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L orologio della Piazzetta racconta


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30/4/2003

di Antonella Durazzo

Il restauro del quadrante maiolicato per sanare i danni del tempo alle 196 piastrelle.
Il vento il grande nemico delle lancette.
Quella prima fotografia del 1885 e le tre epoche.
Quando le ore divennero mute per quattro mesi e Maria Russo protest.
Da 40 anni il gran custode il giornalaio Salvatore Federico.

Salvatore sta con me da pi di 40 anni.


E lui che mi assicura una discreta salute, e che tiene oleata questa specie di ingranaggi, lui che sposta la
lancetta due volte lanno: unora avanti, una indietro.
Riconosce il mio umore, sente quando questo movimento, che oramai governato dai cristalli di quarzo,
pi o meno ferruginoso, sa quando il vento tagliente del nord sinsinua in queste crepe a darmi fastidio, e
quando invece il ticchetto bello squillante, allegro, e allora queste lancette di lamiera cadenzano, come
musica, il ritmo della giornata.
Avete capito di chi sto parlando?
Del mio manutentore, s, cos chiamano, con un termine che sembra una malaparola, Salvatore Federico,
ovvero il giornalaio della Piazzetta, che si cura di me con unattenzione che assomiglia allaffetto. Ma
lasciamo perdere, io vi conosco, fate presto voi, a tirare le somme, a far passare il mio amico per pazzo,
solo perch io, incosciente come un cuc, dichiaro che mi vuole bene. Quel che certo, che di fortune, nella mia lunga vita
ne ho avute parecchie, la prima delle quali di trovarmi qui, a segnare le ore nella Piazzetta di Capri. Adesso per si discute
sulla mia sorte futura, e pur ammettendo che il mio tempo stato speso bene, per ironia, sembra che Cronos abbia lasciato
anche su di me ferite indelebili.
La Soprintendenza ha mandato a farmi visitare da un bravo architetto, la dottoressa Giovanna Cario, che, capirete, un po
come il medico per voi. Insomma, non che abbia nulla da rimproverarle, anzi, si vedeva che era persino dispiaciuta quando
sentenziava che non sto bene.
Colpa del vento, diceva.
S, lo so quanto sia fastidioso, ma non credevo che fosse deleterio fin a tal punto. In effetti, pare che danneggi irreversibilmente
le mattonelle del mio quadrante esterno, le 144 piastrelle 20 per 20 centimetri, quindi le 48, pi piccole (5 per 20 centimetri), che
formano la cornice, pi i quattro angoli.
Nel XIX secolo, a Vietri, un bravo artigiano dipinse a mano, col blu, il giallo, il nero, questo campo di ceramica sul quale far
scivolare due lancette lunghe e appuntite come spade. E questo il mio abito, ovvero, ci che rende visibile il tempo, che invece
musica e andrebbe ascoltato.
Ad ogni modo da allora che ogni vicenda caprese ha coinvolto anche me: tutto ci che vaga nellaria, tutte le gocce di pioggia,
tutti gli sguardi lanciati verso lalto della torre campanaria. Inevitabile e quasi ovvio che oggi questabito sia logoro, le piastrelle
scheggiate e crepate in pi punti, tanto da suggerire lidea di un restauro. E io sono pure daccordo, ma un po me la rido. Per
carit, niente da eccepire sulle nobili intenzioni che vi muovono, lo fate per il mio bene e allora sia. S, restauratemi pure,
preservatemi dai danni del tempo e del clima con i sofisticati interventi conservativi che mi faranno star meglio.
Quel che minduce il sorriso lidea base che vi muove, la voglia che avete di fermare la bellezza, di cristallizzarla, di
mummificarla, sino a fare tragedia di ci che semplicemente inesorabile. Va bene, restauratemi.
E come una vecchia signora che si stira le pieghe, mostrer al mondo quel che il tempo non ha fatto. Scusatemi per queste
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considerazioni, tanto simili a un brontolo, vi confesso che non sono abituato agli sguardi ravvicinati, questo il motivo di tanta
corazza. Ricordatevi, scusandomi, che sono nato col privilegio di guardare il mondo dallalto dei 16 metri della torre
campanaria, Signori, in questisola di re io non sono un orologio, sono lorologio: non lunico, ma unico. Sono un testimone come
non ne avete uguali, che da quass ha potuto assistere ad ogni cambiamento, ad ogni crisi, a ogni ripresa, ad ogni passo falso
della vostra (e della mia) civilt. Ho visto guerre, boom economici e rivoluzioni culturali; ho assistito ad amori e tradimenti, al
passaggio delle celebrit pi celebri e dei signori nessuno, ho conosciuto poeti e affaristi, cialtroni, anime nobili e anime
perdute. S, sono vecchio, per questo che spesso torno con la mente al passato, ma la mia storia anche la vostra, i miei
racconti, inevitabilmente, si riferiscono a voi. Quanto tempo ho passato quass? Quanti giri completi? Quanti quarti dora
scanditi? Non saprei dirlo, ho difficolt a ricordare con precisione e del resto gi un miracolo che ricordi.
Signori, sono lorologio, la mia natura proiettata allattimo che viene dopo, indietro no, proprio non posso tornare, se non
nellarco di quelle invisibili frazioni che dividono un attimo dallaltro. E in quello spazio infinitesimale che sannida il ricordo, l,
che vive e si spegne la mia lunga giornata.
Lalba mi vide quass giovane e baldanzoso. La torre campanaria, nata per avvistare i saraceni, cambiava definitivamente uso.
Era gi entrato il 1800, i turchi non sbarcavano pi alla marina, il mio meccanismo allora era di legno, profumava di bosco. A
mezzogiorno, grossomodo nel 1885, decisero poi che avevo bisogno di rimodernarmi. Rivoluzione industriale, metallo, carbone,
meccanica: allora mi sistemarono un nobile congegno a contrappesi che Cicione veniva a caricare ogni mattina. Chi era costui?
Una specie di genio: manutentore, ciabattino e maestro dei fuochi artificiali.
Il meccanismo durato pi a lungo del caro Cicione, e mentre le lancette andavano e andavano, con linaugurazione della
funicolare, nel 1906, presi a segnare le corse del trenino. E da allora, che tre minuti prima della partenza, vi avviso che tempo
daffrettarsi.
Il mondo fu sconvolto da due guerre, sulla torre, nel corso della seconda, piazzarono anche la sirena dallarme. Intanto portare
avanti queste lancette diveniva ogni secondo sempre pi faticoso, e giunse cos il momento di darmi un nuovo cuore
automatico.
Era il mio pomeriggio assolato, nel 1959, quando la macchina a contrappesi divenne automatica: il mio giorno lentamente
cedeva allimbrunire.
Il vostro mondo per aveva fretta di crescere, che come dire daver fretta di morire. Non vi sto rimproverando la fame
tecnologica, vi punite sufficientemente da soli, sto accennando piuttosto al meccanismo elettronico che mi regola dal 1985.
Dono della signora Maria Russo. S, anche lei mi voleva bene, tant che da qualche mese si sentiva sola, poich, per un
malanno, avevo smesso dannunciare le ore e lei, dolcissima, di notte non riusciva a trovare il sonno senza la compagnia dei
miei rintocchi.
La sera gi avanzata, il sole ormai calato da un pezzo, la superficie del quadrante s raffreddata, vi libero dai miei ricordi, in
attesa che la notte mi congeli nel suo attimo infinito, quando ogni cura sarebbe ancor pi tragica dello stesso, dolce,
scomparire.

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