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LE "INTERMITTENZE DEL POTERE".

CIBO E TRANQUILLANTE, CORPO E PERSONA


FRA I RECLUSI DEL CARCERE DI SAN PEDRO (LA PAZ, BOLIVIA)

Francesca Cerbini
Universidade Estatual do Cear-Brasil

Premessa

What would it matter if everything Foucault said about prison were wrong? Si intitola
in modo cos provocatorio l'articolo in cui Fred Alford (2000), analizzando i risultati
della sua ricerca nel penitenziario statunitense di massima sicurezza di Patuxent, nel
Maryland, muove una serie di critiche all'opera pi notoria del filosofo francese.
L'analisi si sviluppa dal presupposto che quanto scritto in sorvegliare e punire
rappresenti la teoria non riconducibile alla pratica quotidiana dell'esperienza del carcere.
Per cui, quando si guarda da vicino il sistema penitenziario, i corollari del potere
disciplinare quali l'esatta organizzazione del tempo, l'impiego dei reclusi in attivit
programmate, l'obbligo di risiedere in cella e la preclusione del libero movimento nello
spazio carcerario dimostrano spesso di essere applicati con un certo lassismo. Nella
pratica, il potere capillare che dovrebbe permeare questo luogo lascia posto all'ozio
piuttosto che alla mancanza di occupazioni, in uno stato generale di apatia e abbandono
del recluso, il quale, contrariamente alla logica riabilitiva che giustifica l'esistenza del
carcere, deve costantemente lottare per rendere i propri bisogni visibili alle istituzioni che
governano la sua vita.
Alford mette in rilievo come il panottico e l'ideologia che questo simulacro del potere
disciplinare rappresenta siano soltanto propaganda di un sistema di potere, la sua
apparenza:

Il vero potere consiste nel non guardare [...] La necessit di guardare un segno del limite del
potere. Se si deve guardare, non si ha veramente il controllo. Se si ha il controllo non si ha
bisogno di guardare (Alford 2000, 129)

Il recluso perci abita un luogo in cui il controllo si esercita in modo intermittente e


dove l'unica vera esigenza dell'autorit la sorveglianza delle entrate e delle uscite della
prigione, di qualsiasi tipologia essa sia (Alford 2000). Soddisfatta questa necessit, non si
ha pi bisogno di guardare dentro, eludendo cos l'obbligo di prendere in carico la
persona, pur disponendo della sua vita.
Tali considerazioni sono utili per ridimensionare il quadro fortemente anomalo che
presenta il funzionamento interno del carcere di San Pedro, oggetto della mia ricerca sul
campo;1 allo stesso tempo la grande anomalia rappresentata da questo penitenziario
boliviano pu far luce su contesti carcerari distanti (si veda Goifman 2002; Marchetti
2002; Comfort 2002; Medlicott 1999; Wacquant 2002), anche geograficamente, dentro i
quali possibile ritrovare le medesime intermittenze nella gestione dei detenuti e dello
spazio di reclusione, certamente in scala minore e meglio supportate dal discorso
ipocrita, convenzionale ed istituzionale sul carcere come luogo di recupero.
Lungi per dall'essere sedotti dall'idea che, attraverso l'apparente mancanza di
comunicazione che si produce fra l'autorit e coloro che vi sono sottoposti, sia svanito
quel meccanismo di rigido controllo che regola la vita dell'istituzione totale, ci si
chiede: se non soltanto il potere disciplinare a modellare e omologare l'agire dei
detenuti, quali pressioni e quali forze coercitive alternative entrano in gioco? Per
rispondere a questa domanda si rivelato un terreno particolamente fecondo l'analisi
della relazione fra i reclusi, il cibo distribuito dall'istituzione penitenziaria di San Pedro e
il tranquillante,2 ossia la sostanza che essi ritengono sia somministrata mediante il
rancio, partendo dal presupposto che nelle istituzioni totali l'alimento diventa uno
strumento di classificazione e di controllo sull'individuo (Fischler 1992, 258; Goffman
1961), e fermo restando che l'uso di psicofarmaci nelle carceri occidentali e il loro abuso
il principale metodo di contenzione del comportamento deviante e anormale degli
internati (Gonin [1991] 1994, 190-228; Verde 2011).
In questo lavoro dunque mostrer come, attraverso le scelte alimentari dei reclusi del
carcere di San Pedro, ognuno stabilisce o accetta il proprio ruolo nell'universo del suo
sistema sociale (Fischler 1992, 51-53; Mintz e De Bois 2002) e come proprio il rancio e
le misteriose sostanze in esso contenute facciano parte di un'economia simbolica e
pratica attraverso la quale si esprimono piccole atrocit quotidiane. Infatti, la percezione
delle sostanze adulteranti, del cibo e le relative modalit culinarie a lungo termine
modificano la forma e la sostanza delle persone che abitano lo spazio carcerario; un
luogo in cui, attraverso la perdita di s, coadiuvata come vedremo dalla presunta
ingestione del tranquillante, si manifesta la propria inconsapevole conformit ai
meccanismi di potere e di oppressione caratteristici di questo peculiare contesto.
Afferma Mary Douglas (1966) che il modo in cui si ingeriscono gli alimenti pu
rappresentare la sottomissione politica di colui che mangia e ci assume particolare
enfasi in un contesto marginale, non domestico, in cui il valore che si attribuisce alle
pietanze riflette un'articolazione di poteri che emanano dalle relazioni di forza tra reclusi
e tra reclusi e istituzione penitenziaria. Tali relazioni di forza generano non solo quella
violenza esplicita e brutale che pi di ogni altra tragedia carceraria penetrata
nell'immaginario collettivo, ma anche forme pi sottili, invisibili e costanti di
sopraffazione che si annidano proprio all'interno di quelle abitudini quotidiane che in
prigione imitano il trascorrere di una vita normale. Cos, oscurando le cause primarie
del disagio del recluso, un certo tipo di cibo e coloro che lo consumano potrebbero
diventare i nemici da combattere:

i ceci, i piselli, i fagioli, le lenticchie avevano la pessima reputazione di sbobba


per detenuti ed erano regolarmente rifiutati dalla maggioranza. Il recluso che
ingurgitava tutta la sua porzione senza protestare si guadagnava l'appellativo di
mangione servile o di clochard mangia merda (Gonin [1991] 1994, 95)

Chi ingerisce non alimenti diviene una persona di poco conto, un servo del potere.
Resistere a certi alimenti invece fomenta quella lotta ai meccanismi di annientamento
della personalit dell'individuo che i reclusi mettono a punto nelle circostanze pi
insospettabili e ordinarie della loro giornata (Bosworth e Carrabine 2001; Goffman
1961), ad esempio, quando l'istituzione penitenziaria somministra il rancio.
Come sottolinea Ugelvik (2011, 54), l'alimento costituisce parte integrante della
sofferenza che la reclusione genera nell'individuo, e dunque nelle modalit di relazione
fra il recluso e il cibo che emergono alcune delle tecniche pi sperimentate per resistere
al carcere. Mangiare diventa allora quell'atto fondamentale intorno al quale si organizza
l'esistenza, che acquisisce un significato pi profondo e completo dal momento in cui il
cibo diventa una categoria utile per controllare la propria e altrui capacit di difesa, di
reazione e di sopravvivenza.
Come lo zucchero del nord-est brasiliano descritto da Nancy Scheper-Hughes (1992), il
cibo con il tranquillante costituisce una metafora poderosa dell'abbandono,
dell'esclusione e della disuguaglianza sociale che si riproduce dentro, alla stessa
maniera che fuori dal carcere. Le narrazioni e gli aneddoti sul rancio e sul misterioso
componente chimico presente al suo interno celano la disperazione che induce
l'imprigionamento, l'incertezza, l'assenza di diritti del recluso, la sua solitudine e la
drammatica perdita di ogni legame affettivo e sociale; costituiscono dunque la metafora
poderosa di un sistema sociale che preferisce non guardare cosa succede veramente fra
le mura del carcere, e di un'istituzione penitenziaria il cui progetto sociale e politico mira
fondamentalmente all'eliminazione del soggetto privato della libert. Tuttavia, prima di
entrare nel vivo dell'indagine etnografica, necessario accennare ad alcuni tratti salienti
del contesto in questione.

Il contesto

Nell'aprile 2006 avevo ottenuto il permesso di accedere quotidianamente al carcere di


San Pedro come ricercatrice e volontaria di una ONG italiana.3 Potevo accedere a tutte le
sezioni che lo componevano e intrattenere conversazioni senza alcun tipo di separazione
con i miei interlocutori, al riparo da quelle limitazioni che spesso impediscono lo
svolgersi della ricerca in simili contesti (si veda Rhodes 2001; Wacquant 2002).
All'inizio, quando ancora non avevo creato la mia personale rete di contatti fra i detenuti,
collaboravo alla realizzazione di un laboratorio di musica hip hop accompagnando ogni
mercoled Abraham Bojrgez, un giovane musicista che, nel suo genere, era molto
famoso e benvoluto dai ragazzi di San Pedro. Attraverso quest'esperienza, l'aiuto dei
cooperanti e l'appoggio del parroco (italiano) della chiesa cattolica che campeggia al
centro del carcere,4 sono riuscita ad inserirmi in questo mondo chiuso e allo stesso tempo
cos simile e permeabile con l'esterno.
L'istituzione penitenziaria mi concedeva la possibilit di entrare dalla mattina fino alle 5
del pomeriggio, tuttavia, per quanto concerneva le mie attivit all'interno del carcere,
dovevo sottostare alle regole pi o meno esplicitamente dettate dai detenuti. Questi ultimi
godevano della totale libert di circolazione, salvo limitazioni territoriali imposte dai
reclusi stessi, inerenti per esempio l'accesso alle sezioni di elite, abitate da detenuti pi
danarosi. Perci, una volta oltrepassato il cancello d'entrata, davanti a me si presentava
ogni giorno una moltitudine confusa di persone che organizzavano il loro tempo e il loro
spazio come vivessero in un altro dei quartieri affollati di La Paz.
Situato nel cuore della citt, il carcere di San Pedro, costruito alla fine dell'800 nel
marginale "barrio de indios", erede della divisione urbanistica di epoca coloniale fra
indigeni e creoli, stato da allora, di fatto, lentamente abbandonato dallo Stato. Le circa
1500 persone detenute provengo in gran parte dalle aeree limitrofe a La Paz e dal
confinante municipio di El Alto (CICR 2006, 15) che, sorto alla met degli anni ottanta,
rappresenta oggi la seconda urbe del paese, popolata dai cosiddetti residenti, ossia gli
emigrati dalle zone rurali in cerca di opportunit (si veda Alb et al. 1981).
Per lo pi ex campesinos, ex minatori o ex impiegati nel settore del lavoro informale,
prestati al narcotraffico come bassa manovalanza, i reclusi parlano principalmente
aymara come lingua madre e mostrano un atteggiamento sfiduciato e diffidente nei
confronti del sistema giudiziario e dei suoi interpreti. Della giurisdizione, esercitata con
un linguaggio loro poco familiare, essi colgono solamente l'oscurit dei tecnicismi e
l'arbitrariet delle decisioni, spesso benevole con i pi abbienti e spietate con gli
esponenti dei settori pi deboli della societ. Tanto i giudici quanto gli avvocati vengono
considerati protagonisti di un unico sistema repressivo, strumento di corruzione e di
profitto individuale pi che presidio di legalit e luogo di ricostruzione imparziale dei
fatti.
La polizia invece si occupa di vigilare soltanto l'entrata del penitenziario, controllando il
traffico lecito o illecito di persone e di cose che ne varcano la soglia, mentre le norme si
applicano senza tener conto delle condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti, che
vivono praticamente indipendenti, autogestiti e allo stesso tempo senza diritti,5 sebbene
siano pienamente vigenti le leggi nazionali a tutela della persona privata della libert.
Attraverso una complicata e farraginosa burocrazia, l'istituzione penitenziaria regola i
rapporti con il mondo esterno al carcere mentre all'interno si limita a prendere atto dei
soprusi e delle condizioni disagiate che colpiscono la maggioranza degli internati. Non
esistono statistiche su malattie o decessi e, come in genere succede in certi contesti
marginali, nessuno si cura di tenere il conto dei morti, dei suicidi e degli ammalati
(Scheper-Hughes 2000), cos come altres complicato registrare gli episodi di violenza
che si consumano nelle celle.
Una volta entrati in carcere, una struttura a dir poco fatiscente, i detenuti si devono
adattare al punto da rimodellare essi stessi gli spazi in base alle proprie necessit e alla
disponibilit economica.
Oggi dunque il carcere di San Pedro formato da poche celle lussuose e da una
moltitudine di tuguri, affastellati ovunque stato possibile costruire. Agglomerati di
minuscole residenze si affacciano su corridoi e stradine strette e oscure, dove ai detenuti
addirittura consentito di risiedere con la moglie e i figli, pagando una quota mensile o
giornaliera all'organizzazione formata da internati e guardie carcerarie preposte alla
vigilanza dell'entrata del penale.
Ha preso forma cos, sia nell'architettura che lo sorregge sia nell'organizzazione dei
detenuti, il topico del carcere come comunit, il cui sistema sociale speculare a
quello esteriore, nella misura in cui ricrea privilegi e ineguaglianze nella distribuzione o
nel conseguimento delle risorse disponibili. Questo carcere una miniera d'oro!
affermano certi detenuti, che con un minimo di discrezione, fondi e conoscenze
riescono a gestire traffici di droga, alcol e altre attivit lecite o illecite, vivendo poi di
rendita.
Tuttavia, la maggioranza indigente gi prima della prigionia. Il carcere rappresenta una
vera trappola per topi se consideriamo che lo stato non assicura ai detenuti una cella,
un letto o un cibo nutriente e sufficiente. Si tratta infatti di servizi fondamentali che per
logica dovrebbero essere gratuiti e assicurati e che invece si ottengono solo a pagamento.
Per fronteggiare queste spese, la maggioranza dei reclusi deve sottostare alle direttive
dei capi, ossia quei detenuti che risiedono al vertice del potere di questa piccola citt
chiusa, o porsi alla merc di coloro che ricevono sostegno economico dai parenti. Molti
sono spesso obbligati a svolgere all'interno del carcere lavori pericolosi e umilianti se
ambiscono ad ottenere un giaciglio o un compenso che, in genere, si utilizza per
comprare cibo alternativo al rancio o per concedersi il lusso di servirsi nei numerosi
chioschi e ristoranti presenti in ogni settore del penitenziario. Invece, in certi spazi
esclusivi come la sezione Posta, separata dal resto dello stabilimento penale (chiamato
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poblacin), la distribuzione del rancio stata abolita poich ognuno ha la possibilit
di mangiare alimenti comprati all'esterno, cucinati in cella oppure preparati dai cuochi
del ristorante della sezione. Infatti, nel carcere di San Pedro il rancio offerto dallo stato
percepito come estraneo, minaccioso, schifoso e si ingurgita solo quando non si ha
altra scelta. Esso conforma un campo semantico complesso, intorno al quale si
strutturano i dialoghi che riporter di seguito in brevi frammenti.

Questioni di gusto

Il gusto il principio
di tutto ci che si ha,
cose e persone,
e di tutto ci che si
per gli altri

Pierre Bourdieu -La distinzione

Come sottolineano molti reclusi, gli scarsi fondi e il livello di corruzione di chi gestisce
la distribuzione degli alimenti sono le ragioni per cui arriva nei piatti una quantit
inferiore di cibo di buona qualit. Questo viene diluito, sminuzzato e selezionato nelle
sue parti peggiori per coloro che vivono in poblacin, in modo che il meglio sia
consumato dai reclusi che occupano posti dirigenziali, dalla polizia penitenziaria che
vigila l'entrata del carcere o dal personale amministrativo.
I giorni speciali, cio quelli in cui si serve un piatto pi sostanzioso a base di carne,
sono tre alla settimana, mentre nei giorni normali il pasto consiste in una brodaglia
mista a patate e cereali. Le famiglie allora cercano di visitare i propri cari nei momenti di
magra, in modo da poter integrare la povert del piatto con altri alimenti.
Tuttavia i reclusi riescono a mangiare tutti i giorni, anche se spesso trangugiano cibo in
quantit insufficiente, senza nutrienti e senza molta variet. Perci si sentono
profondamente insoddisfatti: vorrebbero assaporarne il gusto, e invece consumano
pietanze cucinate senza criterio, tanto da sentirne astio e ripugnanza. Si nutrono
solamente per sopravvivere e allo stesso tempo continuano ad essere affamati e deperiti:

A me [il cibo] lo portano da fuori perch, certo, ho i miei genitori, la mia


famiglia. Ma, Francesca, c' gente che non ce l'ha, che veramente non ce l'ha
e soffre7 (Marcelo, sezione San Martn, 13 marzo 2008)8

Malgrado la fame, esiste un insensato spreco di cibo, soprattutto nei giorni normali,
quando servono piatti molto abbondanti poich nessuno vuole mangiare:

I giorni in cui cucinano la minestra, molti la buttano, ne buttano tantissima


[] Certo che un peccato ma non un cibo che si pu mangiare facilmente,
non si pu (Francisco, sezione San Martn, 13 marzo 2008)

Oltre alla qualit, un altro dei problemi pi discussi l'elaborazione degli alimenti. Nei
grandi calderoni che contengono il rancio alcuni sono crudi, altri troppo cotti:

Ci trattano come animali [] il cibo tutto mescolato, come si fa per i cani.


Ci mettono la carne, poi in qualsiasi momento le patate e le carote, mescolano
ed ecco fatto, si mangia e basta, e questo mi sta facendo male, male. A volte
non ce la faccio (David, impiegato in cucina, senza sezione, 10 maggio 2008)

Questo cibo mescolato appare confuso, immangiabile:

Sembra una cucina per gente qualsiasi, per animali [] diversa, non
commestibile, non salutare [] mi fa male la testa a causa
dell'alimentazione. Qui c' gente che morta a causa del cibo (Fabricio,
sezione San Martn, 15 aprile 2008)

Come riflesso di ci che ingurgitano, i reclusi di San Pedro si sentono animali. Ma


come mai in moltissime carceri del mondo gli internati disprezzano il cibo che
l'istituzione penitenziaria offre loro? Hanno gusti cos sopraffini?
Come precedentemente affermato, negare i piaceri del palato sicuramente parte della
sanzione penale (Gonin [1991] 1994, 95; Ugelvik 2011; si veda per il carcere di San
Pedro: Pinto Quintanilla e Lorenzo 2004, 44). Essere costretti a mangiare
indiscriminatamente ci che ritenuto inadatto per gli esseri umani indice
inequivocabile di mancanza di risorse e di status (Daz Maderuelo 2006, 185; Pedrosa
2008, 22) e si ripercuote nel concetto che si ha di s stessi e degli altri che si nutrono alla
medesima maniera o che, in questo contesto, si astengono dal consumo del rancio. Le
questioni di gusto, dunque, vanno ben oltre la sfera individuale e soggettiva, ma nel
carcere di San Pedro la pessima fama dei cuochi sicuramente uno dei fattori che
concorre a far sembrare cattive le pietanze che preparano.

I cuochi stupratori

Lavorare in cucina, secondo i reclusi, deve essere un castigo ulteriore riservato agli
stupratori9 che una volta in prigione si consegnano alla giustizia di San Pedro. A
prescindere dalla legge, la comunit carceraria vuole non solo assicurasi il castigo di
questo crimine odioso, ma anche separare dal resto dei reclusi gli stupratori, che quindi
vengono segregati per un periodo di tre mesi, conclusi i quali lasciano la cucina per
integrarsi nella comunit penitenziaria.
Tuttavia, i reclusi veterani raccontano che adesso il castigo molto pi lieve: prima i
presunti stupratori venivano torturati e probabilmente violentati dagli altri.
Spostando invece il discorso su un piano concettuale, i cuochi stupratori rappresentano
gli errori e le contraddizioni di sintassi della grammatica simbolica (Lvi-Strauss [1968]
1971) della societ penitenziaria, poich costituiscono una categoria sociale che non
immediatamente assimilabile nel nuovo gruppo, ma allo stesso tempo ne parte
integrante e fondamentale. Stanno castigando tutta la popolazione penale pi che lo
stupratore dice Fabio Rodrguez, sottolineando la contraddizione dell'impiego di queste
persone in cucina. E poi aggiunge:

Nessuno pensa che se [i cuochi] prendono la tubercolosi l dentro, si potrebbe


trasmettere al cibo [] un pericolo latente (Fabio Rodrguez, sezione
Pinos, 25 marzo 2008)

Questi cuochi rappresentano un pericolo latente di contaminazione del cibo, che una
preoccupazione molto diffusa in carcere e in generale nelle istituzioni totali secondo
Goffman (1961), e nasce con la vendita di alimenti preparati da estranei al proprio nucleo
sociale (Goody 1982).10 Essendo altri, i cuochi stupratori non appartengono al
gruppo degli alimentati a causa del delitto teoricamente commesso, e dunque producono
un cibo diverso (otra clase de comida), come affermano testualmente molti reclusi.
Per, se attraverso la distinzione e la separazione degli spazi gli stupratori stanno
obbligatoriamente rimediando alla loro diversit come premessa essenziale per la loro
successiva accettazione all'interno del gruppo di San Pedro, dall'altro la neutralizzazione
del proprio stigma avviene anche trasmettendo al cibo la sporcizia delle loro azioni
immorali.11 Perci, se il loro impiego in un luogo nevralgico per il funzionamento della
comunit penitenziaria si oppone concettualmente alle pratiche contro la contaminazione,
vedremo alla fine come questo sia in realt un errore con una funzione ben precisa.

Il tranquillante

L'economia perversa degli impieghi sottopagati, gli unici disponibili a San Pedro, riceve
grande impulso dal profondo astio che i detenuti nutrono per il rancio. Molti lavorano
quasi esclusivamente per potersi sedere al ristorante ed evitare di mangiarlo:

D. Che differenza c' fra il cibo del ristorante e il rancio?


R. Il rancio cucinato da reclusi nuovi, c' una specie di discriminazione per
quelli che entrano per stupro. I viveri si comprano fuori, all'ingrosso. Arriva
carne di cattiva qualit. Il cibo del ristorante fatto dal padrone e da cuochi e
gli alimenti sono comprati dalla famiglia [...]
D. Quindi, chi mangia il rancio?
R. Quelli che non lavorano, che non hanno entrate e non hanno i 12
boliviani12 che servono per il pranzo e la cena. Non rimane altra possibilit
che il rancio (Fabio Rodrguez, sezione Pinos, 25 marzo 2008)

Daniel Llanos autero ossia costruisce auto di latta in miniatura, l'occupazione pi


ambita nel carcere di San Pedro, poich intorno a questi manufatti si sviluppato un
mercato fiorente fuori dal penitenziario, che ne assicura la vendita periodica. Tuttavia si
tratta di un impiego mal pagato e nocivo per la salute, poich i lavoratori durante il
processo di fabbricazione dell'automobile inalano fumi tossici, responsabili a lungo
andare di gravi malattie respiratorie. Gli auteros sono coscienti del danno provocato da
certe sostanze ma non dubitano che sia meglio poter lavorare, anche in queste condizioni,
piuttosto che mangiare il rancio:

Tutto quello che guadagno lo utilizzo per alimentarmi meglio [...] uno per
fame e perch non ci visita nessuno, come il mio caso, dobbiamo usare i
soldi che guadagniamo per mangiare. La sera ci danno per cena la minestra,
ma la zuppa non si pu mangiare perch ha troppo tranquillante e perci
dobbiamo prepararci qualcosa per non avere fame la sera [...] Se uno mangia
poi ha sonno e ti lasci andare [...] non hai voglia di fare pi niente, non vuoi
lavorare [...]
D. Con il cibo che compri non ti viene sonno?
R. No no, quelli dei ristoranti cucinano normalmente ma non sempre
possiamo comprarlo perch [] non guadagniamo molto con la latta (Daniel
Llanos, sezione San Martn, 28 aprile 2008)

Secondo i reclusi, il tranquillante la temuta sostanza presente nel cibo del carcere.
Anche i detenuti tossicodipendenti evitano di ingerirlo, malgrado l'assunzione assidua
dell'ampia gamma di stupefacenti reperibili nel mercato della droga del carcere. Santiago
Snchez per esempio, quando non compra crack, approfitta dei soldi a disposizione per
mangiare alimenti sicuri:

A volte mangio alimenti in scatola o precotti perch ho paura che ci mettano


cose nel rancio. A volte sono obbligato a mangiare anche il rancio, quando ho
molta fame (Santiago Snchez, sub-sezione Primero de Mayo, 25 aprile
2008)
Esteban Vera il cileno consuma tutte le droghe che riesce a comprare ma vuole
assolutamente tenersi lontano dal tranquillante:

Il cibo ha dentro delle medicine per evitare che ci sia tanta aggressivit, tanta
tensione fra la gente [] Io ho un problema con le droghe e non ne voglio un
altro con antidepressivi. Molte persone sanno che ci mettono delle pasticche
per dormire nel rancio e non lo vogliono [] le pasticche per dormire sono
molto dannose e preferisco mangiare nei ristoranti.
D. Stai pensando di abbandonare le droghe?
R.Una volta uscito s, ma qui impossibile (Esteban Vera, sub-sezione
Primero de Mayo, 26 febbraio 2008)

Cos, il discorso sul tranquillante a San Pedro si radica nella paura della contaminazione,
dell'avvelenamento e nel timore di essere intimamente trasformati da quella brodaglia
informe distribuita quotidianamente all'ora di pranzo.13 I pochissimi che non credono
all'uso di tranquillanti somministrati attraverso gli alimenti affermano che sarebbe
contraddittorio per l'istituzione penitenziaria investire denaro per il benessere emozionale
dei detenuti, per il loro riposo, se quando c' un problema, quando finisce il
problema che le autorit si occupano dei reclusi come dice Daniel Llanos. Lo stato
risparmia su ogni articolo di consumo destinato ai penitenziari, sull'assistenza medica,
sulla qualit dei viveri, sul numero di avvocati d'ufficio che dovrebbero assistere la
moltitudine di reclusi indigenti, perci sorprenderebbe che sia cos sollecito nel
procurarsi ogni giorno grandi quantit di una medicina invisibile, dagli effetti
contrastanti e, secondo alcuni, fortemente controproducenti.

Prove dell'esistenza del tranquillante nel rancio

Tuttavia, Fabricio certo di avere le prove dell'esistenza del tranquillante nel cibo:

Sono stato per un periodo delegato della cucina e non vogliono che parli di
questo [abbassa la voce]. Addirittura sono andato in direzione, siccome ero
incaricato della cucina, e ho le prove. L, ho detto: perch state trattando i
reclusi in questo modo? Noi siamo umani, non giusto mettere queste cose,
traumatico per noi! Sembra una spezia, secondo loro esalta il gusto, ma non
vero. Il cibo diventa amaro, un cucchiaino in fondo [alla pentola] ci
mettono. Nessuno lo sa, la direzione mi aveva proibito di metterlo in minori
quantit: - se non lo mettiamo, le persone cominceranno a scontrarsi, ad
accoltellarsi. Lei vorrebbe esserne responsabile?- mi dice. Non possibile,
un eccesso di colorante [calmante?], colorante di 3 kg senza piccante e 1 kg
con piccante mettevano [...]
D. Ma lei era sicuro che questo era tranquillante?
R. S s, io ho sperimentato che faceva venire moltissimo sonno, uno non
aveva per niente voglia di lavorare, niente. Io l'ho provato e non mento. I
primi anni non lo sapevo e lo mangiavo, non avevo soldi. Sono in carcere
perch mi hanno obbligato a starci [] [ho lavorato] raccogliendo
l'immondizia e mangiando per forza il rancio (Fabricio, sezione San Martn,
15 aprile 2008)

Fabricio rivendica che i reclusi, malgrado la loro condizione, non meritano questo cibo
che si trasforma in qualcosa di traumatico per loro, un aspetto drammatico
dell'imprigionamento. In teoria, i cuochi dovrebbero sapere come si impiegano i
tranquillanti nelle pietanze, ma Jaime racconta un altro aneddoto che mostra le ragioni
per cui nessuno li vede:

Dal '95 al '98 abbiamo trovato pezzi di pasticche nel rancio. Un giorno ce
n'erano talmente tante che abbiamo buttato il rancio fuori dall'entrata. Erano
delle pasticche arancioni. Probabilmente hanno provato a frantumarle, non le
hanno frantumate bene e abbiamo trovato i pezzi. Poi hanno cambiato, le
hanno frantumate nel cumino o nel pepe [] e alla fine non so cosa ne hanno
fatto, ma penso che nelle spezie del cibo stanno mettendo il sedante o il
tranquillante, cos non siamo tanto aggressivi o attivi []
D. Lo mettono quelli che lavorano in cucina?
R. No, viene preparato prima. Prima lo mettevano loro, al principio, penso,
ma da quando ce ne siamo accorti viene gi polverizzato nelle spezie, perch
noi riceviamo i condimenti preparati, in modo che neanche chi lavora in
cucina sappia. Adesso vorremmo sapere in cosa lo stanno mettendo, non
riusciamo a capirlo (Jaime, sezione lamos, 6 marzo 2008)

Non capire in quali ingredienti si trovi il tranquillante stimola una lunga serie di ipotesi
sulla morfologia del farmaco, che dunque sarebbe mascherato,14 secondo i reclusi, nel
sale, nello zucchero, nelle spezie, nell'olio e nei condimenti. Inoltre, proprio l'utilizzo del
tranquillante altera il sapore del cibo, che secondo molti amaro oppure insipido, aspro
o senza sapore. In particolare, gli alimenti cucinati nei liquidi facilitano l'assorbimento
delle sostanze adulteranti, per cui la minestra un concentrato di tranquillante e, a detta
di molti, marcisce dopo qualche ora, formando sulla superficie delle sospettose e
preoccupanti bollicine che sarebbero considerate una spia del processo di putrefazione
della pietanza.
Tali alimenti, se ingeriti regolarmente, provocano malattie di ogni genere. Dunque
molto pericoloso mangiare il rancio quotidianamente, lo fanno solo i disperati:

Differente il rancio, quasi amaro, l'odore normale ma quando lo mangi hai


sonno,
sei intontito, non vuoi pi lavorare [...] uno apparentemente sta bene ma poi
sicuramente far male all'organismo. Io in tutto questo tempo [] mi sto
cucinando quello che mangio [] perci sto bene [...] se uno si lascia andare,
esce molto malato. Molti malati, cos escono, alla fine, quando ormai non
possono lavorare. Quei compagni che non lavorano, solamente mangiano il
rancio che ha il tranquillante e questo fa male. Fa male all'organismo []
certo, quando mangiamo apparentemente non succede niente, ma
all'organismo poco a poco fa male [...] preferisco mangiare cibo che quelle
cose che cucinano quelle persone. Noi cuciniamo e la maggior parte mangia
per non danneggiare l'organismo, ma per altri non c' niente da fare e ormai
mangiano solo cos [il rancio] (Julio Quispe, sezione Guanay, 30 aprile 2008)

Non soltanto ci sono persone che non hanno alternative al consumo quotidiano del rancio,
ma esiste gente a cui conviene ingerire il tranquillante poich ormai, assuefatti a
questa sostanza, non riescono pi a recuperare il normale funzionamento del proprio
organismo e le prerogative di una vita sana e accettabile.

Dormire

Anche se l'effetto pi immediato e diffuso del tranquillante la sonnolenza, questa


sostanza in realt non agisce su tutti alla stessa maniera:

L'effetto si sente a lungo termine, quando tutto il corpo, a causa del rancio,
gi pieno di questa sostanza chimica...non so cosa sia questo tranquillante. Io
penso che tutto il corpo deve stare male ed per questo che ci fa male, per
alle persone pi o meno come voi, che hanno mangiato un cibo normale fuori,
credo che le persone come voi devono nutrirsi bene perch mangiano tutti i
giorni, e perci penso che il rancio non pu farvi male.
D. Senti che il tuo corpo cambiato quest'anno a San Pedro?
S, per quanto riguarda la stanchezza s, il sonno, la svogliatezza, questo s e
questo per colpa del rancio (Daniel Llanos, sezione San Martn, 28 aprile
2008)

Per esempio, Claudio si trova a San Pedro da una settimana, ancora non ha neanche una
cella dove dormire e mangia regolarmente il rancio:

buono. Dicono che gli mettono cose, ma sinceramente penso che


dovrebbero metterci in un altro posto, non con questa gente. Qui, pi tardi
non si pu pi neanche camminare, a partire dalle 5 o le 6 [del pomeriggio],
perch si drogano e uno non abituato a questo, sinceramente.
D. Chi le ha detto che mettono cose nel rancio?
R. Ne parlano i compagni, in generale.
D. Avvisano i nuovi che arrivano?
R. Certo.
D. E a lei? Come le sembra il rancio?
R. Per me va bene, sono solo dicerie.
D. Non le fa venire sonno?
R. No, questo dipende dalla persona. Quando uno pensa non ha sonno, pensa
e pensa a come fare.
D. Quindi questi tranquillanti non hanno alcun effetto su di lei?
R. Niente, niente. Su di me niente. Niente. Ho troppe cose a cui pensare!
(Claudio, sezione Prefectura, 8 aprile 2008)

Claudio non concepisce la possibilit di calmarsi quando tutti i suoi sforzi e i suoi
pensieri sono volti a capire quale sia la via pi rapida per ottenere la scarcerazione.
Quindi, in un certo senso, la preoccupazione lo rende immune al tranquillante.
Chi dentro da poco tempo ancora non ha subito l'influenza negativa della prigione,
dunque mangia e non avverte sonnolenza. Questi reclusi nuovi, come in genere si
chiamano, piuttosto soffrono di insonnia e interpretano la loro ansia come effetto
dell'ingestione delle sostanze contenute nel rancio:

Generalmente questo cibo pieno di grasso e dopo aver mangiato ti rilassi, ti


addormenti, ma al principio per me non era cos, il mio organismo reagiva.
Volevo scappare, mi sedevo qui sui gradini e mi provocava voglia di fuggire,
non so che c'era in quegli alimenti.
D. Pensi che ci mettevano qualcosa?
R. S, deve esserci del tranquillante cos non ci sono troppi stupri, penso.
Allora mi consultavo con un compagno della mia sezione: - ti viene sonno
dopo mangiato?- mi chiede. - Beh, non ho sonno, anzi io adesso vorrei
scappare fratello, vorrei scavalcare in quel punto e non posso-. - Non c'
niente da fare- mi diceva. Mi prendeva in questo modo disperato, invece
altri avevano sonno. Io no, io contro il mio organismo reagivo al contrario.
Ero disperato e volevo scappare, altri si rilassavano e dormivano. Io no! Il
mio organismo non lo accettava. Finch alla fine ho detto:- s-. Ed
successo.
D. Quando hai cominciato ad avere sonno?
R. Dopo due mesi il mio corpo ha cominciato ad avere questa reazione.
Perch nessuno veniva a visitarmi (Jos, sezione Palmar, 23 aprile 2008)

Nel passaggio fra l'insonnia, il nervosismo e la classica sonnolenza entrano in gioco


diversi fattori che influiscono nella delicata fisiologia del detenuto. Jos ad esempio
spiega che il corpo pu resistere al tranquillante finch si mantengono relazioni con la
famiglia. Anche altri reclusi raccontano esperienze simili:

Dopo un mese, due mesi, tre mesi ho cominciato ad avere sonno. Prima non
sentivo niente, sei disperato, durante la prima settimana non stiamo cos,
prima non stiamo cos, dopo tre mesi ancora vai in giro come un pazzo, uno si
preoccupa e dopo un po' ti ambienti.
D. Se io adesso mangio questo [indicando la scodella del rancio che aveva
appoggiato sul tavolo], cosa mi succede?
R. No, non ti succede niente. Poco a poco fa male (Samuel Villa, sezione
Prefectura, 30 aprile 2008)

Per tutto l'anno ho mangiato solo il rancio, poi ho cominciato a lavorare e non
l'ho quasi pi mangiato, solo prendo il piatto speciale. La minestra non la
mangio, mi fa troppo male.
D. Quando sei entrato non ti faceva dormire?
R. No, stavo bene.
D. Come mai pensi che hai cominciato a sentire sonnolenza dopo un anno e
non prima?
Il corpo cambiato, sembra che qui si cambia, dicono (Antonio Mamani, sub-
sezione Monoblock, 4 aprile 2008)

D. Mangiavi il rancio quando sei arrivato?


R. S, ancora adesso lo mangio.
D. All'inizio avevi sonno?
R. No no no, all'inizio per niente, mangiavo e gli altri mi dicevano:- se lo
finisci poi avrai sonno- e io niente, uuuh, lo mangiavo come fosse il cibo che
mangi fuori [...] sembrava uguale. Dopo un po' di tempo, oltre a far dormire,
anche amaro. Credo che solo la persona che l'ha mangiato per molto tempo se
ne pu accorgere.
D. Quando ti sei accorto che era diverso?
Per un anno pi o meno non l'ho notato, ma quest'anno da giugno fino ad
oggi, mammamia! Ho un sonno tremendo! (Daniel Llanos, sezione San
Martn, 28 aprile 2008)

Finch Daniel Llanos ha creduto che il cibo distribuito in prigione era simile a quello che
mangiava in libert non notava il sapore alterato. Solo l'anno seguente, dopo aver
ricevuto la sentenza di condanna, il pasto diventato amaro e il tranquillante ha
cominciato ad agire nel suo organismo. Dunque, sono le circostanze vissute che
scandiscono gli effetti della sostanza adulterante:

Secondo me non dovrebbero darci queste cose, non siamo animali al punto da
darci questa roba. Per me non giusto [] Adesso la mia famiglia mi porta
da mangiare e non mangio molto rancio e non mi sento come mi sentivo
prima, al principio. Molti dei miei compagni hanno sentito questo [cio non
sentono sonnolenza] e poi all'improvviso non ricevono pi la visita dei
familiari e reagiscono al contrario [cio cominciano ad avere sonno] (Alfredo
Ruz, sub-sezione Monoblock, 7 maggio 2008)

Molti reclusi al principio non riescono ad avvisare i familiari del proprio internamento a
San Pedro. I villaggi da cui provengono spesso non dispongono di un'efficiente rete di
telecomunicazioni e inoltre, soprattutto durante la stagione piovosa, le strade sono
inagibili, coloro che vivono nelle zone rurali rimangono isolati e con enormi difficolt
raggiungono i paesi pi vicini e poi La Paz. Possono trascorrere addirittura mesi prima
che un parente porti al recluso viveri, conforto e denaro per pagare la sua permanenza in
carcere e probabilmente la parcella di un avvocato. Perci, se al principio non si possono
contattare i familiari, possibile che il recluso senta subito quella sonnolenza che invece
molti avvertono in seguito, fino a quando, nel momento in cui incontrano i propri cari,
riescono a riacquistare le forze, dunque a svegliarsi.

Dimagrire

Gli effetti del tranquillante hanno ripercussione nell'organismo e quindi modificano


anche l'aspetto fisico della persona. Il rancio infatti, malgrado sia considerato un cibo
grasso e ricco di carboidrati, indebolisce, fa dimagrire e toglie l'energia necessaria per
svolgere qualsiasi attivit:

A quelli che stanno fuori non piace il carcere, vero? Fuori dicono che il
carcere terribile perch il rancio fa male al corpo. Perdiamo la forza.
Quando eravamo liberi lavoravamo tanto, da quando siamo qui non ne
abbiamo voglia, siamo cambiati [] sono entrato che ero bello grasso,
adesso sono uno scheletro (Antonio Mamani, sub-sezione Monoblock, 4
aprile 2008)

Dopo cinque anni di reclusione Antonio Mamani si vede ormai deperito, e questa sua
nuova e sofferta costituzione fisica il sintomo della debolezza15 e delle molte
vicissitudini attraversate in prigione. Altri reclusi, come lui, considerano che sia proprio il
rancio la causa del loro dimagrimento:

D. Sono buoni o no questi tranquillanti?


R. No, per me no, perch fanno dimagrire.
D. Fanno dimagrire?
R. Io penso che questi tranquillanti devono avere delle sostanze chimiche,
quindi fanno male all'umanit [...] uno si pu ammalare e molti compagni
dicono che molti quando escono stanno fuori uno o due anni e poi muoiono.
Non so se anch'io morir [] molte volte lavoro e non mi cucino e a volte,
quando ho fame, per forza devo andare a mangiare il rancio e magari mi sta
consumando poco a poco anche a me (Alfredo Ruz, sub-sezione Monoblock,
7 maggio 2007)

Non importa se si mangia molto o poco, le sostante nocive presenti nel cibo prosciugano
drammaticamente il corpo del detenuto, che intende dunque la perdita di peso come la
perdita della parte migliore di s, una lenta morte o un trauma, stando a quanto
affermato dallo stesso Fabricio:

Mi sono traumatizzato con questo alimento, ormai dormo [...] mi sono


ammalato per il cambio di alimentazione, strano vero? Gi sono
dimagritissimo, neanche riesco pi a mangiare. Ma che ci posso fare, mangio
quello che mi d il governo...non ho altre possibilit, non ho soldi, devo
mangiarlo per forza (Fabricio, sezione San Martn, 15 aprile 2008)

Dimenticare

[il rancio] ti fa perdere tutto nelle mente, te la cancella. Ti dimentichi


totalmente quello che sapevi fare, studiare, progredire, lavorare, preoccuparti
per la famiglia. Non te ne ricordi, abbandoni la famiglia [...] non pensi pi a
niente, si cancella tutto. Questo quello che succede, ti fa sentire morto,
senza pensieri (Fabricio, sezione San Martn, 15 aprile 2008)

Molti dunque giungono alla medesima conclusione: chi mangia il rancio a lungo andare
dimentica la sua famiglia, evita di pensare, avere prospettive per il futuro, progetti e
asseconda una sorta di anestesia totale delle azioni e delle emozioni:

Il tranquillante un altro tipo di tranquillante, non per le malattie, serve


all'uomo per non avere la necessit di una donna, per non pensare alla
famiglia, per per la salute non serve... di un altro tipo [...] semplicemente
dormi, come un'anestesia (Samuel Villa, sezione Prefectura, 30 aprile 2008)

Mediante l'ingestione del rancio si sopporta meglio il dolore della perdita dei propri cari.
Inoltre, i reclusi credono che l'istituzione penitenziaria, attraverso il cibo, li renda
rassegnati, stanchi ed inermi:

I governanti hanno analizzato tutte queste cose e hanno pensato che bisogna
dare il tranquillante in modo che stiamo tranquilli. Cos non si pensa
molto...anzi niente...(Julio Quispe, sezione Guanay, 30 aprile 2008)

Di conseguenza, in carcere, ingerire il rancio si configura come un atto di soggezione


dell'individuo alle autorit e molti interpretano in tal senso l'obbiettivo dell'impiego del
tranquillante nel cibo:

Ce lo mettono per farti stare calmo, senza la voglia di reclamare, cos non ti
lamenti (Santiago Snchez, sub-sezione Primero de Mayo, 25 aprile 2008)

In particolare, i reclusi intendono che il tranquillante sia impiegato per sedare la


ribellione dei poveri o comunque di coloro che ormai hanno perso tutto:

Funziona in modo che la gente non diventi violenta. Qui c' nervosismo e
depressione, cos non si innervosiscono, si calmano. Senn i poveri
potrebbero diventare ancora pi violenti. Non ricevono visite, li hanno
abbandonati [] tutti i familiari ormai li hanno abbandonati. Perci
potrebbero diventare molto violenti (Marcos, sezione Pinos, 31 marzo 2008)

Il rancio dunque non buono da mangiare, non buono da pensare e piuttosto serve
per dimenticare. La necessit di alimentarsi, la selezione del cibo che si accetta o si
rifiuta, la possibilit di essere nutriti dai familiari, le spese che comporta la dissociazione
dal cibo dato dallo Stato sono fattori determinanti non solo per la stessa sopravvivenza
del recluso, ma anche per misurare il suo livello di umanit, il suo modo di sentirsi
ancora una persona, di vedersi, di prendersi cura di s e della propria famiglia, pur
trovandosi in carcere. Il cibo nasconde la lacerante necessit di dimenticare la vita prima
della reclusione, il proprio vissuto pi intimo e doloroso, ci che ormai irraggiungibile e
che, servendosi del ricordo, irrompe nuovamente nel delicatissimo equilibrio emozionale
del detenuto.

Il senso del cibo

Mangiando il rancio, i detenuti di San Pedro percepiscono la presenza di una sostanza i


cui effetti si spingono ben oltre le sue ipotetiche possibilit chimiche.
Il modo di mangiare infatti, come la stessa natura degli alimenti, acquisisce un particolare
significato in base alla propria biografia, per cui le conseguenze del consumo del rancio
sull'organismo si stabiliscono in relazione alla frequenza delle visite dei familiari oppure
con la loro definitiva assenza, in base alla sentenza o alla fase della reclusione. Ci
mostra chiaramente il livello di vulnerabilit dell'individuo recluso, che adopera pi o
meno efficacemente i suoi dispositivi di resistenza, trasformando il nutrimento, la
digestione e il cibo stesso in un complesso sistema di segni, un corpo di immagini, un
protocollo di situazioni e di comportamenti (Contreras 1993, 65) utili per dare un senso
ai momenti dolorosi della prigionia.
Cos, la maggior parte dei reclusi nota gli effetti del tranquillante solo in corrispondenza
di certi eventi, simili a veri e propri riti di passaggio, dopo i quali la sostanza
adulterante comincia ad imporsi nell'organismo come un campanello d'allarme della
trasformazione della persona, la cui intimit ormai imbevuta del veleno. Questa sorta
di trasformazione, avvenuta in seguito alla percezione dell'effetto del cibo del carcere nel
proprio corpo, da un lato scatena nei reclusi un atteggiamento rassegnato alla
constatazione che il carcere rende diversi, individuando in questo cambiamento la
ragione principale dell'allontanamento della famiglia. Dall'altro, si traduce nella
sensazione di essere trattati come animali e proprio il cibo funziona simbolicamente come
il pi poderoso mediatore di questo drammatico sentire, quotidianamente interiorizzato e
trasmesso ai nuovi internati attraverso l'idea delle pietanze adulterate, mal cucinate o
preparate da persone reiette e spregevoli come i loro presunti crimini.
Tuttavia, malgrado in carcere siano cos sospettosi e restii a nutrirsi degli alimenti
preparati nella cucina, i reclusi sanno dare valore al cibo. Fuori, si sono adattati alle
necessit e alla privazioni che imponeva la loro scarsa economia, ma ci evidentemente
non implica che dentro possano mangiare qualsiasi cosa. Mangiare volontariamente
alimenti considerati alla stregua di escrementi, cibo per animali o immondizia si
ripercuote, come abbiamo visto, nel concetto che si ha di se stessi e degli altri ma
nasconde altres un meccanismo di annientamento di una determinata categoria sociale
che nella comunit presenta esplicite caratteristiche di debolezza o subalternit. In
proposito, Primo Levi ([1986] 2008, 83-101) si sofferma sul modo di concepire la
distinzione fra categorie di alimenti e la trasformazione in bestie che una certa
tipologia di cibo induceva nell'immaginario dei prigionieri del campo di concentramento.
Distinguendo infatti fra il termine essen, ossia cibo per umani, e fressen, parola che
veniva utilizzata per il rancio dei detenuti di Auschwitz e che in tedesco si riferisce al
pasto per gli animali, questi si sentivano intimamente violati dalla potenza evocativa del
linguaggio, corollario dell'inaudita ferocia nazista. Si tratterebbe, in un simile contesto, di
violenze apparentemente inutili o superflue eppure funzionali, conseguenze logiche di
un sistema (Levi [1986] 2008, 89) mirato a disgregare il primordiale senso di umanit
che alberga in ogni individuo e dunque annichilire le sue tecniche di resistenza che
muovono dallo stesso concetto di persona, culturalmente definito.
A San Pedro era sufficiente avere il minimo sospetto per trasformare l'alimento del
carcere in una categoria utile per distinguere fra sommersi e salvati, cio umani e
bestie, anche qualora l'odore, il sapore o l'aspetto delle pietanze non fossero spie di
alcuna irregolarit. In molte occasioni, fra il cibo del carcere e quello distribuito nelle
pensioni o nei ristoranti del penitenziario non vi era differenza. Cucinati certamente in
modo diverso, per molti o per un numero ristretto di clienti, spesso si proponevano gli
stessi piatti nel men, eppure la distinzione insita nelle due tipologie di proposta culinaria
non presupponeva la differenza che esiste, per esempio, fra il caviale e il pomodoro
(Fischler 1992, 62), oppure fra i gusti di lusso e i gusti del necessario (Bourdieu [1979]
2008, 185). Il modo di percepire il cibo, infatti, crea piuttosto un sistema di categorie in
cui il rancio e il tranquillante giocano un ruolo cruciale per la creazione di un'ampia
variet di piani esistenziali che guidano la ricerca di senso del male di vivere il carcere.
Un male altrimenti indicibile, divenuto concreto attraverso l'alimento, riconoscibile e
comunicabile nell'ambito di un quadro semantico di riferimento comune e socializzato ai
nuovi a partire dall'inizio della reclusione e che li prepara alle perdite e alle delusioni
future. La stanchezza e il sonno rappresentano una razionalit sbiadita, la maniera di
eludere le ragioni che impediscono il raggiungimento del benessere e ostruiscono il
corretto funzionamento della fisiologia della persona che, attraverso il rancio e il
tranquillante, piomba in un pietoso oblio della coscienza.

La metastasi del ricordo

Il discorso sul rancio e sul tranquillante disegna allora una specifica costruzione culturale
di questo oblio a partire dall'elaborazione emozionale e quotidiana della separazione da
tutto ci che costituiva la persona prima del carcere:

avevo una specie di tumore della testa che viene per pensare di essere stati
abbandonati, e quando mi hanno abbandonato mi sono ammalato, e per
questo non c'era nessuna medicina (Fabricio, sezione San Martn, 15 aprile
2008)

Si tratta di una specie di tumore della testa, come ha detto Fabricio, una metastasi del
ricordo, che si aggrava con il trascorrere del tempo.
Essere dimenticati e dimenticare il pericolo maggiore che corrono i reclusi di San
Pedro. Chi accetta senza riserve la sua trasformazione, dunque mangia il rancio, non
pensa a se stesso, alla sua famiglia, non mantiene il contatto con i parenti e con la propria
situazione giuridica e quindi perde irrimediabilmente quello che possiede. Infatti, il
tranquillante agisce efficacemente sulle persone che ormai non reagiscono, non hanno
pi risorse (anche economiche) e che non vedono prospettive future. Proprio queste sono
le caratteristiche salienti della massa di reclusi stipati nei minuscoli spazi ritagliati in ogni
anfratto del carcere di San Pedro i quali, ingurgitando i pasti somministrati dall'istituzione
penitenziaria, cambiano le modalit di difesa del proprio corpo.
I deboli e le persone sole dipendono esclusivamente dal tranquillante che, mentre li
protegge momentaneamente dalla sofferenza, suppone un quotidiano attacco invisibile
alle fibre pi intime dell'essere, annidandosi negli alimenti e nei sentimenti, ossia in ci
che pi fondamentale per il sostentamento dell'individuo. In tal modo, quando il recluso
mangia il rancio si sente immediatamente sconfitto, obbligato al confronto con chi si
alimenta del cibo comprato o portato dai familiari o con coloro che possono permettersi
di usufruire dei ristoranti. Questi ultimi dimostrano di avere contatti sociali sia all'interno
del carcere che all'esterno e dunque il loro organismo si fortifica ed resistente, capace
di affrontare le vicissitudini della reclusione. Perci, pur nella mancanza di
classificazione e di seprazione fra i detenuti del carcere di San Pedro, sono proprio le
scelte alimentari e il conseguente discorso costruito sul rancio uno degli strumenti pi
efficaci di categorizzazione delle persone e di isolamento di quella tipologia di esse che
suo malgrado assume il tranquillante.
Il vocabolario della disgrazia e della paura produce una narrazione minuziosamente
descrittiva, ricca di immagini sensoriali, che non solo riflette la dimensione pi intima
dell'individuo ma veicola un modo di concepire le relazioni fra i componenti di questa
comunit, stabilendo dissociazioni a vari livelli: tra i reclusi e gli altri del proprio
sistema sociale, come gli stupratori; tra coloro che mangiano il rancio e coloro che lo
rifiutano; con coloro che vivono fuori e non ritorneranno pi e che saranno dunque
dimenticati mediante il tranquillante. I cuochi stupratori diventano personaggi
importanti per la costruzione di un immaginario che attraverso l'alimento stabilisce ruoli,
influenze, relazioni di dominio e sottomissione nella complessa organizzazione sociale
dei detenuti di San Pedro. Bisogna quindi intendere la narrazione sul cibo del carcere
come una sorta di corpus mitologico formato da una ragnatela di luoghi comuni che
hanno la capacit di istituire una determinata realt, di fondarla poggiando su mondo
simbolico e non su quello del razionalismo utilitarista (Taussig 2005, 82).
Cos, questo cibo una sorta di antidoto al ricordo doloroso. L'azione dei cuochi
stupratori, dalla loro posizione stigmatizzata e segregata, fonda l'esistenza di una
sostanza pericolosa ma necessaria non solo per metabolizzare il profondo malessere
prodotto dall'esperienza della detenzione, ma anche per omologare la sofferenza e
assoggettare coloro che sono potenzialmente ribelli. Ci si ottiene proprio attraverso il
cibo, che innesca dunque un efficace meccanismo di normalizzazione ed
istituzionalizzazione dell'individuo.
Dopo pranzo, la persona che mangia il rancio incapace di lavorare, di pensare ai propri
cari e di salvaguardare l'essenza dell'essere umano. Il detenuto ingurgita la minestra in cui
si concentra il tranquillante, la quale, simbolizzando un corpo individuale e sociale ormai
decomposto, marcisce anch'essa per una sorta di perversa omeopatia.

Conclusioni

Abbiamo visto in questo lavoro come certe idee e opinioni sul cibo e sugli effetti del
tranquillante possano rappresentare sofisticatissime tecniche di controllo degli individui,
utili per canalizzare nel piatto ricevuto quotidianamente buona parte delle sofferenze e
delle proteste dei reclusi, nascondendo le ragioni sociali e strutturali del loro profondo
malessere. Il rancio e il tranquillante simbolizzano la sconfitta del recluso e l'abbandono
della sua lotta; il prevalere di una schiacciante capacit di controllo dell'istituzione
penitenziaria che, nel suo agire in modo apparentemente marginale, riesce ad ottenere
non solo la pacificazione di questo luogo, privo di secondini e polizia penitenziaria al
suo interno, ma anche a portare avanti in modo efficace il suo mandato repressivo ed
omologatore degli individui pi deboli. Mentre i pi agiati, mediante la possibilit di
mangiare un cibo considerato sano e nutriente, acquisiscono allo stesso tempo il potere
non solo di gestire la propria vita assecondando qualsiasi bisogno, ma anche, al fine di
mantenere il proprio status quo, la funzione di controllo e di regolazione della comunit
carceraria, loro delegata in modo del tutto informale dall'istituzione.
Attraverso il cibo si produce nella massa dei reclusi un insidioso meccanismo di
accettazione del male e dell'ingiustizia dal quale si origina quella violenza simbolica,
silente ed invisibile, che si perpetua attraverso il concorso delle stesse vittime, capaci di
riprodurre inconsapevolmente, attraverso i medesimi modelli di discriminazione ed
oppressione che le assoggettano (Farmer [2004] 2006), una sorta di ambiguit che
produce una zona grigia, riprendendo la metafora di Primo Levi. Questa non si proietta
fuori dal soggetto, nello spazio in cui chiaramente possibile distinguere fra i
prigionieri semplici ed i privilegiati (Levi [1986] 2008, 26) ma procede dall'interno della
persona e influenza il suo sentire e la sua capacit di agire. Certe percezioni ed idee si
consolidano proprio nei momenti di maggiore vulnerabilit, quando ci si confida con il
vicino di cella, quando ci si lamenta della propria condizione, addebitando tutto il male al
pasto quotidiano.
Dunque, ritornando alla domanda con cui si apre questo lavoro, possibile affermare che
a San Pedro, come del resto in ogni istituzione totale, il potere disciplinare in parte
imposto applicando la legge e per mandato di una societ che giudica e isola; in parte si
basa sulla forza dei capi, i reclusi che si trovano nei posti di comando della piccola
comunit; ma in parte i meccanismi di controllo funzionano perch sono stati
intimamente interiorizzati e mimetizzati, incorporati16 negli apparentemente innocui
gesti quotidiani della routine carceraria, dando luogo a una sofisticata vigilanza mediante
tecniche certamente minuziose e modeste (Foucault [1975] 2006, 151), che penetrano
il corpo pi profondamente di qualsiasi ordine imposto dall'esterno.
Proprio partendo da questo particolare contesto, il discorso sul cibo somministrato dallo
Stato ci obbliga a spostare l'attenzione dal concetto di disciplina carceraria, cos com'
stato formulato da Foucault, alle modalit non codificate e informali in cui l'istituzione
penitenziaria esercita il suo potere sui detenuti. L'etnografia del carcere di San Pedro
restituisce l'immagine del recluso come soggetto attivo, che agisce servendosi di
categorie culturali che attingono a una certa visione del mondo, elaborate e adattate al
microcosmo della prigione. L'esperienza della reclusione, le cose e le persone che
appartengono a questo spazio non domesticato hanno bisogno di essere culturalmente
mediate, fondate e immaginate, per cui il recluso capace esso stesso di una forza
creativa e distruttiva superiore a ordini e regole, indipendente dalla presenza di sbarre e
secondini. Cos, concorre attivamente alla sua disgrazia e alla sua disgregazione: in parte,
dunque, plasma egli stesso il suo castigo e il suo margine di libert, svelando in questo
modo la dimensione ambigua, contraddittoria, intermittente del potere di coloro che
controllano e reprimono, la cui principale forza risiede proprio nella capacit di essere,
paradossalmente, assenti.

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