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F i l i p p o C o r t i

La crisi del
Quarto Potere
Indice
• Cosa ne è stato del Quarto Potere

• La fine dei privilegi di una categoria: i giornali non sono più i soli a raccontare il
mondo.

• Come cambia l'informazione a disposizione dell'individuo. E come cambia il suo


rapporto con essa.

• Information Overload

• Huxley, “Brave new world” a confronto con Orwell “1984”. Come è


veramente andata a finire.

• La crisi del giornalismo, in breve

• Le chiusure, i dati di vendita. La crisi del giornalismo tradizionale. È solo colpa


di Internet?

• L'informazione vuole essere gratis, potrà esserlo?

• Le conseguenze. Cosa cambierà, cosa è già cambiato.

• L'informazione si sposta in rete

• I cambiamenti tecnici e i conseguenti inevitabili cambiamenti sociali: la tecnica


come ideologia.

• Le critiche mosse all'informazione digitale

• Notizie inaffidabili.

• Saccheggio di lavoro altrui.

• Riduzione dei dibattiti a violenti scontri. La polarizzazione delle idee.

• Internet è un luogo, non un medium.

• Il ruolo del giornalismo. Nel mondo, nella democrazia.

• L'importanza del giornalismo nella storia.

• Come il giornalista influenza i popoli. E il governo che decidono di darsi.

• Il Citizen Journalism non basta.

• Il giornalismo come mestiere legato ad una carenza tecnica?

• Conclusioni o “Il giornale del futuro”

• Salvare il giornalismo col (buon) giornalismo.

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Ho scelto di svolgere una tesina sul giornalismo, sulla crisi del
Breve
introduzione giornalismo e del ruolo che un tempo aveva nella società e su come
questo, soprattutto a causa della rete, stia mutando e stia venendo
ridimensionato, poiché se da un lato leggo giornali e riviste, quali il
Guardian, Newsweek, il Time o Internazionale, al contempo sono iscritto a una grande
quantità di blog e giornali online che reputo fornire unʼinformazione altrettando valida
rispetto a quella offerta dai media consolidati, classici. Se dunque da un certo punto di
vista reputo la rete un mezzo in grado di informare, con potenzialità enormi, credo anche,
però, che essa non sarà in grado di sostituire totalmente i giornali, se mai questi
dovessero sparire.
Il 2009 è stato un anno difficile, per il giornalismo. Molte testate hanno chiuso, altre sono
state costrette a ridimensionarsi o hanno subito cambi di proprietà. Nessuna, comunque,
ha registrato una crescita. Alcuni credono che il giornalismo sia un mestiere legato ad
una carenza tecnica, così come lo era, per esempio, il mestiere dello scriba. Alcuni
credono, dunque, che in un futuro, ora che tutti possono fare informazione, la figura del
giornalista non esisterà più, che anzi sia già obsoleta oggi e non se ne avverta più il
bisogno. Io credo non sia così, credo che lʼinformazione, se affidata del tutto ai
cittadini, non potrà migliorare ma solamente peggiorare. Ecco perché un futuro senza
giornali non è un futuro da augurarsi.

La fine del
Quarto Potere è uno dei film più famosi di Orson Welles, in cui il regista
Quarto Potere scelse di mostrare al pubblico lʼimportanza della stampa nel mondo
moderno e, attraverso il protagonista, Charles Foster Kane, la capacità di
influenzare lʼopinione pubblica. "Io sono un'autorità su come far pensare
la gente", dice Charles in una scena del film, film che ritraeva il potere della stampa di dire
alle persone cosa pensare, potere che derivava, almeno in passato, dal fatto che a loro e
solo a loro spettava il privilegio di raccontare il mondo.

Oggi questo privilegio è andato perduto. I giornali non sono più i soli a diffondere le
notizie, ed anzi sono solo una delle tante voci esistenti. Oggi, grazie o per colpa di
Internet, a seconda di come la si veda, lʼinformazione a disposizione di una persona è
aumentata esponenzialmente; così come le fonti, che sono diventate pressoché infinite.
Controllare l'informazione, e di conseguenza il nostro pensiero, è divenuto ben più difficile,
quasi impossibile a ben vedere. Viviamo in un mondo caratterizzato da un fenomeno
definito “Information Overload”, ovvero siamo costantemente raggiunti da informazioni,
spesso discordanti fra loro.

Information Due scrittori del Novecento, George Orwell e Aldous Huxley, avevano
Overload ipotizzato in due differenti romanzi come avrebbe potuto essere
controllata lʼinformazione nel futuro.
Il primo aveva teorizzato, in 1984, che le notizie scomode sarebbero
state censurate, che ci sarebbe stato un rigido controllo sulla stampa e solo alcune di
esse sarebbero arrivate al popolo, magari falsificate e adattate a seconda delle esigenze.
Un poʼ il modello seguito dalla Cina, un modello che resta per quanto efficiente facilmente
eludibile, sempre per colpa della rete.
Il secondo aveva invece immaginato, in Brave New World, uno scenario in cui
sarebbe stato il popolo stesso a scegliere di fare a meno delle notizie importanti, a
preferire quelle divertenti ad esse, a non essere più in grado di distinguere lʼinformazione

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di valore dal gossip. Non sarebbe più stata necessaria la censura, perché il popolo
avrebbe di sua spontanea iniziativa dato poco rilievo alle notizie di valore.

Con l'Information Overload il rischio a cui si va incontro è proprio questo: venire sommersi
dalle informazioni, essere esposti ad esse in continuazione con, come conseguenza,
lʼincapacità di distinguere ciò che ci è utile da ciò di cui potremmo fare a meno, ponendo
tutto sullo stesso piano. Ricevere un'informazione frammentaria e poco approfondita,
essere più interessati alla novità della notizia che al suo contenuto. La censura
ipotizzata da Orwell è più una cosa dellʼOttocento, del passato: oggi è più facile che le
notizie ci siano, ma che a nessuno interessino.

Il passaggio da un'informazione controllata e accurata come quella offerta


La crisi del
giornalismo, tempo addietro dai giornali, o che almeno in teoria avrebbero dovuto
in breve offrire, a un'informazione onnipresente e contraddittoria come quella
offerta dalla rete è avvenuto in breve tempo. Il passaggio dal periodo di
gloria del giornalismo alla “crisi” è stato rapidissimo, e forse inaspettato.

Nel 2009 il numero di giornali venduti quotidianamente è sceso a 43 milioni di copie,


quando solo venticinque anni fa il toccò il picco di 63 milioni. Inoltre, il volume di
carta stampa (negli Usa) è calato del 43 per cento negli ultimi cinque anni. Per il 2010 si
era previsto un ulteriore calo del 6-7% per i quotidiani, addirittura maggiore per i periodici.

Chi ha sofferto di più la crisi sono i giornali locali, che stanno scomparendo. Si potrebbe a
questo punto ritenere che la chiusura di un giornale locale significhi la perdita di un
importante organo di informazione, ma quando al sindaco di una città americana, San
Francisco, fu chiesto cosa accadrebbe sul piano politico a sociale se grandi metropoli
restassero senza un quotidiano egli rispose: “La città senza quotidiani? I cittadini al di
sotto dei trentʼanni non se ne accorgerebbero nemmeno”.

Le
Tuttavia la colpa della crisi non è da dare solo ad Internet, ma in
conseguenze parte ai giornali stessi, che più che aver perso i lettori se li sono lasciati
della crisi indietro. Come spiega Vittorio Zambardino in “Eretici Digitali”, la rete è,
più che il problema, la spiegazione dello stesso: la rete è una società
che parla e dialoga da sola. Lo fa a partire da giornali, televisioni, media di cui non è
contenta, che sente insufficienti, ufficialisti, schierati, omissivi, lontani.

Un suggerimento utile per la stampa tradizionale può essere quello di smettere di


combattere la rete, e iniziare ad utilizzarla. Capire che, come ha suggerimento durante il
ritorno alla direzione del Corriere Ferruccio De Bortoli, “Bisogna essere più umili” o, come
ha spiegato ai giornalisti Peter Horrocks, direttore mondiale delle news della BBC, “I social
media non sono una moda, non sono una scelta, se non li state usando semplicemente
non state facendo fino in fondo il vostro lavoro”.

Lʼinformazione La fine del giornalismo tradizionale comunque non sarà un bene,


si sposta in perché i giornali sono fondamentali per la democrazia, offrono un
rete controllo continuo sui suoi organi, attraverso indagini approfondite che
non possono essere lasciate in mano esclusivamente ai singoli cittadini,
come vorrebbe il citizen journalism.

Ho detto la fine del giornalismo, ma sarebbe più giusto dire la fine del giornalismo
tradizionale, come lʼabbiamo conosciuto fino ad oggi, su carta stampata. Il giornalismo in

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sé continuerà ad esistere, ma si sposterà in rete. E non è possibile credere che esso non
subirà cambiamenti, negativi o positivi.
Come scriveva Neil Postman in “Divertirsi da morire”, “la tecnica provoca dei cambiamenti
sociali fortissimi, e volersi illudere che sia sempre amica della cultura è solamente
unʼillusione. In questo senso, siamo un poʼ marxisti, crediamo che la storia ci conduca a un
paradiso e riponiamo la nostra piena fiducia nella tecnica”.
Marshall McLuhan lʼaveva detto più semplicemente ma pur sempre efficacemente: “Il
medium è il messaggio”.

I giornali hanno accusato la rete principalmente di tre colpe, delle quali, senza forse
voler rendersene conto, si sono macchiati a loro volta.
• La diffusione di notizie infondate, inaffidabili, false, non verificate.
• Il saccheggio del lavoro prodotto da altri, per ottenerne traffico e guadagni senza alcun
merito.
• La riduzione di ogni dibattito e confronto a polemiche aggressive e violente.

La prima critica nasce più da un misunderstanding del mezzo che da altro. Probabilmente
dall'aver erroneamente paragonato un prodotto finito, rigido e controllato come un giornale
ad un prodotto in continuum come la rete, in cui nulla è mai definitivo e tutto è in continua
trasformazione. Non bisogna tuttavia dimenticare che Internet non è un medium, ma
piuttosto un luogo. Un medium è qualcosa di finito, pronto, rigidamente controllato,
chiaro e organizzato. Internet assomiglia di più a una piazza: la gente si incontra, parla,
discute, dice di tutto, alcune cose servono, altre no. Il ruolo dei giornali un tempo era
selezionare per noi ciò che avrebbe potuto interessarci, oggi spetta a noi stessi quel
compito.

La Il rischio principale a cui si va incontro è che le persone, ora che sono loro
polarizzazione stesse a filtrare le notizie, scelgano di entrare in contatto solo con quelle a
delle idee loro favorevoli, con fonti che hanno e propongono le loro stesse idee, con
articoli che non fanno altro che avvalorare le loro ipotesi. Il rischio a cui si
sta andando incontro è che mentre con un giornale il lettore si trovava a scontrarsi con
idee di ogni tipo, e con esse era obbligato a confrontarsi e, magari, mettere in discussione
le proprie, con la rete il lettore, che si sceglie e filtra da solo i contenuti, si ritrova a leggere
giornali e blog che non fanno altro che confermare il suo pensiero, con una conseguente
polarizzazione delle sue idee, ovvero estremizzazione delle stesse.

Il ruolo del Il ruolo che aveva il giornalismo nella democrazia era un ruolo
giornalismo dunque fondamentale, che non è scontato la rete saprà coprire
nel mondo pienamente. Roosevelt una volta disse che erano i giornali a determinare
il tipo di governo che il popolo decide di darsi.
Un esempio dell'importanza del giornalismo è fornito dalla rivoluzione francese, che molti
dicono non sarebbe mai potuta avvenire senza la stampa, o, negativamente, dal
nazionalismo, un sentimento che venne accesso nell'animo europeo di fine 800, inizio
900, soprattutto grazie -beh, per colpa- della propaganda garantita dai giornali.
Il giornalismo, quello vero, sia chiaro, garantiva un'opinione pubblica bene informata, che,
come diceva Pulitzer, era la migliore forma di appello alle ingiustizie. La rete può garantirci
questo? Secondo Obama no, che infatti ritiene che la funzione di informare lʼopinione
pubblica non possa e debba essere lasciata totalmente in mano alla blogosfera. Questo
perché serve un rigido controllo dei fatti, unʼabilità e capacità di riflettere su di essi e
contestualizzarli.

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Ecco perché non bisogna gioire di questa crisi, ecco perché la chiusura di molti quotidiani
mondiali, la crisi di Newsweek o del New York Times, non devono e possono essere buoni
segnali, per il giornalismo, per i giornalisti, ma soprattutto per la democrazia stessa.

Il giornalismo potrà salvare se stesso offrendo contenuti di qualità, di


Il giornalismo
è il futuro del valore. Offrendo un tipo di materiale che i cittadini non sono in grado di
giornalismo creare da sé, offrendo non tanto le cose ma il perché di queste. Fornendo
inchieste, servizi ed approfondimenti che richiedono competenza e abilità
per essere creati.

Circa un anno fa Luca Sofri, blogger e giornalista, tenne un intervento riguardo la crisi del
giornalismo in cui giunse alla conclusione che bisogna smettere di individuare un futuro
dei media ogni giorno diverso, ma piuttosto comprendere che il futuro dei media sarà,
sicuramente, fare le cose bene. Eʼ difficile dire dal punto di vista tecnico come il giornale si
evolverà, è difficile sapere già da ora come sarà “il giornale del futuro”. Eʼ ovvio che sarà
un prodotto diverso da quello che leggiamo oggi, che sarà quasi sicuramente digitale, un
ibrido fra la rete e il giornale cartaceo che abbiamo utilizzato fino a poco tempo fa. Del
resto Luca De Biase lʼaveva detto: “Il giornale non è la sua carta”.

E il concetto espresso da Luca Sofri, citato pochi passi sopra, è poi molto simile al
concetto espresso da Sergio Maistrello nella conclusione del suo ultimo libro, “Giornalismo
e nuovi media” uscito il mese scorso: “Eʼ il giornalismo la via dʼuscita dalla crisi del
giornalismo”.

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Bibliografia
➡ Chris Anderson (2009), Gratis, Rizzoli.

➡ Nicholas Carr (2008), Il lato oscuro della rete, Etas.

➡ Vittorio Zambardino e Massimo Russo (2009), Eretici digitali. La rete è in pericolo,


il giornalismo pure; come salvarsi con un tradimento e 10 tesi, Apogeo.

➡ Sharky (2009), Uno per uno, tutti per tutti, Codice Edizioni.

➡ Marco Bardazzi & Massimo Gaggi (2010), L'ultima notizia, Rizzoli.

➡ Francesco M. Cataluccio (2010), Che fine faranno i libri?, Nottetempo.

➡ Joseph Pulitzer (2010), Sul giornalismo, Bollati Boringhieri.

➡ Sergio Maistrello (2010), Giornalismo e nuovi media, Apogeo.

➡ Neil Postman (2002), Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello


spettacolo, Marsilio.

Articoli
➡ Jeff Jarvis, “The problem with comments isn’t them”, pubblicato il 23 Marzo 2010
su BuzzMachine (http://www.buzzmachine.com/2010/03/23/the-problem-with-
comments-isnt-them/)

➡ Ferruccio De Bortoli, “Il Corriere di De Bortoli: speranze e timori”, pubblicato il 9


Aprile 2009 su Micromega (http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-corriere-
di-de-bortoli-speranze-e-timori/)

➡ Luca Sofri, “Il futuro dei media è fare le cose bene”, pubblicato il 21 Ottobre 2009
su Wittgenstein (http://www.wittgenstein.it/2009/10/21/il-futuro-dei-media-e-
fare-le-cose-bene)

➡ Hannah Fairfield e Alicia Parlapiano, “Bad News for Newspaper”, pubblicato il 12


Marzo 2009 sul NY Times (http://www.nytimes.com/interactive/2009/03/12/
business/20090312-papers-graphic.html)