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ROMANIA

CLUJ-NAPOCA
COLLEGIO NAZIONALE G. BARIIU
CATTEDRA DI ITALIANO

ANTOLOGIA DI
LETTERATURA ITALIANA
PER IL LICEO BILINGUE

2005
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Argomenti
per lo studio della letteratura

Accompagnare lo studio di una lingua straniera con lo studio della sua letteratura
un processo di grande importanza. Cercheremo di spiegare la sua utilit in poche parole.
Dopo un primo periodo propedeutico, di familiarizzazione dei discenti con le
macrostrutture della nuova lingua, introdurre le lezioni di letteratura offre un appoggio
consistente allapprendimento. Il progresso si realizza almeno in doppio senso, in quanto
viene rinforzata la padronanza linguistica e, allo stesso tempo, gli allievi sono messi in
contatto con un campo artistico specifico.
Studiare letteratura permette loro, prima di tutto, una conoscenza multiforme della
nuova lingua straniera. Essa viene scoperta tanto sul piano sincronico (diversi livelli
sociali, diversi regionalismi, diversi contesti di comunicazione), quanto sul piano
diacronico (evoluzione in tempo e metamorfosi delle situazioni comunicative). Il
problema, cos importante anche ai nostri giorni, del confronto tra litaliano letterario e i
suoi dialetti pu essere chiarito con laiuto magistrale della letteratura. La difficolt della
grande variet di sfumature e intenzioni espressive si scioglie soprattutto per mezzo dei
testi artistici.
Se lo studio esclusivo della lingua pu diventare spesse volte noioso e pesante,
proiettare le spiegazioni grammaticali su uno sfondo letterario presenta il vantaggio dello
spettacolo. Basti paragonare unarida lezione teorica sul periodo ipotetico e unaltra
sulla poesia di Cecco Angiolieri, Si fosse fuoco, che avrebbe come finalit la scoperta,
come per caso, del periodo ipotetico! Il carattere comico, ludico, divertente del testo
letterario ci porter ben pi lontano sul campo della lingua italiana che non le aride
spiegazioni astratte. Linsegnante guadagna pi facilmente lappoggio affettivo della
classe, quando procede per mezzo della letteratura, mentre unattivit mirata soltanto
allinsegnamento della lingua mobilita con maggiore difficolt ladesione personale del
pubblico e la sua motivazione (anche ai nostri tempi viene piuttosto facile ai giovani
capire lidea di ribellione generalizzata, espressa nel testo poetico citato). Non per caso i

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risultati concreti delle due lezioni, cos diverse, saranno del tutto differenti anche per
quanto riguarda le competenze intellettuali e culturali acquisite dagli alunni, la loro
soddisfazione morale e la loro crescita personale.
Ma sbaglieremmo a sfruttare soltanto il valore ausiliario della letteratura, in
quanto intermediaria nellapprendimento della lingua. Il testo artistico ha tuttuna serie di
vantaggi e pregi autonomi che non si possono trascurare. Ciascuno di noi sente il bisogno
di confrontare con gli altri le proprie idee sulla vita, sullamore, sulla gioia, sulla
sofferenza, sulla vecchiaia, sulla morte ecc. Che cosaltro potrebbe mai offrire la
letteratura, se non soprattutto un dialogo con le intelligenze e le sensibilit artistiche pi
squisite di altri tempi, di altri spazi? Tale scambio di idee contribuisce allo sviluppo
dello spirito di osservazione dei discenti, al loro pensiero logico e ordonato, alla loro
maturazione e conferisce loro un modello di comportamento. Il contatto con le grandi
poesie, con gli importanti romanzi, con le interessanti novelle influisce sulle loro capacit
individuali di stabilire associazioni o dissociazioni di idee; determina lespressione
coerente dei loro argomenti; arricchisce la loro cultura generale. Mette alla loro
disposizione delle informazioni sulla cultura, sul comportamento e sulle mentalit di un
altro popolo. Laspetto formativo-educativo, la ricezione dei valori etici, insieme a quelli
estetici, ha un peso importante nellanalisi di un testo letterario.
Sono, tutti questi, alcuni argomenti che sostengono il ruolo fondamentale della
letteratura che deve necessariamente accompagnare e rinforzare lo studio di una lingua
straniera.
prof. dr. Laszlo Alexandru

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Scheda danalisi
per la poesia

1. Introduzione
- il contesto storico-politico-sociale;
- la biografia e le opere dellautore;
- la sua dottrina artistica; la corrente letteraria alla quale appartiene.

2. Contenuto
A. Livello stilistico:
- precisare il tipo di poesia (sonetto, canto, epopea ecc.);
- descrivere la divisione delle strofe e dei versi;
- analizzare la rima;
- identificare, citare e spiegare limportanza delle figure stilistiche.

B. Livello semantico:
- identificare i campi semantici;
- stabilire gli elementi appartenenti a ogni campo semantico;
- precisare il rapporto in cui si trovano i campi semantici (attrazione, conflitto ecc.).

C. Livello simbolico:
- rintracciare il peso simbolico del messaggio, dei rapporti tra le diverse figure stilistiche, tra i
campi semantici;
- individuare leventuale messaggio codificato, segreto, dellautore.

3. Conclusioni
- stabilire con argomenti quale dei tre livelli (stilistico, semantico o simbolico) pi importante
in questa determinata poesia;
- esprimere un giudizio personale sul messaggio poetico analizzato; argomentare il consenso o il
dissenso con unopinione critica prestigiosa relativa a quellautore o a quel testo.

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Scheda danalisi
per la prosa

1. Introduzione
- il contesto storico-politico-sociale;
- la biografia e le opere dellautore;
- la sua dottrina artistica; la corrente letteraria alla quale appartiene.

2. Contenuto
A. Livello narrativo-semantico:
- precisare il tipo di prosa (novella, racconto, romanzo ecc.);
- raccontare brevemente il filo epico;
- analizzare i personaggi pi importanti, la loro configurazione;
- identificare i campi conflittuali.

B. Livello simbolico:
- rintracciare il peso simbolico del conflitto;
- spiegare leventuale prevalenza di uno dei campi, o la loro perfetta uguaglianza;
- precisare (se possibile) latteggiamento dellautore nel conflitto;

C. Livello stilistico:
- descrivere le strategie narrative dellautore (diverse parti, episodi, lintreccio ecc.);
- identificare e spiegare i mezzi stilistici adoperati (frasi ampie o brevi, espressione metaforica o
diretta ecc.);
- stabilire leventuale collegamento tra lo stile, i personaggi e lazione.

3. Conclusioni
- riassumere in che cosa consista precisamente il valore artistico di questa prosa;
- esprimere un giudizio personale sul conflitto ed eventuali sue soluzioni;
- argomentare il consenso o il dissenso con unopinione critica prestigiosa relativa a quellautore
o a quel testo.

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Scheda danalisi
per il testo teatrale

1. Introduzione
- il contesto storico-politico-sociale;
- la biografia e le opere dellautore;
- la sua dottrina artistica; la corrente letteraria alla quale appartiene.

2. Contenuto
A. Livello strutturale:
- raccontare brevemente il filo epico;
- analizzare i personaggi pi importanti, la loro configurazione;
- identificare i campi conflittuali.

B. Livello simbolico:
- rintracciare il peso simbolico del conflitto;
- spiegare leventuale prevalenza di uno dei campi, o la loro perfetta uguaglianza;
- precisare (se possibile) latteggiamento dellautore nel conflitto.

C. Livello stilistico:
- delimitare i momenti narrativi (atti, scene, intreccio ecc.);
- identificare e spiegare i mezzi stilistici adoperati (differenza dei modi di parlare tra i
personaggi, dellautore nelle didascalie ecc.);
- stabilire leventuale collegamento tra lo stile, i personaggi e lazione.

3. Conclusioni
- riassumere in che cosa consista precisamente il valore artistico di questo testo;
- esprimere un giudizio personale sul conflitto ed eventuali sue soluzioni;
- argomentare il consenso o il dissenso con unopinione critica prestigiosa relativa a quellautore
o a quel testo.

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Esempio danalisi di poesia:
Francesco Petrarca: Benedetto sia

Benedetto sia l giorno e l mese e lanno


e la stagione e l tempo e lora e l punto
e l bel paese e l loco ovio fui giunto
da due begli occhi che legato mhanno;

E benedetto il primo dolce affanno


chi ebbi ad esser con Amor congiunto,
e larco e le saette ondio fui punto
e le piaghe chinfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante chio


chiamando il nome di mia donna, ho sparte,
e i sospiri e le lagrime e l desio;

e benedette sian tutte le carte


ovio fama le acquisto e l pensier mio,
ch sol di lei, s chaltra non vha parte.

COMMENTO

I. Introduzione

Francesco Petrarca (1304-1374) uno dei pi importanti scrittori italiani e segna


il passaggio dal Medio Evo al Rinascimento. Autore di numerosi testi storici in latino,
Petrarca diventato famoso soprattutto come poeta. Nel Canzoniere una raccolta di
poesie egli canta lamore per Laura, la sua donna amata. Questo volume diviso in due
parti: In vita di Madonna Laura e In morte di Madonna Laura, secondo i momenti che
hanno ispirato la sua creazione artistica. A differenza degli autori medioevali, spinti da un
forte sentimento religioso e obbedienti allo scolasticismo (che metteva Dio al centro dei
pensieri e dellarte), Petrarca dedica la maggior parte delle sue poesie allimmagine
femminile. Si tratta ormai non pi della donna-angelo, messaggero sulla terra della
figura divina, ma di una vera persona umana e della grande diversit di sentimenti che lei
ispira.

II. Contenuto

A. Livello stilistico
La poesia Benedetto sia appartiene al Canzoniere ed un sonetto. Ce ne
possiamo accorgere dalla sua struttura classica (quattro strofe, di cui le prime due di
quattro versi e le ultime due di tre versi). Il sonetto rappresenta, daltronde, la forma
poetica pi frequentemente usata da Petrarca nelle sue poesie damore. La rima
abbracciata ed ha la struttura ABBA ABBA CDC DCD. Le parole disposte a fine verso
non sono troppo sorprendenti, la rima non molto ricca: anno-hanno, punto-giunto,

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affanno-vanno, congiunto-punto ecc. Questo un segno che la grande scommessa
stilistica del presente sonetto non si ritrova al livello della rima.
Possiamo riconoscere invece numerose figure stilistiche, tra cui pi frequente
lenumerazione: l giorno e l mese e lanno e la stagione e l tempo e lora e l punto e
l bel paese e l loco (prima strofa); il primo dolce affanno e larco e le saette e le
piaghe (seconda strofa); le voci e i sospiri e le lagrime e l desio (terza strofa); le
carte e l pensier mio (quarta strofa). Nella prima strofa, i concetti enumerati
appartengono alla categoria del tempo e dello spazio. Gli elementi cronologici sono
disposti in un certo ordine, aumentativo nel primo verso (giorno mese anno),
diminutivo nel secondo verso (stagione tempo ora punto).
Una figura stilistica non meno importante viene espressa per mezzo della stessa
parola, ripetuta allinizio di ogni strofa, e rappresenta lanafora: BenedettoE
benedetto. BenedetteE benedette. Lintera poesia strutturata infatti su due simmetrie,
quella verticale basata sullanafora che si trova al centro del sonetto e ne d il nucleo
e quella orizzontale, basata sullenumerazione che va in doppia direzione, accrescitiva e
diminutiva.
Altri ornamenti, meno frequenti e quindi meno importanti, sono lepiteto: due
begli occhi, primo dolce affanno e linversione: occhi che legato mhanno.
Il sonetto Benedetto sia molto ricco di figure stilistiche le quali, anche se non
molto diversificate, hanno una grandissima frequenza. La principale tensione stilistica
risulta dallo scontro tra labbondanza dellenumerazione e limportanza strategica
dellanafora.

B. Livello semantico
Il messaggio della poesia viene strutturato intorno allio poetico che ne costituisce
uno dei pi importanti campi semantici. Infatti la presenza dellio si verifica in ogni
strofa, sotto diversi aspetti grammaticali: l loco ovio fui giunto; legato mhanno; il
primo dolce affanno chi ebbi; le saette ondio fui punto; le piaghe chinfin al cor
mi vanno; le voci tante chio chiamando il nome di mia donna, ho sparte; tutte le
carte ovio fama le acquisto e l pensier mio. Abbiamo un grande numero di termini che
indicano la presenza centrale del poeta: pronomi personali (io, mi), aggettivi possessivi
(mia donna, pensier mio), verbi alla prima persona del singolare (ebbi, fui, le voci che ho
sparte, acquisto).
Un secondo campo semantico costituito dagli elementi che hanno aiutato al
poeta di incontrare e di amare la sua donna. Anche questi, nella loro grande diversit,
sono cosparsi in tutta la poesia. Nella prima strofa, abbiamo termini che si riferiscono al
tempo e allo spazio: giorno, mese, anno; paese, loco. Nella seconda strofa incontriamo il
dio dellAmore che, con il suo arco e le sue saette provoca laffanno. Nella terza strofa ci
si parla dei sospiri, delle lagrime e del disio (desiderio) che ha suscitato lamore
nellanima del poeta. Nella quarta strofa le carte e il pensiero sono testimoni dellamore.
Infatti lo stesso sentimento pervade lintera poesia che porta un elogio alla donna amata,
per mezzo degli elementi che lhanno aiutato a conoscerla. Il rapporto tra le due sfere
semantiche (lio poetico e gli elementi intermediari dellamore) di armonia. Il poeta,
pieno di tenerezza e di riconoscenza, insiste a benedire perfino le sofferenze provocate
dallamore.

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La poesia Benedetto sia di Francesco Petrarca un inno di ammirazione
dedicato alla donna amata. Lautore esprime la sua calorosa gratitudine agli elementi che
gli hanno permesso di incontrare e di amare questa persona meravigliosa.

C. Livello simbolico
Se esaminiamo con pi grande attenzione la seconda sfera semantica, degli
elementi che intermediano lamore, possiamo notare la loro interessante diversit
categoriale. Ogni strofa contiene un altro tipo di concetto. Il tempo e lo spazio sono
complici dellaffascinante incontro con i due begli occhi nella prima parte. La
mitologia rappresentata dal dio Amor contribuisce allaccendimento erotico. I
sentimenti espressi per mezzo dei sospiri e delle lacrime aumentano la passione. Il
risultato di queste influenze congiunte viene espresso nellultima strofa: il pensiero e le
carte acquistano la fama, poich costruiscono larte.
Non sbaglieremmo quindi a leggere questo sonetto, nella sua successione ideatica,
come una rassegna di momenti che conducono alla creazione dellopera artistica.
Lamore, secondo Petrarca, si deve cantare ricordando il tempo e lo spazio beato, in un
contesto mitologico, sotto lispirazione dei sentimenti e in questa maniera si approder
allopera darte.
Oltre che una bella poesia damore, come tante altre del suo Canzoniere, il
sonetto Benedetto sia si potrebbe intendere, tra le righe, anche come una specie di arte
poetica, una testimonianza dellautore su come scrivere una bella poesia damore.
La possibilit di tale doppia lettura consonante con la tensione stilistica
dellespressione. I due livelli di significato quello di superficie (poesia damore) e
quello di profondit (come si fa per scrivere una poesia damore) si rispecchiano
nellambivalenza dello stile: il gioco tensionale tra le numerose enumerazioni (in piano
orizzontale) e limportanza dellanafora (in piano verticale).

III. Conclusioni

A differenza di tante altre poesie di Petrarca che puntano sul virtuosismo stilistico
(da cui si staccarono in seguito i numerosi petrarcheggianti), il sonetto Benedetto sia
riflette un bellissimo equilibrio di tutte e tre le parti componenti. Lo stile e i significati
manifesti concorrono a configurare il messaggio nascosto nello specchio.
A misura che avanziamo dietro le quinte dei sensi, possiamo ritrovare in questa
poesia la solita meditazione di Petrarca su come fare la letteratura. Tale conclusione viene
a confermare lincitante osservazione di Natalino Sapegno, secondo il quale scrivendo,
e confessandosi nei suoi scritti, il Petrarca si distaccava da se stesso, dalla materia
informe e discordante della sua esperienza, si contemplava per cos dire da una specola
sublime, diventava giudice e biografo di se medesimo, giudice sereno e biografo
disinteressato. Lo stesso processo di progressivo allontanamento dallesperienza
personale verso la meditazione generale potremmo individuarlo anche tra le righe del
sonetto Benedetto sia

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I primi documenti

Lindovinello veronese (fine dellVIII secolo)

Se pareba boves, alba pratalia araba,


albo versorio teneba, negro semen seminaba.

(Spingeva avanti i buoi, arava un bianco campo


teneva un bianco aratro, seminava un nero seme.)

Il placito di Capua (960)

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti
Benedicti.

(So che quelle terre, entro quei confini che qui si contengono, per trentanni le ha
tenute in possesso il convento di San Benedetto.)

Liscrizione di San Clemente (fine dellXI secolo)

Fili de le pute, traite!


Gosmari, Albertel, traite!
Falite dereto colo palo, Carvoncelle!

Duritia(m) cordis vestris


saxa traere meruistis.

(Figli di puttane, tirate! / Gosmario, Albertello, tirate! / Fattigli dietro con il palo,
Carboncello! // Per la durezza del vostro cuore / avete meritato di trascinare dei sassi.)

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La letteratura italiana nel Duecento
San Francesco (1181 1226)

Cantico delle creature

Altissimu, onnipotente, bon Signore,


Tue so le laude, la gloria, lhonore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullo homo ne dignu te mentovare.
5. Laudato sie, mi Signore, cum tucte le Tue creature,
specialmente messer lo frate Sole,
lo qual iorno et allumini noi per lui.
Et ellu bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
10. Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu li formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si, mi Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature di sustentamento.
15. Laudato si, mi Signore, per sorAcqua.
la quale multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale enallumini la nocte:
ed ello bello et iocundo et robustoso et forte.
20. Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.
25. Beati quelli ke l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente p skappare:
guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
30. beati quelli ke trovar ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no l farr male.
Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
et serviateli cum grande humilitate.

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Cecco Angiolieri (~1260 1313)

Si fosse foco
Si fosse foco, arderei l mondo;
si fosse vento, lo tempestarei;
si fosse acqua, i lannegherei;
si fosse Dio, mandereilen profondo;

si fosse papa, sare allor giocondo,


ch tutti cristiani imbrigarei;
si fosse mperator, sa che farei?
A tutti tagliarei lo capo a tondo.

Si fosse morte, andarei da mi padre;


si fosse vita, fuggirei da lui:
similemente fara da mi madre.

Si fosse Cecco, comi sono e fui,


torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Tre cose solamente


Tre cose solamente mi so n grado,
le quali posso non ben ben fornire:
cio la donna, la taverna e l dado;
queste mi fanno l cuor lieto sentire.

Ma s me le conven usar di rado,


ch la mia borsa mi mettal mentire;
e quando mi sovvien, tutto mi sbrado,
chi perdo per moneta l mio disire.

E dico: - Dato li sia duna lancia!-


Cio a mi padre, che mi tien s magro,
che tornare senza logro di Francia.

Trar lun denar di man sera pi agro,


la man di Pasqua che si d la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro.

13
Dante Alighier
Dante Alighier, si so buon begolardo,
tu mi tien bene la lancia a le reni,
sio desno con altrui, e tu vi ceni;
sio mordo l grasso, tu ne sughi l lardo;

sio cimo l panno, e tu vi freghi l cardo:


sio so discorso, e tu poco taffreni;
sio gentileggio, e tu misser tavveni;
sio so fatto romano, e tu lombardo.

S che, laudato Iddio, rimproverare


poco pu luno a laltro di noi due:
sventura o poco senno ce l fa fare.

E se di tal materia vo dir pie,


Dante, risponde, chi tavr a stancare,
chio so lo pungiglion, e tu se l bue.

La letteratura italiana nel Trecento

Dante Alighieri (1265-1321)

Tanto gentile
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quandella altrui saluta,
chogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no lardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,


benignamente dumilt vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

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Mostrasi s piacente a chi la mira,
che d per li occhi una dolcezza al core,
che ntender no la pu chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova


un spirito soave pien damore,
che va dicendo a lanima: Sospira

La Divina Commedia
LInferno

Canto I

1. Nel mezzo del cammin di nostra vita


mi ritrovai per una selva oscura,
ch la diritta via era smarrita.
4. Ahi quanto a dir qual era cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
7. Tant amara che poco pi morte;
ma per trattar del ben chi vi trovai,
dir de laltre cose chi vho scorte.
10. Io non so ben ridir comi vintrai,
tantera pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
13. Ma poi chi fui al pi dun colle giunto,
l dove terminava quella valle
che mavea di paura il cor compunto,
16. guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite gi de raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
19. Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor mera durata
la notte chi passai con tanta pieta.
22. E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a lacqua perigliosa e guata,
25. cos lanimo mio, chancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasci gi mai persona viva.
28. Poi chi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
s che l pi fermo sempre era l pi basso.

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31. Ed ecco, quasi al cominciar de lerta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
34. e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi mpediva tanto il mio cammino,
chi fui per ritornar pi volte vlto.
37. Tempera dal principio del mattino,
e l sol montava n s con quelle stelle
cheran con lui quando lamor divino
40. mosse di prima quelle cose belle;
s cha bene sperar mera cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
43. lora del tempo e la dolce stagione;
ma non s che paura non mi desse
la vista che mapparve dun leone.
46. Questi parea che contra me venisse
con la testalta e con rabbiosa fame,
s che parea che laere ne tremesse.
49. Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti f gi viver grame,
52. questa mi porse tanto di gravezza
con la paura chuscia di sua vista,
chio perdei la speranza de laltezza.
55. E qual quei che volontieri acquista,
e giugne l tempo che perder lo face,
che n tutti suoi pensier piange e sattrista;
58. tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ncontro, a poco a poco
mi ripigneva l dove l sol tace.
61. Mentre chi rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
64. Quando vidi costui nel gran diserto,
Miserere di me, gridai a lui,
qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
67. Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patra ambedui.
70. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto l buono Augusto
nel tempo de li di falsi e bugiardi.
73. Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol dAnchise che venne di Troia,
poi che l superbo Iln fu combusto.

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76. Ma tu perch ritorni a tanta noia?
perch non sali il dilettoso monte
ch principio e cagion di tutta gioia?.
79. Or se tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar s largo fiume?,
rispuosio lui con vergognosa fronte.
82. O de li altri poeti onore e lume,
vagliami l lungo studio e l grande amore
che m ha fatto cercar lo tuo volume.
85. Tu se lo mio maestro e l mio autore,
tu se solo colui da cu io tolsi
lo bello stilo che m ha fatto onore.
88. Vedi la bestia per cu io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
chella mi fa tremar le vene e i polsi.
91. A te convien tenere altro vaggio,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
se vuo campar desto loco selvaggio;
94. ch questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo mpedisce che luccide;
97. e ha natura s malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo l pasto ha pi fame che pria.
100. Molti son li animali a cui sammoglia,
e pi saranno ancora, infin che l veltro
verr, che la far morir con doglia.
103. Questi non ciber terra n peltro,
ma sapenza, amore e virtute,
e sua nazion sar tra feltro e feltro.
106. Di quella umile Italia fia salute
per cui mor la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
109. Questi la caccer per ogne villa,
fin che lavr rimessa ne lo nferno,
l onde nvidia prima dipartilla.
112. Ondio per lo tuo me penso e discerno
che tu mi segui, e io sar tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
115. ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
cha la seconda morte ciascun grida;
118. e vederai color che son contenti
nel foco, perch speran di venire
quando che sia a le beate genti.

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121. A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ci pi di me degna:
con lei ti lascer nel mio partire;
124. ch quello imperador che l s regna,
perchi fu ribellante a la sua legge,
non vuol che n sua citt per me si vegna.
127. In tutte parti impera e quivi regge;
quivi la sua citt e lalto seggio:
oh felice colui cu ivi elegge!.
130. E io a lui: Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acci chio fugga questo male e peggio,
133. che tu mi meni l dovor dicesti,
s chio veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti.
136. Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Canto III

1. PER ME SI VA NE LA CITT DOLENTE,


PER ME SI VA NE LETTERNO DOLORE,
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.
4. GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE;
FECEMI LA DIVINA PODESTATE,
LA SOMMA SAPENZA E L PRIMO AMORE.
7. DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
SE NON ETTERNE, E IO ETTERNA DURO.
LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CHENTRATE.
10. Queste parole di colore oscuro
vido scritte al sommo duna porta;
per chio: Maestro, il senso lor m duro.
13. Ed elli a me, come persona accorta:
Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne vilt convien che qui sia morta.
16. Noi siam venuti al loco ovi t ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c hanno perduto il ben de lintelletto.
19. E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ondio mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
22. Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per laere sanza stelle,
per chio al cominciar ne lagrimai.

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25. Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti dira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
28. facevano un tumulto, il qual saggira
sempre in quellaura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
31. E io chavea derror la testa cinta,
dissi: Maestro, che quel chi odo?
e che gent che par nel duol s vinta?.
34. Ed elli a me: Questo misero modo
tegnon lanime triste di coloro
che visser sanza nfamia e sanza lodo.
37. Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
40. Caccianli i ciel per non esser men belli,
n lo profondo inferno li riceve,
chalcuna gloria i rei avrebber delli.
43. E io: Maestro, che tanto greve
a lor che lamentar li fa s forte?.
Rispuose: Dicerolti molto breve.
46. Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita tanto bassa,
che nvidosi son dogne altra sorte.
49. Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
52. E io, che riguardai, vidi una nsegna
che girando correva tanto ratta,
che dogne posa mi parea indegna;
55. e dietro le vena s lunga tratta
di gente, chi non averei creduto
che morte tanta navesse disfatta.
58. Poscia chio vebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi lombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
61. Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta di cattivi,
a Dio spiacenti e a nemici sui.
64. Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe cheran ivi.
67. Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

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70. E poi cha riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva dun gran fiume;
per chio dissi: Maestro, or mi concedi
73. chi sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer s pronte,
comi discerno per lo fioco lume.
76. Ed elli a me: Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera dAcheronte.
79. Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
82. Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: Guai a voi, anime prave!
85. Non isperate mai veder lo cielo:
i vegno per menarvi a laltra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.
88. E tu che se cost, anima viva,
prtiti da cotesti che son morti.
Ma poi che vide chio non mi partiva,
91. disse: Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
pi lieve legno convien che ti porti.
94. E l duca lui: Caron, non ti crucciare:
vuolsi cos col dove si puote
ci che si vuole, e pi non dimandare.
97. Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
100. Ma quellanime, cheran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che nteser le parole crude.
103. Bestemmiavano Dio e lor parenti,
lumana spezie e l loco e l tempo e l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
106. Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
chattende ciascun uom che Dio non teme.
109. Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque sadagia.
112. Come dautunno si levan le foglie
luna appresso de laltra, fin che l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

20
115. similemente il mal seme dAdamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
118. Cos sen vanno su per londa bruna,
e avanti che sien di l discese,
anche di qua nuova schiera sauna.
121. Figliuol mio, disse l maestro cortese,
quelli che muoion ne lira di Dio
tutti convegnon qui dogne paese;
124. e pronti sono a trapassar lo rio,
ch la divina giustizia li sprona,
s che la tema si volve in disio.
127. Quinci non passa mai anima buona;
e per, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che l suo dir suona.
130. Finito questo, la buia campagna
trem s forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
133. La terra lagrimosa diede vento,
che balen una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
136. e caddi come luom cui sonno piglia

Canto V

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
70. Poscia chio ebbi l mio dottore udito
nomar le donne antiche e cavalieri,
piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
73. I cominciai: Poeta, volontieri
parlerei a quei due che nsieme vanno,
e paion s al vento esser leggeri.
76. Ed elli a me: Vedrai quando saranno
pi presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno.
79. S tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: O anime affannate,
venite a noi parlar, saltri nol niega!.
82. Quali colombe dal disio chiamate
con lali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per laere, dal voler portate;
85. cotali uscir de la schiera ov Dido,
a noi venendo per laere maligno,
s forte fu laffettuoso grido.

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88. O animal grazoso e benigno
che visitando vai per laere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
91. se fosse amico il re de luniverso,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi chai piet del nostro mal perverso.
94. Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a vui,
mentre che l vento, come fa, ci tace.
97. Siede la terra dove nata fui
su la marina dove l Po discende
per aver pace co seguaci sui.
100. Amor, chal cor gentil ratto sapprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e l modo ancor moffende.
103. Amor, cha nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer s forte,
che, come vedi, ancor non mabbandona.
106. Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.
Queste parole da lor ci fuor porte.
109. Quandio intesi quellanime offense,
china il viso, e tanto il tenni basso,
fin che l poeta mi disse: Che pense?.
112. Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
men costoro al doloroso passo!.
115. Poi mi rivolsi a loro e parla io,
e cominciai: Francesca, i tuoi martri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
118. Ma dimmi: al tempo di dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?.
121. E quella a me: Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ci sa l tuo dottore.
124. Ma sa conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dir come colui che piange e dice.
127. Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
130. Per pi fate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

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133. Quando leggemmo il disato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
136. la bocca mi basci tutto tremante.
Galeotto fu l libro e chi lo scrisse:
quel giorno pi non vi leggemmo avante.
139. Mentre che luno spirto questo disse,
laltro pianga; s che di pietade
io venni men cos comio morisse.
142. E caddi come corpo morto cade.

Canto XXVI

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
25. Quante l villan chal poggio si riposa,
nel tempo che colui che l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
28. come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole gi per la vallea,
forse col dove vendemmia e ara:
31. di tante fiamme tutta risplendea
lottava bolgia, s comio maccorsi
tosto che fui l ve l fondo parea.
34. E qual colui che si vengi con li orsi
vide l carro dElia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
37. che nol potea s con li occhi seguire,
chel vedesse altro che la fiamma sola,
s come nuvoletta, in s salire:
40. tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ch nessuna mostra l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
43. Io stava sovra l ponte a veder surto,
s che sio non avessi un ronchion preso,
caduto sarei gi sanzesser urto.
46. E l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel chelli inceso.
49. Maestro mio, rispuosio, per udirti
son io pi certo; ma gi mera avviso
che cos fosse, e gi voleva dirti:
52. chi n quel foco che vien s diviso
di sopra, che par surger de la pira
dovEtecle col fratel fu miso?.

23
55. Rispuose a me: L dentro si martira
Ulisse e Domede, e cos insieme
a la vendetta vanno come a lira;
58. e dentro da la lor fiamma si geme
lagguato del caval che f la porta
onde usc de Romani il gentil seme.
61. Piangevisi entro larte per che, morta,
Dedama ancor si duol dAchille,
e del Palladio pena vi si porta.
64. Sei posson dentro da quelle faville
parlar, dissio, maestro, assai ten priego
e ripriego, che l priego vaglia mille,
67. che non mi facci de lattender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver lei mi piego!.
70. Ed elli a me: La tua preghiera degna
di molta loda, e io per laccetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
73. Lascia parlare a me, chi ho concetto
ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi,
perche fuor greci, forse del tuo detto.
76. Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
79. O voi che siete due dentro ad un foco,
sio meritai di voi mentre chio vissi,
sio meritai di voi assai o poco
82. quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma lun di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi.
85. Lo maggior corno de la fiamma antica
cominci a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
88. indi la cima qua e l menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitt voce di fuori e disse: Quando
91. mi diparti da Circe, che sottrasse
me pi dun anno l presso a Gaeta,
prima che s Ena la nomasse,
94. n dolcezza di figlio, n la pieta
del vecchio padre, n l debito amore
lo qual dovea Penelop far lieta,
97. vincer potero dentro a me lardore
chi ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

24
100. ma misi me per lalto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
103. Lun lito e laltro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e lisola di Sardi,
e laltre che quel mare intorno bagna.
106. Io e compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dovErcule segn li suoi riguardi
109. acci che luom pi oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da laltra gi mavea lasciata Setta.
112. O frati, dissi, che per cento milia
perigli siete giunti a loccidente,
a questa tanto picciola vigilia
115. di nostri sensi ch del rimanente
non vogliate negar lesperenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
118. Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
121. Li miei compagni fecio s aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
124. e volta nostra poppa nel mattino,
de remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
127. Tutte le stelle gi de laltro polo
vedea la notte, e l nostro tanto basso,
che non surga fuor del marin suolo.
130. Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ntrati eravam ne lalto passo,
133. quando napparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non ava alcuna.
136. Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto;
ch de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
139. Tre volte il f girar con tutte lacque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in gi, comaltrui piacque,
142. infin che l mar fu sovra noi richiuso.

25
Francesco Petrarca (1304-1374)

Solo e pensoso
Solo e pensoso i pi deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman larena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger delle genti,
perch negli atti dallegrezza spenti
di fuor si legge comio dentro avvampi;
s chio mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita ch celata altrui.
Ma pur s aspre vie n s selvagge
cercar non so, chAmor non venga sempre
ragionando con meco, et io con lui.

Erano i capei
Erano i capei doro a laura sparsi,
che n mille dolci nodi gli avolgea;
e l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, chor ne son s scarsi;
e l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i che lsca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sbito arsi?

Non era landar suo cosa mortale,


ma dangelica forma; e le parole
sonavan altro che pur voce umana:

uno spirto celeste, un vivo sole


fu quel chi vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar darco non sana.

26
Pace non trovo
Pace non trovo e non ho da far guerra;
e temo e spero, ed ardo, e son un ghiaccio;
e volo sopra l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto l mondo abbraccio.
Tal mha in prigion che non mapre, n serra,
n per suo mi ritien, n scioglie il laccio
e non mancide Amor e non mi sferra,
n mi vuol vivo, n mi trae dimpaccio.
Veggio senzocchi e non ho lingua, e grido;
e bramo di perir, e cheggio aita;
ed ho in odio me stesso, ed amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita.
In questo stato son, Donna, per vui.

Chiare fresche e dolci acque


Chiare fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque,
5. (con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
con langelico seno;
10. aere sacro sereno
ove Amor co begli occhi il cor maperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
Segli pur mio destino,
15. e l cielo in ci sadopra,
chAmor questocchi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra
e torni lalma al proprio albergo ignuda;
20. la morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo,
ch lo spirito lasso
non poria mai in pi riposato porto

27
25. n in pi tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e lossa.
Tempo verr ancor forse
cha lusato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
30. e l vella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; ed o piet!
gi terra infra le pietre
35. vedendo, Amor linspiri
in guisa che sospiri
s dolcemente che merc mimpetre,
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.
40. Da be rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
45. coverta gi de l'amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
choro forbito e perle
eran quel d a vederle;
50. qual si posava in terra e qual su londe,
qual con un vago errore
girando perea dir: Qui regna Amore.
Quante volte dissio
allor pien di spavento:
55. Costei per fermo nacque in paradiso!.
Cos carco doblio
il divin portamento
e l volto e le parole e l dolce riso
maveano, e s diviso
60. da limagine vera,
chi dicea sospirando:
Qui come vennio o quando?
credendo esser in ciel, non l dovera.
Da indi in qua mi piace
65. questerba s chaltrove non pace.
Se tu avessi ornamenti quantai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.

28
Giovanni Boccaccio (1313 1375)

Il Decameron

Prima Giornata
Introduzione

() Dico adunque che gi erano gli anni della fruttifera incarnazione del
Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia
citt di Fiorenza, oltre a ognaltra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la
quale, per operazion de corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a
nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali
incominciata, quelle dinumerabile quantit de viventi avendo private, senza ristare dun
luogo in uno altro continuandosi, verso lOccidente miserabilmente sera ampliata.
E in quella non valendo alcuno senno n umano provedimento, per lo quale fu da
molte immondizie purgata la citt da oficiali sopra ci ordinati e vietato lentrarvi dentro
a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanit, n ancora umili
supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte
dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dellanno predetto orribilmente
cominci i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in
Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di
inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento dessa a maschi e alle femine
parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano
come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune pi e alcun altre meno, le quali i
volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio
cominci il gi detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a
nascere e a venire: e da questo appresso sincominci la qualit della predetta infermit a
permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra
parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il
gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, cos
erano queste a ciascuno a cui venieno.
A cura delle quali infermit n consiglio di medico n virt di medicina alcuna
pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la
ignoranza de medicanti (de quali, oltre al numero degli scienziati, cos di femine come
duomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto
grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non
vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra l terzo giorno dalla

29
apparizione de sopra detti segni, chi pi tosto e chi meno e i pi senza alcuna febbre o
altro accidente, morivano.
E fu questa pestilenza di maggior forza per ci che essa dagli infermi di quella per
lo comunicare insieme savventava a sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose
secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E pi avanti ancora ebbe di male: ch
non solamente il parlare e lusare cogli infermi dava a sani infermit o cagione di
comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata
tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermit nel toccator transportare.
Maravigliosa cosa da udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di
molti e da miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di
scriverlo, quantunque da fededegna udito lavessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualit
della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente luomo
alluomo, ma questo, che molto pi, assai volte visibilmente fece, cio che la cosa
delluomo infermo stato, o morto di tale infermit, tocca da un altro animale fuori della
spezie dell'uomo, non solamente della infermit il contaminasse ma quello infra
brevissimo spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, s come poco davanti detto, presero
tra laltre volte un d cos fatta esperienza: che, essendo gli stracci dun povero uomo da
tale infermit morto gittati nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli
secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co denti presigli e scossiglisi alle
guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser
preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra.
Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse
paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai
crudele era di schifare e di fuggire glinfermi e le lor cose; e cos faccendo, si credeva
ciascuno medesimo salute acquistare.
E erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da
ogni superfluit avesse molto a cos fatto accidente resistere; e fatta brigata, da ogni altro
separati viveano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo
fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e
ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori di morte o
dinfermi alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si
dimovano. Altri, in contraria oppinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e
landar cantando attorno e sollazzando e il sodisfare dogni cosa allappetito che si
potesse e di ci che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male; e
cos come il dicevano mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella
taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto pi ci
per laltrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in
piacere E ci potevan far di leggiere, per ci che ciascun, quasi non pi viver dovesse,
aveva, s come s, le sue cose messe in abbandono; di che le pi delle case erano divenute
comuni, e cos lusava lo straniere, pure che ad esse savvenisse, come lavrebbe il
proprio signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre glinfermi
fuggivano a lor potere.
E in tanta afflizione e miseria della nostra citt era la reverenda autorit delle
leggi, cos divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di
quelle, li quali, s come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o s di famigli rimasi
stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a

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grado gli era dadoperare. Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una
mezzana via, non strignendosi nelle vivande quanto i primi n nel bere e nellaltre
dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose
usavano e senza rinchiudersi andavano a torno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe
odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando
essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ci fosse cosa che laere
tutto paresse dal puzzo de morti corpi e delle infermit e delle medicine compreso e
puzzolente.
Alcuni erano di pi crudel sentimento, come che per avventura pi fosse sicuro,
dicendo niuna altra medicina essere contro alle pestilenze migliore n cos buona come il
fuggir loro davanti; e da questo argomento mossi, non curando dalcuna cosa se non di
s, assai e uomini e donne abbandonarono la propia citt, le propie case, i lor luoghi e i
lor parenti e le lor cose, e cercarono laltrui o almeno il lor contado, quasi lira di Dio a
punire le iniquit degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma
solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor citt si trovassero,
commossa intendesse; o quasi avvisando niuna persona in quella dover rimanere e la sua
ultima ora esser venuta.
E come che questi cos variamente oppinanti non morissero tutti, non per ci tutti
campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi,
quando sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per
tutto languieno. E lasciamo stare che luno cittadino laltro schifasse e quasi niuno vicino
avesse dellaltro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano:
era con s fatto spavento questa tribulazione entrata ne petti degli uomini e delle donne,
che lun fratello laltro abbandonava e lo zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte
la donna suo marito; e (che maggior cosa e quasi non credibile), i padri e le madri i
figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.
Per la qual cosa a coloro, de quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e
femine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase che o la carit degli amici (e di
questi fur pochi) o lavarizia de serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti
servieno, quantunque per tutto ci molti non fossero divenuti: e quelli cotanti erano
uomini o femine di grosso ingegno, e i pi di tali servigi non usati, li qual niuna altra cosa
servieno che di porgere alcune cose daglinfermi addomandate o di riguardare quando
morieno; e, servendo in tal servigio, s molte volte col guadagno perdeano.
E da questo essere abbandonati gli infermi da vicini, da parenti e dagli amici e
avere scarsit di serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito: che niuna,
quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava davere a
suoi servigi uomo, egli si fosse o giovane o altro, e a lui senza alcuna vergogna ogni parte
del corpo aprire non altrimenti che a una femina avrebbe fatto, solo che la necessit della
sua infermit il richiedesse; il che, in quelle che ne guerirono, fu forse di minore onest,
nel tempo che succedette, cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti che per
avventura, se stati fossero atati, campati sarieno; di che, tra per lo difetto degli opportuni
servigi, li quali glinfermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella
citt la moltitudine che di d e di notte morieno, che uno stupore era a udir dire, non che a
riguardarlo. Per che, quasi di necessit, cose contrarie a primi costumi de cittadini
nacquero tra quali rimanean vivi.

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Era usanza (s come ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti e vicine
nella casa del morto si ragunavano e quivi con quelle che pi gli appartenevano
piagnevano; e daltra parte dinanzi alla casa del morto co suoi prossimi si ragunavano i
suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo la qualit del morto vi veniva il chericato; ed
egli sopra gli omeri s suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui
prima eletta anzi la morte nera portato. Le quali cose, poi che a montar cominci la
ferocit della pestilenza tutto o in maggior parte quasi cessarono e altre nuove in lor
luogo ne sopravennero. Per ci che, non solamente senza aver molte donne da torno
morivan le genti, ma assai nerano di quelli che di questa vita senza testimonio
trapassavano; e pochissimi erano coloro a quali i pietosi pianti e lamare lagrime de suoi
congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle susavano per li pi risa e motti e
festeggiar compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte proposta la donnesca
piet per la salute di loro, avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de
quali fosser pi che da un diece o dodici de suoi vicini alla chiesa acompagnati; li quali
non gli orrevoli e cari cittadini sopra gli omeri portavano, ma una maniera di beccamorti
sopravenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi
prezzolata faceva, sottentravano alla bara; e quella con frettolosi passi, non a quella
chiesa che esso aveva anzi la morte disposto ma alla pi vicina le pi volte il portavano,
dietro a quattro o a sei cherici con poco lume e tal fiata senza alcuno; li quali con laiuto
de detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo uficio o solenne, in qualunque sepoltura
disoccupata trovavano pi tosto il mettevano.

Sesta Giornata
Novella Decima

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dellagnolo


Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che
arrostirono san Lorenzo.

() Certaldo, come voi forse avete potuto udire, un castel di Valdelsa posto nel
nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, gi di nobili uomini e dagiati fu abitato;
nel quale, per ci che buona pastura vi trovava, us un lungo tempo d'andare ogni anno
una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de frati di santo Antonio, il
cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi
volontieri, con ci sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana.
Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior
brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia avendo, s ottimo parlatore e pronto
era, che chi conosciuto non lavesse, non solamente un gran rettorico lavrebbe stimato,
ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della
contrada era compare o amico o benivogliente.

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Il quale, secondo la sua usanza, del mese dagosto tra laltre vand una volta, e una
domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla
messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse:
- Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza di mandare ogni anno a poveri
del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai,
secondo il podere e la divozion sua, acci ch il beato santo Antonio vi sia guardia de
buoi e degli asini e de porci e delle pecore vostre; e oltre a ci solete pagare, e
spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni
anno si paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cio da
messer labate, stato mandato, e per ci, con la benedizion di Dio, dopo nona, quando
udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa l dove io al modo usato vi
far la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ci, per ci che divotissimi tutti vi
conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrer una santissima e
bella reliquia, la quale io medesimo gi recai dalle sante terre d'oltremare: e questa una
delle penne dellagnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase
quando egli la venne ad annunziare in Nazaret.
E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa.
Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due
giovani astuti molto, chiamato luno Giovanni del Bragoniera e laltro Biagio Pizzini li
quali, poi che alquanto tra s ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto
fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa.
E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico,
come a tavola il sentirono cos se ne scesero alla strada e allalbergo dove il frate era
smontato se nandarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il
fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tra le cose del frate cercare di questa penna,
chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al
popol dire.
Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri
Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non
vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era
usato di motteggiare con la sua brigata e di dire:
- Il fante mio ha in s nove cose tali che, se qualunque luna di quelle fosse in
Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vert, ogni lor
senno, ogni lor santit. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale n vert n
senno n santit alcuna , avendone nove.
Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole
in rima messe, rispondeva:
- Dirolvi: egli tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente;
trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste,
che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente da rider de fatti suoi che egli
in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la barba grande e nera e
unta, gli par s forte esser bello e piacevole, che egli savisa che quante femine il veggano
tutte di lui sinnamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la
coreggia. il vero che egli m d'un grande aiuto, per ci che mai niun non mi vuol s
segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se avviene che io dalcuna cosa

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sia domandato, ha s gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde
egli e s e no, come giudica si convenga.
A costui, lasciandolo allalbergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse
che alcuna persona non toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ci che in
quelle erano le cose sacre.
Ma Guccio Imbratta, il quale era pi vago di stare in cucina che sopra i verdi rami
lusignolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna, avendone in quella delloste una
veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston
da letame e con un viso che parea de Baronci, tutta sudata, unta e affumicata, non
altramenti che si gitti lavoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e
tutte le sue cose in abbandono, l si cal. E ancora che dagosto fosse, postosi presso al
fuoco a sedere, cominci con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in parole e dirle che
egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de fiorini pi di millantanove,
senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi pi che meno, e che egli sapeva
tante cose fare e dire, che domine pure unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio
sopra il quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon d'Altopascio, e a un suo
farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume, con pi
macchie e di pi colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette
tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Castiglione, che rivestir
la voleva e rimetterla in arnese, e trarla di quella cattivit di star con altrui e senza gran
possession davere ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali
quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento convertite, come le pi delle
sue imprese facevano, tornarono in niente.
Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual
cosa contenti, per ci che mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno
nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati, la prima cosa che venne
lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in
un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in
essa una penna di quelle della coda d'un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser
quella che egli promessa avea di mostrare a certaldesi.
E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ci che ancora non
erano le morbidezze dEgitto, se non in piccola quantit, trapassate in Toscana, come poi
in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son trapassate: e dove che elle poco
conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti sapute; anzi,
durandovi ancora la rozza onest degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di
gran lunga la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare.
Contenti adunque i giovani daver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare
la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta
empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati
veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate
Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.
Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la
penna dellagnol Gabriello dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo lun
vicino allaltro e luna comare allaltra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e
tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con desiderio aspettando di
veder questa penna.

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Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona
levatosi e sentendo la moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la penna
vedere, mand a Guccio Imbratta che lass con le campanelle venisse e recasse le sua
bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con le cose
addimandate con fatica lass nand: dove ansando giunto, per ci che il ber dellacqua
gli avea molto fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su
la porta della chiesa, forte incominci le campanelle a sonare.
Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che
niuna sua cosa fosse stata mossa, cominci la sua predica, e in acconcio defatti suoi
disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna dell'agnolo Gabriello, fatta
prima con grande solennit la confessione, fece accender due torchi, e soavemente
sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E
dette primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dellagnolo Gabriello e
della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena di carboni vide, non sospic
che ci che Guccio Balena gli avesse fatto, per ci che nol conosceva da tanto, n il
maladisse del male aver guardato che altri ci non facesse, ma bestemmi tacitamente s,
che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva,
negligente, disubidente, trascurato e smemorato. Ma non per tanto, senza mutar colore,
alzato il viso e le mani al cielo, disse s che da tutti fu udito:
- O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia!
Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse:
- Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui
mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con
espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li
quali, ancora che a bollar niente costassero, molto pi utili sono a altrui che a noi.
Per la qual cosa messom'io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo
Borgo de Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni
in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto pervenni in Sardigna. Ma perch vi vo
io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in
Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di
Menzogna, dove molti de nostri frati e daltre religioni trovai assai, li quali tutti il
disagio andavan per lamor di Dio schifando, poco dellaltrui fatiche curandosi, dove la
loro utilit vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei
paesi: e quindi passai in terra dAbruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su
pemonti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco pi l trovai gente che
portano il pan nelle mazze e l vin nelle sacca: da quali alle montagne de bachi
pervenni, dove tutte le acque corrono alla ngi.
E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, l dove
io vi giuro, per l'abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a
chi non gli avesse veduti; ma di ci non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran
mercante io trovai l, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio.
Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perci che da indi in l si va
per acqua, indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l'anno di state vi vale
il pan freddo quattro denari, e il caldo v per niente. E quivi trovai il venerabile padre
messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale, per
reverenzia dellabito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che

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io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di s aveva; e furon tante che, se io
ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non
lasciarvi sconsolate, ve ne dir alquante.
Egli primieramente mi mostr il dito dello Spirito Santo cos intero e saldo come fu
mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dellunghie de
Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre, e de vestimenti della
Santa F catolica, e alquanti de raggi della stella che apparve a tre Magi in oriente, e un
ampolla del sudore di san Michele quando combatt col diavolo, e la mascella della
morte di san Lazzaro e altre.
E per ci che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e
dalquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli
partefice delle sue sante reliquie, e donommi uno de denti della santa Croce, e in una
ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna
dellagnol Gabriello, della quale gi detto vho, e lun dezoccoli di san Gherardo da
Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui
ha grandissima divozione) e diedemi de carboni, coquali fu il beatissimo martire san
Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle
tutte.
il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io labbia mostrate infino a
tanto che certificato non s se desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse
e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n certo mha conceduta licenzia che io le
mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco.
Vera cosa che io porto la penna dellagnol Gabriello, acci che non si guasti, in una
cassetta e i carboni coquali fu arrostito san Lorenzo in unaltra; le quali son s simiglianti
luna allaltra, che spesse volte mi vien presa luna per laltra, e al presente m avvenuto;
per ci che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata
quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser
certo che volont sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de carboni ponesse nelle
mie mani, ricordandomio pur test che la festa di san Lorenzo sia di qui a due d. E per
ci, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co quali esso fu arrostito, raccenda
nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i
benedetti carboni spenti dallomor di quel santissimo corpo mi fe pigliare. E per ci,
figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente vappresserete a vedergli.
Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce
tocco, tutto quello anno pu viver sicuro che fuoco nol cocer che non si senta.
E poi che cos detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e
mostr i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione
reverentemente guardati, con grandissima calca tutti sappressarono a frate Cipolla e,
migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava
ciascuno.
Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti
bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominci a fare le maggior croci che
vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi
ricrescevano nella cassetta, s come egli molte volte aveva provato.
E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilit avendo tutti crociati i certaldesi,
per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna,

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avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo
preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che eran
creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa
del mondo ci che fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la
quale lanno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni.

La letteratura italiana nel Settecento

Carlo Goldoni (1707 1793)

La Locandiera
ATTO PRIMO, SCENA NONA
MIRANDOLINA (sola): Uh, che mai ha detto! Leccellentissimo signor Marchese
Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficolt.
Io non lo vorrei. Mi piace larrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti
quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa
locanda, tutti di me sinnamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi
esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi
tratta s bruscamente? Questi il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non
abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto sabbiano a
innamorare: ma disprezzarmi cos? una cosa che mi muove la bile terribilmente.
nemico delle donne? Non le pu vedere? Povero pazzo! Non avr ancora trovato quella
che sappia fare. Ma la trover. La trover. E chi sa che non labbia trovata? Con questi
per lappunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano.
La nobilt non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere
consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa la mia debolezza, e questa la
debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di
nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libert. Tratto con tutti, ma non minnamoro
mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar
tutta larte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici
di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

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ATTO SECONDO, SCENA DICIASSETTESIMA
Mirandolina con un foglio in mano, e detto.
MIRANDOLINA: Signore. (Mestamente.)
CAVALIERE: Che c, Mirandolina?
MIRANDOLINA: Perdoni. (Stando indietro.)
CAVALIERE: Venite avanti.
MIRANDOLINA: Ha domandato il suo conto; lho servita. (Mestamente.)
CAVALIERE: Date qui.
MIRANDOLINA: Eccolo. (Si asciuga gli occhi col grembiale, nel dargli il conto.)
CAVALIERE: Che avete? Piangete?
MIRANDOLINA: Niente, signore, mi andato del fumo negli occhi.
CAVALIERE: Del fumo negli occhi? Eh! basta... quanto importa il conto? (legge.) Venti
paoli? In quattro giorni un trattamento s generoso: venti paoli?
MIRANDOLINA: Quello il suo conto.
CAVALIERE: E i due piatti particolari che mi avete dato questa mattina, non ci sono nel
conto?
MIRANDOLINA: Perdoni. Quel chio dono, non lo metto in conto.
CAVALIERE: Me li avete voi regalati?
MIRANDOLINA: Perdoni la libert. Gradisca per un atto di... (Si copre, mostrando di
piangere.)
CAVALIERE: Ma che avete?
MIRANDOLINA: Non so se sia il fumo, o qualche flussione di occhi.
CAVALIERE: Non vorrei che aveste patito, cucinando per me quelle due preziose
vivande.
MIRANDOLINA: Se fosse per questo, lo soffrirei... volentieri... (Mostra trattenersi di
piangere.)
CAVALIERE: (Eh, se non vado via!). (Da s.) Ors, tenete. Queste sono due doppie.
Godetele per amor mio... e compatitemi... (Simbroglia.)
MIRANDOLINA (senza parlare, cade come svenuta sopra una sedia.)
CAVALIERE: Mirandolina. Ahim! Mirandolina. svenuta. Che fosse innamorata di
me? Ma cos presto? E perch no? Non sono io innamorato di lei? Cara Mirandolina...
Cara? Io cara ad una donna? Ma se svenuta per me. Oh, come tu sei bella! Avessi
qualche cosa per farla rinvenire. Io che non pratico donne, non ho spiriti, non ho ampolle.
Chi di l? Vi nessuno? Presto?... Ander io. Poverina! Che tu sia benedetta! (Parte, e
poi ritorna.)
MIRANDOLINA: Ora poi caduto affatto. Molte sono le nostre armi, colle quali si
vincono gli uomini. Ma quando sono ostinati, il colpo di riserva sicurissimo uno
svenimento. Torna, torna. (Si mette come sopra.)
CAVALIERE (torna con un vaso d'acqua.): Eccomi, eccomi. E non ancor rinvenuta.
Ah, certamente costei mi ama. (La spruzza, ed ella si va movendo.) Animo, animo. Son
qui cara. Non partir pi per ora.

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La letteratura italiana nellOttocento

Giacomo Leopardi (1798 1837)

LInfinito
Sempre caro mi fu questermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dellultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
5. spazi di l da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
10. infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien leterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Cos tra questa
immensit sannega il pensier mio:
15. e il naufragar m dolce in questo mare.

Il sabato del villaggio


La donzelletta vien dalla campagna,
in sul calar del sole,
col suo fascio dellerba; e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
5. onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
dimani, al d di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella
10. incontro l dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai d della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei

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15. chebbe compagni dellet pi bella.
Gi tutta laria imbruna;
torna azzurro il sereno, e tornan lombre
gi da colli e da tetti,
al biancheggiar della recente luna.
20. Or la squilla d segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
25. su la piazzuola in frotta,
e qua e l saltando,
fanno un lieto romore:
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
30. e seco pensa al d del suo riposo.
Poi quando intorno spenta ogni altra face,
e tutto laltro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
35. nella chiusa bottega alla lucerna,
e saffretta, e sadopra
di fornir lopra anzi il chiarir dellalba.
Questo di sette il pi gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
40. diman tristezza e noia
recheran lore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier far ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta et fiorita
45. come un giorno dallegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta cotesta.
50. Altro dirti non vo; ma la tua festa
chanco tardi a venir non ti sia grave.

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Alessandro Manzoni (1785 1873)

I Promessi Sposi
I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi,
ora luno ora laltro, a guardare se nessuno glinseguiva, tutti in affanno per la fatica della
fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva
riuscita, per lapprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor pi in affanno li
teneva lincalzare continuo di que rintocchi, i quali, quanto, per lallontanarsi, venivan
pi fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di pi lugubre e sinistro.
Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non
sentendo un alito allintorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso
fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo comera andata, domandando a Menico
cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccont brevemente la sua trista storia; e tutte tre
si voltarono al fanciullo, il quale rifer pi espressamente lavviso del padre, e raccont
quello chegli stesso aveva veduto e rischiato, e che pur troppo confermava lavviso. Gli
ascoltatori compresero pi di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si
sentiron rabbrividire; si fermaron tutte tre a un tratto, si guardarono in viso lun con
laltro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tutte tre posero una mano, chi
sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente
che fosse stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano
dellangoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per
chiedergliene scusa. - Ora torna a casa, perch i tuoi non abbiano a star pi in pena per te,
- gli disse Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne lev quattro di
tasca, e gliele diede, aggiungendo: - basta; prega il Signore che ci rivediamo presto: e
allora... - Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomand molto di non dir nulla
della commissione avuta dal frate; Lucia laccarezz di nuovo, lo salut con voce
accorata; il ragazzo li salut tutti, intenerito; e torn indietro. Quelli ripresero la loro
strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava
stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, laiuto che il
giovine le offriva ne passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in s,
anche in un tale turbamento, desser gi stata tanto sola con lui, e tanto famigliarmente,
quando saspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito cos
dolorosamente quel sogno, si pentiva dessere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di
tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per
quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle
tenebre, senza saper di che.
- E la casa? - disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse
importante, nessuno rispose, perch nessuno poteva darle una risposta soddisfacente.

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Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla
piazzetta davanti alla chiesa del convento.
Renzo saffacci alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto sapr; e la
luna, entrando per lo spiraglio, illumin la faccia pallida, e la barba dargento del padre
Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, - Dio
sia benedetto! - disse, e fece lor cenno chentrassero.
Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, chegli, con
preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa la porta, e a
starci in sentinella, per accogliere que poveri minacciati: e non si richiedeva meno
dellautorit del padre, della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza
incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccost la
porta adagio adagio. Allora il sagrestano non pot pi reggere, e, chiamato il padre da una
parte, gli andava susurrando all'orecchio: - ma padre, padre! di notte... in chiesa... con
donne... chiudere... la regola... ma padre! - E tentennava la testa. Mentre diceva
stentatamente quelle parole, vedete un poco! pensava il padre Cristoforo, se fosse un
masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficolt al mondo; e una povera
innocente, che scappa dagli artigli del lupo... - Omnia munda mundis, - disse poi,
voltandosi tutta un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino.
Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece leffetto. Se il padre si fosse messo
a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa
il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide dun
senso misterioso, e proferite cos risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi
la soluzione di tutti i suoi dubbi. Sacquiet, e disse: - Basta! Lei ne sa pi di me.
- Fidatevi pure, - rispose il padre Cristoforo; e, allincerto chiarore della lampada
che ardeva davanti allaltare, saccost ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e
disse loro: - figliuoli! ringraziate il Signore, che vha scampati da un gran pericolo. Forse
in questo momento...! - E qui si mise a spiegare ci che aveva fatto accennare dal piccol
messo: giacch non sospettava chessi ne sapesser pi di lui, e supponeva che Menico gli
avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo
disingann, nemmeno Lucia, la quale per sentiva un rimorso segreto duna tale
dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl imbrogli e de sotterfugi.
- Dopo di ci, - continu egli, - vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non
sicuro per voi. il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol cos.
una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri
che verr un tempo in cui vi troverete contenti di ci che ora accade. Io ho pensato a
trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a
casa vostra; a ogni modo, Dio vi provveder, per il vostro meglio; e io certo mi studier
di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi
suoi poveri cari tribolati. Voi continu volgendosi alle due donne potrete fermarvi a
***. L sarete abbastanza fuori dogni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane
da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli
questa lettera: sar per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi
metterti, per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre
Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti far da
padre, ti guider, ti trover del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui
tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione. un torrente a

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pochi passi da Pescarenico. L vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sar domandato
per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi ricever, vi trasporter all'altra riva,
dove troverete un baroccio che vi condurr addirittura fino a ***.
Chi domandasse come fra Cristoforo avesse cos subito a sua disposizione que'
mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il
potere dun cappuccino tenuto in concetto di santo.
Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi,
incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese glindicarono. Questultima,
levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa
era aperta, che cera stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!
- Prima che partiate, - disse il padre, - preghiamo tutti insieme il Signore, perch
sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere
ci chEgli ha voluto. Cos dicendo s'inginocchi nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo
stesso. Dopo chebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce
sommessa, ma distinta, articol queste parole: - Noi vi preghiamo ancora per quel
poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra
misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella
nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi
Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... vostro nemico.
Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate piet di lui, o Signore, toccategli il cuore,
rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.
Alzatosi poi, come in fretta, disse: - Via, figliuoli, non c tempo da perdere: Dio
vi guardi, il suo angelo vaccompagni: andate. E mentre savviavano, con quella
commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse,
con voce alterata: - Il cuor mi dice che ci rivedremo presto.
Certo, il cuore, chi gli d retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sar.
Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che gi accaduto.
Senza aspettar risposta, fra Cristoforo and verso la sagrestia; i viaggiatori usciron
di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui.
Essi savviarono zitti zitti alla riva chera stata loro indicata; videro il battello pronto, e
data e barattata la parola, centrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne
stacc; afferrato poi l'altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia
opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso
immobile, se non fosse stato il tremolare e londeggiar leggiero della luna, che vi si
specchiava da mezzo il cielo. Sudiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie
del lido, il gorgoglo pi lontano dellacqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato
di que due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo
grondanti, e si rituffavano. Londa segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava
una striscia increspata, che sandava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la
testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e
l di grandombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don
Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del
promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia
daddormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrivid; scese con
locchio gi gi per la china, fino al suo paesello, guard fisso all'estremit, scopr la sua
casetta, scopr la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scopr la

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finestra della sua camera; e, seduta, comera, nel fondo della barca, pos il braccio sulla
sponda, pos sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.
Addio, monti sorgenti dallacque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi
cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de suoi pi
familiari; torrenti, de quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche;
ville sparse e biancheggianti sul pendo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto
tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che
se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si
disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia dessersi
potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, torner
dovizioso. Quanto pi si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da
quellampiezza uniforme; laria gli par gravosa e morta; sinoltra mesto e disattento nelle
citt tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli
levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio
inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha gi messo gli occhi addosso,
da gran tempo, e che comprer, tornando ricco a suoi monti.
Ma chi non aveva mai spinto al di l di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi
aveva composti in essi tutti i disegni dellavvenire, e n sbalzato lontano, da una forza
perversa! Chi, staccato a un tempo dalle pi care abitudini, e disturbato nelle pi care
speranze, lascia que monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai
desiderato di conoscere, e non pu con limmaginazione arrivare a un momento stabilito
per il ritorno! Addio, casa nata, dove, sedendo, con un pensiero occulto, simpar a
distinguere dal rumore de passi comuni il rumore dun passo aspettato con un misterioso
timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando,
e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di
sposa. Addio, chiesa, dove lanimo torn tante volte sereno, cantando le lodi del Signore;
dovera promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere
solennemente benedetto, e lamore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a
voi tanta giocondit per tutto; e non turba mai la gioia de suoi figli, se non per
prepararne loro una pi certa e pi grande.
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i
pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra
dellAdda.

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Giovanni Pascoli (1855 1912)

La mia sera
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c un breve gre gre di ranelle.
5. Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle


10. nel cielo s tenero e vivo.
L, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quellaspra bufera,
15. non resta che un dolce singulto
nellumida sera.

, quella infinita tempesta,


finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
20. cirri di porpora e doro.
O stanco dolore, riposa!
La nube del giorno pi nera
fu quella che vedo pi rosa
nellultima sera.

25. Che voli di rondini intorno!


che gridi nellaria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, s piccola, i nidi
30. nel giorno non lebbero intera.
N io... e che voli, che gridi,
mia limpida sera!

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Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
35. Dormi! bisbigliano, Dormi!
l, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno chio torni comera...
sentivo mia madre... poi nulla...
40. sul far della sera.

Il lampo
E cielo e terra si mostr qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;


il cielo ingombro, tragico, disfatto.
Bianca, bianca nel tacito tumulto
una casa appar, spar dun tratto.
Come un occhio che, largo, esterrefatto,
sapr, si chiuse, nella notte nera.

Gabriele DAnnunzio (1863 1938)

La pioggia nel pineto


Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
5. parole pi nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
10. Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini

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scagliosi ed irti,
piove sui mirti
15. divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
20. piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
25. leggieri,
su i freschi pensieri
che lanima schiude
novella,
su la favola bella
30. che ieri
tilluse, che oggi millude,
o Ermione
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
35. verdura
con un crepitio che dura
e varia nellaria
secondo le fronde
pi rade, men rade.
40. Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
45. n il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
50. diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
55. darborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
molle di pioggia

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come una foglia,
e le tue chiome
60. auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
65. Ascolta, ascolta. Laccordo
delle aeree cicale
a poco a poco
pi sordo
si fa sotto il pianto
70. che cresce;
ma un canto vi si mesce
pi roco
che di laggi sale,
dallumida ombra remota.
75. pi sordo e pi fioco
sallenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
80. Non sode voce del mare.
Or sode su tutta la fronda
crosciare
largentea pioggia
che monda,
85. il croscio che varia
secondo la fronda
pi folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dellaria
90. muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nellombra pi fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
95. E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
s che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
100. ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita in noi fresca

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aulente,
il cuor nel petto come pesca
105. intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra lerbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
110. E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c intrica i ginocchi)
115. chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
120. su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che lanima schiude
novella,
125. sulla favola bella
che ieri
milluse, che oggi tillude,
o Ermione.

Giovanni Verga (1840 1922)

La roba
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso l come un pezzo di mare
morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte,
e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se
domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal
caldo, nellora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nellimmensa

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campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua
canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: Qui di chi ?
sentiva rispondersi: Di Mazzar. E passando vicino a una fattoria grande quanto un
paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate allombra del
pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: E qui?
Di Mazzar. E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi
scuoteva allimprovviso labbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva
pi, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e
il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo
sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: Di Mazzar. Poi veniva un
uliveto folto come un bosco, dove lerba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a
marzo. Erano gli ulivi di Mazzar. E verso sera, allorch il sole tramontava rosso come il
fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di
Mazzar che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado
lentamente, col muso nellacqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria,
sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzar; e si udiva
il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora s ed ora
no, e il canto solitario perduto nella valle. Tutta roba di Mazzar. Pareva che fosse di
Mazzar perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che
andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dellassiolo nel bosco.
Pareva che Mazzar fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si
camminasse sulla pancia. - Invece egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non
gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si
sapeva come facesse a riempirla, perch non mangiava altro che due soldi di pane; e s
chera ricco come un maiale; ma aveva la testa chera un brillante, quelluomo.
Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove
prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, collacqua, col
vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano
di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano delleccellenza, e gli
parlavano col berretto in mano. N per questo egli era montato in superbia, adesso che
tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero
diavolo e cattivo pagatore; ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta
nera, era la sua sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di
feltro, perch costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove
arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e
di dietro, nel monte e nella pianura. Pi di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli
del cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua
bocca la quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di
formaggio, ingozzato in fretta e in furia, allimpiedi, in un cantuccio del magazzino
grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i
contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la
campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello, nelle calde
giornate della msse. Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco, e s che del
tabacco ne producevano i suoi orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un
fanciullo, di quelle che si vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, n quello

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delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era
costata anche 12 tar, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.
Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando
andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato quel che
ci vuole a fare i tre tar della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14
ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un
momento. Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non fosse
stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file
dei corvi che arrivavano in novembre; e altre file di muli, che non finivano pi, portavano
le sementi; le donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per
raccogliere le sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze
che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei villaggi interi alle
sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna, era per la vendemmia di
Mazzar. Alla msse poi i mietitori di Mazzar sembravano un esercito di soldati, che per
mantenere tutta quella gente, col biscotto alla mattina e il pane e larancia amara a
colazione, e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e le
lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze. Perci adesso, quando andava a
cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d'occhio uno
solo, e badava a ripetere: - Curviamoci, ragazzi! Egli era tutto l'anno colle mani in tasca a
spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzar gli veniva la febbre,
ogni volta.
Per ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di grano
che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e ogni volta che Mazzar
vendeva il vino, ci voleva pi di un giorno per contare il denaro, tutto di 12 tar d'argento,
ch lui non ne voleva di carta sudicia per la sua roba, e andava a comprare la carta sudicia
soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli armenti di Mazzar
coprivano tutto il campo, e ingombravano le strade, che ci voleva mezza giornata per
lasciarli sfilare, e il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
Tutta quella roba se lera fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non
dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, collaffaticarsi
dallalba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali
e le sue mule egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, chera tutto quello chei
avesse al mondo; perch non aveva n figli, n nipoti, n parenti; non aveva altro che la
sua roba. Quando uno fatto cos, vuol dire che fatto per la roba.
Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita, perch la roba
vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima era stato il
padrone di Mazzar, e laveva raccolto per carit nudo e crudo ne suoi campi, ed era
stato il padrone di tutti quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti
quegli armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri dietro, pareva il
re, e gli preparavano anche lalloggio e il pranzo, al minchione, sicch ognuno sapeva
lora e il momento in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel
sacco. - Costui vuol essere rubato per forza! - diceva Mazzar, e schiattava dalle risa
quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle mani,
borbottando: - Chi minchione se ne stia a casa, - la roba non di chi lha, ma di chi la sa
fare -. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire se veniva a
sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando, e come; ma capitava allimprovviso, a

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piedi o a cavallo alla mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva
accanto ai suoi covoni, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
In tal modo a poco a poco Mazzar divenne il padrone di tutta la roba del barone;
e costui usc prima dalluliveto, e poi dalle vigne, e poi dai pascoli, e poi dalle fattorie e
infine dal suo palazzo istesso, che non passava giorno che non firmasse delle carte
bollate, e Mazzar ci metteva sotto la sua brava croce. Al barone non era rimasto altro
che lo scudo di pietra chera prima sul portone, ed era la sola cosa che non avesse voluto
vendere, dicendo a Mazzar: - Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te. Ed era
vero; Mazzar non sapeva che farsene, e non lavrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli
dava ancora del tu, ma non gli dava pi calci nel di dietro.
- Questa una bella cosa, davere la fortuna che ha Mazzar! diceva la gente; e
non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante
fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera, e come quella testa che era
un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la
roba; e se il proprietario di una chiusa limitrofa si ostinava a non cedergliela, e voleva
prendere pel collo Mazzar, dover trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere, e
farcelo cascare, malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per
esempio, la fertilit di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e arrivava a
fargliela credere una terra promessa, sinch il povero diavolo si lasciava indurre a
prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa e la chiusa, che
Mazzar se l'acchiappava per un pezzo di pane. E quante seccature Mazzar doveva
sopportare! I mezzadri che venivano a lagnarsi delle malannate, i debitori che mandavano
in processione le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di
non metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o lasinello, che non avevano da
mangiare.
- Lo vedete quel che mangio io? rispondeva lui pane e cipolla! e s che ho i
magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba. E se gli domandavano un
pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva: - Che, vi pare che labbia rubata? Non
sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e raccoglierle? E se gli domandavano un
soldo rispondeva che non laveva.
E non laveva davvero. Ch in tasca non teneva mai 12 tar, tanti ce ne volevano
per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come un fiume dalla sua
casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena
metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perch voleva
arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re, ch il re non pu ne
venderla, n dire ch sua.
Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva
lasciarla l dovera. Questa una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad
acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla!
E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che
gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e
gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli
passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra
le gambe, per invidia, e borbottava: - Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha
niente!

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Sicch quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare
allanima, usc nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di
bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: - Roba mia, vientene con me!

La letteratura italiana nel Novecento

Filippo T. Marinetti (1876 1944)

Manifesto del Futurismo


Noi vogliamo cantare lamor del pericolo, labitudine allenergia e alla temerit. Il
coraggio, laudacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia. La
letteratura esalt fino ad oggi limmobilit pensosa, lestasi e il sonno. Noi vogliamo
esaltare il movimento aggressivo, linsonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo
schiaffo ed il pugno.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si arricchita di una bellezza
nuova, la bellezza della velocit. Unautomobile da corsa col suo cofano adorno di grossi
tubi simili a serpenti dallalito esplosivo unautomobile ruggente, che sembra correre
sulla mitraglia, pi bella della Vittoria di Samotracia.
Noi vogliamo inneggiare alluomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa
la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita. Bisogna che il poeta si
prodighi, con ardore, sforzo e munificenza, per aumentare lentusiastico fervore degli
elementi primordiali. Non v pi bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non
abbia un carattere aggressivo pu essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita
come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti alluomo.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! Perch dovremmo guardarci alle
spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dellImpossibile? Il Tempo e lo Spazio
morirono ieri. Noi viviamo gi nellassoluto, poich abbiamo gi leterna velocit
onnipresente.
Noi vogliamo glorificare la guerra sola igiene del mondo , il militarismo, il
patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo
della donna.
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie dogni specie, e
combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni vilt opportunistica o
utilitaria. ()

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dallItalia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza
travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perch vogliamo
liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, darcheologi, di ciceroni e
dantiquari. ()

Aldo Palazzeschi (1885 1974)

Chi sono?

Son forse un poeta?


No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dellanima mia:
follia.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dellanima mia:
malinconia.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c che una nota
nella tastiera dellanima mia:
nostalgia.
Son dunque che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dellanima mia.

54
Alberto Moravia (1907 1990)

Gli Indifferenti
I marciapiedi erano affollati, la strada rigurgitava di veicoli, era il momento del
massimo traffico; senza ombrello sotto la pioggia, Michele camminava con lentezza
come se fosse stata una giornata di sole, guardando oziosamente le vetrine dei negozi, le
donne, le rclames luminose sospese nelloscurit; ma per quanti sforzi facesse non gli
riusciva dinteressarsi a questo vecchio spettacolo della strada; langoscia che laveva
invaso senza ragione, mentre se ne andava attraverso i saloni vuoti dellalbergo, non lo
lasciava; la propria immagine, quel che veramente era e non poteva dimenticar di essere,
lo perseguitava; ecco, gli pareva di vedersi: solo, miserabile, indifferente.
Gli venne il desiderio di entrare in un cinematografo; ce nera uno su quella
strada, assai lussuoso, il quale sulla porta di marmo ostentava una girandola luminosa in
continuo movimento. Michele si avvicin, guard le fotografie: roba cinese fatta in
America; troppo stupido; accese una sigaretta, riprese il suo cammino senza fiducia, sotto
la pioggia, tra la folla; poi butt via la sigaretta: niente da fare.
Ma intanto langoscia aumentava, su questo non cera dubbio; gi ne conosceva la
formazione: prima una vaga incertezza, un senso di sfiducia, di vanit, un bisogno di
affaccendarsi, di appassionarsi; poi, pian piano, la gola secca, la bocca amara, gli occhi
sbarrati, il ritorno insistente nella sua testa vuota di certe frasi assurde, insomma una
disperazione furiosa e senza illusioni. Di questa angoscia, Michele aveva un timore
doloroso: avrebbe voluto non pensarci, e come ogni altra persona, vivere minuto per
minuto, senza preoccupazioni, in pace con se stesso e con gli altri; essere un imbecille,
sospirava qualche volta; ma quando meno se laspettava una parola, unimmagine, un
pensiero lo richiamavano alleterna questione; allora la sua distrazione crollava, ogni
sforzo era vano, bisognava pensare.
Quel giorno, mentre se ne andava passo passo lungo i marciapiedi affollati, lo
colp, guardando in terra alla centinaia di piedi scalpiccianti nella mota, la vanit del suo
movimento: Tutta questa gente, pens, sa dove va e cosa vuole, ha uno scopo, e per
questo saffretta, si tormenta, triste, allegra, vive, io io invece nulla nessuno
scopo se non cammino sto seduto: fa lo stesso. Non staccava gli occhi da terra: cera
veramente in tutti quei piedi che calpestavano il fango davanti a lui una sicurezza, una
fiducia che egli non aveva; guardava, e il disgusto che provava di se stesso aumentava;
ecco, egli era dovunque cos, sfaccendato, indifferente; questa strada piovosa era la sua
vita stessa, percorsa senza fede e senza entusiasmo, con gli occhi affascinati dagli
splendori fallaci delle pubblicit luminose. Fino a quando?. Alz gli occhi verso il

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cielo; le stupide girandole erano l, in quella nera oscurit superiore; una raccomandava
una pasta dentifricia, unaltra una vernice per le scarpe. Riabbass la testa; i piedi non
cessavano il loro movimento, il fango schizzava da sotto i tacchi, la folla camminava. E
io dove vado? si domand ancora; si pass un dito nel colletto: cosa sono? perch non
correre, non affrettarmi come tutta questa gente? perch non essere un uomo istintivo,
sincero? perch non avere fede?. Langoscia lopprimeva: avrebbe voluto fermare uno
di quei passanti, prenderlo per il bavero, domandargli dove andasse, perch corresse in
quel modo; avrebbe voluto avere uno scopo qualsiasi, anche ingannevole, e non
scalpicciare cos, di strada in strada, fra la gente che ne aveva uno. Dove vado?; un
tempo, a quel che pareva, gli uomini conoscevano il loro cammino dai primi fino agli
ultimi passi; ora no; la testa nel sacco; oscurit; cecit; ma bisognava pure andare in
qualche luogo; dove? Michele pens di andare a casa sua.

Agostino
Egli era veramente cambiato; senza che se ne accorgesse e pi per effetto del
diuturno sodalizio con i ragazzi che per volont sua, era divenuto assai simile a loro o,
meglio, aveva perso gli antichi gusti senza per questo riuscire del tutto ad acquistarne dei
nuovi. Pi di una volta, spinto dallinsofferenza, gli accadde di non recarsi allo
stabilimento Vespucci e di cercare i semplici compagni e i giuochi innocenti coi quali, al
bagno Speranza, aveva iniziato lestate. Ma come gli apparvero scoloriti i ragazzi bene
educati che qui lo aspettavano, come noiosi i loro svaghi regolati dagli ammonimenti dei
genitori e dalla sorveglianza delle governanti, come insipidi i loro discorsi sulla scuola, le
collezioni dei francobolli, i libri di avventure e altre simili cose. In realt, la compagnia
della banda, quel parlare sboccato, quel discorrere di donne, quellandare rubando per i
campi, quelle stesse angherie e violenze di cui era vittima, lo avevano trasformato e reso
insofferente delle antiche amicizie. Gli accadde, in quel torno di tempo, un fatto che lo
riconferm in questa convinzione. Una mattina, giunto un po in ritardo allo stabilimento
Vespucci, non aveva trovato n il Saro, allontanatosi per certe sue faccende n la banda
dei ragazzi. Malinconicamente and a sedersi sopra un pattino, in riva al mare. Ed ecco,
mentre guardava alla spiaggia col desiderio di vederci almeno apparire il Saro,
avvicinarsi un uomo e un ragazzo di forse due anni pi giovane di lui. Luomo, piccolo,
le gambe corte e grasse sotto la pancia sporgente, il viso rotondo in cui un paio di lenti a
molla stringevano un naso appuntito, pareva un impiegato o un professore. Il bambino
magro e pallido, in un costume troppo ampio, stringeva contro il petto un enorme pallone
di cuoio, tutto nuovo. Tenendo per mano il figlio, luomo si avvicin ad Agostino e lo
guard a lungo indeciso. Finalmente gli chiese se fosse possibile fare una passeggiata in
mare. Certo che possibile, rispose Agostino senza esitare.
Luomo lo consider con differenza, al disopra degli occhiali e poi domand
quanto costasse unora di pattino. Agostino che conosceva i prezzi, glielo disse. Ora

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capiva che luomo lo scambiava per un garzone o figlio di bagnino; e ci, in qualche
modo, lo lusingava. Allora andiamo disse luomo.
Senza farselo dir due volte, Agostino prese il tronco di abete grezzo che serviva
da rullo e and a sottoporlo alla prua dellimbarcazione. Quindi afferate con le due mani
le punte del pattino, con uno sforzo raddoppiato dellamor proprio cos curiosamente
impegnato, spinse il pattino in mare. Aiut a salire il ragazzo e il padre, balz a sua volta
e si impossess dei remi.
Per un pezzo, su quel mare calmo e deserto della prima mattina, Agostino rem
senza dir parola. Il ragazzo stringeva al petto il pallone e guardava Agostino con i suoi
occhi scialbi. Luomo, seduto goffamente, la pancia tra le gambe, girava intorno il capo
sul collo grasso e pareva godersi la passeggiata. Domand alla fine ad Agostino chi egli
fosse, se garzone o figlio di bagnino. Agostino rispose che era garzone.
E quanti anni hai? interrog luomo.
Tredici rispose Agostino.
Vedi disse luomo rivolto al figlio, questo ragazzo ha quasi la tua et e gi
lavora.Quindi ad Agostino: E a scuola ci vai?
Vorrei... ma come si fa? rispose Agostino assumendo il tono ipocrita che aveva
spesso visto adottare dai ragazzi della banda di fronte a simili domande; bisogna
campare, signore.
Vedi torn a dire il padre al figlio, vedi, questo ragazzo non pu andare a
scuola perch deve lavorare... e tu hai il coraggio di lamentarti perch devi studiare.
Siamo molti in famiglia, continu Agostino remando di lena, e tutti
lavoriamo.
E quanto puoi guadagnare in una giornata di lavoro? domand luomo.
Dipende, rispose Agostino; se viene molta gente anche venti o trenta lire.
Che naturalmente porti a tuo padre lo interruppe luomo.
Si capisce rispose Agostino senza esitare. Salvo s'intende quello che ricevo
come mancia.
Luomo questa volta non se la sent di additarlo come esempio al figliolo, ma fece
un grave cenno di approvazione con il capo. Il figlio taceva, stringendo pi che mai al
petto il pallone e guardando Agostino con gli occhi smorti e annacquati.
Ti piacerebbe, raggazzo domand ad un tratto luomo ad Agostino, di
possedere un pallone di cuoio come questo?
Ora Agostino ne possedeva due di palloni, e giacevano da tempo nella sua camera
abbandonati insieme ad altri giocattoli. Tuttavia disse: S, certo, mi piacerebbe... ma
come si fa? dobbiamo prima di tutto provvedere al necessario.
Luomo si volt verso il figlio, e, pi per giuoco, come pareva, che perch ne
avesse realmente lintenzione, gli disse: Su, Piero, regala il tuo pallone a questo ragazzo
che non ce lha. Il figlio guard il padre, guard Agostino e con una specie di gelosa
veemenza strinse al petto il pallone; ma senza dir parola. Non vuoi? domand il padre
con dolcezza, non vuoi?.
Il pallone mio disse il ragazzo.
tuo, s... ma puoi, se lo desideri, anche regalarlo insistette il padre; questo
povero ragazzo non ne ha mai avuto uno in vita sua... di... non vuoi regalarglielo?
No rispose con decisione il figlio.

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Lasci stare intervenne a questo punto Agostino con un sorriso untuoso, io non
me ne farei nulla... non avrei il tempo di giocarci... lui invece...
Il padre sorrise a queste parole, soddisfatto di aver presentato in forma vivente un
apologo morale al figlio. Vedi, questo ragazzo migliore di te soggiunse accarezzando
la testa al figliolo, povero e tuttavia non vuole il tuo pallone... te lo lascia... ma tutte le
volte che fai capricci e ti lamenti... devi ricordarti che ci sono al mondo tanti ragazzi
come questo che lavorano e non hanno mai avuto palloni n alcun altro balocco.
Il pallone mio, rispose il figlio testardo.
S, tuo sospir il padre distrattamente. Guard lorologio e disse: Ragazzo,
torniamo a riva con una voce mutata e del tutto padronale. Senza dir parola, Agostino
volt la prua verso la spiaggia.
Come giunsero in prossimit della riva, egli vide il Saro ritto nellacqua che
osservava con attenzione le sue manovre; e temette che il bagnino lo svergognasse
svelando la sua finzione. Ma il Saro non apr bocca; forse aveva capito; forse non gli
importava; e zitto e serio aiut Agostino a tirare a secco lambarcazione. Questo per
te disse luomo dando ad Agostino i soldi pattuiti e qualcosa di pi. Agostino prese i
soldi e li port al Saro. Ma questi me li tengo per me... sono la mancia soggiunse con
compiaciuta e consapevole impudenza. Il Saro non disse nulla, sorrise appena e, messi i
soldi nella fascia nera che gli cingeva la pancia, si allontan lentamente verso la baracca,
attraverso la spiaggia.
Questo piccolo incidente diede ad Agostino il sentimento definitivo di non
appartenere pi al mondo in cui si trovavano ragazzi del genere di quello del pallone; e
comunque di essersi cos incanaglito ormai da non poterci pi vivere senza ipocrisia e
fastidio. Tuttavia sentiva con dolore che non era neppure simile ai ragazzi della banda.
Troppa delicatezza restava in lui; se fosse stato simile, pensava talvolta, non avrebbe
sofferto tanto delle loro rudezze, delle loro sguaiataggini e della loro ottusit. Cos si
trovava ad avere perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad
acquistarne unaltra.

Se prima egli aveva cercato oscuramente di sciogliere quellaffetto da una


ripugnanza ingiustificata, ora gli pareva quasi un dovere di separare quella sua nuova e
razionale conoscenza dal senso promiscuo e sanguinoso dellesser lui figlio di quella
persona che non voleva considerare che come una donna. Gli pareva che il giorno in cui
non avesse visto in sua madre che la bella persona che ci scorgevano il Saro e i ragazzi,
ogni infelicit sarebbe scomparsa; e si accaniva a ricercare le occasioni che lo
confermassero in questa convinzione. Ma con il solo risultato di sostituire la crudelt
allantica riverenza e la sensualit allaffetto.
La madre, come in passato, non si nascondeva in casa dai suoi occhi di cui non
avvertiva lo sguardo cambiato; e maternamente impudica, pareva ad Agostino che quasi
lo provocasse e lo ricercasse. Gli accadeva talvolta di sentirsi chiamare e di trovarla alla
teletta, discinta, il petto seminudo; oppure di svegliarsi e di vederla chinarsi su di lui per
il bacio mattutino, lasciando che la vastaglia si aprisse e il corpo si disegnasse entro la

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trasparenza della leggera camicia ancora spiegazzata della notte. Ella andava e veniva
davanti a lui come se lui non ci fosse; si metteva le calze, se le toglieva; si infilava gli
abiti, si profumava, si imbellettava; e tutti questi atti che un tempo erano sembrati ad
Agostino affatto naturali, ora apparendogli significativi e quasi parti visibili di una realt
ben pi ampia e pericolosa, gli dividevano lanimo tra la curiosit e la sofferenza. Si
ripeteva: Non che una donna, con unindifferenza obbiettiva di conoscitore; ma un
momento dopo, non sopportando pi linconsapevolezza materna e la propria attenzione,
avrebbe voluto gridarle: Copriti, lasciami, non farti pi vedere, non sono pi quello di
un tempo. Del resto la sua speranza di considerare sua madre una donna e niente di pi,
naufrag quasi subito. Ben presto si accorse che pur essendo diventata donna, ella
restava, ai suoi occhi, pi che mai madre; e comprese che quel senso di crudele vergogna
che per un momento aveva attribuito alla novit dei suoi sentimenti, non lo avrebbe pi
lasciato. Sempre, cap ad un tratto, ella sarebbe rimasta la persona che aveva amato di
affetto sgombro e puro; sempre ella avrebbe mescolato ai suoi gesti pi femminili quelli
affettuosi che per tanto tempo erano stati i soli che egli conoscesse; sempre, infine, egli
non avrebbe potuto separare il nuovo concetto che aveva di lei dal ricordo ferito
dellantica dignit.

Luigi Pirandello (1867 1936)

Il treno ha fischiato
Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano
tutti i compagni dufficio, che ritornavano a due, a tre, dallospizio, overano stati a
visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne lannunzio coi termini scientifici,
appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
- Frenesia, frenesia.
- Encefalite.
- Infiammazione della membrana.
- Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo cos contenti, anche per quel
dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gaio azzurro
della mattinata invernale.
- Morr? Impazzir?

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- Mah!
- Morire, pare di no...
- Ma che dice? che dice?
- Sempre la stessa cosa. Farnetica...
- Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui
quellinfelice viveva da tantanni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che
tutto ci che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva
anche essere la spiegazione pi semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, sera fieramente ribellato al suo
capo-ufficio, e che poi, allaspra riprensione di questo, per poco non gli sera scagliato
addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse duna vera e propria
alienazione mentale.
Perch uomo pi mansueto e sottomesso, pi metodico e paziente di Belluca non
si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto... s, chi laveva definito cos? Uno dei suoi compagni d'ufficio.
Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di
computista, senzaltra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o
doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri,
partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro,
che tirava zitto zitto, sempre dun passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto
di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza
piet, cos per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po, a fargli
almeno almeno drizzare un po le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse
levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! Sera prese le frustate ingiuste e le
crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o
meglio, come se non le sentisse pi, avvezzo comera da anni e anni alle continue solenni
bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto
duna improvvisa alienazione mentale.
Tanto pi che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il
diritto di fargliela, il capo-ufficio. Gi sera presentato, la mattina, con unaria insolita,
nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo duna montagna era
venuto con pi di mezzora di ritardo.
Pareva che il viso, tutta un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli
fossero tutta un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato dimprovviso allintorno
lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutta un tratto gli si fossero sturati e
percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Cos ilare, duna ilarit vaga e piena di stordimento, sera presentato all'ufficio. E,
tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
- E come mai? Che hai combinato tuttoggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con unaria d'impudenza, aprendo le
mani.

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- Che significa? aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e
prendendolo per una spalla e scrollandolo. - Oh, Belluca!
- Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra dimpudenza e
d'imbecillit su le labbra. - Il treno, signor Cavaliere.
- Il treno? Che treno?
- Ha fischiato.
- Ma che diavolo dici?
- Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. Lho sentito fischiare...
- Il treno?
- Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle
foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella
stanza e, sentendo parlare cos Belluca, gi risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio che quella sera doveva essere di malumore urtato da
quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti
suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, sera
ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato,
e che, perdio, ora non pi, ora chegli aveva sentito fischiare il treno, non poteva pi, non
voleva pi esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato allospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio
assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
- Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano pi i suoi. Quegli occhi, di solito cupi,
senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli dun bambino o dun
uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite, espressioni
poetiche, immaginose, bislacche, che tanto pi stupivano, in quanto non si poteva in
alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cio a uno che
finora non sera mai occupato daltro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come
cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di
montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei
mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dellimprovvisa alienazione
mentale rimase per sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una
lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca
contratti in gi, amaramente, e dissi:
- Belluca, signori, non impazzito. State sicuri che non impazzito. Qualche cosa
devessergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la pu spiegare, perch nessuno sa
bene come questuomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegher tutto
naturalissimamente, appena lavr veduto e avr parlato con lui.
Cammin facendo verso lospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a
riflettere per conto mio:

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A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cio una vita impossibile,
la cosa pi ovvia, lincidente pi comune, un qualunque lievissimo inciampo
impreveduto, che so io, dun ciottolo per via, possono produrre effetti straordinari, di cui
nessuno si pu dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quelluomo
impossibile. Bisogna condurre la spiegazione l, riattaccandola a quelle condizioni di
vita impossibili, ed essa apparir allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda,
facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potr stimarla per se stessa
mostruosa. Bisogner riattaccarla al mostro; e allora non sembrer pi tale; ma quale
devessere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si
domandavano con me come mai quelluomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con s tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste
due, vecchissime, per cataratta; laltra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre
murate.
Tutte tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perch
nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti,
luna con quattro, laltra con tre figliuoli, non avevano mai n tempo n voglia da badare
ad esse; se mai, porgevano qualche aiuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da
mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da
ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette
ragazzi finch essi, tutte dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampi, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi,
perch qualcuno dei ragazzi, al buio, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie
cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anchesse tra loro,
perch nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte,
finch la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da s.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito
sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, pi intontito
che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto
naturalissimo.
Quando andai a trovarlo allospizio, me lo raccont lui stesso, per filo e per
segno. Era, s, ancora esaltato un po, ma naturalissimamente, per ci che gli era
accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano
impazzito.
- Magari! diceva. Magari!
Signori, Belluca sera dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato
che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il
giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia

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bendata, aggiogata alla stanga duna nria o dun molino, sissignori, sera dimenticato da
anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per
leccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito daddormentarsi subito. E,
dimprovviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un
treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tantanni, chi sa come, dimprovviso gli si
fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via dun tratto la miseria di
tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato sera ritrovato a
spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tuttintorno.
Sera tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era
corso col pensiero dietro a quel treno che sallontanava nella notte.
Cera, ah! cera, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, cera il
mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno savviava... Firenze, Bologna,
Torino, Venezia... tante citt, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella
notte sfavillavano di luci sulla terra. S, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un
tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato,
mentregli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva
pensato pi! Il mondo sera chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nellarida, ispida
angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento,
nello spirito. Lattimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come
un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con limmaginazione dimprovviso
risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per citt note e ignote, lande, montagne, foreste,
mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. Cerano, mentregli qua
viveva questa vita impossibile, tanti e tanti milioni duomini sparsi su tutta la terra, che
vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo chegli qua soffriva, cerano le
montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... S, s, le
vedeva, le vedeva, le vedeva cos... cerano gli oceani... le foreste...
E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche
modo consolarsi! S, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con
limmaginazione una boccata daria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. Sera ubriacato. Tutto il mondo,
dentro dun tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro
della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e
avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non
doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in
tanto, tra una partita e laltra da registrare, egli facesse una capatina, s, in Siberia...
oppure oppure... nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...

63
Sei personaggi in cerca dautore

CAPOCOMICO Agli Attori: Graziosissima questa scenetta del cappellino, non vi pare?
LA FIGLIASTRA: Eh, ma il meglio viene adesso! perch non si prosegue?
IL CAPOCOMICO: Abbia pazienza un momento!
Tornando a rivolgersi agli Attori: Va trattata, naturalmente, con un po di leggerezza
IL PRIMO ATTORE: di spigliatezza, gi
LA PRIMA ATTRICE: Ma s, non ci vuol niente!
Al primo Attore: Possiamo subito provarla, no?
PRIMO ATTORE: Oh, per me Ecco, giro per far lentrata!
Uscir per esser pronto a rientrare dalla porta del fondalino.
IL CAPOCOMICO (alla Prima Attrice): E allora, dunque, finita la scena tra lei e quella
Madama Pace, che penser poi io a scrivere. Lei se ne sta No, dove va?
LA PRIMA ATTRICE: Aspetti, mi rimetto il cappello
Eseguir, andando a prendere il suo cappello dallattaccapanni.
IL CAPOCOMICO: Ah gi, benissimo! Dunque, lei resta qui a capo chino.
LA FIGLIASTRA (divertita) : Ma se non vestita di nero!
LA PRIMA ATTRICE: Sar vestita di nero, e molto pi propriamente di lei!
IL CAPOCOMICO (alla Figliastra) : Stia zitta, la prego! E stia a vedere! Avr da
imparare!
Battendo le mani:
Avanti! avanti! Lentrata!
E ridiscender dal palcoscenico per cogliere limpressione della scena.
Saprir luscio in fondo e verr avanti il Primo Attore, con laria spigliata, sbarazzina
dun vecchietto galante. La rappresentazione della scena, eseguita dagli Attori, apparir
fin dalle prime battute unaltra cosa, senza che abbia tuttavia, neppur minimamente,
laria duna parodia; apparir piuttosto come rimessa in bello. Naturalmente, la
Figliastra e il Padre, non potendo riconoscersi affatto in quella Prima Attrice e in quel
Primo Attore, sentendo proferir le loro stesse parole, esprimeranno in vario modo, ora
con gesti, or con sorrisi, or con aperta protesta, limpressione che ne ricevono di
sorpresa, di meraviglia, di sofferenza ecc., come si vedr appresso.
Sudr dal cupolino chiaramente la voce del Suggeritore.
IL PRIMO ATTORE: Buon giorno, signorina
IL PADRE (subito, non riuscendo a contenersi): Ma no!
La Figliastra, vedendo entrare in quel modo il Primo Attore, scoppier intanto a ridere.
IL CAPOCOMICO(infuriato): Facciano silenzio! E lei finisca una buona volta ridere!
Cos non si pu andare avanti!
LA FIGLIASTRA (venendo dal proscenio): Ma scusi, naturalissimo, signore! La
signorina

64
Indicher la Prima Attrice.
se ne sta l ferma, a posto; ma se devesser me, io le posso assicurare che a sentirmi dire
buon giorno a quel modo e con quel tono, sarei scoppiata a ridere, proprio cos come
ho riso!
IL PADRE (avanzandosi un poco anche lui): Ecco, gi laria, il tono
IL CAPOCOMICO: Ma che aria! che tono! Si mettano da parte, adesso, e mi lascino
veder la prova!
IL PRIMO ATTORE (facendosi avanti): Se debbo rappresentare un vecchio, che viene in
una casa equivoca
IL CAPOCOMICO: Ma s, non dia retta, per carit! Riprenda, riprenda, ch va
benissimo!
In attesa che lAttore riprenda:
Dunque
IL PRIMO ATTORE: Buon giorno, signorina
LA PRIMA ATTRICE: Buon giorno
IL PRIMO ATTORE (rifacendo il gesto del Padre, di spiare cio sotto al cappellino, ma
poi esprimendo indistintamente prima la compiacenza e poi il timore )
Ah - Ma dico, non sar la prima volta, spero
IL PADRE (correggendo, irresistibilmente): Non spero - vero?, vero?
IL CAPOCOMICO: Dice vero - interrogazione.
IL PRIMO ATTORE (accennando al Suggeritore): Io ha sentito spero!
IL CAPOCOMICO: Ma s, lo stesso! vero o spero. Prosegua, prosegua. Ecco,
forse un po meno caricato Ecco glielo far io, stia a vedere
Risalir sul palcoscenico, poi, rifacendo lui la parte fin dallentrata.
Buongiorno, signorina
LA PRIMA ATTRICE: Buon giorno.
IL CAPOCOMICO: Ah, ma dico
Rivolgendosi al Primo Attore per fargli notare il modo comavr guardato la Prima
Attrice di sotto al cappellino:
Sorpresatimore e compiacimento
Poi, riprendendo, rivolto alla Prima Attrice:
Non sar la prima volta, vero? che lei viene qua
Di nuovo, volgendosi con uno sguardo dintelligenza al Primo Attore:
Mi spiego?
Alla Prima Attrice:
E lei allora: No, signore.
Di nuovo, al Primo Attore:
Insomma come debbo dire? Souplesse!
E ridiscender dal palcoscenoico.
LA PRIMA ATTRICE: No, signore
IL PRIMO ATTORE: C venuta qualche altra volta? Pi duna
IL CAPOCOMICO: Ma no, aspetti! Lasci far prima a lei
indicher la Prima Attrice
il cenno di s. C venuta qualche altra volta?
La Prima Attrice sollever un po il capo socchiudendo penosamente, come per disgusto,
gli occhi, e poi un Gi del Capocomico croller due volte il capo.

65
LA FIGLIASTRA (irresistibilmente): Oh Dio mio!
E subito si porr una mano sulla bocca per impedire la risata.
IL CAPOCOMICO (voltandosi): Che cos ?
LA FIGLIASTRA (subito): Niente, niente!
IL CAPOCOMICO (al Primo Attore): A lei, a lei, sguiti!
IL PRIMO ATTORE: Pi duna ? E dunque, via non dovrebbe pi esser
cosPermette che le levi io codesto cappellino?
Il Primo Attore dir questultima battuta con un tal tono, e la accompagner con una tal
mossa, che la Figliastra, rimasta con le mani sulla bocca, per quanto voglia frenarsi, non
riuscir pi a contenere la risata, che le scoppier di tra le dita irresistibilmente,
fragorosa.
LA PRIMA ATTRICE (indignata, tornandosene a posto): Ah, io non sto mica a far la
buffona tua per quella l!
IL PRIMO ATTORE: E neanchio! Finiamola!
IL CAPOCIOMICO (alla Figliastra, urlando): La finisca! La finisca!
LA FIGLIASTRA: S, mi perdoni mi perdoni
IL CAPOCOMICO: Lei una maleducata! ecco quello che ! Una presuntuosa!
IL PADRE (cercando dinterporsi): Sissignore, vero, vero; ma la perdoni
IL CAPOCOMICO (risalendo sul palcoscenico): Che vuole che perdoni!
unindecenza!
IL PADRE: Sissignore, ma creda, creda, che fa un effetto cos strano
IL CAPOCOMICO: strano? Che strano? Perch strano?
IL PADRE: Io ammiro, signore, ammiro i suoi attori: il Signore l,
Indicher il Primo Attore
La Signorina,
Indicher la Prima Attrice
ma, certamenteecco, non sono noi
IL CAPOCOMICO: Eh, sfido! Come vuole che siano, loro, se sono gli attori?
IL PADRE: Appunto, gli attori! E fanno bene, tutti e due, le nostri parti. Ma creda che a
noi pare unaltra cosa, che vorrebbe esser la stessa, e intanto non !
IL CAPOCOMICO: Ma come non ? Che cos allora?
IL PADRE: Una cosa, che diventa di loro; e non pi nostra.
IL CAPOCOMICO: Ma questo, per forza! Glielho gi detto!
IL PADRE: S, capisco, capisco-
IL CAPOCOMICO: e dunque, basta!

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Il fu Mattia Pascal

Sceso gi in istrada, mi trovai ancora una volta sperduto, pur qui, nel mio stesso
paesello nativo: solo, senza casa, senza mta.
E ora? domandai a me stesso. Dove vado?
Mi avviai, guardando la gente che passava. Ma che! Nessuno mi riconosceva?
Eppure ero ormai tal quale: tutti, vedendomi, avrebbero potuto almeno pensare: Ma
guarda quel forestiero l, come somiglia al povero Mattia Pascal! Se avesse locchio un
po storto, si direbbe proprio lui. Ma che! Nessuno mi riconosceva, perch nessuno
pensava pi a me. Non destavo neppure curiosit, la minima sorpresa E io che mero
immaginato uno scoppio, uno scompiglio, appena mi fossi mostrato per le vie! Nel
disinganno profondo, provai un avvilimento, un dispetto, unamarezza che non saprei
ridire; e il dispetto e lavvilimento mi trattenevano dallo stuzzicar lattenzione di coloro
che io, dal canto mio, riconoscevo bene: sfido! dopo due anni Ah, che vuol dire
morire! Nessuno, nessuno si ricordava pi di me, come se non fossi mai esistito
Due volte percorsi da un capo allaltro il paese, senza che nessuno mi fermasse.
Al colmo dellirritazione, pensai di ritornar da Pomino, per dichiarargli che i patti non mi
convenivano e vendicarmi sopra lui dellaffronto che mi pareva tutto il paese mi facesse
non riconoscendomi pi. Ma n Romilda con le buone mi avrebbe seguito, n io per il
momento avrei saputo dove condurla. Dovevo almeno prima cercarmi una casa. Pensai
dandare al Municipio, allufficio dello stato civile, per farmi subito cancellare dal
registro dei morti; ma, via facendo, mutai pensiero e mi ridussi a questa biblioteca di
Santa Maria Liberale, dove trovai al mio posto il reverendo don Eligio Pellegrinotto, il
quale non mi riconobbe neanche lui, l per l. Don Eligio veramente sostiene che mi
riconobbe subito e che soltanto aspett chio pronunziassi il mio nome per buttarmi le
braccia al collo, parendogli impossibile che fossi io, e non potendo abbracciar subito uno
che gli pareva Mattia Pascal. Sar pure cos! Le prime feste me le ebbi da lui,
calorosissime; poi egli volle per forza ricondurmi seco in paese per cancellarmi
dallanimo la cattiva impressione che la dimenticanza dei miei concittadini mi aveva
fatto.
Ma io ora, per ripicco, non voglio descrivere quel che segu alla farmacia del
Brsigo prima, poi al Caff dellUnione, quando don Eligio, ancor tutto esultante, mi
present redivivo. Si sparse in un baleno la notizia, e tutti accorsero a vedermi e a
tempestarmi di domande. Volevano sapere da me chi fosse allora colui che sera annegato
alla Sta, come se non mi avessero riconosciuto loro: tutti, a uno a uno. E dunque ero io,
proprio io: donde tornavo? dallaltro mondo! che avevo fatto? il morto! Presi il partito di
non rimuovermi da queste due risposte, e lasciar tutti stizziti nellorgasmo della curiosit,
che dur parecchi e parecchi giorni. N pi fortunato degli altri fu lamico Lodoletta che
venne a intervistarmi per il Foglietto. Invano, per commuovermi, per tirarmi a parlare
mi port una copia del suo giornale di due anni avanti, con la mia necrologia. Gli dissi
che la sapevo a memoria, perch allInferno il Foglietto era molto diffuso.
- Eh, altro! Grazie caro! Anche della lapide Andr a vederla, sai?
Rinunzio a trascrivere il suo nuovo pezzo forte della domenica seguente che
recava a grosse lettere il titolo: MATTIA PASCAL VIVO!

67
Tra i pochi che non vollero farsi vedere, oltre ai miei creditori, fu Batta Malagna,
che pure mi dissero aveva due anni avanti mostrato una gran pena per il mio barbaro
suicidio. Ci credo. Tanta pena allora, sapendomi sparito per sempre, quanto dispiacere
adesso, sapendomi ritornato alla vita. Vedo il perch di quella e di questo.
E Oliva? Lho incontrata per via, qualche domenica, alluscita dalla messa, col
suo bambino di cinque anni per mano, florido e bello come lei: - mio figlio! Ella mi ha
guardato con occhi affettuosi e ridenti, che mhan detto in un baleno tante cose
Basta. Io ora vivo in pace, insieme con la mia vecchia zia Scolastica, che mi ha
voluto offrir ricetto in casa sua. La mia bislacca avventura mha rialzato dun tratto nella
stima di lei. Dormo nello stesso letto in cui mor la povera mamma mia, e passo gran
parte del giorno qua, in biblioteca, in compagnia di don Eligio, che ancora ben lontano
dal dare assetto e ordine ai vecchi libri polverosi.
Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, aiutato da lui. Di
quanto scritto qui egli serber il segreto, come se lavesse saputo sotto il sigillo della
confessione.
Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi miei, e spesso io gli ho dichiarato di
non saper vedere che frutto se ne possa cavare.
- Intanto, questo egli mi dice che fuori della legge e fuori di quelle
particolarit, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non
possibile vivere.
Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato n nella legge, n nelle
mie particolarit. Mia moglie moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire chio mi
sia.
Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel povero ignoto che succise alla Sta,
c ancora la lapide dettata da Lodoletta:

COLPITO DA AVVERSI FATI


MATTIA PASCAL
BIBLIOTECARIO
CUOR GENEROSO ANIMA APERTA
QUI VOLONTARIO
RIPOSA
LA PIET DEI CONCITTADINI
QUESTA LAPIDE POSE

Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e


sepolto l. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, saccompagna con me,
sorride, e considerando la mia condizione mi domanda:
- Ma voi, insomma, si pu sapere chi siete?
Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:
- Eh, caro mio Io sono il fu Mattia Pascal.

68
Italo Svevo (1861 1928)

La coscienza di Zeno

Il fumo

Il dottore al quale ne parlai mi disse diniziare il mio lavoro con unanalisi storica
della mia propensione al fumo:
- Scriva! Scriva! Vedr come arriver a vedersi intero.
Credo anzi che del fumo posso scrivere qui al mio tavolo senzandar a sognare su
quella poltrona. Non so come cominciare e invoco lassistenza delle sigarette tutte tanto
somiglianti a quella che ho in mano.
Oggi scopro subito qualche cosa che pi non ricordavo. Le prime sigarette chio
fumai non esistono pi in commercio. Intorno al 70 se navevano in Austria di quelle che
venivano vendute in scatoline di cartone munite del marchio dellaquila bicipite. Ecco:
attorno a una di quelle scatole saggruppano subito varie persone con qualche loro tratto,
sufficiente per suggerirmene il nome, non bastevole per a commovermi per limpensato
incontro. Tento di ottenere di pi e vado alla poltrona: le persone sbiadiscono e al loro
posto si mettono dei buffoni che mi deridono. Ritorno sconfortato al tavolo.
Una delle figure, dalla voce un po roca, era Giuseppe, un giovinetto della stessa
mia et, e laltra, mio fratello, di un anno di me pi giovine e morto tanti anni or sono.
Pare che Giuseppe ricevesse molto denaro dal padre suo e ci regalasse di quelle sigarette.
Ma sono certo che ne offriva di pi a mio fratello che a me. Donde la necessit in cui mi
trovai di procurarmene da me delle altre. Cos avvenne che rubai. Destate mio padre
abbandonava su una sedia nel tinello il suo panciotto nel cui taschino si trovavano sempre
degli spiccioli: mi procuravo i dieci soldi occorrenti per acquistare la preziosa scatoletta e
fumavo una dopo laltra le dieci sigarette che conteneva, per non conservare a lungo il
compromettente frutto del furto.
Tutto ci giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perch
non sapevo prima che potesse avere importanza. Ecco che ho registrato lorigine della
sozza abitudine e (chiss) forse ne sono gi guarito. Perci, per provare, accendo
unultima sigaretta e forse la getter via subito, disgustato.
Poi ricordo che un giorno mio padre mi sorprese col suo panciotto in mano. Io,
con una sfacciataggine che ora non avrei e che ancora adesso mi disgusta (chiss che tale
disgusto non abbia una grande importanza nella mia cura) gli dissi che mera venuta la
curiosit di contarne i bottoni. Mio padre rise delle mie disposizioni alla matematica o

69
alla sartoria e non savvide che avevo le dita nel taschino del suo panciotto. A mio onore
posso dire che bast quel riso rivolto alla mia innocenza quandessa non esisteva pi, per
impedirmi per sempre di rubare. Cio rubai ancora, ma senza saperlo. Mio padre
lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io
credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche di sapere che la nostra vecchia
fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Gi allatto di
impadronirmene venivo pervaso da un brivido di ribrezzo sapendo quale malessere
mavrebbero procurato. Poi li fumavo finch la mia fronte non si fosse coperta di sudori
freddi e il mio stomaco si contorcesse. Non si dir che nella mia infanzia io mancassi di
energia.
So perfettamente come mio padre mi guar anche di questabitudine. Un giorno
destate ero ritornato a casa da unescursione scolastica, stanco e bagnato di sudore. Mia
madre maveva aiutato a spogliarmi e, avvoltomi in un accappatoio, maveva messo a
dormire su un sof sul quale essa stessa sedette occupata a certo lavoro di cucito. Ero
prossimo al sonno, ma avevo gli occhi tuttavia pieni di sole e tardavo a perdere i sensi. La
dolcezza che in quellet saccompagna al riposo dopo una grande stanchezza, m
evidente come unimmagine a s, tanto evidente come se fossi adesso l accanto a quel
caro corpo che pi non esiste.
Ricordo la stanza fresca e grande ove noi bambini si giocava, e che ora, in questi
tempi avari di spazio, divisa in due parti. In quella scena mio fratello non appare, ci
che mi sorprende perch penso chegli pur deve aver preso parte a quella escursione e
avrebbe dovuto poi partecipare al riposo. Che abbia dormito anche lui allaltro capo del
grande sof? Io guardo quel posto, ma mi sembra vuoto. Non vedo che me, la dolcezza
del riposo, mia madre, eppoi mio padre di cui sento echeggiare le parole. Egli era entrato
e non maveva subito visto perch ad alta voce chiam:
- Maria!
La mamma con un gesto accompagnato da un lieve suono labbiale accenn a me,
chessa credeva immerso nel sonno su cui invece nuotavo in piena coscienza. Mi piaceva
tanto che il babbo dovesse imporsi un riguardo per me, che io non mi mossi.
Mio padre con voce bassa si lament:
- Io credo di diventar matto. Sono quasi sicuro di aver lasciato mezzora fa su
quellarmadio un mezzo sigaro ed ora non lo trovo pi. Sto peggio del solito. Le cose mi
sfuggono.
Pure a bassa voce, ma che tradiva unillarit trattenuta solo dalla paura di
destarmi, mia madre rispose:
- Eppure nessuno dopo il pranzo stato in quella stanza.
Mio padre mormor:
- perch lo so anchio, che mi pare di diventar matto!
Si volse ed usc.
Io apersi a mezzo gli occhi e guardai mia madre. Essa sera rimessa al suo lavoro,
ma continuava a sorridere. Certo non pensava che mio padre stesse per ammattire per
sorridere cos delle sue paure. Quel sorriso mi rimase tanto impresso che lo ricordai
subito ritrovandolo un giorno sulle labbra di mia moglie.
Non fu poi la mancanza di denaro che mi rendesse difficile di soddisfare il mio
vizio, ma le proibizioni valsero ad eccitarlo.

70
Ricordo daver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili. Perch seguito da
un forte disgusto fisico, ricordo un soggiorno prolungato per una mezzora in una cantina
oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilit
del vestito: due paia di calzoncini che stanno in piedi perch dentro c stato un corpo che
il tempo elimin. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di
pi nel breve tempo. Io vinsi, ed eroicamente celai il malessere che mi deriv dallo strano
esercizio. Poi uscimmo al sole e allaria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere
stordito. Mi rimisi e mi vantai della vittoria. Uno dei due piccoli omini mi disse allora:
- A me non importa di aver perduto perch io non fumo che quanto moccorre.
Ricordo la parola sana e non la faccina certamente sana anchessa che a me
doveva essere rivolta in quel momento.
Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in
cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ci fu peggio. E lo seppi a
ventanni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola
accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e lassoluta astensione dal fumo.
Ricordo questa parola: assoluta! Mi fer e la febbre la color: un vuoto grande e niente per
resistere allenorme pressione che subito si produce intorno ad un vuoto.
Quando il dottore mi lasci, mio padre (mia madre era molta da molti anni) con
tanto di sigaro in bocca rest ancora per qualche tempo a farmi compagnia.
Andandosene, dopo aver passato dolcemente la sua mano sulla mia fronte scottante, mi
disse:
- Non fumare, veh!
Mi colse uninquietudine enorme. Pensai: Giacch mi fa male non fumer mai
pi, ma prima voglio farlo per lultima volta. Accesi una sigaretta e mi sentii subito
liberato dallinquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata
sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii
tutta la sigaretta con laccuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo
orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo
sigaro in bocca dicendomi:
- Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!
Bastava questa frase per farmi desiderare chegli se ne andasse presto, presto, per
permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad
allontanarsi prima.

71
Italo Calvino (1923 1985)

Il barone rampante

Cosimo sal fino alla forcella dun grosso ramo dove poteva stare comodo, e si
sedette l, a gambe penzoloni, a braccia incrociate con le mani sotto le ascelle, la testa
insaccata nelle spalle, il tricorno calcato sulla fronte.
Nostro padre si sporse dal davanzale. Quando sarai stanco di star l cambierai
idea! gli grid.
- Non cambier mai idea fece mio fratello, dal ramo.
- Ti far vedere io, appena scendi!
- E io non scender pi! E mantenne la parola.
Cosimo era sullelce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un
lieve vento; cera sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci
schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dallalbero: ogni cosa, vista di lass,
era diversa, e questo era gi un divertimento. Mio fratello stava come di vendetta.
Guardava tutto e tutto era come niente.
Lelce era vicino a un olmo; le due chiome quasi si toccavano. Un ramo dellolmo
passava mezzo metro sopra a un ramo dellaltro albero; fu facile a mio fratello fare il
passo e cos conquistare la sommit dellolmo, che non avevamo mai esplorato, per
essere alto di palco e poco arrampicabile da terra. Dallolmo, sempre cercando dove un
ramo passava gomito a gomito con i rami dunaltra pianta, si passava su un carrubo, e
poi su un gelso. Cos vedevo Cosimo avanzare da un ramo allaltro, camminando sospeso
sul giardino. ()
Cera un gran silenzio. Solo un volo si lev di piccolissimi lu gridando. E si sent
una vocetta che cantava: Oh l l l! La balanoire. Cosimo guard gi. Appesa al
ramo dun grande albero vicino dondolava unaltalena, con seduta una bambina sui dieci
anni.
Era una bambina bionda, con unalta pettinatura un po buffa per una bambina, un
vestito azzurro anche quello troppo da grande, la gonna che ora, sollevata sullaltalena,
traboccava di trine. La bambina guardava a occhi socchiusi e naso in su, come per un suo
vezzo di far la dama, e mangiava una mela a morsi, piegando il capo ogni volta verso la
mano che doveva insieme reggere la mela e reggersi alla fune dellaltalena, e si dava
spinte colpendo con la punta degli scarpini il terreno ogni volta che laltalena era al punto
pi basso del suo arco, e soffiava via dalle labbra i frammenti di buccia di mela
morsicata, e cantava: Oh l l l! La ba-lan-oire, come una ragazzina che ormai
non le importa pi nulla n dellaltalena, n della canzone, n (ma pure un po di pi)
della mela, e ha gi altri pensieri per il capo.

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Cosimo, din cima alla magnolia, era calato fino al palco pi basso, ed ora stava
con i piedi piantati uno qua uno l in due forcelle e i gomiti appoggiati a un ramo davanti
a lui come a un davanzale. I voli dellaltalena gli portavano la bambina proprio sotto il
naso.
Lei non stava attenta e non se nera accorta. Tutta un tratto se lo vide l, ritto
sullalbero, in tricorno e ghette. Oh! disse.
La mela le cadde di mano e rotol al piede della magnolia. Cosimo sguain lo
spadino, sabbass gi dallultimo ramo, raggiunse la mela con la punta dello spadino, la
infilz e la porse alla bambina che nel frattempo aveva fatto un percorso completo
daltalena ed era di nuovo l. La prenda, non s sporcata, solo un po ammaccata da
una parte.
La bambina bionda sera gi pentita daver mostrato tanto stupore per quel
ragazzetto sconosciuto apparso l sulla magnolia, e aveva ripreso la sua aria sussiegosa a
naso in su. Siete un ladro? disse.
Un ladro? fece Cosimo, offeso; poi ci pens su: l per l lidea gli piacque. Io
s disse, calcandosi il tricorno sulla fronte. Qualcosa in contrario?
E cosa siete venuto a rubare?
Cosimo guard la mela che aveva infilzato sulla punta dello spadino e gli venne in
mente che aveva fame, che non aveva quasi toccato cibo in tavola. Questa mela disse, e
prese a sbucciarla con la lama dello spadino, che teneva, a dispetto dei divieti familiari,
affilatissima.
Allora siete un ladro di frutta, disse la ragazza.
Mio fratello pens alle masnade dei ragazzi poveri dOmbrosa, che scavalcavano i
muri e le siepi e saccheggiavano i frutteti, una gena di ragazzi che gli era stato insegnato
di disprezzare e di sfuggire, e per la prima volta pens a quanto doveva essere libera e
invidiabile quella vita. Ecco: forse poteva diventare uno come loro, e vivere cos, dora in
avanti. S, disse. Aveva tagliato a spicchi la mela e si mise a masticarla.
La ragazzina bionda scoppi in una risata che dur tutto un volo daltalena, su e
gi. Ma va! I ragazzi che rubano la frutta io li conosco! Sono tutti miei amici! E quelli
vanno scalzi, in maniche di camicia, spettinati, non con le ghette e il parrucchino!
Mio fratello divent rosso come la buccia della mela. Lesser preso in giro non
solo per lincipriatura, cui non teneva affatto, ma anche per le ghette, cui teneva
moltissimo, e lesser giudicato daspetto inferiore a un ladro di frutta, a quella gena fino
a un momento prima disprezzata, e soprattutto lo scoprire che quella damigella che
faceva da padrona nel giardino dei dOndariva era amica di tutti i ladri di frutta ma non
amica sua, tutte queste cose insieme lo riempirono di dispetto, vergogna e gelosia.
Oh l l l Con le ghette e il parrucchin! canterellava la bambina
sullaltalena.
A lui prese un ripicco dorgoglio. Non sono un ladro di quelli che conoscete
voi! grid. Non sono affatto un ladro! Dicevo cos per non spaventarvi: perch se
sapeste chi sono io sul serio, morireste di paura: sono un brigante! Un terribile brigante!
La ragazzina continuava a volargli fin sul naso, si sarebbe detto volesse arrivare a
sfiorarlo con le punte dei piedi. Ma va! E dov lo schioppo? I briganti hanno tutti lo
schioppo! O la spingarda! Io li ho visti! A noi ci hanno fermato cinque volta la carrozza,
nei viaggi dal castello a qua!

73
Ma il capo no! Io sono il capo! Il capo dei briganti non ha lo schioppo! Ha solo
la spada! e protese il suo spadino.
La ragazzina si strinse nelle spalle. Il capo dei briganti spieg uno che si
chiama Gian dei Brughi e viene sempre a portarci dei regali, a Natale e a Pasqua!
Ah! esclam Cosimo di Rond, raggiunto da unondata di faziosit familiare.
Allora ha ragione mio padre, quando dice che il Marchese dOndariva il protettore di
tutto il brigantaggio e il contrabando della zona!
La bambina pass vicino a terra, invece di darsi la spinta fren con un rapido
sgambetto, e salt gi. Laltalena vuota sobbalz in aria sulle corde. Scendete subito di
lass! Come vi siete permesso dentrare nel nostro terreno! fece, puntando un indice
contro il ragazzo, incattivita.
Non sono entrato e non scender disse Cosimo con pari calore. Sul vostro
terreno non ho mai messo piede, e non ce lo metterei per tutto loro del mondo!
La ragazzina allora, con gran calma, prese un ventaglio che era posato su una
poltrona di vimini, e sebbene non facesse molto caldo, si sventol passeggiando avanti e
indietro. Adesso fece con tutta calma chiamer i servi e vi far prendere e bastonare.
Cos imparerete a intrufolarvi nel nostro terreno!. Cambiava sempre tono, questa
bambina, e mio fratello tutte le volte restava stonato.
Dove son io non terreno e non vostro! proclam Cosimo, e gi gli veniva la
tentazione di aggiungere: E poi io sono il Duca dOmbrosa e sono il signore di tutto il
territorio!.
Qui non vostro ripet perch vostro il suolo e se ci posassi un piede allora
sarei uno che sintrufola. Ma quass no, e io vado dappertutto dove mi pare.
S, allora tuo, lass
Certo! Territorio mio personale, tutto quass e fece un vago gesto verso i rami,
le foglie controsole, il cielo. Sui rami degli alberi tutto mio territorio. Di che vengano
a prendermi, se ci riescono!
Adesso, dopo tante rodomontate, saspettava che lei lo prendesse in giro chiss
come. Invece si mostr imprevedibilmente interessata. Ah s? E fin dove arriva questo
tuo territorio?
Tutto fin dove si riesce ad arrivare andando sopra gli alberi, di qua, di l, oltre il
muro, nelloliveto, fin sulla collina, dallaltra parte della collina, nel bosco, nelle terre del
Vescovo
Anche fino in Francia?
Fino in Polonia e Sassonia disse Cosimo, che di geografia sapeva solo i nomi
sentiti da nostra madre quando parlava di Guerre di Successione. Ma io non sono egoista
come te. Io nel mio territorio ti ci invito. Ormai erano passati a darsi del tu tutte due,
ma era lei che aveva cominciato.
E laltalena di chi ? disse lei, e ci si sedette, col ventaglio aperto in mano.
Laltalena tua stabil Cosimo ma siccome legata a questo ramo, dipende
sempre da me. Quindi, se tu ci stai mentre tocchi terra coi piedi, stai nel tuo, se ti sollevi
per aria sei nel mio.
Lei si dette la spinta e vol, le mani strette alle funi. Cosimo dalla magnolia salt
sul grosso ramo che reggeva laltalena, e di l afferr le funi e si mise lui a farla
dondolare. Laltalena andava sempre pi in su.
Hai paura?

74
Io no. Come ti chiami?
Io Cosimo E tu?
Violante ma mi dicono Viola.
A me mi chiamano Mino, anche, perch Cosimo un nome da vecchi.
Non mi piace.
Cosimo?
No, Mino.
Ah Puoi chiamarmi Cosimo.
Neanche per idea! Senti, tu, dobbiamo fare patti chiari.
Come dici? fece lui, che continuava a restarci male ogni volta.
Dico: io posso salire nel tuo territorio e sono unospite sacra, va bene? Entro ed
esco quando voglio. Tu invece sei sacro e inviolabile finch sei sugli alberi, nel tuo
territorio, ma appena tocchi il suolo del mio giardino diventi mio schiavo e vieni
incatenato.
No, io non scendo nel tuo giardino e nemmeno nel mio. Per me tutto territorio
nemico ugualmente. Tu verrai su con me, e verranno i tuoi amici che rubano la frutta,
forse anche mio fratello Biagio, sebbene sia un po vigliacco, e faremo un esercizio tutto
sugli alberi e ridurremo alla ragione la terra e i suoi abitanti.
No, no, niente di tutto questo. Lascia che ti spieghi come stanno le cose. Tu hai
la signoria degli alberi, va bene?, ma se tocchi una volta terra con un piede, perdi tutto il
tuo regno e resti lultimo degli schiavi. Hai capito? Anche se ti si spezza un ramo e
caschi, tutto perduto!
Io non sono mai caduto da un albero in vita mia!
Certo, ma se caschi, se caschi diventi cenere e il vento ti porta via.
Tutte storie. Io non vado a terra perch non voglio.
Oh, come sei noioso.
No, no, giochiamo. Per esempio, sullaltalena potrei starci?
Se ti riuscisse di sederti sullaltalena senza toccar terra s.
Vicino allaltalena di Viola ce nera unaltra, appesa allo stesso ramo, ma tirata su
con un nodo alle funi perch non surtassero. Cosimo dal ramo si lasci scendere gi
aggrappato a una delle funi, esercizio in cui era molto bravo perch nostra madre ci
faceva fare molte prove di palestra, arriv al nodo, lo sciolse, si pose in piedi sullaltalena
e per darsi lo slancio spost il peso del corpo piegandosi sulla ginocchia e scattando
avanti. Cos si spingeva sempre pi in su. Le due altalene andavano una in un senso una
nellaltro e ormai arrivavano alla stessa altezza, e si passavano vicino a met percorso.
Ma se ti provi a scendere e a darti una spinta coi piedi, vai pi in alto insinu
Viola.
Cosimo le fece uno sberleffo.
Vieni gi a darmi una spinta, sii bravo fece lei, sorridendogli gentile.
Ma no, no, sera detto che non devo scendere a nessun costo e Cosimo
ricominciava a non capire.
Sii gentile.
No.
Ah, ah! Stavi gi per cascarci. Se mettevi un piede per terra avevi gi perso
tutto! Viola scese dallaltalena e prese a dare delle leggere spinte allaltalena di Cosimo.
Uh! Aveva afferrato tutta un tratto il sedile dellaltalena su cui mio fratello teneva i

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piedi e laveva rovesciato. Fortuna che Cosimo si teneva ben saldo alle corde! Altrimenti
sarebbe piombato a terra come un salame!
Traditrice! grid, e sarrampic su, stringendosi alle due corde, ma la salita era
molto pi difficile della discesa, soprattutto con la bambina bionda che era in uno dei suoi
momenti maligni e tirava le corde da gi in tutti i sensi.
Finalmente raggiunse il grosso ramo, e ci si mise a cavalcioni. Con la cravatta di
pizzo sasciug il sudore dal viso. Ah! ah! Non ce lhai fatta!
Per un pelo!
Ma io ti credevo mia amica!
Credevi! e riprese a sventagliarsi.
Violante! proruppe in quel momento unacuta voce femminile.
Con chi stai parlando?
Sulla scalinata bianca che portava alla villa era apparsa una signora: alta, magra,
con una larghissima gonna; guardava con locchialino. Cosimo si ritrasse tra le foglie,
intimidito.
Con un giovane, ma tante, disse la bambina che nato in cima a un albero e
per incantesimo non pu metter piede a terra.
Cosimo, tutto rosso, domandandosi se la bambina parlava cos per prenderlo in
giro davanti alla zia, o per prendere in giro la zia davanti a lui, o solo per continuare il
gioco, o perch non le importava n di lui n della zia n del gioco, si vedeva scrutato
dallocchialino della dama, che savvicinava allalbero come per contemplare uno strano
pappagallo.
Uh, mais cest un des Piovasques, ce jeune homme, je crois. Viens, Violante.
Cosimo avvampava dumiliazione: laverlo riconosciuto con quellaria naturale,
nemmeno domandandosi perch lui era l, e laver subito richiamato la bambina, con
fermezza ma senza severit, e Viola che docile, senza neanche voltarsi, seguiva il
richiamo della zia; tutto pareva sottintendere chegli era persona di nessun conto, che
quasi non esisteva nemmeno. Cos quel pomeriggio straordinario sprofondava in una
nube di vergogna.
Ma ecco che la bambina fa segno alla zia, la zia abbassa il capo, la bambina le
dice qualcosa nellorecchio. La zia ripunta locchialino su Cosimo. Allora, signorino
gli dice, vuol favorire a prendere una tazza di cioccolata? Cos faremo conoscenza anche
noi e d unocchiata di sbieco a Viola visto che gi amico di famiglia.
Rest l a guardare zia e nipote a occhi tondi, Cosimo. Gli batteva forte il cuore.
Ecco che era invitato dai dOndariva e dOmbrosa, la famiglia pi sussiegosa di quei
posti, e lumiliazione dun momento prima si trasformava in rivincita e si vendicava di
suo padre, venendo accolto da avversari che lavevano sempre guardato dallalto in
basso, e Viola aveva interceduto per lui, e lui era ormai ufficialmente accettato come
amico di Viola, e avrebbe giocato con lei in quel giardino diverso da tutti i giardini. Tutto
questo prov Cosimo, ma, insieme, un sentimento opposto, se pur confuso: un sentimento
fatto di timidezza, orgoglio, solitudine, puntiglio; e in questo contrasto di sentimenti mio
fratello si afferr al ramo sopra di s, sarrampic, si spost nella parte pi frondosa,
pass su di un altro albero, disparve.

76
Giuseppe Ungaretti (1888 1970)

San Martino del Carso


Di queste case
non rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

il mio cuore
il paese pi straziato

Il porto sepolto
Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi rimane
quel nulla
dinesauribile segreto

77
Natale
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi cos
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Lontano

Lontano lontano
come un cieco
mhanno portato per mano

Mattina
Millumino
dimmenso

78
Umberto Saba (1883 1957)

La capra

Ho parlato a una capra.


Era sola sul prato, era legata.
Sazia derba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quelluguale belato era fraterno


al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perch il dolore eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita


sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

Parole

Parole,
dove il cuore delluomo si specchiava
nudo e sorpreso alle origini; un angolo
cerco nel mondo, loasi propizia
a detergere voi con il mio pianto
dalla menzogna che vi acceca. Insieme
delle memorie spaventose il cumulo
si scioglierebbe, come neve al sole.

79
Milano

Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio


villeggiatura. Mi riposo in Piazza
Del Duomo. Invece
di stelle
ogni sera mi accendono parole.
Nulla riposa della vita
come la vita.

Eugenio Montale (1896 1981)

Meriggiare pallido e assorto


Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro dorto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia


spiar le file di rosse formiche
chora si rompono ed ora sintrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare


lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia


sentire con triste meraviglia
com tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

80
Felicit raggiunta
Felicit raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che sincrina;
e dunque non ti tocchi chi pi tama.

Se giungi sulle anime invase


di tristezza e le schiari, il tuo mattino
dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

Chiss se un giorno butteremo le maschere


Chiss se un giorno butteremo le maschere
che portiamo sul volto senza saperlo.
Per questo tanto difficile identificare
gli uomini che incontriamo.
Forse fra i tanti, fra i milioni c
quello in cui viso e maschera coincidono
e lui solo potrebbe dirci la parola
che attendiamo da sempre. Ma probabile
chegli stesso non sappia il suo privilegio.
Chi lha saputo, se uno ne fu mai,
pag il suo dono con balbuzie o peggio.
Non valeva la pena di trovarlo. Il suo nome
fu sempre impronunciabile per cause
non solo di fonetica. La scienza
ha ben altro da fare o da non fare.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:


era il rivo strozzato che gorgoglia,
era lincartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio


che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

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Indice

Argomenti per lo studio della letteratura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3


Scheda danalisi per la poesia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
Scheda danalisi per la prosa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
Scheda danalisi per il testo teatrale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
Esempio danalisi di poesia: Francesco Petrarca, Benedetto sia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
I primi documenti: LIndovinello veronese; Il placito di Capua; LIscrizione di San Clemente. . . . . 11
La letteratura italiana nel Duecento: San Francesco, Cantico delle creature . . . . . . . . . . . . . . 12
Cecco Angiolieri, Si fosse foco; Tre cose solamente. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
Cecco Angiolieri, Dante Alighier . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
La letteratura italiana nel Trecento: Dante Alighieri, Tanto gentile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
Dante Alighieri, La Divina Commedia: LInferno. Canto I . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
Dante Alighieri, La Divina Commedia: LInferno. Canto III . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
Dante Alighieri, La Divina Commedia: LInferno. Canto V (frammenti) . . . . . . . . . . . . . . . 21
Dante Alighieri, La Divina Commedia: LInferno. Canto XXVI (frammenti) . . . . . . . . . . . . . 23
Francesco Petrarca, Solo e pensoso; Erano i capei. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
Francesco Petrarca, Pace non trovo; Chiare fresche e dolci acque . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
Giovanni Boccaccio, Il Decameron: Prima Giornata Introduzione. . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
Giovanni Boccaccio, Frate Cipolla (VI, 10) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32
La letteratura italiana nel Settecento: Carlo Goldoni, La Locandiera (frammenti) . . . . . . . . . . . 37
La letteratura italiana nellOttocento: Giacomo Leopardi, LInfinito . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi (frammento) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
Giovanni Pascoli, La mia sera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
Giovanni Pascoli, Il lampo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46
Gabriele DAnnunzio, La pioggia nel pineto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46
Giovanni Verga, La roba . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
La letteratura italiana del Novecento: F.T. Marinetti, Manifesto del Futurismo (frammenti) . . . . . 53
Aldo Palazzeschi, Chi sono? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
Alberto Moravia, Gli Indifferenti (frammento) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
Alberto Moravia, Agostino (frammenti). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56
Luigi Pirandello, Il treno ha fischiato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59
Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca dautore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal (frammento) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67
Italo Svevo, La coscienza di Zeno (frammento) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
Italo Calvino, Il barone rampante (frammento) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso; Il porto sepolto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77
Giuseppe Ungaretti, Natale; Lontano; Mattina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 78
Umberto Saba, La capra; Parole. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79
Umberto Saba, Milano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
Eugenio Montale, Felicit raggiunta; Chiss se un giorno; Spesso il male di vivere ho incontrato . . 81

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