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La miniatura: storia e tecnica

La miniatura: storia e tecnica


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By restaurars 13/4/2015

Di Laura Corchia

La miniatura non pu essere semplicemente considerata pittura in piccolo ma indissolubilmente legata ad un


testo scritto, di cui ne illustra i precetti.

Diversamente da altre tecniche artistiche, la miniatura ha uno svolgimento finito nel tempo, dal momento che la
produzione del libro manoscritto diminuisce con lavvento, intorno alla met del Quattrocento, della stampa: il
codice cos soppiantato dal libro, che allinizio pu ancora essere miniato ma che poi verr illustrato con
incisioni e xilografie.

rabbit, snail and peacock Book of Hours, Paris ca. 1430, (Manchester, John Rylands University Library, Latin MS 164, fol. 21r)

A differenza della pittura monumentale, la miniatura si conservata meglio proprio in virt del suo carattere
prezioso ed elitario. Inoltre, il codice miniato ha subito in misura minore il cambiamento di gusto e ha
rappresentato un importantissimo veicolo di stile. I cambiamenti delle decorazioni sono stati registrati solo negli
stemmi, che venivano modificati quando il manoscritto passava di mano. La miniatura si data in genere pi
facilmente della pittura monumentale, dal momento che dal codice nel suo complesso si possono ricavare
moltissime informazioni: il calendario di un codice liturgico pu, ad esempio, indicarci, con la scelta dei santi
elencati, la diocesi di appartenenza oppure il luogo dove stato realizzato. Ricchi di informazioni sono anche il
colophon (la sottoscrizione del copista), i versi, le miniature di dedica, utili a fornire il nome del committente, del
destinatario e magari del miniatore.

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Da sempre i manoscritti miniati sono stati accessibili a pochi, e se, come si detto, si sono conservati meglio e
in misura maggiore di altre opere darte, ci si deve al fatto che sono stati custoditi gelosamente nelle
biblioteche.

La miniatura ha tipologie differenti nei testi sacri o liturgici e in quelli


profani. Variano nel tempo tanto i temi che le iconografie. Inoltre,
nascono degli specifici centri di produzione: Tours si specializza per la
produzione delle Bibbie durante il periodo carolingio, Bologna, Padova
e Parigi realizzeranno invece testi per lo pi giuridici.

Le fonti, soprattutto risalenti allAlto Medioevo, forniscono pi spesso il


nome del committente rispetto a quello del miniatore. Si tratta
soprattutto di ecclesiastici o comunque di potenti laici. Anche se di
modeste proporzioni e scarsamente decorati, i codici miniati erano
costosissimi, visto che per la sola pergamena richiedono il sacrificio di
un intero gregge. Tanto pi costa quindi un codice di lusso, miniato con
colori preziosi e largo uso doro e dargento, e fornito magari di una
legatura di oreficeria. Conosciamo il valore di alcuni manoscritti grazie
ai documenti dallogazione, contratti e libri di conti che cominciano ad
essere utilizzati a partire dal XIII secolo, quando la produzione del libro
esce dallambito monastico e nascono le prime botteghe laiche.

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J. Paul Getty Museum, Los Angeles Het laatste oordeel Meester Guillebert van Metz (ca. 1450-1455)

Ma come funzionava uno scriptorium? Nel Medioevo la produzione del libro era quasi esclusivo appannaggio
dellambiente ecclesiastico e quasi tutti i monasteri erano dotati di una grande sala comune dove operavano
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diverse persone. Cistercensi e Certosini copiavano invece i libri chiusi nelle loro celle. Lo scriptorium era diretto
da un capo (solitamente labate o un frate pi anziano), al quale spettava la direzione della biblioteca, la scelta
delle opere da copiare, la veste da dare al nuovo esemplare, limpaginazione, la decorazione e la suddivisione
dei compiti tra copisti, rubricatori, decoratori e miniatori. Gli scribi iniziavano il lavoro, lasciando gli spazi vuoti per
i titoli e le decorazioni. Per facilitare il compito a chi sarebbe intervenuto dopo di lui, lo scriba talvolta tracciava i
contorni delle iniziali da dipingere. Dopo la scrittura, veniva il lavoro del rubricatore, ovvero il monaco incaricato
di eseguire le decorazioni pi semplici. Infine, il miniatore dipingeva le raffigurazioni pi complesse. La coloritura
non veniva eseguita tutta in una volta: prima venivano stese eventuali parti in oro, poi i colori del fondo, quindi
quelli delle vesti, degli incarnati, le ombre, le lumeggiature, i contorni e i tratti fisiognomici. Alla fine il testo
copiato veniva riletto, rilegato.

Con la nascita delle Universit, la produzione libraria viene incrementata dalla necessit di libri per
linsegnamento. Nelle citt universitarie sorgono attivissime botteghe laiche, dirette da stationarii, che producono
e vendono libri in gran copia e relativamente a buon mercato, impegnando non solo copisti e miniatori ma anche
mogli e figli. Caratteristico della produzione libraria universitaria il sistema delle peciae, i fascicoli sciolti di
quattro fogli dellesemplare corretto dal professore. Gli statuti delle Universit stabilivano degli obblighi per
gli stationarii, che dovevano garantire la correttezza delle peciae depositate presso di loro. Il manoscritto
universitario era spesso daspetto modesto, comprato in societ da pi studenti. Tuttavia, esistevano anche
esemplari di lusso, miniati, destinati ad acquirenti pi facoltosi.

Dal punto di vista strettamente tecnico, le vicende della miniatura seguono nel tempo gli sviluppi attuati dalla
tempera. Dante designa la tecnica della miniatura come quellarte challuminar chiamata in Parigi . In
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francese, il termine utilizzato enluminure, derivante dal latino inluminare e cio donar luce. Tuttavia,
probabile che lalluminare o illuminare antico derivi dalluso di combinare coloranti organici con allume di rocca
per renderli insolubili. La parola italiana miniare deriva dalluso di sottolineare o colorire le iniziali del manoscritti
in colore rosso (minio). La miniatura venne attuata per la decorazione dei manoscritti in pergamena, materiale
ricavabile dalle pelli di vitelli, pecore e capre. Le pelli ancora fresche venivano tenute in acqua per purgarle e poi
in un bagno di acqua e calce per sgrassarle. Dopo venivano tirate su tenditoi e raschiate fino ad ottenere la
sottigliezza voluta. La pergamena poteva anche essere tinta con la porpora o con altri colori. Per far aderire i
coloranti, il supporto veniva trattato con fiele di bue misto ad albume o passando con della bambagina una
soluzione di colla e miele. Un trattato secentesco consiglia invece fiele di anguilla misto ad alcool ed enumera i
colori necessari per la miniatura: nero, bianco, rosso, giallo, azzurro, violetto, rosa e verde. I pigmenti era
prevalentemente di origine naturale, ottenuti dalle terre. Tra i colori artificiali, il trattato ricorda il carbone di vite, il
nerofumo, il bianco da ossa calcinate, il giallo radice di curcuma, il rosso minio e il bianco cerussa. I colori
andavano macinati in una soluzione di gomma arabica e zucchero candito. La stesura avveniva per pennellate
molto fluide, rese pi intense attraverso successive sovrapposizioni. La lamina doro veniva applicata per prima,
facendo attenzione a farla aderire perfettamente con la bambagina. Dopo di che veniva brunita con dente di lupo
o di vitello o con pietra dematite.

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