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Venezia e Spagna
Venezia e Spagna. Inquisitori di Stato, ambasciatori e spie nella prima met del Seicento

La situazione politica europea allinizio del secolo XVII


Il principio del secolo XVII poteva apparire come linizio di quel periodo di pace per lEuropa di cui i popoli e i governi stessi,
finanziariamente esausti dai lunghi conflitti politici e religiosi del secolo precedente, avevano molto bisogno. Nel 1598 leditto di
Nantes e la pace di Vervins avevano posto fine alle lotte civili in Francia e alla guerra tra Enrico IV e Filippo II. Nel 1604 il
successore di questultimo, Filippo III re di Spagna, firm la pace con il nuovo re dInghilterra, Giacomo I Stuart, e nel 1609 si
rassegn ad accettare una tregua di dodici anni con le province Unite dOlanda. Nel 1606 era terminata, con un compromesso
soddisfacente, una nuova guerra dellImpero contro i Turchi. In realt sotto la superficie covavano tensioni e contrasti che,
sommandosi e intrecciandosi intorno al 1620, dovevano ben presto innescare una guerra generale, ancora pi lunga e devastante di
quelle che erano scoppiate nel corso del Cinquecento. NellImpero loffensiva cattolica alimentata dalla Controriforma e la
diffusione del Calvinismo rendevano sempre pi precari gli equilibri politico-religiosi raggiunti con la pace di Augusta. Nel Baltico
lascesa della Svezia costituiva una crescente minaccia per le potenze tradizionalmente egemoni in quellarea, cio la Danimarca e la
Polonia. NellEuropa occidentale la ritrovata unit della Francia sotto la dinastia dei Borbone, dopo la lunga fase delle guerre di
religione, poneva le premesse per un rilancio della sua influenza allesterno e per un nuovo confronto con gli Asburgo. Il dinamismo
e laggressivit dimostrate in campo commerciale e coloniale dallOlanda, infine, non potevano non suscitare la reazione della
monarchia spagnola, ancora forte territorialmente e militarmente, nonostante i gi marcati segni di decadenza. La guerra che per
trentanni sconvolse lEuropa centrale, non senza lambire lItalia del nord e i Paesi Bassi, acquist molta della sua asprezza e della
sua violenza dagli elementi di crisi gi apparsi verso la fine del secolo precedente, e che essa accentu ulteriormente. Inoltre le
ostilit continuarono per altri dieci anni nei Pirenei e nel nord Europa e fecero sentire i loro contraccolpi nelle insurrezioni e nelle
rivolte interne, in Spagna, nel Regno di Napoli e in Inghilterra. La guerra di Gradisca. Il conflitto conosciuto come guerra di
Gradisca, si svolse nel periodo compreso tra lautunno del 1615 e il settembre del 1617. Essa era strettamente legata al nome di
Nicol Contarini, che comunque non era lunico che laveva voluta. Oltre al futuro doge, tutti quelli che volevano lindebolimento
del potere asburgico, e confidavano soprattutto nelle debolezze manifestate dallesercito spagnolo in Piemonte, credevano che fosse
una scelta giusta aprire tale conflitto, aiutando anche il Duca di Savoia, in modo da far partecipare agli scontri anche lArciduca
dAustria. Favorevoli erano anche quelli che volevano risolvere definitivamente il problema degli Uscocchi, che ormai da molti anni
rendevano proibitivi i traffici veneziani in quella parte dellAdriatico. Protetti dagli Arciduchi dAustria, facevano con le loro
scorrerie sia gli interessi austriaci che quelli degli spagnoli. In ogni caso la responsabilit di questa guerra era totalmente sulle spalle
del Contarini, maggiore rappresentante, allinterno della politica veneziana, della fazione antispagnola. I primi risultati ottenuti
dallesercito veneziano erano stati buoni; alcuni centri come Cormons, Medea, Aquileia, sino allIsonzo erano ora sotto il controllo
veneziano. Successivamente la battaglia era divenuta una logorante e dispendiosa guerra di posizione. Inoltre nuovi problemi erano
sorti allinterno dellesercito veneto, come gravi difficolt nell approvvigionamento delle truppe e degli animali e duri contrasti tra i
capi dellesercito. Anche dalla parte austriaca, comunque, la situazione non era sicuramente migliore . Verso la fine del 1616 il
Contarini aveva ricevuto la nomina di provveditore in campo, con il titolo e lautorit di vice provveditore generale. Durante lo
svolgimento di tale incarico aveva osservato da vicino le terribili condizioni nelle quali si trovavano le truppe: non cera denaro,
mancavano gli alloggi per le milizie, scarseggiavano i viveri. Il Contarini immediatamente aveva tentato di correre ai ripari, avendo
forse eccessiva fiducia nellambiente veneziano. Dopo un breve periodo, per, il Contarini aveva capito che la situazione era
irreversibile, e di ci aveva avvisato lo stesso senato veneziano. Chiari erano i segni di cedimento che lesercito aveva dato,
incrementando a Venezia il numero dei consensi per quella parte politica che vedeva la pace come lunica soluzione. A testimoniare
questo nuovo orientamento il Senato veneziano aveva inviato alcuni suoi esponenti a trattare la pace con gli arciducali, con la
mediazione degli spagnoli. I trattati di Parigi e di Madrid porranno fine alle ostilit. I veneziani, pur considerando sostanzialmente
una sconfitta tale pace, avevano ottenuto, durante lesecuzione di parte del trattato, la fine delle scorrerie degli Uscocchi, che era uno
dei problemi principali della questione. Nei primi anni del Seicento Venezia osservava con preoccupazione gli avvenimenti europei,
in particolare quelli di Francia e Germania, che avrebbero avuto una pesante ripercussione in tutta la politica europea. La pace
religiosa che era stata stipulata ad Augusta nel 1555, anche se aveva neutralizzato la Lega di Smalcalda e permesso la libert di
religione, non aveva eliminato tutte le cause di contrasto che esistevano tra i cattolici ed i protestanti, dissenso che era strettamente
collegato con lopposizione allorientamento assolutista della casa dAustria. Tutto questo non poteva non far sentire il suo peso
anche sullItalia, il cui controllo sarebbe stato indubbiamente lago della bilancia per il predominio su tutta la politica europea In
questa fase la politica veneziana continuava ad essere rivolta contro la Spagna, lImpero e il Papato, che era al loro fianco; tale linea
di condotta della Repubblica in questo periodo, propugnata soprattutto dal Sarpi, sembrava coinvolgere intensamente anche Venezia
nelle vicende politiche che si sarebbero scatenate poco dopo. Si scontravano non solo le nuove esigenze protestanti con
lintransigenza del cattolicesimo romano, ma si metteva anche in discussione la supremazia spagnola e la conservazione del titolo
imperiale degli Asburgo. Una vittoria di questi ultimi avrebbe significato certamente un colpo durissimo per Venezia, che ne avrebbe
risentito forse in maniera decisiva; questo era il pensiero di coloro che spingevano per una partecipazione diretta alle vicende
belliche. Secondo i pi moderati, invece, tale guerra avrebbe comportato gravi rischi, che avrebbero sicuramente intaccato i delicati
equilibri internazionali sui quali si basava la politica veneziana. Per questo motivo, mentre sia la Francia che lInghilterra erano
sconvolte da gravi problemi interni, e mentre in Germania stava incominciando la guerra dei trentanni, la Repubblica di Venezia non

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aveva saputo cogliere loccasione, consigliata dallo stesso Carlo Emanuele I di Savoia, per occupare i territori limitrofi del Trentino e
del Friuli, dei quali da tempo cercava il controllo; ci avrebbe permesso a tutta lItalia di alleggerire la morsa spagnola. Comunque
nel marzo del 1619 Venezia annunciava di aver stipulato un patto di reciproco aiuto con il duca di Savoia: per la Repubblica
marciana ci significava coprirsi le spalle, mentre per il duca Venezia sarebbe stata una buona sostenitrice per la futura elezione
imperiale. Il 31 dicembre 1619 Venezia stipulava un altro trattato, questa volta con le Provincie Unite dOlanda; tale nazione,
soprattutto per la vittoria dei calvinisti pi convinti, non appena fosse cessata la tregua avrebbe cominciato la guerra con la Spagna.
Questa politica, questa serie di accordi, aveva il chiaro significato di una presa di posizione antispagnola e antiasburgica da parte
veneziana. Particolarmente stretto era divenuto il legame con lOlanda, tanto che non solo cera stato uno scambio di ambasciatori,
ma anche una proposta di collaborazione commerciale riguardante il traffico marittimo nelle zone del Levante. Collaborazione che,
tuttavia, non ci sarebbe stata, anche se Venezia aveva voluto mettere in evidenza questi contatti, segnale chiaro che se non ci fossero
stati degli impedimenti troppo forti i rapporti con lOlanda sarebbero stati molto pi stretti. Tuttavia tra il 1620 e il 1621 la situazione
europea cambia nuovamente e questa volta gli eventi favoriscono la Spagna e lImpero. Gli spagnoli tentano di risvegliare nella zona
dei Grigioni vecchie discordie, con il chiaro scopo di impadronirsi della Valtellina per ovvi obiettivi strategici. Nel luglio infatti in
Valtellina i cattolici insorgevano contro i Grigioni, per la maggior parte protestanti, che controllavano la valle. Il governatore
spagnolo di Milano, il Duca di Feria, ne aveva subito approfittato per occupare la Valtellina, che costituiva, assieme alla valle del
Mera, una vera e propria porta dItalia, punto chiave per i collegamenti sia tra i territori spagnoli dItalia e quelli degli arciduchi
dAustria e dellImpero, che cos venivano messi al sicuro, sia per quelli tra la Repubblica di Venezia, la Svizzera e lEuropa
occidentale, che venivano invece bloccati. Da questa zona transiteranno infatti nel 1620 le truppe spagnole e italiane dirette verso il
Palatinato, attaccato dal generale Spinola, e verso la Boemia, dove si schiereranno agli ordini dellimperatore. Ferdinando II era
riuscito in poco tempo a riorganizzare le sue forze, a unirle con quelle dei suoi alleati, utilizzando come elemento unificante lideale
politico e religioso del pontefice. Al contrario i confederati boemi non avevano saputo organizzare una coalizione antiasburgica ben
salda sia sul piano politico che su quello religioso. Inoltre nessun aiuto era venuto dal sovrano inglese Giacomo I, sempre pi in
contrasto con le Province Unite dOlanda e disposto, invece, ad una intesa con la Spagna. Veniva cos ridotto anche laiuto della
stessa Olanda, preoccupata appunto dal comportamento inglese, dalla presenza dello Spinola nella zona renana, e dallincombenza di
una sempre pi probabile guerra con la Spagna. Nemmeno la Repubblica di Venezia dar il suo aiuto, neanche la Lega Anseatica, la
citt libera di Norimberga e gli Svizzeri. Tale situazione sfocer nella battaglia alla Montagna Bianca, l8 novembre 1620, che avr
come ovvio epilogo una grande vittoria delle truppe cattoliche. Tale vittoria ottenuta dalla Spagna, dallImpero e dal Papato, era un
duro colpo per coloro che a Venezia credevano che la repubblica potesse svolgere ancora un ruolo importante nelle vicende politiche
del periodo. Gli unici a Venezia che gioivano di questo sviluppo politico erano i cosidetti papalini, che non avrebbero visto di
cattivo occhio una Venezia satellite delle Spagna. La preoccupazione maggiore per Venezia era adesso esclusivamente la questione
della Valtellina e della valle del Mera. Venezia, in questo modo, ne veniva colpita molto duramente, poich non poteva avere pi
collegamenti con gli alleati dellEuropa occidentale, se non per via mare, inoltre le veniva impedito il reclutamento di truppe in
questa zona, fondamentale serbatoio per il suo esercito. Lo stesso Duca Carlo Emanuele di Savoia ne veniva danneggiato, visto che
con la forte presenza spagnola vedeva tramontare le sue ambizioni. Anche allinterno dello stesso papato cera chi si chiedeva se lo
strapotere della Spagna non togliesse alla Chiesa parte di quella autonomia della quale godeva in Italia. Cera inoltre la Francia, che
dopo questi fatti si vedeva esclusa dalle vicende italiane, alle quali aveva sempre guardato con un certo interesse. Il 25 aprile veniva
stipulato a Madrid un trattato, tra la Francia e la Spagna, in base al quale gli spagnoli avrebbero lasciato la Valtellina e i francesi, in
cambio, si sarebbero opposti ad una alleanza tra i Grigioni e Venezia. Tale accordo rimase tuttavia senza effetto, lasciando la
situazione come prima. Venezia intanto, attraverso il suo Ambasciatore a Parigi Giovanni Pesaro, incitava i francesi alla guerra,
poich erano gli unici che potevano opporsi alla potenza spagnola. La Francia era per logorata al suo interno dalle guerre religiose
fomentate, secondo i veneziani, dalla Spagna e dal Papa, e perci non poteva sprecare le sue risorse in altre questioni. La Spagna e
lImpero intanto continuavano ad aumentare la propria pressione sul territorio dei Grigioni; sul finire del 1621, approfittando di una
agitazione insorta tra la popolazione, il Duca di Feria e Leopoldo dAsburgo, Arciduca del Tirolo, si erano spinti fino a Coira,
conquistandola il 22 novembre. Per questo i Grigioni erano stati costretti a stipulare, nel gennaio del 1622, un patto col quale
recuperavano la Chiavenna, nella valle del Mera, ma dovevano rinunciare alla Valtellina, cedendo inoltre localit importanti, come la
Bassa Engadina e Davos. Anche questo patto non era stato rispettato, ma aveva spinto la Francia, il Duca di Savoia e la Repubblica
di Venezia, nel febbraio del 1623, a formare una lega per riprendere la Valtellina. Fin dai primi incontri per stabilire la condotta della
guerra era chiara comunque la volont francese di non entrare apertamente in guerra con la Spagna, ma di addossare ai veneziani la
maggior parte delle responsabilit. Come comandante della coalizione era stato scelto il Conte Peter Ernst von Mansfeld, che si era
ben comportato in Boemia. Tuttavia linvasione della Valtellina, compiuta dal Marchese Coeuvres, non dava gli effetti sperati, visto
che le truppe della coalizione erano state sconfitte dagli spagnoli. Tutte le parti avevano tentato di scaricarsi le colpe a vicenda, ma
sia la Francia che Venezia avevano respinto le accuse. Queste guerre, queste dispute senza risultati apprezzabili, saranno ormai la
consuetudine per Venezia nelle grandi vicende europee, e ci sar lo specchio della preoccupante situazione politica, economica e
sociale in cui si dibatteva la Repubblica e che le permetter solamente di svolgere un ruolo, pi di facciata che reale, di mediatrice tra
le potenze pi forti Allinterno del conflitto europeo molto impotante il rapporto stretto da Venezia con Bethlen Gabor, Principe di
Transilvania. Il Bethlen aveva sfidato direttamente lImperatore e si era fatto addirittura eleggere da una dieta Re dUngheria, titolo
che spettava ereditariamente allImperatore. Nel 1621 aveva inviato a Venezia dei suoi rappresentanti, proponendo alla Repubblica di
allearsi con lui. I vantaggi per Venezia sarebbero stati importanti: quelli militari consistevano nellinvio di truppe in caso di necessit,
mentre quelli economici riguardavano agevolazioni per il commercio di materie prime, abbondanti in quella zona. La risposta
veneziana era stata molto evasiva, con grandi attestazioni di amicizia, ma nessuna promessa di confederazione, come invece
chiedeva il Bethlen. Altro tentativo, attraverso il suo rappresentante Alessandro Lucio, era stato compiuto dal Gabor per avvicinare
Venezia alla sua causa. Lambasciatore aveva ricordato a Venezia che la Francia era poco affidabile e che alla fine si sarebbe
accordata con la Spagna per la questione valtellinese; aveva inoltre evidenziato che il Gabor era lunico in grado di sbloccare la
situazione. Anche questo tentativo non aveva ottenuto leffetto sperato, tuttavia era chiaro che in futuro questa alleanza sarebbe stata

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possibile nel caso in cui non avesse comportato per Venezia la rottura dei rapporti con la Francia e con lInghilterra. Loccasione
propizia si presentava nel 1625: la coalizione si former ufficialmente alla fine di quello stesso anno attorno alle Province Unite
dOlanda e comprender anche la Francia, lInghilterra, la Danimarca, la Repubblica di Venezia e Bethlen Gabor. Purtroppo tutte le
speranze si dissolsero quando la Francia e la Spagna si accordarono, col trattato di Monon, sulla questione della Valtellina. Le
operazioni militari quasi non ebbero luogo, e lo stesso Gabor, sospettato addirittura di essersi accordato anche lui con gli imperiali, si
era rifiutato di combattere. Altro capitolo della guerra che coinvolge Venezia sicuramente la lotta per la successione di Mantova.
Nel 1626 moriva il Duca di Mantova Ferdinando Gonzaga, mentre lanno successivo la stessa sorte toccava al fratello Vincenzo.
Lerede designato dallultimo Duca era Carlo Gonzaga-Nevers, membro del ramo francese della casata. Questo ovviamente favoriva
la Francia, che poteva utilizzare le fortezze di Casale e di Mantova come base per controllare pi direttamente le vicende italiane.
Sicuramente questa possibilit era in contrasto con i progetti della Spagna, che rivendicava sul Ducato delle prerogative imperiali.
Cera inoltre Carlo Emanuele di Savoia che cercava di estendere il proprio dominio e per questo motivo si era accordato
segretamente con gli spagnoli. La prima mossa era stata compiuta proprio da questultimo, in accordo appunto con gli spagnoli, alla
fine del 1628, ed aveva condotto allassedio della fortezza di Casale. La Francia nel frattempo, terminate le lotte religiose che ormai
la logoravano da tempo, aveva stipulato una lega con Venezia, Mantova, Savoia, passata alla parte francese, e con Urbano VIII e nel
1629 era scesa in Italia. Anche questa coalizione svaniva senza risultati: nel 1630 Mantova veniva conquistata e saccheggiata La
colpa della sconfitta non era soltanto di Venezia, visto che Carlo Emanuele di Savoia non era intervenuto, passando agli spagnoli, e la
stessa Francia non si era battuta in maniera efficace. La pace verr firmata a Ratisbona il 13 ottobre 1630, ma sar definitivamente
sancita a Cherasco nellaprile del l631. La Repubblica di Venezia ne pagher le peggiori conseguenze, non sul piano territoriale,
infatti non le verr tolto nulla, ma nel prestigio, che veniva leso in maniera profonda e irrimediabile. Da allora la neutralit veneziana
in Europa continentale diventer sistematica, e la stessa preferir svolgere un ruolo di mediatrice, utilizzando esclusivamente la
diplomazia. Ultime fasi della guerra. La pace di Ratisbona aveva momentaneamente posto fine alla crisi, ma non era per riuscita a
porre fine alla guerra nel resto dEuropa, n a fermare lavanzata vittoriosa di Gustavo Adolfo che, spinto e incoraggiato dal
Richelieu, continuava la sua serie di vittorie. Per meglio raggiungere i suoi scopi lo svedese aveva cercato di procurarsi lalleanza di
Venezia, e nel luglio del 1631 aveva inviato a tale scopo un suo ambasciatore in Senato. Si sarebbe accontentato anche di aiuti in
denaro, ma la Repubblica, pur dimostrando la sua amicizia, rifiut ogni partecipazione alla guerra e respinse le sue proposte, come
respinse poi quelle imperiali e quelle francesi, che la volevano al loro fianco. La paura dei Turchi, il desiderio di un periodo di pace
in Italia e il timore di cominciare una guerra con molte incognite, spinsero Venezia a continuare nella sua politica di neutralit
armata, che fin con lallontanarle le simpatie di tutti. Continuando la sua politica conservatrice, Venezia mirava esclusivamente a
proteggere i propri territori, evitando ormai ogni impegno diretto nella guerra. Dopo la morte di Gustavo Adolfo a Lutzen nel 1632 e
lassassinio del Wallestein a Egra nel 1634, la Francia cominciava a sostenere apertamente i protestanti contro limpero. La guerra
coinvolger cos tutta lEuropa, i Pirenei e le Fiandre; in Italia gli eserciti franco-piemontesi, aiutati dal duca di Parma,
combatteranno nel Monferrato e in Lombardia per cacciare gli Spagnoli. Venezia intanto pensava esclusivamente a evitare ogni
rischio, assistendo da spettatrice alla guerra che stava sconvolgendo lEuropa e al chiaro tentativo di Richelieu di sostituire in Italia il
predominio spagnolo con quello francese. Nel 1642 Venezia si alleava con i principi di Modena e di Toscana contro il Papa Urbano
VIII, che voleva incamerare il piccolo ducato di Castro. Sembrava che i veneziani volessero discostarsi dalla politica di neutralit,
ma rester solo un fatto isolato e dopo due anni, nel 1644, la guerra terminer, restituendo Castro ai Farnese di Parma. Il trattato di
Westfalia, che porr fine alle carneficine della guerra dei Trentanni, sar il capolavoro di una grande figura di diplomatico
veneziano, Alvise Contarini, e degli sforzi dei suoi colleghi ambasciatori a Parigi, Madrid e Vienna. Tale pace regol i rapporti tra
Spagna, Francia e Impero, assicur la libert di culto e di coscienza e fiss le basi per un nuovo equilibrio tra i grandi stati. Tale ruolo
nella pace venne molto elogiato, ma in termini pratici non port alcun vantaggio e non aument il prestigio che ormai Venezia stava
perdendo. Elementi di crisi. Nel corso del 600 assistiamo in tutta Europa ad una sorta di crisi generale, che avrebbe avuto come
manifestazioni pi forti le guerre scoppiate durante tutto il secolo. Molti hanno discusso su questa crisi: alcuni hanno messo in
evidenza la gravit dello scontro nato tra le corti rinascimentali e le societ che non riuscivano a sorreggerne il peso, altri le carenze
delle vecchie strutture statali, il rifiuto dei sistemi fiscali, il declino della feudalit, il contrapporsi delle difficolt economiche, ormai
gravi, del circuito mediterraneo al forte sviluppo di paesi, come lOlanda, interessati da altri mercati, che avevano spostato lasse dei
traffici marittimi verso il Mare del Nord e lAtlantico. Anche la nuova passionalit religiosa e lapparire di una svolta culturale,
presente in ogni ambito, sono considerati come elementi di frattura rispetto al passato La tendenza al ristagno o addirittura al calo
della popolazione, la frequenza delle carestie e delle epidemie, lincremento del pauperismo, i disordini politici e sociali e perfino
linstaurazione di un clima spirituale e intellettuale dominato dalla paura, dalla intolleranza, dalla volont di persecuzione, sono stati
interpretati da pi parti come diverse manifestazioni di un profondo malessere della societ europea. La discussione molto vasta fra
gli storici ha condotto, comunque, ad un qualcosa di positivo, cio ha sottolineato alcuni elementi chiave di questo periodo: il
mutamento di clima storico, la complessit delle spinte sociali e politiche, il tentativo di strumentalizzare un diffuso stato di
esasperazione sono tutti elementi che sicuramente hanno caratterizzato il Seicento, sopratutto nella sua prima met La Repubblica di
Venezia, dal punto di vista storico, rimasta fuori da questo dibattito; in primo luogo perch il Seicento considerato come un lungo
periodo di transizione tra la Venezia ancora forte del Cinquecento, e quella ormai in definitivo declino del Settecento. Declino che,
almeno per la storiografia passata, era considerato inarrestabile e senza interruzioni, ma che quella attuale ha, almeno in parte, rivisto
sotto unaltra linea, mettendo in rilievo anche gli aspetti di rinnovamento che comunque erano apparsi. Tuttavia una crisi del
Seicento c stata indubbiamente; una crisi di crescita, gi ben visibile nellultimo ventennio del Cinquecento; una crisi forte anche
sul piano culturale, che ha portato comunque Venezia a diventare uno dei centri pi importanti per la rivoluzione scientifica e per
quella storiografica sviluppatesi in quel periodo. Crisi anche dal punto di vista religioso, che ha fatto diventare Venezia uno dei centri
del Cattolicesimo pi importanti nel contesto delle esigenze di rinnovamento e di rivolta che si riassorbiranno nel corso del secolo.
Crisi inoltre sul piano politico-istituzionale, che quella che a noi pi interessa, che ha investito il rapporto tra laristocrazia,
detentrice della sovranit, e gli ordinamenti che essa stessa aveva creato per reggere la Repubblica, cos da minare la compattezza e
lunit dellaristocrazia stessa. Crisi infine nei rapporti tra le classi sociali veneziane, che ha accentuato il divario tra i patrizi poveri e

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quelli ricchi, esasperandolo a tal punto da provocare, come vedremo, le rilevanti proteste della nobilt pi povera. Tensioni sociali: lo
scontro tra patrizi poveri e patrizi ricchi. La preoccupazione maggiore che toccava la classe dirigente veneziana era laccentuarsi, nel
corso del Seicento, delle differenze tra i patrizi ricchi e quelli poveri. La povert significava emarginazione politica, sociale e
culturale, dalla quale era molto difficile sottrarsi e uscire; voleva dire essere esclusi dalle cariche pi remunerative, che erano anche
le pi importanti, visto che i patrizi poveri potevano ricoprire solamente qualche modesta magistratura cittadina o fare i rettori in
qualche piccola localit del dominio da terra o da mar. Ai poveri rimaneva per la connotazione patrizia, di cui andavano fieri e che li
ripagava almeno moralmente delle ristrettezze economiche alle quali erano costretti; sar questo settore della nobilt, infatti, ad
opporsi in maniera decisa alla monetizzazione, avvenuta nel corso del 600, dello status nobiliare. Lattivit commerciale aveva gi
creato notevoli differenze tra il patriziato anche nei secoli precedenti, ed ora linvestimento nella propriet fondiaria aggravava
ulteriormente la situazione; ci era dovuto al fatto che il commercio era un settore nel quale molti potevano tentare, sperando in un
colpo di fortuna, di ricavare dei buoni profitti; al contrario lagricoltura restava riservata solamente ai ricchi, che avevano gi denaro
da investire. Queste gravi problematiche sfoceranno nel terzo decennio del Seicento in una sorta di rivolta dei nobiluomini poveri che
aveva finito per concentrarsi proprio sulla questione della giustizia penale, soprattutto per come era venuta configurandosi nell
ultimo cinquantennio, da quando nellambito del governo veneto si era presa coscienza dei problemi drammatici di natura politica e
sociale causati dalla grave situazione economica di questo settore molto vasto della aristocrazia. In campo costituzionale la
discussione era incentrata principalmente sul ruolo del Consiglio dei Dieci. I patrizi giovani avevano come obiettivo primario quello
di mettere a freno le sue prerogative, considerate oligarchiche, e gi nel 1582 erano riusciti ad imporre delle norme che limitavano
linfluenza del Consiglio nelle questioni finanziarie e in politica estera. Il loro risultato pi grande era stata la possibilit offerta ad un
numero pi consistente di nobili di assumere un ruolo di maggior peso nelle decisioni importanti. Il dissenso tra i due gruppi aveva
come nucleo fondamentale latteggiamento verso la Spagna e la politica di neutralit. La parte pi giovane del patriziato mirava ad
una politica pi energica, credendo che rimanere neutrali sarebbe equivalso ad un atto di sottomissione agli spagnoli. Dimostravano,
invece, un atteggiamento sempre pi favorevole verso quei paesi come la Francia, lInghilterra e lOlanda, che sarebbero potuti
essere degli utili alleati per allentare la morsa spagnola sulla penisola. I patrizi pi vecchi invece, anche se condividevano, almeno in
parte, il risentimento verso la Spagna, miravano esclusivamente ad una politica che non turbasse gli spagnoli.[26] Linizio di tutto era
stata una legge del 1571, la quale stabiliva che tutti i nobili dovessero essere giudicati esclusivamente dal Consiglio dei Dieci. La
norma non mirava in realt, come alcuni volevano far credere, a sottoporre tutta la nobilt veneta ad una giustizia speciale, ma solo a
sottomettere i nobili pi poveri, adesso che il patriziato era in sostanza diviso in due ceti, alla giustizia esercitata dal ceto pi elevato,
dal quale erano esclusi visto che il Consiglio dei Dieci era accessibile solo a chi aveva la possibilit di realizzare grandi carriere.
Inoltre i Dieci avevano una loro procedura particolare, segreta, dove gli imputati non dovevano conoscere n chi li accusava, n chi
testimoniava contro di loro, dovevano difendersi da soli, a voce, senza laiuto di avvocati. Tutto si era concluso, nonostante la
correzione voluta da Renier Zeno, con irrilevanti modifiche costituzionali, che lasciavano aperti i problemi pi grossi, senza che la
parte nobiliare insorta vedesse un qualche miglioramento della propria condizione.[27]

Questa disparit era riflessa chiaramente dal Consilio dei Dieci, che non aveva perso la sua autorit politica e continuava a rimanere
lespressione della elite del patriziato veneziano; il patriziato povero, che ne era appunto escluso, sentiva continuamente sopra di s
la pressione di questa magistratura, inflessibile, si diceva, verso i patrizi poveri, pi permissiva verso i ricchi; tale organo usava la
giustizia come uno strumento politico, non solo per reprimere i crimini. La principale conseguenza della correzione del 1628 sar il
contenimento dellautorit del Consilio dei Dieci e quindi il rafforzarsi, come vedremo, di unaltra magistratura, gli Inquisitori di
Stato, che avranno il compito di garantire la sicurezza e la tranquillit della Repubblica.[28]

[1]G.Cozzi, Il doge Nicol Contarini, ricerche sul patriziato veneziano agli inizi del Seicento, Venezia-Roma, Istituto per la
collaborazione culturale, Officine grafiche Fratelli Stianti di Sancasciano Val di Pesa, Firenze, 1958, pp. 150-151

[2] Ibidem, pp. 151-154.

[3] Ibidem, pp. 160-166.

[4] A.Battistella, La Repubblica di Venezia, Venezia, Tipografia C. Ferrari, 1921, p. 679.

[5] Ibidem, pp. 678-680.

[6] G.Cozzi, M.Knapton, G.Scarabello, La Repubblica di Venezia in et moderna(dal 1517 alla fine della Repubblica), Storia dItalia

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diretta da G.Galasso, volume XII, tomo II, Torino, UTET, 1992, pp. 104-105.

[7] Ibidem, p. 105.

[8] Battistella, La Repubblica, p. 681.

[9] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 106.

[10] Ibidem, p. 107.

[11] Ibidem, p. 108.

[12] R.Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze, Giunti Martello, 1981, p. 610.

[13] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 109.

[14] Cessi, Storia della Repubblica, p. 611.

[15] Battistella, La Repubblica, p. 681.

[16] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, pp. 110-111.

[17] Ibidem, p. 113.

[18] Ibidem, p. 114.

[19] Ibidem, p. 116.

[20] Battistella, La Repubblica, p. 691.

[21] Ibidem, pp. 693-695.

Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, vol. VII, La Venezia barocca, a cura di G.Benzoni e G.Cozzi,
[22]
Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1997, p. 3.

[23] Ibidem, pp. 4-5.

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[24] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, pp. 170-173

[25] Ibidem, p. 180.

[26] F.C.Lane, Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1978, pp. 453-454.

[27] Storia di Venezia, pp. 7-8.

[28] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 182.

Gli Inquisitori di Stato

Problemi di segretezza nei maggiori consigli dello Stato

Il problema della segretezza nella politica veneziana presente sin dallistituzione del Consiglio dei Dieci; segreto il suo rito
inquisitorio, il cui raggio dazione aumenta sempre di pi nel corso del 500 seguendo una tendenza tipica anche in altri stati europei
dellepoca, segrete frequentemente le denunce nei confronti dei traditori basate sui raccordi e sulle bocche di leone, e segrete le
esecuzioni di eretici, spie nemiche e prigionieri di guerra: le spettacolari esecuzioni pubbliche, infatti, sono riservate a delinquenti
comuni e ad alcuni grandi traditori. Secretezza, dunque, fondamento del governo, bene supremo da preservare ad ogni costo che
ispira una serie di norme volte, ancora prima del 1539, anno in cui verr costituita una apposita magistratura, a tutelarla e a punire
esemplarmente coloro che non la rispettano. Lo testimonia gi, nel primo Quattrocento, il segreto in cui avvolto il processo, la
condanna e lo strangolamento di Francesco Novello da Carrara e dei suoi due figli. Inoltre ci appare chiaro, come fa notare Paolo
Preto, durante il 500 nelle affermazioni di Poggio Bracciolini, che sottolinea la segretezza in cui si era svolto il processo al
Carmagnola, e successivamente in quelle di un attento politico come Commynes, che evidenzia la facilit del governo veneziano nel
mandare al confino le persone solo per semplici sospetti quando si tratta di segreti di Stato.[1] Frequentissime sono le fughe di
notizie dal Senato e persino dal Consiglio dei Dieci gi nel 300 e 400, ma tale fenomeno non si arresta nemmeno nei primi decenni
del 500 quando, impegnata nei durissimi scontri col Turco, con la Lega di Cambrai e con Carlo V, Venezia avrebbe dovuto fare
massimo affidamento sulla inviolabilit dei propri organi di governo. A questo serio problema si cerca di rimediare con vari
provvedimenti tra il 1449 e il 1550, volti a disciplinare minuziosamente il funzionamento del Senato e del Consiglio dei Dieci per
garantire al massimo la segretezza delle loro sedute, anche imponendo ai trasgressori adeguate sanzioni pecuniarie e interdizione dai
pubblici incarichi. Provvedimenti comunque inefficaci, tanto che in alcune occasioni si far ricorso alla magistratura straordinaria.
Infatti, tra il 1478 e il 1539, sono frequenti le elezioni di inquisitori o zonte che indaghino su questi reati.[2] Nel corso del Seicento
non sono rare le indagini su senatori che si teme abbiano portato notizie fuori del consiglio. Ne testimonianza, per esempio, un
passo molto significativo indirizzato al Residente di Mantova Antelmi, nel 1617, in cui si dice che le cose tutte, che passano sotto il
nostro magistrato, devono proceder, e rimaner sempre sotto profondissimo silenzio, si che non se ne faccia alcuna parte, ne minimo
moto con altri, ma si tengano in se medesimo recondite in ogni tempo .[3]

Inquisitori sopra la propalazion dei pubblici segreti.

Decreto di istituzione

Per molte provisioni che siano sta fatte per questo Consiglio, non si ha potuto ancora far tanto che le pi importanti materie trattate
nelli Consigli nostri secreti, non siano intese et pubblicate, come da ogni banda se ne ha certa notitia, cosa veramente indegna et di
quella grave giattura et danno al stato nostro che esplicar si possi maggiore, o pi perniciosa, onde non lasciar intentato rimedio
alcuno, chescogitar si possa contro un tanto disordine, et per: Lander Parte, che, salva ogni altra deliberatione in questa materia
alla presente non repugnante, nel primo Consiglio de X con la zonta, che si far nel mese prossimo di ottobre, per scrutinio siano
eletti, di quelli chintrano quomodocumque in esso Consiglio, tre Inquisitori sopra qualunque si potr presentar di haver contraffatto
alle leggi et ordini nostri circa il propalar delli segreti. N possino refudar sotto pena di ducati 500, etiam che havessero altro offitio

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con pena, il quale nondimeno li habbi a restar. Siano per anno uno, et infine di quello possano esser rieletti alli quali sia per autorit
di questo Consiglio commesso et dato solenne giuramento di fare diligentissima inquisitione contra tali trasgressori, et quelli essendo
tutti tre daccordo mandar alla legge et condannar, pubblicando sempre nel Maggior Consiglio le condannason, che si faranno. Et
ogni loro termination sia et esser debba valida et ferma, come se la fusse fatta per questo consiglio. Se veramente detti Inquisitori non
fussero tutti e tre in una opinion, overo se loccorresse alcun caso s importante di manifestation de secreti, che li paresse meritar
maggior censura dellordinaria, formato processo debbano, presentarlo ai capi di questo Consiglio, i quali, sotto debito di sagramento
et pena di ducati 1000, siano tenuti, in quel medesimo giorno, venir et proponer a questo Consiglio quanto si haver, per fare quella
giustizia che parer conveniente. Et la presente Parte sia letta nel primo Consiglio di Pregadi et nellavvenir sempre nel primo
Pregadi di ottobre, et non di meno letta o nono letta, haver debba la sua debita essecutione. 1539, 20 settembre, in Consiglio dei
Dieci.[4]

Distinti dagli Inquisitori dei Dieci, organo interno al consiglio con funzione istruttoria e con i quali spesso in passato venivano
confusi, vennero da questo istituiti con parte del 20 settembre del 1539 ed eletti annualmente, anche se con alcune interruzioni, con il
titolo di Inquisitori sopra la propalazion dei pubblici segreti.[5] Erano inizialmente legati strettamente agli Esecutori contro la
bestemmia, magistratura istituita il 20 dicembre 1537. Una legge del 1542, infatti, stabiliva che nel caso in cui uno dei loro membri
non avesse potuto partecipare ad una seduta doveva essere sostituito da un membro dellaltra magistratura. Fino al 1582 furono eletti
indifferentemente tra i membri del Consiglio, della giunta dei Dieci e degli organi ad esso collegati; poi, con labolizione della
giunta, tra quelli del Consiglio dei Dieci e dei consiglieri del doge. Restavano in carica un anno, potevano essere e furono spesso
rieletti per due, tre e quattro anni di seguito; erano tre e in tale numero, ogni anno, furono nominati fino alla caduta della Repubblica,
anche se, come vedremo, muteranno il loro nome. Importantissima per listituzione di questa magistratura fu, come sottolinea
Rinaldo Fulin, la gi citata deliberazione presa dal Consiglio dei Dieci il 20 settembre 1539. Era il periodo in cui si stava trattando la
pace col Turco, il quale imponeva per delle condizioni troppo dure; per questo motivo lambasciatore Tomaso Contarini aveva
dovuto lasciare Costantinopoli senza concludere nulla. Allora vi era stato mandato Alvise Badoer con nuove e segrete commissioni ,
per difendere le quali venne appunto stabilito di eleggere questa nuova magistratura.[6] Nel 1555, 58, 66, 76, 77 i tre Inquisitori non
vengono eletti a causa della grande perdita di tempo provocata dalla longa ballottazione fatta tra tutti i membri di quel consiglio e
la zonta.[7] Solamente dal 1588 la modalit della loro elezione venne regolata in maniera definitiva fino alla caduta della
Repubblica.[8] Gli Inquisitori sulla propalazion dei pubblici segreti, come gi detto, venivano scelti due dal Consiglio dei Dieci e
uno tra i Consiglieri ducali, e dal colore della veste erano chiamati neri i primi, rosso laltro. Cos anche in questa ristrettissima
commissione veniva applicato il sistema veneziano della contrapposizione e collaborazione dei consigli; Dieci e Signoria erano
quindi rappresentati in questa magistratura esercitando cos un efficace e reciproco controllo politico[9]. Nonostante linquisitorato
fosse presieduto dal consigliere ducale, il responsabile delle sue attivit era comunque il Consiglio dei Dieci, dal quale venivano
eletti due dei tre inquisitori. Poich non potevano operare se non in pieno numero, e spesso le norme contro gli interessati e contro i
papalisti avrebbero impedito la loro attivit, si eleggeva di solito anche un inquisitore supplente(di rispetto), scelto quasi sempre tra i
non papalisti. Tuttavia se, come spesso accadeva, nessuno dei tre inquisitori fosse stato papalista, visti questi sempre con sospetto,
linquisitore di rispetto poteva venire eletto anche tra loro. La loro elezione avveniva ovviamente a scrutinio segreto, in Consiglio dei
Dieci, e venivano scelti i due consiglieri dei Dieci e il consigliere ducale rimasti superiori in ballotta.[10] Si radunavano
inizialmente nel locale sopra lufficio delle Biave(dei grani) destinato agli Esecutori sopra la Bestemmia, poi in una stanza vicina a
quella dei Capi del Consiglio dei Dieci. Nella loro stanza le pareti erano coperte di cuoio con borchie doro; tre sedili di noce con
cuscini di marocchino nero erano affissi al muro e cera inoltre uno scrittoio di noce molto ampio; sulla sinistra cera una piccola
panca con uno sgabello riservati al segretario oltre a dei grandi armadi in larice molto grossolani. Non cera una grande attenzione
nellarredamento e questo sicuramente collegato alla importanza dei problemi che venivano trattati in quel luogo, cosa che si
voleva trasmettere anche visivamente. Uniche note di raffinatezza allinterno della stanza erano un dipinto del Tintoretto,
rappresentante le quattro Virt teologali, sul soffitto, una Vergine, forse opera di Raffaello, sopra il tribunale e infine, sulla porta, un
quadro del Gambarato con alcuni Santi.[11]Originariamente gli Inquisitori sui segreti di Stato furono indubbiamente un organo
strettamente parallelo agli Inquisitori dei Dieci, cio una commissione inquirente per una determinata e complessa tipologia di
problemi. Importantissima modifica fu il portare il numero degli inquisitori a tre (due erano invece i membri delle commissioni
inquisitorie costituite fino ad allora), probabilmente dovuta alla necessit di attribuire poteri pi decisivi a questo istituto e perci di
garantire un forte contrappeso politico con laumento del loro numero. Limportanza di questa magistratura, la necessit di
assicurarne una maggiore continuit, fu probabilmente la causa per la quale venne ammessa la rieleggibilit dei suoi membri.
Rieleggibilit tuttavia molto limitata dal fatto che gli Inquisitori dovevano essere eletti dal Consiglio dei Dieci, nel quale tutti gli
appartenenti scadevano dalla carica annualmente, con contumacia. Lunica possibilit di essere rieletti era quella di essere scelti come
Inquisitori un anno tra i Dieci e lanno dopo tra i Consiglieri ducali. Difficile che questa circostanza si realizzasse nel 500 quando il
patriziato veneziano era si gi in decadenza, ma ancora forte e soprattutto numeroso; meno nel 700 quando anche il numero dei
patrizi era calato notevolmente. Tuttavia, nonostante la tendenza restrittiva, il sistema della costituzione politica veneziana assicurava
indirettamente una base ampia e un rinnovamento continuo anche a questo consesso. Una tendenza pi restrittiva comunque chiara
sin dalle origini del nuovo inquisitorato.[12] Era un organo scaturito dalle condizioni di guerra continua in cui la Repubblica si trov
coinvolta per molto tempo e quindi non deve meravigliare il fatto che le garanzie formali, che erano state inserite nel processo
inquisitorio e sempre rispettate nei processi del Consiglio dei Dieci, fossero notevolmente diminuite, pur restando intatte le garanzie
riguardanti i Dieci, gli Inquisitori e il loro complesso sistema di rapporti politici. Tuttavia a causa della sua grande importanza e del
suo ruolo, questa magistratura assume sempre pi peso, allargando inevitabilmente la sua sfera di influenza, aumentando i propri
poteri, rendendo sempre pi sommarie e rapide le sue procedure.

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La correzione del 1582.

Elemento fondamentale per lo sviluppo e laumento di competenze degli Inquisitori fu la crescita di importanza nel 500 di una
magistratura, il Consiglio dei Dieci, che metteva inevitabilmente in ombra altri importanti organi dello Stato, come il Senato,
lAvogaria di comun e soprattutto la Quarantia criminal che, con la sua procedura pubblica e di tipo accusatorio, aveva garantito
massima trasparenza alla giustizia veneziana. Importanti sono due leggi, nel 1530 del Maggior Consiglio e nel 1533 del Consiglio dei
Dieci, che attaccarono duramente lAvogaria, accusandola di eccedere troppo nella indulgenza verso i delinquenti e di concedere
troppe impunit.[13] Ma ancora pi importante, nel 1546, listituzione di una nuova magistratura, icontraddittori, che aveva il
compito di prendere le parti dei rettori nei casi in cui gli avogadori ne intromettevano, allinterno della quarantia criminal, le sentenze
e gli atti secondo loro illegittimi. Era ovviamente un tentativo per frenare tali tendenze degli avogadori e contemporaneamente di far
venir meno la fiducia in essi, su cui era fondato il loro ruolo. Per il Senato pi difficile segnalare una demarcazione cronologica che
indichi laumento di competenze del Consiglio dei Dieci ai suoi danni. Nel corso del 500 tale consiglio si sovrappone al Senato in
settori come la politica estera, su questioni militari e marittime, finanziarie, nei rapporti con i domini da terra e da mar. Anche se il
Senato tentava di mantenere vive le proprie prerogative con deliberazioni a volte molto decise, i Dieci aumentarono sempre di pi la
propria influenza. Ci provoc una forte ostilit verso tale magistratura che sfocer nella correzione del 1582-83. Decisivi in tal
senso furono due decreti del settembre 1581 e dellaprile 1582 presi dal Consiglio dei Dieci e dalla Zonta, in favore di personaggi di
spicco, con i quali si consentiva loro di partecipare in soprannumero alle proprie sedute. Per tale motivo il Maggior Consiglio aveva
reagito rifiutandosi di eleggere la Zonta ordinaria e quindi sopprimendola di fatto. Soppressa cos anche la Zonta dei Procuratori di
San Marco, il Consiglio dei Dieci veniva riportato alle sue competenze fissate nel 1468.[14] Tuttavia due differenze cerano, ed
importanti: i Dieci potevano ancora continuare ad occuparsi di materie segrete, ma le deliberazioni su di esse dovevano essere fatte
dal Senato; inoltre ci valeva anche per la promission di denaro e il governo della Cecca. Forte era quindi il contenimento delle
competenze del Consiglio dei Dieci, e ci comportava inevitabilmente il rafforzamento di una magistratura ad esso strettamente
collegata e che potesse, in maniera meno scoperta e quindi pi efficace, svolgere il compito di custode del governo della Repubblica;
di questo era convinta la parte pi influente del patriziato veneziano. Questa magistratura satellite erano appunto gli Inquisitori
sulla propalazione di pubblici segreti. A segnalarne laumento di importanza sar verso la fine del 500 il mutamento di nome da
quello originario a Inquisitori di Stato.[15]

Gli Inquisitori di Stato.

Evoluzione non solo nel nome, ma anche nelle competenze: la nuova magistratura rispondeva alle esigenze del periodo storico, per
questo era divenuta il fulcro della attivit del Consiglio dei Dieci, di cui ormai interpretava la volont in modo spietato, efficace e
segreto, sempre per conservando quel particolare rapporto di rappresentanza, di dipendenza e di fiducia. Aumento di competenze,
dunque. Innanzi tutto venne allargata la competenza istruttoria dei tre: come era logico la propalazione dei pubblici segreti inizi a
riguardare numerosissimi affari. Forte divenne la vigilanza sui magistrati, sulle loro pratiche, addirittura sui loro contatti personali, in
modo da avere una conoscenza profonda di tutti gli affari dello Stato. Era dunque la natura stessa del suo incarico che port questa
magistratura ad allargare la sua competenza a tutti i fatti che potessero turbare la tranquillit e la sicurezza dello Stato. Questa era
stata la funzione del Consiglio dei Dieci: si ripropone quindi, allinterno questa volta dello stesso consiglio, quello che aveva
prodotto la nascita della stessa magistratura. I tre ben presto oscurarono la pi antica commissione istruttoria (i due inquisitori dei
Dieci), le cui mansioni e procedure erano ben definite. I tre divennero in pratica la suprema rappresentanza politica del Consiglio dei
Dieci, investendo tutto ci che poteva turbare lo Stato: saranno incaricati, tra laltro, della vigilanza sul regolare deposito delle
scritture e relazioni degli ambasciatori, rettori etc., sullordine nei monasteri, sulla repressione del gioco, sullintegrit dei magistrati,
sulla eguaglianza civile e sulla modestia del modo di vivere dei patrizi, sulla conservazione dei segreti dellarte vetraria, etc..[16]
Essi saranno in rapporto con i rettori di tutte le citt del dominio, che invieranno loro le notizie pi delicate. Altrettanto faranno i
rappresentanti della Repubblica fuori del dominio, ambasciatori o residenti. Accanto alla collaborazione ufficiale molto importante
sar quella ufficiosa di altri, patrizi e privati, i quali, invitati o di propria spontanea iniziativa, manderanno informazioni
riservatissime su cose e persone ritenute meritevoli della attenzione degli Inquisitori. Una rete segreta, in cui avr un ruolo
fondamentale la delazione, che diventer tipica dellazione degli Inquisitori e che finir col costituire, fuori e dentro lo Stato, anche il
contrassegno negativo dei metodi della Repubblica. I tre rappresentarono il Consiglio dei Dieci anche nelle sue delicate funzioni di
polizia e per questo motivo divennero informatori fondamentali anche per le altre magistrature negli affari che a quelle competevano.
Questa evoluzione non coinvolse solamente la sfera politica, ma anche quella delle attribuzioni giudiziarie e delle procedure dei tre.
In poco tempo si vide che il loro maggiore formalismo, il loro rapido ed energico modus operandi, avevano ridato efficacia allazione
del Consiglio dei Dieci, al punto che, sebbene il costume dei patrizi peggiorava sempre pi e sempre minore era quindi laffidamento
sulla loro incorruttibilit e seriet, presto il segreto di Stato venne di nuovo custodito in maniera efficace, e ogni forma di turbamento
prevenuta, pi che repressa, con interventi rapidi e tempestivi.

Divenuto comunque il Consiglio dei Dieci troppo numeroso, per garantire la massima tranquillit ai denunciatori venne istituito un
archivio separato dei tre Inquisitori, cos che la fonte delle denunce segretissime non fosse necessariamente resa nota a tutto il
consiglio: tuttavia gli inquisitori, rimasti sempre in stretta dipendenza dal consiglio, nel caso questo avesse voluto prendere
conoscenza di un determinato affare, non avrebbero potuto impedirlo in alcun modo. Era questo un rapporto molto delicato, basato
esclusivamente sulla consuetudine: da un lato il Consiglio, quando non ci fossero motivazioni particolari, preferiva lasciare agli
Inquisitori la custodia dei pi gelosi segreti; dallaltra parte gli stessi Inquisitori, educati in un regime aristocratico ma soprattutto
poco desiderosi, anche per la breve durata del loro incarico, di assumersi troppe responsabilit e di suscitare delle rivalit, erano soliti
usare con molta discrezionalit le loro funzioni. Per questo motivo sempre pi frequentemente gli Inquisitori di Stato si videro
esplicitamente o tacitamente delegato lintero processo. Infatti nelle questioni pi delicate, basandosi anche su precedenti remotissimi

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come i gi citati Inquisitori dei Dieci, il Consiglio preferiva lasciare ai tre lintera definizione della faccenda. Questa pratica divenne
nel corso del 600 sempre pi frequente a causa del continuo allarme in cui Venezia viveva. I tre Inquisitori assunsero sempre pi la
figura di un supremo tribunale politico e autonomo, anche se sempre subordinato al Consiglio dei Dieci, al quale essi affidavano
sempre di pi, anche con il loro tacito assenso, moltissime pratiche che riguardavano pericoli di turbamento dello Stato, definendole
con pieni poteri e pronunciando giudizi che avevano lo stesso valore dei giudizi del Consiglio dei Dieci.[17]

Aumento delle competenze nel 600 e nel 700

Renier Zeno. La correzione del 1628.

Negli anni venti del Seicento, allinterno del patriziato veneziano, assistiamo a un movimento di protesta che ricorda molto da vicino
quello del 1582 e del 1583. Anche questa volta la contestazione era diretta contro il monopolio della nobilt pi ricca, contro il
Consiglio dei Dieci e la classe di segretari, ed anchessa era alimentata dal disagio e dalla ribellione dei patrizi pi poveri.[18] La
contestazione del 1582 aveva sicuramente ridimensionato lo strapotere della Zonta e del Consiglio dei Dieci e aveva inoltre restituito
al Senato le sue competenze, ma non era riuscita a porre rimedio ad alcune questioni pi importanti, come quella della spaccatura
sorta tra la nobilt che faceva riferimento ai Dieci e quella che invece veniva rappresentata dalla Quarantia criminal: questi organi
erano effettivamente separati, senza possibilit per il secondo gruppo di poter entrare nel giro di magistrature, le pi importanti per la
politica veneziana, che in sostanza potevano essere ricoperte solo dal primo.[19] Era ovvio che un organo con queste prerogative, che
rappresentava esclusivamente una parte limitata del patriziato, venisse accusato di condurre una politica che ledeva gli interessi
dellaltra parte della nobilt. Uno dei motivi di maggior protesta dei contestatori era il ruolo svolto dai segretari allinterno del
Consiglio dei Dieci: vi restavano in carica a vita, finendo per conoscerne ogni questione e per diventarne i veri padroni, opponendosi
quindi ad ogni azione che potesse limitare lautorit del Consiglio. Secondo questi patrizi per rimediare a tale situazione bisognava
permettere lingresso nel Consiglio dei Dieci ai tre capi della Quarantia: questa magistratura, infatti, raccoglieva al suo interno tutte
le fasce del patriziato, potendo quindi garantire una maggiore imparzialit. Tuttavia per i nobili privilegiati questa era la soluzione
pi pericolosa, che avrebbe potuto sconvolgere lordinamento aristocratico della Repubblica. Consideravano invece pi
comprensibili le altre recriminazioni. Innanzi tutto quella che criticava il numero eccessivo delle competenze del Consiglio dei Dieci,
spesso costretti ad attribuire alcune di esse ad altre due magistrature, gli esecutori contro la bestemmia e i provveditori sopra i
monasteri, che venivano elette dai Dieci senza il controllo del Maggior Consiglio e del Senato, e che erano dotate del suo stesso rito
inquisitorio, quindi senza possibilit dappello. La Quarantia, invece, non solo non poteva eleggere nessuno, ma addirittura non
aveva la facolt di fissare le proprie sedute quando lo riteneva opportuno. Altra protesta era quella contro gli Inquisitori di Stato,
anche essi eletti dal Consiglio dei Dieci, ai quali veniva cotestato leccessivo potere, che ormai esercitavano, e la durata della loro
carica, un anno, che non rispettava i tradizionali principi della Repubblica.[20] Gi nel corso del 600 i malumori per la dilatazione
delle materie di cui si occupavano gli Inquisitori e per i loro metodi si erano fatte sentire. Contro le loro sentenze non si poteva
ricorrere in appello, e alcune volte venivano eseguite con una rapidit sconcertante. Vi furono tuttavia alcuni casi di chiara
ingiustizia, che scossero la fiducia in questo tipo di procedura. Un grave esempio quello di Antonio Foscarini; siamo nel 1622,
costui un ambasciatore e uomo di punta, assieme a Nicol Contarini, del gruppo dei giovani, che dopo essere stato accusato di
aver venduto dei segreti di stato alla Spagna, viene processato e giustiziato molto rapidamente. Il Consiglio dei Dieci ammise
pubblicamente lerrore, restituendo allaccusato lonore, ma non la vita. In altri casi scandaloso era stato il divario fra le punizioni
inflitte a nobili di secondo piano e ai membri delle famiglie pi potenti. Fra i nobili pi poveri cresceva la sensazione di essere trattati
come inferiori da una piccola oligarchia che abusava del proprio potere.[21] Questo malumore sfoci negli attacchi di Renier Zeno
contro il doge Giovanni Corner. Era questo un doge molto potente, ricco e popolare, che aveva ottenuto dai Consiglieri ducali e dal
Senato il consenso per i suoi figli di occupare contemporaneamente cariche ecclesiastiche e seggi in Senato, contro le leggi della
Repubblica. Lo Zeno denunci il comportamento del doge e dei senatori, attaccando in questo modo anche loligarchia che imponeva
con metodi drastici il rispetto delle leggi agli altri, ma non a se stessa.[22]

Tentativo di assassinare Renier Zeno.

La vendetta della famiglia Cornaro era attesa, ma nessuno pensava che sarebbe stata cos violenta. Cera stata addirittura una
aggressione conto lo Zeno, che venne ferito gravemente, rischiando di morire. Zorzi Cornaro, uno dei figli del doge, in accordo
probabilmente con un suo cugino, Michele Priuli, e forse con qualcunaltro dei suoi fratelli, avevano messo in atto questa azione
criminale. Una sera di dicembre del 1627 il Cornaro si era nascosto con alcuni suoi bravi in un angolo del palazzo ducale, aspettando
lo Zeno che avrebbe dovuto passare di l per raggiungere la sua barca. Lo avevano aggredito a colpi daccetta, lasciandolo per terra
sicuri di averlo ucciso. Zorzi Cornaro, che era stato subito scoperto, aveva subito la condanna al bando totale, la perdita della nobilt
e la confisca dei beni; per questo motivo era stato costretto a rifugiarsi a Ferrara, dove il fratello cardinale poteva assicurargli la
protezione della Santa Sede. Renier Zeno, subito soccorso e portato a casa, era riuscito a salvarsi. Lo sdegno per questo atto era stato
unanime, non solo tra i suoi seguaci ma tra gli stessi avversari politici.[23]

In questo modo lo Zeno acquist molta popolarit tra i patrizi pi poveri, al punto da essere eletto dal Maggior Consiglio membro
dello stesso Consiglio dei Dieci. Da questa posizione lanci i suoi attacchi pi violenti contro il governo. I Dieci si opposero allo
Zeno e ne votarono la messa al bando: il 23 luglio 1628 lo Zeno veniva bandito a vita, con una taglia di duemila lire di piccoli, con
lalternativa di una relegazione a Cattaro per sei anni se si fosse presentato subito. Questa condanna appariva sproporzionata, un
segno evidente che allinterno dellordinamento della Repubblica si potevano verificare delle gravi ingiustizie. Una reazione molto
dura cera stata anche contro il patriziato povero che era insorto. Gli Inquisitori di Stato si erano messi in azione, ed erano riusciti
inizialmente a diffondere un pesante clima di sospetto. Addirittura cera stato un arresto, quello di Gerolamo Don, un amico dello
Zeno, accusato di frasi sediziose contro il governo. Tutte queste azioni repressive messe in atto dal governo erano state

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controproducenti, ed avevano avuto lunico risultato di irritare ancora di pi il patriziato pi povero.[24] Per questo il Maggior
Consiglio decise di usare, questa volta contro il Consiglio dei Dieci, larma usata nel 1583 contro la zonta, cio il rifiuto di eleggere i
candidati ad esso. Venne perci istituita una commissione per riformare i poteri del Consiglio dei Dieci, e quindi degli
Inquisitori.[25] Tra le proposte vi era quella di trasferire la maggioranza dei processi penali, in cui fossero implicati i nobili, dai Dieci
alla Quarantia, molto pi rappresentativa della classe nobiliare. I cambiamenti proposti dai correttori puntavano esclusivamente a
regolare i rapporti tra Consiglio dei Dieci e Maggior Consiglio, riducendo le competenze del primo. I Dieci non avrebbero pi potuto
revocare le parti del Maggior Consiglio, emanare leggi su materie non di loro competenza, stabilire pene pecuniarie, etc.. Il Maggior
Consiglio, invece, avrebbe avuto la facolt di stabilire le procedure del Consiglio dei Dieci, non per per le materie criminali, e
lAvogaria di comun di garantire sullesecuzione delle leggi riguardanti i Dieci. Tale magistratura manteneva comunque la
competenza per i reati commessi dai nobili, sui bravi e sui loro padroni, sui falsi monetari, sugli attentatori alla sicurezza dello stato e
sugli ecclesiastici.[26] Altre norme miravano a ridurre linfluenza dei segretari dei Dieci, che secondo loZeno erano i veri rettori del
tribunale, grazie alla loro esperienza procedurale ed al controllo sulle pratiche. Infatti verr deciso di rimettere al Senato la loro
elezione e di lasciarli in quella carica per un anno.[27]

Presidente della commissione era Niccol Contarini, mentre gli altri quattro correttori erano Piero Bondumier, Zaccaria Sagredo,
Antonio Da Ponte e Battista Nani. Il Contarini, secondo la speranza dei nobili ribelli, avrebbe dovuto appoggiare il loro movimento;
non era mai stato un nobile ricco, la sua era una famiglia modesta, inoltre era sempre stato ostile al patriziato pi potente. Il
Contarini, per la sua politica antispagnola e favorevole ad una alleanza con lInghilterra, il Duca di Savoia e i protestanti, era stato
continuamente appoggiato dai giovani, quella parte del patriziato cio pi colta e meno ricca.[28] Mantenendo le attese, il
Contarini aveva dato inizialmente il suo appoggio allo Zeno, essendo appunto entrambi propugnatori di una politica antispagnola e
antipapale; successivamente per ne aveva preso le distanze quando lo Zeno aveva cercato lappoggio del clero contro i corneristi.
Inoltre considerava il suo linguaggio e i suoi metodi pericolosamente sovversivi. Per questo motivo lopposizione ai corneristi non fu
efficace; le uniche riforme che vennero approvate lasciarono pressoch immutate le competenze e le prerogative penali del Consiglio
dei Dieci e degli Inquisitori. Quanto ai provveditori sopra i monasteri e gli esecutori contro la bestemmia dovevano essere eletti dal
Senato, anche se mantenevano la possibilit di utilizzare il rito del Consiglio dei Dieci; i secondi inoltre avevano la possibilit di farsi
delegare dai Dieci il giudizio su alcuni reati compiuti dai nobili.[29] Non venivano tuttavia affrontati i problemi della Quarantia.
Queste proposte, che saranno quasi tutte approvate, erano veramente poca cosa difronte alla volont di rinnovamento espressa dal
Maggior Consiglio. I nobili che avevano sostenuto con maggior forza la correzione e che avevano a lungo manifestato il loro
malcontento non erano riusciti a far sentire le loro ragioni, manifestando una chiara inferiorit, soprattutto sul piano politico, rispetto
ai nobili del Consiglio dei Dieci.[30] Poco incisivi erano stati anche i due patrizi che avrebbero dovuto ricoprire un ruolo chiave nella
vicenda: Renier Zeno e Nicol Contarini. Il primo, che aveva espresso le sue convinzioni lo stesso giorno del suo rientro nella vita
politica dopo il bando perpetuo da cui era stato colpito, aveva messo in risalto, come gi sottolineato, la potenza occulta dei segretari,
laccentramento nelle loro mani della sorte del Senato e del Consiglio dei Dieci. La loro preparazione giuridica e amministrativa era
pi solida di quella dei patrizi gi allinizio della loro attivit, e la durata delle loro cariche permetteva loro di divenire i veri padroni
delle magistrarure. Ma questo accadeva soprattutto nel Consiglio dei Dieci, dove la carica dei segretari era vitalizia. Lo Zeno
sottolineava il fatto che essi fossero in sostanza gli unici depositari e conoscitori delle leggi, e interpreti di esse a seconda dei loro
interessi. [31]Lo Zeno invece esaltava le qualit della Quarantia Criminale, che secondo lui garantiva effettivamente un giusto
svolgimento della giustizia. A tale magistratura dovevano essere lasciate, senza altre limitazioni, le competenze in materia criminale,
ricorrendo al Consiglio dei Dieci solo nei casi pi gravi, come i reati contro la sicurezza dello stato commessi dai nobili, e abolendo
invece le sue magistrarure minori, cio gli esecutori contro la bestemmia e i provveditori sopra i monasteri. Quello dello Zeno era
stato per un discorso che aveva divagato molto su questioni secondarie e di scarsa importanza, e aveva invece trascurato le
tematiche pi importanti.[32] Nicol Contarini, trattando i problemi della giustizia penale, aveva limitato le sue osservazioni a
semplici considerazioni di ordine puramente pratico e politico. Secondo lui, infatti, quello della giustizia era un problema
esclusivamente politico, era solo uno strumento per ottenere maggiore rispetto verso la Repubblica, per assicurare il potere della
aristocrazia veneziana.[33] Il vero protagonista della correzione era stato Battista Nani, un esponente della nobilt pi ricca e potente,
sostenitore del doge, che aveva compreso che i nobili sollevatisi dovevano essere distinti in radicali e moderati, riuscendo a portare
questi ultimi dalla sua parte, sottolineando il carattere nobiliare e limportanza di esserne investiti. Aveva inoltre evidenziato
limportanza di essere giudicati dal Consiglio dei Dieci, garanzia di una maggior sicurezza nel caso in cui i nobili fossero stati
accusati da esponenti del ceto borghese o popolare; ci avrebbe potuto portare ad una perdita di prestigio, nel caso di un
procedimento a loro carico che si fosse svolto presso tribunali di rango inferiore, come giudici della pace, signori di notte, quarantia
criminal.[34]

Nel corso dei dibattiti in Maggior Consiglio, la maggior parte dei nobili mostr di ritenere la giurisdizione penale dei Dieci
necessaria per il mantenimento della disciplina e il buon nome della loro classe; la sua segretezza manteneva la fama di Venezia
garante di una giustizia uguale per tutti; inoltre, affermavano, era la segretezza stessa che permetteva di colpire anche gli appartenenti
alle famiglie pi potenti.[35]

Zuanne Sagredo. La correzione del 1677

Unaltra correzione molto importante sar quella del 1677. Ruolo fondamentale in essa avr Zuanne Sagredo. Questo patrizio era
stato ambasciatore presso le sedi pi importanti, a Londra, da Cromwell, in Francia e in Germania. A Venezia era stato membro delle
magistrature pi influenti, era uno dei migliori politici in Senato e in Maggior Consiglio, era inoltre stato molto vicino al dogado. Il
Sagredo era stato eletto tra i cinque membri incaricati della correzione nel 1667. Oltre ai due grandi temi trattati, quello degli abusi
compiuti dai privati e la necessit di distribuire le cariche tra i nobili con maggiore accortezza, cera anche quello del ruolo specifico

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di alcune magistrature legate alla gestione della giustizia: tra esse, per quella penale, il Consiglio dei Dieci, e quindi gli Inquisitori di
Stato, cui erano legati indissolubilmente. Dopo la delusione dalla mancata elezione al dogado, che lo aveva quasi spinto ad
abbandonare la politica, venne rieletto come correttore nel 1677.[36] Suo antagonista, anche lui uno dei cinque membri della
commissione incaricata della correzione, era Battista Nani, Procuratore di San Marco come il Sagredo, con grande esperienza di
ambasciatore. Vennero subito presentate delle leggi sul Consiglio dei Dieci. La prima era del 16 maggio: correggeva la legge del
1671, che aveva introdotto, assieme a quella del 1667, delle restrizioni per lentrata nei Dieci, e definiva eleggibili in questo
consiglio non solo quelli che vi avessero gi posto balla, ma anche coloro che in passato avessero coperto le cariche di Savio del
Consiglio, Capitano Generale da mar, Provveditore Generale in Terraferma, podest e capitano di Brescia e Padova. Era un tentativo
di ammorbidire la posizione molto dura di coloro che si erano opposti alle restrizioni del 1671. Si trattava di un finto allargamento
poich, in pratica, le cariche pi importanti passavano a rotazione, senza contumacia, tra i soliti patrizi. La legge non era passata. Era
stata riproposta pochi giorni dopo ma con alcune variazioni: la pi importante riguardava la costituzione di una contumacia di due
anni per essere eletto nuovamente tra i Dieci. Lo scontro questa volta era stato molto aspro: da un lato il Sagredo attaccava
violentemente il Consiglio dei Dieci, affermando che bisognava garantire la piena sovranit del Maggior Consiglio e luguaglianza di
tutta laristocrazia, che doveva garantire a tutti lentrata nelle magistrature e nei consigli e quindi la partecipazione al governo della
Repubblica.[37] Il Nani rispondeva allattacco del Sagredo sottolineando che attraverso le proposte che si volevano approvare si
trasformava in legge una consuetudine ormai adottata: nella pratica i Dieci erano sempre eletti tra questi candidati. Inoltre il Nani, a
differenza del suo antagonista, considerava questo consiglio il vero custode della Repubblica, la sua base fondamentale. Nonostante
questa grande arringa in favore della legge, questa venne nuovamente respinta. Veniva ripresentata nuovamente un mese dopo,
questa volta per profondamente modificata. La nuova legge stabiliva che per essere eleggibili in Consiglio dei Dieci bisognava aver
fatto parte del Senato ordinario. Inoltre bisognava avere almeno 35 anni. La contumacia, infine, era stata portata a tre anni, rispetto ai
due della precedente legge. Unica consolazione per gli sconfitti era laver ottenuto di proibire agli eletti di lasciare la carica prima
che passasse un anno dalla elezione, a meno che non fossero stati eletti Governatori alle entrate o Provveditori al sale. Mai, nei suoi
discorsi, il Sagredo aveva nominato gli Inquisitori di Stato. Lo aveva fatto invece il Nani, anche se in maniera velata, come se fosse il
nodo della questione, del quale tutti erano a conoscenza, ma che nessuno nominava esplicitamente. Per lui far entrare nei Dieci
membri non allaltezza metteva in pericolo la sicurezza e il corretto funzionamento di questo tribunale, quindi anche dello Stato. In
sostanza questa correzione spegner gli sforzi di coloro che volevano creare allinterno del Consiglio un corpo oligarchico.[38]

Angelo Querini. La correzione del 1762

Nel corso del Settecento le competenze dei tre Inquisitori aumentano ancora. Un rafforzamento che tuttavia non signific una svolta
in senso oligarchico, come gi si era tentato di fare nel corso del Seicento, come abbiamo appena visto, ma che anzi dimostr come
un cambiamento di questo tipo non fosse possibile. Per questo motivo era necessario rafforzare questo organismo, il quale riuscisse a
compensare, anche con la repressione, le alterazioni e i logoramenti del sistema veneziano, ormai in piedi da molto tempo, e che
raccoglieva al suo interno una vasta e eterogenea schiera di patrizi, molti dei quali senza alcun potere effettivo, senza giustificazioni
di natura economica, politica o di prestigio: era solamente la tradizione, che non poteva essere alterata poich elemento che
giustificava la continuit della Repubblica, a mantenerli nellarea di governo. Anche a causa di questo rafforzamento nel corso del
700 molte delle accuse un tempo rivolte al Consiglio dei Dieci venivano adesso indirizzate agli stessi Inquisitori di Stato. Alcuni
patrizi avevano protestato violentemente contro questo tribunale che consideravano tirannico.[39] Un caso eclatante quello di
Angelo Querini, un patrizio non tra i pi benestanti.

Siamo agli inizi degli anni sessanta del 700; questo nobile, eletto avogador di comun, si trov in contrasto con gli Inquisitori. Molto
velocemente lo stesso Querini, aiutato da un altro avogador, Alvise Zen, allarg la questione, lo sfratto di una piccola artigiana,
inflitto dagli avogadori e annullato dagli Inquisitori, in un attacco duro contro gli stessi Inquisitori, accusati di aver prevaricato
ingiustamente lavogaria. Ormai trascinato dalle polemiche lo stesso Querini accus il supremo tribunale di aver abusato delle
deleghe di dubbia legittimit accordate dal Consiglio dei Dieci per aumentare il proprio potere con metodi polizieschi, sovvertendo
le regole stesse della costituzione. Gli Inquisitori persero rapidamente il senso della misura: non seppero circoscrivere la
contestazione alle modeste pretese del suo avvio, credettero che attorno al Querini ci fosse, o che almeno si stesse formando, un
partito con un programma politico alternativo, pronto a minare le basi delle stesse istituzioni. Ribadendo ancora una volta i loro
metodi dazione, agirono in maniera violenta e precipitosa: la notte del 12 agosto 1761 arrestarono Angelo Querini nel suo
appartamento a San Mois. Subito lo trasferirono, sotto scorta, al castello di Verona in relegazione. Questo era appunto il loro modus
operandi, a cui molti erano abituati; tuttavia questa volta la vittima dellarresto era un avogador di comun. Dato anche che le colpe di
cui era accusato erano tuttaltro che chiare, questa operazione colp fortemente lopinione pubblica cittadina e fin per avere dei
risvolti politici enormi.[40] Si form contro gli Inquisitori, e quindi contro il Consiglio dei Dieci, un gruppo di patrizi nei quali era
perenne il malcontento e che avevano trovato maggiore coesione dopo gli ultimi avvenimenti: si trattava soprattutto di patrizi della
fascia mediana, esclusi dal vero potere politico, dei patrizi pi poveri e di quelli intellettualmente pi vivaci, ispirati anche dalla
nuova ventata culturale portata dallIlluminismo. Queste forze di opposizione riuscirono a fare in modo che non si formasse la
maggioranza necessaria per eleggere i membri del Consiglio dei Dieci scaduti dalla carica. Era questa una manovra sperimentata gi
altre volte; per sbloccare la situazione si cre perci una commissione di cinque Correttori, che controllassero le norme che
regolavano i Dieci e gli Inquisitori per vedere se fossero state rispettate e, nel caso in cui lo avessero ritenuto necessario, di
correggerle.[41]

Tuttavia i gruppi dirigenti, dopo questo primo momento di debolezza, riuscirono a riprendersi, facendo eleggere, tra i cinque
correttori, tre della maggioranza e due della minoranza. I primi tre erano Marco Foscarini, procuratore di San Marco e elemento di
spicco della maggioranza, Lorenzo Alessandro Marcello II, capo del Consiglio dei Dieci, e Girolamo Grimani, ex Savio Grande; gli

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altri due erano Alvise Zen, ex avogador, e Pier Antonio Malipiero, della Quarantia. Diversamente da quello che molti si aspettavano,
lelezione del Querini non avvenne e non fu cos possibile nemmeno porre fine alla sua relegazione a Verona. La contestazione del
Querini e del gruppo che aveva preso le sue difese era vista come rivendicazione del gruppo dei patrizi novatori, cio di quel
gruppo che chiedeva innovazioni e riforme radicali. In realt quello che volevano era, appoggiandosi su effettive basi storiche, il
riacquisto, da parte di alcune magistrature come lAvogaria e la Quarantia, delle vecchie prerogative che ormai erano state assorbite
da altre magistrature come il Consiglio dei Dieci e gli Inquisitori di Stato.[42] Chiedevano quindi il ristabilimento della uguaglianza
tra patrizi nella gestione delle istituzioni politiche. Interessante per capire quale ostilit avesse scaturito nei loro confronti tale
aumento di competenze limpostazione data dai due correttori di minoranza, il Malipiero e lo Zen, alla contestazione. I due
puntavano il dito, basandosi su ricostruzioni storiche, sulle deviazioni degli Inquisitori di Stato: era, affermavano, una magistratura
recente, che in principio aveva avuto una autorit limitata e una azione circoscritta a casi gravi e evidenti di attacchi alla sicurezza
dello Stato, e proprio per questo aveva potuto utilizzare procedure sommarie, segrete, quasi senza garanzie per gli inquisiti; un
tribunale che, soprattutto negli ultimi tempi, si era preso di fatto delle competenze che spettavano ad altri organismi, estendendo
senza limite la propria azione poliziesca, usando in maniera sempre maggiore metodi terroristici nel suo procedere, al punto che
molti degli inquisiti non sapevano nemmeno quale fosse laccusa nei loro confronti, n, una volta condannati, quale condanna
dovessero scontare.[43] Altra colpa degli Inquisitori, sempre secondo lo Zen e il Malipiero, era quella di colpire patrizi che
ricoprivano cariche anche di grande importanza, solo perch avevano idee politiche differenti dalle loro e dai gruppi che li
sostenevano.

I correttori della maggioranza, criticando le argomentazioni della opposizione, ribattevano invece che la rigida autorit degli
Inquisitori forniva limmagine di un tribunale la cui giustizia colpiva imparzialmente tutti. Intanto i correttori, nel corso delle loro
sedute, riuscirono a trovare un accordo su tutto, tranne che sulla ampiezza della autorit penale e disciplinare del tribunale
inquisitorio sui patrizi. Per questo fu inevitabile che i correttori presentassero in Maggior Consiglio due proposte differenti. Quella di
maggioranza chiedeva il mantenimento delle competenze dei Dieci come stabilito dalla legislazione precedente, tuttavia riferendosi
maggiormente alla superiore autorit del Maggior Consiglio. Quella di minoranza, invece, chiedeva il trasferimento della
competenza, per i procedimenti penali nei quali si fossero trovati coinvolti dei patrizi, dagli Inquisitori al plenum del Consiglio dei
Dieci. Inoltre veniva richiesto, nel caso in cui i Dieci avessero delegato qualche caso agli Inquisitori, che venissero imposte delle
maggiori garanzie per la difesa degli imputati. Chiedevano infine che venisse diminuito il potere correzionale dei tre per i
comportamenti pubblici e privati, e addirittura di eliminarlo, o almeno limitarlo, nei casi in cui i soggetti colpiti avessero ricoperto
delle cariche importanti. Marco Foscarini, leader della maggioranza, difese in maniera esemplare il mantenimento del quadro
istituzionale. Lo stesso fece la minoranza dei novatori, sostenendo per che per rafforzarlo non bisognava ulteriormente accentrare
il potere nelle mani di pochi, ma ritornare al passato, ai primi anni della Repubblica. Nessuno dei due schieramenti voleva dunque
una rottura della struttura di governo. La proposta della maggioranza, come era prevedibile, venne approvata il 16 marzo 1762. In
aprile vennero inoltre approvate delle decretazioni sulle quali i correttori avevano trovato accordo: il Consiglio dei Dieci non doveva
ingerirsi in materie civili e non doveva interferire nelle competenze assegnate ad altri organi di governo; venne confermata lautorit
dei Dieci sui permessi per lerezione di nuove scuole e confraternite; si precis la competenza dei Dieci in materia di manifattura
vetraria; si stabil che i quattro segretari dei Dieci dovessero essere eletti a scrutinio segreto e durassero in carica due anni con due
anni di contumacia. Dopo due anni di segregazione Angelo Querini ritorn a Venezia. Nonostante tutte queste vicissitudini e scontri
politici, la forza di questo tribunale era rimasta ancora una volta pressoch intatta, segnale chiaro che questa magistratura, anche se
accusata aspramente di abusi di potere, era indispensabile per il mantenimento della struttura politica veneziana. Segnale chiaro della
sua accresciuta importanza il fatto che per la prima volta in questa correzione loggetto della revisione sia proprio questo supremo
tribunale, non il Consiglio dei Dieci. Addirittura gli stessi novatori chiederanno che a questultimo consiglio vengano restituite
alcune competenze ormai passate agli Inquisitori.[44]

Procedure inquisitorie

Il processo inquisitorio.

Grande, terribile, insopportabile, odioso, non si sa chi sia esaminato, chi habbi querelato, si convien far la sua difesa alloscuro; non
vi esser difesa damici, non di parenti, non di avvocati, non de contradittori, non dalcuno. Cos Renier Zeno definiva il rito del
Consiglio dei Dieci.[45] Nei primi decenni del Cinquecento la dilatazione delle competenze dei Dieci e la nascita di numerose
magistrature ad esso collegate, come abbiamo visto, segnano la punta massima della espansione del processo inquisitorio, con il
conseguente indebolimento dei tribunali con la ordinaria procedura pubblica. Questo cambiamento coinvolge gran parte dellEuropa:
Francia, Impero, Stato della Chiesa, Milano, Firenze, sebbene tutte con delle peculiari diversit, operano delle riforme accomunate
dallintento di garantire ai propri governi gli strumenti necessari per mettere in pratica, quando necessario, un intervento repressivo il
pi rapido e esteso possibile, capace cos di prevaricare le garanzie offerte agli imputati dal processo accusatorio.[46] Cos a Venezia
abbiamo il rito del Consiglio dei Dieci, che in pratica, almeno inizialmente, quello con cui operavano gli Inquisitori di Stato. Nel
processo inquisitorio, ovviamente, non avveniva un confronto tra limputato e la parte offesa. Linquisizione era suddivisa in due
parti: generale e speciale. La prima prendeva avvio da una denuncia segreta o anonima, pubblica o privata, era quindi di per s molto
incerta. Per questo motivo i poteri degli inquisitori, inizialmente i due Inquisitori dei Dieci, nati assieme allo stesso consiglio,
saranno in questa prima fase molto ristretti; di propria iniziativa non potevano n arrestare, n effettuare perquisizioni nella casa dei
sospetti, n usare la tortura. Era necessaria per queste azioni lapprovazione della maggioranza del Consiglio dei Dieci. Le loro
competenze per saranno sempre pi assorbite, oltre che aumentate, dagli Inquisitori di Stato, soprattutto su alcuni campi specifici.
Anche se verranno svuotati di gran parte delle loro funzioni, gli Inquisitori dei Dieci verranno eletti fino alla caduta della Repubblica.

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Finita linquisizione generale il materiale raccolto veniva consegnato ai Dieci i quali decidevano, esaminati i documenti anche
dallavogador di comun, se terminare il processo prosciogliendo limputato, oppure passare alla inquisizione speciale.[47] Questa
seconda fase, nei casi pi lievi, veniva affidata ai tre Capi dei Dieci; nei casi pi gravi veniva istituito un apposito collegio che
comprendeva uno dei capi dei Dieci, un consigliere ducale, un avogador di comun, un Inquisitore dei Dieci, tutti estratti a sorte, e che
doveva essere rinnovato ogni mese. Una volta istituiti, gli Inquisitori di Stato potevano entrare tutti e tre nella commissione incaricata
della inquisizione speciale. Solitamente era il Capo dei Dieci a presiedere i lavori; tuttavia in alcuni casi, per esempio falsificazione
di monete, era lavogador a presiederli. Il fatto che le due fasi inquisitorie fossero affidate a due commissioni differenti dava
indubbiamente maggiori garanzie allinquisito. Tuttavia anche i poteri di questi due collegi erano molto limitati, visto che quasi ogni
provvedimento doveva essere autorizzato dai Dieci. Soprattutto per quanto riguarda la tortura, la prudenza nellutilizzarla era
enorme: era il Consiglio dei Dieci a stabilire quando doveva essere usata, oppure poteva delegare la decisione al collegio.
Solitamente si cercava di evitare luso di questo strumento, tranne nei casi in cui, dopo linquisizione generale, si fosse sicuri della
colpevolezza.[48] Garanzie comunque cerano anche per luso della tortura: prima di effettuarla veniva consultato un medico e
inoltre le confessioni ottenute in questo modo non erano valide se non venivano confermate dal colpevole il giorno dopo la
tortura.[49] Da notare una divergenza nelluso della tortura: a Venezia veniva eseguita prima delle difese, in Terraferma dopo,
sebbene in alcuni casi anche qui si procedesse come nella capitale. Linterrogatorio degli accusati veniva svolto di solito al buio, a
volte con un cappuccio in testa, inoltre in alcuni casi gli arrestati venivano detenuti in una prigione buia sino al processo. Tuttavia, a
volte, laccusato poteva ottenere di essere interrogato alla luce del sole. Il reo non poteva sapere i nomi dei suoi accusatori e dei
testimoni contro di lui, neppure questi dovevano conoscersi tra loro, e a tal fine era esclusa la possibilit che si confrontassero
direttamente. Limputato doveva difendersi da solo, senza avvocato, ruolo che per poteva essere svolto, se lo riteneva giusto, da un
membro dei Dieci, dettando al cancelliere la propria difesa, indicando i testimoni che voleva convocare a sua discolpa. Neppure
limputato poteva avere una copia del processo, ma doveva usare la propria memoria; era concesso esibire a propria difesa atti
pubblici, ma non scritture private.[50] Cerano delle differenze, nello svolgimento dei processi, tra Venezia e la terraferma: nelle citt
del Dogado la sentenza si aveva in tempi brevi, mentre a Venezia, a causa soprattutto della grande quantit di lavoro, la carcerazione
preventiva era molto pi lunga, e non veniva calcolata nella pena definitiva, ma veniva aggiunta ad essa. Nella capitale, tuttavia, non
si pagavano le spese processuali.[51]

I testimoni dovevano esprimere due giuramenti: quello de veritate e quello de silentio.[52] Nel caso ci fossero state discordanze
tra loro, nel rito non era previsto il confronto fra testimoni, n tra il colpevole e il testimone, ma solo tra colpevoli[53]. In questa
procedura, invece del confronto, il testimone che nega viene trattenuto in prigione, esaminato anche nella stanza delle torture, e poi
,in caso negativo, viene lasciato senza giuramento de veritate. Le accuse e le difese erano comunque messe per iscritto da due
notai. Terminata anche linquisizione speciale, tutti i documenti venivano consegnati al Consiglio dei Dieci, che decideva
nuovamente se portare a termine il processo o prosciogliere laccusato. Dalla fase conclusiva del processo erano esclusi, oltre ai
parenti dellimputato, anche i membri del consiglio che lo avevano denunciato. Secondo il rito limputato doveva difendersi da solo,
in realt questo non avveniva sempre. Secondo Cozzi sicuramente in alcuni processi, da lui esaminati, limputato costretto a
difendersi da solo, ma in molti altri pressoch certo che il testo della difesa viene da fuori, opera di avvocati, o di procuratori o di
chiss chi altro: limputato lo riceveva e lo consegnava ufficialmente al cancelliere, dicendo che quella era la sua difesa.[54] I due
Inquisitori dei Dieci non erano esclusi, potevano anche votare, ma non potevano proporre n la colpevolezza dellimputato, n la
pena. Gli Inquisitori di Stato invece avranno oltre al diritto di voto, pieno diritto di proposta, sia sulla condanna che sulla pena e in
alcuni casi definiranno addirittura da soli lintero processo.

Questo passo, cio il diritto di proposta, sar decisivo. Ottenuto a met 500 durante il processo ai due Cavazza, nel quale avevano
addirittura chiesto di poter condurre da soli linquisizione speciale, dove tuttavia erano stati affiancati dal collegio, sar fondamentale
per la loro evoluzione, che li porter a divenire forse la pi importante delle magistrature. Lavogadore, invece, formava il processo,
poteva proporre la pena, ma non poteva votare. Una volta letti da un segretario tutti i documenti riguardanti il processo, lavogadore
proponeva la votazione sulla condanna o meno dellaccusato. In caso positivo ogni membro poteva formulare una proposta di
condanna: prima lavogadore, poi, in ordine di importanza e di et, gli Inquisitori, i Capi dei Dieci, i Consiglieri e infine il Doge.
Ogni proposta veniva votata, e nel caso in cui dopo cinque votazioni nessuna avesse ottenuto la maggioranza, laccusato poteva
essere rimesso in libert, o deferito ad unaltra magistratura, oppure il processo veniva riformato, di solito quando emergevano nuove
prove. Se invece una condanna otteneva la maggioranza, doveva essere votata altre quattro volte per poi essere definitivamente
approvata. Il giudizio era inappellabile, sia se pronunciato dai Dieci, sia dai rettori col rito del Consiglio. Cera comunque la
possibilit di chiedere, dopo molti anni, la revisione del processo, che poteva essere concessa in qualche caso dallo stesso Consiglio
dei Dieci. Nei confronti dei giudizi emanati dai rettori, i sudditi potevano fare ricorso ai Capi dei Dieci per due volte, poi al Consiglio
stesso.[55] A Venezia cera inoltre una chiara differenza tra il processo celebrato col rito del Consiglio dei Dieci e quelli celebrati con
lo stesso rito, ma nei tribunali che ne dipendevano, come gli Esecutori contro la bestemmia e altri. Nel primo caso il rito veniva
sempre applicato in maniera scrupolosa, negli altri invece la formalit dellautodifesa era praticamente eliminata.[56] Questo era il
meccanismo inquisitorio creato dai Dieci; con lo sviluppo degli Inquisitori di Stato, come abbiamo visto e vedremo, non sempre
queste procedure vengono rispettate, addirittura il Consiglio dei Dieci stesso verr quasi oscurato da questa magistratura.[57]

Per quanto riguarda le trasformazioni delle procedure degli Inquisitori di Stato, ricordiamo che nei loro processi, nei casi in cui il
Consiglio dei Dieci li delegava, sempre pi frequentemente a partire dalla fine del Seicento, quasi ogni formalismo era stato
abbandonato. In caso durgenza un solo inquisitore poteva ordinare larresto, ma se subito dopo gli altri due non erano daccordo,
linquisito doveva essere immediatamente rilasciato. Era invece necessaria la presenza di tutti e tre per prendere visione dei processi
e delle scritture degli altri magistrati; anzi di volta in volta era necessaria una loro preventiva e unanime deliberazione, scritta e
firmata. Potevano riunirsi in qualunque luogo, anche nella casa di uno di essi, ad ogni ora. Nel caso in cui un processo aveva inizio

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da una denuncia segreta, gli Inquisitori incominciavano con linviare spie, almeno due, tre volte, mandando agenti diversi, per
controllare il fondamento della denuncia.[58] Nel caso in cui queste indagini preliminari fossero state positive, si procedeva con
linterrogatorio dei testimoni. Questo veniva svolto in segreto, intimando inoltre gravi pene se linterrogato avesse lasciato trapelare
qualcosa dellinterrogatorio subito. Una volta raccolte delle prove considerate sufficienti, veniva convocato il colpevole sul quale, nei
casi in cui fosse stato ritenuto necessario, si poteva operare un arresto preventivo. Larresto avveniva, per evitare confusioni,
solitamente di notte oppure utilizzando qualche stratagemma. Dalla terraferma limputato veniva trasportato a Venezia in una
carrozza chiusa, ma spesso il processo veniva delegato, come abbiamo visto, ai rettori con il rito del Consiglio dei Dieci.[59] Per uso
di carcere di cauto arresto venne assegnato agli Inquisitori il locale posto sopra la camera dei Capi, cio quelli che poi saranno
chiamati Piombi.[60] Nei casi in cui lintero processo veniva delegato agli Inquisitori, era il segretario che registrava domande e
risposte, riceveva le suppliche, formava il processo, notificava le accuse, verbalizzava le difese, strutturava la sentenza che doveva
poi venire pubblicata nella successiva riunione del consiglio sovrano, e che, assieme ai risultati del processo, era stata
preventivamente comunicata al Consiglio dei Dieci. Le condanne inflitte variavano, dalla relegazione nella propria casa, in campagna
o in una fortezza, alla prigione temporanea o perpetua, alla morte segreta. A volte, nei casi lievi, gli Inquisitori si limitavano ad
ammonire il colpevole, a volte espressamente, a volte tacitamente, chiamandolo e facendogli fare una lunga e penosa anticamera per
poi farlo licenziare dal fante o dal segretario, senza nessuna comunicazione e spiegazione. I tre avevano lautorit di infliggere pene
minori di quelle previste dalle leggi, ma nel caso in cui avessero voluto infliggere una pena pi grave dovevano rimettere la decisione
al Consiglio.

Come i Dieci, i tre erano completamente incompetenti in materia civile. Tuttavia nel corso del 600, quando si trattava di
nobiluomini veneti e di famiglie importanti della nobilt del Dominio, gli Inquisitori intervenivano anche in civile, altro forte segnale
della dilatazione delle loro competenze. Altro elemento molto importante era lassenza quasi totale di ogni formale garanzia
procedurale. Tuttavia una cera, e costituiva un freno contro ogni abuso; ogni atto degli Inquisitori, tranne, come gi stato
sottolineato, larresto durgenza, era nullo se non preso allunanimit. Garanzia semplice ma efficace, visto che non era pensabile che
tre magistrati giunti a questo importante incarico dopo aver speso tutta la vita al servizio dello Stato potessero essere daccordo nel
commettere una qualche ingiustizia della quale, scaduta la breve carica, avrebbero dovuto sicuramente rendere conto.[61] Inoltre i tre
non avevano proprio denaro n una propria forza armata; lunico esecutore materiale dei loro ordini era un subalterno, chiamato il
fante degli inquisitori. Nel caso in cui avessero avuto bisogno di una forza armata, dovevano farne richiesta al Consiglio dei Dieci o
agli altri consigli della Repubblica. Per quanto riguarda i mezzi finanziari, in caso di necessit ricevevano denaro dal Consiglio dei
Dieci senza dovergli rendere i conti, ma del quale dovevano conservarsi la continua fiducia.[62]

I raccordi.

Che sia data facolt alli Inquisitori sopra i secreti di poter proponer et prometter a quelle persone, che a loro pareranno da poter
haver servitio per vegnir in cognitione de chi revela li secreti del Stato nostro quel premio in denari et altro che li parer secondo le
offerte et promesse che haverano, li qual premi da loro Inquisitori promessi siano confermati da questo Consiglio con li 2/3 delle
ballotte di quello. 1583, 24 ottobre, in Consiglio dei Dieci.[63]

Per unottima riuscita delle loro operazioni i servizi di spionaggio e controspionaggio avevano bisogno non solo della collaborazione
degli apparati dello Stato, ma degli stessi cittadini, convinti del fatto che anche loro dovevano partecipare fattivamente alla sicurezza
comune. Sin dal 400 Venezia aveva escogitato un metodo per favorire e stimolare la cooperazione dei sudditi, a volte anche di
singoli stranieri, nella raccolta di notizie e segreti di ogni tipo utili alla salvaguardia dello Stato: riguardavano appunto leconomia,
lamministrazione pubblica, la sicurezza, le grandi vicende politiche. Il raccordo un memoriale sottoscritto personalmente o da
terza persona per conto dellinteressato, che un privato cittadino consegnava al Consiglio dei Dieci(se si trattava di privilegi
industriali anche al Senato) su materie di rilevante importanza per lo Stato: loggetto poteva essere dei pi svariati, brevetti
industriali, medicinali contro la peste, sistemi idraulici per la bonifica della laguna, nuove armi, mappe di tesori, nuovi metodi per
lallevamento.[64] A volte il raccordo riguardava gli aspetti pi delicati della vita pubblica, truppe, contrabbandi, diffusione di
segreti di stato, spionaggio, tradimenti, colpi di stato, pericoli per lArsenale, per il Palazzo Ducale, la Zecca, la sicurezza dei palazzi
e dei singoli uomini politici. Gli autori sono persone di ogni condizione sociale: sudditi, stranieri, banditi che sperano appunto di
ricevere la revoca del bando e magari una ricompensa in denaro, ma anche onorati cittadini, come medici, avvocati, funzionari
statali, che sfruttano le loro conoscenze per ricattare economicamente gli Inquisitori, sempre attenti a questi affari, soprattutto nel
caso di tradimenti e congiure.[65] Non mancano ovviamente truffatori, avventurieri dediti al doppio gioco, che sono veramente
venuti a conoscenza di un segreto importante da vendere a caro prezzo. Tali raccordi aumentano in maniera esponenziale in
concomitanza di guerre o di avvenimenti politici importanti, come negli anni della guerra di Cipro o durante la vertenza
dellInterdetto.[66]

Le denunce segrete e le bocche di leone

Altro strumento molto usato nel rito inquisitorio sicuramente la denuncia segreta, in particolare per i delitti pubblici e contro la
sicurezza dello stato. Queste denunce potevano essere di due tipi: di persona segreta, che si riservava di comparire in un secondo
momento, oppure anonima, cio senza sottoscrizione. Le denunce segrete richiedevano sempre una valutazione preliminare di
ammissibilit da parte del Consiglio dei Dieci.[67] A volte, quando il denunciante era un semplice cittadino che chiedeva di usufruire
di una taglia o del patrimonio del reo, questa non si discostava troppo dal raccordo, se non per il fatto che in questo secondo caso il
cittadino agiva di propria iniziativa, scegliendo cosa rivelare e cosa richiedere allo stato come beneficio economico, mentre la prima
era collegata a un reato, a un reo e a una taglia gi stabilita. Comunque la definizione legislativa corretta delle denunce segrete
avvenne tra il 1588 e il 1647: vengono accettate con i 2/3 dei voti del Consiglio dei Dieci(4/5 se provenienti dai reggimenti o relative

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a fatti qui accaduti) nel caso in cui si tratti di giuramenti falsi, permute e baratti di ballotte, vagabondi ecc.; nel caso in cui invece
riguardino maschere, archibugi e barche, devono essere prima votate in due testi davanti agli Avogadori di comun, poi portate ai
Dieci.[68] Nel 1635 e 1642 viene codificata chiaramente la legislazione delle denunce segrete in materie di stato: il 13 agosto 1635 i
Dieci vietano di prendere in considerazione le denunce che non riguardino vagabondi, permute e baratti di ballotte, prescrivendo
comunque la maggioranza dei 4/5 per procedere. Unaltra legge del 1647 afferma che le denunce segrete in materia di stato prima
devono essere dichiarate tali dallunanimit dai consiglieri ducali, dai capi dei Dieci e da almeno 5/6 del Consiglio dei Dieci, poi
votate di nuovo, con 4/5 di maggioranza, per laccettazione e lavvio del procedimento.[69]

La definizione delle materie di stato non stabilita da una sola legge, ma, come tipico del sistema veneziano, viene elaborata
progressivamente nel corso dei secoli: tra esse, in un arco cronologico che va dal 1622 al 1704, troviamo la violazione dei segreti di
stato, il ricevere da qualsiasi principe provisioni, donativi o altro, organizzare permute e baratti di ballotte, portare armi da fuoco a
Venezia, vagare per la citt di giorno e di notte in habito diverso, in tabarro e vestimenti di colore senza la veste istessa.[70] Le
bocche di leone vengono introdotte a Venezia solamente tra fine 500 e primo 600: per molto tempo le stesse denunce segrete
vengono recapitate ai magistrati da terze persone o gettate in qualche luogo pubblico. Ancora dopo listituzione delle bocche di
leone, nel 1672, una lettera anonima viene infilata sotto la porta della sala del Consiglio dei Dieci. Solitamente le denunce segrete
vengono introdotte in apposite cassette mobili, spesso di legno, appese sulle pareti degli edifici in cui si trovano le magistrature alle
quali sono indirizzate. Le bocche di leone sono dei mascheroni in pietra, a volte anche pregiati dal punto di vista artistico, con una
epigrafe indicante loggetto delle denunce, nelle quali venivano appunto introdotte le denunce che scivolavano in una cassetta
apribile dallinterno delledificio. Le bocche di leone sono presenti anche nei reggimenti di terraferma: qui solitamente finiscono le
denunce su materie finanziarie o civili pi legate alla realt locale, mentre nelle cassette mobili vengono introdotte le denunce segrete
relative a materie di stato, poi trasmesse a Venezia.[71] Molte di quelle veneziane riguardano reati finanziari, abusi e disordini
amministrativi: esportazione abusiva di canne da vetro e di oro, incette o estrazioni abusive di grani, fughe spontanee o rapimenti di
tessitori, contrabbandi, frodi, detenzione abusiva di armi, ecc..

Il timore di rappresaglie spingeva alcuni cittadini di terraferma e del Levante a imbucare le proprie lettere in cassette e bocche di
leone molto lontane, denunciando le prepotenze di alcuni amministratori locali e degli stessi rettori. Inoltre molte denunce segrete in
materia di stato segnalano comportamenti politici vietati dalle leggi o comunque sospetti, rapporti frequenti con ambasciatori
stranieri, soprattutto di Spagna e dellImpero, rivelazione di segreti di stato, espressioni ingiuriose verso lo stato, incontri con nobili
forestieri, favoreggiamento di banditi. Anche le satire anonime che colpiscono alcuni nobili o lo stesso governo sono oggetto di
denunce segrete e lettere anonime. Le denunce preferite dagli inquisitori sono quelle di spionaggio e complotto: alcune lettere
orbe, cos venivano definite le lettere anonime, accusavano cittadini sudditi e stranieri di spiare in favore della Spagna, dei Turchi,
di altri sovrani, mentre altre svelavano trattati contro la Repubblica. Le denunce segrete continuano a essere usate sino agli ultimi
decenni del 700; la rimozione delle bocche di leone viene ordinata dal Comitato di salute pubblica nel giugno del 1797, condannate
come mezzi di pubblica corruzione.[72]

Traditori e banditi.

Lattivit degli Inquisitori di Stato nel corso del Seicento non volta solamente alla ricerca di informazioni sui progetti delle potenze
straniere, fuori e dentro le ambasciate, ma si interessa anche di altri affari: negli interessi di questa magistratura ci sono, tra gli altri,
anche coloro che si sono macchiati di tradimento verso la patria e i banditi, che spesso provocano numerosi problemi allinterno dello
stato. Per quanto riguarda la prima tipologia di persone, ricordiamo che fino dai tempi molto remoti della sua nascita la Repubblica
ha mostrato inflessibilit verso i traditori; per ricordare solo gli episodi pi importanti, citiamo la congiura di Baiamonte Tiepolo e
Pietro Querini, la fine di Marin Faliero, decapitato, assieme ai suoi complici, dopo la scoperta del suo complotto, e cancellato dalle
memorie stesse della Repubblica; ricordiamo infine lo strangolamento dei tre carraresi di Padova, dopo la conquista della citt, per
assicurarsi la tranquillit necessaria per governare.[73]

Tutta la storia veneziana costellata di episodi di questo tipo, che coinvolgono spesso personaggi di minor calibro rispetto a quelli
citati negli esempi precedenti. Nel corso del Seicento ricordiamo alcuni episodi importanti: il 28 marzo 1607 il provveditore generale
in Dalmazia Gianbattista Contarini propone di sequestrare le rendite in terra veneta di don Alessandro Comolli, fomentatore di
sollevazioni in Albania[74], quando non havesse Sua Signoria per pensiero di servirsi di alcuno di quei mezi con quali sogliono i
Principi grandi levarsi stimoli cos fatti da glocchi[75]; Andrea Ferletich, pirata uscocco al servizio degli spagnoli, pi volte nel
mirino dei sicari veneziani: tra il 1619 e il 1622 compaiono vari aspiranti sicari; il 16 maggio 1622 il Residente a Napoli lo fa seguire
da spie, offre sino a mille ducati e quattordici giorni dopo annuncia che morto.[76] Il 30 marzo 1686 i Dieci ordinano
allambasciatore a Vienna che sia levato dal mondo senza danno allimmagine pubblica Gabriel Vecchia, un suddito reo di
procedure abbominevoli.[77]

Per quanto riguarda i banditi veneziani, molto importanti sono le voci liberar bandito, cio la possibilit di liberare un bandito o di
incassare un premio in denaro, offerto a chi uccide un altro bandito, metodo molto discusso usato sopratutto tra la fine del 500 e
linizio del 600 per fronteggiare il problema dilagante del banditismo. Vi sono alcuni esempi importanti nel corso del 600, come
quello del Cavalier Bertucci, un cittadino della Dalmazia colpito da un bando capitale; controllato dalle spie veneziane sino al
1598, quando questo provvedimento viene sospeso in quanto egli ha ottenuto la protezione spagnola, poi nel 1601 arriva un nuovo
ordine, che non sar tuttavia eseguito, di catturarlo vivo o morto.[78] Nel 1635, il 9 marzo, gli inquisitori ricevono lautorit di
poter per ogni via possibile procurar che sia levata la vitaal conte Nicol Proveglia, compito condotto a termine, con frequenza de
viaggi et pericoli, da Scipione Leone, che il 12 luglio 1638 sollecita il porto darmi per sicurezza della sua vita.
[79]Particolarmente interessante il tentativo, non riuscito, di assassinare a Mantova Alessandro Guarnier, un bandito al servizio del

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papato. Dal fitto scambio epistolare tra il Residente di Mantova e gli Inquisitori, appaiono chiari i metodi usati da tale magistratura in
questi casi. La prima notizia che abbiamo sulla vicenda la lettera inviata al Residente Zon dagli Inquisitori in data 10 ottobre 1643,
in cui chiedono chiaramente di levar di vita un certo Guarnier, come la temerariet delle sue attioni pienamente merita, senza
preoccuparsi della spesa perch se vi occorrer qualche spesa, sar pronto il danaro.[80] Pochi giorni dopo, il 17 ottobre, unaltra
lettera degli Inquisitori parla di alcuni problemi sorti nellaffare, per la protezione di cui gode il Guarnier nello stato di Bozzolo; si
parla inoltre del pagamento, che deve essere fatto a negotio consumato, et non prima, negotio della morte, che solo sar rimesso al
nostro magistrato, senza darne parte ad altri.[81]Emerge dunque in questa lettera la completa segretezza in cui si svolge tutta
loperazione; il 29 ottobre lo stesso Residente di Mantova che scrive agli Inquisitori per informarli su chi sar lautore materiale del
delitto. La descrizione molto chiara e precisa: si chiama Fabio Gregorio, un uomo di et consistente, ben conosciuto da cotesto
Capitan Grande, e che in simili casi ha fedelmente servito Vostre Eccellenze, allhora principalmente quando Camilo Cataneo di
Lendinara et altri famosi banditi di quel partito erano a danni dello stato e de sudditi di sua serenissima.[82] Tale Fabio Gregorio
conosce inoltre persone fidate, che possono spiare i movimenti del Guarnier. Il 31 ottobre 1643 unaltra lettera d informazioni pi
specifiche sui rimborsi che spettavano al Residente. Il Senato ha ordinato larresto del Guarnier, mentre gli Inquisitori ne hanno
ordinato la morte: quindi, per ci che concerne tutte le spese di staffette, od altro, che da lei (si riferiscono direttamente al
Residente) si sian fatte o siano per farsi, in riguardo allarresto, potr darsi credito nelli suoi conti, che le saranno bonificati
dallEccellentissimo Senato; delle diligenze che verser, per far seguire la morte di colui, potr far nota a parte, che del speso sar
rimborsata dal nostro magistrato.[83] Del 16 novembre 1643 lultima lettera degli Inquisitori in cui troviamo notizie, molto
generali, per quanto riguarda il solito affare [84], mentre continuano ad arrivare lettere da Mantova. Probabilmente le lettere degli
Inquisitori di questo periodo sono andate perdute, anche perch il 3 dicembre 1643, su ordine degli stessi Inquisitori(del quale non
c traccia, e che doveva essere datato al 24 novembre), viene revocato lordine concernente laffare del Guarnier, che cos rester
sospeso fino ad altra espressa, precisa commissione dell Eccellenze Vostre.[85]Ultime notizie su questo ormai mancato assassinio,
sono del maggio successivo; sono una vera e propria lista che elenca minuziosamente tutte le spese sostenute per questa operazione:
per due espeditioni espresse nel mese di ottobre, ducati 20 e 4; per trattenimento di una spia dal 18 ottobre fino li 24 novembre, che
sono giorni 36 ducati 36; a Fabio per la frequenza dei suoi viaggi ducati 30; totale ducati 86 e 4.[86]

Le spie degli inquisitori.

E soprattutto nel Seicento che gli Inquisitori cominciano a fare largo uso delle spie, o confidenti. Coprono ogni tipo di affare, dalla
politica estera agli episodi di poca importanza che riguardano la vita veneziana di ogni giorno. Questa vastit di interessi dovuta
alla preoccupazione, tipica dellambiente veneziano, di un pericolo politico e sociale sempre incombente e che pu nascere anche
dagli strati pi bassi. I confidenti sono perci molto attenti ad ogni forma di dissenso politico; per questo motivo i momenti critici per
la struttura stessa del governo, come per esempio le correzioni del 1628 e del 1677, determinano un forte movimento di spie, del
quale tuttavia abbiamo meno informazioni rispetto agli episodi eclatanti del Settecento. Addirittura gli Inquisitori ordinavano la
raccolta delle satire affisse sul Gobbo di Rialto, dei cartelli di protesta appesi per la citt, chiaro segno dellintenzione di controllare
strettamente il pensiero dei cittadini.[87] Nel corso del 600, inoltre, le spie al servizio dei tre iniziano ad essere dei personaggi ben
distinti. Compito primario di questi ovviamente quello di raccogliere notizie importanti che riguardano la sicurezza dello stato, il
dissenso politico; per fare qualche esempio ricorderemo un certo Giovanni Ferrari che, mescolatosi fra dei nobili stranieri, riesce a
raccogliere ottime informazioni per lo stato; altro esempio quello di Camillo Badoer, il cui raggio dazione molto ampio, dalla
sicurezza a tutti gli aspetti della pubblica moralit, girando tra i piccoli teatri e ridotti a caccia di piccoli e grandi scandali descritti
molto minuziosamente.[88] Importanti sono inoltre le spie che gli Inquisitori mantengono allestero, senza dimenticare che gli stessi
ambasciatori, non contando la loro stessa rete spionistica, svolgono unazione non molto differente, anche se sono considerati spie
onorate. Questi delatori riescono a spedire le proprie informazioni a Venezia non con normali corrieri statali, ma utilizzando anche
dei finti fermoposta o destinatari di comodo, per poi far giungere le informazioni al segretario dei Dieci oppure agli Inquisitori.[89]
Nel corso del 700 lo spionaggio aumenta in maniera esponenziale, sembra una societ sorvegliata in ogni aspetto e in ogni
momento. In realt, rispetto alla grande quantit di informazioni che arriveranno agli Inquisitori, piccolissima sar la loro attivit di
repressione. Non la metteranno in pratica non solo per una mancanza di volont, ma soprattutto per una certa forma di impotenza
dovuta alla pi che conosciuta senescenza della stessa Repubblica nel corso del 700. I confidenti degli Inquisitori appartengono
comunque a tutte le categorie sociali, ai pi vari ceti professionali: nobili, barnaboti, nobili decaduti, letterati, stranieri, librai,
marangoni, avventurieri, disertori, etc..[90] Da ricordare infine tre delle spie pi importanti del Settecento: Michelangelo Bozzini,
Giovanni Cattaneo e Giacomo Casanova. Il primo un abate, ma anche uomo daffari e imprenditore oltre che spia al servizio
dellAustria e poi di Venezia; per questultima opera presso la corte di Carlo III, nel 1737. Richiamato a Venezia, vaga poi per
lItalia: Roma, Livorno, Ancona, Ferrara, Napoli sono le sue mete. Dopo una serie di vicissitudini nella citt partenopea, ricompare a
Vienna dove propone allambasciatore veneziano un affare quasi da spionaggio industriale. Questa lultima notizia su di lui.[91]
Il secondo, Giovanni Cattaneo, un abate conte, molto geloso della sua opera di spia, che lui non vede cos negativamente. Nasce nel
1728 e le sue informazioni arrivano sino al 1795. Lavora per Venezia come intermediario con la Prussia, preparando sul campo il
terreno per le trattative ufficiali. Dopo aver vissuto da spia, ormai vecchia, la rivoluzione francese e i suoi effetti, il Cattaneo si
spegne nel febbraio del 1796.[92] Infine Giacomo Casanova; molti hanno scritto sulle sue imprese nella carriera di amatore-
libertino, e si sa che fu anche un truffatore. Per gli Inquisitori, dopo lincredibile fuga dai Piombi, lavora a Trieste e dal 1776
comincia una assiduo lavoro nella stessa Venezia. Dopo un impegnativo incarico in Romagna, nel 1780 diventa finalmente
confidente onorario: si occupa di religione, costumi, pubblica sicurezza, commercio e manifatture.[93] Dopo essere ritornato a
Trieste ancora come spia, la sua carriera termina nel 1782: dopo una aspra controversia finanziaria con un nobile, si vendica
scagliandogli contro un anonimo opuscolo satirico, ma la violenta reazione provocata dal patrizio lo costringe ad una fuga precipitosa
da Venezia.[94] Queste tre biografie, appena accennate, indicano in maniera inequivocabile che la maggior parte delle spie di
questultima fase della Repubblica erano degli avventurieri, disposti a qualunque cosa pur di guadagnare denaro.[95] Nel prossimo

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capitolo focalizzer la mia attenzione sulla prima met del Seicento, periodo in cui il peso dellegemonia spagnola si far sentire
marcatamente non solo su gran parte dellItalia, ma anche sullo stesso ambiente veneziano, comportando un enorme aumento di
intrighi politici, e quindi di spie, che agiranno per sconvolgere la sua stabilit interna.

[1] P.Preto, I servizi segreti di Venezia, Milano, Il Saggiatore, 1994, pp. 55-56.

[2] Ibidem, p. 58.

[3] A.S.V., I.S., b. 157, 27 giugno 1617.

[4] S.Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, Filippi Editore, 1974, tomo VI, pp. 58-59.

[5] A.Da Mosto, Archivio di stato di Venezia: indice generale, storico, descrittivo ed analitico, Roma, Biblioteca darte, 1937.

[6] R.Fulin, Di una antica istituzione mal nota. Inquisitori dei X e inquisitori di Stato, Venezia, Tipografia Grimaldo e c., 1875, pp.
36-37.

[7] Ibidem, p. 39.

[8] Ibidem, p. 40.

[9] G.Maranini, La costituzione di Venezia, Firenze, La Nuova Italia, 1927, tomo II, p. 478.

[10] Ibidem, p. 479.

[11] Romanin, Storia, tomo VI, p. 59.

[12] Maranini, La Costituzione, p. 480.

[13] Cozzi, Knapton, Scarabello,La Repubblica, p. 177.

[14] Ibidem, p.178.

[15] Ibidem, p. 179.

[16] Maranini, La costituzione, p. 483.

[17] Ibidem, pp. 485-486.

[18] G.Cozzi, Il doge Nicol Contarini, pp. 229-230.

[19] Ibidem, p. 260.

[20] Ibidem, p. 261.

[21] Lane, Storia di Venezia, pp. 467-468.

[22] Ibidem, p. 467.

[23] Cozzi, Il doge Nicol Contarini, pp. 248-249.

[24] Ibidem, p. 258.

[25] Lane, Storia di Venezia, p. 468.

[26] Cozzi, Il doge Nicol Contarini, p. 262.

[27] Ibidem, p. 263.

[28] Ibidem, pp. 230-231.

[29] Ibidem, p. 263.

[30] Ibidem, p. 264.

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[31] Ibidem, pp. 264-266.

[32] Ibidem, p. 268.

[33] Ibidem, pp. 269-270.

[34] Ibidem, p. 278.

[35] Lane, Storia di Venezia, p. 469.

[36] G.Cozzi, Repubblica di Venezia e stati italiani. Politica e giustizia dal secolo 16 al secolo 18, Torino, Einaudi, 1982, p. 196.

[37] Ibidem, p. 197.

[38] Ibidem, pp. 197-198.

[39] Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, p. 577.

[40] Ibidem, pp. 577-578.

[41] Ibidem, pp. 579.

[42] Ibidem, p, 580.

[43] Ibidem, p. 580-581.

[44] Ibidem, p. 581.

[45] Cozzi, Il doge Nicol Contarini, p. 266.

[46] R.Derosas, Moralit e giustizia a Venezia nel 500 e 600, in Stato, societ e giustizia nella Repubblica Veneta(sec.XV-XVIII), a
cura di Gaetano Cozzi, vol. I, Roma, Jouvence, 1980, pp. 434-435.

[47] Maranini, La costituzione, p. 461.

[48] Fulin, Di una antica istituzione, p. 17.

[49] Maranini, La costituzione, p. 464.

[50] G.Cozzi, Autodifesa o difesa? Imputati e avvocati davanti al Consiglio dei Dieci, in La societ veneta e il suo diritto, Saggi su
questioni matrimoniali, giustizia penale, politica del diritto, sopravvivenza del diritto veneto nellOttocento, Venezia, Marsilio, 2000,
pp. 151-152.

[51] Ibidem, pp. 154-155.

[52] C.Povolo, Aspetti e problemi della amministrazione della giustizia penale nella Repubblica di Venezia, secoli XVI-XVIII, in
Stato, societ e giustizia nella Repubblica Veneta(sec. XV-XVIII), a cura di G.Cozzi, vol. I, Roma, Jouvence, 1980, pp. 166-167.

[53]B. Melchiori, Miscellanea di materie criminali, volgari e latine, composta secondo le leggi civili e venete da Bartolommeo
Melchiori, Venezia, Stamperia bragadina, 1741.

[54] Cozzi, Autodifesa o difesa?, pp. 161-162.

[55] Maranini, La costituzione, pp. 468-469.

[56]Cozzi, Autodifesa o difesa?, p. 166.

[57] Maranini, La costituzione, pp. 468-469.

[58] Ibidem, p.486.

[59] Romanini, Storia, tomoVI, p. 68.

[60] Ibidem, p. 64.

[61] Maranini, La costituzione, p. 488.

[62] Ibidem, p. 490.

[63] Romanin, Storia, tomo VI, p. 65.

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[64] Preto, I servizi segreti, pp. 155-156.

[65] Ibidem, pp. 159-160.

[66] Ibidem, pp. 165-167.

[67] Ibidem, p. 168.

[68] Ibidem, p. 170.

[69] Ibidem, p. 173.

[70] Ibidem, p. 175.

[71] Ibidem, p 176.

[72] Ibidem, p. 176-177.

[73] Ibidem, p. 346.

[74] Ibidem, p. 347.

[75] Ibidem, p. 347.

[76] Ibidem, p. 347.

[77] A.S.V., I.S., busta 173, 30 marzo 1686.

[78] Preto, I servizi segreti, p. 344.

[79] Ibidem, p. 344.

[80] A.S.V., I.S., b. 157, 10 ottobre 1643.

[81] Ibidem, 17 ottobre 1643.

[82] A.S.V., I.S., b. 449, 28 ottobre 1643.

[83] A.S.V., I.S, b. 157, 31 ottobre 1643.

[84] Ibidem, 16 novembre 1643.

[85] A.S.V., I.S., b. 449, 3 dicembre 1643.

[86] Ibidem, 4 maggio 1644.

[87] Preto, I servizi segreti, pp. 185-186.

[88] Ibidem, p. 190.

[89] Ibidem, p. 191.

[90] Ibidem, p. 192.

[91] Ibidem, pp. 519-521.

[92] Ibidem, pp. 521-524.

[93] R.Fulin, Giacomo Casanova e gli Inquisitori di stato, Venezia, Antonelli, 1877.

[94] Preto, I servizi segreti, pp. 524-527.

[95] Ibidem, pp. 528-529.

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Ambasciatori e spie.
La Repubblica, sottoposta alla pressione spagnola ormai costante che viene da Napoli a Milano, deve pensare alla propria difesa,
conscia, tuttavia, che la sproporzione delle forze tale da sconsigliare una vera reazione. Venezia uno dei pochi stati non ancora
sottomessi alla Spagna, ma sente che la sua libert non al sicuro: una minaccia, per esempio, la costruzione di un forte allo sbocco
della Valtellina, il cui scopo quello di ricattare i Grigioni, vero serbatoio per le milizie veneziane, accordatisi proprio allora con la
Serenissima. Le proteste a Roma sono inutili, anzi addirittura Venezia viene criticata per i suoi rapporti con i Grigioni, considerati
eretici.[1] Roma, in sostanza, non d nessuna mano a Venezia, che pu contare solo su se stessa. Si sente comunque lentamente
soffocare dallegemonia spagnola, che non riesce ad allentare soprattutto per i buoni rapporti tra il re cattolico e gli imperiali, che la
stringono in una sorta di tenaglia.[2] Secondo il Sarpi Venezia doveva condurre una serie di alleanze pi spregiudicate, coinvolgendo
il duca di Savoia, le Province Unite dOlanda, lInghiterra e lUnione Evangelica, in previsione di una guerra contro il blocco
asburgico-pontificio.[3] Tuttavia i risultati della guerra di Gradisca non permetteranno di coltivare troppe illusioni su una possibile
vittoria militare da parte della Serenissima. La guerra tra la Repubblica e lArciduca dAustria Ferdinando ci sar, e sar, come ha
osservato Cozzi, lultima combattuta da Venezia nel suo dominio di terra, se si esclude il breve intervento nella guerra per la
successione di Mantova del 1629.[4] I risultati di questa guerra saranno deludenti, al punto da consigliare a Venezia di non
intervenire in una eventuale coalizione antiasburgica.

Spie veneziane in funzione antispagnola (1600-1650).

Lattenzione del Consiglio dei Dieci e degli stessi Inquisitori di Stato indirizzata naturalmente anche contro gli stati che beneficiano
dei tradimenti dei cittadini veneziani e stranieri. Soprattutto dopo le vicende dellInterdetto, il controspionaggio veneziano organizza
in questi anni una stretta rete di spie a scopo difensivo, che rester attiva sino alla fine della Repubblica.[5] Obiettivo principale
veneziano in questa fase storica, come abbiamo visto e vedremo successivamente, la Spagna. Molto presente, quasi sistematico,
nel corso del Seicento lo spionaggio spagnolo a Venezia, dove si adopera con ogni mezzo per avere notizie utili per i propri scopi. I
metodi usati sono i soliti, dalla corruzione di nobili veneziani per raccogliere informazioni direttamente ai massimi livelli, al
reclutamento di spie nelle varie categorie professionali, dai segretari ai gondolieri, ai personaggi politici, agli ecclesiastici, ai
commercianti, etc. I referenti principali, i punti cardine sui quali ruota questa politica spagnola a Venezia, sono gli ambasciatori, che
creano intorno a loro una fitta rete di spie, il cui compito di raccogliere notizie utili di qualsiasi tipo.[6] Le prime notizie di questa
azione di controspionaggio arrivano nel novembre del 1609, quando agli Inquisitori viene segnalata lattivit di un certo Giovanni
Tedesco, colpevole di fornire informazioni utili agli spagnoli.[7] Il primo colpo di grande importanza effettuato dalle spie veneziane
sicuramente quello inferto intorno al 1610 allo spionaggio spagnolo. Le prime informazioni su tale operazione erano arrivate
addirittura da Madrid, dove lambasciatore Pietro Priuli era venuto a conoscenza di una fuga di notizie a favore dellAmbasciatore
spagnolo a Venezia, il Bedmar.[8] Attraverso una serie di pedinamenti, di infiltrazioni, viene scoperto il tradimento di Angelo
Badoer, che porta alla messa al bando del nobile veneziano, allespulsione del vescovo Bollani e allarresto di varie spie, non solo a
Venezia, ma anche a Verona, Bergamo e Brescia.[9] Questa struttura spionistica veneziana costituita da un numero impressionante
di persone, che offrono notizie pi o meno importanti in cambio di denaro o di favori di altro genere. Tuttavia in questo mare di spie
emergono dei personaggi che svolgono un ruolo chiave, di primo piano nelle vicende di questo periodo, soprattutto per quanto
riguarda i rapporti tra Venezia e la Spagna. Tra essi il primo che incontriamo Alessandro Granzino, la cui attivit al servizio degli
Inquisitori durer molti anni.

Alessandro Granzino (1608-1633).

NellArchivio degli Inquisitori di Stato sono ben cinque le buste che raccolgono le riferte di questa spia, in un arco cronologico
molto vasto, dal 1608 al 1633, durante il quale, come vedremo, lavora a stretto contatto con alcuni personaggi bene informati.. Di
origine bergamasca, le prime sue notizie risalgono al 1608; intorno al 1610 si trasferisce a Venezia, dove cerca di ottenere la
liberazione del padre, in prigione per contrabbando, sperando nellaiuto dellambasciatore Bedmar, molto influente in Senato. Non
ottiene per quello che cerca, tuttavia decide di rimanere a Venezia, appoggiandosi ad un prete apostata, un certo don Antonio
Meschita, presso il quale prende una stanza in affitto. Inizia cos, sempre con laiuto dello spagnolo, a copiare reperti ed altre
scritture che spedisce a diversi gentiluomini di terraferma cari alla corona di Spagna.[10] Attraverso questo lavoro pot conoscere le
vicende che coinvolgevano il marchese di Bedmar, e capire quanto di misterioso ruotasse intorno a lui. Conobbe una prostituta, gi
donna del Meschita, che questultimo riusc a fargli sposare, legando il Granzino a s ancora pi strettamente, facendolo divenire suo
stretto collaboratore.[11]Il Granzino scopr troppo tardi questo raggiro, ma non riusc a vendicarsi. Successivamente trov impiego
presso il Bedmar, che gli permise di vivere pi vicino allambasciatore e in maniera pi indipendente dal Meschita.[12] Qui
increment la sua cultura politica, essendo diretto testimone dellattivit e degli intrighi architettati dal Marchese. Cominci
successivamente, dopo i tentativi del Meschita di farlo trasferire a Milano [13] perch mal sopportava il nuovo intruso, a lavorare alle
dipendenze degli Inquisitori, allacciando in particolare stretti rapporti con Nicol Contarini, in quel periodo uno dei tre che gli
assicuravano, oltre ad un importante appoggio, anche una discreta quantit di denaro. Continu cos la sua vita assumendo anche
difficili incarichi di spia nella casa del Marchese, richiesti dagli Inquisitori. Intorno al 1617, infatti, la pressione veneziana si fa pi
intensa sul Granzino, onde poter raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sul Bedmar e sulla sua rete di informatori

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che, grazie a lui, comincia a prendere forma.[14] Verso il 1618 ritorn a vivere in casa del Bedmar, poich aveva bisogno di rimanere
a pi stretto contatto con i suoi affari.[15] Venuto a conoscenza della congiura tramata dal Bedmar, in un primo momento se ne
rimase in silenzio, temendo la vendetta spagnola, successivamente, quando il Marchese part per Milano, facendo capire che non
sarebbe pi ritornato, il Granzino cominci a denunciare questa congiura in tutti i suoi particolari.[16] Purtroppo per anche il
Granzino venne coinvolto in una vicenda giudiziaria, che lo port in carcere per circa due anni, dal luglio 1620 al dicembre 1622;
quando venne rilasciato, dal momento che era stata provata la sua innocenza, non riusc per a riprendersi lincarico presso
lambasciata spagnola.

La congiura di Bedmar.

Nei primi decenni del 600 il maggior nemico con cui doveva confrontarsi Venezia era sicuramente la Spagna e i suoi stati satellite.
Venezia stava concludendo la guerra con gli Uscocchi, ma non cessavano, invece,le congiure spagnole ai suoi danni. Il trattato di
Parigi, del 6 settembre 1617, ratificato a Madrid il successivo 26, ristabiliva in sostanza la situazione territoriale e politica anteriore
alla guerra. La reazione con cui fu accolta la conclusione della pace dal Toledo e dallOssuna rivelano le segrete intenzioni della
politica spagnola in Italia. La loro avversione dava luogo spesso a piccoli intrighi, pi che a vere e proprie azioni politiche e militari.
Il luogo da cui partivano queste macchinazioni era, a Venezia, sicuramente la casa del Marchese di Bedmar, che appoggiava, prima e
dopo la pace, ogni azione ostile al governo marciano.[17] Nella primavera del 1618 il Consiglio dei Dieci era stato informato che si
stava tramando una gravissima congiura contro Venezia. Si molto discusso se si trattasse effettivamente di qualcosa di grave, o se
invece si fosse ingigantita a dismisura la situazione; comunque i maggiori sospetti erano caduti sullambasciatore di Spagna, il
marchese di Bedmar, che ne sarebbe stato il promotore assieme al vicer di Napoli, duca di Ossuna.[18] La ricostruzione storica
dellavvenimento, fatta dalla stessa Repubblica, sostiene che Jaques Pierre, un corsaro normanno che aveva lavorato per il duca di
Ossuna, si era trasferito a Venezia e, in accordo segreto con lo stesso Ossuna e il Bedmar, si era messo in contatto con un certo
Langland, Nicol Renault e altri avventurieri francesi. Insieme progettano delle azioni di sabotaggio ai danni di Venezia, incendi in
Arsenale e Zecca, incursioni di mercenari olandesi armati in citt e infine addirittura lassalto al palazzo Ducale, in attesa dellarrivo
della flotta spagnola da Napoli; questo presunto colpo di stato, che aveva come obiettivo quello di saccheggiare Venezia e di
consegnarla poi agli Spagnoli, non ha successo perch due dei congiurati, il capitano Baldassarre Juven e Gabriele Moncassino,
rivelano tutto agli Inquisitori di Stato, che arrestano e torturano i capi e i principali colpevoli: alcuni vengono strangolati in carcere e
poi esposti pubblicamente tra le colonne di San Marco, altri affogati nel canale Orfano e infine il Langland e il Pierre, imbarcati sulla
flotta veneziana, vengono annegati in mare, mentre la pena capitale tocca anche a Piero Berardo, un comandante militare colpevole
di aver progettato la consegna agli Spagnoli della citt di Crema. Questa la versione ufficiale del governo veneziano, scritta da
Paolo Sarpi, ma mai pubblicata.[19] Molto pi misurato, nel 1662, il giudizio di Battista Nani, storico della Repubblica, che ricorda
gli scelerati disegni dellOssuna, accusa la Spagna, ma precisa che il Senato ha smorzato i toni su questa responsabilit per non
compromettere la pace ormai stipulata.[20] Reale o immaginaria, questa congiura costringe Alfonso de la Cueva y Benavides,
marchese di Bedmar, a lasciare velocemente la citt e a ritirarsi a Milano.

Le spie del Marchese di Bedmar.

Quello che sicuro il complicato e ben radicato sistema spionistico messo in piedi dal Marchese, e tutto questo non rimane
sconosciuto al controspionaggio veneziano. Venezia in questo periodo gi molto preoccupata per lo stretto rapporto tra la Spagna e
il Papato, ma tutto questo sembra non preoccupare il Marchese che, appena giunto a Venezia, subito inizia a costruire la sua rete di
spie. Tra queste c monsignor Domenico Bollani, vescovo di Canea, che accetta 500 ducati come ricompensa per il suo lavoro. Poco
dopo vengono reclutati Angelo Badoer, Bernardino Rossi, segretario dellambasciata imperiale, il parmense Angelo Ceruti, il
portoghese Jorge Cardoso, Antonio Meschita e Alessandro Granzino, che poi vedremo come spia doppia.[21] Tuttavia dopo la
fuga di Angelo Badoer, un membro delle case vecchie che aveva svolto numerosi incarichi diplomatici e che era stato accusato di
avere stretto rapporti segreti con gli Spagnoli, la struttura spionistica del marchese mostra le prime crepe, soprattutto per i vuoti
lasciati dai numerosi arresti eseguiti tra il 1612-13, dopo questo scandalo.[22] Anche da Madrid arrivano numerose critiche, poich la
politica intrapresa dal Marchese viene considerata troppo spregiudicata, soprattutto in uno stato, come quello veneziano, in cui
proprio in quel periodo si ammassavano sempre pi frequenti sospetti di congiure e tradimenti e dove gli Inquisitori di Stato stavano
instaurando un clima di sospetto sempre maggiore. Tutto questo costringe il Marchese, per un breve periodo, a smorzare i suoi
propositi; comunque gi nel 1614 egli si rimette allopera, continuando a pagare lo stesso Badoer, non pi a Venezia, intessendo
inoltre stretti rapporti damicizia con la famiglia vicentina Valmarana, filospagnola. Nel frattempo il controspionaggio veneziano
compie dei passi da gigante: i sospetti veneziani sono sempre maggiori, e per questo motivo lambasciata spagnola strettamente
sorvegliata da una grande quantit di confidenti. Ma il successo pi grande realizzato dagli Inquisitori quello di infiltrare una spia
nella rete di Bedmar; questa spia Alessandro Granzino, che gi prima avevamo visto al servizio dello stesso marchese.[23] La rete
di confidenti al soldo del Bedmar sembra essere ingigantita dal Granzino, ma testimonianze coeve prese dal controspionaggio
veneziano ne confermano limportanza e la ramificazione.[24] Capo dei servizi segreti di Bedmar , secondo Alessandro Luzio, il
portoghese Antonio Meschita, un prete apostata. Inoltre in questi anni provengono da molte fonti, e da molte denuncie segrete,
segnalazioni di corrispondenze sospette su spagnoli travestiti da frati etc. La pi esplicita ammissione della rete di spionaggio
spagnolo a Venezia, come fa notare Paolo Preto, viene in questi anni dallo stesso Bedmar: nei dispacci a Madrid e soprattutto nelle

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Istruzioni per Luis Bravo de Acuna, suo successore nellambasciata, documenti in mano agli Inquisitori, egli afferma di avere a
Venezia una grandissima quantit di confidenti, che gli permettono di conoscere i pensieri pi intimi et pi secreti.[25]

La rete del Bedmar da una riferta di Alessadro Granzino.

La lettera del 18 febbraio 1620, contenuta nella busta 610 del fondo degli Inquisitori di Stato, traccia in maniera dettagliata la
struttura dello spionaggio spagnolo che ruotava intorno allAmbasciatore cattolico. Essa contiene il memoriale in cui il bergamasco
Granzino elenca minuziosamente tutte le persone, da lui conosciute o solamente sentite nominare durante il suo servizio presso
lAmbasciata spagnola, che avevano stretti rapporti col Bedmar. Si tratta non solo di confidenti segreti, ma anche di banchieri, che
finanziano col loro denaro gli scopi spagnoli, mercanti, librai, commercianti, nobili di terraferma, ecclesiastici. Questo documento, di
cui far qui una sintesi, utilizzato anche da Lamberto Chiarelli in un suo saggio sulla reale storicit della congiura, elenca un elevato
numero di persone, appartenenti ad ogni rango sociale, pronte, sempre secondo Grancino, a seguire il piano organizzato dal
Marchese, e le descrive indicandone lorigine, il tipo di rapporto col marchese, chi le ha introdotte nella rete ,etc .

Vincenzo Tucio un romagnolo, una spia di scarsa fortuna, arricchitasi una volta entrata alle dipendenze del Bedmar. A presentarlo
al Marchese sono stati Ferdinando Tassis della posta di Fiandra, bergamasco, e Aurelio Mozzo Parolino, cittadino veneto,
personaggi di punta nellentourage dellambasciatore.

Aurelio Mozzo Parolino, un vicentino, ha contatti con lambasciata spagnola fin da giovane. Questa spia trova le sue notizie tra i
patrizi e gli avvocati, e riesce spesso ad avere buone informazioni su quello che succede in Senato. Possiede numerosi beni a
Vicenza, inoltre conosce molto bene numerosi mercanti tra Milano, Brescia, Bergamo e Verona. A Vicenza ha numerosi contatti con i
conti da Porto e con altre famiglie pagate dalla Spagna. A Venezia ha contatti con un Moro che abita ai Frari; con un certo
Domenego, che abita vicino ai Carmini; con un Vallaresso, che abita a S. Beneto; con i fratelli Vallaressi di San Giovanni decollato.

Ferdinando Tassis, bergamasco, che ha il controllo della posta di Fiandra e Augusta, una spia del Parolino, grazie al quale ha
sposato una donna molto ricca che ne favorisce lazione antiveneziana. E uno dei pi pericolosi nemici della Repubblica, contro la
quale non perde mai occasione di agire.

Anzolo Gioisio un trentino di circa 40 anni, che arriv a Venezia molto povero, facendo di mestiere il facchino. Adesso, grazie al
denaro guadagnato grazie ai servizi svolti per gli ambasciatori spagnoli, molto ricco e possiede un gran numero di case. Durante
lambasciata del Bedmar divenuto uno dei suoi confidenti privilegiati, e uno dei pi pagati, tanto che nella sua casa avvengono
molti incontri tra le persone coinvolte in questa trama. E molto vicino alla famiglia Collalto, tanto da aver presentato persino il conte
Rambaldo allo stesso Bedmar.

Bortolo Masorato un cittadino comasco, muschiero di professione. Venuto anche lui a Venezia molto povero, far la sua fortuna
lavorando per lAmbasciata spagnola. Il Bedmar era molto generoso verso di lui, e in cambio riceveva spesso informazioni molto
preziose che il Masorato riusciva a strappare ai nobili che frequentavano il suo negozio; tra coloro che ebbero contatti con lui ci sono
il nipote del Procuratore Giustiniano, con dei Morosini e con alcuni Soranzo.

Bertolo Rechi, francese, uno dei consultori al tempo dellInterdetto, passa agli spagnoli informazioni sulla opinione pubblica
riguardo tale contoversia, sullo schieramento che appoggia il Sarpi e su quello che appoggia le case Vecchie.

Giovanni Battista Ciotti, Fiorentino, esercita a Venezia la professione di librario ed prima confidente del Bedmar e poi del Bravo.
Nel suo negozio si incontrano molto spesso non solo i ministri dei Principi, ma tutte le persone, delle pi varie categorie, legate al
Bedmar e alla sua congiura. Anche lui uno dei migliori confidenti del Marchese, e per questo viene pagato molto bene.

Sigismondo Strada, anche lui fiorentino, non esercita alcuna professione e abita a Venezia. Fornisce allAmbasciatore spagnolo,
attraverso alcuni suoi nipoti soldati, molte notizie sullIsola di Candia. Non lavora solo per la Spagna, ma un confidente anche del
Nunzio Apostolico e di altri Residenti.

Giovanni Andrea Angelo Flavio dice di essere mezzo milanese, professa una sua religione, di Costantino Imperatore, ed un
confidente del Bedmar.

Baldissera Campi un milanese, vive da tempo a Venezia ed un tessitore di panni di seta. E un confidente del Bedmar ma non
riceve una paga fissa; ha inoltre contatti con molti patrizi, con i tre fratelli Pisani e con altri.

Anche nelle citt pi importanti della terraferma molti erano i nobili amicidel Bedmar:a Vicenza la maggioranza dei nobili sostiene
il Marchese, tra i quali i conti Poiana e Capra sicuramente erano stipendiati; a Padova i conti Enea de Conti e i Signori Boromei; a
Verona i conti Massimiliano e Ferdinando da Nogarola, la famiglia Canossa; a Brescia il conte Teofilo Martinengo; a Bergamo la
casa Solza, Flavio Vertova, confidente del Tassis.

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Tra gli altri il Granzino nomina anche i Conti de Calepio, il conte Galeazzo Suardo, Claudio Piatti, Vincenzo Fausto Vendechi, di
Crema, Monsignor Briance, il Vescovo di Pola, Monsignor Stella. Molti ancora sono i confidenti che il Granzino nomina nel suo
documento, ritenuti per meno importanti, che stanno comunque ad indicare quali e quanti fossere i contatti del Bedmar.

Il dibattito storico sulla congiura.

Per quanto riguarda la veridicit della congiura, bisogna ricordare che mancano comunque gli atti del processo, che i testimoni
vengono subito giustiziati e che le stesse comunicazioni fra i Dieci ed il Senato sono generiche e poco esaurienti: in sostanza pi di
qualche dubbio sorto su questa congiura. Molti storici fino a poco tempo fa hanno discusso su questa questione, senza per trovare
una soluzione chiara e definitiva. Per cominciare ricordiamo Leopold Von Ranke che, in una sua opera giovanile, sostiene che la
congiura, se di congiura si pu parlare, ancora in una fase embrionale, ma a Venezia tutti credono nella sua esistenza.[26] Molto
importante anche il contributo dato da Italo Raulich in due suoi scritti. Nel primo, dove prende in esame documenti di fonte
spagnola provenienti dall Archivio di Simancas, sostiene che non ci sono testimonianze di una diretta responsabilit del Bedmar e
dellOssuna nella congiura, ma che tuttavia il Marchese aveva se non promossa, incoraggiata e aiutata la trama contro Venezia.[27]
Il secondo documento invece la pubblicazione di una interessante relazione che il Marchese di Bedmar aveva fatto sui veneziani,
descrivendo anche i loro usi e i loro costumi, durante il suo soggiorno nella citt lagunare.[28] Altra interpretazione quella di
Alessandro Luzio, nel 1918, basata sullo studio dellArchivio Gonzaga, famiglia che nei primi del Seicento era strettamente legata
alla Spagna, lunica in grado di difenderla dagli attacchi di Carlo Emanuele I. Altro elemento, che dimostrava limportanza di questi
documenti, il fatto che uno dei confidenti fondamentali per questa vicenda, il bergamasco Alessandro Granzino, esercitava il suo
mestiere per lo stesso Bedmar, per Venezia e per i Gonzaga.[29] Con i suoi studi il Luzio arriva alla conclusione che una congiura
spagnola nel senso tradizionale non ha mai assolutamente esistito,[30] e che i documenti negano gli accordi tra il Bedmar lOssuna
e il Toledo, governatore di Milano; lui la considera una montatura utilizzata a fini politici, grazie alla quale Venezia ha potuto togliere
di mezzo un ambasciatore scomodo come il Marchese. Luzio vede al massimo un qualche progetto svanito di imprese architettate,
durante lo stato di guerra guerreggiata, per sorprendere taluna delle piazze dIstria e di terraferma, ma non gi la dominante.[31]
Prendono invece le distanze da questa interpretazione Battistella, Chiarelli, che si basa sulle riferte del confidente Alessandro
Granzino,[32] e De Rubertis,[33] che, nonostante non riescano a darne prova inconfutabile, credono nella possibilit che questa
congiura sia stata realmente ordita. Il De Rubertis, in particolare, che si basa su documenti inediti, trovati nellArchivio di Firenze,
sostiene che la versione del Sarpi non deve essere messa in dubbio anche perch in perfetta concordanza con le notizie fornite da
tutti i ministri veneti presso le corti estere e dai ministri di altri stati italiani residenti presso la Repubblica.[34] C poi lo studio di
Giorgio Spini, che definisce la congiura addirittura quattro francesi fanfaroni e un grande spavento, per il quale non si pu parlare
asssolutamente di congiura spagnola contro Venezia.[35] Lo storico sottolinea che oltre all affare Badoer, che aveva scatenato
allinterno dellambiente veneziano una fortissima preoccupazione per tutto ci che la Spagna poteva fare ai suoi danni, aveva pesato
sulla vicenda il clima di incertezza in cui si stavano svolgendo, in quello stesso periodo, le elezioni dogali, dopo che in pochi mesi
erano morti due dogi, Giovanni Bembo e Niccol Don.[36] Secondo il Cessi gli episodi criminosi, che coinvolsero alcuni
personaggi di scarso prestigio, quali Giacomo Pierre, Nicola Renault, il capitano Lagrand, Alessandro Spinosa e Baldasarre Juven,
non devono assumere troppa importanza, anche perch i colpevoli vennero subito eliminati con delle punizioni esemplari. Tuttavia,
sottolinea il Cessi, a Venezia non sfugg la responsabilit dei mandanti e, vista anche la solita prudenza diplomatica veneziana, si
limit a chiedere lallontanamento dellambasciatore.[37] Infine il Preto sostiene che nemmeno gli Inquisitori e il Consiglio dei Dieci
avevano mai creduto ad una vera e propria congiura, preparata dal Bedmar e dallOssuna per prendere la citt; si trattava
probabilmente, come appare dalla grande quantit di delazioni, di un complotto di avventurieri e mercenari, non ancora strutturato,
volto esclusivamente al saccheggio. Era stata comunque unoccasione provvidenziale per gli Inquisitori e per i Dieci, che lavevano
utilizzata per disfarsi non solo dellambasciarore, ma di tutta la rete di spie che aveva creato nella citt lagunare.[38]

Smascherata la congiura, della quale abbiamo appena parlato, nel 1619 ricomincia lattivit spionistica col nuovo ambasciatore, don
Luis Bravo, che coinvolge ancora persone di vari livelli sociali.[39] Gli anni che vanno dal 1618, quando Bedmar lascia Venezia, al
1632, anno in cui arriva lambasciatore Juan Antonio de Vera, sono un periodo abbastanza tranquillo per quanto riguarda lo
spionaggio spagnolo a Venezia. In questa fase, infatti, i due nobili spagnoli che succedono al Bedmar, Luis Bravo e Cristobal de
Benavente y Benavides, evitano una politica troppo spregiudicata in relazione allo spionaggio. Il primo, dopo la condanna di
Giovanni Minotto e limpiccagione di Giovanni Battista Bragadin, cerca di non dare alimento ai sospetti gi forti dei Veneziani, e
questo ci che emerge dallanalisi dei suoi dispacci a Madrid.[40] Per quanto riguarda il secondo, il Benavides, ha solo due
delatori, il mercante Daniele Nis e, forse, un senatore.[41] Il controspionaggio veneziano continua per ad agire in maniera
sistematica; assistiamo infatti, per usare una definizione di Paolo Preto, ad una vera e propria caccia alle spie, che porta ad una
incredibile quantit di raccordi e di arresti .Il caso Foscarini[42], che aveva provocato un enorme sconcerto nellopinione pubblica,
fa si che tra il 1623 ed il 1632 si plachi questa psicosi dello spionaggio spagnolo e del tradimento[43], anche se lazione di
controllo veneziana rimane continua. Intorno al 1630 ricompaiono, come vedremo per poco, le riferte del Granzino, che descrive
lultimo periodo di permanenza a Venezia dellambasciatore Cristobal Benavides; da questa fonte scopriamo che il diplomatico non
vede lora di partire per paura della peste.[44] Dalle sue riferte vediamo inoltre che vengono citati numerosi personaggi che
incontreremo successivamente nelle trame del De Vera, presso la cui ambasciata, seppur per un brevissimo periodo, lo stesso
Granzino prester il suo servizio di delazione, esprimendo le prime preoccupazioni sulloperato del De Vera Sembra quasi un
passaggio di consegne quello che avviene tra il bergamasco e Agostino Rossi, che compare con le sue riferte proprio nel periodo in

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cui perdiamo le tracce del Granzino.[45]

Lambasciatore spagnolo a Venezia Juan Antonio de Vera.

Juan Antonio de Vera y Figueroa lavora a Venezia, in qualit di ambasciatore spagnolo, proprio nel periodo della guerra dei
trentanni. In questa fase storica inizia la crisi dellegemonia austro-spagnola sullequilibrio delle forze europee, che porr fine
definitivamente, con la pace di Westfalia, allideale di una cattolicit universale tanto sognato dalla monarchia spagnola. Il conte
arriva a Venezia nellestate del 1632, in un momento chiave del conflitto europeo che ne sconvolger totalmente lassetto politico. La
Spagna, tuttavia, in questo periodo ancora molto forte, soprattutto nei confronti della Francia, sua principale rivale, che ancora non
poteva partecipare direttamente alla guerra a causa dei numerosi problemi interni, tra i quali i conflitti con gli Ugonotti. Siamo nel
1628 quando Filippo IV nomina Juan de Vera conde de la Roca [46]: inizia cos la sua carriera diplomatica che lo porta
inizialmente in Savoia come ambasciatore straordinario. Qui, tuttavia, il suo lavoro ostacolato dal collega francese, che lo costringe
addirittura a porre fine alla sua missione. Dalla Savoia passa quindi a Venezia, in qualit di ambasciatore ordinario, al posto di
Cristoforo Benavides, trasferito nel frattempo a Parigi. E in questo periodo che si placa la peste, scoppiata a Mantova nel 1630 dopo
il sacco delle truppe imperiali, che aveva colpito la stessa Venezia, dove aveva causato numerose vittime. Qui, nella citt lagunare, il
suo nome viene italianizzato in Conte della Rocca, col quale egli verr registrato negli archivi e firmer tutti gli atti ufficiali.[47]
Inizialmente il suo atteggiamento sar molto cauto nei confronti dei politici veneziani, anche perch lo stesso governo, soprattutto
dopo la congiura di Bedmar, era divenuto molto diffidente nei confronti della Spagna, ancora potente e minacciosa. La situazione per
Venezia era inoltre molto complicata, poich tutte le forze in campo tentavano di spingerla ad entrare direttamente in guerra,
rompendo cos la neutralit in cui si era arroccata. In prima linea tra questi stati c sicuramente la Francia che, disseminando per
tutta lEuropa i suoi agenti, cerca di attrarre vari stati nella sua orbita: fra questi Venezia aveva un ruolo fondamentale, soprattutto
perch avrebbe potuto risolvere le vicende belliche dellarea italiana, zona fondamentale della lunga guerra.

Tornando al Conte della Rocca, anche a Madrid, dove non tutti lo ammirano, ha fama di essere inquieto, stravagante, amante delle
invenzioni.[48] Il suo grande vantaggio, rispetto agli avversari politici, quello di essere protetto dal Conte Duca de Olivares,
protezione che sugger a Venezia una particolare cortesia nei suoi confronti. Il nostro ambasciatore, oltre ad essere un grande politico,
era anche un discreto scrittore: il 31 marzo 1633, infatti, manda al Doge e a ciascuno dei componenti del Collegio dei Savi un libro
composto da lui stesso dal titolo El Fernando, un poema eroico scritto ad imitazione della Gerusalemme liberata.[49] Questa sua
abilit letteraria il Conte amava usarla spesso anche con gli interlocutori politici, che spesso faticavano a comprendere chiaramente i
suoi discorsi.

Venezia, in ogni caso, ha un atteggiamento diffidente nei suoi confronti e, come abbiamo visto e vedremo successivamente, tenter di
conoscere tutti i suoi movimenti attraverso una fitta rete di confidenti durante tutto il periodo della sua permanenza a Venezia.
Confidenti che annotano minuziosamente anche ogni sua attivit e ogni suo stato fisico. Da loro filtrano infatti notizie su una
invettiva contro il Papa preparata e fatta stampare nella casa dello stesso Conte.[50] In questo periodo il Papa Urbano VIII veniva
continuamente attaccato dagli Spagnoli, e quindi dal Conte stesso, a causa del suo atteggiamento ritenuto in patria poco
filospagnolo.[51] Numerose sono anche le notizie che filtrano a proposito della sua salute: a causa probabilmente del clima molto
umido della citt, i suoi problemi di natura reumatica aumentano sensibilmente, tanto da spingerlo a chiedere il ritorno in patria;
richiesta che per, nonostante il suo pessimo stato di salute, non viene accettata.[52] Difficile la vita di Juan Antonio de Vera anche
dal punto di vista economico: il denaro dal governo spagnolo arriva raramente, e basta appena a sanare i debiti; inoltre mancano i
soldi per mantenere la rete di spie che lo stesso ambasciatore gestisce. Problemi di denaro che lo spingono addirittura, contro le
stesse leggi della Repubblica, a prestare denaro come un usuraio.[53]

Periodo non molto tranquillo, dunque, quello vissuto dallo stesso ambasciatore nei suoi primi anni a Venezia. Altra data
fondamentale per lopera del Conte della Rocca sicuramente il 1635, anno in cui la Francia entra in guerra contro la Spagna e
occupa parte della Valtellina. Si apre cos una nuova fase della guerra dei trentanni anche per Juan de Vera, che chiede al Senato
veneziano la neutralit integrale, ottenendo il passaggio di un contingente armato spagnolo per il territorio della Repubblica, purch
senza insegne. Tuttavia attraverso le terre veneziane passano anche molti viveri per la Valtellina destinati non alle truppe cattoliche,
fatto sottolineato negativamente dal Conte, che invita Venezia ad una neutralt pi chiara. Ancora egli aveva tentato di portare i
veneziani dalla parte spagnola, senza per grandi risultati, anche se comunque tra i due stati aumenteranno le manifestazioni di
cortesia e di privilegio nei riguardi dei rispettivi diplomatici.

A met del 1636, in un momento di grande sconforto, Juan de Vera aveva tentato ancora una volta di essere sostituito.[54] Le
motivazioni non erano comunque chiare; forse si sentiva insicuro, non poteva contare su nessuno, nemmeno allinterno della sua
stessa casa. Un grave colpo al nostro ambasciatore viene dato dai memoriali di Orazio Guidotti, una spia precedentemente al suo
servizio che ora si confessa e tenta di portare alla rovina, oltre a se stesso, chi lha causata. Egli non accusa direttamente il Conte
della Rocca, perch troppo in alto, ma chi gli sta intorno. Accusa infatti il nobile veneziano, molto vicino agli ambienti spagnoli,
Silvestro Querini, che per riesce a non farsi scoprire. Questo tentativo non va a buon fine e, una volta arrestato, Guidotti viene
rinchiuso in prigione e vi rimarr per 21 anni.[55] Tutta questa vicenda, anche se non porta a nulla di concreto, aumenta i problemi
gi numerosi per il Conte, oscurandone ulteriormente la figura. Non bastasse, la potenza spagnola in questa fase storica inizia la sua

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inesorabile decadenza: ne una testimonianza la perdita di Casale, punto strategico per la conduzione della guerra, che avverr nel
1640, e che lascer sorpresi gli spagnoli. Dopo Casale anche Torino, tenuta dal principe Tommaso, fedele alla Spagna, sar perduta il
17 settembre dello stesso anno. Tutto ci contribuir in maniera determinante a far perdere peso alle armi cattoliche in Italia e di ci
se ne render conto il de Vera. Gli ultimi anni della sua ambasciata a Venezia sono tra i pi duri, sia per le ristrettezze economiche,
sia per le condizioni di salute che lo travagliano continuamente.[56] Per questo motivo chiede ancora una volta di essere sostituito e
di essere trasferito in unaltra sede. Inoltre per la Spagna la situazione sempre pi critica: non solo manca il denaro per le
ambasciate estere, ma nella stessa Spagna il crollo finanziario divenuto insostenibile. Lambasciatore ormai non riceve denaro da
anni, tuttavia non gli viene concesso il trasferimento; la sua reputazione inizia per a deteriorarsi, cos come la sua salute va
peggiorando; ormai la vicenda del Conte della Rocca si avvia alla conclusione. Lincidente con cui viene tolto di mezzo molto
banale: una semplice controversia con un sarto veneziano viene abilmente montata e usata, anche da parte veneziana, per screditarlo
agli stessi occhi del suo protettore, il Conte Duca de Olivares.[57] Soltanto lanno dopo comparir a Venezia il sostituto del Conte
della Rocca, il marchese de Las Fuentes[58], che sancir inequivocabilmente la fine della sua esperienza veneziana.

Agostino Rossi.

Agostino Rossi un sacerdote e un uomo di lettere che succede, come spia allinterno dellambasciata imperiale, ad Alessandro
Granzino, nel 1633.[59] Nella prima lettera, senza data, offre i suoi servigi agli Inquisitori, allegando, assieme alla richiesta, il suo
curriculum vitae, in cui sottolinea i momenti duri vissuti fino ad allora presso la Residenza Cesarea. Suddito della sede Apostolica,
era stato segretario nel governo della citt di Jesi e Provveditore allo Stato Ecclesiastico; poi era passato a Venezia come segretario
del defunto Residente Cesareo Niccol Rossi. Utilizzando anche le informazioni di Granzino[60] , scopriamo che Agostino Rossi
avrebbe desiderato servire il conte Della Rocca come segretario; ma questi, che aveva ricoperto le due cariche, Residente Cesareo e
Ambasciatore spagnolo, solo per qualche mese, durante il 1633, in attesa di Lorenzo Brigido[61] , gli aveva preferito un certo don
Giulio Borgorucci, che sar lavversario del Rossi per il grado di segretario nella stessa ambasciata.[62] Uno dei fattori principali che
favorisce lazione delatoria del nostro sacerdote lo stretto rapporto in cui vivono, soprattutto in questo periodo per ragioni politiche,
lAmbasciatore Cattolico e il Residente Cesareo. Per questo motivo il Rossi, che almeno inizialmente non ha il grado di segretario,
ma sostituisce don Giulio quando si assenta da Venezia per ragioni di famiglia , ha libero accesso sia nellAmbasciata spagnola che
in quella imperiale, osservando quindi da vicino quello che succede da ambo le parti.[63] Almeno inizialmente nessuno dei due
diplomatici dubita di lui e anche tra loro i rapporti sono buoni. I due, quindi, non immaginando di avere una spia in casa, seminano
per tutta la citt i loro confidenti, in modo da raccogliere in citt il maggior numero possibile di notizie da inviare ai loro sovrani.[64]
Don Agostino ha un rapporto molto stretto anche col De Vera, tanto da avere accesso allufficio privato dello spagnolo, e persino lo
aiuter nella traduzione di alcune delle sue composizioni letterarie. La quantit di notizie fornite, almeno in questa fase, indicano che
la nostra spia aveva a sua volta degli informatori: ci parler infatti di un amico, forse il cameriere don Garzia, oppure lo stesso
Borgorucci, come sappiamo segretario del Conte, in questo momento ancora amico del Rossi, finch non scoppier tra loro la rivalit
per la carica di segretario. Cos, in relativa tranquillit, pu copiare e inviare agli Inquisitori tutte le lettere dellambasciatore che gli
passano sotto mano, anche quelle destinate allo stesso sovrano spagnolo, che in questo modo ne conosce il contenuto molto tempo
dopo la stessa Repubblica veneziana. Le informazoni di Agostino Rossi sono molto dettagliate, ricche di particolari, che ripetono
spesso gli stessi dialoghi tra gli interlocutori. Del 5 ottobre 1633 la prima lettera di una certa importanza che troviamo nei suoi
documenti: descrive un dialogo, molto importante per i risvolti politici che produrr, avvenuto in sua presenza tra lAmbasciatore
Cattolico, il Nunzio e il Residente di Toscana. Questultimo, pagando colpe non sue ma soprattutto dello spagnolo, verr richiamato
alla corte toscana per aver preso delle posizioni rispetto al Papa che il Nunzio non aveva assolutamente gradito.[65] In realt non sar
solo questo il motivo che lo riporter in patria ma, come vedremo, lo stesso governo veneziano, attraverso una vicenda poco chiara,
agir affinch questo succeda.

Una vendetta trasversale.

Il 13 ottobre il Capitan Grande con quaranta zaffi fa imprigionare il primo gondoliere del Residente di Toscana[66] : ufficialmente
questo arresto viene effettuato per alcune parole ingiuriose pronunciate dal gondoliere contro il governo veneziano. In realt, come
sosteneva lo stesso Residente di Toscana, che gi era andato in Collegio a chiederne la liberazione, peraltro inutilmente, si trattava di
una vendetta trasversale da parte della Repubblica, che definiva la casa del Residente un covo di contrabbandieri, di banditi e di
altri malfattori.[67] Questo avvenimento sorprende tutta la citt, e indigna tutti i ministri de Principi, che propongono addirittura,
come risarcimento di tutti questi affronti, di far tirare una archibugiata al Capitan Grande. Gli organizzatori di questa trama, che
tuttavia non si realizzer, sono lAmbasciatore di Spagna, che tiene in petto un certo veleno poich la sua gondola stata
svaligiata,e il Residente Cesareo, mentre Toscana ha partecipato solo nel pensiero perch in discredito verso la Repubblica e,
come abbiamo visto, verso lo stesso Granduca.[68] Il 30 ottobre il rappresentante di Toscana reclama ancora per la prigionia del
suo poppiere, che definisce ancora trasversale e fatta per chimeriche inventioni, sostenendo inoltre che la versione sullarresto
fornita dal governo veneziano non era completa per il fatto che il gondoliere assieme alle parole incriminate ne aveva dette altre che
lo scagionavano.[69] Nonostante questo ultimo tentativo lepilogo di questa vicenda avviene, purtroppo per lo sventurato servitore,
in Consiglio dei Dieci, dove viene condannato al taglio della lingua che puntualmente, qualche giorno dopo, viene eseguito in

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pubblico. Viene inoltre immediatamente rinchiuso in galera e condannatovi per 10 anni, e per una sola balla ha scampato desser
fatto morire. Questo avvenimento, da quello che ci riferisce il Rossi, sembra aver molto colpito il popolo, che ritiene questa
esecuzione una vana e una evidente ingiustizia, credendo che il poppiere, purtroppo, abbia pagato le colpe del padrone.[70]
Tutta questa vicenda spinger il Granduca di Toscana a non inviare nella citt lagunare, fino al 1637, nessun altro suo rappresentante.
Obbiettivo principale di questa strategia veneziana era in realt non tanto il Granducato ma la stessa Spagna, visti gli strettissimi
rapporti che legavano la corte toscana a quella cattolica, sottolineati chiaramente anche dalla assidua frequentazione tra il Conte della
Rocca e il Residente toscano Buondelmonti.[71]

E incredibile la quantit di vicende che si intrecciano nelle relazioni del nostro sacerdote: esse vanno dai dispacci, da lui copiati,
sulla battaglie della guerra dei trentanni, che stava devastando buona parte dEuropa, ai rapporti con lo Stato Pontificio, ai problemi
di Mantova. Altro argomento che tiene banco in quel periodo a Venezia, una stampa che contiene una invettiva contro il Papa;
uscita con un luogo di stampa falsificato, in chiara sintonia con latteggiamento del Conte della Rocca che, come abbiamo detto,
attacca continuamente Urbano VIII per la sua politica ritenuta poco vantaggiosa per gli interessi della Spagna. Abbiamo inoltre
notizia di unaltra pubblicazione antipapale, questa volta stampata proprio in casa dello stesso Conte, che coinvolge numerosi
diplomatici.[72] Questa vicenda riempie molte delle lettere che il Rossi invia agli Inquisitori, e porta persino alla denuncia di alcuni
stampatori.[73] E comunque un periodo di tensione per la nostra spia, che rischia di essere scoperta; l ambasciatore spagnolo,
infatti, comincia a sospettare che ci sia una spia allinterno dellambasciata.[74] Il Rossi riferisce tutto questo agli Inquisitori,
manifestando chiara perplessit sul proseguimento del suo incarico segreto. Dopo questo avvenimento comincia un periodo di
parziale silenzio, in cui le notizie che filtrano sono poche e poco sicure; lo rivediamo allopera intorno al 1636, quando ci informa su
alcune opere letterarie del De Vera alle quali lui stesso ha contribuito come traduttore.[75] Sono comunque poche notizie e
soprattutto di scarso interesse, che lo spingono a scusarsi apertamente con gli stessi Inquisitori , anche perch continua ad essere
pagato per un servizio che ormai fa fatica a realizzare. Finalmente ha la possibilit di raccontare una notizia molto importante: viene
infatti nominato, la lettera del 14 aprile 1636, segretario presso il Residente Cesareo grazie anche al sostegno del Conte di
Verdenberg, cancelliere imperiale.[76] Tuttavia da questo momento inizia il suo declino: infatti sia Lorenzo Brigido che il Conte
della Rocca, ormai esasperati dalla sua scomoda presenza, scrivono a Vienna chiedendo la revoca della carica concessa al Rossi,
lanciando verso di lui accuse molto pesanti.[77] Nonostante tutto la nomina non viene revocata, forse perch i protettori del nostro
segretario sono ancora dalla sua parte; comunque solo una questione di tempo. Le accuse continuano senza sosta, sempre pi
penetranti, a tal punto che lui stesso costretto a discolparsi in una lettera diretta addirittura a Sua Maest Cesarea e datata 4 luglio
1636.[78] Viene accusato apertamente dal Conte di essere una spia al servizio dei veneziani, che possono quindi conoscere
minuziosamente tutti gli affari spagnoli. Invano cerca di difendersi, lanciando lui stesso accuse al nobile spagnolo, che per non
sortiscono gli effetti sperati; tutti ormai credono al De Vera, anche se cerca ancora di trovare appoggi a Vienna tra i suoi protettori,
cercando aiuti dappertutto e trovando solo il sostegno del Duca di Sabbioneta.[79] Parte quindi per Gradisca, e poi per la capitale
austriaca, cercando in ogni modo di risollevare le sue sorti, ma gli viene a mancare addirittura il denaro per il viaggio, cosa che lo
costringe a chiedere un aiuto economico agli Inquisitori . Dopo un lunghissimo periodo di silenzio lo ritroviamo a Venezia, pronto a
offrire agli Inquisitori un buon informatore presso la segreteria del Nunzio, dove egli stesso lavora.[80] E lultima testimonianza che
ci parla del nostro sacerdote-spia, ormai senza denaro e mezzi di sussistenza, che continua a vagare, da quando stato licenziato dal
Conte della Rocca, tra Vienna e Venezia, senza trovare qualcuno che gli offra un buon lavoro.

[1] G.Benzoni, Venezia e la Spagna nel Seicento, in Venezia e la Spagna, Milano, Electa, 1988, p. 155.

[2] Ibidem, p. 156.

[3] Cozzi, Kapton, Scarabello, La Repubblica, p. 97.

[4] Ibidem, p. 100.

[5] Preto, I servizi Segreti, p. 124.

[6] Ibidem, p. 122.

[7] Ibidem, p. 124.

[8] Ibidem, p. 125.

[9] Ibidem, p. 125.

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[10] A.S.V., I.S., b. 607-608, 1606,1618; L.Chiarelli, Il Marchese di Bedmar e i suoi confidenti, come risultano dalla corrispondenza
segreta del novellista Alessandro Granzini con gli Inquisitori di Stato, inArchivio veneto-tridentino, VIII, 1925, p. 151.

[11] Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 151.

[12] A.S.V., I.S., b. 609, 6 dicembre 1616.

[13] A.S.V., I.S., b. 609, 14 novembre 1612; Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 152.

[14]A.S.V., I.S., b .609, 14 giugno 1617.

[15]A.S.V., I.S., b. 609, 24 maggio 1618; Chiarelli, Il Marchese di Bedmar, p. 153. ...Da me pi volte statto rapresentato, la qualit
et condicione, lartificio, industria et modo di governarsi dellAmbasciatore Spagnolo per pi nuocere a questa Serenissima
Repubblicaverso la quale profess un invecchiato odio et arivato a tal segno ogni sua acione e intento al precipicio della
Repubblica onde per cio attende a molte pratiche et si serve de ogni sorte di gente per arivar al suo intento...

[16]A.S.V.,I.S., b. 610, 15 giugno 1620

[17] Cessi, Storia della Repubblica, pp. 598-599.

[18]Cozzi, Knapton, Scarabello, La Repubblica, cit., pp.101-102.

[19] E.Levi, Per la congiura contro Venezia nel 1618, in Nuovo Archivio Veneto, serie IX, tomo XVII, parte I, 1899, pp. 5-65.
Sulla congiura spagnola contro Venezia stata pubblicata in pi testi la versione ufficiale del governo veneziano, scritta, nel 1618,
dal Consultore della Repubblica Paolo Sarpi, ma mai resa nota dallo stesso governo. Nel maggio del 1618, infatti, non si ritenne
opportuno pubblicarla, scelta dovuta al fatto che non si voleva sconvolgere la pace che era stata da poco ottenuta. Questa versione del
Sarpi prende il titolo di Congiura ordita da Pietro Giron di Ossuna Vicer di Napoli, ed stata pubblicata oltre che dalla Levi anche
dal Ranke in Storia critica della congiura contro Venezia nel 1618, Capolago, Tipografia Elvetica, 1838, pp.205-235.

[20]Preto, I servizi segreti, p. 147.

[21] Ibidem, p. 123.

[22] Ibidem, p.124.

[23] A.Luzio, La congiura spagnola contro Venezia, in Miscellanea di storia veneta, serie III, tomo XIII, Venezia, 1918, p. 101.

[24] Preto, I servizi segreti, p.127.

[25] A.S.V., I.S., b. 495, 24 giugno 1633.

[26] Ranke, Storia critica, pp. 1-235.

[27] I.Raulich, La congiura spagnola contro Venezia, inNuovo Archivio Veneto, tomo VI, 1893, pp. 85-86.

[28] I.Raulich, Una relazione del Marchese di Bedmar sui veneziani, in Nuovo Archivio Veneto,tomo XVI, 1898, pp. 5-7. Questa
relazione, col nome di Relatione di Venezia fatta da Don Alfonso de la Cueva, Conte di Benamar, gi ambasciatore Residente
appresso essa Repubblica per la Maest del Re Cattolico Filippo Terzo et hoggi cardinale di Santa Chiesa, si trova nellarchivio
vaticano.

[29] Luzio, La congiura, pp. 4-5.

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[30] Ibidem, p. 92.

[31] Ibidem, pp. 92-93.

[32] L.Chiarelli, Il Marchese di Bedmar e i suoi confidenti, come risultano dalla corrispondenza segreta del novellista Alessandro
Granzini con gli Inquisitori di Stato, in Archivio Veneto-Tridentino, 1925, volume VIII, pp. 144-173.

[33] A.De Rubertis, La congiura spagnuola contro Venezia nel 1618, secondo i documenti dellArchivio di Stato di Firenze, in
Archivio Storico Italiano, Firenze, 1947, pp. 11-49, 153-167.

[34] Ibidem, p. 49.

[35] G.Spini, La congiura degli spagnoli contro Venezia del 1618, in Archivio Storico Italiano, 1950, p.172.

[36] Ibidem, p.171.

[37] Cessi, Storia della Repubblica, pp. 598-599.

[38] Preto, I servizi segreti, pp. 150-152.

[39] Chiarelli, Il Marchese, p. 163.

[40] Preto, I servizi segreti, p. 128.

[41] Ibidem, 128.

[42] Antonio Foscarini, giustiziato il 22 aprile 1622 con laccusa di aver frequentato di nascosto lAmbasciata spagnola e di aver
fornito informazioni segretissime, viene riabilitato dal Consiglio dei Dieci il 18 gennaio 1622 more veneto (1623).

[43] Preto, I servizi segreti, p. 129.

[44] A.S.V., I.S., b. 610, 11 luglio 1630.

[45] A.S.V. I.S., b. 610, 18 ottobre 1633.

[46] B.Cinti, Letteratura e politica in Juan Antonio de Vera, ambasciatore spagnolo a Venezia (1632-1642), Venezia, Libreria
universitaria editrice, 1966, p. 15.

[47] Ibidem, p. 16.

[48] Ibidem, p. 16.

[49] Ibidem, p. 18.

[50] A.S.V., I.S., busta 628, 30 ottobre 1633.

[51] In questo opuscolo il Conte attacca il Papa perch non condanna lalleanza francese con gli eretici svedesi.

[52] Cinti, Letteratura e politica, p. 20.

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[53] A.S.V., I.S., b. 629, 12 gennaio 1634.

[54] Cinti, Letteratura e politica, p. 24.

[55] Preto, I servizi segreti, p. 133.

[56] Cinti, Letteratura e politica, p. 62.

[57] Ibidem, p. 64.

[58] Ibidem, p. 65.

[59] A.S.V., I.S., b. 628, senza data.

[60] A.S.V., I.S., b. 610, 18 ottobre 1633.

[61] Cinti, Letteratura e politica, p. 22.

[62] A.S.V., I.S., b. 628, senza data, il curriculum vitae di Agostino Rossi.

[63] Ibidem.

[64] Cinti, Letteratura e politica, p. 23.

[65] A.S.V., I.S., b. 628, 3 novembre 1633.

[66] A.S.V., I.S., b. 628, 15 ottobre 1633.

[67] A.S.V., I.S., b. 628, 19 ottobre 1633. Le parole ingiuriose professate dal Poppiere sarebbero: ancora questi cani non sono sazi
del nostro sangue.

[68] A.S.V., I.S., b. 628, 11 ottobre 1633.

[69] A.S.V., I.S., b. 628, 30 ottobre 1633. Secondo il Residente toscano tali parole sarebbero: se fossero tutti dellhumor mio.

[70] A.S.V., I.S., b. 628, 4 novembre 1633.

[71] Cinti, Lingua e letteratura, p. 24.

[72]A.S.V., I.S., b. 628, 30 ottobre 1633. ...Le stampe toccanti il Papa, delle quali feci parte a Vostre Signorie lordinario passato et
anche il presente, sono state mandate in ronda e rimesse in diversi luoghi...

[73] A.S.V., I.S., b. 628, 24 ottobre, 6 novembre 1633.

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[74] A.S.V. I.S., b. 628, 12 gennaio 1633 (more veneto 1634). ...Usc a dirmi che era tutto contaminato; gli domandai per qual causa,
mi rispose...lAmbasciator di Spagna mi ha detto che io ho uno spione in casa....

[75] A.S.V., I.S., b. 629, 28 gennaio 1635 (1636).

[76] A.S.V. I.S, b. 629, 3, 14 aprile 1636. ...Devo significarle che con lordinario di Vienna ho avuto una lettera del Signor Conte di
Verdenberg cancelliere aulico imperiale, nella quale mi avvisa come S. Maest Cesarea mi ha nominato e dichiarato suo segretario
appresso la Serenissima Repubblica di che si era dato parte al signor residente veneto...

[77] A.S.V., I.S., b. 629, 6 maggio 1636.

[78] A.S.V., I.S., b. 629, senza data.

[79]A.S.V., I.S., b. 629, 25 ottobre 1636.

[80] A.S.V., I.S., b. 629, 22 novembre 1642. La mia sincerissima divotione et humilissima servit verso gli interessi della
Serenissima Repubblica resta comprobata da tanti affetti ne tempi passati...

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