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Stefano Balassone I Mass Media fra società, potere e mercato 15/07/2010

book in progress - sezione I Mass Media e Società


capitolo 4: Mass Media e Partiti
Abstract
Entrambi prodotti dalla società di massa, Mass Media e Partiti vivono oggi
destini diversi: i Mass Media navigano nella società consumista, i Partiti vi
affondano.

Mass media e Partiti .......................................................................................................................... 1


Democrazia di massa ............................................................................................................... 1
La crisi del Cittadino Produttore .............................................................................................. 1
L’affermazione del Cittadino Consumatore ............................................................................. 2
Il Bengodi dei Mass Media. ..................................................................................................... 3
Partiti a venire .......................................................................................................................... 6

Mass media e Partiti


Democrazia di massa

Mass media e Partiti nascono ambedue con la società di massa. I Partiti assumono fisionomie
diverse a seconda del carattere politico del Paese in cui sorgono. Fondamentalmente:
- in un quadro democratico 1 i partiti sono espressione delle masse, come è accaduto nei paesi
anglosassoni e, con alcune contraddizioni, in Francia;
- in un quadro autoritario, i partiti sono uno strumento di organizzazione per le masse, come è
accaduto per alcuni decenni nell’Europa Continentale (Russia sovietica, Italia fascista e
Germania nazista).
Dopo la guerra la democrazia di massa ha prevalso, in forme diverse, presso tutti i popoli europei e
in Giappone, sembra che stia prevalendo in India, in Sud Africa, è ancora lontana dall’essere
“proclamata”, ancor prima che messa in atto, in Cina, è fortemente contestata nei paesi di cultura
islamica.
Il modello USA rappresenta tuttora la versione di democrazia più liberale grazie ai seguenti fattori:
o la divisione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario (in Europa prevalgono
invece varie forme di commistione fra legislativo ed esecutivo;
o la esistenza di una piena libertà di comunicazione (che in Europa continentale, pur
essendo proclamata, subisce contenimenti di diritto e/o di fatto);
o la dominanza di partiti aperti alla influenza degli elettori 2
o la vivacità della società civile, largamente autonoma dai poteri istituzionali
Sulla base della esperienza fin qui maturata, è indubbio che senza i mass media (più o meno liberi)
e i partiti (più o meno aperti) una democrazia di massa (più o meno democratica) non esisterebbe.
Nella retorica che accompagna la crescita della stampa e del cosiddetto Quarto Potere, “watchdog”
nei confronti dei poteri statuali e dei Partiti che li esercitano, i ruoli dei Mass Media e dei Partiti
non dovrebbero mai sovrapporsi, ma nella realtà essi sono divenuti concorrenziali, tanto che la
bilancia del potere reale può pendere verso gli uni o verso gli altri in modo diverso da paese a paese
e da epoca ad epoca.

La crisi del Cittadino Produttore


1
nei paesi anglosassoni, a partire dagli USA descritti attorno al 1830 in “La democrazia in America” di Tocqueville
2
si pensi al funzionamento, sostanzialmente autoritario, della attuale legge elettorale italiana.

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capitolo 4: Mass Media e Partiti
I Partiti intermediano le procedure elettorali di accesso ai poteri pubblici e accumulano voti in nome
di idee di società (a parte le pure clientele, che utilizzano il voto per acquistare favori personali). In
altri termini, i partiti moderni sono sempre “ideologici”, si identificano con un “racconto del
mondo”, nel quale gli elettori possano trovare conveniente inserire le proprie personali aspirazioni.
Così è stato da quando esistono i Partiti, e cioé dopo la rivoluzione industriale (meta ‘700) e la
relativa ristrutturazione della figure sociali. In particolare, da allora, e per circa due secoli, i progetti
dei Partiti sono stati pensati per un mondo di “Produttori” e “Cittadini” 3, e sono stati qualificati da
due idee forti: Progresso e Emancipazione.
- Il Progresso corrisponde all’idea che la realtà abbia un senso e che sia perfettibile.
- L’Emancipazione, sia per chi la desidera sia per chi vi si oppone, consiste nel superamento
dei vincoli che in vario modo fissano la subalternità di intere fasce di popolazione rispetto
ad altre. Nella fase della Emancipazione la dialettica politica e sociale verte in misura
dominante sulla affermazione di diritti (ad esempio a non essere legati alla terra, a un orario
lavorativo limitato, alla pensione, alla istruzione, alla sanità, etc) attraverso azioni di forza
nella società (sindacati, vertenze etc) e la elezione di rappresentanti nel potere legislativo ed
esecutivo.
Nella fase del Progresso e della Emancipazione la politica si autorappresenta come un “fare per
migliorare”, perché il senso comune ritiene che la realtà sociale sia trasformabile in nome di
Giustizia, Sviluppo, Civiltà etc., pur essendo aperto lo scontro sulla organizzazione (liberalismo,
socialismo, totalitarismo) volta a calare quei principi nella realtà. Si è avuto allora lo scontro fra
idee generali quali comunismo, solidarismo, fascismo, liberalismo etc.; uno scontro di “verità”
concorrenti che trasforma il confronto di idee in guerra civile fredda.
L’esperienza delle ultime decine di anni ha tuttavia dimostrato che qualsiasi astrazioni concettuale,
specie in politica, è figlia del suo tempo e con esso muore, anzi, lo stesso concetto che afferrava il
bandolo della realtà se questa cambia diviene un intralcio. Ad esempio, il Produttore e il Cittadino
erano definiti rispetto alle loro controparti, rispettivamente la Fabbrica e lo Stato, controparti che
tendono a svanire a causa:
- del mutamento delle tecnologie produttive, che incorporano nei software quote crescenti del
sapere delle maestranze di un tempo;
- per l’avanzare della globalizzazione 4 che delocalizza e sparpaglia nel mondo le imprese che
così si sottraggono contemporaneamente ai sindacati e allo Stato.
Da qui la crisi dei partiti-progetto, che negoziavano e sancivano con leggi le conquiste di reddito e
status che maturavano nello scontro, anche furibondo, fra gli interessi sociali. La logica e le
condizioni di quelle conquiste sono cambiate e per questo si determina oggi il loro contrario, come
la generalizzazione del precariato, il ridimensionamento delle prestazioni pensionistiche, etc.

L’affermazione del Cittadino Consumatore

3
Produttore e Cittadino sono le figure emerse dalle rivoluzioni del XVII e XVIII secolo, dalla “Glorious Revolution”
iniziata con Cromwell e approdata alla monarchia contrattuale di William e Mary, alla Rivoluzione Francese, alla
Dichiarazione di Indipendenza degli USA e alla loro Costituzione qualificata dal Primo Emendamento di fine ‘700.
Altri paesi hanno poi seguito, ivi compresa l’Italia con la Costituzione del 1948 che esordisce dichiarando che: “L’Italia
è una repubblica fondata sul lavoro (quindi sui Produttori). La sovranità appartiene al popolo (che quindi è composto
di Cittadini e non di sudditi) che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”..
4
Il tutto può essere sintetizzato nel tramonto del socialismo, quello de “il secolo breve”, secondo l’omonimo titolo del
libro di Erik Hobsbawn. Secolo “breve” (il ‘900) perché in 80 anni ha visto sorgere, giganteggiare e scomparire
l’idea della “classe operaia” come motore della Storia.

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capitolo 4: Mass Media e Partiti
Mentre l’orizzonte delle narrazioni collettive del mondo dei Produttori scompariva alla vista, si è
venuto affermando una societa senza orizzonti narrativi: la società dei Consumatori. Dopo due
secoli di industrialismo i più sono infatti liberi dai bisogni immediati (cibo, tetto, sanità) e
indossano pressoché in permanenza non l’abito psicologico del Produttore, che esiste per le merci
che sa fare, ma quello del Consumatore che si identifica nelle merci di cui può disporre 5 sia per il
loro valore d’uso che per il loro significato simbolico/linguistico.
Il consumo di massa non è infatti riducibile al semplice accesso delle moltitudini alla cura della
persona, all’istruzione, alla moda, alla mobilità, alla casa etc. Il punto è che non solo questi bisogni
vengono soddisfatti, ma che la gamma delle merci è amplissima: cosicché sono possibili espressioni
di vità diversissime e c’è chi si veste tuffandosi nella iconografia delle firme, chi le sprezza per il
piacere d’essere sobrio, etc etc. Sia il tipo trendy sia quello sobrio, sia l’ecologico sia l’invasivo
sono chiamati costantemente a “scegliere” per manifestare la loro “personalità”. E quindi, come

lucidamente spiega questa scritta colta su una vetrina a Viareggio,


consumando comunicano, perché ogni decisione di consumo, in quanto scelta tra opportunità
diverse, è un segno di comunicazione su se stessi, sul rapporto con gli altri, sulle proprie speranze e
paure.

Il Bengodi dei Mass Media.

Il linguaggio del consumo è, ovviamente, della stessa qualità delle emozioni. Non si avvale di
concetti, ma di sensazioni o, meglio, di sentimenti. E mentre il Produttore e il Cittadino, impegnati
sul piano del know how e delle idee pensavano di essere guidati dal “vero”, il Consumatore cerca
più immediatamente di essere “figo”. La comunicazione è prevalentemente iconica e il controllo
del linguaggio sfugge ai grammatici e ai colti per andare direttamente, in mano alle “masse”. Chi si
china su questo brulicare di emozioni non sono i Politici e gli Intellettuali, ma chi vuole immergervi
le proprie merci: in pratica, chi ha qualcosa da vendere. Ovvero le imprese e fra esse in particolare i
mass media che, fra tutte le imprese, sono le sole che ascoltino il pubblico giornalmente, attraverso
le vendite alle edicole, i biglietti del cinema e i sondaggi d’ascolto.
La società del consumo è aperta, ben diversa da quella in ordine chiuso dei ceti e delle classi;
sballotta i singoli nel caos delle emozioni, ognuno molecola vagante tra altre molecole prive di
solidi legami. È, pertanto una società “gassosa” 6. Bauman 7 parla di “società liquida”, espressione

5
Solo in situazioni estreme, quando c’è crisi, riemerge, annaspando, il Produttore: per rinnovare un contratto, per
sventare una delocalizzazione, per affrontare la crisi di una azienda. Ma sono eventi eccezionali, legati, per
l’appunto, alle crisi e non alla normalità delle cose. Almeno nelle economie cosidette avanzate.
6
L’espressione “società gassosa” risale a un nostro intervento, accolto nelle conclusioni, di un convegno del 2001 a
Barcellona fra sociologi, studiosi delle comunicazioni e uomini dei media
7
Zygmunt Bauman (Poznan, 19 novembre 1925) è un sociologo e filosofo britannico. Nei suoi libri sostiene che
l'incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a
consumatori. In particolare, lega tra di loro concetti quali il consumismo alla creazione di rifiuti "umani", la
globalizzazione all'industria della "paura", lo smantellamento delle sicurezze ad una vita 'liquida' sempre più
frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del 'gruppo' per non sentirsi esclusa, e così via. L'esclusione sociale
elaborata da Bauman non si basa più sull'estraneità al sistema produttivo o sul "non poter comprare l'essenziale", ma
del "non poter comprare per sentirsi parte della modernità". Secondo Bauman il "povero", nella vita liquida, cerca di
standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi "come gli altri", cioè non sentirsi

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simile che ci pare tuttavia perfino sottovalutare la disintegrazione dei solidi rapporti di produzione,
e sovente anche d’affetto. Una tale società, che risponde alle leggi della dinamica dei fluidi,
risponde, va da sé, a modalità di “governo” del tutto diverse da quelle meccanicistiche che hanno
caratterizzato il “secolo breve” ed è fatta su misura per i Mass Media.
Per loro natura i mass media attivano chiavi empatiche (esemplare il successo dei reality) e
meccanismi di racconto funzionali più che a costruire una persuasione a catturare e mantenere
l’attenzione dello spettatore (sensazionalismo e luoghi comuni costituiscono i lemmi essenziali del
loro linguaggio).
Mentre la politica, privata delle sue radici sociali e dei suoi orizzonti narrativi, sopravvive in quanto
mestiere e sbanda nella società gassosa come ognuno che vi abita, i mass media non hanno
difficoltà a mettersi al servizio della “personalizzazione di massa”, che consiste nel servire un
mercato vastissimo offrendo nel contempo a ciascun individuo (si pensi a cosa è diventato il
mercato della musica in rete) quanto è più simile alle sue preferenze/idiosincrasie personali, senza
l’aggancio a progetti di significato collettivo. È imparano a sfruttare la spinta, ovvero incassare
denaro, dalle vaganti molecole della attuale società “gassosa”, più dicendo dei NO! che affermando
dei SI!.
La situazione di una società “gassosa” somiglia a quella, vorticosa e caotica, del moto di particelle
browniane, che si agitano a livello subatomico. Gli scienziati si sono misurati col problema di come
dare un senso a questi movimenti, realizzando “motori” (nanomotori, ovviamente) capaci di
procedere sfruttando la spinta di particelli provenienti da ogni direzione e non da una sola, come se i
venti in mare spingessero da ogni parte anziché da una sola. La superficie esposta all’urto delle
particelle è collegata a un asse che termina con una ruota dentata che può procedere in senso orario
o antiorario, ma un fermo a scatto consente solo il movimento in uno dei due sensi, come avviene in
molti attrezzi di uso comune, usati dai meccanici per avvitare bulloni etc. Uscendo dall’esperimento
fisico e passando al controllo sociale, si può dire che l’equivalente del fermo che blocca un senso di
movimento è costituito, ad opera della comunicazione, dalla delegittimazione di ciò che preme in
quella direzione, così da ottenere per default la spinta verso le direzioni opposte.

È ovvio del resto che le pro-poste richiedano adesioni specifiche mentre le chiamate “contro” (il
comunismo, il berlusconismo, etc.) mettono insieme anche gente che insieme si rifiuterebbe di
realizzare alcunché.
Ad esempio –e al di là di ogni consapevolezza dei media stessi- il sensazionalismo intrinseco alla
loro natura enfatizza i problemi che scaturiscono dalle novità positive, come l’immigrazione,
esercitando la funzione di blocco nella direzione delle politiche “umanitarie” e precorrendo le
uniche scelte politiche che a quel punto è possibile ai politici proclamare, ovvero quelle di tipo
proibizionista (non importa quanto velleitarie).
Servirsi dei media senza servirli, non è dunque affatto facile. Chi volesse tentare l’impresa,
dovrebbe cercare innanzitutto di non dipendere solo dai media nel rapporto con la società, il ché

accettato nel ruolo di consumatore. La critica alla mercificazione delle esistenze e all'omologazione planetaria si fa
spietata soprattutto in Vite di scarto, Dentro la globalizzazione e Homo consumens.

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capitolo 4: Mass Media e Partiti
significa che nella società stessa dovrebbe essere tanto abile da trovare riferimenti per interessi e
pensieri condivisi (la Lega, ad esempio, risolve il problema ancorandosi al territorialismo). Risolto
così il problema strategico, che consiste nel dare un senso alla propria narrazione, il nostro Eroe
dovrebbe, su un piano più tattico:
- inserire i media nel cursus honorum delle figure potenzialmente carismatiche, l’edizione
post-ideologica dei funzionari di partito di metà Novecento, per produrle in proprio,
muovendo dalla politica verso i Mass Media, anche per contrastare la corrente in senso
inverso, rigonfia di giornalisti e conduttori tv in vena di riciclaggio professionale. (il
pericolo di questa invasione era lucidamente valutato nel 1949 da uno dei capi della BBC
che invitava l’Ente inglese a non “fare affermare personaggi-star che possono attrarre una
audience da se stessi su qualsiasi soggetto” 8).
- Sequestrare tirannicamente la visibilità sui media dei propri alleati e collaboratori e favorire
invece , sul fronte opposto, la perenne presenza di avversari tanto accesi da illuminarlo di
luce continua;
- rileggersi l’articolo che nel 1963 Umberto Eco, nel pieno dei trionfi di Lascia o Raddoppia e
di Rischiatutto, dedicò a Mike Bongiorno”.
Fenomenologia di Mike Buongiorno
L’uomo circuìto dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede
mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla
falsariga delle sue tendenze.... La situazione in cui si pone LA TV 9 è questa: la TV non offre come
ideale in cui immedesimarsi il superman ma l’everyman. La TV presenta 10 come ideale l’uomo
assolutamente medio 11. Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in
Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna....quest’uomo deve il suo
successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle
telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado
eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte
nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello
che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo
spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri
limiti.....Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova bisogno di
istruirsi.....Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei
fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.....Mike Bongiorno apprezza tutti
i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa
perché si tratta di una contessa. Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e
condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.... Mike Bongiorno
parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le
proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintasi. Evita i pronomi,
ripetendo sempre per mesteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si
avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore
ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio e rigorosamente referenziale e farebbe la
gioia di un neo-positivista. Non è necessario fre alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore
avverte che all’occasione egli potrebbe essere più facondo di lui..... Porta i clichés alle estreme
conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la
coda di cavallo è “bruciata”. Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene,

8
F. Williams, in BBC Yearbook 1949
9
Rispetto al racconto epico-romantico che propone l’ideale di nobili, ancorché irraggiungibili eroi.
10
Né potrebbe fare altrimenti, per la sua stessa natura casalinga e di massa
11
dotato cioé di passioni e prudenza in grado spentamente medio.

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desidererebbe diventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola
la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. ... Per lui
ogni cosa ha un nome e uno solo... In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non
mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe ... nasce
proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo
mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica....
Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già
al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la
tensione tra essere e dover essere.
Mike Bongiorno era già celebre, nel 1963, quando l’articolo di Eco lo fece divenire importante
spiegando che Mike era l’incarnazione della televisione, strumento anti epico come nessun altro,
che dona il successo e l’affetto del pubblico a chi ha l’umiltà e la lucidità di apparire, per cultura,
virtù morali, intelligenza ed ogni altro ornamento dell’anima, più piccolo di chi lo guarda. Eco è
attento a precisare che il minimalismo da lui osservato riguarda il personaggio e non la persona di
Bongiorno, ma questa scontata distinzione non venne colta dai notisti dell’epoca, attardati a
fustigare il carattere “basso” della tv e dei suoi divi a fronte delle nozioni apprese sui banchi di
scuola.
In Italia Mike sta alla tv come Alberto Sordi sta al cinema. L’uno nel piccolo e l’altro nel grande
schermo hanno incarnato l’Italia reale a scorno dell’Italia eccellente. Ambedue hanno avuto il loro
corrispondente nel mondo del potere.
Per Sordi l’ Avatar fu Andreotti, che condivideva con Alberto, ma aggiungendovi odor di zolfo, la
stessa retorica antiepica. I due formavano talmente una coppia agli occhi del Paese, che quando
Baudo nel 1989 fece un sondaggio a puntate per individuare i due personaggi eminenti del
dopoguerra, gli spettatori li nominarono massicciamente fra le star dello spettacolo e i volti della
politica. L’Andreotti di Bongiorno è invece senza dubbio Berlusconi. Anzi, vien da pensare che
proprio Bongiorno sia il Geppetto che ha tirato fuori dal ciocco dell’affarista il Berlusconi politico,
magari dandogli da leggere l’articolo di Eco. Sta di fatto che Mike nei primi anni ’80, trasferendosi
dalla RAI nel nascente Canale 5 gli ha recato un’idea e una prassi di televisione “americana”,
totalmente estranea a quella immaginabile dalle élites, operaie e borghesi, accademiche e religiose:
una tv fatta sulla misura e in funzione del consumismo come da tempo si era affermata negli USA.
Altre star dell’epoca, come Tortora e lo stesso Baudo, che pure fecero un giro nelle tv private, erano
“solo” personaggi, mentre Mike era la tv stessa. Dalla tv Berlusconi ha imparato che il potere oggi
non è solo solidarietà, complicità o corruzione (come in buona parte continua ad essere) ma è
impastato con la seduzione esercitata dal proprio simile. Così l’uomo d’affari con le mani in pasta
nel potere, che già disponeva di tutte le risorse del potere “verticale” –denaro, relazioni, segreti- è
stato lesto a impadronirsi, culturalmente e patrimonialmente, anche di quello “orizzontale”, nato
con e per i mass media. Come se Cesare Borgia, trasferito ai giorni nostri, dopo aver bene imparato
la lezione di Machiavelli, avesse anche succhiato l’anima del personaggio di Mike. Altro che l’aiuto
delle lance francesi! Un pò di riflessione sul perché piace ciò che piace, qualche gaffe, “portata a
dignità di figura retorica” (Eco) per non essere meno maldestro di coloro dei quali si vuole
conquistare l’empatia, e presto sopraggiunge la simpatia popolare, consolidata dalle altre accortezze
che fin qui abbiamo elencato.

Partiti a venire

Mentre il bengodi dei Mass Media impazza, non manca chi ritiene che, invece che invece di
prendere parte al divertimento, sarebbe meglio rimediare alle rovine che la fine del “secolo breve”,
quello delle grandi idee collettive e della socialità, ha lasciato sul campo sotto forma di partiti

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spiazzati ed elites senza prestigio. Così c’è chi 12 propone di rifondare i partiti suggerendo alcune
linee di riferimento dall’aspetto ultra concreto,

- Ideologia: non ritratti di padri e nonni alle pareti, bensì principi resistenti al mutare delle
circostanze, per istituzioni, democrazia, giustizia, laicità, economia, socialità, Europa, relazioni col
mondo.

- Organizzazione: tesseramento, militanza, democrazia interna, finanziamenti.

- Linea politica: alleanze, programma, proposte per affrontare, oggi e nella prossima legislatura,
questioni quali l'illegalità e la crisi finanziaria.

- Leadership: chi deve guidare il partito, con che criterio fare la scelta, che relazioni tra partito e
capo del governo.

che però ci sembrano sottovalutare la effettiva difficoltà di trovare, nella società gassosa, un
effettivo capo e una effettiva coda che dia un senso a qualsiasi programma. Un problrema culturale
non si presta, temiamo, ad essere risolto a colpi di buonsenso.
E c’è chi 13 si preoccupa delle élites,
Sono le élites ad avere la capacità, e il dovere, di esercitare più consapevolmente le virtù sociali e
politiche, di esserne l’esempio concreto. Infatti i loro membri sono sì orientati al successo, ma
anche alla lungimiranza, alla disciplina, al differimento dell’utile, al merito, al decoro,
all’efficienza; non per amore della virtù, ma per legittimare le proprie pretese. ...
È il cinismo delle élites –facilmente trasmesso all’intero corpo sociale- una delle più gravi tare del
Paese, l’origine della sconnessione fra morale e politica, della corrosione dello spazio civile, del
frammentarsi del discorso pubblico in una congerie di particolarismi dialettali. Ed è anche
l’origine –oltre che il prodotto- dei tentativi della politica di polverizzare la società, di governarla
attraverso il combinato disposto della propaganda e del populismo...
Con un programma -in qualche misura neo-risorgimentale- di una riforma morale degli italiani, si
tratta di ricominciare dai pochi (che saranno certo tacciati di moralismo, azionismo, giacobinismo)
cioè da élites nuove o rinnovate, la cui rigorosa esemplarità sappia riportare la decenza e la
vergogna fra le virtù civili della nostra democrazia.
forse trascurando che in realtà una “riforma morale”, adattata ai tempi recenti, è già stata incarnata
in qualche modo dal marketing sposato con l’utopia individualistico-familistica, ovvero da Silvio
Berlusconi, che ha raccolto un ampio consenso come “italiano esemplare”, indossabile dagli italiani
dell’epoca consumistica.
In altri termini, schemi culturali e schemi politici sono piombati in un vuoto di senso, insieme e per
le stesse ragioni. E se dovessimo scommettere su una priorità, ci sembra che sarà semmai una
Cultura nuova, nuova anche nei suoi modo di produzione, a fare da incubatrice ai nuovi Partiti,
quali che essi saranno.

12
Tommaso Padoa Schioppa, per il Corriere della Sera, Luglio del 2009.
13
Carlo Galli, per La Repubblica del 6 settembre 2009.