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Cosmopolitismo tra passato, presente e futuro

Davide Peressoni
3/1/2017

Guardando com organizzato il mondo attualmente una domanda pu sorgere spontanea:


come mai ci sono tanti stati, ognuno dei quali controlla il suo territorio, e non uno stato uni-
co? Unorganizzazione come quella attuale sembrerebbe del tutto irrazionale: avere regole
diverse in ogni stato per le stesse materie uno spreco assurdo, ed inoltre perch persone
appartenenti a stati diversi dovrebbero considerarsi diverse? Eppure il motivo di come sia-
mo arrivati alla situazione attuale molto semplice.
Le prime civilt sono sorte in posti isolati fra loro, sviluppando quindi differenti culture.
Quando avveniva un incontro fra due civilt si poteva notare questa differenza, differenza
che invece di essere sfruttata per accrescere la propria cultura stata la causa di conflitti. In-
fatti le prime civilt, venendo a conoscenza di altre culture, sono state sopraffatte dalla pau-
ra, paura del diverso, e per difendere i propri cari si sono spinti in battaglie che hanno segna-
to la divisione delle civilt.
Da allora la paura del diverso ci ha seguito e ha dettato le regole per la creazione dei confini,
tanto che oggi difficile parlare di un mondo unito in quanto siamo troppo frammentati per
poterlo affermare. Aprire uno spazio allaltro, a un mondo differente dal nostro [] il
primo, e il pi difficile, gesto multiculturale1, ma siamo disposti a farlo? Magari a parole
facile dire sono cittadino del mondo, ma poi vogliamo mantenerci radicati nella nostra
cultura e isolarci dagli altri.
Non dico che sbagliato difendere la cultura, anzi la cultura un bene preziosissimo da tu-
telare, ma dico che sbagliato imporla: noi infatti pensando di difendere la nostra cultura la
imponiamo. Sempre una cultura vorr imporre il suo colore ed i suoi valori allaltro 1,
quello che dovremmo fare invece creare un mondo in cui tutte le culture dialoghino fra
loro, in modo che le differenze non creino conflitti, bens possano arricchire. Sarebbe im-
possibile realizzare uno stato unico, ununica nazione, avente una sola cultura: bisognerebbe
ripartire da zero.

Dato che il motivo delle divisioni un problema che deriva da errori (se cos possiamo chia-
marli) storici, bene chiedersi: ma vale la pena continuare a pensare in unottica cosmopoli-
ta oppure meglio lasciare le cose come sono? Per rispondere a questo quesito possiamo
analizzare due aspetti della nostra vita sulla terra: la natura e leconomia.
La natura ragiona in unottica cosmopolita: non fa distinzioni di stato, nazione e cultura. Se
arriva unepidemia possiamo essere tutti colpiti, se c un terremoto in uno stato ne possono
risentire anche gli stati vicini,
La terra la nostra casa, e ognuno deve potersi sentire a casa 2, ma noi abitiamo in una casa
piena di muri senza porte. Muri che spesso seguono i confini naturali come a indicare che
ce li avesse imposti la natura. Eppure nellantica Grecia, patria natale del cosmopolitismo, il
mare era chiamato (Pntos), da cui deriva il termine ponte 3. Il mare, come gli altri
confini naturali, erano quindi visti come mezzo per unire e non per dividere. Un esempio
di questa esperienza di confini che uniscono si pu trovare sul monte Lussari: ufficial-

1 Luce IRIGARAY, Condividere il mondo, Bollati Boringhieri, Torino 2009 (ed. originale 2008)
2 Jacques ATTALI, Domani, chi governer il mondo?, Fazi Editore, Roma 2012 (ed. originale 2011)
3 Ottorino PIANIGIANI, Vocabolario Etimologico, Societ editrice Dante Alighieri, Roma 1907
mente segna il confine fra Italia, Austria e Slovenia, ma in pratica vi si possono vedere coe-
sistenti le culture italo-friulana, tedesco-carinziana e sloveno-carniolina.
Inoltre siamo tutti responsabili dei disastri ambientali. Ogni abitante della Terra colpevo-
le: il boscimano sudafricano, che incendia la savana per cacciare o per guadagnare terreno
coltivabile, e il fazendero argentino, i cui manzi producono metano, il coltivatore di riso a
Bali e il banchiere cinese, che fa i suoi affari in uno studio dotato di aria condizionata. 4
Tutti responsabili e tutti vittime delle ritorsioni della natura, indipendentemente dalla nazio-
ne o dalla cultura.
Anche leconomia ragiona in unottica cosmopolita, quando le sta bene. Infatti quando si
tratta di guadagnare soldi improvvisamente tutte le barriere spariscono, tanto che oggi pi
facile far circolare denaro e merci, piuttosto che le persone.
Noi non dobbiamo vivere secondo le regole che ci imponiamo, ma bens creare le regole in
modo che ci permettano di vivere al meglio: se viviamo in una natura e in un mercato
globale dobbiamo vivere in uno stato globale, non possiamo infatti avere migliaia di regole
per la stessa cosa.
Per poter descrivere correttamente questi due aspetti della vita (ma ce ne sono molti altri),
necessitiamo di ragionare in modo cosmopolita. Questo si pu vedere ora che, attraverso le
nuove comunicazioni, l'idea di stato e di nazione sta un po' scomparendo: comunichiamo
con tutto il mondo, compriamo da tutto il mondo, insomma, siamo cittadini del mondo!

Siamo per pronti ad un ipotetico stato cosmopolita? Somiglia proprio di no: basti vedere
come ci siano state difficolt ad unire lItalia, difficolt che in parte rimangono ancora oggi-
giorno, e come lUnione Europea stia sempre sul filo del rasoio. Facciamo fatica a sentirci
uniti nel piccolo, figuriamoci ad essere uniti tutti insieme. Come in Europa la difficolt
maggiore risiede forse nel fatto che nel nostro continente convivono anime che proven-
gono da contesti storici e di tradizione estremamente differenti 5, cos si ripropone, in scala
maggiore, nel tentativo di unificare il mondo.
Per poter portare avanti unideale cosmopolita un primo passo pu essere aiutare la gente a
scoprire le altre culture e a integrarsi con esse, a differenza dei programmi politici di molti
partiti che stanno prendendo sempre pi piede in tutto il mondo.

4 Wolfgang BEHRINGER, Storia culturale del clima, Bollati Boringhieri, Torino 2013 (prima ed. originale 2007)
5 Francesco GIACOMANTONIO, Pensare lEuropa nellet contemporanea: riflessioni filosofiche e contesti politici
in Scenari, Mimesis Edizioni, 29 Aprile 2016