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Ottone Sponza - Carlo D’ Agostino . MISTER BRIDGE i = Magg. Pilota Med. d'Oro al V.M. MASSIMILIANO ERASI ‘ 8 a id B 4 a el i Ba a 12s i G. Di Matco Edi Gabriele Di Marco Editore s.n.c. MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE Motivazione: "“Abile pilota, valoroso combattente, esemplare comandante, dava continue fu- ‘minose prove delle pi clevate vied militar esponendosi sempre oltre il dovere nelle pit audaci e rischiose azioni di siluramento, Dopo l'armistizio si vorava tuto alla rinasita dell’ Arma cui era tenacemente avvinto da solida fedelta e da illimitata passione. In una importante azione di bombardamento su di una mu- nita base cost era germanica, persisteva come sempre nella guida della sua for- ‘mazione, fea le fitte maglie dell reazione avversariaviolenta e precisa. Colpito in pieno, preripicava in fiamme con il proprio equipaggio, dinanzi alle prore dei gregari,infrangendosi conto il sacto suolo conteso delia Pata Gielo dell’ Aaviatico 18-11-1944 - 212-1945 | | | Comandante dei *‘Waimoe’ GGueca di liberaione 143-1945 Prefazione Nei momenti di sosta nel mio quotidiano lavoro, se mi soffermo a passare in rivista i ricordi del passato, con insistente ricorrenza mi balza davamti agli occhi la figura del Maggiore pilota Massimiliano ERASI, uno dei pitt puri, dei pid nobili, dei pit coraggiosi combat- tenti della seconda guerra mondiale, Il libro della Storia d’Italia ha pagine stupende di gloria e di sa- crificio dei militari italiani. Fra coloro che con le loro gesta ardimen- tose consacrarono alla storia il validissimo contributo alla afferma- zione dei valori morali e spirituali nel campo dell’ Aviazione, trova la sua collocazione il Magg. Erasi, medaglia d’oro al Valor Militare, de- ceduto in una azione di bombardamento il 21 febbraio 1945. Bene ha fatto l'amico Sponza a tratteggiare nel suo libro la figu- ra di Erasi, inquadrandola soprattutto nell attivita che egli svolse nel- la specialita aerosiluranti, sorta durante la seconda guerra mondiale. Nelle vicende della specialita, fin dagli inizi egli si rivel® un insupera- bile protagonista per coraggio ed abilité, esponendosi oltre il dovere nelle piit audaci ¢ rischiose azioni di aerosiluramento. ‘Memorabili sono rimaste due sue azioni effettuate dall’ottobre al dicembre 1940, in un periodo in cui la Regia Aeronautica stava anco- ra sperimentando le tattiche d’impiego dell’aerosituramento da cui sarebbero cerivate le direttive ai Reparti. Attuando modalita da ma- nuale, frutto della sua viva intelligenza nel valutare le situazioni e del- la sua partizolare tenacia, il 14 ottobre 1940 danneggiava gravemente un incrocia:ore inglese nel Mediterraneo orientale, e cinquanta giorni dopo, un secondo nella baia di Suda dell’Isola di Creta. Le sue eroiche spericolate azioni fecero giustamente di lui un mi- to, riconosciuto da tutti coloro che ne apprezzavano Ie alte doti di aviatore combattente Ebbi le fortuna di avere alle dipendenze il Magg. Erasi al 1° Nu- cleo Addestramento Acrosiluranti che avevo creato sull’aeroporto di Gorizia e ne potei compiutamente valutare la capacita di validissimo collaboratore anche nelle tante sperimentazioni diurne e notturne fat- te insieme sui velivoli nelle tattiche d’impiego. Nella rarticolare attivita di istruttore riscosse 'ammirazione e la gratitudine degli allievi per le sue doti di animatore, per la non comu- ne capacita professionale e per il prestigio che gli derivava dalle vitto- riose azioni compiute. ‘Tornato successivamente in linea al Comando del 41° Gruppo Acrosiluranti continud Ia sua intensa attivita fino all’armistizio. Do- po I’8 settembre 1943 porto in salvo il Gruppo in Sardegna; assunto poi il Comando del nuovo 132° Gruppo formatosi con i piloti che ayevano po-uto portarsi al sud e con i velivoli bombardieti amerieani “Baltimore”, svolse intensa attivita contro i tedeschi nei Balcani, dando sempre prove di coraggio e di spirito di sacrificio. 11 21 febbraio 1945 alla guida del suo Reparto durante un bom- bardamento a bassa quota su basi nemiche nei pressi di Pola veniva abbattuto dalla contraerea tedesca. Per tanto infausto destino, quan- do siera ormai all’epilogo della guerra, il Magg. Erasi concludeva co- si la sua eroica esistenza tutta dedicata alla vocazione del volo facen- do rifulgere le sue eccelse doti in tante imprese che diedero rinnovato lustro all’ Arma del cielo. I dipendenti, i colleghi, i superiori mantengono tuttora viva nel ‘cuore la memoria delle sue gesta. Sono certo che questo libro ravvi- vandone il ricordo contribuira a trasmettere idealmente la fiaccola del suo valore nelle salde mani degli aviatori di oggi, che illuminati dal fulgore di tanti magnanimi esempi saranno sempre pronti all’occor- renza, ad imitarne le gesta nel nome della Patria immortale. Gen. Carlo UNIA CAPITOLO PRIMO L’abbattimento Nella maitina inoltrata del 21 febbraio 1945, sul Canale d’Ar- sa‘? ¢ nel cielo di Albona, una formazione di Martin “Baltimore” sta puntando uno degli obiettivi pid vitali per industria germanica: bacino carbonifero dell’Arsa d’Istria. Si cratta di una missione di bombardamento che il Comando Al- leato della **Balkan Air Force’” ha assegnato, per precisione di tiro, all’Aeronautica italiana cobelligerante che comunque ha mantenuto Ja sua denominazine di ‘Regia Aeronautica” ed ha assunto come in- segna di riconoscimento la leggendaria “‘coccarda tricolore”’, gia por- tata sugli aerei della 1* Guerra Mondiale E il gruppo di “Mister Bridge”’ con i suoi temerari 12 “‘Baltimo- re”"@); il 132° Gruppo B.T. (Bombardamento Terrestre), forte della 256% e della 281* Squadriglia. Il compito assegnato al capoformazione é quello di colpire i de- positi ele banchine di carico del carbone, nonché le attrezzature delle miniere d’Arsa, dalle quali la Germania ricava il combustibile per ali- mentare la sua fabbrica bellica, senza perd colpire - nei limiti del pos- sibile - la popolazione civile che é italiana. Sono ormai diversi mesi che il 132° gruppo B.T. formante assie- me al 28° Gruppo B.T. (con la 19° e 260" Squadriglia) lo “Stormo Baltimore” italiano, bombarda punti nevralgici della ‘*Webr- macht”, con particolare accanimento verso ponti, nodi ferro serie, posti di controllo e di blocco della penisola sud-balcanica, per tagliare i rifornimenti ed i collegamenti, colpendo anche concentra- menti di truppe e mezzi corazzati, in appoggio alle bande partigiane di Tito. In genere la reazione nemica & ridotta all’intervento di qualche sporadica pattuglia di caccia - nelle zone piu strategiche - ed alla onni- presente “Flak” germanica, pitt 0 meno in forze, costituente quel complesso di batterie contraeree semoventi, che dall'inizio del conflit- to hanno formato il supporto pid valido e temibile dell” Arma tedesca. Le banchine ed i moli di attracco del porto carbonifero dell’ Arsa crano gia stati meta di una precedente azione di bombardamento - giorno prima - da parte del 132° Gruppo, ma solo quattro “‘Baltimo- re”, al comando del Cap. Giulio Cesare Graziani, avevano raggiunto Vobiettivo per accusate noie ai motori in volo - pitt 0 meno giustifica- te - degli altri equipaggi. Scarso ¢ deludente, quindi, il risultato, ma si era constatato che la reazione contraerea era stata quasi nulla per mancanza della “Flak” e che la temuta caccia non era intervenuta. Si era pensato, allora, che per maggiore precisione di tiro era possibile attaccare da una quota pitt bassa dei 3000 metri, dove ora volavano i *“Baltimore” di Massimiliano Erasi Perd, proprio quel primo bombardamento della zona - chiara- mente individuato - aveva consigliato il Comando tedesco della piaz- zaforte di Pola di proteggere ¢ potenziare la zona quindi ora due batterie da ‘*88"” del 281° Gruppo Pesante della “Flak’” erano state sistemate in localita ““Medolino””. La formazione dei 12 ‘“Baltimore” al comando del Maggiore pi- Jota Massimiliano Erasi, Comandante del 132° Gruppo B.T...¢ in vo- lo sull obiettivo e segue a quota pit bassa (circa 1500 metri) un Grup- po “Bomber” Sudafricano, che impiega bimotori “Morauder’” ¢ che si trova sui 3000 metri di quota convenuta. Da terra si scatena violentissima una reazione contraerea che co- stringe il Comandante Erasi ad una forte cabrata per guadagnare quo- ta, ma la vicinanza dell’obiettivo lo costringe — per il puntamento — ad entrare in una bufera di esplosioni che martellano con centinaia di schegge i velivoli, mentre anche i proiettili squarciano gli aerei, semi- nando morte allinterno. Polvere ed acre odore di cordite attanagliano la gola degli equi- paggi e bruciano gli occhi, che lacrimano nella contratta volonta di colpire — immobili per quota e direzione — il bersaglio. Sganciano tutti ad imitazione del Capoformazione ma, improwvisa- mente — attoniti — lo vedono impuntarsi in cielo, colpito in pieno da una cannonata tra la cabina ed il motore sinistro e — in fiamme — sali- reancora come torcia ardente ¢ poi . . . , in un sussulto, come ultimo respiro, picchiare follemente in una cometa di fumo e fiamme sul suo- Jo dell'Istria : Un figlio integerrimo della popolazione “redenta’” si ¢ immolato per la sua Patria: Italia. Con Lui si sacrifica, in morte gloriosa, l'in- tero equipaggio costituito: dal Sottotenente Stelio Di Stefano, naviga- tore e puntatore; dal Sergente Maggiore Felice Siamanini, marconi- sta; e dal Sergente Costantino De Rossi, armiere. : Alrientro dall’azione risulteranno gravemente colpiti altri sei ve- livoli della formazione “Baltimore” che stentatamente, quasi zoppi- cando, riusciranno a rientrare alla Base di Campomarino, alle foci del fiume Biferno nel mare Adriatico, in provincia di Campobasso. Trova cosi invitta morte uno dei pit valorosi dei Reparti di Bombardamento e Acrosiluramento: il Maggiore Pilota Massimi- liano Erasi, al quale viene conferita “‘alla Memoria” la Medaglia @’Oro al Valor Militare, massima ricompensa in guerra al combatten- te italiano, con una motivazione che tra Ialtro afferma: “dopo l’Ar- mistizio dell’8 settembre 1943 si votava tutto alla rinascita dell’ Arma cui era tenacemente avvinto da solida fedelta ¢ da illimitata pas- sione”. Medaglia d’Oro che coronava le tre Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare e Promozioni per Merito di Guerra (in ve- rita forse poche peril suo glorioso passato di combattente), che Mas- imiliano Erasi aveva conseguito gia nella Guerra di Spagna e nel cor- so della 2* Guerra Mondiale quale appartenente come subalterno pri- ‘ma e poi da Comandante di Squadriglie e Gruppi di Bombardamento € Aerosiluramento. Ora i suoi resti e quelli del suo equipaggio giacciono forse sepolti “Innominati’” nella terra del Cimitero di Albona, nello scomparto dedicato ai “palin za slobodu’” (caduti per la Ibert), dove sono rac- colte tutte le salme di combattenti ignoti, non individuabili, di coloro che caddero con fede per la liberta e la democrazia®, Particolare luce assume questa azione bellica del Comandante “Max’” (cosi era chiamato dagli amici Massimiliano Erasi) se si esa- minano brevemente i precedenti di questo pilota nato nel retroterra di queste zone di confine, nel paesino di Bagni di Lusnizza®), sulla statale tra Pontebba e Tarvisio. Era stato stipulato un tacito accordo tra il Comando Alleato ¢ la nuova “Regia Aeronautica”? che mai bombardier’ italiani sarebbe- ro stati impiegati per compiere azioni belliche sul terrritorio naziona- le, senza chiedere ed ottenere preventiva accettazione di volontariato, € tale accordo venne sempre rispettato dalla ‘Balkan Air Force". Ritenendo necessario indebolire ancor di pitt Pindustria bellica tedesca nella estrazione della materia prima, il carbone, senza perd arrecare alcun danno alla popolazione del luogo, il Comando del 254° Wing (unita aerea britannica), prima di impiegare i bombardieri coi propri equipaggi, aveva chiesto allo Stormo Baltimore italiano, ed in particolare al Comandante Erasi, di centrare quegli obiettivi. La precisione di tiro del Comandante Erasi e del suo 132° Grup- po nel colpire nodi ferroviari, obiettivi di superficie ridotta e soprat- tutto pont, era ormai nota ed acquisita, tanto che qualche tempo pri- ma proprioil Comandante del 254° Wing, dopo che il Gruppo di Era- si era riuscito - al primo sgancio - a demolire un ponte di importanza vitale e quindi ben difeso dalla contraerea e che invece i suoi bombar- dieri, dopo ripetuti attacchi, non erano riusciti nemmeno a scalfire, al “break” finale lo aveva salutato con voce ammirata: “‘oh, mister Bridge!” ¢ tale soprannome, che voleva significare il “‘signore del ponte”, gli rimase come giusto riconoscimento ed ornamento per la precisione nel colpire i bersagli. Inoltre, la conformazione collinosa-montagnosa attorno all’obiet- tivo, con pzesotti ¢ case sparse a mare, in pianura e sui dorsi che rac- chiudono il canale d”Arsa, rendeva difficile centrare solo le banchine 10 ed i moli dei porti che si trovavano al centro ¢ sul fondo del lungo e tortuoso canale; solo un’alta precisione di tiro avrebbe potuto salva- re da molti danni gli abitanti della zona. ‘Non vi é dubbio che la massima precisione di tiro in caduta si ot- tiene portandosi sul bersaglio a quota di sgancio minima, per quanto permetta il tipo di bombe impiegate, e che la rosa delle esplosioni nel- bombardamento simultaneo in formazione il pitt stretta possibile si concentra cosi su limitata superficie con massimo risultato, ma vi & anche matematica certezza che a bassa quota la contraerea é micidiale ed in particolar modo contro un gruppo di aerei che volano ala contro ala, come i “Baltimore” di Erasi. Ecco perché il 132° Gruppo il 20 febbraio — assente il Coman- dante Erasi perché impegnato altrove — con equipaggi quasi coartati per tema di colpire abitazioni italiane ebbe solo quattro velivoli sul- Pobiettivo . . . e quindi non consegui risultati degni di particolare ri- lievo. Solo il giorno seguente — il 21 febbraio — dopo uno stringato discorso da parte del Comandante Erasi rientrato al comando, sul do- vere del soldato e la promessa che li avrebbe portati a colpire solo ber- sagli militari, il 132° Gruppo “Baltimore” si port completo dei suoi dodici aerei all’attacco da 1500 metri di quota, ben conscio che, cosi facendo, avrebbe avuto la certezza di colpire solo bersagli militari ¢ non civili; duro fu lo scotto e si immold . . . Centrd Pobiettivo, dimostrando a tutti i combattenti quale era lo spirito di olocausto del Pilota italiano ¢ dei “Baltimore” di “Mister Bridge”, pronti a sacrificarsi sull’altare della Patria: la nostra ITALIA! NOTE AL CAPITOLO PRIMO 1) Canale d’Arsa — similead un fordo nordico, tortuoso, ungo 15 cilometie largo in media 1 km, incasato ale spande roscose alte ebrulle,praticable anehe da navi di grande tonneliag- ao, penetra a suseent nll penisoa ed lo sboeto naturale dl bacno earborico del Istria Ii canale termina con i batsifond di Val Peoco: un canal arifiialerstretussimo attraversa la suddeta valle in dreione nord emett in somnicazione i Canal d"Arsa poplamente det 1 con it ago Valle Carpano nel cuore del bacino carbonifero. Sulla sponda orientale de ultimo tattodel Canale d’ Ars si rovano il porticiolo di Traghetio {Ars (circa 300 abitant) ed il centro principale del Canale di Vakivagna dove sono sitet 4 impianti maggioe peri carico automa ‘K nordest della Val Beocio, quasi al pedi del crnale dela sponda orientale, a 320 met sul ‘mare, si rova Albong con isuoi 11600 abitan, importante peri suoigiacimenti di bauxite, mana e carbon fore. 2) Marin “Baltimore” M. 187, ultimo velivolo da bombardamento in dotazion al’ Aero nautica Miltare talana,assegnatoc dagi Aleati nel novembre del 1944: bombardiere leegero ‘di costrurione USA (la desinazione USAF lo indica quale A. 30) ma impiegato dalla RAF ine ilse; bimotore, monoderiva, ad ala basa, costruzione metallica; quattro uomiai d'equipagsio; ‘motor adil ezionani lice trpale metalic, con una velcit masima di 485 km/h ea tonomia di 1500 km; capita dicrico 1,000 kg: armato con mitragatric. Apertura alae m 1,59" anghezsa m,14,80 peso totale kg 10883, 53) ILGen. D.A., Tullio De Prato di Dignano d'stia (erra dei “umber” fei pacsani - com chiamatidalVimperatore Ausra nl vedere constatarne la gagliarda prestanza)pochi ‘mesi prima della sua prematura mort, aveva accompagnato la N.D. Valentin, Vedova di Era: si, al Cimitero i Altona dove trate Parroco ed anzini pacsan locale rusia re ture Parione di bombardamento del 21 febbrao 1935 ¢ ad avere conferma ce Forse fe innominati" I sepolti- anche se non rsuavano nel Registro delle inumarion- verano anche i componenti dell equipaggio Eras | rest delequinaggio di un aeceo americano, abbattuto ella stessa zona pio meno nell tes $0 petiodo,erao sta invece immediatamenierecuperal al termine dl conf dal Aetonsu ica deal Sati Unit eapo- partisiano locale si meravigiava, inolte, del tard intervento del Gea. De Prato, pro- metiendo di esere disponibile per qualsias! noranza o ricerca si voleste fate 111° Cap. Pil, Otlone Sponza de Rovign, presente alla mesa cerimonia dela preghlra e poss diana eroce fats con rami dalla e lvoe ck due lumini votivi acces sulla prende last ‘i marmo del'Atare, compose nel dolore sulla presunta tombe delequipaggio Erasi, questa ‘ode: "Ho rubato /al Cimitero di Albona / un pugio di terra / per PAlare della Patria, // alla Tua tombs / dalle Tombe del Tuo equipagsio / nel campo dei Cad per la Libert = pall tna za slobodu// Amaro olocausto Pesser stati abbattu!/ esepolti su italic terra / che la ""Libert” or fa /a nol sania... //"Una eroce / allo ¢ dive / con de mini acest 7 sono stat il sostro dolorosa ricardo.” 1 professor Bepl Nider, a seguito dll publicazione del 1° captolo di “Mister Bridge” sul ‘mensile def AVazionelialiana “AERONAUTICA”, quale testimone in loco dell'abbatimento {per sussegueniierche, dubita di questa sepoltrae suppone che i resi potrebbero essere an ‘he sta trasurat in Kalla — a Barl-~ rat vents cadaver resituid da Tito. Ino, dal sto aeconto,dallo schizo planimetrico dalla quasintgrta dele strutture del “Baltimore” st to del fume Arsa,possamo suppore che Frasi bench, senza alcun dubbio gravemente fer (6, in un titanico sforzo sia iuscito a compere un sorprendenteattrragso di fortuna, sna farell.. «0, data la direttrice di volo ele poche desine di met di distanza dalle banchine Gi carico del carbone, abbiatenato, in un supremo olgcausto, di colpee ancora! 4) Bagn di Lusnizaa pacsoto termale i circa 200 abitanti, a crea $ km dal capoluogo co- smunale di Malborghetto, Provincia di Udine. ADRIATICO-COSTA ORIENTALE QUARNARO Scala di 1:80.00 CAPITOLO SECONDO Testimonianze da terra sull’abbattimento. “L’Arena di Pola” L’esimio letterato e poeta professor Giuseppe Nider, ““Bepi”” per gli amici, nativo di Rovigno d’Istria ed ora profugo a Roma, narrd in cinque pentate, sul settimanale “*L’ Arena di Pola” in esilio a Gori- zia, la sua testimonianza oculare sull’abbattimento del velivolo ¢ la sua pietosa partecipazione assieme ad alcuni paesani che, con rischio personale, provvidero al recupero delle salme dell’equipaggio Erasi ed alla loro cristiana sepoltura nel lontano febbraio-marzo 1945. II signor Sergio Cionci, sempre su “L’ Arena di Pola” del 13 feb- braio 1982, precisd successivamente all’amico Bepi Nider quale fu Pattivita bellica dello ‘Stormo Baltimore” e quali le batterie, da chi addestrate ¢ quali le reti di avvistamento, strumenti di rilevamento e punterie che contribuirono a colpire ben duramente tutto il 132° Gruppo “Baltimore’’, abbattendo in fiamme il Capoformazione. Racconta Bepi Nider, in forma un po’ romanzata, ma precisa an- che nei minimi particolari “La giornata si annunciava splendida in quel 21 febbraio 1945. Abitavo nell’edificio scolastico di Arsia. La casa non faceva parte del complesso di Arsia: era al di la della strada maestra, quasi incastrata tra due colline rocciose e cespugliose, formanti un canalone che si perdeva, stretto e scosceso, verso il villaggio di San Bortolo. Poco pri- ma delle 13, dunque, di quel tale giorno arrivai a casa per mangiare con buon appetito cid che avrebbe passato il convento. Stavamo per metterci a tavola quando P’urlo lacerante delle sirene d’allarme ci fece correre tutti alle finestre: suoceri, una mia futura cognatina, mia mo- alie ¢ il mio bambino di quattro anni, che allontanai immediamente. “Ma no i podaria vignir de note”, brontolava mio suocero. Erano i soliti, con il oro cerchio tricolore e la loro lentezza. La contraerea era gid in azione, Un fuoco d’inferno ! E noi a seguire con il cuore in gola Ie acrobatiche evoluzioni degli aerei che parevano dei poveri ucce terrorizzati, incapaci di-uscire dal cerchio di fuoco di cacciatori im- pazziti. Vecemmo un apparecchio allontanarsi verso il Quarnaro | sciandosi dietro una scia di fumo e poi ancora un altro ed un altro ancora . . . improvisamente una fiammata sul muso del grande uc~ cello pitt basso. Vidi volare nell’aria dei pezzi di qualcosa, non gran- di. Sentii mia cognata mormorare “anca lori ga una mama’. La ‘guardai: si faceva la croce. Gli altri intorno a me erano pallidissimi 4 € dovevo esserlo anch’io. L’aereo non piombé dal cielo come un fal- co. Ebbi la sensazione che la, tra quelle lingue di fuoco, qualcuno ten- tasse disperatamente di controllarlo, di tenerlo dritto. Piegd sull’ala sinistra poi sbandd a destra e scomparve dietro il dosso della collina. Attesi, non percepii né schianti né scoppi. Il perché l’avrei saputo pit tardi. Mentre la contraerea continuava a sparare rabbiosamente, uscii di corsa da casa; attraversai la via maestra; presi per la piazza; entrai nel municipio per uscirne dalla parte posteriore e piombai nella far- macia del dott. Francesco Pilla, triestino, 'uomo pit astuto che abbia conosciuto in vita mia. Basso, grasso, pappagorgia flaccida; pochi ca- pelli candidi intorno al cranio; occhi sporgenti, abituati a scrutare a Tungo il volto delle persone senza manifestare alcun sentimento; boc- ca completamente sdentata salvo che per due canini, eippi della ri membranza, tra i quali, a volte lento a volte a velocita incredibile, a seconda dell’ umore dell’'uomo, si spostava un bocchino da pochi sol- di, di quelli di sughero, nel quale era eternamente infilata una mezza sigaretta. Era sulla settantina e forse pit. Trattava con estrema natu- ralezza sette lingue tra cui il croato, il tedesco, il turco. Nemico giura- to di ogni forma di dittatura, “‘sognava”’ la liberta ed aiutava con ogni mezzo tutti coloro che “‘credeva”” combattessero per questo so- gno. Quante congiure in quel retrobottega e quante chiacchiere quante speranze! II Pilla, se ben ricordo, era giunto ad Arsia nell’ot- tobre del ’43 per sostituire nella conduzione della farmacia il titolare dott. Vasari che, profondamente scosso per gli orrori accaduti in Istria dall’otto settembre in poi, era partito per Trieste. I farmacista Pilla, con diabolica abilita aveva saputo in breve la- vorarsi le autorita civili e militari di Arsia, primo fra tutti il salisbur- ghese dr. Roland Buchs, commissario per le miniere, seguito dall’ing. Santo - Passo della Todt (il nome non tragga in inganno: tedesco fino al midollo per lingua e per metodo), tanto che, a fine agosto del "44, era stato nominato Biirgermeister, sindaco ! Se i tedeschi avessero scoperto quello che combinava alle loro spalle, e servendosi abilmente di loro, lo avrebbero fatto a pezzi sulla publica piazza. Piombai, dungue, in farmacia. Il bocehino di Pilla volava tra i canini con velo- cit mai vista, mentre dalla bocca insalivata si sgranava un irrepetibile rosario di parolacce in tutte le lingue dell’universo, alternate da com- ment . — Salve, Francesco. — Ah, salve si ! Ma come se manda quei poveri ragazi a morir in quele cariole . . . — A mi ti me dighi? —.. . . perché quei no xe reoplani, xe le cariole dei nostri scova- Zini ! Reoplani de scarto e piloti italiani de lusso ! Ti capissi? Francesco, ti eredi che. — Cossa devo creder in sto momento? No so gnente, come ti. No Jo go gnanca visto cascar! | — Mi si, purtropo, e per questo son corso subito qua. Ti credi cche se podarad gaver presto qualche notizia de quel. — Da Zuccon? Quel xe un ragazo svelto e spero proprio. . . Pe- 19, se acroplano xe anda in fumo. . . ben, vedaremo. Adesso ande- mo a magnar un bocon che xe quasi le tre. Cariole! E sti cruchi co la contraerea, che ghe vegnissi un colpo. . . Passa de qua stasera. Un po” prima delle 19, accompagnato da moglie e bambino, arri vo in farmacia. Non c’era che lui intento a polverizzare in un mort i marmo delle pasticche di sulfamidici per ricavarne, con ’aggiunta di vasellina, unguento. Bisognava arrangiarsi ¢ Pilla sapeva farlo. — Alora, Francesco? — Qualeossa xe. Signora, lei la resti de qua con Raimondo che noi andemo de la. Se vien qualchedun. — La stia tranquillo. Le cose erano andate cosi: l’aereo con la carlinga in fiamme era caduto sulla sponda destra del fume. Fusoliera ed ali sollevate ma non molto, muso nell’acqua e le fiamme si erano spente. Poco prima dell"impatto, un componente dell’equipaggio si era lanciato nel vuoto sperando di cadere nel fiume. Purtroppo il poveretto era piombato sulla sponda sinistra ad un metro da quell’acqua che, forse, 'avrebbe salvato. I tedeschi erano immediatamente accorsi e, mentre una squa- dra si era diretta verso apparecchio estraendone due corpi caboniz- zati e recaperando del materiale, tra cui il carburante rimasto nel ser- batoio, zlcuni si erano portati presso il cadavere dello sfortunato aviatore, Pavevano perquisito, gli avevano tolto documenti, piastri- no, giubbotto € scarpe ¢ lo avevano seppellito sul posto, come ali al tri, Il nostro informatore era riuscito a leggere alcuni appunti tracciati dal morto su un notes. Ricordava un nome: Paladino o Paladini Gio- vanni; ed un indirizzo: via del Babbuino 24, Roma; su un’altra pagi- na, una breve nota: domani vado in licenza . . . Era tutto, — Cos’ te par, Bepi? —Mah . . . de concreto gavemo: un nome ¢ un indirizzo seritti non su lz copertina, ma su la pagina de un notes. Questo vol dir che el nome no xe de quel povero diavolo che se ga buta dal’aparechio, ma de qualche amico, de qualche parente, de qualche colega; in pit savemo che a bordo i iera in tre. — Za; ma no dimentichemose de I'aeroplan, brusi solo davan- ti... poderghe dar un’ociada dentro . . . forse i gnochi ga dimen- tica qualoossa e po” el morto, quel che i ga spoia, se se podessi veder- gh el viso, osservarlo ben . — Ma, Francesco, ti sa cossa che ti disi? . — So quel che digo e me rendo anche conto de le dificolta, ma quei xe italiani come noi e . . . Bepi, no basta darghe un’ociada a quel: bisogna dissoterar tuti tre, meterli in cassa e sepelirli come cri- stiani. Ti capissi? 15 16 Pilla mi fissava con quei suoi occhi tondi nei quali non leggevo se non Vattesa d’una risposta. Per un momento pensai ad un povero rospo, che non fa male a nessuno, ma che suscita repulsione, ribrez- zo, che la gente scansa, quando non lo tormenta o non uccide. Pove- ro Francesco! Se avesse immaginato quello che pensavo mi avrebbe searaventato addosso il mortaio che aveva ripreso in mano e il pestel- lo, in movimento a maciullare pasticche di sulfamidici. Il pestello era la guerra e le pasticche milioni milioni milioni di uomini maciullati nel crogiolo della follia. Chi pensava alla loro sepoltura, al loro ricono- scimento? I pid, eroi senza piastrino, eroi senza medaglia, come dice- va una vecchia canzone dedicata al Milite Ignoto, Certo, quei tre po- verini la, vicino al fiume che, gonfiandosi un po’ . . . — Ti me capissi, alora? — Si, Francesco. Se i tedeschi da el permesso la roba non presen- ta nessuna dificolta. — E se no i lo da, li cavaremo de sconto! — Dracordo. — Alora, mentre mi come Biirgermeister vado a sintir che aria che tira, ti provedi al resto. — Mi provederd al resto con V’idea che i gnochi il permesso no ine lo dia Ci rimuginai durante la notte ¢ decisi di parlarne a Danieli. Lo trovai, la mattina, nel magazzino del municipio. Senza fronzoli gli raccontai ogni cosa come se parlassi con mio padre. Mi guardava dal basso in alto sbattendo continuamente le palpebre. — Occorrono subito tre bare ¢ tre croci, su una delle quali deve essere in qualche modo inciso il nome di “Paladino Giovanni” in ma- niera che, un domani, si possa sapere che la c’e quel poveretto che é lanciato dall’aereo; qualche badile . . . il tutto da tener pronto in magazzino in attesa di vedere come si metteranno le cose con i tede- schi. . . Ah, un carro. Al momento opportuno cercheremo di farlo arrivare fin dove comincia il boschetto; Ii ci sono canne alte e cespu- gi... — Ho eapito. — Crede di poter prowvedere alle tante cose che le sto chiedendo? pud fare. — Bene. Per qualsiasi cosa lei sa dove trovarmi. Ora andiamo da Paolo a farci un bicchierino, Sotto il banco qualcosa di buono per gli amici lo trova sempre. Ci sto. Pilla era intrattabile e spesso introvabile. Non di rado nella far- , lasciata aperta, la gente lo aspettava pazientemente. Forse sa- eva e capiva. Il vecchio leone non riusciva a spuntarla, ma non mol- lava. A fare le spese dei suoi sfoghi, delle sue recriminavioni era io che, prima di ritirarmi a casa entro le 20, passavo da lui per le ultime novita. Mi ero dato da fare per pescare altre notizic sull’aereo abbat- tuto ed ero venuto a sapere d’una donna, che da mesi si aggirava per Je campagne con la mente smarrita in cerca di un figlio che non avreb- be trovato mai pil, la quale aveva assistito alla tragedia; aveva visto Vaviatore lanciarsi nel vuoto ed era corsa la, dov’era caduto, € non potendo prestargli alcun aiuto, gli aveva coperto il volto con un faz- zoletto. I giomi correvano. Danieli ed Antonini avevano preparato tutto Le bare erano lucide ¢ lucide le croci. Una portava una targa d’ottone con un nome “Paladino Giovanni’”. Tutto si trovava gia nel magazzi- no municipale. Parlando con Danieli gli dissi che sarebbe stato bene vere con noi un altro uomo. Ci pensd su e mi fece il nome del sordo- muto Vattovaz. Lo conoscevo ¢ fui d’accordo. ‘Attesa snervante. “Pilla, novita?” — “‘Niente!”” Quanti pensieri per la testa! Finalmente, il 2 marzo, Pilla mi mando a chiamare a mezza mattina. — Ghe la gavemo fata! — Ti ghe la ga fata, — No, ghe la gavemo fata 0. . . quasi — *Quasi’” perché? — El capitano Kraus me ga dito testualmente: “Noi non voglia- ‘mo sapere niente e niente deve sapere la popolazione, perché non vo- , lagrime o altro, in caso contrario noi lo sapremo — “Noi non vogtiamo sapere niente”, ti sa cossa che vol dir? — Se so! Che xe stade costruide le bare la gente lo sa de sicuro; ma quel che nissun sa e no savara xe “el quando””. Certo, se mentre ve missiaré intorno al reoplan dovessi vignir da Pola qualche colona de gnochi ¢ i ve vedessi . . . quei no pensa miga due volte. — E quei de la contraerea dove ti li meti’ — Ghe go fato sta domanda a Kraus. El ga sta un momento a pensar e po’, guardandome de sbiego, el me ga dito che gnanche la contraerea no volara saver gnente. — A sto punto, visto che nissun vol saver gnente, sa cossa te di- g0? Bisogna ciapar el toro per i corni e ala svelta: andaremo doman dopopranzo. Xe za passadi 10 giorni e no se pol spetar de pi. La ro- ‘ba, come che ti sa, la xe pronta e no xe che de portarla al boschetto, col scuro, naturalmente. Per le fosse . . . — Penso mi. A che ora ti credi che podara esser de ritorno? — Visto quel che te ga dito Kraus, dovaremo tornar co le ombre de la sera, se Dio ne iuta. — A proposito de Dio, bisogna parlar col prete. Pensighe ti. — E perché no ti ghe pensi ti? — Beh . . . tisa, no? Ti, la domenica, ti va a messae mi... in- soma, te prego de pensarghe 18 Cercai Danieli ¢ lo trovai al bar di Paolo, nell’albergo impiegati. Viandava con una certa frequenza, come del resto vi andavamo tutti, perché misteriosamente (ma non tanto) il bar era discretamente forni- to: bibite confezionate con non so quali bustine colorate; vermut che la gente diceva scherzosamente ricavato da carrube; grappa e liquori fatti con la stessa; miscele incredibili che sostituivano il caffé; vino di ‘Sansego allungato con acqua di mare, salatino ed amarognolo, fatto per stomachi di ferro. Ad un mio cenno il Danieli usci. Lo informai ogni cosa e gli detti le ultime istruzioni. Fu lui a suggerirmi di porta- re qualche maschera antigas. — Mi raccomando, Danieli, non una parola; nessuno deve sa- pere. — Tomba. — Lo dica anche agli altri. — Tombe. La porta della chiesa era aperta. Faceva freddo. Non c’era nessu- no. Un momento di raccoglimento. Un paso. Alzai gli occhi: il par- roco. Mi guardd ed io gli feci cenno di fermarsi. Mi avvicinai. Tra me € quell’ottimo sacerdote non correva buon sangue per certa faccenda personale . . . “‘errare humanum est” e anche i sacerdoti sono uomi- ni. Ricordo che incominciai a parlare cosi: “Reverendo, in sto mo- mento qua dentro, in sta casa de tuti, semo solo in tre: lei, mi e Cristo che ne guarda ¢ ne senti. Questo vol dir che tuto devi restar tra noi . . .”" Parlammo per un quarto d’ora o poco pitt, in piedi, sotto- voce. Ad un certo momento il parroco mosse alcuni passi a testa chi- na, pensoso. Io rimasi immobile, in attesa. Tornd da me: — Va ben. Cossa devo far? — Domani, al’imbrunir, vignara a ciorlo qualchedun. La se te- gni pronto. Niente nonsolo. No passaré fra le case ma, a passo calmo come per far na caminada, vignaré zo per la provinciale. Gnente al- tro. Non ci stringemmo la mano ed ora mi dispiace. Le cose che ci sono accadute assumono, col passar degli anni, altre dimensioni ¢ i “*perché” si chiariscono e scopri in un certo atto la buona fede. Passai una notte agitata. La mattina presto, una bellissima mattina fredda ed assolata, andai da Pilla. Mi dette una bottiglia di cognac di sua fabbricazione, ovatta, garza, dell’alcool denaturato e del lisoformio che misi in una borsa con tre maschere antigas. Alle 15, mi incontravo con Danielie gli altri. Le bare, coperte da un telone, erano gia sul car- ro, un carro grande con le ruote gommate, tirato da un mulo. Disposi che il carro ci precedesse fermandosi oltre una curva do- ve noi l'avremmo raggiunto alla spicciolata. Tutto andd per il meglio. Saltammo sul carro e dopo qualche chi- lometro raggiungemmo il fiume. C’era un cartello vicina al ponte di legno che dai primi d’ottobre 1943 aveva sostituito quello in muratura fatto saltare dai minatori per ostacolare una colonna corazzata tede- sea proveriente da Pola, un cartello con la scritta: “Achtung Bandi- ten’, Non un cane per la strada: paura degli uni e degli altri. Vi tran- Wa con una certa regolarita 'automezzo blindato della milizia re- pubblicana che trasportava, da e per Pola, posta, pacchi, stipendi, ri singoli viaggiatori. Ogni tanto un attacco di partigiani; qualche clista del contado che in una tasca aveva la “‘propusnica” e nell’altra il “Passierschein”; di tanto in tanto colonne di tedeschi; autocarri ca- richi di sacchi di farina con bandierine bianche sul cofano e bandieri- ne bianche sventolavano anche sulla scura machina del meraviglioso vescovo di Parenzo ¢ Pola, mons. Raffaele Radossi Da quel punto l’aereo lo si vedeva benissimo. Lo rageiungemmo camminando sull’argine mentre il carro procedeva per il prato. Il sole stava sopra Castelnuovo e Carnizza. Tra non molto avrebbe scavalca- to la collira ¢ saremmo stati all’ombra, Due tumuli bassi. Dovevano averli sepolti sotto poca terra. Danieli, toccandosi pitt volte il naso con l’indice, me li accennd. Non vi avevo fatto caso. Sentore di mor- te, Girammo attorno all’aereo osservandolo con attenzione. Sembra- va fosse scivolato dall’argine, dove pogeiavano i timoni. Le ali tocca- vano quasi la sponda del fiume. La parte anteriore, mucchio di ferra- glia annerita, era immersa nel fango ¢ nell’acqua. E di nuovo pensai che il pilota doveva aver tentato, avvolto di fiamme e fumo, un dispe- rato atterraggio di fortuna nel vasto pianoro a sinistra 0 a destra del fiume. Chi sara stato? Chi erano quei poveretti? Quali saranno stati i loro pensieri? Nel velivolo non c’era pit. niente. Robaccia. Staccai un pezzo ¢’alluminio per ricordo. Non arrivd mai in Italia, C’era un grande silenzio attorno a noi, appena rotto dai lontani meceanici ru- mori del porto di caricamento. Il carrettiere, di cui non ricordo né sionomia né nome, ci volgeva le spalle e guardava la strada che scen- deva a ripide spirali dalla collina. Sembrava uno spaventapasseri. Sul- la sponda sinistra, ad una quindicina di metri da noi, il terzo tumulo. — Che si fa? — mi chiese Antonini — La vede quella barca? — Chi Pha portata? — Non si preoccupi. Carichiamo una delle casse; traghettiamo il fiume; disseppelliamo quel poverino; torniamo qua e provvediamo a questi due. — E perché — intervenne Danieli — non pensiamo prima a que- sti, li mettiamo sul carro, lo mandiamo avanti che riattraversi il ponte ci raggiunga . . . — Danieli, anzitutto non possiamo perdere tempo con inutili gi- ti, perché questo carro che va di qua e di la. . . Lei, prima, mi ha fatto cenro allodore ... Questi qui sappiamo come sono stati estratti e ci dobbiamo aspettare una visione . . . lei mi capisce. Quello di 1A non sara come questi e ci servira per... 20 — . . . per abituarci, ho capito; perd un po’ tutti n di morti ne abbiamo visti e in miniera e in guerra e impiccati e infoi- ati, non siamo alle prime armi — Andiamo, andiamo Danieli. La corrente era appena percettibile, anche se I’acqua era molta. 1 fiume ormai stava per andarsi a confondere con il mare non lonta- no. Tirammo la barca in secco di quel tanto che bastava. Presi dalla borsa la bottiglia di cognac, bevemmo un sorso € si comincid con pru- denza, con delicatezza. Nessun odore. La stagione invernale ¢ la terra fredda. Eccolo. Un fazzoletto sul volto con macchie scure di sangue rappreso; mani incrociate, mani giovani, su una camicia di flanella azzurrina dal colletto aperto. Pantaloni di panno. Non me la sentii di strappargli il fazzoletto dal viso. Era rigido. Non aveva scarpe € le calze che indossava erano di lana grezza, a punti bianchi e neri, calze fatte a mano perché i piedi stessero caldi. Calze fatte da chi? Da una vecchia nonna, che sferruzzando recitava il rosario per il nipote in guerra? Dalla madre che, nel momento in cui il suo ragazzo piombava a terra, sara impallidita per un’improwvisa fitta al cuore? Succede, succede, ma noi siamo troppo piccole cose per capire . . . Svelti, ra- gazzi, svelti . .. Antonini e Danieli avvitavano il coperchio mentre Vattovaz ed io raccoglievamo gli attrezzi. Quando caricammo la cas- sae spingemmo la barca in acqua, maned poco che finissimo tutti nel fiume, Raggiungemmo l’aereo e il feretro fu subito sistemato sul car- ro. Un altro sorso di cognac ¢ le maschere ai miei compagni. Mi pre- parai un pezzo di ovatta avvolto in garza che inumidii di lisoformio. E sicomincid dal tumuto pit distante dall’aereo. Rimossa poca terra, apparve qualcosa di rosso che il Vattovaz sollevd delicatamente con la punta della vanga, allungandola verso di me: una pantofolina da donna, da camera, con un “‘pompon””, una nappa di seta. Ci guar- dammo stupiti ed increduli. Altra poca terra: una gamba destra, tron- cata a mezza coscia. Si era salvata dall’incendio. L’osservai attenta- mente: piede piccolo, caviglia sottile, ben tornita e non lombra di pe- luria. Possibile che a bordo ci sia stata una donna? E poi. . . non una, ma due povere creature assieme ! F allora gli aviatori erano quattro e non tre, come ci aveva riferito il nostro informatore. E in- sieme le deponemmo nella cassa. Disseppellimmo ultimo ¢ vuotam- mo la bottiglia. Ma quella pantofola? Quella gamba? Mistero — “Lo giorno se n’andava e l’aere bruno / toglieva gli animai ‘che sono in terra / da le fatiche loro. . . ”” — e noi raggitmgemmo il limite del boschetto. Nessun incontro per strada. Nessuna luce né vicina né lontana: oscuramento. I carro non poteva inoltrarsi. Le ba- re furono portate a braccia presso le fosse fatte preparare da Pilla che ci aspettava con due operai. C’era il parroco con mio suocero e mia moglie. [a sera stava cedendo il passo alla notte. Tutto velocemente ¢ in silenzio, “Requiem aeternam dona eis, Domine . . . ”. Il sacer- dote ¢ gli uorini si allontanarono alla spicciolata. Pilla, che abitava al di la della via maestra, un po’ fuori paese, si accompagno per un breve tratto con me ¢ i miei. Al momento di salutarci mi disse: — Prontime due relazioni, pitt presto che ti pol. Una la meterd fra i ati del Comun ¢ una la fard rivar in Italia, — Domani matina. Francesco, ti sa cossa che xe ogi? — No, cosa? — El quinto aniversario del mio matrimonio. Me sono sposa el 3 marzo del "40. — No ti podevi festegiarlo meo. Auguri. Scrive Sergio Cionci: “Nel tardo mattino del 21 febbraio 1945, in condizioni metearologiche ideali, il 132° Gruppo decollava dall"ae- roporto di Biferno, nei pressi di Termoli, diretto verso la costa orien- tale istriana. Una quarantina di minuti dopo, a poco meno di 100 chi Jometri da Capo Promontore, la rete di rilevamento aereo tedesca in- dividuava, pet mezzo della ““Funkmess”” (stazione radar) di Medol no, dotata di radiolocalizzatori “Freya” per ’avvistamento a lungo raggio, la formazione in awvicinamento, diretta verso nord. Secondo la strutturazione ¢ le procedure stabilite dalla Hauptblickrichtung (ca- tena di avvistamento), i dati del rilevamento venivano tempestiva- mente trasmessi a “Brunelle”, nome convenzionale del Flu. Ko., 05- sia del Comando Aereo di Awistamento a Bolzano, dove esisteva un quadro aggiomato, momento per momento, della situazione dello spazio aereo italiano, ricavato dagli avvistamenti ottici e dalle segna- lazioni delle stazioni radar periferiche, il quale diramava gli ordini di servizio operativi per lo svolgimento delle azioni di fuoco a tutte le postazioni antiaeree dislocate sulla penisola istriana, sulle isole del Carnaro e a Fiume. Frattanto i Baltimore, da soli, in quanto era nor- ma d’inviare i bombardieri medi senza scorta, anche perché dal set- tembre 1944 la Luftwaffe era praticamente scomparsa dal teatro ope- rativo italiano e le missioni d’interdizione aerea ricadevano esclusiva- mente sulle modestissime, ma decise pattuglie dell’ Aeronautica Na- zionale Repubblicana, erano giunti all’altezza dell Istria. ‘Seguendo una rota equidistante tra la costa orientale ¢ isola Cherso, dopo aver sorvolato a circa 3000 metri di quota lo scoglio della Galiola, per evitare il tiro delle armi leggere delle postazioni di Porto Cuie ¢ di Monte Madonna, viravano sulla sinistra, verso Punta Nera, diretti sull’obiettivo, costituito, ancora una volta, dal bacino carbonifero dell’Arsa e, in particolare, dal molo utilizzato per il cari- co del materiale. Mentre con i portelloni ventrali gia aperti per lo sgancio, si awvicinavano al bersaglio, i cannoni da 88 mm della “Flak”, ai quali erano asserviti gli apparati “Wurzburg” per la direzione del tiro contraeres, aprivano sulla direttrice di attacco, un preciso, mici diale fuoco di sbarramento, La violenta ed efficace reazione tedesca, 21 dovuta all’anticipata conoscenza della rotta e della quota e quindi al- Passoluta mancanza di qualsiasi sopresa tattica, da parte degli incur- sori, era anche determinata dall’alto grado di preparazione tecnica del personale preposto alla difesa, addestrato presso la Flakartillerie- schule di Berlino- Heiligensee o la Flaklehrschule di Bassano del Grappa e presso la scuola di specializzazione per Funkmess Wurzburg, di Grado. Nel giro di pochi istanti, mentre le prime bombe venivano sganciate contro Pobiettivo, il gruppo dei Baltimore veniva investito dagli scoppi di numerose granate. Quattro velivoli, colpiti gravemen- te, sistaccavano, uno dopo Paltro, dalla formazione e, riguadagnato il mare aperto, riprendevano la via del ritorno, dopo essersi liberati dalle bombe a qualche decina di chilometri da Porto Bado. I rimanen- ti aerei, molti dei quali colpiti leggermente, prasegnivano Pazione guidati dal capo formazione finché anche questi, colpito in pieno, precipitava in fiamme. Era Papparecchio del maggiore pilota Mass miiliano Erasi, friulano, comandante del 132° Gruppo, lo stesso uffi ciale che, prima dell’8 settembre, alla testa del 41° Gruppo Acrosilu- ranti, aveva affondato incrociatore pesante inglese “Liverpool”. zone, di civro0a_ ice’ delle “qubewn bo \ [pase easreeriaieneinenncintenainiantnneecimmmniieeninninan CAPITOLO TERZO La famiglia Errath Massimiliano, ‘Max’? per i coetanei, gli amici e pure fra i Suoi cari, primogenito di una agiata famiglia di origine austriaca, eli Er- rath (cognome che italianizzera poi in Erasi), nacque il 12 luglio 1908, a Bagni d: Lusnizza, nella Valcanale, a 5 km. da Malborghetto, capo- Iuogo comunale, in provincia di Udine, sulla statale Pontebba- Tarvisio. Bagni di Lusnizza era allora un piccolo paese turistico-termale per le sue acque solforose che contava circa 150/300 abitanti, ricco di alberghi e pensioni termali disseminati in un piccolo pianoro bo- scoso, tagliato dal fiume Fella; a 632 m. sul livello del mare, tra i monti Scinauz (1999 m.), Schenone (1950 m.) ed i due Pizzi delle Alpi Carniche; ora é a pochi chilometri, in linea d’aria, dai confini del- Gli Errath erano proprietari dell’ Albergo “‘Cavallino”, uno piit capienti det paese e costitui mn i quattro figli (tre maschi una femmina), uno dei ceppi far numerosi ¢ vecchi della valle. Dato che il paese a quel tempo era sotto il dominio dell’impero austro- ungarico e la lingua ufficiale era Paustriaco, anche nella fami- glia Errath si parlava tedesco; ma, sia per la professione alberghiera che per i contatti con i paesani di parte italiana, gli Errath avevano molta faniliarita con la lingua italiana. Nel 1914 scoppia la “Grande Guerra’’, che costringe molti at tanti della zona, divenuta terra di nessuno, ad abbandonare i paesi della valle: cosi anche gli Errath divengono profughi e si spostano in Austria, Dopo quattro lunghi anni, la sconfitta ¢ lo smembramento del vasto impero austro- ungarico - I'Italia vittoriosa pud liberare le terre irredente di Trento, Trieste, I'Istria e la Dalmazia, portando i suoi confini sui crinali naturali delle Alpi Carniche - fanno rientrare ali Brrath al paese natio dove riprendono serenamente attivita alber- shiera, Max logicamente continua gli studi nelle scuole tedesche conse- guendo a Klagenfurt il diploma di scuola media superiore quale perito industriale: per® i contatti giornalieri con gli ospiti dell’albergo pate no e le amicizie contratte gia nella prima infanzia coi ragazzi di origi- ne italiana, Io reudouy sicury padrone anche della uustra lingua, preziosita nella sua parlata dalla rotolante ‘“erre” tedesca. Le valli ¢ 23 24 le montagne che lo videro crescere ¢ che egli ammira gia nella adole- scenza, lo spingono naturalmente ad elevarsi in quel cielo racchiuso da alte cime, per godere ed immergersi in spazi pitt aperti e sconfinati, come le aquile, delle quali segue con ammirazione il maestoso volo. ‘Appena pud, Massimiliano sale sulle vette pitt alte, avido di spa- zio e di infinito, e scia d’inverno sulle loro pendici, inebriandosi di ve- locita e di audacia. Legge ed ascolta avido le imprese aviatorie che stanno sviluppan- dosi in tutto il mondo: sono gli anni dei grandi raid: Arturo Ferrarin raggiunge Tokio con un vecchio SVA residuato di guerra, nel 1925 (Massimiliano Erasi compie diciassette anni) Francesco De Pinedo, a bordo del Siai S.16 “‘Gennariello”, vola per marie continenti per un totale di quasi $5.000 chilometri, si sorvola il Polo Nord, prima con un Fokker € poi col dirigibile “Norge”; lo “Spirit of St Louis” di Charles Lindbergh compie il primo volo senza scalo fra New York € Parigi. Sono anche gli anni dei primati: l'americano Schroder supera per Ja prima volta la quota di 10.000 metri, il suo connazionale Brown su- pera per primo la velocita di 400 km/h su aereo Curtiss. Mario De Bernardi, su idrocorsa Macchi M.39, costruito e progettato in Italia, il 28 marzo 1928 conquista all’Italia il primato mondiale di velocita per idrovolanti, sfrecciando a 415,618 km/h. Da vero montanaro, Max era'si robusto ma la sua costituzione Jongilinea gli conferiva una innata eleganza; di spalle larghe e possen- te torace, con viso roseo, aperto, pili che quadrato rotondo, dai linea- menti fini e gentili in una chioma castano-bionda ondulata, dagli oc chi blu acciaio, penetranti in un radioso sorriso che lo rendeva simpa- tico a tutti. ‘Quel suo sorriso fanciullesco lo rendeva ben pid giovane dell’eta anagrafica pero nel conoscerlo e nel parlare con lui, si sentiva che era ben pitt maturo di quanto non sembrasse. l suo amico di giochi infantili e di studi, Pattuale Sindaco del paese Antonio Ehrlich, ne parla con struggente affetto e nel 1959 vol- Ie ricordarlo ai suoi compaesani, intitolando la nuova Scuola Elemen- tare di Bagni di Lusnizza al ‘Maggiore Pilota Massimiliano Erasi"”: presenti alla cerimonia l'allora Sindaco Augusto Florit, il cap. Caro- siello in rappresentanza del Comandante dell’aeroporto di Campo- formido, la vedova di Erasi signora Valentina ed altre Autorita civili militari, Nella stessa giornata, 24 maggio, venne inaugurata a Mal- borghetto una Scuola Materna, sempre intitolata all’Eroe, alla pre- senza delle stesse autorita ed invitati. Baga’ di Lusniza, I albergo “CAVALLINO Pomaggio al ive Era p fag’ ai Lanna, fa cuola aetna into al Eroe Eras Bago i Lust nella iterione dlls cuols mater = pp ouung ip of00p HOM IP pv 010) ¥SIS oon oF 09 ejonas 1 7Uuez a CAPITOLO QUARTO Si vola! ‘Ma non domo né soddisfatto, Max vuol salire ancora pit su, nel cielo, ed a diciannove anni — appena pud — si arruola volontario nella Regia Aeronautica quale Allievo Sergente Pilota, e non al Corso Allievi Lfficiali, perché Aeronautica non gli riconosce ancora il Di- ploma di studio conseguito in Austria: 8il 31 gennaio 1928 ed il relati- vo Bando di Concorso é il n. 380 del 21.10.1927. La sua costituzione fisica di montanaro gli fa superare brillante- mente le prove psicofisiologiche: é sano € forte come le aquile delle sue montagne. Dopo un breve periodo di tre mesi presso il Centro di recluta- mento della 3* Zona Aerea Territoriale, dove apprende l’uso delle ar- mic la disciplina di soldato, viene trasferito al Campo Scuola ” Avia- zione di Portorose, gestito dalla S.1.S.A. (Societa Italiana Servizi Ac- rei), con istruttori piloti civili. La parte militare viene curata dal Co- mandante Cap. pil. Epifanio Del Ponte, ¢ dall’aiutante maggiore, Te- nente Rovi In quella ridente cittA della costa istriana, Erasi incontra la im- mensita del mare, perché la Scuola é riservata al pilotaggio degli idro- volanti: Portorose, racchiusa da colline ad anfiteatro ricche di olivi, frutteti e cipressi che sembrano tuffarsi nell’azzurro trasparente del mare del Vallone di Pirano, & una incantevole stazione climatico- balneare, che deve il suo nome alla rigogliosa fioritura delle rose nei suoi giardini. incontrano in una quarantina di allievi nella palazzina della Scuola, provenienti un po” da tutte le parti d’Italia, divisi in camerate di 10 allievi su brandine; Massimiliano Erasi lega subito con Fritz (Fe- derico Angerer), bolzanino, ma non trascura “'Simon” (Walter Simo- nelli), di un corso pit! anziano che riabbraccera con gioia a Taranto, dividendo con tui la cameretta della palazzina Sottufficiali dell’idro- scalo “Luigi Bologna” sul Mar Piccolo. 15 marzo 1928 Max effettua il primo volo su Cant 7 con Pistrut- tore Uberti che, si dice, verra poi allontanato dalla Scuola perché ma- nesco e facile al bere. II 1° settembre, dopo 12 ore e 41 minuti di doppio comando, (in verita poche su idrovolante) Max “‘decolla” finalmente: solo nell’im- mieuso cielo come aquila regina delle sue montagne. E continua a volare ¢ studiare nella normale routine del servizio 28 militare, che lo irrobustisce nel dovere ¢ nella disciplina, mentre la ““cittadella””, con la sua popolazione di pescatori ¢ di belle “mule” (ragazze) istriane e triestine, in quella rigogliosa natura, gli ingentili- sce ancor pit 'animo, ammorbidendo il suo rude, teutonico, caratte- re di montanaro. Sente ed ama I'Italia che lo fa profondamente suo figlio. Dopo aver effettuato 50 ore di volo di 1° brevetto e 30 ore di 2° brevetto, superando con vera perizia le tante prove di quota, acroba- Zia e navigazione sui vari tipi di idrovolante, gli giunge infine la nomi- na a “pilota militare d’idrovolante”’ col grado di Sergente Pilota: la ottiene dopo il trasferimento alla Scuola di Osservazione Aerea pres- so l’idroscalo di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano, a nord ovest Roma. Qui si addestra alla navigazione, con Osservatori della Marina, prima di essere destinato ad una Squadriglia operante. Ai primi del giugno 1929, Erasi viene destinato presso il Coman- do Aeronautica Tonio e Basso Adriatico, alla 142" Squadriglia Idro- volanti di base a Taranto, dove — lo attesta il Mar.llo pilota Orlando Pecorale suo Istruttore — caso pitt unico che raro — il 7 giugno de- colla su S.59 dopo un solo doppio comando ! Ricordando il suo forte € bonario carattere, Simonelli, con il quale in quei tempi divideva la cameretta all’ aeroporto ed assieme go- devano delle libere uscite a Taranto, narra come in occasione di una futile ma onorata bega tra sottufficiali, Max si fosse dato da fare co- me un padre verso il suo “Simon” con consigli di tecnica sul pugilato, dicendogli inoltre di darle sode, altrimenti, se le avesse prese, 10 avrebbe “legnato”” anche lui il giorno dopo. Ed a “‘incontro” avve- nuto, dopo aver confrontato le facce piene di echimosi dei due con- tendenti, lo avesse abbracciato dicendogli: “bravo Simon, gliele hai proprio date”. Ma, aggiunge Simonelli, ciononostante Erasi aveva un’indole accomodante e generosa e non ebbe mai occasione di veder- lo azzuffarsi. Passano cosi quattro anni e mezzo, con Erasi sempre in forza al: la 142" Squadriglia, sotto il comando del cap.pil. Nerio Brunetti e successivamente del cap.pil. Donatello Gabrielli in lunghi voli sull’S.59 bis, compiendo ricognizioni di altura®), rilievi aerofoto- grammetrici ¢ planimetrici: questi voli gli fanno accumulare ore ed ore di esperienza, rendendolo esperto navigatore sull’infinito mare, con qualsiasi tempo. Dal mare impara a leggere, dalla forma e dall’andamento del- onda, Vintensita ¢ la direzione del vento, inserendo nella bussola i giusti gradi di deriva; traccia sulle carte nautiche la giusta rotta ¢ la compensa oltre che dalla deriva, della declinazione in sito e della de- viazione bussola residua (dlell’acrev)®. Auumara € decolla con som- ma perizia anche a pieno carico, con mare “‘a specchio”, su onda li- € lunga o con mare mosso e spumeggiante, riscuotendo ammira- zione sincera da parte dei vecchi piloti di Squadriglia, dando sicurezza agli Osservatori della Marina ed ottenendo ampia fiducia dai Coman- danti. In breve tempo diviene padrone sia del mezzo aereo che del ma- re, instancabile chiede di partecipare a tutte le esercitazioni, quelle pit monotone e quelle pit rischiose, affrontandole sempre con il suo cor- diale e bonario sorriso. La sua compagnia in volo ed a terra é ricercata, e diventa confi- dente un po” dittutti, anche degli avieri che sentono gid in lui il futuro Comandente, perché sa farsi rispettare, amare ed obbedire. ‘Nel mondo aeronautico intanto si susseguono le grandi imprese aviatorie ed i primati si conseguono in tutte le Nazioni. Dal 3 al 5 luglio 1928 Aldo Ferrarin e Carlo del Prete conquista- no il primato di distanza in volo, senza scalo da Roma a Tourous in Brasile; Stainfort in Inghilterra supera con Pidro Supermarine S-6 B (00 km/h il 13 settembre 1931, mentre nel gennaio dello stesso anno dieci idrovolanti bimotori Savoia Marchetti S.55 avevano attraversa- to l’Atlartico da Boloma a Natal, ed erano al comando del Ministro dell’ Aeronautica Italo Balbo i 24 idrovolanti dello stesso tipo, che nel luglio 1933 ripeterono Vimpresa, con la doppia transvolata dell’A- tlantico settentrionale. NOTE CAPITOLO QUARTO 1) 8.59 5s —Idrovolantebiposto realizzato dalla Savoia Marchet nel 1925, biplano con scafo centrale, dotato di motore Lorraine Dietrich da 400 HP con elca propulsiva ed armato on una o due mitraglatriai in toreta prodera. Apertura alarem. 15,80 ~lunghezza m, 10,36 Telocth vassina km/h 190 ~ tangenca tm. 450. 2) Ricognisione di atura — Voli di lunga durataedistanza in mare aperto, lontan dalle cost alla ieca, sul sottstante mare, di formazioai naval econvogl, elit, naufragh, mine ‘Yaganti, sbarament i mine e sommergbil in immmersione a quote non inferior ai 15/20 metn ‘Sotto i vello de! mare, e quest ula solo con superficie del mare non troppo inrespata dal ‘vento o comangue moss. Ricognizionie icerche che possono fare a quote non superior sh {600/1.300 mt, 3} Daloehe la navisazione era “simata”* a mezzo di busola magnetic (he indie il nord magnetic exon quello seoeralico) «che le cart nautiche di "Meteatore”indicano ll ord ge0- {rafico she viene rappresentato in panta con meridian parallel ra loro, nelle icognzion alt= ‘ere che taciavano sul mare una serie di rot a zig-zag, senalcuntierimento visivo fisso Seon Porizvonte, quando ton era nascosta da nebbia o piovaschi, oceorreva saper ben carte flare: conoscere la desingione dll zona sorvolata (ase nord-sud magnetico della Terra ruo {con una crt inlinazione sull' ase Stella Polae-Croce del Sud), sommare algebricamente 1a deviazone magneticaresidua della bussoladell'acrco(icavata dai “iro bussola”) even ‘ale deriva vento) nel gradi geograiei di rota geouratiea della carta... econfidare nella ‘allezea dei calcol, spectalmente se i volo era al limite della aurononi ‘Partroppo, proprio a causa di caleolierlevament non precis, sono perl degli equipagst sian voi sulmare che in quel sul desert africano che t ben pelo del mare col suo aceecante baglire ela dificolt di stimare il vento anche riorrendo aluso di *fumate™ Qancio di razi di Sepnalazene con paracadut) 20 Massimiliano Eras Gallipoli (Lecce) in acasone delle manovte-aronarali del 25-29 marzo 1950, tke qual pacino la 2" Sq. Ido a 8391 be, avente sede Taranto: da sini, mar lo pl Pe ian. tor Sone, th ag. Aleman, pop pen Svoa Marches S.55 €(erasporto ciile)destinat alla esportasione ia URSS (fo. SIAN) CAPITOLO QUINTO Erasi ufficiale Intanto, la Regia Aeronautica indice — nel 1933 — un concorso per il pasvaggio dalla posizione di Sottufficiale a quella di Ufficiale pilota ed istituisce 1’8° Corso di Integrazione per Sottufficiali Piloti Massimiliano Erasi, spinto dal suo desiderio di proseguire nella carriera militare e consigliato dai Superiori che Jo ritengono pit che degno del passaggio a Ufficiale per le doti di volo e la signorile educa- zione, unita ad un indiscusso senso di responsabilita, si presenta il 15 ottobre 1933 alla Regia Accademia Aeronautica di Caserta dopo aver superato brillantemente gli esami di ammissione ¢ prima che il Mit stero della Aeronautica abbia riconosciuto il suo titolo di studio in lingua tecesca, equivalente ad un diploma analogo della Scuola Me- dia Superiore italiana. In tale occasione Erasi, che fino a quel momento aveva mantenu- to il suo cognome originario di Errath, con decreto prefettizio della Pretura di Udine modifica appunto in Erasi il cognome paterno, se- guendo una certa regola di “‘italianizzazione” voluta dal Governo dell’epoca. Dall’Accademia Massimiliano Erasi uscira il 5 luglio 1935 con il grado di Sottotenente pilota dopo aver dimostrato, nei due anni di corso, alta capacita e competenza, oltre che nel volo, anche nelle no- zioni scientifiche e militar Con facili’ e disinvoltura ottiene il passaggio su diversi mono- motori terrestri, da caccia e da ricognizione, decollando ed atterrando su aeroporti, strisce di terreno e campi di fortuna. Nellottobre dello stesso anno, dopo una breve licenza trascorsa in famiglia, si presenta alla I* Squadriglia Sperimentale di Bombarda- mento Marittimo all’Idroscalo di Livorno. Intanto Italia conquista I’ Africa Orientale — siamo ormai nel 1936 — ed il laborioso e prolifico popolo italiano conquista quel fa- moso “posto al sole”” che dovrebbe essere una soluzione per il sovraf- follamenio ed il desiderio di lavoro, in particolare delle popolazioni meridionali.. 115 maggio il maresciallo Badoglio entra in Addis Abeba ed il 9, Mussolin: proclama la costituzione dell’Impero di Etiopia con Impe- ratore Vittorio Emanuele III, Re d'Italia: si dice che sia la vittoria del- Ia “tecnica” sulle inermi papolavioni etiopiche, e pud darsi che ci sia anche del vero (aviazioneha indubbiamente la sua importanza in 31 32 questi avvenimenti), ma non dimentichiano che — come al solito — gli italiani portano strade, scuole, infrastrutture civilie rispetto in una terra non certamente evoluta, che forse ha pitt da guadagnare dalla “‘conquista” italiana che dalla schiaviti dei ‘‘ras””. La tecnica aero- nautica si sta sempre pitt evolvendo in questo stesso periodo: il 23 ot- tobre 1934 Francesco Agello ha superato la ‘‘soglia”” dei 700 km/h volando a bordo del Macchi Castoldi MC 72 alla media di 709,209 km/h sul lago di Garda; con alterne fortune si cerca il primato mon-

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