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Karl Lowith, Significato e fine della storia.

Introduzione

L'interpretazione della storia in ultima analisi un tentativo di comprendere il


senso dell'agire e del patire degli uomini in essa. Nel nostro tempo milioni di
uomini hanno portato in silenzio la croce della storia, e se qualcosa induce a
pensare che il senso di quest'ultima potrebbe essere compreso
teologicamente, ci appunto la concezione cristiana della sofferenza. Al
problema del dolore il mondo occidentale ha dato due differenti risposte: il mito
di Prometeo e la fede nel Crocifisso. N il paganesimo n il cristianesimo hanno
comunque ceduto all'illusione moderna che la storia costituisca uno sviluppo
progressivo, che risolve il problema del male e del dolore con la sua graduale
eliminazione.
E privilegio della teologia e della filosofia porre problemi che non sono
suscettibili di una soluzione empirica. Di questo tipo sono i problemi che
riguardano l'essere primo ed ultimo delle cose; essi conservano la loro
importanza proprio perch nessuna risposta riesce ad esaurirli. Non vi sarebbe
alcun problema intorno al senso della storia se questo apparisse gi manifesto
negli eventi storici. D'altro lato la storia, anche soltanto riguardo ad un
significato ultimo, pu per apparire priva di senso. Si possono avere delusioni
solo ove ci si aspetti qualcosa. Ma la stessa impostazione della ricerca del
senso o del non-senso della storia gi storicamente condizionata: il pensiero
ebraico e cristiano hanno sollevato questa smisurata questione. Ricercare
seriamente il senso ultimo della storia supera ogni possibilit conoscitiva e ci
mozza il respiro; ci precipita in un vuoto che soltanto la speranza e la fede sono
in grado di colmare.
I greci erano pi modesti. Non si cimentarono nell'approfondire il significato
ultimo della storia universale. Essi erano presi dall'ordinamento visibile e dalla
bellezza del cosmo naturale, e la legge cosmica del divenire e del fluire delle
cose costituiva anche il modello della loro comprensione della storia. Secondo
la visione greca del mondo tutto si muove in un eterno ricorso, in cui il risultato
finale si riconnette al suo principio. Questa visione comporta una concezione
naturalistica dell'universo, che congiunge la conoscenza del mutamento
temporale con quella di una periodica regolarit, costanza ed immutabilit.
L'immutabile, quale anzitutto si manifesta nel movimento ordinato dei corpi
celesti, aveva per loro un interesse maggiore e un significato ben pi profondo
di ogni progressivo e radicale mutamento. La rivoluzione originariamente
un'orbita circolare naturale, e non la rottura con una tradizione storica.
In questo clima spirituale dominato dalla visione del mondo naturale non
poteva affermarsi il principio del significato storico-universale di un singolo
evento. I greci ricercarono in ultima analisi il lgos o del ksmos, non gi il
Signore della storia. Perfino il precettore di Alessandro Magno non ha dedicato
alla storia alcuno scritto particolare e la teneva in poco conto rispetto alla
poesia, poich la storia ha per oggetto il singolare e l'accidentale, mentre la
poesia e la filosofia hanno per oggetto invece il permanente. Per i pensatori
greci una filosofia della storia sarebbe stata un controsenso. La storia
storia politica e come tale compito degli statisti e degli storici politici.
Per gli ebrei e per i cristiani la storia significa anzitutto il divenire della
salvezza. Come tale essa di pertinenza dei profeti e dei predicatori. La
filosofia della storia e la sua ricerca di un senso ultimo sono scaturite dalla fede
escatologica in un fine ultimo della storia della salvezza. Durante l'era cristiana
anche la storia politica fu sottoposta all'influenza fatale di questo sostrato
teologico. Il destino dei popoli fu interpretato come predestinazione divina.
Non affatto un caso che nell'uso linguistico vengano scambiate le parole
senso e scopo , come pure senso e fine : in generale il fine che
determina l'importanza del senso . Il senso di tutte le cose che non sono
quello che sono per natura, ma che sono invece volute e create da Dio o
dall'uomo, definito dal loro perch o dal loro scopo. Un tavolo un tavolo
proprio perch si riferisce ad una finalit che trascende il suo essere materiale.
Anche gli eventi storici sono giustificati soltanto se rimandano ad uno scopo
che trascende i fatti; e poich la storia si muove nel tempo, lo scopo deve
essere una meta futura. N gli eventi singoli n una successione di eventi sono
in quanto tali significativi e riferiti ad un fine.
La pienezza del significato richiede un compimento temporale. t possibile
arrischiare un giudizio sul senso degli avvenimenti storici quando il loro tlos ro
si fa manifesto. Quando un movimento storico palesa la sua portata, allora noi
riflettiamo sul suo primo sorgere per determinare il significato dell'evento
totale, bench particolare totale, in quanto ha un determinato punto di
partenza e un ultimo punto di arrivo escatologico. L'assunzione che la storia
abbia un senso ultimo prospetta dunque uno scopo finale come meta ultima
che trascende gli eventi di fatto. Questa identificazione di significato e scopo
non esclude l'importanza relativa degli eventi, cos come la storia nella sua
totalit non esclude i singoli accadimenti.
La dimensione temporale di un fine ultimo perci un futuro escatologico, e il
futuro per noi attuale soltanto nell'attesa e nella speranza. Il senso ultimo il
punto focale di un futuro atteso, che oggetto di sapere solo nel modo della
speranza e della fede. Una simile attesa era vivissima presso i profeti ebrei;
rimase invece estranea ai filosofi greci. Se si pensa che Isaia ed Erodoto erano
quasi contemporanei, si pu misurare l'abisso incolmabile tra la sapienza greca
e la fede ebraica. La visione cristiana e post-cristiana della storia essenzial-
mente rivolta al futuro: essa inverte il significato classico di istorein, che si
riferisce al divenire presente e passato. Nelle mitologie e nelle genealogie
greche e romane il passato viene ripresentato come origine permanente;
secondo la concezione ebraica e cristiana della storia il passato una
promessa del futuro. Conseguentemente l'interpretazione del passato diviene
una profezia retrospettiva, che lo rappresenta come una preparazione
significativa del futuro. I filosofi e gli storici erano invece convinti che qualsiasi
cosa accadesse nel futuro, si sarebbe attuata secondo un identico lgos e
avrebbe avuto una struttura conforme al divenire passato e presente.
Questa tesi trova conferma in Erodoto, Tucidide e Polibio1. Erodoto si proponeva
di narrare i fatti accaduti nel passato affinch le azioni degli uomini non
vadano perdute col tempo ed opere grandi e mirabili non rimangano senza
fama . Il senso degli avvenimenti narrati non viene espresso: esso non si
pone al di l degli eventi considerati, ma implicito nella narrazione stessa,
che esprime semplicemente ci che i suoi momenti rivelano. Dietro a questi
significati manifesti ve ne sono pure altri, in parte occulti, che si palesano
occasionalmente in parole, gesti, segni e oracoli. E quando le azioni e gli eventi
umani coincidono con i cenni sovra-umani, allora si chiude un cerchio in cui il
principio e la fine di una storia si illuminano reciprocamente. Lo schema

1 Erodoto, I, 1; Tucidide, I, 22 e II, 64; Polibio, I, 35 e IV, 3, 9, 51, 57.


temporale della narrazione di Erodoto non un processo significativo della
storia universale, che si riferisca ad un fine futuro, ma , in corrispondenza con
la concezione greca del tempo in generale, un movimento circolare periodico
all'interno del quale l'alterna vicenda dei destini regolata da un equilibrio di
hybris e di nmesis.
In Tucidide mancano lo sfondo religioso e i caratteri epici della storiografia di
Erodoto, che lascia indeterminati i confini tra l'umano e il divino. La sua
rappresentazione degli avvenimenti vuol fornire un'analisi precisa dei nessi
pragmatici. La storia per lui storia di lotte politiche, che hanno il loro
fondamento nella natura umana. E poich la natura umana essenzialmente non
muta, ci che accaduto si verificher anche nel futuro in modo eguale o
analogo . Il futuro non pu portare nulla di completamente nuovo, in quanto
la natura di tutte le cose di crescere e di perire . Pu darsi che generazioni e
individui futuri in determinate circostanze agiscano in modo pi saggio, ma la
storia in quanto tale non muter mai essenzialmente.
Soltanto Polibio sembra avvicinarsi alla nostra concezione della storia, in
quanto rappresenta gli avvenimenti come se convergessero tutti verso un
determinato fine la potenza mondiale di Roma. Tuttavia anche Polibio non
ebbe alcun interesse per il futuro in quanto tale. La storia si svolge in un
processo circolare di rivolgimenti politici: le costituzioni mutano, scompaiono e
ritornano di nuovo in una vicenda prefissata dalla natura del divenire. In base a
questa fatalit naturale del divenire lo storico pu prevedere il futuro di una
determinata struttura politica. Egli pu sbagliarsi nel valutare la durata di
questo processo; ma, finch il suo giudizio non turbato da passioni,
difficilmente si inganner sullo stadio di sviluppo o di decadenza raggiunto da
una costituzione politica, e sulla forma del suo sviluppo successivo.
Legge suprema della storia politica il mutamento: l'improvviso passaggio di
un estremo nel suo opposto. Polibio, dopo esser stato testimone del tramonto
della potenza macedone, si compiacque di richiamare alla memoria le parole
profetiche di Demetrio, con cui questi, in un trattato sulla Fortuna, aveva
predetto ci che accadde centocinquant'anni dopo la conquista dell'impero
persiano da parte di Alessandro Magno.
Infatti, se tu non prendi in considerazione un infinito numero di anni o
molte generazioni, ma soltanto questi ultimi cinquant'anni, vedrai in
essi la crudelt del destino. Io ti chiedo se ritieni possibile che
cinquant'anni fa i persiani e il re dei persiani o i macedoni e il re dei
macedoni, se un Dio avesse loro predetto il futuro, avrebbero mai
creduto che nel tempo in cui noi viviamo perfino il nome dei persiani
sarebbe stato completamente spento i persiani che erano i
dominatori di quasi tutto il mondo e che i macedoni, il cui nome
prima era quasi sconosciuto, ora sarebbero stati i dominatori del
mondo? Ma nondimeno questo destino, che non viene mai a patti con la
vita, che sempre butta a mare con nuovi colpi tutti i nostri calcoli,
questo destino che suole dimostrare la sua potenza nell'annientare le
nostre speranze, anche ora, cos mi sembra, che ha concesso ai
macedoni tutta la potenza dei persiani, fa manifesto a tutti gli uomini di
aver dato loro queste benedizioni solo finch non decida di distribuirle
altrimenti (Polibio, Storie, XXIX, 21).
Di fronte a questa incostanza della fortuna gli antichi non si rassegnarono, ma
la riconobbero e l'accettarono virilmente. Riflettendo sul destino Polibio trasse il
principio che tutti i popoli, le citt e le autorit sono destinati a perire, al pari
dei singoli individui. Riferendo le famose parole pronunciate da Scipione dopo
la caduta di Cartagine, secondo le quali anche Roma vincitrice avrebbe dovuto
un giorno soggiacere allo stesso destino, aggiunge che sarebbe difficile trovare
un'espressione che fosse insieme pi conveniente ad un uomo di stato e pi
profonda . Pensare al possibile capovolgimento del destino nel momento del
maggiore trionfo si addice ad una personalit grande e compiuta, degna di
essere ricordata. Polibio e il suo amico Scipione ripetono semplicemente la
stessa concezione classica espressa da Omero di fronte al destino di Troia. E l
dove la sensibilit classica viva, questa rimane la saggezza ultima dello
storico.
L'insegnamento morale che si ricava dall'esperienza storica dell'alternarsi della
fortuna e dell'avversit, per Polibio tanto naturale quanto umano: non
esaltarsi mai tracotanti e spietati di fronte al nemico vinto, bens pensare al
mutamento del destino. Egli vorrebbe dunque mostrare al lettore come dallo
studio della storia si possa apprendere che cosa in ogni tempo e in ogni
circostanza sia il meglio , cio essere modesti nella buona fortuna e trarre
ammaestramento dall'avversit altrui.
Polibio considerava cosa facile prevedere il futuro in base al passato. Gli
autori dell'Antico Testamento ritenevano invece che soltanto il Signore potesse
rivelare il futuro per mezzo dei suoi profeti. Esso racchiuso nella volont di
Dio, e proprio perci non pu esser dedotto dal passato come sua naturale
conseguenza. Il compimento delle profezie, come lo intesero gli autori
dell'Antico e del Nuovo Testamento, quindi qualcosa di completamente
diverso dalla realizzazione di previsioni riguardanti eventi storico-naturali. Se il
futuro predeterminato dalla volont personale di Dio, allora l'uomo non pu
mai prevederlo, a meno che Dio stesso non gli riveli la sua volont. E poich il
compimento ultimo del destino ebraico e cristiano sta in un futuro escatologico,
il cui esito non pu mai essere calcolato in base a nessuna legge naturale della
storia, il sentimento fondamentale riguardo al futuro diviene l'incertezza
dell'imprevedibile.
Si conferma cos l'asserzione di Burckhardt, secondo il quale ci che ci separa
pi profondamente dall'antichit la convinzione che si possa prevedere il
futuro o deducendolo razionalmente dal passato o mediante i responsi degli
oracoli e la divinazione, mentre noi non consideriamo ci neppure desiderabile.
Immaginiamo per esempio un individuo che conosca in anticipo il giorno
della propria morte e la situazione nella quale si troverebbe allora,
oppure immaginiamoci un popolo che conosca in anticipo il secolo della
sua fine. Tutte e due le immagini non potranno non mostrare come
necessaria conseguenza lo scompiglio di ogni volont e di ogni
aspirazione. Poich volont e aspirazione e attivit per realizzarle si
sviluppano completamente solo quando si vive e si agisce alla cieca ,
cio per se stessi e seguendo le proprie forze interiori. Il futuro insomma
prende forma soltanto quando avviene: e se cos non avvenisse, la
continuazione della vita e poi la morte dell'uomo e del popolo si
conformerebbe altrimenti. Un futuro preconosciuto un assurdo.
A prescindere dal fatto che non augurabile, la previsione del futuro
non neppure probabile. Anzitutto le intralciano la strada gli erramenti
della conoscenza derivati dai nostri desideri, speranze, timori; e poi la
nostra ignoranza di tutto ci che si suol chiamare forze latenti, materiali
ed intellettuali, e anche l'elemento incalcolabile dei contagi intellettuali
che possono all'improvviso trasformare il mondo. (J. Burckhardt,
Weltgeschtliche Betrachtungen, 1935)
Cos la ragione ultima per cui a noi il futuro rimane oscuro non gi la
miopia del nostro conoscere, ma l'assenza di quei presupposti religiosi che
rendevano accessibile agli antichi il futuro. Gli antichi credevano, come la
maggior parte delle civilt pagane, che gli eventi dell'avvenire potessero
essere illuminati da una particolare arte divinatoria. Si pu prevederli perch
sono predeterminati. Ad eccezione di alcuni filosofi, nell'antichit nessuno
poneva in dubbio la verit degli oracoli, dei sogni profetici e dei presagi,
attraverso i quali gli eventi futuri si rivelavano. Per gli antichi, che credevano in
un fato predeterminato, le cose e i destini futuri erano avvolti da un velo leg-
gero, penetrabile da una mente ispirata. Perci greci e romani prendevano le
loro decisioni dopo aver interrogato il futuro. Questa fede nella divinazione
venne meno soltanto quando la Chiesa la distrusse. Ma anche la Chiesa
credeva nella predestinazione, mentre l'uomo moderno, se non superstizioso,
non crede a nessuna guida: n a quella del destino n a quella della
Provvidenza. Egli si immagina di potersi creare in base a se stesso il suo futuro;
ritiene che questo non possa essergli rivelato perch vuole realizzarlo lui
stesso.