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Creonte: fratello di Giocasta: moglie (e sorella) di Edipo


p. 183
Edipo: tu Creonte in tutta evidenza sei il mio assassino: quello che attenta al mio
regno. Complotto strisciante. E insensato il tuo progetto di dar la scalata al potere
SENZA appoggio delle masse o almeno degli amici. Il potere si conquista soltanto col
soccorso delle masse e del danaro.
Mi hai suggerito tu di mandare a chiamare quel santo profeta.
Quanto tempo trascorso da quando Laio scomparve di morte violenta?
Fino da allora, se il nostro bel profeta praticava la sua arte, ed era valente e stimato
quanto adesso,
perch non fece mai menzione di me allora? (No)
Ma non indagaste su quella morte?
Creonte: S ma senza risultato.
Edipo: Perch il saggio non fece allora queste rivelazioni?
Creonte: non so, non mi piace parlare di ci che ignoro.
Edipo: Tiresia, se non si fosse messo daccordo con te, non mi avrebbe mai accusato
dellassassinio di Laio.
Creonte: io, al pari di qualsiasi persona di buon senso, non sono nato con la smania di
essere un re piuttosto che vivere da re.
V a Delfi ad accertare se non ti ho riferito fedelmente il responso delloracolo.
(vd. argomentazione Creonte p. 187)
p.189
Edipo: (persiste, non crede a Creonte, nonostante anche la mediazione del Corifeo)
Voglio la tua morte, non il tuo esilio.
Devi obbedire lo stesso, anche se io non avessi capito niente.
Creonte: Sragioni. Ragioni solo nel tuo interesse, dovresti farlo anche nel mio. Tu non
sai governare. E anche la mia citt non solo la tua.
Giocasta: In nome degli dei, fidati di lui, Edipo: rispetta questo sacro giuramento
(Creonte: che ogni gioia mi svanisca, che maledetto io muoia se ho fatto una sola delle
cose di cui mi accusi!), rispetta me, rispetta costoro che ti sono dinnanzi.
p. 191
Coro: Ascolta, rifletti, cedi mio sovrano.
Lamico che simpegn con giuramento non mettere sotto accusa.
Edipo: sappi che tu cerchi la mia morte, o il mio esilio.
Coro: no, per il dio. Ma io soffro: se ai mali antichi si sommeranno questi nuovi mali
che nascono da voi due.
Edipo: E va bene, se ne vada tranquillo. Ho piet delle TUE parole dolenti, non certo
delle sue. Lui, ovunque si trover, avr il mio odio.
Creonte: vado incompreso da te: per ai loro occhi, lo stesso uomo di prima. (Creonte
esce)
p. 195
Coro: basta, basta: la citt soffre, resti la lite l dove cess.
Edipo: vedi a che punto sei arrivato, tu che pure hai un animo retto, a furia di sedare,
di fiaccare la mia collera?
Coro: sappi mio sovrano che dissennato, che chiuso ad ogni via di saggezza mi
mostrerei se abbandono te.
Giocasta: spiega anche a me, sovrano, per quale ragione hai concepito tanta ira.
Edipo: te lo dir (ancor pi di costoro, o donna, ti onoro): colpa di Creonte, del
complotto che ha ordito contro di me. Afferma che io sono lassassino di Laio. Ha
mandato avanti quellindovino miserabile; lui, per conto suo, non intende
compromettersi.
Giocasta: Assolviti pure dallaccusa di cui parli. Nessuno al mondo davvero in
possesso dellarte divinatoria. La prova: un giorno fu predetto a Laio (se non da Febo,
dai suoi ministri) che era suo destino morire per mano del figlio che fose nato da me e
da lui. Orbene Laio venne assassinato da briganti stranieri ad un crocicchio.
E non erano trascorsi tre giorni dalla nascita del bimbo che il padre lo fece
abbandonare, con le caviglie legate, sopra un monte inaccessibile.
Cos Apollo non mand ad effetto n che il figlio diventasse assassino del padre, n
che Laio morisse, come temeva per mano del figlio.
Ci che veramente vuole, il dio lo rivela agevolmente da s.
Edipo: che smarrimento, che turbamento dellanima mi ha preso ad ascoltare le tue
parole.
Edipo domanda e
Giocasta risponde: Laio fu assassinato al crocevia di tre strade.
Nella Focide, la dove due strade convergono, da Delfi e da Daulia.
La notizia fu portata in citt poco prima che tu fossi riconosciuto re in questo paese.
Laio era alto, coi capelli appena incanutiti: non molto diverso da te, nella figura.
Erano cinque in tutto, compreso un araldo; e andavano sullo stesso carro.
La notizia fu portata da un servo, unico superstite. Il servo non vive pi in questa
reggia: appena tornato di laggi, come vide che detenevi tu il regno del morto Laio, mi
scongiur, toccandomi la mano (carattere solenne della supplica) di mandarlo nei
campi a pascolare gli armenti, per non rivedere mai pi questa citt. Io lo accontentai.
Edipo: Ahim disgraziato: forse poco fa ho scagliato contro me stesso, senza saperlo,
orrende maledizioni. Mi ha preso uno scoramento indicibile: forse lindovino ha visto
giusto.
pp. 201-203
p.205
Edipo: la mia speranza sta solo nellaspettare quel pastore. Se confermer che furono
pi di un, lassassino non sono io: non si pu confondere uno solo con molti: ma se
indicher un viandante solitario, in questo caso il delitto ricade senza dubbio su di me.
Giocasta: ma se anche si discostasse in qualche dettaglio dal suo primitivo resoconto,
non potr comunque dimostrare che si avverata la profezia sulluccisione di Laio, del
quale il Lossia1 aveva detto espressamente che sarebbe morto per mano di mio figlio,
in quanto mor prima di lui.
Cos in futuro per quanto riguarda la divinazione non guarder n a destra n a
sinistra.
pp. 206-209 Coro
p. 211 Giocasta
Entra il messaggero di Corinto Nunzio: Vengo da Corinto, la notizia che porto ti dar
gioia, ma anche dispiacere (a Giocasta). Gli abitanti della terra corinzia intendono
scegliere Edipo come sovrano. Polibio morto per malattia e sfinito dagli anni.
Giocasta: Dove siete, vaticini degli dei? Ecco luomo che Edipo fuggiva da anni per
timore di ucciderlo; e adesso morto per mano del destino, non certo di Edipo!
Ascolta questuomo e guarda dove sono finiti gli oracoli solenni del dio.
Edipo: perch mai si dovrebbe ancora guardare allara fatidica di Pito, o agli uccelli che
1 Epiteto di Apollo, in quanto divinit oracolare, dai responsi ambigui.
schiamazzano nel cielo? A sentir loro, avrei dovuto uccidere mio padre; e invece ecco,
ora giace nelle tenebre della terra, ed io sono qui senza aver toccato spada... a meno
che sia morto di nostalgia per me: in tal caso sarebbe morto per causa mia.
Comunque sia adesso Polibo sceso allAde portandosi dietro quegli oracoli che non
valgono nulla.
La paura mi portava fuori strada.
E come posso fare a meno di temere il talamo di mia madre 2? viva e inevitabilmente
devo aver paura.
Giocasta: Ma cosa non dovrebbe temere luomo? La cosa migliore vivere alla
giornata, come capita. Tanti uomini prima doggi si sono congiunti in sogno con la
propria madre; ma se uno non ci fa caso, sopporta lesistenza pi facilmente.
Edipo al Nunzio spiega cosa gli fa paura: un vaticinio tremendo degli dei. Apollo mi
annunci un giorno che avrei dovuto congiungermi con mia madre e spargere con le
mie mani il sangue paterno. Ed per questo che da lungo tempo mi sono stabilito
lontano da Corinto. questa la paura che mi ha spinto a vivere in esilio.
Nunzio: Ti liberer da questansia, sono venuto per esserti utile. Sono accorso per poi
avere il premio che merito: per avere da te qualche favore quando sarai tornato a
casa.
Tu temi senza motivo: Polibio non aveva con te alcun legame di sangue. Perch ti ebbe
in dono da me, da queste mie mani. E prese a volerti cos bene, pur avendoti avuto da
altri perch non aveva figli, cosa che lo spinse ad affezionarsi a te. Io ti trovai in un
anfratto boscoso del Citerone. Attaraversavo quella zona perch custodivo le greggi l
sul monte. Ero un pastore nomade, lavoravo a giornata, e proprio allora ti salvai, figlio
mio.
La memomazione da cui eri afflitto quando ti raccolsi possono testimoniarlo le giunture
dei tuoi piedi.
Ti sciolsi che avevi le caviglie trapassate.
A questa infamia devi il nome che porti 3 anche oggi.
Edipo: Da chi ho patito questo oltraggio? Da mio padre o da mia madre?
Nunzio: Lo sa meglio chi ti diede a e. Un altro pastore ti consegn a me, era un pastore
al servizio/sevo di Laio.
Altri non se non luomo dei campi che gi prima volevi vedere.
Giocasta pu confermare.
Giocasta: Cosa timporta di chi parla? Lascia perdere. Questi discorsi inutili meglio
che te li scordi. Se ti cara la vita non indagare pi. Basta il mio dolore. Dammi retta ti
prego: fermati. Parlo per il tuo bene, sono buoni consigli. Infelice! Che tu non debba
mai sapere chi sei! Oh, sventurato! Solo cos posso chiamarti e poi... mai pi!
Edipo: No non possibile, ho gi raccolto troppi indizi per rinunciare a far luce sulla
mia nascita. Coraggio! Anche se verr fuori che sono tre volte schiavo, e da tre
generazioni, non per questo sar intaccata la tua nobilt. Non posso ascoltarti: devo
sapere. Mi hai seccato da un pezzo con i tuoi buoni consigli. Che aspettate (ai servi) a
portarmi qua il pastore? Lasciate che costei si goda il suo casato di lusso.
(Giocasta rientra nella reggia)

2 Termine che in riferimento alla Grecia antica designa, in et omerica, var ambienti
della casa signorile: la sala ove la padrona si intrattiene, il ripostiglio dei tesori e la
stanza da letto in genere; nellet classica, accanto ad altri particolari sign., prevale
quello di camera nuziale. Nel linguaggio letter. e poet. ha in genere questultimo sign.
o quello di letto nuziale, divenendo spesso simbolo delle nozze, dello stato
matrimoniale.

3 Oidi-pous: dal piede gonfio.


Edipo: si sprigionino tutti i mali del mondo, ma io voglio conoscere la mia origine, per
umile che sia. Io che mi considero figlio della Fortuna benefica, non per questo mi
sentir diminuito.
p. 221
pp. 221-223 coro
(Arriva il servo di Laio, vecchio pastore)
Corifeo: s lo riconosco, era un fedele servo di Laio.
Nunzio: Mi riferivo a lui s, lo hai davanti agli occhi.
Edipo pone una serie di domande al servo: S ero suo schiavo, non comprato, bens
nato in casa. Facevo la vita del pastore. Solitamente soggiornavo sul Citerone, o in
qualche luogo vicino. Non ricordo se conoscevo questuomo (nunzio).
Nunzio: Non pu essersi scordato di quando passammo insieme sul Citerone, lui con
due armenti, io con uno solo, dalla primavera allautunno, e al cadere dellautunno
riportavamo i nostri greggi io ai miei ovili e lui a quelli di Laio.
Ricordi di avermi affidato a quel tempo un bimbo, perch lo allevassi come fosse figlio
mio?
Eccolo, amico, il bimbo di allora.
Servo: dici la verit, anche se passato tanto tempo. Va alla malora. Vuoi tacere?
(Incalzato severamente da Edipo) Ho gi detto che gli diedi il bimbo. Non era mio. Lo
ebbi da qualcuno. Non domandare oltre, sovano. Era nato nella casa di Laio. Non uno
schiavo, ma era proprio della sua sitrpe, dicevano che era figlio suo. Ma la tua sposa,
in casa, pu spiegarti meglio di chiunque altro come stanno le cose. Fu lei che me lo
diede, perch lo sopprimessi. Per paura di oracoli sinistri: fu predetto che avrebbe
ucciso il padre. Io lo consegnai a questo vecchio per compassione. Pensai che lo
avrebbe portato in altra terra, al suo paese. Cos lo salv, ma solo per riservargli le pi
atroci disgrazie. Se veramente sei tu luomo di cui ha parlato, sta certo che sei nato
infelice.
Edipo: TUTTO E ORMAI CHIARO. O LUCE DEL SOLE, CHE IO TI VEDA PER LULTIMA
VOLTA, PERCHE OGGI E VENUTA LA RIVELAZIONE CHE SONO NATO DA CHI NON MI
DOVEVA GENERARE, MI SONO CONGIUNTO CON CHI DOVEVO FUGGIRE, HO UCCISO
CHI NON DOVEVO UCCIDERE.
(Edipo si precipita nel palazzo)
pp. 229-231 coro
(Esce dalla reggia un messaggero deputato a riferire gli eventi accaduti allinterno del
palazzo) Nunzio: Giocasta, la nostra regina, morta. Si uccisa. Quando presa dalla
disperazione ebbe varcato il vestibolo, si precipit verso il letto nuziale, strappandosi i
capelli con entrambe le mani. Entrata nella stanza e chiusa la porta invocava Laio, e
rievocava lantica semente da cui lui sarebbe stato ucciso, lasciando lei a partorire al
figlio una prole immonda; e imprecava al talamo su cui, misera, aveva generato un
marito da un marito e figli da figli.
Edipo irruppe urlando e ci imped di assistere alla fine di Giocasta.
I nostri occhi si fissarono tutti su di lui: si aggirava smanioso chiedendoci di fornirgli
una spada e domandandoci della sposa, che non gli fu gi sposa,
ma doppio solco materno, per lui e per i suoi figli.
Nel mentre delirava fu un dio a indicargli la via. Lev un urlo agghiacciante e come se
qualcuno lo guidasse si avvent contro la porta a doppia imposta: scardin i serrami e
si precipit nella stanza.
L sospesa, scorgemmo la regina strangolata da un laccio;
come la vede il miserabile emette un mugolio atroce, poi allenta il nodo del cappio.
Quando il misero corpo della donna giacque sul pavimento, allora si offr ai nostri occhi
uno spettacolo inaudito. Egli strapp dalle vesti di lei lefibbie doro di cui si era
adornata, le sollev e infine le conficc nelle orbite dei propri occhi urlando cos:
VOI NON VEDRETE NE I MALI CHE HO PATITO NE QUELLI CHE HO COMPIUTO, MA IN
AVVENIRE VEDRETE SOLTANTO NELLA TENEBRA COLORO CHE MAI AVREI DOVUTO
VEDERE, NE POTRETE RICONOSCERE COLORO CHE AVREI VOLUTO VEDERE.
Cos imprecando pi e pi volte li colp tenendoli levati; e ad ogni colpo le pupille
insanguinate gli bagnavano la barba, una pioggia nera di grumi sanguinolenti
grondava.
Le sciagure sono scoppiate per causa delluomo e della donna congiuntamente.
La loro antica felicit era ancora, fino a ieri, vera felicit.
Edipo vuole espellere se stesso dalla nostra terra, non vuole pi restare a far
maledetta questa casa con la propria maledizione (imprecazione lanciata da Edipo
stesso nel primo episodio). E tuttavia ha bisogno di un sostegno, di una guida. Il suo
male troppo grande per poterlo sopportare da solo.
(compare Edipo brancolando)
Corifeo: non posso nemmeno guardarti, mi fai troppo orrore.
Edipo: me infelice! Dove sono? Dove vado? Dove sinvola, dove si dissolve la mia
voce? Ah destino, dove sei piombato!
Oh come parimenti mi penetra lassillo degli aculei e la memoria dei mali.
Oh amico (al Corifeo) ancora tu mi resti fedele compagno, ancora ti dai pensa per
questo cieco. Ti riconosco perch anche dal fondo di questa tenebra distinguo la tua
voce.
Corifeo: come hai potuto spegnere le tue pupille? Quale dio ti ha spinto?
Edipo: Apollo, fu Apollo, miei cari, che ha voluto questi miei patimenti atroci. Ma
nessuno mi fer agli occhi con le sue mani: sono stato io sciagurato! PERCHE MAI
VEDERE ANCORA, SE NESSUNA DOLCEZZA PIU POTREBBE DILETTARE I MIEI OCCHI?
Cosa posso ancora vedere che caro mi sia?
Quale voce intendere con gioia, amici?
Presto, portatemi via, portate londano da qui questa piaga enorme, maledetto
questuomo fra tutti il pi odioso agli dei.
Corifeo: infelice per il rimorso al pari che per la sciagura! Come vorrei non averti mai
conosciuto!
Non posso dire che hai deciso bene. Per te era meglio morire che vivere cieco.
pp. 241-245 monologo/imprecazioni di Edipo.
(Entra Creonte)
Edipo: come potrei rivolgergli la parola? Prima mi sono dimostrato assolutamente
ingiusto verso di lui.
Creonte: non sono venuto per schernirti, n per rinfacciarti le ingiurie di prima.
(Ai servi) Voi se non avete pi rispetto per lumano consorzio, almeno rispettate la
fiamma del Sole divino che tutti ci nutre:
vergognatevi di lasciare esposto ai suoi raggi, senza alcun velo, questo essere
immondo, che non la terra n la sacra pioggia n la luce del giorno possono
accogliere. Portatelo subito dentro al palazzo: solo ai parenti pi stretti la piet
concede che vedano e ascoltino le sventure dei propri cari.
Cosa desideri?
Edipo: Cacciami subito lontano da questa terra, in uoghi dove nessuno possa pi
rivolgermi la parola.
Creonte: nonostante il responso del dio si sia rivelato: sopprimere il patricida, limpuro;
tuttavia, nella stretta in cui versiamo bene consultare il dio su quel che si deve fare.
Ora anche tu presterai fede al dio.
Edipo: Certo.
Ti affido unincombenza/supplica: Da la sepoltura che credi a Giocasta.
Quanto a me: questa citt dei miei padri non sia mai condannata, finch sono in vita,
ad avermi fra i suoi cittadini. Lasciami abitare suimonti, sul mio Citerone, che mio
padre e mia madre, quando eravamo vivi, mi assegnarono quale tomba degnissima.
Che io muoia adempiendo il volere di coloro che desiderarono la mia morte. Ero
predestinato ad una vita di sventura, e dunque il mio destino segua il suo corso.
Quanto ai miei figli maschi: non dartene pensiero: sono uomini fatti e ovunque
troveranno, sapranno come guadagnarsi da vivere.
Ma di quelle mie due sventurate figlie: che sedevano accanto a me alla mia mensa,
dividendo con me ogni cibo che gustavo: di loro prenditi cura. E soprattutto concedimi
di toccarle con queste mie mani, perch possiamo piangere insieme questo dolore. Mi
baster sfiorarle con le dita per sentire di averle con me, come quando avevo ancora
la vista...
(entrano le figlie per volere di Creonte che ben sa la gioia che sempre ti d la loro
presenza)
Sento i singhiozzi delle mie figlie.
OH FIGLIE VENITE QUA VERSO LE MIE MANI FRATERNE, CHE FECERO SI CHE VOI ORA
VEDIATE LO SCEMPIO DI QUESTI OCCHI, CHE UN GIORNO BRILLAVANO: GLI OCCHI DI
VOSTRO PADRE, O FIGLIE, CHE SENZA NULLA AVER VEDUTO, E NULLA AVER SAPUTO,
VI GENERO NEL GREMBO IN CUI LUI STESSO FU CONCEPITO.
Non posso guardarvi, ma piango alla vita che vi toccher vivere nel mondo.
A quali radunanze andrete senza ritornare a casa in lacrime, escluse dalla gioia dello
spettacolo?
Chi vi sposer? Nessuno figlie mie: dovrete macerarvi nella sterilit, nellassenza di un
marito.
(A Creonte)
Non permettere che queste creature del tuo stesso sangue vaghino mendicando,
senza un marito.
Dammi un segno di consenso, toccami la mano.
(Alle figlie)
Quanti consigli vi darei, o figli, se foste nellet della ragione! Per ora pregate con me
gli dei di vivere dove la sorte vi conceder di vivere, purch sia unesistenza pi lieta
di quella che stata riservata a vostro padre.
Non mi resta che ubbidire a te Creonte (di entrare nel palazzo) anche se mi pesa.
Ma a condizione che tu mi mandi lontano da questa terra. Ti chiedo una cosa che solo
gli dei possono concedermi. E gli dei mi hanno preso in odio.
Creonte: Sarai presto accontentato, ma staccati dalle figlie. Non pretendere di vincere
sempre. I successi di un giorno non ti hanno di certo accompagnato per il resto della
vita.
(Creonte riconduce Edipo nel palazzo. Seguono le figlie)
Corifeo: Guardate abitanti di Tebe: Edipo questi, che sciolse lenigma famoso e fu
potente fra gli uomini. Nessuno mir senza invidia la sua fortuna; ora vedete in quale
gorgo di sciagura precipitato.
E ALLORA FISSA IL TUO OCCHIO AL GIORNO ESTREMO E NON DIRE FELICE UOMO
MORTALE, PRIMA CHE ABBIA VARCATO IL TERMINE DELLA VITA SENZA AVER PATITO
DOLORE.