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Questa sezione dedicata alla lunga e affascinante storia della Luce,

di quello che noi conosciamo di essa e delle ipotesi sulla sua natura
che sono state avanzate nel corso dei secoli. Nella necessaria brevit
della trattazione si tentato di dare una quadro abbastanza completo
dei fenomeni luminosi pi importanti, sviluppandone alcuni anche
matematicamente per esigenze didattiche, e solo accennando ad altri.

Gli argomenti trattati in questi appunti si affiancano al capitolo 25 e


ai paragrafi 24.7, 24.8, 24.9, 27.2 e 27.3 del libro di testo. Vi sono
anche alcuni problemi svolti e altro materiale di approfondimento.

La luce e la sua natura -- prima parte

Da sempre la ricerca sulla vera natura della luce costituisce un argomento centrale di ogni
Scienza o Filosofia Naturale. Nella sua vasta fenomenologia, la luce mostra aspetti misteriosi e
oggettivamente inafferrabili, anche per il fatto che fino a tempi recenti lunico strumento per
sottoporla ad indagine scientifica e misurarne le propriet era locchio, quindi uno strumento
imperfetto e soggetto allarbitrio e ai limiti psicologici e fisiologici dellosservatore. Nonostante
ci, alla luce stato riservato un posto di primo piano tra i fenomeni naturali; possiamo ricordare
ad esempio che nella Genesi si racconta che la luce viene creata prima del Sole (la sorgente della
luce) e molto prima dellUomo (losservatore che ne attesta lesistenza), chiara manifestazione
del pensiero filosofico secondo il quale la luce ha un proprio essere, indipendente dallesistenza
di altre entit.
In questi brevissimi appunti (minuscoli rispetto alla vastit dellargomento) discutiamo
alcune leggi fondamentali sulla luce e dellottica, accennando anche alla prospettiva storica nella
quale queste leggi sono state formalizzate come oggi sono conosciute e utilizzate.

1) I raggi luminosi
Losservazione dei fenomeni di ombra e luce, penetranti attraverso finestre e fessure, e lo studio
del meccanismo della visione nellocchio portano in maniera abbastanza naturale a pensare che
la luce, qualunque cosa possa essere, si muova o si propaghi in linea retta. Questa in realt
una semplificazione piuttosto drastica, come oggi riconosciamo, perch vi sono fenomeni come
la diffrazione (vedi in seguito), legati allaspetto ondulatorio della radiazione luminosa, che
implicano un allargamento del fronte luminoso ben oltre la sezione di un fascio rettilineo, come
quello di un raggio di sole che passa attraverso una fessura in una stanza buia.
Dallantichit, e fino a tutto il 700, si comunque ammesso che i punti delloggetto
osservato e la pupilla dellocchio dellosservatore fossero connessi da segmenti di retta detti
raggi luminosi. Che cosa poi fosse realmente trasportato da questi raggi era materia di
discussione, sia per la mancanza di dati sperimentali, sia per la pratica impossibilit di una
misura della velocit di propagazione della luce. La codifica e luso del concetto di raggio
luminoso, e quindi la propagazione rettilinea, era gi stata ampiamente studiata geometricamente
da Euclide, che lo utilizzava anche per spiegare la riflessione e i principi della prospettiva.
Bisogna tuttavia ricordare che secondo Euclide (e molti altri filosofi) locchio ad emettere
raggi, i quali gli permettono di osservare e acquisire informazioni sugli oggetti osservati.
Questa era una delle teorie prevalenti nellantichit, che si contrapponeva alla tesi secondo la
quale loggetto osservato emetteva dei simulacri o scorze che ne conservavano la forma e il
colore, e che entrando nella pupilla stimolavano la visione; naturalmente, esisteva un vasto
spettro di posizioni intermedie tra le due teorie.
Dal medioevo arabo al rinascimento europeo,
in base a sperimentazioni e ricerche di qualit
sempre migliore sul meccanismo della visione

nellocchio, si comunque affermata la visione
moderna di un qualcosa di immateriale, spesso
dotato di propriet calorifiche, che viene emesso
dalloggetto ritenendone le propriet, e arriva grande intensit
allocchio, e in particolare sulla retina. d
Oggi si preferisce parlare di approssimazione
dei raggi luminosi: la luce unonda e come tale si
muove in tutte le direzioni, ma la sua intensit (vedi
la definizione a pag.8) si propaga lungo la direzione
dei raggi luminosi (le frecce in figura), che sono
perpendicolari al fronte donda (linee nere in
figura), cio al piano ideale in cui tutti i punti piccola intensit
dellonda sono nello stesso stato di oscillazione,
ovvero hanno la stessa fase (vedi il principio di Huygens, nella seconda parte). Nel caso di fronti
donda piani, i raggi sono paralleli e quindi lenergia trasportata dallonda si mantiene
concentrata; nel caso di fronti donda curvi, i raggi si allargano e lenergia dellonda si disperde e
si annulla rapidamente (proporzionalmente a 1/r2 nello spazio tridimensionale). Di conseguenza
a grande distanza, se il fronte donda sufficientemente piano, si osserva che lenergia dellonda
(la luce!) si propaga praticamente in linea retta.
Una regola pratica per la validit dellapprossimazione dei raggi luminosi la seguente:
bisogna che la lunghezza donda dellonda luminosa sia pi piccola della dimensione del fronte
donda d (o dellapertura da cui emerge il fronte donda, oppure della dimensione delloggetto
illuminato), cio
<< d
come nellesempio della figura.
Lapprossimazione dei raggi luminosi funziona ed usata nellottica geometrica, cio per
tutto quanto riguarda lo studio di lenti, cannocchiali, microscopi etc., e nellottica fisiologica,
cio nello studio dellocchio. Infatti, la lunghezza donda della luce visibile va da 0.4 m a 0.8
m, e quindi di qualche ordine di grandezza pi piccola delle dimensioni di questi strumenti.

2) La riflessione
Il fenomeno della riflessione permette di poter osservare un oggetto anche se questo non
visibile direttamente in linea retta, utilizzando una superficie piana liscia (detta riflettente, o
specchio). Questo fatto, che sembra porre qualche dubbio sulla connessione rettilinea tra occhio
e oggetto osservato, veniva spiegato nellantichit ammettendo che i raggi luminosi che
connettono occhio e oggetto, potessero dividersi in due parti, secondo la legge della riflessione:
le due parti del raggio rettilineo e la normale alla superficie riflettente stanno sullo stesso piano, e
gli angoli tra i raggi e la normale sono uguali.
In linguaggio moderno, sulla superficie riflettente incide un raggio di un fascio luminoso,
che forma langolo i , detto angolo di incidenza, con la retta normale alla superficie. Dal punto
di arrivo sulla superficie, e sullo stesso piano delle rette precedenti, emerge il raggio riflesso,
che forma con la normale langolo r , detto angolo di riflessione, e si ha:
i = r
In generale il raggio riflesso pu avere normale
intensit inferiore a quello incidente, sia perch
lefficienza dello specchio nel riflettere non mai raggio incidente
del 100%, sia perch possono intervenire altri raggio riflesso
fenomeni. Le caratteristiche della riflessione i
r
possono essere estese subito a fasci di raggi
luminosi ravvicinati e paralleli, e a specchi curvi o
di forma qualsiasi, in quanto il punto di contatto tra
raggio incidente e superficie idealmente
infinitesimo. Pi in generale, se un fascio luminoso arriva alla superficie di separazione tra due
mezzi materiali (uno di questo pu essere anche il vuoto) si ha sempre una certa percentuale di
energia che viene riflessa, a meno di fenomeni di interferenza (vedi oltre). Se la superficie non
liscia ma ha delle rugosit, i raggi riflessi si troveranno in direzioni diverse e viene persa quindi
la coerenza dellinformazione trasportata dai raggi inizialmente paralleli; limmagine riflessa
risulta confusa e illeggibile.
La legge della riflessione pu ricavarsi in modo elementare sia da teorie corpuscolari che
da teorie ondulatorie, per cui non essa non ha mai costituito un banco di prova per discriminare
tra le diverse idee sulla natura del fenomeno luminoso. E da notare che gi nellantichit era
stato proposto che la legge della riflessione, come anche la successiva della rifrazione, nascesse
dalla necessit della Natura di seguire la via pi semplice, ovvero la via pi breve (vedi la
discussione sul principio di Fermat), e questo senza avere informazioni di alcun genere sulla
velocit che potesse avere il fenomeno luminoso nellaria o nei mezzi materiali.

3) La rifrazione
Il fenomeno della rifrazione consiste nel cambiamento di raggio incidente
direzione che i raggi luminosi subiscono nellattraversare la normale
superficie di separazione tra due diversi mezzi materiali 1
trasparenti. Una nota conseguenza di tale fenomeno la
difficolt di individuare esattamente la posizione di un
oggetto sottacqua, per un osservatore allesterno. Il
fenomeno della rifrazione ampiamente utilizzato nelle
lenti e negli strumenti ottici.
Molti scienziati si dedicarono alla ricerca di una legge
della rifrazione, la quale, oggi nota come legge di Snell, 2
venne finalmente stabilita da Snell e Cartesio nel 1600 nella
seguente forma: un raggio luminoso incidente forma un raggio rifratto
angolo 1 (angolo di incidenza) con la retta normale alla
superficie di separazione tra due mezzi; nellaltro mezzo e
sullo stesso piano, emerge un raggio rifratto, formante un
angolo 2 con la normale, detto angolo di rifrazione e in sen(1) r=1
generale diverso dal precedente, e si ha la relazione:
sen(1 )
= costante
sen( 2 ) sen(2)
cio il rapporto tra i seni degli angoli di incidenza e di
rifrazione una costante, il cui valore dipende dai due mezzi
considerati.
Questa legge ha un contenuto solo geometrico, nel senso che stabilisce una precisa
relazione tra gli angoli sopra indicati. Nella figura rappresentato il caso 1 > 2 , ma si pu
verificare anche il caso opposto (reversibilit dei raggi luminosi). Il valore della costante
specifico e caratteristico dei due mezzi trasparenti, e deve essere ricavato sperimentalmente caso
per caso. Si verifica in generale che pi un mezzo denso rispetto allaltro mezzo, pi langolo
di rifrazione nel primo mezzo inferiore (in figura, il mezzo 2 pi denso del mezzo 1).
La legge della rifrazione stata uno dei terreni di scontro tra le diverse teorie sulla natura
della luce, non essendo chiaro come e perch il raggio luminoso dovesse piegarsi nel passare
da un mezzo allaltro. Solo dopo la formulazione precisa della legge si cominciato a capire che
la velocit di propagazione delloggetto luce nei diversi mezzi vi gioca un ruolo essenziale (e a
questo proposito curioso notare che Cartesio fosse fermamente convinto che la luce avesse
velocit infinita!).
Le due principale teorie, quella corpuscolare e quella ondulatoria, fornivano spiegazioni
opposte al problema della rifrazione. La teoria corpuscolare era sostenuta dai seguaci di Newton
(sebbene la posizione di Newton fosse in realt assai pi complessa) e afferma che la luce
sarebbe costituita da minuscole particelle in moto rettilineo secondo le leggi della meccanica;
queste particelle hanno masse diverse, il che darebbe una spiegazione dei diversi colori
osservabili, e vengono attirate dai mezzi materiali pi densi. A causa di ci, quando queste
particelle attraversano la superficie di separazione, ricevono una forza attrattiva verso il mezzo
pi denso, la quale aumenta la componente della velocit normale alla superficie, e di
conseguenza piega la traiettoria verso la normale. Naturalmente, il fatto che la velocit delle
particelle di luce sia maggiore nei materiali pi densi non era una cosa facile da accettare.
Daltra parte Fermat aveva mostrato come dalla sola ipotesi intuitiva che nel mezzo pi
denso la velocit del raggio luminoso sia inferiore che nel mezzo meno denso, e dal principio che
la natura segue la via pi breve (su cui si torner pi avanti) sia possibile dedurre la legge di
Snell. Anche la teoria ondulatoria introdotta da Huygens riesce a ricavare la legge della
rifrazione da questa ragionevole ipotesi sulle velocit.
Ricordiamo che la prima misura attendibile della velocit della luce nel vuoto (che oggi
sappiamo eguale a c = 3.00 x 108 m/s) fu realizzata con metodi astronomici solo nel 1676 da
Roemer, mentre allepoca non sarebbe stato tecnologicamente possibile ottenere alcun genere di
informazione riguardo la velocit della luce nei mezzi materiali. Nel tempo, la teoria ondulatoria
si andava via via imponendo, perch in grado di spiegare elegantemente una grande quantit di
fenomeni ottici, ma la prova definitiva della sua correttezza riguardo alla spiegazione della
rifrazione (e la fine di tutte le discussioni al proposito) si ebbe solo nel 1849, quando Foucault e
Fizeau riuscirono a misurare per la prima volta la velocit della luce in un mezzo diverso dal
vuoto (precisamente in tubi pieni dacqua).
La forma esplicita della legge di Snell risult quindi quella di Fermat e Huygens:
sen( 1 ) v1
=
sen( 2 ) v2
dove v1 e v2 sono rispettivamente le velocit della luce nei due mezzi materiali.

4) Lindice di rifrazione
Per caratterizzare il comportamento delle sostanze rispetto alla trasmissione dei raggi luminosi,
conviene definire il parametro adimensionale indice di rifrazione n, definito dal rapporto tra la
velocit della luce nel vuoto (che secondo il principio di relativit di Einstein la velocit
massima in assoluto, e quindi anche per la luce stessa) e quella nel mezzo:
c
n =
v
n quindi un numero sempre maggiore di 1 (e generalmente minore di 5), e per definizione
identicamente uguale a 1 per il vuoto. Lindice di rifrazione noto e misurato sperimentalmente
per un gran numero di sostanze. Ad esempio per lacqua abbiamo n = 1.33, per il vetro flint n =
1.66; ne segue che la velocit della luce in questo vetro v = c/n = 1.81 x 108 m/s, decisamente
ridotta rispetto a quella nel vuoto, ma sempre elevatissima. Potremmo chiederci fino a che valore
sia possibile ridurre la velocit della luce. Oggi, in particolari condizioni realizzabili con
sofisticati esperimenti e tecniche laser, si pu manipolare e rallentare la luce fino a 1/100 e oltre
della sua velocit nel vuoto, fin quasi a fermarla, una cosa impensabile fino a pochi anni fa.
Tornando alla legge della rifrazione, avendo definito n si pu scrivere:

n1 sen ( 1 ) = n 2 sen ( 2 )

che la forma pi usata della legge di Snell: si ha uguaglianza tra i prodotti del seno dellangolo
di incidenza (o di rifrazione) con lindice di rifrazione del mezzo corrispondente.

5) La riflessione totale
Il fenomeno della rifrazione ha una conseguenza molto
particolare quando il raggio luminoso esce da un mezzo
materiale pi denso, o pi rifrangente (il mezzo 1 in questa 2
figura), per entrare in mezzo meno denso (il 2), e quindi con n1
a
> n2 (il caso opposto a quello mostrato nella pagina precedente).
Ad esempio, questa situazione si realizza quando osserviamo
dalla riva degli oggetti sottacqua. 1 b
Se il raggio luminoso, proveniente da un oggetto, forma c
con la normale un angolo maggiore di un angolo critico c, non
pu uscire dal mezzo e viene totalmente riflesso indietro; nellesempio
precedente, dalla riva non possono essere visti oggetti in direzione troppo obliqua, ma solo
quelli in direzione vicina alla verticale.
Una spiegazione intuitiva di questo fenomeno schematizzata in figura: il raggio emesso
dalla sorgente forma langolo a con la normale, ed esce dal mezzo 1 pi inclinato verso
lesterno; se il raggio emesso aumenta la sua inclinazione fino allangolo critico c , il raggio
uscente parallelo alla superficie (la situazione limite) e infine se il raggio emesso ha
inclinazione b > c costretto a tornare nello stesso mezzo, e seguir la normale legge della
riflessione. Dalla legge di Snell ricaviamo langolo critico c : ponendo 1 = c, e langolo di
uscita 2 = 900 (raggio uscente perpendicolare alla normale) abbiamo:
n1 sen( c ) = n 2 sen( 90 0 ) n1 sen( c ) = n 2 1 sen( c ) =
n2
n1
c = arcsen( n2 / n1 )
Notiamo che queste formule hanno senso solo se n1 > n2 (date le caratteristiche della funzione
seno); il fenomeno della riflessione totale possibile soltanto se si passa da un mezzo pi
rifrangente a un meno rifrangente. Per un raggio luminoso uscente dallacqua, si ha che n1 =
1.33 mentre per laria praticamente n2 = 1, cos che langolo critico risulta c = 48.80.
Il fenomeno della riflessione totale suggerisce che la luce possa essere confinata in un
materiale ad alto n, quando i raggi incidono sulle sue superfici ad angoli sufficientemente elevati;
difatti le fibre ottiche (fibre flessibili costituite di materiale vetroso in varie composizioni) sono
progettate proprio a questo scopo, e costituiscono un tubo che guida il segnale luminoso anche
per migliaia di chilometri senza disperderlo. Tra le numerose applicazioni gi in opera,
ricordiamo la diagnostica medica non invasiva (non chirurgica), e le comunicazioni che si
basano non pi soltanto su segnali elettrici trasmessi tramite cavi, ma su segnali ottici in fibre.

6) I colori
Nellantichit i colori sono stati oggetti di studio e meraviglia pi per poeti e
letterati che per filosofi e scienziati. Il colore veniva attribuito ad una
propriet specifica dei corpi in esame, analoga al peso e alla consistenza, e
non era direttamente collegato con la luce. Infatti, per luce si intendeva solo
la luce bianca, cio la luce comune emessa dal Sole (o dallocchio
dellosservatore); in determinate condizioni i raggi luminosi, entrati in
contatto con corpi colorati, si limitavano a prenderne una traccia e a trasportarla, come un
veicolo trasporta un messaggio o uninformazione. Locchio poi aveva il compito di classificare i
colori come specie visuali, cio percezioni diverse della visione, come ad esempio lamaro e il
dolce sono diverse percezioni del gusto. Del resto non esisteva una scienza sperimentale come la
intendiamo noi oggi; come gi detto, lunico strumento di analisi era locchio.
Dal 1600, quando il dibattito sulla natura della luce divenne un argomento centrale della
filosofia naturale, e i mezzi tecnici migliorarono nettamente, cominci a farsi strada lidea che
i colori fossero particolari tipi di luce, e dovessero derivare da diversi stati di moto vibratorio
od oscillatorio (teorie avanzate da padre Grimaldi e da Hooke).
Fu Newton, a partire dal 1666, ad affrontare il problema in modo nuovo e sistematico, da
vero scienziato moderno. Con una serie di esperimenti che utilizzavano fasci di luce bianca
rifratti su prismi di vetro dimostr che:
(a) la luce bianca composta da raggi luminosi diversi, cui possiamo attribuire un colore; il
colore quindi una delle propriet intrinseche del raggio luminoso;
(b) ogni raggio colorato subisce diversa rifrazione, in altre parole lindice di rifrazione non
costante ma varia con il colore del raggio, secondo il fenomeno noto come dispersione.
Egli classific i colori sulla base di sette colori fondamentali (il numero di 7 venne scelto
in realt su base puramente filosofica): dal meno rifrangente, il rosso, al pi rifrangente, il
violetto. Inoltre attribu il colore alla diversa massa delle ipotetiche particelle costituenti il raggio
luminoso, e la percezione del colore allazione di queste diverse particelle sullocchio. La teoria
del colore di Newton stato uno dei grandi successi dellottica, soprattutto perch ha fatto
entrare anche questo argomento pienamente nellambito della scienza.
Nella teoria ondulatoria di Huygens, le conclusioni di Newton rimangono perfettamente
valide, me vengono modificate la causa e la teoria della percezione del colore. Infatti, esso viene
attribuito alle diverse lunghezze donda che pu avere unonda luminosa, partendo da 0.4 m per
il violetto per arrivare a 0.7 m per il rosso. Lindice di rifrazione di un mezzo diminuisce
leggermente allaumentare della lunghezza donda, per cui il violetto il colore che subisce la
maggior rifrazione (deviazione del raggio) mentre il rosso ha la minore rifrazione. A tuttoggi
questo rimane il fondamento della scienza del colore.
Linsieme dei diversi colori costituisce lo spettro visibile. Dobbiamo ricordare che in
realt il colore una caratteristica che dipende dalla struttura dellocchio dellosservatore
umano; noto infatti che la percezione del colore da parte degli occhi di altri animali pu essere
sostanzialmente diversa. Dal punto di vista strettamente scientifico, si pu discutere solo di raggi
luminosi di diversa lunghezza donda; a questo proposito lo spettro visibile solo una
piccolissima parte, lunica cui siamo direttamente sensibili, dello spettro delle radiazioni
elettromagnetiche. Per lunghezze donda appena pi piccole della luce visibile si entra nella
regione dei raggi ultravioletti, noti tra laltro per le abbronzature; per lunghezze donda pi
grandi si va nella regione dei raggi infrarossi, i cui effetti si hanno soprattutto nella trasmissione
del calore e furono presto riconosciuti dagli scienziati.
7) Il principio di Fermat (facoltativo)
Il principio di Fermat, enunciato nel 1664, uno dei pilastri su cui si basa la teoria della
propagazione della luce; la sua semplice e potente idea filosofica di base, di cui tracce si trovano
anche nellantichit, stata poi estesa in altri campi della Fisica, in altre forme e sotto altre
denominazioni, e si ritrova finanche nella Fisica moderna.
Ecco lidea: il percorso di un raggio luminoso per andare da un punto di partenza a un
punto di arrivo tale da richiedere il minimo tempo (secondo lipotesi per cui la natura tende
alla semplicit!). Con le conoscenze di oggi una simile affermazione sembra elementare, ma
allepoca restava un mistero persino se e come la luce si muovesse.
La propagazione della luce in linea retta nei mezzi omogenei consegue immediatamente;
anche la legge della riflessione si ricava abbastanza facilmente (lasciamolo per esercizio). Col
principio di Fermat si possono anche affrontare problemi pi complessi di fisica moderna
relativistica, come la curvatura dei raggi luminosi emesse da stelle lontane, nel passare vicino ad
una grande massa come quella del Sole.
Vediamo ora come si ricava la legge della rifrazione,
che anche stato il primo motivo ispiratore del principio d
di Fermat. In figura mostrata una situazione tipica, in cui
P
vi sono due mezzi con indice di rifrazione diverso n1 < n2 ,
e un raggio luminoso emesso dal punto P nel primo 1
r1
mezzo, a distanza a dalla superficie di separazione, che a
arriva al punto Q posto nel secondo mezzo a distanza 1 n1
b dalla superficie. La velocit della luce nel primo mezzo x d-x
v1 = c / n1, mentre nel secondo mezzo v2 = c / n2 . Se b
d la distanza orizzontale tra P e Q, essa sar divisa nelle 2 n2
due parti x e d x dal punto in cui il raggio attraversa la 2
superficie, posto a distanza x dalla proiezione di P sulla r 2

superficie. Usando la geometria della figura, il tempo Q


necessario perch il raggio vada da P a Q sar:
r r x2 + a2 (d x) 2 + b 2
t= 1 + 2 = +
v1 v 2 c / n1 c / n2
che ci mostra come il tempo in questione una funzione del punto di attraversamento a x . Per
trovare il tempo minimo, dobbiamo ricavare il minimo di questa funzione della variabile x ;
uguagliando a zero la derivata di questa funzione rispetto a x e usando le regole delle derivate:

dt n1 d
=
dx c dx
( n d
x2 + a 2 + 2
c dx
) (
(d x)2 + b2 = )
n1 1 2x n 1 2(d x) (1) n1 x n2 (d x)
= + 2 = =0
c 2 x2 + a2 c 2 (d x)2 + b2 c x2 + a 2 c (d x)2 + b2

Osserviamo che si ha
x x dx dx
sen(1 ) = = ; sen( 2 ) = =
r1 x 2 + a2 r2 (d x) 2 + b2
e quindi sostituendo:
n1
c
n
sen(1 ) 2 sen( 2 ) = 0
c
n1 sen(1 ) = n2 sen( 2 )
ritrovando infine la legge di Snell.
Lapplicazione del principio di Fermat, come si vede, presenta calcoli laboriosi; la sua
importanza soprattutto concettuale, perch d indicazioni di tipo globale sul fenomeno; nel
caso ora studiato ci mostra il comportamento dei raggi luminosi (in un certo senso come se la
luce sapesse quale traiettoria seguire!). Principi simili a questo entrano anche nella moderna
Meccanica Quantistica, cio nella teoria che spiega il comportamento degli atomi e del mondo
microscopico in generale.

Definizioni
a) Energia: energia meccanica nel caso di onde meccaniche, energia elettromagnetica nel caso
di onde elettromagnetiche, e quindi anche di onde luminose. Lenergia in generale
proporzionale al quadrato dellampiezza massima dellonda; questo ad esempio vero per le
oscillazioni di una molla, in cui E = k A2 , e vale anche per le onde elettromagnetiche per
le quali E proporzionale al quadrato del campo elettrico massimo.
b) Densit di energia: la quantit di energia trasportata da unonda per unit di volume, ovvero
lenergia contenuta nellunit di volume

u=
E
; [u ] = J/m 3
V
dove E lenergia misurata nel volume V. Luso di questa quantit utile e necessaria
perch in unonda lenergia tende a disperdersi nello spazio, come londa stessa.
c) Intensit: l energia che passa attraverso lunit di superficie nellunit di tempo

I=
E
; [I ] = J/m2 s = W/m 2
S t
dove E la quantit di energia che, portata dallonda, attraversa una superficie S
nellintervallo di tempo t. Questa grandezza descrive laspetto di propagazione e di
trasporto dellenergia delle onde. Si vede facilmente che se v la velocit dellonda, vale:
I = uv
(poich v = x / t mentre il volume V = x S)

Bibliografia
1) V.Ronchi, Storia della luce da Euclide ad Einstein, Laterza
2) F.Celentano, Luce, colore, materia, Le Scienze Quaderni n0 21
3) A.Einstein, La teoria dei quanti di luce, Newton Compton
4) R.J.Weiss, A brief history of light and those that lit the way, World Scientific
5) I.Newton, Optiks, Dover Publications
6) J.Z.Buchwald, The rise of the wave theory of light, The Univ. of Chicago Press