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Andrea Candela

Alle origini della Terra


I vulcani, le Alpi
e la Storia della Natura
nellet del viaggio scientifico

Eruzione del Vesuvio (1631). Da: Auldjo, John, Sketches of Vesuvius


with short accounts of its principle eruptions from the commencement
of the Christian era to the present time. Naples: George Glass, Largo S.
Ferdinando, 1832.
2009 Universit degli Studi dellInsubria. Tutti i diritti sono riservati.
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Varese 2009
www.uninsubria.it/web/iup
ISBN 978-88-95362-26-7
INDICE

Introduzione 5
Atlantide e le bocche dellInferno.
La natura tra mito e geostoria

Capitolo 1 25
Le Alpi e le Prealpi nellesplorazione
naturalistica sette-ottocentesca
1.1. Forme del tempo 25
1.2. Lultima Terra incognita.
Viaggi desplorazione e scienze della natura 33
1.3. Le Alpi: ambiente e storia nellEuropa di fine Settecento
e dellet napoleonica 42
1.4. Le Alpi tra teorie e storia della Terra: geologia regionale,
storicizzazione della natura e scienze biologiche 59

Capitolo 2 79
Vulcani, orogenesi e catastrofi naturali.
Vulcanologia storica e storia della vulcanologia
nel Settecento
2.1. Lo studio e la storia delle catastrofi naturali nel Settecento 79
2.2. Nel passato della Terra: vulcani estinti e viaggi vulcanologici 89
2.3. Porcellane, metalli e graniti: storia e cultura materiale
nello sviluppo delle scienze geologiche 124

Capitolo 3 137
Vulcani estinti e Geostoria
3.1. Alpi e Prealpi Lombarde: i caratteri originali 137
3.2. Eruzioni e inondazioni: lipotesi del vulcanismo subalpino 152

3
3.3. Sul Diluvio Universale: le rivoluzioni della Terra tra
storia Mosaica e geostoria nel sistema geologico di
Ermenegildo Pini 174
3.4. Storia e teoria della Terra nellIntroduzione alla Geologia
di Scipione Breislak (1811) 190
3.5. Vulcani ed orogenesi alpina: verso una teoria tettonica
della Terra 215

Conclusione 241
Gli sviluppi del XIX secolo: lindagine vulcanologica
tra fisica, chimica e geodinamica

Bibliografia 259

Indice dei nomi 287

4
INTRODUZIONE

Atlantide e le bocche dellInferno.


La natura tra mito e geostoria

Nelle nostre scritture riportato, infatti, che la vostra citt [Atene]


annient una grande potenza che aveva invaso insieme tutta lEuro-
pa e lAsia, muovendo violenta di l dal mare Atlantico. Quel mare
era allora navigabile: infatti dinanzi quello stretto, che voi chiamate
[...] Colonne dErcole, cera unisola e questultima era pi grande
della Libia e dellAsia unite insieme. E i viaggiatori antichi potevano
passare allora da questa alle altre isole, e da queste isole potevano
passare al continente, [...]. Grande e meravigliosa potenza regale
sera venuta formando in questisola Atlantide, che dominava su
tutta lisola e su molte altre isole e parti del continente. [...] il suo
impero si estendeva al di qua dello stretto di Libia fino allEgitto, ed
in Europa fino alla Tirrenia. Ebbene, questa potenza, concentrate
un giorno tutte le forze, dun sol balzo tent di aggiogare il vostro
territorio e il nostro e tutti quelli al di qua dello stretto. Fu allora, o
Solone, che la vostra potente citt fece rifulgere agli occhi di tutti il
suo eroismo e la sua forza; su tutte prevalendo per forza danimo
ed arte militare, prima a capo degli Elleni, poi costretta a com-
battere da sola per la defezione degli altri, pi volte sullorlo del
pericolo estremo, vinti gli invasori [...], imped che fossero asserviti
coloro che mai erano stati servi, e [...] gli altri popoli, quanti abitano
al di qua delle Colonne dErcole, tutti liber. Spaventosi terremoti e
cataclismi vennero poi. In un sol giorno, in una sola notte, terribili,
tutta la vostra stirpe guerriera sprofond sotterra, e lisola stessa di
Atlantide si inabbis nel mare e scomparve1.

Cos Platone (428/427 - 348/347 a.C.) nel Timeo, e di poi in Crizia,


narrava di un impero e un vasto continente, sconfitto in battaglia
1
Platone, Timeo, in Dialoghi politici e lettere di Platone: Repubblica, Timeo,
Crizia, Politico, a cura di F. Adorno, Tipografia Icardi, Torino 1970 (edizione
accresciuta), 2 vv., vol. I, pp. 687-688.

5
da Atene, che scomparve allimprovviso, sommerso dalle acque
di un immenso diluvio. La leggenda di Atlantide, terra fertile e
rigogliosa, di rara prosperit e ricchezza, era attribuita dal filosofo
greco a Solone (638-559 a.C.). Costui, tra i fondatori della demo-
crazia ateniese, per essersi opposto alla schiavit, fu condannato
allesilio in Egitto. Giunto a Sais, la pi grande citt della Saitica
(regione del Delta del Nilo), apprese cos di un ricco e potente
impero sorto su unisola, oltre le Colonne dErcole, pi grande
della Libia e dellAsia occidentale, scomparso, 9000 anni or sono,
nellarco di un giorno e una notte. Di ritorno ad Atene, dopo dieci
anni, Solone rifer della leggenda di Atlantide che, tramandata di
generazione in generazione, fu attribuita da Platone alle parole di
Crizia. Si diffondeva quindi lepopea di una potente civilt marina-
ra raffinata e progredita, amante dellarte e della giustizia sociale,
costruttrice di sontuosi palazzi, ricca di risorse naturali e prospera
tanto quanto quella dei faraoni, che svan improvvisamente negli
abissi marini:

[...] la maggioranza [delle risorse] necessarie alla vita le forniva la


stessa isola. Innanzitutto ogni specie di metalli, duri e malleabili,
che si possono estrarre dalle miniere, ed anche quel metallo di
cui noi pi non sappiamo che il nome, ma che allora oltre ad es-
sere un nome, era una sostanza, loricalco [si tratta probabilmente
di un metallo inventato dallo stesso Platone per accrescere la
leggenda di Atlantide; N.d.a.], che si estraeva dalla terra in molte
localit dellisola, e che, dopo loro, era il metallo pi prezioso
che allora esistesse. Ugualmente in grande abbondanza lisola
offriva tutti i tipi di materiali da costruzione che pu dare una fo-
resta: ed a sufficienza nutriva ogni specie di animali, domestici e
selvaggi. [...] la terra produceva allora con grande prosperit: [...].
Raccogliendo, dunque, dal loro suolo tutte queste ricchezze, gli
abitanti di Atlantide costruirono i templi, i palazzi dei re, i porti,
i bacini di carenaggio e si occuparono di tutto il resto del paese
[...]. Ma il dio degli di, Zeus, che governa secondo le leggi, [...]
comprendendo come miserabilmente degenerava questa stirpe,
che un tempo fu, invece, s meravigliosa, volle loro imporre un
castigo [...]2.

2
Platone, Crizia, in Dialoghi politici e lettere di Platone, cit., pp. 808-819.

6
Alcune indagini archeologiche, condotte nella seconda met del
Novecento nelle Cicladi, hanno gradualmente proposto lipotesi
secondo la quale la catastrofe naturale di cui narrava Platone e
alla quale attribuiva la scomparsa di Atlantide, avrebbe potuto in
realt corrispondere con lattivit vulcanica che, verosimilmente,
nel XVII-XVI secolo a.C. (forse nel 1620 a.C.), coinvolse lattuale
arcipelago di Santorini nel Mar Egeo. Una straordinaria eruzione,
considerata tra le pi violente e disastrose degli ultimi 3000 anni,
avrebbe dunque inghiottito la parte centrale della sola isola esi-
stente in precedenza, lasciandovi unenorme voragine calderica
ricoperta dalle acque. Nel maggio del 1967, il rinvenimento a The-
ra3, sotto diversi strati di pomici e ceneri vulcaniche, datate tra il
1750 e il 1500 a.C.(4), di numerosi resti considerati appartenere ad
una antica citt minoica (Akrotiri), indusse a ritenere leruzione del
Santorino tra le cause della progressiva decadenza e scomparsa
della civilt cretese. La violenta serie di esplosioni e nubi ardenti
avrebbe pertanto provocato il collasso delledificio eruttivo che,
formando larcipelago e lattuale struttura calderica, avrebbe in-
nescato un immenso maremoto responsabile dellinondazione di
Creta e delle coste del Mediterraneo orientale. I fasti e lo splendo-
re di Cnosso si sarebbero, in siffatto modo, eclissati per sempre5.
Sulla scia di simili congetture, interpretazioni pi recenti avreb-
bero altres riferito il diluvio di Deucalione6, di cui si narra nella
3
Isola principale dellarcipelago di Santorini, originariamente noto come
Thra.
4
La datazione al radiocarbonio fu resa possibile dal rinvenimento di resti di
semi e materiale organico vegetale negli strati vulcanici. Per una ricostruzione
della storia e dellattivit del vulcano di Santorini: F. M. Bullard, I vulcani della
Terra, Newton & Compton, Roma 1985, pp. 119-127.
5
Larcipelago di Santorini dista circa 120 km da Creta. I depositi, prodotti
dalla violenta eruzione del secondo millennio avanti Cristo, ricoprirono verosi-
milmente unarea di circa 200.000 km2. Su questi temi, rimando a: J. G. Bennet,
Geophysics and Human History: New Light on Platos Atlantis and the Exodus, in
Systematics, 1, 1963, pp. 127-156; F. A. Fouqu, Santorini and Its Eruptions, The
Johns Hopkins University Press, Baltimore 1999; W. L. Friedrich, Fire in the Sea.
The Santorini volcano: natural history and the legends of Atlantis, The University
of Cambridge, Cambridge 1994.
6
Secondo la leggenda, Zeus per punire gli uomini della loro malvagit, invi
un tremendo diluvio. Vennero risparmiati soltanto Deucalione, figlio di Prome-
teo, e Pirra sua moglie, che si salvarono su una nave che Prometeo aveva loro

7
mitologia greca, allimmensa catastrofe naturale provocata dallec-
cezionale attivit vulcanica che avrebbe interessato il bacino orien-
tale del Mediterraneo tra il XVII e il XV secolo a.C.
Si diffuse di concerto la convinzione, tuttaltro che fondata, che
larcipelago di Santorini potesse corrispondere allora con lAtlanti-
de descritta da Platone nei suoi dialoghi. Furono, di fatto, nume-
rosi gli studi esegetici che interpretarono i 9000 anni suggeriti da
Crizia, conseguenza di una cattiva traduzione o di un errore nella
trasposizione dei decimali. Qualora infatti lepisodio si fosse verifi-
cato 900 anni prima della nascita di Solone, la cronistoria proposta
dal filosofo greco avrebbe potuto coincidere con le datazioni rica-
vate dalle analisi radiometriche.
Non mancarono in seguito commenti, pi o meno soggetti-
vi, che reputarono alcuni passi dellEsodo ispirati alla catastrofe
egea del secondo millennio avanti Cristo. Talora si ravvis nella
descrizione della nona piaga di Egitto la rappresentazione, in ter-
mini simbolico-allegorici, di una violenta eruzione vulcanica, le
copiose e potenti emissioni della quale avrebbero oscurato i cieli
delle regioni orientali del Mediterraneo:

Allora il Signore disse a Mos: Stendi le mani verso il cielo: ver-


ranno sul paese di Egitto le tenebre, tali che si potranno palpare!.
Mos stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il
paese di Egitto, per tre giorni (Esodo, 10: 21, 23, edizione C.E.I.).

Indipendentemente dalla validit scientifica delle ipotesi propo-


ste da studiosi ed esegeti, significativo notare come il racconto
mitologico e mistico-religioso si sia spesso sovrapposto, e ancora
si sovrapponga esemplare il credo espresso a proposito della
convinzione che levoluzione biologica sia retta e governata da
un Disegno Intelligente7 , con la narrazione e linterpretazione

consigliato di costruirsi. Dopo nove giorni approdarono alla sommit del Par-
naso che emergeva dalle acque. Interrogato loracolo, [...] rispose: gettate dietro
di voi, dopo esservi sciolte le vesti e avvolto il capo, le ossa della Gran Madre.
Deucalione e Pirra, interpretando loracolo, gettarono dietro di s pietre [...]. Le
pietre gettate da Deucalione divennero uomini, donne quelle gettate da Pirra.
Cfr. Dialoghi politici e lettere di Platone, cit., vol. I., pag. 682.
7
Si ripropone pertanto il mito della creazione (Genesi). Per una prima intro-

8
degli eventi storici che hanno contrassegnato lo storia della Terra
nella sua complessa relazione con quella delluomo. Miti e leggen-
de, di concerto con le parabole delle religioni rivelate, hanno
dunque talora conferito alle manifestazioni naturali un significato
trascendente e metafisico, affermando di conseguenza lintervento
effettivo del soggetto sacro o mitologico nelle vicende della storia
naturale. Linclinazione alla trascendenza, propria di qualsiasi so-
vrastruttura culturale, ha spesso indotto a identificare nei fenome-
ni della natura, secondo linee di convergenza evolutiva, una prova
dellesistenza del divino.
Cos, esaminando le cronache della mitologia greca, ci si rende
conto di come eruzioni vulcaniche e terremoti, pi volte, siano
stati intesi come segni fenomenici delle lotte venute ad essere tra
le divinit dellOlimpo. Daltronde, le molteplici raffinatezze del
pantheon greco, e in seguito di quello latino, rispecchiarono in-
dubbiamente la complessit dei processi geomorfologici e geostrut-
turali della Terra. Nella Titanomachia si narra, ad esempio, di Zeus
che, con laiuto dei Ciclopi, degli Ecatonchiri8 e di alcuni Titani,
tra i quali: Oceano, Iperone, Temi e Mnemosine, dichiar guerra al
padre Crono, sovrano di tutto lUniverso. La fertile Tessaglia fu te-
atro dello straordinario conflitto. Il cielo e la terra, fino al Tartaro,
echeggiarono ininterrottamente di un immenso fragore per dieci
lunghi e interminabili anni, durante i quali le forze della natura si
scatenarono sullintera Grecia, dallEpiro al Peloponneso. Crono
infine fu sconfitto, perdendo in tal modo il regno dei vivi, e i Titani
suoi alleati furono rinchiusi, sotto la custodia dei Centimani, nelle
profondit del Tartaro. Zeus, divenuto quindi signore dellUniver-
so, riservando per s il cielo, divise il suo dominio con i fratelli Po-
seidone, al quale spett il governo dei mari, e Ade dio degli inferi.

duzione agli argomenti addotti dai neocreazionisti (Intelligent Design), nonch


per una loro discussione: T. Pievani, Creazione senza Dio, Einaudi, Torino 2006;
T. Pievani, In difesa di Darwin. Piccolo bestiario dellantievoluzionismo allitalia-
na, Bompiani, Milano 2007; T. Pievani, E. Capanna, C. A. Redi, Chi ha paura di
Darwin?, IBIS, Como 2006.
8
Conosciuti anche come Centimani, ossia giganti dalle cento braccia. I Ci-
clopi e gli Ecatonchiri, imprigionati nel profondo del Tartaro da Urano, padre
di Crono, erano stati liberati dallo stesso Zeus. F. Ramorino, Mitologia classica
illustrata, Hoepli, Milano 1961, pp. 11-15.

9
Tuttavia, Gea, moglie di Urano e madre di Crono, afflitta per la
disfatta subita dai Titani, si un con Tartaro generando Tifone che,
dotato di cento teste vomitanti fuoco, fu mosso contro Zeus con
lo scopo di spodestarlo. Ebbe dunque inizio una nuova battaglia,
conclusasi con la vittoria del dio dei cieli sul terribile mostro che,
rinchiuso nelle viscere dellEtna, and da allora manifestando la
sua ira con emissioni di fuoco e fiamme9. Efesto ricevette lincarico
di vigilare su Tifone, trasformando cos quella montagna nella sua
fucina dove, con laiuto dei Ciclopi10, avrebbe di poi forgiato le
frecce bronzee di Apollo, le armi degli di, larmatura invisibile di
Ercole e lo scudo di Achille.
I culti latini ereditarono liconografia e i timori della mitologia
greca. Presso i romani, Tifone divenne dunque Encelade ed Efesto
Vulcano, la dimora del quale fu per ritenuta essere Hiera (lodier-
na Vulcano nellarcipelago delle Eolie). Daltro canto, proprio da
questisola deriv, sul finire dellet medioevale, il nome con il
quale si definirono tutte le montagne di fuoco, note per lappun-
to ai classici come etna o hiera.
Miti e credenze analoghe si riscontrano, altres, nelle culture
e nel folklore dei nativi americani e di alcune popolazioni autoc-
tone delle isole del Pacifico. Gli indiani dellOregon reputavano,
ad esempio, che il dio malefico del fuoco fosse stato rinchiuso
nello stratovulcano Mazama, sulla Catena delle Cascate (Oregon,
Klamath Falls: 2478 m. s.l.d.m.), mentre quello benevolo della
Neve abitasse il Monte Shasta (California, Monti Klamath, 4317 m.
s.l.d.m.). Dallo scontro delle due divinit, conclusosi con la deca-
pitazione dello spirito del fuoco, ebbe origine il bacino del Crater
Lake che, tuttora, corona la cima del Mazama11.
Similmente la mitologia hawaiiana, gi oggetto di numerose in-
dagini da parte dello storico statunitense William Drake Westervelt
(1849-1939)12, riflette lintimo legame tra alcune trib polinesia-
9
Cfr. F. Ramorino, Mitologia classica illustrata, cit., pp. 12-15.
10
Daltra parte lunico occhio dei Ciclopi unindubbia allegoria del cratere
vulcanico.
11
Si tratta, in realt, di una formazione calderica originata dal collasso delledi-
ficio vulcanico, indotto da una violenta eruzione datata al 5677 (+ 150) a.C.
12
W. D. Westervelt, Hawaiian Legends of Volcanoes, Tuttle, Rutland 1963.

10
ne e lambiente vulcanico delle Hawaii, nel quale si insediarono,
presumibilmente provenendo dalle isole Marchesi, tra il VI e il VII
secolo d.C.
Si ritiene pertanto che la dea Pele13, sconfitta nella lotta con la
sorella Na-maka-o-ka-hai, divinit del mare, si rifugi nel cratere
del Kilauea (Hawaii), donde la sua collera cominci a mostrarsi in
violente e copiose eruzioni. Il folklore polinesiano ricco di im-
magini e racconti che riprendono il combattimento delle due dee
o la natura irosa di Pele correlata alle molteplici forme e manife-
stazioni del vulcanesimo hawaiiano. Si identificarono, ad esempio,
nei basalti colonnari le ossa della dea, sparpagliate sulle coste
dellarcipelago dopo il terribile duello con la sorella. Non altrimen-
ti, diverse formazioni di origine ignea furono talora ritenute essere
le effigi di eroi e combattenti, defunti per avere provocato la furia
del fuoco. Si narra, infatti, che Pele invaghitasi di due campioni di
holua14, si rivel loro sotto le sembianze di magnifica principessa,
ma questi, riconoscendola, ne ebbero timore e, invano, tentarono
la fuga. Furiosa, la dea colp col tallone la terra; questa si squarci
vomitando fiamme e torrenti di lava che, in breve, raggiunsero i
due uomini ricoprendoli completamente. Da allora, due affiora-
menti rocciosi, dalla forma tronco-conica, lungo le scogliere ba-
saltiche dellisola di Hawaii, rappresenterebbero i corpi pietrificati
degli sventurati eroi.
Il culto della divinit del fuoco influenzerebbe a tal punto le cre-
denze popolari degli hawaiiani che, prima di qualsiasi eruzione, la
dea apparirebbe agli abitanti nelle sembianze di una vecchia rugosa
o, pi raramente, di una bellissima giovane. Il suo volto si materia-
lizzerebbe finanche nelle fontane di lava o nel corpo delle colate.
Ogni anno gli autoctoni, bench il rito abbia ormai assunto
valenze meramente folkloriche, si riuniscono in abiti da cerimonia
sul bordo del Kilauea al fine di onorarne la divinit e placarne
13
Tale divinit avrebbe ununica e antica origine polinesiana. Tra gli abitanti
delle isole Samoa, il dio del fuoco prende infatti il nome di Fee, in chiara asso-
nanza con Pele. A Tahiti, Pere il nome di un vulcano e del suo dio, mentre tra
gli indonesiani pelah significa caldo.
14
una sorta di toboga impiegato, talora, per competizioni e gare spor-
tive.

11
lira15; una celebrazione che in passato constava di veri e propri
sacrifici, sovente, di vite umane16.
Anche lorigine e la storia geologica dellarcipelago hawaiiano
sarebbe infine riassunta e racchiusa nelle trame della leggenda e
del racconto mitologico-religioso: nello sfuggire alle furie di Na-
maka-o-ka-hai, Pele nuot da nordovest verso sudest, punteggian-
do cos la sua fuga con crateri e formazioni vulcaniche. Si elevaro-
no in tal modo: Diamond Head, Oahu, Halekala, Maui e Kilauea.
Una progressione che concorda con let effettiva di quei vulcani.
Nel diciassettesimo secolo, in Per, il risveglio e le successive
eruzioni dello Huayanaputina furono interpretate dai locali (Are-
quipa) come fine del mondo ed espressione della collera divina.
Gli autoctoni vi scorsero, di fatto, la rabbia del loro dio contro lin-
vasore europeo e, temendo la peggiore delle catastrofi, uccisero
buoi, galline e maiali17, abbandonandosi di poi in culti e riti or-
giastici. Tuttavia, nellosservare che il vicino vulcano Misti non era
insorto contro i conquistadores, taluni giudicarono le loro divinit
essersi convertite al cristianesimo. Allo stesso modo, nella mitologia
giapponese, lAsama dimora di Oni, gigante dalla furia del quale
dipenderebbero le eruzioni di quel vulcano. Questi scuoterebbe
inoltre col suo corno linterno della Terra, provocandone fratture e
terremoti. In Giappone, le manifestazioni vulcaniche e subvulcani-
che sono altres note come jigoku, termine derivato dal Buddhismo,
originariamente dal significato di prigione sotterranea e, dal VIII-X
secolo d.C., attribuito al mondo dei sofferenti e dei dannati (inferi).
15
Durante il XIX secolo, larcipelago delle Hawaii sub un graduale processo
di cristianizzazione. Oggi la professione religiosa ufficiale quella cristiana, seb-
bene siano presenti minoranze musulmane, ebraiche ed induiste.
16
Credenze analoghe abbondavano presso gli Incas, i Maya e i Mexica. Trame
narrative non molto dissimili, ricorrevano nelle saghe e nelle leggende islandesi,
vikinghe, neozelandesi ecc. Per una sintesi: H. Sigurdsson, Melting the Earth. The
History of Ideas on Volcanic Eruptions, Oxford University Press, New York &
Oxford 1999, pp. 11-20.
17
Daltro canto, non si trascuri, che questi animali, non essendo endemici del
continente americano e quivi introdotti dagli europei tra il XVI e il XVII secolo,
erano simbolo dellinvasore spagnolo. Su questi temi: A. W. Crosby, Imperialismo
ecologico. Lespansione biologica dellEuropa 900-1900, Laterza, Bari 1986; J. Dia-
mond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila
anni, Einaudi, Torino 1998.

12
Anche la Bibbia e lintera tradizione giudaico-cristiana abbon-
dano di rappresentazioni suggestive che, non solo alludono a fe-
nomeni ed emissioni vulcaniche, ma associano lelemento del fuo-
co alle bocche dellInferno e al castigo divino. A proposito della
distruzione di Sodoma e Gomorra si legge nel libro della Genesi
(19: 23, 25, C.E.I.):

Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quandecco


il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra
zolfo e fuoco [...]. Distrusse queste citt e tutta la valle con tutti gli
abitanti [...] e la vegetazione del suolo.

Daltra parte, Yahweh, Dio degli ebrei, si rivela nellAntico Testa-


mento con caratteri che richiamano talvolta la grandezza e la ma-
estosit dellevento eruttivo, come ad esempio nellEsodo:

La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube


lo copr per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiam Mos
dalla nube. La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israe-
liti come fuoco divorante sulla cima della montagna (24: 16, 17;
C.E.I.) [...] Ed ecco al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono
tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo
di tromba: tutto il popolo che era nellaccampamento fu scosso
dal tremore [...]. Il monte Sinai era fumante, perch su di esso era
sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come fumo di una
fornace [...] (Esodo, 19: 16, 20; C.E.I.)18.

Nei vangeli di Matteo, Marco e Luca, il rogo della Geenna


(dallebraico ghe-hinm, valle dellInnom, luogo dove venivano
sacrificati infanti e fanciulli col fuoco) simbolo e immagine della
dannazione eterna e degli inferi:

[...] non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non


hanno potere di uccidere lanima; temete piuttosto colui cha ha il
potere di far perire lanima e il corpo nella Geenna (Mt. 10: 28)19.

18
In relazione a questi versetti stata di recente suggerita lidea, priva di
qualsiasi fondamento scientifico, secondo la quale il Sinai abbia potuto essere in
passato un vulcano.
19
Si vedano anche: Mt. 5: 22, 30; Mt. 18: 9; Ma. 9: 43, 47; Lu. 12: 5 (C.E.I.).

13
Una tradizione, quella giudaico-cristiana, che ha profondamente
influenzato la produzione letteraria e iconografico/artistica dellin-
tera cultura occidentale, si pensi allInferno di Dante, al Doctor
Faust di Christopher Marlowe (1592), reso celebre dallopera
omonima di Goethe, al poema epico di John Milton Paradise Lost
(1667) o al Mefistofele di Arrigo Boito (1868), limitando lelenco a
pochi esempi noti.
Non sorprende dunque che in Europa, soprattutto dal medio-
evo, lassociazione vulcano-Inferno si sia radicata a tal punto da
fomentare superstizioni e credenze popolari, che indussero di fre-
quente a percepire nellattivit vulcanica e nelle aperture crate-
riche lira di Dio e vie comunicanti con le fiamme del demonio.
I minatori che, tra XVI e XVII secolo, trovarono impiego nelle
miniere dellarco alpino, oltre ad essere intimoriti da un ambiente
lavorativo estremamente ostico, furono impauriti dalle numero-
se entit demoniache, che i valligiani ritenevano albergassero nel
sottosuolo. In questi secoli, liconografia ecclesiastica fece ampio
ricorso a immagini che relegavano gli spiriti del male nelle desola-
te profondit degli abissi e negli antri reconditi delle montagne. Di
fatto, specialmente nel periodo della Controriforma che vulcani
e caverne montane assursero al ruolo di effigi terrene del regno di
Satana. Non diversamente, nel Seicento e nel Settecento, si invoca-
va ancora lintervento di San Gennaro affinch potesse far cessare
lattivit del Vesuvio. Esemplare, a tal proposito, il dipinto dellar-
tista napoletano Filippo DAngelo (detto Filippo Napolitano), che
illustrava leruzione del 1631, raffigurando il santo seduto su una
nuvola e circondato da cherubini affaccendati, con secchi pieni
dacqua, a spegnere lincendio vulcanico20.
Sebbene, adottando un criterio di valutazione sincronico, tale
rappresentazione possa essere giudicata fantasiosa, tuttavia non
cos lontana dalle modalit con le quali tuttoggi si rileggono, con-
ferendone significati teleologici, quelle catastrofi e quei fenome-
ni naturali che hanno coinvolto direttamente la storia delluomo.
20
Lattribuzione del dipinto a Filippo DAngelo potrebbe tuttavia essere messa
in dubbio. Stando ad alcune fonti, lartista napoletano sarebbe infatti morto due
anni prima delleruzione del 1631. A tal proposito: H. Sigurdsson, Melting the
Earth, cit., pp. 95-101.

14
Cos, ad esempio, nel maggio del 1980, limponente esplosione
del St. Helens (stato di Washington, 2550 m. s.l.d.m.) veniva inter-
pretata dai sacerdoti avventisti come punizione di Dio e monito
verso tutti i peccatori.
Convinzioni popolari e religiose, indipendentemente dalle di-
versit culturali e geografiche, hanno dunque attribuito, e ancora
continuano talora ad attribuire, un valore trascendente e sopran-
naturale agli eventi geostorici21, affermandone cos lintimo legame
col divino e il sacro.
Non dunque azzardato ritenere che anche sulla base delle
complesse relazioni tra scienza, religione e mito si sia attuata, nel
corso del Settecento e nel primo quarto dellOttocento, quella pro-
gressiva storicizzazione della natura che permise alla geologia di
porsi come disciplina autonoma.
Cos, sebbene tra Cinquecento e Seicento diversi naturalisti
(Conrad Gesner, Bernard Palissy, Niels Stensen, Giovanni Alfonso
Borelli, Robert Boyle, Robert Hooke), sottoponendo a verifica le
idee di pensatori greci e latini (Aristotele, Plinio il Vecchio, Sene-
ca), si fossero serviti dei metodi e degli strumenti dellanalisi empi-
rica (osservazione diretta sul campo, pratica mineraria ecc.) nello
studio di eruzioni vulcaniche e terremoti, soltanto dalla seconda
met del XVIII secolo, si giunse a chiarirne il rilievo nel complesso
di una teoria storica ed evolutiva della Terra, prescindendo perci
dal significato mitologico-religioso. Alla considerazione delle ca-
tastrofi naturali quali accidenti indotti dal caso o voluti da un dio,
fece da contraltare lesigenza di capire quale funzione simili ma-
nifestazioni geofisiche avessero potuto possedere nello sviluppo
della natura. Non se ne colse unicamente una funzione distruttiva
e catastrofica, immagine della collera o delle agitazioni di un essere
superiore, bens se ne riconobbe un ruolo costruttivo, innanzitutto
nel meccanismo di formazione delle montagne, indispensabile nel
continuo processo di palingenesi dinamica del globo.
Tuttavia, come gi durante let classica il tentativo di indaga-
re la natura, anche nelle sue espressioni pi violente, servendosi
21
Quanto illustrato a proposito delle eruzioni vulcaniche potrebbe essere
esteso a terremoti, alluvioni, uragani ecc.

15
del solo nesso di causa ed effetto (Anassagora, Empedocle, De-
mocrito, Aristotele, Plinio, Lucrezio, Seneca)22, non allontan il
panteismo fenomenico proprio della religione pagana, in modo
analogo, tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, lindagine geo-
naturalistica nel formulare una teoria storica ed evolutiva del pia-
neta non indusse un completo rifiuto di quelle convinzioni mito-
logico-religiose, derivanti dal racconto (mito) della creazione che,
anzi, influenzarono talora le tesi stesse dellanalisi scientifica.
Contrariamente da quanto si potrebbe ritenere, adottando le
sole categorie storiografiche dellepistemologia novecentesca, il
cosiddetto secolo dei lumi fu tuttaltro che un trionfo incondizio-
nato della ragione rispetto al dogmatismo religioso e alla perce-
zione mitologica della natura. Lo svolgimento dellimpresa scien-
tifica non pu essere ridotto ad un semplice processo cumulativo
(scienza normale) e selettivo (scienza rivoluzionaria) di teorie
che si sovrappongono le une con le altre, sostituendosi e progre-
dendo verso un grado di razionalit maggiore.
Indagine scientifica e credenze mitologico-religiose, di fronte
alla storia della natura, non sono sempre state in contrasto, talvolta
hanno, infatti, convissuto influenzandosi reciprocamente o propo-
nendosi come visioni geostoriche, non necessariamente in conflit-
to, ma alternative. Una relazione che, considerando la distinzione
tra sfera pubblica e privata, si ripresenta altres nelle riflessioni di
singoli scienziati, nei confronti dei quali fede e ragione avrebbero
potuto coesistere. Nel presente studio, concentrandosi sulle scien-
ze della Terra sette-ottocentesche e limitandosi per lo pi al conte-
sto italiano, sono dunque significative le figure, alcune delle quali
inedite nellampio panorama delle ricerche storico-scientifiche, di
Carlo Amoretti, Giuseppe Gautieri, Giovanni Maironi da Ponte,
Giambattista Brocchi, Giuseppe Marzari Pencati e, soprattutto, Sci-
pione Breislak. Questultimo, ad esempio, nonostante fosse tra i
principali fautori dellinsegnamento di James Hutton in Italia (plu-
tonismo), nellIntroduzione alla Geologia (1811), soffermandosi
su eventi specifici ritenuti appartenere alla storia geologica del
globo, quali la scomparsa di Atlantide o il diluvio di Deucalione,
22
Cfr. H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 34-50.

16
non neg leventualit che landamento storico della superficie
terrestre avesse potuto essere punteggiato da cambiamenti im-
provvisi e catastrofici, pi o meno locali. Limmensa inondazione
narrata dal libro della Genesi, avrebbe potuto essere, con eruzioni
vulcaniche, terremoti, uragani ecc., una delle tante catastrofi che
avrebbero segnato lo svolgimento della natura. Tra XVIII e XIX
secolo, diluvialismo e catastrofismo, al contrario di quanto si
possa pensare, erano ipotesi interpretative piuttosto diffuse, anche
tra coloro che reputavano levoluzione geostorica retta per la mag-
gior parte da processi uniformi e graduali.
Sulla scia di numerose e pi approfondite osservazioni geo-
vulcanologiche, rese possibili dalla pratica del viaggio naturalisti-
co, ormai imprescindibile metodo di ricerca scientifica, nonch da
una fitta e densa rete a livello europeo di corrispondenze episto-
lari, diffusione di opere scientifiche, scambi di esemplari, visite a
collezioni, gabinetti e musei naturalistici, si vennero dunque for-
mulando teorie discernenti lintervento della discontinuit nella
dinamica degli eventi geologici. Veniva ridimensionato cos il ca-
rattere straordinario di alcuni eventi geofisici; il Diluvio Univer-
sale, cos come quello di Deucalione, la scomparsa di Atlantide o
la violenta eruzione del Santorino nel 1707, non sarebbero state
manifestazioni eccezionali e trascendenti della natura. Svincolate
dallessere mere fatalit o segno della volont divina, le catastrofi
naturali sarebbero state fenomeni ricorrenti nella storia della Terra,
necessarie al fine di una continua trasformazione dinamica della
superficie terrestre. Lo sviluppo della litosfera si sarebbe cos rea-
lizzato nei termini di un equilibrio e una contrapposizione contin-
gente tra differenti forze geodinamiche.
Tutto ci, ovviamente, non provoc il completo abbandono di
esegesi ed analisi teologiche a proposito di eruzioni vulcaniche,
terremoti e inondazioni, cos come, al contempo, non elimin la
convinzione che, quanto narrato nellAntico Testamento, neces-
sitasse di una reinterpretazione, grazie alla quale sarebbe stato
possibile coglierne le differenti corrispondenze con la sequenza
cronostratigrafica degli eventi geologici. Di fatto, sul finire del Set-
tecento, erano ancora numerose le ricerche che proponevano pro-
ve e testimonianze a favore del Diluvio Universale e del racconto

17
della Genesi; si pensi, in Italia, alle opere, di seguito esaminate,
di Vincenzo Rosa o del barnabita milanese Ermenegildo Pini che,
sebbene reputate minori nel panorama degli studi geo-natura-
listici settecenteschi (in realt, gli scritti di Pini erano piuttosto
conosciuti e diffusi anche in Francia e negli Stati tedeschi), sono
tuttavia rappresentative del contesto culturale e scientifico creato-
si a riguardo delle questioni relative alla storia della Terra e del
vivente. Daltro canto, posizioni comprovanti la validit fenome-
nica di alcuni eventi biblici si ritrovano, ancora nella prima met
dellOttocento, nelle osservazioni dei pi noti geologi anglosasso-
ni William Buckland e Robert Jameson.
Sulla base di quanto sostenuto, si cercato pertanto di ridimen-
sionare la validit epistemica e storica di quella contrapposizione
storiografica, ufficializzata da William Whewell (1794-1866) nel
corso del diciannovesimo secolo, tra uniformisti, talora definiti
con una cattiva traduzione dalla lingua inglese uniformatoristi, e
catastrofisti23. Identificare il catastrofismo solo con quel filone
di indagine paleobiologico e geostorico che, sulla scia del di-
luvialismo britannico seicentesco, prosegu nelle riflessioni set-
tecentesche dei cosiddetti vulcanisti, per incarnarsi infine nella
figura di Georges Cuvier, riduttivo e semplicistico. Lopinione
che levoluzione della superficie terrestre si fosse articolata anche
attraverso molteplici e localizzate catastrofi naturali, come sugge-
rito, era alquanto diffusa nelle scienze naturali e geologiche del
XVIII e XIX secolo. Per di pi, in questo stesso periodo, le ormai
numerose esplorazioni geo-naturalistiche, su scala provinciale e/o
regionale, cos come le pi grandi spedizioni scientifiche europee
ed extraeuropee, erano andate manifestando pi ampi interessi
verso la storia e il contesto geologico di singole regioni ambienta-
li (Alpi, Appennini, Auvergne, Irlanda, isola di Staffa, Assia, Ande,
Carpazi, Urali, isole atlantiche e pacifiche), collocando talvolta su
un piano di secondaria importanza lelaborazione di una teoria
sintetica della Terra. Solo considerando le affinit e le diversit
intercorrenti tra le molteplici storie geologiche regionali, sarebbe
23
Cfr. W. Whewell, History of the Inductive Sciences from the earliest to the
present times, John W. Parker, London 1837, 3 vv.

18
stato possibile inferire lassetto strutturale dellintera superficie li-
tosferica. Ci impone pertanto cautela nellimpiego indiscriminato
delle categorie storiografiche.
Cos, se da una parte storicizzare la natura avrebbe significato
affrontare, con linguaggio scientifico, questioni teologiche radicate
in secoli di evoluzione culturale, dallaltra la graduale acquisizione
da parte delle scienze della Terra di uno statuto epistemico auto-
nomo, ridimension lesigenza di conformit alle Sacre Scritture.
Tuttavia, non pu essere trascurato che diversi naturalisti, prove-
nienti dallambito clericale, sentirono talora il bisogno di ribadire
la validit storica della narrazione Mosaica, ricercandone riscontri
nel dato geo-paleontologico. Pur non mostrando, quindi, un atteg-
giamento di censura nei confronti dellindagine scientifica, rivela-
rono la necessit di riaffermare il principio di autorit della Bibbia,
manifestando il proposito di ricondurre la Storia della Natura nei
canoni della Teologia Naturale.
Non di rado, vennero altres esprimendosi posizioni di distac-
co, quando non di totale disinteresse, verso il racconto biblico.
Esemplari, a tal proposito, gli scritti dellabate Alberto Fortis, gi
sapientemente analizzati da Luca Ciancio24. Non mancarono, inol-
tre, compromessi e revisioni teoriche, che svelano un contesto
storico-scientifico particolarmente articolato e complesso. Si pen-
si, ad esempio, allopera di Brocchi, indubbiamente tra i geologi
italiani pi noti nellarco di tempo considerato, oppure a quelle,
di seguito esaminate, di Maironi da Ponte e dellabate di Oneglia
Carlo Amoretti.
Sulla base delle precedenti considerazioni, necessario per-
tanto interpretare le tesi geostoriche, emerse in seno alle scienze
naturali e della Terra sette-ottocentesche, anche in relazione ai
complessi rapporti tra sfera pubblica e privata ravvisabili nelle
biografie dei singoli scienziati, non certo nella sola prospettiva
di contrapposizione tra ambienti laici e clericali (eloquenti, a tal
proposito, le differenze tra le ipotesi di Pini e Gautieri circa la
storia degli organismi viventi cap. III). Non si ometta, inoltre, di
24
L. Ciancio, Autopsie della Terra. Illuminismo e geologia in Alberto Fortis
(1741-1803), Olschki, Firenze 1995.

19
osservare come molte questioni geo-litologiche e naturalistiche (li-
togenesi, magmatismo, intrusione, dolomitizzazione, sfruttamento
delle risorse minerarie ecc.) fossero ormai squisitamente interne al
solo dibattito scientifico o, tuttal pi, coinvolgessero la gestione e
lo studio del territorio.
Sulla scia di tali riflessioni, il lavoro seguente pone dunque al
centro delle proprie attenzioni le numerose indagini che, tra XVIII
e XIX secolo, accostarono lattivit vulcanica e il fenomeno del
vulcanismo estinto al processo di orogenesi e, nella fattispecie, al
sollevamento della catena alpina. Soffermandosi sullannosa e con-
troversa disputa, sorta nelle scienze della Terra di fine Settecento e
inizio Ottocento tra i cosiddetti vulcanisti/plutonisti e nettunisti,
a proposito della litogenesi di alcune formazioni rocciose quali
basalti, porfiriti, porfidi, graniti ecc., se ne esaminer lo sviluppo in
relazione alle esplorazioni naturalistiche condotte sui versanti delle
Alpi e delle Prealpi Lombarde, con particolare riguardo al territorio
dellalto Varesotto compreso tra il lago Maggiore e quello di Luga-
no. Si considerer, di poi, il rilievo delle controversie litogenetiche,
quivi emerse, nella ricostruzione, in chiave locale, di una teoria
storica delle Alpi, e pi in generale della Terra, non trascurando di
conseguenza linsieme delle osservazioni litologiche coeve, realiz-
zate sui versanti orientali dellarco alpino. Tuttavia, se a proposito
delle ricerche condotte sulle alture delle Prealpi Venete, del Tren-
tino e delle Dolomiti, si pu fare affidamento su una quantit non
trascurabile di studi critici, nei confronti delle montagne lombarde
il tema si mostra pressoch inedito e tutto da ricostruire.
Concentrandosi dunque sulle problematiche concernenti la
classificazione delle montagne, il movimento di graduale scoper-
ta della catena alpina e le osservazioni realizzate a proposito del
vulcanismo attivo, si illustreranno gli aspetti relativi alla progres-
siva maturazione di analisi litostratigrafiche regionali e circostan-
ziate. Verr al contempo esaminata limportanza del viaggio vulca-
nologico, una tipologia di indagine sperimentale che, nonostante
ben definita e di rilievo nella ricostruzione dellattivit vulcanica
del passato, tuttora poco considerata nella storia delle scienze
geologiche, restando per lo pi confinata ad analisi sul Grand
tour letterario e di istruzione.

20
Sebbene vengano, pertanto, affrontati argomenti, che inevita-
bilmente coinvolgono questioni correlate alla storia regionale delle
singole localit (microstoria), si cercher tuttavia di non trascurare
quel contesto europeo allinterno del quale crebbe notevolmente
linteresse verso la storia naturale. Nelle relazioni intercorrenti tra
microstoria e macrostoria sono, infatti, venute ad essere le pre-
messe indispensabili per una teoria della Terra, in chiave storica,
la quale, tenendo conto delle molteplici geodiversit25 individua-
te sulla scia delle esplorazioni compiute sui rilievi di montagne e
vulcani (ma anche in regioni geografiche ancora poco conosciute
Africa, isole pacifiche, Americhe, Antartide ecc.), si tradusse, a
partire dagli anni Venti e Trenta dellOttocento, nella formulazione
delle prime teorie tettoniche.
Lapproccio storiografico adottato (geostoria), soffermandosi,
cos, anche sul contesto geologico e geografico/ambientale, mette
in evidenza la dimensione territoriale delle teorie scientifiche,
mostrandone talora il legame sussistente con le peculiarit geo-
morfologiche e geostrutturali del sito in relazione al quale furono
enunciate.
La rilevanza perci conferita ai luoghi nei quali venne artico-
landosi la maturazione epistemica delle scienze della Terra, pone
altres in risalto le connessioni di reciprocit esistenti tra la storia
della geologia e le differenti tecniche produttive e di impiego delle
risorse naturali che, endemiche di specifiche regioni ambienta-
li, sono espressione di contesti sociali, culturali ed economici; si
rifletta, ad esempio, sulle pratiche metallurgiche e di estrazione
mineraria, sulla lavorazione dellargilla o del vetro, oppure sulluti-
25
Il termine, che ritengo possa essere ottimamente applicato alle prime vere
e proprie analisi di geologia regionale sorte sul finire del Settecento, offrendo
stimolanti spunti di ricerca storiografica, di recente introduzione e si affianca a
quelli pi consolidati di sito geologico, geoconservazione e biodiversit. La nozio-
ne di geodiversit riconosce nella variet degli ambienti geologici la base della
vita sulla Terra, si associa dunque alle definizioni di comunit biologica (bioce-
nosi) e, per lappunto, di biodiversit, integrandosi al contempo con le strutture
dellorganizzazione sociale e culturale dello spazio geografico. Cfr.: S. Piacente, G.
Poli (a cura di), La memoria della Terra, la terra della Memoria, Linchiostroblu,
Bologna 2003; M. Panizza, S. Piacente, Geomorfologia Culturale, Pitagora Editrice,
Bologna 2003, pp. 213-239.

21
lizzo a scopo costruttivo di diversi materiali rocciosi. Gli sviluppi
di tali attivit produttive, nel corso del diciottesimo secolo, furono
infatti di rilievo nella piena comprensione dei processi di cristalliz-
zazione e vetrificazione della materia (capp. I e II).
Nel presente studio si delineano, quindi, temi di riflessione sto-
rica e storiografica che, bench non inediti, restano ancora scar-
samente indagati e marginali nello scenario delle scienze storiche,
come quelli dellecostoria (storia dellambiente) e della storia della
cultura materiale26.
Non si trascuri, infine, che la piena e completa storicizzazione
della natura non fu conseguenza di analisi unicamente interne
alle sole scienze geologiche e biologiche, ma anche di numerose
riflessioni sulla struttura della materia rese possibili dalla chimica
analitica e da quelle ricerche che, tra Settecento ed Ottocento, si
articolarono a proposito dei fenomeni termici (termodinamica).
I nessi interdisciplinari tra scienze della Terra, nella fattispecie
vulcanologia, chimica e termodinamica, se si escludono alcuni te-
sti, che per quanto preziosi, restano casi isolati, definiscono un
campo di studio ancora poco esplorato dalla storia delle scienze.
Se nei confronti dei legami intercorrenti tra analisi chimica (geo-
chimica) ed indagini vulcanologiche possibile segnalare lattento
volume di Bernhard Fritscher (1991)27, di converso, a proposito
delle relazioni tra termodinamica e vulcanologia, oltre al tentativo
di sintesi ad opera di Haraldur Sigurdsson, che tuttavia risente di
unimpostazione generale ed orientata alla sola storia delle idee28,
laccento inevitabilmente caduto sulla storia della fisica29.
26
La storia della cultura materiale si distingue dal filone proprio della storia
delle tecniche, sebbene ne sia complementare, poich oltre a prendere in esame
i rapporti e le relazioni di produzione se ne considerano le ricadute e i nessi di
interazione con lecosistema e le variabili demografiche ed economiche. Per ap-
profondire si rimanda comunque al secondo capitolo della presente trattazione.
27
B. Fritscher, Vulkanismusstreit und Geochemie. Die Bedeutung der Chemie
und des Experiments in der Vulkanismus-Neptunismus-Kontroverse, Verlag, Stutt-
gart 1991. Sullopera rimando alla recensione di: E. Vaccari, in Nuncius. Annali
di Storia della Scienza, VIII, 1993, pp. 737-739.
28
H. Sigurdsson, Melting the Earth. The History of Ideas on Volcanic Eruptions,
Oxford University Press, New York & Oxford 1999.
29
S. G. Brush, The kind of motion we call heat. A history of the kinetic theory
of gases in the 19th century, North-Holland Pub. Co., Amsterdam 1976, 2 vv.; Id.,

22
Nelle parti conclusive dello scritto sono dunque prese in esame
le complesse relazioni di interdipendenza venute ad essere tra ge-
ologia (geodinamica), chimica e fisica. Fu infatti la piena e matura
compenetrazione di linguaggi e metodologie scientifiche afferenti
ad ambiti disciplinari diversi che, oltre a garantire la formulazione
di una teoria tettonica del globo, favor una significativa revisione
dellidea settecentesca di macchina della Terra, considerandone i
caratteri di contingenza e discontinuit.

Nineteenth-century Debates About the Inside of the Earth: Solid, Liquid or Gas?, in
Annals of Science, 36, 1979, pp. 225-254.

23
Capitolo 1

Le Alpi e le Prealpi
nellesplorazione naturalistica sette-ottocentesca

1.1. Forme del tempo

Le Alpi, imponente e complesso sistema di corrugamenti e sovra-


scorrimenti terziari, dal profilo asimmetrico (pi ripido a sud che a
nord), incise da profonde valli alcune delle quali, aprendosi in este-
si bacini intermontani, danno origine a numerose dorsali secondarie
che, in contrafforti a differente pendenza, degradano verso alture e
rilievi minori. Sinonimo di alta montagna, diaframma e al contempo
spazio di coesistenza e scambio interculturale, luogo di mutevoli
paesaggi naturali: ai coltivi e alle cerchie moreniche dei fondovalle
pedemontani e prealpini, seguono fitti boschi di conifere e pascoli
erbosi dalta quota che, dissolvendosi nei canaloni delle colate de-
tritiche, cedono il passo a cime innevate e superfici ghiacciate. Terra
dalle molteplici stratificazioni storiche che, sebbene costretta nei
limiti delle demarcazioni geopolitiche, fu spesso contraddistinta da
sviluppi autonomi indotti dai soli vincoli e dalle sole singolarit am-
bientali dei paesaggi insediativi. Quivi, lo spazio naturale prevalse
sovente sullo spazio amministrativo, grazie alle peculiarit di pon-
te geografico e di zona di confine e congiunzione, non solo tra dif-
ferenti realt statuali, ma soprattutto tra aree di diversit ambientale
ed etno-culturale. La complessit strutturale, ecosistemica1, storica
ed etnografica che contraddistinse la storia delle Alpi, ha condotto
cos a identificarne una delle pi importanti regioni ambientali
1
Le Alpi possono essere considerate, secondo la definizione introdotta da
Eugene P. Odum nel 1989, un vero e proprio paesaggio, intendendovi un siste-
ma di ecosistemi interagenti. Per un primo approccio ai temi dellecologia del
paesaggio: V. Ingegnoli, Fondamenti di ecologia del paesaggio. Studio dei sistemi
di ecosistemi, Citt Studi, Milano 1993.

25
dEuropa, ultimamente oggetto di ampie trattazioni storiche, sto-
riografiche e demoetnoantropologiche2, nonch di un controverso
revisionismo atto a ridefinirne loriginaria partizione del 1926.
La nuova Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del
Sistema Alpino (SOIUSA), rifacendosi ad un vago criterio di uni-
formit morfologica, altimetrica ed alpinistica, ha infatti ripartito il
principale sistema montuoso europeo in due soli raggruppamenti
fondamentali, non considerando cos le Alpi Centrali uno spazio
geografico contraddistinto da una propria identit e differente dal-
le limitrofe Alpi Occidentali ed Orientali3.
Accogliendo per orientamenti metodologici ancora poco dif-
fusi nellambito delle ricerche storiche ed ambientali, come quelli
delineati dalla geostoria e dallecostoria (storia dellambiente)4, si
2
Tra i pi noti: M. Cuaz, Le Alpi, Il Mulino, Bologna 2005; L. Zanzi, Le Alpi nel-
la storia dEuropa. Ambienti, popoli, istituzioni e forme di civilt del mondo al-
pino dal passato al futuro, CDA&Vivalda, Torino 2004; L. Zanzi, E. Rizzi, I Walser
nella storia delle Alpi: un modello di civilizzazione e i suoi problemi metodologici,
Jaca Book, Milano 2002; E. Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri,
Torino 2002; P. P. Viazzo, Comunit Alpine. Ambiente, popolazione, struttura so-
ciale nelle Alpi dal XVI secolo ad oggi, Carocci, Roma 2001. Tali ricerche sono sta-
te, altres, affiancate da studi di natura squisitamente storico-scientifica, ne sono
un esempio efficace, specialmente per ci che concerne lo sviluppo delle co-
noscenze geo-naturalistiche: M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia. Illuministi
italiani alla scoperta delle Alpi, CDA&Vivalda, Torino 2003; L. Zanzi, Dolomieu.
Un avventuriero nella storia della natura, Jaca Book, Milano 2003.
3
Le Alpi e le Prealpi, classificate dalla Bocchetta di Cadibona al Passo Vrata
fino alla sella di Godovic, vengono divise in due soli raggruppamenti principali
(Alpi Occidentali e Alpi Orientali), separati dalla linea immaginaria che congiunge
il Reno col Passo Spluga e, questultimo, col Lago di Como e Lecco. Si distinguono
altres: 5 settori (Alpi Sud-occidentali, Alpi Nord-occidentali, Alpi Centro-orientali,
Alpi Nord-orientali e Alpi Sud-orientali), 36 sezioni e 132 sottosezioni; oltre ai rag-
gruppamenti di grado inferiore (supergruppi, gruppi e sottogruppi) determinati
con criterio alpinistico. Sulla nuova classificazione SOIUSA: Atlante orografico
delle Alpi. SOIUSA. Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema
Alpino, a cura di S. Marazzi, Priuli & Verlucca, Torino 2005, pp. 17-18.
4
Sulle differenti modalit di approccio storico alle problematiche ambientali ed
ecologiche, si consultino inizialmente: B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del
Settecento e dellet napoleonica, Einaudi, Torino 1974; E. Le Roy Ladurie, Tempo di
festa, tempo di carestia. Storia del clima a partire dallanno mille, Einaudi, Torino
1982; L. Febvre, La terra e levoluzione umana. Introduzione alla geografia della
storia, Einaudi, Torino 1980; P. Pierotti, Introduzione allecostoria, FrancoAngeli,
Milano 1982; A. W. Crosby, Imperialismo ecologico. Lespansione biologica dellEu-
ropa 900-1900, Laterza, Bari 1986; G. Bigatti, La provincia delle acque. Ambiente,

26
potrebbero, a mio avviso, palesare le difficolt e i limiti insiti nella
nuova classificazione.
Specialmente negli ultimi anni, la ri-contestualizzazione
dellecosistema alpino nella pi vasta cornice della storia dEuro-
pa5, ha consolidato la validit epistemica della partizione tradizio-
nale, identificando nelle Alpi Centrali6 e nelle sottostanti Prealpi
Lombarde regioni storico-ambientali e storico-culturali differenti
dalle circostanti, nonostante linevitabile presenza di affinit bio-
geografiche e morfo-strutturali.
Nel corso degli ultimi 12.000 anni, con linizio dellOlocene7,
lintero settore delle Alpi e delle Prealpi stato teatro di conti-
nui processi di diversificazione ambientale e territoriale, indotti da
fattori di origine naturale e dalla progressiva antropizzazione dei
rilievi montuosi che, gradualmente, andavano liberandosi grazie
al ritiro dei ghiacciai. Si sono pertanto definite in periodi storici
le tre principali sub-regioni alpine, contraddistinte da specifiche

istituzioni e tecnici in Lombardia tra Sette e Ottocento, FrancoAngeli, Milano 1995;


P. Bevilacqua, Tra natura e storia. Ambiente, economie e risorse in Italia, Donzelli,
Roma 1996; J. Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ul-
timi tredicimila anni, Einaudi, Torino 1998; P. Bevilacqua, Demetra e Clio: uomini
e ambiente nella storia, Donzelli, Roma 2001; R. Delort, F. Walter, Storia dellam-
biente europeo, Dedalo, Bari 2002; J. R. McNeill, Qualcosa di nuovo sotto il sole.
Storia dellambiente nel XX secolo, Einaudi, Torino 2002; M. Panizza, S. Piacente, Ge-
omorfologia Culturale, cit., pp. 179-212; M. Armiero, S. Barca, Storia dellAmbiente.
Una introduzione, Carocci, Roma 2004; M. Ciardi, R. Cataldi (a cura di), Il calore
della Terra. Contributo alla Storia della Geotermia in Italia, Edizioni ETS, Pisa
2005. Oltre al gi citato: L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 77-109.
5
Luigi Zanzi ha efficacemente sottolineato il rilievo del sistema alpino come
regione ambientale e culturale dellintero continente europeo, superando lin-
terpretazione storiografica tradizionale che spesso ne ha esaminato soltanto la
funzione di frontiera divisoria e barriera culturale. L. Zanzi, Le Alpi nella storia
dEuropa, cit., pp. 139-140.
6
Sulla partizione tradizionale delle Alpi, per ci che concerne il versante ita-
liano, si veda: A. Sestini (a cura di), LItalia Fisica, TCI, Milano 1957, pp. 84-196.
7
Linizio dellOlocene, col termine dellultima glaciazione, viene convenzio-
nalmente datato tra i 12.000 e i 9.000 anni fa, periodo durante il quale si attu
un graduale processo di antropizzazione della catena montuosa alpina. Sulla
progressiva colonizzazione delle Alpi e delle Prealpi dal Paleolitico al Neolitico:
L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 143-156; L. L. Cavalli-Sforza, P.
Menozzi, A. Piazza, Storia e geografia dei geni umani, Adelphi Edizioni, Milano
1997, pp. 481-493, pp. 498-525. Sulle caratteristiche geo-climatiche dellOlocene:
N. Roberts, The Holocene: an environmental history, Blackwell, Oxford 1993.

27
peculiarit micro-climatiche, geomorfologiche, fitogeografiche8
ed etno-culturali. Nel tempo delle vicende storiche, sui versanti
dellarco alpino, si sono dunque determinate differenti realt, con-
seguenza delle locali variazioni ambientali prodotte dalla degla-
ciazione olocenica e dei complessi adattamenti antropici alleco-
sistema montano. Cos, ad esempio, tra il XII e il XIII secolo, le
Alpi Centrali furono meta delle migrazioni coloniche dei Walser,
popolo di origini alemanne che, dal Vallese, si spinse verso le pi
alte vette dei Grigioni e dellEngadina contrassegnando, con ine-
dite tecniche agro-pastorali e di commercio dalta quota, un intero
spazio geografico9. Anche le sottostanti Prealpi Lombarde sono
evidenti manifestazioni della considerevole variet fisica e cultura-
le della catena alpina. I numerosi laghi che si alternano alle valli
e ai rilievi collinari e montuosi del paesaggio prealpino, resero
infatti possibile lintroduzione di variet vegetali endemiche delle
regioni mediterranee, nonch, determinarono le condizioni clima-
tiche necessarie alla selvicoltura della robinia, del faggio, del noce
e del castagno. Si venne a tal guisa plasmando una regione carat-
terizzata da una propria identit storica, culturale ed ambientale.
La linee interpretative della geostoria e dellecostoria pongono,
quindi, le premesse per riconoscere nella storia dellambiente alpi-
no una ineluttabile dimensione locale e regionale. Si ravvisa, dun-
que, nella definizione delle Alpi un significato storico e culturale
che trascende i confini nazionalistici ed alpinisitico-altimetrci. In
tale intreccio tra storia della natura e storia della cultura si rive-
lano altres i limiti della classificazione proposta dalla SOIUSA.
Lampia variet di ambienti, storie e culture colloca le Alpi tra le
regioni ambientali pi complesse dEuropa. Una complessit geo-
naturalistica ed etnografica che divenne oggetto di interesse scien-
tifico, specialmente, dalla seconda met del diciottesimo secolo10,
8
Il settore delle Prealpi Lombarde , in Italia, tra le aree fitogeografiche
a maggiore ricchezza di endemiti vegetali e, pertanto, contraddistinto da una
propria specificit corologica. M. Zunino, A. Zullini, Biogeografia. La dimensione
spaziale dellevoluzione, Ambrosiana, Milano 2004, pag. 90.
9
L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 233-270. Specificamente sui
Walser: L. Zanzi, E. Rizzi, I Walser nella storia delle Alpi, cit., 2002.
10
M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., 2003. Il tema del viaggio

28
periodo a partire dal quale naturalisti, orittologi11, tecnici minerari e
cartografi, facendosi alpinisti, secondo la definizione datane da Mas-
simo Mila12, posero le basi per unesplorazione metodica dellecosi-
stema alpino.
Tra Settecento ed Ottocento, le Alpi e le Prealpi furono pertan-
to uno dei quadri ambientali13 entro cui si svilupparono i fattori
propulsivi della ricerca geologica e naturalistica.
In tal modo si venne concretizzando, nella storia della cultura
europea, una vera e propria riscoperta in termini scientifici ed ar-
tistici dei paesaggi alpini e prealpini. Alle Alpi romantiche, mac-
china della visione estetica, fecero da contraltare le Alpi labora-
torio a cielo aperto, luogo nel quale le conoscenze scientifiche si
svilupparono in concordanza con la progressiva conquista di ino-
spitali alture. Allimmagine romantica delle montagne, dove lespe-
rienza dellorrido fondendosi con quella del sublime conduceva
alla scoperta del sentimentale14, si contrappose la montagna degli

scientifico in montagna affrontato anche in: L. Ciancio, La chiave della teoria


delle Alpi. Localit, collezioni e reperti dellarea trentina e dolomitica nella storia
delle teorie geologiche (1760-1830), in Archivio trentino. Rivista di studi sullet
moderna e contemporanea, Trento, 5a serie, anno XLVIII, 1, 1999, pp. 205-274; L.
Zanzi, Dolomieu, cit., pp. 228-229; M. Bossi, C. Greppi (a cura di), Viaggi e Scienza.
Le istruzioni per i viaggiatori nei secoli XVII-XIX, Olschki, Firenze 2005.
11
Nel XVIII secolo espressione comune per definire gli studiosi di scienze
della Terra. E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viaggiatori in Toscana e in Eu-
ropa tra Settecento e Ottocento, in Viaggi e Scienza. Le istruzioni per i viaggiatori
nei secoli XVII-XIX, a cura di M. Bossi e C. Greppi, cit., pag. 3.
12
Non si intende per alpinismo una mera attivit sportiva, ma una forma
attiva e pratica di conoscenza della crosta terrestre. M. Mila, Cento anni di alpi-
nismo italiano, in appendice a C. E. Engel, Storia dellalpinismo, Einaudi, Torino
1965; cfr. M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pag. 10.
13
Unit di contenuto paesistico, note anche come omeocore, emergenti dal
coesistere in una medesima regione geografica di fenomeni indotti da diversi
fattori: clima, vegetazione, morfologia ed idrografia. Sulla definizione di inqua-
dramento ambientale, gi teorizzata da Alexander von Humboldt nel 1808 in
relazione alla geografia delle piante: L. Gambi, I valori storici dei quadri ambien-
tali, in Storia dItalia. I caratteri originali, vol. I, Einaudi, Torino 1972, pag. 7; P.
Acot, Storia dellecologia, Lucarini, Roma 1989, pag. 22, pag. 34.
14
Sulla visione romantica delle Alpi e sulla loro definizione come labora-
torio della natura: M. H. Nicolson, Mountain Gloom and Mountain Glory. The
Development of the Aesthetics of the Infinite, Norton Library, New York 1959; P.
Giacomoni, Il Laboratorio della Natura. Paesaggio montano e sublime naturale in
et moderna, FrancoAngeli, Milano 2001.

29
illuministi, dove le necessit indotte dal maggiore sfruttamento del-
le risorse naturali, motivo altres della riattivazione di diversi scavi
minerari15, favorirono lo sviluppo delle scienze della natura e del
territorio. Sicch, col progressivo diffondersi di unadeguata termi-
nologia (catene, massicci, crinali, creste, forcelle, cenge,
pale16, crode17 ecc.), atta a descrivere formazioni e gruppi roc-
ciosi, si fiss lidea stessa e il significato di sistema montuoso.
Nella seconda met del XVIII secolo lesigenza di rinnovamen-
to cartografico delle Alpi, a fini principalmente strategico-militari
e fondiari, precedette la messa in atto di quella scultura della
montagna18 (rilievi topografici, modelli plastici ecc.), come gi
definita da Eduard Imhof19, il cui ruolo, nella ricezione scientifica
ed artistica dellambiente montano, fu di vitale importanza per la
conseguente costruzione conoscitiva della storia delle Alpi e, pi
in generale, della storia della Terra. Unesplorazione e unimpre-
sa scientifica alla quale presero parte anche montanari, cercatori
di cristalli e cacciatori che, improvvisandosi guide alpine, con-
15
A titolo di esempio, possibile citare la riapertura nel 1804 della vecchia
miniera di Cadegliano Viconago nei pressi di Varese: G. Brocchi, Sulla miniera di
piombo argentifero di Viconago, Dipartimento del Lario, in Giornale della Societ
dellIncoraggiamento delle Scienze e delle Arti, stabilita in Milano, tomo VIII, parte
I, Pirotta, Milano 1809, pp. 1-60. Sullo sfruttamento minerario tra diciottesimo e
diciannovesimo secolo, specialmente in riferimento al territorio lombardo, si ve-
dano: A. Frumento, Imprese lombarde nella storia della siderurgia italiana. Il ferro
milanese tra il 1450 e il 1796, Allegretti di Campi, Milano 1963, 2 vv.; Id., Le Repub-
bliche Cisalpina e Italiana con particolare riguardo a siderurgia, armamenti, eco-
nomia ed agli antichi luoghi lombardi del ferro (1796-1805), Banca Commerciale
Italiana, Milano 1985; Id., Il Regno dItalia Napoleonico: siderurgia, combustibili,
armamenti ed economia (1805-1814), Banca Commerciale Italiana, Milano 1991.
16
Ripido pendio, estremo pascolo erboso e rupestre dei camosci. Per ci che
concerne la terminologia geomorfologica montana, si rimanda al sempre valido:
Dizionario alpino italiano, Istituto Editoriale Cisalpino-Goliardica, Milano 1987,
ristampa anastatica delledizione curata dal Club Alpino Italiano nel 1892.
17
Inerpicarsi tortuoso di rocce con incavi, precipizi, spigoli frastagliati e gu-
glie acuminate.
18
Tra le edizioni iconografiche di Caspar Wolf (1735-1783), si ricordino, ad
esempio, le Vues remarquables des montagnes de la Suisse (1776). Cfr. L. Zanzi,
Dolomieu. Un avventuriero nella storia della natura, cit., pp. 228-229.
19
E. Imhof, Sculpteurs de montagnes. Les reliefs de montagnes en Suisse, C.A.S.,
Berna 1981, cfr. L. Zanzi, Dolomieu. Un avventuriero nella storia della natura,
cit., pp. 228-229.

30
dussero naturalisti e cartografi lungo gli irti pendii dei versanti
montuosi.
Nel corso del Settecento, sviluppando i metodi di rilievo car-
tografico adottati da Hans Conrad Gyger (1599-1674) per rappre-
sentare in mappa le differenti altezze dellambiente montano, si
affinarono pertanto quelle tecniche di misurazione altimetrica e co-
rografica che resero possibile una vera e propria modellizzazione
del territorio alpino. Cos, ad esempio, nel 1786, Franz Ludwig Pfyf-
fer (1716-1802) complet il rilievo delle Alpi Centrali (versante sviz-
zero), opera che, stimata e apprezzata da Horace-Bndict de Saus-
sure (1740-1799), Alessandro Volta (1745-1827) e G. S. Tancrde
Gratet Dieudonn (Dodat) de Dolomieu (1750-1801), fu ampliata
nel 1788 da Charles-Franois Exchaquet (1746-1792)20, coinvolgen-
do lintera regione del Monte Bianco. Mentre negli anni Novan-
ta del Settecento, Johann Heinrich Weiss (1758-1826) e Joachim
Eugen Mller (1752-1833), con il contributo finanziario di Johann
Rudolf Meyer (1739-1813), attuarono il primo grande rilievo topo-
grafico delle Alpi Centrali ed Orientali, in seguito distrutto, al quale
si accompagnava un atlante della Svizzera (Atlas Suisse, 1796-1802).
LEuropa delle accademie e dei periodici scientifici21, sulla scia dei
Grand Tour cinque-seicenteschi22 e dei grandi viaggi desplora-
zione verso regioni di sorprendente novit naturalistica, riscopriva
quindi, durante le fasi pi acute ed intense della Piccola Et Glacia-
le23, le Alpi: laboratorio autoptico nel quale ricostruire le anamnesi
20
I rilievi di C. F. Exchaquet, apprezzati per la loro precisione, furono spesso
tradotti in modelli plastici. L. Zanzi, Dolomieu. Un avventuriero nella storia della
natura, cit., pp. 228-229.
21
Sul ruolo e limportanza di periodici e accademie nel graduale processo di
esplorazione scientifica delle Alpi: M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit.,
pp. 39-41.
22
C. De Seta, LItalia nello specchio del Grand Tour, in Storia dItalia, Annali
5, Il Paesaggio, Einaudi, Torino 1982, pp. 127-263.
23
G. Busi, A. Candela, A. Mariani, P. Zubiani, Passato, presente e futuro del
clima, Anthelios, Garbagnate Milanese 2003, pag. 31. Henry Stommel ed Eliza-
beth Stoel hanno documentato minuziosamente lestate fredda, umida e persino
nevosa del 1816, come la si rilev soprattutto nel New England e in Europa.
Nelle loro considerazioni ricorre frequentemente unespressione colloquiale del
tempo che si riferiva alla fredda stagione estiva: Milleottocento e gelo da mori-
re. Probabilmente tra le cause delle temperature invernali, che contraddistinsero

31
della Terra24. Bench le montagne, elementi di indubbia influenza
nella fisiografia litosferica, avessero attirato lattenzione di scienziati
e naturalisti gi nel Seicento, soltanto durante il diciottesimo secolo,
come illustrato da Ezio Vaccari25, si venne rafforzando, in concor-
danza con la progressiva classificazione dei rilievi montuosi, lidea
di tempo geologico e di storia complessa della Terra26, riconducibile
ai molteplici mutamenti, locali e generali, della superficie terrestre
e, in parte, scevra da quellimpalcatura biblica e metafisica nella
quale si erano configurate le teorie della Terra seicentesche27.

lestate del 1816, vi fu la violenta eruzione vulcanica del Tambora (Indonesia)


del 1815. Non si trascuri, inoltre, che le considerazioni di Thomas Raffles (1781-
1826), governatore inglese dellisola di Giava, sugli effetti devastanti di una simile
catastrofe naturale, non riscossero, in Europa, significativi interessi da parte della
comunit scientifica. A tal proposito: H. Stommel, E. Stoel, Volcano Weather. The
Story of 1816, the Year without a Summer, Seven Seas Press, New York 1983; J.
D. Macdougall, Storia della Terra, Einaudi, Torino 1996, pag. 284; H. Sigurdsson,
Melting the Earth, cit., pp. 7-10.
24
Sul procedimento autoptico, di ispirazione anatomica, adottato dai natura-
listi di secondo Settecento nello studio della storia naturale: L. Ciancio, Autopsie
della Terra, cit., pp. 11-22.
25
E. Vaccari, La classificazione delle montagne nel Settecento e la teoria lito-
stratigrafica di Giovanni Arduino, in Scienza tecnica e pubblico bene nellopera
di Giovanni Arduino (1714-1795), Atti del Convegno tenuto a Verona il 9-10
febbraio 1996, pp. 47-80. Per un inquadramento storiografico di tale problematica:
E. Vaccari, Giovanni Arduino (1714-1795). Il contributo di uno scienziato veneto
al dibattito settecentesco sulle scienze della Terra, Olschki, Firenze 1993, pp. 1-22.
Sulla figura di Arduino si veda anche: Giovanni Arduino e i geologi veneti del Set-
tecento, a cura di C. Lazzari e F. Bizzarini, Grafic House Editrice, Venezia 1996.
26
Riguardo alla maturazione di una storia complessa della Terra: M. J. S.
Rudwick, Bursting the Limits of Time. The Reconstruction of Geohistory in the Age
of Revolution, The University of Chicago Press, Chicago & London 2005, pp.
133-180.
27
Per una ricostruzione sommaria delle teorie della Terra seicentesche: G. L.
Davies, The Earth in Decay. A history of British Geomorphology 1578-1878, Mac-
donald, London 1969, pp. 63-153. N. Morello, La macchina della Terra. Teorie geo-
logiche dal Seicento allOttocento, Loescher, Torino 1989, pp. 20-22 e pp. 67-130; F.
Ellenberger, Histoire de la Gologie. La grande closion et ses prmices 1660-1810,
Lavoisier, Paris 1994, vol. II, pp. 12-16; E. Vaccari, European views on terrestrial
chronology from Descartes to the mid-eighteenth century, in The Age of the Earth:
from 4004 BC to AD 2002, edited by C. L. E. Lewis, S. J. Knell, Geological Society,
Special Publications, London 2001, pp. 25-37; E. Vaccari, La classificazione delle
montagne nel Settecento e la teoria litostratigrafica di Giovanni Arduino, cit., pp.
49-50. La teoria della Terra di Ren Descartes (Principia Philosophiae, 1644), defi-
nita da Franois Ellenberger come teoria laica, si inseriva nellampia struttura me-

32
Anche sui versanti alpini e prealpini, cattedrali rocciose scolpite
dalla contingente profondit del tempo, si riconobbero dunque,
nelle morfo-strutture geologiche (filoni, dicchi, strati ecc.) e nelle
differenti tipologie di roccia, le testimonianze empiriche di antiche
eruzioni vulcaniche, di inabissamenti isostatici, di sollevamenti tet-
tonici, di trasgressioni e regressioni marine. Metamorfosi continue,
che intrecciandosi con le complesse ed innumerevoli mutagenesi
del mondo organico, ravvisabili nel dato paleontologico e nelle
novit biogeografiche provenienti da luoghi ignoti, determinarono
il diffondersi di teorie dinamiche e stazionarie della Terra che,
sulla base di contesti geologici locali, inferivano la complessit
delle meccaniche evolutive del tempo geologico28.

1.2. Lultima Terra incognita. Viaggi desplorazione e scienze


della natura

[...] la terra si innalzava davanti a noi [...] si estendeva da est ad ovest


[...] eravamo cos vicini a queste masse di ghiaccio galleggianti che
in ogni momento temevo di vedere le nostre corvette scontrarsi con-

tafisica della dottrina dei vortici, presentandosi cos come modello intuitivo, la cui
comprensione non richiedeva apparati matematici, bens speculazioni di natura
filosofica. Ladeguatezza del modello cartesiano, per di pi, non era condizionata
dalla necessit di controlli sperimentali, se non quelli legati alle semplici osserva-
zioni di senso comune. Lampia fortuna settecentesca dallapproccio di Descartes
dipese, pertanto, dal proporsi come sistema capace di offrire un quadro coerente,
armonico e completo della Terra, senza ricorrere alla cosmogonia biblica. A tal
proposito: E. Bellone, Storia della fisica moderna e contemporanea, Utet, Torino
1990, pp. 48-49; F. Ellenberger, Histoire de la Gologie, cit., vol. II, pag. 13.
28
Negli ultimi decenni del diciottesimo secolo, specialmente in Francia, di-
versi mineralisti, orittologi e naturalisti andavano esprimendo la convinzione che
la storia naturale della Terra fosse stata contraddistinta da diverse fasi che, dalla
produzione di forme minerali, avevano condotto a forme di vita pi complesse e
alla comparsa, in tempi pi recenti, di corpi organizzati. A tal proposito: P. Corsi,
Oltre il mito. Lamarck e le scienze naturali del suo tempo, Il Mulino, Bologna
1983, pp. 122-126. Sebbene Nicoletta Morello abbia impiegato la definizione
di teoria stazionaria, e non statica, della Terra in riferimento alle tesi di Char-
les Lyell, credo tuttavia che possa essere estesa anche ai precedenti modelli di
macchina terrestre elaborati da James Hutton, Jean-Baptiste Lamarck, Dodat de
Dolomieu, Alberto Fortis (ed altri). N. Morello, La macchina della Terra. Teorie
geologiche dal Seicento allOttocento, cit., pag. 206.

33
tro di esse [...]. Le loro pareti verticali erano molto pi alte dei nostri
alberi; sovrastavano le nostre navi, che sembravano di dimensioni
drammaticamente piccole in confronto con quelle enormi masse. Lo
spettacolo che presentavano era insieme magnifico e terrificante29.

Laspetto di quelle rocce dissolse ogni dubbio nella mente di tutti


gli uomini a bordo: lalta e possente barriera che sbarrava la via
alle nostre navi era terraferma. Allora annunciai agli ufficiali adu-
nati, presente lequipaggio, che quella terra avrebbe portato da
allora in poi, il nome di Terra Adelia30.

Cos scriveva nel suo diario Csar Dumont DUrville (1790-1842),


capitano di vascello della marina francese, ripensando allistante
in cui gli si mostrarono, per la prima volta, le falesie di ghiaccio
antartiche. Partito da Tolone il 7 settembre 1837 con le corvette
Astrolabe e Zele, dopo quasi tre anni di navigazione e alle spalle
i diversi tentativi falliti sul finire del secolo precedente, Dumont
DUrville issava bandiera francese sullultima Terra incognita: lAn-
tartide. Veniva cos risolto il pi importante enigma geografico
dellet moderna: ai confini del mondo, nellestremo sud, si svelava
un enorme e desolato continente interamente ricoperto dai ghiacci.
Lanno seguente, l11 gennaio 1841, James Clark Ross (1800-1862),
avvistando la costa antartica presso Capo Adare, lembo settentrio-
nale della Terra Vittoria, annot lattivit vulcanica del Monte Ere-
bus (3794 m. s.l.d.m.), dimostrando cos come anche al di sotto
dellimmensa calotta bianca, si agitassero quei processi geologici
ed endogeni che contrassegnavano lintera superficie terrestre:

Alle quattro del pomeriggio il monte Erebus fu visto emettere fumo


e fiamme in quantit insolita, creando un grandioso spettacolo. Una
vampata di fumo denso proiettata ad ogni getto successivo con gran
forza in una colonna verticale fino ad unaltezza fra i 1500 e i 2000
piedi sulla bocca del cratere. Quando la fumata si condensava, co-
minciando dalla parte superiore, riscendeva sotto forma di nebbia e

29
C. Baroni, Scoperta ed esplorazione, in Antartide. Terra di scienza e riserva
naturale, a cura di C. Baroni, Terra Antartica Publication, Siena 2001, pag. 184.
30
B. Imbert, Artide e Antartide. La grande sfida dei poli, Universale Electa,
Trieste 1993, pag. 36.

34
si disperdeva gradualmente, per essere seguita da unaltra splendida
esibizione, simile alla prima, dopo circa mezzora di tempo, seb-
bene gli intervalli fra le eruzioni non fossero per niente regolari. Il
diametro delle colonne di fumo era fra i due e trecento piedi, direi,
per quanto potessimo misurarlo. Quando il fumo si dileguava, la
fiamma rosso vivo che riempiva la bocca del cratere era chiaramen-
te visibile. Alcuni degli ufficiali credettero di poter vedere torrenti di
lava riversarsi sui fianchi della montagna, fino a perdersi nella neve
che scendeva fino a qualche centinaio di piedi sotto al cratere, che
protendeva il suo dirupo ghiacciato a svariate miglia nelloceano31.

Con le spedizioni di Dumont DUrville e Ross, i viaggi desplorazio-


ne scientifica sette-ottocenteschi raggiunsero il traguardo forse pi
significativo e al contempo pi prestigioso, laddove il mito diveniva
realt32. Numerosi studi storici (C. De Seta, P. Corsi, A. Brilli, A. La
Vergata, S. Srlin, J. E. Leed, L. Ciancio, E. Vaccari, M. Ferrazza, L.
Zanzi, M. Bossi e C. Greppi) sono concordi nel ritenere la secon-
da met del XVIII secolo let doro del viaggio naturalistico33. La
31
C. Baroni, Scoperta ed esplorazione, in Antartide. Terra di scienza e riserva
naturale, cit., pag. 188.
32
Lo stesso Edgar Allan Poe (1809-1849), ispirandosi ai resoconti del viaggio
effettuato da James Weddell oltre il Circolo Polare Antartico (1823), scrisse Le
avventure di Arthur Gordon Pym (1837-1838); unico romanzo dello scrittore sta-
tunitense nel quale, tra i leitmotiv reggenti limpalcatura narrativa, predominano
il fascino del mare e lattrazione verso le terre ignote dellAntartide; cfr. E. A. Poe,
Le avventure di Arthur Gordon Pym, in Tutti i racconti, le poesie e Gordon Pym,
Newton & Compton, Roma 1992, pp. 649-767, specialmente pag. 721 e ss. Seb-
bene sia ancora mancante uno studio che affronti in chiave storico-scientifica la
progressiva scoperta del continente antartico, comunque possibile consultare
al fine di ricostruirne la cronistoria: S. Zavatti, Lesplorazione dellAntartide. Storia
di un continente, Mursia, Milano 1974; M. Ussai, Intorno alla gran ghiacciaia
australe. LAntartide dei geografi italiani dall800 al 1918, Ambiente Antartide,
CNR, Roma 1997; C. Baroni (a cura di), Antartide. Terra di scienza e riserva na-
turale, Terra Antartica Publication, Siena 2001.
33
In riferimento al viaggio settecentesco e al Grand Tour in Europa: C. De
Seta, LItalia nello specchio del Grand Tour, cit., pp. 127-263; A. Brilli, Il Petit
Tour. Itinerari minori del viaggio in Italia, Banca Popolare di Milano, Milano
1988; A. Brilli, Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale, Il
Mulino, Bologna 2006. Sui viaggi desplorazione naturalistica di secondo Sette-
cento: P. Corsi, Oltre il mito. Lamarck e le scienze naturali del suo tempo, cit.,
pp. 114 e ss.; A. La Vergata, La storia naturale e le classificazioni, in Storia della
scienza moderna e contemporanea. Dalla rivoluzione scientifica allet dei lumi,

35
progressiva scoperta del continente antartico si inserisce pertanto
nellampio contesto sociale e culturale dellescursionismo geo-natu-
ralistico, su scala provinciale e/o regionale, e delle pi grandi spe-
dizioni europee ed extraeuropee34 che, sul finire del 700, avevano
definitivamente acquisito un ruolo di rilievo nel censimento zoologi-
co, botanico, mineralogico e litologico della Terra. Nellambito delle
scienze naturali e geologiche, lesplorazione geografica era quindi
divenuta pratica metodologica imprescindibile della ricerca scienti-
fica35. Impresa culturale alla base della quale vi era senza dubbio il
fascino della scoperta indotto dalle preconizzate possibilit degli svi-
luppi conoscitivi, ma anche linteresse commerciale ed economico
che, specialmente tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, fu spes-
so causa di un vero e proprio espansionismo ecologico, secondo
lefficace espressione coniata da Alfred William Crosby36. Lintrodu-

a cura di F. Abbri et. alii, collana diretta da P. Rossi, Utet, Torino 1988, vol. II,
tomo I, pp. 779-841; S. Srlin, Scientific Travel. The Linnean Tradition, in Sci-
ence in Sweden. The Royal Swedish Academy of Sciences, a cura di T. Frngsmyr,
Science History Publications, U.S.A. 1989, pp. 96-123; J. E. Leed, La mente del
viaggiatore. DallOdissea al turismo globale, Il Mulino, Bologna 1992; L. Ciancio,
Autopsie della Terra, cit., pp. 94-142; L. Zanzi, Dolomieu, cit., pp. 57-64; M. Bossi,
C. Greppi (a cura di), Viaggi e Scienza. Le istruzioni per i viaggiatori nei secoli
XVII-XIX, Olschki, Firenze 2005, pp. VII-LIV.
34
Tra le grandi spedizioni scientifiche sette-ottocentesche si ricordino: il viag-
gio di Louis Antoine de Bougainville verso il Sud America, la Polinesia, le isole Sa-
moa, le isole Salomone e le Molucche (1766-1769), il primo viaggio in Oceania di
James Cook (1768-1771), la spedizione di Peter Simon Pallas nella Russia orientale
e in Siberia (1768-1773), o quelle, indubbiamente pi celebri, di Charles Darwin
(1831-1836) e Alexander von Humboldt (Sud America e America latina, 1799-1804).
Per un elenco dettagliato dei viaggi esplorativi tra Settecento ed Ottocento: A. La
Vergata, La storia naturale e le classificazioni, vol. II, tomo I, cit., pp. 806-808. Sui
viaggi di Humboldt: A. von Humboldt, La geografia e i viaggi. Antologia degli scritti,
a cura di M. Milanesi e A. Visconti, FrancoAngeli, Milano 1975; A. von Humboldt,
Linvenzione del nuovo mondo: critica della conoscenza geografica, a cura di C.
Greppi, La Nuova Italia Scientifica, Firenze 1992; Id., Quadri della natura, a cura
di F. Farinelli, La Nuova Italia Scientifica, Scandicci (FI) 1998. Sul viaggio di Darwin
a bordo del Beagle la bibliografia ormai ricca, mi limito pertanto a ricordare: J.
Browne, Charles Darwin Voyaging, Pimlico, London 1996; R. D. Keynes (a cura di),
Charles Darwins Beagle Diary, Cambridge University Press, Cambridge 2001.
35
Cfr. E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viaggiatori in Toscana e in Europa
tra Settecento e Ottocento, in Viaggi e Scienza, cit., pag. 3.
36
A. W. Crosby, Imperialismo ecologico. Lespansione biologica dellEuropa
900-1900, cit., pp. 6-7. Lapproccio biologico allo studio della storia stato

36
zione di specie euroasiatiche nelle terre doltreoceano, conseguenza
del graduale processo despansione imperialistica europea, modific
infatti sensibilmente il bioma di intere regioni.

Traversata della Kamchatka ad opera di Jean-Baptiste Barthlemy de Lesseps


(1766-1834). Il vulcano sullo sfondo , probabilmente, il Tolbachik. Da: J. B. B.
de Lesseps, Journal historique du voyage de M. de Lesseps [...] employ dans lexp-
dition de M. le comte de La Prouse, De lImprimerie Royale, Paris 1790.

In questo stesso periodo, il notevole successo dei testi distruzio-


ne scientifica per viaggiatori37 e delle edizioni divulgative di diari
e rendiconti di viaggio, ormai generi letterari a s stanti, aveva
garantito il diffondersi delle scienze naturali e geologiche anche
presso un pubblico di non specialisti38.

particolarmente sviluppato da Marvin Harris e da Jared Diamond, nonch da


alcuni orientamenti specifici dellecostoria e dellantropologia ecologica. M.
Harris, La nostra specie, BUR, Milano 2002; J. Diamond, Armi, acciaio e malattie,
cit., soprattutto pp. VII-XII, pp. 3-18, pp. 36-47. Per una introduzione ai temi
dellantropologia ecologica: E. F. Moran (a cura di), The ecosystem concept in
anthropology, Westview Press, Boulder 1984. Oltre alle pagine introduttive di: P.
P. Viazzo, Comunit Alpine, cit., pp. 13-29.
37
In Italia, dal 1815 al 1835, la milanese Sonzogno pubblicher ben quaran-
totto titoli riguardanti i viaggi desplorazione scientifica. Sui testi di istruzione
scientifica per scienziati-viaggiatori e sulla pubblicistica di viaggio: S. Collini, A.
Vannoni, I testi di istruzioni scientifiche per i viaggiatori. Aspetti di un genere dal
Seicento al Novecento, in Viaggi e Scienza, cit., pp. XXI-LVI. Si noti anche che,
tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, col proliferare di numerose specia-
lizzazioni nellambito delle scienze della natura, il bisogno di disciplinare le dif-
ferenti tipologie di osservazione scientifica era ormai divenuto una necessit.
38
Nelle prime due decadi del XIX secolo, la geologia poteva essere conside-

37
Inoltre nei primi decenni del XIX secolo, alle numerose iniziati-
ve editoriali si erano affiancati diversi periodici che, abbandonando
il ristretto ambito accademico, avevano incontrato i favori di una
utenza pi vasta. Tra le testate europee di diffusione maggiore
possibile cos ricordare: lEdinburgh Review, la Quarterly Review,
la Bibliothque Universelle e lAntologia39. Daltra parte, gi nella
seconda met del Settecento, nella Lombardia austriaca e nella Re-
pubblica di Venezia periodici come il Giornale dItalia spettante
alla scienza naturale e principalmente allagricoltura, alle arti ed al
commercio, diretto da Francesco Griselini (Venezia, 1764-1776), e
gli Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti di Francesco Soave e
Carlo Amoretti (Milano, 1778-1804), avevano goduto di una discre-
ta longevit, segno di unestesa ricezione delle discipline natura-
listiche soprattutto negli ambienti frequentati da quella borghesia
intellettuale che, in rapida ascesa e animata spesso da interessi
utilitaristici, agiva ormai in completa autonomia rispetto al tessu-
to accademico ed universitario40. Le opere di istruzione scientifica
contribuirono inoltre a divulgare la fisionomia del viaggiatore come
modello riproducibile. Ad esempio, nelle Notes communiquer
Messieurs les naturalistes qui font le voyage de la mer du Sud del
1791, Dolomieu elencava tutte quelle doti e qualit di cui avrebbe

rata una vera e propria scienza alla moda. Nel 1819, inoltre, presso il Musum
dHistoire Naturelle di Parigi, furono istituiti insegnamenti specifici per naturalisti
viaggiatori. A tal proposito: A. La Vergata, La storia naturale e le classificazioni,
cit., vol. II, tomo I, pag. 806. Sulla popolarit delle scienze della Terra tra Set-
tecento ed Ottocento, si vedano soprattutto: M. S. J. Rudwick, The meaning of
fossils: episodes in the history of palaeontology, Macdonald, London 1972; M. S. J.
Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pp. 22-37. Sul diciannovesimo secolo,
specialmente a riguardo del contesto inglese: M. S. J. Rudwick, The great Devonian
controversy: the shaping of scientific knowledge among gentlemanly specialists,
The University of Chicago Press, Chicago 1985; J. A. Secord, Victorian Sensation:
The Extraordinary Publication, Reception, and Secret Authorship of Vestiges of the
Natural History of Creation, The University of Chicago Press, Chicago 2000.
39
M. Bossi, La virt dellosservazione, in Viaggi e Scienza, cit., pp. XII-XIII.
40
Per ci che concerne il contesto italiano sul tema dei periodici scientifici tra
diciottesimo e diciannovesimo secolo, si veda: B. Vecchio, Il bosco negli scrittori
italiani del Settecento e dellet napoleonica, cit., pp. 3-8; M. Ferrazza, Il Grand
Tour alla rovescia, cit., pp. 39-41. Per una visione dinsieme si rimanda a: C. Ca-
pra, V. Castronovo, G. Ricuperati, La stampa italiana dal 500 all800, Biblioteca
Universale Laterza, Roma-Bari 1999.

38
dovuto essere in possesso il naturalista che si apprestasse ad intra-
prendere un viaggio desplorazione: abnegazione, coraggio, grati-
tudine, rinuncia alle comodit, desiderio di conoscenza41.
Ad esse si accompagnavano specifici ed irrinunciabili studi pre-
liminari: storia naturale, chimica, metallurgia, geografia, navigazio-
ne, lingue, disegno, medicina, religione ed arte42.
Allimportanza morale e scientifica delle spedizioni geo-naturali-
stiche, tema ricorrente nelle opere di Carl von Linn (1707-1778)43,
Alberto Fortis (1741-1803) e Peter Simon Pallas (1741-1811), fa-
ceva da contraltare la necessit di osservare e descrivere le mo-
dalit attraverso le quali comunit, fortemente legate al contesto
territoriale, e popoli diversi gestissero lo sfruttamento e limpiego
delle risorse naturali, altres oggetto di meticolosi censimenti. Nu-
merose regioni geografiche avrebbero potuto quindi soddisfare
tali interessi, assurgendo cos al ruolo di veri e propri laboratori di
sperimentazione ed osservazione scientifica: Dalmazia, Lapponia,
Turchia, Africa equatoriale, Sud America, Oceania, Tibet, Cina, Si-
beria44, ma anche catene montuose come le Ande, lHimalaya, gli
Urali, i Carpazi, i Pirenei, gli Appennini e le Alpi45.
41
M. Bossi, La virt dellosservazione, in Viaggi e Scienza, cit., pag. XII.
42
S. Collini, A. Vannoni, I testi di istruzioni scientifiche per i viaggiatori. Aspetti
di un genere dal Seicento al Novecento, in Viaggi e Scienza, cit., pp. XXVI.
43
Per ci che concerne limportanza di Linneo nello sviluppo del viaggio
scientifico, si rimanda a: S. Srlin, Scientific Travel. The Linnean Tradition, in
Science in Sweden, cit., pp. 96-123.
44
Sullesplorazione del continente africano dalla seconda met del Quattrocen-
to alla fine del Settecento, si vedano gli interessanti studi monografici, specialmente
per lapparato iconografico, curati dal Centro Studi Archeologia Africana (CSAA):
Africa. Una figurata scrittura (1455-1786), a cura di G. Pezzoli, Centro Studi Ar-
cheologia Africana, ncora Arti Grafiche, Milano 2005; In viaggio. Scritti, immagini
e immaginario africano nellepoca delle scoperte, a cura di G. Pezzoli, Centro Studi
Archeologia Africana, ncora Arti Grafiche, Milano 2005. Per una sintesi delle spe-
dizioni in Cina nella prima met del Settecento: S. Srlin, Scientific Travel.
The Lin-
nean Tradition, cit., pp. 102-105. Srlin accenna anche alla spedizione siberiana
condotta da alcuni membri dallAccademia di St. Pietroburgo tra il 1768 e il 1774 (S.
Srlin, Scientific Travel, pag. 97). Riguardo lesplorazione della Siberia si rammenti
il gi citato viaggio di Pallas: A. La Vergata, La storia naturale e le classificazioni,
cit., pp. 806-808.
45
Sullesplorazione delle Ande, tema nei confronti del quale manca ancora
una trattazione storica organica e completa, si trova un breve riferimento in: P.
Omodeo, Introduzione, in C. Darwin, LOrigine delle specie per selezione naturale

39
Vulcani delle Ande. Allestrema sinistra (per chi osserva) visibile il Cotopaxi
(attualmente il vulcano attivo pi alto della Terra, 5897 m. s.l.d.m.). Nel centro la
cima pi alta individua invece il vulcano Pichincha. Da: C. M. de La Condamine,
Journal du voyage fait par ordre du roi, a lquateur, Imprimerie Royale, Paris
1751. Nel 1735, lAcadmie Royale des Sciences di Parigi fu promotrice di una
spedizione scientifica in Ecuador a scopo cartografico. La missione dur nove
anni, durante i quali Charles Marie de La Condamine (1701-1774) si interess
anche della natura vulcanica dei rilievi montuosi a sud-ovest di Quito.

Lanalisi delle numerose fonti storiche svela pertanto come il viag-


gio sette-ottocentesco fosse indispensabile strumento conoscitivo
caratterizzato da ben definite valenze etico-pedagogiche, ma spe-
cialmente utilitaristiche; lontano dallo stile educativo e cultura-

o la preservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita, Newton & Com-
pton, Roma 2000, pag. 14. Per ci che concerne losservazione geologica del Sud
America e, nello specifico, sugli studi effettuati da Darwin: G. Chiesura, Charles
Darwin geologo. La formazione del giovane Darwin. Docenti e mentori, il viaggio
iniziatico tra vulcani e atolli. Le opere geologiche, Hevelius Edizioni, Benevento
2002; C. Darwin, Opere geologiche, Antologia a cura di G. Chiesura, Hevelius Edi-
zioni, Benevento 2004, specialmente le pp. 195-359. Su alcune indagini effettuate
in Himalaya tra Settecento ed Ottocento: S. Srlin, Scientific Travel. The Linnean
Tradition, cit., pag. 97.
Sullesplorazione degli Urali da parte di Peter Simon Pal-
las vi un cenno in: M. Cuaz, Le Alpi, cit., pag. 25. Pietro Corsi sottolinea, invece,
limportanza delle osservazioni effettuate sui rilievi pirenaici da Philippe-Isidore
Picot de Lapeyrouse (1744-1818): P. Corsi, Oltre il mito. Lamarck e le scienze
naturali del suo tempo, cit., pag. 114. Per una sintesi generale dellesplorazione
scientifica degli Appennini: F. Rodolico, Lesplorazione naturalistica dellAppen-
nino, Le Monnier, Firenze 1965; E. Vaccari, Voyageurs scientifiques dans les Apen-
nins entre le 17e et 18e sicle: perspectives gologiques, in Une corde originale.
Histoire des relations entre sciences et montagne, a cura di J. C. Pont, J. Lacki,
Georg, Genve 2000, pp. 160-181.

40
le del Grand Tour seicentesco46 che, nel corso del diciottesimo
secolo, tuttavia si conservava con sole connotazioni estetiche ed
artistiche, diventando spesso mera ricerca antiquaria verso le ru-
ine archeologiche dItalia, dove nei centri di maggior attrazione
(Roma, Firenze, Venezia e Napoli), si estendeva in visite a musei e
collezioni47. Di significato e valore differente erano invece i gabi-
netti e le raccolte di storia naturale che, bench cercassero di rias-
sumere lintera natura secondo lo stile indicato dallEncyclopdie,
andavano ormai configurandosi come tassello essenziale della ri-
cerca geologica e naturalistica48.

Basalti colonnari di Regla (Messico).


Da: A. von Humboldt, Researches,
concerning the institutions &
monuments of the ancient
inhabitants of America, London 1814.

Nel complesso ed articolato panorama storico brevemente tratteg-


giato, lItalia era indubbiamente tra i quadri ambientali di mag-
gior richiamo naturalistico, poich multiforme teatro di paesaggi
46
C. De Seta, LItalia nello specchio del Grand Tour, cit., pag. 262.
47
L. Zanzi, Dolomieu, cit., pp. 57-64. Sul viaggio archeologico e lantiquaria:
L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 57-82.
48
P. Duris, G. Gohau, Storia della biologia, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino
1999, pp. 37-38.

41
naturali, variet climatiche, tipi botanici, endemiti biologici, forme
e strutture geo-litologiche, senza escludere i numerosi vulcani at-
tivi e fenomeni subvulcanici (solfatare, lagoni, salse, fumarole)
che grande rilievo ebbero nella disputa tra vulcanisti/plutonisti e
nettunisti e nella comprensione del vulcanismo estinto49.
Non sorprende pertanto che, nellampio movimento esplorativo
che coinvolse lintera penisola nella seconda met del Settecento,
abbia preso forma anche lescursione scientifica verso e sulle Alpi.
Al contempo lo sviluppo di differenti specializzazioni nellambito
delle scienze naturali, favor il venire ad essere di distinte tipologie di
viaggio naturalistico, circoscrivendo cos specifici itinerari (geologici,
paleontologici, vulcanologici, botanici, mineralogici ecc.) contraddi-
stinti da peculiari modalit dosservazione e strumenti di indagine50.

1.3. Le Alpi: ambiente e storia nellEuropa di fine Settecento e


dellet napoleonica

La complessit morfologica e litologica dellambiente alpino di-


venne dunque oggetto dindagine e principio di problematizza-
zioni geologiche; un rompicapo allinterno del quale si vennero
49
Sulla disputa tra vulcanisti/plutonisti e nettunisti, argomento di trattazio-
ne successiva: N. Morello, La macchina della Terra. Teorie
geologiche dal Seicen-
to allOttocento, cit., pp. 169-197; E. Den Tex, Clinchers of the basalt controversy:
Empirical and experimental evidence, in Earth Sciences History, 15/1, 1996, pp.
37-48; H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 112-139; E. Vaccari, Wernerian
Geognosy and Italian Vulcanists, in Abraham Gottlob Werner and the Founda-
tion of the Geological Sciences, edited by H. Albrecht e R. Ladwig, Technische
Universitt Bergakademie Freiberg, Freiberg 1999, pp. 26-36.
Per ci che concer-
ne invece larea veneta: L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 128-166.
50
L. Zanzi, Dolomieu, cit., pag. 62; E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viag-
giatori in Toscana e in Europa tra Settecento ed Ottocento, in Viaggi e Scienza,
cit., pp. 3-25. Per una sintesi, ad esempio, dei viaggi vulcanologici di Lazza-
ro Spallanzani: E. Vaccari, Lazzaro Spallanzani and his geological travels to the
Due Sicilie: the volcanology of the Aeolian Islands, in Volcanoes and History, a
cura di N. Morello, Brigati, Genova 1998, pp. 621-651; E. Vaccari, Alcune rifles-
sioni sul contributo di Lazzaro Spallanzani alle scienze della Terra del Settecento,
in Il cerchio della vita. Materiali di ricerca del Centro Studi Lazzaro Spallanzani
di Scandiano sulla storia della scienza del Settecento, a cura di W. Bernardi e P.
Manzini, Olschki, Firenze 1999, pp. 137-162.

42
concretizzando quelle controversie riguardanti la litogenesi delle
rocce, limportanza delle quali fu essenziale nella comprensione
del processo orogenetico e nella ricostruzione della storia della
Terra in chiave locale.
Fu, infatti, lampia variet petrografica ad attirare mineralisti ed
orittologi sui rilievi alpini e prealpini, dove le formazioni preva-
lentemente cristalline della dorsale centrale sono circoscritte da
ampie ed estese falde laterali dominate soprattutto da strutture cal-
caree (stratificate, marnose, brecciate, marmoree) e dolomitiche.
Le rocce cristalline della zona centrale (graniti, dioriti, sieniti,
granodioriti, gneiss compatti, scisti cristallini51, serpentini, perido-
titi, diabasi, prasiniti) affiorano in rilievi montuosi caratterizzati da
profonde intrusioni magmatiche, ricoperte da potenti coltri sedi-
mentarie che, esposte allattivit degli agenti erosivi, hanno assun-
to profili di guglie e cuspidi strapiombanti, di creste dentellate,
di insellature e forcelle52, spesso dalla mole tozza e imponente
(Monviso, Monte Bianco, Monte Rosa, nonch i massicci francesi
del Pelvoux e della Venoise). Le falde calcaree che formano lar-
co delle Alpi meridionali, appartenenti allunit strutturale delle
Dinaridi, affiorano invece in Val Sesia da dove, saldandosi alle
Alpi lombarde, procedono verso oriente dando forma anche alle
Prealpi. Nelle vicinanze del lago di Garda, si stendono verso nord,
andando a ricoprire in parte lampia piattaforma porfirica di Bol-
zano, e verso nordest generando i rilievi dolomitici. Mentre ad
est e sudest, si piegano dapprima nelle Alpi e nelle Prealpi Car-
niche, dove si rinvengono con formazioni di scisti cristallini, per
poi svilupparsi verso le Alpi Giulie53. In questampio complesso, si
51
Micascisti, filladi, cloritoscisti (Valle dAosta) e calcescisti spesso micacei
(tipici di depressioni, conche e valichi - Monginevro e Sestriere). A. Sestini (a cura
di), LItalia Fisica, cit., pp. 173-174.
52
Sulla forma delle montagne: G. Nangeroni, Geografia e geologia, Cisalpino,
Milano-Varese 1964, pp. 282-289.
53
Sulla suddivisione geo-litologica delle Alpi: A. Sestini (a cura di), LItalia Fi-
sica, cit., pp. 173-174. Per un esame sommario delle tipologie rocciose affioranti
sulle Alpi, versante italiano, sufficiente la consultazione della carta geologica
riportata nellAtlante Enciclopedico dItalia curato dal Touring Club Italiano: At-
lante Enciclopedico Touring, volume 1, Italia, a cura del TCI, Milano 1986, pag.
96. Per unanalisi invece pi approfondita del processo di orogenesi delle Alpi si

43
ritrovano, in affioramenti fortemente localizzati, compatti ed estesi
espandimenti eruttivi quali quelli del Luganese, della Venezia Tri-
dentina, del comprensorio dellAdige e dellAvisio (valli di Fassa e
Fiemme) e delle Prealpi Venete (Colli Euganei, Monti Berici, Monti
Lessini).
La ricca diversit litologica del contesto naturale alpino, al con-
tempo corrispondente ad una cospicua variet di endemiti botani-
ci e zoologici, fu quindi indispensabile premessa alla definizione
di una nuova idea delle Alpi. Una concezione fondata, per lap-
punto, sulla loro fruibilit che, dalla seconda met del Settecento,
fece da sfondo gnoseologico ad inedite tipologie esplorative dalle
connotazioni squisitamente scientifiche.
Cos le ricerche dello svizzero Conrad Gesner (1516-1565),
animatore e cronista di un primo ed effimero movimento di sco-
perta della montagna alpina54, di Johann Jacob Scheuchzer55
(1672-1733), di Albrecht von Haller56 (1708-1777) ed in seguito,
su distanze pi ridotte, di: Antonio Vallisneri senior (1661-1730)57,
Anton Lazzaro Moro (1687-1764)58, Luigi Ferdinando Marsili (1658-
1730)59, Scipione Maffei (1675-1755)60, Jean-Franois Sguier

rimanda a: P. Casati (a cura di), Scienze della Terra. Elementi di geologia generale,
CittStudi Edizioni, Milano-Torino 2004, vol. 1, pp. 397-404; Guide Geologiche
Regionali. Alpi e Prealpi Lombarde, a cura della Societ Geologica Italiana, Be-Ma
Edizioni, Milano 1998, pp. 15-38.
54
S. Briffaud, Lesplorazione delle montagne e la teoria del viaggio tra Sette e
Ottocento, in Viaggi e Scienza, cit., pag. 32.
55
J. J. Scheuchzer, Itinera per Helvetiae Alpinas Regiones, Leyda 1723.
56
A. von Haller, Die Alpen, Bern 1732. Trad. it., Le Alpi, Tarar, Verbania
1999. Lo specifico interesse estetico e conoscitivo verso le Alpi, secondo alcune
interpretazioni storiche, sarebbe emerso col progressivo diffondersi degli scritti
di von Haller e di Jean Jacques Rousseau (La nuova Eloisa). L. Ciancio, La chiave
della teoria delle Alpi, in Archivio Trentino, cit., pag. 212.
57
A. Vallisneri, D corpi marini che su monti si trovano, Domenico Lovisa,
Venezia 1721.
58
A. L. Moro, D crostacei e degli altri marini corpi che si truovano su monti,
Libri due, presso Stefano Monti, Venezia 1740.
59
Si devono a Luigi Ferdinando Marsili alcune prime indagini geologiche e
geomorfologiche sui versanti del lago di Garda. L. Ciancio, La chiave della teoria
delle Alpi, cit., pp. 207-213
60
Ivi, pag. 211.

44
(1703-1784)61 e Giovanni Arduino (1714-1795), trovarono tra gli
anni 60 e 90 del diciottesimo secolo, specialmente nella persona
di H. B. de Saussure62, una maturazione sistematica e metodica
che fin per assumere vere e proprie valenze protocollari nellam-
bito della ricerca naturalistica. Uno stile di documentazione ed
osservazione conoscitiva che, sebbene avesse precedenti inglesi,
francesi, tedeschi (Martin Lister, John Ray, Jean-tienne Guettard,
Johann Gottlob Lehmann) ed appenninici63, ora si concentrava pi
che mai sulle Alpi, facendone innanzitutto laboratorio di indagine
naturalistica e geologica, nonch, secondo lespressione di Serge
Briffaud, paradiso dellosservazione64.
Agli sporadici tentativi dei secoli passati65, spesso ai margini
della scienza ufficiale, si contrapponeva ormai una consistente
61
Jean-Franois Sguier fu autore di diversi scritti botanici, editi a Verona tra
il 1745 e il 1754, frutto di numerose ricognizioni sui versanti del Monte Baldo. L.
Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pag. 211.
62
H. B. Saussure de, Voyages dans les Alpes, Imprimeur et Libraire du Roi, Neu-
chtel-Genve, 1779-1796, 4 vv., oltre a: Relation abrge dun voyage la cime
duMont Blanc, en aot 1787, successivamente riproposta nei Voyages, t. IV, 1787,
pp. 141-149. Sulle osservazioni effettuate da de Saussure sulle Alpi, si veda anche:
H. B. de Saussure, Viaggio intorno al Monte Rosa, Fondazione Enrico Monti, Anzola
dOssola 1989. Nel 2000 la Fondazione Enrico Monti, in occasione del secondo
centenario della morte di de Saussure, ha promosso unantologia di scritti, tradotti
in italiano, tratti dai Voyages dans les Alpes e dal Viaggio intorno al Monte Rosa: H.
B. de Saussure, Viaggi nelle Alpi. Passo del Gries e Monte Rosa, Fondazione Enrico
Monti, Anzola dOssola 2000. Sulle ricerche di Saussure riguardanti lorigine delle
rocce vulcaniche: A. V. Carozzi, Manuscripts and publications of Horace-Bndict
de Saussure on the origin of basalt (1772-1797), Zo, Carouge-Genve 2000.
63
E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viaggiatori in Toscana e in Europa tra
Settecento e Ottocento, in Viaggi e Scienza, cit., pag. 5. Sullesplorazione naturali-
stica dellAppennino si rimanda al gi citato: F. Rodolico, Lesplorazione natura-
listica dellAppennino, Firenze 1965.
64
S. Briffaud, Lesplorazione delle montagne e la teoria del viaggio tra Sette e
Ottocento, in Viaggi e Scienza, cit., pp. 32-36.
65
A tal proposito possibile ricordare: lascesa al Monte Ventoso di Francesco
Petrarca (1336), lesplorazione del Mont Aiguille ad opera di Antoine de Ville nel
1492, le escursioni di Leonardo da Vinci sulle Prealpi Lombarde, le ricerche pale-
ontologiche di Girolamo Fracastoro sui monti veronesi tra il 1515 e il 1517, le os-
servazioni botaniche e paleontologiche effettuate da Francesco Calzolari (1566) e
Giovanni Pona (1617) sui versanti del Monte Baldo e le escursioni di Niels Stensen
(Stenone) in Val di Gresta nel 1667. M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit.,
pp. 21-23; L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pp. 207-213.

45
frequentazione dellambiente alpino e prealpino a scopi scientifi-
ci, economici e politici, correlati primariamente allo sfruttamento
delle risorse naturali (boschi, miniere, acque). Unattivit che, pur
nella grande diffusione di met Settecento, richiedeva unattenta
capacit organizzativa, coinvolgendo diverse professionalit del
mondo artigianale (maniscalchi, stallieri, carrozzieri, sarti, alber-
gatori, stradini ecc.) e, nel caso fosse stata progettata su notevoli
distanze, cospicue somme di denaro66 che, non di rado, proveni-
vano da istituti ed organi di governo interessati al censimento e
alla gestione dei possedimenti e delle risorse territoriali. Le Alpi,
infatti, erano luogo di frammentariet geopolitica, anche se il gra-
duale processo di urbanizzazione, indotto dai traffici mercantili del
quattordicesimo e del quindicesimo secolo67, ne aveva garantito
pi facili condizioni di attraversamento. Malgrado si fosse quindi
articolata unestesa rete viaria, grazie alla quale gli itinerari alpini
divennero vero e proprio salotto naturale della cultura illumini-
stica europea68, i vantaggi economici preannunciati dal controllo
66
L. Zanzi, Dolomieu.Un avventuriero nella storia della natura, cit., pag. 54.
67
Tra il XII e il XIV secolo, ebbe luogo una vera e propria trasformazione terri-
toriale del mondo alpino, indotta dallapertura di diverse vie di transito e attraver-
samento, soprattutto a scopo mercantile; a tal proposito scrive Zanzi: Paradigma-
tica di tale trasformazione del mondo alpino in funzione dellattraversamento delle
montagne a fini mercantili [...] fu principalmente la zona delle Alpi Centrali, nella
quale talune antiche vie minori di attraversamento (quali ad esempio il passo del
Lucomagno, il passo del Bernina, e pi tardi il passo del San Bernardino) gi poten-
ziate per il transito sempre pi frequente di pellegrinaggi, vennero riassettate anche
per nuovi traffici mercantili e, contestualmente, nuove vie di grande importanza
(quali ad es. il passo del Sempione, il passo del San Gottardo, il passo del Gries, ecc.),
quali erano state inventate dai montanari, vennero strutturati a fini mercantili per
esplicito concorso di risorse messe a disposizione da citt [...] al di qua e al di l delle
Alpi a seguito di intese sancite da negoziazioni nelle quali furono coinvolti, talora
esplicitamente, talora come presupposto di fatto, gli insediamenti comunitari dei po-
poli montanari che serano fatti coloni dalta quota (nel caso esemplificativo di cui
sopra, i Walser); [...], tali nuove vie di traffico venivano a legare tra loro, attraverso
le Alpi, nuove citt con nuovi mercati da un estremo allaltro dEuropa, formando
quella cintura urbana che venne a radicarsi nel cuore dEuropa e che trov nelle
Alpi il suo cardine. Di grande rilievo fu in questa civilt di passo la costruzione
di ospizi (quali ad esempio al Gran San Bernardo, al Lucomagno, al Settimo): sedi
di incontro e fucina di tutta una nuova cultura delle Alpi ed anche di un nuovo
umanesimo. L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 216-217.
68
Lestesa viabilit alpina favor incontri pi frequenti tra scienziati ed uma-

46
dei passi e dei versanti montuosi determinarono il persistere di
forti barriere regionali tra differenti identit nazionali69. Sicch, ad
ovest, lo spartiacque principale e la Savoia erano possedimenti del
Regno di Sardegna, ad est Trentino e Alto Adige rientravano nei
confini giuridici della Corona di Vienna, mentre alla Repubblica di
Venezia spettava il controllo del Veneto e di gran parte del Friuli
Venezia Giulia; le Alpi Centrali erano invece ripartite tra la Lombar-
dia austriaca e la Confederazione Svizzera, alla quale apparteneva
anche la Valtellina. Non sorprende, pertanto, che interessi militari
ed amministrativi giustificassero lunghe e costose opere cartogra-
fiche, che lesigenza di censire le risorse idriche e minerarie del
territorio incentivasse campagne di rilievo geo-mineralogico e, che
la necessit di favorire una gestione razionale del patrimonio bo-
schivo, indispensabile fonte energetica, strumentalizzasse losser-
vazione degli ecosistemi montani favorendone inventari botanici
e zoologici. Un progetto di tipo statistico che, in precedenza gi
pianificato da Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783) in relazione
alle miniere toscane, fu adottato sul finire del Settecento anche dal
Piemonte Sabaudo e dal Regno di Napoli; le iniziative dei quali,
sebbene di breve durata, furono indispensabili per la formazio-
ne di alcuni mineralisti attivi nella prima decade del XIX secolo,
come: Carlo Antonio Galeani Napione (1757-1814), Matteo Tondi
(1762-1835), Vincenzo Ramondini (1758-1811) e Giuseppe Melo-
grani (1750-1827). Disposizioni simili furono altres accolte dalla
Lombardia austriaca, dove le necessit di inventariare le risorse
territoriali indussero veri e propri viaggi tecnico-scientifici. Daltro
canto, gi negli anni 60 e 70 del Settecento, Domenico Vandelli

nisti del Settecento, quali, ad esempio, quello di Angelo Querini, senatore della
Repubblica Veneta, e Girolamo Festari con Alessandro Volta a Berna nel settem-
bre del 1777, o quello a Chamonix, nellestate del 1778, tra il barnabita milanese
Ermenegildo Pini e Michel-Gabriel Paccard che, nel 1786 in compagnia di Jac-
ques Balmat, effettuer la prima ascesa al Monte Bianco. H. B. de Saussure vi
ascender lanno seguente. Cfr. M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pag.
30, pag. 70.
69
Oltre allinteresse legato allo sfruttamento delle risorse naturali (boschi, mi-
niere, acque), si sommavano le possibilit di controllo delle vie di valico, di grande
importanza al fine di ricavarne introiti pecuniari attraverso pedaggi, servizi dassi-
stenza ed ospitalit. Cfr. L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pag. 277.

47
(1735-1816) e Lazzaro Spallanzani (1729-1799)70 avevano percorso
le alture limitrofe al lago di Como, al fine di esaminarne le peculia-
rit naturali ed eventualmente rilevare la presenza di siti minerari
abbandonati o ancora in attivit71.
Si venne in tal modo configurando un fecondo legame tra scien-
ze della natura, ambiente, risorse naturali e gestione del territorio72
che, sostenendo lo sviluppo di settori tecnici ed applicativi quali
quelli dellagronomia, della zootecnia e dellingegneria mineraria,
si parafras in unampia e diffusa serie di istruzioni concernenti:
riutilizzo di brughiere ed incolti, procedure selvicolturali73, sistemi
di allevamento del bestiame, tecniche di estrazione mineraria.
Lanalisi storica della pubblicistica scientifica di Settecento ed
Ottocento mostra lesistenza di un esteso e acceso dibattito sul-
le problematiche di impiego, conservazione e sviluppo del patri-
monio naturale, specialmente minerario ed arboreo74. Lurgenza di
70
D. Vandelli, Saggio distoria naturale del Lago di Como, della Valsassina e
altri luoghi lombardi (1763), Jaca Book, Milano 1989. L. Spallanzani, Viaggio sulle
Alpi Lombarde e sui Grigioni, in Le opere di L. S. pubblicate sotto gli alti auspici
della Reale Accademia dItalia, Hoepli, Milano 1932-1938, parte Ia, vol. IV.
71
A tal proposito: E. Vaccari, I viaggi mineralogici di Carlo Amoretti in terri-
torio lombardo tra Settecento ed Ottocento, in Pratiche e linguaggi: contributi a
una storia della cultura tecnica e scientifica, Istituto di Storia dellEuropa medi-
terranea, Edizioni ETS, Pisa 2005, pp. 251-259.
72
Su questo tema in relazione al contesto lombardo: A. Visconti, Amministrare
il sottosuolo per tutelare il suolo: la grande svolta energetica lombarda tra Settecen-
to e Ottocento, in Il sottosuolo lombardo e la gestione sostenibile delle sue risorse, a
cura di L. Segre, M. Frey, Bertieri Istituto Grafico, Milano, giugno 2003, pp. 59-79.
73
La maturazione di settori applicativi, quali lagronomia e la zootecnia, favor
indubbiamente lo sviluppo delle scienze zoologiche e botaniche e fu premessa ad
un vero e proprio cambiamento nellambito della produzione agricola che, non
azzardato affermare, coinvolse gran parte del continente europeo. A tal proposito:
B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dellet napoleonica, cit.,
pp. 73-79; P. Bevilacqua, La Terra finita. Breve storia dellambiente, Laterza, Ro-
ma-Bari 2006, pp. 34-37. Sul legame tra agronomia e botanica, si consiglia la lettura
dello stimolante saggio: M. Ambrosoli, Scienziati, contadini e proprietari. Botanica
e agricoltura nellEuropa occidentale, 1350-1850, Einuadi, Torino 1992.
74
Tra i periodici che diedero ampio spazio alle questioni riguardanti la tutela
e la conservazione del territorio possibile citare: il Giornale dItalia spettante
alla scienza naturale e principalmente allagricoltura, alle arti ed al commercio
(Venezia, 1764-1776), la Nuova raccolta dopuscoli scientifici e filologici (Venezia
1755-1787), gli Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti (Milano 1778-1804) e le
Memorie di matematica e fisica della Societ Italiana, dirette da Antonio Maria

48
potenziare la produzione di legname al fine di soddisfare il cre-
scente fabbisogno di combustibile75, aveva sensibilizzato lopinio-
ne pubblica e lintera comunit scientifica su temi riguardanti la
tutela e lutilizzo delle superfici forestali alpine e prealpine. Angela
Amoroso, soffermandosi sul caso lombardo, mostra come le in-
dagini territoriali promosse dagli austriaci si fossero tradotte, tra il
1772 e il 1776, nella stesura di alcuni editti boschivi. Le successive
pressioni del governo di Vienna, nel fissare uno statuto definitivo,
furono indispensabile premessa allinchiesta del 1781, la quale si
poneva lambizioso progetto di censire lintero patrimonio arbo-
reo dei possedimenti italiani, concentrandosi soprattutto sui luo-
ghi montani di lavorazione mineraria e siderurgica76. Lindagine,
conclusasi tra il 1783 e il 1785, rivelava il depauperamento delle
superfici boschive lombarde indotto da ingenti dissodamenti agri-
coli e dal considerevole processo di deforestazione e contrazione
del bosco a latifoglie prealpino, innescato dalle attivit metallurgi-
che77. Gli scritti di Gottardo Canciani (1774) e di Gianmaria Ortes

Lorgna dal 1782, oltre alle Mmoires de lAcadmie Royale des Sciences di Torino.
M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pag. 18, pp. 39-41; B. Vecchio, Il
bosco negli scrittori italiani del Settecento e dellet napoleonica, cit., pp. 3-8.
75
J. A. S. Ritson, Miniere metallifere e carbonifere dal 1750 al 1875, in Storia
della tecnologia. La rivoluzione industriale, 4, I, pp. 64-99, a cura di C. Singer, E.
J. Holmyard, A. R. Hall, T. I. Williams, Bollati Boringhieri, Torino 1964, 7 vv.
76
A. Amoroso, Linchiesta sui boschi del 1781 e le origini della politica fore-
stale nella Lombardia austriaca, in Il Risorgimento, XXXVII, Milano 1985, pp.
9-27. Sulla gestione e lo studio del patrimonio silvestre nella Lombardia austriaca,
si veda anche: A. Visconti, Il ruolo dei boschi della Lombardia austriaca per gli
studi scientifici del naturalista milanese Ermenegildo Pini, in Natura, 1, 1995,
pp. 21-32; Id., Amministrare il sottosuolo per tutelare il suolo: la grande svolta
energetica lombarda tra Settecento e Ottocento, in Il sottosuolo lombardo e la
gestione sostenibile delle sue risorse, a cura di L. Segre, M. Frey, cit., pp. 59-79.
Si noti come lindustria del ferro, e pi in generale mineraria, nel diciottesimo
secolo conservasse la vocazione di esercizio prettamente montano.
77
Accanto allintenso disboscamento delle selve alpine e prealpine, nella
seconda met del Settecento ebbe inizio un graduale processo di contrazione
del querceto lungo i margini settentrionali della pianura padana. Si noti, inoltre,
come le ingenti attivit di sfruttamento delle risorse naturali, specialmente negli
ultimi due secoli, siano state responsabili dellabbattimento di circa i 3/5 dellin-
tero patrimonio arboreo montano. Su tali temi, che meriterebbero una maggiore
problematizzazione in termini storici: C. Giardino, I metalli nel mondo antico.
Introduzione allarcheometallurgia, Laterza, Roma-Bari 2002, pag. 201; L. Gambi,

49
(1774) sullimpellente fabbisogno di combustibili nella Repubblica
di Venezia o le considerazioni di Antonio Carrera (1774), arciprete
di Castion, sulla crescita vertiginosa del consumo di legname nel
bellunese, mostrano altres la natura diffusa del problema che,
coinvolgendo diversi settori produttivi, gravava sulleconomia di
numerose regioni78. Per di pi, sul finire del diciottesimo secolo,
la domanda di metalli, specialmente a scopo bellico, era cresciuta
esponenzialmente79, senza dimenticarne lincremento provocato
dal graduale sviluppo delle conoscenze chimiche e dellindustria
civile80. Lurgenza dunque di potenziare le attivit estrattive, cor-
relata alla necessit di regolamentare lamministrazione dei boschi
di propriet demaniale, comunale e privata, aveva determinato
in diverse regioni dellarco alpino e prealpino la riattivazione di
scavi precedentemente abbandonati, riallestendo vecchie gallerie,
sfruttando aree limitrofe o, in caso di esiti negativi, effettuando
nuovi saggi e campionamenti, nonch la stesura di ordinanze e
leggi sulla salvaguardia delle foreste. Ad esse si affiancavano prov-
vedimenti e ricerche che incentivassero limpiego dei combustibili
fossili (torba, lignite, litantrace ecc.)81 e, bench il loro utilizzo

I valori storici dei quadri ambientali, in Storia dItalia. I caratteri originali, vol.
I, Einaudi, Torino 1972, pp. 12-13.
78
B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dellet napoleo-
nica, cit., pp. 41-44.
79
Temi affrontati in: A. Frumento, Le Repubbliche Cisalpina e Italiana con
particolare riguardo a siderurgia, armamenti, economia ed agli antichi luoghi
lombardi del ferro (1796-1805), Banca Commerciale Italiana, Milano 1985; Id.,
Il Regno dItalia Napoleonico: siderurgia, combustibili, armamenti ed economia
(1805-1814), Banca Commerciale Italiana, Milano 1991.
80
Sullo sviluppo della chimica e dellingegneria civile si consultino: E. J. Hol-
myard, Lindustria chimica: gli sviluppi della chimica teorica e pratica, in Storia
della tecnologia. La rivoluzione industriale, cit., 4, I, pp. 222-236; A. Clow, N. L.
Clow, Lindustria chimica: i suoi rapporti con la rivoluzione industriale, in Storia
della tecnologia, 4, I, cit., pp. 237-264; S. B. Hamilton, Edilizia e costruzioni civili,
in Storia della tecnologia, 4, II, cit., pp. 453-498.
81
B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dellet napoleo-
nica, Torino 1974; A. Visconti, Amministrare il sottosuolo per tutelare il suolo: la
grande svolta energetica lombarda tra Settecento e Ottocento, cit., pp. 59-79. Sulle
questioni riguardanti lo sfruttamento dei combustibili fossili e la tutela dei boschi
in gran parte dellItalia settentrionale, si veda: Archivio di Stato di Milano (Asm),
Commercio, parte antica, b. 203.

50
fosse da alcuni osteggiato per lo scarso potere calorifico, diversi
tecnici, agronomi e naturalisti ne promossero luso. Il solo rim-
boschimento era infatti inadeguato senza un intervento efficace
nellalleggerire la richiesta di legna e carbone. Cos, ad esempio,
Girolamo Silvestri (1771)82 propagandava lo sfruttamento delle tor-
biere nel Polesine, Alberto Fortis (1795)83 ne sosteneva limpiego
sui Colli Euganei e Fabio Asquino (1770)84 nel Friuli. Contesti si-
mili emergevano nel Granducato di Toscana, dove lintroduzione
della selvicoltura aveva giovato alla bonifica delle zone palustri, e
nel Piemonte Sabaudo.
interessante notare, daltro canto, come nel Regno di Napoli
lattenzione del dibattito scientifico non si fosse particolarmente
concentrata sulle questioni riguardanti la salvaguardia ambientale
che, pertanto, si configurava essenzialmente come problematica
peculiare dellecosistema montano e collinare delle regioni alpine
e in parte appenniniche85.
Lillustrata esigenza di censire e gestire in maniera adeguata le
risorse del territorio, aveva indotto quindi il governo austriaco a
fondare nel 1774 lOrto Botanico di Brera86 (Milano) e, nel 1776,
la Societ Patriotica di Milano per lavanzamento dellagricoltura,
delle arti e delle manifatture87. Analogamente nel Regno di Sar-
82
B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dellet napoleo-
nica, cit., pag. 47.
83
Riprendendo gli esiti positivi delle precedenti indagini e le stime di auto-
revoli naturalisti come Pini, Fortis mostrava lottima qualit della torba dei Colli
Euganei, utile come combustibile nelle fornaci di calce, mattoni e vasellame;
rinvenendosi inoltre nei pressi di canali navigabili, il trasporto ne era stimato pi
agevole ed economico. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 236-237.
84
B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dellet Napoleo-
nica, cit., pag. 48.
85
Ivi, pp. 215-217.
86
Listituzione dellOrto Botanico rese infatti possibile lo studio e lintroduzio-
ne di piante esotiche. A tal proposito: A. Visconti, Geologia, istituzioni naturali-
stiche e descrizione del territorio nella Milano asburgica della Restaurazione, in
Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pp. 135-149.
87
Sulla Societ Patriotica: A. Visconti, Il ruolo dellAssolutismo asburgico per
lavvio dello studio della natura in Lombardia, in Avvocati, medici, ingegneri. Alle
origini delle professioni moderne, a cura di M. L. Betri, A. Pastore, Clueb, Bologna
1997, pp. 349-365. Per unanalisi del periodo storico si rimanda invece a: C. Capra,
La Lombardia austriaca nellet delle riforme (1706-1796), Utet, Torino 1987.

51
degna era stata istituita la Societ Privata Torinese (1757), suc-
cessivamente nota come Societ Reale delle Scienze e, dal 1783
per volont di Vittorio Amedeo III, come Accademia Reale delle
Scienze88; mentre nella Repubblica di Venezia, nel 1782, era stata
fondata da Anton Maria Lorgna (1735-1796) la Societ Italiana
delle Scienze, alla quale aderirono, tra gli altri, scienziati e natu-
ralisti di fama internazionale, come: Lazzaro Spallanzani, Giovanni
Arduino, Alberto Fortis, Barnaba Oriani (1752-1832), Ermenegildo
Pini (1739-1825), Charles Bonnet (1720-1793), Peter Simon Pallas
e Benjamin Franklin (1706-1790)89.
Nel 1798, caduto ormai il vessillo asburgico e sorta in Lombardia
la prima Repubblica Cisalpina (1797), le attivit di ricerca mineralo-
gica e di studio del territorio continuarono ad essere fortemente in-
centivate, la necessit di coordinare le produzioni metallifere indus-
se, infatti, ad istituire il Dipartimento della Montagna, il Distretto
delle Fucine con capoluogo a Nozza, il Distretto delle Miniere e,
con centro a Gordone in Val Trompia, il Distretto delle Armi.
Le linee di controllo e sfruttamento delle risorse territoriali per-
sistettero nel primo decennio dellOttocento, il varo di provvedi-
menti e norme a favore dellindustria mineraria, note come leggi
montanistiche, condusse di fatto il Regno dItalia napoleonico ad
istituire nel 1808, su modello del Corps des Mines francese, il
Consiglio delle Miniere del Regno Italico, sottoposto al Ministero
dellInterno90, e nel 1811 il Consiglio generale del commercio, del-
88
La Societ Privata Torinese venne, inizialmente, istituita grazie allimpegno
di alcuni intellettuali legati alla corte di Carlo Emanuele III, tra i quali lufficiale
dellesercito Giuseppe Angelo Monesiglio di Saluzzo, il matematico Luigi Lagran-
ge e il medico Gian Francesco Cigna. Si noti, inoltre, come la successiva Acca-
demia Reale delle Scienze fosse stata istituita riprendendo i modelli della Royal
Society e della Acadmie des Sciences. M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia,
cit., pag. 137. Tra le altre societ si ricordino anche: lAccademia di agricoltura
di Udine e la Societ georgica di Belluno.
89
M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pag. 41.
90
Il Consiglio delle Miniere, composto da tre scienziati, un segretario e due
ispettori minerari, entr in funzione il 23 settembre 1808 con la nomina di: Er-
menegildo Pini, Carlo Amoretti, Carlo Innocenzo Isimbardi (membri), Orazio
Ventura (segretario), Giambattista Brocchi e Marco Corniani (ispettori minerari).
Si noti come lattivit del Consiglio fosse stata preceduta dallistituzione, nel no-
vembre del 1805, della Commissione sulle miniere e boschi, presieduta da Pietro

52
le arti e delle manifatture. Ad essi si affiancavano, altres, le attivi-
t e le inchieste degli Uffici di statistica, sorti durante la Repubblica
Cisalpina, il cui scopo era quello di raccogliere dati riguardanti la
popolazione, lagricoltura, il commercio e lindustria91. Compito
del Consiglio delle Miniere sarebbe stato invece:

[invigilare] sulle scuole minerarie, [raccogliere] le notizie precise


di tutte le miniere del Regno, tenendone esatto registro; [avere]
presso di s dei saggi delle miniere; [riconoscere], a richiesta del
ministro dellInterno, i diritti ed i doveri di chi le [lavorava] ed in
che modo [venissero] eseguiti; [esaminare] le petizioni, [sommini-
strare] le direzioni opportune onde trarre dalle miniere il maggior
profitto possibile, presentandosi altres a dare al ministro tutti quei
lumi che gli [sarebbero stati] richiesti92.

La cura verso la gestione delle risorse naturali, soprattutto minera-


rie, fu pertanto un elemento di rilievo nella diffusione e nella pro-
gressiva maturazione del viaggio geo-mineralogico e naturalistico
verso e sulle Alpi.
Limportanza che assunse la ricerca mineraria in gran parte del
continente europeo (Francia, Inghilterra, Impero Austro-Ungarico,
Sassonia, Stati tedeschi, Regno di Svezia) fu, dunque, indispensa-
bile premessa allo sviluppo quantitativo e qualitativo delle cono-
scenze geologiche e mineralogiche. Cos, ad esempio, nel 1762
era stato istituito, presso lAcademia Metallurgica di Praga, un in-
segnamento di tecniche minerarie trasferito in seguito a Schem-
nitz (Slovacchia), sede dal 1770 della Bergakademie dellImpero

Moscati e della quale fecero parte: Giuseppe Gautieri, Isimbardi, Pini, Amoretti,
Antonio Porati, Giovanni Maironi da Ponte, Brocchi, Pellegrino Salvigni. Cfr. A.
Visconti, Amministrare il sottosuolo per tutelare il suolo: la grande svolta ener-
getica lombarda tra Settecento e Ottocento, cit., pp. 73-75; A. Frumento, Il Regno
dItalia Napoleonico: siderurgia, combustibili, armamenti ed economia (1805-
1814), cit., pag. 67 e ss.
91
A. Frumento, Il Regno dItalia Napoleonico: siderurgia, combustibili, ar-
mamenti ed economia (1805-1814), cit., pp. 411-418. Per una ricostruzione del
contesto storico e politico si rimanda a: C. Zaghi, Storia dItalia, 18, LItalia di
Napoleone dalla Cisalpina al regno, Utet, Torino 1997, 2 vv.
92
A. Visconti, Amministrare il sottosuolo per tutelare il suolo: la grande svolta
energetica lombarda tra Settecento e Ottocento, in Il sottosuolo lombardo e la ge-
stione sostenibile delle sue risorse, cit., pag. 74.

53
Austro-Ungarico. Mentre, nel 1765, era stata fondata dallElettore
di Sassonia la Bergakademie di Freiberg93 e, nel 1783 nella Fran-
cia pre-rivoluzionaria, sotto la direzione di Balthazar-Georges Sage
(1740-1824), era sorta lcole Royale des Mines, accolta con favo-
re ed entusiasmo da diversi naturalisti del Jardins du Roi94, quali:
Dolomieu, Jean-Andr De Luc (1727-1817), Barthlemy Faujas de
Saint-Fond (1741-1819) e Louis Daubenton (1716-1800).
Non pertanto azzardato affermare che nellEuropa di secon-
do Settecento si venne configurando e diffondendo una peculiare
cultura mineraria, aspetto storico non ancora esaminato a suffi-
cienza, che si manifest nella creazione di accademie95, ministeri,
professioni (ministri, ispettori, segretari di accademia, direttori di
scuole tecniche, intendenti di finanza ecc.) ed istituti fortemente
correlati allambito degli studi geo-mineralogici. Sicch la piena
formazione epistemica delle scienze della Terra dipese altres dal-
lo sviluppo delle conoscenze in ambito minerario96. E, malgrado
93
Le Bergakademien di Freiberg e Schemnitz divennero modello per analoghe
istituzioni in Europa e nei comprensori minerari dellAmerica latina e meridiona-
le. Si ricordino, ad esempio: la Bergakademie prussiana fondata nel 1770 a Berli-
no, la Bergakademie di Clausthal (Harz-Hannover) istituita nel 1775, lAccademia
mineraria di San Pietroburgo (1773), lAcademia des Minas creata da Carlo III in
Spagna nel distretto minerario di Almadn (1777), lAcademia y Escuela terico
prctica de Metalurgia a Potos in Per (1780) e il Real Seminario de Minera a
Citt del Messico (1792). Sul tema delle accademie minerarie rinvio al lavoro di:
E. Vaccari, Le Accademie minerarie come centri di formazione e di ricerca geolo-
gica tra Sette e Ottocento, in Il ruolo sociale della scienza (1789-1830), a cura di
F. Abbri, M. Segala, Olschki Editore, Firenze 2000, pp. 153-167.
94
Sostituito durante la Repubblica dal Musum National dHistoire Naturelle
di Parigi. A tal proposito: C. Blanckaert, C. Cohen, P. Corsi, J. J. Fisher (a cura di),
Le Musum au premier sicle de son histoire, Editions du Musum national dHis-
toire naturelle, Paris 1997.
95
Le prime accademie minerarie furono istituite nellarea compresa tra Sasso-
nia (Erzgebirge, montagne minerali), Boemia ed Ungheria, regioni note per gli
ingenti depositi di argento e ferro; cfr. E. Vaccari, Le Accademie minerarie come
centri di formazione e di ricerca geologica tra Sette e Ottocento, in Il ruolo sociale
della scienza (1789-1830), cit., pag. 158. Sulle tecniche e lattivit mineraria: N.
Cuomo di Caprio, C. Simoni (a cura di), Dal basso fuoco allaltoforno, Atti del 1
simposio Valle Camonica 1988, La Siderurgia nellantichit, Sibrium, Grafo
Edizioni, Brescia 1991; F. Piola Caselli, P. Piana Agostinetti (a cura di), La miniera,
luomo e lambiente. Fonti e metodi a confronto per la storia delle attivit minera-
rie e metallurgiche in Italia, AllInsegna del Giglio, Firenze 1996.
96
Le linee di questo tema, che meriterebbe unintera trattazione monografica,

54
nel 1793, fosse stata introdotta presso il Musum dHistoire Natu-
relle di Parigi una delle prime cattedre di geologia97, listituziona-

vengono segnalate negli studi di Roy Porter (1973), Martin J. S. Rudwick (1976),
Martin Guntau (1978) ed Ezio Vaccari (2002). R. Porter, The industrial revolution
and the rise of the science of geology, in Changing perspective in the history of
science, edited by M. Teich & R. M. Young, Heinemann Educational, London 1973,
pp. 320-343; M. J. S. Rudwick, The emergence of a visual language for geological
sciences, 1760-1840, in History of science, 14, 1976, pp. 149-195; M. Guntau, The
emergence of geology as scientific discipline, in History of science, 16, 1978, pp.
280-290; E. Vaccari, Alcune riflessioni sui rapporti tra tecniche minerarie e svilup-
po delle scienze geologiche in Veneto tra Settecento ed Ottocento, in Mineralogia
e ricerca mineraria dal Quattrocento ad oggi, a cura di C. Lazzari, Societ Coo-
perativa Tipografica, Padova-Venezia 2002, pp. 7-19. Per ci che concerne linte-
razione tra geologia e ricerca mineraria, come elemento decisivo nello sviluppo
della stratigrafia durante il diciottesimo secolo in Germania, Svezia, Inghilterra e
Italia: E. Vaccari, Mining and Knowledge of the Earth in Eighteenth-century Italy,
in Annals of Science, 57, 2002, pp. 163-180; oltre a E. Vaccari, Le Accademie mi-
nerarie come centri di formazione e di ricerca geologica tra Sette e Ottocento, cit.,
pp. 153-167. Emblematica, a tal proposito, nellInghilterra vittoriana, la figura di
William Smith (1769-1839) che, topografo e ingegnere, ebbe il merito di realizzare
la prima carta geologica dellInghilterra e del Galles sviluppando, nelle profondit
delle viscere della Terra a contatto con tecnici e minatori, il metodo di datazione
degli strati geologici mediante limpiego del record paleontologico: Memoirs of
William Smith, L. L. D., author of the map of the strata of the England and Wales,
by J. Phillips, John Murray, London 1844; J. M. Eyles, William Smith: Some Aspect
of His Life and Work, in Toward a History of Geology, edited by C. J. Schneer, The
M.I.T. Press, Cambridge, Massachusetts and London 1969, pp. 142-158.
97
Affidata a Barthlemy Faujas de Saint-Fond. In Italia, gli insegnamenti
di storia naturale continueranno ad includere la geologia almeno fino a met
Ottocento, mentre altrove in Germania, Francia, Inghilterra erano gi state
attivate le prime cattedre universitarie di mineralogia e geologia. Inoltre in Sve-
zia, Russia e alcuni Stati tedeschi, nellambito della promozione dellattivit mi-
neraria locale, linsegnamento della mineralogia era associato gi nel Settecento
ad alcune cattedre di chimica, [...]. In questo periodo la mineralogia aveva infatti
raggiunto un livello disciplinare ed istituzionale pi avanzato rispetto alla futura
geologia. Di conseguenza, listituzione delle prime societ mineralogiche quali
la Societt fr die gesamte Mineralogie zu Jena (1798), la British Mineralogical
Society (1799) e lAmerican Mineralogical Society (1799), anticipava di circa
dieci anni la fondazione della prima societ geologica, la Geological Society of
London (1807) [...] citazione in: E. Vaccari, Le Accademie minerarie come centri
di formazione e di ricerca geologica tra Sette e Ottocento, cit., pag. 155.
Si con-
sultino anche: T. M. Porter, The promotion of mining and the advancement of
science: the chemical revolution of mineralogy, in Annals of Science, 38, 1981,
pp. 543-570; M. S. J. Rudwick, The foundation of the Geological Society of London,
in British Journal for the History of Science, 1, 1963, pp. 325-355. Si noti, inoltre,
come la parola geologia iniziasse ad essere utilizzata con una certa frequenza

55
lizzazione ufficiale delle scienze geologiche si completer solo nel
corso dellOttocento col definitivo smembramento della vecchia
Histoire Naturelle98.
Orittologi e naturalisti furono, cos, spesso apertamente inco-
raggiati da amministrazioni pubbliche, accademie ed istituti ad ul-
timare liter formativo frequentando le pi umili miniere, cave e
fucine, luoghi nei quali si definirono in tal modo settori dindagine
progressivamente autonomi, quali ad esempio: la stratigrafia, la
litologia, ma anche la biostratigrafia (paleontologia stratigrafica)
che grande rilievo ebbe nel dibattito evoluzionistico del dicianno-
vesimo secolo99. Ambiti disciplinari gradualmente indispensabili
nel riconoscere e nel determinare quella geografia o topografia
sotterranea100 che, in concordanza con la pratica mineraria, di-
venne lossatura empirica e sperimentale mediante la quale com-
prendere la struttura geologica delle montagne e della litosfera.
Cos nellAgenda ou Tableau Gnral des Observationes et des Re-
cherches dont les rsultats doivent servir de base la thorie de la
Terre pubblicata nel 1796 sul Journal des Mines e nei Voyages
dans les Alpes, Saussure mostrava limportanza delle analisi riguar-
danti le relazioni intercorrenti tra i parametri di giacitura di uno
specifico filone minerario e gli strati a letto e a tetto delle forma-
zioni rocciose incassanti. Daltro canto, nel corso del Settecento, le
differenti e molteplici tipizzazioni litologiche, premessa alle pi
complesse classificazioni delle montagne elaborate da Targioni
Tozzetti, Arduino, Johann Gottlob Lehmann (1719-1767), Torbern
Olof Bergman (1735-1784), Pallas e Abraham Gottlob Werner

gi sul finire del Settecento, sia pure alternativamente ad altri termini come orit-
tologia e geognosia. Cfr. D. R. Dean, The word Geology, in Annals of Science,
36, 1979, pp. 35-43.
98
P. Corsi, Oltre il mito. Lamarck e le scienze naturali del suo tempo, cit., pp.
40-63.
99
Sullo sviluppo della biostratigrafia: N. Morello, Problemi paleontologici nel-
la geologia veneta dei primi decenni dellOttocento, in Le scienze della Terra nel
Veneto dellOttocento, a cura di E. Vaccari, cit., pp. 11-22; M. Guntau, The begin-
ning of lithostratigraphic and biostratigraphic thinking in Germany, in Rocks,
Fossils and History, a cura di G. Giglia, M. Maccagni, N. Morello, Festina Lente,
Firenze 1995, pp. 149-155.
100
Sul concetto di geografia sotterranea: M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits
of Time, cit., pp. 84-90.

56
(1749-1817), avevano sviluppato ed esteso la legge dellordine
di sovrapposizione101 stenoniana, secondo la quale uno specifico
strato roccioso avrebbe dovuto essere considerato cronologica-
mente di pi recente formazione dello strato direttamente sotto-
stante. Gli orittologi e i mineralisti, di conseguenza, non si sareb-
bero pi dovuti limitare allosservazione esterna delle successioni
stratigrafiche, ma avrebbero dovuto accertarne continuit e altera-
zioni calandosi nelle viscere della Terra.
Rappresentativi del contesto culturale e scientifico dellepoca
sono inoltre i viaggi di istruzione mineraria verso i maggiori centri
estrattivi dEuropa (Freiberg, Boemia, Ungheria, Svezia, Inghilterra
e Scozia), come quelli realizzati su incarico governativo da nume-
rosi ufficiali e cadetti dartiglieria del Piemonte Sabaudo102. Non
sorprende dunque che nelle strutture di governo operassero veri
e propri scienziati-funzionari, tra i quali possibile citare: Gio-
vanni Arduino, Soprintendente allagricoltura della Repubblica di
101
Espressione odierna per indicare il principio di sovrapposizione elaborato
da Niels Stensen (1638-1686) nel De solido intra solidum naturaliter contento
dissertationis Prodromus (1669).
102
Nel marzo del 1787, Spirito Antonio Benedetto Nicolis de Robilant comple-
tava un fascicolo di Istruzioni per quei soggetti, a quali la S. M. permette di viag-
giare per abilitarsi nelle miniere e nella metallurgia, diretto specialmente allal-
lievo Carlo Antonio Galeani Napione in partenza per Freiberg. Quivi, Robilant
segnalava gli strumenti che avrebbero potuto essere utili allapprendistato: igro-
metro, termometro, bussola mineraria, sali e fondenti per le analisi sul terreno,
quaderni e carte per disegni, campioni di pesi e misure, vari volumi tedeschi di
argomento minerario e metallurgico, oltre alla Mineralogia dello svedese Johann
Gottschalk Wallerius (1709-1785). Si noti come lequipaggiamento di un mine-
ralogista o geologo viaggiatore avrebbe dovuto, in genere, comprendere: vari
reagenti (acido nitrico per riconoscere i carbonati e ammoniaca per individuare
il rame), martello, pinze, bilancia idrostatica, goniometro per misurare gli angoli
dei cristalli, un piccolo crogiuolo di platino per fondere varie sostanze, elettrome-
tri per saggiare lelettricit dei minerali e calamite al fine di segnalare leventuale
presenza di ferro, clinometro e bussola da minatore per determinare la direzio-
ne, linclinazione e limmersione degli strati rocciosi, barometro e termometro.
Avrebbero potuto essere infine utili alcuni strumenti per la realizzazione di profili
e disegni: carta grigia o azzurra, matite, camera clara o camera lucida (prisma
a base trapezoidale per riprodurre fedelmente i contorni degli oggetti osservati),
carta trasparente e lastra di vetro con dispositivo di mira, montato su treppiede,
atto nel ricalcare le forme del paesaggio; oltre a: ramponi, scarponi e passaporti.
Cfr. E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viaggiatori in Toscana e in Europa tra
Settecento e Ottocento, in Viaggi e Scienza, cit., pp. 14-25.

57
Venezia dal 1769, Spirito Antonio Benedetto Nicolis de Robilant
(1724-1801), Ispettore generale alle miniere del Regno di Sardegna
dal 1752 e Direttore della Scuola di Mineralogia dellArsenale di
Torino dal 1762 al 1796, labate ligure Carlo Amoretti (1741-1816),
segretario della Societ Patriotica di Milano dal 1783, il barnabi-
ta Ermenegildo Pini, delegato delle miniere dal 1782, il medico
e naturalista Giuseppe Gautieri (1769-1833), Ispettore generale
ai boschi del Regno dItalia napoleonico, Giambattista Brocchi
(1772-1826) e Giuseppe Marzari Pencati (1779-1836), funzionari
del Consiglio delle Miniere del Regno Italico, nonch Scipione
Breislak (1750-1826), Ispettore ai salnitri e alle polveri dal 1803.
pertanto nellincontro tra scienze della natura e conoscenza del
territorio che si realizz la progressiva scoperta del mondo alpino,
come emerse nei rendiconti, nelle relazioni e nei diari di viaggio
di secondo Settecento che, approfondendo le peculiarit naturali-
stiche di un ambiente ancora ignoto, ne rappresentarono spesso le
risorse in carte topografiche e mineralogiche divenute, sul finire del
secolo, un vero e proprio strumento indispensabile nella scienza
del territorio. Si noti, di fatto, come il Consiglio delle Miniere ebbe
tra i suoi obiettivi la realizzazione della carta geografico-mineralo-
gica del Regno dItalia. Il progetto, come segnalato da Agnese Vi-
sconti103, si ispirava alliniziativa di Etienne Coquebert de Montbret
(1755-1831), direttore del Bureau de Statistique, che, in precedenza,
aveva disposto la realizzazione della carta geologica della Francia
affidandone lesecuzione a Jean-Baptiste Julien dOmalius dHalloy
(1783-1875). Lopera voluta da Coquebert fu terminata nel 1813 e
pubblicata nel 1822. Il modello rappresentativo in essa adottato fu
per giudicato obsoleto. Negli anni 20 del XIX secolo, il sistema
geognostico werneriano104 era stato infatti gradualmente sostituito
103
A. Visconti, Le carte geologiche tra Settecento e Ottocento: dalla rappresen-
tazione descrittiva al documento scientifico, in LEuropa delle carte. Dal XV al
XIX secolo, autoritratti di un continente, a cura di M. Milanesi, Mazzotta, Milano
1990, pp. 62-65; A. Visconti, Amministrare il sottosuolo per tutelare il suolo: la
grande svolta energetica lombarda tra Settecento e Ottocento, cit., pag. 76.
104
Tale sistema fu elaborato tra il 1774 e il 1787. Werner, in sintesi, riteneva
la geognosia essere quella parte della mineralogia riguardante il processo di
formazione e deposizione storica delle circostanze litologiche esterne ai cor-
pi minerali. Cfr. A. M. Ospovat, Reflections on A. G. Werners Kurze Klassifica-

58
dal principio di correlazione cronologica tra formazioni rocciose
e loro contenuto fossilifero (metodo paleontologico), ritenuto pi
affidabile nella datazione e nella rappresentazione su superficie to-
pografica degli affioramenti di origine sedimentaria.
Nel Regno dItalia, il censimento delle risorse ipogee, correlato
alle strutture geologiche, rimase invece incompleto ed approssi-
mativo105. La carta geografico-mineralogica progettata dal Consi-
glio delle Miniere non fu, invero, mai realizzata.

1.4. Le Alpi tra teorie e storia della Terra: geologia regionale,


storicizzazione della natura e scienze biologiche

Se qualcuno vuole contemplare, con schietto pensiero, lorigina-


ria struttura di questo globo e dedurne se sia o non sia spaccato
e ferito nelle sue parti, bisogna che immagini di cancellare tutto
ci che coltivato e che si figuri la nostra Terra, in primo luogo,
spoglia come un albero in inverno [...]. La Terra non mostrer, cos
prati, lieti campi, foreste e messi, ma un globo macilento, asper-

tion, in Toward a History of Geology, edited by C. J. Schneer, The M.I.T. Press,


Cambridge, Massachusetts and London 1969, pp. 242-256 (nota 1, pag. 102); R.
Laudan, From Mineralogy to Geology. The Foundations of a Science (1650-1830),
The University of Chicago Press, Chicago-London 1987, pp. 87-102. Sul concetto
di geognosia tra Settecento ed Ottocento: F. Ellenberger, Histoire de la Gologie.
La grand closion et ses premices (1660-1810), cit., vol. II, pp. 246-251.
105
Lesecuzione della carta geografico-mineralogica del Regno dItalia fu, inol-
tre, tra le motivazioni del viaggio mineralogico e vulcanologico compiuto, tra il
1811 e il 1812 attraverso le regioni dellItalia centro-meridionale, da Giambattista
Brocchi, Ispettore del Consiglio delle Miniere. Epistolario Brocchi, VI, Biblioteca
Civica di Bassano del Grappa, cfr. G. Pancaldi, Darwin in Italia. Impresa scientifica
e frontiere culturali, Il Mulino, Bologna 1983, pag. 26. Sul viaggio di Brocchi:
G. Brocchi, Giornale del viaggio mineralogico per varj paesi dellItalia, Biblio-
teca Civica di Bassano del Grappa, ms. 31.A.20; G. Brocchi, Conchiologia fossile
subappennina con osservazioni geologiche sugli Appennini e sul suolo adiacente,
Silvestri, Milano 1843, IIa ed., 2 vv. (Ia ed., Stamperia Reale, Milano 1814). Per un
esame dellattivit scientifica ed istituzionale del naturalista veneto, si consultino
i seguenti studi critici: G. Berti, Un naturalista dallAncien Rgime alla Restaura-
zione. Giambattista Brocchi (1772-1826), Verci Editrice, Bassano 1983; AA. VV.,
Lopera scientifica di Giambattista Brocchi (1772-1826), Rumor, Vicenza 1987;
L. Ciancio, Giambattista Brocchi e la teoria dei vulcani sottomarini: conversione
o ristrutturazione teorica?, in Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, a
cura di E. Vaccari, cit., pp. 23-50.

59
rimo, irto di rupi, monti e cavit. [...] Infine, [...], bisogna scoprire
le caverne perch appaiano alla vista le viscere della terra; poi
mettere a nudo le radici e le fondamenta dei monti, perch egli
abbia dinanzi agli occhi quelle cavit, ricettacoli di fuoco, aria e
acqua, che sono nel suo interno. Disposte e appropriate le cose
in tal modo, se vedr nudo il nostro globo e coglier la sua forma
e la sua enorme struttura, non credo che gli sembrer di avere
dinanzi agli occhi nientaltro che i ruderi di un mondo collassato
e disfatto. Io, in verit, [...] mentre penso e ripenso queste cose a
mente serena, non posso non esclamare o buon Dio! se capisco
qualcosa della verit o se dato a qualche mortale di giudicare o
intendere saggiamente che la Terra spezzata collass e che noi
abitiamo le sue rovine106.

Nellampio contesto della Telluris theoria sacra (1689)107, Thomas


Burnet (1635-1715), arcivescovo di Canterbury e scienziato di for-
mazione cartesiana, vedeva nelle montagne levidente manifesta-
zione del disordine naturale: caos informe generato da violente
catastrofi. Nello scenario di profonda decadenza descritto dal na-
turalista inglese, si riconoscevano dunque nei contrafforti e nelle
dorsali montuose gli sconvolgimenti delloriginaria crosta terrestre
che, liscia e incorrotta, era stata sottoposta alle azioni catastro-
fiche del Diluvio Universale; rappresentazione alla quale aveva
conferito piena attuazione gi nel 1671 quando, attraversando le
Alpi diretto verso le regioni dellItalia centro-meridionale, perce-
p nellimmensa catena montuosa indigesti mucchi di pietra108.
Private da quel fascino ascetico e contemplativo che in passato
ne aveva esteso limmagine a cattedrali della natura e luogo per
elezione di eremitaggio109, ora, le Alpi si mostravano come la pi
enigmatica scena ambientale della Terra: una grande rovina pro-
va empirica delle Sacre Scritture. Cos i rilievi montuosi avrebbero
106
T. Burnet, Telluris theoria sacra, orbis nostri originem et mutationes gene-
rales quas aut jam subiit, aut olim subiturus est, complectens [1680-1689], Joannis
Wolters, Amstelodami, 1699, pag. 62, cfr. N. Morello, La macchina della Terra,
cit., pp. 109-110.
107
Anno di pubblicazione dellopera completa in quattro volumi. N. Morello,
La macchina della Terra, cit., pag. 104.
108
M. Cuaz, Le Alpi, cit., pag. 23.
109
L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 186-191.

60
potuto essere considerati rappresentazioni di un unico atto creati-
vo di derivazione divina oppure impronta del Diluvio Universale.
Sul finire del Seicento e nei primi decenni del Settecento, largo-
mento riguardante lorigine delle montagne si era quindi imposto
come problema desegesi biblica, da inserirsi in sistemi teorici di
genesi del globo terrestre coerenti, per lappunto, con la cronistoria
dei testi sacri110. Una vocazione ampiamente diffusa che, con sfu-
mature differenti e fondendosi con il meccanicismo cartesiano dei
Principia Philosophiae (1644), era emersa, ad esempio, nel Mun-
dus subterraneus (1664) del gesuita tedesco Athanasius Kircher
(1601-1680) e si era riproposta in chiave teleologica nelle teorie
della Terra di John Ray (1627-1705), John Woodward (1665-1728)
e William Whiston (1667-1752) che, conformemente alla Teologia
Naturale affermatasi nellInghilterra conservatrice di fine Seicento,
avevano descritto la saggezza di Dio manifestata nellopera della
Creazione111. Considerazioni analoghe si palesavano nella Proto-
gaea di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716)112, ultimata nel 1690
ma pubblicata postuma nel 1749, e negli Itinera Alpina di Scheu-
chzer (1723)113, il cui contributo alla diffusione sul continente euro-
peo delle posizioni diluvialiste, specialmente nella formulazione
110
A tal proposito: E. Vaccari, European views on terrestrial chronology from
Descartes to the mid-eighteenth century, in The Age of the Earth: from 4004 BC
to AD 2002, cit., pp. 25-37; Id., La classificazione delle montagne nel Settecento
e la Teoria litostratigrafica di Giovanni Arduino, in Scienza e pubblico bene
nellopera di Giovanni Arduino (1714-1795), cit., pp. 47-80; Id., The classifica-
tion of mountains in eighteenth century Italy and the lithostratigraphical theory
of Giovanni Arduino (1714-1795), in The origins of geology in Italy, a cura di
G. B. Vai, W. G. E. Caldwell, Geological Society of America Special Paper, 411,
2006, pp. 157-177.
111
J. Ray, The wisdom of God manifested in the works of the Creation, Smith,
London 1691. Su John Ray: J. C. Greene, La morte di Adamo. Levoluzionismo e la
sua influenza sul pensiero occidentale, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 11-24.
112
Leibniz considerava lorigine della Terra da una sfera incandescente, simile
al Sole, in via di progressivo raffreddamento. Teoria ripresa in seguito da Buffon
nelle poques de la nature (1778). N. Morello, La macchina della Terra, cit., pag.
107, pp. 125-130. Sulla teoria della Terra di Buffon: M. J. S. Rudwick, Bursting the
Limits of Time, cit., pp. 139-150.
113
Su Scheuchzer: M. E. Jahn, Some notes on Dr. Scheuchzer and Homo diluvii
testis, in Toward a History of Geology, edited by C. J. Schneer, The M.I.T. Press,
Cambridge, Massachusetts and London 1969, pp. 193-213.

61
datane da Woodward, fu di grande rilievo114. Di fatto, nella seconda
met del diciassettesimo secolo, lautorevolezza e linfluenza del-
le teorie sacre della Terra era divenuta tale che anche Stenone
(1638-1686), sebbene avesse ravvisato nei reperti fossili e nelle
strutture sedimentarie, osservate in Trentino (Valle di Gresta - 1667)
e sui rilievi montuosi dellAppennino Tosco-Emiliano, la conferma
di numerose trasgressioni marine e avesse identificato nelle eru-
zioni vulcaniche e nei terremoti le cause principali del processo di
orogenesi, aveva ritenuto comunque il Diluvio Universale un even-
to possibile nellarco della storia del globo terrestre115. Tuttavia, tra
primo e secondo Settecento, lestesa circolazione europea dellinse-
gnamento stenoniano, basato sullosservazione diretta delle morfo-
strutture geologiche, e la conseguente diffusione della pratica del
viaggio geo-naturalistico, sostenuta altres dalle preconizzate possi-
bilit di sfruttamento delle risorse naturali, fissarono lidea di tem-
po geologico e di storia complessa della Terra, concorde a clas-
sificazioni delle montagne indipendenti dallorigine trascendente
delle rocce primigenie e dalla dottrina del Diluvio Universale. Le
indagini di Anton Lazzaro Moro sui versanti delle Prealpi Venete,
nonch di Giovanni Targioni Tozzetti116 sui rilievi collinari e mon-
114
N. Morello, La macchina della Terra, cit., pag. 107.
115
N. Morello, La macchina della Terra, cit., pag. 71. Non bisogna inoltre
trascurare il fatto che Stenone, durante il suo soggiorno nel capoluogo Toscano
(1664-1672), si fosse convertito al cattolicesimo, rinnegando cos la dottrina lute-
rana. Sulla figura di Stenone si veda: N. Morello, La nascita della paleontologia
nel Seicento: Colonna, Stenone e Scilla, FrancoAngeli, Milano 1979.
116
Sulla figura di Giovanni Targioni Tozzetti e sulla difesa dellipotesi vul-
canista: T. Arrigoni, La scoperta dei vulcani spenti nel Settecento. Lettere di John
Strange a Giovanni Targioni Tozzetti, in Annali dellIstituto e Museo di Storia
delle Scienze, Firenze 1983, pp. 141-149; T. Arrigoni, Uno scienziato nella Tosca-
na del Settecento. Giovanni Targioni Tozzetti, Edizioni Gonnelli, Firenze 1987; T.
Arrigoni, La ricerca mineraria nelle colline metallifere alla met del Settecento:
lesperienza di uno scienziato viaggiatore, Giovanni Targioni Tozzetti, in Side-
rurgia e Miniere in Maremma tra 500 e 900, a cura di I. Tognarini, AllInsegna
del Giglio, Firenze 1984, pp. 55-64; F. Abbri, Giovanni Targioni Tozzetti la storia
naturale e la geotermia, in Il calore della Terra. Contributo alla Storia della Geo-
termia in Italia, a cura di M. Ciardi e R. Cataldi, cit., pp. 183-194; Per ci che
concerne le fonti primarie, si consultino invece: G. Targioni Tozzetti, Prodromo
della Corografia e della Topografia fisica della Toscana, Nella Stamperia Impe-
riale, Firenze 1754; G. Targioni Tozzetti, Relazioni dalcuni viaggi fatti in diverse

62
tuosi dellAppennino Tosco-Emiliano, determinarono pertanto una
suddivisione tra monti primitivi e secondari (colline secondarie
per Targioni Tozzetti), nella quale si ritenevano le formazioni pri-
marie originate da catene ben pi antiche e ormai scomparse117; e,
sebbene le ipotesi del naturalista toscano non fossero pienamente
conformi alle tesi vulcaniste di Moro, ravvisavano tuttavia nellat-
tivit di antichi vulcani la causa principale del consolidamento di
diverse regioni appenniniche118.
Lesigenza di unadeguata e completa catalogazione delle cate-
ne montuose condusse ai pi articolati e complessi modelli stra-
tigrafici di Giovanni Arduino (1760)119 e Abraham Gottlob Werner
(1777)120, che le ripartivano in: primarie, secondarie e terziarie,

parti della Toscana per osservare le produzioni naturali, e gli antichi monumenti
di essa. Edizione seconda con copiose aggiunte, Per Gaetano Cambiagi, Firenze
1769-1779, 12 vv.
117
Si noti comunque come, nei primi trentanni del Settecento, in Italia non
fossero mancati casi di compromesso tra linsegnamento stenoniano e le Sa-
cre Scritture, quali, ad esempio, quelli di Antonio Vallisneri e Luigi Ferdinando
Marsili che, sembra, non rifiutassero lipotesi di unorigine divina delle monta-
gne primitive. A tal proposito: E. Vaccari, The classification of mountains in
eighteenth century Italy and the lithostratigraphical theory of Giovanni Arduino
(1714-1795), cit., pp. 158-160.
118
T. Arrigoni, La scoperta dei vulcani spenti nel Settecento. Lettere di John
Strange a Giovanni Targioni Tozzetti, cit., pag. 144.
119
La classificazione litologica in quattro ordini veniva presentata per la prima
volta da Arduino nelle: Due Lettere [...] sopra varie osservazioni naturali. Al Chia-
ris. Sig. Cavalier Antonio Vallisnieri professore di Storia Naturale nellUniversit
di Padova. Lettera Prima [...] Sopra varie sue Osservazioni Naturali (Vicenza, 30
gennaio 1759). Lettera Seconda [...] Sopra varie sue Osservazioni fatte in diverse
parti del Territorio di Vicenza, ed altrove, appartenenti alla Teoria Terrestre, ed
alla Mineralogia (Vicenza, 30 marzo 1759), in Nuova Raccolta di Opuscoli Scien-
tifici e Filologici, Venezia 1760, VI, pp. XCIX-CLXXX. A tal proposito: E. Vaccari,
La classificazione delle montagne nel Settecento e la teoria litostratigrafica di
Giovanni Arduino, cit., pp. 53-56; E. Vaccari, The classification of mountains in
eighteenth century Italy and the lithostratigraphical theory of Giovanni Arduino
(1714-1795), cit., pp. 171-162. Sulla figura di Arduino si rimanda al gi citato: E.
Vaccari, Giovanni Arduino (1714-1795). Il contributo di uno scienziato veneto al
dibattito settecentesco sulle scienze della Terra, Olschki, Firenze 1993.
120
Werner esponeva la sua classificazione nella Kurze Klassifikation und Be-
schreibung der verschiedenen Gebirgsarten, completata nel 1777, ma pubblicata
solamente dieci anni pi tardi. La suddivisione werneriana non era dissimile dagli
schemi stratigrafici gi proposti da Lehmann e Christian Fchsel (1722-1773). A
tal proposito: A. M. Ospovat, Reflections on A. G. Werners Kurze Klassification,

63
alle quali si accompagnavano i terreni di costituzione quaternaria
(depositi di origine alluvionale) e, nello schema werneriano, le
formazioni vulcaniche recenti (tufi, pomici, lave ecc.).
Le numerose classificazioni delle montagne (Moro, Targioni
Tozzetti, Lehmann, Arduino, Bergman, Pallas, Werner)121, corri-
spondenti a spesso contrastanti ipotesi interpretative sullorigine
delle differenti tipologie litologiche, consolidarono progressiva-
mente il ruolo della geologia storica nella ricostruzione dei muta-
menti, locali e generali, della superficie terrestre.
Lindagine empirica e diretta sul campo, oltre a connotare indi-
scutibilmente la figura del geologo nel secondo Settecento, de-
termin inoltre una maggiore attenzione verso contesti ambien-
tali fortemente localizzati, ponendo cos le basi del consecutivo
sviluppo della geologia regionale. Un fattore complementare al
panorama storico descritto, fu infatti il graduale delinearsi di pi
accurate e minuziose analisi chimico-fisiche su rocce e minerali,
sostenute dagli sviluppi della nuova chimica analitica e della cri-
stallografia122 che, non solo resero possibile identificare e quantifi-

in Toward a History of Geology, cit., pp. 242-256; N. Morello, La macchina della


Terra, cit., pp. 171-172; R. Laudan, From Mineralogy to Geology. The Foundations
of a Science (1650-1830), cit., pp. 87-102; E. Vaccari, Wernerian Geognosy and
Italian Vulcanists, in Abraham Gottlob Werner and the Foundation of the Geo-
logical Sciences, cit., 1999, pp. 28-35; H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp.
116-117; M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pp. 421-423.
121
Si noti come Giovanni Arduino avesse fatto riferimento alle classificazio-
ni precedenti dei mineralisti svedesi Johann Gottschalk Wallerius (1709-1785) e
Axel Fredrik Cronstedt (1722-1765). E. Vaccari, Wernerian Geognosy and Italian
Vulcanists, in Abraham Gottlob Werner and the Foundation of the Geological
Sciences, cit., pag. 28.
122
Rispettivamente nel 1772 e nel 1773, venivano editi lEssai de Cristallogra-
phie e la Cristallographie ou description des formes propres tous les corps du regne
minral di Jean-Baptiste Louis Rom de lIsle; mentre nel 1801 venivano pubblicati
il Trait de Minralogie di Ren Just Hay e Sur la philosophie minralogique, et sur
lespce minralogique di Dodat de Dolomieu. Testi nei quali, al fine di esaminare
le modalit di crescita dei cristalli, se ne definivano le forme tridimensionali in rela-
zione alle leggi della geometria. Ai lavori dei mineralisti francesi si aggiungevano,
in Germania, le opere di Torbern Olof Bergman (Variorum crystallorum formae a
spatho ortae, 1773) e di Franz Ambrosius Reuss (Lehrbuch der Mineralogie, 1801) e,
in Inghilterra, le fondamentali indagini nei primi dellOttocento di James Hall che,
recuperando le analisi di Joseph Black sulla produzione di anidride carbonica dal
riscaldamento del carbonato di magnesio, dimostr come il calcare andasse incon-

64
care le principali sostanze componenti la litosfera, ma garantirono
altres losservazione e lesame di variazioni locali nelle successio-
ni litostratigrafiche. La diversit chimica, strutturale e morfologica
caratterizzante colonne stratigrafiche provenienti da diversi ambiti
geografici, dimostrava che differenti erano state le condizioni fi-
siche, e quindi geologiche, entro le quali si erano prodotte. Seb-
bene nella storia geologica della Terra fosse possibile ravvisare
fenomeni di rilievo globale, lentamente se ne svelava una natura
difforme e divisa, somma di molteplici storie spazialmente limita-
te. Le edizioni di carte mineralogiche riguardanti contesti geologici
locali e, al contempo, la crescita di indagini circostanziate nellam-
bito della litostratigrafia e della paleontologia, rivelarono cos una
consistente sfasatura tra la sequenza cronologica di derivazione
biblica e landamento del tempo geologico, ben pi profondo ed
arcaico. Il rinnovato interesse verso lattivit di estrazione minera-
ria garant, inoltre, la crescente scoperta di fossili di organismi ter-
restri e marini significativamente divergenti nei caratteri anatomici
dalle variet viventi. Nel 1766 si rinvenne, ad esempio, nelle cave
di gesso di Maastricht, lenorme mandibola di un Mosasaurus123.
Negli anni dal 1789 e al 1796, in Paraguay e nei pressi di Lima
si ritrovarono i primi resti scheletrici di Megatherium124 che in
seguito, spediti e conservati presso il gabinetto di Storia Naturale
di Madrid, furono oggetto di meticolose osservazioni da parte di
Georges Cuvier (1769-1832), delle quali rifer anche labate Amo-

tro ad un processo di metamorfosi se sottoposto ad elevate pressioni. Sul finire del


XVIII secolo e nella prima decade del XIX, pertanto, la mineralogia e la cristallo-
grafia si delineavano gradualmente come scienze autonome. Inoltre, il diffondersi
del concetto di specie mineralogica, osteggiato da Buffon, favor il fissarsi di un
lessico e di una nomenclatura appropriata. Sugli sviluppi della chimica analitica,
definita antiflogistica soprattutto in riferimento alla teorizzazione datane da Antoine
Laurent Lavoisier (1743-1794), e della cristallografia, si vedano: L. Zanzi, Dolomieu,
cit., pag. 126, pag. 206, pag. 409; P. Corsi, Oltre il mito, cit., pag. 219.
123
M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pag. 70. Sulle peculiarit
anatomiche dei Mosasauri, rettili e predatori marini del Cretaceo superiore: M. J.
Benton, Paleontologia dei Vertebrati, Franco Lucisano, Padova 2001, pp. 264-266.
124
Famiglia di bradipi terrestri di considerevoli dimensioni che, comparsi nel
Miocene, si diffusero ampiamente durante il Pleistocene. Si estinsero col termine
dellultima glaciazione, circa 11.000 anni fa. M. J. Benton, Paleontologia dei Ver-
tebrati, cit., pp. 351-352.

65
retti nel manoscritto Descrizione di Cuvier duno scheletro fossile
di Megatherium125, segno dellesteso interesse che tali sorprenden-
ti scoperte andavano suscitando in tutta Europa. Gli sviluppi cos
della paleontologia sette-ottocentesca e della conseguente ana-
tomia comparata confermavano inevitabilmente la complessit e
larcaicit della storia naturale terrestre126.
Nel corso del Settecento, si realizz pertanto un crescente pro-
cesso di storicizzazione della natura e di rifondazione di una scien-
za storica della Terra che, prendendo le mosse dalle problematiche
teoriche e metodologiche emerse in relazione allo studio empirico
e sperimentale127 di circoscritte formazioni geologiche e di singoli
giacimenti fossiliferi, coinvolse anche le scienze biologiche. Il pre-
valere cos del metodo induttivo su quello deduttivo, proprio del
sistema cartesiano e delle cosmogonie bibliche del secolo prece-
dente, fu premessa indispensabile alla realizzazione di una storia
complessa e circostanziata della Terra che, interessando gradual-
mente lintero sistema vivente, si tradusse nelle tesi trasformiste di
secondo Settecento. Non sorprende pertanto che Benot de Maillet
(1656-1738) nel Telliamed, ou Entretiens [...] sur la Diminution de
la Mer, la Formation de la Terre, lOrigine de lHomme (pubblicato
postumo nel 1748)128, gi nella seconda decade del diciottesimo
125
C. Amoretti, Descrizione di Cuvier duno scheletro fossile di Megatherium,
carte manoscritte, cartella Geologia, Miniere e fossili, foglio 31, Istituto Lombar-
do di Scienze e Lettere.
126
Sugli sviluppi della paleontologia tra Settecento ed Ottocento: M. S. J. Rud-
wick, The meaning of fossils: episodes in the history of palaeontology, Macdonald,
London 1972; M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pp. 59-71, pp.
194-203, pp. 239-287.
127
Le analisi sperimentali consistevano principalmente in test di fusibilit o al-
terazione di campioni rocciosi sottoposti ad elevate temperature e a diverse pres-
sioni. Ad essi si associavano, in genere, esami di tipo chimico mediante limpiego
di differenti reagenti: acido nitrico per riconoscere i carbonati ed ammoniaca per
verificare leventuale presenza di rame. A tal proposito: E. Vaccari, La classifi-
cazione delle montagne nel Settecento e la teoria litostratigrafica di Giovanni
Arduino, cit., pag. 59, pag. 63; E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viaggiatori in
Toscana e in Europa tra Settecento e Ottocento, cit., pp. 14-25.
128
Su Benot de Maillet: A. V. Carozzi, de Maillets Telliamed (1748): An Ultra-
Neptunian Theory of the Earth, in Toward a History of Geology, edited by C. J.
Schneer, cit., pp. 80-99; Id., De Maillets Telliamed, University of Illinois Press,
Urbana 1968.

66
secolo129, spiegasse lesistenza delle specie terrestri nel contesto di
una teoria dinamica della Terra ed avanzando lipotesi di un loro
possibile sviluppo da preesistenti forme acquatiche. Congetture,
che variamente riprese da Julien Offray de La Mettrie (Le Systeme
dpicure, 1750), Denis Langres Diderot (Penses sur linterprta-
tion de la nature, 1753), Pierre-Louis Moreau de Maupertuis (Essai
sur la formation des corps organiss, 1754) e Jean-Baptiste Ren de
Robinet (Considrations philosophiques sur la gradation naturelle
des formes de ltre, 1768), condussero alla stesura delle poques
de la nature (1778), opera nella quale, in opposizione a Linneo,
Georges-Louis Leclerc conte di Buffon (1707-1788) proponeva una
complessa ed articolata analisi del tempo geologico in chiave stori-
ca e meccanicista, ipotizzando inoltre il formarsi delle specie viven-
ti dallinterazione di molteplici molecole organiche130. Chiunque
avesse voluto indagare le profondit del tempo, avrebbe dovuto
per di pi, suggeriva Buffon, inerpicarsi sulle montagne che, della
natura, ne erano il migliore archivio131.
Linteresse e i favori crescenti riscossi dalla histoire naturelle, re-
legarono, in parte, lesigenza di conformit al Vecchio Testamento
su un piano di secondaria importanza132, sebbene non mancassero
riferimenti a straordinarie, brevi ed improvvise inondazioni, che
indubbiamente riprendevano limmagine del Diluvio Universale
e la storia Mosaica. A tal proposito, emblematica la posizione
del barnabita milanese Pini che, nel 1792, dava alle stampe una
Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
129
Sebbene il Telliamed sia stato pubblicato postumo, diverse copie mano-
scritte avevano cominciato a circolare gi dal 1720-1721. P. Duris, G. Gohau, Sto-
ria della biologia, cit., pp. 73-74; H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 108.
130
G. L. L. Buffon, Le epoche della natura, trad. it. a cura di M. Renzoni, Bo-
ringhieri, Torino 1960. Buffon espose inoltre nella Histoire naturelle, gnrale et
particulire (Paris, 1749-1804 - 44 vv.), di cui le poques rappresentano il supple-
mento al quinto tomo, la tesi riguardante linferiorit delle specie organiche del
Nuovo Mondo. Sulla teoria della Terra di Buffon: M. S. J. Rudwick, Bursting the
Limits of Time, cit., pp. 139-150. Si osservi per, che le riflessioni di Buffon sulle
molecole organiche non condussero, come al contrario ci si potrebbe aspettare,
alla formulazione di una vera e propria teoria trasformista cfr. P. Duris, G. Go-
hau, Storia della biologia, cit., pag 76.
131
M. Cuaz, Le Alpi, cit., pp. 23-24.
132
Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 107.

67
dallazione delle Acque. In cui si stabilisce una generale, straordi-
naria, e breve inondazione del globo terrestre, come unica cagio-
ne delle rivoluzioni, che per lazione delle acque vintervennero da
che fu abitato133.
Nel corso del XVIII secolo, lo sviluppo delle scienze biologiche
dipese pertanto dalla maturazione sperimentale delle discipline ge-
ologiche, correlata alla cultura dei tecnici, nonch dalla progres-
siva problematizzazione paleogeografica e paleoambientale dei
singoli giacimenti fossiliferi. Il ritrovamento ad esempio di fossili
di specie ittiche esotiche nel sito di Bolca, convinse Fortis (1786)
di consistenti e significativi cambiamenti nella geografia fisica del
Veneto134. Mentre i resti di mammiferi e di antichi organismi marini,
rinvenuti sulle Prealpi Lombarde e sugli Appennini, indussero laba-
te Amoretti a ritenere la geostoria dellintera penisola italiana con-
traddistinta da diversi cicli e cambiamenti climatici di lunga durata:

Or questi testacei e avanzi di corpi marini, come pur danimali


terrestri sono uno de monumenti, i quali ci dicono che il clima
nostro pi caldo era un tempo che ora non [...]. Ma daltronde
se tante acque ingombravano il paese nostro, doveva ben essere
pi freddo; poich non ad altro che allestensione del mare sat-
tribuisce lagghiacciamento del polo antartico [...]. Aggiungasi che
dissotterrati sono nei nostri monti, e negli Appennini anche degli

133
Sulla teoria della Terra di Ermenegildo Pini, oggetto di analisi pi appro-
fondite in seguito, si vedano: E. Pini, Saggio di una nuova teoria della Terra, in
Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, tomo XIII, Milano 1790, pp. 361-390; E.
Pini, Opuscoli inseriti nelle Memorie della Societ Italiana, uno de quali contiene
Osservazioni sulla nuova Teoria e Nomenclatura Chimica come inammissibile in
Mineralogia; e nellaltro si stabilisce Una generale, straordinaria, e breve inonda-
zione del globo terrestre, come unica cagione delle rivoluzioni, che per lazione
delle acque vintervennero da che fu abitato, Milano 1792, editi sulle Memorie
di Matematica e Fisica della Societ Italiana. Il secondo saggio, pubblicato nel
1792 sulle Memorie della Societ Italiana, viene ripreso negli Opuscoli scelti
sulle scienze e sulle arti: E. Pini, Sulle rivoluzioni del globo terrestre provenienti
dallazione delle acque, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, tomo XVI,
Milano 1793, pp. 17-60, pp. 83-129. Si noti comunque come linfluenza delle
posizioni cosiddette diluvialiste si fece sentire fino ai primi decenni del dician-
novesimo secolo; a tal proposito: L. E. Page, Diluvialism and Its Critics in Great
Britain in The Early Nineteenth Century, in Toward a History of Geology, edited
by C. J. Schneer, cit., pp. 257-271.
134
L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 248-249.

68
scheletri di balene, che di freddissimo clima sono abitatrici; e se,
come alcun vuole, non delefante, ma di manmouth sono le grandi
ossa dissepolte in Italia, simili a quelle della Siberia e dellOhaio
nellAmerica Settentrionale, avremo pur qui de monumenti lascia-
tici dalla Natura per attestarci che freddissimo ne pi vetusti secoli
fu questo clima135.

Nello svolgimento complessivo di una teoria dinamica e contin-


gente della Terra, sviluppatasi sui versanti montuosi e nelle pro-
fondit delle miniere, luoghi dove meglio si sarebbero potuti os-
servare sollevamenti, sedimentazioni e stratificazioni della crosta
terrestre, assursero e progredirono dunque i presupposti per il
venire ad essere delle tesi trasformiste di fine secolo. La crescita
delle ricerche stratigrafiche e paleontologiche andava infatti mo-
strando un ineluttabile nesso tra le tendenze evolutive del globo
terrestre e le vicende delle forme viventi136. Un vero e proprio
debito storico e scientifico delle scienze biologiche verso quel
dibattito sulla litogenesi delle rocce, atto alla ricostruzione del-
la storia naturale della Terra in prospettiva locale, che sul fini-
re del Settecento imperversava nelle scienze geo-mineralogiche.
Caso esemplare lHydrogologie (1802) di Jean-Baptiste Lamarck
(1744-1829), opera poco nota del naturalista francese nella quale,
come mostrato da Nicoletta Morello e Pietro Corsi137, la relazione
dialettica tra organismo e ambiente, base dello sviluppo evolutivo
delle specie viventi, si configurava nellintreccio tra uniformismo
geologico138 e trasformismo biologico. Lipotesi della variazio-
135
C. Amoretti, Sopra il cangiamento di clima avvenuto in Italia, e special-
mente in Lombardia, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, tomo XIX,
Milano 1796, pag. 407.
136
Su questo tema si veda anche: G. Pancaldi, Darwin in Italia, cit., pp. 40-41.
137
P. Corsi, Oltre il mito. Lamarck e le scienze naturali del suo tempo, cit., pp.
148-170, pp. 289-299. SullHydrogologie si veda anche: N. Morello, La macchina
della Terra, cit., pag. 203, pp. 213-218.
138
J. Hutton, Theory of the Earth with proofs and illustrations, Cadell-Davies-
Creech, London-Edinburgh 1795, 2 vv. Si tratta della stesura definitiva dellipotesi
geologica di Hutton esposta, nel 1785, alla Royal Society of Edinburgh e pubbli-
cata, nel 1788, sulle Philosophical Transactions. Per una sommaria analisi della
teoria huttoniana: G. L. Davies, The Earth in Decay. A
history of British Geomor-
phology (1578-1878), Macdonald Technical and Scientific, London 1969, pp. 154-

69
ne degli esseri viventi lamarckiana, completamente espressa nel-
la Philosophie zoologique (1809)139, fu indubbiamente influenzata
dalluniformismo di Buffon e di James Hutton (1726-1797).
Il mutamento costante e graduale della superficie terrestre
avrebbe infatti indotto cambiamenti nei modi di vita dei corpi or-
ganizzati che, lentamente, sarebbero stati costretti alla mutazione.
Lamarck inoltre considerava lazione erosiva delle acque la causa
principale del processo di orogenesi, bench distinguesse, anche
nelle eruzioni vulcaniche, catastrofi di valenza locale responsabi-
li del processo di formazione di alcuni rilievi rocciosi. Anchegli
riconosceva lorigine sedimentaria della crosta continentale e dei
bacini oceanici, prodotta dal ciclo di continua ed incessante di-
sgregazione erosiva e di ricostruzione per progressivo accumulo
di depositi detritici. Secondo tale meccanismo, materiale litosferi-
co asportato dalle coste orientali dei continenti e trasportato dal
moto ondoso delle acque, si sarebbe sedimentato e compattato
sulle rive e sui litorali occidentali provocandone un graduale in-
nalzamento. I resti fossili sarebbero stati quindi la prova empirica
che le acque avrebbero in passato ricoperto terre oggi emerse. Il
passaggio da terra emersa a fondo marino, e viceversa, si definiva
cos come uno svolgimento costante e graduale senza interruzioni,
malgrado ingenti catastrofi ed accidenti naturali avessero potuto
determinare processi di pi lunga permanenza delle acque. Linte-

199; R. H. Dott Jr., James Hutton and the concept of a Dynamic Earth, in Toward
a History of Geology, cit., pp. 122-141; N. Morello, La macchina della Terra, cit.,
pp. 24-32, pp. 170-176, pp. 191-196.
139
J. B. Lamarck, Filosofia zoologica, a cura di G. Barsanti, La Nuova Italia,
Firenze 1976. Per una storia dellevoluzionismo: J. C. Greene, La morte di Adamo.
Levoluzionismo e la sua influenza sul pensiero occidentale, Feltrinelli, Milano
1971; N. Morello, Levoluzione biologica. Teorie antiche e moderne, Loescher,
Torino 1978; A. La Vergata, Levoluzione biologica: da Linneo a Darwin (1735-
1871), Loescher, Torino 1979; G. Barsanti, La Scala, la Mappa, lAlbero. Imma-
gini e classificazioni della natura fra Sei e Ottocento, Sansoni, Firenze 1992; G.
Barsanti, Una lunga pazienza cieca: storia dellevoluzionismo, Einaudi, Torino
2005; P. Duris, G. Gohau, Storia della biologia, cit., si vedano le pp. 39-105.
Anche: G. Pinna, La natura paleontologica dellevoluzione, Piccola Biblioteca Ei-
nuadi, Torino 1995. Sulla diffusione delle cosiddette teorie evoluzioniste in Italia:
G. Pancaldi, Darwin in Italia. Impresa scientifica e frontiere culturali, Il Mulino,
Bologna 1983.

70
ra superficie terrestre, prodotto di sostanze composte provenienti
dalla decomposizione di resti organici, sarebbe dunque permasa in
uno stato stazionario di continua alterazione tra unione e divisione
delle parti componenti. Lattivit ciclica degli oceani si sarebbe
per di pi configurata come premessa di una teoria eternalista
e materialista della Terra che, spingendosi allestremo, avrebbe
coinvolto anche la specie umana140.
Nellambito pertanto delle dispute e delle indagini geo-pale-
ontologiche, venne ad essere gradualmente quellidea di tempo
profondo che indurr lo stesso Charles Darwin (1809-1882) a rap-
presentare la teoria filetica dellevoluzione nella forma di un albe-
ro, piuttosto che di una scala (scala naturae)141.
Nellet di dominio epistemologico del meccanicismo, special-
mente nella formulazione che ne aveva dato Isaac Newton (1642-
1727) nellOptiks or, a Treatise of the Reflexions, Refractions, Infle-
xions and Colours of Light (1704)142, si vennero elaborando dunque
140
In Italia tale ipotesi fu sostenuta da Alberto Fortis, sebbene la militanza
a favore del preformismo vallisneriano e la stretta relazione con le posizioni di
Charles Bonnet, John Turberville Needham e Lazzaro Spallanzani, lo avesse-
ro allontanato inizialmente dai philosophes francesi, quali Maupertuis, Diderot,
dHolbach e dAlembert che, nellintreccio tra caso e leggi naturali, manifestavano
anchessi lopinione di un incessante ciclo di demolizione e ricostruzione delle
masse continentali. Solo in seguito in un quadro culturale completamente mu-
tato, Fortis aderir alle teorie trasformiste circolanti negli ambienti del Musum
dHistoire Naturelle di Parigi. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 107,
pag. 117, pag. 119.
141
C. Darwin, LOrigine delle specie per selezione naturale o la preservazione
delle razze privilegiate nella lotta per la vita, Newton & Compton, Roma 2000,
pp. 124-131.
142
E. Bellone, Storia della fisica moderna e contemporanea, cit., pp. 82-87.
Si consideri che lOptiks, tradotta in latino nel 1706 e in francese nel 1720, ebbe
unampia diffusione, non solo tra i fisici, ma anche tra i naturalisti e i tecnici di
discipline che, gradualmente, andavano differenziandosi (chimica, mineralogia,
cristallografia) ponendo al centro delle loro ricerche problematiche riguardanti la
misurazione delle propriet osservabili. In Italia, il newtonismo era stato accol-
to in vece di filosofia naturale nelle Accademie, nonch nei salotti e nei circoli
intellettuali dellepoca; emblematica a tal proposito la pubblicazione, nel 1737,
del Newtonianismo per le dame di F. Algarotti. Daltro canto, il progressivo dif-
fondersi nellambito delle scienze naturali dellindagine diretta sul campo, aveva
mostrato lesigenza di rivisitare il meccanicismo newtoniano riadattandolo alla
complessit delle morfo-strutture geologiche ed ambientali. A tal proposito: L.
Zanzi, Dolomieu, cit., pp. 189-193.

71
teorie dinamiche e stazionarie della Terra, che pur riconoscendo nel
principio di causalit e nel determinismo delle leggi fisiche le pre-
messe delle metamorfosi e del cambiamento naturale, individuava-
no una inevitabile dimensione locale alla base della quale vi erano
imprevedibili catastrofi e mutamenti. Cos nellottica di un tale new-
tonismo riformato143, derivante altres dal graduale interesse che
la fisica sette-ottocentesca manifestava verso quella fenomenologia
termo-dinamica (trasmissione e conduzione del calore, dilatazio-
ne dei gas ecc.)144 i presupposti epistemici della quale eludevano i
nodi stringenti del determinismo matematico145, le trame della storia
naturale della Terra si sarebbero svolte nella continua condizione
di equilibrio precario tra ordine e disordine, uniformit globale e
diversit locale, certezza e incertezza, caso e necessit. Uno stato
stazionario di ininterrotta permanenza tra stabilit e cambiamento
indotto da fluttuazioni casuali. Daltro canto lespressione physique
des montagnes, corrente nella Francia di fine Settecento col pro-
posito di connotare pi specificamente le indagini geognostiche
ed orittologiche, mostra la matrice teoretico-disciplinare allinterno
della quale si svilupparono le scienze della Terra, ossia: fisica, chi-
mica e cristallografia, oltre a palesare limportanza che le montagne
ebbero nella maturazione epistemologica della geologia146.
Nelle successioni stratigrafiche dellincedere storico della Terra,
ricostruite sulla base di campioni ed osservazioni locali, lidea di
143
L. Zanzi, Dolomieu, cit., pag. 189, pp. 224-225, pag. 257.
144
Nel corso del Settecento, le macchine a vapore, di evidente vantaggio eco-
nomico e pratico nelleduzione delle acque dalle miniere, richiamarono ampia-
mente le attenzioni della comunit scientifica sui temi riguardanti il calore, la dila-
tazione dei gas, lenergia meccanica ecc. A tal proposito consiglio la lettura dello
stimolante saggio: A. R. J. P. Ubbelohde, Il passaggio dallempirismo alla scienza
come base della tecnologia, in Storia della tecnologia, cit., 4, II, pp. 677-695.
145
Durante il diciannovesimo secolo, la teoria fluidisitca del calorico venne
progressivamente abbandonata a causa dei maggiori consensi riscossi dalla ter-
modinamica e dalla teoria cinetica dei gas. Si noti, comunque, come gi nel pri-
mo decennio dellOttocento, Pierre-Simon de Laplace (1749-1827) fosse consape-
vole delle difficolt incontrante dal determinismo matematico nella spiegazione
dei fenomeni termici, nei confronti dei quali riteneva di grande utilit il ricorso al
calcolo probabilistico. Cfr. E. Bellone, Storia della fisica moderna e contempora-
nea, cit., pag. 141, si vedano anche le pag. 105, pp. 127-130, pp. 139-147.
146
L. Zanzi, Dolomieu, cit., pag. 117.

72
una teoria universale e deterministica del globo terrestre cedeva
il passo ad una geostoria locale dei singoli quadri ambientali
contraddistinti da maggiori o minori affinit, mediante i quali poter
inferire sperimentalmente lassetto strutturale dellintera superficie
litosferica.
Alla graduale diffusione di indagini sempre pi attente e circo-
scritte al solo contesto della geologia regionale contribu indub-
biamente il differenziarsi, nel corso del Settecento, di una geolo-
gia del magmatismo o del vulcanismo attivo ed estinto147 che, di
concerto con lo sviluppo del viaggio vulcanologico, specialmen-
te verso le regioni dellItalia centro-meridionale, aveva acquisito
connotazioni sempre pi autonome e specifiche, ricercando nella
geochimica, nella tettonica e nella petrografia unadeguata risolu-
zione a quelle questioni riguardanti il processo di litogenesi e di
datazione geocronologica (cronologia relativa) degli strati rocciosi
che, nel primo quarto dellOttocento, la geologia del sedimenta-
rio (sedimentologia), grazie allo sviluppo della biostratigrafia, cer-
cher di chiarire ricorrendo al record paleontologico e al concetto
di fossile guida148.
Nei primi decenni del diciannovesimo secolo, le linee illustrati-
ve gi indicate dalle mappe mineralogiche e geognostiche di fine
Settecento, nonch la maturazione del principio di correlazione
cronologica tra formazioni litologiche e contenuto fossilifero, fu-
rono cos indispensabile premessa alla stesura di un metodo siste-
matico di rappresentazione cartografica del tempo geologico149.
147
N. Morello, Problemi paleontologici nella geologia veneta dei primi decen-
ni dellOttocento, in Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, a cura di E.
Vaccari, cit., pp. 12-15.
148
Ivi, pp. 13-17. Luca Ciancio, inoltre, illustra come erroneamente alcuni sto-
rici della scienza abbiano contrapposto le ricerche vulcanologiche e geochimiche
a quelle biostratigrafiche e sedimentologiche, sostenendo cos, sul finire del Set-
tecento e nei primi decenni del secolo successivo, un progressivo distacco della
geologia dinamica (tettonica secondo laccezione contemporanea) dalla geologia
storica. Lesame delle teorie e delle attivit dei naturalisti veneti obbligherebbe,
invece, a riconoscere lesistenza di un forte nesso di complementariet tra i due
tipi di indagine geologica. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 162-163.
149
Il metodo paleontologico di datazione degli strati rocciosi fu sviluppato,
tra Settecento ed Ottocento, da Friedrich Blumenbach (1752-1840), William Smith
(1769-1839), William Daniel Conybeare (1787-1857), William Buckland (1784-1856)

73
Si perfezionava dunque quel processo di analisi geografica degli
affioramenti e degli strati rocciosi e di loro rappresentazione su
superficie topografica, che nella seconda met del diciottesimo se-
colo aveva indotto lesecuzione di sezioni geologiche riguardanti
specifici contesti ambientali150.
In questampio ed articolato panorama storico, gli sviluppi della
vulcanologia e della geologia regionale fecero pertanto delle Alpi,
come di altre regioni ambientali dEuropa (Auvergne; Vivarais; Ebri-
di, isola di Staffa151; Irlanda del nord, Giants Causeway; Islanda, vul-
cano Hecla), luogo di dibattito tra le tesi nettuniste e vulcaniste/
plutoniste. La teorie dinamiche e stazionarie152 della Terra, che era-

e, in Francia, da Alexandre Brongniart (1770-1847) e Georges Cuvier, ai quali si


deve inoltre la carta geognostica del bacino terziario di Parigi pubblicata nel 1811.
Cfr. M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pp. 431-445, pp. 471-484; N.
Morello, Problemi paleontologici nella geologia veneta dei primi decenni dellOtto-
cento, in Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pag. 13.
150
Si ricordino, ad esempio, il profilo geologico della Valle dellAgno rile-
vato da Giovanni Arduino (1758) e la sezione degli strati rocciosi della regione
dellHarz realizzata da Johann Gottlob Lehmann (1756). Le ragioni della mancata
pubblicazione del prospetto geologico realizzato da Arduino, secondo quanto
osservato da Ezio Vaccari, sono ignote, ma potrebbero risiedere negli alti costi di
realizzazione o nellinnato perfezionismo dellautore che intendeva forse prepa-
rarne una versione migliore. Cfr. E. Vaccari, La classificazione delle montagne
nel Settecento e la teoria litostratigrafica di Giovanni Arduino, cit., pag. 59. An-
che: M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pag. 96.
151
Sulle formazioni vulcaniche delle Ebridi (isola di Staffa): B. Faujas de Saint-
Fond, A Journey Through England and Scotland to the Hebrides in 1784, vol. I,
Hugh Hopkins, Glasgow 1907.
152
Sulla base di quanto mostrato, non credo sia azzardato ritenere alcune teo-
rie della Terra di fine Settecento e primo Ottocento (Hutton, Dolomieu, Lamarck,
Fortis) stazionarie; in esse, infatti, si sostenne lesistenza di un ciclo continuo di
demolizione e ricostruzione della litosfera, motivo della condizione di equilibrio
dinamico della Terra e causa del suo cambiamento indotto dalla somma dei
singoli mutamenti locali. Il concetto di steady state, base di una teoria ciclica
ed eternalista del globo terrestre, come mostrato da F. H. Rhodes, in riferimento
al sistema di Lyell, avrebbe per potuto entrare in contrasto con lipotesi del
cambiamento direzionale e dellunicit degli eventi. Cfr. F. H. Rhodes, Darwins
search for a theory of the earth: symmetry, simplicity, and speculation, in British
Journal for the History of Science, vol. 24, 1991, pp. 193-229.
Inoltre, il concet-
to di ciclicit ricorrer, nel corso del diciannovesimo secolo, nello studio delle
macchine termiche da parte di Sadi Carnot (1796-1832) e nellambito della teoria
cinetica dei gas. Sul concetto di stato stazionario: L. Sklar, Physics and chance.
Philosophical issues in the foundations of Statistical Mechanics, Cambridge Uni-

74
no venute configurandosi nella seconda met del diciottesimo seco-
lo, ravvisavano di fatto nellattivit vulcanica non solo una funzione
distruttiva e catastrofica di valenza pi o meno locale, ma anche
costruttiva, responsabile dellinnalzamento e del sollevamento tetto-
nico della litosfera e, pertanto, della costituzione delle montagne.
Le complesse vicende geostrutturali che avevano originato le
formazioni basaltiche delle Prealpi Venete e gli estesi complessi
porfirici del Trentino e delle Prealpi Lombarde occidentali, finirono
dunque per attirare linteresse di numerosi naturalisti ed orittologi
europei, rivolti alla comprensione di quale fosse leffettivo ruolo
del vulcanismo nella sintesi di una teoria generale della Terra.

Di seguito si riportano i sistemi classificativi di Arduino e Werner.


Quello di Arduino stato ripreso da: Vaccari, 1996, pag. 55.

Arduino
Ordini Monti Rocce/Formazioni

Scisti cristallini (Filladi micaceo-quarzifere)


Roccia primigenia (schisto)
1 Rocce vetrescibili: graniti, porfidi, arenarie,
Monti Primari o (Monti minerali) conglomerati. Senza fossili, ma con vene
minerali

Marmi e calcari fossiliferi stratificati, rocce


2 Monti Secondari stratificate simili alle vetrescibili, ma senza
minerali
Calcari, argille, ghiaie, conglomerati,
3 Monti Terziari arenarie, con fossili; rocce vulcaniche, tufi,
basalti, carbon fossile
4 Pianure Depositi alluvionali, anche stratificati

versity Press, New York 1993; E. Bellone, Le leggi della Termodinamica da Boyle
a Boltzmann, Loescher, Torino 1978, pp. 73-214; E. Bellone, I nomi del tempo.
La seconda rivoluzione scientifica e il mito della freccia temporale, Bollati Borin-
ghieri, Torino 1989; M. Ageno, Le origini dellirreversibilit, Bollati Boringhieri,
Torino 1992. Si veda inoltre lo scritto di Ilya Prigogine: I. Prigogine, La fine delle
certezze. Il tempo, il caos e le leggi della natura, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
Sullapplicabilit delle categorie di stazionariet e ciclicit alla storia delle scienze
della Terra, si rimanda a: S. J. Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo. Mito
e metafora nella scoperta del tempo geologico, Feltrinelli, Milano 1989.

75
Werner
Ordini Monti Rocce/Formazioni
Formazioni cristalline: granito, gneiss,
1 Urgebirge (montagne primitive) scisto, serpentino, porfido ecc.

Uebergangsgebirge (montagne Calcari litoidi, dicchi, filoni e grovacche,


2 di transizione) con inclusi pesci fossili

Suddivise a loro volta in dodici sezioni,


sono per la maggior parte formazioni
sedimentarie (calcari, arenarie, siltiti ecc.)
Floetzgebirge (montagne
3 fossilifere e depositi salini (evaporiti).
stratificate o secondarie) Quivi sono comprese anche le formazioni
basaltiche che Werner non reputava di
origine vulcanica, bens sedimentaria

Aufgeschwemmte Gebirge (mon- Depositi poco consolidati: sabbie, conglo-


4 tagne alluvionali) merati, ghiaie e argille
Materiali vulcanici veri e propri, superficiali
5 Vulkanische Gesteine e di portata esclusivamente locale: lave,
tufi, pomici, selci/ossidiane ecc.
Grovacca = arenaria di transizione

Schema riguardante le cause di formazione di monti e rocce


Arduino
Era/Periodo geologico
Monti Litogenesi (secondo la suddivisione attuale)
Prodotta dal graduale processo
Roccia primigenia di raffreddamento della crosta Proterozoico e Paleozoico
terrestre
Originati da attivit vulcanica
Monti Primari e da processi erosivi causati Devoniano, Carbonifero,
o Minerali dallazione del vento e delle Permiano, Triassico Inferiore
acque
Formati da processi di sedimen-
tazione marina e da alterazioni Mesozoico (Triassico Superiore,
Monti Secondari provocate dalla ripresa Giurassico, Cretaceo)
dellattivit vulcanica
Cenozoico. Lorigine eruttiva di
Attivit vulcanica e
Monti Terziari basalti e vulcaniti risale
sedimentazione marina allOligo-Miocene
Quaternario: Pleistocene e
Pianure Erosioni alluvionali Olocene

76
Werner
Era/Periodo geologico
Monti Litogenesi
(secondo la suddivisione attuale)
Originati per precipitazione Proterozoico e Paleozoico
Monti Primitivi chimica e sedimentazione in un comprendendo anche il Trias
ipotetico Oceano Primordiale Inferiore
Monti di Prodotti da erosione, trasporto e Mesozoico
Transizione sedimentazione marina
Monti Stratificati Depositi formati dal processo di Meso-Cenozoico fino al Miocene
o Secondari regressione marina
Monti Alluvionali Erosione e depositi alluvionali Pliocene, Pleistocene, Olocene
Attivit eruttiva recente, cir-
Formazioni coscritta ad aree spazialmente Vulcanismo Quaternario
vulcaniche limitate

77
Capitolo 2

Vulcani, orogenesi e catastrofi naturali.


Vulcanologia storica e storia della vulcanologia
nel Settecento

2.1. Lo studio e la storia delle catastrofi naturali nel Settecento

Nellesaminare lo sviluppo della vulcanologia1 nellEuropa del Set-


tecento e di inizio Ottocento, non possibile prescindere dal con-
testo geologico ed ambientale allinterno del quale le singole teorie
furono elaborate. Sebbene possano essere, infatti, adottati metodi
storiografici differenti (interno/esterno, verticale/orizzontale, sin-
cronico/diacronico ecc.), la storia delle scienze della Terra risulta
essere profondamente influenzata dallinsieme degli eventi geo-
morfologici e geostrutturali che hanno contrassegnato una specifica
et storica. Nel corso del XVIII secolo si verificarono, ad esempio,
frequenti e spesso violente eruzioni vulcaniche che influirono signi-
ficativamente sul contesto geostorico europeo, tra le quali dove-
roso ricordare, per linsolita intensit, le esplosioni di Vulcano nel
1726 e nel 1786(2) e il risveglio del vulcano Laki (Islanda) nel 1783(3),
oltre alle numerose serie parossistiche del Vesuvio4.
1
Sulla storia della vulcanologia, settore ancora poco studiato dalla storia
delle scienze, rimando a: N. Morello (a cura di), Volcanoes and History, Proce-
edings of the 20th INHIGEO Symposium, Brigati, Genova 1998; M. S. J. Rudwick,
Bursting the Limits of Time, cit., 2005, si vedano il II e III capitolo. Per una storia
delle teorie vulcanologiche, scritta da un vulcanologo: H. Sigurdsson, Melting the
Earth, cit., 1999. Di notevole interesse inoltre il catalogo curato da William B.
Ashworth Jr.: W. B. Ashworth Jr. (edited by), Vulcans Forge and Fingals Cave.
Volcanoes, Basalt, and the Discovery of Geological Time, Linda Hall Library, Kan-
sas 2004.
2
F. M. Bullard, I vulcani della Terra, Newton & Compton, Roma 1985, pp.
269-270.
3
F. M. Bullard, I vulcani della Terra, cit., pag. 286; H. Sigurdsson, Melting the
Earth, cit., pag. 10 e pag. 177.
4
P. Casati (a cura di), Scienze della Terra, cit., pag. 494.

79
A tal proposito opportuno altres notare come, in questo stes-
so periodo, le considerevoli quantit di aerosol, polveri e ceneri
proiettate nellatmosfera dalle abbondanti emissioni vulcaniche che
interessarono, non solo lEuropa, ma lintera superficie terrestre
(Monte Pele, 1792; Tambora, 1815), contribuirono alle tempera-
ture particolarmente rigide proprie della fase culminante della Pic-
cola Et Glaciale5. Si consideri anche che lipotesi secondo la qua-
le lattivit vulcanica avrebbe potuto indurre consistenti effetti sui
fenomeni atmosferici, influendo di conseguenza sulle condizioni
climatiche di una specifica regione geografica, fu suggerita gi nel
1784 da Benjamin Franklin quando, ambasciatore in Francia, riten-
ne lenorme quantit di gas, polveri e ceneri, prodotte dalla nota
eruzione del vulcano islandese Laki (1783), responsabile di quella
generale riduzione dellirraggiamento solare che aveva provocato
una diffusa diminuzione delle temperature medie europee6.
Non pertanto azzardato affermare che anche i processi mor-
fo-strutturali, che nel corso del Settecento modificarono la fisiogra-
fia delle differenti regioni ambientali dEuropa, talora vincolarono
sensibilmente il dibatto geo-vulcanologico. Invero, lemersione
5
Una notevole quantit di polveri, aerosol e ceneri proiettate nellatmosfera
da frequenti e violente eruzioni vulcaniche, tende infatti a formare uno spesso
schermo contro la radiazione solare. Il decennio compreso tra il 1810 e il 1820 fu
particolarmente freddo, pare che tra le cause delle basse temperature registrate vi
sia stata lintensa attivit vulcanica degli ultimi decenni del Settecento e di inizio
Ottocento. In questo periodo, alla maggiore estensione dei ghiacciai alpini fece
seguito un sensibile aumento delle precipitazioni alle latitudini medie e subtropi-
cali. Ci estese la superficie dei laghi, oltre a provocare maggiori inondazioni e
labbassamento dei limiti altimetrici di colture e boschi. Cfr. G. Busi, A. Candela,
A. Mariani, P. Zubiani, Passato, presente e futuro del clima, cit., pag. 31; P. Acot,
Storia del clima. Il freddo e la storia passata, il caldo e la storia futura, Donzelli,
Roma 2004, pag. 115; H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 7-10. Oltre a: H.
Stommel, E. Stoel, Volcano Weather, cit., 1983; E. Le Roy Ladurie, Tempo di festa,
tempo di carestia, cit., 1982.
6
Il vulcano Laki, nel 1783, erutt 12 km3 di lave, ricoprendo unarea di circa
600 km2 e provocando oltre 10.000 morti. Leruzione dur sette mesi. Cfr. C.
Ollier, Vulcani. Attivit, geografia, morfologia, Zanichelli, Bologna 1994, pag.
21, pag. 73. Sulleruzione del Laki: B. Franklin, Meteorological Imaginations and
Conjectures, Memoires, The Literary and Philosophical Society of Manchester
1784, vol. II, pp. 373-377; H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 177; H. Sig-
urdsson, Volcanic Pollution and Climate: The 1783 Laki Eruption, in EOS, 63,
1982, pp. 601-602.

80
nel 1707 dellisola vulcanica di Nea Kameni (Nuova Isola Brucia-
ta), prodotta dallimprovvisa eruzione della caldera sottomarina
di Santorini nel Mar Egeo, contribu indubbiamente allaffermarsi
dellipotesi vulcanista nella prima met del diciottesimo secolo7.
Due rilevanti fenomeni geofisici furono, inoltre, tra i motivi del
progressivo abbandono e superamento di quella weltanschauung
sei-settecentesca che, ispirandosi alla teodicea leibniziana e alla
meccanica di Newton e Descartes, individuava nel determinismo
delle leggi fisico-matematiche le premesse del cambiamento natu-
rale, non lasciando pertanto spazio a catastrofi e calamit nellana-
lisi dellandamento evolutivo della Terra, poich giudicate meri
accidenti.
Nella mattina del primo novembre 1755, sei interminabili mi-
nuti di violente scosse sismiche colpirono in tre serie successive
la citt di Lisbona. La quasi totalit degli edifici venne demolita.
Il fiume Tago si prosciug completamente. La regressione della
linea di costa per centinaia di metri fu, infatti, preludio allimmen-
so maremoto che si rivers sulla capitale. Nellentroterra, frane e
cedimenti mutarono sensibilmente lorografia dellAlto Alentejo,
della Serra da Estrela e della Serra do Maro. Enorme fu il debito
in vite umane. Nonostante le fonti primarie non abbiano permesso
di formulare stime certe, il numero delle vittime fu verosimilmen-
te compreso tra le 30.000 e le 60.000 persone. A met Settecento
Lisbona, epicentro del terremoto, contava circa 275.000 abitanti.
Il sisma ebbe una magnitudo pari allVIII IX grado della scala
Richter. I movimenti tellurici interessarono gran parte dellEuropa
7
Lattivit effusiva si protrasse fino al 1712, completando il processo di forma-
zione dellisola. A tal proposito tra le fonti sette-ottocentesche, si veda: (Father)
Goree, A relation of a new island, which was raised up from the bottom of the sea,
on the 23rd of May 1707, in the bay of Santorini, in the Archipelago, in Philo-
sophical Transactions of the Royal Society, 27, 1711, pp. 354-375. Leruzione di
Santorini fu ripresa anche da Vallisneri e Moro: A. Vallisneri, D corpi marini che
su monti si trovano, Domenico Lovisa, Venezia 1721; A. L. Moro, D crostacei e
degli altri marini corpi che si truovano su monti, Libri due, presso Stefano Monti,
Venezia 1740. Santorini un antico vulcano le cui prime fasi eruttive risalgono al
Pleistocene. Alla violentissima eruzione del II millennio a.C. (verosimilmente del
1620 a.C.), origine dellattuale caldera, stata attribuita la scomparsa della civilt
minoica (cfr. Introduzione).

81
occidentale (Spagna, Francia, Olanda, Irlanda, Inghilterra, Germa-
nia, Italia) dove, in alcune regioni, furono causa di gravi danni.
A nord-ovest dellAtlante Sahariano, le citt di Tangeri, Fs, Mar-
rakech e Algeri furono quasi completamente distrutte. Come in
Portogallo, anche sulle coste dellAfrica nord-occidentale nume-
rose furono le vittime. Nei sei minuti di durata complessiva della
violenta catastrofe perirono nellinsieme 90.000 persone8.
In Calabria, la primavera e lestate del 1782 erano state par-
ticolarmente calde e secche. La stagione estiva si era per di pi
prolungata, favorendo le tiepide temperature di fine settembre.
Da ottobre, per, le piogge ininterrotte, spesso accompagnate da
temporali e alluvioni, soprattutto nel nicastrese (Golfo di SantEu-
femia), avevano anticipato un inverno eccezionalmente freddo e
uggioso che, gravando sullagricoltura, aveva provocato lo strari-
pamento di diversi torrenti, oltre a frane e dilavamenti. Tuttavia,
il primo mercoled (giorno 5) del mese di febbraio (1783), si pre-
annunciava sereno e relativamente mite. A SantAgata e SantEu-
femia dAspromonte si allestivano i preparativi per la ricorrenza
del santo patrono. Ovunque si imbandivano le tavole per il rito
giornaliero del pranzo familiare. La mattina era trascorsa tranquilla
e nulla avrebbe fatto presagire limminente catastrofe.
La prima violenta serie di scosse sismiche si verific verso le
13.00 del pomeriggio, malgrado le molteplici e spesso discordan-
ti testimonianze non permettano di determinarne con precisione
lora. Il parossismo, pari allXI grado della scala Mercalli, dur
circa tre minuti. Periodo incredibilmente lungo se si considera
lentit del fenomeno naturale. presumibile che la zona di massi-
mo sismico fosse collocata a nord dellAspromonte, con epicentro
a Terranova (tra Oppido Mamertina e Taurianova).
8
Per una ricostruzione del terremoto di Lisbona e sulla sua ricezione da parte
del pensiero filosofico, si veda lantologia di testi curata da Andrea Tagliapietra,
che contiene un saggio finale di Paola Giacomoni (Kant e i terremoti delle teorie):
A. Tagliapietra (a cura di), Voltaire, Rousseau, Kant. Sulla catastrofe. Lillumini-
smo e la filosofia del disastro, Bruno Mondadori, Milano 2004. Si veda anche il
catalogo iconografico: J. T. Kozak, S. V. Moreira, R. D. Oldroyd, Iconography of
the 1755 Lisbon Earthquake, Geophysical Institute of the Academy of Sciences of
the Czech Republic, Prague 2005.

82
Londa sismica ebbe probabile direzione sudovest-nordest.
Allandamento ondulatorio (onde primarie longitudinali), determi-
nante lo smottamento del terreno, in breve si somm quello sus-
sultorio (onde secondarie trasversali), responsabile degli ingenti
danni arrecati ad edifici e strutture.
Cos Andrea Gallo (1732-1814) descrisse limpeto con il quale il
terremoto si abbatt sul territorio calabro:

Aprironsi delle voragini e sinabbis in esse il terreno; si disserr in


larghe fenditure il suolo, e tramand da quelle, sensibilissime fiam-
me e copia abbondante di fumo; si sgretolarono e caddero i monti:
alti ne fiumi vicini e, serrando a questi lalveo del loro corso, forma-
rono torbidi laghi e fangosi pantani, ed altri, precipitando nel mare,
ne chiusero i seni. [...] La superficie intera della terra, che sofferse le
concussioni, mostra una metamorfosi straordinaria e spaventosa, ed
appena lascia riconoscere ai paesani laspetto delli antichi siti9.

Il macrosisma interess il messinese, lintera Calabria Ulteriore (le


attuali province di Reggio e Catanzaro), le zone antistanti ai gol-
fi di SantEufemia e Squillace e il sistema montuoso delle Serre,
dal Passo del Mercante fino alla Gola di Marcellinara, spingendosi
finanche verso i declivi meridionali della Sila. Le scosse furono
altres avvertite nella penisola Sorrentina e nei limitrofi di Napoli.
Tuttavia il perimetro tracciato da Bagnara, Santa Cristina, Cinque-
frondi e Gioia Tauro individua lisosisma di maggiore intensit10:
unarea pianeggiante racchiusa dallAspromonte a sud e dai rilievi
delle Serre a nord. Quivi i centri abitati furono interamente distrutti.
Quasi il 70% degli abitanti di Palmi, Gioia Tauro e Rosaro rimase
vittima di crolli, frane e cedimenti, mentre un terzo della popo-
9
A. Gallo, Lettera storico-fisica de Terremoti di Calabria scritta li 7 giugno
1783 dal signor G. Monsieur H...in Parigi, in Lettere, Di Stefano, Messina 1784,
pp. LXX-LXXVI, citazione pag. LXXI. Il destinatario della lettera potrebbe essere
Jean Houel, pittore francese e autore di un Viaggio pittoresco nelle regioni
dellItalia centro-meridionale.
10
Giuseppe Mercalli defin lisosisma di massima intensit del terremoto cala-
bro-messinese del 1783. Cfr. G. Mercalli, I terremoti della Calabria meridionale e
del messinese. Saggio di una monografia sismica regionale, estratto da Memorie
della Societ Italiana delle Scienze, serie 3a, tomo XI, Tipografia della R. Accade-
mia dei Lincei, Roma 1894, pp. 117-266.

83
lazione residente nei comuni di Bagnara, Oppido, Santa Cristina,
Polistena, San Giorgio, Castellace, Cinquefrondi e Castelnuovo
(lodierna Cittanova) per inesorabilmente durante limmane cata-
strofe. I versanti di numerosi rilievi di natura sedimentaria rovinaro-
no verso valle, trascinando seco villaggi e paesi. Il terreno argilloso
e sabbioso di scarsa consistenza, nello smottare al di sopra dello
zoccolo cristallino, venne fortemente compresso. La pianura allu-
vionale quaternaria sub-aspromontana, soggetta pi di altre zone a
persistenti ed intensi scorrimenti orizzontali, sub pesantemente gli
effetti della complessa struttura tettonica calabrese, contrassegnata
da parecchie fratture e faglie. Inoltre, interi gruppi collinari (Pian
della Croce, Zerv), lungo la prosecuzione dei contrafforti aspro-
montani, franarono in modo rovinoso, aumentando fatalmente il
numero delle vittime. Il territorio di Bagnara e Scilla fu soggetto a
consistenti fenomeni bradisismici. Il corso e la portata di torrenti e
fiumi mut sensibilmente (Petrace, Msima).
Londa sismica si propag seguendo unorbita ellittica coi fuo-
chi dellasse maggiore a sud dellEtna e a nord di Marcellinara.
Lasse minore corrispose invece col segmento congiungente capo
Spartivento a Stromboli. Si realizz pertanto una notevole disloca-
zione delle masse rocciose verso linterno dellArco tellurico ca-
labro-peloritano e il basso Tirreno. Al terremoto si accompagna-
rono altres fenomeni di differente conformazione, fondamentali
nel ricostruirne lintensit: fratture radiali del terreno, occlusioni di
sorgenti, formazione di voragini talora colmate dalla risalita delle
acque di falda, emissioni di vapore e vulcanelli di sabbia. Levento
distruttivo del 5 febbraio 1783 fu soltanto il primo di una lunga
serie. Il sisma della notte seguente produsse, infatti, un violento
maremoto, responsabile della completa distruzione di Scilla e Mes-
sina. Tali fenomeni geofisici continuarono ad affliggere la regione
calabro-messinese nel corso del 1783, seguitando fino al 1792.
Le vittime ufficialmente accertate furono circa 30.000, ad esse
si devono per sommare gli oltre 5.000 morti a causa delle infer-
mit succedute Tremuoti: malattie da raffreddamento, infezioni,
epidemie, malaria, disagi fisici e morali11.
11
Sul terremoto calabro-messinese del 1783 si vedano, innanzitutto, i testi di

84
Gli eventi geofisici (Santorini, 1707; Lisbona, 1755; Calabria -
Monti Peloritani, 1783; Laki, 1783; Vulcano, 1726 e 1786; Vesuvio
ecc.) che nel corso del XVIII secolo punteggiarono levoluzione
tettonica del continente europeo, modificandone la conformazio-
ne fisiografica, definirono di conseguenza uno specifico contesto
geostorico, in relazione al quale matur una profonda e graduale
revisione di quel determinismo fisico-matematico proprio della fi-
losofia naturale di secondo Seicento.
Sono significative, a tal proposito, le riflessioni di Franois-Marie
Voltaire (1694-1778) e Immanuel Kant (1724-1804) sul terremoto
di Lisbona. Se infatti Kant, nella Allgemeine Naturgeschichte und
Theorie des Himmels (pubblicata anonima nel 1755)12, ragionava

Augusto Placanica, ai quali rimando per una bibliografia pi approfondita: A. Pla-


canica, Nella Preistoria della Geodinamica. La disputa in materia di sismogenesi
allindomani della catastrofe calabro-sicula del 1783. Prolusione per linaugura-
zione dellanno accademico 1982-1983, Centro Stampa dellUniversit di Salerno,
Salerno 1983; Id., LIliade funesta. Storia del terremoto calabro-messinese del 1783,
Casa del Libro, Roma 1984; Id., Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecen-
to, Einaudi, Torino 1985. Tra le fonti primarie, oltre alle numerose testimonianze
di naturalisti e scienziati di secondo Settecento (Andrea Gallo, Alberto Corrao,
Nicola Zupo, Giuseppe La Pira, Cristoforo Sarti, Nicola Onorati, Angelo Fasano,
Nicola Maria Pacifico, Vincenzo de Filippis, Lazzaro Spallanzani, Alberto Fortis,
Barnaba Oriani), sono di un certo rilievo: W. Hamilton, Relazione dellultimo ter-
remoto delle Calabrie e della Sicilia, inviata alla Societ Reale di Londra da S. E. il
Signor Cavaliere G. H., inviato di Sua Maest Britannica presso Sua Maest il Re
delle Due Sicilie, tradotta dallinglese ed illustrata con prefazione ed annotazioni
dal dottore Gaspare Sella Socio corrispondente della Reale Accademia dei Geor-
gofili, Della Rovere, Firenze 1783; D. de Dolomieu, Memoria del commendatore
D. de D. sopra i tremuoti della Calabria nellanno 1783. Traduzione dal francese
[anonima], Merande, Napoli 1785; M. Sarconi, Istoria de fenomeni del Tremuo-
to avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nellanno 1783. Posta in luce dalla
Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere di Napoli, Giuseppe Campo,
Napoli 1784; G. Vivenzio, Istoria d Tremuoti Avveniti nella Provincia di Calabria
Ulteriore e nella citt di Messina nel 1783. E di Quanto nella Calabria fu fatto per
il suo Risorgimento fino al 1787. Preceduta da una Teoria ed Istoria Generale dei
Tremuoti, IIa edizione, Stamperia Reale, vol. II, Napoli 1788. Per ci che concerne
la sismologia storica: AA. VV., Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al
1980, Istituto nazionale di geofisica, Bologna 1995; Terremoti in Italia dal 62 a.D.
al 1908, frammenti di testimonianze storiche e iconografiche tratti dalla banca
dati EVA dellEnea sulle catastrofi naturali in Italia, ENEA, Roma 1999.
12
Kant riprendeva, di fatto, lipotesi, gi suggerita da Martin Lister, Nicolas
Lmery e John Mitchell, secondo la quale la sismogenesi e la vulcanogenesi
sarebbero dipese dalla fermentazione di depositi ipogei di solfuro di ferro. A tal

85
sulla possibilit di elaborare un modello dinamico della Terra con
il quale esaminare sperimentalmente i processi di sismogenesi e
vulcanogenesi, mostrando i limiti del meccanicismo cartesiano, nel
1756, Voltaire dava invece alle stampe Le dsastre de Lisbonne. Qui,
al sentimento di desolazione e sconforto per le sofferenze proprie
dellumana condizione, si accompagnava lopinione di una natura
imperfetta e priva di un ordine prestabilito. Convinzione che, anche
a causa dellorrore sanguinario della guerra dei Sette anni (1756-
1763), sarebbe stata ripresa con toni pi amari nel Candide (1759)
dove, biasimando lirrisoria metafisica leibniziana del migliore dei
mondi possibili, avrebbe condannato quellottuso entusiasmo illu-
minista riassunto nellespressione: Tutto bene oggid.
Ottimismo, che sarebbe?, chiedeva Cacambo. Ahim,, rispon-
deva Candido, il delirio di sostenere che tutto bene, quando la
va male!13. Nella teodicea di Leibniz, Voltaire ravvisava dunque
linutile tentativo di giustificare il male insito nella natura stessa
della Terra. Di fronte alle sventure della condizione umana, lunica
condotta possibile sarebbe stata nella loro piena e consapevole
accettazione.
Le vicende geostoriche e socio-politiche, che segnarono lo svi-
luppo dellEuropa di secondo Settecento, indebolirono la fiducia
nutrita dal nuovo ceto borghese verso i presupposti ideologici del
primo fervore illuminista.
Il sisma di Lisbona, come gli intensi fenomeni geostrutturali che
durante il diciottesimo secolo interessarono larea tirrenica del Me-
diterraneo, turbarono profondamente la tranquillit teoretica del
naturalismo meccanicista. Si cominci cos a dubitare della validi-
t epistemica di quel principio di continuit della natura sostenuto
da Descartes, Newton, Leibniz e Linneo.
Bench tra Cinquecento e Seicento diversi naturalisti (Vannuc-
cio Biringuccio, Conrad Gesner, Bernard Palissy, Niels Stensen,

proposito: H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 159-160. Sulla teoria dei ter-
remoti di Kant: O. Reinhardt, D. R. Oldroyd, Kants Theory of Earthquakes and
Volcanic action, in Annals of Science, 40, 1983, pp. 247-272.
13
F. M. Voltaire, Candido e altri racconti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano
1953, pag. 231. Nel Candido viene citato il terremoto di Lisbona, a tal proposito
si vedano le pp. 188-192 della stessa edizione.

86
Giovanni Alfonso Borelli, Francesco dArezzo, Robert Boyle, Mar-
tin Lister, Robert Hooke) avessero gi elaborato un metodo di
analisi empirica nei confronti di eruzioni vulcaniche e terremoti,
ricorrendo allosservazione diretta sul campo e alla pratica mine-
raria, nonch talora sottoponendo a verifica le idee di pensatori
greci e latini (Aristotele, Plinio il Vecchio, Lucrezio e Seneca)14,
tuttavia solamente nella seconda met del Settecento, si cerc di
comprenderne il rilievo nel complesso di una teoria storica ed
evolutiva della Terra.
Alla considerazione del vulcanesimo e della sismogenesi quali
eventi geologici casuali e circoscritti al solo contesto locale, gra-
dualmente subentr lesigenza di capire quale ruolo queste mani-
festazioni geofisiche avessero svolto nello sviluppo cronostratigra-
fico della litosfera, non limitandosi a ravvisarne una mera funzione
distruttiva e catastrofica, bens riconoscendone un ruolo costrutti-
vo, innanzitutto nel processo di formazione delle montagne. Ca-
deva dunque lidea di una teoria universale e deterministica della
Terra. Ad essa si sostituiva, progressivamente, un modello dina-
mico e stazionario (Hutton, Dolomieu, Lamarck), allinterno del
quale le profonde mutazioni subite dai singoli quadri ambientali
avrebbero altres determinato sensibili variazioni nello svolgimen-
to evolutivo della crosta terrestre.
Fenomeni geodinamici ed atmosferici furono inoltre ricondotti
ad ununica causa endogena. Diversi naturalisti (William Hamilton,
Gaspare Sella, Francesco Antonio Grimaldi, Michele Torcia, Gia-
cinto Arena, Angelo Fasano, Benvenuto Aquila e Dodat de Dolo-
mieu) ritennero, infatti, le combustioni e le fermentazioni ipogee di
depositi bituminosi e solforosi responsabili di eruzioni vulcaniche,
terremoti, uragani e temporali. Le onde sismiche sarebbero state,
14
Al contrario di quanto spesso ritenuto, le conoscenze pre-cinquecentesche
in materia di vulcani e terremoti erano tuttaltro che ingenue e antiscientifiche.
Seneca, infatti, gi nel primo secolo d.C., riprendendo le precedenti osservazioni
di Aristotele, riteneva le eruzioni vulcaniche e i terremoti prodotti dalla combu-
stione di depositi di zolfo e pirite nelle viscere della Terra. Tale teoria si accom-
pagnava, inoltre, allidea di caverne e venti sotterranei. Le ipotesi dei classici
ricorreranno, con modalit differenti, ancora nel Settecento. Su questi temi: H.
Sigurdsson, Melting the Earth, cit. pp. 46-101.

87
dunque, generate da un ipocentro vulcanico che, secondo lin-
terpretazione datane da Francesco Antonio Grimaldi (1741-1784),
invece di emettere lave e piroclasti, avrebbe scaricato la tensio-
ne accumulata sottoforma di scosse telluriche. Tale impostazio-
ne teorica (talora definita fuochista, distinta da quella opposta
dellelettricismo)15 avrebbe di conseguenza attribuito il sisma cala-
bro del 1783 alle precedenti attivit dellEtna e dello Stromboli.
Sebbene nella seconda met del Settecento lidea di macchina
della Terra fosse ancora predominante, tuttavia gli sviluppi sul
finire del secolo della vulcanologia, della termodinamica, della
chimica analitica e della cristallografia avrebbero indotto la com-
pleta formulazione di un modello discernente limportanza della
discontinuit nella dinamica degli eventi geologici.
Evitando dunque il ricorso a casuali ed inspiegabili accidenti,
come comete e diluvi16, lo sviluppo della litosfera si sarebbe rea-
lizzato nei termini di un equilibrio e una contrapposizione contin-
gente di differenti forze geodinamiche.
Tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, le prove sperimenta-
li condotte sul fenomeno della cristallizzazione avrebbero inoltre
indotto forti perplessit nei riguardi dellipotesi delle effervescen-
ze sotterranee, oltre a screditare definitivamente lopinione circa la
genesi marina delle formazioni cristalline. Lorigine del magma sa-
rebbe dipesa dallo stato fisico e chimico della materia in differenti
15
Secondo lipotesi elettricista, i terremoti sarebbero stati indotti da una
violenta scarica elettrica di provenienza sotterranea o atmosferica, capace di in-
nescare esplosioni e scuotimenti tellurici. Tra i sostenitori dellelettricismo
possibile citare: de Filippis, Gaetano dAncora, Zupo, Bartolomeo Gandolfi, Ni-
cola Columella Onorati e Corrao. Per approfondire: A. Placanica, Il filosofo e la
catastrofe, cit., pp. 67-103.
16
Lipotesi, gi suggerita John Woodward (1695) e William Whiston (1696),
secondo la quale il passaggio di una cometa nelle vicinanze dellorbita terrestre
avrebbe indotto la rottura della superficie litosferica e la conseguente fuoriuscita
delle acque diluviane, era ancora piuttosto diffusa nelle scienze della Terra di
secondo Settecento, come emerge in alcuni scritti dellabate di Oneglia Carlo
Amoretti. Si veda a tal proposito: C. Amoretti, Viaggio da Milano ai tre laghi
Maggiore, di Lugano e di Como e ne monti che li circondano, Girolamo Silvestri,
Milano 1824, pp. 214-218. Riguardo la congettura di una grande inondazione
provocata dal passaggio di una cometa, rimando a: J. C. Greene, La morte di
Adamo, cit., pp. 27-51.

88
condizioni di temperatura e pressione, anzich da fermentazioni
ipogee di depositi carboniosi e piritosi. Si sarebbe in tal modo
spiegata la specifica composizione mineralogica e il diverso grado
di viscosit delle lave, prospettando di concerto le premesse per la
piena formulazione di un teoria tettonica della Terra.
La storia della natura perdeva cos quella connotazione stra-
ordinaria propria della geo-cronologia biblica sei-settecentesca,
ormai sostituita da una scala del tempo geologico dilatata e com-
plessa. Negli estesi intervalli temporali (ere, periodi, epoche ecc.),
definiti dallindagine litostratigrafica e paleontologica di fine Sette-
cento ed inizio Ottocento, eruzioni e terremoti, lattivit dei quali
avrebbe potuto essere di portata pi o meno locale, sarebbero
stati quindi fenomeni ricorrenti nella storia della Terra. Svincolate
dallessere mere fatalit, anche le manifestazioni geofisiche pi
violente sarebbero state agenti necessari nel processo di palinge-
nesi dinamica della superficie terrestre.
Si realizzava, dunque, una completa storicizzazione della natu-
ra che, adottata a pi riprese e in contesti teorici profondamente
differenti da Anton Lazzaro Moro, Jean-tienne Guettard, Nicolas
Desmarest, Erich Rudolf Raspe, Giovanni Arduino, Alberto Fortis,
John Strange, Jean-Louis Giraud Soulavie, Barthlemy Faujas de
Saint-Fond, William Hamilton, Giuseppe Gioeni, Lazzaro Spallanza-
ni, James Hutton, Scipione Breislak, oltre a chiarire definitivamen-
te la litogenesi controversa di alcune formazioni rocciose (graniti,
porfidi, basalti), porr le premesse per lo sviluppo di un approccio
storico-evolutivo nello studio del mondo organico ed inorganico.

2.2. Nel passato della Terra: vulcani estinti e viaggi vulcanologici

Nel 1751, inaugurando una stagione fortunata per lo sviluppo del-


la vulcanologia, Jean-tienne Guettard (1715-1786), sulla scia dei
viaggi intrapresi con lo scopo di realizzare la carta geo-mineralogi-
ca della Francia17, effettuava, in compagnia di Chrtien-Guillaume
17
A tal proposito: J. E. Guettard, Atlas et description minralogique de la
France, Didot laine, Paris 1780. Per ci che concerne la realizzazione della

89
de Malesherbes (1721-1794), una serie di indagini nella regione
dellAuvergne, interessato prevalentemente alla litogenesi delle
formazioni rocciose esagonali, impiegate come materiale costrutti-
vo nei villaggi di Moulins e Volvic.
Le osservazioni compiute in seguito nelle cave estrattive limi-
trofe, lo persuasero della natura ignea dei rilievi montuosi a nord
di Clermont, ipotesi che avrebbe potuto essere altres avvalorata
dalla somiglianza macroscopica dei residui vescicolari, quivi rinve-
nuti, coi depositi piroclastici dellarea vesuviana precedentemen-
te visitata (1751). Lanalisi geomorfologica delle alture collinari e
montuose circonvicine (Mont-dOr, Puy-de-Dme ecc.) convinse
definitivamente Guettard della validit delle sue supposizioni. Tut-
tavia la mancanza di testimonianze storiche, orali e scritte, che
potessero documentare catastrofiche e violente eruzioni, suggeri-
va che lattivit effusiva della regione avesse dovuto essere parti-
colarmente antica18.
Il resoconto delle esplorazioni effettuate nel 1751, letto allAca-
dmie Royale des Sciences di Parigi e pubblicato nel 1752(19), attir
le attenzioni dellintera comunit scientifica europea, incentivando
maggiori indagini sul vulcanismo estinto.

mappa geologica e mineralogica della Francia, si veda anche: M. S. J. Rudwick,


Bursting the Limits of Time, cit., pp. 80-83. Sulle indagini mineralogiche effettuate
da Guettard: J. E. Guettard, Description minralogique des environs de Paris, in
Mmoires de lAcadmie Royale des Sciences, De lImprimerie Royale, Paris
1756, pp. 217-258; J. E. Guettard, Troisime Mmoire sur la Minralogie des en-
virons de Paris, & des Corps marins qui sy trouvent, in Mmoires de lAcadmie
Royale des Sciences, De lImprimerie Royale, Paris 1764, pp. 492-525.
18
I vulcani della regione dellAuvergne erano attivi circa 7600 anni fa. Cfr. H.
Sigurdsson, Melting the Earth, cit, pag. 132.
19
J. E. Guettard, Mmoire sur quelques montagnes de la France qui ont t
des volcans, in Mmoires de lAcadmie Royale des Sciences, De lImprimerie
Royale, Paris 1752, pp. 27-59. Si vedano anche: J. E. Guettard, Sur la Minralogie
de lAuvergne, in Mmoires de lAcadmie Royale des Sciences, De lImprimerie
Royale, Paris 1759, pp. 538-576; J. E. Guettard, Observations minralogique faites
en France et en in Allemagne, in Mmoires de lAcadmie Royale des Scien-
ces, De lImprimerie Royale, Paris 1763, pp. 137-166, pp. 193-228. Si noti come
Guettard attribuisse, in conformit con le tesi vulcanologiche rinascimentali, le
eruzioni vulcaniche alla combustione di sostanze infiammabili, quali bitumi e
carboni di origine vegetale. Cfr. H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 84-111,
pp. 131-134.

90
Basalti colonnari dellAuvergne. Da: Encyclopdie, ou Dictionnaire raisonn des
sciences, des arts et des mtiers, Chez Braisson, Paris 1751-1777.
Incisione realizza-
ta su precedente disegno di Susanna Drury.

Costruzioni in basalto nel Velay. Da: J. Manson (edited by), A series of plates repre-
senting the most extraordinary and interesting basaltic mountains, caverns and
causeways, in the known world, London 1825.

91
Puys de Pariou, Dme e Caceme visti dal Puy de la Chopine. Da: L. von Buch,
Geognostische beobachtungen auf reisen durch Deutschland und Italien, Haude
und Spener, Berlin 1802-1809.

Daltro canto, le tesi di derivazione cinquecentesca ancora domi-


nanti a met Settecento, riprese in uno schema teorico pi com-
plesso ed articolato sul finire del secolo dalla cosiddetta scuola
geologica nettunista, avevano indotto il naturalista francese a rite-
nere i basalti colonnari dellAuvergne rocce sedimentarie prodotte
da reazioni di precipitazione e cristallizzazione in ambiente mari-
no20. Lassenza, infatti, di tali formazioni sui versanti del Vesuvio
esortava ad escluderne lorigine ignea.
Il rinvenimento inoltre di basalti dalla tessitura afanitica21, in
20
Lipotesi riguardante lorigine sedimentaria dei basalti colonnari era stata
formulata, nel Cinquecento, da Conrad Gesner e Bernard Palissy (1510-1590). Tesi
che, nel corso del XVII e del XVIII secolo, si era ampiamente diffusa grazie alle
posizioni diluvialiste. Non sorprende pertanto che, a met Settecento, le Philoso-
phical Transactions of the Royal Society of London pubblicassero i contributi del
reverendo Richard Pococke, vescovo di Ossory, sulla genesi marina dei basalti
irlandesi (Giants Causeway). C. Gesner, De Rerum Fossilium, Lapidum et Gem-
marum, Ed. Jacobus Gesnerus, Tiguri 1565; B. Palissy, Discours admirables de la
nature des eaux et fontaines, tant naturelles quartificielles, des metaux, des sels et
salines, des pierres, des terres, du feu et des emaux, Martin le Jeune, Paris 1580; A.
La Roque, Bernard Palissy, in Toward a History of Geology, cit., pp. 226-241.
21
Questo tipo di tessitura a cristalli fini in pasta amorfa, segno di rapido
raffreddamento, contraddistingue per la maggior parte le formazioni basaltiche
dellEuropa centrale (Assia). Sulle diverse tipologie tessiturali: P. Casati (a cura
di), Scienze della Terra, cit., pag. 44.

92
associazione con strutture di indubbia concrezione sedimentaria,
aveva indotto diversi naturalisti settecenteschi a diffonderne lidea
di cristallizzazioni derivanti dallazione delle acque22. Anche gli
affioramenti esagonali dei Giants Causeway (passeggiata dei gi-
ganti), oggetto di indagini minuziose gi nel corso del Seicento,
non erano stati ritenuti produzioni vulcaniche.
Se ne deduce, perci, che le questioni riguardanti lorigine dei
basalti colonnari e le analisi circa leffettiva influenza del vulcani-
smo nello sviluppo della superficie terrestre non fossero necessa-
riamente correlate.
Significativa, a tal proposito, la posizione di Nicolas Desmarest
(1725-1815) che, dopo ripetute visite sui versanti montuosi dellAu-
vergne (1763-1769), confermava lipotesi secondo la quale le co-
lonne basaltiche sarebbero state lave consolidatesi in condizioni
subaeree23. Il ritrovamento negli strati sottostanti di scorie vulcani-
che e formazioni granitoidi, lo avevano inoltre indotto a ritenere
il basalto generato dalla fusione del granito24. Il viaggio in Italia,
compiuto nel 1765 in compagnia di Louis-Alexandre de La Roche-
foucauld (1743-1792)25, aveva permesso a Desmarest di verificare
22
E. Den Tex, Clinchers of the basalt controversy: Empirical and experimental
evidence, in Earth Sciences History, 15, 1996, pp. 37-48.
23
N. Desmarest, Mmoire sur lorigine & la nature du Basalte grandes co-
lonnes polygones, dtermines per lhistoire naturelle de cette pierre, observe en
Auvergne, in Mmoires de lAcadmie Royale des Sciences, De lImprimerie
Royale, Paris 1771, pp. 705-775. Si veda anche: Id., Mmoire sur le basalte. Troi-
sime partie, o lon traite du basalte des anciens; & o lon expose lhistoire
naturelle des differentes espces de pierres aux quelles on a donn, en differns
temps, le nom de basalte, in Mmoires de lAcadmie Royale des Sciences, De
lImprimerie Royale, Paris 1773, pp. 599-670.
24
La convinzione che il basalto fosse generato dalla fusione del granito fu
messa in discussione da de Saussure che, dopo aver fuso una massa di granito,
constat come dal processo di raffreddamento non si formasse alcun corpo so-
migliante al basalto. Sulle considerazioni di de Saussure a riguardo dellorigine
di basalti e graniti, si veda il volume curato da Albert V. Carozzi: A. V. Carozzi
(edited by), Manuscripts and publications of Horace-Bndict de Saussure on the
origin of basalt (1772-1797), Zo, Carouge-Genve 2000. Oltre a: H. Sigurdsson,
Melting the Earth, cit., pag. 136.
25
Sul viaggio in Italia di Desmarest, si veda la sintesi di: K. L. Taylor, Nicolas
Desmarest and Italian Geology, in Rocks, Fossils and History, a cura di G. Giglia,
C. Maccagni, N. Morello, Festina Lente, Firenze 1995, pp. 95-109. Si noti inoltre
come il naturalista francese fosse corrispondente di Targioni Tozzetti.
Per una sin-

93
leffettiva somiglianza tra i tipi litologici dellAuvergne e i depositi
lavici e piroclastici osservati sui versanti del Vesuvio e nellarea dei
Campi Flegrei. Avvalorava di conseguenza le supposizioni formu-
late durante lesplorazione del Puy-de-Dme, aggiungendo che le
differenti condizioni di consolidamento e denudazione della crosta
terrestre avrebbero spiegato la fessurazione colonnare di tali sin-
golari formazioni.
Ci nonostante, malgrado avesse dimostrato correttamente
lorigine ignea degli affioramenti basaltici, ritenne lattivit vulcani-
ca un fenomeno recente e locale, privo di qualsiasi ruolo nel mec-
canismo costitutivo della litosfera. Giudicato dunque come mera
casualit, di portata pi o meno catastrofica, il magmatismo era
creduto manifestazione secondaria e superficiale.
Nel 1771, considerazioni analoghe ricorrevano nella memoria
sui basalti dellAssia di Erich Rudolf Raspe (1737-1794)26. Confor-
tato, infatti, dalla notizia del rinvenimento di colonne basaltiche
dalla conformazione esagonale nelle vicinanze dellEtna, adottava
le tesi precedentemente espresse dal naturalista francese. Tuttavia,
poco dopo, le smentite di William Hamilton (1703-1803), di cui
era corrispondente, lo avrebbero indotto verso posizioni pi mo-
derate, stimando di conseguenza tali rocce generate da eruzioni
vulcaniche di natura sottomarina.
Le sorprendenti scoperte di Joseph Banks (1743-1820) e del bo-
tanico svedese Daniel Solander (1733-1782) sulle coste dellisola di
Staffa (1771), dove rinvennero enormi affioramenti dalla struttura
esagonale (Fingals cave)27, paesaggi straordinari che attireranno

tesi riguardante lattivit di Desmarest: K. L. Taylor, Nicolas Desmarest and Geol-


ogy in the Eighteenth Century, in Toward a History of Geology, cit., pp. 339-356.
26
E. R. Raspe, A letter from Mr. R. E. Raspe, F. R. S. To M. Maty, M. D. Sec. R.
S. Containing a short Account of some Basalt Hills in Hassia, in Philosophical
Transactions of the Royal Society, 61, 1771, pp. 580-583. Nello Specimen Historiae
Naturalis Globi Terraquei (1763), Raspe riprendeva le teorie espresse da Robert
Hooke nelle Lectures and Discourses of Earthquakes and Subterraneous Eruptions
(1705). Si

soffermava inoltre sullo studio delle isole vulcaniche, emerse direttamen-
te dal fondo marino sotto la spinta di un fuoco sotterraneo. Raspe ebbe il merito
di diffondere le cosiddette teorie vulcaniste negli Stati tedeschi, sebbene tuttoggi
venga ricordato principalmente per essere stato lautore del Barone di Mnchau-
sen. Per una sintesi della vita e delle opere di Erich Rudolf Raspe: H. Sigurdsson,
Melting the Earth, cit., pp. 140-147; J. Carswell, The Prospector, Being the Life and
Times of Rudolf Eric Raspe (1737-1794), Cresset Press, London 1950.
27
Si diede comunicazione della straordinaria scoperta nelledizione del viaggio
in Scozia di Thomas Pennant (1726-1798): T. Pennant, A Tour in Scotland, and Vo-

94
limmaginario romantico, oltre a comprovare le tesi di Desmarest
e Raspe, favorirono il graduale diffondersi sul continente della
convinzione che le azioni dei vulcani avessero dovuto essere in
passato pi estese ed intese.
Si configurava cos limmagine di periodi geologici durante i quali
lattivit del fuoco sarebbe stata maggiore di quella delle acque.

Basalti colonnari. Fingals Cave. Da: T. Pennant, A Tour in Scotland, and Voyage
to the Hebrides; MDCCLXXII, Printed by John Monk, Chester 1774.

Al contempo, le osservazioni di Giovanni Arduino28, John Strange


(1732-1799)29 e Alberto Fortis, specialmente sulle Prealpi Venete

yage to the Hebrides; MDCCLXXII, Printed by John Monk, Chester 1774. La notizia
giunse in breve anche in Italia attraverso Fortis e John Strange. Questultimo ne
inform Targioni Tozzetti. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 134.
28
Si ricordino le indagini sperimentali compiute da Arduino sulle differenti
modalit di reazione dei corpi rocciosi al fuoco, sulla base delle quali aveva
classificato le rocce in: vetrescibili (fondono), calcarie (bruciano ossidandosi),
apyre (non bruciano, n fondono). A tal proposito: E. Vaccari, La classificazio-
ne delle montagne nel Settecento e la teoria litostratigrafica di Giovanni Ardui-
no, cit., pag. 63.
29
Nominato nel 1773 ambasciatore inglese presso la Serenissima, si trasfer
stabilmente a Venezia fino al 1788. Sulla figura di Strange: G. R. de Beer, John
Strange, F. R. S. (1732-1799), in Notes and Records of the Royal Society of London,
vol. 9, No. 1, 1951, pp. 96-108; L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 42 e ss.;
G. Torcellan, Profilo di Alberto Fortis, in Settecento veneto e altri scritti storici,
Giappichelli, Torino 1969, pag. 283; T. Arrigoni, La scoperta dei vulcani spenti
nel Settecento. Lettere di John Strange a Giovanni Targioni Tozzetti, in Annali
dellIstituto e Museo di Storia delle Scienze, Olschki, Firenze 1983, pp. 141-149.

95
(Colli Euganei, Monti Berici, Monti Lessini, Valdagno, Altopiano
dei Sette Comuni ecc.), oltre a confermare la natura vulcanica del
basalto, proponevano uninedita teoria storica della Terra, nella
quale si prospettava unalternanza continua tra eruzioni vulcani-
che e deposizioni marine. Soprattutto in area veneta, si consolida-
va di conseguenza lopinione che la storia geologica del pianeta
fosse stata contraddistinta da lunghi periodi effusivi.

Valle Alpone. Basalti Colommari (Manson, London 1825).

Pi complesse ed articolate erano le considerazioni del mineralista


svedese Johann Jakob Ferber (1743-1790), allievo di Linneo e di Jo-
hann Gottschalk Wallerius (1709-1785). Il viaggio geo-mineralogi-
co, effettuato tra il settembre del 1771 e il luglio del 1772 sui rilievi
delle Alpi Orientali e verso le regioni dellItalia centro-meridionale,
lo aveva persuaso ad accettare la classificazione delle montagne
proposta da Arduino, nonch lorigine magmatica del basalto, rite-
nuto simile al porfido della Valle dellAdige. Tuttavia nelle Osserva-
zioni sopra la Zolfatara di Pozzuolo nel Regno di Napoli30, avanza-
30
J. J. Ferber, Osservazioni sopra la Zolfatara di Pozzuolo nel Regno di Napoli,
in Giornale dItalia spettante alla scienza naturale e principalmente allagricol-
tura, alle arti ed al commercio, IX, Venezia 1772, pp. 94-99. Per una ricostruzio-
ne delle posizioni teoriche del mineralista svedese, si veda anche: J. J. Ferber,

96
va lipotesi che le lave, sotto lazione dello zolfo, avessero potuto
decomporsi in argilla, loro principale costituente. Lelemento base
di magmi e basalti sarebbe stato dunque di natura sedimentaria e
marina31. Considerazioni analoghe venivano riproposte, seppure
con accenti differenti, da Girolamo Festari (1738-1801)32 negli scrit-
ti sui basalti del vicentino e della Valdagno (Segaizzo, Altissimo,
Vestena, Recoaro Terme). Daltra parte le conclusioni alle quali
perveniva il naturalista veneto erano nettamente concordi con le
interpretazioni di Arduino. Nel Saggio di Osservazioni sopra alcune
Montagne e Alpi altissime del Vicentino (1773), stimava infatti latti-
vit vulcanica, evidente sulle alture montuose confinanti con le Alpi
austriache, successiva alla deposizione e al consolidamento di strati
calcarei e sedimentari33. Lipotesi sarebbe stata altres avvalorata
dalla medesima giacitura delle formazioni marine e vulcaniche.
A tal proposito scriveva nel manoscritto Osservazioni attinenti
a gruppi Basaltini di Segaizzo, Altissimo e Vestena-Nuova (1776):

Presso il descritto Monte Basaltino, si vedono alcuni pezzi di cal-


caria presi entro ceneri, e materie vulcaniche, dove alcuni che
sono bucherati, contengono ne vani loro, qualche cristallo spato-
so-calcario. [...] Il terreno tutto dintorno di questo luogo vulca-
nico. Solamente alloriente della chiesa di Vestena-Nuova si vede

Due Memorie epistolari di osservazioni Mineralogiche e Orittografiche del Celebre


Signor Gio. Jacopo Ferber...scritte dalla Boemia al Signor Giovanni Arduino...
(15 dicembre 1771 e 1 marzo 1773), in Giornale dItalia spettante alla scienza
naturale e principalmente allagricoltura, alle arti ed al commercio, XI, Venezia
1774, pp. 107-118. Sul viaggio di Ferber in Italia: M. Beretta, Linnaeus in Italy.
The Case of Johann Jakob Ferber, in Linnaeus in Italy. The Spread of a Revolution
in Science, a cura di M. Beretta, A. Tosi, Watson Publishing International LLC,
Sagamore Beach 2007, pp. 91-112.
31
Nella versione definitiva del viaggio in Italia, Ferber ritratter alcune sue
considerazioni. Il riavvicinarsi, infatti, verso le posizioni di Cronstedt e Wallerius,
lo indurr a sostenere la formazione delle colonne basaltiche anche per la via
umida. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 135-136.
32
Allievo di Arduino e collaboratore di Strange. Su Festari si veda la mono-
grafia di Paolo Preto: P. Preto, Girolamo Festari: medicina, lumi e geologia nella
Valdagno del 700, Comune di Valdagno, Valdagno 1995.
33
G. Festari, Saggio di Osservazioni sopra alcune Montagne e Alpi altissime
del Vicentino, confinanti con lo Stato Austriaco, in Giornale dItalia spettante alla
scienza naturale e principalmente allagricoltura, alle arti ed al commercio, IX,
Venezia 1773, pp. 332-341.

97
una grossa stratificazione di calcaria naturalmente disposta, non
molto estesa, che forma corona ad un tratto di quei Monti; e tutto
il rimanente di materie vulcaniche composto. Le stratificazioni
Calcarie vicine a questi fenomeni, conservano le medesime loro
naturali inclinazioni, come ho notato in pi luoghi [...] ben vero,
che anche fra nostri Monti vulcanici, si trovano contrassegni non
rari, di eruzioni, di vomiti, di getti, dinnalzamenti di materia; ma
questi non danno [...], se non un confuso tumultuario ammasso
dinformi corpi. Quello che rimarcabile nelle colonne di Vestena,
si il cambiamento di forma nelle cristallizzazioni, che compongo-
no quellestesa stratificazione. Il passare dalle men regolari forme,
alle regoli e precise, da queste senza giunto dintervallo [...]34.

Si ribadiva, pertanto, quella transizione tra monti secondari e


terziari gi proposta da Arduino e riconoscibile nelle alterazioni
spato-cristalline e argillose, prodotte dalla graduale ripresa del
fenomeno vulcanico. Si abbandonava cos lassunto che, in pas-
sato, la Terra avesse potuto essere sottoposta ad intese e violente
catastrofi, preferendo al contrario lidea di un lento, costante ed
uniforme passaggio dalle formazioni secondarie (mesozoiche) a
quelle terziarie (cenozoiche).
Anche Alberto Fortis nella lettera a Cosimo Alessandro Collini
(1727-1806)35, conservata in forma manoscritta tra le carte del Fon-
do Amoretti e pubblicata nel 1783 sugli Opuscoli scelti36, riflette-
34
Osservazioni attinenti a gruppi Basaltini di Segaizzo, Altissimo e Vestena-
Nuova del Festari, 1776, in Carte Amoretti, cartella Geologia, Miniere e fossili,
foglio 16, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano.
35
Nato a Firenze nel 1727, fu segretario di Voltaire e suo corrispondente. Rise-
dette fino al marzo del 1753 a Berlino, dal 1771 fu invece direttore del gabinetto
di storia naturale dellElettore Palatino e di Baviera. F. R. De Angelis, Diziona-
rio biografico degli italiani, Istituto dellEnciclopedia, Treccani, Roma 1982, vol.
XXVII, pp. 63-65. Sulla questione dei basalti colonnari, Collini riprendeva consi-
derazioni in precedenza espresse da Wallerius, distinguendo i basalti di origine
sedimentaria da quelli di natura vulcanica. Tuttavia, in seguito, le sue posizioni
abbandonarono i toni moderati del 1776 (Journal dun voyage qui contient dif-
frentes observations minralogiques). Rifiutando infatti lipotesi del vulcanismo
sottomarino, sostenne la completa genesi marina delle formazioni basaltiche. Cfr.
H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 112.
36
Lettera del sig. Abate Alberto Fortis al Sig. Dott. Collini sulla probabilit della
trasformazione locale dellargilla marina in lava vulcanica, in Carte Amoretti,
cartella Geologia, Miniere e fossili, foglio 19, Istituto Lombardo di Scienze e

98
va sulle relazioni intercorrenti tra i suoli argillosi e le produzioni
laviche. Tuttavia non riteneva la formazione sedimentaria elemen-
to costitutivo delle rocce ignee. Ragionando, infatti, sulle analisi
compiute nei limitrofi dellEtna, asseriva di aver notato terra ar-
gillosa indurita color di cenere organizzata in strati concentrici,
verso il centro durissimi e basaltini37; daltro canto, in seguito,
mostrava come le terre argillose, se esposte alle emissioni gas-
sose di un vulcano in attivit, avessero potuto andare incontro a
deflorescenza per via umida. Inoltre nello scritto del 1783, labate
padovano, in risposta alle tesi di Collini che giudicava inammis-
sibile lorigine dei basalti colonnari dal raffreddamento di lave
fuse, riconfermava le posizioni sostenute nella memoria sulla valle
vulcanico-marina di Ronc (1778)38. Lazione delle acque avrebbe
potuto certamente consolidare piroclasti e residui lavici, ma non
avrebbe potuto essere ritenuta la causa formale delle strutture ba-
saltiche, che si sarebbero pertanto prodotte da precedenti accen-
sioni vulcaniche.
interessante notare, anche, come nella lettera al naturalista
toscano, Fortis riprendesse lopinione, piuttosto diffusa, che il
terremoto calabro-messinese del 1783 fosse stato provocato da
effervescenze sotterranee innescate dallignizione di depositi bitu-
minosi e solforosi per infiltrazione nel sottosuolo di acque marine.
Legava di conseguenza il sisma calabro-peloritano alle precedenti
eruzioni dellEtna e dello Stromboli.
Quanto sostenuto da Arduino, Fortis e Festari, ricorreva in par-
te negli scritti coevi di Strange, editi nel 1775 sulle Philosophical
Transactions of the Royal Society39. Quivi si esaminavano le for-

Lettere, Milano. A. Fortis, Lettera al Sig. Dott. Collini sopra la probabilit della
trasmutazione locale dellargilla marina in lava vulcanica, in Opuscoli scelti
sulle scienze e sulle arti, tomo VI, Milano 1783, pp. 331-346.
37
Lettera del sig. Abate Alberto Fortis al Sig. Dott. Collini sulla probabilit della
trasformazione locale dellargilla marina in lava vulcanica, in Carte Amoretti, cit.
38
A. Fortis, Della valle vulcanico-marina di Ronc nel territorio veronese,
Palese, Venezia 1778.
39
J. Strange, An Account of two Giants Causeways, or Groups of prismatic
basaltine Columns, and other curious concretions, in the Venetian State in Italy:
with some Remarks on the Characters of these similar Bodies, and on the physical
Geography of the Countries in which they are found, in Philosophical Transac-

99
mazioni colonnari del Monte Rosso, nei pressi di Abano Terme, di
Castelnuovo vicino a Teolo (Sasso di San Biagio) e del Monte del
Diavolo nelle vicinanze di San Giovanni Ilarione, constatandone
la sorprendente somiglianza con le concrezioni basaltiche dellAu-
vergne, del Velay, dellisola di Staffa e della Giants Causeway e, di
conseguenza, affermandone lorigine vulcanica.
Riconoscendo quindi il suo debito verso le precedenti indagini
dellabate Fortis I am indebted for the intelligence of this cau-
seway [Monte Rosso] to the ingenious Abb Fortis, whom curiosity
also led among those hills40, scriveva di seguito:

Those of San Biasio, though very hard, are rather porous, of a


lighter colour of than the columns of Monte Rosso, and very much
resemble a species of lava, which I have often seen. This porou-
snes I also remember to have once before observed [...] in some
basaltic columns near Achon, in the province of Auvergne, in Fran-
ce. The pores of columns of both these groups are also irregularly
dispersed, and of unequal size, like those of pumice stones and
other common pori ignei. [...] These properties are surely further
marks in favour of the igneous origin of such columnar crystalli-
zations; especially, since they seem contrary to the principle by
which the common aqueous crystal are formed, successively, et
per juxtapositionem partium ad partes41.

La giacitura degli affioramenti basaltici priva di discordanze e di-


scontinuit stratigrafiche, sosteneva Strange, contestava inoltre
lipotesi di una loro genesi casuale e tumultuosa, dimostrando al
contrario unorigine locale causata da processi geologici unifor-
mi e costanti. E sebbene non avesse identificato tracce di antichi

tions of the Royal Society, 65, 1775, pp. 3-47; Id., An account of a curious Giants
Causeway, or a Group of angular Columns, newly discovered in the Euganean
Hills, near Padua, in Italy. In a Letter from John Strange, Esq. F. R. S. to Sir John
Pringle, Bart. P. R. S., in Philosophical Transactions of the Royal Society, 65,
1775, pp. 418-424. Apparsi in una nuova versione sugli Opuscoli scelti: Id., D
monti colonnari e daltri fenomeni vulcanici dello Stato Veneto, in Opuscoli scel-
ti sulle scienze e sulle arti, tomo I, Milano 1778, pp. 145-177.
40
J. Strange, An account of a curious Giants Causeway, or a Group of angular
Columns, newly discovered in the Euganean Hills, near Padua, in Italy. In a Letter
from John Strange, Esq. F. R. S. to Sir John Pringle, Bart. P. R. S., cit., pag. 418.
41
Ivi, pp. 419-420.

100
crateri, tuttavia non abbandonava lipotesi del vulcanismo estinto,
suggerendo unattenta analisi geomorfologica del territorio. Cos,
se da una parte i depositi fossiliferi di Bolca e le rinvenute testi-
monianze di trasgressioni e regressioni marine nel sito di Ronc
avessero potuto documentare lindubbia azione modellante delle
acque nel passato della regione, dallaltra, lubicazione delle due
localit lungo la diramazione delle colline veronesi, comprovava
che lattivit vulcanica fosse stata un fenomeno successivo alla
formazione di quei rilievi montuosi. Sosteneva, quindi, che le lave
dalle quali si consolidarono i basalti colonnari non fossero state
eruttate dalle interiora della Terra, ma da accensioni di depositi
bituminosi ipogei alimentate dalla percolazione di acque salma-
stre. Non vi fu pertanto sollevamento degli strati sedimentari, ne
sovversione o mutamento di localizzazione. Veniva cos giustifi-
cata lassenza dei crateri vulcanici42. Nelle considerazioni del na-
turalista inglese, lorogenesi non sarebbe quindi necessariamente
dipesa dallattivit vulcanica, poich anteriore. Ravvisava inoltre
nello stratovulcano del Monte Somma (Vesuvio), non un cumulo
di scorie e depositi piroclastici, bens un edificio roccioso pre-
esistente alle eruzioni stesse. Le sue posizioni si allontanavano,
dunque, dalle precedenti di Robert Hooke (1635-1703), Moro, De-
smarest e Raspe che, contrariamente, avevano riconosciuto uno
stretto legame tra orogenesi e vulcanismo. Considerazioni analo-
ghe a quelle espresse da Strange, erano riprese, nel 1778, da Fortis
nel gi citato scritto sulla valle vulcanico-marina di Ronc dove,
suggerendo lipotesi di unattivit vulcanica sottomarina, sosteneva
il contemporaneo intervento di accensioni vulcaniche e processi
di deposizione indotti dallazione delle acque. Giustificando cos
la compresenza di formazioni ignee e sedimentarie, prendeva al
contempo le distanze dalla classificazione delle montagne in pre-
cedenza elaborata da Arduino43.
Bench quindi le convinzioni riguardanti il vulcanismo estinto
fossero spesso confuse e contrastanti, nei dibattiti emersi in seno
42
J. Strange, An Account of two Giants Causeways, or Groups of prismatic
basaltine Columns, and other curious concrections, in the Venetian State in Italy,
cit., pp. 3-47.
43
A tal proposito: L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit. pag. 219.

101
alla geologia veneta, durante la seconda met del Settecento, era-
no venute configurandosi le premesse per il successivo sviluppo
di quelle teorie uniformiste e gradualiste della Terra, che gran-
de importanza ebbero nelle scienze naturali di primo Ottocento.
Laperta critica nei confronti delle continue e delle catastrofiche
rivoluzioni del globo andava inoltre dilatando i tempi di formazio-
ne della crosta terrestre.
Il numero crescente di ricerche geologiche condotte sul campo,
rese dunque possibile quella raccolta di dati empirici e sperimen-
tali che accredit lopinione di antichi centri eruttivi sui rilievi delle
Prealpi Venete e sui versanti occidentali dellAppennino centro-
meridionale, nonostante, gi nel 1710, il botanico fiorentino Pier
Antonio Micheli (1679-1737) e, pi tardi, Targioni Tozzetti44 si fos-
sero apertamente pronunciati a favore dellorigine vulcanica delle
Colline Metallifere, del Monte Amiata e delle isole di Ischia e Pro-
cida. Tuttavia costoro non avevano colto pienamente il rilievo che
tali osservazioni avrebbero potuto avere nella sintesi di una teoria
generale della Terra, limitandosi di fatto a rimarcare il carattere
meramente regionale del magmatismo45. Sicch, malgrado le cosid-
dette teorie vulcaniste avessero cominciato a circolare nella prima
met del diciottesimo secolo, solo dopo il 1760 con la pubblicazio-
ne delle Due Lettere sopra varie osservazioni naturali di Arduino, si
discusse sulleffettivo ruolo del vulcanismo nel pi ampio contesto
di una scienza storica della Terra definendo altres, come mostrato,
un inevitabile nesso tra orogenesi ed attivit vulcanica46.
44
G. Targioni Tozzetti, Relazioni dalcuni viaggi fatti in diverse parti della
Toscana, Nella Stamperia Imperiale, Firenze 1751-1754, 6 vv. (IIa edizione ac-
cresciuta: Cambiagi, Firenze 1768-1779, 12 vv.); G. Targioni Tozzetti, Dei monti
ignivomi della Toscana e del Vesuvio, in Dei vulcani e monti ignivomi pi noti,
e distintamente del Vesuvio. Osservazioni fisiche e notizie istoriche di Uomini in-
signi di varj tempi, raccolte con diligenza, Calderoni e Faina, Livorno 1779, pp.
VII-LIX, vol. I. Le posizioni di Targioni Tozzetti erano, indubbiamente, molto pi
vicine alle teorie nettuniste che vulcaniste.
45
Biblioteca Nazionale di Firenze, Lettere di J. Strange a G. Targioni, ms. Tar-
gioni, c. 160.3. Cfr. T. Arrigoni, La scoperta dei vulcani spenti nel Settecento. Lette-
re di John Strange a Giovanni Targioni Tozzetti, cit., pp. 143-144.
46
G. Arduino, Due Lettere [...] sopra varie osservazioni naturali. Al Chiaris.
Sig. Cavalier Antonio Vallisnieri professore di Storia Naturale nellUniversit di
Padova. Lettera Prima [...] Sopra varie sue Osservazioni Naturali (Vicenza, 30

102
Venne in tal modo configurandosi lo statuto epistemico di quel-
la geologia vulcanista47 che, ricuperando il modello presentato
da Leibniz nella Protogaea48, reput il fuoco agente responsabile
della graduale formazione della litosfera e, sul finire del secolo col
riconoscimento dellorigine plutonica del granito, identific nel
magmatismo un fenomeno di rilievo nellanalisi dei processi geo-
dinamici. Considerando per di pi che le rocce basaltiche e gra-
nitoidi (graniti, granodioriti e tonaliti) sono tra i corpi rocciosi pi
abbondanti della crosta terrestre, affermarne lorigine magmatica
significava, non solo riconoscere limportanza del vulcanesimo
come principio costituente della litosfera, ma soprattutto ammet-
tere la preponderanza del meccanismo endogeno nella dinamica
storica ed evolutiva della Terra. In tale contesto, non sorprende
pertanto che Buffon nelle poques de la nature (1778), svilup-
pando le tesi proposte nel primo volume della Histoire naturelle,
gnrale et particulire (1749), sostenesse lopinione leibniziana
che la Terra fosse stata ab origine una massa incandescente di ma-
teria fusa, dal processo di raffreddamento e solidificazione della
quale si sarebbero consolidate le rocce vetrificate49.

gennaio 1759). Lettera Seconda [...] Sopra varie sue Osservazioni fatte in diverse
parti del Territorio di Vicenza, ed altrove, appartenenti alla Teoria Terrestre, ed
alla Mineralogia (Vicenza, 30 marzo 1759), in Nuova Raccolta di Opuscoli Scien-
tifici e Filologici, Venezia 1760, VI, pp. XCIX-CLXXX. Il contenuto delle Due Let-
tere veniva ripreso ed ampliato in: G. Arduino, Saggio Fisico-Mineralogico di Ly-
thogonia e Orognosia. Ed. accresciuta, in Giornale dItalia spettante alla scienza
naturale e principalmente allagricoltura, alle arti ed al commercio, Venezia 1775
(Ia edizione 1774), 11, pp. 171-217. Tale questione viene discussa in: J. C. Greene,
La morte di Adamo. Levoluzionismo e la sua influenza sul pensiero occidentale,
cit., pp. 84-93. Qui, Greene, scrive: La concezione di Arduino, delineata nel
1760 e ampliata nel 1774, forn la base per una netta esposizione delluniformi-
smo geologico, ma il mondo scientifico non era preparato a realizzare unopera
cos audace, (pp. 86-87).
47
N. Morello, La macchina della Terra, cit., pag. 139; Id., Problemi paleonto-
logici nella geologia veneta dei primi decenni dellOttocento, in Le Scienze della
Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pp. 12-15.
48
Il modello proposto da Leibniz nella Protogaea era noto ai naturalisti vene-
ti. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 105, pag. 190.
49
Buffon distinse sei di queste epoche della natura: la prima quando il globo
fu fuso dal fuoco, la seconda quando la massa fusa fu consolidata e si formarono
rocce vetrificate, la terza quando lacqua copr lintero pianeta e si formarono per
sedimentazione strati calcarei contenenti resti di vita marina, la quarta quando

103
Cos se da una parte si intensific la pratica del viaggio vulcano-
logico, innanzitutto verso le regioni dellItalia centro-meridionale,
atta allanalisi minuziosa del fenomeno vulcanico e delle sue pro-
duzioni, dallaltra, si consolid gradualmente la convinzione che
lattivit magmatica del pianeta, complementare allazione erosiva
delle acque, fosse stata responsabile del processo di formazione
delle montagne. La diffusione, negli anni 60 e 70 del Settecento,
del modello proposto da Leibniz nella Protogaea aveva dunque
sostenuto lidea che la Terra fosse un sistema dinamico capace
di rigenerarsi. Cadeva inoltre quellantitesi dicotomica tra fuoco
e acqua che, nella prima met del secolo, aveva indotto labate
Moro a criticare duramente le dottrine diluvialiste di Burnet e Wo-
odward. Nel 1707, lemersione dellisola vulcanica di Nea Kameni
nellarcipelago di Santorini, descritta da Antonio Vallisneri nel D
corpi marini che su monti si trovano, aveva infatti spinto il natu-
ralista friulano a ritenere il calore interno alla Terra causa del solle-
vamento di isole e montagne. La lettura della Histoire physique de
la mer di Luigi Ferdinando Marsili50, aveva inoltre convinto Moro
della sostanziale corrispondenza petrografica tra la crosta dei fon-
dali marini e i monti primitivi, ragionevolmente corroborata dal

le acque si ritirarono dagli attuali continenti, la quinta quando gli elefanti, gli
ippopotami, ed altri animali tropicali popolarono le regioni settentrionali del glo-
bo, la sesta quando i due emisferi si separarono e luomo cominci a modificare
laspetto della natura. Per calcolare il tempo richiesto da questi eventi, Buffon
cerc di stimare il tasso di raffreddamento di una massa fusa qualera stata un
tempo la terra. Cfr. J. C. Greene, La morte di Adamo, cit., pag. 91. Daltra parte,
Luca Ciancio constata come Buffon in realt manifestasse idee pi conservatrici,
riconoscendo allattivit vulcanica un ruolo secondario nello sviluppo della Terra:
[...] sebbene [Buffon] proponesse unorigine plutonica del pianeta che si concilia-
va con le idee dei Veneti [Arduino, Strange, Fortis] in materia di rocce cristalline,
egli aveva introdotto una serie di condizioni limitanti lazione di vulcani finendo
per attribuire scarso rilievo allazione delle forze ignee nel suo complesso. Lin-
troduzione dellidea di un oceano universale in progressivo ritiro, le cui acque
erano essenziali per provocare laccensione di vulcani, escludeva la possibilit
che il vulcanismo avesse preceduto la fase dello stabilimento e abbassamento delle
acque. [...] Il fatto che alcune regioni della Francia e gran parte dellItalia fossero
ricoperte da residui vulcanici, era potuto avvenire solo dopo che si erano formati
i depositi di bitumi e carboni di origine vegetale necessari ad alimentare le com-
bustioni sotterranee. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 150-151.
50
Edita nel 1725 ad Amsterdam.

104
rinvenimento di malacofaune fossili sui versanti delle montagne
pi antiche51.
Nel corso del diciottesimo secolo, malgrado andasse maturan-
do un crescente interesse verso il vulcanismo estinto, le cono-
scenze riguardanti vulcani attivi e manifestazioni pseudovulcani-
che rivelavano per uno scarso sviluppo teorico rispetto al secolo
precedente, soprattutto nellanalisi dei processi geochimici soggia-
centi52. Al riproporsi invero della teoria delle effervescenze (fer-
mentazioni), ripresa nella seconda met del Seicento da Robert
Boyle (1627-1691) e Hooke53, facevano da contrappeso lipotesi
kircheriana del fuoco centrale54 e lidea, di formulazione cartesia-
51
A. L. Moro, D crostacei e degli altri marini corpi che si truovano su monti,
Libri due, presso Stefano Monti, Venezia 1740, si vedano specialmente le pp. 262-
269, pp. 283-289, pp. 429-432. Su Moro: AA. VV., Anton Lazzaro Moro (1687-
1987), Atti del Convegno di Studi (San Vito al Tagliamento, 12-13 marzo 1988),
Grafiche Editoriali Artistiche Pordenonesi, San Vito al Tagliamento 1988; AA.
VV., Anton Lazzaro Moro. Contributi per una ricerca, Edizioni della Provincia di
Pordenone, Pordenone 1988.
52
Per una sintesi riguardante lo studio della geotermia e dei fenomeni subvul-
canici tra Settecento ed Ottocento: M. Ciardi, R. Cataldi, Il Calore della Terra.
Contributo alla Storia della Geotermia in Italia, Edizioni ETS, Pisa 2005, pp.
156-208.
53
Lattivit eruttiva sarebbe stata innescata da reazioni di condensazione e
combustione dei vapori sotterranei con bitumi, carboni, piriti e nitrati di po-
tassio e sodio. Lipotesi formulata da Vannuccio Biringuccio (1480-1530) nella
Pyrotechnia (1540) fu riproposta, nella seconda met del Seicento, specialmente
da Robert Boyle e Robert Hooke. Vi ader inoltre Isaac Newton. La teoria delle
effervescenze era altres conforme alla chimica flogistica di Stahl. Si veda: H. Sig-
urdsson, Melting the Earth, cit., pp. 102-109, pag. 135. Sulle indagini geologiche
di Hooke: W. N. Edwards, Robert Hooke as Geologist and Evolutionist, in Nature,
137, 1936, pp. 96-97.
54
A. Kircher, Mundus subterraneus, in XII Libros digestus, apud Joannem
Janssonium & Elizeum Weyerstraten, Amstelodami 1664-1665, ristampa anastatica
a cura di G. B. Vai, Forni, Bologna 2004. Sullorigine del fuoco sotterraneo si
veda: vol. I, lib. IV, pp. 168-185. Sul geocosmo di Kircher ha scritto Nicoletta
Morello: Per Athanasius Kircher (1601-1680), il geocosmo ha una struttura
immutata ed immutabile nel tempo. Esso composto di un fuoco centrale e di
fuochi periferici raccolti in caverne (pyrophylacia) che raggiungono latmosfera
attraverso i vulcani; di ampie caverne piene dacqua, comunicanti con il fondo
del mare e le montagne; di altre caverne (hydrophylacia) site dentro le mon-
tagne, che contengono lacqua, dissalata, del mare e originano fiumi e fonti
(cfr. N. Morello, La macchina della Terra, cit., pp. 69-70). Si consulti inoltre: N.
Morello, Nel corpo della Terra. Il geocosmo di Athanasius Kircher, in Athanasius

105
na, del calore sotterraneo, secondo la quale vulcani e fenomeni
pseudovulcanici sarebbero stati manifestazione di un nucleo in-
candescente in via di progressivo raffreddamento. Daltra parte,
nel diciottesimo secolo, lintensificarsi dellattivit estrattiva aveva
indotto a prediligere lopinione che depositi di pirite (disolfuro
di ferro, FeS2) e di combustibili fossili costituissero il propellente
delle ignizioni vulcaniche. Note e temute erano infatti le emissioni
infiammabili di gris55 che, nei condotti sotterranei delle miniere
di carbone, erano state spesso causa di esplosioni e deflagrazioni
improvvise, provocando numerosi morti e gravi danni. Inoltre di-
verse analisi sperimentali, gi sul finire del XVII secolo, avevano
dimostrato come dal processo di decomposizione della pirite si
producesse fumo e un certa quantit di calore. Lesperienza ma-
turata pertanto in ambito minerario e chimico-mineralogico, se
non addirittura alchemico come suggerito da Haraldur Sigurdsson,
avvalorava la congettura secondo la quale i vapori ipogei, espan-
dendosi nelle viscere della Terra e reagendo con sostanze solforo-
se, nitrose e carboniose, sarebbero stati responsabili dei processi
di fermentazione, causa delle eruzioni vulcaniche. Le combustioni
interne alla litosfera erano inoltre considerate motivo di terremoti,

Kircher. Il museo del mondo, a cura di E. Lo Surdo, Edizioni de Luca, Roma 2001,
pp. 179-196.
55
Miscela di aria e metano (CH4) prodotta durante il processo di carbonifica-
zione di detriti vegetali in ambiente anossico. Con la lenta decomposizione dei
resti organici, il gas cos generato viene spesso racchiuso nelle fessure degli strati
a letto e a tetto incassanti il deposito carbonifero, oltre che negli stessi piani di
sfaldamento della formazione fossile. Durante lattivit estrattiva accade pertanto
che il gas liberato circoli in tal modo nellaria formando una miscela, in certe
proporzioni, esplosiva. Sul finire del Settecento, le miniere possedevano ancora
poca, se non addirittura, nessuna ventilazione artificiale, sicch i gas infiamma-
bili spesso si condensavano nelle estremit di condotti e gallerie ricche di aria
stagnante, oltre che nelle zone abbandonate della coltivazione. Al crescere in
profondit dello scavo, con la diminuzione della pressione atmosferica, il gris
cos prodottosi si espandeva dalle vecchie aree di lavorazione verso i cantieri
attivi, dove, a contatto con la fiamma di una lampada ad olio, avrebbe potuto
incendiarsi causando spesso potenti deflagrazioni. Tra il diciottesimo e il dician-
novesimo secolo, le esplosioni innescate dal gris si verificarono con tassi di fre-
quenza elevatissimi, specialmente nellInghilterra settentrionale. A tal proposito:
J. A. S. Ritson, Miniere metallifere e carbonifere dal 1750 al 1875, in Storia della
tecnologia, cit., 4, I, pp. 91-92.

106
uragani, tuoni e lampi. Se la sismogenesi veniva quindi spiegata
ricorrendo allattivit vulcanica, i fenomeni caratterizzanti la fisica
dellatmosfera erano interpretati come prodotto finale delle reazio-
ni, innescatesi nel mezzo aereo, tra particelle nitrose e solforose.
Le materie della crosta terrestre si sarebbero, dunque, poste come
principio unificante di fenomeni empiricamente differenti. Cos,
ancora nellInghilterra di primo Ottocento, vi erano naturalisti per
lo pi seguaci della dottrina werneriana, tra i quali Richard Kirwan
(1733-1812) e Robert Jameson (1774-1854)56, che si interrogavano
sul perch avrebbero dovuto esserci tanti depositi di combustibili
fossili se, come sostenuto da Hutton, vi fosse stata una regione
intratellurica incandescente causa dellorigine plutonica del gra-
nito e del sollevamento di montagne e vulcani57. Nonostante le
ricerche sul vulcanismo attivo ed estinto avessero subito un incre-
mento esponenziale e la teoria degli elementi di Lavoisier avesse
posto le premesse per un esame delle reazioni chimiche in seno
alla Terra, il principio delle effervescenze venne spesso preferito
a quello del calore sotterraneo, poich capace di proporre un
modello intuitivo di comprensione dei meccanismi endogeni della
litosfera (vulcanogenesi e sismogenesi).
Solo nel corso del XIX secolo, gli sviluppi della termodinamica
e le indagini sulla propagazione e conduzione del calore di Joseph
Fourier (1768-1830), Sadi Carnot, Laplace, Joseph Louis Gay-Lus-
sac (1778-1850), Humphry Davy (1778-1829)58 et alii, avvalendosi
di una maggior mole di dati sperimentali, corroboreranno lipotesi
riguardo lesistenza di un nucleo incandescente interno alla Terra.
La teoria corpuscolarista del calore, oltre a favorire lo sviluppo di
un linguaggio formale adatto alla descrizione in termini meccanici
56
A tal proposito: H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 116-119; J. C.
Sweet, C. D. Waterston, Robert Jamesons approach to the Wernerian Theory of
the Earth, in Annals of Science, 23, 1967, pp. 81-95; R. Jameson, The Wernerian
Theory of the Neptunian Origins of Rocks, Hafner Press, New York 1976.
57
H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 119.
58
Su Davy, si rimanda a: H. Davy, The Collected Works of Sir Humphry Davy,
edited by J. Davy, Smith Elder, London 1829-1840, 9 vv.; J. A. Paris, The Life of Sir
Humphry Davy, Henry Colburn & Richard Bentley, London 1831; R. Siegfried, R.
H. Dott, Humphry Davy as Geologist, 1805-1829, in British Journal for the History
of Science, 9, 1976, pp. 219-227.

107
e statistici del fenomeno termico, mostrava altres come le transi-
zioni di stato della materia (solido, liquido, gassoso) dipendessero
dalle sole variazioni di temperatura, volume e pressione59.
indubbio che lattenzione su scala europea verso i proces-
si dinamici della superficie terrestre fosse stata, altres, motivata
dallintensa attivit tettonica che coinvolse il bacino del Mediterra-
neo durante il XVIII secolo interessando, senza trascurare il cata-
strofico terremoto di Lisbona (1755), innanzitutto larea tirrenica,
dal sisma calabro-messinese (1783), ai cicli eruttivi del Vesuvio
(1700-1707, 1712-1737, 1742-1761, 1764-1767, 1770-1779, 1783-
1794, 1799-1822), alle frequenti eruzioni di Vulcano (1727, 1768,
1771, 1774, 1786), dello Stromboli e dellEtna (1780, 1783, 1784,
1785, 1787, 1792). Cos, ad esempio, nellesaminare lattivit del
Vesuvio durante il Settecento e nella prima decade dellOttocento,
sono di rilievo i contributi di studiosi locali60, quali: Ignazio Nicola
Sorrentino (1663-1737)61, Francesco Serao (1702-1783)62, Gaetano
de Bottis (1721-1790)63 e Ascanio Filomarino (1751-1799), oltre alle
analisi di scienziati senza dubbio pi noti allindagine storica con-
59
Per un sintesi generale riguardante lo sviluppo della termodinamica tra Set-
tecento e Ottocento: S. G. Brush, The kind of motion we call heat, cit., 1976; S. G.
Brush, Nineteenth century Debates About the Inside of the Earth: Solid, Liquid or
Gas?, in Annals of Science, 36, 1979, pp. 225-254; R. Fox, The caloric theory of
gases from Lavoisier to Regnault, Clarendon Press, Oxford 1971; E. Bellone, Storia
della fisica moderna e contemporanea, cit., pp. 155-179.
60
La maggior parte dei vulcanologi settecenteschi aderiva alla dottrina delle
effervescenze per spiegare il fenomeno vulcanico. Per ci che concerne una
storia delle ricerche condotte sui versanti del Vesuvio: A. Nazzaro, Il Vesuvio.
Storia eruttiva e teorie vulcanologiche, Liguori Editore, Napoli 2001. Oltre a: Id.,
Vesuvius and the volcanologists, 1734-1860, in Rocks, Fossils and History, cit.,
pp. 129-139.
61
I. N. Sorrentino, Istoria del monte Vesuvio, Divisata in 2 libri, Giuseppe
Severini, Napoli 1734.
62
Francesco Serao, docente di medicina presso lUniversit di Napoli, descrisse
la violenta eruzione del maggio del 1737. F. Serao, Istoria dellincendio del Vesuvio
accaduto nel mese di maggio dellanno 1737, Novello de Bonis, Napoli 1738.
63
Di notevole interesse sono le sue descrizioni delle eruzioni vesuviane del
1760, 1767, 1779. Fu un fervente sostenitore della teoria delle effervescenze. G.
de Bottis, Istoria di vari incendii del Monte Vesuvio cui si aggiunge una breve
relazione di un fulmine che cadde qui a Napoli nel mese di giugno dellanno
MDCCLXXIV, Stamperia Regale, Napoli 1786.

108
temporanea, come: Scipione Breislak64, Giuseppe Gioeni (1747-
1822)65 tra i primi a considerare lantichit dellEtna , Dodat de
Dolomieu, Lazzaro Spallanzani, Leopold von Buch (1774-1853) e
Alexander von Humboldt (1769-1859).
Di notevole interesse storico e vulcanologico sono inoltre le
osservazioni, pubblicate tra il 1767 e il 1771 sulle Philosophical
Transactions of the Royal Society, di William Hamilton66. Le rela-
zioni fornite dal naturalista inglese, realizzate riprendendo in parte
i dati raccolti da Giovanni Maria della Torre (1713-1782)67, si confi-
guravano essenzialmente come rendiconti giornalieri delle manife-
stazioni geo-vulcaniche correlate agli episodi effusivi. Sebbene Ha-
milton propendesse per stime descrittive e quantitative, omettendo
spesso pareri e congetture sulla natura del fenomeno vulcanico,
tuttavia mostrava opinioni perfettamente concordi con quelle di
Moro e Raspe. Sottolineava di conseguenza la relazione esistente
tra vulcanismo ed orogenesi, indicando come i vulcani, non solo
portassero distruzione e catastrofe, ma svolgessero anche una fun-
zione costruttiva, indispensabile nel lento ed uniforme processo di
palingenesi dinamica della crosta terrestre. Tesi che ottenne grande
eco e diffusione con la pubblicazione di Campi Phlegraei (1776)68.
Tale convinzione avrebbe potuto inoltre essere avvalorata dalla
struttura delledificio vesuviano, il Monte Somma mostrava infatti
unalternanza continua di strati lavici e depositi piroclasitici (strato-
vulcano), manifestando perci unelevazione vulcanica69.
64
S. Breislak, A. Winspeare, Memoria sulleruzione del Vesuvio accaduta la
sera del 15 giugno 1794, Napoli 1794; S. Breislak, Topografia fisica della Campa-
nia, Antonio Brazzini, Firenze 1798.
65
G. Gioeni, Saggio di Litologia Vesuviana, Stamperia Simoniana, Napoli 1790.
66
Inviato plenipotenziario e straordinario inglese a Napoli. Si veda: W. Ham-
ilton, An Account of the eruption of Mount Vesuvius, in 1767, in Philosophical
Transactions of the Royal Society, 58, 1768, pp. 1-14.
67
G. M. della Torre, Storia e fenomeni del Vesuvio esposti dalla sua origine
sino al 1767, Campo Donato, Napoli 1768.
68
W. Hamilton, Campi Phlegraei. Osservazioni sui vulcani del Regno delle
Due Sicilie comunicate alla Societ Reale di Londra da William Hamilton, Banco
di Napoli, Napoli 1985. Sulleruzione del Vesuvio del 1779, si esamini anche: W.
Hamilton, Supplement to Campi Phlegraei, being an account of the great eruption
of Mount Vesuvio in the month of August 1779, Cadell, Naples 1779.
69
Il Somma-Vesuvio un vulcano composito, costituito da uno stratovulcano

109
W. Hamilton, An account of the eruption of Mount Vesuvius, in 1767, Philosophi-
cal Transactions of the Royal Society, 58, 1768, pp. 1-14.

Nel tentativo quindi di ricostruire la storia geologica della Terra,


elaborando al contempo una teoria della catastrofe che non si
limitasse a ritenere i terremoti e le eruzioni vulcaniche casuali
ed inspiegabili accidenti, si diffuse quella vulcanomania, come
giudicata da alcuni naturalisti e letterati di lingua italiana70, che
sulla scia delle attenzioni crescenti verso lo studio del vulcani-
smo estinto, aveva favorito numerose peregrinazioni vulcanologi-
che verso lAppennino centro-meridionale, lArcipelago Campano
(isole Ponziane), il Vesuvio, le Lipari e la Sicilia. Inoltre, ad inizio
Ottocento, il viaggio turistico-letterario verso le regioni vulcani-
che dItalia era divenuto un vero e proprio fenomeno di costume,
diretta conseguenza di una maggiore ricezione degli argomenti

(Monte Somma, formato dallalternanza di colate laviche e materiale piroclasti-


co), lattivit del quale terminata col collasso di una caldera sommitale, e da un
cono pi recente (Monte Vesuvio), prodottosi allinterno della caldera. Per ci
che concerne la geomorfologia degli edifici vulcanici, tra i pochi testi in lingua
italiana, si suggerisce lindispensabile studio di: C. Ollier, Vulcani. Attivit, geo-
grafia, morfologia, Zanichelli, Bologna 1994; sul Vesuvio e sui vulcani compositi
si vedano le pp. 45-49.
70
L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 154.

110
vulcanologici anche presso intellettuali, studiosi o semplici cu-
riosi non necessariamente provenienti dal contesto accademico.
Allesplorazione scientifica di vulcani spenti o attivi si era dunque
progressivamente accompagnata una loro frequentazione turistica,
fonte di guadagno per cocchieri, guide e portantini. A tal proposi-
to, scrive Vittorio Paliotti:

[...] Era esplosa, in pratica, con gli inizi dellOttocento, quella che
potrebbe essere definita la gloria turistica del Vesuvio, ed era fio-
rita tutta una vera e propria industria, che comprendeva cocchieri,
guide e perfino portatori di sedie, in quanto i forestieri pi gracili
o pi abbienti preferivano raggiungere la cima del vulcano non
con le loro gambe, ma comodamente seduti su una speciale scran-
na sorretta da quattro ad otto robusti garzoni. La partenza avve-
niva, di solito, a sera inoltrata da Napoli, in carrozzella. Si poteva
aggredire il Vesuvio da tre parti, cio da Resina, da San Sebastiano
e da Boscotrecase, ma la via pi seguita era quella di Resina71.

Nellampio ed articolato panorama descritto, furono dunque nume-


rosi i naturalisti che visitarono ripetutamente le regioni vulcaniche
della penisola italiana, pubblicando i resoconti delle loro ricerche,
non di rado tradotti in francese, inglese e tedesco, sui periodici
scientifici di maggior diffusione nellItalia di secondo Settecento,
tra i quali i gi citati: Giornale dItalia, Opuscoli scelti, Nuova
raccolta di opuscoli scientifici e filologici (Venezia, 1755-1787).
Al riconoscimento del ruolo centrale dellattivit vulcanica nel-
lo sviluppo cronostratigrafico della litosfera e, di conseguenza,
dellorigine ignea di rocce cristalline e basalti, si contrappose, con
la pubblicazione della Kurze Klassifikation und Beschreibung der
verschiedenen Gebirgsarten (1787), la sintesi geologica di Abra-
ham Gottlob Werner72. Le tesi del mineralista tedesco, conosciute
71
Cfr. V. Paliotti, Il Vesuvio, una storia di fuoco, Azienda Autonoma di Sog-
giorno, Napoli 1981, citato in M. Krafft, I vulcani, il fuoco della Terra, Universale
Electa - Gallimard, Trieste 1993, pag. 166. Per ci che concerne i viaggi effettuati
sui versanti del Vesuvio, si veda anche: P. Gasparini, S. Musella, Un viaggio al
Vesuvio. Il Vesuvio visto attraverso diari, lettere e resoconti di viaggiatori, Liguori
Editore, Napoli 1991.
72
A. G. Werner, Kurze Klassifikation und Beschreibung der verschiedenen
Gebirgsarten, In der Waltherischen Hofbuchhandlung, Dresden 1787, trad. ing.

111
nellEuropa continentale gi dal 1778, ottennero grande risonan-
za nelle scienze della Terra di fine secolo. Se il consenso verso
la geognosia werneriana fu indubbiamente dovuto alla maggior
corrispondenza con le Sacre Scritture, fondamentale nellattirare le
simpatie del clero, e alla popolarit di cui godette Werner in quali-
t di docente presso la Bergakademie di Freiberg73, tuttavia non si
deve trascurare che in Scozia, Inghilterra e Stati italiani mancasse-
ro istituti ed accademie di istruzione mineraria74. Sicch naturalisti
doltremanica, orittologi e tecnici minerari del Piemonte Sabaudo,
della Repubblica di Venezia, del Regno di Napoli, del Granducato
di Toscana ecc., qualora avessero desiderato completare liter for-
mativo, sarebbero stati costretti a recarsi presso le prestigiose Ber-
gakademien di Freiberg e Schemnitz, subendo pertanto linfluenza
della dottrina werneriana75.

A. G. Werner, Short classification and description of the various rocks, by A. M.


Ospovat, Hafner, New York 1971. Si consultino anche: A. M. Ospovat, Reflections
on A. G. Werners Kurze Klassifikation, in Toward a History of Geology, cit., pp.
242-256; R. Laudan, From Mineralogy to Geology, cit., pp. 87-102; E. Vaccari, Wer-
nerian Geognosy and Italian Vulcanists, cit., pp. 28-35; M. S. J. Rudwick, Bursting
the Limits of Time, cit., pp. 421-423.
73
Werner, inizialmente, fu docente di mineralogia e tecniche minerarie (Ber-
gbaukunst), quindi, dal 1779, di Gebirgslehre (litologia e teoria delle formazio-
ni rocciose, chiamata in seguito Geognosie) e infine, nel 1789, anche di tecnica
metallurgica (Eisenhttenkunde). Ebbe comunque il merito di introdurre nella
Bergakademie di Freiberg insegnamenti strettamente legati alla conoscenza ge-
ologica del territorio, considerati indispensabili nellindagine mineraria. Cfr. E.
Vaccari, Le accademie minerarie come centri di formazione e di ricerca geologica
tra Sette e Ottocento, cit., pag. 160.
74
Le prime esperienze italiane nellambito dellinsegnamento minerario risal-
gono agli anni successivi allUnit; si ricordino, ad esempio, le scuole minerarie
di: Caltanissetta (1862), Agordo (1867), Massa (1871), Iglesias (1871) e Massa
Marittima (1919). Lassenza di accademie negli Stati italiani sette-ottocenteschi
si pone come problema storiografico aperto, che comunque non dovrebbe tra-
scurare la sostanziale povert metallifera del territorio italiano. Cfr. E. Vaccari, Le
accademie minerarie come centri di formazione e di ricerca geologica tra Sette e
Ottocento, cit., pag. 165. Anche: U. Chiaromonte, Sviluppo e scuole minerarie dopo
lUnit, in Ricerche Storiche, 22, 1992, pp. 89-129. Sul patrimonio minerario
della penisola italiana: G. Jervis, I tesori sotterranei dellItalia, Loescher, Torino
1873-1889, 4 vv.
75
Per unanalisi pi ampia, si esamini il recente studio di Donata Brianta: D.
Brianta, Europa mineraria. Circolazione delle lites e trasferimento tecnologico
(secoli XVIII-XIX), FrancoAngeli, Milano 2007.

112
Elaborando una classificazione delle rocce, distinta da quella dei
minerali, che potesse descrivere lo svolgimento storico e stratigrafico
della Terra, Werner formul una teoria geologica, definita dai suoi
allievi nettunismo, nella quale si identificava nellazione sedimen-
taria delle acque, nonch nei processi di precipitazione e cristalliz-
zazione, un ruolo dominante nella formazione della maggior parte
dei componenti rocciosi della litosfera. Si riconosceva dunque nel
vulcanismo una forza marginale nello svolgimento della dinamica
terrestre, di portata esclusivamente locale. I basalti, classificati come
rocce sedimentarie, erano considerati affioramenti secondari propri
delle montagne stratificate (Floetzgebirgen). Le formazioni cristal-
line (granito, gneiss, scisto, serpentino, porfido ecc.), costituenti le
Urgebirgen (montagne primitive), sarebbero state invece prodotte
da processi di precipitazione chimica e sedimentazione verificatisi
in un ipotetico Oceano Primordiale dal quale, in seconda istanza,
la crosta continentale sarebbe emersa grazie alla graduale concre-
zione di depositi rocciosi, nonch alla regressione marina cagionata
dal crollo delle spelonche sotterranee. Nellampia sintesi werneria-
na, non vi erano novit significative rispetto alle idee litogenetiche
formulate dallipotesi diluvialista tra diciassettesimo e diciottesimo
secolo. Essa si proponeva, infatti, come struttura organica capace di
fornire unadeguata e chiara esposizione delle conoscenze gi cir-
colanti tra i mineralisti e gli orittologi settecenteschi. Sono evidenti,
ad esempio, le analogie coi modelli stratigrafici elaborati in prece-
denza da Lehmann e Fchsel. Considerando inoltre che il sistema
della Kurze Klassifikation avrebbe dovuto innanzitutto garantire un
valido strumento nella ricerca di filoni e vene metallifere, non sor-
prende la distinzione, di linneana memoria, tra classi litologiche e
classi mineralogiche, idonea nel definire le corrispondenze crono-
logiche tra formazioni rocciose e minerali.
I consensi crescenti riscossi dalla dottrina werneriana, special-
mente dal 1778-1780, furono indotti dalla diffusione degli scritti del
chimico svedese Torbern Olof Bergman. Nel 1779, veniva infatti
stampato il primo volume dei suoi Opuscula Physica et Chemi-
ca76, opera nella quale, oltre al tentativo di introdurre una nuova
76
Per una ricostruzione dellattivit di Bergman, si rimanda a: H. D. Hedberg,

113
nomenclatura chimica, descriveva quelle reazioni che avrebbero
potuto causare uneruzione vulcanica.
Al contempo, in Europa, venivano pubblicate le poques de
la nature, oltre ai rilevanti contributi di Faujas de Saint-Fond
(1778)77, William Hamilton (1779)78 e Jean-Louis Giraud Soulavie
(1752-1813)79. Cos, se da una parte Bergman riprendeva lormai
obsoleta chimica flogistica di Ernst Stahl (1660-1734)80, cercando di
predisporne punti di convergenza col principio newtoniano della
gravitazione universale e con la nomenclatura binomia di Linneo,
dallaltra, gli scritti di Saint-Fond, Hamilton e Soulavie, conformi
con lidea espressa nelle poques di uno sviluppo uniforme e dire-
zionale della natura, dimostravano lestensione e limportanza del
fenomeno vulcanico nello svolgimento storico della Terra. Ciono-
nostante, le tesi del chimico e naturalista svedese ricevettero mag-
giori attenzioni e favori da parte della comunit scientifica euro-
pea; a tal punto che negli Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti
del 1779, venivano tradotti in lingua italiana due suoi saggi estratti
dai Nuovi Atti dellAccademia delle Scienze di Uppsala. I due testi
di Bergman, riguardanti lorigine e gli effetti del calore e del fuoco

The Influence of Torbern Bergman (1735-1784) on Stratigraphy: A Rsum, in


Toward a History of Geology, cit., pp. 186-192; L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit.
pag. 150 e ss. Per ci che concerne la vita e le opere: A. M. Duncan, Bergman,
Torbern Olof, in Scienziati e Tecnologi. Dalle origini al 1875, a cura di E. Agazzi
et alii, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1975, vol. I, pp. 136-137, 3 vv.
77
B. Faujas de Saint-Fond, Recherches sur les volcans teints du Vivarais et du
Velay; avec un discours sur les volcans brlans, des mmoires analytiques sur les
schorls, la zolite, le basalte, la pouzzolane, les laves & les diffrentes substances
qui sy trouvent engages, & c., Chez Joseph Cuchet, Grenoble and Paris 1778.
78
Nel 1779, veniva infatti edito il Supplemento a Campi Phlegraei, relativo alla
violenta eruzione del Vesuvio nellagosto di quello stesso anno.
79
Sulla figura e le ricerche condotte da Giraud Soulavie, si veda soprattutto:
M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pp. 214-220.
80
Solo durante il XVIII secolo la chimica si era affermata quale branca della
scienza che andava conquistando una sua individualit e cominciava a essere
insegnata indipendentemente, non pi come semplice sussidiaria della medicina
[...]. In Bergman ritroviamo le ultime fasi delle vecchie teorie, che vengono via
via superate. In effetti, nonostante la sua chiara interpretazione delle reazioni e
i suoi metodi di analisi relativamente esatti, egli credeva alla teoria del flogisto,
di cui calcol pure il peso apparente in vari metalli in A. M. Duncan, Bergman,
Torbern Olof, in Scienziati e Tecnologi. Dalle origini al 1875, cit., pag. 136.

114
sotterraneo e la litogenesi del basalto81, non esponevano tuttavia
considerazioni inedite dal punto di vista teorico, limitandosi per lo
pi a riproporre assunti gi largamente diffusi nelle scienze della
Terra di primo Settecento. Allipotesi delle effervescenze sotter-
ranee, seguiva infatti lidea che i basalti colonnari, al pari delle
formazioni trappiche82 della Scozia (isola di Staffa), della Svezia e
dellIslanda (vulcano Hecla), si fossero originati per via umida:

Dalle cose dette finora parmi potersi conchiudere non solo che i Ba-
salti sono una produzione ambigua del fuoco, ma che sembra anzi
pi probabile la loro origine per la via umida, che per la secca83.

Inoltre, lopinione secondo la quale le eruzioni vulcaniche fossero


state innescate dalla fermentazione di depositi bituminosi e piritosi
per infiltrazione di determinate quantit dacqua salata, avrebbe
potuto essere corroborata dal sorgere di molti vulcani nelle vici-
nanze delle fasce costiere:

I paesi vulcanici son posti non lungi dal mare, e hanno un fondo
cavernoso, sicch non vi manca n acqua, n aria. Ma il calore pro-
dotto nella maniera descritta non sembra avere n tanta intensit, n
tanta durata, quanta fa di mestieri per tutte le operazioni de Vulca-
ni. Conviene adunque che siavi una sostanza bituminosa, la quale
accesa per mezzo del calore, alimenti poscia, e mantenga il fuoco.
[...] richiedesi una giusta dose di quattro materie principali 1. di
pirite, senza cui non si eccita niun calore spontaneo 2. di materia
bituminosa e fissa, per mantenere il fuoco, quali sono le sostanze
argillose penetrate di bitumi 3. di acqua che inumidifica legger-

81
T. O. Bergman, Dellorigine e degli effetti del Calore e del Fuoco sotterraneo. Ar-
ticolo tratto dalla dissertazione Sui prodotti del Fuoco Sotterraneo considerati chimi-
camente & Della formazione del basalte. Articolo tratto dalla medesima dissertazio-
ne, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, tomo II, Milano 1779, pp. 86-97.
82
Trappo deriva dallo svedese trapp, scalino-scalinata, relativo alla forma
singolare, a gradini per lappunto, di colate basaltiche sovrapposte e successi-
vamente erose. I trappi sono altres noti come basalti di copertura o di espandi-
mento, correlati a margini continentali divergenti (rifting): aree di estensione ed
assottigliamento della litosfera. Emanuel Swedenborg (1688-1772), tra i primi ad
impiegare la parola trapp nelle Observations of Natural Things, cos chiamava le
formazioni basaltiche della Svezia, ritenendole di origine sedimentaria.
83
T. O. Bergman, Della formazione del basalte, cit., pag. 97.

115
mente, senza di cui gli elementi della pirite agiscono luno contro
laltro. Questi tre mezzi svolgono, e accumulano il flogisto, ma egli
di per se solo non riscalda. necessario pertanto in 4. luogo un
altro elemento della materia del calore, cio la stessa aria pura84.

Cos in seguito concludeva, mostrando in accordo con Ferber e


la tradizione chimica svedese (Cronstedt, Wallerius) come largilla
fosse elemento predominante nei basalti:

Supponiamo adunque uno strato di schisto argilloso, e bitumino-


so pieno di noccioli piritacei collocato in un fondo cavernoso di
modo che dallacqua, o penetrante dal vincin mare, o caduta dal
cielo possa umettarsi quanto basta; gli elementi della pirite allora
si assalgano scambievolmente, nasce il calore, e va crescendo di
mano in mano. Il primo effetto di questo consiste nel dissipare
lumido ambiente, anzi qualche volta ne viene espulsa lacqua in
abbondanza, forsanche talvolta gettata fuori la materia argillosa
rammollita per formare i basalti85.

Lautorevolezza del metodo sperimentale adottato86 e lattendibilit


dei dati ricavati sostennero gli ampi consensi riscossi dagli assunti
teorici palesati da Bergman e da quella tradizione di ricerche sulla
struttura della materia, di cui si era fatto portavoce.
84
T. O. Bergman, Dellorigine e degli effetti del Calore e del Fuoco sotterraneo.
Articolo tratto dalla dissertazione Sui prodotti del Fuoco Sotterraneo considerati
chimicamente, cit., pp. 87-88.
85
Ivi, pag. 89.
86
Torbern Olof Bergman svilupp limpiego del cannello ferruminatorio
nellanalisi di minerali e composti inorganici (metodo di analisi per via secca).
Tale strumento, costituito essenzialmente da un cannello con estremit ricurva,
veniva impiegato per derivare, soffiando attraverso una fiamma, un dardo di
temperatura sufficiente ad indurre su piccole quantit di materia diverse reazioni,
utili nella determinazione qualitativa degli elementi. La versatilit del cannello
crebbe con limpiego di reagenti e fondenti, quali: carbone, soda, borace ecc.
Sorto dallesperienza dei soffiatori di vetro, per sagomare finemente le loro com-
posizioni, nel Settecento ebbe grande diffusione, specialmente tra i mineralisti
svedesi. Con candela, carboni e reagenti costituiva una sorta di laboratorio por-
tatile, necessario nella determinazione della composizione dei minerali raccolti
sul terreno. Bergman not, inoltre, che le acque minerali, se sottoposte ad ebolli-
zione, liberavano gas che avrebbero potuto essere raccolti su mercurio. Cfr. A. M.
Duncan, Bergman, Torbern Olof, in Scienziati e Tecnologi, cit., pp. 136-137.

116
Daltronde, lintervento del chimico e naturalista svedese nel di-
battito geo-litologico tardo settecentesco determin una fase estre-
mamente vivace nella storia delle scienze geologiche. La profonda
revisione che contraddistinse infatti le tesi vulcaniste negli anni 80
del Settecento, fu indispensabile nella conseguente maturazione
di una vera e propria teoria tettonica della Terra, allinterno della
quale si potessero delineare gli asserti necessari per la teorizzazio-
ne di quelle forze radiali e di scorrimento utili nella comprensione
del fenomeno orogenetico. Nel mettere dunque in discussione
quella dicotomia storiografica tra nettunisti e vulcanisti, abusata
ed apparentemente avvalorata da modelli interpretativi che sop-
pesano lo sviluppo della scienza nellottica riduttiva di paradigmi
contrapposti e rivoluzioni scientifiche, duopo ravvisare nei dif-
ferenti modelli stratigrafici che contraddistinsero il dibattito geo-
vulcanologico sette-ottocentesco un rapporto dialettico, molto pi
complesso ed articolato della semplice contrapposizione.
Sebbene il graduale imporsi delle tesi nettuniste abbia, infatti,
certamente indotto la litostratigrafia europea verso la geognosia
werneriana, tuttavia il periodo di intensa revisione che coinvolse
il vulcanismo, nel decennio compreso tra il 1778 e il 1788, ebbe
il merito di anticipare la riflessione huttoniana e la conferma della
natura intrusiva del granito. Solo in questa prospettiva, possono
essere comprese pienamente le posizioni intermedie, tra vulcani-
smo e nettunismo, di diversi naturalisti attivi in questo periodo.
Jean-Andr De Luc87, ad esempio, pur affermando il susseguirsi
di numerosi periodi alluvionali nel corso delle ere geologiche,
ritenne comunque i basalti colonnari conseguenza di eruzioni
vulcaniche sottomarine. Mentre Dodat de Dolomieu, nonostante
reputasse lattivit vulcanica un fenomeno di rilievo nello svolgi-
mento dinamico della Terra88, sostenne in concordanza con de
Saussure lorigine sedimentaria di porfidi e graniti; e sebbene du-
rante i numerosi viaggi compiuti sulle Alpi avesse esitato nei ri-
guardi dellipotesi di antichi centri eruttivi89, dichiar, nel rapporto
87
Su De Luc si esaminino le considerazioni presenti in: M. S. J. Rudwick, Bur-
sting the Limits of Time, cit., pp. 150-158; pp. 227-237; pp. 305-314.
88
L. Zanzi, Dolomieu, cit., pp. 149-169.
89
Cfr. C. Amoretti, Vulcano di Grantola nellalto milanese = Lettera del Sig.

117
redatto per lInstitut National del 1798, di non avere riscontrato sui
versanti della catena alpina alcuna traccia di fuochi vulcanici90.
Molto pi complesse erano invece le sue considerazioni sullorigi-
ne del basalto91. Oltre infatti a lamentare un utilizzo piuttosto vago
e confuso della nomenclatura litologica la parola basalte ha un
senso vago e indeterminato, che i Naturalisti le hanno applicati
diversi sensi, chella ha prodotto molte incertezze, e molti errori...92
, mostrava come tutte le produzioni dalla forma prismatica fosse-
ro state indistintamente ritenute basalti:

Una cagione quasi simile a quella che ha fatto attribuire agli an-
tichi basalti unorigine vulcanica, ha poi fatto dare il nome basal-
te alle vere lave [...]. Le lave compatte nere sono spesso divise
in gran prismi regolari e questi, che debbono la loro origine a
correnti infocate, sono ordinariamente della lava pi dura e pi
compatta, perch la cagione che ha prodotto la lor regolare con-
trazione, ha sospeso al tempo stesso ogni effetto di gonfiamento.
Queste lave prismatiche adunque, essendo pi che tuttaltre simili
agli antichi basalti, ne hanno acquistato il nome, e ben presto la
parola basalte non pi stata da Naturalisti applicata che alle sole
lave prismatiche. Tanto meno si dubit dellidentit dellorigine fra
gli antichi basalti, e le lave prismatiche, quali sono quelle del lago
di Bolsena, dellAlvernia, dellIslanda, ec. [...] Or se dai Sassoni
Mineralogi la parola basalte impiegata nel senso moderno per
significare in generale delle pietre nere, che hanno delle forme
regolari naturalmente, e se la questione ristringesi a domandare,

Bellevue e ragguaglio della letteraria questione tra il prof. Pini e il Sig. Fleurian
di Bellevue intorno a quel vulcano, ms., in Carte Amoretti, c. Geologia, Miniere,
fossili, f. 21, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano; C. Amoretti, Viaggio
da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne monti che li circon-
dano, Tipografia Scorza e Compagno, Milano 1806, pag. 128 e pp. 134-135 (Ia
edizione: Galeazzi, Milano 1794. Successive edizioni, oltre a quella citata del
1806: Milano 1801, 1814, 1817, 1824).
90
D. de Dolomieu, Rapport fait lInstitut National, par le Citoyen Dolomieu,
Ingnieur des mines, sur ses voyages de lan V et de lan VI, in Journal des Mines,
an VI, 1798, pp. 385-403.
91
D. de Dolomieu, Lettre de M. commandeur Dodat de Dolomieux M. le
baron Salis-Maskalin, Coire dans les Grisons: sur la question de lorigine du ba-
salte, in Observations sur la physique, 37, 1790, pp. 193-202, trad. it. in Opus-
coli scelti sulle scienze e sulle arti, t. XIV, Milano 1791, pp. 135-143.
92
Ivi, pag. 142.

118
se tutte le pietre nere del genere de trappi, che han delle forme
prismatiche regolari, sian vulcaniche, io risponder di no [...]. La
forma prismatica poi non appartiene esclusivamente alle sole roc-
ce vulcaniche; suscettibili ne sono ugualmente anche le pietre
prodotte per la sola via umida93.

Se giudicava dunque i trappi della Sassonia, della Svezia e della


Scozia rocce sedimentarie, stimava invece le formazioni colonnari
della Sicilia (Val di Noto), del Vicentino, del Vivarese e delle Ebri-
di prodotti del fuoco, affermandone inoltre il consolidamento da
eruzioni sottomarine94.
Labate Amoretti, contrariamente, bench ravvisasse sulle alture
limitrofe al lago di Como prove indubbie di una grande catastrofe
cagionata da troppo vicina cometa [che] abbia portata dal N[ord]
al S[ud] unimmensa quantit dacqua95, riteneva le formazioni
trappiche osservate sulla sponda occidentale del Verbano (Intra)
di natura vulcanica96. Sicuramente persuaso dalle tesi dellamico e
corrispondente Fortis, stimava quindi verosimile lopinione di an-
tichi vulcani sui rilievi dellarco alpino e prealpino97, dichiarando
infatti nel manoscritto Ricerca sui carboni fossili:
93
Ivi, pp. 137-138, pag. 140.
94
Ivi, pp. 140-143.
95
C. Amoretti, Viaggio da Milano ai tre laghi, cit., Milano 1824, pp. 214-218;
cfr. E. Vaccari, I viaggi mineralogici di Carlo Amoretti in territorio lombardo tra
Settecento ed Ottocento, in Pratiche e Linguaggi, cit., pag. 258. Per ci che concer-
ne lipotesi di una grande inondazione provocata dal passaggio di una cometa: J.
C. Greene, La morte di Adamo, cit., pp. 27-51.
96
C. Amoretti, Lettera al P. Prof. Francesco Soave Sul Trappo trovato presso
Intra in riva al Verbano, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, XIX, Milano
1796, pp. 347-352; Id., Sul trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al lago
Maggiore, e sui Vetri che se ne sono formati, in Opuscoli scelti sulle scienze e
sulle arti, XX, Milano 1797, pp. 410-426; C. Amoretti, Memoria sopra il trap di
monte Simmolo presso Intra al lago Maggiore e sopra quel Vulcano, ms., in Carte
Amoretti, c. Geologia, Miniere e fossili, f. 13, Istituto Lombardo di Scienze e
Lettere, Milano; Id., Transunto duna memoria del Sig. A. G. Werner sul trappo
della Svezia, ms., in Carte Amoretti, c. Geologia, Miniere e Fossili, f. 14, Istituto
Lombardo di Scienze e Lettere, Milano.
97
Per ci che concerne la fitta corrispondenza tra Fortis ed Amoretti: Corri-
spondenza del Sig. Abate Fortis. Lettere autografe. Titolo XXVIII, f. 2 in fascicoli
10. Anni: 1794-1803, in Carte Amoretti, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere,
Milano.

119
...noi dobbiamo lusingarci di trovare il carbon fossile nel nostro
Regno, ove le ligniti, ci danno frequenti indizi di sotterrate foreste
di piante resinose, ove estesissimi sono nei colli e nei monti s
subalpini che subappennini i depositi di corpi marini organizzati
e di grandi cetacei e quadrupedi; e dove frequenti pur sono i vul-
cani estinti98.

La complessit e la pluralit delle idee geo-litologiche sorte sul


finire del Settecento, talvolta validi compromessi tra gli estremi del
nettunismo e del vulcanismo, erano indubbiamente espressione
di quella crescente divergenza tra una teoria generale della Terra e
una scienza geologica gradualmente pi attenta ai singoli contesti
locali. Tanto le tesi nettuniste, quanto quelle vulcaniste, non
avrebbero potuto perci essere sistemi efficaci di rappresentazio-
ne della dinamica terrestre, poich inadeguati nel rappresentare
limmensa variet delle storie geologiche regionali.
Come gi accennato, la necessit di confrontare un ampio ven-
taglio di dati, osservazioni e considerazioni sulla questione del
vulcanismo estinto e della litogenesi controversa di basalti, graniti
e porfidi aveva caldeggiato la realizzazione di numerosi viaggi vul-
canologici, ormai autonoma e distinta tipologia di indagine.
Cos, in Italia, senza trascurare limportanza delle esplorazioni
effettuate da Dolomieu nellarcipelago delle Lipari (1781) e sui ver-
santi dellEtna (1787) o del viaggio geo-vulcanologico intrapreso,
tra il 1811 e il 1812, da Giambattista Brocchi verso le regioni cen-
tro-meridionali99, il caso senza dubbio pi significativo fu rappre-
98
C. Amoretti, Ricerca sui carboni fossili, ms., in Carte Amoretti, c. Geologia,
Miniere e fossili, f. 1 Relazioni, memorie e carteggi sul carbon fossile e sulla
torba, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano.
99
D. de Dolomieu, Voyage aux les de Lipari, fait en 1781, ou, Notices sur les
Iles Aeoliennes pour servir lhistoire des volcans, Sous le privilge de lAcadmie
Royale des Sciences, Paris 1783; Id., Mmoire sur les Iles Ponces, et catalogue
raisonn des produits de lEtna, du mois de juillet 1787. Ouvrage qui fait suite au
Voyage aux les de Lipari, chez Cuchet, Paris 1788. Dolomieu

viaggi ripetuta-
mente in Italia tra il 1776 e il 1789, visitando altres le regioni vulcaniche dellIta-
lia meridionale (Lipari, Stromboli, Salina, Panarea, Vulcano ed Etna). Sui viaggi
vulcanologici di Dolomieu, a proposito dei quali non si discuter in questa sede,
si consulti la traduzione italiana: D. de Dolomieu, Viaggio alle isole Lipari, a cura
di P. Mauri & R. Cincotta, Edizioni del Centro Studi, Lipari 1991. Oltre a: L. Zanzi,

120
sentato dai Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dellAppennino
di Lazzaro Spallanzani, non a caso definito dallo stesso autore un
vulcanico viaggio100.
I sei volumi che compongono lopera, di indubbia fortuna e
diffusione101, si concentravano sulle analisi geo-litologiche com-
piute dal naturalista scandianese nel sud Italia e sui rilievi dellAp-
pennino Tosco-Emiliano tra il 1788 e il 1790.
Tra le motivazioni delle esplorazioni scientifiche cos realizzate,
oltre alla necessit di raccogliere campioni rocciosi per le colle-
zioni del Museo di Storia Naturale di Pavia, si manifestava un evi-

Dolomieu, cit., pp. 149-169; A. Lacroix, Dodat Dolomieu, membre de lInstitut


National (1750-1801). Sa vie adventureuse - sa captivit - ses ouvres - sa corres-
pondance, Perrin, Paris 1921, 2 vv. Per ci che concerne il viaggio di Brocchi:
G. Brocchi, Giornale del viaggio mineralogico per varj paesi dellItalia, Biblioteca
Civica di Bassano del Grappa, ms. 31.A.20. Si consultino anche: L. Ciancio, La difesa
dellipotesi nettunistica, in AA. VV., Lopera scientifica di Giambattista Brocchi
(1772-1826), Rumor, Vicenza 1987, pp. 55-65; Id., Giambattista Brocchi e la teo-
ria dei vulcani sottomarini: conversione o ristrutturazione teorica?, in Le Scienze
della Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pp. 23-50.
100
Cfr. L. Spallanzani, Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dellAppen-
nino, Comini, Pavia 1792-1797, 6 vv. Sulle questioni geo-litologiche inerenti al
viaggio: E. Vaccari, Lazzaro Spallanzani and his geological travels to the Due
Sicilie: the volcanology of the Aeolian Islands, in Volcanoes and History, a cura
di N. Morello, Brigati, Genova 1998, pp. 621-651; Id., Alcune riflessioni sul con-
tributo di Lazzaro Spallanzani alle scienze della Terra del Settecento, in Il cer-
chio della vita, cit., pp. 149-157. Sulla figura di Spallanzani vulcanologo: M. Ma-
gnani, Il contributo dello Spallanzani alla conoscenza geologica dello Stromboli,
in AA. VV., Commemorazioni Spallanzaniane. II: Scritti geologici e bibliografici,
Bianchi, Pavia 1939, pp. 47-55; C. Parea, Lazzaro Spallanzani vulcanologo, in
Memorie della Accademia Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Modena,
5, 31, 1979, pp. 101-135; N. Morello, Lazzaro Spallanzani geo-paleontologo
dallorigine delle sorgenti alla vulcanologia, in Lazzaro Spallanzani e la biolo-
gia del Settecento. Teorie, esperimenti, istituzioni scientifiche, Atti del Convegno
di Studi (23-27 marzo 1981), a cura di G. Montalenti, P. Rossi, Olschki, Firenze
1982, pp. 271-280. Sulle ricerche vulcanologiche e geologiche si veda, anche, il
sesto volume della Edizione nazionale delle opere di Lazzaro Spallanzani, Parte
quarta, Opere edite direttamente dallAutore, Volume sesto, Viaggi alle Due
Sicilie e in alcune parti dellAppennino, Tomo I, a cura di Ezio Vaccari, Mucchi
Editore, Modena 2006.
101
I Viaggi alle Due Sicilie conobbero unampia diffusione in Italia e in Euro-
pa tra il 1795 e il 1800, grazie anche alle traduzioni, talvolta parziali, in lingua in-
glese, francese e tedesca. Cfr. E. Vaccari, Lazzaro Spallanzani and his geological
travels to the Due Sicilie: the volcanology of the Aeolian Islands, cit., pag. 626.

121
dente interesse verso il fenomeno vulcanico, leitmotiv reggente
limpalcatura narrativa dei primi quattro volumi.
Nel giugno del 1788, egli attuava dunque il primo dei suoi
viaggi vulcanologici verso le regioni meridionali della penisola, vi-
sitando tra lestate e lautunno di quellanno102 il Vesuvio, le Lipari,
lEtna103, la Solfatara di Pozzuoli, Ischia e i Campi Flegrei. Tuttavia
le sue attenzioni si soffermarono principalmente sulle isole Eo-
lie, la conformazione geo-litologica delle quali mancava ancora
di descrizioni complete, malgrado i precedenti contributi di Guil-
laume-Antoine De Luc (1729-1812)104 e Dolomieu. Le analisi qui
compiute non si limitarono di conseguenza a semplici descrizioni
macroscopiche delle differenti tipologie litologiche rinvenute, ma
compresero anche: 1) prove chimiche e mineralogiche realizzate
nelle fornaci de vetrai105, 2) circumnavigazioni delle isole, in-
dispensabili nellesaminare la morfologia delle linee di costa, 3)
pericolose discese nelle bocche dei vulcani. Fu ad esempio nel
ripetere il tragitto di De Luc nel cratere di Vulcano, che Spallan-
zani constat la presenza di strutture rocciose basaltiformi dalla
configurazione pentagonale ed esagonale, valutate correttamente
lave consolidatesi per rapido raffreddamento in condizioni suba-
eree106. Le indagini condotte da Spallanzani, nel 1788, coinvolsero
anche le isole minori delle Eolie, certamente meno note e studiate
102
Questo primo viaggio si concluse nel novembre del 1788.
103
Nelle indagini effettuate sui versanti dellEtna, Spallanzani si era fatto gui-
dare dalle precedenti osservazioni di Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679) che,
nella Historia et meteorologia incendi aetnaei, aveva attentamente descritto la
celebre e catastrofica eruzione del 1669. Cfr. N. Morello, Aux dbuts de la volca-
nologie moderne: Giovanni Alfonso Borelli et son Historia et meteorologia incendi
aetnaei anni 1669 (Reggio Calabria, 1670), in De la gologie son histoire, a
cura di G. Gohau, ditions du CTHS, Paris 1998, pp. 25-35.
104
Naturalista svizzero. Visit le regioni vulcaniche dItalia tra il 1756 e il 1757,
esaminando soprattutto il Vesuvio, lEtna e lisola di Vulcano. Le osservazioni
condotte furono per pubblicate dal fratello Jean-Andr nel 1780. Cfr. J. A. De
Luc, Lettres physiques et morales sur lhistoire de la terre et de lhomme, De Tune,
La Haye 1780, vol. II, pp. 431-447.
105
Queste vennero effettuate su campioni rocciosi raccolti e portati a Pavia.
Cfr. E. Vaccari, Alcune riflessioni sul contributo di Lazzaro Spallanzani alle scien-
ze della Terra del Settecento, in Il cerchio della vita, cit., pag. 152.
106
L. Spallanzani, Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dellAppennino, cit.,
1792, vol. II, pp. 189-192.

122
dal punto di vista geo-vulcanologico. Esplor pertanto: Alicudi,
Filicudi, Panarea, Salina, Basiluzzo, Lisca-Bianca, Dattolo e Bot-
tero, riconoscendo ovunque tracce di vulcanicit. Lesame petro-
grafico dei fondali marini rivel come Lipari, Vulcano e Salina si
fossero elevate dal medesimo suolo vulcanico. Ritenne, inoltre, i
rilievi composti da ossidiane e pomici prova che le tre isole fos-
sero emerse dal mare per azione dello stesso fuoco sotterraneo,
responsabile altres delle alterazioni sofferte dalle porzioni inter-
poste di crosta litosferica.
Sebbene il naturalista scandianese palesasse, cos, considera-
zioni analoghe alle precedenti supposizioni di Moro, ipotizzando
un forte legame tra vulcanismo ed orogenesi, tuttavia reputava le
eruzioni vulcaniche innescate da reazioni di fermentazione di sol-
furi di ferro. Se da una parte si delineava, quindi, lopinione che
montagne stratificate e basaltiche avessero potuto essere antichi
vulcani, dallaltra si sosteneva comunque lidea che i basalti, in
relazione alle condizioni locali, avrebbero potuto originarsi anche
per intervento delle acque. Si manifestava pertanto limpossibilit
di formulare una teoria litogenetica generale, valida per qualsiasi
contesto ambientale. La storia geologica della Terra si sarebbe,
dunque, configurata come somma di molteplici storie geografica-
mente circoscritte e circostanziate.
Significative, a tal proposito, sono le escursioni effettuate dallo
stesso Spallanzani sui rilievi dei Colli Euganei in compagnia di
Antonio Carlo Dondi DellOrologio (1751-1801)107. Ricuperando,
infatti, le indagini dei geologi veneti a lui note108, giudic i rilievi
delle Prealpi vicentine, al pari delle Eolie nel Tirreno, remotissi-
me isole vulcaniche emerse dallantico mare che in passato avreb-
be dovuto ricoprire la Pianura Padana.
107
Marchese padovano, convinto assertore dellorigine vulcanica dei Colli
Euganei. Cfr. A. C. Dondi Orologio, Prodromo in forma di lettera dellIstoria Na-
turale de Monti Euganei, Nella Stamperia Penada, Padova 1780. Per una sintesi
della vita e delle opere: U. Baldini, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto
dellEnciclopedia, Treccani, Roma 1992, vol. 41, pp. 90-92.
108
Spallanzani era, infatti, amico e corrispondente di Arduino. E. Vaccari,
Alcune riflessioni sul contributo di Spallanzani alle scienze della Terra del Sette-
cento, cit., pp. 144-145.

123
2.3. Porcellane, metalli e graniti: storia e cultura materiale nello
sviluppo delle scienze geologiche

Nel corso del diciottesimo secolo la maturazione del viaggio geo-


naturalistico, quale nuova tipologia dindagine, fu dunque di gran-
de rilievo nello sviluppo sperimentale della ricerca vulcanologica.
Daltra parte, al fine di unadeguata ricostruzione del processo
storico che condusse alla formazione delle scienze della Terra,
non possibile prescindere dalle ricadute che le tecniche mine-
rarie e fusorie ebbero nella piena comprensione della litogenesi
e, di conseguenza, del meccanismo evolutivo della superficie ter-
restre. Il progressivo riconoscimento della geologia quale scienza
autonoma nella prima met dellOttocento, come gi mostrato da
Roy Porter, Martin Rudwick, Martin Guntau ed Ezio Vaccari109, si
pone dunque come caso esemplare allinterno del quale poter
ripensare quel rapporto tra scienza e tecnica, talora trascurato
dagli orientamenti dellepistemologia e della Storia della Scienza
contemporanea in nome di unastratta storia delle idee. Le rela-
zioni intercorrenti tra teoria e techn sono state, infatti, talvolta
interpretate in modo unidirezionale, ravvisando idealisticamen-
te nellultima una mera ricaduta della prima. Lintenso e vivace
dibattito emerso, specialmente negli anni Sessanta del Novecen-
to, in seno alle scienze storiche e demoetnoantropologiche, ha
per indotto, sulla scia di un maggiore interesse verso i sistemi
di produzione, una sensibile revisione del legame tra scienza e
tecnica, introducendo nuove categorie storiografiche, tra le quali
quelle di ecosistema, ambiente, territorio, risorsa, cultura
e lavoro.
Le ricerche di Paul Vidal de La Blache, Arnold Toynbee, Ju-
109
R. Porter, The industrial revolution and the rise of the science of geology, in
Changing perspectives in the history of science, cit., pp. 320-343; M. S. J. Rudwick,
The emergence of a visual language for geological sciences 1760-1840, in Hi-
story of Science, 14, 1976, pp. 149-195; M. Guntau, The emergence of geology as
a scientific discipline, in History of Science, 16, 1978, pp. 280-290; E. Vaccari,
Alcune riflessioni sui rapporti tra tecniche minerarie e sviluppo delle scienze geo-
logiche in Veneto tra Settecento ed Ottocento, in Mineralogia e ricerca mineraria
dal Quattrocento ad oggi, a cura di C. Lazzari, cit., pp. 7-19.

124
lian Steward, Marshall Sahlins, Clifford James Geertz, Andrew P.
Vayda, Roy Rappaport, Marcel Mauss, Lucien Febvre, Marc Bloch,
Jacques Le Goff, Emmanuel Le Roy Ladurie, Fernand Braudel,
Paul Ricoeur e Marvin Harris, limitandosi ai pi noti110, hanno cos
stimolato una fervida stagione di riflessioni storiografiche che,
considerando i nessi dinterazione tra ecosistema, cultura, varia-
bili demografiche ed economiche111, hanno favorito il venire ad
essere di nuovi filoni di indagine, tra i quali quello del materia-
lismo culturale; il cui contributo stato indubbiamente di rilievo
nel riconoscere la dimensione tecnica e tecnologica dei processi
storico-culturali112.
Al contempo gli studi condotti, soprattutto, da John Desmond
Clark, Vere Gordon Childe e Andr Leroi-Gourhan, sui sistemi pro-
110
Per unanalisi assolutamente generale e di estrema sintesi di tali argo-
menti, si esaminino: M. Armiero, S. Barca, Storia dellambiente, cit., pp. 77 e ss.;
J.-P. Warnier, La cultura materiale, Meltemi, Roma 2005, pp. 13-82; M. Bloch,
Lavoro e tecnica nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1973; J. Le Goff (a cura di),
La nuova storia, Mondadori, Milano 1979; F. Braudel, Il mondo attuale, Einaudi,
Torino 1966; E. Le Roy Ladurie, Tempo di festa, tempo di carestia, cit., 1982; F.
Braudel, Civilt materiale, economia e capitalismo, Einaudi, Torino 1987, 3 vv.;
P. Ricoeur, Tempo e racconto, Jaca Book, Milano 1983, vol. I, pp. 156-159; M.
Harris, Materialismo culturale. La lotta per una scienza della cultura, Feltrinelli,
Milano 1984.
111
Si ritiene che nel processo di diffusione di tale nuovo approccio storio-
grafico abbia svolto un ruolo di rilievo la rivista francese Les Annales che, gi
dagli anni Trenta del Novecento, seppe intrecciare lindagine storica con quella
geografica. Cfr. M. Armiero, S. Barca, Storia dellambiente, cit., pp. 9-26. Per una
sintesi circa lo sviluppo teorico della cosiddetta ecologia culturale: T. Ingold, Eco-
logia della cultura, a cura di C. Grasseni, F. Ronzon, Meltemi, Roma 2001.
112
In sintesi, il materialismo culturale si basa sulla premessa che la vita so-
ciale delluomo sia il prodotto di risposte differenti a pressioni e problemi pratici
derivanti dal contesto ambientale di coabitazione; cfr. M. Harris, Materialismo
culturale, cit., pag. 9. Al fianco del materialismo culturale, conseguenza so-
prattutto della riflessione post-strutturalista degli anni 60 e 70 del Novecento,
si sono imposti ulteriori filoni di ricerca quali, ad esempio, quelli dellecologia
culturale, dellecostoria e della geostoria. Su questi temi la bibliografia ormai
vasta, mi limito pertanto a segnalare: J. H. Steward, Teoria del mutamento cul-
turale, Bollati Boringhieri, Torino 1977; J. R. McNeill, Qualcosa di nuovo sotto
il sole. Storia dellambiente nel XX secolo, Einaudi, Torino 2002; R. Delort, F.
Walter, Storia dellambiente europeo, Dedalo, Bari 2002; T. Ingold, Ecologia
della cultura, cit., 2001; M. Armiero, S. Barca, Storia dellambiente, cit., 2004;
J.-P., Warnier, La cultura materiale, cit., 2005; P. P. Viazzo, Comunit alpine, cit.,
pp. 31-65.

125
duttivi preistorici e tradizionali hanno potuto confermare limpor-
tanza che lo sviluppo dellabilit tecnica ebbe nella costruzione
degli schemi conoscitivi e delle strutture di convivenza sociale113.
Gradualmente si definivano cos gli orientamenti metodologici di
quella storia della cultura materiale114 che, distinguendosi dalla
storia delle tecniche e della tecnologia115, talora ritenuta erronea-
mente mero elenco di scoperte e invenzioni, considerava i sistemi
di produzione e di impiego delle materie prime116 nel pi ampio
contesto delle variabili geografiche ed ambientali (clima, risorse,
bioma, demografia ecc.).
Nel complesso ed articolato panorama storiografico brevemente
descritto, quindi possibile riconsiderare le relazioni intercorrenti
tra le arti e i mestieri del Settecento e la piena formazione epistemi-
ca delle scienze della Terra. Cos se da una parte lintensificarsi delle
attivit estrattive, come mostrato, fu indispensabile nello sviluppo
della litostratigrafia, dallaltra le modifiche introdotte nella lavorazio-
113
V. G. Childe, Il progresso nel mondo antico, Einaudi, Torino 1964; J. D. G.
Clark, Europa preistorica. Gli aspetti della vita materiale, Einaudi, Torino 1977;
J. D. G. Clark, Leconomia della preistoria, Laterza, Roma-Bari 1992; A. Leroi-
Gourhan, Evoluzione e tecniche, vol. I. Luomo e la materia, vol. II. Ambiente e
tecniche, Jaca Book, Milano 1993-1994.
114
Sulla definizione di cultura materiale: T. Mannoni, E. Giannichedda, Archeo-
logia della produzione, Einaudi, Torino 1996; D. Moreno, M. Quaini, Per una sto-
ria della cultura materiale, in Quaderni Storici, XXXI, 1976, pp. 5-37; R. Pavia,
Cultura materiale, territorio, patrimonio culturale, in Quaderni Storici, XXXI,
1976, pp. 331-347; R. Bucaille, J. M. Pesez, Cultura materiale, in Enciclopedia
Einaudi, IV, Torino 1978, pp. 271-305; G. Kezich, Tra materialismo e metafisica.
Note sulla cultura materiale, in La Ricerca Folklorica, 2, 1980, pp. 130-136; G.
Angioni, Tecnica e sapere tecnico nel lavoro preindustriale, in La Ricerca Folk-
lorica, 9, 1984, pp. 61-69; M. S. Mazzi, Civilt, cultura o vita materiale?, in Ar-
cheologia Medievale, XII, 1985, pp. 573-592; A. Carandini, Archeologia e cultura
materiale. Lavori senza gloria nellantichit classica, De Donato, Bari 1975; J.-P.
Warnier, La cultura materiale, cit., 2005. Si consulti anche: J. M. Pesez, Storia della
cultura materiale, in La nuova storia, a cura di M. Le Goff, cit., pp. 167-205.
115
Cfr. T. Mannoni, E. Giannichedda, Archeologia della produzione, cit., pag.
XIV. Si noti, inoltre, come la storia della tecnica e della tecnologia sia stata, spe-
cialmente in passato, considerata ancella della storia economica e sociale.
116
I sistemi di produzione non comprendono solamente la realizzazione e
luso del manufatto, ma anche le ricadute socio-economiche, culturali ed ambien-
tali del bene materiale (relazioni di scambio, valore culturale, influsso sulleco-
sistema, influenza del contesto geografico e territoriale ecc.). Cfr. T. Mannoni, E.
Giannichedda, Archeologia della produzione, cit., pp. 12-23.

126
ne della ceramica furono di rilievo nella graduale comprensione dei
processi di vetrificazione e cristallizzazione della materia117.
Nel diciottesimo secolo, il gusto dilagante della moda euro-
pea verso stoviglie ed ornamenti simili alle porcellane orientali,
incentiv numerosi tentativi di imitazione. Il pregiato vasellame
asiatico, malgrado se ne ignorassero ancora i metodi di realizza-
zione, esercit dunque una forte influenza sulla produzione delle
ceramiche artistiche118. Nello sforzo di emulare la qualit e lo stile
dei manufatti importati, numerose citt europee si distinsero nella
lavorazione dellargilla, favorendo al contempo un considerevole
sviluppo nel settore delle pirotecniche119. Si pass di conseguen-
za da un artigianato locale ad unattivit altamente specializzata.
Allimpiego graduale delle macchine a vapore che, sostituendo le
precedenti ruote idrauliche e il lavoro manuale, resero pi rapido
lintero processo produttivo, si affianc, tra diciottesimo e dician-
novesimo secolo, una migliore conoscenza del comportamento
chimico e fisico della materia alle elevate temperature120.
Si noti, daltra parte, come gi nella seconda met del Seicento,
in Europa, si fosse cercato di perfezionare la qualit delle ceramiche
ispano-moresche del Quattrocento, del grs renano a gran fuoco
e delle maioliche cinquecentesche a smalto stannifero121. Tuttavia,
117
Cfr. C. S. Smith, Porcelain and Plutonism, in Toward a History of Geology,
cit., pp. 317-338.
118
Le prime porcellane orientali furono introdotte in Europa durante il quat-
tordicesimo secolo, come conseguenza soprattutto delle attivit commerciali
intraprese dai Portoghesi a Macao, vicino a Canton. Fu per con listituzione
della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, nel 1609, che ebbe inizio una
consistente importazione delle pregiate terraglie. Sulla storia e la lavorazione
della ceramica rimando a: A. Clow, N. L. Clow, Ceramiche. Dal quindicesimo al
diciannovesimo secolo, in Storia della tecnologia. La rivoluzione industriale, cit.,
4, I, pp. 336-366.
119
Cfr. C. S. Smith, Porcelain and Plutonism, cit., pp. 317-338.
120
Per ci che concerne la standardizzazione dei procedimenti impiegati nella
lavorazione delle ceramiche: A. Clow, N. L. Clow, Ceramiche. Dal quindicesimo
al diciannovesimo secolo, cit., 4, I, pp. 362-366.
121
Il termine maiolica deriverebbe da Maiorca, probabilmente centro dorigi-
ne della ceramica ispano-moresca. In Italia, tra i luoghi di maggior rilievo nella
lavorazione dello stimato prodotto, possibile annoverare: Venezia, Padova, For-
l, Faenza, Firenze, Siena, Orvieto, Gubbio, Pesaro e Urbino. Tra le maioliche di
valore, apprezzate in tutta Europa nella seconda met del Cinquecento, si distin-

127
solo nel XVIII secolo, si diffuse una vera e propria lavorazione di
terrecotte a pasta dura, in grado di competere con le pi pregiate
porcellane giapponesi. Limpiego del caolino122, fuso mediante lag-
giunta di fondenti calcarei (marmo e alabastro) o feldspatici (pentu-
s) a temperature comprese tra i 1300 e i 1400 C, garant infatti la
produzione di un impasto dalla colorazione chiara pi resistente, dal
quale si sarebbe potuto ricavare una ceramica del tutto identica alle
porcellane importate dallEstremo Oriente. Nella seconda met del
700, tra le citt europee di maggior importanza nellartigianato di
vasellami a pasta dura, si annoveravano quindi: Saint-Cloud, Chan-
tilly, Vincennes-Svres, Meissen (presso Dresda) e Delft, oltre alle
numerose localit inglesi (Liverpool, Bristol, Worcester, Plymouth,
Lambeth, Chelsea, Derby, Longton Hall, Stratford-le-Bow, Lowe-
stoft, Staffordshire). Ci nonostante, ancora nel 1810, in Inghilterra
venivano commerciate terraglie fosfatiche a pasta tenera, ricavate
mediante laggiunta di fondenti prodotti dalla calcinazione di ossa
animali e cotte in forni a muffola alla temperatura di 1100 C 123.
Inoltre, nel corso del Settecento, anche la lavorazione della ce-
ramica, come altri settori produttivi, aveva risentito della graduale
scarsit di legname, costringendo di conseguenza officine e mani-
fatture a prediligere limpiego del carbon fossile. Lutilizzo di tale
combustibile oltre ad influenzare la collocazione definitiva delle
imprese pi grandi, aveva indotto altres sensibili cambiamenti
nelle tecniche di produzione. La necessit infatti di impedire che i

se indubbiamente la cosiddetta porcellana medicea, fabbricata per volont di


Francesco Maria de Medici a Firenze. La pasta tenera e trasparente della ceramica
fiorentina era composta da sabbia e argilla di Faenza fuse con fritta cristallina di
soda. Uno spesso strato di vernice piombifera conferiva inoltre al manufatto una
colorazione biancastra.
122
Il nome di derivazione cinese (dal toponimo Kao-ling, nella provincia di Fou-
liang), indica unargilla bianca, refrattaria e friabile, derivante dallalterazione dei
feldspati alcalini contenuti nei graniti e nelle pegmatiti. Tra i principali giacimenti
europei si annoverano: Limoges (Saint-Yrieix-la-Perche), Sassonia (Aue, Erzgebir-
ge), Baviera (Passau), Cornovaglia e Devonshire. Depositi di maggior importanza
in Italia: Sardegna, Grosseto (Torniella), Novara (Oleggio) e Vicenza (Schio).
123
Limpiego di impasti ricavati dalla miscelatura del caolino, probabilmente
importato dalle colonie americane, con steatite (silicato idrato di magnesio) o
saponaria (pianta erbacea appartenente alla famiglia delle cariofillacee), era co-
munque pi diffuso.

128
fumi prodotti dalla combustione del carbone annerissero il vasel-
lame nel forno, aveva determinato lintroduzione della cottura a
piccolo fuoco o a muffola. I lavorati venivano di fatto riposti entro
caselle (vasi chiusi), chiamate per lappunto muffole, incastellate
nella camera di combustione. Bench il depauperamento fore-
stale e la mancanza di combustibile, specialmente a causa della
progressiva ripresa delle attivit di estrazione mineraria, avessero
rappresentato una problematica diffusa in diverse regioni dEu-
ropa, tuttavia lampia disponibilit di materia prima, legname e
carbon fossile, aveva sostenuto la crescita delle produzioni inglesi.
Tra XVIII e XIX secolo, il distretto che conobbe lo sviluppo mag-
giore nel settore delle ceramiche artistiche fu infatti lo Staffordshi-
re settentrionale, indubbiamente avvantaggiato dagli abbondan-
ti depositi di argilla di diversa qualit, oltre a sufficienti riserve
di combustibile124. Qui, al commercio di stoviglie e vasellami in
cotto rosso smaltato con vernice piombifera, si era gradualmente
sostituita linvetriatura salina. Tale tecnica, in uso anche nel Der-
byshire, consisteva nellintrodurre, al terzo giorno di cottura, del
sale marino nel forno. Questo, reagendo con la silice e lallumina
dellargilla, avrebbe formato un rivestimento di vetro fusibile sulla
superficie del corpo base ancora caldo125. Al manufatto cos rica-
vato, noto come crouch ware126, si sostitu in seguito lo slip ware:
una ceramica ingobbiata con fine argilla bianca che, miscelata con
un impasto di arenaria e sabbia macinate (flint di silice)127, pro-
124
Gli opifici del distretto dello Staffordshire erano raggruppati sotto la circo-
scrizione di Stoke-on-Trent, comunemente nota come The Potteries, letteralmen-
te: fabbriche di ceramiche.
125
Nella seconda met del Settecento, lintroduzione della doppia cottura
aveva soppiantato in diversi centri produttivi la tecnica dellinvetriatura salina.
Il biscotto, ricavato dalla prima cottura, veniva invetriato e decorato prima di
essere cotto per la seconda volta. Inoltre allaspersione della polvere piombifera
(invetriatura), procedimento dannoso per la salute, si era sostituita gradualmente
limmersione del biscotto in vasche contenenti vernice composta da minio (ossidi
di piombo), argilla e silice.
126
Termine derivante dalla storpiatura di Crich, localit del Derbyshire, dove
la tecnica dellinvetriatura salina era particolarmente diffusa.
127
Il flint un nodulo siliceo incluso nei calcari argillosi del Cretaceo superiore.
Il termine altres impiegato per indicare vetri con forti percentuali di piombo. Il
flint, calcinato e macinato mediante mulini - macinazione in acqua per evitare che

129
duceva un grs color crema (Queens ware) simile alla pi fine
porcellana orientale128.
Nel diciottesimo secolo, il sensibile sviluppo al quale and in-
contro la fabbricazione delle terrecotte, interess non solo gli im-
pasti e i rivestimenti129, ma anche le tecniche di fusione e cottura.
Oltre allimpiego dei forni a riverbero, coi quali si sarebbero potute
raggiungere pi facilmente le elevate temperature richieste dalla
lavorazione della porcellana (1300-1400 C)130, i metodi e i materiali
in uso nella realizzazione delle camere di combustione miglioraro-
no notevolmente. I forni crebbero di dimensioni (fino a 4,3 metri
daltezza e otto focolari), sostituendo gradualmente quelli ad unit
singola. Tuttavia, in questo periodo, tra le pi importanti innovazio-
ni riguardanti il settore delle pirotecniche, vi fu lintroduzione dei
coni pirometrici131 di Josiah Wedgwood (1730-1795)132. Svolgendo

la polvere fine penetrasse nei polmoni degli operai - veniva aggiunto allargilla,
schiarendone cos il colore. Conferendo inoltre una refrattariet maggiore, rese
possibile lintroduzione della doppia cottura. La ceramica prodotta sarebbe stata di
conseguenza molto pi dura. Sui procedimenti di lavorazione del flint: A. Clow, N.
L. Clow, Ceramiche. Dal quindicesimo al diciannovesimo secolo, cit., pp. 355-359.
128
Ebbe notevole diffusione tra il 1770 e il 1780.
129
Sulle differenti tecniche di invetriatura e decorazione, rimando a: A. Clow,
N. L. Clow, Ceramiche. Dal quindicesimo al diciannovesimo secolo, cit., pp. 341-
344; T. Mannoni, E. Giannichedda, Archeologia della produzione, cit., pp. 86-88.
130
Forni a focolare esterno con fiamma libera e privi di crogiuolo, utilizzati
soprattutto per la fusione di notevoli quantit di metallo, nonch nella fabbrica-
zione delle campane. Il rivestimento refrattario interno svolge inoltre la funzione
di recipiente del fuso. Le fiamme lambiscono il metallo, investito direttamente
dai gas caldi e dal riverbero del calore, irraggiamento, prodotto dalle pareti della
camera di combustione opportunamente sagomate. Sulle differenti tipologie di
forno fusorio: R. J. Forbes, Metallurgia e assaggio, in Storia della tecnologia. Il
Rinascimento e lincontro di scienza e tecnica, cit., 3, I, pp. 27-76.
131
Tuttoggi in uso, svolgono la funzione di sensori termici con un range di
temperatura compreso tra i 600 e i 2000 C. Sono dispositivi di materiale cerami-
co a forma di tronco di piramide. In genere, al fine di controllare la temperatura
raggiunta dalla camera di combustione, vengono impiegati tre coni, allineati e fis-
sati su un impasto di argilla secco posto internamente al forno. Il cono pi vicino
allosservatore possiede temperatura di fusione inferiore, quello centrale indica lo
stato termico critico pari alla temperatura desiderata (cono di controllo), lultimo
contrassegnato invece da temperatura critica superiore. Al raggiungimento di
ciascuna temperatura limite la punta del cono rispettivo si flette, misurando cos
la gradazione interna al forno.
132
Noto ceramista inglese. A tal proposito: A. Clow, N. L. Clow, Ceramiche.

130
la funzione di sensori termici, tali strumenti avrebbero offerto una
guida attendibile nel controllo e nella taratura delle temperature
interne alla camera di combustione. Si sarebbe cos permesso un
monitoraggio costante dellintero processo di cottura o fusione.
Non pertanto azzardato sostenere che, anche, la necessit
di migliorare i procedimenti di lavorazione della ceramica, favor
numerose analisi sperimentali sul comportamento di formazioni
rocciose e minerali (argille, arenarie, marmi, alabastri e feldspati)
a temperature elevate. Limpiego, inoltre, dei coni pirometrici e di
forni perfezionati permise osservazioni pi precise sui processi di
vetrificazione e cristallizzazione della materia, riuscendo finanche
a coglierne, grazie alla possibilit di controllare le temperature
interne alla camera di combustione, il legame con il periodo di
raffreddamento133.
Sebbene Johann Heinrich Pott (1692-1777)134 e Jean DArcet
(1724-1801) si fossero gi soffermati sugli effetti che il calore avreb-
be potuto esercitare su terre di diverso tipo, classificate in calca-
ree, argillose e vetrescibili135, notando altres come la presenza
di silice nellimpasto o nel materiale soggetto a fusione avrebbe
indotto la produzione di vetri, tuttavia non avevano colto il rilievo
che le differenti velocit di solidificazione avrebbero potuto avere
nella formazione di tessiture cristalline. In conformit col pensiero
scientifico settecentesco, avevano ritenuto il processo di cristalliz-
zazione mera conseguenza di deposizioni marine136.
La cristallogenesi era stata quindi giudicata effetto delle forze
generative operanti in seno alla materia. Inoltre, le prove speri-
mentali sul consolidamento di precipitati con differenti gradi di
solubilit, avevano rafforzato lipotesi riguardo la gemmazione di
minerali e cristalli dallazione delle acque. E, nonostante le analisi
di James Hall (1761-1832) avessero dimostrato lorigine delle rocce
cristalline dalla solidificazione di lave in condizioni di profondit o

Dal quindicesimo al diciannovesimo secolo, cit., pp. 359-360.


133
Cfr. C. S. Smith, Porcelain and Plutonism, cit., pp. 317-338.
134
Ivi, pag. 319.
135
Tipo di suddivisione piuttosto diffusa e comune nel Settecento, riprendeva
infatti la classificazione proposta da Linneo nel Systema Naturae (1735).
136
C. S. Smith, Porcelain and Plutonism, cit., pag. 319.

131
ipoabissali, ancora nel primo quarto dellOttocento, Jameson, do-
cente di Storia Naturale a Edimburgo, ne contestava duramente
la natura ignea137.
Studente in chimica presso lUniversit di Edimburgo (1781-
1782), sotto la guida di Joseph Black138, e nel 1786 a Parigi, presso
Antoine Laurent Lavoisier, Hall aveva effettuato numerosi viaggi
scientifici in diverse regioni dEuropa. Dopo aver visitato la Sviz-
zera e le Alpi Centrali nel 1780 e nel 1784, linteresse verso lattivi-
t vulcanica lo aveva spinto ad esplorare inizialmente il Vesuvio,
e nel 1785 in compagnia di Dolomieu, le isole Lipari e lEtna139.
Proprio in occasione delle ascensioni compiute sui versanti del
Monte Somma, aveva interpretato le formazioni verticali, quivi
rinvenute, come dicchi generati dalla risalita del magma entro
spaccature prodottesi nella crosta terrestre. Per di pi, di ritorno a
Edimburgo, le prove fusorie condotte sui campioni di rocce vul-
caniche raccolti durante i numerosi viaggi in Europa, lo avevano
convinto dellesistenza di una sorgente profonda di calore interna
alla Terra, dalla quale il magma avrebbe potuto scaturire sotto-
forma di colate laviche o di intrusioni litosferiche. Sottoponendo
i diversi esemplari di basalto, ossidiana e lava, a temperature
superiori ai 950 C (punto di fusione dellargento) in un forno a
riverbero, Hall aveva notato che un fuso, per rapido raffredda-
137
Lo stesso Darwin, studente in medicina presso lUniversit di Edimburgo,
decise di frequentare le lezioni di geologia e zoologia tenute dal professor Jame-
son (1827). A tal proposito scrisse molto tempo dopo nella sua Autobiografia:
Altrettanto notevole il ricordo di una lezione allaperto ai crags di Salisbury. Vi
era una fessura riempita di materiale eruttivo, con margini amigdaloidi e stra-
tificazioni indurite da ogni lato; eravamo completamente circondati da rocce
vulcaniche. Ebbene, ascoltai con queste mie orecchie [...] il professore (Jameson,
N.d.a.) dichiarare che si trattava di una fessura colmata dal di sopra con sedi-
menti, e aggiungere con un sogghigno che esistevano dei tali che sostenevano che
tutto ci era stato iniettato dal di sotto allo stato fuso. Cfr G. Chiesura, Charles
Darwin geologo, cit., pag. 31. Su Jameson: R. Jameson, The Wernerian Theory of
the Neptunian Origin of Rocks, Hafner Press, New York 1976, ristampa di Ele-
ments of Geognosy (1808).
138
Divenuto docente di chimica presso lUniversit di Edimburgo nel 1776. Su
Joseph Black: P. J. Farago, Black, Joseph, in Scienziati e Tecnologi, cit., vol. I, pp.
170-171.
139
Per una breve biografia di Hall: G. Piccoli, Hall, James, in Scienziati e Tec-
nologi, cit., vol. II, pag. 69.

132
mento, si sarebbe solidificato in superfici vetrose e amorfe. Lim-
piego dei coni pirometrici gli aveva permesso di disporre altres
di una scala di temperature interne alla camera di combustione,
indispensabile, innanzitutto, nel garantire la completa fusione
della massa cristallina originaria e, secondariamente, nel determi-
nare differenti velocit di consolidamento. Rifondendo in seguito
i vetri prodotti dalla prima fusione, dal processo di lenta solidifi-
cazione (pi di dodici ore) si sarebbero prodotti cristalli simili a
quelli dei campioni originari. Si poteva concludere, quindi, che
le rocce cristalline, tipiche dei monti primitivi, avrebbero potuto
originarsi dal lento raffreddamento di un fuso silicico, anzich
dalla giustapposizione di sedimenti marini.
I risultati delle prove fusorie compiute da Hall, presentati nel
1798 alla Royal Society of London e pubblicati nel 1805 sulle
Transactions of the Royal Society of Edinburgh140 col titolo Ex-
periments on Whinstone and Lava, avvaloravano alcune delle tesi
elaborate da Hutton nella Theory of the Earth (1795) e riprese da
John Playfair (1748-1819) nelle Illustrations of the Huttonian The-
ory of the Earth (1802)141.
Nella prima decade del diciannovesimo secolo, maturavano
pertanto le premesse che avrebbero condotto alla conclusione di
quellannosa controversia che, di rilievo nella piena comprensione
dellattivit endogena terrestre, aveva contraddistinto gran parte
delle ricerche geologiche durante la seconda met del Settecen-
to. Al contempo, le osservazioni sperimentali, condotte sulla base
dei principali assiomi della chimica analitica elaborata da Lavoi-
140
Sulle analisi sperimentali condotte da James Hall: J. Hall, Experiments on
Whinstone and Lava, in Transactions of the Royal Society of Edinburgh, 5, 1805,
pp. 43-74; Id., Account of a Series of Experiments, Shewing the Effects of Compres-
sion in Modifying the Action of Heat, in Transactions of the Royal Society of
Edinburgh, 6, 1812, pp. 71-187.
141
Riguardo la teoria della Terra di Hutton: J. Hutton, Theory of the Earth with
proofs and illustrations, Cadell-Davies-Creech, London-Edinburgh 1795, 2 vv.; J.
Playfair, Illustrations of the Huttonian Theory of the Earth, William Creech, Edin-
burgh 1802; G. L. Davies, The Earth in Decay. A history of British Geomorphology
(1578-1878), cit., pp. 154-199; R. H. Dott Jr., James Hutton and the concept of a
Dynamic Earth, in Toward a History of Geology, cit., pp. 122-141.

133
sier, Antoine-Franois de Fourcroy (1755-1809)142 e Claude-Louis
Berthollet (1748-1822), scardinavano progressivamente gli assunti
dottrinali della teoria del flogisto, verso la quale ancora sul finire
del XVIII secolo propendevano numerosi fisici e naturalisti, trai i
quali lo stesso Hutton143.
Le sperimentazioni effettuate da Hall sul comportamento delle
formazioni rocciose ad elevate temperature e pressioni, dimostraro-
no inoltre la natura metamorfica del marmo. Disponendo, infatti, al-
cuni campioni di roccia calcarea in una bocca di cannone piombata
allestremit e riscaldata esternamente fino a 1000 C, egli rimase
sorpreso nel constatare che, malgrado lelevata pressione interna
(270 bar, corrispondenti a 800 m. di profondit litosferica), i calcari
non si fossero disgregati, ma ricristallizzati in marmo. Cadeva, di
conseguenza, un ulteriore presupposto della dottrina nettunista:
la genesi dei basalti non avrebbe potuto dipendere dalla deflore-
scenza di strati sedimentari sottostanti. Tali risultati suggerivano,
altres, che la sorgente dalla quale sarebbero state effuse le lave non
avrebbe potuto essere ipogea, ma avrebbe dovuto trovarsi a pro-
fondit considerevoli. Negava dunque lipotesi secondo la quale le
eruzioni vulcaniche fossero state innescate dalla fermentazione di
depositi bituminosi e solforosi. Tuttavia rivelava dubbi e perplessit
anche nei confronti dellidea, sostenuta da Hutton, di una regione
minerale al di sotto della litosfera, dove il calore prodotto da un
nucleo incandescente avrebbe mantenuto le rocce in uno stato di
fusione permanente144. Riteneva comunque le formazioni intratellu-
riche, prive di stratificazione e dalla tessitura cristallina, intrusioni di
lave sotterranee negli strati rocciosi soprastanti.
142
M. P. Crosland, Fourcroy, Antoine-Francois de, in Scienziati e Tecnologi,
cit., vol. I, pag. 516.
143
Cfr. H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 152. Per ci che concerne
lo sviluppo della chimica nel Settecento, rimando ai seguenti testi: R. Fox, The
caloric theory of gases. From Lavoisier to Regnault, Clarendon Press, Oxford 1971;
F. Abbri, Le terre, lacqua, le arie. La rivoluzione chimica del Settecento, Il Mulino,
Bologna 1984.
144
J. Hutton, Theory of the Earth, cit., vol. I, pp. 421-606; vol. II, pp. 6-157.
Hutton tent di dimostrare la validit del suo sistema rifacendosi, altres, alla
struttura delle Alpi: cfr. vol. II, pp. 287-432. Sullorigine delle montagne primitive,
si veda invece: vol. I, pp. 311-370.

134
Nel 1816, le analisi sperimentali di Pierre-Louis Antoine Cordier
(1777-1861) confermeranno le ipotesi elaborate dal chimico scoz-
zese. Le osservazioni compiute al microscopio dei singoli elementi
minerali di lave e basalti, separati in precedenza per decantazione,
mostreranno infatti la piena conformit mineralogica tra le due
formazioni vulcaniche145.
Basalti, graniti e porfidi si manifestavano quindi come prove
inequivocabili di lunghi periodi geologici, durante i quali lo svi-
luppo storico della Terra sarebbe stato significativamente contras-
segnato da unintensa ed estesa attivit vulcanica.
Sul finire del Settecento, le osservazioni effettuate da Hutton a
Glen Tilt (Grampian Mountains, Highlands scozzesi), nonch le
analisi condotte da Hall, furono dunque conseguenza di un pro-
cesso storico, per nulla rivoluzionario, allinterno del quale i sistemi
di produzione materiale (lavorazione dellargilla, dei metalli, del
vetro ecc.) svolsero un ruolo tuttaltro che marginale, specialmente
nella progressiva comprensione della struttura e dei comportamenti
reologici della materia a differenti temperature e pressioni. Andava
cos diffondendosi unidea dinamica ed evolutiva della Terra, con-
traddistinta non solo da processi esogeni di erosione e sedimenta-
zione, ma anche da numerosi fenomeni endogeni (metamorfismo
regionale, metamorfismo di contatto, orogenesi, vulcanismo, si-
smogenesi) interdipendenti e concatenati gli uni con gli altri.

145
Cfr. H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 153.

135
Capitolo 3

Vulcani estinti e Geostoria

3.1. Alpi e Prealpi Lombarde: i caratteri originali

A sud delle Lepontine e delle Retiche, sviluppandosi lungo le pro-


paggini meridionali delle Orobie, le Prealpi Lombarde suddivise
in: Varesine, Comasche, Orobiche o Bergamasche, Bresciane e
Giudicarie definiscono una regione ambientale, in prevalenza
dalla struttura sedimentaria, contraddistinta da una notevole varie-
t di forme paesaggistiche e naturali1. Tale fascia montuosa evolve
in vallate e cime diseguali e verdeggianti, animate da pascoli mon-
tani e da boschi di conifere e latifoglie (robinia, castagno, faggio,
noce, roverella), testimonianze storiche di quelle tecniche silvo-
pastorali che hanno avvicinato le comunit prealpine ad uno stile
di vita propriamente alpino. Ai rilievi collinari e montuosi seguo-
no pianalti diluviali e anfiteatri morenici, intervallati da profonde
insenature vallive, talora lacustri, che se da una parte favorirono
intensi traffici mercantili, dallaltra indussero specifiche condizioni
micro-climatiche, grazie alle quali fu possibile lintroduzione di
redditizie attivit rurali: selvicoltura del castagno, del faggio e del
noce, cerealicoltura (segale, miglio, orzo), allevamento ovino e
caprino, viticoltura e bachicoltura. Allestesa variet fisica corrispo-
se, dunque, unomologa diversit produttiva. A realt contadine,
artigiane e mercantili si sovrapposero attivit endemiche dellam-
biente montano (sistemi agro-silvo-pastorali di produzione e im-
piego delle risorse del sottosuolo) rese possibili da continue opere
idrauliche, indispensabili nella regimazione e nella gestione delle

1
Sulle peculiarit geo-naturalistiche delle Prealpi Lombarde e, pi in genera-
le, delle Alpi Centrali: A. Sestini (a cura di), LItalia fisica, cit., pp. 190-196.

137
acque. Cos, dal XIII secolo, nei vallivi intermontani si vennero
talora definendo vere e proprie culture idrauliche che, organiz-
zandosi in nicchie ambientali fortemente localizzate, pianificarono
sistemi produttivi basati sullimpiego metodico della risorsa idrica
(magli idraulici, molini, miniere ecc)2.
Depositi minerari di consistente potenza ed estese superfici bo-
schive determinarono, inoltre, le premesse per il venire ad essere,
soprattutto dal XIV secolo, di aree locali di crescita mineraria (Fe,
Cu, Ag, Pb, Au, Zn), tra le quali: Brescia, Bergamo, Lecco coi di-
stretti della Val Gerenzone e della Valsassina e lintero compren-
sorio del Verbano3.

2
Si noti come i molini utilizzati nella macinazione dei cereali, talvolta fossero
impiegati anche nel processo di frantumazione dei minerali metallici. Lacqua
era inoltre una risorsa indispensabile nel lavaggio, nella cernita e nella decanta-
zione dellestratto. Sui molini e sulla definizione di civilt/cultura idraulica: Li
molini & Edificij dAcque dOssola e terre vicine, a cura del Gruppo Archeologico
di Mergozzo, Antiquarium Mergozzo, Tipografia Cerutti, Mergozzo-Intra 1982; P.
Bevilacqua, La Terra finita, cit., pp. 167-168.
3
Malgrado vi siano ormai numerose analisi monografiche, tuttoggi ancora
assente uno studio organico e di sintesi sulla storia dello sfruttamento minerario
delle Prealpi Lombarde. Si riportano di seguito alcune indicazioni bibliografiche
generali che, data la vastit dellargomento, non possono ovviamente ricoprire
ogni singolo settore della suddetta regione geografica. Tali riferimenti desiderano
essere mere linee guida: P. Sangiorgio, Relazione di un viaggio fatto nella Valsas-
sina e sopra li monti del Lago di Como, a ordine di Sua Eccellenza il sig. Conte di
Firmian, ministro plenipotenziario della Lombardia Austriaca, Asm, Commercio
parte antica, busta 203 (la relazione reca la data del 26 gennaio 1771); A. Fanfani,
Lindustria mineraria Lombarda durante il dominio spagnolo, in Saggi di Storia
Economica Italiana, Vita e Pensiero, Milano 1934, pp. 159-253; M. Tizzoni, C. Cu-
cini Tizzoni, Il comprensorio minerario e metallurgico delle valli Brembana, Torta
e Averara dal XV al XVII secolo. Le fucine da ferro e i magli da rame delle Alpi
lombarde, Ferrari Grafiche, Clusone 1997; M. Tizzoni, Il comprensorio minerario
e metallurgico valsassinese, Tipografia Cesare Nani, Lipomo 1998; F. Piola Caselli,
P. Piana Agostinetti (a cura di), La miniera, luomo e lambiente, cit., 1996. Si
consultino, anche, alcuni saggi contenuti in Dal basso fuoco allaltoforno, Atti del
1 Simposio Valle Camonica 1988, La siderurgia nellantichit, a cura di Ninina
Cuomo di Caprio e Carlo Simoni, Grafo, Brescia 1991. Oltre ai gi citati testi di
Armando Frumento: A. Frumento, Imprese lombarde nella storia della siderurgia
italiana, cit., 1963; Id., Le Repubbliche Cisalpina e Italiana, cit., 1985; Id., Il Re-
gno dItalia Napoleonico, cit., 1991. Tra le fonti archivistiche: Asm, Commercio

138
Malgrado lo sviluppo storico delle territorialit lombarde sia
stato spesso contrassegnato da incombenti condizioni di frammen-
tariet politica, dal quattordicesimo al diciannovesimo secolo, la
crescita delle attivit estrattive e di lavorazione dei metalli ebbe
un andamento piuttosto omogeneo. Cos, nonostante lisolamen-
to che avrebbe potuto essere indotto dai confini geopolitici, la
conformazione geomorfologica delle Prealpi Lombarde favor il
delinearsi di un unico tecnosistema4 di gestione e impiego delle
risorse endemiche del territorio, determinando uno spazio di in-
sediamento antropico piuttosto uniforme. Non sorprende pertanto
che, nel XVIII secolo, anche i rilievi montuosi e collinari della
Lombardia, al pari delle Prealpi Venete, dellAuvergne, dellAssia
ecc., divennero regione ambientale di interesse geo-mineralogico
e naturalistico.
Grazie alla considerevole quantit degli endemiti botanici e
allabbondanza degli estesi filoni mineraliferi (Valsassina, Val Ge-
renzone, Val Brembana, Mella ecc.), premessa dei numerosi prov-
vedimenti intrapresi dalla politica di gestione delle risorse territo-
riali austriaca5, le Prealpi Lombarde assunsero il ruolo di vero e
proprio laboratorio di sperimentazione naturalistica a cielo aperto,

parte moderna, cartelle 202-203; Asm, Progetto di regolamento minerario, F. R.


Odmark, ms., Commercio p.a., c. 205.
4
Si intende per tecnosistema uno specifico sistema di produzione, impiego
e lavorazione delle risorse mediante determinati procedimenti tecnici che, defi-
nendo un modello di sviluppo economico, contraddistinguono un intero spazio
geografico. Cfr. P. Pierotti, Introduzione allEcostoria, cit., pp. 48-50; L. Zanzi, Le
Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 174-175; P. P. Viazzo, Comunit alpine, cit.,
Roma 2001; M. Pavanello, Sistemi umani. Profilo di antropologia economica e di
ecologia culturale, CISU, Roma 2005. Anche: P. Scheuermeier, Il lavoro dei conta-
dini: cultura materiale e artigianato rurale in Italia e nella Svizzera italiana e
retoromanza, Longanesi, Milano 1980, 2 vv., vol. I, pag. XI.
5
Per unanalisi di questi argomenti, rimando agli studi di Agnese Visconti
su Ermenegildo Pini: A. Visconti, Il ruolo dei boschi della Lombardia austriaca
per gli studi scientifici del naturalista milanese Ermenegildo Pini, in Natura, 1,
1995, pp. 21-32; Id., I viaggi compiuti da Ermenegildo Pini tra il 1777 e il 1782.
Una breve stagione geografica, in Schede Umanistiche, 1, 2004, pp. 77-108; Id.,
Alcuni aspetti svelati dellattivit del naturalista milanese Ermenegildo Pini, in
Figure dellinvisibilit. Le scienze della vita nellItalia dAntico Regime, a cura di
M. T. Monti, M. J. Ratcliff, Olschki, Firenze 2004, pp. 149-173.

139
contribuendo allo sviluppo delle conoscenze geognostiche di se-
condo Settecento. Non si trascuri, inoltre, che il sistema montuoso
prealpino compreso tra il Verbano (lago Maggiore) e il lago di
Garda, almeno dal 1300, a seguito degli intensi traffici mercantili
indotti dalla notevole urbanizzazione delle regioni poste a sud e a
nord della dorsale alpina, aveva acquisito una funzione di rilievo
come passaggio obbligato verso i valichi delle Alpi Centrali ed
Orientali6, andando a definire con gradualit una zona di frontiera,
lo sviluppo economico della quale fu sostenuto dalle peculiarit
ambientali del paesaggio insediativo.
Dal XIV al XVIII secolo, si deline progressivamente uno spe-
cifico contesto viario che dal Vallese, per i passi del Sempione, del
San Gottardo e del San Bernardino, si estendeva ad est fino alla
valle dellInn. La funzionalit strategica acquisita dallarea collinare
e montuosa a nord del Ducato di Milano, accrebbe di conseguen-
za limportanza economica, politica, militare e, dalla seconda met
del Cinquecento sulla scia delle erborizzazioni condotte con finali-
t farmaceutiche7, il valore naturalistico del territorio lombardo.
La non troppo impervia percorribilit dei versanti montuosi
prealpino lombardi, garantita dalle particolarit morfologiche della
regione (laghi, valli ecc.) e, a seguito dellurbanizzazione pede-
montana, da una ormai estesa rete di collegamenti viari, rese questi
luoghi meta privilegiata di studi e censimenti botanici, zoologici,
litologici e mineralogici. Sovrapponendosi alle vie del commercio
medioevale, si definirono in tal modo peculiari itinerari scientifico-
letterari, mezzo di trasmissione, ma anche di omologazione cultu-
rale. Cos, negli anni 60 del Settecento, il duca Francesco III dEste,
signore di Modena, affidava a Domenico Vandelli la responsabilit

6
Cfr. L. Zanzi, Le Alpi nella storia dEuropa, cit., pp. 216-217.
7
E. Vaccari, Le istruzioni per i geologi viaggiatori in Toscana e in Europa tra
Settecento e Ottocento, in Viaggi e Scienza, cit., pag. 4; G. Ferrazza, Il Grand Tour
alla rovescia, cit., pp. 20-23, pp. 45-48. Luca Ciancio sottolinea, inoltre, come i
primi studiosi interessati al territorio, alla morfologia e alle risorse naturali alpine
e prealpine siano stati speziali, erboristi, medici e studiosi di botanica, sebbene
questa disciplina, tra Cinquecento e Seicento, non possedesse ancora uno statuto
epistemico definito, oscillando tra la sistematica, la farmacopea e larte dei giar-
dini: L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pp. 207-213.

140
di effettuare alcune esplorazioni, dalle finalit squisitamente geo-
naturalistiche, sulle alture limitrofe al lago di Como8.
Sebbene il viaggio, intrapreso nellestate del 1763(9), fosse stato
pianificato con lobiettivo di realizzare un vero e proprio inventario
delle risorse territoriali del possedimento asburgico, tuttavia nella
relazione manoscritta compilata dal naturalista padovano, le consi-
derazioni di carattere economico restavano marginali10, prediligen-
do di converso unattenta e minuziosa analisi sistematica della flora
prealpina, nonch dei campioni litologici e mineralogici raccolti11.
Alle osservazioni botaniche e geologiche si accompagnavano, altre-
s, considerazioni sulla fauna dellarco alpino e prealpino lombardo,

8
Francesco III dEste scelse, verosimilmente, il naturalista padovano per le
esplorazioni che costui aveva in precedenza compiuto sui versanti dellAppen-
nino Modenese. Al viaggio, condotto sui rilievi delle Prealpi Comasche, presero
parte anche Giulio Mattiazzi, inserviente presso lOrto botanico dellUniversit
di Padova e Paolo Sangiorgio, oltre a un nutrito gruppo di portatori e guide.
Partendo da Como, esplorarono dapprima i monti del Triangolo Lariano e, suc-
cessivamente, le aree limitrofe ai laghi di Pusiano e Annone. Spostandosi a Lecco,
visitarono in seguito il versante occidentale delle Grigne, quindi Bellano e la Val
Varrone. Dalla Valsassina ritornarono infine a Lecco. Lultima parte del viaggio fu
realizzata invece sulle sponde occidentali del Lario: Menaggio, Gera, Val Daren-
go. La dettagliata relazione del viaggio, stesa da Vandelli, rimase limitata a poche
copie manoscritte fino a qualche anno fa, quando ne fu proposta unedizione a
stampa: D. Vandelli, Saggio distoria naturale del Lago di Como, della Valsassina
e altri luoghi lombardi (1763), Jaca Book, Milano 1989.
9
Marco Ferrazza suggerisce lipotesi secondo la quale il viaggio sia stato, in
realt, effettuato nel 1762, anzich nel 1763: La recente edizione del Saggio propo-
ne la data del 1763, ma, con ogni probabilit la datazione va anticipata. Questa
ipotesi si basa sul fatto che nel novembre del 1762, una grande frana si stacca
dalla Cima dAgrella e provoca la distruzione degli abitati di Gero e Barcone, in
Valsassina, causando la morte di centoquindici persone. Ora, una sciagura di
queste proporzioni non poteva essere ignorata da un attento viaggiatore come Do-
menico Vandelli; inoltre, un componente della comitiva, Paolo Sangiorgio, in uno
scritto di qualche anno dopo, dice esplicitamente che il viaggio si svolge nellestate
precedente la frana. Cfr. M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pp. 46-47.
10
M. Meriggi, Vita ed opere di Domenico Vandelli, in D. Vandelli, Saggio disto-
ria naturale del Lago di Como, della Valsassina e altri luoghi lombardi (1763),
cit., pp. 22-27.
11
Durante il viaggio furono raccolte ben quattordici casse di minerali. Cfr. M.
Meriggi, Vita ed opere di Domenico Vandelli, cit., pag. 27.

141
della quale venivano elencate svariate specie: Vespertilio murinus,
Canis lupus, C. vulpes, Mustela lutra, M. martes, Ursus meles, U.
arctos, Erinaceus europaeus, Talpa europaea, Lupus timidus, Mus
marmota, M. terrestris, Sciurus vulgaris, Capra rupicapra12. Tutta-
via i risultati di maggiore rilevanza naturalistica furono conseguiti
nellambito delle scienze botaniche. Furono di fatto rinvenute due
nuove specie vegetali endemiche del distretto fitogeografico Insu-
brico: Saxifraga vandellii e Androsaceae vandellii.
Il resoconto delle esplorazioni condotte nel 1763 (1762) non
ottenne, per, i consensi sperati, restando limitato a poche copie
manoscritte. Limpronta meramente sistematica che il naturalista
padovano diede alle proprie osservazioni, soffermandosi solo in
parte sulle questioni riguardanti il patrimonio e le potenzialit mi-
nerarie dei rilievi lariani13, fu con molta probabilit tra le cause
principali del relativo insuccesso.
Ancora nel 1780, Giovanni Antonio Scopoli (1723-1788), do-
cente di Botanica e Chimica presso lAteneo pavese dal 1777,
criticava il carattere puramente inventariale del giornale di viaggio
compilato da Vandelli, biasimandone lincompletezza e la sterilit
scientifica. Gli elenchi botanici e zoologici in esso contenuti erano
privi di qualsiasi spiegazione, oltre che lacunosi. Scopoli scriveva
pertanto nella lettera del 1780 al conte Carlo Firmian (1718-1782)
che, ministro plenipotenziario della Lombardia, aveva pubblica-
mente incoraggiato limpresa quasi ventanni prima:

Per un viaggiatore a d nostri non basta una cognizione superfi-


ciale n un apparente ornamento di alcune malconce figure; egli
deve sapere tutto ci che fu fin ora scoperto, i caratteri generici e

12
Su questi temi, rimando alle interessanti riflessioni contenute in: A. Marti-
noli, M. Cantini, C. Violani, Gli studi teriologici in Lombardia da Spallanzani ai
giorni nostri, in Atlante dei mammiferi della Lombardia, Regione Lombardia e
Universit degli Studi di Pavia, Assessorato allAgricoltura della Regione Lombar-
dia 2001, pp. 15-18.
13
Vandelli, laureato in medicina presso lAteneo patavino, riteneva la botani-
ca ausiliaria alla farmacopea. Cfr. M. Meriggi, Vita ed opere di Domenico Vandelli,
cit., pag. 26 e ss.; M. Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pp. 46-48, pp.
155-162, pag. 183.

142
specifici di tutte le Pietre, Piante e Animali, ed osservare non so-
lamente la ossatura dei monti, le inscrizioni, le Pietre e le Piante,
ma eziando gli Animali, i costumi, la popolazione, lAgricoltura, la
fusione dei metalli, le Pescagioni, ed il commercio attivo e passivo
[...] deve inoltre analizzare con precisione le pietre, descriverne
perfettamente ogni individuo, osservare il corso delle acque, e la
natura delle fontane [...]14.

Si palesava di conseguenza il valore utilitaristico ed economico del


viaggio esplorativo sulle Alpi, illustrando al contempo come tra le
sue finalit avesse dovuto contemplare osservazioni geognostiche
e topografiche sulla struttura e sullaltezza dei monti, oltre a con-
siderazioni di natura demoetnoantropologica concernenti: usi e
costumi delle comunit montane, impiego delle risorse naturali ed
attivit produttive. Riflessioni analoghe ricorrevano in una prece-
dente lettera del barnabita milanese Pini, anchessa indirizzata alle
attenzioni di Firmian:

Vandelli non ebbe in vista ci che riguarda la costituzione del-


la Terra, onde non determin le altezze dei principali monti, ne
molto esattamente determin la loro interna struttura, e la loro
rispettiva posizione15.

Proponeva di seguito il progetto relativo alla realizzazione del Pia-


no della descrizione fisica mineralogica della Lombardia Austria-
ca, e dellopera da pubblicarsi col titolo stesso16. Ci nonostante,

14
Asm, Autografi uomini celebri, b. 13, Giovanni Antonio Scopoli, Scopoli a
Firmian, 7 maggio 1780.
15
Asm, Autografi uomini celebri, Memoria contenente il Piano della descrizio-
ne fisica mineralogica della Lombardia Austriaca, e dellopera da pubblicarsi col
titolo stesso, ms., b. 180.
16
La lettera (gennaio 1778) che accompagnava il Piano conservata presso la
Biblioteca Nazionale Braidense di Milano in: Manoscritti, AD XV 8 n. 7. Il Piano
della descrizione fisica mineralogica della Lombardia Austriaca, con la minuta
della lettera di accompagnamento, si trova anche presso lArchivio di Stato di Mila-
no: Asm, Autografi uomini celebri, Memoria contenente il Piano della descrizione
fisica mineralogica della Lombardia Austriaca, e dellopera da pubblicarsi col tito-
lo stesso, ms., b. 180. Per unanalisi critica: A Visconti, I viaggi compiuti da Erme-
negildo Pini tra il 1777 e il 1782. Una breve stagione geografica, cit., pag. 78.

143
lidea suggerita da Pini sfum poco dopo. Il governo asburgico gli
prefer infatti Scopoli, il quale pi volte aveva reso manifesta lin-
tenzione di [...] raccogliere i prodotti di tutti e tre i Regni dellInsu-
bria Austriaca al fine di formare a suo tempo una Storia naturale
della medesima17. Mostrandosi deluso per la precedenza concessa
al naturalista trentino, il barnabita scriveva nuovamente a Firmian:

[...] essere bens vero che alla somma abilit di tale naturalista
niente [sarebbe sfuggito] di ci che alla sua vista [avrebbe potuto]
presentarsi, siccome i prodotti animali e vegetabili che sono sulla
superficie della terra. Ma riguardo ai fossili che sotto terra [stava-
no] nascosti e che generalmente per nessuno esterno indizio si
[manifestavano], nessuno [avrebbe potuto] farne una abbastanza
compiuta raccolta, se non chi [avesse] gi anticipate notizie dei
luoghi ove si [trovavano], ed in diverse parti [avesse] molti amici e
corrispondenti che [volessero] somministrargli altre cognizioni lo-
cali, le quali [solevansi] tener nascoste massime quando si [trattava]
di minerali metallici [...] 18.

Chiariva altres che lattivit pianificata non si sarebbe limitata alla


stesura di un semplice catalogo di prodotti naturali, ma piuttosto
si sarebbe articolata come fisica e mineralogica descrizione della
Lombardia, indispensabile alluso delle arti e del commercio19.
Rinnovando cos la propria candidatura in qualit di mineralista,
consigliava comunque Scopoli quale naturalista pi adatto nello
studio delle questioni botaniche e zoologiche. Nonostante que-
sto secondo appello fosse stato accolto favorevolmente, il Piano

17
Asm, Autografi uomini celebri, b. 183, Giovanni Antonio Scopoli a Firmian,
21 maggio 1778. Ripresa in: A Visconti, Alcuni aspetti svelati dellattivit del na-
turalista milanese Ermenegildo Pini, cit., pag. 172. Le indagini condotte sulle
alture prealpino lombarde indussero Scopoli alla stesura di una Deliciae Florae
et Faunae Insubricae. Cfr. G. A. Scopoli, Delicae Florae et Faunae Insubricae seu
novae, aut minus cognitae species plantarum et animalium quas in Insubria
austriaca tam, quam exoticas vidit, descripsit, et aeri incidi curavit, Typografia
Reg. & Imp. Monasterii S. Salvatori, Ticini 1786-1788, 3 vv.
18
A. Visconti, Alcuni aspetti svelati dellattivit del naturalista milanese Er-
menegildo Pini, cit., pag. 172. La lettera di Pini a Firmian conservata in: Asm,
Commercio p.a., b. 205, Pini a Firmian, s.d. ma. 1779.
19
Ibidem.

144
della descrizione fisica mineralogica della Lombardia non fu in-
vero mai realizzato. Il barnabita milanese si limit infatti a redi-
gere in forma manoscritta una Relazione del viaggio mineralogico
fatto nellanno 1779 in diverse parti della Lombardia Austriaca20,
parzialmente ripresa nellintroduzione alla Memoria mineralogica
sulla montagna e sui contorni del S. Gottardo21. Inoltre, dopo la
nomina a delegato delle miniere nel 1782, lattivit di Pini si sareb-
be indirizzata soprattutto sulle problematiche riguardanti la produ-
zione siderurgica e la conservazione delle superfici boschive22.
Solamente le statistiche dipartimentali napoleoniche avrebbero
offerto un risultato rispondente alle necessit di inventario territo-
riale di fine Settecento.
Le riflessioni di Scopoli e Pini si inserivano tuttavia in un con-
testo scientifico senza dubbio diverso da quello nel quale aveva
operato Vandelli. Lattivit del naturalista padovano era, di fatto,
espressione della notevole quantit di studi sulla sistematica lin-
neana, diffusasi in Italia soprattutto dal 1750(23). Sul finire del se-

20
La relazione del viaggio mineralogico del 1779, effettuato in compagnia
di Pietro Moscati (1739-1824) e Marsilio Landriani (1751-1815), soltanto in parte
realizzava gli intenti del Piano della descrizione fisica mineralogica. Cfr. E. Pini,
Relazione del viaggio mineralogico fatto nellanno 1779 in diverse parti della
Lombardia Austriaca, Asm, Commercio p.a., b. 203. Si consultino inoltre: Asm,
Relazione del viaggio mineralogico fatto nella Lombardia Austriaca nellanno
1780, ms., Autografi uomini celebri, b. 180; Biblioteca Nazionale Braidense di Mila-
no, Relazione del viaggio mineralogico in alcune parti della Lombardia Austriaca
nellanno 1781, ms., AF. X. 42.
21
E. Pini, Memoria mineralogica sulla montagna e sui contorni del S. Gottar-
do, Marelli, Milano 1783. Le osservazioni, quivi presenti, erano state in preceden-
za pubblicate in forma pi breve anche negli Opuscoli scelti: Id., Osservazioni
mineralogiche sulla montagna del S. Gottardo, in Opuscoli scelti sulle scienze e
sulle arti, IV, Milano 1781, pp. 289-315.
22
A tal proposito, si vedano: Asm, Memoria di Ermenegildo Pini sulle miniere
di ferro e sui boschi, ms., Commercio p.a., b. 203; E. Pini, Della maniera di pre-
parare la torba e di usarla a fuoco pi vantaggioso dellordinario, Marelli, Milano
1785; Asm, Commercio p.a., b. 205, Relazione di Pini al Magistrato Camerale del
24 maggio e del 18 dicembre 1790. Sulla vita e le opere del barnabita milanese:
C. Rovida, Elogio di Ermenegildo Pini, Truffi, Milano 1832.
23
Sulla ricezione dellopera di Linneo in Italia: M. Beretta, A. Tosi (a cura di),
Linnaeus in Italy. The Spread of a Revolution in Science, cit., 2007.

145
colo, invece, la nomenclatura binomia di Linneo poteva ritenersi
ormai acquisita, mentre le indagini naturalistiche convogliavano
gran parte delle proprie attenzioni sullanalisi statistica delle risor-
se territoriali.
Il Saggio distoria naturale ebbe comunque il merito di essere
la prima classificazione della fauna e della flora lombarda realiz-
zata secondo i canoni del Systema Naturae. Inoltre, lesame dei
dati raccolti, bench non costituisse lobiettivo principale della
ricerca condotta, non ometteva considerazioni di carattere pratico
ed economico:

Indi far vedere lutilit, che ricavar si pu per luso economico,


medico, e pel commercio dai fossili, dalle piante, e dagli Animali,
ponendo in veduta le cose pi vantaggiose, e di modi men di-
spendiosi per ottenere maggior profitto, non tralasciando lAgri-
coltura [...]24.

Significativa , a tal proposito, la catalogazione dei campioni roc-


ciosi. Oltre infatti a considerarne le peculiarit macroscopiche (co-
lore, grana, tessitura, laminazione, stratimetria, giacitura, conte-
nuto fossilifero, lucentezza, durezza ecc.), Vandelli ne proponeva
una suddivisione, secondo gli usi pratici, in: pietre ornamentali
(marmi), materiali da costruzione (calcari da calce, limi argillosi
per laterizi ecc.) e materiali di interesse artigianale (argille per
maioliche e terre coloranti)25. Vi si ritrova pertanto quellattenzio-
ne verso i procedimenti di lavorazione dellargilla e di impiego a
scopo produttivo di materiali rocciosi differenti, che grande rilievo
ebbe nello sviluppo delle scienze della Terra settecentesche.
La relazione delle esplorazioni sulle alture limitrofe al lago di
Como dello scienziato padovano, malgrado avesse attirato la di-
sapprovazione di quei naturalisti intenti allesame della struttura
dei monti e del loro processo di formazione, negli anni 70 e 80
del Settecento divenne comunque un prezioso e valido strumento
di consultazione, specialmente per chi si preparasse ad intrapren-

24
D. Vandelli, Saggio distoria naturale, cit., pag. 85.
25
A tal proposito: G. Marchetti, Domenico Vandelli e le scienze della Terra, in
D. Vandelli, Saggio distoria naturale, pag. 63 e ss.

146
dere linvestigazione dei rilievi lombardi. Il testo, compilato se-
guendo il modello della pi ampia classificazione linneana, risul-
ter per sempre meno soddisfacente. Sul finire del diciottesimo
secolo, infatti, lindagine naturalistica andava gradualmente svin-
colandosi dalle sole esigenze di chiarimento del proprio alfabeto
interno, abbandonando al contempo quello spirito di sistema che
aveva connotato le teorie della natura sei-settecentesche. Cos, alla
necessit di ricomporre lo sviluppo storico e naturale della Terra
a partire dalla somma delle molteplici storie locali, si accostava
ormai lidea che le scienze della natura fossero volte al sostegno
del pubblico bene.
A partire dagli anni Settanta del diciottesimo secolo, lesplo-
razione dei rilievi alpini e prealpini del Ducato di Milano aveva
subito un notevole impulso, soprattutto per volont del plenipo-
tenziario Firmian che ne aveva favorito la realizzazione, ricorrendo
spesso a sostanziosi finanziamenti. Cos, ad esempio, Paolo San-
giorgio (1748-1816), gi compagno di viaggio di Vandelli, veniva
incaricato, nel 1770, di visitare nuovamente i monti lariani con lo
scopo di redigere una relazione sulle condizioni delle miniere at-
tive o abbandonate della regione. Il giovane milanese, nonostante
fosse stato avviato alla professione di farmacista, assolse il delica-
to compito, servendosi talora di minatori, spaccapietre, scalpellini,
pastori e carbonai, il prezioso contributo dei quali fu indispensabi-
le nellanalisi e nel censimento dei siti minerari, prevalentemente
di piombo e ferro, della Valsassina e dei limitrofi di Dongo. Inol-
tre, nel pianificare il potenziamento delle produzioni siderurgiche,
necessario alla riduzione delle importazioni, Sangiorgio compila-
va un elenco dettagliato delle miniere, delle fucine e dei depositi
abbandonati, concentrandosi altres sulla possibilit di accrescere
la quantit delle risorse combustibili mediante la salvaguardia e
lestensione della superficie arborea. Egli proponeva, infine, una
rigida regolamentazione nelluso dei boschi, degli allevamenti e
dellagricoltura26. Nellestete del 1772, guidava invece Spallanzani

26
La relazione di Paolo Sangiorgio, tuttoggi inedita, conservata presso lAr-
chivio di Stato di Milano: Asm, Commercio p.a., b. 203, P. Sangiorgio, Relazione
di un viaggio fatto nella Valsassina e sopra li monti del Lago di Como, a ordine

147
nel viaggio sulle Alpi Lombarde e sui Grigioni27. Sebbene lobiettivo
principale delle esplorazioni effettuate dal naturalista scandianese
riguardasse la raccolta di campioni minerali e rocciosi per il Museo
di Storia Naturale dellUniversit di Pavia, che le autorit di Milano
intendevano arricchire allo scopo di accrescerne il prestigio, tutta-
via non mancavano descrizioni di piante, minerali e miniere, non-
ch riflessioni di natura idrografica sullorigine delle sorgenti, gi
oggetto di precedenti osservazioni e, nel XVIII secolo, argomento
di diversi studi naturalistici28. Ad esempio, nel visitare le Grigne,
Spallanzani suggeriva, correttamente, che il Fiumelatte - a sud di
Varenna - avrebbe potuto formarsi in seguito allo scioglimento del-
le nevi sul versante settentrionale del Grignone. A valutazioni geo-
mineralogiche e botaniche, si accompagnavano riflessioni sulla vita
dei pastori, oltre a stime relative allaltezza dei monti attraversati.
Andavano dunque diffondendosi numerosi studi sulle Alpi
Centrali che, bench fossero connotati da obiettivi pratici indotti
dalla migliore gestione delle risorse idriche, boschive e minerarie,
non ignoravano interessi puramente scientifici volti alla sola com-
prensione della storia e del processo di orogenesi della catena
alpina. Per di pi, le maggiori attenzioni topografiche verso il Got-
tardo, ritenuto essere nella seconda met del diciottesimo secolo
il tetto dEuropa29, avevano indubbiamente incoraggiato il movi-

di Sua Eccellenza il sig. Conte di Firmian, ministro plenipotenziario della Lom-


bardia Austriaca. La relazione datata 26 gennaio 1771. I temi affrontati nel
ragguaglio di Sangiorgio vengono brevemente ripresi in: M. Ferrazza, Il Grand
Tour alla rovescia, cit., pp. 48-50.
27
L. Spallanzani, Viaggio sulle Alpi Lombarde e sui Grigioni, in Le opere di S.
L. pubblicate sotto gli alti auspici della Reale Accademia dItalia, Hoepli, Milano
1932-1935, parte Ia, vol. IV.
28
Cfr. E. Vaccari, Spallanzani e le scienze geologiche del Settecento: un percorso
interpretativo tra carteggi e diari di viaggio, in La sfida della modernit. Atti del
Convegno Internazionale di Studi nel bicentenario della morte di Lazzaro Spal-
lanzani, a cura di W. Bernardi, M. Stefani, Olschki, Firenze 2000, pp. 293-317.
29
Scrive a tal proposito Ferrazza: Alla met del XVIII secolo molti sono con-
vinti che le montagne pi alte delle Alpi siano in Svizzera, nella regione del Got-
tardo, anche basandosi sullautorit di autori come lastronomo francese Cassini
o lo studioso svizzero Johann Jacob Scheuchzer. Questi studiosi erano ancora
sotto linfluenza delle concezioni tolemaiche per cui i maggiori fiumi europei

148
mento di progressiva scoperta dei rilievi compresi tra il Verbano
e il Garda. Le Prealpi Lombarde erano divenute dunque meta di
numerose peregrinazioni geo-naturalistiche, grazie alla loro ric-
chezza idrica e fitogeografica, oltre alle peculiarit litologiche e
mineralogiche. Alla prevalenza sedimentaria dellunit subalpina
si associano, infatti, potenti depositi mineraliferi talora inclusi in
estesi affioramenti di origine magmatica che, nellarea collinare
e montuosa compresa tra Grantola, Cunardo e Fabiasco (Prealpi
Varesine), furono motivo, tra il diciottesimo e il primo quarto del
diciannovesimo secolo, di indagini di ampia portata relative allesi-
stenza di un antico vulcano.
Dal 1790 tale questione aveva attirato le attenzioni crescenti
di numerosi naturalisti, impegnati nello studio della litogenesi di
porfidi, porfiriti30, basalti e graniti. Cosi, gli affioramenti porfirici
dei versanti montuosi ad est del Verbano, fino al Luganese, erano
divenuti, in breve, sito di notevole richiamo orittologico e geo-
gnostico. Di fatto, ancora nel 1869, Gaetano Negri (1838-1902) ed
Emilio Spreafico, nel Saggio sulla geologia dei dintorni di Varese
e Lugano, ne ricordavano limportanza essendo [stato] nei primor-
dj della scienza, il campo delle pi vive battaglie tra nettunisti e
plutonisti31. Al contempo Giovanni Omboni (1829-1910), nella
Geologia dItalia32, si soffermava sulla specificit litologica e strut-

dovevano nascere dalle montagne pi elevate, e dato che nella zona del Gottardo
hanno origine importanti fiumi come il Ticino, il Reno e il Rodano, in questa
regione si doveva trovare il tetto dEuropa. Solo a partire dagli anni settanta si
fa strada la mole del Monte Bianco, anche se di tanto in tanto la supremazia gli
viene insidiata da altri concorrenti, primo fra tutti dal Monte Rosa. M. Ferrazza,
Il Grand Tour alla rovescia, cit., pag. 58.
30
Si tratta, in genere, di facies paleovulcaniche di magmi andesitici.
31
G. Negri, E. Spreafico, Saggio sulla geologia dei dintorni di Varese e di Lugano,
in Memorie del Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, XI, 9, 1869, pag. 1.
32
G. Omboni, Geologia dItalia, Maisner, Milano 1869. Nella Geologia dItalia,
tra gli apparati al testo, si rinvengono le seguenti tavole geologiche: 1) Carta
geologica dellItalia Centrale secondo Savi, Meneghini, Cocchi, Scarabelli, ecc.
(1868), 2) Abbozzo di Carta geologica dellItalia Centrale e Meridionale e delle
sue isole (1868), 3) Carta geologica dei Dintorni del Golfo di La Spezia secon-
do Capellini (1863) e della parte nord-ovest delle Alpi Apuane secondo Cocchi
(1864), 4) Carta geologica della Sardegna secondo La Marmora, 5) Abbozzo di

149
turale dellalto Varesotto, descrivendo la conformazione geologica
della Valganna:

Tutto allintorno ha poi dei monti calcarei, nei quali gli strati sono
rialzati verso il centro, cos che la valle intiera sembra un immenso
cratere, aperto nelle rocce calcaree e col centro composto di rocce
granitiche e porfiriche33.

Le formazioni ignee delle Prealpi Varesine erano dunque indica-


tive dello sviluppo geostorico delle Alpi; e, bench non vi fosse
alcun chiaro riferimento alla disputa di fine Settecento, Omboni
rievocava le numerose indagini naturalistiche grazie alle quali le
alture comprese tra il lago Maggiore e quello di Lugano (Ceresio)
erano divenute sito di interesse geologico.
Daltronde gi dal 1856, larea del Verbano e del Ceresio aveva
attirato le attenzioni dellUfficio Geologico di Vienna34, rappresen-
tato specialmente da Franz Ritter von Hauer (1822-1899), autore di
una carta geologica della Lombardia35.

Carta geologica delle Alpi Occidentali e Marittime secondo Sismonda, Pareto,


Gerlach, Sella, Gastaldi, Favre, Lory, Baretti, ecc. (1869), 6) Carta geologica della
Valganna e dei dintorni del Lago di Lugano secondo Negri e Spreafico (1869).
33
Ivi, pag. 128.
34
Tale attivit di rilevamento si interruppe nel 1859, con la perdita della Lom-
bardia da parte dellImpero Austro-Ungarico. Cfr. E. Vaccari, Appunti storici sulla
conoscenza geologica del territorio, sui tentativi di sfruttamento minerario e sulla
gestione delle acque, in Cassano, Ferrera, Rancio. Aspetti, eventi ed immagini di
tre paesi della Valcuvia, a cura di S. Contini, Tip. Galli, Varese 2004, pag. 77.
35
Antonio Stoppani scrive a proposito della carta geologica redatta da von
Hauer: Nellultima adunanza di codesta Societ il socio professore Omboni di
luogo, nella sua analisi critica della Carta Geologica di Lombardia pubblicata
dallillustre de Hauer, ad alcune mie verbali comunicazioni in proposito. Basan-
dosi esse, almeno in parte, sopra osservazioni da me fatte in epoca posteriore alla
pubblicazione dei miei Studii [il riferimento agli Studii geologici e paleontologici
sulla Lombardia, Milano 1857], e tendendo a modificare non sole le idee del ca-
valiere de Hauer, ma in parte anche le mie esposte nellopera ora citata, le credetti
abbastanza importanti per farne il soggetto dun lavoro dassieme, che basato in
parte su quello del cavaliere de Hauer, presenta dallaltra un riassunto delle mie
opinioni sulla costituzione geologica della Lombardia [...]; cfr. A. Stoppani, Rivista
Geologica della Lombardia in rapporto colla Carta Geologica di questo paese pub-

150
Antonio Stoppani (1824-1891), negli anni 70 dellOttocento, nel
Corso di Geologia (1871-1873), esaminando i fenomeni endogeni e
geostrutturali della Terra, non ometteva di soffermarsi sulla speci-
ficit geo-litologica del distretto luganese, definito: paradiso dei
geologi. Alle pi note regioni geografiche di interesse geologico
(Giava, Deccan, Auckland), affiancava di conseguenza la singola-
rit strutturale delle Prealpi Lombarde occidentali:

Unaltra localit, forse ancora per certi rapporti, pi classica,


il Lago di Lugano, uno dei pi celebri distretti porfirici. l il
campo, detto gi paradiso dei geologi, dove si combatterono le
prime battaglie tra i nettunisti e i plutonisti, ove venne in seguito
De-Buch a fondarvi, quasi sopra inconcusse fondamenta, le due
grandi teorie per sventura erronee; la teoria dei crateri di solleva-
mento e quella del metamorfismo della dolomia36.

Mentre ad inizio Novecento, Torquato Taramelli (1845-1922), nel


riproporre la storia delle indagini geologiche condotte nella regione
delle Prealpi Varesine, si soffermava ampiamente sugli studi litoge-
netici qui compiuti a partire dallultimo decennio del XVIII secolo:

Sullo scorcio del diciottesimo secolo labate Carlo Amoretti nel


suo Viaggio ai tre laghi (Milano 1794) chiam lattenzione degli
studiosi ed espose numerose notizie, talune importanti, con osser-
vazioni ed induzioni ingegnose e spesso felici. [...]. A proposito di
una lunga disputa tra il Florieau ed il Pini circa la vulcanicit della
retinite di Grantola, lautore non emette un giudizio definitivo, ma
nota come alla superficie della roccia erosa compaia evidente la
composizione cristallina di essa, come nei porfidi dei monti circo-
stanti. Il Breislak, sebbene ardente vulcanista, os appena soste-
nere la vulcanicit della roccia summentovata [...]. Ma la sua idea
sullorigine della conca del Verbano, per mancata sedimentazione
dei calcari e laltra della eruzione dei porfidi che si raccolsero nelle

blicata dal Cavaliere Francesco de Hauer, Bernardoni, Milano 1859, pp. 1-125,
citazione pag. 1.
36
A. Stoppani, Corso di Geologia, Tip. Bernardoni, Milano 1900-1904, 3 vv., vol.
III, pag. 223 (Ia edizione 1871-1873). Bench ladesione alle ipotesi di von Buch
non fu illimitata, queste godettero di un discreto successo negli anni Trenta dellOt-
tocento, decretando altres il definitivo abbandono della dottrina werneriana.

151
supposte depressioni dei monti calcari della conca del Ceresio,
erano tali da meritare poco favore anche tra gli studiosi del suo
tempo. Molto pi fortunato fu il De Buch, il quale pubblicava una
prima carta della regione compresa tra i laghi dOrta e di Lugano
(1824), accompagnandola di un breve ma importante commento.
Egli dichiara di accettare le idee di Florieau circa lorigine eruttiva
dei porfidi di Grantola e Cunardo, ma nega che essi siano stati
prodotti da vulcani recenti. Con sguardo assai complessivo indica i
rapporti di questi porfidi con quelli di tutto il versante meridionale
delle Alpi e li giudica come lagente sollevatore delle Alpi stesse
e in particolare dei monti calcarei circostanti al bacino luganese;
anzi i porfidi considerati di eruzione posteriore ai calcari, avrebbe-
ro [...] alterata la porzione basilare di questi (metamorfismo di con-
tatto, anzich metamorfismo regionale) convertendoli in dolomia
per aggiunta di carbonato di magnesia. Le quali idee, in gran parte
erronee come le indicazioni della Carta, in parecchi punti del tutto
sbagliata, passarono in tutti i libri e carte geologiche pubblicatesi,
fino a quando comparve il classico lavoro di Gaetano Negri ed
Emilio Spreafico (1869); le conclusioni del quale, oltre che dalla
evidenza delle prove, furono appoggiate dallaccoglienza che in
quel turno riscotevano le analoghe idee del Suess sulla geologia
del Tirolo meridionale37.

Ancora sul finire dellOttocento e nel primo decennio del Nove-


cento, si sottolineava dunque limportanza litologica e strutturale
della regione montuosa lombarda: quadro ambientale allinterno
del quale erano maturati i fattori propulsivi della ricerca geologica
sulle Alpi.

3.2. Eruzioni e inondazioni: lipotesi del vulcanismo subalpino

Il dibattito sorto sui versanti prealpino-lombardi, verso la fine del


700, non solo coinvolgeva lannosa e controversa questione ri-
guardante la litogenesi di basalti, porfidi e graniti, ma, sulla scia
delle precedenti osservazioni condotte in Auvergne, sulle Prealpi

37
T. Taramelli, I tre laghi. Studio geologico orografico, Artaria, Milano 1903,
pp. 55-57.

152
Venete, sui versanti appenninici, in Irlanda e Scozia, comprendeva
la necessit di definire leventuale legame intercorrente tra lattivit
vulcanica e il processo di formazione delle montagne.
Nel Viaggio da Milano ai tre laghi, labate Amoretti riprendeva
pertanto la controversia tra il barnabita milanese Ermenegildo Pini
e il giovane Louis Benjamin Fleuriau de Bellevue (1761-1852)38 sul
cosiddetto vulcano di Grantola:

ivi ha rimpetto, fra Grantola al basso e Cunardo in alto, vari colli o


cumuli rotondicci, rossigni e quasi nudi, che da taluno vennero ri-
putati avanzi di vulcano estinto, su di che lunga questione nacque
tra il sig. Fleurian de Bellevue e il nostro prof. Cav. Pini. Il primo,
dalla figura, dal colore, dalla quantit del sasso, e dal nome stesso
di uno dessi, che chiamasi Monte bruciato, argoment che que
monticelli fossero opera del fuoco; tanto pi che il sasso rossiccio
ha sovente delle cavit e de bucolici, anche talora allungati, simili
a quelli che il fuoco nelle lave produce [...] dun impasto vitreo
nero e di facil fusione, che egli chiam lava vitrea [...]. Ma Pini
non persuaso da queste ragioni, non vedendo ivi n decise lave,
n pomici, n ceneri, am meglio chiamare quel sasso nero vetri-
no porfido vitreo, che lava [...] e tutto attribuire allazione dellac-
qua anzich del fuoco39.

Lassenza di stratificazione o di piani lamellari, laspetto talvolta


poroso, nonch il colore rossiccio, avevano indotto Fleuriau a rite-
nere il sasso dellalta Valcuvia e della Valganna lava vitrea. Lana-

38
Naturalista francese, allievo di Dolomieu, di cui fu inoltre compagno del
viaggio effettuato sulle Alpi Orientali (1789). Si noti come Fleuriau non avesse
pubblicato nulla a proposito della supposta vulcanicit delle Prealpi Lombarde
occidentali. Scrive, infatti, Amoretti nel manoscritto Vulcano di Grantola nellalto
milanese: Il sig. Fleuriau nulla volle lasciare al pubblico, ma si content di espri-
mere in pochi foglietti ms. le sue ragioni, e dienne copia ad alcuni suoi amici [tra
i quali Amoretti]. Cfr. C. Amoretti, Vulcano di Granatola nellalto milanese = Let-
tera del Sig. Bellevue e ragguaglio della letteraria questione tra il prof. Pini e il Sig.
Fleurian di Bellevue intorno a quel vulcano, in Carte Amoretti, cartella Geologia,
miniere e fossili, tit. XI, foglio 21, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano.
39
C. Amoretti, Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como
e ne monti che li circondano, Tipografia Scorza e Compagno, Milano 1806, IIIa
edizione, pp. 134-135.

153
lisi macroscopica delle formazioni rocciose rinvenute tra Grantola,
Cunardo e Fabiasco aveva mostrato, infatti, cristalli immersi in una
pasta vetrosa, informe e ricca di cavit, morfologicamente si-
mile a terra vetrificabile al fuoco40. Labito irregolare dei porfidi
sembrava per di pi indicare un vero e proprio trascorrimento
di sostanze fuse, simili a quelle che il fuoco nelle lave produce41.
Anche le porfiriti di Ganna avrebbero potuto comprovare la pas-
sata attivit vulcanica della regione. Lutilizzo di calamite rilevava
in esse la presenza di ferro, ci ne avrebbe potuto far supporre la
conformit petrografica con le formazioni basaltiche delle Prealpi
Venete, sulla genesi magmatica delle quali si erano gi espressi
Arduino, Fortis, Strange e Festari. La stratificazione obliqua dei
monti della Valcuvia era inoltre ritenuta da Fleuriau testimonianza
di concrezioni compatte non sedimentate, pertanto non ascrivibili
allazione erosiva e di deposito delle acque e, allopposto, provo-
cate da una violenta attivit di sollevamento degli strati rocciosi.
La presenza infine di formazioni simili a tufi vulcanici nei pressi di
Mesenzana, ricco centro di carbon fossile42, era considerata prova
indubbia della vulcanicit dellalto Varesotto. Cos, dopo unatten-
ta analisi geomorfologica delle concavit limitrofe al Monte Cuco
(Castelvecchio), altres not come Monte Bruciato per il colore
nerastro della roccia qui affiorante43, Fleuriau concludeva che il
cratere avrebbe potuto aprirsi nei pressi di Fabiasco.
Pini contrariamente, esplorando la medesima regione, non rav-

40
Riferimento alle prove fusorie effettuate nelle fornaci di vetrai e ceramisti.
C. Amoretti, Vulcano di Grantola nellalto milanese, ms., cit.
41
Ibidem.
42
E. Pini, Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca e di altre parti
dellItalia. Memoria nella quale trattasi anche di un vulcano supposto nella Lom-
bardia medesima, Marelli, Milano 1790, pag. 44. Si ricordi che, secondo lipotesi
delle effervescenze, le ignizioni ipogee avrebbero potuto aver origine da depositi
bituminosi e/o carboniosi.
43
Il Monte di Castelvecchio noto agli abitanti di Cunardo e Ferrera anche
come Penegra (Pietra o Sasso nero). A tal proposito, rifer Giuseppe Gautieri nel
1807: Vi debbo poi dire, che dagli abitanti di Cunardo dicesi Monte Bruciato, e
da quei di Ferrera Sasso nero [...]. Cfr. G. Gautieri, Confutazione della opinione
di alcuni mineraloghi sulla vulcaneit d monticelli collocati tra Grantola e Cu-
nardo nel Dipartimento del Lario, Silvestri, Milano 1807, pag. 15.

154
visava alcun indizio evidente di vulcani estinti, anzi confutava le
considerazioni del naturalista francese.
probabile inoltre che le attenzioni del barnabita, delegato
delle miniere dal 1782, coinvolgessero i depositi minerari del-
la Valganna (Valvassera) e della Valmarchirolo; sito questultimo
dove, nel 1789, era stato riaperto il giacimento di galena argentife-
ra del Monte Argentera44. Scriveva infatti a proposito delle miniere
attive nelle Pievi di Marchirolo e Arcisate (Valganna), suggerendo
lipotesi secondo la quale le alture montuose qui osservate fossero
formazioni primarie, presumibilmente derivanti dal disfacimento
di montagne pi antiche:

Cos verso Brincio, e nella Val Gana si presentano Graniti, e Pie-


troselci, nella Pieve di Marchirolo quarzi micacei, e nella Pieve
dArcisate Graniti rossi, nelle quali due Pievi ancora esistono i
pi decisi caratteri di montagne originarie, contenendo in filoni
molte miniere di Piombo argentifero, che gi con molto profitto
furono lavorate dagli antichi, e la cui coltivazione fu nuovamen-
te intrapresa dal genio mineralogico del Nobile Don Bartolomeo
Andreoli45.

Riferiva, altres, di aver disposto, durante il tragitto, la realizza-


zione di due profondi scavi, luno nei pressi della vecchia strada
conducente a Grantola e laltro nella selva detta il Campaccio46:

44
La miniera del Monte Argentera rientrer per in piena attivit solo nel
1804, sotto la direzione dellingegnere minerario Francesco Ruziczka Odmark.
Cfr. G. Brocchi, Sulla miniera di piombo argentifero di Viconago, Dipartimento
del Lario, cit., pp. 1-60. Si vedano altres: Asm, Commercio p.m., c. 205; A. Fru-
mento, Le Repubbliche Cisalpina e Italiana, cit., pag. 60. Carlo Amoretti, nel suo
Viaggio da Milano ai tre laghi, si sofferma inoltre sui depositi della Valganna,
senza dubbio sfruttati nella seconda met del Settecento. A tal proposito, si esa-
mini anche il manoscritto: C. Amoretti, Viaggio alle Alpi tanto per ricerca di filoni
torbosi oppur metallici col mezzo elettrometrico, quanto per altre osservazioni
scientifiche e geologiche, in Carte Amoretti, ms., cartella Viaggi Letterario Scienti-
fici, foglio 3, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano.
45
E. Pini, Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca e di altre parti
dellItalia. Memoria nella quale trattasi anche di un vulcano supposto nella Lom-
bardia medesima, cit., pp. 46-47.
46
Si tratta, probabilmente, della localit Campaccio presso Marchirolo, nelle vi-

155
Nella prima escavazione trovai la montagna a strati obliqui for-
mati di Porfido variegato [...] fino allaltezza di circa quattro piedi,
ed al disotto di essi era il porfido vitreo in strati egualmente in-
clinati, e penetrato da sottili vene di una materia lapidea rossa di
litargiro47, che in parte era scomposta. Nellescavazione del Cam-
paccio comparvero al disotto della terra vegetale alcuni strati di
Porfido rosso nericcio assai duro, che formavano laltezza di circa
tre piedi. Al di sotto di essi si trov uno strato di terra argillosa ed
arenacea, provenuta certamente dalla scomposizione di qualche
Granito [...] il Porfido vitreo [comparve] in strati quasi verticali,
e segnato da frequenti screpolature, a motivo delle quali esso si
divideva o spontaneamente, o con poca forza in pezzi molte volte
prismatici. La stratificazione verticale era del tutto visibile [...]. In
tali escavazioni io non tardai a riconoscere, che il Porfido vitreo
non pu essere vulcanico48.

Giudicava, di conseguenza, i grossi cristalli (fenocristalli) di quar-


zo, osservati sulla superficie del porfido vitreo, una prova a favo-
re dellorigine acquea dei corpi rocciosi affioranti presso Grantola
e Marchirolo. Se infatti fossero stati prodotti dal graduale raffred-
damento di un fuso incandescente, si sarebbe generato un vetro
uniforme, poich la presenza dei feldspati, abbassando il punto
di fusione del quarzo, avrebbe prodotto un impasto omogeneo
che, solidificando, avrebbe determinato il venire ad essere di for-
mazioni amorfe o vetrose. Confrontando le porfiriti della regione
varesina con le lave prodotte dai vulcani, Pini ne mostrava levi-

cinanze della quale era stata per lappunto rimessa in attivit la vecchia miniera del
Monte Argentera. Luogo, quindi, di notevole interesse per orittologi e naturalisti.
47
Ossido di piombo. Si rinviene in natura (litargite) in due stati: amorfo (ar-
zica) e cristallizzato dopo fusione (litargirio). Poco solubile in acqua, il litargirio
pu essere sciolto nellidrossido di potassio, processo dal quale si ricava il piom-
bito, e in acidi ottenendo sali di piombo. Si ossida, invece, al colore rosso della
fiamma trasformandosi in minio, mentre lidrogeno e il carbonio lo riducono
facilmente in piombo. Viene in genere impiegato nella preparazione dellacetato
di piombo e di conseguenza della biacca, oltre che nella produzione di alcuni
pigmenti e smalti per vasellami.
48
E. Pini, Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca e di altre parti
dellItalia. Memoria nella quale trattasi anche di un vulcano supposto nella Lom-
bardia medesima, cit., pp. 22-23.

156
dente diversit tessiturale. Lassenza di discordanze o discontinuit
stratigrafiche tra il porfido vitreo e gli strati calcarei giustapposti
avrebbe potuto inoltre essere interpretata come testimonianza di
processi deposizionali continui, indotti dallintervento di ununica
causa formale:

Negli strati fatti or di lave, ed or di pietra calcaria vedesi una


diversit tale di direzione, dinclinazione, di conformazione, e di
materia, che non si pu dubitare essere quelli di pietra calcaria
provenuti da altra cagione diversa da quella che produsse le lave.
Per contrario negli strati porfiritici da me descritti non avvi quasi
altra differenza se non nellesterno delle materie componenti, cos
che il loro complesso sembra anzi uno strato solo distinto in varj
strati minori [...] Questo porfido [riferimento allo scavo compiuto
in localit Campaccio] se fosse stato prodotto da fusione avrebbe
dovuto verisimilmente formare de strati o orizzontali, o con una
obliquit simile pressa poco a quella della pendenza del sottopo-
sto terreno49.

Ad indagini litostratigrafiche, seguivano considerazioni sulla


forma talora prismatica degli affioramenti porfiritici delle Preal-
pi Varesine, a causa della quale piacque ad altri di riguardare
il Porfido vitreo come Basalte [di natura magmatica]50. Tuttavia,
rifacendosi agli studi in precedenza compiuti da Dolomieu51, il
barnabita milanese stimava le rocce della Valganna e della Val-
marchirolo simili al basalto di origine marina. Le prove fusorie
condotte nelle fornaci di vetrai ne avrebbero escluso qualsiasi
conformit con il Basalte vulcanico, il quale d nella fusione un
vetro nero, quando [...] il Porfido vitreo lo d [...] di altro colore52.
Concludeva pertanto che:

49
E. Pini, Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca, cit., pp 25-26.
50
Ivi, pag. 31.
51
Il riferimento al testo di Dolomieu sulle isole Ponziane: D. de Dolomieu,
Mmoire sur les Iles Ponces, et catalogue raisonn des produits de lEtna; pour
servir lhistoire des volcans: suivi de la description de lruption de lEtna, du
mois de jullet 1787. Ouverage qui fait suite au Voyage aux les de Lipari, Chez
Cuchet, Paris 1788, pag. 60.
52
E. Pini, Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca, cit., pag. 33.

157
[...] il Porfido vitreo non ha i caratteri n di vetro vulcanico, n di
Basalte, n di una Lava qualunque; altronde esso ha i componenti
del Porfido, e trovasi tra le altre materie decisamente porfiritiche,
ed in una regione, in cui niente appare vulcanico. Perloch dee
annoverarsi tra Porfidi, che da fuoco non ebbero origine. N deve
fare difficolt se questa variet non si rassomigli ad altre note53.

Per di pi, i calcari di Ganna e della Valcuvia, come i conglomerati


di Mesenzana e Cremenaga, erano indubbiamente prova di passa-
te alluvioni. Confutava quindi la tesi, suggerita dal naturalista fran-
cese, secondo la quale il cratere vulcanico avrebbe dovuto aprirsi
sui versanti del Monte di Castelvecchio verso Fabiasco54.
Linclusione dei depositi di carbon fossile in strati calcarei,
nonch, data la notevole distanza dal mare, la mancanza di in-
filtrazioni salmastre, impedivano la possibilit che nella regione
varesina avessero potuto generarsi le fermentazioni necessarie ad
innescare uneruzione vulcanica55. Si sentiva dunque nel giusto a
definire la lava vitrea di Fleuriau porfido vitreo simile al granito
di formazione primaria, nonostante avesse riscontrato in diversi
rilievi stratigrafici una giacitura irregolare rispetto al modello inter-
pretativo nettunista. Malgrado i porfidi, ritenuti essere formazioni
primitive, fossero quindi giustapposti ai calcari secondari, Pini giu-
dicava tale anomalia mera apparenza, poich conseguenza di quei
molteplici fenomeni di erosione, trasporto e sedimentazione che
avrebbero potuto verificarsi in un ambiente marino:

Poniamo, infatti, che in una stessa inondazione sia intervenuta


primariamente una deposizione di materia calcarea in una data
estensione, e che terminata quella deposizione poco dappoi so-
praggiunta una corrente dacqua mista con materia porfiritica, la
quale sia stata depositata a fianco della sopraccennata materia
calcarea. Da ci sarebbe risultata quella relativa situazione, che
ora si osserva nelle due accennate materie; e questo stesso assai
pi verisimile di quel, che si fa supporre, che il Porfido abbia for-

53
Ivi, pag. 34.
54
Ivi, pp. 36-38.
55
Pini riferisce, anche, di alcuni siti (Ferrera, Rancio e Mesenzana) dai quali il
carbon fossile veniva estratto con esiti discreti. Ivi, pp. 44-47.

158
mata una corrente di lava che siasi arrestata contro la montagna
calcarea. [...] inoltre se esso fosse scorso come un infuocato tor-
rente sulla pietra calcarea, questa per lazione del calore dovrebbe
trovarsi calcinata nei siti contigui al Porfido: di che nissun indizio
si riconosce56.

Reputava di concerto le cavit osservate sulla superficie delle por-


firiti e dei porfidi quarziferi conseguenza di fratture provocate da fe-
nomeni erosivi57. Individuava, infine, nellassenza di crateri listanza
cruciale che avrebbe potuto dimostrare la veridicit delle sue tesi.
Fleuriau, consapevole dei limiti delle proprie induzioni, finiva
per accettare una situazione di compromesso, supponendo che gli
strati calcarei avrebbero potuto originarsi dallazione di deposito
esercitata dalle acque alluvionali che, in un secondo momento,
avrebbero inondato la regione. Nel corso delle ere geologiche si
sarebbero quindi alternati periodi di fusione a periodi di alluvione.
Le formazioni calcaree si sarebbero prodotte da sedimenti mari-
ni, depositatisi nelle spaccature generate dal raffreddamento delle
precedenti correnti laviche. Aggiungeva, altres, che leruzione dei
porfidi avrebbe potuto non essere esplosiva58 e che linondazione
sopraggiunta in seguito avrebbe demolito ledificio vulcanico; con-
gettura sulla quale Pini nutriva forti perplessit. Se infatti le acque,
invadendo la regione avessero cancellato qualsiasi segno di antico
cratere, nella serie stratigrafica avrebbero dovuto esservi comun-
que sedimenti di natura magmatica59. La mancanza di qualsiasi pro-
va corroborante lipotesi di passate eruzioni, induceva a negare la
tesi che lo sviluppo geostorico dei rilievi montuosi compresi tra il
Verbano e il Ceresio fosse stato contraddistinto da periodi effusivi.
La controversia rimase irrisolta ed anche Amoretti, nel Viaggio
da Milano ai tre laghi, prefer limparzialit, illustrando come lo
stesso Dolomieu, chiamato a risolvere la questione nel 1797, non
si fosse chiaramente espresso (sebbene avesse propeso per le po-

56
Ivi, pp. 45-46.
57
Ibidem.
58
C. Amoretti, Vulcano di Grantola nellalto milanese, ms., cit.
59
E. Pini, Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca e di altre parti
dellItalia, cit., pp. 37-38.

159
sizioni dellallievo)60. Daltra parte, Amoretti faceva notare che ben-
ch Fleuriau avesse collocato il vulcano nelle vicinanze di Fabiasco,
nondimeno chi ha osservato che fra Mesenzana e Cassano presso
Pienate incontransi i medesimi sassi, e ancor pi cavernosi e pieni
di bolle, potr, qualora ammetter si voglia un vulcano, sospettare
che avesse il cratere suo in Valtravaglia, anzich in Valgana61. Sof-
fermandosi per di pi sulle prove elettrometriche qui condotte da
Joseph Pennet, suo compagno di viaggio, annotava: fra Grantolo,
e Cunardo, [nei] luoghi della disputata volcaneit, [Pennet] disse
che nulla sentia di ci che sentir sempre solea presso gli altri volcani
estinti62. Nonostante, dunque, labate ligure manifestasse alcune
incertezze a riguardo dellattivit magmatica dellalto Varesotto, e
giudicasse verosimile lipotesi che il passaggio di una cometa vicino
allorbita terrestre avesse provocato una grande inondazione, i suoi
dubbi scemavano nella memoria sul trappo del Verbano (1797)63.

60
C. Amoretti, Vulcano di Grantola nellalto milanese, ms., cit.; Id., Viaggio
da Milano ai tre laghi, cit., pag. 135. Tale questione viene ripresa pi detta-
gliatamente nello scritto, pubblicato postumo, da Scipione Breislak: S. Breislak,
Osservazioni sopra i terreni compresi tra il lago Maggiore e quello di Lugano alla
base meridionale delle Alpi, in Memorie dellImperial Reale Istituto del Lombardo
Veneto, vol. V, Imperial Regia Stamperia, Milano 1838, pp. 33-34. Sulla visita di
Dolomieu e le sue brevi considerazioni: D. De Dolomieu, Rapport fait lInstitut
National, par le Citoyen Dolomieu, Ingnieur des mines, sur ses voyages de lan V
et de lan VI, cit., pag. 391.
61
C. Amoretti, Viaggio da Milano ai tre laghi, cit., pag. 135.
62
Ivi, pag. 256. Joseph Pennet, lattivit del quale ancora poco nota, era pro-
babilmente allievo del medico francese e rabdomante Pierre Thouvenel (1747-
1815); cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., 217-230. Si noti come le questioni
elettrometriche fossero inerenti allipotesi del magnetismo animale e al galvani-
smo. Lopinione che vi fosse un fluido magnetico di natura animale era piuttosto
diffusa e accreditata nel Settecento, a tal punto da giustificare la ricerca di filoni
torbosi e metallici attraverso la rabdomanzia. Di fatto, ancora nel 1836, Arthur
Schopenhauer ne La Volont nella natura (trad. it.) dedicava un intero capitolo
al magnetismo animale: A. Schopenhauer, La Volont nella natura, Laterza, Roma-
Bari 1989, pp. 153-192. Per una problematizzazione in termini storici del tema
riguardante lelettrometria, si veda: L. De Frenza, I sonnambuli delle miniere.
Amoretti, Fortis, Spallanzani e il dibattito sullelettrometria organica e minerale
in Italia (1790-1816), Olschki, Firenze 2005.
63
Cfr. C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al Lago

160
Nel 1797 (1796), Amoretti si era infatti recato presso Intra, sulla
sponda occidentale del lago Maggiore, al fine di predisporre una
serie di investigazioni geognostiche indispensabili nel determinare
la natura dei rilievi montuosi limitrofi. Malgrado durante il tragitto
effettuato per raggiungere la cima del Monte Simmolo64, non aves-
se ravvisato segni evidenti di passata attivit vulcanica65, tuttavia
il rinvenimento di rocce filoniane a grana fine e cenerognola,
soprattutto nelle vicinanze del torrente Selasca, lo avevano indotto
a dubitare dellorigine esclusivamente primaria di quelle alture66.
Le successive indicazioni di Francesco Ruziczka Odmark67, di-
rettore delle miniere di pirite aurifera dei Borromeo in Valle Anza-
sca, nonch la lettura degli scritti di Werner e Faujas de Saint-Fond
sui trappi della Svezia e della Scozia, lo avevano convinto della
natura vulcanica dei dicchi osservati a nord di Intra68. Daltra parte

Maggiore e sui Vetri che se ne sono formati, in Opuscoli scelti sulle scienze e
sulle arti, XX, Milano 1797, pp. 410-426. La memoria pubblicata sugli Opuscoli
scelti, nel 1797, riprendeva alcune riflessioni indirizzate allamico Francesco So-
ave in una precedente lettera: C. Amoretti, Lettera al P. Prof. Francesco Soave Sul
Trappo trovato presso Intra in riva al Verbano, in Opuscoli scelti sulle scienze e
sulle arti, XIX, Milano 1796, pp. 347-352.
64
Amoretti descrive minuziosamente il tragitto compiuto per raggiungere la
vetta del Monte Simmolo (probabilmente lattuale Monte Cintolo, 958 m. s.l.d.m.)
e far ritorno a Intra: [...] io in compagnia di colti amici in vetta di quellaltissi-
mo monte salissi. Andammo da S. Giorgio a S. Martino, e a Roncaccio, e di l
non senza stento ci arrampicammo sulla vetta; discendemmo poi alla cappella
di Nava, risalimmo a Premeno, e passando al N[ord] di S. Salvatore tornammo
ad Intra per Carzana, Rizzano, ec.: e sebbene nulla affatto di vulcanico non
vabbiamo trovato, pur ci serv di non inutile istruzione losservare sparsi su tutta
la superficie, e sulla vetta istessa di quel monte isolato de grossissimi massi di
granito [...]. Cfr. C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva
al Lago Maggiore e sui Vetri che se ne sono formati, cit., pag. 412.
65
La cima del Monte Simmolo veniva descritta come prevalentemente com-
posta da graniti. Pertanto, rifacendosi alla classificazione dei monti proposta da
Werner, avrebbe dovuto essere una montagna primaria, generatasi in ambiente
marino.
66
C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al Lago Mag-
giore e sui Vetri che se ne sono formati, cit., pag. 413.
67
Ingegnere minerario di probabili origini boeme. Dal 1804, diriger la minie-
ra di galena argentifera di Cadegliano Viconago (Varese).
68
C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al Lago Mag-

161
Saint-Fond, suo corrispondete, faceva notare come in alcune parti
della Scozia le formazioni trappiche incluse negli scisti fossero
spesso chiamate Channels (ruscelli), quasi ad indicarne la prece-
dente fluidit69.
La notevole inclinazione dei filoni esaminati nei pressi del
torrente Selasca avrebbe potuto, altres, segnalare che la storia
geologica di quella regione fosse stata contraddistinta da violen-
ti fenomeni di sollevamento, mentre la loro tessitura vescicolare
avrebbe potuto suggerirne lorigine dal raffreddamento di lave in-
candescenti. Al contempo le prove fusorie realizzate nella fornace
di cristalli e vetri del sig. Peretti, presso il quale soggiornava, con-
fermavano le analogie esistenti tra la propriet chimiche e fisiche
dei campioni di roccia trappica e i filoni di lava de volcani estinti
del Veronese, Vicentino e Padovano70:

Furono que pezzolini di sasso posti sullorlo dun ampio crogiuo-


lo in cui il vetro era fuso, e dopo pochi minuti sen vide vetrificata
la superficie; onde in piccolo crogiuoletto sen fece poi lo speri-
mento dal Capo fonditore di quella fabbrica, il quale, sebbene
nellarte sua versatissimo, vide per la prima volta un duro sasso,
n macinato, n misto a fondenti, squagliarsi in un vetro compatto
di un nero lucidissimo. Questo primo esperimento mi conferm
sempre pi nel sospetto, che quel sasso fosse un prodotto vulca-
nico [...]71.

I trappi del Verbano se sottoposti dunque allazione del fuoco si


sarebbero alterati in materia vetrificabile72.

giore e sui Vetri che se ne sono formati, cit., pp. 414-416. Gli scritti di Faujas de
Saint-Fond, ai quali si rifaceva Amoretti, erano lEssai sur le roches de Trapp e il
Voyage en Angleterre, en cosse et aux les Hbrides. Riguardo lesame dello scrit-
to di Werner sui Trappi di Svezia: C. Amoretti, Transunto duna memoria del Sig.
A. G. Werner sul trappo della Svezia, in Carte Amoretti, ms., cartella Geologia,
Miniere e fossili, foglio 14, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano.
69
C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al Lago Mag-
giore e sui Vetri che se ne sono formati, cit., pag. 417.
70
Ivi, pag. 415.
71
Ivi, pag. 411.
72
Localmente impiegata nella produzione di bottiglie. Ivi, pp. 412-413.

162
Anche le successive analisi chimico-fisiche ed elettrostatiche
avrebbero confermato i risultati ricavati dalle prove fusorie73. Il
trappo di Intra avrebbe potuto essere considerato perci di natura
ignea, comprovando il sollevamento vulcanico dei rilievi montuo-
si ad ovest del Verbano.
Amoretti manifestava quindi posizioni teoriche estremamente
complesse che, pur non rinnegando lipotesi di unimmensa inon-
dazione74, riconoscevano altrettanto valida lidea che lo sviluppo
geomorfologico e strutturale delle Alpi e delle Prealpi avesse potu-
to essere punteggiato da lunghi periodi effusivi diffusi localmente:

Ma chi persuaso essere il basalte lavoro di Plutone anzich


Nettuno, potr argomentare che allazione del fuoco pur debban-
si i filoni del nostro Trappo. Nulla infatti v che renda la cosa
impossibile; e altronde che uso a veder le lave, ove fondendo
le rocce sapersero una via, dee trovarvi molta analogia co filoni
trappici del Monte Simmolo. E se qui pure avessimo un volcano,
troveremmo prolongata la serie de volcani subalpini, che comin-
ciando dai colli Euganei, passando ai monti Berici, ed ai Veronesi,
indi al monte Baldo, e ad Albino sul Bergamasco, stesersi fino alla
vicina Valgana75.

Tali considerazioni, comunicate nella precedente lettera indirizzata


a Francesco Soave (1743-1806), venivano riprese nello scritto del
1797:

Appi delle Alpi, diceva io, regna una serie di volcani estinti, co-
minciando dai colli Euganei, passando p Berici, p Vicentini e p
Veronesi, notissimi a tutti i curiosi, e fatti conoscere con eccellenti
disegni dal Sig. Cav. Strange, dal celebre Sig. Ab. Fortis e da altri.

73
Cfr. C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al Lago
Maggiore e sui Vetri che se ne sono formati, cit., pag. 426.
74
A tal proposito si vedano anche: C. Amoretti, Osservazioni sulla collina di
San Colombano nel Territorio Lodigiano, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle
arti, VIII, Milano 1785, pp. 272-276; Id., Sopra il cangiamento di clima avvenuto
in Italia, e specialmente in Lombardia, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle
arti, XIX, Milano 1796, pp. 405-419.
75
C. Amoretti, Lettera al P. Prof. Francesco Soave Sul Trappo trovato presso
Intra in riva al Verbano, cit., pag. 350.

163
Il ch. Sig. Cav. Volta mantovano, vide pur egli le tracce volcaniche
in Montebaldo. Le vide sul Bresciano il Sig. Conte Gaetano Maggi,
e sul Bergamasco il Sig. Maironi da Ponte. Non ve n, a vero dire,
per quanto io so, ne contorni del Lario; ma talun ne vide, o cred
di vederne anche presso il lago di Lugano; e fra questo el Verbano
v molta apparenza che siavi stato un volcano in Valcuvia: allora
questo delle vicinanze dIntra ne sarebbe una continuazione76.

Cos, basandosi sullindirizzo di ricerca definito dallipotesi del


vulcanismo subalpino, lattivit magmatica della Val Grande ve-
niva giudicata continuazione di quella della Valganna. Nelle idee
geo-litologiche dellabate Amoretti, talora erroneamente ritenute
conformi alla teoria nettunista, affiorava quella stretta relazione
tra fenomeni interni (endogeni) ed esterni (esogeni) alla Terra
che, nella seconda met del XIX secolo, avrebbe posto le premes-
se per una spiegazione dellorogenesi alpina in termini di cor-
rugamenti (spinte radiali) e carreggiamenti (spinte tangenziali e
sovrascorrimenti).
Sulla scia di quel progressivo distacco che, sul finire del Set-
tecento, andava attuandosi tra gli studi di geologia regionale e
lHistoire Naturelle, si collocavano altres le osservazioni di Gio-
vanni Maironi da Ponte (1748-1833) sulla vulcanicit delle Prealpi
Orobiche (1788-1791)77. Sebbene le attenzioni del naturalista ber-
gamasco fossero rivolte allacquisizione di maggiori informazioni
sulle risorse del territorio, soprattutto minerarie78, e mostrassero
una qual certa prudenza verso le questioni di natura prettamente
teorica, la precedente frequentazione di Arduino, nonch la cono-
scenza delle ricerche condotte da Saint-Fond79, lo avevano spinto
verso le posizioni cosiddette vulcaniste. Esplorando i rilievi mon-

76
C. Amoretti, Sul Trappo del Monte Simmolo presso Intra in riva al Lago Mag-
giore e sui Vetri che se ne sono formati, cit., pag. 411.
77
G. Maironi da Ponte, Ricerche sopra alcune argille e sopra una terra vulca-
nica della provincia bergamasca, misc., Milano 1791.
78
fu il sapere che in questo medesimo [luogo] altra volta erasi con buon suc-
cesso scavata una miniera di Alume, nel quale ognuno trovasi largilla migliore,
in G. Maironi da Ponte, Ricerche sopra alcune argille e sopra una terra vulcanica
della provincia bergamasca, cit., pag. 11.
79
Ivi, pag. 28.

164
tuosi della Val Seriana (Albino) e della Val Cavallina (Monte Tinel-
lo), si era dunque persuaso della loro natura vulcanica80:

Queste e varie altre osservazioni, che facilmente possono farsi


da chi con occhio filosofico percorre questo luogo, potrebbe fargli
conghietturare, non senza ragione che unaccensione sotterranea,
e forse nello stesso tempo anche sottomarina, in unepoca da noi
remotissima incominciasse a spezzare e a lanciare in aria gli strati
della crosta antica del Globo, i quali dovettero essere sostanze del
genere delle dette primitive o primordiali: e che questi infranti e
sminuzzati, ricadendo sulla bocca della gran fornace venissero a
subire diversi gradi di alterazione dal fuoco; altri restando sem-
plicemente arrostiti, altri calcinati, altri semifusi, altri totalmente
alterati e che poi dallattrito violentissimo di queste pietre la pol-
vere risultasse, dalla quale questa nostra vulcanica sostanza viene
costituita81.

Riteneva, al contempo, i dicchi quarziferi inclusi nelle formazioni


sedimentarie resti di estinti comini, mentre i diversi monti roton-
dicci della Val Seriana e della Val di Scalve erano giudicati antichi
coni vulcanici squarciati dallerosione delle acque piovane, con-
seguenza delle terribili catastrofi sofferte dal nostro Globo82. Tali
sconvolgimenti (inondazioni ed eruzioni vulcaniche), dei quali
indelebili veggion dipinti sopra tutto lorbe83, erano comprovati
anche dal rinvenimento in localit Vallalta di banchi dargilla
frammisti a graniti, quarzi, porfiriti e petroselci. I processi geostrut-
turali che, susseguendosi nel corso delle ere geologiche, avevano
modellato la forma dei rilievi orobici, erano dunque i medesimi
con i quali Fleuriau ed Amoretti descrivevano, in quegli stessi
anni, lo sviluppo geostorico delle Prealpi occidentali84. Il riferi-

80
L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 160.
81
G. Maironi da Ponte, Ricerche sopra alcune argille e sopra una terra vulca-
nica della provincia bergamasca, cit., pag. 32.
82
Ivi, pag. 31.
83
Ibidem.
84
La successiva frequentazione di Pini indurr Maironi da Ponte verso po-
sizioni teoriche molto pi vicine alle tesi cosiddette nettuniste. Cfr. L. Ciancio,
Autopsie della Terra, cit., pag. 160.

165
mento ad unattivit vulcanica sottomarina, di portata pi o meno
catastrofica, diffusa e al contempo circostanziata, avrebbe potuto
pertanto rappresentare un valido compromesso tra gli estremi del
vulcanismo e del nettunismo, entrambi inadeguati nel chiarire
lampia variabilit e la conformazione eterogenea delle strutture
geo-litologiche osservate.
Cos, le considerazioni di Amoretti, Fleuriau, Maironi da Ponte
e molti altri naturalisti, che tra XVIII e XIX secolo si interessarono
alla geologia dellarco alpino e prealpino, impongono prudenza
nel generalizzare la validit storiografica della contrapposizione tra
nettunisti e vulcanisti/plutonisti, limitandone perci la rilevanza
nello sviluppo storico delle scienze geologiche. Sebbene non si
voglia negare lesistenza di uneffettiva correlazione tra le riflessio-
ni di alcuni orittologi, attivi tra Settecento ed Ottocento, e i modelli
litostratigrafci del nettunismo o del vulcanismo/plutonismo si
pensi ad esempio allimpostazione decisamente nettunista di Pini
tuttavia il carattere composito ed eterogeneo delle teorie lito-
genetiche che contraddistinsero la maturazione epistemica delle
scienze della Terra, richiede una qual certa cautela nellimpiego
indiscriminato delle categorie storiografiche. Analogamente, si
talora ravvisato nel catastrofismo un modello epistemologico an-
titetico allidea, gi presente nellEuropa di secondo Settecento85, di

85
Specialmente in Francia, lipotesi che le specie potessero tramutarsi le une
nelle altre, andando incontro ad un progressivo processo di trasformazione e
adattamento, non era pi cos inedita sul finire del diciottesimo secolo, poich
ormai sostenuta da un esteso numero di scienziati e naturalisti, tra i quali: Jean-
Claude Delamtherie, Bernard-Germain tienne Lacpde, Pierre Jean-Georges
Cabanis, Giraud Soulavie, Eugne-Louis Melchior Patrin, tienne Geoffroy de
Saint-Hilaire, Jean-Baptiste Bory de Saint-Vincent. Anche nel resto dEuropa le
tesi trasformiste potevano ritenersi sufficientemente diffuse, si pensi alle figure
di James Hutton e di Johann Wolfgang Goethe, nonch, negli Stati tedeschi,
allintero filone della Naturphilosophie, tra gli esponenti del quale si annovera-
vano: Alexander von Humboldt, Johann Friedrich Blumenbach e Gottfried R. Tre-
viranus. In Italia, tra Settecento ed Ottocento, il trasformismo aveva incontrato
invece le riflessioni di Alberto Fortis, Giuseppe Gautieri, Pietro Moscati, Giovanni
Rasori, Giambattista Brocchi e Tommaso Antonio Catullo. Per ci che concerne
la diffusione delle teorie trasformiste nel XVIII secolo, rimando a: P. Corsi, Oltre
il mito. Lamarck e le scienze naturali del suo tempo, Il Mulino, Bologna 1983. Si

166
mutagenesi degli organismi viventi, mostrandone sole corrispon-
denze con le concezioni creazioniste. Ci nonostante, lesame
delle fonti primarie, provenienti soprattutto dallambito degli studi
litostratigrafci sette-ottocenteschi, svela come lopinione secondo
la quale la storia della Terra si fosse articolata attraverso periodi-
che catastrofi, di portata pi o meno locale, fosse particolarmente
diffusa, anche tra quei naturalisti che si professavano a favore di
una variazione delle forme organiche nel tempo.
A tal proposito, limitandosi al contesto italiano, non ancora
indagato a sufficienza, sono significative le riflessioni di Alberto
Fortis, sulle quali si gi soffermato in modo esaustivo Luca Cian-
cio86, e quelle, indubbiamente meno note, del medico e naturalista
Giuseppe Gautieri. Questultimo, Ispettore generale ai boschi del
Regno dItalia napoleonico dal 1807, come molti altri geologi, si
era interessato alla questione del vulcanismo subalpino. Cos,
dopo essersi recato sui versanti montuosi delle Alpi e delle Prealpi
centroccidentali (1807), incuriosito dalla ormai nota controversia
tra Pini e Fleuriau circa la vulcanicit dei monti limitrofi a Granto-
la, Cunardo e Fabiasco, non avendovi trovato avanzi di volcani
estinti, si era pronunciato a favore delle conclusioni espresse dal
barnabita87.
I depositi di carbon fossile e petrolio (scisti bituminosi), rin-
venuti nei pressi di Rancio e Ferrera, non avrebbero potuto avva-

vedano anche: N. Morello, Problemi paleontologici nella geologia veneta dei pri-
mi decenni dellOttocento, in Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, cit.,
pp. 11-22; L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 270-283; G. Pancaldi, Darwin
in Italia, cit., pp. 17-81.
86
Fortis manifestava, tuttavia, dubbi e incertezze riguardo lestinzione delle
specie organiche, condividendo lopinione comune, secondo la quale esplora-
zioni pi approfondite avrebbero, in futuro, completato la serie e la scala degli
esseri viventi. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 241-283.
87
G. Gautieri, Confutazione della opinione di alcuni mineraloghi sulla vulca-
neit d monticelli collocati tra Grantola e Cunardo nel Dipartimento del Lario,
cit., 1807. Lopera indirizzata a Carlo Amoretti. Gautieri accompagnato dal
Sig. Botta di Oleggio, dal nipote Dott. Paganini, dallamico Prof. Galvagna, dal
Sig. Coadiutore di Ghirla e dal sindaco di Ferrera Pasquale Angiolini, oltre a varj
abitanti di Marchirolo, Cunardo, e Ferrera raggiunse Ferrera da Rancio, per
spostarsi poi nei luoghi della disputata volcaneit e, di seguito, a Cassano.

167
lorare lorigine magmatica delle alture comprese tra il Verbano e
il Ceresio, poich, come dimostrato da Pini, gli scisti bituminosi
erano inclusi in strati calcarei, ossia in formazioni sedimentarie
giammai dai geologi reputate vulcaniche88. Anche le indagini to-
ponomastiche delle localit attraversate sarebbero state di scarsa
utilit nella comprensione delle peculiarit morfologiche e struttu-
rali della regione89.
Dopo attente analisi, Gautieri non ravvisava dunque indizi suffi-
cienti al fine di comprovare lorigine dei rilievi prealpino lombardi
da antiche eruzioni vulcaniche, giungendo, di seguito, a dubitare
finanche della natura ignea dei monti vicentini90.
Sebbene avesse quindi professato considerazioni perfettamente
conformi al nettunismo e, al contempo, avesse segnalato come
sui versanti alpini vi fossero prove certe corpi marini, che si
trovano nella calce di Saltrio, Besascio, ed Arso91 di violenta
e remota alluvione, nel precedente saggio Slancio sulla genealo-
gia della terra e sulla costruzione dinamica della organizzazione
seguito da una ricerca sullorigine dei vermi abitanti le interiora
degli animali (1805)92, Gautieri si era mostrato propenso verso

88
Ivi, pp. 56-58.
89
Gautieri osservava che il monte chiamato dagli abitanti di Cunardo Monte
bruciato (si tratta del Castelvecchio), era noto a quelli di Ferrera come sasso nero;
cfr. Ivi, pag. 15. Aggiungendo in seguito: [...] si gi dimostrato, che il ricercare la
derivazione de nomi cosa difficile e pericolosa. In questo caso per facile ad in-
tenderla. Le cose tetre, odiose e terribili si sono sempre rappresentate allimmagina-
zione coperte di nero; non quindi da meravigliarsene, che li contadini abbiano
dato il nome di Sasso del Diavolo al porfido nero di pietra picea di Grantola. [...].
Debbo qui per riportare, che il citato Sig. Pasquale Angiolini [sindaco di Ferrera]
massicur, che non il sasso, ma bens la valle era denominata la Valle del Ciapin e
ci per incuter timore ai ragazzi, ed astenerli dallandarvi [...] altri poi mi raccon-
tarono che la Valle ed il Sasso del Ciapin assunsero siffatta denominazione dopo
che in scavando il porfido piceo questo stesso di fuoco: e si scav infatti per estrarne
un ferro facilmente riducibile ad acciajo e perci col detto accialone (pag. 64).
90
Ivi, pag. 53.
91
Ivi, pag. 65.
92
G. Gautieri, Slancio sulla genealogia della terra e sulla costruzione dinamica
della organizzazione seguito da una ricerca sullorigine dei vermi abitanti le inte-
riora degli animali, Jena in Sassonia, 1805. Lopera si pretendeva stampata a Jena
in Sassonia, ed era dedicata al fondatore della filosofia della natura limmortale

168
quelle idee trasformiste che erano andate progressivamente dif-
fondendosi nellEuropa continentale di secondo Settecento93.
Laffermazione: La natura non che un intero organismo,
rappresentativa dellimpostazione reggente limpalcatura teorica
dello scritto. Cos, attraverso limpiego di varie fonti (De Maillet,
Cabanis, Gall, Erasmus Darwin, Schelling, Goethe), che rivelano il
carattere eclettico dello Slancio sulla genealogia della terra, il na-
turalista piemontese94 si proponeva quale obiettivo predominante
lesposizione delle idee essenziali sullo sviluppo degli organismi
viventi dal mondo inorganico. Appellandosi infatti ai lavori pre-
cedenti di De Maillet (Telliamed) e del medico francese Pierre
Jean-Georges Cabanis (1757-1808), indicava le modalit in relazio-
ne alle quali le specie terrestri avrebbero potuto venire ad essere
da preesistenti forme marine, sotto limpulso dei vincoli imposti
dallambiente inorganico. Tracciava di conseguenza lintera pro-
gressione del vivente, dal regno vegetale a quello animale, fino
alla comparsa delluomo95, evidenziando altres, in accordo con le
tesi di Schelling, come lorganizzazione della materia organica si
fosse svolta dalla sintesi allanalisi:

Tutti glanimali debbono adunque il loro reciproco allontanamen-


to e le loro divisioni [...], in generi, specie e famiglie alle innume-

Schelling. Per una sua analisi introduttiva, si veda il prezioso contributo di Giulia-
no Pancaldi: G. Pancaldi, Darwin in Italia, cit., pp. 54-56. Sui dubbi circa leffettivo
luogo di edizione del testo redatto da Gautieri: L. Camerano, Materiali per la storia
della zoologia in Italia nella prima met del secolo XIX, in Bollettino dei Musei di
Zoologia e Anatomia comparata della R. Universit di Torino, XXI, n. 526, 1906,
pp. 1-10. Sulla vita e lopera di Gautieri: G. Gen, Gautieri, Giuseppe, in Biografie
degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo XVIII e de contempora-
nei, a cura di E. De Tipaldo, Alvisopoli, Venezia 1834, vol. I, pp. 387-394.
93
Tuttavia, non sempre il trasformismo era argomento di discussione ac-
cademica o istituzionale. Talora, era infatti tema di riflessione confidenziale o
oggetto di interesse da parte dei periodici divulgativi circolanti nei salotti e nei
circoli borghesi, restando cos relegato ai margini della pubblicistica scientifica
ufficiale. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 108.
94
Gautieri era di fatto originario di Novara. Cfr. G. Gen, Gautieri, Giuseppe,
in Biografie degli italiani illustri, cit., vol. I, pp. 387-394.
95
G. Pancaldi, Darwin in Italia, cit., pag. 56.

169
revoli riproduzioni e mescolanze anteatte, e sembraci essi perci
solo luno dallaltro staccati, perch non ci dato di seguire li
diversi cangiamenti che nel lasso di infiniti secoli ebber forza di
modellarli a poco a poco diversamente96.

I numerosi riferimenti alle opere di Erasmus Darwin (1731-1802),


alcune delle quali tradotte e pubblicate a Milano da Giovanni Ra-
sori (1766-1837)97, mostravano inoltre il fervido interesse di Gautieri
verso largomento della mutagenesi delle forme viventi. Per di pi,
soffermandosi sulle somiglianze anatomiche intercorrenti tra diver-
se famiglie di Primati, illustrava come Pietro Moscati (1739-1824)98,
autore nel 1770 di uno studio fortunato sulle differenze essenziali
che passano fra la struttura de bruti, e la umana, avesse persino
suggerito landatura quadrupede delle forme primitive appartenute
al genere Homo. Giungeva pertanto a conclusioni che, ampiamente
influenzate dalle tesi trasformiste del diciottesimo secolo, [doveva-
no] molto agli evoluzionisti settecenteschi, a Erasmus Darwin e alla
filosofia della natura di Schelling e Goethe, e nulla invece a Lamarck,
i cui primi scritti trasformisti erano apparsi pochi anni prima99.
Contrariamente Pini, pur avendo formulato ipotesi geomorfo-
logiche (formazione alluvionale delle Alpi) e litogenetiche (genesi

96
Ibidem.
97
E. Darwin, Zoonomia ovvero leggi della vita organica, trad. it. a cura di
Giovanni Rasori, Pirotta & Maspero, Milano 1803-1805. Come nota Pancaldi, la
Zoonomia aveva presto suscitato in Italia le reazioni di alcuni filosofi preoccu-
pati per le implicazioni materialistiche dellopera, tra i quali Francesco Soave:
cfr. G. Pancaldi, Darwin in Italia, cit. pag. 55. Anche: F. Soave, Esame de principi
metafisici della Zoonomia dErasmo Darwin (1804), in Memorie dellIstituto Na-
zionale Italiano, I, 1809, soprattutto pp. 48 e ss. Su Rasori: G. Cosmacini (a cura
di), Scienza medica e giacobinismo in Italia. Limpresa politico culturale di Gio-
vanni Rasori (1796-1799), FrancoAngeli, Milano 1982; Id., Il medico giacobino.
La vita e i tempi di Giovanni Rasori, Laterza, Roma-Bari 2002.
98
Medico milanese, docente di Anatomia chirurgica e Arte ostetrica pres-
so lUniversit di Pavia dal 1763 al 1772. Il testo preso in esame da Gautieri :
P. Moscati, Delle corporee differenze essenziali che passano fra la struttura de
bruti, e la umana. Discorso accademico, Galeazzi, Milano 1770. Sulla fortuna di
questopera: L. Belloni, Echi del Discorso accademico di P. Moscati sulluomo
quadrupede. La recensione di Kant, in Physis, III, 1961, pp. 167-173.
99
G. Pancaldi, Darwin in Italia, cit., pag. 56.

170
marina delle rocce cristalline) analoghe alle successive di Gautieri,
affrontando le questioni riguardanti la storia degli organismi vi-
venti, esprimeva valutazioni del tutto conformi al creazionismo.
Scriveva, ad esempio, nella Memoria Geologica sulle Rivoluzioni
del Globo Terrestre prodotte dallazione delle Acque (1792)100:

Lorigine degli animali non pu derivarsi se non da creazione,


o dal caso, cio da un fortuito concorso di materia, e di forze
indipendente da qualunque intelligenza, o causa finale. Questa
seconda opinione, per lasciare altri argomenti, viene apertamente
esclusa da unovvia osservazione, che io gi produssi come deci-
siva anche contro la catena degli esseri fisici [...]. Losservazione
che, tra i moltissimi animali massimamente terrestri forniti di piedi,
nessuna specie se ne trova, che ne abbia un numero dispari, cio
3, 5, 7, 9, ecc. Ora il caso indifferente a qualunque numero; dal-
tronde in una data serie di numeri naturali, la quale per esempio
dallunit giunga al 9, i dispari sono tanti, quanti sono i pari, non
essendo lunit n pari n dispari. [...]. Che cos dunque che im-
pedisce le fortuite forze dal produrre negli indicati animali anche
le specie a numero dispari di piedi, [...]? Ci non pu ascriversi [...]
ad una fortuita determinazione [...]; e se la determinazione non
fortuita devesi necessariamente derivare da un agente intelligente,
che limit le forze a certi effetti101.

Lopinione che periodiche catastrofi naturali avessero punteggia-


to gli intervalli temporali della Terra apparteneva, dunque, sia a

100
Cfr. E. Pini, Opuscoli inseriti nelle Memorie della Societ Italiana, uno de
quali contiene Osservazioni sulla nuova Teoria e Nomenclatura Chimica come
inammissibile in Mineralogia; e nellaltro si stabilisce Una generale, straordina-
ria, e breve inondazione del globo terrestre, come unica cagione delle rivoluzioni,
che per lazione delle acque vintervennero da che fu abitato, Milano 1792. Si
veda il secondo opuscolo: Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terre-
stre prodotte dallazione delle Acque. In cui si stabilisce una generale, straordina-
ria, e breve inondazione del globo terrestre, come unica cagione delle rivoluzioni,
che per lazione delle acque vintervennero da che fu abitato, pag. 29. Il testo
veniva ripreso, con aggiunte e modifiche, negli Opuscoli scelti: E. Pini, Sulle
rivoluzioni del globo terrestre provenienti dallazione delle acque, in Opuscoli
scelti sulle scienze e sulle arti, XVI, Milano 1793, pp. 17-60, pp. 83-129.
101
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque, cit., pag. 50.

171
coloro che ritenevano le specie organiche oggetto di creazione,
sia a quanti ne reputavano il venire ad essere da forme pi sem-
plici e primitive. Inoltre, come mostrato, nella seconda met del
Settecento, lo sviluppo delle ricerche geo-vulcanologiche aveva
indotto ad ipotizzare che terremoti, eruzioni vulcaniche, inonda-
zioni ecc., fossero fenomeni ricorrenti nella storia della Terra, ren-
dendo di conseguenza il catastrofismo un modello interpretativo
piuttosto diffuso, indispensabile nel definire le discontinuit e le
geo-differenze (geodiversit) intercorrenti tra contesti geognostici
spazialmente circoscritti.
Le diversit litologiche di colonne stratigrafiche, provenienti da
ambiti geografici lontani, mostravano infatti che differenti erano
state le condizioni fisiche entro le quali si erano generate e che gli
agenti deposizionali, responsabili della loro formazione, avrebbero
potuto operare con intensit contingenti, non necessariamente uni-
formi. Per di pi, le discordanze stratigrafiche, spesso osservabili
nelle serie geologiche, avrebbero potuto essere spiegate solamente
attraverso un rapido ed improvviso cambiamento delle cause re-
sponsabili del loro processo di deposizione. Il richiamo a continue
e periodiche catastrofi era tuttaltro che insolito nelle scienze della
Terra di fine Settecento, poich logica conseguenza di quellanalisi
empirica con cui si sarebbe giustificata lampia variet delle singole
strutture geo-litologiche. necessario, dunque, ridimensionare la
portata storica e storiografica del catastrofismo, ritenuto spesso un
paradigma contrapposto alluniformismo e allevoluzionismo di
inizio Ottocento. Non si trascuri, invero, che i cosiddetti uniformi-
sti, non di rado si servirono di improvvise e circoscritte catastrofi
nel definire landamento evolutivo della natura.
Lindagine storica resterebbe tuttavia incompleta se si omettes-
se di osservare che, sul finire del diciottesimo secolo, differenti
studiosi, alcuni dei quali provenienti dallambiente ecclesiastico,
adottarono talora posizioni ben definite nei confronti delle questio-
ni scientifiche sorte nellambito delle scienze naturali. Si assistette,
di fatto, ad una graduale ripresa del diluvialismo: lidea che una
grande, breve e straordinaria inondazione avesse contraddi-
stinto la storia della Terra era una convinzione piuttosto frequente
tra i cosiddetti nettunisti. Cos, negli anni 80 del XVIII secolo, lo

172
scritto di padre Filippo Angelico Becchetti (1742-1814) sulla Teoria
generale della Terra (1782), nonch lopera sulla Storia del mare,
e Confutazione della favola (1782) del conte vicentino Lodovico
Barbieri (1719-1791)102 avevano riscosso numerose attenzioni e fa-
vori; mentre, nel 1794, labate Vincenzo Rosa (1750-1819) pubbli-
cava una memoria Sul Diluvio Universale103, a riprova che le idee
diluvialiste fossero state tuttaltro che abbandonate. Per di pi,
tra le figure pi rappresentative degli orientamenti teorici adottati
dal clero sul finire del 1700, vi era senza dubbio Ermenegildo Pini
che, nel 1792, dava alle stampe la gi citata Memoria Geologica
sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte dallazione delle Ac-
que, ampliata da pi recenti osservazioni nella versione apparsa
sugli Opuscoli scelti del 1793104.

102
Nelle ipotesi dei vulcanisti il Becchetti vedeva correttamente la pi minac-
ciosa versione dellidea di una storia della terra in continuo svolgimento [che
moltiplicava] i secoli [rovesciando] lautorit dei Sacri Libri. Cfr. L. Ciancio, Au-
topsie della Terra, cit., pag. 157. Si vedano inoltre: F. A. Becchetti, Teoria generale
della Terra esposta allAccademia Volsca di Velletri, Paolo Giunchi, Roma 1782;
L. Barbieri, Storia del mare, e Confutazione della favola dove scopronsi insigni
errori di vari scrittori e specialmente del signor de Buffon, Nella Stamperia Coleti,
Venezia 1782.
103
V. Rosa, Sul Diluvio Universale. Riflessioni, in Opuscoli scelti sulle scienze
e sulle arti, tomo XVII, Milano 1794, pp. 246-252. Vincenzo Rosa riteneva la varia-
zione nellinclinazione dellasse di rotazione terrestre la causa del Diluvio Univer-
sale; ipotesi piuttosto diffusa nel diciottesimo secolo: Cos che [...] la catastrofe del
Diluvio [...], dur un intero anno n pi n meno, cio duro per tutta quella prima
rivoluzione della Terra intorno al Sole, prima rivoluzione dopo essere stato divari-
cato ed obliquitato il di lei asse di rotazione diurna; e da quel tempo cominci la
variet e vicissitudine delle stagioni che prima non vi erano (pag. 252).
104
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque. In cui si stabilisce una generale, straordinaria, e breve
inondazione del globo terrestre, come unica cagione delle rivoluzioni, che per
lazione delle acque vintervennero da che fu abitato, in Opuscoli inseriti nelle
Memorie della Societ Italiana, uno de quali contiene Osservazioni sulla nuova
Teoria e Nomenclatura Chimica come inammissibile in Mineralogia; e nellaltro
si stabilisce Una generale, straordinaria, e breve inondazione del globo terrestre,
come unica cagione delle rivoluzioni, che per lazione delle acque vintervennero
da che fu abitato, Milano 1792; Id., Sulle rivoluzioni del globo terrestre provenien-
ti dallazione delle acque, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, tomo XVI,
Milano 1793, pp. 17-60, pp. 83-129.

173
3.3. Sul Diluvio Universale: le rivoluzioni della Terra tra storia
Mosaica e geostoria nel sistema geologico di Ermenegildo Pini

Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra; [...]
eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo
si aprirono [...]. Il diluvio dur sulla terra quaranta giorni: le acque
crebbero e sollevarono larca che si innalz sulla terra. [...] Le acque
si innalzarono sempre pi sopra la terra e coprirono tutti i monti
pi alti che sono sotto tutto il cielo [...]. Per ogni essere vivente che
si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che
brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito
di vita nelle narici, cio quanto era sulla terra asciutta, mor105.

Cuoprasi dunque di dense nubi il cielo, non gi in una sola regio-


ne [...], ma in tutta la sfera aerea, che circonda il globo. Eclissato
tosto il sole, che limminente disastro preannunciava col sanguigno
colore, di cui tinta avea ed offuscata la sua luce. Rovesciansi tosto
per ogni dove dirotte piogge. I venti radendo la superficie de mari
alzano in verso il cielo sempre nuove, e copiose acque. Vorticose
nubi simili a quelle, che ora formano le trombe marine [...], che
uniscono il cielo stesso coi mari [...]. Vedersi allora correre i fiumi
per laria, e scaricarsi a piombo sui continenti. Alle prime piogge
formaronsi sulle ripide pendenze copiosi torrenti, che seco rapiro-
no immensi cumuli di sassi. Sradicati perci ne vengono gli abeti,
i pini, i faggi; e s del loro decoro tosto sono spogliate le alte cime
[...]. A quelle prime minacce del procelloso cielo storditi gli uomini
cercano scampo; ed altri si ritirano alle navi, altri ai siti pi elevati
delle loro abitazioni. Alle alture parimenti, a misura che dalle acque
vengono sorpresi, attruppansi elefanti, rinoceronti, leoni, pecore, ed
ogni altra specie di animali [...]. Le acque sdegnano di sostener pi a
lungo il peso di quelle navi, che sentono cariche di vittime destinate
al naufragio. Quelle inoltre giungono gi ad inondare le alture, e
naufraghi vi cadono gli animali, molti de quali da diverse correnti
vengono seppelliti in comuni sepolcri, in quelli cio che ora forma-
no monti dossa, in cui losservatore legge un frammento di questa
funesta istoria. Nel mentre che la regione inferiore viene spogliata
di abitatori, nella superiore rotolano i monti sui monti [...]. Secondo
allora torrenti di rovine, a cui niente pi resiste; le citt insieme ad
ognaltra opera delluomo vengono distrutte, [...]. Agli insoliti monti,

105
Genesi, 7: 10, 24, La Sacra Bibbia, edizione ufficiale CEI, Roma 1980.

174
con cui il mare si oppone ai torrenti di terra ferma, unisconsi le
eruzioni di acque sotterranee, e s aumentansi oltre modo gli scon-
volgimenti del globo [...], e le onde spingonsi fino alle nubi [...]. In
questo universale sconcerto dequilibrio i vulcani non istanno ozio-
si, i tremuoti infieriscono, ed i venti infuriando aumentano le onde.
[...] nascono frequenti vortici che trivellano a grande profondit i
continenti; e nelle correnti, e ne vortici si accumulano pesci, bale-
ne, conchiglie, ed ogni altro genere di corpi s marini, che terrestri.
I climi allora si mutarono le loro produzioni. DallAmerica passano
nellItalia i pesci volanti; lardente Africa, e la calda Asia mandano
nella gelata Siberia gli estinti elefanti, e rinoceronti; dalle Indie gal-
leggiano le piante fino nella Francia. [...] le acque [...] formano se
non un solo mare, [...] da cui spuntano ancora le pi alte cime quasi
altrettanti scogli. [...] intanto in un silenzio subacqueo la natura va
con depositi architettando una nuova abitazione che dovea parlare
nei secoli seguenti allintelligente Osservatore106.

Cos, labate Pini, ispirandosi al racconto della Genesi, aggiunge-


va minuziosi particolari allistante in cui il Diluvio Universale si
infranse sulla superficie terrestre, imprimendovi quella disconti-
nuit, premessa di una nuova alleanza, ravvisabile nelle serie
litostratigrafiche dei versanti montuosi e nel dato paleontologico.
Nelle considerazioni del barnabita milanese lanalisi scientifica
si sovrapponeva, fino a confondersi, con la narrazione biblica,
mostrando quella piena corrispondenza tra storia Mosaica e sto-
ria naturale della Terra che, lintelligente Osservatore, avrebbe
potuto cogliere, innanzitutto, nelle molteplici testimonianze fossili
osservabili sul campo107.
Sul finire del 700, lesigenza di ribadire il valore storico del diluvio
di No andava riaffermandosi, malgrado non costituisse lobiettivo
principale delle ormai numerose esplorazioni geo-naturalistiche, ri-

106
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque, cit., pp. 17-20.
107
Tuttavia, come fa notare Ciancio, Pini probabilmente non possedeva una
conoscenza diretta di alcuni argomenti adottati negli scritti del 1790 e del 1792
al fine di comprovare luniversale sconvolgimento delle acque: In verit, le ar-
gomentazioni del naturalista lombardo riferite a Bolca si fondavano su dati cos
approssimativi da lasciar intendere che egli non avesse una conoscenza di prima
mano del sito. Cfr. L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 254.

175
volte alla comprensione dello sviluppo geostorico dei singoli conte-
sti regionali. Tuttavia, come mostrato da Martin Rudwick, latteggia-
mento del clero verso le questioni riguardanti lo svolgimento storico
della Terra non si contrapponeva alle conoscenze scientifiche con-
temporanee. Scienza e religione non si proponevano come visioni
geostoriche antitetiche, ma piuttosto come interpretazioni alternati-
ve, non necessariamente in conflitto, dei medesimi dati empirici108.
Diversi studiosi, pi o meno legati alle istituzioni ecclesiastiche
sia cattoliche che protestanti, sentirono indubbiamente il bisogno
di riaffermare il principio di autorit della Bibbia, manifestando
la necessit di ricondurre la storia della Natura nei canoni della
Teologia Naturale109, ma al contempo ritennero indispensabile un
nuovo approccio esegetico che non si limitasse alla traduzione
letterale dellAntico Testamento110. Si sarebbero cos potute indi-
viduare opportune relazioni tra le Sacre Scritture e i fenomeni

108
M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, cit., pp. 185 e ss.
109
Tra Settecento ed Ottocento, la Teologia Naturale poteva ritenersi un mo-
dello interpretativo particolarmente diffuso, soprattutto in Inghilterra. Qui aveva
infatti riscosso ampio consenso e interesse grazie alla pubblicazione nel 1802
dellopera Natural Theology del reverendo protestante William Paley (1743-1805).
Il testo noto a diversi naturalisti del XIX secolo, tra i quali lo stesso Darwin, ebbe
molta fortuna andando incontro a pi ristampe. Cfr. W. Paley, Natural Theology:
or evidences of the existence and attributes of the Deity, collected from the appear-
ances of nature, J. Foulder, London 1811 (XIIIa edizione).
110
Scrive Rudwick: The Flood or Deluge in the time of Noah was recorded
as having been so drastic that it would surely have left physical traces in the
present world, even if had not been literally global in extent (a question that had
long been the subject of scholarly argument). Throughout the eighteenth century
there was much discussion among savants including both naturalists and bib-
lical scholars about how it should be interpreted; there was certainly no rigid
line of orthodoxy in the matter. But it did constitute a supremely point at which
geohistory might be tied into human history: not just analogically or metaphori-
cally, but substantively, as an event marked in both natural and human records.
So it is hardly suprising that diluvial theories were prominent in debates about
the earth: savants such as Buffon, who virtually denied that the Deluge had had
physical role at all, were very much in a minority. Cfr. M. S. J. Rudwick, Burst-
ing the Limits of Time, cit., pag. 185. Tale questione viene affrontata anche in: R.
Rappaport, Geology and orthodoxy: the case of Noahs Flood in eighteenth-century
thought, in British Journal for the History of Science, 11, 1978, pp. 1-18.

176
geologici. Non sorprende pertanto che, tra XVIII e XIX secolo, di-
luvialismo e catastrofismo fossero modelli interpretativi piuttosto
diffusi. Lopinione che la storia della Terra fosse stata contraddistin-
ta da inondazioni pi o meno estese era convinzione tuttaltro che
inconsueta, anche tra naturalisti propensi a ritenere levoluzione
geostorica del pianeta regolata da processi graduali ed uniformi. Il
diluvio geologico (Geological Deluge) sarebbe stato quindi una
rappresentazione simmetrica alluniversale sconvolgimento degli
oceani descritto dal libro della Genesi (Biblical Flood).
Le osservazioni geo-litologiche di Pini si inserivano dunque nel
pi ampio contesto di quella Teologia Naturale che, senza oppor-
si allanalisi scientifica e sperimentale, era andata diffondendosi
in diverse regioni della penisola italiana, specialmente nellultima
decade del Settecento, con lo scopo precipuo di rilevare nel dato
empirico la conferma di quanto narrato nelle Sacre Scritture. Sulla
base delle numerose esplorazioni condotte sui rilievi dellarco al-
pino, il barnabita milanese formulava, di conseguenza, la propria
teoria della Terra111, i presupposti conoscitivi della quale potreb-
bero essere sintetizzati nei seguenti sei punti:
1. antecedentemente allinondazione, la superficie terrestre sa-
rebbe stata divisa in oceani e continenti [sparsi] di montagne
non meno elevate delle presenti112;
2. prima dellimprovviso innalzamento delle acque, il livello dei
mari sarebbe stato analogo a quello attuale;
3. limmensa alluvione non sarebbe stata prodotta da mutazioni
nellinclinazione dellasse terrestre (ipotesi alquanto diffusa tra

111
Una prima formulazione della teoria della Terra di Pini si ritrova nel saggio
del 1790: E. Pini, Saggio di una nuova teoria della Terra, in Opuscoli scelti sulle
scienze e sulle arti, tomo XIII, Milano 1790, pp. 361-390. Ampliato nel 1792: Id.,
Addizioni al saggio di una nuova teoria della Terra, in risposta allesame fattone
dal Sig. De Luc, in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti, tomo XV, Milano
1792, pp. 3-52. Inoltre nel saggio Sulle rivoluzioni del globo terrestre provenienti
dallazione delle acque, del 1793, labate milanese riprendeva quanto gi soste-
nuto nelle opere del 1790 e del 1792, non aggiungendovi nulla di significativa-
mente inedito.
112
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque, cit., pag. 16.

177
diciottesimo e diciannovesimo secolo), n da uno spostamento
del centro di gravit, bens da una inaspettata accelerazione del
moto di rotazione del pianeta, presumibilmente indotta da uno
straordinario sviluppamento di calore sotterraneo113;
4. la Terra, nel momento in cui sopraggiunse il Diluvio, sarebbe
stata abitata da specie organiche identiche alle forme odierne;
5. le acque diluviane sarebbero fuoriuscite dalle interiora della
Terra, raggiungendo, in seguito ad abbondanti piogge, le pi
alte cime delle montagne;
6. linondazione sarebbe stata straordinaria, generale e di breve
durata protraendosi, come sostenuto nelle Sacre Scritture, per
40 giorni, al termine dei quali le acque avrebbero impiegato
circa un anno per ritirarsi e tornare al precedente livello114.
Al forte spirito di sistema, evidente negli scritti del 1792 e del
1793, il naturalista lombardo associava un argomento termo-dina-
mico (punto 3) al fine di conferire una maggiore scientificit alle
stime che avrebbero potuto corroborare lipotesi dellimprovvisa,
straordinaria e generale inondazione. Per di pi, avrebbe potuto
cos screditare quelle supposizioni che, richiamandosi ad astri ce-
lesti o a rapide variazioni nellinclinazione dellasse di rotazione
terrestre, avrebbero cercato di comprovare loggettivit storica del
Diluvio biblico sulla base di cause fortuite ed accidentali. Si op-
poneva pertanto allintroduzione di nuovi generi di forze, mani-
festando di concerto lesigenza di studiare i fenomeni della natura
mediante le sole leggi fisiche: In questa investigazione ognuno
conceder, che non devonsi introdurre nuovi generi di forze, ma
soltanto modificazioni delle gi esistenti, quanto pure queste basti-
no alleffetto115. Riteneva, inoltre, essersi verificate nel corso della
storia della Terra almeno due grandi rivoluzioni (inondazioni); la
prima delle quali avrebbe potuto verosimilmente compiersi quan-
do la superficie terrestre, non ancora abitata da forme organiche,
andava costituendosi nelle attuali strutture geologiche. Il diluvio

113
Ivi, pag. 106.
114
Ivi, pag. 17.
115
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque, cit., pag. 106.

178
originario avrebbe quindi predisposto il pianeta allabitazione de-
gli odierni organismi viventi.
Unaltra per si presenta [...] non meno universale, la quale
non pu essere [...] riguardata, se non colla pi sensibile commo-
zione, [...] intervenuta dappoich il globo fu abitato116. Il rinveni-
mento dei resti di corpi marini, nonch dei fossili di specie animali
e vegetali sui versanti delle pi alte catene montuose, fino a quote
comprese tra le 2200 e le 2430 tese117, avrebbe potuto avvalorare
lipotesi di una seconda grande inondazione118.
Gli enormi massi originarj di granito119 che, sui declivi di
montagne dalla struttura calcarea, manifestavano una provenienza
alloctona, lestensione della documentazione paleontologica, oltre
alle corrispondenze talora esistenti tra serie stratigrafiche geografi-
camente distanti per linterposizione di mari e valli, avrebbero ul-
teriormente comprovato la natura universale di tale alluvione120.
Pini sosteneva altres che il diluvio, sopraggiunto dopo la com-
parsa degli esseri organici, avesse coinvolto anche la specie uma-
na. La storia di No veniva dunque correlata al rinvenimento di
ossa fossili, ritenute appartenere alluomo antidiluviano:

116
Ivi, pag. 2.
117
Una tesa francese equivale a 1,949 metri, mentre una tesa piemontese
equivale a 1,714 metri. Pini cita, ad esempio, i numerosi ritrovamenti fossili pro-
venienti dal Per e dalla Cordigliera delle Ande. Ivi, pag. 5.
118
Il barnabita milanese rifiutava, di conseguenza, la tesi, suggerita da Buffon,
secondo la quale gli organismi viventi sarebbero migrati dai poli allequatore a
causa del progressivo raffreddamento delloriginaria crosta terrestre. Cfr. E. Pini,
Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte dallazione del-
le Acque, cit., pp. 43 e ss.
119
Lopinione secondo la quale i massi erratici fossero testimonianza di pas-
sate e catastrofiche inondazioni era ancora diffusa nella prima met del dician-
novesimo secolo; si noti, infatti, come lo stesso von Buch si fece assertore di
tale interpretazione. Lipotesi secondo la quale i massi erratici fossero residui di
antichi ghiacciai era stata invece suggerita da Goethe. Per una panoramica del
dibattito glaciologico ottocentesco, si consulti: C. Smiraglia, G. Diolaiuti, La pri-
mavera della glaciologia. Fatti, uomini, e scritti del XIX secolo, in Dallorrido al
sublime. La visione delle Alpi, a cura di G. Garimoldi, Biblioteca di via del Senato
Edizioni, Milano 2002, pp. 40-55.
120
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque, cit., pp. 3-5 e pp. 94-95.

179
A comprovare lesistenza delluomo prima della generale inon-
dazione concorrono anche le osservazioni geologiche. Ossia ossa
umane fossili furono gi trovate dal Sig. Ab. Fortis nellisola di
Cherso, dal Sig. Professore Spallanzani nellisola di Citera, o Ce-
rigo nellArcipelago; da Sigg. Boddington ed Hunter nella rocca
di Gibilterra, e da altri altrove. Che tali ossa siensi ammassate per
trasporti, o depositi di una inondazione, appare dalle circostanze,
da cui sono accompagnate. Nellisola di Citera trovansi in gran
copia con altre ossa in un monte, la cui base ha il circuito di un
miglio: la qual estensione, e mischianza toglie ogni idea che quel
sito fosse un cimiterio, ma mostra un accumulamento prodotto
da trasporti fatti da acqua inondatrice. Nella rocca di Gibilter-
ra trovansi con conchiglie: il che pure indica una rivoluzione
acquea121.

Tale convinzione era gi stata tuttavia discussa dal medico olande-


se Petrus Camper (1722-1789) che, contrariamente, non aveva ri-
scontrato nelle ossa rinvenute nei siti di Citera, Cherso e Gibilterra
alcun processo di diagenesi e fossilizzazione122.
Labate milanese riteneva inoltre che ogni singola inondazione
fosse stata contraddistinta da quattro fasi principali, ognuna delle
quali di breve durata:
Ia fase - irruzione delle acque dei continenti verso il mare le
dirotte piogge, il progressivo scioglimento dei ghiacciai mon-
tuosi e polari, nonch le eruzioni vulcaniche, avrebbero accre-
sciuto smisuratamente la portata di fiumi e laghi provocandone
lesondazione;
II a fase - eruzione delle acque marine e sotterranee accompa-
gnate da terremoti e violente tempeste123;

121
Ivi, pag. 52.
122
Invero, il primo esemplare fossile umano stato un cranio neandertaliano
rinvenuto a Gibilterra nel 1848 e, inizialmente, identificato in modo scorretto. Cfr.
M. J. Benton, Paleontologia dei Vertebrati, cit., pag. 421. Per una breve introdu-
zione alla vita e alle opere di Petrus Camper: G. A. Lindeboom, Camper, Petrus, in
Scienziati e Tecnologi, cit., vol. I, pp. 254-255.
123
interessante notare come Pini si sia servito dei terremoti di Lisbona (1755)
e calabro-peloritano (1783) quali immagini esemplificative al fine di formulare
una rappresentazione efficace di questa fase. E. Pini, Memoria Geologica sulle
Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte dallazione delle Acque, cit., pag. 23.

180
III a fase - circolazione della massa acquea che dal livello del
mare si and elevando fino alle pi alte cime;
IV a fase - ritiro degli oceani al presente livello124.
Dalla vivida e dettagliata rappresentazione fattane dal natura-
lista lombardo, si desume dunque che la superficie terrestre, nel
momento in cui giunse il Diluvio Universale, possedesse una con-
formazione fisiografica simile alla presente, diversificata in rilievi
montuosi, valli, fiumi, laghi, vulcani, isole e ghiacciai.
La Terra, ab origine, sarebbe stata altres interamente ricoperta
dalle acque. In opposizione alla Protogaea di Leibniz e alle tesi di
Buffon, Pini, ispirandosi alla dottrina werneriana, reputava quindi
che nella massa liquida originaria vi fossero state disciolte e stem-
perate tutte quelle sostanze che, in seguito, avrebbero composto
la materia dei corpi organizzati. Scriveva infatti nel Saggio di una
nuova teoria della Terra:

[...] chiaro che i montj primari, come i granitosi, non potessero


essere in una fluidit ignea se non in quanto o che il globo fu in
una generale fusione, o essi furono sottoposti allazione dei vulca-
ni. Che il globo sia stato in fusione fu gi asserito dallimmortale
Leibniz seguito poi e illustrato dal conte di Buffon: e ci essi giu-
dicarono stimando, che o tutte o quasi tutte le materie componenti
la superficie terrestre sieno vitree; e tali le reputarono in quanto
le trovarono vitrescibili, ossia mutabili in vetro per azione del fuo-
co. Sembra incredibile come quei due sommi ingegni abbiano in
ci fatta unargomentazione tanto aliena dal diritto di ragionare.
Lesser una materia vitrescibile, ossia riducibile in vetro non altro
significa se non che essa ha lattitudine a divenir vetro: ma da ci
non segue che per innanzi fosse vitrea125.

Dalle osservazioni contenute nello scritto del 1790, riprese nelle


memorie del 1792 e del 1793 sulle rivoluzioni del globo terre-
stre, seguiva dunque lipotesi di un Oceano Primordiale al quale,
dopo essersi ritirato per azione delle forze indotte dal moto di
rotazione terrestre ([non quello] per cui al presente in 24 ore rag-

124
Ivi, pag. 20.
125
E. Pini, Saggio di una nuova teoria della Terra, cit., pag. 372.

181
girasi con moto comune tutta la massa terrestre intorno al proprio
asse; ma [altro animato] da maggiore velocit), sarebbe conseguita
lemersione dei continenti126.
Al contempo, proponeva una suddivisione delle montagne in
originarie o primitive e derivate o secondarie che, senza dub-
bio, rievocava le precedenti classificazioni di Vallisneri, Marsili e
Targioni Tozzetti:

[...] giover distinguere i monti in originarj, e derivativi. Originarj


o primitivi diremo quelli che gi esistevano, allora che il globo
cominci [...] ad essere abitato da corpi organizzati; derivativi o
secondari quelli che si formarono dopo labitazione del globo. Se-
condo tale definizione tutti i monti composti di materie, nelle quali
non mai trovansi racchiusi corpi organizzati, e che non derivano
da successivi trasporti di tali materie, si riguarderanno come origi-
narj. Tali sono i monti granitosi, quelli formati da quarzo micaceo
e di altre rocche, di cui questo forma la base, ad essi devono pur
aggiungersi i monti calcarei, in cui non appaiono indizi di non
essere formati da depositi di acque, o per trasporti, come pure i
porfidi, ed alcuni schisti argillosi, [...]. Per contrario que monti che
contengono corpi organizzati, e quelli che bens non ne conten-
gono, ma si mostrano formati da materie trasportate, saranno deri-
vativi. Tali sono alcuni monti calcarei, ed alcuni scisti argillosi. Tra
i monti derivativi vuolsi annoverare la maggior parte delle colline;
[...]. Questa osservazione fu da me trovata tanto costante [...]127.

Pini manifestava pertanto idee conservatrici che, ricuperando le te-


orie della Terra e le classificazioni sei-settecentesche, distingueva-
no le montagne in primarie, direttamente create da Dio, e secon-
darie o derivative prodotte anche, ma non solo, dal disfacimento
delle catene montuose primitive per intervento di una generale,
straordinaria e breve inondazione. Ribadiva, di conseguenza, la
genesi marina e primordiale delle rocce cristalline128, evocando le

126
Cfr. E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodot-
te dallazione delle Acque, cit., pag. 2.
127
E. Pini, Sulle rivoluzioni del globo terrestre provenienti dallazione delle
acque, cit., pp. 90-91.
128
Al tema riguardante la formazione marina del granito, Pini aveva ampia-
mente dedicato le Observations minralogiques sur les Mines de Fer de lIle dElbe

182
osservazioni condotte sui rilievi delle Prealpi Lombarde e presso
Bolzano:

Trovansi grandi catene di colline composte di sassi originarj,


come graniti e porfidi, che sono del tutto simili a quelli che com-
pongono le Alpi situate in unelevazione, e distanza assai grande.
Ci osservai nelle colline dello Stato Veneto sui confini del Tirolo,
le quali sono composte di graniti e porfidi del tutto simili a quel-
li che compongono le montagne in vicinanza di Bolzano, come
pure in diversi siti della Lombardia Austriaca, e massime andando
da Milano alla Val Cuvia e, nella Val Gana per la via di Varese,
ove sincontrano le colline e le pendenze con graniti rossi simili a
quelli, che formano molte montagne di quelle due valli129.

I monti porfirici dellAlto Adige e del Varesotto derivarono, pertan-


to, dal crollo dei rilievi primari per azione delle acque diluviane.
Volendo, di poi, sottolineare ulteriormente la loro formazione da
processi sedimentari (colline di trasporto), il barnabita precisava:
in que monti non trovansi [...] volcani. La supposizione che le
montagne secondarie si fossero originate per intervento di forti
fenomeni di erosione e trasporto, generati dai flutti di remota e
violenta alluvione, avrebbe potuto essere convalidata anche dal
fenomeno di interramento dei delta di alcuni tra i fiumi pi estesi
della Terra, quali ad esempio: lOrinoco (Venezuela), il Rio de
La Plata (Uruguay, Argentina), lAraguaia (Brasile), il Rio Grande
(Brasile), lEufrate (Turchia, Siria, Iraq), il Gange (India), la Lena
(Siberia), lo Jenisej (Siberia), lOb (Siberia), il Volga (Russia), il
Gambia (Senegal, Gambia) e, in Europa, la Senna, la Garonna,
la Loira, la Mosa, il Tamigi, il Tago e lElba130. Aggiungeva inoltre

(1776). Opera nella quale, asserendo lorigine sedimentaria delle valli e dei rilievi
montuosi dellisola dElba, contrastava la precedente interpretazione dellabate
Fortis che, di converso, ne aveva sostenuto una genesi vulcanica. Cfr. E. Pini,
Osservazioni mineralogiche su la miniera di ferro di Rio ed altre parti dellisola
dElba, Marelli, Milano 1777. Sulle considerazioni di Fortis: L. Ciancio, Autopsie
della Terra, cit., pag. 145.
129
E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte
dallazione delle Acque, cit., pag. 29.
130
Ivi, pag. 58.

183
lipotesi secondo la quale gli arcipelaghi oceanici fossero stati an-
tichi gruppi montuosi131. Le osservazioni litostratigrafiche avrebbe-
ro potuto avvalorare lopinione, conforme alla narrazione biblica,
che linondazione ebbe breve durata; se, infatti, la permanenza
delle acque si fosse protratta per un intervallo temporale esteso
nel corso delle ere geologiche la [litosfera] sarebbe [stata] general-
mente composta di corpi marini organizzati, mentre la maggior
parte delle montagne sarebbero [state] a strati orizzontali132.
Sulla base delle considerazioni esposte, Pini riconosceva cos
tre differenti periodi geostorici, a proposito dei quali avrebbe vo-
luto dedicarvi unopera pi ampia dal titolo Delle epoche geologi-
che conciliate con le storiche:

La prima epoca comincer dalla riduzione del globo terrestre in


forma abitabile dai presenti corpi organizzati. Nella seconda io
parler dei varj diluvj di cui si ha memoria nelle Storie e nei Poeti,
e determiner se tra questi siavene alcuno che corrisponda alla
inondazione da me stabilita sulle osservazioni geologiche. La terza
sar dellepoca tra tale inondazione ed i nostri tempi133.

pertanto chiaro quali fossero le intenzioni dellabate milane-


se: raccogliere una quantit sufficiente di dati empirici al fine di
comprovare quel parallelismo tra storia Mosaica e storia geologica
della Terra, che i testi Sacri avevano rappresentato ricorrendo ad
immagini allegoriche:

Senza dubbio la narrazione di Mos in tuttoci che riguarda le


circostanze di una universale inondazione, corrisponde alle os-
servazioni geologiche [...]. Ma rimarrebbe ancora da determinare
lagente che oper tale aumento e sviluppamento. Questa ricerca
non sembra potersi fare se non con la guida della Storia134.

131
Ivi, pag. 8.
132
Ivi, pag. 10.
133
Ivi, pag. 107. Lopera preconizzata da Pini non fu, invero, mai pubblicata.
Il barnabita affronter in parte questi argomenti nel saggio Sui sistemi geologi, in
risposta allIntroduzione alla Geologia di Scipione Breislak. E. Pini, Sui sistemi
geologici. Riflessioni analitiche, Pirotta, Milano 1811.
134
Aggiungeva di seguito: La narrazione del diluvio Mosaico o la pi ve-

184
Lipotizzata corrispondenza tra epoche geologiche e storiche lo ave-
va inoltre indotto al completo rifiuto della geocronologia formu-
lata da Buffon. Giudicava infatti i calcoli proposti nelle poques de
la nature, al fine di determinare let della Terra, assolutamente ca-
balistici e privi di qualsiasi validit scientifica135. Concludeva cos:

Ritenute queste poche riflessioni, e le pruove da me arrecate di


una straordinaria, universale e breve inondazione, si pu senza
ardimento asserire, che chiunque si oppose alla storia Mosai-
ca fu o un ragionatore senza osservazioni, o osservatore senza
principj136

Alluniformismo dei processi geologici, avrebbe dunque preferito


luniformit della superficie litosferica. Tuttavia la conformazione
omogenea del pianeta avrebbe potuto essere possibile solamente
come conseguenza di processi geomorfologici e strutturali rapidi
ed universali, quindi catastrofici.
Nel complesso panorama di un tale sistema geologico, accre-
sciuto a pi riprese nelle opere del 1790, 92 e 93, labate milane-
se riteneva lattivit vulcanica un fenomeno certamente di rilievo
nellandamento geostorico del globo137, ma di esclusiva valenza
locale. Sebbene non rinnegasse limportanza del vulcanismo, non
indugiando nellammettere lorigine ignea di numerose regioni geo-
grafiche della Terra (Vivarese, Auvergne, Euganei, Appennino cen-
tro-meridionale, Corsica, isole Eolie e Ponziane, bacino del Giorda-
no - Volney, Ande), tuttavia ne mostrava una funzione circoscritta,
priva di qualsiasi ruolo nella generale composizione del pianeta:

Tra i vulcani ardenti e pi insigni nellEuropa sono il Vesuvio, e


lEtna nellItalia, lEcla nellIslanda. La Penisola di Kamtschatka,
massime in vicinanza di Ostrog, come pure le isole delle Volpi,

race, ed interessante storia delluomo, o la pi sublime poesia che mai fu im-


maginata. Cfr. E. Pini, Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre
prodotte dallazione delle Acque, cit., pp. 106-108.
135
Ivi, pag. 109.
136
Ibidem.
137
Non si trascuri, comunque, che Pini riteneva le eruzioni vulcaniche tra le
cause dellinnalzamento del livello degli oceani durante il diluvio.

185
le Alute, e quelle di Bering hanno vulcani attualmente in fuoco
oltre altri estinti. NellAmerica la provincia di Quito presenta nel-
le Cordigliere molti vulcani o ardenti, o estinti. Dalle cime del
Cotopaxi, del Jangouragua, e del Sangai, bench siano occupate
perpetuamente da nevi, escono continuamente fiamme, e fumo
e talora vi intervengono violente eruzioni. In quella accaduta al
Cotopaxi nel 1774 le ceneri giunsero fino al mare in distanza di 80
leghe, e coprirono il terreno fino allaltezza di circa quattro pollici
nellestensione di 15 leghe, facendovi perire molto bestiame. [...]
nelle Molucche, e nelle Filippine il Sonnerat osserv diversi vulca-
ni, tra i quali tra i pi considerabili quello di Siao, che nelle sue
esposizioni copre di cenere anche le isole vicine. [...] Finalmente
lisola di Bourbon nellAfrica manifest un vulcano nelleruzione
dellanno 1766. Tra gli estinti vulcani il Pico di Tenerife nellAfri-
ca. LAtlante parimenti riputato vulcanico dal Pallas, il quale
anche alla Persia attribuisce molti vulcani. Questi pure sono fre-
quenti nellArcipelago delle Indie, dellAfrica fino al Giappone, e
nelle terre Australi138.

Pini aveva dunque formulato una teoria della Terra che, unendo
lo spirito di sistema, proprio delle cosmogonie bibliche seicen-
tesche, alla geognosia werneriana, pretendeva di individuare cor-
rispondenze e parallelismi tra il libro della natura e la rivelazione
divina.
Le tesi del naturalista lombardo furono tuttaltro che prive di
diffusione, ricevendo, come segnalato da Agnese Visconti, notevo-
li attenzioni presso la comunit scientifica tedesca. A tal proposito,
significativo che lo stesso Goethe fosse in possesso di una copia
della Memoria Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre pro-
dotte dallazione delle Acque139.

138
E. Pini, Sulle rivoluzioni del globo terrestre provenienti dallazione delle
acque, cit., pp. 120-122.
139
Le opere del barnabita milanese che ricevettero maggiori attenzioni pres-
so la comunit scientifica tedesca furono: le Osservazioni mineralogiche su la
miniera di ferro di Rio ed altre parti dellIsola dElba (1777), la Mmoire sur des
nouvelles cristallisations de Feldspath et autres singularits renfermes dans les
granites des environs de Baveno (Marelli, Milano 1779) e la Memoria mineralo-
gica sulla montagna e sui contorni di S. Gottardo questultima richiesta dallo
stesso Goethe, il quale non smetter di ricevere gli scritti del naturalista lombar-

186
Nel primo quarto del diciannovesimo secolo, il graduale im-
porsi di nuove problematiche scientifiche, concernenti limpiego
di metodologie inedite nella datazione relativa delle formazioni
sedimentarie, sveleranno per gli evidenti limiti del sistema ge-
ognostico werneriano. Il crescente interesse verso il metodo di
correlazione cronologica tra strati di origine sedimentaria e loro
contenuto fossilifero (paleontologia stratigrafica o biostratigrafia),
provocher infatti una frattura nellampia adesione dei naturali-
sti europei alla dottrina werneriana. Maturer pertanto una piena
revisione di quello schema litogenetico nettunista, che ravvisa-
va nel solo dato litologico linformazione necessaria alla deter-
minazione cronologica (datazione relativa) dei corpi rocciosi. La
classificazione geognostica proposta da Werner risulter, quindi,
sempre meno soddisfacente nello stabilire, su basi empiriche e
sperimentali, una scala cronologica universale conforme ad una
sequenza definita di eventi geomorfologici e strutturali. Andava
cos svelandosi limpossibilit di formulare una teoria della Terra
sintetica e generale, valida per qualsiasi regione geografica.
Sebbene, sulla scia del contesto europeo, andasse diffondendosi
anche in Italia un interesse maggiore verso le questioni riguardanti
il parallelismo tra lo sviluppo storico del pianeta e landamento
evolutivo degli organismi viventi, tuttavia lassenza di una sintesi
geognostica, applicabile a differenti successioni stratigrafiche, talo-
ra indurr a privilegiare studi puramente descrittivi e sistematici. Le
anomalie discrepanze di datazione intercorrenti tra i campioni
litostratigrafici regionali e la geocronologia werneriana, determine-
ranno di conseguenza un progressivo rifiuto delle tesi litogeneti-
che nettuniste, specialmente a riguardo della genesi di vulcaniti
e plutoni. Limpiego del metodo paleontologico garantir inoltre
pi precise indagini stratigrafiche che, dilatando la scala del tempo

do, come testimoniato, altres, dalla presenza nella sua biblioteca della Memoria
Geologica sulle Rivoluzioni del Globo Terrestre prodotte dallazione delle Acque e
delle Osservazioni sulla nuova Teoria e Nomenclatura Chimica come inammis-
sibile in Mineralogia. Sulla diffusione dellopera di Ermenegildo Pini: A. Visconti,
Fili da intessere: Goethe e le scienze naturali a Milano, in Johann Wolfgang Go-
ethe. Evoluzione e forma, a cura di G. Lacchin, Panoptikon, Anno VI, Quaderno
5, Herrenhaus, Milano 2007, pp. 168-183.

187
geologico oltre il Diluvium pleistocenico, stabiliranno i limiti dei
terreni terziari (Cenozoico) e secondari (Mesozoico), scardinando
definitivamente i presupposti epistemici della scansione temporale
werneriana140. Cos le differenti analisi geologiche sulle formazioni
mesozoiche e paleozoiche dellInghilterra, del Galles e della Sco-
zia, nonch sul terziario francese, condurranno a suddividere la
storia geologica della Terra in estesi intervalli di tempo (ere, perio-
di, epoche ecc.), ai quali verranno associati specifici eventi geologi-
ci (magmatismo, metamorfismo, sedimentazione ecc.).
Nellampio e vivace contesto delle indagini litostratigrafiche di
primo Ottocento, numerosi naturalisti italiani finiranno per adot-
tare le cronologie e le colonne stratigrafiche realizzate sui terreni
francesi, se non altro per la loro ragguardevole corrispondenza con
quelli della penisola, parimenti ricchi di malacofaune e ittiofaune
fossili. Nei decenni precedenti la pubblicazione dei Principles of
Geology di Lyell (1830-1833), le indagini di paleontologia degli in-
vertebrati di Jean-Guillaume Bruguire (1750-1798), Lamarck, Ale-
xandre Brongniart (1770-1847) e Jean-Baptiste dOmalius dHal-
loy, avrebbero di conseguenza determinato notevoli discussioni
in seno alla comunit scientifica italiana. Cos, nonostante i limiti
derivanti dalla natura poco uniforme dei campioni stratigrafici e
le difficolt di sovrapporre successioni geologiche, talora resti di
facies, con ricostruzioni di pi ampia estensione, si manifeste-
r lesigenza di cogliere possibili corrispondenze, per medesimi
intervalli di tempo geologico, tra le colonne stratigrafiche prove-
nienti dai contesti regionali europei e quelle delle localit alpine,
prealpine e appenniniche. Non si trascuri anche che, nei primi
decenni del diciannovesimo secolo, andava svelandosi lentamente
quella fauna fossile mesozoica, contraddistinta da grandi rettili,
che contribuir ad accrescere linteresse verso le questioni della
paleontologia e della biostratigrafia, anche tra un pubblico di non
specialisti141. Limpossibilit, inoltre, di ricorrere alla paleontologia

140
Nel 1821 Alexandre Brongniart proporr una partizione dellera secondaria
(Mesozoico) pi ampia di quella werneriana. Cfr. N. Morello, Problemi paleonto-
logici nella geologia veneta dei primi decenni dellOttocento, cit., pp. 11-15.
141
Per un approfondimento di tali importanti tematiche, qui brevemente di-

188
stratigrafica nella determinazione cronologica dei terreni di origine
vulcanica, favorir lo sviluppo di indagini petrografiche pi appro-
fondite sulla formazione di vulcaniti e plutoni che, di concerto col
progressivo diffondersi delle ricerche di Hutton, Playfair e Hall,
chiariranno la natura del fenomeno magmatico e il processo di
formazione di graniti, porfidi, gabbri, basalti ecc.
Cos, ad inizio Ottocento, in Italia, tra le figure pi rappre-
sentative e influenti nel difendere e diffondere le tesi cosiddette
vulcaniste/plutoniste si distinse indubbiamente Scipione Breislak
autore, nel 1811, della nota Introduzione alla Geologia142.

scusse, si vedano: N. Morello, Problemi paleontologici nella geologia veneta dei


primi decenni dellOttocento, in Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento,
cit., pp. 11-22; M. S. J. Rudwick, The meaning of fossils: episodes in the history of
palaeontology, Macdonald, London 1972; Id., The great Devonian controversy:
the shaping of scientific knowledge among gentlemanly specialists, University of
Chicago Press, Chicago 1985; Id., Cuvier and Brongniart, William Smith, and the
reconstruction of geohistory, in Earth Sciences History, 15, 1996, pp. 25-36.
142
Nato a Roma da padre svedese il 16 agosto 1750, nel 1767, Breislak entr
a far parte dei chierici regolari delle scuole pie. Trascorso il periodo di noviziato,
nel 1773 fu destinato in qualit di lettore di filosofia e teologia al collegio degli
scolopi di Albano, mentre nel 1777, dopo essersi trasferito a Ragusa, conobbe
Alberto Fortis, dal quale fu spinto ad approfondire lo studio delle scienze naturali.
Di ritorno a Roma, fu docente di fisica presso il collegio Nazareno e responsabile
del gabinetto mineralogico della medesima istituzione. A partire dal 1787, dopo
avere ottenuto linsegnamento di Filosofia presso il seminario di Nola, condusse
numerose ricerche sulle solfatare e sui terreni vulcanici della Campania. Trasferi-
tosi di poi a Napoli, insegn fisica allAccademia militare della Nunziatella; men-
tre nel 1798, richiamato a Roma, gli furono conferiti dal governo repubblicano
differenti incarichi pubblici e amministrativi. La successiva caduta della Repub-
blica romana, indusse Breislak ad imbarcarsi con le truppe francesi per Marsiglia
per un periodo di esilio volontario che, tuttavia, gli permetter di frequentare, a
Parigi, diversi circoli scientifici ed intellettuali e di conoscere scienziati di fama
internazionale, tra i quali: Cuvier, Fourcroy, Hay e Brongniart. Tornato in Italia
nel 1802, ricevette a Milano la nomina di Ispettore ai Salnitri e alle Polveri del
Regno napoleonico; mentre nel 1805, gi membro della Royal Society di Londra
e di Edimburgo, fu eletto socio dellIstituto Reale Italiano. Fu inoltre, con Vincen-
zo Monti e Pietro Giordani, tra i compilatori della Biblioteca Italiana diretta da
Giuseppe Acerbi. Breislak mor a Porta Comasina (Milano) il 15 febbraio 1826.
Su Breislak, nei confronti del quale manca ancora uno studio monografico di
pi ampio respiro, si vedano: L. Configliachi, Memoria intorno alle opere ed agli

189
3.4. Storia e teoria della Terra nellIntroduzione alla Geologia
di Scipione Breislak (1811)

Sebbene si presentasse come testo [per] servire distituzione [a co-


loro] che bramano di coltivare un tale studio, lIntroduzione alla
Geologia si prefiggeva, quale proposito principale, lillustrazione
di una teoria della Terra, in termini storici, che fosse perfettamente
conforme al sistema proposto da James Hutton, criticato in pre-
cedenza da Jean-Andr De Luc. Non casualmente, i due volumi
redatti da Breislak si strutturavano in risposta al Trait lmentaire
de gologie (1809) del naturalista ginevrino143; infatti, pur concor-
dando con lipotesi della fluidit originaria del globo, dimostrata
dallo schiacciamento terrestre ai poli, reputava lo stato iniziale
del pianeta essere stato igneo anzich acqueo, manifestando di
conseguenza unaperta inclinazione verso le posizioni teoriche di
Leibniz e Buffon.
Daltronde, Breislak sosteneva tale sua convinzione appellan-
dosi allidea, gi largamente diffusa nellEuropa di fine Settecento,
secondo la quale il calore fosse stato in possesso di una natura
fluida:

Possiamo applicare presso a poco la stessa serie di idee alla flu-


idit ignea. Quando il calorico in una quantit proporzionata si
introdotto tra le parti di un corpo, ne distrugge la coesione, e
frapponendosi tra loro le allontana dal contatto reciproco: allora il
corpo diviene fluido e nel suo moto obbedisce alle leggi dei fluidi.
Se il calorico segue ad insinuarsi nel medesimo, le parti sempre

scritti del geologo Scipione Breislak, Tipografia del Seminario, Padova 1827; L.
Gennari e Rigault de la Longrais G., Breislak, Scipione, in Dizionario Biografico
degli Italiani, Istituto dellEnciclopedia Italiana, Roma 1972, vol. XIV, pp. 118-120;
L. Francani, Breislak, Scipione, in Dictionary of Scientific Biography, cit., vol. II,
1973, pp. 439-440.
143
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, Stamperia Reale, Milano 1811, 2
vv., vol. I, pag. XIII, pp. 2-3. Lo scritto redatto da Breislak era corredato inoltre
da una Nota De Volcani accesi attualmente sul globo, utile al fine di determinare
quali edifici vulcanici fossero attivi tra fine Settecento e inizio Ottocento. Sulla te-
oria della Terra di De Luc, nonch sulla critica del naturalista ginevrino al sistema
di Hutton: M. S. J. Rudwick, Bursting the Limits of Time, pp. 305-314.

190
pi si disgregano, la fluidit va crescendo al segno che il corpo di-
viene specificamente pi leggiero dellaria, si volatilizza, prende la
forma di vapore e sfugge ai nostri sensi, talch la volatilizzazione
o evaporazione si pu considerare come la totale dissoluzione di
una sostanza nel calorico144.

Il calorico, sostanza delle pi semplici che si conoscano, sarebbe


stato dunque quel principio fluido che, con ossigeno, idrogeno e
luce, avrebbe composto il globo primitivo: [...] diffuso nella massa
di tutte le sostanze, doveva comunicare ad essa quel grado di flu-
idit che era proporzionata alla sua quantit, e che indicheremo
colla parola ignea per esprimere la cagione145.
Le ragioni a causa delle quali, durante la seconda met del
XVIII secolo, linterpretazione fluidistica del calore146 riscosse pi
ampia approvazione rispetto a quella corpuscolarista, sono da
ravvisarsi, in parte, nella storia delle tecniche e nel loro complesso

144
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, vol. I, pp. 8-9.
145
Ivi, vol. I, pag. 91.
146
Cos Enrico Bellone riassume lipotesi del calorico: Una spiegazione plau-
sibile del fenomeno per cui durante una transizione di fase la temperatura ri-
maneva costante anche se il corpo sotto osservazione continuava ad assorbire
calore, poteva essere trovata se si accettava lipotesi che questa quantit di calore
divenisse in qualche modo latente, cos da sfuggire alla misura termometrica. Il
calore latente svolgeva in tal caso la funzione di modificare lequilibrio delle forze
di coesione interne dei corpi, i quali, grazie al modificarsi dei legami esistenti
tra le loro parti, potevano passare dallo stato solido a quello liquido, oppure da
quello liquido a quello di vapore. Una volta realizzatasi la transizione, il calore
eventualmente assorbito svolgeva di nuovo la funzione di far crescere la tempe-
ratura. Tenendo conto di questa spiegazione, un termometro non misurava le
quantit assolute di calore presente nei corpi, ma solo le quantit libere, e cio
distinte dalle quantit latenti. Il che, a sua volta, apriva orizzonti di ricerca spe-
rimentale, in quanto permetteva di determinare le capacit dei corpi a contenere
calore e, in definitiva, di sottoporre a misura i calori specifici e i calori latenti di
fusione o di evaporazione. Queste aperture contribuirono non poco a far decli-
nare, attorno alla met del Settecento, la fiducia nelle opinioni secondo le quali
gli effetti termici erano pensabili come effetti di moti molecolari, e a far crescere
invece la credibilit di modelli che facevano leva sullesistenza del fluido calorico.
Questultimo poteva infatti essere interpretato come mezzo capace di permeare i
corpi e di agire allinterno di questi ultimi come fluido libero oppure come fluido
latente. Cfr. E. Bellone, Storia della fisica, cit., pp. 97-98.

191
intreccio con la storia delle teorie scientifiche. Lindividuazione,
sulla scia degli sviluppi applicativi della chimica147, di una quantit
maggiore di gas diversi dallaria, la crescita della calorimetria resa
possibile da pi accurati dispositivi di misura, le indagini pi ap-
profondite sui processi di transizione di fase, grazie al progressivo
avanzamento dei metodi adottati nella realizzazione delle macchi-
ne a vapore, nonch le numerose attenzioni verso il fenomeno
della dilatazione termica, furono tra le cause responsabili della
graduale maturazione di un modello termodinamico fluidistico.
La fisica del calorico rappresent, altres, un utile strumento teo-
rico mediante il quale risolvere le complesse relazioni fenomeni-
che tra calore e temperatura148. Ottenne, al contempo, importanti
stimoli dalla chimica analitica di Lavoisier, Berthollet e Fourcroy,
a proposito della quale avrebbe scritto lo stesso Pini nelle Osser-
vazioni sulla nuova Teoria e Nomenclatura Chimica come inam-
missibile in Mineralogia:

Tre sono le sostanze che, dai Metachimici si assumo come incom-


poste, ossia come elementi, in quanto che con larte non si pos-
sono risolvere in altre, e sono il Calorico, lOssigeno e lIdrogeno,
alle quali aggiungono la quarta, cio la Luce. Nel fissare lidea
del Calorico non sono meno indeterminati di quel che fossero gli
Stahliani nel determinare il flogisto. In ogni modo sembra che or-
dinariamente intendano la materia del calore, o anche del fuoco,
la quale secondo essi fissa nei corpi, o libera. Da questi elementi
derivano la composizione di molte altre sostanze e la spiegazione
di vari fenomeni chimici introducendo certe loro arbitrarie affi-
nit. Cos dalla composizione del calorico con loxigene dicono,

147
Nel corso del XVIII secolo, le maggiori richieste di vetro, saponi, soda, co-
loranti, solventi e tessuti, resero possibile il notevole sviluppo delle conoscenze
riguardanti elementi e composti chimici, oltre ad incentivare il progressivo perfe-
zionamento nei metodi di produzione di alcune sostanze, come gli acidi minerali
e gli alcali pi comuni (idrossidi di metalli alcalini tra i quali sodio e potassio,
ecc.). Cfr. E. J. Holmyard, Lindustria chimica: gli sviluppi della chimica teorica e
pratica, in Storia della tecnologia, cit., 4, I, pp. 222-236.
148
E. Bellone, Storia delle fisica moderna e contemporanea, cit., pp. 96-98. Per
una problematizzazione in termini epistemologici e storici della termodinamica:
E. Bellone, I nomi del tempo, cit., 1989. Specificamente sul secondo principio
della termodinamica: M. Ageno, Le origini dellirreversibilit, cit., 1992.

192
che risulta quel fluido aeriforme, o gasso, che gi era noto sotto
il nome di aria deflogisticata, o vitale, e che essi chiamano gasso
oxigeneo149.

Non si trascuri, inoltre, che lopinione secondo la quale il calore


fosse una sostanza fluida sarebbe stata in perfetta armonia con
lipotesi degli effluvi elettrici e magnetici, soddisfacendo cos la
pretesa utopica di un modello fisico universale, applicabile a qual-
siasi fenomeno naturale. Alle considerazioni brevemente illustrate,
andava accompagnandosi lutilit dimostrata dalla termodinamica
del calorico nel risolvere alcune questioni sorte nellambito delle
applicazioni pratiche.
Nella prima met del Settecento, tra le macchine termiche do-
tate di un certo livello di efficienza vi era indubbiamente quella
progettata da Thomas Newcomen (1663-1729) che, sebbene fos-
se lunico dispositivo in grado di sollevare sufficienti quantit di
acqua dai condotti sotterranei delle miniere, manifestava alcuni

149
E. Pini, Osservazioni sulla nuova Teoria e Nomenclatura Chimica come
inammissibile in Mineralogia, in Opuscoli inseriti nelle memorie della Societ
Italiana, uno de quali contiene Osservazioni sulla nuova Teoria e Nomenclatura
Chimica come inammissibile in Mineralogia; e nellaltro si stabilisce Una gene-
rale, straordinaria, e breve inondazione del globo terrestre, come unica cagione
delle rivoluzioni, che per lazione delle acque vintervennero da che fu abitato,
Milano 1792, parte Ia, cit., pag. 3. A tal proposito, criticando lopera Methode de
Nomenclature Chimique propose par M. M. de Morveau, Lavoisier, Berthollet e
Fourcroy, Pini scriveva anche: Le recenti scoperte furono dai loro Autori dirette
ad escludere la dottrina Stahliani del Flogisto. Questa sebbene abbia dato fonda-
mento a molte denominazioni mineralogiche, ed a molte osservazioni metallurgi-
che, pure a me non mi sembr abbastanza chiara; n io feci uso di tal vocabolo se
non perch era comodo a spiegare molte variazioni intervenute nei corpi. Per lo
che se la nuova Teoria sostituisse al flogisto qualche principio pi chiaro, o alme-
no pi comodo, essa non troverebbe in me lostacolo di preoccupata opinione. Ma
troppo lontana dallavere fatto questo passo. La nuova Teoria, come assumo di
provare, introduce elementi ipotetici, e non riconoscibili, n essa discende dalle
esperienze che si producono; [...], Su di che io soggiunger che avendo essi mutati
i principi, ed i nomi usati nella Chimica conviene pure mutare il nome della
scienza da essi fondata; la quale poich consiste in semplici astrazioni, io per
brevit chiamer Metachimica, come gi da Fisica si deriv il nome di Metafisica,
che la scienza delle cose astratte (pag. 2).

193
inconvenienti di funzionamento: troppo impiego di carbone, trop-
pa dispersione di calore e forti irregolarit nel movimento del
pistone. Per di pi, il consumo di vapore sarebbe stato cos ecces-
sivo da provocare larresto completo dello stantuffo soltanto dopo
poche corse. Un miglioramento nel rendimento della macchina di
Newcomen sarebbe stato possibile limitando le perdite di calore
durante la fase di raffreddamento del sistema150.
Solo dopo il 1763, James Watt (1736-1819), fabbricante di stru-
menti di precisione presso lUniversit di Glasgow, sulla base de-
gli assunti teorici ricevuti da Joseph Black, docente di Chimica
presso il medesimo ateneo e tra i principali sostenitori dellipotesi
del calorico, riusc nellimpresa di progettare un dispositivo mec-
canico che contenesse le dispersioni di energia termica, favorendo
quindi rendimenti migliori. Sarebbe tuttavia ingenuo credere che
Watt abbia applicato direttamente il principio del calore latente a
questioni di natura tecnica, bench non sia azzardato ritenere che
le nozioni teoriche suggeritegli da Black siano state talora utili
nella risoluzione di alcuni singoli problemi. Attribu, cos, larresto
dello stantuffo alla perdita di calore per conduzione attraverso le
pareti del cilindro, raffreddate dalliniezione di acqua ad ogni ciclo
lavorativo151. Stabiliva, di conseguenza, come i consumi maggiori
si verificassero proprio durante la fase di raffreddamento/conden-
sazione prevista dal modello di Newcomen. Decise, pertanto, di
applicare allestremit superiore del cilindro un coperchio provvi-
sto di foro e premistppa152, allo scopo di facilitare il moto alter-
nato del pistone, e di impiegare il vapore, anzich la pressione

150
Nel dispositivo realizzato da Newcomen, il pistone era disposto allinterno
di un cilindro ermeticamente chiuso e il suo movimento verso il basso era in-
dotto dal vuoto generato per condensazione del vapore. Limmissione di acqua
fredda ad ogni corsa attiva avrebbe evitato, altres, il surriscaldamento della mac-
china. Tuttavia, ci avrebbe provocato maggiori consumi di carbone e vapore,
necessari nel produrre quantit sufficienti di calore capaci di controbilanciare gli
effetti del raffreddamento.
151
Cfr. H. W. Dickinson, La macchina a vapore fino al 1830, in Storia della
tecnologia, 4, I, cit., pp. 188-189.
152
Elemento di chiusura dei bossoli di tenuta, attraversato dallasta o stelo
mobile del pistone, posto anteriormente alla guarnizione.

194
atmosferica, al fine di favorirne la spinta verso il basso. Il vuoto
sarebbe stato infatti generato dalla condensazione del vapore in
un contenitore separato (condensatore); le problematiche derivan-
ti perci dalla necessit di alternare di continuo fasi di raffredda-
mento e riscaldamento sarebbero state in tal modo rimosse. Alcu-
ne strutture di rivestimento avrebbero, infine, limitato leccessiva
dispersione di calore153.
Ad inizio Ottocento, gli studi di Laplace, Benjamin Thompson
(conte di Rumford, 1753-1814) e Pierre Prvost (1751-1839) sui fe-
nomeni della conduzione e della dilatazione termica, nonch sulle
relazioni intercorrenti tra temperatura, pressione e volume, deter-
mineranno tuttavia una graduale revisione del paradigma fluidisti-
co, suggerendo allopposto lidea secondo la quale il calore fosse
in possesso di una struttura discreta. Le seguenti analisi formali
dello stesso Laplace e di Simon-Denis Poisson (1781-1849) avreb-
bero inserito lipotesi corpuscolarista dei fenomeni termici in un
modello matematico di tipo probabilistico, sulla base del quale si
andr sviluppando la moderna teoria cinetica dei gas154.
Linfluenza degli studi termodinamici coevi era evidente nelle
riflessioni di Breislak155 che, a proposito delle propriet fisiche del
fuoco interno alla Terra, non solo si soffermava sullipotesi del ca-
lorico ma, al contempo, ragionava sul ruolo di pressione e tempera-
tura nello svolgimento del pianeta dallo stato fluido a quello solido.
Adottava inoltre opinioni perfettamente conformi alle precedenti
posizioni vulcaniste/plutoniste, stimando porfidi, graniti, micascisti
e gneiss litotipi primitivi che, anteriori alla formazione della natura
organizzata, avrebbero composto lossatura della Terra e le porzioni
centrali dei pi imponenti massicci montuosi. Sulla base di quanto
suggerito da Jean-Claude de La Mtherie (1743-1817), riconosceva
nella forte tendenza alla cristallizzazione una propriet chimico-
mineralogica distintiva delle rocce primigenie, precisandone la fun-

153
Su questi argomenti: H. W. Dickinson, La macchina a vapore fino al 1830,
in Storia della tecnologia, 4, I, cit., pp. 173-205.
154
E. Bellone, Storia della fisica moderna e contemporanea, cit., pp. 105-109.
155
Breislak citava, di fatto, gli studi di Alessandro Volta, Prvost e Thompson,
specialmente con lintento di criticare le affermazioni contrarie alla teoria del ca-
lorico di questultimo. S. Breislak, Introduzione alla Geologia, vol. I, pp. 88-91.

195
zione di rilievo nei processi geostrutturali e litogenetici, soprattutto
durante la prima fase di consolidamento del globo.
Breislak elencava, di seguito, le condizioni necessarie affinch
la materia avesse potuto essere sottoposta a cristallizzazione: 1)
estrema mobilit nelle molecole che si debbono unire, 2) i mezzi
per farle giungere entro la loro reciproca sfera di attivit, 3) il
riposo, il tempo e lo spazio per collocarsi in quella situazione che
conviene alla loro forma determinata dalla loro natura156.
La coesione molecolare, indispensabile al venire ad essere
delle strutture cristalline, avrebbe potuto essere indotta da forze
meccaniche o chimiche (triturazione, dissoluzione, precipitazione,
decomposizione ecc.); mentre il mezzo, in continuo movimento,
allinterno del quale si sarebbero prodotte le reciproche intera-
zioni tra particelle sarebbe stato, chiaramente, il calorico o fluido
igneo: [il fuoco] pu disunire talmente le parti di un aggregato e
porle in tale stato di libert, che possano obbedire allimpulso delle
loro attrazioni157. Per di pi, come dimostrato dal processo di
solidificazione delle correnti laviche, durante il quale si originano
miche, anfiboli, pirosseni ecc. minerali altres abbondanti nelle
formazioni primitive tra le condizioni iniziali indispensabili alla
cristallogenesi avrebbe dovuto esservi la presenza di spazi vuoti
o cavit. Daltra parte, sebbene manifestasse forti dubbi, Breislak
non rifiutava completamente leventualit che fenomeni di cristal-
lizzazione potessero generarsi anche in ambiente marino. Tutta-
via, in simili circostanze sarebbero state necessarie condizioni di
riposo; ogni minima oscillazione avrebbe infatti deviato i vettori
delle forze attrattive.
Ritengo non sia dunque azzardato, individuare nel calorico e
nel corpuscolarismo meccanicista i principali fondamenti episte-
mologici della teoria e storia della Terra descritta nellIntroduzione
alla Geologia. Linterdipendenza tra termodinamica fluidistica e
modello molecolare della materia avrebbe potuto, di fatto, chiarire
quel fenomeno in relazione al quale una massa cristallina si sareb-
be prodotta dal raffreddamento di un fuso silicico incandescen-

156
Ivi, vol. I, pag. 19.
157
Ivi, vol. I, pag. 20.

196
te. Un simile argomento avrebbe potuto essere inoltre avvalorato
dalle numerose prove fusorie realizzate nelle fonderie di metalli,
nonch dalle osservazioni riportate da Spallanzani nei Viaggi alle
Due Sicilie e dalle diverse investigazioni condotte da Fleuriau de
Bellevue sui versanti del Puy de Dme. Costoro avevano, infatti,
riferito del rinvenimento di strutture cristalline nelle vicinanze di
edifici vulcanici e di formazioni di indubbia origine magmatica.
Allassoluto e chiaro rifiuto della dottrina nettunista158, pro-
seguiva unestesa analisi critica dellipotesi secondo la quale la
fluidit originaria del pianeta avrebbe potuto essere acquea. Le
considerazioni di Breislak, servendosi dei presupposti assioma-
tici della chimica analitica, si strutturavano soprattutto in risposta
alle idee mineralogiche di De Luc e di Jean-Baptiste Louis Rom
de lIsle (1736-1790); entrambi convinti dellesistenza in natura di
differenti mestrui, tra i quali lacido fluorico, che, svolgendo la
funzione di principio dissolvente, sarebbero stati in grado di ren-
dere la materia solubile in acqua. Tale supposizione non avrebbe
tuttavia spiegato il fenomeno in relazione al quale gli elementi
originari, disciolti nellOceano Primordiale, fossero stati in grado
di opporsi allazione contraria dei mestrui, gemmando cos nelle
formazioni minerali proprie delle rocce primitive. Qualsiasi flusso
dissolvente, agendo di concerto con la forza di gravit, avrebbe
ostacolato il venire ad essere delle coesioni molecolari indispen-
sabili al completo svolgimento della cristallogenesi. Anche appel-
landosi al moto di rotazione terrestre, le particelle in sospensione
nel mezzo acqueo non avrebbero potuto aggregarsi in composti
pi complessi, la forza centrifuga avrebbe infatti impedito la loro
reciproca interazione159.
Breislak reputava dunque lipotesi di una massa liquida origina-
ria, nella quale vi fossero state stemperate le sostanze primigenie

158
Si osservi come le critiche di Breislak colpissero anche il nettunismo bri-
tannico, rappresentato soprattutto dalle teorie di Richard Kirwan. Cfr. S. Breislak,
Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pag. 68.
159
A tal proposito, erano citati i numerosi studi sul fenomeno della rotazio-
ne terrestre e sulla forza centrifuga di Ruggero Boscovich (1711-1787), Laplace,
Nevil Maskelyne (1732-1811) e Henry Cavendish (1731-1810). Cfr. S. Breislak,
Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pp. 68-69.

197
dei corpi organizzati, metafisica e priva di qualsiasi fondamento
empirico, inoltre lacqua, in quanto composto, non avrebbe potu-
to essere tra i costituenti primari della Terra. Diversamente, lidea
secondo la quale alcuni fenomeni naturali fossero stati determinati
dal progressivo assorbimento o rilascio di specifiche quantit di
calore, sembrava essere confermata dalle prove fusorie e speri-
mentali sulle transizioni di fase della materia, oltre che dal funzio-
namento delle macchine termiche160.
Il passaggio da calore libero a calore latente, per interazione
reciproca di sostanze affini, avrebbe perci spiegato il fenomeno
di graduale raffreddamento del pianeta. Si sosteneva anche che le
molecole originarie si fossero aggregate mediante processi lenti
e sequenziali, rifiutando cos lidea di una soluzione acquea pri-
mordiale.

[...] un corpo fuso o riscaldato non si pu raffreddare se non vi


un altro corpo il quale attragga a s il calore e nel quale si dif-
fonda il calorico eccessivo per mettersi in istato di equilibrio; sup-
ponendo per che tutte le sostanze componenti il globo ed i loro
diversi elementi fossero mescolati colla materia del calore, non si
comprende come questa abbia saputo raffreddarsi e consolidarsi.
Non esisteva allora latmosfera, e se si volesse ammettere la diffu-
sione del calore nel vuoto, si sarebbe formato intorno alla nostra
terra uno strato permanente di materia calorifica la quale avrebbe
conservata la superficie del globo. noto per che il calorico in
due stati pu esistere, cio nello stato di mescolanza, di semplice
aderenza ed unione, e nello stato di combinazione. Quando si
trova nel primo stato, si pu separare dal corpo senza che questo
si scomponga. Tende allequilibrio e cambia temperatura dei corpi
nei quali si propaga: questo quello che noi chiamiamo calore
sensibile, calore termometrico. Ch se poi il calorico sia entrato
in combinazione colle parti componenti un corpo, allora perde le
sue propriet sensibili, diviene, per cos dire, latente e si manifesta
solo quando si separa da quel corpo, ci che non pu accadere
senza la decomposizione o almeno senza il cambiamento di stato
del corpo medesimo. Ci premesso, parmi che una massa com-
posta di materie eterogenee, la quale sia riscaldata in tutti i suoi

160
Ivi, vol. I, pp. 39-45 e pp 67-78.

198
punti per una diffusione di calorico si separi dalla medesima: ci
accadr quando tra le materie componenti quella massa ve ne sia-
no di quelle che abbiano unaffinit di composizione col calorico:
allora avendo luogo la combinazione, si canger lo stato di quelle
sostanze, il calore che era libero diverr latente [...]161.

Come gi definito nelle poques de la nature, il consolidamento


del globo sarebbe altres dipeso dalla continua emissione di gas
dalla superficie terrestre, necessaria nel fissare le quantit libere
di calorico. Tuttavia, diversamente da Buffon, il geologo romano
asseriva che un simile fenomeno non avrebbe potuto essere omo-
geneo, ossia coinvolgente nel medesimo lasso temporale lintera
massa terrestre, essendo stato con molta probabilit parziale e
localmente circoscritto162.
Riprendendo le precedenti ricerche di John Dalton (1766-1844),
sarebbe stato possibile supporre anche che i fluidi gassosi, pro-
dotti per evaporazione, si fossero compenetrati in modo uniforme,
generando di conseguenza unatmosfera primitiva, composta da
ossigeno, idrogeno, azoto e carbonico, che, soggetta allazione dei
corpi celesti, sarebbe andata gradualmente condensandosi.

Mentre questelemento [calorico] diffuso nella massa generale del-


la materia si combinava in alcune parti con i principj solidi dei
gas, questi si sviluppavano, e spinti dalla loro elasticit e dallurto
delle correnti inferiori, sinnalzavano sopra la superficie del globo
il quale in tale modo fu inviluppato da unatmosfera, o sia da una
congerie di materie gassose163.

Alle continue produzioni gassose, si associarono al contempo in-


tense scariche elettriche che, favorendo linterazione di idrogeno e
ossigeno, formarono le prime molecole dacqua. Ci nonostante,
non sarebbe stata da escludere leventualit che distinte quantit di
vapore acqueo avessero potuto generarsi anche per intervento del
calorico. Risalirebbe inoltre a questo periodo, il venire ad essere di

161
Ibid., pp. 96-97.
162
Ibid., pag. 112.
163
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I., pp. 112-113.

199
quei composti chimici acidi, alcali e sali dalla reazione dei quali
sarebbe dipesa la genesi delle formazioni rocciose. Il consolida-
mento della massa ignea determin, quindi, quel processo di lenta
cristallizzazione che modell le rocce primigenie in rilievi, depres-
sioni ed anse. Lacqua, passando dallo stato gassoso e quello liqui-
do, colm in seguito gli avvallamenti prodotti dalla solidificazione
delle strutture litologiche. Mentre i composti salini, dissolvendosi
nei bacini idrici, avrebbero originato mari ed oceani.
La prova di tale primitiva plasticit avrebbe potuto essere rav-
visata nella forma della superficie terrestre: uno sferoide elevato
allequatore e schiacciato ai poli. Simile conformazione sarebbe
dipesa dal moto di rotazione del pianeta che, in condizioni di flui-
dit, avrebbe sospinto le masse pi pesanti verso gli strati terrestri
esterni, mentre quelle pi leggere sarebbero precipitate verso il
centro. Pertanto, bench il raffreddamento della Terra fosse stato
indotto dallemissione di gas e vapori in superficie, il suo dissec-
camento, sotto gli impulsi della forza centrifuga, si propag dal
nucleo164. Breislak negava le precedenti convinzioni di Dolomieu
e Saussure che, concordi con lipotesi di un oceano primordiale,
avevano asserito il solo consolidamento crostale del globo, repu-
tando la parte centrale ancora liquida:

Potremo immaginare delle grandi caverne piene ancora, se si


vuole, dacqua, ma non potremo concepire linterno del globo for-
mato intieramente da una sostanza fluida. Quale la materia che
sostiene la corteccia consolidata ed impedisce leffetto della gravi-
t, che quello di avvicinare tutti i corpi al centro della terra?165.

Simile congettura, oltre ad essere contraria al principio della gravi-


tazione universale, non avrebbe chiarito il meccanismo di forma-

164
Il raffreddamento del nostro globo non stato prodotto da una materia
estranea al medesimo, la quale ne abbia assorbito il calorico, ma bens dai gas
e dai vapori che si sono prodotti e sviluppati, ed molto verosimile il pensare che
tale sviluppo [sia stato] impedito o ritardato nelle parti pi interne dalla compres-
sione, dal peso e dalla resistenza della massa. Cfr. S. Breislak, Introduzione alle
Geologia, cit., vol. I, pag. 130.
165
Ivi, vol. I, pag. 39.

200
zione della litosfera, n la sua attuale consistenza. Un corpo dotato
di peso specifico maggiore rispetto a quello dellacqua sarebbe, in-
fatti, affondato verso il centro. Sicch, inizialmente, le masse sotto-
poste agli effetti del raffreddamento superficiale avrebbero dovuto
essere quelle interne, di seguito sospinte verso lesterno dal moto
di rotazione terrestre166. Sulla base di tali supposizioni, il nucleo
avrebbe dovuto quindi trovarsi in stato di incandescenza e semi-
fluidit (parziale fusione)167. La progressiva contrazione degli strati
crostali, soggetti al contempo alle spinte indotte dalla dilatazione
termica delle parti sottostanti e dalla continua produzione di gas,
avrebbe cos condotto al sollevamento delle montagne primitive.

Concepiamo dunque una massa fluida in forza del fuoco diffuso


tra le sue parti. Il primo sottilissimo strato superficiale che si con-
solida restringendosi, debbe comprimere le parti immediatamente
sottoposte ed ancora molli della massa: questa compressione cre-
scer per la consolidazione almeno iniziale del secondo, e quindi
del terzo ecc.: sino a che la massa ancora molle potr cedere a
tali ripetute compressioni, si restringer in un volume minore; ma
quando oltrepasser questo limite, la resistenza sar tale che sol-
lever e squarcer gli strati che la comprimono. Intanto i vapori
e i gas fanno ogni sforzo per giungere alla superficie, animati
dalla loro elasticit e sospinte dalle correnti che si sviluppano al
di sotto [...]. Se poi lo sforzo dei gas e d vapori debole e non
pu vincere la resistenza della massa, nel luogo dove i medesimi
sarrestano, allontaneranno le parti dal mutuo contatto, e queste
consolidandosi lasceranno un voto proporzionato alla quantit dei
gas e vapori ed alla loro espansione168.

Loriginaria plasticit della Terra avrebbe inoltre chiarito le ragioni


responsabili della generale direzione dei massicci montuosi pi
antichi lungo lasse est-ovest.

Questa direzione costante pare che sia stata determinata da una


specie particolare di forza, e sembra indicare una causa che ab-

166
Ibid., pp. 42-44, pp. 119-130.
167
Oggi si direbbe viscosit.
168
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pp. 134-135.

201
bia agito in modo regolare ed uniforme, e tale potrebbe essere il
moto di rotazione del globo che succede appunto nella direzione
dallO[vest] allE[st]. Immaginiamo d torrenti di fluidi gassosi i
quali si sviluppino da un corpo mentre questo gira intorno al suo
asse. [...] parteciperanno al di lui moto nella stessa direzione; e nel
momento in cui, slanciati dalla loro elasticit, ne sortiranno fuori,
per effetto della forza dinerzia riterranno una parte di quel moto
che era loro in possesso precedentemente169.

Al fenomeno di orogenesi, tuttaltro che uniforme ed omogeneo,


sarebbe conseguita la formazione delle spelonche sotterranee.
Mentre nei mari primitivi, pi caldi degli attuali, si sarebbero se-
dimentate, dapprima, le rocce di transizione e, successivamente,
quelle secondarie:

Da questo moto violento del mare primitivo dovevano risultare


due effetti: il primo una somma triturazione delle parti fragili della
superficie terrestre; il secondo grandi ed irregolari accumulazioni
di materie. In mezzo a questo moto non era possibile che seguis-
sero precipitazioni regolari, e forse questa la causa per cui le
rocce di transizione molto di raro appariscono stratificate170.

Tuttavia, concordando con lopinione, gi suggerita da Hutton,


secondo la quale lo sviluppo storico della Terra sarebbe stato
costante e graduale, contraddistinto da continui cambiamenti di
fase, le formazioni di transizione venivano considerate superflue
al fine di stabilire una classificazione litogenetica adeguata. Lo
svolgimento della natura dalla condizione di fluidit ignea a quella
attuale sarebbe stato, infatti, un processo ininterrotto, durato mi-
lioni di secoli:

La natura non fa passaggi o transizioni, ed ogni suo prodotto ha


la sua propria e particolare maniera di esistere. Se una sostanza,
o combinandosi con un nuovo principio, o perdendo qualcuno
dei suoi principj, prende un aspetto diverso e veste diverse sem-
bianze, potremo considerarla come passata da uno stato ad un

169
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 63-65.
170
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pag. 307.

202
altro; ma se si analizzi bene lidea di questo passaggio, non
altro che un cambiamento di stato [...]. Sarebbe dunque inutile la
classe delle rocce di transizione che si voluta introdurre nella
geologia, e tutte le rocce che compongono la superficie terrestre
si potrebbero dividere in due classi, cio di formazioni primitive
e di formazioni posteriori. Alle formazioni primitive apparterreb-
bero tutte le rocce primigenie prodotte nel raffreddamento del
globo dal calorico che si separava dalla massa terrestre, ed alle
formazioni posteriori, molte specie di rocce [...]: tra queste le pi
antiche sarebbero quelle che dai Werneriani si sono dette di tran-
sizione, e quindi le secondarie, prodotte s le une come le altre
nel mare primigenio con il concorso dellacqua animata dal calore
del globo e dai principj chimici che non si erano ancora separati
dalla medesima171.

LIntroduzione alla Geologia manifestava dunque una piena cor-


rispondenza con le idee geo-litologiche in precedenza sostenute
nella Theory of the Earth da Hutton, delle quali, nei capitoli Della
fluidit ignea del globo e del suo consolidamento (vol. I) e Delle
rocce formate dalla prima consolidazione del globo (vol. I), se ne
proponeva una dettagliata sintesi, specialmente a riguardo del me-
tamorfismo172 e dellorigine magmatica di graniti e rocce cristalline:
dir solo che non veggo alcuna inverosimiglianza nel concepire
il granito fuso per una fluidit ignea e di poi consolidato e cri-
stallizzato nel raffreddamento173. I principi della termodinamica
fluidistica e le indagini coeve sulla dilatazione dei gas avrebbero
inoltre dimostrato la validit interpretativa delle tesi vulcaniste/
plutoniste, di cui Breislak avrebbe difeso i principali assunti teo-
rici, ossia: la natura ciclica dei fenomeni morfologici e strutturali
della Terra e lidea di tempo profondo174.

171
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pp. 309-310.
172
A tal proposito, Breislak si soffermava sulla formazione metamorfica per
azione del fuoco dei calcari primitivi (marmi calcarei), riconoscendovi inoltre
quella forte tendenza alla cristallizzazione, ravvisata in precedenza nelle rocce
magmatiche primitive.
173
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pag. 182 e ss.
174
Per una sintesi della teoria di Hutton, si esaminino le pp. 158-166 e pp.
192-300.

203
Bench, nella memoria del 1811, le pagine riguardanti il pluto-
nismo non presentino nulla di significativamente nuovo dal pun-
to di vista dellindagine geo-litologica, tuttavia sono di notevole
interesse per i riferimenti agli scritti di Playfair, Hall e Saint-Fond,
segno del consenso che tali opere avevano riscosso in seno alle
scienze della Terra di primo Ottocento, anche a causa del progres-
sivo distacco della litostratigrafia e dellorittologia dalla geognosia
werneriana.
Giudicando quindi inammissibile lipotesi secondo la quale al
di sotto della litosfera vi fosse stato un grande abisso, Breislak
confutava lopinione, sostenuta allopposto da Pini, che nel corso
della storia naturale del pianeta si fossero verificate improvvise,
universali e brevi inondazioni. Daltra parte, egli non rinnegava
limportante funzione svolta dai processi di erosione, trasporto e
deposizione in ambiente marino, mostrandone, ad esempio, la
rilevanza nella progressiva concrezione delle formazioni litostra-
tigrafiche successive alle rocce primarie. Nella fase di consolida-
mento del globo, lazione delle acque avrebbe posseduto un ruolo
complementare allattivit magmatica. Nel corso delle ere geologi-
che, avrebbero potuto altres verificarsi numerose e differenti allu-
vioni, tuttavia, se ne rifiutava il carattere universale e, soprattutto,
la breve durata.
Si palesava pertanto un modello geostorico che, pur ispirandosi
alle teorie di Hutton, Saint-Fond, Hall ecc., riprendeva indubbia-
mente quella fortunata stagione di studi e ricerche geo-vulcano-
logiche maturata tra i naturalisti veneti nella seconda met del
Settecento175:

Adottando per lipotesi della fluidit ignea primitiva del globo,


non intendo di escludere linfluenza dellacqua nella formazione
d suoi strati posteriori alla prima contrapposizione. forse un
errore il pretendere di rendere ragione di tutti i fenomeni con un
solo principio. [...] Per quale motivo non possono avere cooperato
alla produzione della Terra il fuoco e lacqua in epoche diverse
e con diversa maniera di agire e talora riunendo anche le loro

175
Daltro canto, Breislak era stato indotto ad approfondire alcuni argomenti
geologici dallo stesso Fortis.

204
forze? Se dobbiamo ragionare colle idee ricavate da fenomeni di
quel breve periodo di tempo a cui ristretta la nostra esistenza o
al quale possono risalire le nostre istorie, il fuoco e lacqua sono
i due agenti ai quali si debbono attribuire gli sconvolgimenti del
globo e i cangiamenti in molte parti della superficie. Parmi dun-
que molto probabile che ai medesimi ancora si debbano attribuire
quelle operazioni che determinarono i diversi stati per quali
passata la terra, prima che giungesse a quello nel quale cominci
ad essere abitata e popolata dagli animali176.

La seconda parte dellIntroduzione alla Geologia si apriva invece


con unestesa ed attenta disamina delle fasi di formazione dei filo-
ni e delle vene minerali durante il primo stadio di solidificazione
del globo, indicandone la sincrona cristallizzazione con le rocce
primigenie e, di conseguenza, lorigine primitiva177. Se da una par-
te il geologo romano valutava inappropriata lipotesi werneriana
secondo la quale il processo di metallogenesi si sarebbe realizzato
contemporaneamente alla deposizione degli strati di inclusione,
dallaltra, scartava leventualit che le concrezioni mineralifere si
fossero generate dopo il consolidamento dei monti primari, an-
dando a riempire fessurazioni e spaccature. Tali conclusioni avreb-
bero potuto essere avvalorate dalla giacitura orizzontale di alcuni
filoni (filoni strato): come concepire [di fatto] che le due parti della
montagna siano restate separate sino a che al loro intervallo giun-
gesse la materia del filone?178.
Sosteneva, pertanto, lidea piuttosto nuova179 secondo la quale
le formazioni mineralifere si sarebbero originate per progressivo
differenziamento magmatico180:

176
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pp. 80-81.
177
Il capitolo con il quale si apriva il secondo volume dellIntroduzione alla
Geologia era intitolato: De fenomeni che accompagnarono la consolidazione del
globo.
178
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pag. 9.
179
Posizioni analoghe, secondo quanto riferisce lo stesso Breislak, erano state
formulate anche da de La Mtherie ed Eugne-Louis Melchior Patrin.
180
Sarebbe tuttavia anacronistico, malgrado alcune somiglianze, ravvisare nel
principio descritto da Breislak una formulazione embrionale della serie di Bowen
e del corrispettivo meccanismo di differenziazione magmatica. La serie di Bowen

205
Stabilisco il principio che una massa composta di elementi omo-
genei si uniscano tra loro separandosi dagli altri che vi erano frap-
posti. Queste circostanze avranno luogo quando la massa, non
essendo ancora consolidata, nello stato fluido o pastoso, e si
potranno rinnovare quando lazione o del fuoco o dellacqua sar
distrutta o almeno indebolita la forza di coesione del composto
e dilatati i pori della massa, in guisa che il moto prodotto dalle
attrazioni analoghe non sia impedito 181.

Il principio al quale, dunque, si appellava Breislak si fondava sulle


propriet e sul chimismo del magma iniziale che, raffreddandosi,
si sarebbe lentamente differenziato (diversificato) in corpi mine-
rali di diversa composizione, sulla base delle sole affinit esistenti
tra gli elementi costitutivi del fuso. Un simile processo avrebbe
potuto manifestarsi fintanto che la massa incandescente genitrice
non si fosse completamente consolidata. Ogni singola produzione
metallifera, inclusa nelle formazioni primitive, avrebbe dovuto ne-
cessariamente prodursi per via ignea:

Se mai sembrasse strano lassegnare unorigine ignea ad alcune


miniere metalliche, si rifletta che tale sembra essere stato il princi-
pio della formazione della celebre miniera di Nagy-Ag in Transil-
vania. [...] il litologo che giunge a quella contrada, al primo colpo
docchio vede che tutto stato sconvolto da un fuoco sotterraneo
il quale ha formato delle montagne composte di lave e rocce vol-
caniche 182.

Considerazioni che avrebbero potuto essere avvalorate sulla base


delle osservazioni sperimentali condotte durante la procedura di
arrostimento (riduzione dei solfuri in ossidi) del rame183:

consente di comprendere la formazione di litotipi di differente composizione dal


medesimo magma genitore. Partendo infatti da un unico fuso iniziale, per azione
gravitativa, trasporto gassoso ecc., infatti possibile la genesi di rocce (plutoni o
vulcaniti) diverse. Per approfondire: P. Casati (a cura di), Scienze della Terra, cit.,
pag. 43. Si veda anche: N. L. Bowen, The Evolution of the Igneous Rocks, Princeton
University Press, Princeton N. J. 1928.
181
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 10-11.
182
Ibid., pp. 27-28.
183
Il procedimento veniva impiegato per arricchire lestratto o ganga, eliminan-

206
Larrostimento dura tre in quattro mesi, compiuto il quale i pezzi
si sono convertiti in massa nericcia, screpolata e porosa, ma la
parte centrale tuttora piritosa e mantiene il colore naturale della
pirite o pure ha una tinta azzurrognola. [...] Sembra dunque che le
molecole del rame durante larrostimento abbiano successivamen-
te abbandonata la superficie e siensi radunate verso il centro184.

Il principio assunto per definire il processo di metallogenesi di


filoni e formazioni cuprifere, avrebbe potuto inoltre essere adotta-
to nelle analisi giacimentologiche delle miniere aurifere di Ischia,
isola di indubbia origine vulcanica, nonch dei depositi dellHarz e
della Transilvania, dove ricchi giacimenti doro erano incassati nelle
arenarie, e vene di rame, ferro e stagno erano state rinvenute tra i
trappi di formazione magmatica185. Daltronde, come gi dimostrato
da Saint-Fond nellEssai de gologie (Paris, 1803-1809), nonch da
Buffon e Fourcroy, non era da escludere leventualit che alcune
concrezioni minerali fossero venute ad essere per intervento di for-
ze vegetative o animali, oppure di fluidi circolanti e percolanti nel-
le fratture dei massicci montuosi. Tuttavia le formazioni metallifere
incluse nelle rocce primigenie sarebbero state certamente di genesi
vulcanica, poich precedenti a qualsiasi corpo organico.
Analoghe riflessioni erano gi state proposte da de La Mthe-
rie, nella Thorie de la terre, e da Eugne-Louis Melchior Patrin
(1742-1815); entrambi avevano, infatti, reputato possibile la di-
versificazione di due materie, nel principio confuse, sulla base
delle loro semplici affinit. Anche Gautieri, sebbene avesse rifiuta-
to gran parte delle conclusioni teoriche assunte dal vulcanismo/
plutonismo, nella citata memoria sul vulcano di Grantola (1807),
non aveva escluso un principio simile nel definire il procedimento
di concrezione minerale186.

do le impurit di zolfo. I solfuri di rame (calcopirite, fahlerz o tetraedrite, calcocite,


covellite ecc.) erano cos ridotti in ossidi di rame, secondo la reazione chimica: Cu2S
+ 2O2 2CuO + SO2. Sulle propriet dei minerali metalliferi: C. Giardino, I metalli
nel mondo antico. Introduzione allarcheometallurgia, Laterza, Roma-Bari 2002.
184
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 15-16.
185
Ibid., pp. 29-31.
186
G. Gautieri, Confutazione della opinione di alcuni mineraloghi sulla vulca-

207
Tra XVIII e XIX secolo, malgrado le teorie geostoriche avessero
rivelato talora posizioni contrastanti e complesse, non sempre riferi-
bili alle categorie di indagine storiografica ed epistemologica, tutta-
via, in diverse regioni dEuropa (Francia, Stati tedeschi, penisola ita-
liana), le idee mineralogiche erano andate adottando quel principio
delle affinit che, in parte corroborato dai risultati sperimentali delle
indagini chimiche e termodinamiche, si orientava senzaltro verso
gli argomenti fenomenici della naturphilosophie, mostrando altres
forti corrispondenze con il trasformismo sette-ottocentesco.
Cos tanto Gautieri quanto Breislak, nonostante avessero ma-
nifestato ipotesi litogenetiche discordanti, proponevano simmetrie
e convergenze tra lo svolgimento storico del mondo inorganico e
la progressione di quello organico. Similmente agli organismi vi-
venti, la materia inorganica si sarebbe strutturata, per progressiva
diversificazione, dalla sintesi allanalisi, dal semplice al complesso,
dallindistinto caos iniziale alla natura delle specie differenziate.
Anche nellIntroduzione alla Geologia, presumendo lo sviluppo
delle forme biologiche da germi organici venuti ad essere in seno
al mare primitivo, si svelava dunque un indubbio orientamento ver-
so quel pensiero evoluzionista maturato nellEuropa di secondo
Settecento187. Alla genesi dei depositi minerali, segu lorigine delle
spelonche sotterranee, il crollo delle quali sarebbe stato responsa-
bile, nella storia del globo, della sommersione di ampie estensioni
di terra emersa, per progressivo sollevamento degli oceani. Si attri-
buiva, ad esempio, la scomparsa di Atlantide, di cui aveva narrato
Platone nel Timeo e in Crizia, al cedimento disastroso, indotto da
una violenta eruzione vulcanica, delle formazioni ipogee disposte
al di sotto della crosta atlantica, africana ed europea:

Molti fenomeni accaduti nella superficie terrestre pare che si deb-


bano attribuire ai scrollamenti di tali caverne, ed uno di questi

neit d monticelli collocati tra Grantola e Cunardo nel Dipartimento del Lario,
cit., pag. 28. Ripreso in: S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 13-
14. Breislak rifiutava, tuttavia, lipotesi del naturalista piemontese secondo la quale
nella massa delle montagne gi consolidate avrebbe potuto esservi un movimento
intestino di parti, in grado di rispondere allimpulso delle [...] affinit.
187
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I., pag. 307.

208
probabilmente stato la sommersione di Atlantide. [...] Lascio agli
eruditi il trattare la questione sulla posizione di questisola [...]: non
istar dunque ad esaminare se fosse lAmerica [...], o qualche isola
del mare glaciale settentrionale, come con profonda erudizione ha
cercato di dimostrare il celebre Bailly, o la Svezia, come ha preteso
il dotto svedese Rudbeck, o pure, come parmi pi probabile, un
gran continente circondato dal mare e situato nel luogo dove ora
sono le isole di Capoverde, le Azore, ecc.188.

Atlantide sarebbe scomparsa [...] nello spazio di una notte e di un


giorno. Le antiche formazioni vulcaniche, rinvenute negli arcipela-
ghi delle Azzorre, delle Canarie e di Capo Verde, diramazioni di una
remota dorsale montuosa, sarebbero state quindi le prove attestanti
una simile catastrofe naturale189. Sebbene avessero avuto una fun-
zione meramente contingente e circostanziata, pi volte, nel corso
della storia della Terra, le spelonche sotterranee, franando, modifi-
carono in modo improvviso la conformazione fisiografica della lito-
sfera190. Mentre a trasgressioni e regressioni marine sarebbe stata da
attribuirsi la deposizione delle formazioni litologiche terziarie: Par-
mi probabile che la loro origine si debba attribuire a quellepoca
nella quale sono seguiti diversi cambiamenti nel livello del mare191.
Le acque, in passato, avrebbero infatti posseduto una maggiore
estensione, ricoprendo i versanti delle pi alte catene montuose,
anche per periodi di tempo geologico piuttosto lunghi. Le vicende
geostoriche descritte nellIntroduzione alla Geologia divergevano
pertanto da quellesegesi mosaica che, in precedenza, aveva ampia-
mente influenzato il sistema geologico dellabate Pini:

1 il soggiorno del mare sulla cima di altissime montagne non


stato passeggero e di breve durata, ma lungo e permanente; 2 [...]
il suo ritiro stato rapido, tumultuoso e violento [determinato da
franamenti ipogei]; 3 [...] se alcuni fenomeni geologici dimostra-
no che in qualche contrada si sono formati ammassi di materie
trasportate da alluvioni, altri fenomeni fanno vedere che in altri

188
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 38-39.
189
Ibid., pp. 40-41.
190
Ibid., pag. 46.
191
Ibid., pp. 88-89.

209
luoghi i corpi organici d quali si trovano le spoglie negli strati
superficiali, hanno vegetato e vissuto nei luoghi medesimi, e le
loro spoglie non sono state trasportate lontano192.

Bench Breislak ritenesse il sollevamento o labbassamento degli


oceani un fenomeno frequente nella progressione geostorica, non
negava la possibilit che avessero potuto verificarsi improvvise e
disastrose alluvioni: straordinarie e violente inondazioni, ciascu-
na delle quali si pu da noi considerare come un diluvio, ma che
esse non [...] possono spiegare molti fenomeni geologici193. Queste
avrebbero inoltre operato con intensit e modalit diverse, atti-
nenti al solo contesto geografico (locale). Cos, ad esempio, sotto-
lineava come, in passato, la separazione del Mediterraneo dal Mar
Nero fosse stata responsabile di quella inondazione nota come
Diluvio di Deucalione. Lemersione di una nuova fascia costiera
tra i due mari avrebbe, infatti, provocato linabissamento dellAtti-
ca, del Peloponneso e delle isole del Dodecaneso.
I diluvi sarebbero stati in realt innalzamenti del livello delle
acque marine, prodotti dal crollo delle caverne sotterranee in se-
guito a violente eruzioni vulcaniche. Si rigettava di conseguenza
lopinione secondo la quale i processi di trasgressione e regres-
sione marina fossero stati causati dal moto di traslocazione dei
mari, oppure da alterazioni nellinclinazione dellasse di rotazione
terrestre o, ancora, da uno spostamento del centro di gravit194. La
conformazione terrestre avrebbe allora potuto mutare pi volte
nel corso della graduale progressione degli eventi naturali:

192
Ibid., pp. 96-97.
193
Ibid., pag. 179.
194
Lipotesi, suggerita da De Luc, Lamarck, Blumenbach, Fortis ed altri, ritene-
va che il capovolgimento dellasse, congiungente i poli, con lequatore avrebbe
indotto una variazione delle fasce climatiche, responsabile del moto migratorio
di molte specie animali. Le ragioni a causa delle quali ebbe origine un simile fe-
nomeno furono ravvisate talora in uno spostamento del centro di gravit, talaltra
nellintervento di una causa esterna, quale una cometa o un astro celeste che, pas-
sando vicino allorbita terrestre, ne avrebbe provocato una sensibile alterazione.
Tali eventi naturali avrebbero potuto giustificare il rinvenimento dei resti di orga-
nismi fossili lontano dai luoghi di coabitazione delle forme odierne alle quali ras-
somigliavano. Per una sintesi: L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pp. 244-262.

210
Osservando la quantit d volcani spenti ed attivi che sono in
molte parti del continente, naturale il pensare che questi ab-
biano avuto una qualche influenza nel modificare il suo aspetto
primitivo in molti siti, ed certo che parecchie terre sono sortite
dalle acque del mare per azione del fuoco. Le forti scosse ed i
grandi terremoti che accompagnano la nascita di un volcano, han
potuto far crollare le volte nelle cavit pi vicine al fondo del mare
che le ha riempite, il suo livello si abbassato, ed oltre quelle
terre cherano divenute asciutte per lattivit volcanica, se ne sono
scoperte altre pel ritiro del mare195.

Si ipotizzava inoltre che, in passato, lattivit vulcanica fosse stata


pi intensa e frequente: [...] non si pu negare che una volta il
loro numero sia stato maggiore e pi grande la loro attivit196.
Concentrandosi successivamente sulle relazioni intercorrenti tra
vulcanismo ed orogenesi, Breislak riprendeva molte delle osserva-
zioni contenute nei Viaggi alle Due Sicilie di Spallanzani, oltre agli
scritti di Amoretti sui trappi del Verbano197 e alle indagini geo-vul-
canologiche e chimiche condotte in quegli stessi anni da Humphry
Davy198. Rivolgendosi specialmente a questultimo e alle sperimen-
tazioni sulla cristallizzazione di Hall, modificava, in parte, la tesi
delle effervescenze sotterranee, respingendone alcune affermazio-
ni. Non si trascuri, daltronde, come oltre ad una buona conoscenza
degli studi vulcanologici coevi, il geologo romano vantasse un otti-

195
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 204-205.
196
Ibid., pag. 311.
197
Ibid., pag. 249.
198
Ibid., pp. 226-237 (cap. De Volcani, vol. II). Davy

fu tra i principali as-
sertori dellidea secondo la quale le lave si sarebbero generate da reazioni chi-
miche. Le eruzioni vulcaniche sarebbero state, infatti, innescate dalle reazioni di
ossidazione delle sostanze alcaline metalliche (potassio, sodio, magnesio, calcio,
bario ecc.) incluse in masse di consistente potenza negli strati della litosfera.
Oltre a rifiutare, pertanto, lipotesi delle fermentazioni sotterranee, egli rigettava
lesistenza di un fuoco centrale. Davy, con George Greenough, fu tra i fondatori
della Geological Society of London (1807). Cfr. R. Siegfried, R. H. Dott Jr., Hum-
phry Davy as Geologist, in British Journal for the History of Science, 9, 1976, pp.
219-227. Sulla Geological Society of London: G. L. H. Davies, Whatever is under
the Earth. The Geological Society of London 1807 to 2007, The Geological Society
of London, London 2007.

211
mo addestramento sul campo; riferiva infatti delle numerose inve-
stigazioni effettuate sui versanti del Vesuvio, soffermandosi altres
sulla violenta eruzione del 1794, della quale era stato testimone.
Affermando che nessuna delle escavazioni realizzate sui declivi
del Monte Somma aveva permesso il rilevamento di acque mari-
ne, rifiutava dunque lipotesi che le eruzioni vulcaniche fossero
state innescate dalla fermentazione di depositi carboniosi o solfo-
rosi per infiltrazione di soluzioni salmastre. Il vapore acqueo, che
in genere si accompagnava allattivit eruttiva, sarebbe di conse-
guenza dipeso dalla presenza di bacini idrici nelle vicinanze del
cratere, oppure dalla reazione dellidrogeno con lossigeno199.
Descriveva in tal modo il meccanismo che avrebbe generato
uneruzione vulcanica:

Tutta la materia che forma il Vesuvio [...] e la base [...] (materia


la quale stata fusa o modificata dal fuoco, o gettata in pezzi di-
staccati dalla forza dellesplosione), tutta [...] essendo sortita dalle
viscere della terra, vi ha dovuto lasciare molte caverne, ed in que-
ste attualmente lavora il volcano estendendo sempre pi il suo fo-
colare [...] In queste caverne sotterranee dunque concepiva che si
radunasse il petrolio che distilla dagli Appennini. Mi sembrava [...]
probabile che al petrolio si unisse una materia fosforica e qualche
quantit dacqua impregnata di muriato di soda200.

Le fasi eruttive del Vesuvio sarebbero quindi dipese dalla com-


bustione di petroli (bitumi) ipogei, distillati dalla fermentazione
delle piriti e, successivamente, penetrati da materie fosforiche e
soluzioni alcaline. Simili supposizioni riprendevano le analisi sul
chimismo magmatico effettuate da Davy tra il 1806 e il 1811201.

199
Ibid., pp. 308-309. Gran parte delle considerazioni illustrate nel capitolo
sui vulcani (De Volcani) dellIntroduzione alla Geologia erano state in prece-
denza espresse nellopera, corredata da carta topografica (1798), sulla conforma-
zione fisica e morfologica della Campania. A tal proposito: S. Breislak, Voyages
physiques et lithologiques dans la Campanie, Dentu, Paris 1801, tome I-II. Anche:
Id., Memoria sulleruzione del Vesuvio accaduta la sera del 15 giugno 1794, Na-
poli 1794.
200
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pag. 329.
201
H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 160-162.

212
Largomentazione secondo la quale lattivit di un vulcano sa-
rebbe stata generata da reazioni di ossidazione di depositi, inclusi
in camere sotterranee, composti da sostanze fosforose e bitumi-
nose, nonch da metalli alcalini (sodio, potassio) o alcalino-terrosi
(magnesio, calcio, bario), sarebbe andata diffondendosi nella vul-
canologia di primo Ottocento. Il petrolio sarebbe stato inoltre
responsabile dellemissione di idrogeno e gas infiammabili che,
con il prodursi di violente scariche elettriche, avrebbero innescato
le ignizioni.
Gli ampi consensi e favori riscossi dal modello chimico furo-
no, senza dubbio, conseguenza della notevole crescita delle ana-
lisi stechiometriche202 sugli elementi della materia e, soprattutto,
della contemporanea maturazione della termodinamica.
Se dunque la ricostruzione geostorica proposta in precedenza
da Pini si presentava ancora nella forma di sistema geologico,
influenzato dalle cosmogonie bibliche sei-settecentesche203, allop-
posto, nellIntroduzione alla Geologia, la macchina della Terra si
manifestava come ununica e ininterrotta progressione dinamica,
capace di autoregolarsi mediante procedimenti di equilibrio che,
talora limitati a specifici contesti geologici e biologici204, avrebbero

202
La stechiometria considera gli aspetti quantitativi delle trasformazioni chi-
miche. La legge delle proporzioni costanti di Joseph Louis Proust (1755-1826) in
una data reazione chimica gli elementi si uniscono in un rapporto di masse de-
terminato e costante, caratteristico di quella particolare reazione , cos come le
analisi successive di John Dalton e Amedeo Avogadro (1776-1856), o le indagini di
Gay-Lussac sulle relazioni intercorrenti tra pressione, volume e temperatura, avvia-
rono indubbiamente una fortunata stagione di studi quantitativi sugli elementi del-
la materia e sulle loro modalit di interazione/reazione. Cfr. P. Caldirola, G. Casati,
T. Tealdi, Corso di fisica, Ghisetti e Corvi, Milano 1989, 3 vv., vol. II, pp. 136-143.
203
Poco dopo la pubblicazione dellIntroduzione alla Geologia, Pini redasse
un opuscolo dal titolo Sui sistemi geologici. Riflessioni analitiche, con lintento
di criticare i principali assunti teorici delle tesi illustrate da Breislak. curioso
tuttavia notare, come il barnabita milanese, non proponendo nulla di significa-
tivamente nuovo dal punto di vista dellanalisi geologica, si lamentasse del fatto
che il geologo romano non avesse minimamente considerato i suoi scritti sulle
rivoluzioni del globo terrestre. Cfr. E. Pini, Sui sistemi geologici. Riflessioni anali-
tiche, cit., particolarmente pp. IX-XIII.
204
Nonostante le considerazioni di Breislak sul fenomeno delle estinzioni
siano talora poco chiare e confuse, sembra tuttavia che le abbia ritenute possibili,

213
realizzato lo svolgimento graduale ed uniforme del pianeta dalla
condizione di una fluidit caotica a quella diversificata attuale. Il
modello proposto da Breislak, cos come quelli ciclici in prece-
denza formulati da Hutton e Lamarck, si svelava pertanto come un
sistema stazionario contraddistinto da fluttuazioni dinamiche tra
uniformit globale e diversit locale. Non casualmente, i continen-
ti erano ritenuti porzioni di crosta terrestre altamente instabili e in
condizioni di equilibrio precario205. Tale cambiamento nelle moda-
lit di percepire la storia della Natura fu, dunque, conseguenza di
un inedito connubio tra lesplorazione geo-naturalistica dei rilievi
montuosi con le analisi chimiche sulle peculiarit molecolari della
materia e lo studio dei fenomeni termici.
Lultimo capitolo dellIntroduzione alla Geologia era intera-
mente dedicato alle questioni riguardanti lorigine del basalto206.
Ribadendone una genesi ignea, soprattutto in risposta agli argo-
menti di Brocchi che, di converso, ne aveva sostenuto lorigine
marina207, il geologo romano riprendeva i punti salienti di quel-
la controversia sulla litogenesi di alcune rocce (porfidi, basalti,
porfiriti, graniti) che aveva contraddistinto le scienze della Terra
settecentesche, e poteva ritenersi ancora aperta208. Daltronde, le

giudicando inoltre lattivit umana responsabile della scomparsa di alcune forme


organiche nel corso della storia. S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol.
II, pp. 215 e ss.
205
Ibidem.
206
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cap. Del Basalte, cit., vol. II, pag.
352 e ss.
207
Il testo criticato da Breislak era la Memoria mineralogica sopra la Valle di
Fassa in Tirolo, che Brocchi aveva pubblicato a Milano pochi mesi prima, racco-
gliendo i risultati di un viaggio mineralogico realizzato in quella localit nellesta-
te del 1810 in compagnia di un esperto mineralista, il conte Marco Corniani degli
Algarotti (1768-1845). La replica del geologo romano al naturalista bassanese
acquisiva talora toni particolarmente polemici. Cfr. S. Breislak, Introduzione alla
Geologia, cit., vol. II, pp. 432-453. Si veda inoltre: G. Brocchi, Memoria mineralo-
gica sulla Valle di Fassa in Tirolo, Silvestri, Milano 1811. Tale questione viene af-
frontata anche in: L. Ciancio, Giambattista Brocchi e la teoria dei vulcani sottoma-
rini: conversione o ristrutturazione teorica?, in Le Scienze della Terra nel Veneto
dellOttocento, cit., pp. 22-29. Anche: L. Ciancio, La difesa dellipotesi nettunistica,
in Lopera scientifica di Giambattista Brocchi (1772-1826), cit., pp. 55-65.
208
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pag. 436.

214
questioni riguardanti le formazioni cristalline del Tirolo o le porfi-
riti delle Prealpi Lombarde occidentali persistevano irrisolte.

3.5. Vulcani ed orogenesi alpina: verso una teoria tettonica


della Terra

Nel primo quarto del XIX secolo, nonostante in Italia diversi oritto-
logi, alcuni dei quali allievi della Bergakademie di Freiberg, aves-
sero manifestato posizioni conformi alla geognosia werneriana,
lillustrato sviluppo dellindagine vulcanologica, nonch il gradua-
le diffondersi delle analisi riguardanti le relazioni intercorrenti tra
magmatismo e cristallogenesi, determinarono le premesse di una
parziale, se non completa, revisione della cosiddetta dottrina net-
tunista. Sebbene, dunque, Giovanni Martinenghi (1760-1822) a
Pavia, Giuseppe Melograni, Carmine Antonio Lippi (1761-1823)
e Matteo Tondi a Napoli209, avessero applicato il modello litoge-
netico di Werner nellesaminare le sequenze litostratigrafiche dei
terreni della penisola italiana, tuttavia indagini pi approfondite
su vulcaniti e plutoni, svelarono le difficolt interpretative dello
schema werneriano.
Cos, bench Brocchi nella Memoria mineralogica sulla Valle
di Fassa in Tirolo (1811) avesse professato opinioni conformi al
wernerismo pi intransigente210, le riflessioni critiche formulate da
Breislak lo spinsero verso una parziale ristrutturazione delle sue

209
Cfr. E. Vaccari, Wernerian Geognosy and Italian Vulcanists, in Abraham
Gottlob Werner and the Foundation of the Geological Sciences, cit., pag. 30.
210
Lespressione di Luca Ciancio: cfr. L. Ciancio, Giambattista Brocchi e
la teoria dei vulcani sottomarini: conversione o ristrutturazione teorica?, in Le
Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pag. 25. Non si trascuri che,
nonostante Brocchi fosse stato allievo di Fortis, frequent anche le lezioni di
Werner a Freiberg. Tuttavia non fu immatricolato tra gli studenti della Bergakade-
mie, probabile dunque che si fosse limitato a frequentare qualche corso per un
periodo di tempo piuttosto breve. Cfr. E. Vaccari, Le Accademie minerarie come
centri di formazione e di ricerca geologica tra Sette e Ottocento, in Il ruolo sociale
della scienza, cit., pp. 161-162. Per una ricostruzione dellattivit scientifica di
Brocchi, anche: G. Berti, Un naturalista dallAncien Rgime alla Restaurazione.
Giambattista Brocchi (1772-1826), Verci Editrice, Bassano 1983.

215
iniziali idee geologiche. Nelle pagine conclusive dellIntroduzione
alla Geologia, si suggeriva lipotesi che i fenomeni geostrutturali,
responsabili della formazione delle serie litostratigrafiche esaminate
dal naturalista bassanese in Val di Fassa, non avrebbero dovuto ne-
cessariamente dipendere dalla sola azione di deposito delle acque.
Considerando, infatti, lalternanza continua tra strati orizzontali
di basalto e sedimenti calcarei di medesima giacitura, sarebbe sta-
to possibile interpretare quelle produzioni come prova empirica di
unattivit vulcanica sottomarina:

[...] nellipotesti dei vulcanisti facilissimo il rendere una ragione


plausibile di questa alternativa, supponendo un vulcano formato
nel mare e che abbia avuto de periodi dintermittenza: nei suoi
intervalli di riposo si sono formate le precipitazioni da cui sono
nati gli strati calcarei, e nei periodi dazione si sono prodotte le
rocce vulcaniche 211.

Simile convinzione negava una delle principali argomentazioni teo-


riche del nettunismo: litotipi differenti sarebbero venuti ad essere
da materia, in sospensione, alternativamente soggetta a processi di
sedimentazione, diagenesi o cristallogenesi. Per di pi, a proposi-
to dellidea secondo la quale la tendenza alla cristallizzazione
sarebbe andata riducendosi nel corso dello svolgimento storico
della Terra, Breislak notava:

Queste materie petrose [riferito ai basalti] hanno sovente grana


cristallizzata e spessissimo sono piene di sostanze cristallizzate [...].
Dove si trovano alternati dieci, quindici e venti strati di calcaria se-
condaria con altrettanti di rocce trappiche e basaltine, qual stato
il principio che dieci, quindici e venti volte ha risuscitata la forza
di cristallizzazione?212.

Seguivano, di poi, varie riflessioni sulla serie stratigrafica argilla,


wake (arenaria quarzosa), basalto osservata nei trappi di Fassa

211
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pag. 446. Si vedano
anche le pp. 432-453.
212
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pag. 449.

216
dallo stesso Brocchi sulla base di alcune indicazioni del conte vi-
centino Giuseppe Marzari Pencati (1779-1836)213.
Breislak riteneva inappropriato ravvisare nellalternanza di ba-
salti e rocce sedimentarie la prova di un unico processo deposizio-
nale. Non essendovi, infatti, soluzioni di continuit tra le singole
masse rocciose, reputava pi corretto individuare negli strati argil-
losi e di arenaria deflorescenze del basalto. Un simile fenomeno,
gi analizzato da Fortis, avrebbe potuto essere spiegato facendo
riferimento allazione prodotta da vapori e gas vulcanici su lave
consolidate: Questi vapori attaccano le lave e ne decompongono
alcune parti le quali prendono laspetto di sostanze argillose214.
Le argomentazioni in replica alla Memoria mineralogica ri-
prendevano, dunque, le numerose osservazioni condotte dal
geologo romano sulle manifestazioni del vulcanismo attivo in
Campania, fenomeno nei confronti del quale, allopposto, il natu-
ralista bassanese non avrebbe potuto vantare esperienza alcuna.
probabile, pertanto, che tra le ragioni responsabili del viaggio
geo-vulcanologico intrapreso da Brocchi nel 1811 verso le regioni
dellItalia centro-meridionale, vi fosse anche il bisogno di acquisi-
re una maggiore quantit di informazioni empiriche e sperimen-
tali sulle propriet chimico-mineralogiche delle produzioni ignee,
nonch sullattivit di vulcani, solfatare, lagoni, salse e fumarole.
Allesplorazione di alcuni dei distretti vulcanici pi noti della pe-
nisola, si sarebbero potute accompagnare altres importanti visite
a collezioni naturalistiche e geo-mineralogiche, lutilit delle quali
sarebbe stata fondamentale nel completare le sezioni tassonomi-
che della prima stesura della Conchiologia fossile subappennina
(1814)215.
Le escursioni, compiute tra lagosto del 1811 e il marzo dellan-
no seguente, furono dunque inevitabile premessa a quel parziale

213
G. Brocchi, Memoria mineralogica sulla Valle di Fassa in Tirolo, cit.,
pag. 17.
214
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pag. 452.
215
G. Brocchi, Conchiologia fossile subappennina con osservazioni geologiche
sugli Appennini e sul suolo adiacente, Silvestri, Milano 1843, IIa ed., 2 vv. (Ia edi-
zione, Stamperia Reale, Milano 1814). Tra le motivazioni del viaggio vi era anche
lesecuzione della carta geografico-mineralogica del Regno dItalia.

217
riorientamento teorico che influenz lattivit del naturalista bas-
sanese dopo il 1812.
Tuttavia, nel viaggio attuato verso le province vulcaniche del
Lazio e della Campania, sebbene fosse giunto a distinguere nei
basalti litotipi di origine ignea, Brocchi non abbandon del tutto i
principali presupposti teorici del nettunismo. Il rinvenimento di
tufi e basalti colonnari in associazione stratigrafica con depositi di
indubbia produzione marina, lo aveva indotto infatti a supporre
che quelle concrezioni fossero venute ad essere dal consolida-
mento di lave effuse dal cratere di un vulcano sottomarino. In tal
modo, pur ammettendo la natura magmatica degli strati basaltici,
non avrebbe dovuto compromettere le proprie idee a favore della
geognosia werneriana. Cos, se da una parte confer allazione del
fuoco unimportanza maggiore nello sviluppo storico della Terra,
dallaltra continu a professare opinioni ancora profondamente
lontane dal plutonismo di Hutton e Breislak. Non casualmente,
giudicava le spinte, prodotte dal calore generato dalle fermenta-
zioni chimiche, insufficienti al fine di sollevare la crosta terrestre.
In accordo con le convinzioni nettuniste, Brocchi riteneva loro-
genesi dipendere dal solo crollo delle spelonche sotterranee e da
quei processi deposizionali provocati dal consecutivo innalzamen-
to, pi o meno catastrofico, degli oceani. Il vulcanismo avrebbe
continuato ad essere una manifestazione secondaria rispetto ai
grandi fenomeni sedimentari.
Come gi suggerito da Luca Ciancio, sarebbe perci ingenuo
ravvisare nelle opere posteriori al 1812, le prove di una piena
conversione teorica del naturalista bassanese216. Nel riesamina-
re la dottrina werneriana, sulla base di una maggiore quantit
di informazioni empiriche, Brocchi non ne rifiut i principali ar-

216
Sono significative a tal proposito le numerose memorie apparse nella Bi-
blioteca Italiana tra il 1815 e il 1822, tra le quali segnalo: G. Brocchi, Sopra alcu-
ni ammassi colonnari basaltini del territorio di Viterbo. Lettera a Scipione Brei-
slak, in Biblioteca Italiana, III, 1816, pp. 495-507. Di rilievo inoltre lo scritto: G.
Brocchi, Dello stato fisico del suolo di Roma. Memoria per servire dillustrazione
alla carta geognostica di questa citt con due tavole in rame, De Romanis, Roma
1820. Tra il 1815 e il 1822, Brocchi rivisit i luoghi del primo viaggio, conferman-
do gran parte delle induzioni elaborate in precedenza.

218
gomenti epistemici. Si limit, infatti, a riformulare poche ipotesi
ausiliarie217, allontanandosi pertanto dal fondamentalismo wer-
neriano della Memoria mineralogica, per orientarsi verso un net-
tunismo pi rispondente alle evidenze osservative, molto pi simi-
le a quello in precedenza professato dal ginevrino De Luc218.
Tuttavia, agli inizi dellOttocento, le numerose indagini geo-
litologiche condotte in Trentino Alto Adige e sui versanti delle
Dolomiti bellunesi, accrebbero i dubbi e le perplessit sulla vali-
dit interpretativa del modello nettunista. Gi sul finire del XVIII
secolo, Alexander von Humboldt (1795) e Leopold von Buch
(1798)219, indubbiamente tra i pi stimati allievi della Bergakademie
di Freiberg, analizzando le masse porfiriche della Val dAdige da
Bressanone fino a Pergine Valsugana (Trento), ravvisarono note-
voli discrepanze con lo schema litogenetico formulato da Werner.
Non a caso, stupito dalle sensibili differenze morfo-strutturali tra i
versanti settentrionali e meridionali della dorsale alpina, von Buch
not nel 1802: Qui [riferimento alle formazioni osservate in Valsu-
gana] i tipi di montagne appaiono messi sottosopra in modo caotico
e il bellordine esistente a partire dal Brennero sembra totalmen-
te scomparso [...]220. Ci nonostante, il naturalista tedesco prefer
scorgere, nelle formazioni di porfido sovrapposte alla dolomia, il
segno di una violenta e remota alluvione, piuttosto che mettere

217
Servendosi di un linguaggio caro ad epistemologi e filosofi della scienza,
si potrebbe asserire che Brocchi revision solamente le ipotesi a contorno o ausi-
liarie (cintura protettiva) del programma di ricerca nettunista, mantenendone
inalterato il nucleo teoretico.
218
L. Ciancio, Giambattista Brocchi e la teoria dei vulcani sottomarini: conver-
sione o ristrutturazione teorica?, cit., pag. 47. A tal proposito conclude Ciancio:
[...] la realt culturale e politica in cui il geologo di Bassano si trov ad operare
negli anni della maturit era quella, ben caratterizzata in senso conservatore,
della Restaurazione asburgica e pontificia. Perch mai un intellettuale prudente
come lui, impegnato nel tentativo di ricostruirsi una reputazione di scienziato
politicamente affidabile, avrebbe dovuto compromettere ogni sforzo associando
le proprie idee a quelle di un giacobino dichiarato come Scipione Breislak e, per
tramite di questultimo, alleternalismo eterodosso di Hutton? pag. 50.
219
Sulla vita e le opere di von Buch: W. Nieuwenkamp, Buch (Christian) Leo-
pold von, in Dictionary of Scientific Biography, cit., 1973, II, pp. 552-557.
220
Cfr. L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pag. 228.

219
in dubbio il sistema classificatorio werneriano. Confermava, in tal
modo, la prospettiva geognostica nettunista, secondo la quale
quelle montagne avrebbero dovuto essere elevazioni prodotte dal
moto di regressione e trasgressione dei mari. Opinioni analoghe
erano state formulate nelle precedenti riflessioni di Humboldt.
interessante altres notare che, tra gli obiettivi delle loro visi-
te, vi fosse il proposito di definire le relazioni di giacitura intercor-
renti tra i rilievi delle Alpi tirolesi221 e le serie stratigrafiche rilevate
in diverse parti dellarco alpino e prealpino (Svizzera, Lombardia,
Veneto)222. Non pertanto azzardato asserire che, nella prima de-
cade del diciannovesimo secolo, andasse definendosi lesigenza di
modelli interpretativi pi ampi, in grado di inserire lintero solleva-
mento della catena alpina in una teoria orogenetica generale.
Ad inizio Ottocento, in gran parte dEuropa, nonostante il pro-
gressivo diffondersi delle ipotesi suggerite da Hutton e Hall, lim-
portanza conferita allinsegnamento di Werner poteva quindi essere
ritenuta tale da impedire di percepire nelle anomalie litostratigra-
fiche, osservate sui versanti delle Alpi Orientali, istanze cruciali
valide nello scardinare gli assunti teorici del wernerismo. Anche
nel resoconto del viaggio compiuto da von Buch in Norvegia e
Lapponia (1806-1808), la notizia del rinvenimento, sui rilievi delle
Alpi Scandinave, di sovrapposizioni stratigrafiche simili a quelle
trentine non indusse riflessioni significative al fine di una piena ri-

221
Toponimo con il quale nel Settecento si indicavano le Dolomiti. Cfr. M.
Ferrazza, Il Grand Tour alla rovescia, cit., pag. 29.
222
Sebbene lepistolario non consenta di precisare quali localit furono effetti-
vamente oggetto delle esplorazioni di Humboldt, verosimile che abbia raggiun-
to Venezia attraverso la Valsugana. inoltre probabile che, tra luglio e agosto, egli
abbia visitato Trento, Treviso, Padova, i Colli Euganei, Vicenza, Verona, Parma,
Genova, Pavia e Milano, spostandosi di poi verso le sponde del lago Maggiore. Il
viaggio si protrasse dal mese di luglio agli inizi di novembre del 1795. Humboldt
raggiunse Trento il 27 luglio e Milano il 26 agosto. Mentre il viaggio orittologico
di von Buch, dal maggio 1798, si svolse da Pergine, attraverso la Valsugana, al
Vicentino, quindi verso i Colli Euganei, di poi dirigendosi verso lItalia centro-
meridionale, raggiunse Roma, dove condusse alcune osservazioni sui Colli Alba-
ni e, infine, Napoli, qui ascese al Vesuvio. Sui viaggi di von Humboldt e von Buch
di fine Settecento in Italia, rimando alla sintesi e alle indicazioni bibliografiche
presenti in: L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pag. 227.

220
strutturazione della geognosia nettunista223. Non si trascuri, per,
che sintomi di insoddisfazione fossero gradualmente sorti nelle
opere di diversi naturalisti. Per di pi, la pubblicazione, nel 1811,
dellIntroduzione alla Geologia di Breislak indirizz certamente
il dibattito scientifico italiano verso una progressiva revisione del
nettunismo224. A tal proposito, sono significative le riflessioni del
naturalista boemo Kaspar Graf von Sternberg (1761-1838), autore
di un viaggio orittologico sulle Alpi e Prealpi Orientali nella prima-
vera del 1804(225). Rilevando, invero, la compresenza di formazioni
ignee e calcaree in diverse aree del Trentino, egli svilupp alcune
riflessioni particolarmente affini a quelle emerse in seno alla geo-
logia veneta nella seconda met del Settecento. Attribu, infatti,
pari funzione allazione di mari e vulcani nel modellamento della
superficie terrestre. Pi moderate furono, invece, le conclusioni
del naturalista spagnolo Carlos de Gimbernat (1768-1834) che, dal
1803 al 1808, attravers gran parte della catena alpina dalla Francia
fino allUngheria, visitando a pi riprese il Tirolo meridionale226.

223
L. von Buch, Viaggio in Norvegia, ed in Lapponia fatto negli anni 1806,
1807 e 1808, a cura di L. Bossi, Sonzogno e Comi, Milano 1817, 2 vv.
224
Si osservi come Fortis, in precedenza, avesse pubblicato a Parigi uno
scritto in difesa del sistema di Hutton e contro le tesi di Werner: cfr A. Fortis,
Mmoires pour servir lhistoire naturelle et principalement loryctographie de
lItalie, et des pays adjacens, Fuchs, Paris 1802, 2 vv.
225
K. G. von Sternberg, Reise durch Tyrol in die ostlichen Provinze Italiens im
Frhjahr 1804, Heinrich Friedrich August Augustin, Regensburg 1806. Sternberg,
autorevole studioso di botanica, fu fondatore del Museo Nazionale Boemo. Per
una biografia del naturalista boemo: P. M. Filippi, In margine ad un viaggio nelle
province italiane dellimpero: Kaspar Graf von Sternberg e il Trentino, in Il Tren-
tino nel Settecento fra Sacro Romano Impero e antichi stati italiani, a cura di C.
Mozzarelli, G. Olmi, Il Mulino, Bologna 1985, pp. 619-632.
226
Naturalista e geologo poco noto allindagine storico-scientifica, sebbene
fosse inserito nei maggiori circoli scientifici ed intellettuali francesi e tedeschi
di fine Settecento e inizio Ottocento. Le analisi condotte sui versanti delle Alpi
Orientali, garantirono a Gimbernat di compilare, nel 1808, la prima mappa ge-
ognostica del Tirolo. Nella sua realizzazione si ispir principalmente a quelle
leggi werneriane, gi impiegate nella composizione di mappe e profili geologici
relativi ad altre regioni alpine. Come fa notare Ciancio, il lavoro del naturalista
spagnolo fu decisamente inferiore rispetto alla carta geologica realizzata, nel
1822, da von Buch. Si osservi, anche, come nel rilievo topografico di Gimbernat

221
Sulla base delle precedenti segnalazioni di von Buch, Gimbernat
diresse i propri studi sulla singolare struttura geologica degli af-
fioramenti limitrofi a Pergine Valsugana, pubblicandone altres un
breve resoconto, nel quale sosteneva, nonostante le apparenze, di
avere individuato lordine generale definito da Werner. Suggeriva,
di fatto, lidea secondo la quale le anomalie, qui osservate, fossero
state generate dalla collisione delle Alpi meridionali con le masse
granitiche appartenute ad altro massiccio montuoso che si [esten-
deva] dal Mare Adriatico227. Sebbene dunque il naturalista spa-
gnolo avesse ipotizzato lesistenza di possibili movimenti crostali,
intuizione senza dubbio di rilievo nello sviluppo successivo di una
teoria tettonica della Terra, tuttavia non precisava quale fenomeno
avrebbe potuto soggiacere alla sovrapposizione di porzioni roc-
ciose soggette a spinte tangenziali.
Non diversamente, lo scozzese William Maclure (1763-1840),
giunto in Tirolo nellautunno del 1811, pur confermando le irre-
golarit osservate da Humboldt, von Buch e Brocchi, non neg il
modello interpretativo nettunista. Percorrendo, tra il settembre e
lottobre di quellanno, il Baldo trentino, la Valle dellAdige, le valli
di Fassa e Fiemme, la Val dIsarco e la Val Pusteria228, presuppose
che il porfido, ritrovato in massa tra Rovereto, Trento e Cavalese,
costituisse lintero basamento del Tirolo meridionale. Attribu, al
contempo, i basalti della Val di Fassa allattivit di un vulcano
sottomarino229. Cos, se da una parte il naturalista anglosassone
esib unindubbia apertura verso le posizioni vulcaniste/plutoni-

trasparisse un forte interesse verso le risorse minerarie del Tirolo. Cfr. L. Ciancio,
La chiave della teoria delle Alpi, cit., pp. 229-230. Specificamente su Carlos de
Gimbernat: M. D. Parra del Rio, Los Planos geognosticos de los Alpes, la Suiza y el
Tirol de Carlos de Gimbernat, Ediciones Doce Calles, Madrid 1993.
227
Giustificava cos la giacitura singolare del granito di Pergine. Cfr. M. D.
Parra del Rio, Los Planos geognosticos de los Alpes, la Suiza y el Tirol de Carlos
de Gimbernat, cit., pag. 315.
228
W. Maclure, The European Journals of William Maclure, edited by W. Dos-
key, The American Philosophical Society, Philadelphia 1988. Maclure altres
noto per essere stato tra i primi naturalisti a studiare la struttura geologica degli
Stati Uniti.
229
W. Maclure, The European Journals of William Maclure, cit., pag. 393.

222
ste, palesando opinioni alle quali Brocchi giunger solo dopo il
1812, dallaltra conserv inalterata lorigine del porfido primitivo,
reputato produzione acquea.
Nelle numerose indagini di inizio Ottocento, le Alpi andavano
confermandosi quindi come luogo di sperimentazione naturalistica
complesso, nei confronti del quale si svelava, in maggior misura, la
necessit di distinguere una teoria generale, da interpretazioni geo-
litologiche articolate sulla base delle singole differenze locali. Cos,
il Viaggio al lago di Garda e al monte Baldo (1816)230 del veronese
Ciro Pollini (1782-1833) particolarmente significativo nel palesare
le difficolt che ancora caratterizzavano le scienze della Terra nel
periodo della Restaurazione. Nello scritto del 1816, il naturalista ve-
neto riferiva, infatti, del rinvenimento di alcune formazioni rocciose
comprovanti la natura magmatica della regione orografica ad est
del lago di Garda, tuttavia manifestava, al contempo, dubbi e incer-
tezze a proposito dellorigine ignea di alcuni affioramenti trappici
qui osservati. Il ragguaglio steso da Pollini suscit inoltre diverse
critiche, innanzitutto da parte di Giovanni Serafino Volta (1754-
1842) che, prediligendo linterpretazione nettunista, respinse in
modo categorico lipotesi secondo la quale sui versanti del Baldo
avrebbero potuto esservi prove di antica eruzione vulcanica231.
Nel complesso ed articolato panorama storico brevemente
tracciato, si inserirono altres le indagini, di notevole importanza
nel definire i limiti insiti nella geognosia werneriana, di Giuseppe
Marzari Pencati nelle valli di Fassa e Fiemme.
Ispettore presso il Consiglio delle Miniere del Regno dIta-
lia napoleonico dal 1812, Marzari Pencati, nativo di Vicenza,
si era formato a Parigi presso il Musum dHistoire Naturelle e
lAthne. Qui, oltre a frequentare linsegnamento di anatomia
comparata del gi noto Cuvier e il corso di mineralogia del cri-
stallografo Ren-Just Hay (1743-1822)232, aveva manifestato un

230
C. Pollini, Viaggio al lago di Garda e al monte Baldo, Mainardi, Verona
1816.
231
G. S. Volta, Descrizione del lago di Garda e dei suoi contorni con osserva-
zioni di storia naturale e di belle arti, Tip. Virgiliana, Mantova 1818.
232
Cfr. E. Vaccari, Il contributo di Giuseppe Marzari Pencati (1779-1836) alla
geologia veneta dellOttocento, in Le Scienze della Terra nel Veneto dalla caduta

223
particolare interesse verso le lezioni di geologia tenute da Faujas
de Saint-Fond; non casualmente su suggerimento di questultimo
aveva condotto numerose indagini nelle province vulcaniche del-
la Francia (Auvergne e Vivarais), identificandovi ragguardevoli
somiglianze con le strutture dei Colli Euganei e dei Monti Berici.
Lattenzione crescente verso le questioni vulcanologiche, nonch
la progressiva familiarit con gli scritti di Fortis e Breislak, orien-
teranno di conseguenza il pensiero geologico di Marzari Pencati
verso il vulcanismo/plutonismo e quella geologia dinamica sulla
base della quale svilupper le riflessioni del 1819-1820. Tornato
in Italia nel 1805, dopo aver intrapreso nellestate di quellanno
un viaggio orittologico dal Delfinato fino a Genova in compagnia
dello stesso Saint-Fond233, si dedic prevalentemente allo studio
della conformazione geologica del Veneto (Monte Baldo) e del
Tirolo, vistando pi volte le valli di Fassa e Fiemme, dove sof-
ferm le sue analisi sui rilievi orografici a destra dellAvisio. Agli
incarichi pubblici e amministrativi, dapprima Ispettore del Con-
siglio delle Miniere, quindi Consigliere per gli affari montanistici
del restaurato governo austriaco234, fece seguito unintensa stagio-
ne di ricerche sul campo che culmin con la pubblicazione, nel
1819, del primo ed unico fascicolo dei Cenni geologici e litologici
sulle provincie Venete e sul Tirolo235. Lopera seguiva la stampa di
una precedente comunicazione (1818) in forma epistolare, affi-
data alla penna dellamico e collega Claro Giuseppe Malacarne e
indirizzata al barone Carlo Innocenzo Isimbardi, nella quale ve-

della Serenissima allUnit dItalia, a cura di C. Lazzari, Grafic House, Venezia-


Mestre 1999, pp. 25-41.
233
G. Marzari Pencati, Corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria dOcciden-
te divisa in sei sezioni, di cui la principale, cio quella che diede motivo allopera
contiene la orittografia del monte Coiron situato nella dianzi Provincia Vivarese
ora Dipartimento dellArdeche, Tipografia Paroni, Vicenza 1806.
234
Lo smembramento effettivo del Consiglio delle Miniere si verificher sol-
tanto nel maggio del 1816. Ad esso fece seguito listituzione, a Milano, della
Sezione Montanistica della I. R. Direzione della Zecca, presieduta da Innocenzo
Isimbardi e col segretariato di Claro Giuseppe Malacarne. Cfr. A. Frumento, Il
Regno dItalia Napoleonico, cit., pp. 640-641.
235
G. Marzari Pencati, Cenni geologici e litologici sulle provincie Venete e sul
Tirolo, Tipografia Parise, Vicenza 1819.

224
nivano riassunte le osservazioni compiute sulle colline vicentine
della Bergonza236.
I Cenni geologici e litologici esponevano, in breve, i risultati de-
rivanti dallo studio delle giaciture primarie e di transizione del Ti-
rolo. Nel 1820 (30 settembre e 21 ottobre), seguiva invece la pub-
blicazione, sui supplementi al Nuovo Osservatore Veneziano, di
una Notizia sopra un granito in massa sovrapposto al fiume Avisio
in giacimento discordante, al calcare secondario...237, dove, oltre a
sostenere let pi recente del granito della Val di Fiemme rispetto
al calcare secondario, Marzari Pencati esaminava le modificazioni
tessiturali e mineralogiche delle formazioni sedimentarie, provo-
cate da quel fenomeno petrogenetico noto come metamorfismo
di contatto. Le indagini attuate dal conte vicentino riguardavano
unarea particolarmente estesa del Tirolo sud-orientale, delimitata
a nord dalla Val Gardena, a sud dalla Valsugana lungo la linea
congiungente le localit di Sella, Caldonazzo e Pergine, ad est da
Cima dAsta e Telve Valsugana, mentre ad ovest non oltrepassava
i monti di Bresimo. Nella parte centrale del perimetro delineato: il
bacino dellAvisio con le valli di Cembra, Fiemme e Fassa.
Dopo avere attentamente analizzato le ormai note anomalie

236
L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pp. 237-238.
237
G. Marzari Pencati, Notizia sopra un granito in massa sovrapposto al fiu-
me Avisio in giacimento discordante, al calcare secondario; cio adagiato in
sovrapposizione immediata entro le grandi valli dallerosion lenta in esso calcare
escavate; ed intorno i passaggi mediati od immediati, di questo granito allami-
gadaloide agatifera, al basalto, alla dolerite, al porfido euritico, al serpentino, e
ad un neurite porfiroide supposto affine alla trachite nera, in Supplementi al
Nuovo Osservatore Veneziano, n. 118 (30 settembre), n. 127 (21 ottobre), 1820,
pp. 1-6 e pp. 21-29. Si noti, inoltre, che, negli anni precedenti, Brocchi aveva
fatto pubblicare alcune sue lettere di argomento mineralogico sulla Biblioteca
Italiana. A tal proposito: G. Marzari Pencati, Squarcio di lettera del signor conte
Marzari al signor Brocchi, intorno alla matrice dei giacinti di Lonedo nel Vicenti-
no nuovamente discoperta, in Biblioteca Italiana, 2, tomo VII, 1817, pp. 347-348;
Id., Squarcio di lettera del signor conte Marzari al signor Brocchi, intorno ad
alcune osservazioni mineralogiche fatte ne colli Vicentini, in Biblioteca Italiana,
2, tomo VIII, 1817, pag. 552; Id., Squarcio di lettera scritta dal signor Marzari al
signor Brocchi, intorno ai giacinti di Lonedo, in Biblioteca Italiana, 3, tomo IX,
1818, pag. 104.

225
stratigrafiche del Tirolo, il naturalista veneto asseriva che lintero
basamento della regione avrebbe dovuto essere composto da una
roccia porfirica, da lui nominata porfido euritico quarzoso. Dal-
tra parte simile formazione, sovrapposta alle arenarie quarzose,
posteriori alla genesi delle masse cristalline secondo la classifica-
zione werneriana, avrebbe dovuto essere una concrezione senza
dubbio successiva al periodo primario. Al contempo, lassenza di
stratificazioni sulla superficie dei porfidi in affioramento in diver-
se insenature vallive, ne avrebbe escluso unorigine sedimentaria,
suggerendone allopposto una natura ignea. Si sommava, inoltre,
il riscontro di un ordine litostratigrafico costante (dal basso):
1. rocce cristalline primitive;
2. formazioni di transizione: grauwacke, porfido euritico quarzo-
so, porfido ricomposto (arenaria), calce solfata (gesso);
3. strati sedimentari (transizione moderna);
4. litotipi secondari: potente formazione calcarea (denominata
calcare alpino) e calcari stratificati (calcari del Giura).
Mentre in localit Canzocoli, nei pressi dellabitato di Predazzo,
sulla destra orografica dellAvisio, si manifestava in tutta la sua
complessit la giacitura anomala di quelle formazioni giudicate
primitive (graniti) e, quivi, sovrapposte ai depositi pi recenti del
trasporto marino. Il calcare alpino, dalla giacitura a letto rispetto
al granito terziario238, mostrava altres nella zona di contatto una
sensibile alterazione tessiturale, che ne conferiva apparenza di
marmo. Per di pi, le masse cristalline giacenti sopra le formazioni
sedimentarie del Secondario, non mostravano propriet differenti
da quelle primitive, nonostante la colonna stratigrafica ne indicas-
se una deposizione successiva.
I graniti avrebbero dovuto essere perci formazioni epirogene-
tiche che, durante il lento processo di solidificazione, avrebbero
provocato tangibili cambiamenti nella struttura chimico-minera-
logica (ricristallizzazione) e fisica dei calcari attigui (metamorfi-
smo di contatto). Si screditava, quindi, lordine prestabilito dalla
classificazione litogenetica werneriana. Le indagini effettuate ai
Canzocoli indicavano, infatti, che litotipi identici avrebbero potuto

238
La definizione attuale monzonite.

226
trovarsi in differenti posizioni della colonna stratigrafica, pertanto:
nessun corpo roccioso avrebbe potuto conservare impressa nella
sua struttura let di formazione. La determinazione geocronologi-
ca dei differenti litotipi, sulla base delle sole componenti minerali,
non sarebbe stata possibile.
Sebbene gli scritti di Marzari minassero gli asserti principali
del nettunismo, tuttavia, allinizio, non destarono particolare in-
teresse, probabilmente a causa della tiratura limitata o della scarsa
diffusione dei periodici sui quali erano stati pubblicati. Si osser-
vi anche come i testi a stampa del conte vicentino, spesso in-
completi e talora rimasti allo stato di bozze, non fossero di facile
lettura, esprimendo, come gi sottolineato da Ezio Vaccari, una
prosa involuta ed una sintassi burrascosa che sembrava riflet-
tere pi unaccavallarsi di idee, piuttosto che [uno stile ordinato
ed articolato]239. Solo grazie alle seguenti divulgazioni di Claro
Giuseppe Malacarne, Breislak e Vitaliano Borromeo Arese (1792-
1874), le tesi del naturalista veneto ottennero maggiori attenzioni,
ricevendo al contempo una non irrilevante diffusione in Europa,
soprattutto in Francia per merito di Brongniart. Cos, se nel gennaio
del 1821, Malacarne indirizzava nuovamente una lettera al barone
Isimbardi riassumendo le ipotesi geo-litologiche contenute nelle
opere di Marzari, lesposizione contemporanea di Breislak, tradotta
sul parigino Journal de Physique, contribu a diffonderle in gran
parte del continente europeo, oltre a chiarirne il valore scientifico
rilanciando la prospettiva interpretativa vulcanista/plutonista240.
Il geologo romano, sintetizzando lintera questione sorta a pro-
posito degli affioramenti porfirici e granitosi del Tirolo, estendeva
le osservazioni di Pencati alla dolerite della Val dAgno, nonch
alle steatiti e ai serpentini. Daltra parte, citando ripetutamente i la-

239
E. Vaccari, Il contributo di Giuseppe Marzari Pencati (1779-1836) alla
geologia veneta dellOttocento, cit., pag. 34.
240
S. Breislak, Sulla giacitura di alcune rocce porfiritiche e granitose osservate
nel Tirolo dal Sig. Conte Marzari-Pencati. Memoria Geognostica letta allImperial
Regio Istituto di Lombardia, Imperial Regio Stamperia, Milano 1821, trad. fr.,
Mmoire gologique de Scipio Breislak sur le gissement [sic] de quelques roches
porphyritiques et granitiques observes dans le Tyrol par M. le Comte Marzari
Pencati, in Journal de Physique, 93, 1821, pp. 181-193 e 247-271.

227
vori emersi in seno alla geologia anglosassone (MacCulloch, Play-
fair, Hall)241, inseriva lorigine delle formazioni ignee del Trentino
e del Veneto nel modello pi ampio, gi in precedenza suggerito,
del vulcanismo sottomarino:

Neglintervalli di riposo del vulcano hanno avuto luogo le deposi-


zioni tranquille del mare, e se questi intervalli sono stati frequenti
e di breve durata, avranno avuto origine molti, ma poco profondi
strati di materie calcaree, i quali di poi saranno stati coperti da
strati [...] di sostanze vulcaniche, secondoch le eruzioni sono state
pi o meno copiose. stato ancora possibile il caso che mentre
accadevano le precipitazioni marine, il vulcano facesse qualche
eruzione, ed allora si avr un aggregato confuso di sostanze di
origine marina con altre dorigine vulcanica242.

Le eruzioni pi antiche avrebbero dunque determinato la depo-


sizione del porfido euritico quarzoso sulle formazioni di arenaria,
il parossismo successivo avrebbe invece sovrapposto i graniti agli
strati calcarei. Stando alla documentazione litostratigrafica, si sa-
rebbero verificati ben quattro periodi o intervalli di epirogenesi;
mentre i livelli del mare sarebbero arretrati pi volte nel corso
dello svolgimento geostorico della regione, provocando, nelle fasi
dormienti dellattivit vulcanica, il crollo dei rilievi montuosi venu-
ti ad essere in precedenza. Si sarebbero cos formati quei depositi
argillosi e tufacei osservati in Tirolo dallo stesso Pencati.
Tale supposizione avrebbe potuto essere, dunque, adottata nel
descrivere il fenomeno soggiacente alla morfogenesi di diverse
regioni ambientali dEuropa, Breislak ne ipotizzava finanche una
qual certa validit nello spiegare lemersione dal mare di alcune
aree geografiche della penisola italiana:

241
Di John MacCulloch (1773-1835), geologo di origini scozzesi, Breislak ri-
cordava principalmente le indagini geo-litologiche realizzate sulle isole occiden-
tali della Scozia (1819), dove a riguardo delle formazioni sienitiche sovrapposte
alle masse sedimentarie, rinvenute nellisola di Sky, ne aveva sostenuto lorigine
vulcanica. Cfr. S. Breislak, Sulla giacitura di alcune rocce porfiritiche e granitose
osservate nel Tirolo dal Sig. Conte Marzari-Pencati, cit., pag. 23 e ss.
242
S. Breislak, Sulla giacitura di alcune rocce porfiritiche e granitose osservate
nel Tirolo dal Sig. Conte Marzari-Pencati, cit., pag. 37.

228
I campi Flegrei in Italia sono una linea continua di crateri accesi
e spenti in diverse epoche, linea che dalla base degli Appennini
di Castellamare si estende fino alla spiaggia di Cuma ed allisola
dIschia. Lo stesso dee dirsi del Vivarese, del Valese e di alcu-
ne parti dellAlvergna in Francia. Non dunque inverosimile che
mentre il mare copriva il Tirolo, dal suo fondo sorgessero diverse
bocche di vulcani, le quali si propagarono nellestensione che ora
appartiene alle colline del Veronese, del Vicentino e del Padova-
no, e nelle quali si veggono ora alternati ed ora confusamente
mescolate le deposizioni marine e le produzioni vulcaniche243.

Il geologo romano, oltre a ribadire lidea secondo la quale forma-


zioni cristalline diverse fossero state originate da lave di differente
composizione, distingueva il granito terziario e il porfido euritico
dai corrispettivi porfidi e graniti primari, definendone unimpor-
tante diversit epirogenetica. Riprendeva cos le riflessioni dellIn-
troduzione alla Geologia; se, infatti, le masse granitiche e porfi-
riche sovrapposte ai litotipi sedimentari avrebbero potuto essere
giudicate produzioni derivanti dal graduale raffreddamento di lave
effuse da un cratere vulcanico, allopposto le rocce primitive sa-
rebbero state generate dal consolidamento iniziale del globo, non
da un vulcano attivo:

Questi porfidi di origine vulcanica non si debbono confondere


con quelle rocce porfiritiche le quali appartengono ai terreni pri-
mitivi e che, a mio parere, sarebbe un errore gravissimo il consi-
derarle come lave244.

Mentre per altro attribuisco a tali graniti unorigine vulcanica, mi


guarder bene dal dir lo stesso del granito antico, di quello cio
sottoposto a tutte le altre rocce, che costituisce la base e il noccio-
lo di grandi catene di montagne, e la di cui formazione risale alla
prima consolidazione della superficie terrestre, epoca nella quale
penso che non esistessero i vulcani245.

243
Ibidem.
244
Ivi, pag. 23.
245
Ivi, pag. 32.

229
Gli studi del 1820 sulle irregolarit stratigrafiche del Tirolo me-
ridionale, di concerto con la graduale diffusione delle idee geo-
litologiche formulate da Marzari Pencati, determinarono un auten-
tico pellegrinaggio geologico, da parte di numerosi studiosi, nella
zona di Predazzo e nella Val di Fassa. Lo stesso von Buch vi tor-
n nel 1822, inferendo nuovamente, dopo ulteriori osservazioni,
che la singolare posizione stratigrafica dei corpi cristallini avrebbe
dovuto essere solo apparente, poich conseguenza di una prece-
dente frana246. Ad esse seguirono le riflessioni di von Humboldt,
il quale aveva incontrato lo scienziato vicentino in quello stesso
anno restando quasi convinto delle sue argomentazioni.
Le incertezze dei due geologi tedeschi possono essere ricostru-
ite esaminando le lettere che indirizzarono al francese Andr Jean
Marie Brochant de Villiers (1772-1840), rispettivamente l8 e il 10 ot-
tobre 1822. Entrambi riferivano delle esplorazioni condotte in quei
giorni, indipendentemente luno dallaltro, nel sito di Predazzo.
Se Humboldt manifestava unapertura maggiore verso le osser-
vazioni di Pencati, ravvisando nel processo di metamorfizzazione
dei calcari un fenomeno indotto da deposizioni ignee247, allop-
posto von Buch attribuiva la giacitura insolita del granito a un
accidente locale. Una frana di notevole portata, interessando i
versanti montuosi al di sopra del livello altimetrico dei Canzocoli,
avrebbe rimosso potenti masse granitiche che, smottando verso
valle, avrebbero ricoperto la cima del sottostante rilievo248. Tutta-

246
Le riflessioni di von Buch che, in tale occasione si scontr personalmente
con Marzari in un celebre incontro avvenuto a Vicenza l11 ottobre 1822, ve-
nivano riprese, in modo piuttosto impreciso, dal geologo viennese Paul Maria
Partsch (1791-1856). Cfr. P. M. Partsch, Estratto di lettera del sig. Partsch di
Vienna, in data 2 gennaio 1822, al sig. colonnello barone di Welden, in Bi-
blioteca Italiana, 7, XXV, pag. 104. Anche Breislak esporr un resoconto delle
riflessioni di Partsch nella memoria del 1824: S. Breislak, Sulle osservazioni fatte
da alcuni celebri geologi posteriormente a quelle del Sig. conte Marzari intor-
no alla giacitura d graniti nel Tirolo meridionale, Imperial Regia Stamperia,
Milano 1824.
247
A. von Humboldt, Lettre de M. De Humboldt M. Brochant de Villiers date
de Vrone le 8 octobre 1822 (Extrait), in Annales de chimie et de physique, 22,
1823, pp. 261-264.
248
L. von Buch, Lettre de M. Lopold de Buch M. Brochant de Villiers date

230
via lasciava intendere che in Tirolo, non avendo rinvenuto letti
orizzontali, continui e di una sovrapposizione uniforme249 simili
a quelli in precedenza riscontrati in Norvegia, avrebbe potuto ve-
rificarsi un vero e proprio fenomeno di sollevamento.
Non si trascuri che ancora nel 1823 von Humboldt, nellEssai
gognostique sur le gisement des roches dans les deux misphres,
manifestava una qual certa ritrosia nellabbandonare gli asserti te-
orici del nettunismo; nonostante infatti avesse accettato lorigine
posteriore dei porfidi e dei graniti posti al di sopra delle masse sedi-
mentarie, non reputava le osservazioni compiute nel sito di Predaz-
zo sufficienti a rinnegare definitivamente i principi della geognosia
werneriana, si limitava infatti a proporne una semplice revisione250.
Agli interessi dei due geologi tedeschi, seguirono le attenzioni
di molti altri naturalisti europei ed italiani, tra i quali si distinse
labate di Schio Pietro Maraschini (1774-1825) che, nel 1822, dava
alle stampe le Osservazioni geognostiche sopra alcune localit del
Vicentino. Ivi, sosteneva la presenza, in diverse aree del Veneto,
di filoni rocciosi di probabile origine vulcanica inclusi nelle for-
mazioni di scisto e calcare metamorfosato in marmo251. Suggeriva
altres lipotesi secondo la quale simili formazioni avrebbero do-

de Vrone le 10 octobre 1822 (Extrait), in Annales de chimie et de physique, 23,


1823, pp. 265-266.
249
Cfr. L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pag. 245.
250
Ivi, pag. 246.
251
P. Maraschini, Osservazioni geognostiche sopra alcune localit del Vicentino,
in Biblioteca Italiana, 7, tomo XXVI, 1822, pp. 379-396, e tomo XXVII, pp. 77-89.
Maraschini era stato allievo di Stefano Andrea Renier e aveva viaggiato molto in
Italia e in Europa, entrando in contatto con le principali realt scientifiche del
continente. Nel 1882, aveva inoltre frequentato a Parigi le lezioni di Pierre-Louis
Antoine Cordier. Sul naturalista di Schio: F. Bassani, Parole a ricordo di Pietro
Maraschin e Ludovico Pasini lette a Schio nelladunanza 30 maggio 1880 della
societ veneto-trentina di scienze naturali, estratto dal Bollettino della Societ
veneto-trentina di Scienze Naturali, Padova 1880; G. L. Fontana, Pietro Mara-
schin, in Il Vicentino tra rivoluzione giacobina ed et napoleonica (1797-1813),
a cura di R. Zironda, Vicenza 1989, pp. 227-229; P. Preto, I geologi vicentini
dell800: dallamore della Terra allamore della Patria, in Le Scienze della Terra
nel Veneto dellOttocento, cit., pp. 51-80; E. Vaccari, Geologia e collezionismo nel
primo Ottocento veneto: il rapporto tra Luigi Castellini e Pietro Maraschini, in Le
Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pp. 109-134.

231
vuto insinuarsi nelle masse sedimentarie provenendo dal basso,
anzich dallalto. Dubitava pertanto della loro genesi da correnti
laviche prodotte da vulcani ormai estinti. Maraschini negava, di
conseguenza, le conclusioni alle quali era giunto Pencati nei Cenni
geologici e litologici, secondo il quale le masse cristalline sarebbero
state lave effuse da un cratere vulcanico, di seguito penetrate nelle
fessurazioni degli strati di deposizione sedimentaria.
Alle successive obiezioni di Marzari, labate di Schio rispondeva
pubblicando, nel 1823, Dei filoni pirossenici del Vicentino, dove
avrebbe ripreso in gran parte la tesi arduiniana dellinnalzamento
dal basso di masse pirosseniche252. Si sarebbero verificati pertanto
sollevamenti e intrusioni di materia fusa, non ricoprimenti e infil-
trazioni verso il basso come congetturato dal naturalista vicentino.
Linterpretazione proposta da Maraschini era dunque analoga a
quella in precedenza avanzata da von Buch nella lettera a Bro-
chant de Villiers253. Cos, la necessit di comprovare tale ipotesi,
lo indusse, nel settembre del 1823, a visitare in compagnia di Do-
menico Trettenero e del geologo francese Charles Bertrand-Geslin
(1796-1863), lormai nota localit di Predazzo. Il resconto delle
esplorazioni, sottoforma di comunicazione epistolare indirizzata a
Breislak, fu pubblicato sulle pagine della Biblioteca Italiana con
laggiunta di uno schizzo topografico ad opera dello stesso Ge-
slin254. Analizzando i rapporti di giacitura tra le formazioni calcaree

252
P. Maraschini, Dei filoni pirossenici del Vicentino, in Biblioteca Italiana, 8,
tomo XXXI, 1823, pp. 210-224.
253
Secondo lipotesi di von Buch la morfogenesi dei vulcani non sarebbe
dipesa da depositi lavici prodotti da eruzioni effusive o esplosive, bens da una
spinta, proveniente dallinterno della Terra, generata da masse pastose e incan-
descenti. Egli distingueva, pertanto, lenergia sollevatrice e creatrice dei crateri
di sollevamento da quella che infrange dei crateri di eruzione. Tale teoria, gi
formulata nel 1818 con lo scopo di chiarire il fenomeno responsabile della forma-
zione delle isole Canarie, prese in tedesco il nome di Erhebungs Theorie, mentre
in inglese di Craters of elevation. Una versione pi ampia e definitiva della tesi
dei crateri di elevazione sar elaborata nel 1842 a proposito delle concrezioni
vulcaniche dellAuvergne. Si vedano, oltre al saggio di Ciancio (1999): B. Accordi,
Storia della geologia, Zanichelli, Bologna 1984, pag. 67.
254
P. Maraschini, Osservazioni sulle rocce pirigene della Valle di Fiemme dei
Signori Bertrand-Geslin, Trettenero e Maraschini; esposte in una lettera di... al

232
e le rocce pirigene (granito), rinvenute in affioramento sulla cima
della Forcella delle coste e sui versanti del monte di Polinzana,
Maraschini verific le precedenti osservazioni di Marzari; tuttavia
a proposito della provenienza delle masse ignee ribadiva la con-
gettura di un sollevamento della litosfera indotto da intrusioni di
materiale fuso provenienti dallinterno della Terra255.
Non si trascuri che dal 1822, von Buch aveva cercato di esten-
dere la tesi dei crateri di elevazione al fenomeno della dolomitiz-
zazione. Dopo aver, infatti, analizzato le serie stratigrafiche dellAl-
pe di Siusi, aveva ipotizzato che le Dolomiti si fossero sollevate
a causa di una violenta spinta generata, verosimilmente, da mo-
vimenti interni al pianeta di masse pastose di porfido pirosseni-
co. Presuppose, pertanto, che corpi porfirici, ad alta temperatura,
avessero intruso i litotipi superiori, raggiungendo gradualmente gli
strati calcarei che, sospinti verso lalto, erano stati modellati nelle
forme di colonne, piramidi, torri e guglie, subendo al con-
tempo una progressiva metamorfizzazione in strutture granulo-
se256. Oltre a definire il fenomeno responsabile dellinnalzamento
dolomitico, aveva elaborato altres una spiegazione delle modalit
in relazione alle quali il magnesio fosse stato in grado di modifi-
care il calcare in dolomia (dolomitizzazione). Sulla base di recenti
indagini condotte sulla natura isomorfica257 di alcuni minerali, von
Buch sosteneva che la magnesia, non essendo parte della naturale
composizione mineralogica delle formazioni calcaree della Val di

signor S. Breislak, I. R. dei nitri e delle polveri, in Biblioteca Italiana, 8, XXXII,


1823, pp. 351-365.
255
Ivi, pag. 364.
256
Cfr. L. von Buch, Sur la Dolomie du Tyrol. Extrait dune lettre de M. Lo-
pold de Buch M. Alois de Pfaundler, in Annales de chimie et de physique, 23,
1823, pp. 396-407. Ciancio ritiene le riflessioni del 1823 varianti significative alla
precedente ipotesi dei crateri di elevazione; definisce pertanto la nuova teoria
proposta da von Buch: teoria del sollevamento per dolomitizzazione. Cfr. L. Cian-
cio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pag. 252.
257
In mineralogia, vengono definiti isomorfi quei minerali che possiedono
medesima struttura cristallina, ma composizione chimica differente. Ad esempio
sono isomorfi il ferro (Fe) e il magnesio (Mg) nellolivina (nesosilicato). Lolivina
pu essere infatti pi ricca di magnesio che di ferro, indicando in tal caso tempe-
rature di formazione pi elevate. Cfr. P. Casati, Scienze della Terra, cit., pag. 37.

233
Fassa, avrebbe dovuto provenire dallesterno. Suggeriva, quindi,
che lagente responsabile del fenomeno di dolomitizzazione fosse
stato il porfido pirossenico, tra gli elementi del quale vi era per
lappunto il magnesio.
Nei mesi seguenti, ulteriori esplorazioni realizzate nella regio-
ne delle Dolomiti trentine, lo avrebbero indotto a confermare le
sue posizioni teoriche, in relazione alle quali pubblic un Esouisse
dune Carte Gologique de la partie orientale du Trentino (Abbozzo
di Carta Geologica della parte orientale del Trentino, 1822); segno
di unambizione pi ampia orientata alla comprensione dellintera
struttura geologica dellarea dolomitica. Ripetuti rilievi, lo convinse-
ro inoltre che la massa intrusiva porfirica avrebbe dovuto insinuarsi
con modalit assai irregolari, bench i sollevamenti litosferici non
avrebbero dovuto essere locali o spazialmente circoscritti, bens
avrebbero coinvolto nel medesimo lasso temporale lintera regione.
Il modello elaborato a proposito delle Dolomiti, avrebbe potu-
to essere impiegato nello spiegare il processo di orogenesi di gran
parte della catena alpina:

Tutto ci che il Tirolo ci insegna sulla formazione delle Alpi cal-


caree e delle dolomiti si applica in modo molto naturale e soddi-
sfacente alle Alpi calcaree della Carinzia, della Stiria, dei paesi di
Salisburgo e della Valle dellInn [...]. Per queste stesse ragioni io
considero il Tirolo la chiave della teoria delle Alpi [...]258.

Il geologo tedesco avrebbe riproposto simili considerazioni


nellagosto del 1829, esplorando a pi riprese la Valganna e i rilievi
collinari e montuosi compresi tra il lago dOrta e quello di Lugano
in compagnia di Lonce lie de Beaumont (1798-1874)259 e del
naturalista irlandese Joseph Pentland (1797-1873), ai quali si sareb-
bero aggiunti, tra gli altri, il conte Vitaliano Borromeo Arese e Claro
Giuseppe Malacarne, autore della traduzione italiana del resoconto
redatto dallo stesso von Buch sulle formazioni del Varesotto260.

258
Cfr. L. Ciancio, La chiave della teoria delle Alpi, cit., pag. 253.
259
Su lie de Beaumont: A. Birembaut, lie de Beaumont, Jean-Baptiste-Armand-
Louis-Lonce, in Dictionary of Scientific Biography, cit., vol. IV, pp. 347-350.
260
G. Malacarne, Carta di tipo geognostica d Terreni che osservansi in posto

234
Le divergenze interpretative a riguardo delle serie litostratigra-
fiche del Tirolo, oltre alle indagini realizzate sui rilievi lombardi
dai werneriani Johann Gottfried Ebel (1764-1830) e Franois Sul-
pice Beudant (1787-1850)261, avevano riportato in auge, in tutta la
sua problematicit, la questione relativa alla natura dei porfidi e
delle porfiriti affioranti in Valganna, Valcuvia e Valtravaglia. Non
si trascuri che anomalie simili a quelle osservate in Val di Fiemme
fossero state in precedenza rilevate anche sui versanti di diversi
rilievi montuosi a nord di Varese. A tal proposito avrebbe scritto
Breislak nelle postume Osservazioni sopra i terreni compresi tra il
lago Maggiore e quello di Lugano alla base meridionale delle Alpi:

Per qualche anno sembr che la Valgana fosse stata dimenticata


dai geologi, quando nel 1817 fu visitata dal signor Beudunt, il qua-
le ne parla nellopera test citata [Viaggio in Ungheria, stampato
a Parigi nel 1822, tomo II, dalla pag. 588 alla pag. 595]. Siccome
questopera piuttosto voluminosa non molto diffusa in Italia,
cos mi riservo di riferire a suo luogo tutto ci che riguarda la
Valgana: [...] avendo egli esaminato la giacitura della roccia detta
porfido vitreo, la quale stata principalmente lorigine delle con-
troversie pel suo colore pece e per laspetto vitreo che ha ogni
qual volta non abbia un grado di decomposizione, ed avendo
osservato le modificazioni che presenta ne suoi passaggi ad altre
sostanze pietrose di aspetto diverso, ne dedusse essere una reti-
nite appartenente alla formazione del grs rosso, detto dai Tede-
schi rothliegende: giacch le retiniti della Sassonia, della Scozia e
di altre contrade sconosciute si trovano costantemente nel grs
rosso, la cui formazione si considera come la pi antica di quelle
che costituiscono la classe secondaria. Passando di poi a trattare
dellorigine o ignea o acquosa da attribuirsi alle retiniti, [...] consi-
derando questa roccia sotto il doppio aspetto, cio orittognostico

tra il lago dOrta e il lago di Lugano e nei loro dintorni, del celeberrimo Barone
Leopoldo de Buch, col consenso di Lui, ricorretta sui luoghi stessi. Notizia comu-
nicata dal dottor Claro-Giuseppe Malacarne a S. M. p., Imperial Regia Stamperia,
Milano 1829. Tale scritto conteneva la prima carta geologica della regione preal-
pina compresa tra il lago dOrta e il Ceresio.
261
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. II, pp. 10-11. Anche: Id.,
Osservazioni sopra i terreni compresi tra il lago Maggiore e quello di Lugano alla
base meridionale delle Alpi, cit., pp. 34-35.

235
e geognostico, e conclude che se, esaminando i soli dati minera-
logici, questi si bilanciano reciprocamente in modo che la que-
stione sarebbe indecisa, i dati geologici conducono ad ammettere
lipotesi nettuniana. Questa opinione era stata adottata anche dal
signor Ebel poco prima della pubblicazione del Viaggio del signor
Beudunt, poich nella terza edizione del Manuale del viaggiatore
nella Svizzera stampata nel 1818, tom. 3. pag. 544, trattando delle
colline nei contorni di Grantola e delle rocce che le compongono,
si uniforma interamente al parare di Pini e Gautieri.

Lultimo, per quanto mi noto, che abbia parlato de fenomeni ge-


ologici di questa contrada stato il signor consigliere Conte Marzari
nella sua lettera stampata in Venezia nel 1823, diretta allistituto Re-
ale di Francia in data 15 luglio dello stesso anno e pi diffusamente
in una lettera diretta al signor consigliere Barone Isimbardi in data
20 settembre 1823. In ambedue queste lettere il celebre autore fon-
dato sullosservazione gi riferita da Dolomieu e sopra quelle di
Pini e di Gautieri ha fatto un avvicinamento molto ingegnoso de
fenomeni che si osservano tra i due laghi Maggiore e di Lugano con
quelli del Tirolo meridionale e di altre contrade: [...]262.

Cos, sulla base di un tale rinnovato interesse verso le concrezioni


pirigene delle Prealpi Lombarde occidentali, von Buch, riportan-
do brevemente gli studi di Fleuriau de Bellevue a proposito della
vulcanicit dei monti compresi tra Grantola, Cunardo e Fabiasco,
concludeva:

Le colline di Grantola e di Cunardo non sono dunque da ritener-


si come prodotte da un vulcano, a quel modo che non sono da
risguardarsi quali vere lave n i porfidi pirossenici della valle di
Brinzio, n quelli di Valgana, n finalmente quelli di Melide; men-
tre cos le prime come i secondi altro non sono se non effetti del
sollevamento di tutta quella catena delle Alpi al di sopra duna im-
mensa fenditura fattasi attraverso gli strati secondarj. Di fatto que
porfidi stessi, ricomparendo di tratto in tratto quasi per ogni appi
dellAlpi, mostrano dessere continui, mentre ben si vede daltronde
che un vulcano non avrebbe potuto esercitare la propria influenza

262
S. Breislak, Osservazioni sopra i terreni compresi tra il lago Maggiore e quel-
lo di Lugano alla base meridionale delle Alpi, cit., pp. 34-35.

236
che soltanto in uno spazio determinato ed, in confronto molto pi
ristretto e limitato, n avrebbe proceduto mai in altra direzione,
fuorch in quella che corrisponde dal centro alla periferia263.

Inseriva, dunque, le indagini qui compiute in un contesto pi orga-


nico di interpretazione e analisi in termini tettonici dellorogenesi
alpina.
Analoghe riflessioni sarebbero state formulate, sempre nel
1829, dal compagno di viaggio lie de Beaumont. Costui, al pari
del connazionale Armand Dufresnoy (1792-1857), propose una
teoria sintetica del sollevamento delle montagne in termini di
spinte intrusive, prodotte da masse ignee derivanti dalle porzioni
subcrostali della Terra che, adottata nello spiegare la formazione
del Mont-Dre, del Cantal, del Vesuvio e dellEtna, godette di ampi
consensi negli anni successivi264. Il sollevamento della superficie
terrestre avrebbe perci preceduto lattivit esplosiva.
Gli studi geognostici effettuati nella prima met dellOttocento,
soprattutto nei confronti delle formazioni vulcaniche del Trentino
(Val di Fassa e Fiemme) e della Lombardia (alto Varesotto), avreb-
bero posto dunque le premesse per una spiegazione dellorogene-
si alpina in termini di deformazione dinamica della litosfera, ossia
di corrugamenti (spinte radiali). Andavano definendosi quindi i
presupposti di una teoria tettonica della Terra.
Ladozione dellipotesi del sollevamento per dolomitizzazione,
o di quella pi generale dei crateri delevazione, da parte di diver-
si studiosi in precedenza allievi e seguaci della dottrina werneria-
na, decret il progressivo abbandono degli assunti teorici della co-
siddetta scuola geologica nettunista. Tuttavia, ladesione alle tesi

263
G. Malacarne, Carta di tipo geognostica d Terreni che osservansi in posto
tra il lago dOrta e il lago di Lugano e nei loro dintorni, del celeberrimo Barone
Leopoldo de Buch, col consenso di Lui, ricorretta sui luoghi stessi. Notizia comu-
nicata dal dottor Claro-Giuseppe Malacarne a S. M. p., Imperial Regia Stamperia,
Milano 1829, pag. 9.
264
A tal proposito: R. Laudan, From Mineralogy to Geology, cit., pp. 180-200.
Per unanalisi storica delle teorie orogenetiche: D. Oldroyd, Thinking about the
Earth. A History of ideas in Geology, cit., pp. 169-171. Tra

gli italiani che adottaro-
no la teoria del sollevamento alpino vi fu Leopoldo Pilla (1805-1848).

237
di von Buch e de Beaumont non fu illimitata, specialmente per la
natura violenta e improvvisa attribuita ai fenomeni geostrutturali;
inoltre limmagine del diluvio geologico, bench fosse sottoposta
ad assidue revisioni e talora fosse integrata in riflessioni teori-
che di pi ampio respiro, continu ad influenzare negli anni 20
dellOttocento lopera di alcuni autori, specialmente anglosassoni,
tra i quali: Robert Jameson e William Buckland (1784-1856)265.
Ciononostante, aument il numero dei geologi ormai convinti
che il fenomeno di orogenesi non potesse dipendere solo da feno-
meni sedimentari. Il processo di sviluppo delle montagne sarebbe
stato infatti unelevazione continua provocata da forze magmati-
che ed endogene alla Terra. Lattivit esogena si sarebbe limitata al
modellamento successivo della conformazione montuosa.
Simili riflessioni sulle propriet della dinamica terrestre si sa-
rebbero, indubbiamente, poste in relazione al diffondersi di inda-
gini geo-vulcanologiche atte alla predisposizione di un modello
che potesse rappresentare la struttura interna del pianeta.
La pubblicazione dei Principles of Geology (1830-1833) di Lyell,
che interessato alle manifestazioni del vulcanismo attivo ed estin-
to visit, nel 1828, le regioni vulcaniche dellItalia meridionale,
riabilit pienamente sul piano storico e teorico le tesi plutoniste,
inserendole in un modello dinamico e stazionario del pianeta.
Daltra parte, non si trascuri che il geologo scozzese, dopo
diverse esplorazioni condotte sui versanti e nei limitrofi dellEt-
na, conformandosi alle opinioni vulcanologiche di George Julius
Poulett Scrope (1797-1876)266, critic profondamente le ipotesi dei
crateri delevazione di von Buch e de Beaumont, nei confronti
delle quali introdusse importanti limitazioni267.

265
L. E. Page, Diluvialism and its Critics in Great Britain in the Early Nine-
teenth Century, in Towards a History of Geology, cit., pp. 257-270; M. J. S. Rudwick,
Bursting the Limits of Time, cit., pp. 603-616. Si noti, tuttavia, come Buckland non
rifiutasse lorigine vulcanica del basalto.
266
Le idee vulcanologiche di Poulett Scrope si erano strutturate sulla base de-
gli asserti principali della teoria del calorico e delle analisi formali sul fenomeno
della propagazione termica condotte da Joseph Fourier. Rifiut, altres, lipotesi
dei crateri delevazione. Cfr. H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 172-174.
267
Lyell aveva, altres, visitato le formazioni basaltiche dellAuvergne e del Vi-

238
Gli sviluppi delle indagini geologiche nei primi decenni dellOt-
tocento resero inoltre evidenti le difficolt insite nel metodo lito-
stratigrafico di datazione degli strati rocciosi. Se, infatti, in qualsiasi
periodo geologico avessero potuto prodursi formazioni cristalline
in possesso di medesime peculiarit chimico-fisiche e tessiturali,
nonch intrusioni di natura pirigena avessero potuto sommuove-
re imprevedibilmente lordine stratigrafico ideale, allora sarebbe
stato pressoch impossibile stabilire corrispondenze cronostrati-
grafiche tra serie litologiche provenienti da ambiti geografici diver-
si. Si prospettava, di conseguenza, lindecifrabilit della struttura
complessiva della Terra. I limiti interni al metodo di datazione
litostratigrafica furono quindi tra la cause responsabili della gran-
de diffusione di cui godette la biostratigrafia nellEuropa di met
Ottocento. Sebbene, come dimostrato da Nicoletta Morello268, ci
avrebbe determinato il sorgere di nuovi problemi teorici, quali, ad
esempio, quelli riguardanti lidentificazione delle cosiddette specie
fossili guida269.

centino. Parte del viaggio fu compiuta in compagnia di Roderick Impey Murchi-


son (1792-1871). Per unanalisi del viaggio realizzato dal geologo scozzese verso
le regioni vulcaniche dellItalia meridionale: M. J. S. Rudwick, Lyell on Etna, and
the Antiquity of the Earth, in Towards a History of Geology, cit., pp. 288-304.
268
N. Morello, Problemi paleontologici nella geologia veneta dei primi decenni
dellOttocento, in Le Scienze della Terra nel Veneto dellOttocento, cit., pp. 17-22.
269
I fossili pi utili per le crono-correlazioni vengono detti fossili guida. Sono
dunque dei veri e propri indicatori geo-cronologici (cronologia relativa). In ge-
nerale i fossili guida si rinvengono fra gli organismi nectonici o planctonici, pi
raramente bentonici.

239
Conclusione

Gli sviluppi del XIX secolo:


lindagine vulcanologica tra fisica,
chimica e geodinamica

La necessit di articolare le indagini geo-litologiche condotte in Ti-


rolo e sui versanti delle Prealpi Lombarde in un modello interpre-
tativo generale favor, negli anni Trenta dellOttocento, il venire
ad essere di una vera e propria teoria tettonica della Terra. Si
riconobbe, infatti, nei fenomeni interni al pianeta lorigine dei mol-
teplici sovvertimenti e corrugamenti che avrebbero punteggiato lo
sviluppo geostorico della superficie terrestre, malgrado talora se
ne ravvisasse una sola manifestazione locale. Appellarsi alla mera
attivit delle acque non sarebbe pi stato sufficiente nello spie-
gare i meccanismi di modificazione e deformazione della litosfe-
ra. Lorogenesi non avrebbe potuto pertanto dipendere solamente
dai fenomeni sedimentari, bens sarebbe stata conseguenza della
ininterrotta funzionalit reciproca esistente tra movimenti interni ed
esterni alla Terra. Le montagne sarebbero state, dunque, elevazioni
generate da forze provenienti dalle porzioni subcrostali del globo,
al contempo, i processi deposizionali erosione, trasporto, sedi-
mentazione avrebbero modellato i versanti montuosi in catene,
depressioni, valli, guglie, crinali, creste e forcelle. Forme del tempo,
grazie alle quali sarebbe stato possibile ricomporre le fasi di quello
svolgimento geostorico che era andato progressivamente delinean-
dosi nelle indagini dei naturalisti sette-ottocenteschi. La struttura e la
morfologia delle Alpi, degli Appennini, delle Ande, dei Pirenei, dei
Carpazi, degli Urali ecc., sarebbe dunque dipesa tanto dalle spinte
radiali indotte dalle forze endogene al pianeta, quanto da unampia
variet di fenomeni esogeni, lattivit dei quali si manifestava nelle
differenti conformazioni topografiche della crosta terrestre.
La genesi delle montagne non sarebbe quindi proceduta da
aggregazioni chimiche di sostanze in sospensione in un oceano

241
universale, ma da pressioni e movimenti di masse fuse e incan-
descenti nelle viscere della Terra. Nelle esplorazioni geo-vul-
canologiche del primo quarto del diciannovesimo secolo, si era
cos stabilita quella distinzione tra geologia dinamica e geologia
storica che, oltre a determinare le premesse indispensabili alla
successiva proposizione di una tettonica globale, permise alla Ge-
ologia di imporsi come disciplina autonoma, in possesso di un
proprio statuto epistemico e divisa in settori di indagine specifici e
circoscritti, quali: petrologia, geomorfologia, sedimentologia, stra-
tigrafia, biostratigrafia ecc. Non pu perci non essere considerata
significativa la definizione che di tale scienza diede Scipione Brei-
slak nellIntroduzione alla Geologia:

La geologia si debbe considerare sotto due aspetti, cio come


lesposizione de fenomeni che ci presenta la superficie del nostro
pianeta e come la spiegazione de medesimi. La prima che forma
la parte storica o descrittiva dipende dalle osservazioni: la secon-
da che costituisce la parte teoretica o razionale, fondata sopra i
raziocinj e le congetture [...]. Siamo [...] ancora lontani dallepoca
nella quale si potr formare un sistema completo di geologia: ad
ogni modo siccome abbiamo a nostra disposizione molti fatti gi
raccolti, cos sembra necessario lunirli, il collegarli insieme, ridurli
a quei principj che sono verisimili nello stato attuale delle nostre
cognizioni, ed attaccarli ad una qualunque siasi ipotesi la quale
serva, dir cos, di centro dunione1.

Sebbene dunque la parola geologia sia stata, probabilmente, intro-


dotta nel Quattrocento e ripresa, tra gli altri, da Ulisse Aldrovandi
(1522-1605)2, soltanto durante la prima decade del XIX secolo ac-
1
S. Breislak, Introduzione alla Geologia, cit., vol. I, pp. v-x.
2
Scrive a tal proposito Nicoletta Morello: Il termine geologia compare pro-
babilmente per la prima volta nel Philobiblon (Colonia, 1473) di Richard de Bury
vescovo di Durham: egli chiama geologia la giurisprudenza in quanto scienza
terrena in contrapposizione a theologia che studia le cose divine. Nel 1605, alla
morte di Ulisse Aldrovandi, nelle sue carte testamentarie e in alcune note mano-
scritte, si trova lindicazione del titolo da dare a parte del materiale da lui lasciato
inedito: Geologia ovvero De fossilibus (materiale pubblicato nel 1648 con il titolo
Musaeum Metallicum). Jean Andr De Luc e Horace Bndict de Saussure, nel
1799, usano il termine geologia per indicare gli studi di storia della Terra fino
ad allora generalmente definiti come cosmologia. Da Lyell in poi, la geologia

242
quis unaccezione non molto dissimile da quella odierna, distin-
guendosi dalla pi generica geognosia settecentesca e dalla Ge-
ografia fisica. Se infatti questultima si era strutturata come scienza
descrittiva dei caratteri fisiografici dei singoli topoi, vincolata dalle
contingenze locali della determinazione spaziale3, di converso la
geologia era andata definendosi come ricerca geostorica, ossia
come teoria storica della Terra. Nella conseguente complemen-
tariet tra questi due differenti settori di indagine naturalistica
possibile, perci, ravvisare quella distinzione tra generale e locale
che, a partire dagli ultimi decenni del diciottesimo secolo, affianc
allesplorazione geografica studi di geologia regionale, orientati alla
pi ampia comprensione della conformazione e delle risorse del
pianeta. Pertanto, se da una parte la geologia storica, servendosi
essenzialmente dei principi dellanalisi stratigrafica e sedimentologi-
ca, cercher di ricomporre la sequenza dei fenomeni geofisici che
avrebbero potuto punteggiare la storia del globo, riconoscendo di
concerto la valenza storico-fenomenica e storico-strutturale delle
catastrofi naturali, dallaltra lindagine geodinamica si concentrer
sulle modalit di rappresentazione della struttura interna della Terra,
derivando altres la maggior parte delle proprie induzioni dallosser-
vazione vulcanologica. Daltra parte, analisi sperimentali pi preci-
se sulle propriet chimico-fisiche e mineralogiche delle formazioni
ignee delinearono, nei primi decenni dellOttocento, i presupposti
epistemici della petrologia (petrografia), definizione che, adottata
al fine di meglio determinare i parametri descrittivi delle rocce, fu
progressivamente preferita a quella pi generale di litologia. Gi nel
1811, John Pinkerton (1758-1826) aveva dato alle stampe unopera
dal titolo: Petralogy: A Treatise on Rocks.
Non si trascuri, altres, che la realizzazione e la successiva diffu-
sione di modelli in scala con lo scopo di garantire studi pi appro-

la scienza che studia la storia della Terra dalle origini fino al presente: cfr.
N. Morello, La macchina della Terra, cit., pag. 10. Non si trascuri inoltre che,
soprattutto nel Settecento, al termine geologia fu spesso preferito quello di
orittologia.
3
Non casualmente la climatologia, scienza che andr sviluppandosi soprat-
tutto nella seconda met del diciannovesimo secolo in relazione agli studi biogeo-
grafici, rientrer nellambito disciplinare della Geografia fisica.

243
fonditi sui fenomeni vulcanici e sulla struttura interna della Terra,
aveva permesso alla geologia di imporsi pienamente tra le scienze
deduttive e sperimentali, oltre che descrittive. Esemplare, a tal pro-
posito, la riproduzione in miniatura di un vulcano, mediante limpie-
go di argilla e terre alcalino-metalliche, costruita da Davy con lin-
tento di dimostrare, durante una delle numerose lezioni pubbliche
organizzate dalla Royal Institution, il meccanismo responsabile delle
eruzioni vulcaniche; esibizione cos descritta dal fisico britannico
John Ayrton Paris (1785-1856) nella biografia dellillustre scienziato:

I remember with delight the beautiful illustrations of his theory


exhibited in an artificial volcano constructed in the theatre of the
Royal Institution. A mountain had been modeled in clay, and a
quantity of the metallic bases introduced into its interior; on water
being poured upon it, the metals were soon thrown into violent
action successive explosions followed red hot lava was seen
flowing down its sides, from a crater in miniature mimic light-
nings played aroud, and in the instant of dramatic illusion, the tu-
multuous applause and continued cheering of the audience might
almost have been regarded as the shouts of alarmed fugitives of
Herculaneum and Pompeii4.

Furono dunque le numerose ricerche sul campo, sempre pi


spesso coadiuvate da meticolose verifiche sperimentali a propo-
sito delle propriet chimiche e mineralogiche di formazioni vul-
caniche e montuose, a suggerire quali materie avrebbero potuto
comporre le parti subcrostali del pianeta. Cos, ad esempio, tra il
1801 e il 1802, le escursioni effettuate da Jean-Baptiste Genevive
Bory de Saint-Vincent (1778-1846) sui versanti del vulcano Piton
de la Fournaise, nellisola de La Runion (Mauritius)5, permisero
di identificare tra le sostanze delle lave eruttate minerali di oli-
vina. Mentre, nel 1815-1816, le analisi realizzate al microscopio
4
J. A. Paris, The Life of Sir Humphry Davy, Henry Colburn & Richard Bentley,
London 1831. Ripreso in: H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 162.
5
J. B. Bory de Saint-Vincent, Voyage dans les quatre principales les des mers
dAfrique, fait par ordre du gouvernement, pendant les anes neuf et dix de la
Rpublique (1801 et 1802), Chez F. Buisson, Paris 1804, 3 vv., vol. I, pp. 241-290,
vol. II, pp. 181-294.

244
da Pierre-Louis Antoine Cordier stabilirono, con certezza, che tra
i componenti di vulcaniti e plutoni vi fossero anche: feldspati,
pirosseni, quarzi e miche6. Lidea, quindi, che al di sotto della
superficie terrestre vi fossero masse incandescenti e pastose, pi
o meno localizzate, composte principalmente da simili elementi
in condizioni di fluidit e viscosit, si diffuse progressivamente
nellEuropa di primo Ottocento. Le intuizioni di Leibniz, che nel
corso del secolo precedente avevano influenzato le numerose di-
spute a proposito della formazione e dellorigine del pianeta, ora,
sembravano definitivamente corroborate da verifiche sperimentali
(chimico-fisiche e mineralogiche) pi precise ed affidabili. Cos,
era andata delineandosi una profonda revisione, in termini geodi-
namici, delle ipotesi riguardanti il vulcanesimo.
Tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo (1799-1804), von
Humboldt7, nellascendere le cime di alcuni vulcani attivi delle
Ande (Pichincha, Cotopaxi, Purac, Chimborazo) e del Messico
(Jorullo), aveva proposto, ad esempio, un modello dinamico me-
diante il quale poter chiarire i meccanismi determinanti lattivit
vulcanica, confermato, di poi, durante le visite condotte sui ver-
santi del Vesuvio in compagnia di von Buch e Gay-Lussac (1805)8.
Considerando, infatti, la distribuzione degli edifici vulcanici, ne
aveva constato un generale sviluppo lungo le catene montuose,
ravvisandone di conseguenza un inevitabile legame. Aveva dun-
que ipotizzato che i vulcani comunicassero reciprocamente, al-
meno a scala regionale, mediante condotti ipogei afferenti ad un
unico focolaio. Sullaltopiano di Quito, il Pichincha, il Cotopaxi e
il Tungurahua sarebbero stati quindi parte di un unico complesso
magmatico. Il fuoco sotterraneo sarebbe stato perci eruttato alter-
nativamente dalle diverse bocche crateriche.
6
H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 208.
7
Si vedano: A. von Humboldt, Voyage aux rgions quinoxiales du nouveau
continent, fait en 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 et 1804 par A. De Humboldt et
A. Bonpland...avec un atlas gographique et physique, Grecque, Paris 1816; Id.,
Volcans des Cordillres de Quito et du Mexique, Gide et J. Baudry, Paris 1854. In
lingua italiana si consultino: A. von Humboldt, La geografia e i viaggi. Antologia
degli scritti, cit., 1975; Id., Quadri della Natura, cit., 1998.
8
H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pag. 164.

245
Nelle idee del geologo tedesco erano gi manifeste quelle con-
nessioni tra vulcanismo ed orogenesi che avrebbero, in seguito,
influenzato alcune delle principali intuizioni di Darwin sul solleva-
mento delle Ande9. Daltronde, il naturalista britannico, al com-
pleto rifiuto della teoria dei crateri di elevazione, specialmente
nella formulazione datane da de Beaumont (Lattuale abbandono
completo dellazzardata ipotesi di Elia de Beaumont, nonch dei
suoi Crateri di Elevazione e Linee di Elevazione ipotesi questul-
tima che udii portare alle stelle da Sedgwick alla Societ Geologica
, pu essere attribuito in gran parte a Lyell)10, associava la con-
vinzione, opposta a quella suggerita da von Humboldt, secondo
la quale vulcanogenesi e sismogenesi fossero fenomeni geofisici
intimamente correlati11.
Il diffondersi, pertanto, di modelli interpretativi geodinamici
determin il definitivo abbandono delle congetture a proposito
delle fermentazioni sotterranee, alle quali and sostituendosi, nel
primo quarto dellOttocento, lopinione che le eruzioni vulcaniche
fossero innescate da reazioni esotermiche, venute ad essere tra le
sostanze componenti le porzioni interne della Terra e causa delle
spinte di deformazione della litosfera.
La convinzione, inoltre, che lazione dei vulcani fosse andata
decrescendo dalla prima consolidazione del globo, era perfetta-
mente conforme con i presupposti teorici della nuova chimica
analitica e con quel principio di dissipazione dellenergia mec-
canica12 che, soprattutto sulla scia delle prove sperimentali re-
9
A tal proposito si consultino: G. Chiesura, Charles Darwin geologo, cit., Be-
nevento 2002; C. Darwin, Opere geologiche, cit., Benevento 2004.
10
Autobiografia di Charles Darwin, a cura di F. Darwin, in C. Darwin, Levo-
luzione, Antologia a cura di G. Montalenti, P. Omodeo & L. Pavolini, Newton
Edizioni, Roma 1994, pp. 1003-1004.
11
Humboldt riteneva la stragrande maggioranza dei fenomeni sismici non
avere relazione alcuna con lattivit vulcanica.
12
Lord Kelvin enunci una formulazione completa del principio di dissipa-
zione dellenergia meccanica soltanto nel 1852 (On the Universal tendency in
Nature to the Dissipation of Mechanical Energy). indubbio, tuttavia, che le
convinzioni sulla base delle quali si struttur il suo postulato, abbiano cominciato
a diffondersi nelle scienze fisiche e della Terra sulla scia delle osservazioni geo-
vulcanologiche di primo Ottocento. Enrico Bellone sottolinea, inoltre, come tale
principio fenomenico si sviluppasse in conformit ad alcune generalizzazioni: [1]

246
alizzate sui cicli termici da Sadi Carnot (1796-1832)13 ed mile
Clapeyron (1799-1864)14 negli anni Venti e Trenta del XIX secolo,
avrebbe in seguito condotto alla piena formulazione del secondo
principio della termodinamica15.
Il diffondersi di concezioni corpuscolariste, specialmente in
relazione ai riscontri crescenti dellanalisi chimica sugli elementi,
nonch linterpretazione meccanicista dei fenomeni di conduzio-
ne e propagazione termica, resero gradualmente manifesti i limiti
insiti nellipotesi ondulatoria del calore, palesando le inconsisten-
ze della tradizione caloricistica e proponendo lesigenza di una
rifondazione teorica delle trasformazioni di fase della materia. Si
determinarono cos le premesse necessarie allo sviluppo di quella
teoria dinamica del calore, in termini particellari, che, oltre ad in-
durre una completa revisione delle argomentazioni riguardanti la
presenza di un fuoco centrale nelle profondit del globo, confer-
mer lapplicabilit e la validit di ipotesi ed interpretazioni sto-

esiste oggi nel mondo materiale una tendenza universale verso la dissipazione
dellenergia meccanica. In secondo luogo, [2] impossibile reintegrare lenergia
meccanica senza dissipare una quantit maggiore di quella reintegrata. [Infine]
[3] in un passato distante da noi, per un periodo finito di tempo la Terra deve
essere stata non adatta alla vita degli uomini cos come oggi costituita, e pari-
menti non adatta dovr essere in un futuro distante da noi per un periodo finito
di tempo [morte termica]; cfr. E. Bellone, Storia della fisica moderna e contempo-
ranea, cit., pag. 201.
13
S. Carnot, Rflexions sur la puissance motrice du feu, et sur les machines
propres dvelopper cette puissance, Bachelier, Paris 1824. Non si trascuri che,
tuttavia, Carnot aderiva alla teoria del calorico.
14
. Clapeyron, Mmoire sur la puissance motrice de la chaleur, in Journal de
Lcole Polytecnique, XIV, 1834, pp. 153-190. Clapeyron, malgrado contribu alla
diffusione delle ricerche di Carnot, rifiut le tesi della termodinamica fluidisti-
ca, basando gli asserti principali delle Rflexions sulla convinzione che sarebbe
stato impossibile produrre potenza motrice o calore a partire dal nulla. Simile
affermazione si sarebbe posta tra gli assiomi basilari della meccanica. interes-
sante altres notare che, nonostante le rielaborazioni di Clapeyron, le ipotesi di
Carnot tardarono a diffondersi in seno alla comunit scientifica, poich circolanti
inizialmente solo tra tecnici e ingegneri.
15
Per un approfondimento di questi argomenti, rimando ai significativi scritti
di Enrico Bellone, utili per una prima ricostruzione storica e storiografica: E.
Bellone, Storia della fisica, cit., pp. 155-179, pp. 197-216; Id., Le leggi della Ter-
modinamica da Boyle a Boltzmann, cit., pp. 101-189, pp. 217-245; Id., I nomi del
Tempo, cit., pp. 135-208.

247
rico-dinamiche nello studio della conformazione terrestre. Non
sorprende pertanto che le questioni geostoriche fossero divenute,
in breve, tema di discussione fisica e chimica, oltre che geologica,
acquisendo cos un inevitabile carattere interdisciplinare.
Nellampio e complesso panorama brevemente presentato, le
sperimentazioni compiute da Davy sullelettrolisi dei metalli al-
calini e alcalino-terrosi, isolati antecedentemente col medesimo
procedimento, suggerirono, per lappunto, lidea che le eruzioni
vulcaniche fossero generate da reazioni esotermiche di ossido-
riduzione di depositi di potassio, sodio, calcio e magnesio, inclusi
negli strati superficiali della crosta terrestre e reagenti con aria e
soluzioni acquose circolanti nei focolai magmatici16. Le nume-
rose prove sperimentali ed osservative effettuate tra il 1806 e il
1811, convinsero lo scienziato britannico a ritenere il calore un
movimento indotto dalla vibrazione di corpuscoli, anzich una
sostanza; ipotesi che tent di confermare intraprendendo alcune
escursioni, talora in compagnia di Michael Faraday (1791-1867)
suo assistente, sui versanti del Vesuvio tra il 1813 e il 1820. Tali sue
osservazioni lo spinsero a pubblicare uno scritto dal titolo On the
Phenomena of Volcanoes, letto al cospetto dei membri della Royal
Society nel 1828, in cui riassumeva gli asserti principali dellidea
secondo la quale il vulcanismo sarebbe dipeso da combustioni
chimiche. Tuttavia, le esplorazioni condotte nelle province vul-
caniche della penisola italiana, lo portarono progressivamente
a dubitare della piena validit del modello esotermico. Non ca-
sualmente, le aspre critiche di Gustav Bischof (1792-1870) e Gay-
Lussac, che allopposto stimava il magma generato dalle violente
frizioni prodotte dagli spostamenti di masse solide al di sotto della
superficie terrestre17, persuasero il chimico britannico a ritrattare le
16
Davy aveva, di fatto, osservato che dallelettrolisi reazione di ossido-
riduzione generata dal passaggio di corrente elettrica tra due elettrodi immersi
in una soluzione elettrolitica del potassio e del sodio si sprigionavano notevoli
quantit di calore.
17
A tal proposito: L. J. Gay-Lussac, Rflexions sur les Volcans, in Annales de
chimie et de physique, 1823, pp. 415-429; G. Bischof, On the Natural History of
Volcanoes and Earthquakes, in The Edinburgh New Philosophical Journal, 26,
1839, pp. 25-81, pp. 347-386.

248
precedenti supposizioni, orientandolo nuovamente verso lo stere-
otipo del fuoco centrale18.
Simile argomento, di concerto con le questioni relative al calore
sotterraneo, era stato riportato al centro delle attenzioni scientifi-
che dalla pubblicazione, nel 1825, del lavoro di Poulett Scrope:
Considerations on volcanoes19. Qui, si proponeva lipotesi che nel
deposito magmatico, incluso in vere e proprie vescicole in regio-
ni sottostanti alla superficie terrestre, vi fossero disciolte specifiche
quantit di gas e acqua. Pertanto, qualora la pressione delle for-
mazioni rocciose superiori al focolaio vulcanico fosse diminuita, a
causa di eventuali movimenti crostali, il rilascio delle masse gas-
sose e la trasformazione dellacqua in vapore avrebbe provocato
uneruzione. Aggiungeva, per di pi, che da uno stesso vulcano
avrebbero potuto fuoriuscire lave di composizione differente, al-
lorch le trasformazioni chimiche avessero modificato la natura
mineralogica del fuso incluso nel serbatoio ipogeo. Quanto alla
fluidit stessa del magma, Scrope ne dimostrava la sola dipenden-
za dagli elementi chimico-mineralogici, dalla percentuale di gas in
esso contenuti e dalla temperatura. Respingendo, infine, la teoria
dei crateri di elevazione e lidea di un nucleo terrestre fluido,
adottava lopinione secondo la quale il magma fosse stato origi-
nato dalla fusione delle masse rocciose subcrostali, indotta dalla
propagazione del calorico dalle regioni pi interne della Terra
verso quelle pi superficiali. Il fuso cos generato si sarebbe di
poi raccolto e depositato in veri e propri serbatoi magmatici. Ben-
ch vi fossero, quindi, evidenti affinit con la precedente teoria
del calorico, il geologo britannico reputava invero la materia del
calore un fluido elastico, manifestando di conseguenza unaperta
inclinazione verso quelle indagini sperimentali compiute, pochi
anni prima, sul fenomeno della conduzione termica da Joseph
Fourier (1768-1830).
18
H. Sigurdsson, Melting the Earth, cit., pp. 161-167. Tra i pi convinti assertori
del modello chimico proposto da Davy vi fu Andr-Marie Ampre (1775-1836).
19
G. J. Poulett Scrope, Considerations on volcanoes, the probable causes of their
phenomena, the laws which determine their march, the disposition of their products,
and their connexion with the present state and past history of the globe; leading to
the establishment of a new theory of the Earth, W. Phillips, London 1825.

249
Daltronde, lequazione di Fourier si presentava in forma diffe-
renziale, descrivendo perci la variazione di temperatura dei di-
versi punti di un corpo qualunque come cambiamento continuo
e lineare20. Il processo di conduzione termica avrebbe potuto es-
sere interpretato correttamente, solo se fosse stato affrontato in
termini formali (metodo di linearizzazione), anzich meccanici e
probabilistici come assunto da Laplace.
La conseguente diffusione delle analisi fisico-matematiche sui
fenomeni di propagazione termica, indusse pertanto diversi natu-
ralisti, fisici e geologi a ritenere lattuale calore della Terra il resi-
duo dellenorme quantit di energia termo-dinamica sprigionata
durante le prime fasi di costituzione del globo. Una convinzione,
accolta dallo stesso Scrope, che, nella seconda met dellOtto-
cento, avrebbe spinto William Thomson, Lord Kelvin (1824-1907),
a formulare, in concordanza con il secondo principio della ter-
modinamica e la nozione di entropia enunciata da Rudolf Ju-
lius Emanuel Clausius (1822-1888), la tesi della morte termica
dellUniverso21. Unipotesi che avrebbe inoltre osteggiato lidea
di tempo profondo, ripresa da Lyell nei Principles of Geology e
difesa dagli evoluzionisti.
Cos, nei primi decenni del XIX secolo, era andato palesandosi
quel completo rifiuto verso la formulazione di sistemi geologici
che si era, per lappunto, manifestato nellelaborazione di modelli
dinamici e causali della Terra, in termini storici.
Non sorprende perci che lo stesso Lyell, nel desiderio di pre-
disporre una geologia che fosse anche scienza paleoeziolagica22,
si fosse interessato alle opere dei cosiddetti vulcanisti/plutonisti
sette-ottocenteschi. Sembra quindi certo che oltre agli scritti di
Hutton e Raspe, lo scienziato scozzese abbia preso in esame le
20
d/dt = K/CD (d2/dx2 + d2/dy2 + d2/dz2), dove la temperatura
espressa in funzione delle coordinate spaziali x, y, z e del tempo t, mentre le
costanti K, C, D indicano rispettivamente: la conducibilit termica, il calore speci-
fico e la densit del corpo. Cfr. E. Bellone, Storia della fisica, cit., pag. 143-144.
21
Su questi temi: E. Bellone, Le leggi della termodinamica da Boyle a Boltz-
mann, cit., pp. 26-29; pp. 193-214; M. Ageno, Le origini dellirreversibilit, cit.,
1992; E. Bellone, I nomi del Tempo, cit., pp. 162-180.
22
L. Ciancio, Autopsie della Terra, cit., pag. 165.

250
opere di Arduino, Fortis e Breislak, ritrovandovi indubbiamente
una concezione geostorica uniformista, che svilupper ed am-
plier in una immagine ciclica e stazionaria dei cambiamenti terre-
stri23, rifiutando al contempo il carattere improvviso e catastrofico
dei crateri di elevazione. dunque probabile che abbia colto ne-
gli scritti vulcanisti del diciottesimo e del diciannovesimo secolo
ottime esemplificazioni di una scienza empirica causale e, nello
stesso tempo, gi pienamente storica.
Di fronte, infatti, agli edifici e alle formazioni vulcaniche del-
la penisola italiana (Vesuvio, Ischia, Etna), Lyell non vi riscontr
alcuna deformazione litosferica indotta da spinte ipogee di mas-
se incandescenti, ma vi riconobbe innalzamenti provocati dalla
continua e successiva deposizione di materiale lavico e piroclasti-
co24. Il sollevamento dellEtna, fenomeno nei confronti del quale
riprendeva i precedenti studi di alcuni naturalisti siciliani, tra i
quali Giuseppe Recupero (1720-1778)25, labate Francesco Ferra-
ra (1767-1850)26 e i fratelli Gemmellaro
Gemellaro (Mario, 1773-1839 e Carlo,
1787-1866), autori questultimi di una sorprendente carta vulcano-
logica delledificio etneo (1824), non sarebbe stato violento ed im-
provviso, bens graduale. Lyell, daltronde, nel primo volume dei
Principles of Geology criticava in modo approfondito ed articolato
le tesi di de Beaumont; inoltre, bench individuasse nellorigine
delle Alpi un processo di elevazione, ne negava in modo categori-
co qualsiasi relazione con lesistenza di crateri vulcanici, rigettan-
do cos le ipotesi di von Buch27. Posizione che avrebbe ripreso,
negli anni 50 del XIX secolo, durante lesplorazione delle isole
23
Lyell riteneva la storia della Terra priva di qualsiasi vettore di progresso.
24
Cfr. M. J. S. Rudwick, Lyell on Etna, and the Antiquity of the Earth, in Toward
a History of Geology, cit., pp. 288-304.
25
G. Recupero, Storia naturale e generale dellEtna, dalla Stamperia della Re-
gia Universit degli Studi, Catania 1815.
26
F. Ferrara, Storia generale dellEtna che comprende la descrizione di questa
montagna, la storia delle sue eruzioni e dei suoi fenomeni..., F. Pastore, Catania
1793. Anche: Id., Descrizione dellEtna con la storia delle eruzioni..., Presso Lo-
renzo Dato, Palermo 1818.
27
Cfr. G. Chiesura, Charles Darwin geologo, cit., pp. 26-29. Sulle critiche di
Lyell alla teoria dei crateri di elevazione: D. R. Dean, Graham Island, Charles
Lyell, and the Craters of Elevation Controversy, in Isis, 71, 4, 1980, pp. 571-588.

251
Canarie dove, osservando le caldere di Gran Canaria e La Palma,
ne affermer la formazione per sprofondamento ed erosione, an-
zich innalzamento.
Le numerose esplorazioni geo-naturalistiche che, nei decenni
compresi tra la fine del Settecento e la prima met dellOttocen-
to, interessarono gradualmente i versanti di vulcani e montagne,
favorirono pertanto lelaborazione di vere e proprie teorie stazio-
narie del globo che, sebbene avessero riconosciuto nel meccani-
cismo le basi del cambiamento naturale, tuttavia non negavano
leventualit di una progressione fenomenica contrassegnata da
uno sviluppo imprevedibile e discontinuo, privo di qualsiasi fina-
lit teleologica.
Non pertanto azzardato affermare che, nella prima met del
diciannovesimo secolo, le scienze geologiche, di concerto con
lindagine biologica e chimico-fisica, distinsero gradualmente nel-
la Terra, non solo un sistema termodinamico, ma un organi-
smo complesso, composto da singole parti interdipendenti le une
con le altre, ognuna delle quali, svolgendo una propria funzione,
avrebbe retto la progressione dellapparato generale. Le trame del-
la storia della Natura si sarebbero pertanto svolte nelle condizioni
di un equilibrio precario tra ordine e disordine, uniformit globale
e diversit locale, caso e necessit.
Nelle indagini scientifiche sette-ottocentesche, venne definen-
dosi dunque un inventabile legame tra storia locale dei singoli
contesti ambientali e storia naturale del globo, che determin una
significativa revisione dellidea settecentesca di macchina della
Terra, considerandone i caratteri di discontinuit e contingenza.
Una ristrutturazione teoretica che, al contrario di quanto talvolta
suggerito da sommarie analisi storico-scientifiche basate sul solo
impiego delle categorie, spesso fuorvianti, dellepistemologia no-
vecentesca, non fu assolutamente rivoluzionaria.
Fu, infatti, lesito di una piena e matura compenetrazione di
linguaggi e metodologie scientifiche afferenti ad ambiti disciplinari
diversi e, soprattutto, di quella, ancora troppo spesso trascurata,
storia delle tecniche che, oltre ad essere di rilievo nel definire la
compagine socio-economica dellEuropa di Sette e Ottocento, fu
talora linevitabile fondamento della scienza sperimentale.

252
Cos, le scienze della Terra pur acquisendo, tra il XVIII e il
XIX secolo, lo statuto di disciplina autonoma, si differenziarono in
settori di indagine dalle peculiarit squisitamente interdisciplinari;
si pensi, ad esempio, alla gi citata petrologia o alla vulcanologia
stessa, dove la necessit di determinare i parametri di formazione
delle rocce dipendeva, altres, dallapprendimento di nozioni pro-
venienti dalla chimica e dalla nuova scienza termodinamica.
Lesigenza, dunque, di chiarire quali fenomeni geofisici fossero
stati responsabili dellorigine delle strutture rinvenute sui rilievi di
massicci montuosi e sui versanti modellati dalla solidificazione di
lave eruttate da vulcani attivi o estinti, defin uninterpretazione
storico-evolutiva della Terra, risposta di continue revisioni e adat-
tamenti teorici, non certo di radicali cambiamenti nelle modalit
di percepire la natura circostante. I viaggi naturalistici di Breislak,
Brocchi, Pencati, Maraschini, von Buch, Humboldt, de Beaumont
e molti altri geologi che nel primo quarto dellOttocento si inter-
rogarono a proposito delle relazioni intercorrenti tra orogenesi e
vulcanismo, risentirono indubbiamente del carattere ormai inter-
disciplinare dellindagine geologica, sulla base del quale vennero
ad essere quei modelli geodinamici che avrebbero condotto, nella
seconda met del secolo, alla piena e consapevole formulazione
di una tettonica globale.
Nel definire pertanto un esteso profilo di sintesi delle indagini e
dei protagonisti che, oltre a favorire una pi ampia comprensio-
ne dei fenomeni endogeni della Terra (vulcanesimo, sismogenesi,
metamorfismo, orogenesi), furono altres responsabili del movi-
mento di progressiva scoperta della catena alpina, ritengo siano
ormai chiare alcune considerazioni di base afferenti a problemati-
che tanto di carattere storico quanto geografico, settori disciplinari
strettamente interdipendenti.
A proposito delle questioni riguardanti la demarcazione e ri-
partizione delle territorialit alpine, si denota innanzitutto come
la storia delle Alpi, intendendovi non solo quella ambientale, ma
anche quella etnografica e conoscitiva, abbia spesso trasceso i
confini geopolitici, facendo cos di tale catena montuosa, soprat-
tutto dalla seconda met del Settecento, il pi esteso laboratorio
geo-naturalistico europeo; in relazione al quale si and elaboran-

253
do una teoria della Terra in termini storici ed evolutivi. In secondo
luogo, lapproccio storiografico proprio dellindagine geostorica/
ecostorica rende evidenti i limiti della, gi citata, Suddivisione
Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino (SOIUSA).
Non solo le Alpi Centrali sono andate progressivamente distin-
guendosi dalle limitrofe Alpi Occidentali ed Orientali durante la
loro storia ambientale e culturale, bens in esse le ricerche geo-
naturalistiche, di fine 700 e inizio 800, riconobbero endemiche
peculiarit litologiche, strutturali, morfologiche e botaniche. Se ne
ravvisa, dunque, un ruolo tuttaltro che marginale nello sviluppo
storico delle scienze naturali. Ci contribuisce a renderne evidente
la natura di topos distinto e definito. Nel ripercorrere la storia delle
scienze della Terra sette-ottocentesche, non pertanto possibile
prescindere dallimportanza che le Alpi Centrali, e pi specifica-
mente lombarde (Orobie e rilievi prealpini), ebbero nella piena
maturazione epistemica della Geologia.
Cos la fascia prealpino lombarda, oltre ad essere meta di nu-
merosi viaggi naturalistici ed oggetto di ricerche sistematiche in
differenti settori del sapere tecnico e scientifico (selvicoltura, sfrut-
tamento delle risorse naturali, zoologia, botanica, geologia ecc.),
ebbe un ruolo di primissimo piano in quella storicizzazione della
natura che and attuandosi tra diciottesimo e diciannovesimo se-
colo; contribu, infatti, nel rendere pi chiare quelle problemati-
che intimamente connesse con la storia delle Alpi e della Terra
(vulcanogenesi, orogenesi, metamorfismo, plutonismo).
Linteresse manifestato inoltre per le formazioni geologiche
qui affioranti da diversi naturalisti, alcuni dei quali di fama inter-
nazionale, come: Dolomieu, Brocchi, von Buch, de Beaumont,
concorse nellaccrescere il valore e limportanza geo-litologica,
soprattutto, delle valli prealpino lombarde comprese tra il lago
Maggiore e quello di Lugano, non a caso definite ancora sul finire
dellOttocento: paradiso dei geologi28. Non dunque azzardato
considerare il settore occidentale delle Prealpi Lombarde regione
ambientale di rilievo nello sviluppo delle scienze della Terra set-
28
A. Stoppani, Corso di Geologia, Tip. Bernardoni di C. Rebeschini & C., Mila-
no 1900-1904, 3 vv., vol. III, pag. 223 (Ia edizione 1871-1873).

254
te-ottocentesche, al pari delle pi note: Auvergne, Vivarais, Giants
Causeway, Trentino, Dolomiti e Colli Euganei.
Daltronde, non si trascuri, che tanto Marzari Pencati quanto
Breislak sottolinearono le somiglianze intercorrenti tra la confor-
mazione geologica del Tirolo meridionale e quella della Lombar-
dia nord-occidentale. Questultima, cos come le valli di Fassa e
Fiemme, avrebbe potuto essere quindi indicativa dello sviluppo
geostorico delle Alpi, garantendo al contempo una ricostruzione,
in chiave locale, della storia della Terra.
Per ci che concerne le questioni pi prettamente storico-
scientifiche, nel corso del diciottesimo secolo, lillustrata neces-
sit di una gestione consapevole e razionale del territorio e delle
sue risorse determin il venire ad essere di studi geo-naturalistici
che, articolandosi in differenti tipologie di viaggio scientifico e ab-
bandonando al contempo le cosmogonie del secolo precedente,
favorirono lemergere di un nuovo e fecondo legame tra scienza
ed ambiente. Una relazione che, sebbene indotta dalle necessit
di sfruttamento economico e controllo del territorio (riapertura
di alcuni scavi minerari, ricupero degli incolti, regimazione delle
risorse idriche ecc.) orientate al pubblico bene, si tradusse tutta-
via in una serie di interventi conservativi, di opere cartografiche e
di indagini squisitamente scientifiche sulle propriet pedologiche,
vegetali, faunistiche e geologiche di specifiche aree geografiche.
Veniva cos delineandosi una vera e propria ricostruzione storica
della natura: una storia di rocce e minerali, una storia di fiumi
e montagne, una storia di piante ed animali. Andavano, in que-
sto modo, definendosi le premesse per quella piena storicizzazio-
ne dei fenomeni naturali, in chiave locale, che condurr ad una
sensibile revisione dellidea di macchina della Terra. La struttura
generale del pianeta avrebbe potuto essere perci dedotta dalle
molteplici e circoscritte geodiversit che, interdipendenti le une
con le altre, ne avrebbero retto lo svolgimento complessivo.
Il graduale imporsi della geologia regionale indusse, altres,
ad approfondire quali processi endogeni, chimici e geofisici fosse-
ro responsabili del magmatismo terrestre; daltra parte, come mo-
strato, le conoscenze riguardanti vulcani attivi ed estinti o manife-
stazioni pseudovulcaniche avevano rivelato uno scarso sviluppo

255
teorico rispetto alla vulcanologia rinascimentale. La conseguente
crescita delle ricerche geo-vulcanologiche, sulla scia dei viaggi
desplorazione scientifica, condusse dunque a problematizzare la
dimensione storica delle eruzioni vulcaniche e, pi in generale,
di terremoti, alluvioni ecc., ravvisandone non solo una funzione
distruttiva e catastrofica, ma anche un ruolo di rilievo nel processo
di palingenesi dinamica del globo.
Tali manifestazioni geofisiche sarebbero state quindi eventi
ricorrenti nellandamento evolutivo terrestre. Ci, come gi am-
piamente sottolineato nel corso della presente trattazione, fece
del catastrofismo un modello interpretativo piuttosto diffuso,
indispensabile nel definire le discontinuit litostratigrafiche e le
geo-differenze (geodiversit) intercorrenti tra contesti geognostici
spazialmente circoscritti.
Di conseguenza, nelle numerose revisioni e posizioni di com-
promesso, che contraddistinsero le idee geo-vulcanologiche sette-
ottocentesche, venne meno quellantitesi dicotomica tra fuoco ed
acqua, alla quale, talora, alcune indagini storiche, in modo troppo
schematico, hanno ridotto la contrapposizione tra vulcanismo e
nettunismo. Nel primo quarto del diciannovesimo secolo, si con-
fermarono dunque alcune riflessioni gi emerse in seno alla geolo-
gia veneta di secondo Settecento: nel corso della storia della Terra
si sarebbe verificata unalternanza e una compenetrazione continua
tra acqua e fuoco, ossia tra fenomeni magmatici e sedimentari.
Non si trascuri, inoltre, che il crescente interesse verso le analisi
biostratigrafiche, oltre a rendere evidenti i limiti insiti nello sche-
ma litogenetico werneriano, aveva conferito maggiore credibilit
a quei presupposti in relazione ai quali era andata articolandosi
unindagine geognostica sempre pi circoscritta e circostanziata.
Lincapacit di definire una sintesi stratigrafica complessiva, aveva
spinto dunque a dubitare della possibilit di formulare una teoria
generale della Terra valida per qualsiasi contesto geologico. Una
difficolt che, nella prima met del diciannovesimo secolo, pot
essere superata solamente attraverso una revisione delle modalit
di percepire la Storia della Natura, resa possibile dalla progressiva
compartecipazione di linguaggi e metodologie di indagine scien-
tifica differenti.

256
La Terra si sarebbe pertanto comportata come un organismo:
ununica e ininterrotta progressione dinamica, capace di autore-
golarsi mediante procedimenti di equilibrio che, talora limitati a
specifici contesti geologici e biologici, ne avrebbero determinato
uno svolgimento graduale ed uniforme, punteggiato tuttavia da
fenomeni e cambiamenti, pi o meno locali, rapidi ed improvvisi.
Si svelava cos un sistema stazionario, contraddistinto da continue
fluttuazioni dinamiche tra uniformit globale e diversit locale.

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in posto tra il lago dOrta e il lago di Lugano e nei loro dintor-
ni, del celeberrimo Barone Leopoldo de Buch, col consenso di
Lui, ricorretta sui luoghi stessi. Notizia comunicata dal dottor
Claro-Giuseppe Malacarne a S. M. p., Milano, Imperial Regia
Stamperia, 1829
Maraschini P., Osservazioni geognostiche sopra alcune localit del
Vicentino, Biblioteca Italiana, 7, tomo XXVI, 1822, pp. 379-
396, e tomo XXVII, pp. 77-89
Maraschini P., Dei filoni pirossenici del Vicentino, Biblioteca Italia-
na, 8, tomo XXXI, 1823, pp. 210-224
Maraschini P., Osservazioni sulle rocce pirigene della Valle di Fiem-
me dei Signori Bertrand-Geslin, Trettenero e Maraschini; espo-
ste in una lettera di... al signor S. Breislak, I. R. dei nitri e delle
polveri, Biblioteca Italiana, 8, tomo XXXII, 1823, pp. 351-365
Marzari Pencati G., Corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria
dOccidente divisa in sei sezioni, di cui la principale, cio quel-
la che diede motivo allopera contiene la orittografia del monte
Coiron situato nella dianzi Provincia Vivarese ora Dipartimen-
to dellArdeche, Vicenza, Tipografia Paroni, 1806
Marzari Pencati G., Squarcio di lettera del signor conte Marzari al
signor Brocchi, intorno alla matrice dei giacinti di Lonedo nel
Vicentino nuovamente discoperta, Biblioteca Italiana, 2, tomo
VII, 1817, pp. 347-348
Marzari Pencati G., Squarcio di lettera del signor conte Marzari al
signor Brocchi, intorno ad alcune osservazioni mineralogiche
fatte ne colli Vicentini, Biblioteca Italiana, 2, tomo VIII, 1817,
pag. 552
Marzari Pencati G., Squarcio di lettera scritta dal signor Marzari al

280
signor Brocchi, intorno ai giacinti di Lonedo, Biblioteca Italia-
na, 3, tomo IX, 1818, pag. 104
Marzari Pencati G., Cenni geologici e litologici sulle provincie Vene-
te e sul Tirolo, Vicenza, Parise, 1819
Marzari Pencati G., Notizia sopra un granito in massa sovrapposto
al fiume Avisio in giacimento discordante, al calcare seconda-
rio; cio adagiato in sovrapposizione immediata entro le grandi
valli dallerosion lenta in esso calcare escavate; ed intorno i pas-
saggi mediati od immediati, di questo granito allamigadaloide
agatifera, al basalto, alla dolerite, al porfido euritico, al serpenti-
no, e ad un neurite porfiroide supposto affine alla trachite nera,
Supplementi al Nuovo Osservatore Veneziano, n. 118 (30 set-
tembre), n. 127 (21 ottobre), 1820, pp. 1-6 e pp. 21-29
Moro A. L., D crostacei e degli altri marini corpi che si truovano
su monti, Libri due, Venezia, presso Stefano Monti, 1740
Moscati P., Delle corporee differenze essenziali che passano fra la
struttura de bruti, e la umana. Discorso accademico, Milano,
Galeazzi, 1770
Pennant T., A Tour in Scotland, and Voyage to the Hebrides; MDC-
CLXXII, Chester, Printed by John Monk, 1774
Phillips J. (edited by), Memoirs of William Smith, L. L. D., author of
the map of the strata of the England and Wales, London, John
Murray, 1844
Pini E., Introduzione alla Storia Naturale, Milano, Marelli, 1773
Pini E., Della torba e del Carbon Fossile, Milano, Galeazzi, 1775
Pini E., Memoria contenente il piano della descrizione fisico-mine-
ralogica della Lombardia Austriaca, e dellopera da pubblicarsi
col titolo stesso, 1776 1778, Asm, Autografi, busta 180, 1778
Pini E., Relazione del viaggio mineralogico fatto nellanno 1779 in
diverse parti della Lombardia Austriaca, Asm, Commercio parte
antica, busta 203, 1779
Pini E., Memoria mineralogica sulla montagna e sui contorni del
S. Gottardo, Milano, Marelli, 1783
Pini E., Della maniera di preparare la torba e di usarla a fuoco pi
vantaggioso dellordinario, Milano, Marelli, 1785
Pini E., Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca e di al-
tre parti dellItalia. Memoria nella quale trattasi anche di un vul-
cano supposto nella Lombardia medesima, Milano, Marelli, 1790

281
Pini E., Saggio di una nuova teoria della Terra, OS, XIII, 1790, pp.
361-390
Pini E., Addizioni al saggio di una nuova teoria della Terra, in ri-
sposta allesame fattone dal Sig. De Luc, OS, XV, 1792, pp. 3-52
Pini E., Opuscoli inseriti nelle Memorie della Societ Italiana, uno
de quali contiene Osservazioni sulla nuova Teoria e Nomencla-
tura Chimica come inammissibile in Mineralogia; e nellaltro si
stabilisce Una generale, straordinaria, e breve inondazione del
globo terrestre, come unica cagione delle rivoluzioni, che per
lazione delle acque vintervennero da che fu abitato, Milano
1792 (estratto), editi sulle Memorie di Matematica e Fisica della
Societ Italiana
Pini E., Sulle rivoluzioni del globo terrestre provenienti dallazione
delle acque, OS, XVI, 1793, pp. 17-60, pp. 83-129
Pini E., Sui sistemi geologici. Riflessioni analitiche, Milano, Pirotta,
1811
Playfair J., Illustrations of the Huttonian Theory of the Earth, Edin-
burgh, William Creech,1802
Raspe E. R., A letter from Mr. R. E. Raspe, F. R. S. To M. Maty, M.
D. Sec. R. S. Containing a short Account of some Basalt Hills in
Hassia, Philosophical Transactions of the Royal Society, 61,
1771, pp. 580-583
Robilant S. B. Nicolis de, Essai gographique suivi dune topogra-
phie souterraine, minralogique, et dune docimasie des Etats
de S. M. en terre ferme, Mmoires de lAcadmie des Sciences
de Turin, I, tome I, Imprimeur libraire de lAcadmie, 1784,
pp. 191-304
Rosa V., Sul Diluvio Universale. Riflessioni, OS, XVII, 1794, pp.
246-252
Rovida C., Elogio di Ermenegildo Pini, Milano, Truffi, 1832
Saussure de H. B., Voyages dans les Alpes, Neuchtel-Genve, Im-
primeur et Libraire du Roi, 1779-1796, voll. 4
Saussure de H. B., Viaggio intorno al Monte Rosa, Anzola dOssola,
Fondazione Enrico Monti, 1989
Saussure de H. B., Viaggi nelle Alpi. Passo del Gries e Monte Rosa,
Anzola dOssola, Fondazione Enrico Monti, 2000
Scrope Poulett G. J., Considerations on volcanoes, the probable caus-

282
es of their phenomena, the laws which determine their march,
the disposition of their products, and their connexion with the
present state and past history of the globe; leading to the establish-
ment of a new theory of the Earth, London, W. Phillips, 1825
Senebier G., Riflessioni generali sopra i vulcani. Per servir dintro-
duzione ai viaggi vulcanici del Sig. AB. Spallanzani, OS, XVIII,
1795, pp. 112-135
Serao F., Istoria dellincendio del Vesuvio accaduto nel mese di
maggio dellanno 1737, Napoli, Novello de Bonis, 1738
Sorrentino I. N., Istoria del monte Vesuvio, Divisata in 2 libri, Na-
poli, Giuseppe Severini, 1734
Spallanzani L., Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dellAppen-
nino, Pavia, Comini, 1792-1797, voll. 6
Spallanzani L., Viaggio sulle Alpi Lombarde e sui Grigioni, in Le ope-
re di L. S. pubblicate sotto gli alti auspici della Reale Accademia
dItalia, Milano, Hoepli, parte Ia, vol. IV, 1932-1938
Strange J., An Account of two Giants Causeways, or Groups of pris-
matic basaltine Columns, and other curious concretions, in the
Venetian State in Italy: with some Remarks on the Characters
of these similar Bodies, and on the physical Geography of the
Countries in which they are found, Philosophical Transactions
of the Royal Society, 65, 1775, pp. 3-47
Strange J., An account of a curious Giants Causeway, or a Group
of angular Columns, newly discovered in the Euganean Hills,
near Padua, in Italy. In a Letter from John Strange, Esq. F. R. S.
to Sir John Pringle, Bart. P. R. S., Philosophical Transactions of
the Royal Society, 65, 1775, pp. 418-424
Strange J., D monti colonnari e daltri fenomeni vulcanici dello
Stato Veneto, OS, I, 1778, pp. 145-177
Targioni Tozzetti G., Prodromo della Corografia e della Topografia
fisica della Toscana, Firenze, Nella Stamperia Imperiale, 1754
Targioni Tozzetti G., Relazioni dalcuni viaggi fatti in diverse parti
della Toscana, Firenze, Nella Stamperia Imperiale, 1751-1754,
voll. 6 (IIa edizione accresciuta: Firenze, Cambiagi, 1768-1779,
voll. 12)
Targioni Tozzetti G., Dei monti ignivomi della Toscana e del Vesu-
vio, in Dei vulcani e monti ignivomi pi noti, e distintamente

283
del Vesuvio. Osservazioni fisiche e notizie istoriche di Uomini
insigni di varj tempi, raccolte con diligenza, Livorno, Calderoni
e Faina, 1779, pp. VII-LIX, vol. I.
Vallisneri A., D corpi marini che su monti si trovano, Venezia,
Domenico Lovisa, 1721
Vandelli D., Saggio distoria naturale del Lago di Como, della Val-
sassina e altri luoghi lombardi (1763), Milano, Jaca Book, 1989
Werner A. G., Short classification and description of the various
rocks, by A. M. Ospovat, New York, Hafner, 1971

Fonti di archivio
Asm, Commercio parte moderna, b. 203
Asm, Commercio p.m., b. 202
Asm, Progetto di regolamento minerario, F. R. Odmark, ms., Com-
mercio parte antica, b. 205
Asm, Commercio p.a., b. 205, Pini a Firmian, s.d. ms. 1779
Asm, Memoria di Ermenegildo Pini sulle miniere di ferro e sui
boschi, ms., Commercio p.a., b. 203
Asm, Relazione di un viaggio fatto nella Valsassina e sopra li
monti del Lago di Como, a ordine di Sua Eccellenza il sig.
Conte di Firmian, ministro plenipotenziario della Lombar-
dia Austriaca, P. Sangiorgio (relazione del 26 gennaio 1771),
Commercio p.a., b. 203
Asm, Autografi uomini celebri, b. 13, Giovanni Antonio Scopoli,
Scopoli a Firmian, 7 maggio 1780
Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, Relazione del viaggio
mineralogico in alcune parti della Lombardia austriaca
nellanno 1781, Ermenegildo Pini, ms., AF. X. 42

Manoscritti Fondo Amoretti, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere


(Milano)
Si segue lordine di regesto
Corrispondenza del Sig. Abate Fortis. Lettere autografe, titolo
XXVIII, foglio 2, in fascicoli 10. Anni: 1794-1803
Cartella: Geologia, Miniere e fossili
Fortis = Storia Naturale geologica dei territori di Brescia, Verona,
Vicenza e di tutta Italia, f. 2

284
Annotazioni al primo volume della Storia Naturale del sig. conte
di Buffon, f. 9
Lezione Orittologica, f. 10
Memoria sopra il trap di monte Simmolo presso Intra al lago Mag-
giore e sopra quel Vulcano, f. 13
Transunto duna memoria del Sig. A. G. Werner sul trappo della
Svezia, f. 14
Memoria sui basalti dAuvergne, f. 15
Osservazioni attinenti a gruppi Basaltini di Segaizzo, Altissimo e
Vestena-Nuova del Festari, 1776, f. 16
Lettera del Sig. abate Alberto Fortis al Sig. Dott. Collini sulla pro-
babilit della trasformazione locale dellargilla marina in lava
vulcanica, f. 19
Lettera del sig. abate Alberto Fortis sui vulcani del vicentino. Anno
1777 e memoria sui monti colonnari, f. 20
Vulcano di Granatola nellalto milanese = Lettera del Sig. Bellevue
e ragguaglio della letteraria questione tra il prof. Pini e il Sig.
Fleurian di Bellevue intorno a quel vulcano, f. 21
Due lettere del Sig. Festari sulla materia calcarea e vulcanica pres-
so Valdagno, anno 1795, f. 22
Relazione sui monti colonnari del Sig. Abate Fortis, f. 24
Descrizione di Cuvier duno scheletro fossile di Megatherium, f. 31
Lettera dellabate Alberto Fortis al sig. abate Testa sui pesci ischelet-
triti dei monti di Bolca, f. 32
Cartella: Arti e Industria
Esperienza sopra una fornace di pietre calcarie ridotte a calcina-
zione col fuoco di pura terra di torba, f. 23
Cartella: Viaggi Letterario Scientifici
Viaggio orittografico per i monti vicentini e sulle Alpi veronesi del
Sig. dott. Girolamo Festari, f. 2
Viaggio alle Alpi tanto per ricerca di filoni torbosi oppur metallici
col mezzo elettrometrico, quanto per altre osservazioni scienti-
fiche e geologiche, f. 3

285
Indice dei nomi

Acerbi, Giuseppe, 189n. Amoroso, Angela, 49


Adige, 44 Ampre, Andr-Marie, 249n.
Alto (Trentino), 47, 183, 219 Anassagora, 16
Valle, 96, 219, 222 Ande, 18, 39, 40, 179n., 185, 241,
Akrotiri, 7 245, 246
Aldrovandi, Ulisse, 242 Antartide, 21, 34, 35n.
Alpi, 18, 20, 25, 25n., 26n., 27n., Appennini (Appennino), 18, 39,
28-30, 39, 42, 43, 43n., 44, 46, 40n., 68, 102, 110, 141n., 185,
53, 60, 74, 97, 117, 134n., 143, 241
150, 152, 163, 167, 170, 220, Tosco-Emiliano, 62-63, 121
222, 223, 241, 251, 253, 255 Aquila, Benvenuto, 87
Carniche, 43 Araguaia, 183
Centrali, 26-28, 31, 47, 132, Arduino, Giovanni, 45, 52, 56,
137n., 140, 148, 254 57, 63, 64, 64n., 74n., 75, 76,
Giulie, 43 89, 95-99, 101, 102, 104n.,
Lepontine, 137 123n., 154, 164, 251
Occidentali, 26, 26n., 254 Arena, Giacinto, 87
Orientali, 26, 26n., 31, 96, 140, Arese, Vitaliano Borromeo, 227,
153n., 220, 221, 221n., 254 234
Orobie, 137, 254 Aristotele, 15, 16, 87, 87n.
Retiche, 137 Asama (Monte/vulcano), 12
Scandinave, 220 Asquino, Fabio, 51
Alpone (valle), 96 Assia, 18, 94, 139
Amiata (Monte), 102 Atene, 5, 6
Amoretti, Carlo, 16, 19, 38, 52- Atlantide, 5-8, 16, 17, 208, 209
53n., 58, 65-66, 68, 88n., 98, Auvergne, 18, 74, 90, 92-94, 100,
119, 119n., 153, 153n., 155n., 139, 152, 185, 224, 232n.,
159-166, 167n., 211 238, 255

287
Avisio, 44, 224-226 Bougainville, Louis Antoine de,
Avogadro, Amedeo, 213n. 36n.
Azzorre, 209 Boyle, Robert, 15, 87, 105, 105n.
Baldo (Monte), 45n., 222-224 Braudel, Fernand, 125
Balmat, Jacques, 47n. Breislak, Scipione, 16, 58, 89,
Banks, Joseph, 94 109, 160n., 184n., 189, 189n.,
Barbieri, Lodovico, 173 190-218, 221, 224, 227, 228,
Beaumont, Lonce lie de, 234, 228n., 230n., 232, 235, 242,
237, 238, 246, 251, 253, 254 251, 253, 255
Becchetti, Filippo Angelico, 173 Brembana (Val), 139
Bellone, Enrico, 191n., 246n., Bressanone, 219
247n. Brianta, Donata, 112n.
Bergman, Torbern Olof, 56, 64, Briffaud, Serge, 45
64n., 113, 113n., 114, 114n., Brocchi, Giambattista, 16, 19,
116, 116n. 52-53n., 58, 59n., 120, 121n.,
Berici (Monti), 44, 96, 224 166n., 214n., 215-218, 218n.,
Berthollet, Claude-Louis, 134, 222, 223, 225n., 253, 254
192 Brochant, Andr Jean Marie de
Bertrand-Geslin, Charles, 232 Villiers, 230, 232
Beudant, Franois Sulpice, 235 Brongniart, Alexandre, 74n., 188,
Bianco (Monte), 31, 43, 47n. 188n., 189n., 227
Biringuccio, Vannuccio, 86, 105n. Bruguire, Jean-Guillaume, 188
Bischof, Gustav, 248 Buch, Leopold von, 109, 151n.,
Black, Joseph, 64n., 132, 132n., 179n., 219, 220, 220n., 221n.,
194 222, 230, 230n., 232, 232n.,
Bloch, Marc, 125 233, 233n., 234, 236, 238,
Blumenbach, Johann Friedrich, 245, 251, 253, 254
73n., 166n., 210n. Buckland, William, 18, 73n., 238,
Boito, Arrigo, 14 238n.
Bolca, 68, 101 Buffon, Georges-Louis Leclerc
Bolzano, 43, 183 de, 61n., 65n., 67, 67n., 70,
Bonnet, Charles, 52, 71n. 103, 103-104n., 179n., 181,
Borelli, Giovanni Alfonso, 15, 185, 190, 199, 207
87, 122n. Burnet, Thomas, 60, 104
Bory de Saint-Vincent, Jean-Bap- Cabanis, Pierre Jean-Georges,
tiste Genevive, 166n., 244 166n., 169
Boscovich, Ruggero, 197n. Cadegliano Viconago, 30n., 161n.

288
Calabria Cordier, Pierre-Louis Antoine,
terremoto calabro-messinese, 82 135, 231n., 245
Caldonazzo, 225 Corniani, Marco Antonio (degli
Calzolari, Francesco, 45n. Algarotti), 52n., 214n.
Camper, Petrus, 180, 180n. Corrao, Alberto, 85n., 88n.
Canarie, 209, 232n., 252 Corsi, Pietro, 40n., 69
Canciani, Gottardo, 49 Corsica, 185
Canzocoli, 226, 230 Cotopaxi, 245
Capo Verde, 209 Cremenaga, 158
Carnot, Sadi, 74n., 107, 247, Creta, 7
247n. Crizia, 5, 8, 208
Carpazi, 18, 39, 241 Cronstedt, Axel Fredrik, 64n.,
Carrera, Antonio, 50 97n., 116
Castelvecchio/Cuco (Monte di), Crosby, Alfred William, 36
154, 154n., 158, 168n. Cunardo, 149, 154, 167, 168n.,
Catullo, Tommaso Antonio, 166n. 236
Cavalese, 222 Cuvier, Georges, 18, 65, 74n.,
Cavendish, Henry, 197n. 189n., 223
Cembra (Val di), 225 dAlembert, Jean-Baptiste Le
Childe, Vere Gordon, 125 Rond, 71n.
Chimborazo, 245 dAncora, Gaetano, 88n.
Ciancio, Luca, 19, 73n., 104n., DArcet, Jean, 131
140n., 167, 175n., 215n., 218, dArezzo, Francesco, 87
219n., 221n., 233n. dOmalius dHalloy, Jean-Bap-
Cicladi, 7 tiste Julien, 58, 188
Cigna, Gian Francesco, 52n. Dalmazia, 39
Cima dAsta, 225 Dalton, John, 199, 213n.
Clapeyron, mile, 247, 247n. Darwin, Charles, 36n., 40n., 71,
Clausius, Rudolf Julius Emanuel, 132n., 246
250 Darwin, Erasmus, 169, 170
Cnosso, 7 Daubenton, Louis, 54
Collini, Cosimo Alessandro, 98, Davy, Humphry, 107, 211, 211n.,
98n., 99 244, 248, 248n.
Como (Lago di) - Lario, 26n., 48, de Bottis, Gaetano, 108
119, 141, 141n. de Filippis, Vincenzo, 85n., 88n.
Conybeare, William Daniel, 73n. De Luc, Guillaume-Antoine, 122
Cook, James, 36n. De Luc, Jean-Andr, 54, 117,

289
117n., 122n., 190, 190n., 197, Engadina, 28
210n., 219 Erebus (Monte), 34
Delamtherie (de La Mthe- Etna, 10, 88, 94, 99, 108, 109,
rie), Jean-Claude, 166n., 195, 120, 120n., 122, 122n., 132,
205n., 207 237, 238, 251
Democrito, 16 Eufrate, 183
della Torre, Giovanni Maria, 109 Euganei (Colli), 44, 51, 96, 123,
Descartes, Ren, 32n., 33n., 81, 123n., 185, 220n., 224, 255
86 Exchaquet, Charles-Franois, 31,
Desmarest, Nicolas, 89, 93, 93n., 31n.
95, 101 Fabiasco, 149, 154, 158, 160,
Desmond Clark, John, 125 167, 236
Deucalione, 7, 16, 17 Faraday, Michael, 248
Leggenda di (Diluvio di), 7n., Fasano, Angelo, 85n., 87
210 Fassa (valle di), 44, 216, 222-225,
Diamond Head, 12 230, 234, 237, 255
Diamond, Jared, 37n. Febvre, Lucien, 125
Diderot, Denis Langres, 67, 71n. Ferber, Johann Jakob, 96, 97n.,
Dinaridi, 43 116
Dolomieu, Dodat de, 31, 33n., Ferrara, Francesco, 251
38, 54, 64n., 74n., 87, 109, Ferrazza, Marco, 141n., 148n.
117, 120, 120n., 122, 132, Ferrera, 158n., 167, 167n., 168n.
153n., 157, 159, 160n., 200, Festari, Girolamo, 47n., 97, 99,
254, 255 154
Dolomiti, 20, 219, 220n., 233, Fiemme (valle di), 44, 222-225,
234 235, 237, 255
Dondi DellOrologio, Antonio Filomarino, Ascanio, 108
Carlo, 123 Firmian, Carlo, 142-144, 147
Dufresnoy, Armand, 237 Flegrei (Campi), 94, 122
Dumont DUrville, Csar, 34, 35 Fleuriau de Bellevue, Louis Ben-
Ebel, Johann Gottfried, 235 jamin, 153, 153n., 154, 158-
Ebridi, 74, 74n., 119 160, 165-167, 197, 236
Egitto, 6, 8 Fortis, Alberto, 19, 33n., 39, 51,
Elba (fiume), 183 51n., 52, 68, 71n., 74n., 85n.,
Elba (isola), 183n. 89, 95, 95n., 98-101, 104n.,
Ellenberger, Franois, 32n. 119, 119n., 154, 166n., 167,
Empedocle, 16 167n., 183n., 189n., 204n.,

290
210n., 215n., 217, 221n., 224, Gimbernat, Carlos de, 221,
251 221n., 222, 222n.
Fourcroy, Antoine-Franois de, Gioeni, Giuseppe, 89, 109
134, 189n., 192, 207 Giordani, Pietro, 189n.
Fourier, Joseph, 107, 238n., 249, Glen Tilt (Grampian Mountains),
250 135
Fracastoro, Girolamo, 45n. Goethe, Johann Wolfgang von,
Franklin, Benjamin, 52, 80 14, 166n., 169, 179n., 186,
Freiberg, 54, 57, 57n., 112, 215, 186n.
215n., 219 Gomorra, 13
Fritscher, Bernhard, 22 Grantola, 149, 154-156, 167, 236
Frumento, Armando, 138n. Vulcano di, 153
Fchsel, Christian, 63n., 113 Greenough, George, 211n.
Galeani Napione, Carlo Antonio, Gresta (Valle di), 45n., 62
47, 57n. Grigioni, 28
Gall, Franz Joseph, 169 Grigne, 141n., 148
Gallo, Andrea, 83, 85n. Grimaldi, Francesco Antonio, 87,
Gambia, 183 88
Gandolfi, Bartolomeo, 88n. Griselini, Francesco, 38
Gange, 183 Guettard, Jean-tienne, 45, 89,
Garda (Lago di), 43, 44n., 140, 90, 90n.
149, 223 Guntau, Martin, 55n., 124
Gardena (Val), 225 Gyger, Hans Conrad, 31
Garonna, 183 Halekala, 12
Gautieri, Giuseppe, 16, 19, 53n., Hall, James, 64n., 131-135, 189,
58, 154n., 166n., 167-171, 207, 204, 211, 220, 228
208 Haller, Albrecht von, 44
Gay-Lussac, Joseph Louis, 107, Hamilton, William, 87, 89, 94,
213n., 245, 248 109, 114
Geenna, 13 Harris, Marvin, 37n., 125
Geertz, Clifford James, 125 Hauer, Franz Ritter von, 150,
Gemellaro, Carlo, 251
Gemmellaro 150n.
Gemellaro, Mario, 251
Gemmellaro Hay, Ren Just, 64n., 189n., 223
Genesi, 13, 17, 18, 175, 177 Hawaii, 11
Gerenzone (Val), 138, 139 Hecla (vulcano), 74, 115
Gesner, Conrad, 15, 44, 86, 92n. Himalaya, 39, 40n.
Giants Causeway, 74, 92n., 93, Hooke, Robert, 15, 87, 94n., 101,
100, 255 105, 105n.

291
Huayanaputina (vulcano), 12 Lapeyrouse, Philippe-Isidore Pi-
Humboldt, Alexander von, 29n., cot de, 40n.
36n., 109, 166n., 219, 220, Laplace, Pierre-Simon de, 72n.,
220n., 222, 230, 231, 245, 246, 107, 195, 197n., 250
246n., 253 Lapponia, 39, 220
Hutton, James, 16, 33n., 69n., Lavoisier, Antoine Laurent de,
70, 74n., 87, 89, 107, 133-135, 65n., 107, 132-134, 192
166n., 189, 190, 202-204, 214, Le Goff, Jacques, 125
218, 220, 221n., 250 Le Roy Ladurie, Emmanuel, 125
Imhof, Eduard, 30 Lehmann, Johann Gottlob, 45,
Intra, 119, 161, 163 56, 63n., 64, 74n., 113
Isarco (Val di), 222 Leibniz, Gottfried Wilhelm, 61,
Ischia (isola di), 102, 122, 251 61n., 86, 103, 103n., 104, 181,
Isimbardi, Carlo Innocenzo, 52- 190, 245
53n., 224, 224n., 227 Lmery, Nicolas, 85n.
Jameson, Robert, 18, 107, 132, Lena (fiume), 183
132n., 238
Leonardo da Vinci, 45n.
Jenisej, 183
Leroi-Gourhan, Andr, 125
Jorullo (vulcano), 245
Lesseps, Jean-Baptiste Barth-
Kant, Immanuel, 85, 85n.
lemy de, 37
Kilauea, 11, 12
Lessini (Monti), 44, 96
Kircher, Athanasius, 61, 105n.
Kirwan, Richard, 107, 197 Linn, Carl von (Linneo), 39,
lIsle, Jean-Baptiste Louis Rom 39n., 67, 86, 96, 131n., 146
de, 64n., 197 Lipari/Eolie (isole/arcipelago del-
La Condamine, Charles Marie le), 10, 110, 120, 120n., 122,
de, 40 123, 132, 185
La Mettrie, Julien Offray de, 67 Alicudi, 123
La Pira, Giuseppe, 85n. Basiluzzo, 123
La Rochefoucauld, Louis-Ale- Bottero, 123
xandre de, 93 Dattolo, 123
Lacpde, Bernard-Germain Lisca-Bianca, 123
tienne, 166n. Panarea, 120n., 123
Lagrange, Luigi, 52n. Salina, 120n., 123
Laki (vulcano), 79, 80, 80n. Lippi, Carmine Antonio, 215
Lamarck, Jean-Baptiste de, 33n., Lisbona (terremoto di), 81, 108,
69, 70, 74n., 87, 188, 210n., 180n.
214 Lister, Martin, 45, 85n., 87

292
Loira, 183 Mauss, Marcel, 125
Lorgna, Antonio Maria, 48-49n., Mazama (vulcano), 10
52 Megatherium, 65
Lucrezio, 16, 87 Mella, 139
Lugano (Lago di)/ Ceresio, 20, Melograni, Giuseppe, 47, 215
150, 159, 168, 234, 235n. Mercalli, Giuseppe, 83n.
Luganese, 44, 149 Mesenzana, 154, 158, 158n.
Lyell, Charles, 33n., 74n., 188, Metallifere (Colline), 102
238, 238n., 250, 251, 251n. Meyer, Johann Rudolf, 31
MacCulloch, John, 228, 228n. Micheli, Pier Antonio, 102
Maclure, William, 222, 222n. Mila, Massimo, 29
Maffei, Scipione, 44 Milton, John, 14
Maggiore (Lago), 20, 161, 220n. Misti (vulcano), 12
Verbano, 119, 138, 140, 149, Mitchell, John, 85n.
150, 159, 163, 168 Montbret, Etienne Coquebert
Maillet, Benot de, 66, 169 de, 58
Maironi da Ponte, Giovanni, 16, Monti, Vincenzo, 189n.
19. 53n., 164, 165n., 166 Monviso, 43
Malacarne, Claro Giuseppe, 224, Morello, Nicoletta, 33n., 69,
224n., 227, 234 105n., 239, 242n.
Malesherbes, Chrtien-Guillau- Moro, Anton Lazzaro, 44, 62-64,
me de, 89-90 89, 101, 104, 109, 123
Maraschini, Pietro, 231, 231n., Mosa, 183
232, 233, 253 Mosasaurus (Mosasauri), 65-65n.
Marchesi (isole), 11 Moscati, Pietro, 52-53n., 166n.,
Marlowe, Christopher, 14 170
Marsili, Luigi Ferdinando, 44, Mos, 8, 13
44n., 63n., 104, 182 Murchison, Roderick Impey,
Martinenghi, Giovanni, 215 239n.
Marzari Pencati, Giuseppe, 16, Mller, Joachim Eugen, 31
58, 217, 223-225, 227, 228, Needham, John Turberville, 71n.
230, 230n., 232, 233, 253, 255 Negri, Gaetano, 149
Maskelyne, Nevil, 197n. Newcomen, Thomas, 193, 194,
Mattiazzi, Giulio, 141n. 194n.
Maui, 12 Newton, Isaac, 71, 81, 86, 105n.
Maupertuis, Pierre-Louis More- No, 175, 179
au de, 67, 71n. Noto (val di), 119

293
Oahu, 12 Pilla, Leopoldo, 237n.
Ob (fiume), 183 Pini, Ermenegildo, 18, 19, 47n.,
Odmark, Francesco Ruziczka, 51n., 52, 52-53n., 58, 67, 68n.,
155n., 161 139n., 143-145, 153, 154, 156,
Olocene, 27, 27n. 158-159, 165n., 166, 167, 170,
Omboni, Giovanni, 149, 150 174-187, 192, 193n., 204, 209,
Oni (demone/i), 12 213, 213n.
Onorati Columella, Nicola, 85n., Pinkerton, John, 243
88n. Pirenei, 39, 241
Oregon, 10 Piton de la Fournaise (vulcano),
Oriani, Barnaba, 52, 85n. 244
Orinoco (fiume), 183 Platone, 5, 5n., 6, 6n., 7, 8, 208
Orta (Lago di), 234, 235n. Playfair, John, 133, 189, 204, 228
Ortes, Gianmaria, 49 Plinio il Vecchio, 15, 16, 87
Paccard, Michel-Gabriel, 47n. Poe, Edgar Allan, 35n.
Pacifico Poisson, Simon-Denis, 195
isole del, 10 Polesine, 51
Pacifico, Nicola Maria, 85n. Polinzana (monte di), 233
Paliotti, Vittorio, 111 Pollini, Ciro, 223
Palissy, Bernard, 15, 86, 92n. Pona, Giovanni, 45n.
Pallas, Peter Simon, 36n., 39, Ponziane (isole), 110, 157n., 185
40n., 52, 56, 64 Porter, Roy, 55n., 124
Pancaldi, Giuliano, 169n., 170n. Pott, Johann Heinrich, 131
Paris, John Ayrton, 244 Poulett Scrope, George Julius,
Partsch, Paul Maria, 230n. 238, 238n., 249, 250
Patrin, Eugne-Louis Melchior, Prealpi, 26n., 29, 43, 123, 163,
166n., 205n., 207 167, 221
Pele, 11, 12 Bresciane, 137
Pele (Monte), 80 Carniche, 43
Pennant, Thomas, 94n. Comasche, 137, 141n.
Pennet, Joseph, 160, 160n. Giudicarie, 137
Pentland, Joseph, 234 Lombarde, 20, 27, 28, 75,
Pergine Valsugana, 219, 220n., 28n., 45n., 68, 137, 137n.,
222, 222n., 225 138n., 139, 149, 151, 153n.,
Petrarca, Francesco, 45n. 183, 215, 241, 254
Pfyffer, Franz Ludwig, 31 Orobiche (Bergamasche), 137,
Pichincha (vulcano), 245 164

294
Venete, 20, 44, 62, 75, 95, 102, Sahlins, Marshall, 125
139, 152-154 Saint-Fond, Barthlemy Faujas
Predazzo, 226, 230-232 de, 54, 55n., 89, 114, 161, 162,
Prvost, Pierre, 195, 195n. 162n., 164, 204, 207, 224
Procida (isola di), 102 Saint-Hilaire, tienne Geoffroy
Proust, Joseph Louis, 213n. de, 166n.
Purac (vulcano), 245 Sais, 6
Pusteria (Val), 222 Salvigni, Pellegrino, 53n.
Querini, Angelo, 47n. San Bernardino, 140
Quito, 245 San Gottardo, 140, 148
Ramondini, Vincenzo, 47 Sangiorgio, Paolo, 141n., 147,
Rancio, 158n., 167, 167n. 147n.
Rappaport, Roy, 125 Santorini, 7, 7n., 8, 81, 81n., 104
Rasori, Giovanni, 166n., 170 Santorino, 17
Raspe, Erich Rudolf, 89, 94, 94n., Sarti, Cristoforo, 85n.
95, 101, 109, 250 Saussure, Horace-Bndict de,
Ray, John, 45, 61 31, 45, 47n., 56, 93n., 200
Recupero, Giuseppe, 251 Schelling, Friedrich Wilhelm Jo-
Regla (Messico), 41 seph von, 169, 169n.
Renier, Stefano Andrea, 231n. Schemnitz, 53, 112
Reuss, Franz Ambrosius, 64n. Scheuchzer, Johann Jacob, 44,
Ricoeur, Paul, 125 61
Rio de La Plata, 183 Scopoli, Giovanni Antonio, 142,
Rio Grande, 183 144, 145
Robilant, Spirito Antonio Bene- Sguier, Jean-Franois, 44, 45n.
detto Nicolis de, 57n., 58 Sella, 225
Robinet, Jean-Baptiste Ren de, Sella, Gaspare, 87
67 Sempione, 140
Ronc (valle di), 99, 101 Seneca, 15, 16, 87, 87n.
Rosa (Monte), 43 Senna, 183
Rosa, Vincenzo, 18, 173, 173n. Serao, Francesco, 108, 108n.
Ross, James Clark, 34, 35 Seriana (Val), 165
Rousseau, Jean Jacques, 44n. Sesia (Val), 43
Rovereto, 222 Shasta (Monte), 10
Rudwick, Martin J. S., 55n., 124, Siberia, 39
176 Sigurdsson, Haraldur, 22, 106
Sage, Balthazar-Georges, 54 Silvestri, Girolamo, 51

295
Smith, William, 55n., 73n. Thouvenel, Pierre, 160n.
Soave, Francesco, 38, 161n., 163, Tibet, 39
170n. Timeo, 5, 208
Sodoma, 13 Tirolo, 215, 221, 221n., 222, 224-
Solander, Daniel, 94 228, 230, 231, 235, 241, 255
Solone, 5, 6, 8 Titanomachia, 9
Sorrentino, Ignazio Nicola, 108 Tondi, Matteo, 47, 215
Soulavie, Jean-Louis Giraud, 89, Torcia, Michele, 87
114, 114n., 166n. Toynbee, Arnold, 124
Spallanzani, Lazzaro, 42n., 48, Trentino, 20, 47, 62, 221, 228,
52, 71n., 85n., 89, 109, 121- 237, 255
123, 147-148, 197, 211 Trettenero, Domenico, 232
Spreafico, Emilio, 149 Treviranus, Gottfried, 166n.
Staffa (isola di), 18, 74, 94, 100, Trompia (Val), 52
115 Tungurahua (vulcano), 245
Stahl, Ernst, 114 Urali, 18, 39, 40n., 241
Stensen, Niels (Stenone), 15, Vaccari, Ezio, 32, 55n., 74n., 75,
45n., 57n., 62, 62n., 86 124, 227
Sternberg, Kaspar Graf von, 221, Valcuvia, 153, 154, 158, 235
221n. Valdagno, 96, 97, 227
Steward, Julian, 124-125 Valganna, 150, 153, 155, 155n.,
Stoppani, Antonio, 150n., 151 157, 164, 234, 235
Strange, John, 89, 95, 95n., 99, Ganna, 154, 158
100, 104n., 154 Vallese, 28, 140
Stromboli, 88, 99, 108, 120n. Vallisneri, Antonio (senior), 44,
Swedenborg, Emanuel, 115n. 63n., 104, 182
Tago (fiume), 183 Valmarchirolo, 155, 157
Tambora (vulcano), 32n., 80 Argentera (Monte), 155n.,
Tamigi, 183 156n.
Taramelli, Torquato, 151 Marchirolo, 156
Targioni Tozzetti, Giovanni, 47, Valsassina, 138, 139, 141n., 147
56, 62-63, 62n., 64, 93n., 95n., Valtellina, 47
102, 102n., 182 Valtravaglia, 235
Telve Valsugana, 225 Vandelli, Domenico, 47, 140-142,
Thera (isola di), 7 145-147
Thompson, Benjamin, 195, 195n. Varese, 30n., 235
Thomson, William (Lord Kel- Varesine (Prealpi), 137, 149,
vin), 246n., 250 150, 151, 157

296
Varesotto, 20, 150, 154, 183, Whiston, William, 61, 88n.
234, 237 Wolf, Caspar, 30n.
Vayda, Andrew P., 125 Woodward, John, 61, 62, 88n.,
Velay, 100 104
Ventura, Orazio, 52n. Zanzi, Luigi, 27n., 46n.
Vesuvio, 14, 92, 94, 108, 108n., Zupo, Nicola, 85n., 88n.
110, 122, 122n., 132, 212,
220n., 237, 248, 251
Monte Somma, 101, 109,
109n., 132, 212
Vidal de La Blache, Paul, 124
Ville, Antoine de, 45n.
Visconti, Agnese, 58, 139n., 186
Vivarais (Vivarese), 74, 119, 185,
224, 255
Volga (fiume), 183
Volta, Alessandro, 31, 47n.,
195n.
Volta, Giovanni Serafino, 223
Voltaire, Franois-Marie, 85, 86,
98n.
Vulcano (Hiera), 10, 79, 108,
120n., 122, 123
Wallerius, Johann Gottschalk,
57n., 96, 97n., 98n., 116
Walser, 28
Watt, James, 194
Weddell, James, 35n.
Wedgwood, Josiah, 130
Weiss, Johann Heinrich, 31
Werner, Abraham Gottlob, 56-
57, 58n., 63, 63n., 64, 75,
76, 77, 111-113, 161, 161n.,
162n., 187, 215, 215n., 220,
221n., 222
Westervelt, William Drake, 10
Whewell, William, 18, 18n.

297
298
Particolare relativo agli affioramenti geologici compresi tra la Valganna e il lago di Lugano.
Tavola tratta dalla Mappa geognostica realizzata da Leopold von Buch e ricorretta da Claro-Giuseppe Malacarne.
299
Profilo geologico da Varese fino alla Tresa. Particolare tratto dalla Carta di tipo geognostica d Terreni che osservansi in posto
tra il lago dOrta e il lago di Lugano e nei loro dintorni, del celeberrimo Barone Leopoldo de Buch, col consenso di Lui, ricor-
retta sui luoghi stessi. Notizia comunicata dal dottor Claro-Giuseppe Malacarne a S. M. p., Milano (1829).
Finito di stampare
settembre 2009
da Fva - Varese