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INCONTRO CON UN UOMO STRAORDINARIO - 10

tratto dal blog http://ilgrandeignoto.blogspot.com di Angelo Ciccarella

Agur-Ntà mi aveva accennato all'abisso senza fondo, dal quale avrei potuto mettermi in contatto con
lui. Ma che cos'era?
Intanto, mi sorrise e salutò Scandurra col segno atlantideo, si girò lentamente e si diresse verso
l'astronave.
Forse non andò proprio così. Fu come inghiottito da quel vascello fluttuante; vi entrò alla maniera di
un atleta di salto con l'asta che, dopo aver superata l'asticella, cade pesantemente sul materasso,
sparendoci dentro. Quel gigante frutto di una ingegneria esotica quanto impossibile per le nostre
cognizioni, mutò in un caleidoscopio di colori, fortissimi di intensità da nascondere il resto del
paesaggio. L'odore di officina meccanicà sparì, l'astronave fu fagocitata dal campo azzurrino
spiraliforme, vorticoso. Dopodiché sparì anch'esso nel nulla da dove era venuto.
Rimasi impietrito. Guardavo avanti a me non so più che cosa. Ci pensò il maestro a scuotermi dal
torpore, dandomi una pacca dietro la testa. “E che sarà mai, Angelo. Manco avessi visto un
fantasma”.
Sorrisi, non avevo nemmeno la forza di chiedere il centinaio di chiarimenti a Scandurra. Il ritorno fu
all'insegna del silenzio, rotto solo da un suo pensiero a voce alta: “ Debbo chiamare Duilio, la radietta
non me funziona, piglia solo 'na stazione, non so proprio dove sò finite quell'altre”.
Mi accompagnò a casa, dandomi l'appuntamento per la sera. Ma mi svegliai il giorno dopo, verso l'ora
di pranzo. Mia madre mi aveva lasciato riposare. Le chiesi se Scandurra fosse passato la sera prima:
non era passato nessuno.

Il pomeriggio mi recai alla bottega magica. Scandurra era impegnato a sistemare le bottiglie di vino
del consorzio. Tutto pacioso mi chiese come stavo. “Te sei fatto un sonnarello, pupone della mamma”.
Sapeva del mio crollo fisico e mi invitò a prendere un 'beverone' a base di succo di frutta, latte e rum.
Benché abitualmente bevevo solo un bicchier di vino a pasto, presi lo stesso quel mix. Lo trangugiai in
un sorso. Me lo aveva messo in una tazza da latte color marrone. Il sapore era forte ma buono. Mi
sentii subito come rinforzato.
Il retrogusto però non sapeva di succo, sviluppava un prolungato calore in gola e poi... riconobbi
quell'odore mischiato al sapore di officina, lo stesso del campo che si era sviluppato intorno
all'astronave. Che cosa era successo? Cosa mi aveva fatto ingerire Scandurra? Glielo chiesi.
“È il gusto dell'abisso senza fondo. Ora dovunque ti troverai, starai sempre sull'orlo. È un grosso peso
e da questo momento rammentati una cosa. La vita è come un albero di Natale, c'è sempre qualcuno
che rompe le palle”.
Ridacchiava e questo farmi fesso da parte sua, mi indispettiva alquanto. Era mai possibile che prima
disponeva e poi mi spiegava? Ebbi pure un certo timore a quel punto. Adesso cosa mi sarebbe
successo? La testa mi girava: il rum, la preoccupazione, la presa in giro. Piano piano tutto passò.
Ero libero, pacificato; dapprima pensai che fosse l'effetto dell'alcol. Poi, i miei occhi incominciarono a

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vedere e allo stesso tempo a sentire. Sentire con gli occhi. Mi mancava proprio questa esperienza.
Ma cosa si profilava davanti a me?

Il sovrannaturale, il sacro, il mistico erano ambiti prettamente legati a categorie teologiche. Piani
dissimili da quelli puramente fisici. Così credevo prima di conoscere Scandurra. Pensavo che il
mondo interiore fosse, appunto, interno, collocato in un qualche stato dell'essere che la metafisica
indù aveva indagato e descritto meglio della filosofia occidentale. Insomma il naturale e il
sovrannaturale erano domini differenti, livelli non sovrapponibili.
Eppure una fessura, una qualche interfaccia doveva pur esserci tra i piani. Il maestro mi fece
sperimentare che noi viviamo come pesci in uno stagno, bersagliati da forze sconosciute in mondi
paralleli che noi capiamo tanto poco quanto i pesci capiscono il mondo sopra la superficie del loro
bacino idrico.
Scandurra proponeva questo: se l'ipersfera (o come dicono i fisici, l'iperspazio) semplifica le
osservazioni del mondo fisico, si può trovare in quello le fonti delle arti metafisiche come la magia,
l'astrologia e il misticismo. L'ipersfera è l'abisso senza fondo, anzi, la fossa cosmica intorno alla quale
orbitano dalla materia stellare a quella sottile, eterica. E non solo. Gli stessi eventi, trovano la loro
origine da quell'abisso. Il tempo ci abita e si manifesta prima a lento rilascio, poi sempre più veloce.

Tutto è pensiero, amava ripetere, ma un pensiero di cui pochi son capaci di averne coscienza. Un
pensiero fatto di essere+energia. Dentro ogni cosa, c'era la botola attraverso la quale ci si poteva
affacciare sull'abisso senza fondo. Scandurra mi aveva aperto i rubinetti mentali collegati direttamente
alla fossa. Finché sono chiusi, nessun uomo può percepire tutta la realtà e forse, è un limite
necessario.

Come mai prima di allora, compresi la potenza di cui era depositario Scandurra. Una potenza
debordante che avrebbe fatto commettere qualsiasi crimine ai potenti della terra per ottenerla.
Oggi ne parlo, perché il maestro non è più tra noi, o meglio, probabilmente è più qui di un tempo, solo
fuori portata per chiunque cercasse di carpirne i segreti con intenti meschini. Qualcuno sorriderà,
ritenendo che sia la solita menata sui buoni propositi, il fine elevato quale condizione necessaria per
acquisire l'arcano.
Quando menti folli sono in sincronia creano una realtà alternativa, uccidono per ragioni inventate,
trovano ragioni per agire facendo di se stessi un punto fermo nell'universo. È contro tali uomini che
Scandurra si batteva e lo faceva a modo suo.
All'inizio della mia avventura, a Viterbo la gente conosceva il mio maestro semplicemente come mago
di quartiere, uno dei tanti occultisti, rispetto alla media ci indovinava, questo lo rendeva unico, però
rientrava comunque nella sociologia di una società frammentata, dissociata, nevrotica. Il suo
camuffamento era efficace, un guaritore semianalfabeta, magari sui generis in quanto non si faceva
pagare e viveva dell'attività commerciale di frutta e verdura, ma pur sempre una persona dal basso
profilo, restio ad una vita di relazione normale. Un sociopatico come ce ne sono tanti. Da evitare,
certo, secondo cattolici borghesi democristiani comunisti cartesiani. In pratica, ma di nascosto, ci

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andavano pure loro. Scandurra possedeva segreti.

I suoi segreti appartenevano ad un pensiero antico, no, nemmeno, un pensiero senza tempo e
sfaccettato, trascolorante verso forme mediate, elusive, volutamente sincretistiche.
È giunto il tempo: ho ricevuto una vecchia consegna, ossia quella di portarli di nuovo alla luce. Per
millenni, l'arte dannata e oscura era retaggio di pochi iniziati, spesso reietti e perseguitati dalle chiese
e dai mercanti, oggi è svelata attraverso il mio raccontare, senza veli, dando le coordinate per chi
volesse seguire il medesimo cammino.
Non crediate però, amici, che per il solo fatto di divulgare un segreto, esso sia utilizzabile come una
formula matematica – anche se a volte, lui me lo faceva credere. Per far sì che sia attivata la potenza
ci vuole qualcosa che è nascosta dentro di noi, la chiave, poi trovatala bisogna cercare e trovare la
porta. Solo chi ha già aperto la porta può insegnare ad altri come fare, così, un anello si aggancia al
precedente fino a formare una catena che regge i mondi.

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