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* G. LANATA, Gli atti dei martiri come documenti processuali, Giuffr, Milano 1973, p. 123-
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Capitolo I
LA VERBALIZZAZIONE DEI PROCEDIMENTI GIUDIZIARI

1. Tecniche di registrazione e di conservazione degli atti giudiziari

Per una adeguata comprensione dei testi presentati in precedenza, e delle considerazioni
che seguiranno nel secondo e nel terzo capitolo, indispensabile una conoscenza del diritto
processuale penale romano in et imperiale in rapporto alla procedura cognitoria. Molti aspet-
ti particolari della cognitio extra ordinem sono discussi in queste lezioni; ma ho ritenuto inuti-
le fornirne una presentazione istituzionale, che si pu trovare in qualsiasi manuale di storia del
diritto romano. Gli studenti a cui queste dispense sono destinate si informeranno per questa
parte come precisato nell'Avvertenza sul manuale presentato nel corso parallelo di
Storia del diritto romano.
Ho ritenuto utile invece fornire alcune notizie sulla verbalizzazione dei procedimenti giudi-
ziari, non solo perch l'argomento non di solito trattato nei manuali, ma perch ci interessa
specificamente per la valutazione dell'autenticit di quei particolari resoconti giudiziari che
sono gli atti dei martiri.
Le tecniche di registrazione e di conservazione degli atti giudiziari nell'et imperiale sono
sufficientemente note; e la crescente documentazione offerta dai papiri, ha permesso di preci-
sare e di controllare il quadro che prima si fondava soprattutto sui dati offerti appunto dagli
atti dei martiri e dai protocolli ecclesiastici.
La presenza di cancellieri e/o di stenografi (II, qui notis scribunt acta praesidum, Modesti-
no, Dig. 4. 6. 33), che verbalizzavano le varie fasi dei dibattimenti processuali, abbastanza
bene attestata a partire dal primo secolo dopo Cristo, anche se non in egual misura negli am-
bienti di lingua latina e in quelli di lingua greca; comunque, anche ammesso che gli interventi
delle parti fossero registrati per intero (abitualmente su tavolette cerate) durante l'udienza, la
trascrizione ufficiale, che si chiudeva con il dispositivo della sentenza riportato testualmente,
li riferiva in maniera piuttosto sommaria, pur mantenendo spesso la forma del discorso diretto.
Una trascrizione pi minuziosa inizi nell'et di Diocleziano, che introdusse nuove disposizio -
ni in materia e predispose una verbalizzazione pi accurata.
Nel secondo/terzo secolo, il tipo di documento giudiziario ricostruibile attraverso i papiri
comportava abitualmente un certo numero di preliminari: data, luogo, nome del presidente
con i suoi titoli, degli imputati. Seguiva, di solito in discorso diretto introdotto da varie forme
dei verbi dire, chiedere, rispondere, la registrazione del dibattimento, piuttosto sche-
matica, con minimi inserti narrativi, ad esempio per segnalare eventuali ordini impartiti dal
giudice (mettere qualcuno alla tortura, leggere un documento, o cos via). Per esteso, alla fine,
era riportata in forma diretta la sentenza.
I verbali di udienza erano a disposizione delle parti durante il processo; e, trascritti, firmati
e suggellati, venivano poi depositati nell'archivio competente dopo un periodo di affissione.
La trascrizione doveva essere fatta entro il quinto, o, al massimo, entro il quindicesimo giorno
a partire dal procedimento. L'accessibilit degli archivi di vario tipo, sia pure con limitazioni
in casi speciali, si pu inferire anche dal gran numero di copie dei verbali restituite da papiri, e
dalla frequenza delle citazioni di atti di processi precedenti nel corso dei dibattimenti giudizia -
ri; istruttivo in proposito anche un papiro che restituisce note di pagamento per persone che
avevano eseguito ricerche e copie di documenti in archivi ufficiali. Anche se non risulta in
conto di chi esse siano state eseguite, se di un privato o di un operatore giudiziario; se ne pu
comunque inferire che gli atti processuali erano accessibili non solo finch erano affissi, ma
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anche dopo la loro archiviazione.


Quanto poi allo stato degli archivi, i dati in nostro possesso (che riguardano soprattutto la
tarda et imperiale) sono del tipo pi disparato, dalla descrizione, non si sa quanto credibile,
del prodigioso archivio giudiziario di Costantinopoli, dove si sarebbero trovati a disposizione
di qualunque consultante, in perfetto stato di conservazione, tutti gli atti processuali dei tribu-
nali pi importanti dal regno di Valente in poi 1, fino alle severe disposizioni dettate da Giusti-
niano in una sua Novella2 contro l'inefficienza di taluni funzionari anche nella conservazione
archivistica dei loro verbali.

2. Gli atti dei martiri come verbali processuali

Un certo numero di atti dei martiri sono abbastanza conformi agli schemi descritti finora, e,
quando si tenga presente la variet della documentazione offerta dai papiri, pur nella relativa
uniformit del formulario, non si considerer un argomento avverso alla loro protocollarit
il fatto che nessuno di essi corrisponda a un ideale modello di verbale.
Certuni fra gli atti pi antichi presentano una concisione analoga a quella dei documenti
papiracei coevi. Analizzandoli sotto l'aspetto letterario, alcuni studiosi hanno avanzato l'ipote-
si che siano stati abbreviati o tagliati per ottenere scorci pi drammatici; prendendone in esa-
me gli aspetti giuridici, altri hanno individuato in talune risposte compendiose delle scorret-
tezze procedurali; ma queste caratteristiche possono risalire, gi originariamente, alla maniera
della verbalizzazione ufficiale. Per contro, quando negli atti che riferiscono processi anteriori
all'et di Diocleziano gli interventi di una delle parti (e specialmente degli imputati) assumono
un'ampiezza esorbitante, si potranno fondatamente sospettare amplificazioni successive.
Che in certi casi i cristiani si siano preoccupati di ottenere copie esatte dei verbali di pro-
cessi riguardanti i confratelli pu sostenersi sulla base di un passo degli atti di Probo, Taraco e
Andronico, in cui il redattore afferma: et quia omnia scripta confessionis eorum necesse erat
nos colligere, a quodam, nomine Sebasto, uno de spiculatoribus, ducentis denariis omnia ista
transscripsimus3: e poich era necessario che noi raccogliessimo tutti gli scritti della confes-
sione di questi martiri, li abbiamo fatti trascrivere per duecento denari da un soldato, di nome
Sebasto. I cristiani avrebbero dunque incaricato della trascrizione uno dei membri del perso-
nale di sorveglianza, pagandolo per questa prestazione. La cosa in s non doveva avere nulla
di eccezionale; essa risulta infida solo perch gli atti di Probo ecc, non possono, per vari moti-
vi, essere annoverati fra i pi fededegni, e perch la minuziosit dei ragguagli forniti dal re-
dattore, che segnala persino il nome del funzionario incaricato della trascrizione, sembra tra-
dire le preoccupazioni del falsario piuttosto che la scrupolosit del cronista.
Se non si pu attribuire completa fiducia agli atti or ora citati, che i cristiani in certi casi
siano entrati in possesso di copie di atti processuali dimostrato, ad esempio, dal passo gi ri-
cordato (Introduzione, 3) della lettera di Nemesiano e altri a Cipriano, da cui si inferisce che
quest'ultimo aveva fatto circolare fra i suoi fedeli copie del verbale di udienza del suo primo
processo davanti ad Aspasio Paterno, evidentemente allo scopo di fornire un modello di com-
portamento a quei membri della comunit che venissero a trovarsi in una situazione analoga.
Negli stessi anni Dionigi, vescovo di Alessandria, poteva produrre, nel corso della polemica
con Emiliano, la copia di verbale che qui riportata fra i testi. Il vescovo di Cartagine e quello
di Alessandria potevano forse avere dei tramiti di collegamento con l'amministrazione impe-
riale eventualmente preclusi ai semplici fedeli: ma dalla documentazione papiracea cui si ac-
cennava sopra emerge che l'accesso agli archivi previsto dalle norme non era un privilegio. Si
conferma cos, per una via diversa da quella seguita nella Introduzione, che in pi di un caso,

1
Giovanni LIDO, de magistratibus populi romani, 3. 19.
2
15 praef.
3
Acta Sanctorum Octobr. 5, p. 566.
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alla base degli atti dei martiri possono esservi dei protocolli ufficiali dei relativi processi.
In alternativa all'ipotesi del ricorso ai verbali giudiziari, a spiegare l'origine degli atti dei
martiri si ha spesso sostenuta l'ipotesi che essi fossero basati su appunti o stenografie non uffi-
ciali, raccolti da testimoni cristiani presenti al processo, e utilizzati, eventualmente e che per
integrare i resoconti ufficiali troppo schematici. L'uso della stenografia da parte cristiana nel
corso dei concili attestato almeno a partire dalla seconda met terzo secolo; ma quella del
suo possibile impiego per la registrazione informale di processi contro cristiani destinata a
restare, fino a nuova attestazione, un'ipotesi non verificabile. Anche documenti come la lettera
dei Lionesi sono resoconti di testimoni oculari basati sulla memoria probabilmente, come si
detto, sulla memoria collettiva non su appunti stenografici.

Capitolo II
IDEOLOGIA E POLITICA NEI RAPPORTI
FRA IMPERO ROMANO E CRISTIANESIMO

1. I rapporti fra impero romano e cristianesimo: un problema storico

I documenti processuali analizzati in queste lezioni coprono un periodo di centocinquanta


anni circa, dalla met del secondo secolo alla fine del terzo, ed interessano in prevalenza le
province, o meglio alcune province, eccezion fatta per il processo contro Giustino e altri tenu-
to a Roma. Per interpretarli necessaria, oltre alla ricostruzione del singole situazioni, anche
un'informazione su alcuni problemi pi generali, riguardanti i rapporti fra l'impero romano e e
il cristianesimo, in particolare sotto il profilo di un eventuale regolamentazione giuridica di
tali rapporti; questioni pi complesse riguardano il periodo che va fino all'et di Decio, il pri-
mo imperatore di cui sia attestato fuor di ogni possibile dubbio un'attivit legislativa che coin-
volse i cristiani di tutto il territorio dell'impero.
Non si intende qui delineare, neppure sommariamente, una storia delle persecuzioni, ma
solo presentare i testi pi utili per l'interpretazione dei processi contro cristiani a noi docu-
mentati soprattutto dagli atti dei martiri. Siccome il pi antico di questi documenti martirolo-
gici non risale, oltre alla met del secondo secolo, basterebbe forse partire dal famoso rescritto
di Traiano; ma non sar inutile individuare brevemente i motivi che suscitarono, da parte pa-
gana, la determinazione di perseguire i cristiani, prima di analizzare gli strumenti giuridici con
cui tale determinazione fu posta in atto; ed parso opportuno altres offrire preliminarmente
una rapida rassegna delle posizioni che gli studiosi hanno assunto in proposito.

2. Le principali ipotesi interpretative

a) L'ipotesi della legge speciale

Per spiegare, da un punto di vista giuridico, le azioni intentate contro cristiani nel periodo
anteriore all'et di Decio, sono state avanzate fondamentalmente tre teorie.
a) I cristiani sarebbero stati perseguitati in base a una legge speciale, valida per tutto il territo-
rio dell'impero, variamente identificata in un editto, un rescritto, un senatoconsulto, da far ri-
salire molto indietro nel tempo, all'et di Domiziano o di Nerone se non di Tiberio. Questa
ipotesi priva di serio fondamento testuale, ed contraddetta dalla stessa sporadicit, nello
spazio e nel tempo, degli episodi persecutori, per quanto gravi, fino alla met del terzo secolo;
essa non tiene conto, inoltre delle caratteristiche dell'ordinamento romano, n della storia stes-
sa delle comunit cristiane.
Le disposizioni imperiali non avevano inizialmente, nonch nelle intenzioni degli stessi
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proponenti, una portata generale, ma erano volte a regolare casi precisi, riguardanti quasi sem -
pre luoghi determinati, tanto pi che singole province costituivano entit autonome, di cui il
potere centrale tendeva a rispettare le tradizioni. Le decisioni imperiali potevano, eventual-
mente, essere prodotte come exempla autorevoli per regolare casi analoghi, senza avere il va-
lore vincolante di norma. Solo nel corso del secondo secolo, anche mediante una serie di op-
portune operazioni giurisprudenziali, il diritto imperiale and via via affermandosi, e le costi-
tuzioni acquistarono sempre pi efficacia generale di norme valevoli per tutto il territorio
dell'impero. Ma anche in questo periodo, non ostante la crescente organizzazione della cancel -
leria imperiale, la conoscenza e la diffusione delle costituzioni nelle province non erano assi-
curate regolarmente e minuziosamente. Non ha quindi senso ipotizzare che all'inizio e alla
base di tutte le iniziative contro cristiani dovunque e comunque prese, vi fosse una qualche di-
sposizione imperiale. Lo stato di incertezza che regnava ancora nel secondo secolo riguardo
alla posizione giuridica dei cristiani attestato dalle continue richieste di pareri imperiali, da
parte di Plinio nel 112, dei greci d'Asia nel 124, di vari consgli di citt greche in qualche mo-
mento fra il 138 e il ll, del legato della Lugdunense nel 177(v. Cap. III).
Si deve inoltre sottolineare che la diffusione territoriale e la consistenza numerica delle co-
munit cristiane nel tessuto dell'impero nel corso dei primi due secoli non erano, ovviamente,
uniformi: per citare un esempio di cui ci occuperemo ancora pi avanti, all'inizio del secondo
secolo, secondo la testimonianza di Plinio, il cristianesimo era gi diffuso abbastanza capillar-
mente nel Ponto-Bitinia, mentre l'evangelizzazione delle Gallie inizi solo nella seconda met
del secolo, e la prima notizia che possediamo sulla chiesa d'Africa, fornita proprio da un do-
cumento processuale, quello riguardante gli Scillitani, databile al l80. Il problema del cri-
stianesimo entro l'impero non poteva maturare, per entrambe le parti e a tutti i livelli (di opi-
nione pubblica, di amministrazione, di stabilizzazione delle comunit cristiane, di elaborazio-
ne del loro pensiero politico, di decisioni riguardanti i loro atteggiamenti pratici e cos via) se
non gradualmente. Esso non richiese quindi per molto tempo provvedimenti generali, ma sol-
tanto soluzioni particolari, in rapporto a singole situazioni concrete, riguardanti pi spesso le
province che non il centro, ed interessanti quindi i governatori pi che l'imperatore.

b) L'ipotesi della coercitio


Le persecuzioni sarebbero state, sostanzialmente, delle azioni repressive di polizia, delle
misure amministrative fondate sul potere di coercizione del magistrato, che poteva far uso di-
screzionale dell'imperium soprattutto allo scopo di mantenere l'ordine pubblico nelle province,
e motivate dal rifiuto dei cristiani di riconoscere la religione nazionale romana, e in particola-
re la maiestas dell'imperatore. Questa ipotesi mantiene il problema sul terreno di una corretta
visione delle strutture dell'ordinamento romano in et alto imperiale; anche l'intuizione centra -
le sulla causa delle persecuzioni pu essere arricchita e articolata in varie maniere, ma non so-
stanzialmente mutata. Tale ipotesi per altro insufficiente per un aspetto non puramente for-
male.
Le azioni repressive di polizia che, nel corso dei secoli, furono condotte nei confronti di
quelle che venivano sentite come offese alla religione romana tradizionale, si svolgevano di
solito senza la contestazione di precisi capi d'accusa, senza una normazione precisa, senza for-
me procedurali precise, senza sanzioni precise. Azioni informali di questo genere, e misure di
repressione anche pi sbrigative, possono essere state adottate in pi circostanze contro cri-
stiani: Eusebio afferma che in alcune province magistrati locali non meglio specificati, sotto
la spinta dell'opinione pubblica, tendevano insidie ai cristiani che si trovavano cos ad af-
frontare diverse sorte di martiri anche dopo che Traiano, dettando disposizioni per i casi di
Bitinia, aveva vietato l'adozione di misure preventive di polizia nei confronti dei cristiani
(Hist. Eccl. 3. 33. 2); ed iniziative vessatorie di soldati, oltrech di denunzianti, sono attestate
per l'Africa all'inizio del terzo secolo da Tertulliano (De fuga, 12. 9). Ma gli apologisti in ge-
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nere lamentano, pi che l'intervento della polizia, quello dei denunzianti, delatores; e abitual-
mente le azioni contro cristiani, persino in una situazione cos compromessa dal punto di vista
dell'ordine pubblico come quella di Lione nel 177, erano formali cognitiones pro tribunali,
iniziate in seguito a delationes, tenute unicamente dinanzi al magistrato detentore del ius gla-
dii che le concludeva pronunciando una regolare sentenza. Anche nei casi in cui un'istruttoria
preliminare veniva condotta da funzionari locali, si curava poi la traduzione degli imputati
alla sede del governatore provinciale, o si attendeva il suo giro annuale nelle citt della pro-
vincia. Le azioni contro cristiani non erano quindi, in genere, interventi di polizia, ma veri e
propri procedimenti criminali, sia pure con caratteristiche peculiari che verranno esaminate
pi avanti.
Il problema non unicamente formale, e non neanche un problema di delimitazione di
competenze, che avrebbe poco senso in un'epoca in cui, nelle province, il potere di polizia e il
potere di giurisdizione criminale, entrambi pressoch illimitati, si assommavano nella stessa
persona governatore. Ma una procedura cognitoria iniziata in seguito a delatio riporta a una
situazione in cui l'iniziativa delle azioni giudiziarie contro cristiani in genere era presa
dall'amministrazione, ma proveniva dall'esterno e abbastanza frequentemente, dal basso. Se
nel sistema della cognitio extra ordinem l'iniziativa inquisitoriale il magistrato si sostitu pro-
gressivamente all'accusa pubblica, quest'ultima per altro era prevista, ancora nel I secolo, per
una serie di crimini come la maiestas, la simulata religio, ecc., e a partire da un certo momen-
to estesamente richiesta per quello di cristianesimo.

c) L'ipotesi dell'ordinamento comune


I cristiani sarebbero stati processati in base al ordinamento penale comune, come rei di in-
cesto, infanticidio, associazioni illecite, magia, introduzione di culto estraniero, e soprattutto
maiestas, in quanto rifiutavano venerare la divinit dell'imperatore. Reati del genere vengono
certo attribuiti ai cristiani dall'opinione pubblica come attestano le opere degli apologisti, e
non estrano che essi occasionalmente abbiano costituito la motivazione di condanne irrogate
a cristiani. Nel 64 a Roma, occasione del famoso incendio la cui responsabilit Nerone fece ri-
cadere sui cristiani, questi furono condannati che, o unicamente, come incendiarii; l'accusa di
maiestas pot essere impiegata anche contro cristiani nell'et di Domiziano, il quale, negli ul-
timi anni del suo regno, si serv spesso di questo strumento per eliminare degli avversari poli-
tici; bench, secondo l'opinione oggi prevalente, le primitive associazioni cristiane non fosse-
ro considerate collegia illicita, nel 165 a Roma il prefetto Rustico cerc di ottenere informa-
zioni anche riguardo alla comunit di Giustino; nel 177 a Lione il legato della Lugdunense
fece vertere l'inchiesta soprattutto sui reati di cannibalismo e incesto, sulla base dei quali irro-
g poi la condanna degli apostati; nel 180, interrogando gli imputati di Scili, Vigellio Saturni-
no estese la sua indagine anche ai libri (di arte magica?) che erano stati trovati in loro posses-
so. Ma dal complesso della letteratura apologetica come degli atti dei martiri emerge con as-
soluta chiarezza che il capo d'accusa fondamentale che i magistrati tendevano ad acclarare nel
corso degli interrogatori, e che costituiva ove accertato la motivazione della sentenza, era la
qualit di cristiani degli imputati, il nomen christianum.
Verso l'inizio del secondo secolo, una lettera apostoli ca (I Petr. 4 15-16) dettava ai fedeli
dell'Asia Minore questi ammonimenti: Nessuno di voi abbia a subire una pena come assassi-
no, o ladro, o malfattore, o per aver desiderato le cose altrui; ma se la subir in quanto cristia-
no, non si vergogni. L'unica accusa che ci viene rivolta di essere cristiani, protestava nel
corso di tutta la sua Apologia Giustino. In quanto cristiani vennero fondamentalmente inter-
rogati Giustino e i suoi compagni, gli Scillitani, Perpetua, e anche i Lionesi; e la qualifica di
cristiano, il nomen christianum, l'unico capo di accusa di reale rilevanza processuale segna-
lato da Tertulliano in quelle parti del suo Apologetico in cui affronta gli aspetti tecnico-giuri-
dici delle persecuzioni: anche se poteva comportare la presunzione di altri delitti, christianus
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era solius nominis crimen, i cristiani venivano processati suo titulo (Apologetico, 2. 20; 44. 2).
L'ipotesi dell'ordinamento comune quindi anch'essa insufficiente; necessario piuttosto
chiarire per quale motivo o plesso di motivi e nel corso di quali circostanze la qualifica di cri -
stiano sia potuta diventare un crimine capitale.

2. Motivi ideologici e politici dell'ostilit verso i cristiani

Gi il nome, analogo a formazioni latine del tipo Cesariani, Othoniani, Vitelliani, connota-
va i cristiani come una setta politica, potenzialmente pericolosa o anche criminale. Quando i
partigiani di un tal Cristo sostenevano essere fedeli al loro re che era nei cieli, un'affermazione
del genere doveva suonare allarmante per chi teneva al regno di questa terra. Inoltre, la predi-
cazione apostolica e la formazione o l'insediamento di comunit minoritarie, ma dotate di for-
te tendenza al proselitismo, come quelle cristiane, suscitarono non pochi attriti o disordini,
specie dove esse si ponevano in modo in qualche misura concorrenziale o provocavano pole-
miche interne con le comunit ebraiche, o dove venivano comunque a causare situazioni con-
flittuali. Molto istruttiva a questo proposito una lettura degli Atti degli Apostoli: si vedano,
fra i molti che si potrebbero citare, gli incidenti causati dalla predicazione di Paolo ad Efeso.
Le maestranze che stavano costruendo in quella citt un nuovo tempio a Diana, la grande divi -
nit locale, temendo che larghe adesioni alla nuova dottrina potessero compromettere la conti-
nuazione dei lavori e la situazione occupazionale, sequestrarono due dei compagni di Paolo e
fecero una grande dimostrazione nel teatro, al grido ripetuto per due ore di Viva Diana di
Efeso! Alla fine, un funzionario locale riusc a comporre l'episodio, persuadendo i dimo-
stranti che la predicazione cristiana non costituiva un pericolo per la dea efesia, e invitandoli
contemporaneamente, se credevano che i loro interessi fossero stati in qualche modo lesi, a
presentare una regolare denuncia al proconsole (Acta Apost.19, 23ss.).
Anche quando non compromettevano particolari interessi concreti dei pagani, i cristiani ne
suscitavano comunque frequentemente l'ostilit per il loro rifiuto di inserirsi nella vita comu-
ne, di frequentare, come tutti, gli spettacoli, il circo, le processioni, i riti sacri; e questo contri-
buiva sia ad intensificare nei loro confronti la presunzione di pericolosit politica, sia ad ac-
creditare la convinzione che fossero dediti a pratiche criminose come il cannibalismo o l'ince-
sto. Si spiega quindi come sia stato facile a Nerone sfruttare l'animosit popolare contro gli
adepti a questa superstizione nuova e deprecabile, cui si attribuivano, secondo la testimonian-
za di Tacito (Annali 15, 44), una condotta criminosa e un atteggiamento profondamente anti-
sociale, per farne i capri espiatori dell'incendio di Roma. Tale iniziativa neroniana certo con-
tribu consolidare quelli che prima erano forse fermenti isolati di ostilit, eventualmente pi
intensi a Roma per una maggiore concentrazione o un pi spiccato attivismo propagandistico
dei cristiani ivi confluiti.
Man mano che la conoscenza del cristianesimo si fece pi diffusa, le accuse di cannibali-
smo, incesto, magia e simili contro cui pure ancora si difendono energicamente gli apolo-
gisti del secondo secolo dovettero a poco a poco cadere; ma quello che offendeva in modo
permanente il comune senso religioso pagano, sia a livello popolare che della classe colta e
dirigente, era l'ateismo dei cristiani, il loro rifiuto di riconoscere gli di di tutti i romani, accet -
tare il mos Romanorum e i sacra populi Romani. Voi non venerate gli di, deos non colitis,
era, a quanto afferma Tertulliano (Apologetico, 10. l), una delle accuse fondamentali rivolte ai
cristiani, e che trova puntualmente eco anche negli atti da noi analizzati. L'antica e collaudata
associazione fra religione e politica nel mondo romano, associazione che non escludeva una
autentica religiosit, fu quindi ricca di conseguenze anche nei rapporti con il cristianesimo. Si
dovr anche osservare che, nel corso del secondo e del terzo secolo, in cui si intensificarono
gli episodi persecutori, l'inizio, seppure lento, della crisi politica nel mondo romano, le cala-
mit rovinose che spesso accompagnavano le guerre e le invasioni, il senso di insicurezza cre-
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scente nelle popolazioni dell'impero, devono aver acuito i lati pi superstiziosi di questa reli-
giosit, e averla indirizzata alla ricerca di capri espiatori, per quelle che venivano sentite come
manifestazioni dell'ira divina. In occasione di qualsiasi calamit naturale, osserva ironica-
mente ancora una volta Tertulliano (Apologetico, 40. 2), se il Tevere inonda Roma o il Nilo
non inonda l'Egitto, se c' un diluvio, un terremoto, una carestia, una pestilenza, il grido uno
solo: "I cristiani ai leoni!".
Sar anche da rilevare che, una volta formatasi un'opinione pubblica genericamente anticri-
stiana, questa ostilit poteva coesistere con una larga ignoranza del contenuto positivo del
cristianesimo. Che i furiosi moti popolari di Lione nel 177 siano stati originati dal desiderio di
ottenere, con poca spesa, un sontuoso spettacolo gladiatorio, pu restare materia opinabile;
certo che la folla prossima al linciaggio, e le stesse autorit cittadine, dovevano avere idee
piuttosto approssimative sul cristianesimo, se poterono identificare il vecchio vescovo Potino,
capo riconosciuto della comunit di Lione, con il Cristo in persona. A rendere pi difficile, se
non impossibile, una composizione del conflitto fra pagani e cristiani contribu probabilmente
anche l'entusiasmo per il martirio, la tendenza a testimoniare spontaneamente per il Cristo,
viva in molti ambienti cristiani, anche se quasi sempre condannata dalla dottrina ufficiale. A
quanto riferisce Tertulliano, nella provincia d'Asia Arrio Antonino un bel giorno si trov di
fronte al tribunale tutti i cristiani di una citt che si accusavano spontaneamente; dopo averne
condannato alcuni, dimise gli altri consigliandoli, con distaccato cinismo, a cercarsi dei pozzi
o delle corde, se proprio volevano morire (Ad Scapulam, 5, l). Forse non un caso che dei
processi qui esaminati due, quelli degli Scillitani e di Perpetua, siano stati tenuti in una pro-
vincia come l'Africa, dove il problema del martirio si ripresent pi volte, anche in forme cla-
morose.