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Dalla Domus Aurea allanfiteatro flavio

Capitolo 15

15.1 La domus aurea neroniana


La Domus Aurea fu costruita come risposta al problema del palazzo imperiale a
Roma dall'imperatore romano Nerone dopo il grande incendio che devast Roma
nel 64 d.C. Costruita nei pochi anni tra l'incendio e il suicidio di Nerone nel 68 d.C.,
gli estesi rivestimenti in oro che le diedero il suo nome non erano gli unici elementi
stravaganti dell'arredamento: vi erano soffitti stuccati incrostati di pietre semi-
preziose e lamine d'avorio. Plinio il Vecchio assistette alla sua costruzione (La Storia
Naturale XXXVI. 111). La residenza dell'imperatore giunse a comprendere il
Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per un estensione di
circa 2,5 km quadrati. La maggior parte della superficie era occupata da giardini, con
padiglioni per feste o di soggiorno. Al centro dei giardini, che comprendevano boschi
e vigne, nella piccola valle tra i tre colli, esisteva un laghetto, in parte artificiale, sul
sito del quale sorse pi tardi il Colosseo. Nerone commission anche una colossale
statua in bronzo di 37 metri raffigurante s stesso, vestito con l abito del dio-sole
romano Apollo, il Colossus Neronis, che fu posto di fronte all'entrata principale del
palazzo sul Palatino. Il colosso fu successivamente riadattato colle teste di vari
successivi imperatori, prima che Adriano lo spostasse per far posto al tempio di
Venere e Roma e l'Anfiteatro Flavio prese quindi il nome di Colosseo nel Medio Evo,
proprio da questa statua. La vera residenza di Nerone rimase comunque nei palazzi
imperiali del Palatino.

La parte conservata al di sotto delle successive terme di Traiano sul colle Oppio era
essenzialmente una villa per feste, con 300 stanze e non una camera da letto e
neppure sono state scoperte cucine o latrine. Le camere rivestite di marmo
finemente levigato componevano intricate planimetrie, composte di nicchie ed
esedre che concentravano o disperdevano la luce del sole. V'erano piscine sui vari
piani, e fontane nei corridoi. Nerone s'interess in ogni dettaglio del progetto,
secondo gli Annali di Tacito, e supervisionava direttamente gli architetti Celere e
Severo.
Alcune delle stravaganze della Domus Aurea ebbero ripercussioni sul futuro. Gli
architetti disegnarono due delle sale da pranzo principali in modo che
fiancheggiassero un cortile ottagonale, sormontato da una cupola con un gigantesco
abbaino centrale che lasciava entrare la luce del giorno. la cupola completamente in
cementizio ed impostata su di un ottagono di base, la prima parte della cupola segue
un andamento a spicchi ottagonali (come la cupola del Brunelleschi di S.Maria del
Fiore a Firenze), mentre la seconda parte assume una forma circolare. La parte
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centrale sormontata dalla cupola svolge funzione di un triclino romano, dove
l'imperatore si manifestava come divino, tramite gli effetti di luce che l'abbaino della
cupola filtrava; Nerone poteva assimilarsi al dio Apollo.
Alla pianta ottagonale si riconducono pure degli spazi laterali spazi che fungevano
sia da ambulacri che da elementi di contrafforto per la cupola; a questi spazi si
accedeva tramite delle grandi luci sovrastate da delle piattabande in laterizio. Fu
questo, probabilmente uno dei modelli da cui trasse ispirazione la celeberrima
cupola del Pantheon: si tratta in effetti di un esempio precoce dell'utilizzo della
tecnica del cementizio, ch'era stata elaborata dai romani a partire dal II secolo AC
per lo sviluppo d'amp e articolati spazi interni, tipico dell'architettura romana.
Un'altra innovazione era destinata ad avere una grande influenza sull'arte futura:
Nerone pose i mosaici, precedentemente riservati ai pavimenti, sui soffitti a volta.
Ne sopravvivono soltanto dei frammenti, ma questa tecnica sarebbe stata imitata
costantemente, per diventare un elemento fondamentale dell'arte cristiana: i mosaici
che decorano innumerevoli chiese a Roma, Ravenna, Costantinopoli e in Sicilia.
Si tramanda che gli architetti Celere e Severo avessero creato anche un ingegnoso
meccanismo, mosso da schiavi, che faceva ruotare il soffitto della cupola come i cieli
dell'astronomia antica, mentre veniva spruzzato profumo e petali di rosa cadevano
sui partecipanti al banchetto, petali in tali quantit che uno sfortunato ospite ne fu
asfissiato.

"Nerone tenne le feste migliori di tutti i tempi," spieg l'archeologo Wallace-Hadrill


ad un giornalista alla riapertura della Domus Aurea nel 1999, dopo anni di chiusura
per restauri. "Trecento anni dopo la sua morte, durante gli spettacoli pubblici,
venivano ancora distribuiti gettoni con la sua effige un "souvenir" del pi grande
showman di tutti." Nerone, ossesso dal suo status d'artista, certamente guardava alle
sue feste come opere d'arte.
Gli affreschi ricoprivano ogni superficie che non fosse ancor pi rifinita. L'artista
principale era Fabullo, l'unico pittore dell'antichit di cui possiamo effettivamente
identificare le opere. La tecnica dell'affresco, applicata al gesso fresco, richiede un
tocco veloce e sicuro: Fabullo e i suoi collaboratori ricoprirono una percentuale
impressionante dell'area. Plinio, nella sua Storia Naturale, racconta come Fabullo si
recasse solo per poche ore al giorno alla Domus, per lavorare solo quando la luce era
adatta. La rapidit dell'esecuzione di Fabullo dona un'unit straordinaria alla sua
composizione, e una delicatezza sorprendente alla sua esecuzione.
Dopo la morte di Nerone, il terreno della Domus Aurea venne "restituito al popolo
romano" dagli imperatori successivi. In circa un decennio la dimora neroniana
venne spogliata dei suoi rivestimenti preziosi: i cantieri per le terme di Tito erano gi
avviati nel 79 d.C. Vespasiano utilizz lo spazio in cui era stato scavato il lago
artificiale per costruire l'Anfiteatro Flavio, col Colossus Neronis nei suoi pressi.
Anche le terme di Traiano ed il Tempio di Venere e Roma risiedono nel terreno
occupato dalla Domus. In quarant'anni, la Domus Aurea fu completamente
obliterata, sepolta sotto nuove costruzioni, ma paradossalmente questo fece in modo
che i "grotteschi" dipinti potessero sopravvivere; la sabbia funzion come le ceneri
vulcaniche di Pompei, proteggendoli dal loro eterno nemico, l'umidit.
Quando un giovane romano cadde accidentalmente in una fessura sul versante del
colle Oppio alla fine del XV secolo, si ritrov in una strana grotta, piena di figure
dipinte. Ben presto i giovani artisti romani presero a farsi calare su assi appese a
corde per poter vedere loro stessi. Gli affreschi scoperti allora sono ormai sbiaditi in
pallide macchie grigie sul gesso, ma l'effetto di queste decorazioni "grottesche," per
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l'appunto, furono elettrizzanti per l'intero Rinascimento. Quando il Pinturicchio,
Raffaello e Michelangelo s'infilarono sotto terra e furono fatti scendere lungo dei pali
per poter studiare queste immagini, ebbero una rivelazione di quel che era il vero
mondo antico. Essi, ed altri artisti che, come Marco Palmezzano, lavoravano a Roma
in quegli anni, si diedero a diffondere anche nel resto d'Italia tali "grottesche".
Accanto alle firme di illustri e successivi turisti incise sugli affreschi, quali quelle di
Giacomo Casanova e del Marchese de Sade, distanti di pochi centimetri l'una
dall'altra (British Archaeology, Giugno 1999), si possono leggere anche le firme di
Domenico Ghirlandaio, Martin van Heemskerck, e Filippino Lippi [1].
L'effetto sugli artisti rinascimentali fu istantaneo e profondo: lo si pu notare in
maniera ovvia nella decorazione di Raffaello per le logge nel Vaticano. La scoperta,
per, signific anche l'ingresso dell'umidit nelle sale, e questo avvi il processo di
lento, inevitabile decadimento. Alla forte pioggia fu attribuito anche il crollo d'una
parte del soffitto (Archaeology, Giugno/Luglio 2001).
La riapertura di una parte del complesso, chiuso subito dopo il crollo, prevista per
il gennaio 2007, ma il monumento continua a soffrire di una situazione a rischio,
dovuta al traffico, alle radici degli alberi del giardino sovrastante (creato negli anni
'30) e alla presenza, sopra la parte occidentale, di un campo di calcio occupato da
immigrati extracomunitari, che impedisce purtroppo di proseguire lo scavo e
l'esplorazione.

15.3 La tipologia dellanfiteatro


La prima testimonianza di un incontro tra gladiatori a Roma risale al 264 a.C.,
quando i figli di Brutus Pera offrirono questo spettacolo nel Foro Boario (una zona
sulla riva sinistra del Tevere, dove si teneva il mercato del bestiame) per onorare la
memoria del padre. Nel 216 il Foro ospit un combattimento di 22 coppie di
gladiatori; nel 183 sessanta coppie di gladiatori combatterono in occasione dei
funerali di Publio Licinio Crasso, e nel 174 uno spettacolo dur tre giorni. Per molto
tempo a Roma, in mancanza di un vero anfiteatro, gli spettacoli si tennero nel Foro
oppure al Circo Massimo.
Nel Foro, per ospitare e proteggere gli spettatori dalle intemperie, venivano
preparate tribune e tende per gli spettatori. Nel 384 il censore Gaio Maenio fece
costruire delle balconate di legno sopra le botteghe del Foro, e da allora gli spalti
dell'anfiteatro si chiamarono maeniana. A Roma la legge proibiva la costruzione di
edifici per spettacoli. Pompeo riusc a costruire un teatro nel 55 a.C. giustificandolo
come un'estensione del Tempio di Venere. Plinio il Vecchio riferisce che nel 53 o 52
a.C. Scribonius Curio diede giochi e spettacoli a Roma, e per l'occasione invent una
macchina molto originale. Si componeva di due teatri che potevano ruotare e
formare una arena chiusa. Al mattino il pubblico sedeva nei teatri, e poi i semicerchi
venivano ruotati per chiudere uno spazio e assistere ai giochi dei gladiatori Plinio
deplora che i Romani dopo il primo giorno, sfidando il pericolo non si muovevano
dai loro posti neppure quando le tribune venivano ruotate, cos che "l'arena un
posto meno pericoloso degli spalti".
Per gli spettacoli a Roma venivano tirati su edifici provvisori; tuttavia continu l'uso
di organizzarli negli spazi pubblici. Nel frattempo la parola amphitheatrum inizi a

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indicare quella cosa che prima era chiamata spectacula, o, in greco, Theatron
kynegeticon (teatro di caccia). Troviamo la prima menzione del termine in Vitruvio
(De Architectura, I,7,1). Nel dare istruzioni sulla disposizione degli edifici di una
citt, dice: "Se non c' l'anfiteatro o la palestra, il tempio di Ercole dovrebbe essere
vicino al circo."

Il primo anfiteatro in pietra di Roma fu quello di Statilio Tauro, costruito nel 29 a.C.
da qualche parte nel Campo Marzio (la sua precisa ubicazione oggetto di dibattito
tra gli studiosi). Sembra che comunque le strutture in legno fossero ancora costruite;
nel 27 a Fidene, nei pressi di Roma, un anfiteatro di legno mal costruito cedette
uccidendo 20.000 spettatori (Svetonio) o uccidendo e ferendone 50.000 (Tacito).
L'anfiteatro di Tauro, seppure in uso per molto tempo, era divenuto insufficiente per
gli splendidi spettacoli della capitale imperiale. Sembra che Caligola tenesse gli
spettacoli nei Septa, un grande spazio pubblico, e Nerone nel 57 fece costruire un
proprio anfiteatro di legno - ci volle solo un anno - per i suoi spettacoli. Era
magnifico: il velarium era blu, ed impiegava la pi grande trave di legno mai vista a
Roma: larga 60 cm e lunga 36 metri. Le descrizioni citano gemme, oro, avorio. Il
muro intorno all'arena aveva in cima rulli d'avorio che impedivano agli animali di
saltare, e per maggior protezione una rete d'oro veniva tesa tutt'intorno, con
appuntite zanne d'elefante inclinate verso l'interno. Sembra che il teatro sia andato
distrutto nel pi famoso degli incendi di Roma: quello del 64 d.C.

Lanfiteatro flavio:
Il pi grande anfiteatro di Roma fu fatto erigere da Vespasiano nei primi anni del
suo regno (69-79 d.C.) nella valle compresa tra Palatino, Esquilino e Celio, nella
zona che, in precedenza, era stato il laghetto artificiale della Domus Aurea di
Nerone. Il motivo della scelta del luogo fu dettato sia dalla volont di restituire al
popolo ci che Nerone aveva riservato ad uso privato, sia da un motivo tecnico,
perch il bacino del lago, una volta prosciugato, fece risparmiare lo scavo di molte
migliaia di metri cubi di terra e di tufo necessario per le fondazioni. Queste, infatti,
erano costituite da un vero e proprio piano interrato di pilastri, simili a quelli
esterni, poggiati su una gigantesca "ciambella" di calcestruzzo affondata nel terreno
per circa 13 metri. I lavori di costruzione proseguirono con Tito (79-81), ma l'opera
fu terminata completamente soltanto con Domiziano (81-96). probabile che solo
con quest'ultimo siano stati creati i sotterranei in muratura dell'arena, dato che,
negli anni precedenti, risultano notizie di "naumachie", cio battaglie navali, mentre
da Domiziano in poi l'arena fu riservata soltanto ai giochi gladiatori (munera) e alle
cacce di animali selvatici (venationes). il caso di sottolineare l'enorme quantit di
materiale che fu necessario per una siffatta opera: 100.000 metri cubi di travertino
(tratto dalle cave del Barco lungo la via Tiburtina) e 300 tonnellate di ferro,
necessario per le grappe che collegavano i blocchi tra loro, per un edificio dal
diametro di 188 metri per l'ellissi maggiore e di 156 metri per l'ellissi minore.
L'altezza dell'anello esterno di quasi 50 metri, tutto in travertino, costituito da 4
piani sovrapposti, di cui i primi tre formati da arcate inquadrate da semicolonne,
tuscaniche al primo piano, ioniche al secondo, corinzie al terzo. Un quarto piano
cieco scompartito da lesene, anch'esse corinzie. Una squadra di marinai del porto
militare di Miseno (erano di stanza nella vicina caserma chiamata Castra
Misenatium) era addetta a manovrare il velarium, un'enorme tenda che riparava gli
spettatori dal sole: era sostenuta da pali fissati sulla cima dell'edificio, tenuta in
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posizione da funi ancorate a bitte, collocate all'esterno dell'anfiteatro (5 sono ancora
visibili dalla parte del Colle Oppio). Le arcate al pianterreno, 80 in tutto, davano
accesso alle scalinate che portavano ai vari settori della cavea. Sopra ognuno degli
archi superstiti ancora indicato il numero progressivo, corrispondente al numero
di biglietto (tessera) di cui ogni spettatore era munito. Soltanto i 4 ingressi posti in
corrispondenza degli assi principali non avevano numero: quello a nord era
l'ingresso d'onore che portava alla tribuna imperiale, gli altri tre erano ingressi per le
alte classi privilegiate. Quello che resta della cinta esterna (circa i 2/5) sostenuto,
alle due estremit, da muraglioni costruiti da Valadier nel 1820 (nella foto a sinistra)
per volere di Pio VII, come recita anche l'iscrizione: "Nel VII anno di Pontificato di
Pio VII". I numerosi fori irregolari, tra i giunti dei blocchi, furono praticati nel
Medioevo per recuperare i perni di ferro. L'interno del Colosseo (nella foto sotto a
destra) semicrollato e spoglio delle gradinate: manca il piano dell'arena e quello
che si vede sono i sotterranei di servizio.

Nel muro perimetrale si aprono 30 nicchie profonde, forse utilizzate per piccoli
montacarichi a contrappeso, destinati ad innalzare belve e gladiatori fino al livello
dell'arena. I resti di grandiosi piani inclinati, in blocchi di tufo, erano destinati a far
emergere, su un sistema ruotante su cerniere e mosso da contrappesi, ogni sorta di
scenario, in particolar modo nelle venationes: gli scrittori dell'epoca ricordano con
ammirazione l'apparizione di colline, foreste, deserti, corsi d'acqua e costruzioni
d'ogni genere. Una grande galleria centrale, che partiva dal centro dell'arena,
conduceva al Ludus Magnus, la grande caserma dei gladiatori. L'arena era coperta
da un tavolato ligneo, asportabile. Tra essa e il corridoio era fissato, al momento
degli spettacoli, una pesante e robusta rete di protezione, sostenuta da pali
sormontati da zanne d'elefante e coronata, orizzontalmente, da una serie continua di
rulli d'avorio che, ruotando, impedivano la presa alle zampe degli animali. In ogni
caso, se le fiere fossero riuscite a scavalcarlo, era pronta una squadra di arcieri, forse
all'interno delle nicchie aperte nel podio. La suddivisione dei posti nei vari settori
non dipendeva dalla somma pagata, dato che l'ingresso era gratuito, ma dalla
categoria di classe. Solo l'ordine senatorio (e naturalmente la tribuna imperiale),
aveva, oltre alle gradinate in marmo invece che in mattoni, i posti riservati e
personali: infatti, sui gradini adiacenti all'arena, vi sono ancora i segni dei nomi

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degli ultimi occupanti (le varie cancellature sono dovute all'eliminazione dei nomi
precedenti). Ci ha permesso di conoscere i nomi degli ultimi 195 senatori, prima
dell'abbandono dell'anfiteatro, avvenuto dopo la caduta dell'Impero Romano
d'Occidente (476-483). La capacit dell'anfiteatro era di circa 73.000 spettatori.
L'edificio fu pi volte restaurato, a causa degli incendi e dei terremoti. Accanto al
Colosseo, tra questo e la via dei Fori Imperiali, visibile ancora, sulla
pavimentazione, il disegno di un grande quadrato (7,5 metri per lato), ottenuto con
pietre di diverso colore. Qui era la base della colossale statua bronzea di Nerone (alta
circa 35 metri), i cui resti furono demoliti nel 1936 dal regime fascista, in occasione
dell'apertura della via dell'Impero (oggi via dei Fori Imperiali). La statua era
originariamente al centro dell'atrio della Domus Aurea e solo in seguito fu
trasportata accanto all'anfiteatro: il termine "Colosseo", attribuito per la prima volta
nell'VIII secolo, deriva non dalle proporzioni di questo ma proprio dalla vicinanza
della "colossale" statua. Le notizie relative ai grandi spettacoli ci raccontano di 5000
fiere uccise in un sol giorno in occasione della festa indetta da Tito nell'80, di 100
orsi uccisi, uno dopo l'altro, dall'imperatore Commodo nel 191, del ruggito
contemporaneo di 100 leoni, fatti pervenire dall'imperatore Probo nel 281, che fece
gelare il sangue agli spettatori ammutoliti. L'ultimo spettacolo di cacce fu dato, col
riluttante permesso di Teodorico, nell'anno 523, dopo che quasi un secolo prima, nel
438, erano stati aboliti i combattimenti. Il Colosseo perdeva cos la sua ragion
d'essere e per quasi un millennio rimase abbandonato, fino a quando, tra l'XI e il
XIII secolo, fu trasformato in fortilizio prima dei Frangipane, poi degli Annibaldi.
Nel 1244, rivendicato come propriet della Chiesa da papa Innocenzo IV, fu sottratto
ai privati ma serv soltanto ad ospitare modeste abitazioni, piccole botteghe e
qualche convento. A seguito dei crolli dovuti a terremoti, fu anche cava inesauribile
di materiale edilizio, di travertino in particolare, che and a beneficio della basilica
di S.Pietro, di Palazzo Venezia, del porto di Ripetta, del Palazzo della Cancelleria,
delle sottostrutture di ponte Sisto, fino a quando, nel 1744, Benedetto XIV pose fine
alle spoliazioni consacrandolo: fece erigere 14 edicole per le Stazioni della via Crucis,
che vennero benedette in occasione dell'inaugurazione dell'anno giubilare del 1750.
In questo modo il papa volle consacrare l'Anfiteatro alla memoria dei santi martiri,
anche se, storicamente, non fu mai provato che nel Colosseo vi furono esecuzioni di
cristiani.

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