone. Le elezioni a deputati del Parlamento ven


nero in pari tempo prorogate fino al 30 settembre. Sei
settimane che dovevano esser piene di grandi avvenimenti!
Il 21 agosto era noto a Napoli lo sbarco di Garibaldi
avvenuto a Capo dell'Armi. A tale notizia scomparve del
tutto ogni fiducia che il governo di Francesco II potesse tut
tavia durare. Diamo qui due documenti che ritraggono mi
rabilmente le condizioni del tempo.
Il 22 agosto il ministero consegnava al re il seguente
indirizzo:

SIRE!

Le straordinarie circostanze accadute nelle nostre pro


vincie, la difficilissima posizione s interna che esterna, nella
quale ci troviamo per gli imperscrutabili decreti della Prov
videnza, pongono Vostra Maest in faccia ai pi gravi e sa
cri doveri, e ci danno occasione di dirigervi franch e ri
spettose parole, quale solenne testimonianza della nostra
devozione alla causa del trono e del paese.
Abbiamo detto che la situazione presente assai
difficile, e ne rechiamo le prove.
Per un cumulo di circostanze veramente infelici sulle
quali ci piace di tirare un velo, vediamo la gloriosa dinastia
fondata dal magnanimo Carlo III, che dur 126 anni fino a
Voi, Maest, il cui cuore la sede delle pi fiorite virt
morali e religiose, vediamo questa dinastia tratta oggi dalla
sorte dei tempi e dal disprezzo degli uomini ad un punto,
che il ritorno di una reciproca confidenza tra popolo e prin
cipe, non che difficile, impossibile.
Noi ci ristringiamo ad esporre questo fatto sociale il
quale serbato al giudizio della posterit e della storia. Ma
poich una grave peripezia incombe sopra di noi, riteniamo
nostro dovere di proporre e consigliare a Vostra Maest:
327

Che V. M. per qualche tempo si allontani dal paese


e dal palazzo dei suoi antenati ;
Che istituisca, a modo di temporaria reggenza, un
ministero il quale meriti la piena sua fiducia.
Cotesto spediente per nostro avviso di somma urgen
za. N noi ministri della corona, n alcun altro al momento
in grado di mutare o deviare la pubblica opinione. A noi non
rimane che la spiacevole necessit di scoprire la verit in
franchi ma dolorosi accenti alla Maest Vostra.
Quand'anche non volessimo tener conto di quella ge
nerale espressione della pubblica sfiducia, che scaturisce da
tutti i meati e sgraziatamente s'insinua nelle masse, e, quel
ch' peggio, in una parte dell'esercito di terra e della flotta,
nella quale era e sar sempre riposto l'ultimo propugnacolo
del trono e dell' ordine sociale noi siamo convinti, Sire,
non essere in nostro potere n di mutare n di disprezzare
la pubblica opinione; e difatti, in tempi quali i nostri sono,
la forza materiale deve sempre rimaner nulla ed inefficace,
quando non sia sorretta dalla pubblica opinione, o da essa
non sia rassodata. N abbiamo detto ancor tutto: alle ine
stricabili difficolt della situazione interna si accompagnano
le esterne difficolt. Noi stiamo in cospetto dell'Italia, la qua
le si lanciata nella carriera della rivoluzione collo stendar
do di Savoja in pugno, vale a dire appoggiata dal cuore e dal
braccio di un governo che bene ordinato ed rappresen
tato dalla pi antica dinastia d'Italia. Questi sono i pericoli,
questa la minaccia, che per volont della sorte pesa sul
governo di Vostra Maest. -

D'altra parte, il Piemonte non procede solo, n sen


za appoggio. Le due grandi potenze dell'occidente, Francia
ed Inghilterra, ancorch mosse da ragioni diverse, stendono
la loro mano protettrice sul Piemonte. Garibaldi non vi
sibilmente che lo stromento dell'attuale violenta politica.
Accennati tutti questi fatti noi vogliamo indagare qual
328

via rimanga aperta per salvare l'onore, la dignit, l'avveni


re dell'eccelsa dinastia rappresentata da Vostra Maest.
Poniamo il caso della resistenza fino all'estreme pro
ve. Confessiamo anzitutto a Vostra Maest che gli elementi
della resistenza a noi sembrano indeboliti, vacillanti e mal
sicuri. Che assegnamento pu fare il governo sulla regia ma
rina, la quale, diciamolo apertamente, in piena dissoluzione?
N maggiore fiducia si pu riporre nell' esercito di
terra. Esso ha spezzati tutti i vincoli della disciplina, della
soggezione e non pu resistere ad una guerra regolare.
Quale dei condottieri dell'esercito vorrebbe, in buo
na fede, assumersene la responsabilit? E quel piccolo nucleo
di truppe estere non pu ispirare maggior confidenza dell'e
sercito nazionale. Questa riunione di uomini armati, spoglia
di ogni spirito d'onore militare, e senza vera devozione a
Vostra Maest, non farebbe che destare la diffidenza dei sol
dati indigeni, degli onesti cittadini, tutto minacciando senza
nulla assicurare. -

Quale dunque fra gli onesti consiglieri della corona


potrebbe approvare la resistenza e la lotta senza altro ap
poggio che elementi cos deboli, cos Imal sicuri? Torren
ti di sangue scorrerebbero nella lotta.
Ammettiamo pure che l'esercito e il governo riporti
no un momentaneo trionfo. Questo trionfo, Sire, sarebbe
una di qffelle sciagurate vittorie che sono peggiori di cento
sconfitte, una vittoria comperata a prezzo di sangue, di stra
gi, di devastazioni, una vittoria che offenderebbe la coscienza
di tutta Europa, una soddisfazione per tutti i nemici dell'ec
celsa vostra casa, una vittoria che forse scaverebbe un a
bisso fra voi ed i popoli che la Provvidenza ha affidato al
paterno vostro cuore. -

Se adunque noi, secondo ci detta l'onore e la co


Scienza, stimiamo che sia da rispingere il partito della resi
stenza, della lotta e della guerra civile, quale sar la risolu
- 329 -

zione savia, onorata, civile, la risoluzione veramente degna


di un rampollo di Enrico?
La sola che, secondo il nostro dovere, possiamo con
sigliare e che vogliam qui ripetere questa:
Che V. M. per qualche tempo si allontani dal paese
e dal palazzo dei suoi antenati;
Che istituisca, a modo di temporaria reggenza, un
ministero il quale meriti la piena sua fiducia.
In capo a questo ministero non metterete alcuno fr
i principi della reale famiglia. La di lui presenza, per mo
tivi che non vogliamo discutere, impedirebbe che ritornas
se la pubblica fiducia, e non offrirebbe malleveria sufficien
te per la tutela degli interessi dinastici. Voi porrete piutto
sto alla testa del ministero un uomo, che sia generalmen
te conosciuto e stimato, e meriti tanto la piena fiducia
della Maest Vostra, quanto quella del paese.
Vostra Maest nello allontanarsi dal suo popolo, gli
diriger schiette e magnanime parole, che dimostrino il vo
stro cuore paterno e la vostra nobile deliberazione di ri
sparmiare al paese il flagello della guerra civile. Voi chia
merete l'Europa a giudicarvi, e dal tempo e dalla giustizia
di Dio attenderete il ritorno della fiducia ed il trionfo dei
vostri legittimi diritti.
Questo, Sire, il consiglio, il solo che dobbiamo dare
a Vostra Maest colla sincerit di una buona coscienza. Noi
confidiamo che Vostra Maest non vorr disprezzare consigli
rispettosissimi e sinceri, i quali tendono ad assicurare ad
un tempo l'onore e la dignit della dinastia e l'6rdine pub
blico pericolante. -

Se per nostra sventura Vostra Maest, nella sua Sag


gezza, non credesse di dover accettare questo consiglio, a
noi altro non rimarrebbe che rinunciare alle alte dignit col
le quali la Maest Vostra ci ha onorati, poich dovremmo
confessare di non goder pi la fiducia del nostro Sovrano.
- 330 -

Il secondo documento del quale abbiamo fatto menzio


ne una lettera diretta al re il 24 agosto dal conte di Sira
cusa, suo zio. Essa di questo tenore:

SIRE!

Se la mia voce si lev un giorno a scongiurare i


pericoli che sovrastavano alla nostra Casa, e non fu ascoltata,
fate ora che, presaga di maggiori sventure, trovi adito nel
vostro cuore, e non sia respinta da improvvido e pi funesto
consiglio.
Le mutate condizioni d' Italia ed il sentimento della
unit nazionale, fatto gigante nei pochi mesi che seguiro
no la caduta di Palermo, tolsero al governo di V. M. quella
forza, onde si reggono gli Stati, e rendettero impossibile
la lega col Piemonte. Le popolazioni dell' Italia superiore,
inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero coi
loro voti gli ambasciatori di Napoli; e noi fummo doloro
samente abbandonati alla sorte delle armi, soli, privati di
alleanze, ed in preda al risentimento delle moltitudini, che
da tutti i luoghi d'Italia si sollevarono al grido di estermi
nio lanciato contro la nostr Casa, fatta segno alla universa
le riprovazione. Ed intanto la guerra civile, che gi invade
le provincie del continente, travolger seco la dinastia in
quella suprema rovina, che le inique arti di consiglieri per
versi hanno da lunga mano preparata alla discendenza di
Carlo III Borbone; il sangue cittadino, inutilmente sparso,
inonder ncora le mille citt del reame; e voi, un d spe
ranza ed amore dei popoli, sarete riguardato, con orrore, u
nica cagione di una guerra fratricida.
Sire, salvate, ch ancora ne siete in tempo, salvate
la nostra Casa dalle maledizioni di tutta Italia! Seguite il
nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma,
che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dalla
331

obbedienza, e li fece arbitri dei propri destini. L'Europa


ed i vostri popoli vi terranno conto del sublime sacrifizio;
e voi potrete, o Sire, levare confidente la fronte a Dio,
che premier l'atto magnanimo della M. V. Ritemprato
nella sventura il vostro cuore, esso si aprir alle nobili aspi
razioni della patria, e voi benedirete il giorno in cui gene
rosamente vi sacrificaste alla grandezza d' Italia.
Compio, o Sire, con queste parole il sacro mandato
che la mia esperienza mi impone; e prego Iddio che possa
illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni.
Vostro Zio LEopoLDo CoNTE DI SIRACUSA.

Lo zio consiglia il re a sacrificare la propria corona


alla grandezza d'Italia; e in vero, quell'atto liberamente e
coraggiosamente compiuto, mentre la speranza e la possibi
lit del resistere non erano ancora perdute, avrebbe po
tuto restituire i Borboni nella stima d'Europa. Un' eroi
ca resistenza, nella quale il re si fosse personalmente sacri
ficato, non sarebbe neppure stata disprezzata. Francesco
II non seppe seguire n l'una n l'altra delle due vie che
erano degne di un re, come tra poco vedremo. Il ministero,
nel suo indirizzo, non consigliava che il temporaneo abban
dono di Napoli. L'altro del conte di Siracusa veniva a raf
fermar pienamente i consigli del ministero. Autore dell'in
dirizzo era Liborio Romano, n alcuno si dar a credere che
egli stimasse poter Francesco II ritornare in Napoli dopo che
Se ne fosse allontanato. Liborio Romano voleva semplicemen
te tener lontano il re per non essere da esso disturbato, e
poter consegnare il paese a Garibaldi od a Cavour, a tenore
delle circostanze, secondo che l'uno o l'altro gli fosse prima
venuto innanzi.
Avanti di narrare qual risposta abbia dato Francesco
II all'indirizzo del Ministero, dobbiamo ricordare alcuni al
tri avvenimenti di quell'epoca, i quali, quantunque in ap
--

332
parenza non mostrino di esservi connessi, tuttavia giovano
molto a rischiarare la situazione complessiva.
Garibaldi per far abortire i maneggi cavouriani aveva
il 3 agosto spontaneamente dichiarato lo statuto piemontese
qual legge fondamentale della Sicilia ed ordinata la presta
zione del giuramento per Vittorio Emanuele senza per altro
stabilirne il tempo. Solo il 21 agosto, cio solo dopo che era
noto lo sbarco di Garibaldi sul continente, De Martino pro
test presso le potenze estere in nome del governo napoleta
no contro le operazioni del generale nizzardo. Da ci appa
risce chiaramente che il governo napoletano era da tempo
rassegnato ad abbandonare la Sicilia a Vittorio Emanuele
nella speranza che Vittorio Emanuele avesse voluto e potuto
impedire che Garibaldi recasse la guerra sul continente. So
lo quando una tale speranza apparve fallace anche a Napoli,
vennero ritirate le anteriori tacite concessioni.
Il governo piemontese aveva spedito alcune navi da
guerra con un presidio di bersaglieri nel porto di Napoli,
sotto pretesto di voler proteggere i sudditi piemontesi in o
gni possibile eventualit; ma in fatti nell' intendimento di
aver pronte alcune truppe qualora l'attesa rivoluzione di
palazzo fosse riuscita. Per un curioso accidente la sera stes
sa nella quale era giunta la notizia dello sbarco di Garibaldi,
il 21 agosto, vennero spediti a terra alcuni bersaglieri. lrri
tati contro i Piemontesi, alcuni soldati della guardia napole
tana aggredirono i bersaglieri e si venne ad un conflitto in
sulla via, al quale prese parte anche la guardia nazionale in
favore dei bersaglieri. In quella circostanza vennero feriti
due bersaglieri. L'inviato piemontese Villamarina chiese
tosto una soddisfazione; che gli venne immediatamente data.
I soldati della guardia napoletana furono tratti innanzi ad
un Consiglio di guerra, ed i bersaglieri feriti ricevettero
20,000 franchi d'indennizzamento.
Poco appresso venne posta innanzi d'urgenza un'altra
333 --

pretensione d'indennizzo. Non sar sfuggito di mente a' no


stri lettori come nel tumulto del 28 giugno fosse rimasto fe
rito l'ambasciatore francese Brenier. Allora egli non aveva
chiesto altro se non che La Greca, nel recarsi a Parigi in
qualit d'ambasciatore, avesse chiarito la cosa col ministro
degli affari esterni Thouvenel. A quel tempo Brenier rice
vette da Thouvenel la notizia che nulla era stato definito
dal La Greca, ed in pari tempo ebbe piena facolt di condursi
a suo piacimento nella bisogna. Brenier chiese quindi che
fosse spedita un'ambasciata straordinaria a Parigi per por
gere scuse dell'accaduto; chiese il pieno indennizzamento
di tutti i Francesi che in un modo o nell'altro aveano sof
ferto nel bombardamento di Palermo, e l'ordine di San Gen
naro per Thouvenel. Fu concessa ogni cosa, ed il duca di
Capanello recossi con una lettera di condoglianza di Fran
cesco II a Napoleone III, sul cui ajuto si nutrivano tuttora
speranze.
Il 22 agosto il ministero consegnava al re il surriferito
indirizzo, che lo invitava ad abbandonare temporaneamente
il paese. Francesco II chiese quarantott'ore di tempo a pen
sare; dopo queste quarantott'ore egli n rispinse n accett
la dimissione del ministero. Ma venne in seguito ricusata
con infiniti pretesti, e si ebbe cura di tener occupato il mini
stero in vari oggetti. Uno fra i pi importanti di questi era
la proposta della neutralizzazione della citt di Napoli e le
relative discussioni.
Francesco II si gett interamente in braccio della rea
zione. La sua matrigna ed i suoi fratellastri, i conti di
Trani e di Caserta, ebbero il sopravento. Una grande co
spirazioue stava per iscoppiare, le fila della quale non an
davano soltanto a Gaeta. Il 30 agosto un gran colpo di stato
doveva condurre di nuovo il potere assoluto nelle mani di
Francesco II; l'esercito appoggiato a quello di Lamoricire,
che in date circostanze ad esso poteva congiungersi, doveva
334

quindi essere condotto contro Garibaldi. Per render nulle le


operazioni anti-reazionarie di Liborio Romano e del ministro
della guerra Pianelli, doveva essere nominato comandante
di piazza il reazionario Cutrofiano; ed Ischitella, che da
qualche tempo aveva deposto il comando della guardia na
zionale, doveva essere rimesso in quel posto. Queste nomina
zioni ebbero luogo effettivamente il 27 agosto, ed il 28 Cu
trofiano torn ad inacerbire gli animi con lo stato d'assedio.
Le intenzioni e le idee del partito della reazione sono e
gregiamente espresse nel manifesto indirizzato al re, il quale
venne fatto segretamente stampare e doveva essere distribui
to il 30 agosto. Noi lo riferiamo qui nel suo preciso tenore :
Il popolo napoletano al suo re Francesco II.
Quando la patria in pericolo, il popolo ha diritto
di chiedere al suo re che lo difenda; giacch i re sono fatti -
per i popoli, non i popoli per i re. Noi dobbiamo loro obbe
dienza, ma essi debbono saperci difendere. Per ci Dio ha
dato loro non soltanto uno scettro, ma anche una spada.
Oggi, Sire, il nemico alle vostre porte. La patria
in pericolo. Da quattro mesi un avventuriere, alla testa di
bande raccolte da tutte le nazioni, entrato nel regno ed
ha versato il sangue dei nostri fratelli. Esso fu aiutato dal
tradimento di alcuni miserabili; una diplomazia, ancora pi
miserabile, lo ha pure appoggiato nelle sue criminose intra
prese. Ancora pochi giorni e questo avventuriere ci imporr
l'aborrito suo giogo. Noi non conosciamo che troppo bene
le sue intenzioni, ed anche voi le conoscete, o Sire. Del
resto quest'uomo non fa alcun segreto de' suoi disegni. Sotto
il pretesto di voler unire ci che non fu mai unito, vuol farci
diventare Piemontesi, rapirci il cattolicismo e, quando abbia
distrutta la religione, istituire nelle provincie un governo re
pubblicano sotto la strana dittatura di Mazzini, del quale e
gli sar il braccio e la spada.
Ma, Sire, noi siamo Napoletani da secoli. L'immor
- 335

tale vostro avo Carlo III ci sottrasse al giogo degli stranieri.


Noi vogliamo restare Napoletani, vivere e morire Napoletani,
con quella bella e savia civilt che quel gran re ci ha data.
E che? Il figlio di Ferdinando non saprebbe tenere con ma
no ferma lo scettro che ha ereditato da suQ padre di gloriosa
memoria? Il figlio della venerabile Maria Cristina si abbando
nerebbe vergognosamente al suo nemico? Francesco II, in una
parola, il nostro amato signore, non avrebbe il coraggio e la
forza dell'ultimo dei re? No, Sire, no; ci non pu essere.
Sire ! Salvate adunque il vostro popolo. Noi ve lo
chiediamo in nome della religione che vi ha consacrato re,
in nome delle leggi ereditarie che vi hanno trasmesso lo scet
tro dei vostri antenati, in nome del diritto e della giustizia,
che vi obbliga a vegliare continuamente pel nostro bene, e,
quando occorra, morire per la redenzione del vostro popolo.
Ve lo diciamo, Sire, la patria in pericolo e ad alte
grida vi chiede quattro cose: -

1. Il vostro ministero vi tradisce. I suoi fatti lo pro


vano, le sue relazioni con Giuda e con Pilato lo provano.
Cacciate il vostro ministero e mettete alla testa degli affari
un ministero di uomini eletti, onorati, devoti al vostro popo
lo, alla vostra corona, alla Costituzione.
2 Parecchi uomini congiurano contro il vostro trono,
contro la vostra nazione. Cacciate questi stranieri dal regno.
3 Numerosi depositi d'armi si trovano nella vostra
capitale. Ordinate un disarmo.
4. Tutta la polizia venduta ai vostri nemici. Mette
te al di lei posto una polizia onorata e fedele. -

Questo , Sire, quanto il popolo napoletano vi chie


de. La vostra armata vi tanto devota quanto valorosa,
Sguainate la spada e salvate la patria. Quando si ha dal can
to suo il diritto e la giustizia, si ha Dio a fianco.
Viva il nostro re Francesco II! Viva la patria! Viva
la Costituzione! Viva la valorosa armata napoletana!
- 336 -

Questo proclama dettato con freschezza di tinte e con


quasi selvatica ebbrezza: taluno il disse uscito da penna cle
ricale, e forse non senza qualche fondamento di verit. Per
noi il documento ha una speciale importanza, poich da esso
ci sembra rilevare, che lo stesso partito di Francesco II non
sapeva dirgli meglio che insolenze.
Ci sia ora permesso di contrapporre a questo manifesto,
che venne stampato segretamente e non ha sortito alcun ef
fetto, due dei molti manifesti rivoluzionari, che nellostesso
tempo furono pubblicamente affissi agli angoli delle contrade
di Napoli e dovevano predisporre gli animi ad accogliere fa
vorevolmente Garibaldi. Ecco il primo.
Il dittatore Garibaldi si avanza alla testa di 14,000
uomini attraverso le Calabrie. Le regie truppe o si uniscono
a lui, o fuggono al balenare della sua spada. La rivoluzione,
scoppiata nella Basilicata, trova un eco nel cuore di tutti gli
amici della patria e si diffonde, colla rapidit elettrica del
pensiero, di provincia in provincia. Dalle estremit della
Calabria fino a Salerno le catene degli aborriti Borboni sono
rotte per sempre. - -

Fratelli, discendiamo dai nostri monti, sui quali non


mai venuto meno l'amore alla patria ed alla libert! In
sorgendo, disperdiamo i nemici d'Italia! Combattere per
l'unit e per la libert d' Italia l'antico, il continuo sospi
ro de' nostri cuori. ll momento decisivo, la vittoria indu
bitata; dappoich la nostra causa santa e la Provvidenza
combatte con noi. -

Viva l'unit d' Italia ! Viva Vittorio Emanuele ! Viva


il nostro dittatore Garibaldi ! -

- L' altro: -

Napoletani ! tempo di farla finita colla progenie di


Carlo III. Voi conoscete ora il diritto divino e non avete nul
la, pi nulla a fare con esso!
L'uomo che regna sopra di voi, non si chiama Fran
337
Cesco II, no; . .

Napoletani, gi troppo tempo, che per le contrade


udite la chiamata tedesca: . . . . e voi rispondete schiavi
E tempo che risuoni il grido : chi va l? e voi pos
Siate rispondere: cittadini
In tutti gli angoli rimbombo d'armi da fuoco, in
tutti gli angoli si ode il grido: viva l'Italia !
Voi soli sembrate sordi e muti.
Reggio, Potenza, Bari, Foggia, sono in piena insur
rezione; voi soli rimanete spettatori del generale incendio
della nazione con occhio cos tranquillo che vi si potrebbe
ritenere per indifferenti.
Napoletani ! temete di arrivare troppo tardi, te
mete che quando alla fine arriverete, Lombardia, Sicilia,
Calabria, Basilicata non vi abbiano a gridare colla voce del
tuOnO :
Indietro, bastardi Italiani, voi non siete pi nostri
fratelli; voi non appartenete pi alla santa famiglia.
Napoletani, all'armi!
Mentre si diffondevano questi diversissimi linguaggi,
parte apertamente, parte tuttora in segreto, nello stadio di
preparazione, De Martino aveva proposto all'ambasciatore
francese Brenier di render neutrale la citt di Napoli e i
suoi dintorni. Le truppe regie dovevano sgombrare la cit
t, e questa rimanere sotto la protezione del popolo, della
guardia nazionale, e delle varie squadre delle potenze e-
sterne.
Il partito regio con ci guadagnava sotto ogni aspetto.
E in prima: il re avrebbe potuto fare le viste di cedere
alle molte inchieste direttegli, per preservare ad ogni costo
Vol. II. 22
- 338
la capitale dagli orrori della guerra; inoltre avrebbe potuto
distrarre dalla capitale tutte le sue truppe, prima adoperar
le verso mezzod contro Garibaldi che si avanzava, e qualora
ivi non si fosse riportata una vittoria, ritrarle dietro il Vol
turno per tentare col di nuovo la fortuna delle armi; final
mente, quando le potenze estere avessero accettata la propo
sizione nella sua integrit, esse si sarebbero obbligate in
pari tempo ad imporre la legge a Garibaldi, a norma delle
circostanze, e Francesco II avrebbe avuto quell'assistenza
che tanto desiderava e sulla quale egli specialmente avrebbe
potuto fondare le sue speranze.
L' inviato francese assent pienamente nelle proposizio
ni fatte dal De Martino, e vi assent appunto perch com
prese che non si sarebbero recate ad effetto; l' inviato in
glese se ne dichiar contrario perch le prese sul serio e vo
leva impedire ad ogni costo che l'Inghilterra fosse indotta
ad assumere un' obbligazione, la quale in nessun caso le
sarebbe piaciuta.
Qualunque fosse il contegno delle potenze relativamen
te alla proposta neutralizzazione, la quale aveva in mira
principalmente di risparmiare la residenza reale e d'im
pedire un'effusione di sangue umano, essa non si poteva
conseguire se non nel caso che Garibaldi non vi si fosse
Opposto.
E quale doveva essere la sua opinione? Sia pure che
in lui si voglia ritenere personificata la umanit Si potreb
be forse accordare, senza quistione, ch'egli avesse approva
ta la neutralizzazione secondo l'intendimento col quale s'era
proposta? Non forse vero che l'attuazione di quel divisa
mento l'avrebbe privato di molti aiuti che gli erano som
mamente necessari? Il render neutra la citt di Napoli e i
suoi dintorni poteva agevolare ai regi lo stabilirsi al Vol
turno e pi tardi al Garigliano, poteva rendere pi difficile
a Garibaldi il superare questi ostacoli ed ivi poteva divenire
- 339 -

necessaria una maggiore effusione di sangue che non sareb.


be forse costato l'impadronirsi della capitale.
Egli era dunque mestieri assolutamente di esplorare le
intenzioni di Garibaldi intorno alla controversa proposizione,
molto pi che senza di lui nulla si sarebbe conchiuso. L'am
basciatore piemontese si offerse di andar in cerca di Garibal
di e di ottenere possibilmente la sua adesione. Ma vi si op
posero gli ambasciatori austriaco e pontificio, i quali non vo
levano acconsentire che in certo modo si avesse a trattare
anche in nome delle loro potenze col filibustiere, e tutto il
disegno and fallito, molto pi che ilVillamarina non avreb
be potuto prendere l'iniziativa in questo affare senza chie
dere l'approvazione di Vittorio Emanuele. -

Nella notte del 28 al 29 agosto il ministero ebbe noti


zia della congiura del re e della corte. Fino a quel giorno i
ministri s' erano tenuti in posto, e Liborio Romano n' era
l'anima, il solo membro operoso. Quest'uomo non si consi
derava pi ministro di Francesco II, poich colla domanda
di dimissione condizionata, scritta il 22 agosto, credeva di
aver soddisfatto la propria coscienza ed ora non lavorava
che per Garibaldi, quale il pi attivo ed il pi vicino aspi
rante alla signoria di Napoli. In seguito ad indicazioni date
da un garzone tipografo fu scoperto il proclama rivoluziona
rio che abbiamo riferito e del quale buon numero di esem
plari esisteva presso un sacerdote francese che aveva conti
nue ed intime corrispondenze con Roma.
Ne fu tosto recata notizia al re quantunque ne fosse
gi molto bene informato; ed egli si trad perfino innanzi ai
suoi ministri, annunziando, con una certa franchezza, che
quel sacerdote francese aveva abbandonato Napoli, mentre in
vece era stato arrestato, e Liborio Romano non l'aveva vo
luto lasciar libero ancorch il console Brenier avesse inter
posto i suoi buoni uffici.
In conseguenza di ci e per le nominazioni di Ischitella
- 340

e Cutrofiano, le quali, come abbiamo gi ricordato, erano


in intima relazione col progetto reazionario, al 30 agosto i
ministri consigliarono un'altra volta il re ad abbandonare
Napoli, ad istituire una reggenza pertutte le ragioni esposte
nell'indirizzo del 22 agosto. Inoltre, costretti anche dai capi
battaglioni della guardia nazionale, chiesero che Ischitella e
Cutrofiano fossero rimossi dai loro posti. Al posto di Cutro
fiano doveva subentrare Viglia, di sentimenti affatto contra
ri al Borbone, al posto di Ischitella, De Sauget,uomo intel
ligente e liberale. Il giorno 31 agosto alle ore undici del
mattino i ministri sollecitarono la risposta alle lore inchieste.
La scoperta prematura dei macchinamenti reazionari
non avrebbe forse ancora impedito lo scoppio pel quale tutto
era preparato; ma nel disegno ordito s'era provveduto che
all'ora dello scoppio Francesco II avesse dovuto mostrarsi in
persona per le strade, e Francesco II, la mattina del 30 a
gosto, fu avvertito essere organizzata una congiura per salu
tarlo con bombe all'Orsini; laonde egli stabil di non farsi
vedere in istrada. -

Per non voleva assentire che fossero eletti Viglia e De


Sauget, ma tutt'al pi avrebbe permesso che nel posto di
Cutrofiano si fosse surrogato il generale Cataldo. Laonde i
ministri diedero nuovamente la loro dimissione, che questa
volta venne accettata. Il consigliere Ulloa fu incaricato di
comporre un nuovo gabinetto. Ma poich in breve si rico
nobbe che con esso difficilmente si sarebbe proseguito nel
governo, il ministero Liborio Romano acconsent di attendere
agli affari correnti, fino a che fosse formato un nuovo mini
stero ed a condizione che Cutrofiano non avrebbe dato alcun
ordine senza prima darne parte al gabinetto ed ottenerne l'ap
provazione. Garibaldi inoltravasi a gran passi per le Cala
brie ed un nuovo gabinetto in Napoli era del tutto inutile.
Arrogi, che il governo piemontese, alla notizia del trion
fale avanzarsi di Garibaldi nelle Calabrie, raddoppiava i suoi
- 341

sforzi perch potesse aver luogo nella capitale dell' Italia me


ridionale una rivoluzione annessionista, cavouriana, prima
dell'arrivo dell'eroe nazionale, escludendo cos Garibaldi,
in modo che, quando il conte di Siracusa avesse abbandona
to Napoli per recarsi a Torino, Nunziante, passato al soldo
di Cavour, avesse diffuso da una nave piemontese nel porto
di Napoli fra l'esercito napoletano in citt un proclama an
nessionista, e nuove truppe piemontesi si fossero a Genova
imbarcate per Napoli. Chi consideri attentamente le compli
cate fila di tanti eventi cozzanti fra loro, avr un ritratto fe
dele dell' immenso scompiglio che negli ultimi giorni d'a
gosto dominava in Napoli. Ma ripigliamo il filo della narra
zione della marcia delle schiere di Garibaldi.
CAPITOLO V.

- MARCIA DI GARIBALDI VERS0 NAPOLI.

Mentre si stava combattendo presso Villa San Giovanni


e Piale, il general Viale, con parte delle sue truppe, erasi
avanzato da Monteleone verso Bagnara ed aveva dato ordine
al brigadiere Ruiz di assalire i Garibaldini. Questi essendo
assistito da uno scarso numero di truppe non volle avventu
rarvisi, e perci Viale dovette ritirarsi di nuovo a Monte
leone; ivi si pose a letto malato e chiese la sua dimissione,
appena vide la disperata fuga dei corpi di Briganti e Melen
dez; e seppe che i rinforzi i quali dovevano congiungersi a
lui, allo sbarco presso Paola ne erano stati impediti da que
gli abitanti. Lo spirito di ribellione nelle sue truppe si an
dava sempre pi diffondendo, e si rivelava specialmente con
un' insubordinazione divenuta aperto disprezzo per gli
uffiziali. - -

Il generale Ghio assunse, in cambio del Viale, il coman


do del corpo di Monteleone, forte almeno di 12.000 uomini,
ed alla notizia della capitolazione di Caldarelli, sul cui ar
rivo da Cosenza non poteva fare il minimo conto, si mise
tosto in ritirata; egli avrebbe prescelto pi volentieri di pren
dere imbarco al Pizzo per non impegnarsi nella dubbia mar
cia attraverso le Calabrie, ma poich scarseggiava di navi,
fu costretto a proseguire la ritirata per terra; al 28 giun
geva a Tiriolo, al 29 proseguiva per Soveria-Manelli agli ul
- 344 -
timi confini settentrionali della Calabria ulteriore. Da Tiriolo
la strada consolare procede innanzi, ora sollevandosi, ora ab
bassandosi, fra i due torrenti Lamato e Corace i quali scatu
riscono dal territorio di Soveria-Manelli. Al nord di questa
localit si uniscono fra loro le due catene di monti che ac
compagnano il Lamato ed il Corace; dopo questa congiun
zione discendono verso mezzod le alture sulle quali giace
Soveria-Manelli. Al sud Ghio si scelse una posizione singola
re per cogliere l'esercito di Garibaldi quando esso avesse
dovuto inseguirlo. Questa posizione poteva sulle alture esse
re assai facilmente circondata da distaccamenti di Garibaldi,
i quali erano ormai perfettamente organizzati, e dal punto
di congiunzione dei monti i regi potevano essere colti pre
cisamente alle spalle. Pi strano ancora ci sembra il luogo
scelto da Ghio, quando rammentiamo che aveva alle spalle
forze nemiche, cio quelle degli insorti Calabresi, i volonta
ri del brigadiere Stocco, che trovavasi molto innanzi di Ga
ribaldi per ordinare militarmente l'insurrezione nella detta
provincia.
Garibaldi, precorrendo le proprie truppe, seguiva da
vicino la ritirata di Ghio, facendo ad un tempo qualche gi
terella qua e l per esaminare le condizioni e lo spirito dei
cittadini.
Appena Ghio, la mattina del 29, aveva abbandonato di
buonissima ora Tiriolo, vi giungeva anche Garibaldi il quale
era informato dell'intenzione di Ghio di battersi presso So
veria-Manelli non meno che della mala disposizione dei sol
dati napoletani. Garibaldi sped quindi un ordine telegrafico
a tutti i sindaci della Calabria ulteriore perch partecipasse
ro la notizia del suo arrivo ai comandanti delle sue truppe.
Tutti i corpi dell'esercito meridionale, in qualunque
luogo fossero appostati, dovevano al pi presto concentrarsi
a Tiriolo. Nel corso della giornata Garibaldi ebbe notizie di
Stocco, delle posizioni che questi aveva occupate alle spal
- 345 -

le di Ghio nei punti pi favorevoli della montagna, delle


misure che aveva prese per rendere quasi impossibile a
Ghio il continuare ulteriormente la ritirata senza prima ve
nire a battaglia. Con grande previdenza i Calabresi avevano
abbarrato tutte le strade basse e vicino alle barricate aveano
disposto sulle alture vere batterie di sassi che dovevano es
sere lanciati addosso ai regi. Questi preparativi di battaglia
fra monti ricordano al vivo i tempi eroici della Svizzera,
Morganten e specialmente la guerra di libert nell'Appen
zell. Vide Garibaldi di poter dare una battaglia decisiva e
sped quindi per telegrafo la sera stessa un appello alle trup
pe che gli tenevano dietro, nel quale le lodava per quanto
avevano dapprima fatto e le spronava a raccogliere ancora
una volta tutte le forze, dappoich entro ventiquattro ore le
sorti d' Italia sarebbero state decise.
In qualunque luogo le truppe ricevettero quell' ordine,
fecero gli ultimi sforzi, tuttavia i distaccamenti pi avan
zati poterono appena la mattina del 30 agosto raggiungere
Tiriolo, il quale ancora distante tre leghe da Soveria
Manelli.
Il 30 agosto, di buonissima ora, Garibaldi con un pic
colo accompagnamento recossi sulla grande strada da Tiriolo
verso Soveria-Manelli, allontanandosi per da essa prima di
giungere al paese, in cerca delle squadre di Stocco, che fece
discendere da tutte le parti delle alture del nord contro le po
sizioni dei regi. In breve venne aperto il fuoco il quale dur
parecchie ore senza grande successo e senza nulla decidere.
Garibaldi intim al generale Ghio di capitolare. Questi si ri
fiut. Garibaldi attendeva da Tiriolo la vanguardia del suo
esercito. Sped parecchi messi al fine di sollecitare la loro
marcia per quanto fosse possibile. Ma l'assunto era troppo
grave per le truppe. Tuttavia dopo mezzod giunse la van
guardia, divisione Cosenz, composta di circa 1500 uomini,
e si colloc al sud della posizione di Ghio. Tanto bast
346
perch Ghio fosse costretto a capitolare, poich ora se lo
avesse voluto, sarebbe stato circondato da tutti i lati.
La capitolazione ebbe luogo alle medesime condizioni
di quelle conchiuse con Melendez e Briganti, e per essa Ga
ribaldi venne in possesso di 10,000 fucili, di 12 pezzi di
Campagna, di quasi 600 cavalli e muli, e di un rilevante ma
teriale da guerra. -

Nello stesso tempo entr a prender parte al combat


timento la divisione Rustow. Il 26 agosto essa ebbe ordine
di marciare da Milazzo a Torre di Faro per essere col im
barcata. Essendone la organizzazione ultimata, part la stessa
sera, e giunse in tre marcie, che servirono ad un tempo di
esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28
agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono im
barcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per
la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant' Eufe
mia. Verso il meriggio dello stesso giorno, costrette a sbar
care presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Ma
nelli, perch il capitano della nave impauri di un vapore
da guerra napoletano che riputava incrociare in quelle acque
e sosteneva anzi d'aver veduto, le due brigate si misero
la stessa notte in marcia da Tropea, giunsero il 30 a mezzod
riunite presso Monteleone, di qui si recarono al Pizzo, ove
furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fe
cero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando
l'ala sinistra dell'esercito colla loro traversata per acqua a
vevano allora avanzato di due o tre tappe la vanguardia del
grosso dell' esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi
buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli
per dar termine alla capitolazione.
Il 1. settembre il general Trr giunse a Paola. Il corpo
di Rstow fu riunito d' ordine di Garibaldi alla divisione
comandata da Trr e dovette, almeno quella parte che si
trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare
- 347

tosto ad imbarcarsi per Sapri, al fine di acquistar pi ter


reno, e cos formare la vanguardia di tutto l'esercito. La
sera del 1. vennero imbarcati circa 1500 uomini, cio tutta
la brigata Milano e parte della brigata Parma; il rimanente
della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibil
mente pi breve ed anche la brigata Bologna doveva essere
spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Trr
stesso accompagnava la spedizione che sbarc presso Sapri
il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe
innanzi del grosso dell'esercito che si avanzava sulla strada
consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Trr il 3
mattina partiva per Lagonegro al fine di ricevere gli ordini di
Garibaldi, mentre Rstow si occupava dell'armamento della
guardia nazionale dei dintorni, merc delle armi che aveva
portate seco, a mezzod alla parte di mare giunse a Sapri Gari
baldi, e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rstow di
marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Mi
lano, la sola completa, per occupare in quel luogo la strada
consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse
raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse giunta.
La brigata Milano giunse a tarda sera del 3 a Vibonate
e raggiunse il passo di monte Cocuzzo oltrepassando pres
so Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi
continu a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la
seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il gros
so dell'esercito da quattro fino a sei. Il 4 settembre la bri
gata Milano, forte di circa 900 uomini, era gi sulla strada
consolare presso Casalnuovo; il 5 marciava innanzi sulle
orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli
aveva fatto alto a Padule per dar esito agli ultimi affari
della capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, in
forza della quale egli non doveva battersi contro Garibaldi.
Il rapido incedere della brigata Milano lo tagli fuori da
Salerno ed egli capitol con Garibaldi.
34s
Il giorno 6 settembre la brigata Milano moveva sopra
Auletta ed il 7 sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola
vanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella
capitale, abbandonata gi da Francesco II.
Se non che ci corre debito di narrare che cosa abbiano
operato i regi in Napoli e nei dintorni fino a questo giorno.
Nel 1. settembre e nei d successivi i generali tennero
parecchi Consigli di guerra. Il maggior numero di essi so
stenevano che conveniva tentare la lotta; pochi soltanto si
ardirono di dichiarar francamente ch'era cosa piena di pe
ricoli ostinarsi a voler tenere la citt.
Si era statuito da prima di attendere Garibaldi innanzi
a Salerno, sulla pianura fra questa citt ed Eboli, ed ivi ac
cettare battaglia. In seguito, ben ponderati gli eventi, si ab
bandon quel disegno e si prescelse invece quello di occupa
re coll'ala destra la posizione presso Cava, colla sinistra A
vellino, e in queste cos dette posizioni forti star aspettando
di dare una battaglia difensiva. A tale uopo furono spinti a
Salerno i battaglioni esteri che si trovavano a Nocera sotto
De-Mechel. A Salerno doveva comandare Afan De Rivera,
ad Avellino Perez, la riserva era sotto gli ordini di Scotti, il
quale assumeva anche il comando in capo, sempre che in
nanzi lo scoppio della lotta non fosse inviato un altro co
mandante. -

Si stette in questi pensieri fino alla sera del 4. In quel


giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe
ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e,
secondo i conti pi esagerati, fino a 15,000. Caldarelli che si
credeva a Salerno, erasi unito alle truppe di Garibaldi e con
esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distacca
menti dell' esercito nazionale dovevano aver luogo pi dap
presso a Napoli. Laonde l'inquietudine e lo spirito di rivol
ta nelle truppe riunite a Salerno nonch nelle truppe estere
si diffusero maggiormente. Tra le schiere estere si rinvennero
349

fra altri parecchi boemi, in parte (se dobbiamo prestar cre


denza a ci ch'ebbero a dichiarare) entrati nell'esercito di
Francesco II al solo scopo d' introdurvi il disordine.
In conseguenza di queste paurose notizie Francesco II,
nella notte del 4 al 5 settembre, tenne un nuovo Consiglio
di guerra. Pochi generali soltanto furono d'avviso di ac
cettar battaglia dinanzi Napoli, ed anche questi pochi, quando
il re li chiam ad attener la parola, non vollero assumere la
responsabilit del comando supremo.
Dopo tali risultamenti divenendo pi inquietanti le no
tizie di Salerno, come quelle di Avellino, ove l'insurrezione,
al pari che in Benevento, era apertamente scoppiata, in un
Consiglio di ministri tenuto il 5 fu presa la determinazione
che il re dovesse abbandonare Napoli e recarsi a Gaeta, ove
avrebbe costituito un nuovo ministero. Tutte le truppe dove
vano essere richiamate dalle linee avanzate, parte per Na
poli, parte per Nola e Caserta dietro la linea del Volturno
ed a Capua, ed ivi, per quanto le circostanze lo avessero
permesso, riordinarsi e fondersi in un tutto compatto.
Emanati gli ordini relativi, si diede principio alla riti
rata da Salerno ed Avellino: il 6 settembre le truppe parti
rono anche da Napoli per la linea del Volturno, tranne quat
tro battaglioni che pel momento rimanevano indietro. Il re
affid la quiete della capitale alla guardia nazionale, e fatti
venire dinanzi a s i capi battaglioni di essa, riprese com
miato da loro colle seguenti parole:
Siccome il vostro, o dir meglio, siccome il nostro
comune amico don Peppe (Garibaldi) si avvicina, cessa il mio
lavoro e comincia il vostro. Conservate la tranquillit; alle
truppe che rimangono ho ordinato di capitolare.
Non appena si seppe la deliberazione presa dal re di
abbandonare Napoli, gli ufficiali e gl'impiegati civili e mi
litari davano in fretta la dimissione per presentarsi a' nuovi
impieghi sotto il governo che succedeva.
- 350 -

La sera del 6 settembre il re colla moglie, i parenti


che tuttora si trovavano intorno a lui, ed un piccolo segui
to presero imbarco sulla nave di posta per dirigersi a Gaeta.
Due fregate spagnuole lo accompagnarono; della sua flotta
di guerra non aveva con se una sola nave. Alcuno aveva pro
posto da parecchi giorni di spedire tutta la flotta a Gaeta af
finch non cadesse nelle mani di Garibaldi, ma non fu ascol
tato il consiglio. Si badato invece all'altra voce, che la si
dovesse mandare a Trieste ed ivi essere consegnata agli
Austriaci. Perci i pi degli uffiziali e degli equipaggi ricu
sarono di abbandonare il porto di Napoli ed attendevano la
venuta di Garibaldi.
Mentre Francesco II partiva dalla sua capitale, pubbli
cavansi un proclama ed una protestazione, che riferiamo qui
appresS0.
Il proclama era il seguente:
Fra i doveri prescritti al Re, quelli dei giorni di sven
tura sono i pi grandi e solenni, ed io intendo di compierli
con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e
fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi.
A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al
popolo di questa metropoli, da cui debbo ora allontanarmi
con dolore.
Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti
ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con
tutte le potenze europee.
I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi
principi nazionali ed italiani non valsero ad allontanarla;
che anzi la necessit di difendere la integrit dello Stato
trascin seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io
protesto solennemente contro quelle inqualificabili ostilit,
sulle quali pronunzier il suo vero giudizio l'et presente
e la futura.
Il corpo diplomatico residente presso la mia persona
- 351 -

seppe fin dal principio di questa inaudita invasione da quali


sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popo
li e per questa illustre citt, cio guarentirla dalle rovine
della guerra, salvare i suoi abitanti e le loro propriet, i sa
cri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le colle
zioni d'arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua
civilt e della sua grandezza, e che, appartenendo alle gene
razioni future, superiore alle passioni di un tempo.
Questa parola giunta ormai l'ora di compierla. La
guerra si avvicina alle mura della citt, e con dolore ineffa
bile io mi allontano con una parte dell'esercito, trasportan
domi l dove la difesa de'miei diritti mi chiama. L'altra par
te di esso resta per contribuire, in concorso con l'onorevole
guardia nazionale, alla inviolabilit ed incolumit della capi
tale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del
Ministero. E chieggo all'onore ed al civismo del sindaco di
Napoli e del comandante della stessa guardia cittadina ri
sparmiare a questa patria carissima gli orrori dei disordini
interni ed i disastri della guerra vicina, al qual uopo con
cedo a questi ultimi tutte le necessarie e pi estese facolt.
Discendente da una dinastia che per centoventisei an
ni regn in queste contrade continentali, dopo averle salva
te dagli orrori di un lungo governo vice-regnale, i miei af
fetti sono qui. Io sono napoletano, n potrei senza grave
rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi e ai
miei compatriotti. -

Qualunque sar il mio destino prospero od avverso,


serber sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze.
Raccomando loro la concordia, la pace, la santit dei dove
ri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia corona non
diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presen
te guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tem
po in cui piacer alla giustizia di Dio restituirmi al trono de'
miei maggiori, fatto pi splendido dalle libere istituzioni di
352

cui l'ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro fin


d'ora di vedere i miei popoli concordi, forti e felici.
Napoli, 6 settembre 1860.
FRANCEsco.
La protestazione indirizzata alle potenze del seguente
tenOre :
Dacch un ardito condottiero, con tutte le forze di
che l'Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i nostri
domini invocando il nome di un sovrano d' Italia, congiun
to ed amico, noi abbiamo con tutti i mezzi in poter nostro
combattuto.durante cinque mesi per la sacra indipendenza
dei nostri Stati. La sorte delle armi ci stata avversa. L'ar
dita impresa che quel sovrano nel modo pi solenne protesta
va di sconoscere, ricevendo non pertanto (mentre si stanno
discutendo condizioni di un intimo accordo) nei suoi Stati
principalmente aiuto ed appoggio, quella impresa, cui tutta
Europa, dopo aver proclamato il principio di non intervento,
assiste indifferente, lasciandoci soli lottare contro il nemico
di tutti, sul punto di estendere i suoi tristi effetti fin sulla
nostra capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste
vicinanze.
D'altra parte, la Sicilia e le provincie del continente,
da lunga mano e in tutti i modi travagliate dalla rivoluzione,
insorte sotto tanta pressione, hanno instituito governi prov
visori col titolo e sotto la protezione nominale di quel so
vrano, ed hanno affidato ad un preteso dittatore l'autorit
ed il pieno arbitrio de' loro destini.
Forti nei nostri diritti, fondati sulla storia, sui patti
internazionali e sul diritto pubblico europeo, mentre vo
gliamo prolungare, finch ci sar possibile, la nostra difesa,
non siamo meno determinati a qualunque sacrifizio per
risparmiare gli orrori di una lotta e dell'anarchia a questa
vasta metropoli, sede gloriosa delle pi vetuste memorie e
culla delle arti e della civilt del regno.
- 353 -

In conseguenza noi usciremo col nostro esercito dal


le sue mura, confidando nella lealt e nello amore dei nostri
sudditi pel mantenimento dell'ordine e del rispetto all'au
torit.
Nel prendere s grave deliberazione sentiamo per
il dovere, che ci dettano i nostri antichi ed inconcussi diritti,
il nostro onore, l'interesse dei nostri eredi e successori, e
pi ancora quello dei nostri amatissimi sudditi, ed altamen
te protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli av
venimenti che sonosi compiuti e si fossero per compiere in
avvenire.
Serbiamo tutti i nostri titoli e ragioni, sorgenti dai
sacri, incontrastabili diritti di successione, e dai trattati, e
dichiariamo solennemente tutt'i mentovati avvenimenti e fat
ti nulli, irriti e di niun valore, rassegnando per quel che
ci riguarda nelle mani dell'Onnipotente Iddio la nostra cau
sa e quella dei nostri popoli, nella ferma coscienza di non
aver avuto nel breve tempo del nostro regno un sol pensiero
che non fosse consacrato al loro bene ed alla loro felicit.
Le istruzioni che abbiamo loro irrevocabilmente guarentite,
ne sono il pegno.
Questa nostra protestazione sar da noi trasmessa a
tutte le Corti, e vogliamo che, sottoscritta da noi, munita del
suggello delle nostre armi reali, e contrassegnata dal nostro
ministero degli affari esterni, sia conservata nei nostri reali
ministeri di Stato degli affari esterni, della presidenza del
Consiglio dei ministri, e di grazia e giustizia, quale monu
mento della nostra costante volont di opporre sempre la ra
gione ed il diritto alla violenza ed alla usurpazione,
Napoli, 6 settembre 1860.

Firmato FRANCESC0.

Firmato JACOPO DE MARTINo.


VoL., II. 93
- 354 -

Tosto che il re ebbe abbandonata la capitale, ed essendo


noto che Garibaldi sarebbe giunto la stessa notte a Salerno,
si radunarono a tarda sera i ministri e statuirono di spedire
in Salerno nel d successivo una deputazione per disporre il
modo del suo ingresso nella citt.
Garibaldi, che fino al 6 settembre aveva marciato colla
brigata Milano, appena ebbe udite le notizie che gli giunge
vano da Napoli e da Salerno, si spicc da essa e sollecita
mente recossi in quest'ultima citt ove discese al palazzo
dell' Intendenza.
Alle sei del mattino del giorno sette ebbe luogo in Na
poli un nuovo Consiglio di ministri, al quale per non com
parvero Spinelli, De Martino e Pianelli. In esso fu concluso
di scrivere un indirizzo a Garibaldi per presentarglielo al suo
ingresso in citt; e mentre si cercava chi dovesse dettarlo,
Liborio Romano il trasse di tasca bello e fatto.
Ai canti delle strade si leggeva un proclama del prefetto
di polizia Bardari, col quale anch'egli predisponeva il popolo
in favore del nuovo reggente. Il proclama era datato il 6, nel
qual giorno Napoli era tuttora occupata dalle truppe regie.
Il 7 mattina, allorch giunse a Salerno la deputazione
che doveva presentarsi a Garibaldi, egli scrisse telegrafica
mente a Liborio Romano del seguente tenore:
ITALIA E VITTORIO EMANUELE!

Al Popolo di Napoli.
Appena siano qui arrivati il sindaco ed il comandan
te della guardia nazionale, che aspetto, io verr da voi.
In questo momento solenne vi raccomando la quiete
e l'ordine, che si addicono alla dignit di un popolo, il qua
le riprende la padronanza dei suoi diritti.
Salerno 7 settembre ore sei e mezza di mattina.
Il Dittatore delle due Sicilie,
GIUSEPPE GARIBALDI.
- 355

Liborio Romano gli rispose:


All'invincibile generale Garibaldi, Dittatore delle Due
Sicilie ! ! -- - -

Liborio Romano, ministro dell'interno e della po


lizia.
Colla massima impazienza Napoli attende il vostro
arrivo, per salutare il redentore d' Italia e deporre nelle vo
stre mani i poteri dello Stato ed i suoi destini.
Intanto io mi fo mallevadore che saranno conservati
l'ordine e la quiete. Le vostre parole,gi rese note al popo
lo, sono il miglior pegno che l'opera mia sar coronata di
buon effetto.
Attendo i precisi vostri ordini, e con profonda stima
mi dico il vostro -

LIBoRIo RoMANo.

- Verso le dieci e mezza del mattino Garibaldi con una


piccola schiera di ufficiali prese a Vietri la ferrovia e giunse
sul mezzogiorno a Napoli. Liborio Romano, accompagnato
dai ministri che erano tuttora rimasti e dai direttori dei mi
nisteri, lo salut alla stazione della ferrovia con la seguen
te allocuzione : . - -

Signor generale! Vedete innanzi a voi un ministero


che ebbe la sua autorit da Francesco II. Noi lo accettammo
nella convinzione di fare un sacrifizio alla patria. Lo abbiamo
assunto nei momenti pi difficili, quando il pensiero dell'u
nit d' Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele, che da
lungo tempo agitava i Napoletani, aiutato dalla vostra spada,
proclamato dalla vicina Sicilia, era gi fatto onnipotente, e
scomparsa ogni fiducia fra governanti e governati; quando
l'antica diffidenza e l'odio mal celato, in virt delle nuove
libert costituzionali, apertamente si rivelavano; quando il
paese era profondamente scosso dalle gravi ansiet di una
nuova e violenta reazione. In tali circostanze noi accettammo
356

il potere per mantenere la pubblica tranquillit e salvare lo


Stato dall'anarchia e dalla guerra civile. A questo intendi
mento fu diretto ogni nostro sforzo. A noi non mai venuta
meno la fiducia dei nostri concittadini, ed da attribuire
all'energica loro cooperazione se in tanto odio di partiti la
citt and tuttavia esente da atti di violenza e di sterminio.
Generale, tutti i popoli del Regno, ove coll' aperta
insurrezione, ove colla stampa, in altri luoghi con altre ma
nifestazioni, vi hanno dato il loro voto in modo abbastanza
evidente. Anche essi vogliono far parte della grande patria
italiana sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele.
Voi, generale, siete il pi nobile simbolo di questo voto e di
questo pensiero, e perci tutti gli sguardi si rivolgono a voi,
in voi riposano tutte le speranze. -

E noi, ministri del potere, cittadini ed italiani anche


noi, rassegniamo il potere nelle vostre mani, sicuri che voi
lo sosterrete energicamente, che colla saggezza condurrete
questo paese al nobile scopo che vi siete prefisso, e che sta
scritto sulle vittoriose vostre bandiere non meno che nel cuo
re di tutti: Italia e Vittorio Emanuele ! .

Garibaldi ringrazi, intitol Liborio Romano il salvatore


di Napoli, gli strinse la mano, e fece il suo ingresso trionfa
le in Napoli al cospetto di tutta la popolazione esultante. Fra
le truppe dei castelli si not un certo movimento, quasi che
avessero voluto salutare il Dittatore a colpi di cannone, per
no 'l fecero. Allorch Garibaldi, attraversando la citt, giun
se presso un corpo di guardia, l'uffiziale voleva ordinare il
fuoco ai suoi soldati, ma questi ricusarono di obbedire. Ga
ribaldi recossi anzi tutto nella cattedrale, indi scese al palaz
zo della Forestieria dal cui verone doveva arringare il popo
lo; e subito dopo trasport il suo quartiere nel palazzo An
gri sulla via Toledo. -

I canti delle strade furono in breve tappezzati da un


proclama di Garibaldi datato tuttavia da Salerno:
357
Alla diletta popolazione di Napoli.

Figlio del popolo, entro con vera stima e con pro


fondo amore in questo magnifico centro delle popolazioni i
taliane, che parecchi secoli di dispotismo non bastarono ad
avvilire costringendolo a piegar il ginocchio innanzi alla ti
rannide. .

Il primo bisogno dell' Italia era la concordia, al fine


di conseguire la unit della grande famiglia italiana. Oggi la
Provvidenza ci ha data la concordia e ne siano rendute grazie
al nobile accordo di tutte le provincie nel pensiero di ricosti
tuire la nazione. Noi pure pensiamo ora all'unit. La Provvi
denza ha conceduto al nostro paese Vittorio Emanuele, che
noi da questo istante possiamo chiamare il vero padre della
patria italiana.
Vittorio Emanuele, il modello dei principi, inspirer
ai suoi discendenti i loro doveri per la felicit di un popolo
che con impeto devoto ha voluto essere da lui governato.
Ai sacerdoti italiani che hanno la piena coscienza del
la propria missione, tributiamo la stima che loro dovuta
per lo slancio, il patriottismo e il contegno veramente cri
stiano dei moltissimi loro confratelli i quali dai benemeriti
frati della Gancia fino ai nobili sacerdoti del continente na
poletano, abbiamo sempre veduti alla testa dei nostri soldati
affrontare i maggiori pericoli delle battaglie. La concordia, il
ripeto, il massimo bisogno per l' Italia. Noi accoglieremo
dunque in qualit di fratelli tutti quelli che prima non e
rano con noi d'accordo, ma ora vogliono portare lealmente
la loro pietra per edificare la patria. Finalmente con tutta la
stima per la casa altrui, noi vogliamo essere padroni in ca
sa nostra, siano o non siano in ci d'accordo i potenti della
terra. ,

Il primo ordine emanato da Garibaldi impose che la


flotta napoletana si unisse alla squadra sarda comandata dal
- 358 -

l'ammiraglio Persano. Inoltre si sciolse la fanteria di mari


na la quale fino allora non gli era stata favorevole e fu subi
to guadagnata col permesso datole di ritornare a' propri fo
colari, del quale i pi lietamente approfittarono.
Mentre Trr da Auletta. affrettavasi a raggiungere il
Dittatore per entrare con esso in Napoli, Rstow giungeva il
7 ad Eboli colla brigata Milano. Ivi a tarda sera ebbe ordine
di recarsi a Napoli il pi presto che fosse possibile colla bri
gata stessa, e quando glifosseriuscito, entro la giornatadell'8,
affinch il Dittatore, nell'incertezza d'ogni cosa, avesse al
meno in pronto parte delle sue truppe. Dopo marcie inces
santi, lunghe e faticose, dal 3 settembre in poi, bench da
Vietri in avanti si potesse approfittare della ferrovia, non e
ra tanto facile obbedire a quel comando. In Eboli non si po
tevano raccogliere veicoli per tutta la brigata Milano. Laon
de per soddisfare all'ordine affaticando il meno che fosse
possibile la truppa, Rstow adott questo spediente. Alle 12
di notte un distaccamento della guardia nazionale di Eboli
marci nella direzione di Salerno all'uopo di spedire tutte
le carrozze e i veicoli d'ogni sorta che si avessero trovati per
via, incontro alla brigata Milano. Questa part da Eboli ad
un'ora antimeridiana e dapprima non caric sui tre carri che
si poterono avere ad Eboli se non i soldati che erano grave
mente malconci nei piedi. Per tutti quelli cui sopragiungeva
la stanchezza durante la marcia, venivano requisiti i veico
lispediti incontro dalla guardia nazionale, e finalmente tutti
gli altri che non erano ancora giunti a Salerno si caricavano
sui veicoli nuovamente retroceduti. Rstow stesso procedette
innanzi fino in prossimit a Salerno per ricevere col i vei
coli che mano mano giungevano, rannodare le truppe e rispe
dire immediatamente i carri vuoti. -

In conseguenza di queste disposizioni, dalle tre fino alle


otto di mattina dell'8 settembre tutta la strada di terra
da Eboli a Salerno formicolava di veicoli di ogni guisa,
359

omnibus, carrozze, e la maggior parte carri a due ruo


te, tirati da cavalli, buoi ed asini, e carichi di soldati. A Na
poli si sped notizia per telegrafo che tutto l'esercito gari
baldino viaggiava allegramente in carrozza alla volta della
capitale. I maligni ciarlieri andavano dicendo che quel modo
di marcia era acconcio a guastare ogni disciplina. Eppure pos
siamo assicurare che alle ore 8 di mattina la brigata Milano
entrava in Salerno nell' ordine pi perfetto, preceduta dalla
banda musicale di un reggimento napoletano ch'era stata
trovata da Rstow in Salerno e speditale incontro, e quat
tro ore dopo avrebbe potuto essere in Napoli, se le ferrovie
napoletane non fossero state guaste notabilmente. Per proce
dere pi al sicuro, la partenza per Vietri venne ordinata ver
so le due pomeridiane e l'ulteriore trasporto colla ferrovia
doveva immediatamente tenerle dietro. Se non che per
mancanza di vagoni, il trasporto sulla ferrovia non pot in
cominciare che alle sei di sera e la brigata Milano, rafforzata
dalle guardie nazionali mobilitate del Principato citeriore e
ulteriore in numero di 1200 circa, ebbe d'uopo di non meno
di quattro convogli tra Vietri e Nocera, per modo che le ul
time truppe non giunsero a Nocera che a mezzanotte, ove
furono raccolti tutti i convogli per procedere a Napoli di
conserva. Alle due antimeridiane del 9 settembre pervenne
ro cos nella citt addormentata le prime truppe compatte
di Garibaldi, e percorrendola quasi dovunque, a fatica tro
varono un temporaneo asilo nella caserma di Pizzofalcone,
miste ai soldati regi, che vi erano tuttora rimasti. Vedre
mo pi innanzi come la brigata Milano abbia dovuto riporsi
in cammino nello stesso giorno del suo ingresso in citt.
-

-
CAPITOLO VI.

sPEDIZIONE DI ARIANo. 0PERosIri PoLITICA DI GARI


BALDI DURANTE I PRIMI GIORNI DELLA SUA DIMORA
IN NAPOLI.

Vedemmo gi che l'ala destra ed il centro della posi


zione napoletana sulla linea Salerno, Avellino ed Ariano,
avevano preso la fuga alla semplice voce dell'avvicinarsi dei
Garibaldini. Da Salerno e da Avellino i regi si erano al 6
di settembre interamente ritirati; ma non cos l'ala sini
stra la quale anzi sembrava che appunto allora dovesse ac
quistare una certa importanza. Abbiamo veduto eziandio co
me il generale Flores, costretto dalla rivoluzione a sgombra
re la Puglia, si fosse indirizzato verso i confini del Principato
da quella parte. Ivi aveva sollevata una potente reazione con
temporanea al movimento liberale appoggiato da Benevento,
sede precipua della quale era Ariano, sedi secondarie erano
Mileto ed il non lontano villaggio di Torre delle Nocelle.
Capo agitatore era il vescovo di Ariano, validamente
sostenuto dal clero. Flores trasport la brigata Bonanno,
forte di circa 4000 uomini, ad Ariano, ed appena essa vi fu
giunta, appena il partito della reazione, poco istrutto di quan
to altrove accadeva, credette di avere un sufficiente punto
d' appoggio, alz furibondo il capo, trucid nel modo pi
crudele i capi del partito liberale e le loro famiglie, vecchi,
donne e fanciulli, incendi e saccheggi, in breve commise
- 362

tutti que' misfatti che sono opera d' ordinario di un popolo


furibondo, istigato da malvagi sacerdoti; di che pur troppo
si videro nel regno di Napoli parecchi esempi.
Alla notizia di tali orrori le guardie nazionali dei paesi
limitrofi al Principato, impugnarono le armi mentre l'insur
rezione del partito liberale, dopo la ritirata delle truppe re
gie, si sentiva vittoriosa, e lo stesso avvenne in Benevento,
ove i liberali aveano trionfato interamente e perfino le trup
pe pontificie, non eccettuati gli stessi gendarmi e le truppe
estere, erano in gran parte passate al partito del movimento
unitario. Ma il 7 anche il Dittatore era pervenuto in Napoli
e fino a lui giunsero le grida di soccorso dei suoi parteggia
ni in quella parte del Principato. Garibaldi, cui molto pre
meva di presto finire quella bisogna, nomin Trr comandan
te nel Principato per soffocare il moto reazionario, ed isti
tu un giur straordinario per giudicare i malfattori reazio
nari fatti prigionieri. Siccome presso Ariano stanziava la bri
gata Bonanno, e Trr da principio non aveva a sua disposi
zione se non guardie nazionali, la brigata Milano, la quale
non era entrata in Napoli che la mattina del 9, dovette ri
mettersi in marcia nelle ore pomeridiane dello stesso giorno.
Essa recossi sulla ferrovia a Nola e di l alla sera fino a
Mugnano e Cardinale. Il 10 marci ad Avellino; di l Trr
coi bersaglieri ed un battaglione salito sui carri si spinse fino
a Denticane (Venticane), mentre Rstow cogli altri duebat
taglioni di riserva seguiva fino a Pratola. Le guardie nazio
nali mobilitate dei dintorni avanzarono contemporaneamen
te a fianco della strada. Presso Denticane e Monte Mileto si
spararono alcuni colpi di fucile e la vanguardia della brigata
Milano protesse il trasporto di molti prigionieri fatti dalle
guardie nazionali nei dintorni di Monte Mileto. I provocatori
della reazione si salvarono colla fuga. La mattina dell' 11
Rstow condusse a Denticane anche la riserva, ed appena
vi giunse Trr colla vanguardia, e sempre sui carri, prose
363

guper Grottaminarda, Rstow colla riserva rimase presso


Campanerella e Denticane, nelle vantaggiose posizioni sulla
riva sinistra del Calore, pel caso che Bonanno, anzich entra
re in trattative, si fosse avventurato ad accettare una formale
battaglia, mentre allora i Garibaldini, essendo in iscarso nu
mero, dovevano tenersi sulle difese. -
Giunto a Grottaminarda ed essendo Flores fuggito e
fatto prigioniero dalla guardia nazionale di Montefusco, Trr
intim al brigadiere Bonanno la resa alle solite condizioni
accettate e prescritte da Garibaldi; Bonanno mosse da prin
cipio qualche difficolt, pretendendo, fra altre cose, di voler
liberamente ritirarsi a Gaeta con armi e bagaglio. Intanto i
suoi soldati, che credevano i Garibaldini ancora assai lonta
ni, allorch se li videro in faccia, si fecero irrequieti, e si
dest nel maggior numero il desiderio di tornare alle proprie
case. Se non che Trr insisteva nelle sue domande, e per
ci Bonanno alla fine vi si acconci. La capitolazione diede
in potere dei Garibaldini parecchie migliaia di fucili, non che
quattro pezzi da 6 e circa 150 cavalli, i quali servirono a
comporre un corpo di usseri presso la 15 divisione, tuttora
affatto sprovveduta di cavalleria, mentre i quattro pezzi da
sei costituirono la prima artiglieria disponibile della stessa
divisione. - -

La sera del giorno 11 venne conchiusa la capitolazione;


il 12 di buon mattino la riserva della brigata Milano comin
ciava gi a retrocedere, e Rstow colle prime schiere della
medesima giungeva, tornando per la stessa via d'onde era ve
nuto, il 13 a Nola, ove la brigata doveva rannodarsi, indi,
dopo essersi alquanto riposata, far ritorno, a quello che si
credeva, a Napoli. Il disarmamento della brigata Bonanno
ebbe luogo ad Ariano; soltanto alla cavalleria della briga
ta (due squadroni di carabinieri reali) venne acconsentito di
poter marciare ordinatamente a cavallo, e colle armi fino a
Nola. Ma poich, contro i patti, la diserzione era entrata nel
- 364 -

le file di questa cavalleria, Rstow dovette farla disarmare


appena giunse ad Avellino.
Intanto a Napoli erano giunte fino dal pomeriggio del
9 altre truppe dell'esercito italiano meridionale, in prima
singoli battaglioni del corpo di Rstow, delle brigate Bolo
gna e Parma, indi altri molti appartenenti ad altri corpi
e divisioni.
I forti di Napoli si arresero gli uni dopo gli altri, ed i
loro presidi parte si recarono liberi a Capua ed al Volturno,
parte si dispersero. La citt era in uno stato di festa perma
nente, riboccante della pi viva esultanza.
Intanto Garibaldi volgeva il pensiero all'urgente or
dinamento dell'amministrazione. Del vecchio ministero non
rimase che Liborio Romano; tutti gli altri ministri furono
surrogati. Nella scelta de' personaggi a'quali doveva essere
affidato il governo, Garibaldi si diede tutta la cura di dare
la preferenza a' pi moderati. Ministro della guerra fu no
minato il generale Cosenz, Pisanelli ebbe il ministero della
giustizia, Antonio Ciccone quello dell'istruzione pubblica,
Rodolfo Afflitto i lavori pubblici, Scialoja, che trovavasi tut
tora a Torino, fu nominato ministro delle finanze. Andrea
Colonna venne eletto sindaco della citt. Anche alle amba
sciate fu destinato nuovo personale: a Torino venne spedito
Pier Silvestro Leopardi, a Parigi il marchese De Bella, Car
lo Cattaneo all'ambasciata di Londra. Molti di questi uomi
ni potevano appellarsi quasi cavouriani; e per ci fece gran
de maraviglia il vedere nominato Bertani a segretario gene
rale del Dittatore, e verosimilmente avrebbe prodotto la stes
sa impressione quand'anche egli con sorpresa non avesse in
pari tempo ottenuto il titolo di colonnello.
Garibaldi ha vietato, con ispeciali decreti, che in una
sola persona si cumulassero svariati impieghi, ed ha rico
nosciuto il debito pubblico di Napoli. Gli impiegati ed uffi
ziali vennero richiamati ai loro posti. Dagli impiegati di tutte
- 365 -

le provincie giungevano del continuo al Dittatore indirizzi di


assentimento e di sommissione. Con un ordine del ministero
della guerra fu intimato a tutti gli uffiziali dell'esercito regio
di fare, entro dieci giorni, atto di sommissione al nuovo go
verno: con quell'ordine si prometteva che tutti quelli che a
vessero obbedito sarebbero stati conservati nei loro gradi;
quelli che si fossero presentati coi loro uomini sarebbero
stati messi in servizio attivo; quelli che fossero venuti soli si
sarebbero pel momento tenuti in disponibilit (nella riserva);
tutti gli uffiziali che entro dieci giorni non avessero presentato
atto di sommissione sarebbero stati considerati dimissionari.
E qui ci d'uopo osservare che questo decreto aiutava
bens non poco il disordinamento delle truppe regie, ma non
riusciva di grande vantaggio per le forze di Garibaldi. Quelle
truppe regie che avevano desiderio di lasciare coi loro uffi
ziali le bandiere del re, avevano quel desiderio non gi per
unirsi a Garibaldi, ma semplicemente per poter ritornare
alle case loro. -

Grande approvazione incontr invece un decreto del


Dittatore che aboliva l'ordine dei gesuiti e dichiarava irrite
e nulle tutte le convenzioni per ipoteche o trasferimento
di beni di quest'ordine, concluse dopo lo sbarco d Gari
baldi a Marsala. Tutti i beni mobili ed immobili dei gesuiti
furono dichiarati propriet della nazione.
E furono dichiarati propriet nazionale tutti i beni della
casa reale non meno che quelli che erano messi a disposizione
del re od indicati come maggiorasco regio od in modo il
legale aggiudicati o conferiti ai servi della monarchia. In
questa determinazione furono compresi anche i beni del
l'Ordine Costantiniano. -

Cotesti beni erano o specie di fedecommessi, o commen


de fondate da singole famiglie nobili a favore di designate
linee e rami delle stesse famiglie sotto condizioni e determi
nazioni speciali, e per ci la pubblica opinione variamente
366 -

discusse sulla giustizia di questo decreto del Dittatore; e ta


luni vi ravvisarono una flagrante lesione dei diritti privati
di propriet.
Altri decreti del Dittatore ordinarono di porre in li
bert tutti prigionieri politici, di restituire a spese dello Stato
tutti gli oggetti oppignorati ai Monti di piet purch non oltre
passassero il valore di quattro ducati (circa 18 franchi), di a
bolire i fondi segreti di tutti i ministeri, di vietare la sepoltura
dei cadaveri nelle chiese, nell'interno delle citt e dei Comuni.
Venne pure disposto perch il rovinoso giuoco del Lotto fos
se mano mano soppresso e completamente abolito pel 1.
gennajo 1861; in sua vece dovevano essere instituite Casse di
risparmio e gli impiegati che fino allora erano addetti all'uffi
cio del pubblico Lotto dovevano passare all'amministrazione
delle Casse di risparmio.
Agl'intendenti nelle provincie furono surrogati governa
tori con poteri pi estesi, corrispondenti alle condizioni dello
stato transitorio. Questa disposizione certamente prova di
gran senno da parte di Garibaldi e dei suoi consiglieri. Uno
stretto sistema d'accentramento senza dubbio il meno COn
veniente all'Italia nell'attuale sua posizione, dappoich i bi
sogni delle diverse provincie di essa sono troppo diversi fra
loro. L'istituzione dei governatori permetteva di facilmente
conoscere gli svariati bisogni e di provvedervi con tutta sol
lecitudine. Se gli uomini di Stato di Torino, per i quali Ga
ribaldi non che una testa balzana, un disturbatore della
pubblica tranquillit, un avventuriere fortunato, avessero la
met del suo talento di statista, queste cose le avrebbero da
lungo tempo capite. Ma i fabbricatori di decreti alla Farini
e i suoi ajutanti pensano che tutto proceda pel meglio, e che
si sia conseguita l'unit italiana solo che vengano letteral
mente trascritte le module A, B, C della Cancelleria piemon
tese, per la Lombardia e per Napoli, per la Toscana e per la
Romagna. L'uniformit esteriore non invero l'unit e pu
367

anzi di leggieri tramutarsi in argomento che valga a distrug


gerla. Non negheremo che ai posti di governatore non sem
pre fossero elette le persone pi oneste,e che quindi sul prin
cipio da questa istituzione non sia derivato qualche abuso ;
ma siffatti abusi erano pur sempre pi tollerabili di quelli
venuti dal Piemonte, e qualora Garibaldi avesse avuto tanto
tempo e tanto comodo, quanto fino allora ne avevano a
vuto i Piemontesi, non v' ha dubbio che agli abusi si sa
rebbe da lunga pezza provveduto. Garibaldi aveva per s
l'intelligenza ed il cuore dell' Italia meridionale; i ca
vouriani non hanno per s che la societ venale e corrotta,
il calcolo egoistico.
Ricorderemo un'altra istituzione che fu promossa da
Garibaldi e che attesta la sua perizia nella scienza del go
vernare. Egli ordin l'erezione di uno stabilimento per l'e
ducazione dei figli del popolo. In questo istituto dovevano
essere raccolti gratuitamente i fanciulli poveri dell' et dai
7 ai 10 anni, ed esservi allevati fino ai 18. Essi dovevano
essere istrutti negli studi elementari, oltre a ci apprendere
un mestiere qualunque, e contemporaneamente ricevere l'e
ducazione militare. I beni nazionali dovevano somministrare
i fondi necessari. Questa istituzione fu poco compresa. Si
disse: Garibaldi un pazzo, innamorato dei fanciulli, e
nulla pi. vero che Garibaldi ama i fanciulli. Ma qual
quel brav'uomo, di cuore e di intelligenza, che non ami
i fanciulli, questa speranza dell'avvenire, i continuatori del
le opere alle quali ha dedicato la vita? L'uomo che non gli
ama certo od uno stupido od un briccone, o l'uno o l'al
tro ad un tempo,
Ma non abbiamo detto ancor tutto.
Garibaldi sa da lungo tempo (ci che i cavouriani non
hanno fino ad ora compreso) che la coscrizione che ob
bliga il soldato a rimanere parecchi anni sotto le ban
diere, per l'Italia, e specialmente per l'Italia meridio
368 -

nale, un'impossibilit, e che questa istituzione, che col


progredire del tempo va divenendo sempre pi invisa,
dev'essere sostituita da altra pi consentanea ai tempi. Si
udito dire pi volte: l'Italiano non stoffa da far soldati.
Garibaldi lo sa meglio di tutti. Egli sa che l' Italiano in ge
nerale ha molta, anzi troppa intelligenza naturale, per in
dursi a credere che sia necessario un servizio duraturo per
tre o quattro anni sotto le bandiere, ripartito in modo ine
guale ed ingiusto, per formare un soldato. Garibaldi sa che
questa lunga presenza, voluta dagli Stati monarchici, toglie
agli Italiani l'amore di occuparsi di cose militari. Da lungo
tempo pertanto egli sta studiando quale sistema di milizia
possa meglio convenire all'Italia; il suo armamento popo
lare non altro, e non pu in fine condurre ad altro,
che ad un miglior ordinamento della milizia. Ma la base
ragionevole, solida, sicura per siffatto ordinamento e sar
sempre, l'educazione della giovent, quale, per esempio,
venne in questi ultimi tempi intesa nella Svizzera e quale
verr nel progresso degli anni meglio attuata.
Negli Stati ove esistono gi buone scuole popolari, l'e
ducazione militare pu far parte del piano d'insegnamento.
Ma dove scuole popolari non sono, mestieri cominciare ri
solutamente coll' organizzazione militare delle corporazioni
di fanciulli e sopra di esse deve essere innestata l'istruzione
popolare. Questo il caso dell' Italia e singolarmente dell'I
talia meridionale. La rivoluzione dell'estate 1860 vi creava
un campo libero e si poteva una volta cominciare con una
provvida organizzazione militare sopra altro terreno che su
quello ove sorgel'odierno irragionevole ordinamento. Si guar
di da questo lato il primo iniziamento ideato da Garibaldi, e
si avr il vero punto di partenza, si avr la misura della gran
dezza del suo pensiero. D'altra parte si far in breve ma
nifesto che cosa potranno ottenere nell' Italia meridionale
i Piemontesi colla loro legge di coscrizione, da essi creduta
369
la pi conveniente ai popoli e potrem vedere da ci l'intrin
seco pregio della loro creazione.
Ma ripigliamo il filo della nostra storia. Da molte parti
si chiedeva la distruzione dei forti di Napoli; a Palermo do
mandavano lo smantellamento del forte di Castellamare; Ga-,
ribaldi per altro non credette di poter assecondare quella
domanda, e per ci affid il presidio dei forti esclusivamen
te ed in perpetuo alla guardia nazionale di Napoli, la quale
nessuno poteva temere che volesse far fuoco sulle proprie
case e sui propri concittadini.
Il 14 settembre Garibaldi promulg pel regno di Napoli
lo Statuto costituzionale piemontese del 1848, ordin che fosse
recato a pubblica cognizione in tutt'i Comuni, ma si riserv di
determinare con altro decreto il tempo in cui avesse ad entrare,
in vigore. Lo stesso giorno nomin il generale Sirtori pro
dittatore del continente napoletano, mentre egli intendeva di
recarsi per affari propri alcuni giorni in Palermo. La promul
gazione dello Statuto piemontese per Napoli ed il viaggio a
Palermo del Dittatore avevano gli stessi motivi. Nella Sicilia
non cessavano i maneggi rivolti a raggiungere l'immediata
annessione incondizionata dell'isola al Piemonte, ed a Na
poli, eccitati dagli agenti di Cavour, gi cominciavano. Ma
Garibaldi serbava in questo argomento la stessa opinione che
quasi tre mesi prima avea annunciato contro il duca della
Verdura a Palermo: il pensiero dell'annessione incondizio
nata doversi rimettere al tempo in cui tutte le parti d'Italia,
fossero liberate; all'opera di questa liberazione non potersi,
Garibaldi efficacemente dedicare se non avesse avuto una pie
na libert d'azione, e meno lo avrebbe potuto quando si fosse
gettato intieramente in braccio al partito diplomatico di
Torino.
I filistei, nella Sicilia al pari che in Napoli, non voleva
no per saperne di dover concorrere colle proprie forze a li
berare Roma e la Venezia; noi siamo ora liberi, dicevano,
VoI,. Il. 24
- - 370

che cosa ci importa degli altri? Eglino dunque desideravano


cordialmente l'immediata annessione ed appoggiavano i di
segni e i maneggi di Cavour. Garibaldi non cedeva che in ap
parenza, faceva concessioni diforma, le quali di fatto tarda
vano l'effettiva annessione. Per siffatti motivi promulg l'at
tuamento dello Statuto piemontese pel continente napoletano,
nonch per la Sicilia, colla riserva di determinare l'epoca
nella quale sarebbe entrato in attivit. Chi ben pensa com
prende di leggieri che la gente doveva prima conoscere la
costituzione piemontese per sapere propriamente quello che
da essa le venisse promesso.
Per indurre Garibaldi all'immediata annessione erasi
anche diffusa la voce che egli operava di perfetto accordo con
Cavour. Quando gli fu riferita tal voce, egli sdegnato scrisse
all'avvocato Brusco a Genova una lettera del seguente tenore:
Ella mi assicura che Cavour d ad intendere che io
sono suo cordiale amico e che opero di piena concordia
con lui.
Bench io sia stato sempre disposto a sacrificare sul
l'altare della patria le mie antipatie personali, la deggio
per assicurare che non potr mai riconciliarmi con uomini
che hanno vilipesa la dignit della nazione e venduta una
provincia italiana.
Questa lettera, la quale fu pubblicata prima ancora che
fosse spedita al suo destino, pose in qualche scompiglio il
ministero di Napoli, e specialmente il ministro della polizia
Conforti. Corsero voci di dimissioni. Garibaldi fece per al
cune apparenti concessioni, ed il ministero rimase al suo ,
posto.
Nella Sicilia egli acconsent ad un cambiamento di mi
nistero: il toscano Mordini fu eletto pro-dittatore, Peranni
ebbe le finanze, Parisi gli affari interni, Tamaja la polizia,
Fabrizi la guerra, Orlando i lavori pubblici, Ugdulena la
pubblica istruzione. Il nuovo ministero non era per nulla
- 371 -

favorevole al partito di Cavour, ma pi tosto a quello di Maz


zini, e per ci contrario all' incondizionata ed immediata
annessione al Piemonte.
Il giorno 18 Garibaldi fece ritorno a Napoli per assiste
re nel giorno 19, festa di san Gennaro, alla cerimonia del
l'ebollizione del sangue e per accertarsi coi propri occhi se
il santo nazionale di Napoli fosse stato, o no, favorevole a'
suoi disegni.
-
CAPIToLo vII.
C0NDII0NE DELLE C0SE AL CAMP0 DI FRANCESC0 II.
(0NGENTRAMENT0 DELL AVANGUARDIA GARIBALDI
NAVERS0 LA LINEA DEL VOLTURN0 ESGUARD0 GE
NERALE ALLA LINEA DEL VOLTURN0.

Lasciando Napoli e gli avvenimenti di quella citt, ri


volgiamoci adesso alcune ore pi al nord, ai campi del
Volturno e del Garigliano, sui quali l'esercito meridiona
le doveva sostenere le ultime pruove, e mettiamoci a consi
derare i provvedimenti adottati dal re Francesco per pro
seguire la difesa del suo regno sul piccolo territorio che
tuttavia gli era rimasto.
Appena giunto a Gaeta institu un nuovo ministero. Ca
sella fu eletto presidente dei ministri ed ottenne il portafo
glio della guerra, il consigliere Ulloa quello degli affari in
terni, Del Re la marina, che in realt pi non esisteva, Car
bonelli le finanze, delle quali si poteva quasi dire lo stesso,
Canofari gli affari esterni. Il ministero era intimamente rea
zionario e, se non lo si vide mutare i colori italiani e surro
garvi la bandiera bianca, n dichiarare abolita la costituzio
ne, fu per semplice atto d'ipocrisia.
A Gaeta venne instituito un giornale ufficiale pel ri
manente del regno, nel quale oltre le pi contradditorie no
tizie si raccoglievano le numerose proteste alle quali il go
verno borbonico trovava frequente argomento.
374 -

L'esercito venne concentrato parte in Capua, parte lun


ghesso la linea del volturno, parte piaddietro sulle strade
che mettono al Garigliano presso Sessa e San Germano; in
Gaeta venne raccolta l'ultima riserva. Anche dagli Abruzzi
fu ritirata la massima parte delle truppe; e quei paesi ven
nero abbandonati alle bande dei partigiani realisti, che allo
ra cominciavano a formarsi, confidando anche nell'aiuto di
Lamoricire, il quale dopo che la spedizione di Terranova
era stata diretta in Sicilia, aveva deposto interamente il ti
more di un attacco direttogli dal nord. Alcuni giorni pi tar
di per altro doveva con suo spavento essere disturbato in
quella quiete dall'invasione dei Piemontesi nell'Umbria e
nelle Marche.
La forza complessiva che rimaneva al re presso Capua,
alla linea del Vol turno e dietro di quella si computava tutta
via a 60.000 uomini, fra i quali tutta la guardia, la maggior
parte dei battaglioni di esteri e di cacciatori, la maggior
parte della cavalleria. Oltre a ci si aveva intenzione di por
mano sollecitamente alla formazione di nuovi corpi di trup
pe, di battaglioni di cacciatori volontari. si fecero magnifi
che offerte ai volontari che avessero voluto entrare a servi
gi del re : in prima un considerevole premio d'ingaggio
ed un provvedimento per le loro famiglie; inoltre ogni mese
di servigio sarebbe stato computato per un anno, appunto
come nel 1855 avevano fatto i Russi a Sebastopoli. Quest'ul
tima disposizione, in ispecie, allett un considerevole numero
di giovani. Col servizio di otto mesi riscattarsi per otto anni
era uno stupendo mercato. Se non che pel vuoto delle casse
e per loscompiglio amministrativo che andava ognora pi
crescendo nelle parti di paese rimaste al re, nemmen una
delle promesse di danaro si potuta attenere. Quella relati
riscatto di lungo tempo di servizio non poteva adem
piersi se non nel caso che Francesco Il fosse riuscito vincito
re. Ma poich avvenne il contrario, certo che i Piemontesi
375
non hanno potuto ritener per valide le promesse del re di
Napoli.
All'8 settembre Francesco II eman il seguente pro
clama all'esercito che gli era rimasto fedele :
Soldati! tempo che nelle vostre file si oda la voce
del vostro Sovrano, cresciuto in mezzo a voi, il quale dopo
avervi dedicate le sue cure, vuole ora finalmente dividere i
vostri pericoli e le vostre disgrazie. Quelli che, accecati o se
dotti, hanno trascinato il regno nella sventura e nella deso
lazione, non sono pi fra noi. lo faccio appello al vostro
onore, alla vostra fedelt, alla stessa vostra ragione, per can
cellare la vergogna della vigliaccheria, il marchio del tradi
mento con una serie di gloriose battaglie e di cavallere
sche intraprese.
- Noi siamo ancora abbastanza numerosi per opporci
ad un nemico il quale non combatte con altre armi che con
- quelle della seduzione e dell'illusione, Fino ad ora ho voluto
risparmiare a molte citt, ed anzi tutto alla capitale, l'effusio
ne di sangue ed il terrore della guerra. Ma noi ora che ci sia
mo ritirati sulle rive del Volturno e del Garigliano, ci lasce
remo nella nostra qualit di soldati imporre ulteriori umi
liazioni? Permetterete voi che il vostro sovrano, per vostra
colpa, precipiti dal trono, e vi lasci ad una perpetua ver
gogna? No! no! giammai.
In questo momento decisivo vogliamo serrarci tutti
intorno alle nostre bandiere, vogliamo difendere i nostri
diritti, il nostro onore ed il nome napoletano gi tanto cal
pestato. E se vi sono ancora seduttori che vogliano mettervi
innanzi agli occhi l'esempio di quegli sciagurati i quali spre
gevolmente si sono consegnati al nemico, voi non seguirete
altro esempio tranne quello degli arditi e valorosi soldati
che si unirono al destino del loro re Ferdinando II e cos
si meritarono la lode di tutti, le ricompense e la gratitu
dine del loro monarca.
376 -

Possa quel bell'esempio di fedelt esservi sprone a


nobile emulazione, e quando il Dio degli eserciti protegga
la nostra causa, potrete anche voi sicuramente sperare quello
che mai non otterrete con diverso contegno.
Gaeta, l'8 settembre 1860.
FRANCEsCo.

Noi confessiamo apertamente che re Francesco II a


veva tutto il diritto di parlare in tal modo, di sperare sempre
nella vittoria, di dichiarare che egli aveva allora raccolta in
torno a s la miglior parte del suo esercito, la paglia essendo
Sceverata dal grano; e, se non voleva guardare col microscopio
l' esercito meridionale italiano, poteva avere tanto maggiori
speranze, dacch quando pure dell'intero esercito meridio
nale si fosse raccolta insieme tutta la parte attiva e veramen
te capace, il regio era ancora triplo di numero, e ci senza
contare la preponderanza che avrebbe potuto dargli il mate
riale migliore, la cavalleria, l'artiglieria; ma l' esercito re
gio aveva pur sempre in tale occasione a lottare con un av
versario diverso da quello che non fosse il nemico del 15
maggio. Il cogliere allori contro i soldati di Garibaldi non
affare de' pi spicci. -- -

Prima di abbandonare Napoli e recarsi per alcuni giorni


a Palermo, Garibaldi aveva affidato al generale Trr il co
mando di quella parte dell' esercito meridionale che erasi
resa disponibile la prima come vanguardia, e pot essere
raccolta nel distretto di Caserta contro la linea del Volturno.
Si riteneva che in tre o quattro giorni si sarebbero potuti
raccogliere intorno a Caserta da 8 a 9000 uomini dell'eser
cito meridionale ed il 14 settembre incominciarono a proce
dere innanzi le brigate che a poco a poco eranogiunte a Na
poli e la brigata Milano che ritornava appunto dalla spedi
zione di Ariano per Nola sopra Caserta.
Innanzi di descrivere le operazioni di queste trup
- 377 -

pe bene che dedichiamo alcune pagine a studiare il ter


T8IO,

Sceglieremo a centro delle nostre considerazioni la for


tezza di Capua. Il Volturno, fiume delle curve e degli avvol
gimenti, che merita a tutta ragione il nome che porta, sboc
ca in mare 14 miglia italiane (3 leghe e mezza) al disotto
di Capua presso Castel Volturno. In questo luogo ha la sua
direzione complessiva da oriente ad occidente; in tale dire
zione scorre anche pertre leghe al di sopra di Capua,pren
dendo quella direzione presso la Scafa del Torello. Fino a
quel punto, partendo dal confluente del Titerno, volge nella
direzione dal nord al sud, ed il suo corso superiore rivolto
dal nord-ovest al sud-est. Il corso inferiore, dalla Scafa del To
rello fino a Castel Volturno, ed in modo pi speciale fino ai
dintorni di Capua, ci interessa ora di preferenza. Per questo
tratto il Volturno quasi sempre profondamente internato,
non mancando per di punti ove i lembi della valle di molto
si ritraggono ed il letto del fiume giunge a fior di terra. La
larghezza del Volturno oltrepassa qui di rado i 200 piedi, e
nei punti pi ampi si trovano nelle estati calde diversi gua
di, dei quali per non si pu approfittare se non colla mas
sima cautela e con la scorta di guide dei dintorni, anche
quando sieno di poca larghezza, atteso che il letto del fiume
assai vario. Il Volturno, dalla Scafa del Torello in gi, si
passa di regola sopra barche e ponti volanti (scafe); dalla
Scafa del Torello discendendo fino a Capua abbiamo ancora
la Scafa di Limatola, la Scafa di Cajazzo, la Scafa di Formi
cola e la Scafa di Triflisco. Quest'ultima lontana circa due
miglia dal ponte di legno presso Capua, mentre la distanza
fra gli altri passi varia da uno a tre miglia italiane.
Capua posta ove il Volturno descrive una delle pi
notevoli sue curve. Ad un tratto esso prende la direzione dal
sud-est al nord-ovest, la conserva per circa 2200 passi, indi
fa una leggera svolta dal nord-ovest al sud-est per 1100 pas
- 378

si, cade dappoi nella direzione dal nord-est al sud-oveste


vi rimane per un buon tratto, dopo essere uscito dalle opere
di Capua, che posta a 1100 passi dalla radice della curva.
-A studio di brevit, chiameremosuperiore la prima curva lun
-ga2200 passi, la seconda mediana e la terza inferiore. Lapar
te inferiore della curva superiore e la mediana comprendono
una penisola aperta al sud-est che in tutto non larga 300
passi; in questa fabbricata parte della citt di Capua sulla
riva sinistra del Volturno; la citt si estende per verso il
sud tra il corso della curva superiore e quello della curva
inferiore, e la linea di quelle opere che non seguono l'an
damento del Volturno fronteggia intieramente il mezzod.
Tutta questa linea lunga circa 2000 passi. La cittadella
(Donjon) giace l dove il Volturno si congiunge inferiormen-
te, ed un quadrato regolare di limitate dimensioni, rinfor
zato all'esterno da lunette avanzate; indi seguono verso o
riente e verso la congiunzione superiore quattro fronti ba
stionate, non del tutto regolari. La fortezza di Capua fu co
strutta da Vauban, ristaurata e migliorata in questi ultimi
tempi sotto il governo di Ferdinando II, ma serb sempre
il carattere che le ha impresso il primo architetto. La
citt non si estende a tutta la punta nord-ovest della pe
nisola, essendone tagliata a 300 passi da una fronte bastio
nata, la quale si unisce lunghesso il Volturno alla congiun
zione superiore ed inferiore, in quanto si pot farlo, merc di
fronti bastionate. -- -

Tra le fosse della fortezza (eduna eccellente per la mag


gior parte del suo giro, come apparisce da quanto si detto,
costituita dal Volturno) la sola fossa bagnata sulla fronte
di terra alla congiunzione del Volturno.
La sola opera permanente sulla riva destra del Voltur
n0 una semplice testa di ponte, costrutta in terra, foggiata
a modo di freccia, con ridotti simili sulla penisola aperta ad
occidente fra la curva mediana e la inferiore del Volturno.
- 379
L'uscita principale sulla riva sinistra del Volturno la
porta di Napoli a mezzo circa della parte di terra. Questa u
scita costrutta a somiglianza di tutte le altre fortezze di
Vauban. Dalla porta propriamente detta nella cortina del ba
stione principale si giunge per un ponte al rivellino avanza
to, da questo, per un altro ponte, alla via coperta e da que
st'ultima, a mezzo di una rampa intercettata da una bar
riera, sulla spianata, alla strada che mette a Caserta ed alla
stazione della ferrovia, posta all'orlo della spianata, a 150
passi dalla via coperta.
Sulla riva sinistra del Volturno, alla congiunzione su
periore di questo fiume, havvi una porta di uscita coi corri
spondenti passaggi sulle fosse. Essa serviva specialmente a
spedire la cavalleria sulla spianata e da questa ritirarla nella
fortezza. Attraverso il ponte del Volturno e per la testa di
ponte sulla riva destra si giunge alla strada che mette a
Gaeta ed a Roma.
opere avanzate permanenti non ne esistevano; per era
tale una seconda testa di ponte sulla riva destra alla curva
superiore del Volturno, intrapresa a freccia con dimensioni
alquanto vaste, ed il materiale per un ponte di pontoni, che
poteva essere gettato al momento, trovavasi completamente
preparato sul fiume.
La spianata innanzi alla fronte di terra aveva una lar
ghezza media di 1200 passi; nella sua parte occidentale, per,
si trovavano alcuni fabbricati ancor pi vicini alla fortezza.
La piazza era armata assai doviziosamente con 60 pezzi
sulla sola fronte di terra ed in proporzione anche sugli al
tri lati.
La ferrovia da Capua a Napoli corre partendo da quella
fortezza da principio nella direzione approssimativa dal nord
ovest al sud-est e solo da Caserta in poi piega dirittamente
verso mezzodi. Sul tratto di che ora parliamo essa passa in
vicinanza di tre citt importanti, cio Santa Maria, Caserta
e Maddaloni. Tutte queste localit, partendo da Capua, ri
mangono sulla sinistra della ferrovia, vale a dire, al nord e
all'est della medesima. Lo stesso dicasi delle eccellenti stra
de che legano l'una all'altra le menzionate localit. Dal
ponte di Capua la grossa borgata di Santa Maria lonta
na circa due miglia ed un quarto; dallo stesso punto di
partenza la gran porta del palazzo di Caserta distante circa
6 miglia, e dallo stesso punto il centro di Maddaloni nove
miglia e mezzo. Dalla esperienza altra volta fatta, crediamo
che non ispiacer al lettore di seguirci nei nostri studi to
pografici, perch essi certamente gli agevoleranno l'intelli
genza dei fatti, e pi tardi gli risparmieranno qualche fatica.
Laonde seguiremo le congiunzioni stradali delle dette locali
t, specialmente nella direzione del Volturno, per rannodar
vi gli altri accidenti topografici, e piglieremo Maddaloni per
primo punto di partenza. --

Da Maddaloni una strada, volgendo alquanto ad oriente,


conduce da una parte al pontificio Benevento, dall'altra ad
Avellino, da noi pi volte mentovato. Essa attraversa i passi
delle forche caudine, ed il paese di Forchia situato su que
sta strada deve indicare il punto nel quale i Romani furono
vituperati dai Sanniti. Un altro passo al tutto vicino doveva
essere il teatro di una sconfitta delle regie truppe Napoleta
ne da parte di un distaccamento delle truppe dell'esercito
meridionale , nella campagna che appunto stiamo descri
vendo.
questo il passo di Valle. Da Maddaloni in avanti un'al
tra strada mette quasi nella direzione del nord, piegando per
altro alquanto ad oriente presso Villa Gualtieri, a sghembo
del gigantesco acquedotto che conduce le acque dalle alture
di monte Taburno alla celebre cascata del parco di Caserta,
il pi careggiato trastullo dei Borboni. Al di l dell'acque
dotto questa strada si addentra fra le gigantesche alture me
ridionali del monte Longano e del monte Pancaro, che la
381

partono dalla strada di Benevento, e fra le alture settentrio


nali ed occidentali del monte Caro. Fra queste alture a cos
dire incastonato Valle. Appena al di l di Valle la strada entra
in una ampia vallata ed attraverso il fiume Isclero, e Ducenta
conduce a Solopacca. Quivi, mediante un ponte di ferro, ol
trepassa il fiume Calore, che mette nel Volturno, nella dire
zione da oriente ad occidente, e lo raggiunge al nord della
Scafa del Torello. Un altro passo sul Calore conduce presso
alla Scafa del Torello e di l ad Amoroso.
Le alture del monte Caro si partono complessivamente
in due, e, se si comprendano i monti pi avanzati, in tre
catene di monti che corrono parallele dal sud-est al nord-o
vest, con diramazioni al nord-est per Limatola fin presso al
Volturno. Queste alture sono spartite in molti gruppi e sono
variamente denominate secondo la localit. -

Dopo il monte Caro, accenneremo inoltre il monte Viro,


il monte Vagliola, il monte Briano, al qual ultimo si ap
poggiano il castello e la colonia di San Leucio. In generale de
signeremo queste alture col nome di monti di Caserta Vec
chia, trovandosi quasi nel loro centro le rovine di questa cit
t. Cotesti monti sono in gran parte boscosi e servono alle
caccie reali, singolarmente i boschi del monte Caro ed il par
co di San Leucio, quest'ultimo sul monte Briano nella parte
nord-ovest dell'intero gruppo. ,

Maddaloni si congiunge a Caserta mediante la strada


ben costrutta e ben mantenuta che passa per San Clemente
e Centorano e presso le caserme di Falciano. Dal centro di
Maddaloni buone truppe a piedi potrebbero raggiungere la
piazza del castello di Caserta in un'ora e mezza circa. Nei
dintorni di Centorano posto l'alto convento di Santa Lucia
a foggia di cittadella, dal quale si discende fino alle rovine
di Caserta Vecchia per istrade in gran parte dirupate. Pel
sentiero della caccia, lungo i dossi delle montagne, si giunge
a Caserta Vecchia anche dalla strada di Valle pel monte Caro.
382
La strada principale che da Caserta conduce al Voltur
no percorre il lato orientale del regio parco, indi Va sotto
l'acquedotto della grande cascata d'acqua, poi quasi diret
tamente al nord, lungo il palazzo di San Leucio, e procede
attraverso la colonia di piacere dello stesso nome fondata dal
re Ferdinando II, passando fra il monte Briano ad oriente
ed il monte Tifata ad occidente. Circa 2000 passi prima di
giungere al Volturno entra nella vallata di questo fiume,
ed ivi al cos detto Gradillo si divide in due rami, l'orien
tale che mette alla Scafa di Cajazzo, l'occidentale alla Scafa
di Formicola.
Un sentiero montuoso, per la massima parte cattivo,
conduce da Caserta per ed oltre le alture di Caserta Vecchia
a Limatola ed alla Scafa di Limatola.
Esso si stacca dalla buona strada prima descritta, ove
quest'ultima sotto l'acquedotto mette a Briano, piega ad o
riente attraverso roccie e pietre, e per Poccianello passando
sotto Castel Morrone, costrutto sopra uno sperone del monte
Vagliola, conduce a Limatola. Limatola posta ad oriente
dei monti di Caserta Vecchia nella valle dell' Isclero; fra
Valle e Ducenta, si congiunge alla strada di Valle e pi in
nanzi, in direzione quasi orientale, al nord del monte Lon
gano a Sant'Agata dei Goti. Se da Poccianello si ascende
verso Limatola, si raggiungono a destra Caserta Vecchia e le
montagne ispide e nude, sulla cui sommit un'antica torre o
muro in rovina offre un punto di sosta: su quelle montagne
fabbricata Caserta Vecchia. Da Caserta a Santa Maria si va, ol
tre che colla ferrovia, per l'eccellente strada che lasciandosi
a destra Casanova, a sinistra Casapulla, entra dal lato meri
dionale in Santa Maria. Santa Maria, o Santa Maria di Ca
pua, l'antica Capua, nella quale l'esercito di Annibale Si
diede all'effeminatezza ed allo stravizzo, pervertendosi con
quelle splendide donne.
Col si veggono tuttod le famose rovine di quell'an
fiteatro nel quale un tempo ricevevano la loro educazione i
gladiatori di tutto l'impero Romano.
Il punto centrico di Santa Maria, se non qual centro
geometrico, per qual centro dei mezzi di comunicazione ed
in pari tempo militare, una piccola piazza circolare; da
questa partono le quattro strade per Sant'Angelo, per Capua,
per la ferrovia e per San Tammaro ed Aversa, non meno che
per Caserta. La strada che mette a Sant'Angelo e corre quia
si precisamente dal sud al nord, buona, ben tenuta, ma
non larga. Bench a Santa Maria si parli di una porta San
t'Angelo, questa per non esiste realmente e la citt aper
ta. La strada lascia l'anfiteatro a sinistra, pel tratto rima
nente si estende, a sinistra della medesima, la ubertosa pia
nura della Terra di Lavoro; a destra o verso oriente di essa
si innalzano le vette del monteTifata. Poco oltre Sant'Ange
lo (Sant'Angelo in formis), che costrutto sul declivio di
detto monte, la strada si avvicina molto al Volturno, piega
indi verso oriente e finalmente discende alla Scafa di Formi
cola ove si congiunge coll' altra strada che mena a Gra
dillo e di qua a San Leucio. Le alture del monte Tifata co
stituiscono una catena che corre dal sud-est al nord-ovest,
e dal lato di nord si abbassa verso il Volturno con de
clivi convessi, avendo questa catena nelle parti superiori
pareti ripide e sassose, le quali mano mano che digradano
al basso divengono ognor pi piane e fruttifere, in ispecie
verso occidente, ove si perdono al tutto nella pianura della
terra dei contadini, la Terra di Lavoro. i

La catena del monte Tifata tutta racchiusa fra strade;


ad oriente costeggiata dalla strada diSan Leucio a Gradillo,
ad occidente dalla strada fra Santa Maria e Sant'Angelo, che
chiameremo per brevit la strada di Sant'Angelo; al nord
dalla congiunzione delle due strade mentovate lungo il Vol
turno, che mettono unite alla Scafa di Formicola, al sud, o
pi propriamente al sud-ovest, dalla grande strada fra Caser
- 384 -

ta e Santa Maria. Sul declivio settentrionale del monte Tifa


ta verso il Volturno. e precisamente verso la Scafa di For
micola, il grandioso bosco denominato di San Vito.
La strada di Santa Maria a Capua magnifica, ben te
nuta, quasi in linea retta dal sud-est verso il nord-ovest. Si
entra nella medesima da Santa Maria per i due archi della
porta Capuana, la quale pregevole monumento dell'an
tichit; a destra di esso monumento, si congiungono le mu
ra che potrebbero ottimamente servire di difesa, mentre a
sinistra, cio ad oriente verso l'anfiteatro, corre una fossa
dalla quale medesimamente si potrebbe ritrarre qualche
profitto. .
. La strada da Santa Maria a Capua in parecchi punti
scavata nel suolo per guisa che non dappertutto facile pas
sare dalla strada al terreno laterale o da questo giungere a
quella. Essa da Santa Maria conduce anzi tutto alla chiesa o
cimitero di Sant'Agostino, che lascia a sinistra, indi ad una
fornace di mattoni (a destra), poi ad un grande convento di
cappuccini (a sinistra) ed all'osteria Virilasci (a destra). Se
guitano poche case circondate da muro e casette isolate di
nessun conto, senza cinta, le une a destra, le altre a sini
stra. Ai due fianchi della strada le campagne sono coperte
di alberi, i quali, ora pi vicini, ora pi lontani, distanno
circa 10 passi l'uno dall'altro, e non vi si trovano che po
chi spazi sgombri; per le piantagioni di alberi cessano a
circa 1500 passi dalla stazione della ferrovia di Capua, ed
ivi si entra nella libera spianata della fortezza, sulla quale
si vede a destra la cappella di san Lorenzo. In quel punto si
distacca dalla principale anche la strada laterale che, dirigen
dosi al nord-est, conduce alla strada di Sant'Angelo e pi
in l alla Scafa di Formicola.
La ferrovia, che all'altezza della porta Capuana dist
da Santa Maria circa 1000 passi sulla sinistra della strada,
le si avvicina a 700 passi dalla stazione di Capua e poi pro
385

segue parallela alla medesima. La ferrovia, nei dintorni di


Santa Maria ed eziandio lunge da Capua, corre sopra un ar
gine alto e massiccio, e solo dopo avere oltrepassato il con
vento dei cappuccini, discende al livello dei campi.
Al massimo punto di ravvicinamento della ferrovia alla
strada si dirama da essa un altro sentiero che verso mezzo
d conduce a Napoli perSan Tammaro, indi per Aversa, ed
la congiunzionepi diretta di Capua con Napoli; fra San Tam
maro ed Aversa oltrepassa il canale profondamente tagliato
dei Regi Lagni, che pu dare un' opportunissima linea di
difesa. Un'altra strada, che conduce parimenti da Capua ad
Aversa, parte da Capua dirigendosi ad occidente verso la Fo
resta, indi a mezzod attraverso il parco e presso il castello
di Carditello per i Regi Lagni; al nord di Aversa essa sboc
ca nella strada summentovata.
La strada da Capua per Santa Maria, Caserta, Maddalo
ni, e pi in l a Nola, sulla riva sinistra del Volturno, si pu
in generale considerare come il confine sud-ovest del terreno
montuoso. A mezzod e ad occidente di questo confine tutto
pianura. Ora avvegnach i Garibaldini, difettando d'arti
glieria e di cavalleria, non intendessero punto di approfitta
re del terreno piano, bench molto coperto e frastagliato, si
comprende di leggieri come per le loro imprese e posizioni
dovessero almeno anteporre la vicinanza dei monti. Ma poi
ch la pi breve linea d' operazione da Capua sopra Napoli,
nel caso che i Napoletani avessero voluto riprendere l'offen
siva, conduceva per Aversa e precisamente per la pianura,
cos si vede che le posizioni delle truppe dell'esercito me
ridionale sulla riva sinistra del Volturno, rispetto a quella
linea di operazione, erano posizioni di fianco, e che Aver
sa era per l'esercito meridionale un importante punto d'os
Servazione e d'appoggio. Col puntello di Aversa si poteva,
mediante un distaccamento ai Regi Lagni, impedire la marcia
offensiva del nemico fino a chiamare in aiuto il grosso delle
VoI, II, 25
386

truppe dalle alture, da Santa Maria e da Caserta. San Tamma


ro giace un miglio italiano e tre quarti al sud-ovest di Santa
Maria ed unito a questa merc due strade parallele, anguste
ma buone; oltre ad una lunga strada da San Tammaro alla
Foresta, che fa il giro vizioso del castello di Carditello, ve
ne ha un'altra diretta fra San Tammaro e la Foresta.
E poich qualunque operazione offensiva dei Garibaldi
ni doveva cominciare col passaggio al di sopra o al di sot
to di Capua sulla riva destra del Volturno, bene che ci
facciamo una chiara idea di questa posizione.
Sopra questa riva partono da Capua due strade, che
pi innanzi si bipartono, l'una verso oriente, l'altra verso
settentrione. La prima attraversando una larga pianura, si
avvicina verso la Scafa di Triflisco al fiume e vi si tiene
aderente fino a Scafa di Formicola dalle alture di Geru
salemme che si spingono fino alle rive dell'acqua ed alle
derivazioni del monte Poppitella; indi torna ad allontanarsi
dal fiume fino a 3000 passi e sale sul declivio delle alture
di Piana fino alla citt di Cajazzo, piantata sopra un'altura
la quale distante da Capua 10 miglia italiane. Ad un mi
glio da Cajazzo la detta strada riceve una strada laterale
che viene da Gradillo per la Scafa di Cajazzo. Un'altra stra
da si divide presso Scafa di Formicola dalla strada Capua
Cajazzo e conduce ad oriente del monte Poppitella nella valle
del fiume Treglia, un confluente del Volturno, e al nord,
prima pel piano delle regie Fagianerie, indi per la valle di
Formicola, a quest'ultimo luogo. Formicola lontana dalla
Scafa e dal Volturno circa 5 miglia italiane.
La strada di Alife parte da Cajazzo collo stesso anda
mento di quella di Formicola e discende dagli scogli di Ca
jazzo verso il nord in una valle accessoria del Volturno, che
segue fino allo sbocco, oltrepassa il Volturno e si reca sulla
riva sinistra, allontanandosi presso Alife; ivi si volge ad oc
cidente, passa una seconda volta il Volturno, rasenta le fal
387

de meridionali delle alture di Vairano e Mazzanello, e pres


so la macchia di Cajanello sbocca sulla grande strada di
Venafro.
Innanzi che la via da Cajazzo ad Alife raggiunga la
prima volta il Volturno, si dirama da essa una strada che
conduce ai pendii nord-est delle alture di monte Scopello,
Provolaro, Feminamorta, Cesirocco e Bajo.
La strada principale che da Capua si dirige al nord
quella di Venafro; essa fino a Calvi, 7 miglia da Capua, in
clina alquanto verso occidente, ma si volge tosto verso
il nord. Nelle vicinanze di Capua essa attraversa una larga
pianura; a destra rimangono le alture di Gerusalemme, che
distanno da essa due miglia, a sinistra la pianura prosegue
fino al mare. Ma a poco a poco si accostano sempre pi
le alture del monte Poppitella, e fra Calvi e i Martini essa
si divide fra la catena del Pizzo di San Salvatore a destra e
le alture di Sparanise a sinistra. Essa sul lato sinistro ac
compagnata quasi sempre dalle alture che dividono l'uno
dall'altro il Volturno ed il Garigliano, mentre sul lato destro
al di l delle alture di Vairano e Mazzanello ha la piana val
lata del Volturno. Di qui si va da Venafro per Isernia ne
gli Abruzzi.
Le alture di Piana, sulle cui rupi orientali sorge Cajaz
zo, sono una stretta catena che corre da oriente ad occiden
te e forma il confine settentrionale della pianura delle regie
Fagianerie, la qual ultima viene dominata in tutta la sua e
stensione dai punti elevati del parco di San Leucio e del Gra
dillo sulla riva sinistra del Volturno, per quantunque con
sentito dalle piantagioni d'alberi. ---

Quattro miglia al nord giace la catena del Pizzo San Sal


vatore, pi alta della precedente, e corre pure da occiden
te ad oriente. Il suo punto pi orientale all'incirca sul
lo stesso meridiano del punto pi occidentale della catena
di Piana. -
388
Un' altra catena quella or ora mentovata, ai piedi del
la quale scorre la strada di Baio e che si estende dal monte
Scopello nella direzione sud-est al nord-ovest fino al monte
Pozzillo e Pizzo del Monaco. Il suo punto pi al sud-est ch' il
monte Scopello, giace sotto l'eguale grado di latitudine della
catena del Pizzo San Salvatore; il piccolo spazio che separa
l'estremit orientale della catena del Pizzo San Salvatore ed il
punto sud-est della catena di Baio, sono riempiuti dal monte
Etna, ch' un prolungamento occidentale del monte Protola
re. Le due catene del Pizzo San Salvatore e di Baio forma
no unite un U, o ferro di cavallo, aperto al nord-ovest, e rac
chiudono la valle di Santa Croce.
Lo spazio tra il ferro di cavallo al nord e la catena di
Piana al sud pieno di gruppi di colline basse, boscose che
un tempo servivano alle caccie reali; il loro confine occiden
tale, il monte Triento, che congiunge il punto orientale del
la catena di Pizzo San Salvatore col punto occidentale della
catena di Piana, forma in pari tempo il confine orientale
di Formicola, mentre il suo confine occidentale formato
dalla parte settentrionale della catena del monte Poppitella,
la quale pure una deviazione meridionale della catena del
Pizzo San Salvatore. Formicola, la citt, che giace alle falde
meridionali del Pizzo San Salvatore, quindi circondata di
monti da tre parti e non aperta che a mezzod.
. Alcune colline pi basse e boscose si estendono anche
fra la strada Cajazzo-Alife all'occidente ed il Volturno supe
riore ad oriente. -

Innanzi di abbandonare il terreno che giace ad oriente


della strada Venafro dobbiamo accennare altre due strade
importanti; la prima conduce da Alife verso il nord-est a Pie
dimonte. Questo paese riceve il nome dalla sua posizione ai
piedi, dei monti del Matese, i quali al monte Miletto ai confi
ni della Terra di Lavoro col Molise si elevano a 6400 piedi.
Da Piedimonte la strada si dirige verso sud-est a Solopac
- 389 -

ca, da una parte, a Benevento dall'altra. Nulla diremo della


strada di Solopacca per Ducenta a Maddaloni avendone gi
favellato.
La seconda strada, della quale vogliamo far menzione,
conduce dalla Scafa di Formicola, costeggiando dappresso il
Volturno, al lato occidentale della catena del monte Poppi
tella, e di l lunghesso le sue pendici occidentali per Bello
na, Vitolaccio, Pastorano, Partigrano, Pignataro, a Calvi.
Questa strada, partendo dal Volturno fino a Pignataro, qua
si sempre incavata da 7 a 10 piedi, ed anche tagliata pi pro
fondamente, di guisa che per essa, pu marciare una colon
na di truppe senza che sia punto veduta da lontano. Ad un
nemico attento per altro riuscirebbe agevole il distruggerla,
dappoich in pochi luoghi soltanto si pu uscire da questa
angusta via scavata nel terreno. .

Osserveremo di passaggio che nella parte montuosa di


questi paesi s'incontrano spesso vie cave, profondamente ta
gliate nel monte, per lo spazio di pi miglia.
Passiamo ora al lato occidentale della strada di Bene
VentO. - .

La strada di Roma si parte da quella di Venafro quattro


miglia circa al nord del ponte di Capua, dirigendosi prima
al nord ovest, indi quasi precisamente all'ovest. Essa corre
a mezzod lungo le alture di Sparanise che dalla medesima
si estendono verso Calvi, indi, fra Carinola e Sessa, si adden
tra nei monti di Santa Croce le cui alture occupano lo spazio
che confina col Garigliano e colla strada di Venafro al nord
ed al sud col monte delle Brecciole, sbocca nei dintorni di Ses
sa nella valle del Garigliano, passa questo fiume, raggiunge
poco dopo Mola di Gaeta ed ivi si divide, volgendo il ramo me
ridionale alla fortezza di Gaeta, il ramo nord-ovest, per Fon
di e Terracina, a Roma. -

Presso la taverna della Torricella, al nord di Calvi, v'ha


un'altra strada che ha lo stesso corso dell' antecedente di
390
scendendo da quella di Venafro e per Teano sboccando ai
monti di Santa Croce. Teano congiunto alla strada di Ve
nafro da un'altra strada diretta verso il nord la quale mette
in quella presso Taverna della Catena, vicino alle alture di
Vairano e Marzanello.
Presso la detta Taverna si dirama dalla strada di Vena
fro, nella direzione nord-ovest, quella che per San Germano
e Frosinone conduce a Roma.
Ci siamo allontanati un buon tratto dal Volturno; ma
ora ci mestieri di ritornare nelle sue vicinanze. Prima an
cora che la strada Romana raggiunga le alture di Sparani
se, abbandona una via la quale, attraversando la pianura,
verge fino alle rive del mare presso Mondragone; da questa
un'altra strada conduce verso mezzod attraversando il parco
reale di Mondragone, passa presso Cancello ed Arnone il Vol
turno, poco dopo presso Torre del Monaco i Regi Lagni,
prosegue per cinque miglia all' ovest fin presso Aversa e va
direttamente a Napoli. Se le truppe regie non fossero state
al tutto incapaci di ardite imprese avrebbero potuto operare
contro Napoli per questa strada, e ci avrebbe recato certa
mente un gran male all'esercito meridionale italiano, s
perch era quasi tutto appostato ai monti e nelle loro vici
nanze, s perch attesa la sua inferiorit numerica non pote
va coi distaccamenti allontanarsi gran fatto.
Dopo queste pellegrinazioni ci sembra che il lettore sa
r abbastanza istrutto per tener dietro a tutti i fatti guerre
schi dell'esercito meridionale. Passiamo quindi alla narrazio
. ne dei fatti. -
CAPITOLO VIII.

PRIME SCARAMUCCE DI AVAMP0STI SULLA LINEA DEL


VOLTURN0 NEI GIORNI 15 E 16 SETTEMBRE. (000U
PAZIONE DI CAJA0 E (0MBATTIMENT0 DI CAPUA
NEI, 19 SETTEMBRE.

Le scaramucce tra gli avamposti sulla linea del Voltur


no ebbero principio il 15 settembre.
I Garibaldini tenevano presso Santa Maria le brigate Eber
e La Masa, composte in tutto di circa 3000 uomini. Gli avam
posti erano disposti innanzi a Sant'Agostino sulla linea della
Fornace. Una guardia di campo della cos detta legione un
gherese venne la mattina del 15 attaccata dalla cavalleria na
poletana e la respinse; i Napoletani fecero tosto avan
zare truppe di fanteria, contro le quali mossero il batta
glione di bersaglieri della brigata Eber ed un battaglione del
reggimento Corrao della brigata La Masa, i quali dopo breve
combattimento a modo di bersaglieri, si azzuffarono alla baio
netta e rincacciarono i Napoletani fino alla spianata. In tal
modo ebbe fine quella scaramuccia.
La brigata Sacchi, rafforzata dal battaglione Ferracini
e dalla compagnia milanese del genio, della brigata Puppi
(Bologna), era appostata presso san Leucio. Le due divisio
ni di truppa or ora nominate, sotto il comando del tenente
colonnello Winkler, vennero avanzate il 16 per Gradillo verso
la linea del Volturno, ed appena furono vicine alla linea si
- 392 -

nistra del Volturno, i Napoletani apersero un vivo fuoco dalla


riva destra. I Garibaldini, non vedendo il fiume e non sa-.
pendo che un fiume ci fosse, volevano fare un attacco alla
baionetta, ed in fatti i Napoletani, che pure sapevano di es
sere coperti dal Volturno, si diedero ad una fuga vitupe
revole.
Garibaldi aveva ordinata pel 19 settembre una grande
operazione, la quale aveva duplice scopo. Anzi tutto, quale
introduzione alle operazioni decisive sulla riva destra del
Volturno, doveva essere occupata la citt di Cajazzo. In se
condo luogo, avendosi avuto notizia che i Napoletani, nel
giorno di San Gennaro, erano disposti di assalire gli avam
posti dei Garibaldini, si volevano antivenire le loro mosse.
Nell'intendimento di predisporre l'impresa del 19,
Trr aveva spedito la sera del 16 a Maddaloni il maggiore
Csudafy con 3000 uomini, d'onde per Ducenta, Solopacca e
Piedimonte doveva penetrare nei monti di Vairano e Mar
zanello.Csudafyaveva ordine di rafforzare la sua piccola co
lonna con gente raggranellata nel paese stesso e minacciare
a tergo iNapoletani. In pari tempo, come evidente, Csudafy,
colla sua marcia, assicurava l'importante linea di Maddaloni
per Ducenta, della quale abbiamo fatto parola.
La divisione Medici doveva occupare Cajazzo e stabilirsi
sulla riva destra del Volturno; ma poich essa non era giun
ta ancora sul luogo il giorno 19, non pot avanzarsi in Ca
jazzo che il battaglione dei cacciatori della brigata Bologna
sotto il comando del maggiore Cattabene; allo scopo per di
togliere ogni probabilit contraria a tale operazione ed in pa
ri tempo antivenire un movimento offensivo da parte dei Na
poletani da Capua, il 19 dovevasi attaccare la sinistra linea
del Volturno su diversi punti dalla riva.
A tale effetto si presero le opportune disposizioni. Trr
medesimo colla brigata Sacchi, il battaglione Ferracini e
parte della compagnia milanese del genio doveva spinger
-

- - 393 -

si da San Leucio pel Gradillo verso il Volturno. Trr aveva


in tutto 1700 uomini circa con due pezzi conquistati presso
Ariano. Le altre schiere delle quali poteva disporre furono
da lui poste sottogli ordini del colonnello brigadiere Rstow,
il quale nominato il 16 settembre capo dello stato maggiore
generale della vanguardia, fino a quel tempo aveva dovuto
dedicarsi all'organamento di uno stato maggiore che tuttora
mancava di ogni cosa. Il Rstow aveva in tutto circa 5300
uomini, una parte dei quali doveva servire ad assicurare le
comunicazioni fra lui e Trr.
Le truppe erano scompartite nel seguente modo.
La brigata Eber col reggimento Cossovich, di 500 uo
mini, doveva tenere il presidio di Santa Maria; il rimanente
della brigata Eber doveva avanzarsi da Santa Maria a San
t'Angelo, ed ivi, da una parte, servire di congiunzione fra
Rstow e Trr, dall'altra recare possibilmente altrivantaggi,
dei quali in breve favelleremo.
Nella notte dal 18 al 19 due battaglioni della brigata
Spangaro dovevano avanzare da San Tammaro verso La Fo
resta e la mattina del 19 da La Foresta verso Capua. Chi
rammenta quanto abbiam detto, nel descrivere topografica
mente il terreno, dell'importanza della linea Capua-Aversa
rilever di leggieri la necessit del corpo distaccato della bri
gata Spangaro,
La parte della colonna di Eber, che doveva marciare
verso Sant'Angelo, numerava circa 1500 uomini, la colonna
Spangaro 900. La brigata Spangaro fu in origine denomina
ta Nicotera ed apparteneva alla divisione di Terranova, la
quale il lettore rammenter come doveva dalla Toscana pene
trare negli Stati della Chiesa mentre le quattro prime brigate
della spedizione sarebbero sbarcate presso Montalto. La bri
gata Nicotera, che era acquartierata a Castel Pucci presso Fi
renze, da principio era stata apertamente accarezzata dal go
verno toscano di Ricasoli, ed aveva avuto larghissime promes
- 394

se di soccorsi di ogni guisa. Per altro, dopo che le quattro pri


me brigate della spedizione Terranova erano state spedite in
Sicilia, dopo che Farini ebbe pubblicata la famosa circolare 13
agosto, colla quale annunziava che il governo piemontese a
vrebbe assolutamente impedito tutte le ulteriori spedizioni di
volontari (e a ci si metteva mano davvero) anche Nicotera
ebbe ordine di sciogliere la sua brigata, ed anzi si cerc di
costringervelo, coll'arrestarlo. Ma poich egli vi si oppone
va e poich la brigata n si scioglieva, n commetteva disor
dini, come si credeva e si poteva desiderare dopo una con
venzione, del 31 agosto, venne imbarcata a Livorno per es
sere spedita in Sicilia. Pianciani, che da Palermo era giunto
in Toscana al fine di raccogliere possibilmente una nuo
va spedizione contro gli Stati della Chiesa intorno al nucleo
della brigata Nicotera, venne bandito dalla Toscana. La bri
gata giunse per Salerno a Napoli. Ivi Nicotera depose il co
mando, che fu provvisoriamente assunto dal maggiore Mori
ci, e, quando la brigata giunse a Caserta il 15, dal colon
nello Spangaro.
Rstow, dopo lo assottigliamento delle colonn Eber e
Spangaro, ritenne sotto la sua immediata direzione 2400 uo
mini circa; vale a dire la brigata Milano, sotto il maggiore
De Giorgis, 850 uomini, della quale per un battaglione, Ve
nuti, di circa 300 uomini, trovandosi agli avamposti, non
pot esser chiamato che nel corso della battaglia; la parte
disponibile della brigata Puppi, cio 2 battaglioni, o 500 uo
mini; 3 battaglioni della brigata La Masa, 900 uomini; pi
che due pezzi col servizio, soldati del genio milanesi, alcuni
usseri, in tutto circa 50 uomini.
Rstow voleva avanzarsi con questa colonna la matti
na del 19 sulla grande strada daSanta Maria a Capua, ed at
taccare e disperdere tutte le truppe che gli si fossero parate
innanzi. Siccome l'unico punto che i Napoletani occupa
vano di pi fermo sulla riva destra del Volturno era Capua,
-- 395

cos lo scopo principale di tutto il combattimento da eseguir


si sulla riva sinistra (cio di attirare tutte le forze napoletane
a Capua, per alleggerire il presidio di Cajazzo) non poteva
essere raggiunto se non sulla linea di Rstow. Ma poich in
Capua stessa e al di sopra della fortezza fino alla Scafa del
Torello i Napoletani avevano almeno 20.000 uomini, cos
l'assunto, per la piccola forza della quale Rstow poteva ef
fettivamente disporre, non si poteva ottenere se non con un
vivacissimo assalto; il coraggio e l'energia dovevano soppe
rire al minor numero delle schiere.
Il 19 settembre, prima delle 6 di mattina, Rstow sped
la sua colonna centrale presso la chiesa di Sant'Agostino. 1
bersaglieri di Milano, quale vanguardia, si distesero a destra
ed a sinistra della strada maestra. Dietro stavano a destra i
due battaglioni che de Giorgis aveva a sua disposizione, non
essendo ancor giunto il terzo; un battaglione era in prima,
un altro in seconda linea; all'eguale altezza del De Giorgis,
Puppi colloc i suoi due battaglioni, nello stesso ordine, a si
nistra della strada. Pattuglie di fianco venivano spedite a de
stra ed a sinistra dei due scaglioni per esplorare il terreno
ed effettuare, se fosse stato possibile, la congiunzione con E
ber e Spangaro. Dietro De Giorgis e Puppi dispose La Masa,
sulla medesima. strada, i suoi tre battaglioni, due del reggi
mento Corrao, uno del reggimento La Porta. La Masa dove
va formare la riserva, traendo sec i due pezzi. Egli doveva
da prima tenersi sulla strada maestra, ma appena fosse co
minciata la battaglia, tirarsi da un lato della strada per non
rimanere esposto ai colpi dell'artiglieria napoletana.
Tostoch la colonna di Eber, che marciava verso Sant'An
gelo, ebbe guadagnato un certo spazio di terreno, Rstow,
dopo le 6, fece avanzare la colonna del centro nello stesso
ordine col quale era disposta.
E quella procedette lentamente fino alla Taverna Virilasci
ove le case e le fattorie sulla strada vennero trovate sgombre
- 396 -
dal nemico. Nei dintorni della taverna Virilasci trovavansi i
primi avamposti napoletani, che fino allora si erano tenuti pi
vicini a Capua. E poich s'era veduto ch'erano stati spinti
in quel di pi innanzi, si credeva vera la notizia che i Na
poletani intendessero di fare in quella giornata un attacco
contro SantaMaria, il che fu da altri dati in breve raffermato.
I Napoletani avevano avanzati sui due lati della strada,
fino all'altezza della cascina Vitale, quattro battaglioni: due
battaglioni, quattro squadroni ed una batteria di campagna
componevano la riserva sulla spianata di Capua; altra trup-
pa, un battaglione con un po' di cavalleria, era stata la mat
tina spedita sulla strada verso La Foresta.
Quest'ultima truppa, poco dopo le ore 6, s'era gi az
zuffata con la colonna Spangaro. Dopo una breve scaramuc
cia, Spangaro si ritir a La Foresta, avendo perduto nove uo
mini tra morti e feriti, cio uno per cento.
Il primo colpo della colonna di Rstow fu fatto nei din
torni della taverna Virilasci, circa le sette ore. Il fuoco col
aperto indusse le truppe regie avanzate contro Spangaro a
desistere dall' inseguirlo, poich temevano di essere tagliate
fuori da Capua. - -

Rstow fece tost che i bersaglieri milanesi-assalissero


vivamente i bersaglieri napoletani presso la taverna Virilasci.
Da principio quelli avanzarono senza trovare molta resistenza;
ma in breve dietro i bersaglieri napoletani apparvero i batta
glioni regii compatti; la prima linea, De Giorgis e Puppi, a
vanzossi, ed assalendoli alla baionetta li respinse ad un certo
punto, ove il combattimento si arrest.
Questa linea, a sinistra, cio a mezzod della strada, era
costituita da una via scavata che da quella attraverso la fer
rovia conduceva alla casa Capece; a destra, dalla Cascina
Saullo e da uno spazio scoperto fra le boscaglie che copro
no quella campagna, la quale si estende fino alla cascina
Ambrosio. -
- 397

Ritenendo Rstow che Spangaro ed anche Eber (bench


di esso potesse fare poco conto per la lontananza e per l'or
dine che aveva assunto di operare la congiunzione con Trr)
si avanzassero ai fianchi ed a tergo dei Napoletani, taglian
do cos al nemico la ritirata sopra Capua, non si affrett gran
fatto a mettere un termine al combattimento a fuoco che quivi
si faceva. -

Per tal modo il fuoco di moschetteria dur da ambe le


parti circa un quarto d'ora. Ma quando si fu avvicinato La Ma
sa colla riserva e coi due pezzi, Rstow diede ordine all'ala
destra di avanzare colla baionetta contro ilfianco sinistro del
nemico e cos sciogliere il nodo. L'ala destra aveva per altro
fermamente stabilito di tentar quell' attacco. Il battaglione
Montesi della brigata De Giorgis, che era stato tolto dal se
condo scaglione ed avanzato sulla destra, all'avvicinarsi della
riserva, venne alla baionetta verso le 8 ore. E questo bast
perch il combattimento fosse terminato.
I Napoletani sgombrarono disordinatamente la loro li
nea; la loro fanteria fugg parte sulla spianata, parte sulla
grande strada che mette alla porta di Napoli; l'artiglieria,
che era sulla spianata, alla porta di uscita orientale: la ca
valleria napoletana si trattenne per coprire la ritirata nella
parte orientale della spianata. -

L'ala sinistra della brigata De Giorgis e la destra della


brigata Puppi si lanciarono verso la grande strada, sulla quale
non erano ancora stati tagliati gli alberi che la fiancheggia
vano, dietro i regi ; il battaglione Montesi avanz sul
la vera spianata della fortezza, presso la cappella di San
LOrenzQ. -

Rstow ritenne non inverosimile di poter entrare in Ca


pua contemporaneamente ai regi; se ci gli fosse riuscito, Ca
pua sarebbe stata presa. Laonde egli cavalc in capo alla bri
gata De Giorgis e con alcuni bersaglieri si spinse fino all'orlo
del glacis innanzi alla porta di Napoli. Ivi e's'accorsero che Ca
398 -

pua era una fortezza al tutto inappuntabile, tenutasenza quella


trascuratezza della quale si era parlato, ben armata sotto o
gni aspetto, e not che il ponte del rivellino era alzato die
tro i Napoletani fuggitivi. Questi avevano interamente sgom
berata la via coperta, ed invece tutti i pezzi della fronte di
terra fulminavano palle. Il battaglione Montesi dovette ri
tirarsi dalla spianata dietro la cappella di San Lorenzo;
le truppe De Giorgis e Puppi, che si erano avanzate fino
alla stazione della ferrovia, si rifuggirono a riparo dietro
i fabbricati della medesima. La mitraglia e le palle di
grosso calibro fischiavano per tutto lo spazio colpito dalla
fortezza.
La colonna dei Garibaldini non aveva scale con s; in
tale circostanza non sarebbe stato impossibile gettare nella
fossa un pajo di vagoni della ferrovia, che si trovavano sul
la strada alla stazione di Capua, e merc di essi aprirsi un
passaggio. Ci nulla meno la faccenda non era certo senza
grandi difficolt, e il Rstow non poteva arrischiarvisi, atteso
lo scarso numero delle sue schiere.
Svanita la speranza di entrare in Capua, non ci era alcun
motivo di trattenere pi a lungo le truppe sotto al fuoco mi
cidiale della fortezza, molto pi che i Garibaldini non se ne
potevano difendere. E perci Rstow deliber di ritrarsi fino
all'altezza della taverna Virilasci.
Gli ordini relativi vennero dati alle ore otto e mezza. De
Giorgis colla gente della sua brigata, che si era spinta fino
alla stazione della ferrovia e vi si poteva mantenere coperta,
doveva durare in quella posizione; intanto tutti gli altri al
lembo della spianata dovevano raccogliersi ed ordinarsi, es
sendo protetti dagli alberi e dagli edifici, e allora anche la
vanguardia doveva ritrarsi dalla stazione della ferrovia; indi
le brigate De Giorgis e Puppi dovevano recarsi dietro la ta
verna Virilasci, mentre La Masa formava la retroguardia e
copriva il movimento contro l' incalzare del nemico.
- 399 -

Questi ordini furono eseguiti senza indugio; tuttavia la


marcia in ritirata soffriva qualche ritardo perch i cavalli
d'attiraglio pei due pezzi, che il maggiore Bricoli aveva con
dotti all'angolo della spianata, e che con buon esito avevano
. tenuta in freno la cavalleria nemica, erano quasi tutti morti
o mortalmente feriti. Cost qualche fatica il liberare i timo
ni dell'avantreno dal carico dei cavalli, nel qual lavoro spe
cialmente si distinsero il tenente Zancarini della compagnia
milanese del genio, il cannoniere Zuppo, il quale essendo
fuggiti tutti gli altri cannonieri, serv da solo per qualche
tempo ambedue i pezzi, la guida di Rstow, Farini, due sol
dati della compagnia milanese del genio ed alcuni bersaglie
ri milanesi.
Tostoch i timoni dell'avantreno furono liberi, i can
noni vennero trascinati per un tratto di strada a mano, fin
ch si poterono avere i cavalli pi indispensabili per attac
ca rli di nuovo.
Dopo ci la vanguardia della brigata De Giorgis si rian
nod e unitamente alla brigata Puppi si ritrasse nell'ordine
pi perfetto, perguisa che dopo le nove e mezza tornava a
prendere posizione presso la taverna Virilasci, coperta dal
La Masa il quale indi vi si ferm egli pure. Il colonnello
Puppi, durante questa ritirata, era stato ferito mortalmente,
il che produsse qualche disordine nella brigata, la quale si
ritrasse oltre il limite statuito, vale a dire, fin dietro il con
vento dei Cappucini. Ivi il maggiore Bossi riusc ad arrestarne
le mosse ed a riordinarla. -

Rstow trov presso la taverna Virilasci il terzo batta


glione (Venuti) della brigata Milano, che era stato richiama
to da Casapulla. E veduto che i Napoletani cominciavano da
Capua a spingersi a quella volta, fece che quel battaglione im
prendesse un nuovo assalto sotto il comando del capitano De .
Carolis, ajutante maggiore della brigata, essendo il capitano
Venuti, comandante del battaglione, stato allora spedito a ri
400 .

condurre la brigata Puppi. Merc questo movimento i soldati


regi furono in breve ricacciati in Capua.
Dopo questo fatto succedette una tranquillit perfetta.
Se non ch i soldati non avevano ancora toccato cibo, ed in
Santa Maria si trovavano vettovaglie ed una riserva di muni- .
zioni; inoltre Rstow da un ufficiale inviato a Spangaro ave
va avuto notizia che esso era in ritirata sopra San Tammaro,
e per ci alle undici ore lasciata a Virilasci una sola guar
dia di campo, Rstow con le altre truppe marci verso
Santa Maria per ristorarle di cibo e bevanda, provvederle
di nuove munizioni, e ritornare di nuovo se ne fosse stato
bisogno.
. Verso le due pomeridiane, nei dintorni di Gradillo, alla
volta di Santa Maria, si fece udire il rimbombo del cannone;
in pari tempo giunse notizia dalla taverna di Virilasci che i
Napoletani tornavano ad ingrossare ed avanzare sulla strada
di Capua. Per la qual cosa, considerato che in conseguenza
dei vivi attacchi di Rstow eglino erano effettivamente in ti
more per Capua, ed avevano richiamate truppe anche dal
Volturno superiore, per cui la forza raccolta il 19 presso
Capua si poteva computare a 20,000 uomini, essendo possi
bile che durante un riposo di parecchie ore si fossero riavuti
dal loro spavento, ed ora volessero impiegare le proprie for
ze in un attacco contro Trr (il che ad essi, che avevano un
ottimo materiale da ponti, non doveva certo riuscire diffici
le), Rstow, per fare dal canto proprio tutto ci che poteva
a sventare tali operazioni, erasi avanzato un'altra volta sulla
strada di Capua nel medesimo ordine della mattina; e nelle
stesse condizioni che nella mattina i Napoletani furono re
spinti fino alla linea delle Cascine Vitale e Saullo.
lvi Rstow, circa le quattro pomeridiane, fece sosta ed
ivi ricevette ordine da Garibaldi di sospendere il combatti
mento e ritirarsi con tutte le truppe sopra Santa Ma
ria, dappoich lo scopo del combattimento s'era piena
401
mente raggiunto e Cajazzo era stato occupato quasi senza
resistenza. Al Gradillo la pugna s'era limitata ad un can
noneggiamento e ad un fuoco di fucileria poco offensivo.
Cattabene, allorch col battaglione Cacciatori di Bologna
avvicinavasi la mattina a Caiazzo dalla scafa di tal nome,
s'accorse che il colle piantato ad olivi dinanzi la citt era
leggermente presidiato dai regi; e per ci dopo avere soste
nuto per lungo tempo un combattimento di moschetti ne li
scacci finalmente alla baionetta e si impadron della citt.
E per tostoch i Garibaldini si furono impadroniti di
Cajazzo sarebbe stato opportuno di chiamare in tutta fretta
la divisione Medici od altra truppa in forza rilevante, e so
pratutto insistere, per quanto fosse stato possibile, sui van
taggi ottenuti. Ma il seguito di questa narrazione ci indi
cher che si fece altra cosa. -

I Garibaldini sostennero la perdita di 170 uomini circa


tra morti e feriti, fra i quali 10 del battaglione Cattabene, 5
della colonna Trr, 2 di quella di Eber, 9 della colonna
Spangaro, ed un po' pi di 140 ripartiti fra le colonne che si
erano avanzate sotto l'immediata direzione di Rstow sulla
strada di Capua.
A met delle anzidette salirono le perdite dei Napoleta
ni i quali da sicuri appostamenti potevano valersi della pre
.ponderante loro artiglieria.
In questa giornata i giovani soldati Garibaldini si sono
battuti in generale con sommo valore. Non dissimuleremo
che anche in cotesta occasione non mancarono fuggitivi, poi
ch il terreno sulla strada di Capua rendeva agevole lo scom
parire a quelli che non avevano alcun desiderio di far ami
cizia colle palle nemiche, e ve n'ebbero alcuni che da
Santa Maria fuggirono fino a Napoli sulla strada ferrata,
mentre Rstow, colla maggior parte dei suoi valorosi sol
dati, vittoriosamente ricacciava verso le mura di Capua i
Napoletani i quali erano in numero tre volte maggiore.
VoL, il. 26
402

Non a maravigliare se il combattimento di Capua ab


bia destato gran chiasso nel popolo, imperciocch dopo quel
lo di Reggio, sia stato effettivamente il primo. Da che si era
ordinato l'esercito meridionale veramente degno di tal nome,
non erano avvenute che due vere battaglie, quella di Milaz
zo e quella di Reggio, ed in ambedue non avevano presa par
te attiva all' azione che distaccamenti in proporzione assai
Scarsi; per guisa che il popolo non che una parte degli uffi
ziali superiori del medesimo esercito si erano dati a credere
che la campagna sul continente napoletano non fosse che una
gita di piacere. Ma da questa illusione la battaglia di Capua
venne a disingannarli; il che a molti non riusc cosa troppo
gradita. ----- -

Il colonnello Puppi, uffiziale superiore dei Garibaldini,


fu ferito mortalmente e mor entro 24 ore ; al maggiore
Montesi nell'assalto alla spianata venne ucciso il cavallo e
sfracellato il fodero della spada da una palla di cannone. Del
lo stato maggiore generale di Rstow riportarono contusioni il
maggiore Vigo ed il capitano Ronchetti; lo stesso Rstoweb
be due cavalli uccisi sotto dalla mitraglia, e danneggiato il
fodero della spada; Bricoli, che dirigeva l'artiglieria, fu fe
rito in una gamba da una palla di mitraglia.
Fra le molte cose che si sono scritte intorno al combat
timento di Capua, se ne lessero, come al solito, d'insulse.
Nella diffusione di notizie false od esagerate non ebbero pic
cola parte gli amateurs, i quali nell'esercito garibaldino a
vevano maggior libert che in ogni altro del mondo. Questi
signori nelle corrispondenze dei-giornali si spacciavano sem
pre per testimoni oculari; ed erano testimoni oculari in Ca
serta, in Santa Maria, e perfino in Napoli, ove naturalmente
non vedevano che la scoria del piccolo corpo che valoro
samente combatteva innanzi a Capua, svergognati fuggiaschi,
che in qualsiasi esercito si conducono ad un modo, nel fran
cese del pari che nell' esercito meridionale italiano, e che
403
per mascherare il lor vitupero sono sempre i pi ciarlieri
di tutti. -

A confermazione delle nostre asserzioni accenneremo


soltanto la relazione del testimonio oculare Lump Edwin Ja
mes. E poich abbiamo lealmente esposti i motivi del com
battimento di Capua, ci crediamo dispensati dall'aggiunge
re ulteriori considerazioni per chiarirlo o per combattere
le stolte asserzioni. Tutti converranno con noi, il combatti
mento di Capua essere stato pi rilevante e pi avventurato
di quello di Meri, in conseguenza del quale Medici venne
nominato generale e nell' ordine del giorno di Garibaldi
fu dichiarato, la divisione Medici avere bene meritato della
patria.
Chi voglia attentamente riandare i racconti delle ultime
guerre, non trover un solo attacco, o secondario o finto,
nel quale, anche di lontano, siasi fatto qualche cosa di simi
le all'attacco di Rstow contro i Napoletani presso Capua.
Una forza di poco pi che 2000 uomini respinse in quel
l'occasione 20.000 nemici, e colla sua vivacit ed eroica re
sistenza li tenne sanguinosamente impegnati per tutta la
giornata. -
CAPITOLO IX.

RIPRESA DI (AJA0 PER OPERA DEI REGII.

La progressione degli avvenimenti consigliava di spedi


re con tutta fretta la divisione Medici od altro corpo di forza
ragguardevole a Cajazzo per mettere a profitto il successo
ottenuto il 19 settembre con un'offensiva sulla riva destra
del Volturno nella direzione di Capua, ci che sarebbe stato
assai facile dopo la sconfitta toccata ai regi in quel giorno;
ma nulla si fece di tutto questo.
Il maggiore Cattabene dopo le pi vive istanze pot ot
tenere soltanto che fosse spedito a Cajazzo il reggimen
to Vacchieri della divisione Medici , il quale vi giunse
la sera del 20 settembre. E poich i regi non erano stati at-
taccati il 20, come si aspettavano di certo dopo i fatti della
giornata antecedente, ripresero coraggio e si affrettarono a
rispedire sul Volturno superiore truppe da Capua, ove le a
vevano ritirate in seguito dello sfortunato combattimento del
19, avendo anche avuto notizia che Cajazzo fosse debolmen
te occupato, e che fossero in viaggio rinforzi, di modo che
deliberarono di attaccare, finch fosse ancor tempo, questo
posto isolato e fare ogni sforzo possibile per riprenderlo.
La mattina del 21 settembre il brigadiere Colonna ra
dun il 4 e 6 battaglione dei cacciatori con una batteria
di 8 pezzi, ed il brigadiere Mechel usc da Capua con 3 bat
406

taglioni esteri, una met dell'8 battaglione di cacciatori, e


due squadroni, per appoggiare l'attacco di Colonna contro
Cajazzo. I Napoletani impiegarono quindi in tale impresa
cinque battaglioni e mezzo, due squadroni ed otto pezzi, cio
circa 5000 uomini. -

Il presidio di Cajazzo consisteva nel battaglione Catta


bene, 320 uomini, e nel reggimento Vacchieri, che in tre de
boli battaglioni numerava 620 uomini. L'intero corpo gar
baldino ascendeva pertanto a 940 uomini; i Napoletani era
no in numero cinque volte maggiore.
Tostoch la mattina del 21, verso le ore undici, Colon
na si avanz per attaccare Cajazzo, Vacchieri raccolse le po
che sue forze e dalle truppe avanzate sotto il comando di
Cattabene fece occupare il colle degli olivi, sul quale aveva
avuto luogo l'insignificante combattimento del 19 settem
bre; fece abbarrare inoltre la citt. Dopo una scaramuccia
di parecchie ore, nella quale i Garibaldini, perch privi di
artiglieria, non poterono mai prendere l'offensiva, e perci
ebbero molta gente perduta, dovettero ritirarsi nella citt e
dietro le barricate. L'artiglieria dei regi riversava sulle me
desime un nembo di granate, e tosto che giunse anche Me
chel, i Napoletani irruppero all'assalto della citt. E quasi
che non fossero sufficienti quelle schiere, che, come abbiam
detto, erano cinque volte pi numerose, anche il clero, ap
poggiato dagli abitanti reazionari di Cajazzo, prese parte al
la battaglia contro i Garibaldini, i quali dalle finestre vemi
vano colti alle spalle a fucilate. Non ostante a ci i valorosi
dell' esercito meridionale si difesero tuttavia per tre ore di
barricata in barricata, lentamente indietreggiando per le con
trade, e soltanto alle sei di sera i regi furono padroni della
citt. L'avanzo dei Garibaldini fugg dalla citt verso la Scafa
di Limatola e per il Volturno; in quell'occasione la cavalle
ria napoletana fece buon numero di prigionieri.
Tra morti e feriti i Napoletani perdettero 110 uomini ;.
- 407 -
dei Garibaldini ne ritornarono a Caserta e Maddaloni nel cor
so della giornata seguente in tutto circa 500; 200 circa feriti
erano rimasti prigionieri dei Napoletani, e fra essi anche i
medici dedicati alla cura dei feriti. Il maggiore Cattabene,
ed 8 altri ufficiali gravemente feriti, furono fatti prigionieri
e tradotti a Gaeta.
La ripresa di Cajazzo parve agli occhi dei Napoletani un
gran fatto d'armi, e nei loro bollettini millantarono che in
quella battaglia si fossero distinti i conti di Trani e Caserta.
Ciascuno giudica col criterio che il Cielo gli ha dato.
Se non che, quantunque il fatto guerresco del 21 set
tembre sia stato glorioso pei Garibaldini, e quantunque i
Napoletani avessero pochi motivi di menar vanto se con 5000
uomini, appoggiati anche dalla parte reazionaria della popo
lazione, dopo sette ore di combattimento si fossero impadro
niti di 900 uomini senza cavalleria e senza artiglieria
certo per che quel combattimento fu una felice ventura pei
Napoletani, ed eglino, non abituati al successo, altrettanto fu
rono modesti nel vantarsene, ancorch siano inclinati per
costume ad esagerare il proprio valoreed a spacciare perve
rit qualunque iperbole su tale argomento. Per la qual cosa
Francesco II, messo in isperanza dell'avventurato successo
della ripresa di Cajazzo, pot certamente dar ad intendere ai
suoi soldati che ora la fortuna della guerra cominciava a vol
gere il suo favore, e ci gli poteva esser creduto tanto pi
facilmente se si avesse pensato che Rstow, il 19 settembre,
bench avesse respinto dietro le mura della fortezza i regi di
gran lunga superiori in forze, tuttavia non si era impadro
nito di quella fortezza. Ad ogni modo, veduto che Cajazzo,
la cui occupazione non poteva avere altro significato che di
servire qual primo punto d'appoggio a serie imprese sulla
riva destra del Volturno, era stato con tanta parsimonia e s
lentamente presidiato dai Garibaldini, si poteva a buon dirit
to argomentare che nella direzione superiore dell'esercito
408 -

meridionale non ogni cosa fosse in ordine, e non fosse in


tutti quella unanimit di voleri ch' s necessaria nelle fa
zioni di guerra. Dalla sconfitta di Cajazzo poteva senza dub
bio l'esercito meridionale ricomporsi ben presto ; anzi in
una nuova impresa a questo scopo poteva servirsi perfi
no della sconfitta con una certa probabilit di buon riusci
mentO.
Tali erano i pensamenti del Rstow ed egli partiva da
questo punto di veduta. Trr era giunto a Napoli malato il
21 ; Medici ebbe allora il comando della vanguardia della
quale Rstow rimase capo dello stato maggiore generale. Fi
no dalla mattina del 23 Rstow aveva presentato a Medici un
disegno delle operazioni che si sarebbero dovute in breve e
seguire, e nel quale si contenevano sostanzialmente le indi
cazioni che seguono:
Duemila uomini circa dovevano occupare Santa Maria,
ove avrebbero fatti preparativi quasi che si trattasse di un
assedio di Capua, mentre contemporaneamente si sarebbero
trincerati in Santa Maria; le schiere dell'esercito che rima
nevano disponibili dovevano essere concentrate intorno a Ca
serta, per poter essere in caso di gettarsi in poche ore sopra
il punto del Volturno al di sopra diCapua che si fosse repu
tato pi opportuno. Questo grosso dell'esercito avrebbe do
vuto passare il fiume; e perch potesse farlo in modo rapido
e sicuro conveniva esercitare un corrispondente numero
d'uomini a costrurre trincee, a gettare ponti, ed immedia
tamente procurarsi il materiale per gettare un ponte sul
Volturno, la qual cosa, attesa la vicinanza di Napoli, era af
fare di poco momento qualora fosse stato bene inteso. Il luogo
Ove gettare il ponte pel passaggio del fiume fu scelto a mezza
via circa fra Capua e Cajazzo, al di sopra della Scafa di For
micola, ma non per essa, perch vicinissimo alla detta Scafa,
sulle alture diGerusalemme, i Napoletani avevano erette pa
recchie batterie che ivi dominavano interamente il fiume.
409 -

Se il passaggio sul Volturno fosse riuscito, il ponte doveva


tosto essere coperto con una doppia testa di ponte e per di
fenderlo si sarebbe chiamato il distaccamento di Santa Ma
ria. Il grosso delle truppe dopo essersi impossessato, giran
dole, delle batterie napoletane sulle alture di Gerusalemme,
avrebbe potuto, secondo le circostanze, rivolgersi, s a destra
Contro il corpo di Cajazzo, s a sinistra contro quello che sa
rebbe accorso da Capua per appoggiare le batterie di Geru
salemme. Tanto nell'uno che nell'altro caso si poteva rite
nere che attese le forze che i Garibaldini avrebbero potuto
impiegare la vittoria sarebbe stata certa almeno secondo ogni
verosimiglianza, e quando si fossero tosto accinti all'opera,
Capua avrebbe potuto per gli ultimi giorni di settembre es
sere completamente isolata, ed il maggior nerbo delle forze
dei regi essere ricacciato al Garigliano. Quello che era suc
ceduto a Cajazzo poteva agevolare l'esecuzione di questo
semplicissimo piano d'operazione, qualora si fosse inviato
un piccolo distaccamento alla Scafa di Limatola, con inca
rico di farvi preparativi per gettare un ponte al fine di de
viare l'attenzione dei Napoletani dal luogo ove il ponte si
sarebbe effettivamente gettato.
Rstow fece conoscere quanto fosse necessario di non
dar tregua agli attacchi e di procedere del continuo assa
lendo, specialmente pel motivo che l'esercito meridionale di
nuova istituzione mancava d'esperienza nel servizio degli a
vamposti, quindi correva pericolo di logorare in quello pi
che in altro le sue forze, giacch bisognava ogni giorno a
spettarsi inutili allarmi, che ogni volta, per la mancanza di
pratica negli uffiziali e nei soldati, avrebbero fatto mettere
sotto le armi tutto l'esercito, anche senza di ci tanto debo
le; inoltre per la necessit di assicurarsi il prestigio del suc
cesso che finora era riuscito di tanto vantaggio all'esercito
meridionale, di guisa che i suoi difetti per nulla apparivano,
e finalmente per iscoraggiare la reazione che teneva agitata
- 410 -

la Terra di Lavoro e non lasciare che i regi ripigliassero


animo sulla linea del Volturno. - -

Di una circostanza il Rstow non fece esplicita dichia


razione. Erano penetrate in Terra di Lavoro le prime notizie
dell'invasione dei Piemontesi nelle Marche e nell'Umbria, e
bench poco ancora si conoscessero i maneggi di Fanti, Fa
rini e Cavour, si poteva di leggieri imaginare che cosa pro
priamente significasse quell'invasione e come fosse diretta
quasi pi contro Garibaldi e l'esercito meridionale, che
contro il Papa. Quantunque tutta la stampa europea, in ogni
cosa che si riferisca all'Italia, fosse dominata dal Cavour e
dai cavouriani, a nessuno rimarr oggi alcun dubbio intorno
agli intendimenti su espressi, salvo che ai pi ostinati filistei.
Trattavasi quindi di render vani questi disegni cavouriani con
rapidi e fortunati eventi contro Francesco II. naturale che
tali cose non si dicano ad alta voce prima che se ne possano
addurre le prove. Del rimanente i motivi attinti alla posizio
ne militare delle due parti che al Volturno si stavano imme
diatamente a fronte, erano per s pi che sufficienti a giu
stificare una pronta, risoluta, ben regolata continuazione del
l'attacco, e perisventura le osservazioni fatte dal Rstow in
torno al danno che avrebbe recato nelle mosse del giovane e
sercito meridionale l'indugiare al Volturno, non ebbero che
troppo a confermarsi nel periodo di poche settimane.
Ci nulla meno si fecero alcuni preparativi per attuare
il disegno del Rstow: il 25 settembre Garibaldi trasport
il suo quartier generale a Caserta; l' intero esercito venne
concentrato intorno a Santa Maria, Caserta e Maddaloni; si
rintracciarono e si ebbero materiali da ponti, i quali in vero
furono trovati assai cattivi; Santa Maria venne trincierata,
sulle alture di Sant'Angelo furono costrutte alcune batterie
che a quella distanza che si adott a Gaeta sembravano di vo
ler battere Capua, ed in parte erano dirette contro le bat
terie napoletane sulle alture di Gerusalemme.
- 411 -

Se non che pareva che tutti sonnecchiassero. Stanchi e


fuor di esercizio per la marcia che quasi senza trar colpo
dalla punta meridionale della Calabria li aveva condotti a
Napoli ed a Caserta, parecchi degli uffiziali superiori non a
vevano quasi pi voglia di fare qualche cosa di serio e di pon
derato. Le notizie dell'avanzarsi dei Piemontesi valevano a
mantenerli nella loro inerzia; e mentre i valorosi soldati
dell'esercito meridionale si sentivano, appunto per ci, invi
tati a tentare qualche gran fatto, a cimentarsi a nuove im
prese, altri avvisavano essere oramai inutile l'opera loro; poi
ch i Piemontesi che giungevano dal nord sarebbero bastati essi
soli per mettere alle strette Francesco II. A che dunque darsi
tanti pensieri? Considerando noi chein progresso di tempo al
cuni di questi fannulloni si sono mirabilmente accordati con
Cavour, Fanti e Farini, crediamo di poter argomentare che fino
dal settembre essi sentissero di aver obbligo di appoggiare e fa
vorire i disegni di quei signori piemontesi. E pertanto fino a
quel tempo si cominciarono ad udire pi gravi lamentanze
sulla debolezza dell'esercito meridionale intanto che quan
te volte si era trattato di creare una nuova divisione aveasi ve
duto precisamente il contrario. Noteremo eziandio che men
tre Garibaldi s'era fatto sentire in altro tempo di aver troppa
gente, si lasci per altro da Napoli indurre a metter fuori
l'appello del 19 settembre diretto ai volontari di tutta Italia
che chiam sotto alle sue bandiere, per sotto pretesto che si
trattava di fare gli apprestamenti per la conquista di Roma.
Nella speranza che il detto fin qui baster a rendere
piena ragione di questo appello, il riproduciamo qui nel suo
preciso tenore.
Il Dittatore dell'Italia meridionale ai volontari. .
Allorch il pensiero di una patria italiana ancora non
era vivo che in pochi si congiurava e si moriva. Oggi si com-
batte e si trionfa. Gli amanti della patria sono abbastanza
- 412 -

numerosi per formare armate e dar battaglie al nemico. Ma


la nostra vittoria non compiuta. Tutta Italia non an
cora libera, noi siamo ancora lungi dalle Alpi, nostra meta
gloriosa. Il frutto pi prezioso di questo primo successo
quello di poterci armare per giungere al trionfo. Io vi ho tro
vati pronti a seguirmi ed oggi vi chiamo tutti presso di me.
Accorrete tosto alla gran rivista delle truppe che devono es
sere la nazione armata, nazione armata per fare libera ed
una l'Italia, piaccia o non piaccia ai grandi della terra.
Radunatevi sulle piazze delle vostre citt, ordinatevi
con quell'istinto che ha il popolo per la guerra, che basta a
renderlo capace di attaccare in massa il nemico.- -

I condottieri dei corpi cos formati, prima del loro


arrivo in Napoli, informeranno il ministero della guerra af
finch esso tenga in pronto tutto il vestiario. Per i corpi
che trovassero pi conveniente giungere dalla parte di mare,
si daranno le opportune disposizioni.
Italiani, il momento decisivo. Nostri fratelli com
battono di gi contro gli stranieri nel cuore d' Italia. Andia
mo loro incontro a Roma per marciare di l tutti uniti nella
Venezia. Tutto ci che nostro dovere e nostro diritto lo
compiremo se saremo forti. Armi dunque, soldati! Cuore,
ferro e libert ! - -

Napoli, li 19 settembre 1860.

E di vero, l'esercito meridionale mantenne sulla riva


sinistra del Volturno le sue posizioni difensive finch i regi
stessi vennero ad assalirlo. Dal 21 fino al 30 settembre
nulla accadde che meritasse di esser notato. Il distacca
mento Csudafys, che per Piedimonte, rafforzatosi con 600
uomini di leva in massa, continuamente minacciato dalla p0
polazione quasi tutta appartenente al partito borbonico, si
era spinto innanzi fino ai monti di Vairano, ivi si scontr
con truppe napoletane di gran lunga superiori di numero,
413

e, dopo breve scaramuccia, dovette ritirarsi per la strada,


d' onde era venuto. -

- Parecchi combattimenti di avamposti ebbero luogo nei


dintorni di Sant'Angelo facendo i regi sortite per isturbare
gli impresi lavori delle batterie. Il pi forte di questi com
battimenti avvenne nella notte del 27 al 28 settembre, ed
singolarmente notevole per questo, che il reggimento Dunne,
dopo due tiri fatti dai Napoletani, fu colto da timor panico
e fugg a spron battuto. -

Appena si fosse udito negli estremi avamposti un colpo


di fucile,veniva dato l'allarme a tutt'i campi e quartieri fino
a Caserta e Maddaloni, e tutte le truppe si mettevano sotto
le armi, e vi doveano rimanere per lo pi cinque o sei ore
prima di poter rimettersi in quiete; per guisa che siccome
i colpi di fucile si facevano udire sovente, si pu di leggieri
immaginare che tutte le truppe dell'esercito meridionale,
propriamente parlando, erano del continuo sotto le armi, il
che ingenerava disgusto nell'animo dei soldati.
Notizie che a bello studio si diffondevano dal campo dei
Napoletani o semplici dicerie, facevano s che l'esercito italia
no meridionale continuamente si attendesse di essere assalito
dai regi; ma finalmente il 30 settembre l'attacco si fece sul
serio, ed il 1 ottobre avanzatisi i Napoletani si venne alla
formale battaglia del Volturno. Noi ci faremo a narrarla con
la maggior diffusione possibile, affinch rimangano smasche
rate tutte le calunnie di sconfitte e di diserzioni che a disonore
dell'esercito meridionale si andarono diffondendo per tutta
Europa dagli agitatori della gran macchina cavouriana, nel
l'intendimento altres di mutare in battaglie, merc di rela
zioni di una pagina, piccole scaramucce dei Piemontesi en
trati nelle Romagne, e con queste battaglie fittizie al nord
soffocare al tutto quanto di veramente serio avveniva al Vol
turno, e in ultimo dar ad intendere ai credenzoni ed ai fau
tori del gran ministro, che la battaglia del Volturno fu vinta
414

dai Piemontesi. Tutto questo tessuto di menzogne potrebbe


bens da molti venir distrutto d'un colpo; ma chi mosso
dalla paura, o dalla speranza poco disposto a dire la verit
a quelli dei quali teme o dai quali spera, e perci noi assu
miamo assai lietamente l'incarico di metterla nella chiara
sua luce, affinch tutti abbiano il merito che loro dovuto.
, -
CAPIToLo x.
BATTAGLIA DEL VOLTURNO. 1 E 2 orroBRE.

1. Posizione delle schiere dell' esercito


meridionale il 30 settembre.

Ed anzi tutto faremo conoscere colla possibile esattezza


le posizioni dell'esercito meridionale il giorno 30 settembre.
Sull'estrema ala destra trovavasi Bixio colla sua divi- .
sione, la 18, la brigata Eberhard della divisione Medici, la
colonna Luigi Fabrizi. La brigata Dezza della 18 divisio
ne noverava 1828 uomini; la brigata Spinazzi ne noverava
670; la brigata Eberhard 1502, la colonna Fabrizi 1560. Ad
essi aggiungevansi otto piccoli obici di campagna e 20 guide
a cavallo. Il tutto ascendeva a 5653 uomini.
Colla forza principale Bixio stava innanzi a Maddaloni,
occupando il monte Caro ed il monte Longano ed avendo
gli ultimi avamposti sulla strada da Maddaloni a Ducenta
presso Valle.
Il battaglione di bersaglieri Bronzetti della 16. divi
sione, composto di 227 uomini, era appostato presso Castel
Morrone, sul passo da Caserta a Limatola.
Appresso San Leucio ed al nord a Gradillo era collocata
la brigata Sacchi, test rinforzata della gi brigata Puppi.
Sacchi disponeva in tutto di oltre 1500 uomini.
- 416

Le alture di Sant'Angelo discendendo fin verso Santa


Maria erano occupate dalle schiere di Medici. In due brigate
della sua divisione, la 17, egli aveva 2500 uomini, 200 ca
rabinieri genovesi, il reggimento del genio Brocchi, 300 uo
mini, e la brigata Spangaro della 15. divisione, 1000 uo
mini. Medici poteva quindi disporre in complesso di oltre
a 4000 uomini. Al suo fianco si trovava il vecchio generale
Avezzana, soltanto da poco tempo ritornato dall'America.
Garibaldi, fino alla formazione della divisione calabrese che
si andava raccogliendo, gli aveva affidata l'ispezione su tut
ta la linea verso Capua. Medici aveva nove pezzi tutti in
batteria, fra i quali sei pezzi da quattro rigati.
Milbitz, il quale in assenza del ministro della guerra
Cosenz comandava la sua divisione, ch'era la 16., si appog
giava all'ala sinistra di Medici, sulla linea di Santa Maria.
Le sue truppe si componevano parte della 16 divisione, parte
della 15; in tutto circa 4000 uomini con quattro pezzi.
La brigata Basilicata sotto gli ordini del colonnello Cor
te, composta di 1500 uomini, trovavasi sull'estrema ala si
nistra presso Aversa.
Il quartiere generale era in Caserta; ivi era concentra
ta anche la riserva generale, il cui comando era stato assun
to da Trr appena ritornato da Napoli, ed al quale fu attac
cato Rstow in qualit di capo dello stato maggiore generale
della riserva. Secondo le notizie attinte dal Rstow la sera
del 30 settembre presso il generale Sirtori sulla forza e com
posizione della riserva, essa a quel tempo consisteva della
brigata Eber, di 1600 uomini; di 850 uomini della brigata De
Giorgis, ambedue della 15 divisione; della brigata Assanti
della 16 divisione, 1100 uomini ; del battaglione Pater-
niti, 250 uomini; della brigata calabrese Pace, 2100 uomini:
in tutto quindi 5,900 uomini. Della brigata Pace soltanto 200
uomini erano bene armati, altri 600 erano armati insufficien
temente ; gli altri, cio 1400 uomini, era pel momento in
417

capace a qualunque servizio, per guisa che lo stato dei com


battenti della riserva si poteva limitare a 4500 uomini.
A queste schiere erano da aggiungere 13 pezzi, nove dei
quali per altro la sera del 30 furono spediti verso Santa
Maria.
Dalle cose esposte apparisce che le singole parti delle
divisioni erano malamente l'una dall'altra staccate.
Accenniamole complessivamente coi nomi di coloro che
le comandavano. -

- Bixio, 5600 uomini; Bronzetti, 227; Sacchi, 1500; Me


dici, 4000; Milbitz, 4000; Corte, 1500; riserva, 4500.
Si pu pertanto conchiudere che al 30 settembre la forza
di Garibaldi ascendeva a 21.000 uomini circa. Notiamo per
altro espressamente che questo computo assai alto, prima
perch in tutti i casi nei quali lo stato delle truppe non
si pot rilevare precisamente ci siamo attenuti alla cifra pi
alta; in secondo luogo, perch pi d'uno, anche se non si vo
glia parlare di quelli ch'erano spediti altrove (il che pure ac
cadeva) scomparve alla battaglia del 1. ottobre, di guisa
che si pu ritenere che per quel giorno siasi potuto disporre
appena di pi che 21,000 uomini.

2. Piano, forza e disposizioni delle truppe regie.

Noverate le forze e descritte le posizioni dell'esercito


meridionale italiano che diede principio alla battaglia del 1
ottobre qual combattimento difensivo, passiamo ad infor
marci del piano e della forza dei Napoletani.
Veggendo eglino che l'esercito di Garibaldi proseguiva
a tenersi sulle difese, n faceva alcun nuovo tentativo per i
stabilirsisulla riva destra delVolturno, deliberarono di pren
dere essi medesimi l'offensiva. Al che erano indotti dai fatti
accaduti negli Stati della Chiesa, e dalla vittoria conseguita
dai Piemontesi sopra Lamoricire. Oltre a ci, non annunzia
VoL. II, 27
418

va forse Cavour di voler entrare nel Napoletano soltanto per


combattere l'anarchia? --

Ora se a re Francesco fosse riuscito di sconfiggere inte


ramente Garibaldi, e forse di distruggerlo, rianimando in tal
modo il partito borbonico, l'anarchia cavouriana sarebbe sta
ta vinta, od almeno Cavour non avrebbe potuto trarre profit
to da quel pretesto per recare al popolo di Napoli quegli
aiuti de' quali egli andava dicendo aver di mestieri.
Indotto da siffatti motivi e sotto questo punto di veduta
il partito borbonico fece gli ultimi sforzi per conseguire in
un combattimento decisivo la piena disfatta dell'esercito me
ridionale italiano; raccolse pertanto tutte le sue forze, e si
teneva tanto sicuro della vittoria, che prese tutte le misure
pergiovarsi dei vantaggi che si attendeva dalla imaginata
distruzione totale dei Garibaldini.
Correva il 4 ottobre l' onomastico del re Francesco, e
quel giorno doveva essere festeggiato in Napoli; Francesco
II si rec in persona coi conti di Trapani e Caserta a Capua
per prender parte alla battaglia decisiva che dovea darsi; e
nel caso di vittoria si di promessa ai soldati, per vie meglio
animarli, di conceder loro il saccheggio di tutti i paesi che
avessero rinvenuto fra Capua e Napoli.
Il generale Ritucci assunse il comando in capo. Il bri
gadiere De Mechel, con una colonna di 8000 uomini, fra i
quali 5 battaglioni esteri, doveva avanzarsi sull'ala sinistra
pel Volturno superiore, indi per Ducenta a Maddaloni e sba
ragliare tutte le schiere in che si fosse incontrato.
Un distaccamento comandato dal colonnello Perrone e
composto di 1200 uomini, doveva avanzare da Cajazzo per
Castel Morrone verso Caserta; e il brigadiere Ruiz doveva
pel momento tenersi con 3000 uomini di riserva in Cajazzo.
Due colonne principali dovevano irrompere da Capua.
La prima, sotto il generale Afan di Rivera, composta delle
due brigate del brigadiere Barbalunga e del colonnello Po
419

lizzi, ascendenti a 10.000 uomini, doveva assalire il villag


gio di Sant'Angelo in Formis e le alture del monte Tifata, e
dopo essersi impadronita di quelle posizioni per il Gradillo,
avanzare a San Leucio, rannodarsi al distaccamento di Per
rone, prendere Caserta, e congiungersi con Mechel, il
quale si prevedeva dovesse intanto aver presa Maddaloni.
La seconda colonna, che usciva da Capua comandata dal
generale Tabacchi e nella quale si trovava tutta la fanteria
della guardia, era forte di 7000 uomini; aveva l'incarico
di attaccare Santa Maria, trattenervi od attirarvi il maggior
numero di forze garibaldine che fosse possibile e in tal mo
do meglio agevolare alle colonne di Mechel ed Afan de Rive
ra le operazioni alle spalle dell'esercito meridionale italiano.
I conti di Caserta e di Trapani volevano marciare con la co
lonna Tabacchi, e Francesco II doveva unirsi a quella di A
fan de Rivera al quale toccava la parte principale nell'azione.
Un distaccamento di fianco di 1500 uomini, comandato
dal brigadiere Sergardi, doveva attaccare San Tammaro.
La cavalleria, tranne alcuni squadroni ripartiti fra le
diverse colonne, in numero di 2500 cavalli, doveva anzi tut
to prendere posizione sulla spianata di Capua per poter es
sere adoperata, secondo l'uopo, in questo o in quel luogo.
Il generale Colonna con 5000 uomini si appost sulla ri
va destra del Volturno presso la Scafa di Triflisco al di sopra
di Capua per seguire qual riserva la colonna di Rivera; egli
recava seco materiali per poter gettare un ponte sul Volturno
e farvi passare le truppe.
Rimanevano in fine nella stessa Capua circa 7000 uo
mini, parte di presidio, parte di riserva.
Riassumendo, dunque, le schiere dell'esercito napoleta
no ascendevano in tutto come appresso: -

Colonna De Mechel, 8000 uomini; distaccamento Per


rone, 1200; distaccamento Ruiz, 3000; colonna Afan de Ri
vera, 10,000; colonna Tabacchi, 7000; distaccamento Ser
420

gardi, 1500; brigata Colonna, 5000; presidio di Capua e ri


serva di cavalleria, 9500.
La forza pertanto contro la quale i Garibaldini doveva
no combattere saliva a circa 38.000 uomini, non computan
do le riserve in Capua; vale a dire il doppio precisamente
dell'esercito italiano meridionale. L'artiglieria di campagna
dei regi consisteva in 8 batterie o 64 pezzi, ai quali sono
da aggiungere, in alcuni momenti della battaglia, le batterie
di posizione delle alture di Gerusalemme e l'artiglieria di
fortezza delle fronti di terra di Capua.
E qui noteremo che sebbene nel computo dell'esercito
meridionale ci siamo attenuti alla cifra pi alta, per l'ser
cito napoletano, invece, abbiamo seguito il principio opposto.
Uffiziali prigionieri dei regi facevano ascendere la forza
complessiva dei Napoletani nel 1 ottobre a 45.000 uomini,
numero che coincide col nostro se vi aggiungiamo la guarni
gione di Capua. Le singole cifre suesposte ci furono date da
uffiziali prigionieri, e ripetiamo che sono le pi basse.
Quando i regii vennero vituperevolmente respinti a Ca
pua fecero del loro attacco decisivo una semplice ricognizio
ne, e nelle relazioni uffiziali si sforzarono di ridurre a mi
nimi termini il numero degli uomini messi in azione, tacen
do sempre la forza delle loro colonne, e mentre nominavano
alcuni corpi di truppa che erano in questa od in quella co
lonna, ritenevano di dar ad intendere che i nominati corpi
di truppa avessero essi soli costituita l'intera colonna. Per
tal causa avvenne che una di tali colonne, impiegata nell'as
salto di un villaggio trincerato, risult composta di sola ca
valleria. -

Cavour, il quale si adoper in ogni modo a spargere


le pi goffe menzogne intorno ai fatti accaduti il 1. otto
bre, giov assai agl'intendimenti degli uffiziali di France
sco II rivolti a falsare ogni cosa. Questo noi abbiamo detto
altra volta e il ripeteremo sempre che ce ne venga il destro,
- 42i -
senza tema di recar noia ai lettori che desiderano ed amano
in tutto la verit. -

3. Scaramucia di avamposti del 30 settembre presso


Sant'Angelo. -

Alla fine di settembre l'estrema ala destra di Medici era


appostata presso Bosco San Vito in congiunzione colla briga
ta Sacchi mediante una guardia di campo. Il centro di Me
dici trovavasi a Sant'Angelo in Formis; l'ala sinistra si e
stendeva lungo la strada verso Santa Maria fino alle case
Sassano e di Napoli. I pezzi erano collocati in batteria sulle
alture del monte Tifata; gli avamposti, difesi dalle case e da
gli alberi, erano avanzati a circa 2000 passi da Capua e sulla
destra fino alla riva del Volturno.
Allorch De Mechel il giorno 30 aveva incomincia
to il suo movimento sopra Ducenta, Colonna cominci nel
le prime ore pomeridiane un vivo fuoco d'artiglieria e mo
schetteria dalla riva destra del Volturno presso la Scafa di
Triflisco e la Scafa di Formicola verso i posti di Medici. Que
sti rispose con fuoco di fanteria e d'artiglieria, che dur fin
verso sera, costando a ciascuna delle parti una quarantina
all'incirca tra morti e feriti. Dalla parte di Medici presero
parte al fuoco il reggimento Vacchieri, un battaglione di zuavi
della divisione, ed una compagnia di carabinieri genovesi, in
tutto 700 uomini circa. - ---

L'esercito meridionale diresse in principio il pi vivo


fuoco contro i Napoletani mentre tentavano di passare il
Volturno; tutte le riserve a Caserta dovettero mettersi sot
to le armi. Verso sera il fuoco cess, e ritenendo il Gari
baldi che i Napoletani volessero fare una dimostrazione per
isvolgere la sua attenzione dalle ale al centro, ordin che
le sue riserve ritornassero a Caserta fino a che avesse rico
nosciuto il vero punto d'attacco del nemico.
- 422 -

4. Battaglia al Volturno del 1 ottobre fino alle prime


ore pomeridiane.
Le colonne Sergardi, Tabacchi ed Afan de Rivera usci
rono alle ore due antimeridiane del 1 ottobre dalla porta
napoletana di Capua sulla spianata; ivi si ordinarono in file
ed al crepuscolo mossero all'assalto. Allo spuntare del gior
no si ingaggiarono quasi contemporaneamente due battaglie:
l'una innanzi a Santa Maria, l'altra presso Sant'Angelo. Noi
le narreremo separatamente fino alle prime ore pomeridia
ne, cominciando dal combattimento presso Santa Maria.

a) Combattimento di Santa Maria.

Le schiere di Milbitz erano distribuite nel modo se


guente:
Sull'estrema ala sinistra, il reggimento Fardella a San
Tammaro composto di 500 uomini; il reggimento Malenchi
ni, alla stessa altezza sulla ferrovia e verso Santa Maria, 500
uomini; nel centro, sulla strada consolare, i reggimenti Lan
ge e Sprovieri, ed i battaglioni dei volontari napoletani, 1200
uomini; dopo di essi, in riserva, il reggimeuto Palizzolo,
una compagnia del genio, 110 soldati di cavalleria senza ca
valli, una compagnia della guardia di sicurezza di Santa Ma
ria e 70 usseri, in tutto 720 uomini; sull'ala destra presso
l'anfiteatro e sulla strada proveniente da Sant'Angelo la
brigata La Masa (reggimenti Corrao e La Porta) e la cos
detta compagnia francese De Flotte, 1100 uomini.
Due dei pezzi erano collocati in un vacuo verso la sta
zione della ferrovia, gli altri due sotto l'arco dell'antica por
ta Capuana a Santa Maria.
La linea difensiva di Milbitz da San Tammaro fino alla
strada di Sant'Angelo si prolungava circa 4000 passi.
- 423 -

Poco dopo le cinque ore antimeridiane le truppe a


vanzate di Tabacchi attaccarono quelle di Milbitz presso la
fornace ed il convento dei Cappuccini; gli avamposti di Mil
bitz retrocedettero mentre i corpi principali mettevansi do
vunque sotto le armi. -

Tabacchi spinse innanzi le due ale, singolarmente la


sinistra, verso la strada di Sant'Angelo; esse per altro erano
assottigliate di forze, e per ci pi adatte a mantenere la co
municazione e tener liberi i fianchi, che a tentare un attacco
decisivo. -

L'ala sinistra di Tabacchi venne alle mani con La Masa,


e quantunque avesse in principio conseguito qualche vantag
gio, fu in breve rincacciata dalla riserva di La Masa.
Malenchini ritir i suoi avamposti dopo la piccola bat
teria sulla strada ferrata, per liberare la fronte; il fuoco di
questa batteria trattenne avventuratamente la fanteria nemi
ca che avanzava lungo la strada di ferro. Tostoch Fardella
s'accorse che Sergardi, il quale marciava dalla strada di Ca
pua sopra San Tammaro, si stava avvicinando ed accennava
di volersi cacciare tra San Tammaro e la ferrovia, col mag
gior numero delle sue truppe sgombr San Tammaro e si ri
trasse verso la ferrovia per appoggiare Malenchini pi effica
cemente: in San Tammaro non lasci che un piccolo corpo
d' osservazione il quale avrebbe potuto da quel luogo ritirar
si senza pericolo nella direzione che gli fosse meglio con
Venuta.
Tabacchi aveva trattenuto in prima il nucleo delle sue
forze presso la strada Capuana.
Tosto che gli avamposti del centro di Milbitz si furono
ritirati sopra Santa Maria, Tabacchi fece trasportare per la stra
da Capuana una batteria di otto pezzi, la quale oper singo
larmente contro la piccola batteria sotto la porta Capuana.
Questa piccola batteria da sei rispondeva con qualche profitto,
ma rilevava gravi danni. Poich il fuoco dell'artiglieria dur
- 424

quasi un'ora, Tabacchi fece avanzare la sua fanteria sui due


lati della strada, e Milbitz gli scagli contro i due reggi
menti Lange e Sprovieri comandati dal colonnello Porcelli. I
Napoletani furono ricacciati dietro la loro artiglieria e a ri
dosso delle loro riserve compatte, al che contribuirono non
poco Malenchini e Fardella con un assalto sul fianco destro.
Il Tabacchi intanto sulla sua ala sinistra aveva formato
sopra la strada di Sant'Angelo una forte colonna che impe
tuosamente si spinse contro la brigata La Masa recandole
non lieve danno.
Mentre sul mattino s'era appiccata la battaglia, Garibal
di con Milbitz era alla stazione della ferrovia; e poich in
breve s'accorse manifestamente che in quella giornata si a
giva sul serio e che l'affare avrebbe preso grande estensio
ne, egli chiese a Sirtori una parte delle riserve. di Caserta.
Sirtori, radunata dapprima la brigata Assanti della 16.a divi
sione e subito dopo la parte della brigata Pace atta al servi
zio, le spediva a Santa Maria. -

La brigata Assanti, sprovveduta del suo battaglione


Bronzetti il quale trovavasi a Castel Morrone e combatteva,
giunse, forte di 1100 uomini, a Santa Maria verso le otto di
mattina, nel momento in cui il La Masa era nel maggior bi
sogno, e dovette tosto procedere all'attacco sulla strada di
Sant'Angelo.
Assanti spediva un battaglione del reggimento Albuzzi
alla porta Capuana per rinforzare quella riserva. Con un bat
taglione di bersaglieri egli avanz sulla strada di Sant'Ange
lo, col reggimento Fazioli a destra, col reggimento Borghesi
a sinistra della strada, mentre un battaglione del reggimento
Albuzzi rimaneva di riserva alla porta di Sant'Angelo. Me
diante questo attacco i regi furono respinti da quella parte.
Milbitz intanto aveva fatto eseguire un nuovo assalto an
che innanzi alla porta Capuana; Tabacchi lo ributt e si
spinse fin quasi sotto le trincee di Santa Maria. Ma non ap
- 425 -

pena i Garibaldini si furono alquanto riposati, tornarono pi


animosi a sboccare da tutte le parti, e Tabacchi dovette ritirar
si dopo aver perduto parecchi pezzi.
Succedette intanto quasi un'ora di sosta mentre Tabac
chi aveva mestieri di raccogliere la sua gente, e Milbitz, at
tesa la scarsezza dei suoi mezzi, si teneva sulla difensiva, as
salendo soltanto allora che la necessit del parare i colpi lo
costringeva. -

Tabacchi aveva riordinato alle ore undici il suo corpo e


passava ad un nuovo attacco contro la porta Capuana, a de
stra ed a sinistra della medesima. Malenchini, Fardella e
Sprovieri hanno sostenuto l'assalto alla ferrovia, appoggiati da
due pezzi allora giunti dalla riserva di Caserta; altri due pezzi,
di egual provenienza, furono impiegati ad appoggiare La Ma
sa ed Assanti alla porta di Sant'Angelo. -

Milbitz, alla porta Capuana, rinforzava il reggimento


Lange col reggimento Palizzolo e colla compagnia del genio
della riserva. La compagnia del De Flotte prest utilissima
opera in questa parte del combattimento, dappoich essendo
appostata in una casa trincerata, mantenne la comunicazione
fra il centro e l'ala destra di Milbitz, fra la strada Capuana
e la strada di Sant'Angelo. Chi volesse prestar fede ai gior
nali francesi, quella compagnia, forte di 60 uomini, avrebbe
sostenuto tutto il peso della battaglia; nel darne la relazione
quei valenti giornalisti dedicarono al merito di essa compa
gnia due intere colonne, mentre nel descrivere il rimanente
della pugna che si combatt sopra una fronte lunga 12 miglia
da Valle per Castel Morrone e Sant'Angelo a Santa Maria e
San Tammaro, se la spacciarono con poche righe. In questo
caso la malignit balza all'occhio di chiunque; ma avremo
a far menzione di altre descrizioni di battaglie che non sono
punto migliori n pi giuste. Il lettore assennato dee mettersi
in sospetto sulla verit di tutte quelle nelle quali certi nomi
rappresentano una parte che tutto assorbe, dappoich coloro
426 -

che hanno quei nomi nulla hanno forse operato. I giornali


del partito di Cavour si giovarono egregiamente di queste
fallaci notizie facendo ogni sforzo per diffonderle di preferen
za, mentre d'altra parte furono sommamente solleciti d'im
pedire che si propagassero quelle che avevano a fondamento
la verit.
Milbitz ributt anche l'attacco delle undici ore su tutti
i punti.
Intanto Tabacchi raccoglieva nuovi rinforzi ed all'una e
mezza pomeridiana tornava ad un nuovo assalto, appoggiando
lo colla cavalleria che spingeva verso la ferrovia e sulla strada
maestra. La cavalleria diretta contro la strada ferrata fu rin
cacciata dal fuoco di quella batteria; alla porta Capuana la
cavalleria napoletana si spinse per ben due volte fin sotto le
fortificazioni; contro i cacciatori napoletani, che si avanza
rono sulla strada, Milbitz dovette condurre in persona i vo
lontari napoletani sotto il comando del maggiore Monteforte.
In quella circostanza egli riport una contusione ad una
gamba. -

Tabacchi nello imprendere questo attacco di cavalleria


e di cacciatori aveva in mira di condurre sulla strada, sotto
la loro protezione, una nuova batteria nei dintorni della for
nace; la batteria cominci tosto un fuoco fiaccamente nu
trito nella direzione della porta Capuana, e dietro questa
batteria furono nuovamente ordinate le colonne della fanteria
napoletana. -

E qui chiudiamo la narrazione del combattimento pres


so Santa Maria: sono circa le due pomeridiane. La battaglia
riuscita fin qui non altro che un fortunato combattimento
difensivo; per altro le forze delle quali Milbitz dispone sono
quasi esauste; egli manca assolutamente di truppe fresche.
427 -

b). Combattimeato presso Sant' Angelo.

Afan de Rivera assalse alle cinque e mezza antimeridia


ne gli avamposti di Medici in tutt'i punti. Innanzi che aves
se principio questo attacco di fronte sulla linea dalla Maseria
Antinolfi perSantoro fino a Gianfrotti,una sezione della bri
gata Colonna aveva passato il fiume presso la Scafa di Trifli
sco, aveva preso parte al combattimento e sin dal principio
tagliava fuori un distaccamento degli avamposti di Medici,
senza che questi quasi se ne fosse accorto, indi per vie co
perte, ripiegando, procedeva presso Bosco San Vito verso le
alture di San Nicola. Al timore insorto ed alla conseguente
confusione Medici raccolse quanti pi pot dei suoi; ma gli
avamposti tenevano fermo e tardavano l'avanzare dei Na
poletani; laonde Medici ebbe tempo di spedire il secondo
reggimento della brigata Simonetta sull'ala destra al nord di
Sant'Angelo; il primo reggimento della stessa brigata, col
vecchio generale Avezzana e col colonnello Simonetta alla
testa, si appost al mezzod di Sant'Angelo per tenere aper
te le comunicazioni con Santa Maria. Medici stesso, raccolti
al centro quanti pi pot della seconda brigata della 17 di
visione, la quale in parte si era trovata agli avamposti, e del
la brigata Spangaro, prese posizione con quelle schiere pres
so una batteria eretta sul pendio ad occidente di Sant'Angelo.
Le colonne di Afan de Rivera procedevano intanto e si
venne ad un'accanita lotta con alterna fortuna, mentre
ora ripiegavano i regi, ora i Garibaldini; i primi spingeva
no innanzi sempre nuove truppe sulla loro destra per con
giungersi con Tabacchi ed impedire che Avezzana e Si
monetta, che combattevano valorosamente, rimanessero pa
droni della grande strada da Sant'Angelo a Santa Maria.
Garibaldi, come dicemmo, trovavasi il 1ottobre a Santa
Maria; egli dopo aver dato gli ordini necessari perch fosse
- 428 -

chiamata una parte delle riserve, dopo aver dato istruzioni a


Milbitz, si recava alle ore sette di mattina in carrozza a San
t'Angelo per osservare anche col lo stato delle cose, e per
ispingere Medici sul fianco sinistro di Tabacchi qualora non
lo avesse trovato impegnato in lotta; ma vide invece le di lui
schiere combattere una violentissima lotta. Un cavallo ed un
cocchiere di Garibaldi furono uccisi per via. Intanto Simo
netta rispinse per un momento il nemico e Garibaldi giunse
sulla grande strada, in quel luogo ove si diparte a destra del
la medesima la strada laterale che conduce a Sant'Angelo in
Formis. Dopo aver veduto il preciso stato delle cose, ordina
a Medici di conservare la sua posizione a qualunque prezzo,
intanto ch'egli sale le alture sopra Sant'Angelo per dare uno
sguardo all'andamento complessivo della battaglia.
Medici prosegue nella pugna in condizioni eguali a quel
le ond'ebbe principio, salvo che il numero dei suoi soldati
va continuamente scemando per i copiosi morti e feriti e per
quelli che sono rifiniti e malconci, mentre il nemico poco
bada alle proprie perdite attesa la sua grande superiorit. Le
truppe di Medici dalle nove ore di mattina erano ridotte a
poco pi di 2000 uomini.
Garibaldi intanto vede il nemico gi in possesso delle
alture di Sant'Angelo in Formis. Era la colonna di cacciato
ri che aveva passato il Volturno presso la Scafa di Triflisco;
Garibaldi le contrappone sul monte San Nicola una compa
gnia di carabinieri genovesi e due compagnie della brigata
Sacchi, che vi stanziavano al servizio degli avamposti, racco
glie l'altra gente che gli viene alla mano e rispinge i regi.
Il maggior numero delle schiere di Rivera, che era
no in piedi fino dalla mezzanotte, verso mezzodi, a fronte
dell'ostinata resistenza di Medici, alla quale non erano ap
parecchiate, cominciarono a provare stanchezza. La battaglia
si acquiet, ma i Napoletani erano tuttavia in possesso delle
alture al sud di Sant'Angelo. .
429

N erano meno spossate le truppe diMedici; oltre a ci,


quelle delle quali avrebbe potuto disporre per la battaglia
erano in numero sommamente scarso. Si preparava per
esse il cibo a Sant'Angelo, i singoli drappelli di valorosi dei
vari corpi che durante la battaglia della mattina si erano
trovati insieme, si andavano facendo pi compatti, sperando
che una nuova lotta non sarebbe stata necessaria, ma tutta
via in aspettazione di nuovi combattimenti, e pronti a so
stenerli.
E in vero Afan de Rivera non faceva che spingere in pri
ma linea sempre nuove truppe e ad un' ora ritornava all'as
salto di Sant'Angelo; questa volta le sue colonne del centro si
spinsero fino nel villaggio di Sant'Angelo in Formis, i soldati
di Medici vennero da tutti i punti ributtati sulle alture; i regi
si impadronirono del cibo preparato per i Garibaldini, con
quistarono parecchi pezzi, posero il fuoco a varie case. E per
tanto, veggendo Garibaldi che i Napoletani avevano ancora
nuove riserve per Sant'Angelo, e che un'ulteriore resisten
za di Medici sarebbe in breve per divenire impossibile, co
manda che si facciano avanzare le ultime riserve da Caserta
verso Santa Maria, ed egli stesso vi accorre per ordinare il
combattimento. Ma per la strada maestra gli impedito il
passo; al mezzod di Sant'Angelo la trova fortemente occu
pata dai regi, cos che gli forza recarvisi per vie latera
li attraversando i monti, in parte a piedi, e vi giunge fi
nalmente dopo le due ore.

c) Combattimento di Maddaloni o di Valle e di Castel


Morrone.

Per riconoscere in quali precise circostanze le truppe di


riserva siano entrate in azione, dobbiamo descrivere anche il
- - -

combattimento di Maddaloni fino alle prime ore pomeridiane,


430

e intrattenerci alquanto del combattimento di Bronzetti pres


S0 Castel Morrone. -

Nel pomeriggio del 30 Bixio aveva ricevuto ordine da


Garibaldi di tenersi pronto a respingere un assalto da parte
dei nemici ch'egli giudicava imminente.
E per ci Bixio prese le seguenti direzioni:
La brigala Eberhard si mise sull'ala destra occupando
le pendici settentrionali del monte Longano e le vicinanze
dell'acquedotto; la brigata Spinazzi presso Villa Gualtieri al
centro; due battaglioni della brigata Dezza sull'ala sinistra,
sulle pendici del monte Caro.
Il rimanente della brigata Dezza e la colonna Fabrizi
presero una posizione di riserva, l'una presso San Miche
le, l'altra presso San Salvatore, fra Maddaloni e l'acque
dotto. -

Due pezzi difesi da un battaglione della brigata Eber


hard, furono collocati sulla strada di Valle ; un altro, a si
nistra della strada, in modo da dominare il ponte dell'ac
quedotto; tre rimanevano in riserva dietro la brigata Spi
nazzi. -

Il battaglione che era stato agli avamposti in Valle ven


ne di l ritirato. - -

Il 1. ottobre, alle cinque di mattina, una pattuglia a


cavallo, che Bixio aveva spedito a Valle, vi rinvenne le trup
pe nemiche, ed allo spuntar dell'aurora Bixio osserv dalle
alture una forte colonna nemica che procedeva alla sua
volta per la strada maestra di Ducenta, ed era guidata da
Mechel.
Questi, allorch raggiunse la valle dell'Isclero di buo
nissimo mattino, distacc due corpi, dei quali uno, quello
dell'ala destra, doveva prendere le alture diCaserta vecchia
e Casola, per impedire le comunicazioni di Bixio con Ca
serta ed assalire il fianco sinistro dei Garibaldini, mentre
un altro marciava sopra Sant'Agata dei Goti per piombare
431 -

di l dalle alture del monte Longano sul fianco destro di


Bixio.
Bixio, siccome abbiamo veduto, con uno speciale interes
se pel suo fianco sinistro, che gli assicurava la comunicazio
ne con Caserta, vi aveva disposta la massa principale delle
riserve.
Mechel col nerbo delle sue forze continuava ad avanza
re sulla strada maestra, ed alle sette e mezza era sopra Valle.
Ivi, in una posizione coperta, form del suo corpo principale
tre colonne, una delle quali doveva attaccare a destra il
monte Caro, l'altra a sinistra il monte Longano, e la terza
era incaricata di eseguire l'assalto principale sulla strada
maeSl'a.

Una batteria di otto pezzi fu condotta sulla strada. Me


chel, ordinato in tal modo, aspett ancora qualche tempo af
finch le colonne potessero giungere da Sant'Agata dei Goti
per Casola e prendere viva parte all'azione.
L'assalto cominci alle otto e mezza del mattino: men
tre la batteria dei regi fulminava con un fuoco vivo la strada
maestra, le quattro colonne laterali investivano contempora
neamente il fianco sinistro ed il destro di Bixio.
Dezza, sull'ala sinistra, venne ributtato fino agli estremi
versanti occidentali del monte Caro; ivi per altro gli riusci
va di rannodare i due battaglioni. E poich s'era col ingag
giata una lotta violenta, Bixio, per appoggiarla, fece avanza
re la brigata Spinazzi sulle alture meridionali del monte Ca
ro, alla destra di Dezza, e richiam da San Michele due bat
taglioni della brigata Dezza, verso Villa Gualtieri, e la colonna
Fabrizi da Maddaloni a San Michele.
Intanto che al fianco sinistro ed al centro di Bixio avve
nivano questi fatti, i Napoletani avevano assalito con manife
sto vantaggio l'ala destra dei Garibaldini; la brigata Eber
hard, attaccata nello stesso momento di fronte, ai fianchi ed
alle spalle, dopo breve pugna indietreggi dalle prime posi
432

zioni sopra Maddaloni, in principio tranquillamente, indi


nel massimo scompiglio perch incalzata dal nemico. I due
pezzi che Bixio aveva appostati sulla strada maestra dovette
ro abbandonarsi dalla loro scorta, e poich venivano assai of
fesi dal fuoco molto pi gagliardo dei Napoletani, si dovette
ro ritirare a Maddaloni.
Se De Mechel avesse potuto giovarsi opportunamente
di questo momento e spingersi col nerbo delle sue truppe a
Maddaloni, Bixio sarebbe stato posto ad assai cattivo partito,
e sarebbe stato quasi certo che i regi si sarebbero impadro
niti di Caserta.
Il De Mechel per aveva principalmente volta la mira
alla propria destra, ove, a quanto appariva, si doveva trova
re la via pi breve per la quale interrompere le comunica
zioni di Bixio con Caserta e colle altre truppe di Garibaldi,
non meno che per congiungersi colla colonna di Perrone, la
quale doveva venire da Limatola, e, quantunque da lungo
tempo attesa, non vedevasi ancor comparire.
Se non che, appunto sull'ala destra di Mechel la fortu
na torn a mostrarsi favorevole ai Garibaldini.
Tostoch Dezza si accorse che il primo battaglione della
brigata Spinazzi aveva avut ordine di avviarsi per le pendici
meridionali del monte Caro, comand al suo battaglione di
tener fermo nella sua posizione e proseguire il fuoco di mo
Schetteria, mentre egli corse al comandante di quel batta
glione della brigata Spinazzi e lo incaric di assalire il nemi
co sul fianco sinistro. A questo attacco di fianco egli colleg
nel momento opportuno un attacco di fronte dei suoi due
battaglioni, edallora i Napoletani furono rincacciati con bril
lante fazione pel bosco fin quasi presso a Valle.
Dopo la disfatta della brigata Eberhard e la conseguen
te perdita della posizione della strada maestra al nord del
l'acquedotto e delle alture di monte Longano, Bixio pens
dapprima di ordinarsi in una nuova posizione che gli per
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mettesse di proseguire regolarmente la battaglia; richiam


quindi verso Villa Gualtieri la brigata Spinazzi spedita al
monte Caro, tranne il battaglione del quale Dezza aveva di
sposto; ivi dovevano essere ritirati anche i quattro pezzi che
erano tuttora occupati presso l'acquedotto; ma non se ne
poterono appostare che tre, poich il quarto fu abbandonato
atteso il forte incalzare dei Napoletani.
Il nuovo appostamento preso da Bixio nelle prime ore
pomeridiane, giaceva ad occidente della strada maestra da
Maddaloni per Valle a Ducenta e faceva fronte verso questa
strada; le sue linee di ritirata volgevano parte sopra Cen
torano, parte sopra San Nicola alla Strada e lungo la ferro
via a Caserta.
A Maddaloni, sull'estrema ala destra, si trovava quella
parte della brigata Eberhard che era rimasta unita ; presso
San Michele trovavasi Fabrizi, presso la Villa Gualtieri par
te delle brigate Dezza e Spinazzi; finalmente al di l dell'ac
quedotto (verso il nord) sull'estrema ala sinistra, Dezza con
tre battaglioni della sua brigata e di quella comandata dallo
Spinazzi, dei quali abbiamo gi detto a sufficienza. Bixio
prese tutte le precauzioni possibili per assicurare le posizioni
occupate dalle sue truppe e per riconoscere la forza della
quale poteva disporre, e il nemico, in vero, gli lasci tutto
l'agio di farlo.
Egli aveva rivolta l'attenzione specialmente verso la sua
sinistra, poich da quella parte si aspettava una favorevole
decisione.
E qui lascerem di favellare anche del combattimento di
Maddaloni, aggiungendo soltanto su quello di Castel Morro
ne, che ivi Bronzetti era stato assalito nel corso della matti
na dalla colonna Perrone; ed ancorch egli avesse a combat-
tere contro una forza cinque volte maggior della propria, si
difese valorosamente nella forte sua posizione per modo che
quantunque soffrisse gravi perdite di uomini e cominciasse
VoL., II. - 28
434

a mancargli la munizione, alle due pomeridiane, era per


sempre attivamente al lavoro, n Perrone aveva potuto contro
di lui conseguire nessun decisivo risultamento.

5. Entrata della riserva e decisione della battaglia


del 1. ottobre.

Volgiamo uno sguardo complessivo sullo stato della bat


taglia verso le due pomeridiane circa, appuntando a centro
la piazza del castello di Caserta.
Sull'estrema ala destra presso Maddaloni Bixio ha per
duto la prima sua posizione di fronte verso Valle; per la
sua ala sinistra tuttora si mantiene sulle alture del monte Ca
ro al di l dell'acquedotto; i Napoletani sono quivi con for
ze preponderanti a circa 12,000 passi dalla piazza del castel
lo di Caserta e potrebbero raggiungere quel cntro, se ope
rasserovigorosamente, in quattro ore circa, computata anche
la battaglia. Se non che e' si mantengono in questo momen
to in una singolare tranquillit.
La colonna di Perrone distante quasi altrettanto spa
zio dalla piazza del castello di Caserta: essa non ha per gua
dagnato nulla di certo. Conoscendo noi la posizione, sappia
mo che Bronzetti pu quando voglia cessare dal far re
sistenza. A cominciare da questo momento la colonna Per
rone, dovendo percorrere strade difficili, non pu giungere
alla piazza del castello di Caserta se non entro cinque ore.
Sacchi, presso Gradillo, tuttavia quasi intatto; egli non
ha alcun nemico di fronte, e soltanto alcune sue compagnie
hanno preso parte il mattino al combattimento sul monte San
Nicola essendovi state spedite dal Dittatore. Presso Sant'An
gelo trovasi ora Afan de Rivera in ottime condizioni: qualo
ra egli sapesse approfittare di questo favore e volesse darsi
la pena di esaminare le cose in persona, difficilmente gli po
trebbe rimanere occulta la deplorevole debolezza del suo av
435

versario, Medici. Se adunque dopo i successi ottenuti egli


volesse colla sua preponderanza attaccare vigorosamente, se
non lasciasse perdere alla sua gente tempo ed energia nel
l'incendiare e saccheggiare, la parte settentrionale del monte
Tifata potrebbe nello spazio di un' ora essere tutta in sue
mani; entro un'altra ora anche Sacchi potrebbe soccombe
re alla superiorit numerica, per guisa che due ore dopo,
Afan de Rivera potrebbe trovarsi sulla piazza del castello di
Caserta ed ivi congiungersi con De Mechel, il quale verosi
milmente potrebbe esser giunto col.
In questo mentre la battaglia presso Santa Maria ha fat
to sosta; ma ivi pure si prendono tutte le disposizioni per
rinnovarla tra breve; le truppe di Milbitz per la massima
parte sono al fuoco fino dall' alba, e Dio solo sa fino a quan
do potrebbero ancora sostenere un energico assalto. Marcian
do sulla buona strada, in un'ora e mezza si giunge da Santa
Maria alla piazza del castello di Caserta, e quando pure ac
cadessero scaramucce colla retroguardia, nello spazio di tre
ore vi si perviene.
I regi tengono tuttavia san Tammaro in lor potere.
Tutta l'artiglieria della riserva generale a Caserta
partita fino dalla mattina per Santa Maria e Sant'Angelo, ed
inoltre la brigata Assanti, il battaglione Paterniti e la parte
della brigata Pace tuttavia valida al servizio. La detta riser
va era dunque ancora composta delle due brigate Eber e De
Giorgis, che insieme ascendevano a 2450 uomini circa. Pa
recchi distaccamenti di esse erano stati spediti a pigliar no
tizia sull'andamento della battaglia, uno verso Maddaloni,
l'altro per Macerata, dappoich erasi sparsa la voce (che po
scia si riconobbe fallace) che ivi il nemico da San Tammaro
avanzasse contro il fianco sinistro di Milbitz. La riserva ge
nerale pertanto ascendeva a 2300 uomini circa, sprovveduti
affatto di artiglieria.
Queste truppe ebbero ordine di marciare prima delle due
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pomeridiane dal castello di corte di Caserta verso Santa Ma


ria. Trr colla brigara De Giorgis (Milano) parti sulla ferro
via; Rstow, cogli uffiziali dello stato maggiore ed un picco
lo distaccamento di usseri, si avvi affrettatamente per la via
di terra a Santa Maria. Sulla stessa strada lo segu la brigata
Eber. Le varie legioni giunsero a Santa Maria, Rstow col
suo seguito alle due e mezza; la brigata De Giorgis, alle due
e tre quarti; la brigata Eber, poco dopo le tre ed un quarto.
Tosto che Rstow si fu chiarito della vera condizione
della battaglia innanzi alla porta Capuana ed ebbe ripartiti i
suoi uffiziali per ricevere le truppe che stava aspettando, ri
torn alla piazza rotonda di Santa Maria, ove doveva essere
il luogo del generale ritrovo. Ivi si incontr con Garibaldi,
che giungeva in quel momento da Sant'Angelo. E poich il
generale ud dal Rstow che le truppe di riserva stavano per
giungere, voleva che prima di cimentarsi alla pugna si ripo
sassero. La vittoria sta con noi, esclamava; e per averla
compiuta non occorre che l'ultimo colpo decisivo; per que
sto ci sono necessarie truppe fresche.
Intanto giungeva dalla ferrovia a passo di corsa la
brigata Milano, e siccome questa truppa era fresca, n aveva
marciato, Garibaldi ordin che tosto si spingesse innanzi
sulla strada verso Sant'Angelo.
A fianchi del Dittatore, il Rstow si pose allora alla te
sta della brigata. Appena l'estremit della medesima (i ber
saglieri di Milano) aveva oltrepassata la porta, fu accolta da
fuoco violento sul suo fianco sinistro.Tabacchi si accingeva
ad un nuovo e pi vivo assalto contro la porta Capuana di
Santa Maria. Garibaldi prese alcuni distaccamenti di Cala
bresi che trov appiattati tra i cespugli innanzi alla porta di
Sant'Angelo e li spinse a sinistra della brigata Milano con
tro il nemico.
Parve al Rstow che se si fosse proceduto diagonalmen
te dalla strada di Sant'Angelo verso quella di Capua si sa
-
- 437 -
rebbero ottenuti facilmente gli eventi decisivi che si attende
vano. Con questo movimento, rivolto quasi nella direzione
della cascina Parisi verso la cascina Saullo, si prendevano ai
fianchi ed a tergo tanto il corpo di Tabacchi che quello di A
fan de Rivera e si poteva impedire che si ritirassero in Ca
pua. Laonde il Rstow fece avanzare i bersaglieri, ai quali
subito tennero dietro i battaglioni di fanteria della brigata a
sinistra della strada, sbucando attraverso le piante della cam
pagna presso Moricello; la fanteria nemica si ritrasse verso
la strada Capuana, e Tabacchi, veduto l'incalzare sempre
pi vivo della piccola brigata Milano, deliber di ritirarsi, e
per difendersi dallo inseguir del nemico fece caricare i ber
saglieri milanesi da quattro squadroni. Questi, o impediti
dalle difficolt del terreno o dallo spavento che incuteva loro
il nemico, quando erano giunti a trenta passi dai bersaglieri,
i quali tosto si componevano in gruppi, ed avevano ricevuta
la loro carica, ripiegavano indietreggiando atterriti.
La ritirata delle schiere del Tabacchi fu fatta ancor pi
precipitosa dalle fazioni che si tentavano contro il nemico al
la porta Capuana di Santa Maria. L'attacco di fianco del R
stow aveva interamente impedito la continuazione dell'assal
to del Tabacchi alla porta Capuana ed alla sua linea. E per
tanto tosto che Milbitz si fu accorto che i regi si mettevano
in ritirata, fece uscire dalla porta Capuana sessanta usseri
per inseguirli, e Tabacchi dovette abbandonare in lor potere
parecchi cannoni.
Oltre a ci era ormai giunta in Santa Maria anche la
brigata Eber; il Sirtori spinse una met di essa innanzi alla
porta di Sant'Angelo per appoggiare la brigata Milano, colla
legione ungherese, la compagnia estera ed il reggimento Cos
sovich; coll'altra met, il battaglione bersaglieri ed il reg
gimento Bassini, Trr si diresse sulla strada Capuana per
inseguire il nemico. -

Ancorch l'assalto della cavalleria dei regi fosse riu


- e
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scito indarno, tuttavia i bersaglieri di Milano n' erano rima


sti alquanto titubanti, molto pi che per giungere nel luogo
designato dal Rstow, eglino dovevano spingersi un po' sulla
destra nell'aperta campagna. In quel momento la legione
ungherese e la compagnia estera uscirono dalla porta di San
t'Angelo e si collocarono a destra della brigata Milano nella
direzione precisa, ove Rstow aveva stabilito che avesse luo
go l'assalto. Allora Rstow, quantunque avesse avuto test
un cavallo ucciso sotto e non avesse potuto surrogarlo che
malamente, si pose tosto in capo ai bersaglieri della legione
ungherese.
La legione ungherese e la compagnia estera, composte
in tutto di 260 uomini, avanzarono lungo la via scavata
dalla cascina di Napoli verso la cascina di Sant'Ambrogio; a
sinistra di esse la brigata Milano, 700 uomini, nella dire
zione di Parisi e della taverna Virilasci.
I bersaglieri della legione ungherese avanzavano con
grande vivacit, mentre la marcia della riserva compatta del
la legione ungherese e della compagnia estera non avveniva
che assai lentamente. La brigata Milano si comportava al
modo stesso dei bersaglieri della legione ungherese. L'ala
sinistra della colonna Tabacchi fuggiva senza tregua innanzi
a queste poche forze verso la spianata di Capua. Tabacchi
temeva che per questo impetuoso avanzarsi dei Garibaldini
non solo fosse a lui stesso preclusa la strada di Capua, ma
potesse venire impedita anche la ritirata di Afan de Rivera.
Di fronte ad Afan de Rivera, Medici aveva valorosamen
te sostenuto la battaglia, bench le sue forze venissero sem
pre scemando, fino a che sopraggiunse la riserva. L'avan
zarsi di questa costrinse anche Afan de Rivera a ritirarsi
verso Capua.
Per coprire la loro ritirata ed assicurare la riunione
presso Capua, Afan de Rivera e Tabacchi fecero avanzare
dalla spianata presso la cappella di San Lorenzo tutta la ca
- 439 -

valleria di riserva, nella direzione delle case Ambrogio e


Saullo. Questa massa di cavalleria si gett sopra i soli 60 ber
saglieri della legione ungherese, in gran parte tedeschi del
nord, al pari del loro condottiero Rstow che li precedeva.
E qui la lotta fu accanita, si venne alle mani, a colpi di scia
bola, rari per in questa guerra. Il Rstow dovette farsi lar
go dalla cascina Ambrogio in mezzo alla cavalleria naple
tana. Intanto la legione ungherese e la compagnia estera, da
una parte, che finalmente comparvero, e dall'altra, la brigata
Milano che si avanzava sopra Virilasci, non solo posero fine
sollecitamente alla battaglia, ma determinarono anche la ca
valleria napoletana a ritirarsi sulla spianata.
E per ci, verso le cinque ore di sera, sui campi di Ca
pua e di Sant'Angelo il cannone tacque del tutto : il tentati
vo del nemico era assolutamente fallito, e quantunque nota
bilmente superiore di forze, era stato costretto a ritirarsi
dietro i bastioni.
Le truppe di riserva del Garibaldi erano disposte la sera
nel seguente modo:
Eber col reggimento Cossovich (il quale non aveva tro
vata altra resistenza, dappoich l'attacco del Rstow aveve
decisa la ritirata dei Napoletani) sulla strada di Sant'Angelo
all'altezza della cascina Avallo;
Rstow colla legione ungherese e la compagnia estera
presso la casa De Angelis, con la brigata Milano presso la
taverna Virilasci e verso Vitale;
La met della brigata Eber, condotta da Trr, la quale
non aveva trovate innanzi a s che deboli catene di bersa
glieri le quali prestamente cadevano, dietro il convento dei
Cappuccini.
Colla vittoria dell'esercito meridionale anche la batta
glia di Maddaloni venne sciolta Contemporaneamente ai con
flitti presso Sant'Angelo e Santa Maria.
Ora tempo di riavvicinarci a Bixio che lasciammo
- 440 -

ne