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Storie di rinascita dietro il muro:

lesperienza milanese dellEx Paolo Pini


Da luogo di sofferenza a risorsa sociale e territoriale
Il sole che scende dietro i palazzi di Milano e un mal di testa incipiente.
Cerco un indirizzo, che ho scarabocchiato a margine di un foglio di appunti.
Una carrozzina elettrica attraversa a tutta velocit il mio campo visivo.
Non ho tempo, non ho voglia di scherzi. E ho di meglio da fare. La citt mi rende cinica.
Eppure qui, lindirizzo giusto.
Ma questo il ghetto.

Manicomio, dal dizionario Garzanti: [ma-ni-c-mio] n.m., istituto in cui si ricoveravano i malati di mente,
detto anche ospedale psichiatrico.

Un tempo luogo di scambio zero e di de personalizzazione, lex


sanatorio psichiatrico Paolo Pini fu edificato negli anni Trenta e, nel
giro di pochi decenni, giunse ad ospitare pi di 1.200 pazienti.

Nel 1999 cess lattivit dellospedale, come prevedeva la Legge


Basaglia1.
Oggi parte del complesso gestito da una cooperativa2 che si occupa
di ricostruire accessi ai diritti di cittadinanza per persone con
problemi di salute mentale, c reando sistemi di opportunit,
crescita, relazione e condivisione.
Qui, in estate, fanno concerti, mostre darte, spettacoli e laboratori teatrali, dentro tre ettari di viali
alberati, orti comuni, e pollai, che hanno regalato nuovo rigoglio ai meandri nebbiosi e terrificanti della
depressione.

1
Legge 180 del 13 maggio 1978, "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori".
2
http://www.olinda.org/
1
Lex convitto degli infermieri, originariamente gestito dalle suore, ospita oggi un piccolo auberge, per chi ha
bisogno di un letto per la notte, per il turista che ha sete di condivisione.
Ci sono ancora i supporti per le flebo conficcati nelle pareti e il muro piastrellato ad altezza duomo.
Pare di sentirle le gocce di sedativo che si fanno largo nei meandri della mente.
Delirium tremens.
C un podi traffico, fuori. Il rumore arriva sordo e ricorda le convulsioni di una citt frenetica che crepitano
ed echeggiano nelle catatonie delle zone industriali.
Si praticava lelettroshock, qui, tempo fa, nella costrizione.
Sfrigola e brucia ancora, il solo pensiero.
La camera mortuaria era unofficina di cadaveri, un luogo di dissezione, dove sorgeva anche un museo di
reperti anatomici che tutta Europa ci invidiava.
Oggi la locanda Jodok, ricavata proprio nellex obitorio dellospedale, in un cubo di cemento scarno e
tetro che fa da sfondo, oggi, ad una selva di ombrelloni, luci e colori di un locale giovane e semplice, di
famiglia.
Oggi c musica fino a notte, una ciurma di ragazzi e ragazze emozionati a servire ai tavoli.
Quellatmosfera un posocial, un podi sinistra ma non convenzionale.
Profumo di fritto.

Dello Zio Jodok non so proprio niente, tranne che era lo zio del nonno.
Non so che aspetto avesse, non so dove abitasse n che lavoro facesse.
Conosco solo il suo nome: Jodok.
E oltre a lui non conosco nessun altro con questo nome".

Kindergeschichten, Peter Bichsel, Lucerna, 1969

2
Chi se lo ricorda nonno Jodok? Forse se ne sta nascosto, quieto, nelle profondit del nostro essere.
nascosto nelle pieghe dellanimo e della personalit, dove alberga, come seduto in un angolo, lio pi
intimo, quello che soffre, terribile e difficile da stanare, da comprendere, oltre la barriera
ematoencefalica.

Memorie in negativo, come fotografie non ancora


sviluppate, si fanno strada tra i viali alberati, ombre di
allucinazioni, lo stridore persistente della psicosi.

Pura condivisone ma fragile. Come un fulmine a ciel


sereno, quello inciso a fuoco sul cancello dingresso
spalancato, che si offre alla citt.
E la citt stessa pervade quel piccolo angolo di
mondo, per ricavarne ossigeno e nuova linfa, per
uscirne rinnovata.
puro spazio, brulicante di incontro, di
potenzialit. Se mi trovassi davanti a questa effigie
Ignoto a me stesso , ignaro dei miei lineamenti
In tante orrende pieghe dangoscia e di energia
Fa un poimpressione uscire e riaffacciarsi alla citt. Leggerei i miei tormenti e mi riconoscerei.
Alla gente che incontri in metro, con il suo bagaglio
Cahiers1, Paul Valery, Parigi 1970
di piccole grandi sofferenze sconosciute, custodite
gelosamente in fondo agli occhi stanchi dopo una
giornata di lavoro, dentro la ventiquattrore.

A volte basta avvicinarsi, a guardare da vicino, a guardare negli occhi, dentro le pi meravigliose possibilit
che si nascondono nelle sfumature abissali delliride. Accogliere e farsi accogliere, nella folle tenerezza
delluomo che vive.

proprio vero, come recita linsegna allingresso, che da vicino nessuno normale.