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MASSIMO MONTANARI- STORIA MEDIEVALE

Capitolo 1. La metamorfosi del mondo romano e la fine dell'Inpero in Occidente (secoli III-V)

I due secoli che precedettero la caduta dell'Impero romano d'Occidente (476, deposizione di Romolo

Augustolo) sono stati definiti “rivoluzione tardo-romana”, distinguibile in 4 fasi:

a)la prima metà del III secolo fu ancora un'età di pace e splendore: l'Impero comprendeva tutti i paesi

affacciati sul Mediterraneo, a ovest si estendeva fino all'Europa occidentale e la Britannia e a est verso

la Mesopotamia; comprendeva una popolazione di 50 milioni di abitanti, governata da un'oligarchia

aristocratica, che ormai aveva perso la sua originaria identità militare. Ormai le guerre intraprese dall'impero erano solo difensive e di conseguenza venivano meno i proventi derivanti dalle conquiste. Già nel II sec i costi per mantenere l'impero divennero maggiori rispetto alle entrate fiscali. b) nella seconda metà del III secolo le strutture militari che servivano a contenere la pressione alle frontiere cedettero, e la minaccia dei Barbari si concretizzò, contraendo anche l'economia. (Roma venne cinta dalle mura aureliane) c)nel IV secolo l'emergenza militare determinò una serie di riforme amministrative e politiche (cristianizzazione dell'impero, insediamento dei popoli barbari entro i confini dell'impero). In particolare venne riorganizzato l'esercito, operazione che raddoppiò la spesa dello stato, colmata con una maggiore pressione fiscale che a sua volta richiedeva un'espansione dell'apparato burocratico. La risposta a tali necessità fu esclusivamente politica, si creò infatti una “macchina statale” basata su una politica accentrata e una pesante burocratizzazione (modello per i futuri stati nazionali). Inoltre le

nuove necessità belliche comportarono l'esclusione dell'aristocrazia senatoria dai comandi, preferendo invece i militari di carriera che provenivano dai ceti meno elevati, creando così una società di uomini nuovi, figli di liberti e pastori, che vennero ad occupare i vertici politica dello stato (ampliato grazie a riforme amministrative quali la scomparsa della distinzione tra ordine equestre e senatorio e la separazione delle carriere tra ufficiali civili e militari. In questo quadrò influì anche molto il ruolo politico che Costantino diede ai vescovi cristiani, che assunsero un ruolo di guida della società). La pressione fiscale per sostenere il costoso impero tardo romano contribuì a ampliare il divario tra ricchi

e poveri. Ciò avvenne anche per le città: la concentrazione delle ricchezze nei grandi centri urbani

comportò il declino dei centri minori e la conseguente riduzione delle città, che comportò a sua volta un processo di localizzazione dell'aristocrazia nei grandi centri. d)Oriente e Occidente: In questo clima di esaltazione delle realtà locali andò maturando la distinzione tra Oriente e Occidente (ufficialmente divisi dalla riforma costituzionale di Diocleziano che introdusse il decentramento politico, catalizzata poi da Costantino che nel 330 spostò la capitale a Bisanzio, rinominata Costantinopoli, e conferendo pari dignità ai vescovi di Roma e di Costantinopoli). Nelle provincie orientali il commercio e la produzione avevano un ruolo più importante nell'economia

complessiva, tanto che in Oriente non si verificò quel divario tra ricchi e poveri e tra centri maggiori e minori che invece andava crescendo in Occidente:in Oriente le esigenze dell'impero erano supportate

da una crescita economica. La risposta che oriente e occidente diedero alla minaccia barbarica fu

differente: in oriente l'antibarbarismo portò all'epurazione degli elementi germanici dalle truppe, mentre

in Occidente l'ascesa alle alte cariche militari di soldati germanici aumentò le concessioni alle

popolazioni barbariche della possibilità di stanziarsi entro i confini dell'impero. Sebbene la deposizione

di Romolo Augustolo (476) ad opera di Odoacre abbia perso il valore di cesura periodizzante (caduta

dell'Impero) fu un fatto sintomatico, poiché Odoacre non pretese il titolo imperiale: questo segnala la mancanza di volontà di assimilazione dei popoli barbarici.

Interpretazione del cambiamento: la fase finale dell'impero romano venne sempre considerato un periodo di cambiamento, positivo o negativo a seconda delle interpretazioni. Gibbon ('700) vedeva un'affinità tra il II secolo e la sua epoca, momenti di massimo splendore della civiltà antica e moderna,

così come vedeva un'affinità nel loro declino. Egli individuò nel cristianesimo la causa della fine dell'impero. Nell'800 invece, mantenendo la connotazione negativa della fase di cambiamento , la causa della caduta dell'impero romano venne vista nelle invasioni barbariche (influenza dei movimenti nazionalisti). Con lo sviluppo delle scienze economiche gli storici avanzarono valutazioni di tale natura: secondo Marx la caduta dell'impero deve essere imputata alla trasformazione di una struttura sociale basata sulla schiavitù in una basata sul servaggio e rapporti feudali.

Capitolo 2 – Il cristianesimo: le chiese episcopali e il monachesimo delle origini (secoli IV-VI) Il cristianesimo fu inizialmente una delle numerose religioni salvifiche che si diffusero nelle classi aristocratiche romane; il suo successo tra i ceti urbani e la sua organizzazione gerarchica fecero sì che questo acquisisse un ruolo centrale nella conservazione delle struttura amministrative, sociali e culturali della compagine imperiale al momento della sua dissoluzione. Cristianizzazione è il termine usato per definire il processo che condusse a una fede comune le cittadinanze e le popolazioni rurali del territorio romano, oltre a quelle barbariche che vivevano ai confini imperiali. Tale processo seguì due strade principali: a) la via istituzionale, incentrata su chiese urbane dominate dall'aristocrazia e da una gerarchia sacerdotale rigidamente strutturata, promotrice di un'evangelizzazione delle campagne intorno a chiese battesimali; b) una via individuale, la scelta monastica e l'organizzazione di una vita comunitaria nei cenobi e nei monasteri. I monaci furono i protagonisti dell'evangelizzazione delle popolazioni rurali. La catechesi fu un processo di acculturazione profonda e di integrazioni tra le popolazioni dell'impero e le nuove etnie che vi stanziarono: creava infatti un universo culturale, nonché un linguaggio comune alle diverse realtà.

Chiesa, città e diocesi: la crisi delle aristocrazie cittadine si accompagnò al declino dei culti classici, derivante dalla crescente necessità di attribuire all'individuo un valore indipendente dalla sua appartenenza al gruppo dirigente. Ciò favorì il grande successo delle religioni salvifiche (culto di Iside

e Mitra). Tra il I e il III sec si organizzarono le prime comunità cristiane: il gruppo sacerdotale era

strutturato gerarchicamente in diaconi e preti e aveva a capo un vescovo, figura carismatica dotata di autorevolezza personale e religiosa. Con L'editto di Milano del 313 l'imperatore Costantino concesse ai cristiani libertà di culto e nel 380 l'imperatore Teodosio con l'editto di Tassalonica impose a tutti i

cittadini dell'impero la professione della religione cristiana. Inizialmente il cristianesimo veniva praticato prevalentemente dal ceto aristocratico, che viveva di rendita e si dedicava spesso alla speculazione filosofica: talo sostrato sociale aveva conferito grande autorevolezza alle gerarchie ecclesiastiche. Vescovi cittadini e pievi rurali: dalle città partì (V sec) un'opera di evangelizzazione delle campagne. La diocesi, ossia il territorio sottoposto all'autorità del vescovo, corrispondeva al territorio tradizionalmente soggetto alla città nell'organizzazione amministrativa di età imperiale. L'opera di evangelizzazione fu un processo antropologico, ossia di reciproco scambio tra le culture diverse. Dal punto di vista territoriale l'organizzazione amministrativa romana influenzò lo sviluppo delle diverse sedi episcopali: più contenute ma numerose nel centro sud, dove vi era una fitta rete di città, dotate di piccoli territori, mentre meno numerose ma più ampie al nord. L'organizzazione amministrativa imperiale influenzò anche le funzioni di coordinamento che alcune sedi episcopali avevano su altre: i vescovi delle diocesi che facevano capo alle grandi metropoli del mondo romano (Costantinopoli, Alessandria, Roma, Ravenna, Aquileia e Milano) ottennero una naturale supremazia sui vescovi delle città vicine (venivano chiamate diocesi metropolite). Un prestigio particolare era connesso alla sede

episcopale romana, sia per il ruolo della città sia per la figura del vescovo di Roma, reputato successore di Pietro.

I monasteri e le campagne: il monachesimo è un fenomeno che si sviluppò dal III secolo, inizialmente

nelle aree orientali dell'impero. Esso si presenta come una scelta individuale di rifiuto del mondo e di ricerca della redenzione attraverso la penitenza e l'ascesi. Con l'affermazione del cristianesimo come religione di stato, il monachesimo iniziò a diffondersi anche in Occidente, attraverso un'elaborazione

dottrinaria che tendeva a condannare l'eccessivo individualismo, temperando tale scelta con l'introduzione di regole di vita comunitaria. I primi gruppi monastici nacquero in Gallia occidentale per opera di Martino e nel corso del V secolo proliferarono nella regione. In italia le prime esperienze monastiche coinvolsero l'aristocrazia romana alla fine del IV secolo: decisiva fu l'azione di Girolamo, originario della Dalmazia e appartenente alla classe senatoria, dopo aver studiato a Roma si convertì al cristianesimo e visse a lungo come eremita nel deserto siriano. Tornato a Roma divenne la guida spirituale di molti esponenti dell'aristocrazia. Nel 529 Benedetto da Norcia fondò il monastero di Montecassino: la comunità venne organizzata in base alla Regola che prevedeva la coesistenza nella vita dei monaci di ore destinate alla preghiera e di ore destinate al lavoro. Un'altra area europea in cui si diffuse rapidamente il monachesimo fu l'Irlanda: l'isola non era mai stata assoggettata all'impero romana e non conosceva fenomeni di urbanizzazione. Era abitata da tribù a capo delle quali vi erano i druidi, sacerdoti del culto celtico. Grazie a tale conformazione sociale il monachesimo si affermò con maggiore facilità rispetto all'organizzazione episcopale: la forma di culto che ne derivò fu di stampo fortemente ascetico e rigoroso. Da qui nacque un'opera di evangelizzazione da parte dei monaci irlandesi, che imposero Regole più rigide di quella benedettina in Europa continentale e in Italia. Le più famose tra queste fondazioni furono opera dell'abate San Colombano (Bobbio). La conversione dei Barbari: ad opera dei monaci missionari, attraverso una meditata strategia. Si iniziava con la conversione delle aristocrazie politico militari o, se esisteva, del re, personalità di riferimento per la popolazione, dal punto di vista culturale e tradizionale. Le popolazioni barbariche risultarono particolarmente feconde per il messaggio salvifico del cristianesimo e le elites militari compresero subito l'utilità del cristianesimo per rafforzare la loro preminenza sociale ed economica. Intraprendere una carriera ecclesiastica comportava l'assimilazione della cultura latina e classica da parte delle popolazioni barbariche, ma lo scambio non fu univoco: vennero introdotti nella dottrina cristiana valori tradizionali germanici, come la violenza e la forza (esaltazione del lato eroico e combattivo della religione, dei martiri: il monaco prese il nome di miles dei). Durante il IV secolo le popolazioni germaniche furono convertire al culto cristiano secondo la forma ariana: questa corrente prende il nome dal sacerdote di Alessandria Ario, che sosteneva che Cristo non aveva lo stesso grado di divinità di Dio padre. L'arianesimo venne condannato nel concilio di Nicea (325), ma ebbe comunque grande diffusione nelle popolazioni germaniche, tanto da divenire un simbolo di identità etnica, più che una scelta teologica. Questioni dottrinali:la molteplicità delle sedi episcopali ebbe come diretta conseguenza una grande varietà nelle forme di culto e nelle interpretazioni dottrinali, che a loro volta implicavano divergenze dogmatiche volte all'affermazione dell'identità locali delle diverse sedi. Il problema centrale fu quello posto dalla Trinità, infatti la molteplicità delle persone divine entrava in contrasto con la tradizione filosofica classica che concepiva l'Essere come Uno per definizione. Il dibattito dottrinale si concentrò quindi sulla definizione della natura della figura storica di Cristo: durante il concilio di Nicea (325), importante perchè fu la prima volta che un'asemblea di vescovi venne convocata dall'imperatore Costantino, preannunciando l'ortodossia politica, ossia la compenetrazione tra cristianesimo e potere civile, venne condannato definitivamente l'arianesimo. Nella parte orientale dell'impero le sedi ecclesiastiche di più antica tradizione erano quelle di Alessandria e Antiochia: le scuole teologiche di queste città elaborarono differenti dottrine sulla natura di Cristo. Ad Antiochia si valorizzava sopratutto la natura umana di Cristo (nestorianesimo) mentre ad Alessandria si esaltava l'elemento divino (monofisismo). Durante il Concilio di Calcedonia (451) si tentò una soluzione di compromesso tra le due torie, ribadendo la doppia natura del figlio di Dio, ma a causa di un editto successivo, venne emarginato il monofisismo alessandrino. La questione scoppiò in modo violento durante il regno di Giustiniano: l'imperatore aveva il progetto di riportare i paesi mediterranei sotto l'autorità imperiale e volle quindi assicurarsi la fedeltà di Siria ed Egitto. Giustiniano emanò quindi l'editto dei Tre Capitoli (544) con il quale veniva condannato il nestorianesimo. Tale editto provocò una profonda frattura nella chiesa cristiana: i vescovi occidentali guidati da Vigilio vescovo di Roma si rifiutarono di accogliere il

nuovo editto; Vigilio fu arrestato, trasferito a Costantinopoli e costretto a ratificare l'editto ma gli altri vescovi della penisola italiana, guidati dai vescovi di Milano e Aquileia si rifiutarono di ratificare l'editto (scisma dei Tre Capitoli). Il tentativo di Giustiniano fu quindi quello di dare autorevolezza alle sedi episcopali di Roma e Costantinopoli per ritrovare attraverso i dogmi di fede unitaria una coesione sociale e politica, tentativo che ebbe successo in Occidente, dove il prestigio della sede romana si affermò sulle altre.

Capitolo 3 – Le invasioni e i regni romano-barbarici

I popoli che erano vissuti ai confini dell'impero romano migrarono al suo interno in seguito all'irruzione

di nuove popolazioni provenienti dall'eurasia. La situazione ai confini dell'impero nell'età tardoantica

era di conflittualità endemica tra le popolazioni locali e i Barbari, espressioni con cui venivano designati popoli assai diversi tra loro, una galassia di popolazioni dall'identità etnica fluida, in costruzione (queste tribù lentamente si costruirono come popoli, in base al processo storico definito eterogenesi, il ridefinirsi di identità etniche in base ad elementi di natura culturale. L'irruzione dei barbari nei territori dell'impero: i rapporti tra barbari e romani furono intensi sin dal II secolo, dal III secolo molti guerrieri barbari vennero assoldati nell'esercito romano. Questo delicato equilibrio entrò in crisi a partire dal IV secolo, con l'indebolimento politico ed economico dell'impero:

alcune popolazioni barbariche si stanziarono entro i confini dell'impero, consapevoli dell'indebolimento delle difese militari romane. Inoltre i Barbari stanziati lungo i limes, spinti alle spalle da altre popolazioni che da Oriente si spostavano verso Occidente a causa dell'irruzione degli Unni, dei guerriglieri nomadi provenienti dall'Asia centrale. Tali spostamenti coinvolsero soprattutto i Goti, nome con cui venivano accomunate delle tribù nomadi che dal III secolo si stanziarono in vari territori dal Danubio al mar Nero (Visigoti, Goti occidentali- Ostrogoti, Goti orientali). Le devastazioni nelle regioni imperiali dei balcani meridionali ad opera dei Visigoti mise in crisi i rapporti tra Barbari e romani, tanto che l'imperatore fu costretto ad affrontarli in battaglia, e venne sconfitto e ucciso (Adrianopoli 378). Gli imperatori, presero atto di non poterli bloccare militarmente, adattarono una

politica pragmatica, basata sui sistemi della hospitalitas (concessione delle terre di una data regione alle popolazioni barbariche che dichiaravano fedeltà all'impero, fornendo un appoggio militare per rimanendo indipendenti) e della foederatio (alleanza in cambio di compenso). Tale tentativo di inquadrare le popolazioni barbariche nell'impero non ebbe successo: dopo essersi dichiarati federati degl'imperatori d'Oriente, per far valere le proprie posizioni iniziarono a compiere devastanti incursioni, la più drammatica a Roma nel 410 ad opera di re Alarico. Dopo la sua morte si ritirarono dall'Italia per stanziarsi nella Gallia meridionale, dove già erano migrate altre popolazioni barbariche (Vandali, Alani, Svevi, Burgundi). Inoltre i Visigoti si scontrarono con Franchi e Allemanni, federati dell'impero a cui erano affidati i confini reniani. Vandali, Alani e Svivi furono costretti da questi a oltrepassare i Pirenei e stanziarsi nella penisola iberica, così come i Visigoti che essendo militarmente più forti degli altri popoli, stabilirono il dominio sulla Spagna. Negli stessi anni la Britannia, abbandonata dalle legioni romane, fu devastata dalle scorribande dai Pitti. I Britanni allarmati favorirono lo sbarco delle popolazioni germaniche (Juti, Angli e Sassoni) con cui avevano già precedentemente avuto contatti, che si rivelò fatale. Attorno al 450 le regioni dell'Europa centrale subirono le incursioni degli Unni, che ormai si erano spinti alle porte dell'impero (sotto la guida di Attila scesero in Italia fermandosi poco prima di Roma, grazie a Papa Leone I). quando nel 476 l'ultimo imperatore d'occidente Romolo Augustolo fu deposto,

la maggior parte dell'impero era nelle amni dei Barbari. Odoacre era infatti sostenuto da una compagine

militare multietnica. Tuttavia gli imperatori d'oriente non si rassegnarono alla perdita dell'impero e pensando di poter recuperare l'Italia con il sistema della foederatio, favorirono l'irruzione in Italia degli Ostrogoti guidati da Teodorico. Alla fine del V secolo nella parte occidentali dell'impero si erano instaurati dei regni definiti romano barbarici, per sottolineare il fatto che fossero caratterizzati da un'originale fusione tra la tradizione politico-istituzionale romana e l'organizzazione sociale dei popoli

barbari. Caratteristiche comuni dei regni romano-barbarici: nei territori conquistati i Barbari erano in netta minoranza rispetto alla popolazione residente, creando quindi un problema di convivenza, risolto attraverso il mantenimento delle tradizioni giuridiche e amministrative precedenti integrate a quelle della tradizione barbarica ( vennero addirittura redatte raccolte di leggi scritte nei vari regni, chiamate leges: il fatto che i sovranoi barbarici usassero uno strumento tipico della tradizione giuridica romana quale la codificazione scritta, in lingua latina, è un'attestazione dell'incontro culturale tra Barbari e Romani. Infatti la gestione diretta dell'amministrazione rimase in mano alla popolazione romana, mentre la gestione militare divenne monopolio dei barbari. Il potere regio doveva essere riconosciuto da tutti ed era di tipo sacrale, un potere assoluto di costringere, giudicare e punire. Fu proprio la creazione di gruppi attorno ai re, gruppi basati sull'uso delle armi e lealtà personali, che distinse i regni romano-barbarici da quelli tardo-antichi. Prima l'uomo libero era quello che aveva la cittadinanza, i pieni diritti, ora solo il guerriero è libero. Franchi, Anglosassoni e Ostrogoti: I Franchi nel v secolo si erano già stanziati lungo le rive del Meno e a nord del Reno. Questi erano un eterogeneo gruppo di tribù, raggruppati sotto un nome generico. Federati dai romani nel 430, essi trovar0ono per la prima volta coesione sotto il regno di Clodoveo, discendente di Meroveo, capostipite dei Merovingi. Oltre a imporsi sugli altri capi franchi, Clodoveo riuscì a espandere i suoi domini verso ovest. Egli inoltre comprese l'importanza di stabilire contatti con l'episcopato e la chiesa di Roma, si fece infatti battezzare, presentando i franchi come popolo di Dio, fedele difensore della chiesa. Nel 510 Clodoveo fece redigere la lex Salica, che raccoglieva le norme consuetudinarie franche. Alla sua morte il regno fu spartito tra gli eredi, divenendo così una serie di territori instabili e conflittuali. Gli Anglosassoni diedero vita nella Britannia meridionale a una serie di regni regionali, costringendo le popolazioni britanniche a ritirarsi nelle regioni occidentali. Dopo un lungo periodo di conflittualità, trovarono un periodo di relativa unità sotto la guida del re del Wessex. L'invasione anglosassone, dal punto di vista religioso, comportò una paganizzazione della Britannia. Solo sotto la guida del monaco Agostino verso la fine del Vi secolo fu avviata un'opera di rievangelizzazione, culminata con il battesimo del re del Kent e la fondazione della sede vescovile di Canterbury. Gli Ostrogoti, giunti in Italia per volontà Bizantina, cercarono di dar vita a un regno autonomo sotto la guida di Teodorico, re dalla doppia accezione. D aun lato tipicamente barbarico, essendo re in virtù della vittoria militare su Odoacre, dall'altro mantenne il titolo ricevuto dai Bizantini prima dell'invasione della penisola. Tale ambiguità si rifletteva nell'organizzazione del regno, in cui l'ambito amministrativo era delegato a funzionari romani, quello militare e giuridico a funzionari goti. Fece costruire la capitale del suo regno a Ravenna. Il delicato equilibro tra goti e romani entrò in crisi alla fine del regno di Teodorico, la cui morte diede il pretesto a Giustiniano per inviare le sue truppe in Italia, iniziando così il conflitto trentennale destinato a concludersi con la sconfitta dei goti. Più duraturo fu il regno dei Visigoti in Spagna, dove riuscirono a integrarsi efficacemente con la tradizione gallo romana ispanica, mantenendo l'eredità politica-amministrativa romana. Re Alarico promulgò un codice ispirato largamente al diritto romano. Dal punto di vista religioso però mantennero a lungo il credo ariano, ma la differenza di credo non intaccò i rapporti tra le due popolazioni. Il loro regno durò fino all'incursione degli islamici nel 711. i Vandali invece, stanziatisi in nord Africa, avviarono un difficile scontro con la popolazione locale, attuando forti persecuzioni contro i cristiani non-ariani. Quando i Bizantini attaccarono il regno (533), non incontrarono resistenza nella popolazione in modo che il generale di Giustiniano riuscì ad abbattere facilmente l'unico regno romano-barbarico dell'Africa settentrionale.

Capitolo 4- L'impero romano d'Oriente (secoli VI-IX): il Vi secolo fu profondamente segnato dal programma politico dell'imperatore Giustiniano, che si era proposto di ricondurre l'impero all'unità riconquistando i territori della parte occidentale, in particolare i territori sul Mediterraneo. Inizialmente

l'azione di Giustiniano venne diretta contro i Vandali nell'Africa settentrionale, poi contro i Visigoti della Spagna meridionale e infine contro gli Ostrogoti nella penisola italiana (la campagna più lunga e onerosa in termini economici. La guerra greco gotica durò infatti quasi vent'anni e segnò per la penisola italiana il vero crollo della civiltà antica. Durante il regno ostrogoto di Teodorico la convivenza tra romani e goti fu pacifica (vedi prima) ma con la sua morte i rapporti si incrinarono. Dapprima la classe

senatoria romana e i Goti fecero fronte comune davanti all'attacco imperiale. La conquista della penisola partì da sud e dopo la presa di Napoli, i bizantini arrivarono fino alla capitale Ravenna e i Goti furono costretti a ritirarsi sl di là del Po e la classe senatoria si arrese all'avanzata bizantina, così i Goti rimasero soli a fronteggiare l'attacco imperiale. Fu per questo motivo che il re Totila non cercò la collaborazione della classe senatoria, operando anche una rivoluzione sociale. In tal modo Totila riuscì

in breve tempo a riconquistare la maggior parte della penisola, ma durante una battaglia i Goti furono

sconfitti e il restesso perse la vita. Nel 553 l'intera penisola era assoggettata a Bisanzio, così come tutti i territori che si affacciavano sul mediterraneo. La codificazione del diritto romano il sistema romano prevedeva che assieme alle leggi emanate dall'autorità pubblica avevano valore normativo anche le elaborazioni tecniche dei giuristi, creando un

sistema giuridico estremamente complesso che poggiava sull'elaborazione delle norme, sull'interpretazione teorica della loro applicazione e sulla concretezza dell'esercito della giurisdizione. Tale sistema funzionava solo in virtù dell'unità culturale, conservata e alimentata dalle scuole di diritto; una volta venuta meno tale unità, la prassi della giustizia impose una semplificazione del sistema. Nel

V

secolo l'imperatore Teodosio riordinò per la prima volta la legislazione dell'impero e fece raccogliere

in

un codice, ordinato per materie, tutte le leggi emanate da lui e sai suoi predecessori, tuttavia la

compilazione non comprendeva la normativa giurisprudenziale. Le scuole di diritto della zona orientale dell'impero diedero indirizzi innovativi rispetto al diritto romano classico. Tuttavia Giustiniano intervenne con mano autoritaria e tolse a tali scuole il riconoscimento imperiale, privilegiando soltanto i giuristi impegnati in un'opera di recupero “archeologico” del diritto romano classico. S tal gruppo di giuristi l'imperatore affidò il compito di codificare il patrimonio giuridico dell'età repubblicana (sia la legislazione che la norma giurisprudenziale): il Corpus iuris civilis, costituito da quattro parti. Tale iniziativa consegnò alla posteriorità una raccolta che consentiva di conservare memoria di ciò che era stato il diritto romano. La riforma amministrativa: al termine della guerra gotica in Italia venne introdotta la legislazione giustinianea (Pragmatica Sanctio). Anche a livello amministrativo, il modello fu quello del tardo impero: le prefetture erano le maggiori circoscrizioni dello stato, queste erano divise in diocesi (funzione prevalentemente fiscale), a loro volta divise in provinciae, unità territoriali primarie. L'applicazione della riforma avvenne in modo esaustivo: la riforma, pur continuando a distinguere l'amministrazione civile da quella militare, non riuscì a ricostituire una classe senatoria, poiché gli elementi gotici erano ormai profondamente inseriti nella società. Anche la restaurazione dell'insegnamento scolastico pubblico fallì, poiché ormai questo campo era coperto dai monasteri, così come la giustizia processuale fu sostituita dalla più rapida ed economica giustizia arbitraria (sempre più spesso gli arbitri erano i vescovi).

L'impero dopo Giustiniano: il programma di restaurazione di Giustiniano sembrò avere successo fino alla sua morte, ma i precari equilibri si ruppero presto: la condizione finanziaria era assai precaria (non riuscivano a pagare regolarmente le truppe mercenarie, inoltre le grandi distanze geografiche e quindi culturali che separavano le zone dell'impero rendevano difficili degli interventi a livello centrale, a ciò

si aggiunse la pressione sui confini delle varie popolazioni barbariche. La rivolta militare del 602 che

terminò con l'uccisione dell'imperatore Maurizio, allentò il controllo sulle frontiere a nord-est, permettendo a Slavi e Avari di stanziarsi nella penisola balcanica, mentre i persiani avanzavano in Asia Minore. Il nuovo imperatore Eraclio (610-41) raccolse l'esercito e sferrò un grande attacco contro i Persiani, abbandonando però i territori spagnoli e la penisola balcanica, tanto che Slavi e Avari arrivarono ad assediare Costantinopoli; la città tuttavia resistette all'attacco e la guerra con i persiani si

concluse con una vittoria imperiale. Una volta riunito l'impero, si presentò il problema religioso (le provinvie orientali erano di fede monofisista), che l'imperatore Eraclio tentò di risolvere attraverso l'introduzione di una nuova dottrina di mediazione, il monotelismo, che superava il problema della natura di Cristo centrando l'attenzione sulla unica volontà del figlio di Dio, fallendo. Il tentativo fallì anche e soprattutto perchè Siria e Palestina erano state occupate dagli Arabi, sancendo la fine del dominio imperiale sul mediterraneo.

I territori bizantini in Italia: nel 568 i Longobardi giunsero in Italia, ma non riuscirono mai ad avere il

dominio completo sulla penisola. L'Istria, la laguna veneta, la Romagna, le Marche, Umbria e Lazio, Napoli, il Salento, la calabria e la Sicilia rimasero di dominio bizantino. Il controllo amministrativo delle regione venne affidato a un funzionario imperiale, l'esarca, che risiedeva a Ravenna e esercitava il

suo potere su tutti i domini italiani, ad esclusione della Sicilia che era controllata direttamente da Bisanzio. Le aree bizantine mantennero quindi l'organizzazione romana, con alcuni cambiamenti: le necessità difensive imposero che il potere militare venisse esercitato anche da funzionari civili (contro il principio della separazione del potere civile e militare), inoltre la difficoltà nei collegamenti tra le diverse provincie italiane comportò una regionalizzazione delle aristocrazie, tanto che il dominio dell'esarca sulle provincie rimase di natura teorica, poiché presto i vari ducati si resero indipendenti, relegando l'autorità imperiale a un valore solo nominale. In particolare nel ducato romano l'autorità del pontefice entrò in concorrenza con il dominio bizantino, in particolare quando nel VIII secolo i pontefici strinsero un'alleanza formale con i franchi. La Sicilia venne conquistata dagli Arabi durante il IX secolo, da qui gli arabi si spinsero nela penisola, conquistando Bari, poi riconquistata dagli imperiali. La conflittualità endemica e l'arrivo delle truppe mercenarie normanne segnarono la definitiva scomparsa del dominio bizantino in Italia, anche se la sua influenza cultura perdurò nei secoli. Capitolo 5 – I Longobardi e le due Italie

I

Longobardi sono uno dei popoli germanici che più interessarono gli storici per la loro struttura sociale

e

per il modo in cui fondarono un nuovo regno in Italia. Valicate le Alpi nel 568, conquistarono gran

parte delle regioni settentrionali della penisola e alcuni importanti territori del centro sud, dando vita a un regno che durò circa due secoli. L'origine dei Longobardi: come tutte le popolazioni barbariche anche i longobardi non erano caratterizzati da una identità etnico-biologica comune, bensì culturale, essi formavano una comunità fondata sul fatto che credevano di avere un'ascendenza comune. Durante il conflitto tra Ostrogoti e Bizantini, i Longobardi si inserrono nel conflitto, arrivando per la prima volta in Italia: al momento della loro migrazione quindi i Longobardi avevano già avuto rapporti con i bizantini. L'organizzazione sociale dei Longobardi prima della migrazione in Italia: questi erano innanzittutto un popolo in armi, un popolo-esercito guidato da un'aristocrazia di cavalieri e da un re che trovavano legittimità nell'attività bellica. Il re longobardo era privo di quel carattere sacrale che caratterizzava le altre popolazioni germaniche. Il re era scelta da un'assemblea di uomini liberi, gli arimanni, che si distinguevano giuridicamente dai servi, a cui erano affidati i lavori nei campi e la pastorizia. Tra liberi e servi esisteva uno strato giuridico mediano e ambiguo, di persone limitate nel loro agire da vincoli di ordine giuridico, ma che mantenevano una certa autonomia economica. La cellula organizzativa fondamentale della società longobarda era la fara, un raggruppamento familiare con funzioni di unità militare. Vi era anche uno strato sociale intermediario tra re e uomini liberi, i duchi, ossia i capi supremi delle singole fare. Dal punto di vista religioso i Longobardi erano cristiani di fede ariana, ma la cristianizzazione era superficiale e limitata ai ceti dirigenti., mentre gran parte dle popolo seguiva i culti religiosi di tradizione germanica. Lo stanziamento dei Longobardi in Italia: giunti in Italia dal Friuli, i Longobardi conquistarono presto importanti città settentrionali, senza incontrare particolare resistenza da parte dei Bizantini, poiché questi erano impegnati su altri fronti (Persiani e Avari). La prima fase dell'offensiva longobarda si concluse con la presa di Pavia (572), che divenne la capitale del nuovo regno longobardo. I primi anni

del regno furono anni di conflittualità interna tra duchi e sovrani (soprattutto dopo la morte di Re Alboino, crisi della regalità longobarda). In questo periodo, durante una sorta di guerra di bande, i duchi guidarono i loro guerrieri verso ovest, conquistando Torino ed Asti, e verso l'Italia centrale, dando vita agli insediamenti di Spoleto e Benevento. Inizialmente lo stanziamento dei longobardi ebbe un impatto violento sulla società italica: la classe senatoria venne esclusa dal potere e il clero si oppose fortemente al dominio, proponendosi come difensore della società romana. Ben presto però anche i Longobardi riuscirono ad integrarsi con la popolazione dando vita a una società multietnica e culturalmente mista. L'estrema frammentazione del regno longobarda lo rendeva facile preda di un contrattacco bizantino, per questo motivo i duchi decisero di eleggere un nuovo sovrano: la scelta cadde su Autari e per rafforzare il suo potere i duchi gli cedettero la metà dei loro beni, che vennero a costituire la base del fisco regio. Con Autari iniziava un processo di rafforzamento del potere regio (una prima assunzione di coscienza territoriale, del concetto di stato). Autari cercò di legittimare il suo regno avvicinandosi sia alla società romana che alle tradizioni longobarde: sposò infatti Teodolinda, figlia del duca di Baviera, discendente di una stirpe regia longobarda. Morto Autari, Agigulfo divenne re continuando l'opera del suo predecessore: un'importante innovazione fu l'avvicinamento al clero capitolino, voluta da Teodolinda, di fede cattolica. In tale contesto va vista anche la fondazione del monastero di Bobbio, la prima delle lunghe fondazioni monastiche che caratterizzarono la politica dei sovrani longobardi. Il consolidamento del regno (VII sec): la concezione territoriale del regno provocò la trasformazione die duchi in funzionari regi, istituendo una rete di distretti pubblici (ducati) incentrati attorno a città strategicamente importanti, spesso lungo le vie di comunicazione (Treviso, Verona, Trento, Brescia, Bergamo, Ivrea, Torino, Lucca); un ruolo particolare fu giocato dai ducati di Spoleto e Benevento, che spesso condussero una politica autonoma nei rapporti con Bisanzio. Nella loro amministrazione i duchi potevano essere affiancati da funzionari minori, i centenarii, che pian piano assunsero il ruolo di capo villaggio e, in ambito rurale, vennero ad affiancare i gastaldi, coloro che gestivano i terreni agricoli per conto dell'autorità regia. Sempre in ambito rurale avevano grande importanza i villaggi fortificati: le città quindi, seppur rilevanti, non erano l'unico fulcro dell'organizzazione politico-militare dei Longobardi. Pavia, sede della corte regia, divenne sempre più importante, in quanto sede degli uffici amministrativi. Il potere regio emanò anche un codice di leggi: nel 643, per volontà del re Rotari fu compilata la prima raccolta scritta, in lingua latina, delle leggi e delle usanze dei Longobardi (vita civile, rapporti patrimoniali e disciplina militare). Uno dei principali scopi dell'editto era la proibizione della faida, ossia della giustizia privata, che venne sostituita da forme di mediazione pubblica garantite dal re e consistenti in ammende pecuniarie; il codice prevedeva sanzioni diverse a seconda dello status sociale, fatto che ci fa comprendere che si stava avviando un processo di stratificazione sociale. L'espansione del regno longobardo e l'origine del potere temporale dei papi: Re Lituprando tentò di consolidare il regno attraverso un'intensa attività legislativa e amministrativa; fece partire anche una nuova fase di espansione territoriale finalizzata alla conquista dell'Esarcato e di altri territori di controllo bizantino. Si spinsero fino al ducato di Roma, dove conquistarono l'importante castello di Sutri, liberato poi nel 728, dopo le pressanti richieste papali, episodio letto successivamente come l'atto costitutivo del potere temporale dei papi. Infatti in quel secolo la chiesa romana si stava progressivamente sganciando dall'influenza imperiale. Qualche anno più tardi fu redatto in ambienti papali la cosiddetta “donazione di Costantino, secondo cui l'imperatore Costantino guarito da papa Silvestro da una malattia, per riconoscenza avrebbe donato alla Chiesa di Roma i territori occidentali dell'impero. La fine del regno Longobardo: nel 751re Astolfo, riprendendo il progetto di espansione, prese Ravenna, ma questa scelta provocò un'alleanza tra la Chiesa di Roma e i Franchi (la nuova stirpe dei Pipinidi), lo stesso Papa Stefano II chiese l'intervento in Italia dei Franchi, i quali guidati da Pipino il Breve riconquistarono i territori della chiesa di Roma occupati dai Longobardi. L'ultimo re dei Longobardi, Desiderio tentò di rompere questa alleanza, promuovendo un'unione matrimoniale tra Franchi e

Longobardi (figlio di Pipino, Carlo futuro magno e una figlia di Desiderio, che verrà ricordata da Manzoni come Ermengalda. Ma il papa, temendo una riconquista di Ravenna da parte dei Longobardi, chiamò in aiuto il re franco, che ripudiata la moglie sconfisse più volte l'esercito longobardo, conquistando Pavia. Così dopo due secoli i Longobardi persero la guida del regno che fu assunta da Carlo. Inserito nei domini franchi, il regnum langobardorum mantenne sempre uno status particolare. Solo i longobardi di Benevento mantennero il loro regno, resistendo alle invasioni dell'esercito franco, fino alla conquista da parte dei Normanni.

Capitolo 6 - L'impero arabo-islamico (secoli VII-X) Nei primi decenni del VII secolo, nella penisola arabica si costituì un nuovo impero che estinse quello persiano e mutilò gravemente quello bizantino. Questa fase di espansione ebbe inizio con l'affermazione di un nuovo monoteismo predicato da Maometto, che riuscì a convogliare nello stesso progetto religioso e politico tutte le tribù che abitavano la penisola araba (alla sua morte nel 632 tutta la penisola era convertita). La nascita dell'Islam in Arabia: all'epoca di Maometto la penisola arabica era urbanizzata nella zona mediterranea e nelle regioni meridionali confinanti; la popolazione viveva organizzata in clan tribali, sostanzialmente praticando l'allevamento e il commercio lungo le piste che collegavano le oasi. Per gli imperi confinanti era un territorio difficile da controllare: Bizantini e Persiani cercarono di creare una serie di stati cuscinetto costituiti da tribù confederate, ma dal VI secolo i due imperi tentarono di controllare direttamente l'Arabia, piano non realizzato, dal momento che dal 540 bizantini e Persiani si trovarono a fronteggiarsi in una lunga guerra. Intanto la città di La Mecca mantenne un ruolo di attrazione a livello commerciale: la città era dominata dal clan dei Qurayshiti, ogni anno si teneva una fiera durante la quale ogni conflitto era sospeso. La città era anche un importante polo religioso:

pellegrini arrivavano da tutta la penisola per visitare la Ka'ba, un santuario religioso che raccoglieva i culti più disparati. Quando la Mecca diventò l'unico centro attrattivo della penisola, la politica del clan qurayshita che prevedeva il rispetto paritario delle varie religioni fu messa in discussione, nonostante questa fosse alla base della fortuna economica della città: la popolazione araba infatti si stava avvicinando ai culti monoteisti, resi familiari dai contatti con l'impero romano e persiano, nonché dalla penetrazione ebrea. A Maometto, mercante nato nel 570, il monoteismo sembrava incompatibile con la politica di rispetto di tutti i culti. Secondo il Corano, i Detti del Profeta e alcune biografie postume, le rivelazioni avute da Maometto iniziarono intorno al 610 ed ebbero come oggetto la necessità di abbandonare i culti precedenti, tanto il paganesimo quanto le diatribe sui diversi monoteismi, in primis il cristianesimo, arretrandosi a quell'unico Dio che secondo Maometto aveva avuto sempre dei fedeli, come Abramo, Mesè, Gesù. Questo dio, Allah era padrone del mondo, onnipossente, non generato e non generante, non conoscibile e non rappresentabile. L'atto di rinuncia al politeismo si espresse nella professione di fede all'Islam: non esiste altro Dio all'infuori di Allah e Maometto è il suo profeta, atto che più tardi assumerà il valore di “primo pilastro della fede”, accanto al quale verranno accostati altri quattro doveri: le preghiere quotidiane, la santificazione attraverso il mese di digiuno (Ramadan), il pellegrinaggio alla Mecca e l'elemosina ai poveri. A causa della radicalità del suo messaggio, Maometto fu denunciato: a causa di questa ostilità degli ambienti cittadini, lui e i suoi fedeli dovettero cercare appoggio nell'oasi agricola di Medina: nel 622 Maometto i suoi fedeli si trasferirono a Medina (egira), fondando una nuova comunità (Umma). Il 622 fu stabilito come anno di inizio del calendario mussulmano. A Medina il profeta mediò le contese locali, estinse la comunità ebraica e si difese dagli attacchi meccani: dopo otto anni di conflitti e di lavoro diplomatico, la Mecca cedette e la maggior parte delle tribù non ancora convertite abbracciarono l'Islam. I primi quattro califfi (632-660): Maometto non aveva indicato alcuna modalità di successione: si crearono così due correnti. Secondo i sostenitori dell'ortodossia il comportamento del profeta doveva essere un riferimento dei problemi da affrontare, quindi il califfo 8successore dell'inviato di Dio)

doveva essere un semplice sostituto incaricato di perpetuare il pensiero di Maometto; secondo altri invece l'ispirazione divina sopravviveva nei familiari di Maometto, in particolare nel cugino e genero Alì. I contrasto tra queste due interpretazioni si accese al termine del periodo dei quattro califfo ben guida: la costruzione di quello che sarebbe diventato in pochi anni un grande impero iniziò con le campagne condotte dal primo califfo, Abu Bakr, suocero del profeta, che combatté le tribù che si opponevano alla successione. Tali spedizioni provocarono movimenti migratori di popolazioni che si spingevano verso la Siria e l'Iraq: le reazioni bizantine a tali migrazioni e scorrerie dei clan arabi favorirono un'unione militare , che tra il 635 e il 645 riuscì a conquistare centri strategici in Asia Minore e del nord Africa. Per spiegare la rapidità di questa espansione gli storici danno diverse ragioni:

l'alto grado di organizzazione dell'esercito arabo, la debolezza degli imperi confinanti, le divisioni interne delle popolazioni del mediterraneo che rendevano preferibile il dominio di un potere esterno e neutrale come quello arabo. Le conquiste furono improntate al principio di separazione sancito dal secondo califfo, Omar (644-56), secondo il quale gli arabi dovevano costituire un'élite militare cui era impedito di possedere terre, mentre le altre popolazioni producevano e pagavano le imposte. L'afflusso di ricchezze sconvolse la società araba, acuendo i conflitti nati alla morte di Maometto; sulla natura della successione si scatenò una grande lotta, in particolare sulla natura del califfato. I kharigiti vedevano l'esperienza di Maometto come un atto divino a sé e proponevano la libera elezione del califfo, mentre all'estremo opposto gli sciiti sostenevano l'elezione al califfato dei soli discendenti di Alì, il quarto califfo. Tra queste due

tendenze ebbero la meglio i sunniti, ossia i sostenitori dell'ortodossia islamica, che ritenevano possibile conciliare gli insegnamenti del profeta con il consenso della comunità, attribuendo al califfo una natura esclusivamente politica. La lotta politica ebbe il suo culmine con l'assassinio di Alì (riferimento degli sciiti) e a vittoria di un aristocratico meccano della dinastia omanyyade, sostenuto dai sunniti, aprendo

la strada alla creazione di impero imperniato sul potere centrale.

L'impero omayyade (661-750): la dinastia stabilì la propria corte a Damasco. In questo primo periodo

di regno, oltre all'opposizione dei partiti, si aggiunsero le ribellioni delle province e processi di

trasformazione dell'impianto originario delle conquiste, in particolare un processo di integrazione tra conquistati e conquistatori. La stratificazione sociale si fece più complessa, anche per l'afflusso di numerosi immigrati dalle zone di confine convertitisi all'Islam. In particolare lo sfaldarsi

dell'aristocrazia tradizionale favorì un processo di accentramento del potere, nonché il superamento del principio di separazione sancito dai primi califfi e si rilanciarono le conquiste, questa volta attraverso attacchi pianificati in regioni remore, spesso con l'aiuto delle popolazioni locali (l'impero islamico si affacciò sul mediterraneo, in Spagna tra il 711 e il 715, regione che servì da base per l'espansione verso

la Francia del sud, dove le truppe arabe furono arrestate a Poitiers da Carlo Martello nel 732).

Durante il califfato di Omar II si ebbero le riforme più radicali: l'abolizione dello status separato degli Arabi e la costituzione di un sistema di appartenenza politica fondato sull'uguaglianza dei mussulmani (in particolare a livello fiscale). La morte di Omar e le riforme da lui introdotte fecero riesploder ei conflitti interni: gli sciiti volevano la ripresa del califfato da parte di un discendente di Alì, mentre i gruppi kharigiti sostenevano la necessità di un califfato eletto dal popolo. La guida dell'opposizione alla dinastia regnate fu assunta, attraverso una complicata strategia diplomatica degli sciiti, dagli Abbasidi, una dinastia discendente da uno zio del profeta, i quali vinsero, inaugurando una nuova fase dell'impero. L'impero abbaside (750-945):la rivolta che portò alla guida dell'impero la dinastia abbaside fu sostenuta dai persiani convertiti all'Islam e nel lungo periodo portò alla costituzione di un nuovo organismo politico, impegnato in particolare nel consolidamento dell'amministrazione centrale secondo il modello persiano. L'evento principale fu la fondazione di una nuova capitale, Baghdad, sul fiume Tigri, dove in pochi anni nacque un agglomerato urbano molto sviluppato, tanto che in pochi anni divenne la città più grande del mondo. I califfi del primo secolo di regno condussero numerose riforme: innanzitutto costituirono un apparato burocratico distinto in tre rami: cancelleria, esattoria fiscale e amministrazione

delle spese militari, in particolare viene ridefinita la figura del wazir, in origine un semplice collaboratore del califfo, divenne un capo dell'amministrazione dotato del compito di controllare la burocrazia, nominare i funzionari provinciali e sedere in alcuni tribunali. Un'altra caratteristica dell'impero abbaside fu la fine delle conquiste, fatto che permise di promuovere politiche autonome nelle zone decentrate dell'impero: fu così che l'emirato di Cordova consolidò la sua presenza nelle città andaluse e prese a muovere la flotta verso oriente; nello stesso quadro gli Aghlabiti che regnavano nel Nordafrica, promossero scorrerie piratesche nell'Italia meridionale, avviando spedizioni di conquista nella Sicilia bizantina. In oriente la fine delle conquiste militari rese possibile ritirare la maggior parte degli uomini dal servizio militare, limitando la presenza degli eserciti ai confini bizantini. All'inizio del IX secolo, la presenza di sempre più forti autorità locali che non accettavano il controllo califfale determinò una svolta nel reclutamento dell'esercito, sempre più gremito di schiavi turchi. Inoltre la moltiplicazione degli uffici determinò un forte aumento del potere dei wazir, in grado ora di formare clientele potentissime e di dividere in fazioni il centro dell'impero. Queste istanze furono raccolte dagli sciiti che promossero movimenti di natura autonomistica: tra il IX e il X secolo una serie di dinastie locali iniziò a sottrarsi al potere centrale, fregiandosi del titolo di califfo.

Capitolo 7 – I Franchi e l'Europa carolingia (secolo VI-IX) Il giorno di Natale dell'anno '800 Carlo Magno re dei Franchi fu incoronato imperatore da papa Leone III, ratificando l'esistenza di un nuovo grande impero che si estendeva dalla Catalogna all'Italia centrale, riunendo gran parte della cristianità occidentale. Dai Merovingi ai Carolingi: dopo la morte di Clodoveo (511), il regni franco fu attraversato da una forte conflittualità interna. Il defunto sovrano suddivise il regno tra i suoi quattro figli, secondo le norme consuetudinarie dei franchi, ma la frantumazione nominale non portò ad una frantumazione effettiva, poiché il regno franco, da un punto di vista ideale, fu sempre considerato come unitario. In questo periodo i Franchi riuscirono a conquistare nuovi territori, quali la Borgogna, la Provenza, estendendo il loro dominio su tutta la Gallia. La presenza di poteri locali forti, nati attorno alle principali città, favori il consolidamento attorno ai sovrani e ai potenti di reti di fedeli, pronte a prestare servizio militare in caso di conflitto. Inoltre l'inurbamento dell'aristocrazia franca portò ad una progressiva integrazione con l'aristocrazia gallo-romana, rappresentata in particolare dai vescovi, che assunsero un ruolo determinante nella trasmissione al regno franco di pratiche di potere e di strutture amministrative di tradizione romana. Tale assetto entrò in crisi nella seconda metà del Vi secolo: i due eredi di Clotario I, che si spartirono i due principali regni regionali che formavano il regno dei Franchi, avviarono un lungo periodo di conflittualità, nella quale emerse come protagonista una donna, Brunilde, vedova di uno dei due sovrani, che alla morte del marito Sigiberto assunse la guida del regno di Austrasia, giocando un ruolo decisivo nella lotta intestina che lacerava i Merovingi. Alla fine ebbe la meglio il ramo merovingio legato alla Neustria: Clotario II rafforzò l'organizzazione politico-amministrativa del regno consolidando la sua articolazione in tre regni regionali (Austrasia, Neustria e Burgundia), inoltre diede nuovo vigore alla carica di maggiordomo di palazzo, che da questo momento iniziò a designare i tre principali funzionari regi posti a capo dei tre regni. In questo contesto emersero personalità legate all'aristocrazia austrasiana, quali Arnolfo e Pipino il Vecchio, il primo vescovo di Metz, il secondo maggiordomo di Austrasia. Essi erano tra i personaggi più influenti del regno e il matrimonio tra la figlia di Pipino e il figlio di Arnolfo permise di unificare gli interessi delle due famiglie, che iniziarono un'ascesa rapidissima, dando vita alla dinastia denominata Carolingia. Gli esponenti di questa famiglia riuscirono a render ereditaria la carica di maggiordomo, consentendo loro di disporre del patrimonio fondiario dei re e di usarlo per crearsi clientele, arrivando a svuotare progressivamente le prerogative dei sovrani merovingi. Nel secolo VIII Carlo il Martello (piccolo Marte, per sottolineare le sue doti militari), condusse l'esercito franco alla vittoria di Poitiers (732) contro una spedizione militare islamica, segnando un punto di non ritorno tra Carolingi e Merovingi, che culminò con la drammatica

deposizione di Childerico III ad opera del figlio di Carlo il Martello, Pipino il Breve (751). per sancire il suo diritto a guidare il popolo dei Franchi, Pipino si fece consacrare con l'olio santo da Bonifacio, u monaco sassone, in modo da sancire un legame tra i Carolingi e la chiesa di Roma. Inoltre per rafforzare la posizione nel regno, i Carolingi iniziarono un'opera denigratoria nei confronti dei Merovingi. Da Pipino il Breve a Carlo Magno: l'ascesa al potere dei Carolingi corrispose con la ripresa dell'espansione militare. Innanzitutto Pipino organizzò due spedizioni militari in Italia contro i Longobardi, in difesa del papato. Successivamente avviò campagne militari ad est del Reno (contro i Sassoni) e in Gallia meridionale. Anche Pipino alla sua morte mantenne la consuetudine di dividere il suo regno tra i due suoi eredi (Carlo, successivamente denominato Magno e Carlomanno), aprendo l'ennesima crisi dinastica, che però si risolse con la morte precoce del secondo. Egli riprese l'espansione militare al di fuori del tradizionale regnum francorum, avviando una guerra trentennale contro i Sassoni (este del Reno), conquistando parte della Germania meridionale e iniziando anche ad espandersi verso occidente. Sulla via del ritorno da una spedizione in Spagna, l'esercito di Carlo Magno conobbe una serie di sconfitte. Sul passo di Roncisvalle, nel 778, i montanari baschi sconfissero la retrovia dell'esercito franco (la battaglia narrata nella Chanson de Roland). Un altra importante conquista fu quella dell'Italia longobarda, inserita nei domini franchi ma mantenendo la propria denominazione e le proprie strutture politico-amministrative: come negli altri territori conquistati, anche in Italia i Franchi cercarono di porre sotto il loro diretto controllo i luoghi del potere civile, militare e religioso, attraverso una politica di alleanza con i ceti dominanti già esistenti. La conquista del regno longobardo fu importante per Carlo Magno anche dal punto di vista ideologico, poiché permetteva di completare il processo di legittimazione del potere iniziato dal padre: il principale alleato di questa politica doveva essere la chiesa di Roma, la quale in quegli anni stava tentando di costruire una definitiva supremazia s altre sedi episcopali di antica tradizione (Costantinopoli, Ravenna, Milano). Difendendo il papa contro i Longobardi Carlo Magno si presentava come il re cristiano difensore della chiesa di Roma, ruolo formalizzato dall'incoronazione ad imperatore nell'anno 800 (papa Leone III, sentendosi minacciato fisicamente dai suoi oppositori, si recò in una sede del regno franco, riportato poi a Roma sotto scorta militare dello stesso Carlo magno. L'anno 800 non segna la nascita di un impero in accezione antica, ma l'incoronazione papale sanciva il nuovo ruolo di Carlo Magno all'interno dell'Europa cristiana, che egli aveva unificato con la forza. Dopo l'800 il sovrano non continuò l'espansione territoriale, ma si dedicò al rafforzamento dei domini già conquistati. Non bisogna dimenticare che l'assegnazione del titolo di imperator a Carlo Magno rafforzava il ruolo del papa come autorità suprema della cristianità, indebolendo quella dell'impero bizantino. Una corte, tante corti: nel regno franco non c'era una capitale, i sovrani erano itineranti e si spostavano di località in località, risiedendo in palazzi costruiti con i fondi del fisco regio. Alla fine dell'VIII secolo Carlo Magno elesse a propria residenza principale la città di Aquisgrana, dove fece costruire numerosi edifici. Nel palatium regium operavano diversi funzionari: eliminata perchè ricordava troppo l'origine del potere Carolingio la carica di maggiordomo, la gestione dell'amministrazione centrale era affidata a un laico e a un ecclesiastico, il conte palatino e l'arcicappellano. Il primo esercitava l'alta giustizia e coordinava altri funzionari, mentre il secondo era il responsabile dei numerosi ecclesiastici che vivevano a corte e gestiva la cancelleria regia, l'organo che emetteva i capitolari. Per rendere questi leggibili in tutto il regno si uniformò il modello di scrittura, mediante l'elaborazione della cosiddetta carolina, i cui caratteri semplici e lineari sono alla base dell'odierno minuscolo. Per conferire un'unità sul piano culturale a suo regno, Carlo Magno chiamò a corte alcuni dei maggiori intellettuali della sua epoca, che formarono la scuola palatina, dando vita a quella che comunemente viene definita rinascita carolingia. Dopo Carlo Magno: carlo Magno rimase fedele alla tradizionale concezione patrimoniale dello stato, suddividendo i territori del regno tra i suoi tre figli maschi: nell'806, con la Divisio imperii, decise che darebbe stato smembrato in tre nuclei, tuttavia acausa della prematura scomparsa di due dei tre eredi,

alla morte di Carlo (814), la guida dell'impero fu assunta da Ludovico il Pio, che modificò l'ideologia e l'organizzazione stessa dell'impero, accentuandone i caratteri cristiani e sacrali, favorendo inoltre un generale ricambio degli uomini di corte. Ludovico nel 817 promulgò una disposizione ricordata come Ordinatio imperii, in cui stabiliva che alla sua morte il territorio imperiale fosse diviso tra i suoi tre figli, Ludovico, Pipino e Lotario. La disposizione sembrava ricalcare l'ordinanza del padre, ma in realtà sottraeva il regno d'Italia al giovane Bernado, figlio di suo fratello Pipino. Questa politica di rinnovamento arrivò al suo culmine con la cosiddetta Constitutio romana dell'824, che per la prima volta in modo esplicito, vincolava la consacrazione papale a un precedente giuramento di fedeltà all'imperatore, rafforzando la compenetrazione tra poteri pubblici e l'ambito ecclesiastico. La seconda fase del segno di Ludovico il Pio fu caratterizzata da un periodo di forte conflittualità interna causato dal cambiamento delle disposizioni di successione, in quanto era nato nel frattempo un altro figlio, Carlo. Nell'841, morto Ludovico il Pio e il secondo figlio Pipino, il contrasto si acuì: in una drammatica battaglia, conclusasi senza vincitori, si scontrarono gli eserciti di Carlo soprannominato il Calvo, che ormai controllava tutta la Francia occidentale, e di Ludovico detto il Germanico, che controllava la Francia orientale e di Lotario. Re d'Italia. L'anno successivo a Strasburgo Carlo e Ludovico si giurarono reciproca fedeltà davanti ai rispettivi eserciti. Nel 843 i tre fratelli trovarono finalmente un accordo a Verdun: a Ludovico fu riconosciuta a supremazia sui territori a est del Reno, a Carlo il Calvo quelli a ovest di una linea immaginaria costituita dal corso del Rodano e del Mosa, a Lotario l'ampia fascia intermedia ch dal Mare del Nord separava la Francia orientale da quella occidentale, e il regno d'Italia, che da questo momento in poi fu abbinato anche al titolo imperiale. I tre regni diventarono autonomi seppur coordinati da un coordinamento centrale. Quando però Ludovico II, ultimo figlio di Lotario morì senza eredi, il potere imperiale risultava fortemente indebolito. Quando l'inetto sovrano Carlo il Grosos fu deposto nel 887, l'impero carolingio, così com'era conosciuto all'epoca di Carlo Magno, aveva già cessato di esistere da tempo.

Capitolo 8 – Conti e vassalli, feudi e comitati Tra il VII e VIII secolo, nel regno franco, si realizzarono nuove ed efficaci forme istituzionali, accomunate nella storiografia dall'aggettivo “ feudale” : forme di organizzazione sociale, di persone legate da rapporti di fedeltà personale; forme di organizzazione politica, ossia l'attribuzione a fedeli delle cariche pubbliche; forme di organizzazione economica, ossia il sistema curtense e lo sfruttamento economico dei feudi. I rapporti vassallatico-beneficiari: durante il regno di Carlo il Martello (716-41) vennero formalizzati i rapporti vassallatico-beneficiari. L'esercito franco si fondava su gruppi di uomini liberi armati, legati tra loro da complesse relazioni (dalla parentela allargata a rapporti di fedeltà personale), mentre la Gallia, regione in cui i Franchi si stanziarono dal V secolo, era segnata dalla cultura politica del mondo romano, in cui il reclutamento tanto dell'esercito quanto della classe dirigente, si basava sul rapporto dei singoli individui con una realtà astratta, la res pubblica. L'incontro tra questi due modelli generò un processo di reciproca acculturazione, in cui da un lato divennero più importanti le relazioni clientelari

nella selezione dei ceti dominanti (legati ancora alla tradizione romana), dall'altro si sentì la necessità

di codificare e rendere più chiari i rapporti personali, arrivando così alla codificazione formale dei

rapporti vassallatico-beneficiari. Questo è un rapporto stretto liberamente tra due persone, una delle quali si impegna alla fedeltà, entrando così nella clientela del potente, il quale si impegnava al mantenimento, direttamente nella propria casa o indirettamente, concedendogli fonti di reddito come terre o altri beni. L'oggetto di tali concessioni fu chiamato con il termine latino beneficium, al quale si sovrappose un altro termine di

origine germanica, feudum. Tale tipo di rapporti caratterizzava la società franca a ogni livello, a catena.

In sistema così organizzato tendeva a creare una ristretta aristocrazia estremamente potente sia nei

confronti del sovrano che nei confronti dei fedeli, emarginando dall'esercito e dalla vita pubblica quegli uomini che seppur liberi non possedevano abbastanza terre da crearsi una cerchia di fedeli. Lo stesso

sistema economico caratteristico della società franca, il sistema curtense, basato sulle grandi aziende agricole dette corti, tendeva ad inglobare la piccola proprietà e ad assoggettare i piccoli proprietari, uomini liberi, al rango di dipendenti del grande proprietario, che spesso esercitava anche cariche pubbliche. L'organizzazione amministrativa dell'impero carolingio: nel momento della sua massima espansione l'impero carolingio comprendeva diversi territori assoggettati a questo, nei quali venne introdotto un sistema amministrativo che, pur salvaguardando in parte le caratteristiche regionali, tendeva ad uniformare i territori soggetti al potere franco. Vennero pertanto disegnate all'interno dei diversi regni delle circoscrizioni pubbliche dette “comitati”, al cui interno un funzionario regio detto conte amministrava la giustizia, guidava l'esercito, esigeva tasse e imposte e faceva svolgere i servizi pubblici. Nelle zone di confine invece furono istituite le marche, territori più ampi coordinati da un marchese, in cui era particolarmente importante l'organizzazione militare. I ducati invece erano territori caratterizzati da una forte identità nazionale, assoggettati da poco e inglobati in maniera non completamente stabile nell'impero, come la Bretagna e la Baviera. Tali territori erano assegnati a personaggi, conti e marchesi, legati al sovrano da un rapporto vassallatico-beneficiario, che implicava fedeltà e assoggettamento personale al re. Il sovrano però non poteva scegliere liberamente gli uomini da innalzare a tali cariche, doveva infatti ricorrere a personalità che godevano di prestigio, di ampie proprietà e di una nutrita schiera di fedeli nei singoli territori. Tuttavia si comprende la pericolosità di tale autonomia e potere dei fedeli al sovrano, per tale motivo gli venne affiancata una complessa e parallela rete di controllo, formata dai missi dominici. Questi erano funzionari già esistenti ai tempi dei merovingi, ma nel 802 Carlo Magno ne riformulò il ruolo, rendendoli il fulcro dell'ordinamento imperiale. I missi, nominati direttamente dal sovrano, appartenevano all'alta aristocrazia del regno (erano sia laici che ecclesiastici) e avevano vari compiti, ma il loro impegno principale fu appunto quello di vigilare sui funzionari pubblici locali. Erano anche i portavoce dell'autorità imperiale e diffondevano sul territorio i capitolari. La gerarchia ecclesiastica era centrale in questa organizzazione, ogni vescovo divenne missus della propria diocesi (ciò implica che le nomine dei vescovi dovevano subire l'influenza regia). L'istituto dell'immunità. Verso l'affermazione dei poteri locali: un altro strumento di controllo era l'istituto dell'immunità, ossia la concessione formale del sovrano a taluni proprietari (specialmente

ecclesiastici) di una particolare prerogativa che rendeva le loro proprietà immuni dall'esercizio del potere regio da parte dei funzionari pubblici preposti al territorio (isole nel territorio nelle quali il conte

o il marchese non potevano riscuotere tasse, reclutare l'esercito e amministrare la giustizia). Tale

istituzione determinava un pieno inserimento delle alte gerarchie ecclesiastiche nella compagine politico-amministrativa dell'impero. La compresenza di così numerosi centri di potere nel regno carolingio fu possibile fino a quando il potere imperiale era nelle mani di personalità autorevoli e carismatiche, che riuscivano a mantenere efficiente la rete di rapporti personali che legava i grandi del regno al sovrano. Era tuttavia estremamente fragile: il potere infatti si frammentò presto su scala locale, in mano a quei funzionari pubblici che si comportavano sempre di più come dei signori.

Capitolo 9 – Economia e paesaggi (secoli V-X) Tra il 500 e il 1000 una grande trasformazione economica attraversò l'Europa. Nonostante la scarsità di fonti disponibili, gli storici concordano su due cause: il declino demografico (tra il 200 e il 600, la popolazione inizia a crescere solo nel 700) e l'impoverimento materiale complessivo.

Il dibattito sulla fine dell'economia antica: lo storico belga Pirenne tentò di risolvere il dilemma del

mutamento economico inserendo un terzo elemento tra il contributo germanico e quello romano, ossi l'Islam. In una sua opera del 1937 egli afferma che i Germani non avevano portato che mutamenti di facciata senza modificare la struttura economica romana (commercio e navigazione a lunga distanza, monetazione e vita urbana erano proseguiti), solo le invasioni arabe, che fecero del mediterraneo il “lago musulmano”, avevano isolato l'Europa dall'Oriente, spostando verso nord il baricentro della vita

politica, costituendo quel mondo impiegato sulla terra e sull'autosufficienza, che avrebbe caratterizzato l'Occidente fino al XI secolo. Questa tesi venne osteggiata da altri storici del '900, che vedevano invece una forte continuità e sostenevano la tesi del cambiamento graduale. L'intera questione si è ridefinita negli anni '50 del '900, a partire dalle tesi dell'antropologo-economo Polanyi: egli notò che gli storici, analizzando il passato, commettevano l'anacronismo di adattare le leggi economiche della domanda e dell'offerta, del costo e del profitto all'economia antica. Studiando le epoche anteriori invece bisogna porsi da un diverso punto di vista, dando la priorità ai condizionamenti dell'economia da parte delle istituzioni: la circolazione di beni e risorse non avviene in base alle leggi del mercato, ma per il tramite di decisioni politiche. Da questa tesi nascono immagini diverse del commercio e della classe mercantile, collegate all'espansione della spesa pubblica dell'impero. Fu questo infatti ad incentivare le condizioni per meccanismi di scambio essenziali alla propria espansione politica (vie di comunicazioni, navi, corporazioni, città). L'economia statale della tarda antichità: nel 500 le proprietà fondiarie non erano più lavorate da schiavi mantenuti dal padrone, ma si era diffusa la pratica della conduzione indiretta, ossia la concessione di lotti di terreno a famiglie di contadini, tenuti al pagamento di un affitto in denaro o in natura. Alcune porzioni erano affidate a famiglie di schiavi che lavoravano con l'obbligo di risiedervi ed erano tenuti al versamento di una parte del raccolto e alla prestazione di servizi sulle terre che il padrone continuava a tenere in gestione diretta. Altre porzioni erano affidare a liberi coltivatori chiamati coloni che originariamente non erano obbligati a risiedere sulla terra; poi, dopo l'inizio delle invasioni vennero costretti a risiedere nella terra, in modo che non potessero sfuggire al pagamento delle imposte (la condizione di coloni e quella di schiavi tese così ad assimilarsi). Le terre così lavorate rendevano ai proprietari e ai lavoratori un surplus, una quantità di risorse superiore a quella necessaria per sopravvivere, della quale metà veniva assorbita dalla fiscalità imperiale, impiegata per sopperire alle sempre crescenti spese militari per la difesa, per i contadini il peso delle tasse era addirittura superiore a quello degli affitti, così' che il loro reddito superava di poco quello necessario per la sussistenza. Tuttavia questo piccolo guadagno poteva alimentare un commercio non di lusso. Per i proprietari invece le eccedenze erano naturalmente maggiori ed essi potevano immetterle sul mercato, ricavando ancora più ricchezza. Con questo denaro i proprietari pagavano le tasse e riuscivano anche ad investire nei beni di lusso e nel commercio privato, incrementando a loro volta le attività artigianali delle città. Fine del sistema fiscale romano. Un nuovo paesaggio urbano e rurale: la fine dell'impero provocò in Occidente una profonda modificazione delle strutture produttive. Già nel V secolo la presenza dei Barbari entro le frontiere aveva ridotto l'area di prelevamento fiscale, provocando la necessità di aumentare le tasse e favorendo l'evasione, mentre nel secolo successivo le tasse imperiali cessarono. La prima conseguenza fu la contrazione degli scambi in moneta: pe ri proprietari terrieri che investivano nel commercio privato aumentarono i costi di attività, che la presenza di infrastrutture statali aveva finora tenuto bassi. Inoltre con lo spegnersi della funzione fiscale venne meno anche la possibilità per i proprietari di vendere le eccedenze agli ufficiali che risiedevano nelle città per riscuotere le tasse. Fu così che le città subirono una notevole flessione demografica, si ridussero di estesione e assunsero un aspetto rurale. Nelle campagne i proprietari di terre smisero di intervenire nelle proprie terre e nella conduzione delle proprie aziende, non disponendo più di un mercato su cui riversare le eccedenze produttive, con la conseguenza dell'abbandono di molte terre coltivate. Terre e boschi i boschi, che in età romana si erano ridotti notevolmente, cominciarono a dilatarsi, anche a causa dei cambiamenti climatici (più caldo e umido). Crebbe quindi l'importanza dell'economia forestale: nei boschi si praticava l'allevamento, si cacciavano animali selvatici, si raccoglievano frutti spontanei, si ricavava il legname (fondamentale per la produzione di energia termica e per la fabbricazione di case e attrezzi. In conseguenza a questo sfruttamento dell'ambiente l'alimentazione della popolazione contadina fu caratterizzata da un notevole consumo di carne. Dal punto di vista agricolo, la resa delle coltivazioni diminuì sensibilmente: la scarsità delle rese e la necessità di sacrificare gran parte del raccolto per la nuova semina era compensata in qualche modo

dalla pastorizia e dallo sfruttamento dei boschi. L'abbandono delle terre e la crescita dell'incolto is accompagnò al declino demografico: solo la bassa pressione demografica consentì agli uomini di sopravvivere e, in seguito, moltiplicarsi in una situazione produttiva assai fragile. Fine della schiavitù? Tesi di Bloch: quando il mantenimento degli schivi divenne antieconomico e padroni scelsero di accasarli, dotarli di una casa, famiglia e di una terra, cambiando di fatto il lor status sociale, avvicinandolo a quello dei coloni liberi che lavoravano alle dipendenze dei padroni. Questa nuova condizione sociale intermedia tra schiavitù e libertà venne definita “servaggio”.

Lo sviluppo di una nuova domanda economica: la cessazione del prelievo fondiario statale romano,

altre a provocare fenomeni di regressione, mise in circolazione, sul lungo periodo, una maggiore quantità di ricchezze, contribuendo alla nascita di na nuova domanda economica diversa rispetto a

quella della tarda antichità, domanda scaturita e organizzata principalmente dalle aristocrazie locali. Prima dell'età carolingia questa domanda non di concretizzò in un sistema coerente: esistevano infatti diverse forme coesistenti di proprietà, quella pubblica (duchi, re), privata (laici ed ecclesiastici), piccola proprietà dei liberi, proprietà collettiva delle comunità di villaggio. Il segnale di un passaggio a un sistema economico nuovo è costituito dall'aumento e dalla fissazione delle prestazioni di corvées, contadini che lavorano le terre gestite direttamente dal padrone. Il sistema curtense: basato sulla compresenza di due elementi: la bipartizione delle aziende in un settore

a conduzione diretta, la riserva dominico o padronale, e uno a conduzione indiretta, formato da piccole

aziende familiari contadine (mansi). In secondo luogo vi era uno stretto legame tra queste due parti,

rappresentato dall'obbligo per i contadini di prestare corvées sulle terre del dominico, a integrazione del lavoro degli schiavi che vi risiedevano stabilmente, a totale carico del padrone che forniva loro alloggio

e vitto. Questo sistema si venne afissare in primis nelle corti regie tra la Loira e il Reno. Dal momento

che non tutte le aziende producevano tutte le merci necessarie alla sussistenza, si venne ad intensificare lo scambio delle eccedenze, sia all'interno delle grandi corti, sia all'esterno (scambi che contribuirono alla presenza di mercanti provenienti dalla Sassonia e dalla Frisia, probabilmente contadini arricchiti). In Italia il sistema curtense si affermò solo dopo la conquista franca del 774 e a partire dal secolo VIII,

le corvées erano presenti in tutte le cortes. A questo sistema si accompagnò la ridistribuzione delle eccedenze e dunque una maggiore presenza dell'economia di scambio, che in Italia assunse caratteri particolari, come l'imposizione ai contadini di censi consistenti nella fornitura di prodotti artigianali. Il movimento di merci e prodotti anche qui era determinato dalla specializzazione di alcune cortes e dunque dalla necessità di importare ciò che non producevano. A partire dal X secolo pesò la presenza

dei castelli e soprattutto quella delle città di tradizione romana, che si affermarono come centri di

mercato e di produzione di ricchezza da investire nella terra. La redditività del sistema curtense spinse i proprietari a investire in opere di dissodamento, di bonifica, di colonizzazione, la costruzione di

strutture complesse e tecnologicamente avanzate (mulini ad acqua, fabbriche di birra) unitamente alla tendenza alla riduzione complessiva della riserva a vantaggio dei mansi. Fu in questo modo che tra il

IX e il X secolo poterono svilupparsi all'interno delle cortes e nel contesto di una rete regionale di

aziende fondiarie, un nuovo artigianato, una nuova industria e un nuovo mercato. L'affermazione del sistema curtense gettò le basi per una ripresa economica capace di sopravvivere al quadro politico carolingio.

La città (secoli IV-X)

La città vescovile la struttura politico-amministrativa dell'impero romano aveva concepito le città come

centri di coordinamento del territorio. Nei territori da loro conquistati, i Romani provvidero a fondare o ristrutturare centri di insediamento in base ad un progetto preciso e costante: le città vennero costruite lengo vie consolari e strutturate geometricamente sull'incrocio di due assi principali, il cardine eil decumano. All'incrocio tra le due vie nasceva il forum, la piazza principale, sulla quale si affacciavano

gli edifici pubblici: il paltium, la residenza imperiale, il praetorium, sede dell'amministrazione locale, la

curia municioale, sede del senato locale e il grande mercato pubblico coperto. Nelle città affluiva il

surplus produttivo dei rispettivi territori, che in parte era venduto in città e in parte entrava nel flusso commerciale che connetteva tra loro i centri urbani dell'impero. A crisi dell'economia imperiale colpì innanzitutto le città: la loro popolazione si contrasse in maniera vistosa ma la rete urbana resistette. A scomparire furono piuttosto i centri piccoli, i villaggi disposti sulle vie di comunicazione che cllegavano le città. Le grandi città sopravvissero solo grazie a profondi cambiamenti dell'impianto urbano e della sua organizzazione, un cambiamento insieme funzionale e materiale. Elemento centrale di questa trasformazione fu la presenza del vescovo in città. Le città vennero ristrutturate in base alle rinnovate esigenze: il polo aggregativo divenne la cattedrale e gli edifici ad essa collegati, cinti generalmente da mura che serravano la parte dell'abitato che si scelse di salvare, un'area sopraelevata o protetta da corsi d'acqua. Dell'impianto romano furono conservate solo le parti che potevano essere adattate alle nuove esigenze: la piazza, nel caso vi fosse la cattedrale. La nozione di spazio pubblico tese a scomparire. Continuità e cambiamento: il dibattito storiogafico : dall'evoluzione della tesi di Pirenne (vedi prima), si afferma che dal VII secolo le città decaddero a semplici centri di insediamento protetti da mura. Solo dopo la ripresa del commercio su ampie tratte , accanto al centro fortificato vescovile, sarebbe nato il borgo grazie all'insediamento stabile di mercanti. Questa teoria è sostanzialmente accettabile per i centri delle Fiandre e dell'Europa del Nord, dove l'urbanizzazione romana era stata assente. Nella penisola italiana e nella Francia meridionale lo sviluppo dei centri urbani non si caratterizza solo sulla funzione commerciale, anche sulla funzione amministrativa, politica, religiosa e culturale. Istituzioni e poteri fra città e campagna: in Italia, nelle zone dominate dai Longobardi l'organizzazione del territorio di impianto romano subì considerevoli modifiche: i ducati non sempre ebbero come centro una città e spesso non ricalcavano i confini antichi dei territori assoggettati a una data città. Spesos i centri territoriali di grande importanza si affermarono nelle campagne. Molto più legato alla tradizione romana fu invece l'ordinamento territoriale della Romania, le aree non conquistate dei Longobardi, in cui i centri urbani conservarono le prerogative di controllo del territorio che avevano avuto in età romana. La conquista carolingia del regno dei Longobardi determinò una rinnovata importanza nel ruolo delle città ( questo periodo venne chiamato primo rinascimento, in quanto per la prima volta si intese richiamarsi ideologicamente al mondo classico per ammantare di autorevolezza antica un potere dalle caratteristiche nuove). Tale valorizzazione delle città si concretizzò sia dal punto di vista dell'impianto urbanistico, sia nella funzione giurisdizionale. Mercato e commercio urbano anche la funzione commerciale ed economica delle città si mantenne. La città rimase sempre il riferimento privilegiato del suo territorio, per ridistribuire le eccedenze produttive. Nonostante l'espansione islamica, i rapporti tra Bisanzio e i porti adriatici rimasero in vita, e con essi la rete commerciale che attraverso la pianura padana conduceva le merci orientali sino al cuore dell'impero carolingio. Ovviamente si nota una diminuzione qualitativa e quantitativa dei traffici. La funzione commerciale appare particolarmente importante nelle città dell'Italia meridionale, situate prevalentemente lungo le coste (Napoli, Taranto, Otranto, Gaeta, Amalfi, Salerno, Bari) che durante il periodo longobardo rimasero sotto la formale autorità di Bisanzio mantennero aperte le vie commerciali con l'Oriente. In tali centri oltre al commercio era notevole l'attività manifatturiera (tessile, artigianato artistico e costruzioni navali). Nei centri urbani intanto andava crescendo l'autorità del vescovo, che iniziarono anche a controllare le principali vie della città e dei suoi porti fluviali, nodi strategici del trasporto su lunghe tratte. I vescovi tesero infatti a legittimare il loro diritto di ricavare proventi connessi ai pedaggi e alle tasse. Il controllo episcopale sui traffici e sul commercio significava, anche in modo istituzionalmente indiretto, la possibilità di arricchimento della città nel suo insieme e dei suoi ceti dominanti. I cittadini: per sussistere alle necessità amministrative e di controllo del mercato urbano si venne a creare na realtà sociale articolata e complessa. L'attività giurisdizionale dei vescovi era sostenuta da giudici e notai, inoltre nelle città risiedevano mercanti e artigiani, ma anche proprietari fondiari che viveno di rendita. Non vi fu mai una rigida distinzione tra il ceto mercantile, quello artigiano e quello

dei proprietari terrieri.

Capitolo 11 – Alfabetismo e cultura scritta (secoli V-XI) vedi libro pag. 89

Capitolo 12 – Le seconde invasioni e la ristrutturazione del territorio europeo (secoli IX-XI) In questi secoli l'Europa fu teatro di nuove ondate migratorie che modificarono profondamente gli assetti sociali politici e territoriali. Si tratta di incursioni di popoli differenti che diedero vita a stanziamenti stabili. Una lenta espansione: gli Slavi popolazione che emerse nel VI secolo, durante le invasioni barbariche, per poi scomparire del tutto dalla documentazione. Riapparsi nel VIII secolo, quando orami avevano preso il controllo di gran parte del territorio degli Urali, estendendosi fino all'Europa centrale. Sappiamo ben poco sulle origini degli Slavi, sappiamo però che essi si caratterizzarono inizialmente per il fatto di essere una popolazione sedentaria, dedita all'agricoltura e all'allevamento, coinvolta nelle migrazioni a causa dell'irruzione nei propri territori di origine degli Unni. La società slava era organizzata in piccole tribù o comunità di villaggio, prive di coordinamento centrale, mancanza che

favori l'espansione a irraggiamento lungo il corso di alcuni fiumi. Dal IX secolo iniziarono a delinearsi tre principali gruppi di popolazioni: gli Slavi orientali (Russi e Ucraini); gli Slavi occidentali (Polacchi, Serbi, Cechi, Slovacchi); gli Slavi meridionali (Sloveni, Croati, Serbi) che approfittarono della debolezza dell'impero bizantino per stanziarsi nei territori balcanici (gli Slavi si erano insediati in tutta l'Europa dell'Est). Il processo che portò alla creazione di forme politiche stabili fu molto lento, perchè la popolazione si scontrò spesos con i due imperi confinanti, quello bizantino e quello franco. Proprio per ricondurre gli Slavi all'interno di alleanze, sia i Franchi sia i Bizantini favorirono l'invio in Europa orientale di missionari cristiani (in particolare fu importante la missione di Cirillo e Metodio, i quali tradussero la Bibbia in paleoslavo, elaborando un nuovo alfabeto, il cirillico, derivato da quello greco tale da poter riprodurre i fonemi della lingua slava). Serbi,Bulgari e Slavi Orientali furono attirati nella sfera d'influenza di Bisanzio, mentre Croati, Sloveni, Cechi, Slovacchi vennero cristianizzati dai Franchi, distinzione che pesò maggiormente a partire dal XI secolo, quando la chiesa di Costantinopoli, in seguito allo scisma del 1054, si staccò da quella di Roma. I cavalieri delle steppe: gli Ungari: apparvero improvvisamente in Occidente nel IX secolo e per circa cento anni furono protagonisti di spedizioni militari veloci quanto devastanti. Probabilmente erano originari delle pianure intorno agli Urali settentrionali e a partire dal Vi secolo si spostarono a sud, dove diedero vita ad un'organizzazione sociale ed economica seminomade. A causa di scontri con altre popolazioni locali, durante il IX secolo gli Ungari si spostarono verso Occidente, stanziandosi nei territori che avevano formato la provincia romana della Pannonia, l'odierna Ungheria. Durante questa prima fase si ebbero i primi scontri con gli eserciti occidentali, che rimasero colpiti dal loro metodo di combattimento efficace, basato sulla cavalleria e su veloci spostamenti e improvvise imboscate. A causa di tali doti, gli Ungari vennero ripetutamente chiamati in aiuto dei carolingi: in questo contesto si collocano le numerose spedizioni militari che ebbero il culmine con l'assedio e l'incendio di Pavia nel

924.

Spesso le invasioni ungare sono state messe in rapporto con il fenomeno dell'incastellamento (soprattutto in Italia), e in effetti avvenne nei medesimi decenni, ma la storiografia moderna ha avvallato l'ipotesi che tale fenomeno sia più riconducibile all'affermazione di poteri locali forti che ad esigenze di difesa. Nonostante le fonti storiografiche diano un'immagine feroce e primitiva degli Ungari, quando giunsero in Europa essi erano tutt'altro che arretrati, come dimostrano le loro tecniche di combattimento, che ebbero un ruolo importante nello sviluppo della cavalleria occidentale. In particolare ne fece uso il re di Germania Enrico I, che nel 933 riuscì ad ottenere una prima vittoria sugli Ungari, preludio di quella del 955 da parte di Ottone I presso Augusta. Da quel momento gli Ungari mitigarono la loro aggressività e cercarono di instaurare rapporti pacifici con i sovrani occidentali. Tale strategia culminò con il

battesimo di re Stefano I e con il conseguente inserimento degli Ungari nell'orbita d'influenza della chiesa romana. A tale processo si accompagnò un radicale cambiamento di stile di vita della popolazioni, da nomadi allevatori divennero una popolazione dedita all'agricoltura, sedentaria.

I

Saraceni: nome con il quale le fonti occidentali designavano gli Arabi. Durante il periodo abbaside

non avvenne un'espansione sistematica come nei primi decenni della storia dell'Islam, ma si ebbero numerose incursioni e atti di pirateria dovuti all'iniziativa di singoli gruppi: in questo quadro troviamo quindi la conquista della Sicilia iniziata nel 827, la quale divenne uno dei principali avamposti dai quali partivano incursioni mirate all'acquisizione di bottino o di nuovi territori (in particolare nelle zone costiere, come Taranto e Bari in Italia o Saint-Tropez in Provenza ma anche nell'arco alpino, dove i principali obiettivi erano le grandi abbazie, che custodivano ricchezze di enorme valore). Particolare clamore suscitò il saccheggio di Roma nel 846, che spinse l'imperatore Lotario I a intraprendere una lunga e fallimentare spedizione contro i Saraceni dell'Italia meridionale. La mancanza di un centro coordinatore dei Saraceni rese particolarmente difficile organizzare una difesa. Gli uomini del nord: una popolazione che riuscì a indebolire i Saraceni, attraverso scorrerie ed incursioni, furono i Normanni, denominazione generica (uomini del nord) che designava popolazioni

originarie della penisola scandinava che, a partire dal IX secolo, furono protagoniste di conquiste territoriali destinate a incidere profondamente nella storia di importanti regioni europee. L'espansione normanna si propagò a raggiera, lungo diverse direttrici, favorita dall'ubicazione delle regioni di partenza e dall'uso di particolari imbarcazioni che dal mare riuscivano a risalire il coros dei fiumi. Dalla Norvegia partirono coloro che si diressero verso occidente dando vita a stanziamenti lungo le coste della Scozia, delle isole Shetland, dell'Irlanda, della Francia settentrionale, dell'Islanda e della Groenlandia; dalla Danimarca partirono coloro che si stanziarono lungo le coste meridionali del Mare del Nord e quelle orientali dell'Inghilterra; dalla Svezia coloro che, risalendo i fiumi, arrivarono fino a Bisanzio. Assai importante fu lo stanziamento normanno nelle coste settentrionali della Gallia, che assunse infatti

il nome di Normandia. Dopo duri contrasti con i Franchi in età carolingia, i Normanni riuscirono a far

riconoscere la legittimità del loro insediamento nel 911 dal re Carlo il Semplice, che assegnò al loro capo il titolo ducale. Il ducato di Normandia assunse un ruolo molto importante nell'Europa post carolingia e fu il luogo da cui, nel Xi secolo, partirono importanti spedizioni, volte all'acquisizione nuovi territori in cui stabilire un controllo duraturo: in particolare nell'Italia meridionale, dove agli inizi del XI secolo alcuni condottieri normanni furono assoldati da signori bizantini e longobardi in lotta tra loro. Ben presto essi riuscirono a condurre una politica autonoma, in particolare Roberto il Guiscardo, della famiglia degli Altavilla, stabilì la propria supremazia sugli altri capi normanni e tra il 1050 e il 1080 circa, avviò la conquista di gran parte dell'Italia meridionale, ponendo fine al dominio arabo in Sicilia e a quello longobardo. Altrettanto importante fu la conquista del regno di Inghilterra da parte del Duca di Normandia Guglielmo. Questi, nella battaglia di Hastings del 1066, pose fine al dominio anglo-sassone.

Il trionfo dei poteri locali nelle campagne e nelle città (secoli X-XI) Feudalesimo: parola che non si trova nelle fonti coeve alla nascita del fenomeno, ma venne coniato nel '700 in ambito Illuministico. Nell'ultimo secolo e mezzo vennero date tre definizioni fondamentali del fenomeno: Marx, identifica il feudalesimo con un particolare modo di produzione; Bloch, che definì società feudale l'intera civiltà europea dei secoli X-XIII; una definizione prettamente giuridica, legata alle norme che regolavano le relazioni vassallatico-beneficiarie. La parola feudo trae origine dal germanico e significava gregge ma ben presto assunse lo stesos significato del tardo latino beneficium, uno degli elementi imprescindibili del legame vassallatico- beneficiario, ossia la concessione patrimoniale che il senior faceva al vassallo in cambio di un servizio reso (a causa della stretta connessione tra servizio e beneficio la storiografia ha spesos sovrapposto erroneamente le due nozioni, facendo intendere che il feudo fosse l'ambito territoriale in cui il vassallo

svolgeva il servizio e non il compenso a lui dovuto per il servizio reso).

La storiografia contemporanea distingue quattro fasi dei rapporti vassallatico-beneficiario:

1)

secoli VIII-IX in tutto l'impero carolingio si diffondono i rapporti vassallatico-beneficiari, un sistema che rende oggetto di diritto pubblico i rapporti clientelari fra sovrano e i suoi funzionari;

2)

fine IX- X secolo: dopo la dissoluzione dell'impero carolingio venne meno il coordinamento

3)

regio e la grande aristocrazia patrimonializza la carica di ufficiale pubblico in un determinato territorio assieme al beneficio connesso all'incarico, diventando quindi dinasti nell'ambito del loro territorio e continuando a gestire il potere il base al sistema vassallatico-beneficiario. XI prima metà XII secolo: massima frammentazione del potere pubblico su scala locale, definita di ordinamento signorile. Cellula base di questa organizzazione è il castello, con il territorio più o meno ampio che ogni singola fortificazione riesce a controllare:

4)

Seconda metà del XII in poi: i poteri signorili vengono progressivamente coordinati all'interno di nuove compagini territoriali e i signori locali assoggettati a regni mediante nuovi strumenti giuridici, che vengono a costituire il diritto feudale, un formale sistema di deleghe ricomponibile secondo una struttura gerarchica (si può infatti parlare di piramide feudale).

La storiografia moderna, con una considerazione negativa del fenomeno, definito infatti anarchia, tende a attribuire la causa di tale fenomeno non tanto alla debolezza del potere regio, quanto allo spontaneo

sviluppo di poteri che di fatto i proprietari terrieri potevano esercitare sui loro uomini, poteri che con il venir meno dell'autorità pubblica divennero di fatto indipendenti. Duby (seconda metà del '900) elaborò la cosiddetta teoria mutazionista, che ha trovato riscontro in numerosi studi specifici a carattere regionale. Tale teoria si concentra su un periodo specifico (fine del

X e la prima metà del successivo), epoca di una rivoluzione signorile in cui sarebbe venuta meno

l'effettiva capacità di controllo dei funzionari regi sui loro territori. La frammentazione dell'impero carolingio: l'autonomia crescente delle aristocrazie europee aveva trovato un riconoscimento ufficiale nel Capitolare di Quierzy, disposizione emanata dall'imperatore Carlo il Calvo il 14 giugno del 877, mentre si apprestava a partire per una spedizione militare in Italia contro i Saraceni. La disposizione prevedeva che gli incarichi funzionariali o i benefici concessi ai

vassalli, eventualmente rimasti vacanti durante l'assenza dell'imperatore, non fossero assegnati ad altri

in attesa del ritorno dalla spedizione dei figli di quei vassalli. Fino a quel momento alla morte del

vassallo il beneficio, e la carica a questo connessa, tornava al senior che poteva disporne come voleva. Nella prassi però le cariche e il beneficio erano spesso riconfermati all'erede del defunto. Con il capitolare di Quierzy l'alta aristocrazia ebbe la legittimazione dell'ereditarietà dei benefici e delle cariche maggiori. Inoltre, nel momento in cui l'autorità imperiale rimase vacante o in mano di uomini che non riuscivano ad esercitare il potere reale, si consolidò il principio di ereditarietà dei benefici e degli incarichi dell'aristocrazia. Da quel momento la legittimità del potere si basò sulla concreta e materiale possibilità di essere in grado di esercitarlo: occorreva quindi disporre di risorse economiche e di un congruo seguito di fedeli armati. Pertanto, nei territori soggetti all'alta aristocrazia dell'impero carolingio, i discendenti degli antichi funzionari non erano gli unici in grado di esercitare effettivamente il potere, vi erano altri proprietari laici o ecclesiastici in uno stesso territorio che, grazie alla loro posizione economica potevano emulare, nello stile di vita e nell'esercizio del potere, i discendenti delle famiglia comitali. Tali gruppi ottennero dai rappresentanti del potere pubblico la concessione dell'immunità nell'ambito delle proprie proprietà: si vennero così a creare delle isole di giurisdizione autonoma dagli altri centri di potere dello stesso territorio. Su questa frammentazione del potere pubblico cercò di incidere l'imperatore Corrado II (XI secolo), emanando nel 1037 la disposizione chiamata Constitutio de feudis, testo che stabiliva l'ereditarietà dei benefici minori concessi dall'alta aristocrazia ai propri vassalli, precisando che nessun vassallo poteva essere privato del proprio beneficio se non per una giusta causa,

giudicata da un tribunale di pari. Questa disposizione mirava a ricondurre l'insieme dei detentori di poteri signorili in un ambito di fedeltà unitaria al re. Di fatto però la disposizione non sortì effetti rilevanti. L'incastellamento: motivo probabile di questo fenomeno fu la progressiva perdita di autorevolezza da parte degli esponenti della dinastia carolingia, non più in grado di difendere il territorio dagli attacchi ungari e saraceni, che generò una diffusa sensazione di incertezza. Avvenne quindi che qualunque grande proprietario terrieri in grado di allestire una fortificazione cercò di realizzarla, recintando un'area anche solo con mezzi di fortuna. Si chiusero così molti centri dominicali delle grande aziende curtensi, sia laiche che ecclesiastiche e i piccoli proprietari e coltivatori liberi, che lavoravano alle dipendenze indirette del grande proprietario, iniziarono a spostare le loro residenze all'interno delle fortificazioni. Il fenomeno dell'incastellamento contribuì quindi all'affievolirsi delle differenze sociali tra i coltivatori, accomunati dalla necessità di protezione da parte del signore, il quale assunse progressivamente nei confronti dei residenti nel castrum prerogative che oltrepassavano la sfera patrimoniale e diventavano di schietta natura pubblica. I grandi proprietari utilizzarono quindi il timore diffuso per consolidare le rispettive posizioni di potere: l'incastellamento diventò un mezzo per estendere l'autorità del proprietario a tutti i residenti dell'area in cui si trovava la grande proprietà. L'incastellamento apportò profonde modifiche al paesaggio: scomparvero le abitazioni che nelle campagne sorgevano direttamente sui poderi e l'insediamento divenne più accentrato, a ridosso delle mura dei castelli si trovavano le coltivazioni di maggior pregio (orti e vigneti), contornate da campi, poi da pascoli e infine dai boschi. L'Europa assunse così una nuova fisionomia, di carattere militare. Signoria fondiaria, signoria territoriale: sono le due forme principali si signoria -Fondiaria: insieme dei poteri che un grande proprietario si trovava a esercitare sui lavoratori di condizione servile e sui coloni liberi che lavoravano le sue terre. Oltre a riscuotere canoni in natura e denaro, egli esercitava altre prerogative: i coltivatori gli dovevano diversi donativi fissati dalla consuetudine, erano assoggettati all'obbligo delle corvées, dovevano ricorrere alla iustitia dominica. Era una forma di potere di natura pubblica. -Territoriale: come la signoria fondiaria era strettamente connessa alla grande proprietà e a sistema di produzione curtense, ma legata al fenomeno dell'incastellamento. Si tratta infatti dell'esercizio di una serie di prerogative analoghe a quelle delle signoria fondiaria, ma applicate anche a soggetti non legati ad alcun vincolo patrimoniale al proprietario del castello, ma imposte anche all'insieme degli abitanti di un determinato insediamento. Nel castello il signore poteva reclutare manodopera per la manutenzione del castello, si arrogava il diritto di poter esercitare la giustizia, riscuoteva le tasse dovute al potere pubblico e una taglia, un versamento in denaro dovuto dall'intera comunità come riconoscimento della funzione di protezione esercitata dal signore. Inoltre egli stabiliva un monopolio sulla vendita di generi indispensabili come il sale e su servizi collettivi (molitura dei cereali, cottura del pane, pascolo, uso delle acque e sfruttamento dei boschi). Signoria fondiaria e territoriale vennero create a posteriori dalla storiografia, ciò significa che all'epoca le persone non erano consapevoli di vivere assoggettati all'una piuttosto che all'altra. Vi erano anche situazioni ibride, che creavano spesso microconflittualità: accadeva infatti che abitanti economicamente soggetti a un signore vivessero vicino ad altri che coltivavano le terre di un diverso proprietario, fiscalmente lontano ma che poteva rivendicare i poteri connessi alla signoria fondiaria, cos' che una stessa persona poteva essere soggetta a più signori, che potevano anche entrare in conflitto tra di loro. Inoltre i diritti signorili erano assimilati nella prassi ai diritti di proprietà, il che significa che una castello alla morte del signore poteva essere frazionato in diverse parti, a seconda del numero di eredi:

con la proprietà si frazionavano anche i diritti signorili. Le città e i vescovi: l'ambito di giurisdizione di ogni singola sede episcopale e quindi del vescovo rivestiva l'area territoriale della diocesi. La figura del vescovo fu, sin dalle origini, espressione dei ceti dominanti locali: egli raccoglieva intorno a sé le istanze della cittadinanza, che usava riunirsi periodicamente negli spazi prossimi alla cattedrale per discuter dei problemi comuni. Nelle città il

vescovo aveva il primato nono solo spirituale ma anche civile: durante l'impero carolingio i vescovi erano stati nominati missi dominici, inoltre, l'impero aveva dato la concessione alle chiese episcopali e alle loro pertinenze patrimoniale del diritto all'immunità. Con a dissoluzione dell'impero carolingio i vescovi mantennero il loro ruolo in ambito cittadino, e in occasione delle seconde invasioni si assunsero direttamente la prerogativa di provvedere alla difesa urbana, innalzando le mura delle città. Durante il X secolo molte sedi episcopali del nord Italia ottennero dal potere regio il riconoscimento ufficiale del loro ruolo in ambito urbano, la cosiddetta districtio, ossia l'autorità di costringere, obbligare, l'essenza del potere pubblico. Era una costatazione di fatto, ma legittimava i vescovi ad assumere parti del potere pubblico, in quanto gli venne concessa la giurisdizione sull'area della città murata e su una ristretta fascia che la circondava.

Capitolo 14 – Impero e regni nell'età post-carolingia (secolo X) Dopo la deposizione di Carlo il Grosso, il potere effettivo dei re di Francia si ridusse a un'area molto limitata intorno a Parigi e di conseguenza il titolo regio venne conteso tra gli ultimi eredi carolingi e i conti di Parigi, della dinastia dei Robertingi che, nel 987, riuscirono a impossessarsi stabilmente del titolo regio, nella persona di Ugo Capeto, considerato il vero fondatore della Francia (infatti la dinastia venne a chiamarsi Capetingia). Tuttavia il regno di Francia di questo periodo era assai indeterminato dal punto di vista territoriale e politico-amministrativo: infatti il re governava sui soli territori che riusciva a controllare direttamente: ciò che lo contraddistingueva dagli altri signori territoriali, spesso a capo di ampi domini regionali (Bretagna, Normandia, Aquitania, Tolosa) era la sua autorità di ordine morale e religioso. Inoltre all'interno di quella che era stata la Gallia, dopo l'887 si costituirono oltre a quello di Francia altri due regni a carattere regionale, quello di Provenza e di Borgogna: il primo fu presto assorbito dal secondo, che svolse un ruolo importante nella regione dell'alto Rodano, dove passavano importanti vie di comunicazione tra i territori alpini. Le storie dei regni di Borgogna e Provenza si intrecciarono con quelle d'Italia e Germania, mentre il regno di Francia intraprese uno sviluppo indipendente da quello degli altri regni eredi dell'impero carolingio. Il regno italico: mantenne grosso modo la stessa estensione del regno langobardorum, mentre l'Italia del centro-sud si trovava sotto domini diversi: longobardo nell'attuale Campania, arabo in Sicilia e bizantino nelle restanti regioni. In assenza di un erede diretto dei Carolingi e di una codificazione del principio di successione, la guida del regno fu contesa tra i rappresentati delle principali famiglie dell'aristocrazia (questo proliferare di poteri fu definito “anarchia politica”, Tabacco, un apparente ossimoro che in realtà voleva mettere in evidenza come i diversi interessi privati che caratterizzano i singoli poteri locali fossero inseriti in una cornice di legittimità data dall'idea di stato). Si aprì quindi una lunga fase di conflittualità per la guida del regno, protagonisti di questa fase furono quattro famiglia, i duchi di Spoleto, di Toscana, di Ivrea e del Friuli, che erano riusciti a rendere dinastiche le cariche pubbliche ricoperte in età carolingia costituendosi una solida base patrimoniale e clientelare. Schierati in due fronti contrapposti (centro contro nord) essi coinvolsero nei loro conflitti anche i sovrani dei territori limitrofi, i duchi di Carinzia, i re di Borgogna e di Provenza. Tra il 888 e il 924 a contendersi il regno furono il marchese del Friuli Berengario I e diversi personaggi della casata spolentina, ma nessuna delle due parti riuscì a prevalere in maniera definitiva e da tale situazione derivò la ricerca di appoggi esterni: inizialmente intervenne il re di Borgogna Rodolfo, che tenne il titolo di re d'Italia dal 924-26; successivamente quello di Ugo re di Provenza, che tenne il regno per vent'anni (926-46) attuando una politica violenta nei confronti dell'alta aristocrazia italica di origine carolingia, favorendo invece l'emergere di una nuova aristocrazia. Ugo lasciò il regno italico nelle mani del debole figlio Lotario, che morì presto (950); il titolo regio passò allora nelle mani dei marchesi di Ivrea, nella figura di Berengario II, il quale cercò di rafforzare il suo potere conferendo ai suoi fedeli cariche importanti e attraverso l'umiliazione degli avversari: in particolare colpisce la vicenda di Adelaide, vedova di Lotario, che venne rinchiusa in una fortezza. Uno dei principali vassalli di Lotario, Alberto Atto (capostipite della famiglia Canossa) liberò Adelaide sollecitando anche l'intervento del re

di Germania Ottone I, il quale, giunto a Pavia, sposò Adelaide, a testimonianza della politica

matrimoniale come fonte di legittimazione del potere: da questo momento le vicende del regno italico

si legarono con quelle della Germania.

Il regno teutonico e l'incoronazione imperiale di Ottone I: il regno dei Franchi orientali viene comunemente definito, in età post-carolingia, regno teutonico. Nell'887 i grandi del regno elessero re un esponente della dinastia carolingia, Arnolfo di Carinzia. La sua morte, avvenuta nel 899, e la minore età del suo successore Ludovico il Fanciullo, aprirono una nuova crisi dinastica, che portò allo scontro tra le principali famiglie dell'aristocrazia. Ciò che caratterizzava il regno teutonico era la presenza di ampi ducati regionali, eredi di entità politiche precarolingie (ducari di Baviera, Svevia e Sassonia) o di ambiti politici carolingi (ducati di Lotaringia e Franconia): questi, pur mantenendo una denominazione che rimandava a realtà amministrative precedenti, formano in realtà dei regni autonomi. Il re di Germania, che veniva eletto dai “grandi del regno” e apparteneva sempre alle stirpi ducali, aveva soprattutto un ruolo simbolico, di giudice supremo e guida militare. L'elezione di Enrico I di Sassonia ) 919) viene letta dalla storiografia nazionalista come la fondazione della Germania: l'efficacia della sua azione politica, volta a creare un regno unitario e coeso, fu così forte da far sì che, alla sua morte, venisse eletto come successore il suo stesso figlio, Ottone I. questi, nel suo lungo regno (936-973), riuscì a rafforzare l'autorità regia e riempire nuovamente di significato il titolo imperiale. Egli ottenne tali obiettivi agendo in modo consapevole sia dalla sua incoronazione, avvenuta ad Aquisgrana con una grande cerimonia che riprendeva la tradizione carolingia. Egli agì in modo molto innovativo sul piano

politico, cercando di stabilire nuovi legami con i grandi del regno, laici ed ecclesiastici. Egli dovette far fronte a una realtà istituzionale priva di una rete amministrativa in grado di legare il centro del regno alla periferia; inoltre i conti e duchi non erano più dei funzionari regi, ma dei veri e propri signori che esercitavano autonomamente la propria sovranità. Anche i signori ecclesiastici, che furono spesso integrati da Ottone della gestione del potere (sistema della chiesa imperiale), erano personaggi in grado

di trarre il massimo profitto dalla loro condizione e dalla fedeltà verso il sovrano. Pertanto il potere di

Ottone viveva della rinuncia alle forme di potere statuale presenti in età carolingia (amministrazione,

legiferazione, esercizio della giustizia) a vantaggio della capacità di mediare tra i vari gruppi di potere e

di scegliere di volta in volta alleati e strategie d'affermazione. Questa politica trovava una sua

legittimazione nel ruolo sacrale del re, ripreso e rilanciato dagli Ottoni, che furono sempre molto attenti

alla comunicazione simbolica. Grazie a questa compenetrazione tra pragmatismo politico e immagine sacrale del potere regio, Ottone I riuscì a ridare vigore all'idea di impero, inserendosi nell'intricata lotta per la corona italica (vedi prima, matrimonio con Adelaide ecc) e cercando di risolvere definitivamente il problema delle incursioni degli Ungari, che riuscì a sconfiggere nel 955. in tal modo Ottone I avviò una rinascita dell'impero destinata a segnare i secoli successivi: il richiamo alla tradizione carolingia, a quella imperiale romana e bizantina riguardò soprattutto gli aspetti simbolici del potere (abito, scettro, corona, cerimoniali di corte) che ribadivano il nesso tra le idee di regno e sacerdozio, unite nella figura dell'imperatore (fondamentale in quest'ottica era il rito della sacra unzione, che dava all'imperatore il ruolo di protettore della cristianità e della chiesa di Roma). Richiamandosi a questa funzione Ottone I promulgò il Privilegium Othonis, con il quale riconosceva le proprietà e i diritti della chiesa di Roma,ma al tempo stesso, rifacendosi alla Constitutio romana di Ludovico il Pio dell'824, ribadiva il principio che il papa, una volta eletto dal clero e dal popolo di Roma, dovesse prestare giuramento all'imperatore, ponendo così le basi di una conflittualità tra Chiesa e impero. Il nuovo impero ottoniano

fu spesso definito “sacro romano impero”.

L'impero dagli Ottoni ai Salii: conquistati il regno italico e la corona imperiale, Ottone I cercò di rafforzare la propria posizione in Italia a danno dei domini bizantini e del Meridione, progetto

espansionistico che fallì. Fu quindi avviata un'azione diplomatica che avrebbe potuto portare al riconoscimento dell'autorità di Ottone da parte degli imperatori bizantini, con i quali intendeva stabilire unioni matrimoniali. L'imperatore bizantino Giovanni Zimisce, politicamente debole perché era asceso

al trono dopo l'assassinio del suo predecessore, concesse in sposa la nipote, Teofàno, al figlio di Ottone,

anch'esso chiamato Ottone, la quale portò una “ventata bizantina” che diede i propri frutti soprattutto dopo il Mille, con Ottone III. Tuttavia il progetto di Ottone I di acquisire l'Italia meridionale attraverso il matrimonio si rivelò fallimentare, in quanto la sposa del figlio era la nipote e non la figlia dell'imperatore, e l'imperatore stesso era un usurpatore: infatti dopo la morte del padre Ottone II comprese che da parte bizantina non vi era alcuna intenzione di attuare i patti stabiliti. Allo morte di Giovanni Zimisce salì al trono un esponente della dinastia spodestata, che rinnegò le scelte del predecessore. Inoltre Ottone II dovette far fronte alla minaccia saracena, contro i quali avviò una spedizione fallimentare: la sua precoce morte, nel 983, bloccò ogni progetto e determinò una situazione

di grave crisi, dal momento che suo figlio, Ottone III era ancora un bambino. La madre e la nonna

(Adelaide) di Ottone III riuscirono tuttavia a garantirgli la successione ai titoli paterni, che egli acquisì

nel 996. Ottone III cercò di trasformare in realtà il modello di regalità elaborato dagli intellettuali della sua corte, come Gerberto di Aurillac, suo precettore, che fece eleggere papa nel 999, con il nome di Silvestro II (richiamandosi simbolicamente a Silvestro I, quello della donazione di Costantino). Il progetto di Ottone III e di Silvestro II era fortemente ideologico, infatti il sovrano non curò pragmaticamente i rapporti con i grandi aristocratici dell'impero, ritenendo che la sua autorità fosse garantita dalla sacralità del suo titolo. Tuttavia la rinascita dell0imepro vagheggiata da Ottone III si scontrò con una realtà caratterizzata da poteri locali forti e violenti: cacciato da Roma, dovete rifugiarsi

in un monastero, dove nel 1001 morì senza eredi, provocando così la riapertura della lotta per la

successione al titolo imperiale. Dopo molto contrasti fu eletto re di Germania Enrico II, duca di Baviera, che oltre ad essere uno dei grandi del regno vantava una parentela con la casata di Sassonia. Egli rinunciò definitivamente al sogno imperiale “romano degli ottoni, dedicandosi invece al rafforzamento della propria autorità nei confronti dei poteri locali. Tuttavia egli non riuscì a mantenere il potere nelle mani della propria famiglia. Morot senza figli, fu eletto Corrado II (1024-39), duca di Franconia, appartenente alla famiglia dei Salii, che riuscì a mantenere la corona per quattro generazioni (1125), nonstante i conflitti con i poteri locali e con il papato.

Capitolo 15 – continuità e trasformazioni I terrori del Mille: come fecero notare Bloch e Focillon, quando l'anno Mille scoccò quasi nessuno ci fece caso: i sistemi di datazione erano ancora molto diversi da una località all'altra e spesso gli anni non

si contavano secondo l'era cristiana e l'idea che il millennio potesse coincidere con eventi apocalittici

era nota solo ai frequentatori di dotte e ristrette cerchie e non costituiva una leggenda popolare. La leggenda nasce in realtà in ambito rinascimentale. La tesi che l'anno Mille fosse vissuto con terrore ebbe grande successo e fu ripresa sa storici, letterati e poeti in età romantica, poi cominciò ad essere contestata grazie alla filologia scientifica. Continuità e discontinuità dell'economia. L'espansione agraria l'anno Mille si pone a metà di una curva ascendente che dalla fine del VIII secolo conduce fino alla metà del XIV: lungo il corso di questi sei secoli la densità della popolazione aumentò enormemente. Tra le cause di questa crescita gli storici hanno annoverato diverse spiegazioni: la ripresa dei commerci, le innovazioni tecnologiche, il miglioramento dell'alimentazione, lo stimolo alla produzione provocato dalla domanda aristocratica, ma ormai è sempre più attestata la tesi che la crescita, lunga e graduale, della popolazione sia un semplice fenomeno fisiologico, una normale curva che ci si poteva attendere in quelle condizioni. La crescente pressione demografica costrinse tuttavia a ricercare una quantità maggiore di risorse, sollecitando sia l'incremento della produzione, sia una rinnovata attività commerciale. Nuove energie intensificarono la possibilità di sfruttamento delle fonti energetiche (si perfezionò il mulino ad acqua, nasce il giogo frontale die bovini e il collare del cavallo, due nuovi modi per attaccare l'animale all'aratro che, insieme alla ferratura, permisero di sfruttare la forza dell'animale in agricoltura. Da qui nasce anche un nuovo tipo di aratro, in metallo e munito di vassoio per rivoltare la terra, e si diffuse la rotazione triennale). In questo periodo si misero quindi le basi per la grande rivoluzione tecnologica del XI-XII secolo. L'elemento decisivo per aumentare la produzione fu l'allargamento degli spazi coltivati:

iniziò così un vasto fenomeno di occupazione di terre, di dissodamenti e di colonizzazione di nuovi terreni (i signori cercavano di crearsi nuovi spazi di ricchezza e potere, attirando nuoca popolazione

con la promessa dell'esenzione fiscale: nascevano così le villenuove e i borghi franchi). Tra la fine del

XI secolo e l'inizio di quello successivo si cominciarono a ricavare nuovi terreni dall'acqua: nelle

Fiandre si crearono i polders facendo asciugare gli acquitrini della costa e sottraendoli tramite dighe

all'invasione delle acque marine, così come nella pianura padana si bonificarono paludi e si irreggimentarono i corsi d'acqua. I grandi proprietari cambiarono l'amministrazione delle curtis: la riserva dominica iniziò ad essere

intaccata, frazionata e concessa a contadini di varia natura giuridica: a questo fenomeno si accompagna

la riduzione degli schiavi agricoli alloggiati nella riserva. I contadini, alleggeriti dalle corvées, si

trovano a godere di una maggiore disponibilità del proprio lavoro, riuscendo così ad ottimizzare le loro rendite. I proprietari invece intervennero attivamente nella programmazione economica, sollecitando le innovazioni e patrocinando il processo di colonizzazione, amministrando il sovrappiù prodotto, contribuendo sia alla domanda sia all'offerta di beni e incrementando la formazione di artigianato e commercio.

La mutazione feudale: si intende l'idea secondo cui intorno al Mille si realizzò un'importante mutazione

politica in Europa: la nascita di una forma di controllo politica denominata “signoria di banno”,

esercitata dai grandi proprietari capaci di attorniarsi di clientele vassallatiche, di tenere a bada i rustici e

di costruire fortezze come strumento di difesa e dominio.

Fra politica ed econimia: l'anno Mille come sintomo Tesi di Wickham: alla fine del secolo VIII si passo

da un sistema sociale a base contadina a un sistema sociale orientato in senso aristocratico. Prima della

trasformazione la società era povera perchè i contadini, non stimolati dai prelievi, si tenevano sulla soglia dell'autosufficienza r gli aristocratici, avendo a disposizione solo una rendita fndiaria bassa, non riuscivano ad incentivare né artigianato né i commerci. Quando le nuove élites iniziarono ad intervenire attivamente della conduzione delle terre, le rendite fondiarie aumentarono e con esse il resto della produzione, l'artigianato e il commercio. Su questa esperienza comune si innestarono le diverse vicende politiche dell'età post-carolingia.

Capitolo 16 - Il nuovo monachesimo e la riforma della chiesa (secoli X-XII) Nell'età dell'affermazione dei poteri locali si diffuse maggiormente l'integrazione dei vescovi nella gestione del potere; nei medesimi anni si affermò il sistema delle chiese private, ossia la fondazione da parte di famiglie eminenti di chiese poste direttamente sotto il loro controllo. Tale rafforzameto delle chiese locali coincise con l'indebolimento del papato e il riemergere di un potere imperiale forte, che tendeva a controllare l'episcopato. Si sentì quindi l'esigenza di riorganizzare la chiesa e di ripristinare l'autorità morale e politica del papa. Verso la riforma della chiesa: durante il XI secolo si affermò un'organizzazione centralizzata della chiesa, basata sul modello monarchico. Un importante contributo a tale rinnovamento venne dal mondo monastico, nel quale si sentì l'esigenza di ridare un prestigio e una credibilità morale alla chiesa: tale riforma non contestava le ricchezze e i beni ecclesiastici ma si proponeva di estendere a tutta la chiesa il modello monastico, basato sulla preghiera e la purezza del corpo. Portavoce di queste posizioni furono i monaci di Cluny, abbazia della Borgogna, fondata nel 910 da Guglielmo duca d'Aquitania, che nasceva quindi come monastero privato, motivo per cui riuscì ad acquisire forte autonomia (immunità concessa dallo stesso Guglielmo e esenzione papale dalla dipendenza dalla diocesi). L'abbazia di Cluny raggiunse grande notorietà anche per il modello di vita monastica che riuscì ad elaborare, fondato sulla specializzazione liturgica: i monaci di questa comunità erano presentati come una sorta di “angeli” che con le loro preghiere stabilivano un rapporto privilegiato con l'aldilà. Per tale motivo l'abbazia divenne presto una delle più ricche d'Europa, grazie alle donazioni dei potenti che speravano nelle preghiere dei monaci per salvare la propria anima. Inoltre, sottraendosi al controllo vescovile e sottoponendosi invece direttamente a quello papale, la comunità creò una rete di priorati.

In Italia intanto nascevano diverse comunità monastiche che rifiutavano la trasformazione di molte

abbazie in centri di potere e intendevano ritornare agli ideali del primo monachesimo. Figura centrale

in questo processo fu quella di Romualdo da Ravenna che fondò nell'Italia centrale alcuni “eremi”,

comunità monastiche che garantivano ampi spazi di isolamento e ascesi individuale. Il monachesimo di ispirazione eremitica si diffuse anche in Francia, in polemica con lo sfarzo che caratterizzava Cluny e i

suoi priorati ( a Granoble nasce l'ordine dei certosini, monaci che pur vivendo in grandi abazie dette certose, passavano la maggior parte del loro tempo in preghiera.

A partire dai movimenti riformatori monastici si diffusero istanze critiche nei confronti del clero, che

contestavano usanze diffuse quali la simonia e il nicolaismo. Con il primo termine, di derivazione dal personaggio biblico di Simon Mago, che tentò di comprare da Pietro il dono delle guarigioni, si

indicava l'acquisto delle cariche ecclesiastiche, pratica assai diffusa. Con il secondo termine, che deriva dal nome di un Diacono che appare nell'Apocalisse di Giovanno, si indicavano i favorevoli al concubinato e al matrimonio degli ecclesiastici. Tali movimenti che avevano l'obiettivo di moralizzare

la chiesa fecero ben presto breccia nelle frange riformatrici della gerarchia ecclesiastica, essendo infatti

importanti strumenti dottrinali per rafforzare il ruolo del papa, riproposto con forza come l'unica autorità che potesse conferire legittimamente le dignità ecclesiastiche. L'accusa di Simonia venne lanciata innanzitutto contro i vescovi nominato dall'imperatore, ponendo così le basi per una nuova conflittualità con l'impero. Accanto ai movimenti riformatori si diffusero movimenti di ispirazione pauperistica che predicavano

un'ideale evangelico di povertà, di rinuncia ai beni secolari e il ritorno alla chiesa delle origini. In particolare prospettavano una riforma radicale della chiesa che avrebbe dovuto abbandonare il suo coinvolgimento nelle questioni temporali; presenti soprattutto in ambito cittadino, questi contestavano

in particolare l'alto clero locale.

La ridefinizione del papato per diversi anni alcune influenti famiglie romane monopolizzarono

l'elezione papale; fu così che questa ritornò sotto il controllo imperiale. Il contrasto tra le famiglie romane assunse anche toni violenti e portò alla contemporanea presenza di tre papi che si accusavano

di simonia vicendevolmente, situazione che determinò l'intervento dell'imperatore Enrico III.

Convocato un concilio a Sutri, egli fece deporre tutti i papi e nominò un vescovo tedesco, estraneo agli ambienti romani, Clemente II, tentando di applicare anche a Roma il modello di controllo che aveva avviato in Germania. Il sistema della chiesa imperiale si fondava su un'attenta selezione, anche morale, dei futuri vescovi, in quanto il potere regio dipendeva direttamente dalla loro affidabilità. Tra i papi designati da Enrico III, colui che lasciò la traccia più duratura fu Leone IX che tentò di dare vigore alla carica pontificia scontrandosi anche con il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, riguardo al controllo delle chiese locali nell'Italia meridionale. A partire da questo conflitto si giunse alla rottura definitiva tra la chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, con uno scisma (1054) ancora oggi non ricomposto. Con la morte di Leone IX e di Enrico III si aprì un periodo di vuoto di potere caratterizzato da forti conflittualità tra le famiglie dell'aristocrazia romana. Una nuova svolta si ebbe con l'elezione di Niccolò II, sostenuto dai riformatori e dalla famiglia Canossa-Lorena, che riprese la politica antisimoniaca e volle fissare nuove regole per l'elezione pontificia, promulgando nel 1059 il Decretum in electione papae nel quale si stabiliva che il diritto di scegliere il papa spettava esclusivamente ai cardinali, successivamente si dovevano interpellare i cardinali preti e infine il clero e la popolazione romana, che davano la loro approvazione. Per quanto riguarda l'assenso dell'imperatore furono elaborate norme ambigue, che furono causa di nuove conflittualità. Alla morte di Niccolò II venne eletto Alessandro II, non riconosciuto dalla corte imperiale, che gli contrappose Onorio II, rendendo chiaro che attorno all'elezione papale si giocavano equilibri più ampi. Enrico IV, Gregorio VII e la lotta per le investiture: contrasto tra chiesa e impero che caratterizzò il XI secolo, riguardante la possibilità per gli imperatori di eleggere i vescovi e, più ampiamente, la legittimazione del potere imperiale. Con l'elezione ad imperatore di Enrico IV e la nomina papale di Gregorio VII (1073) iniziò una forte conflittualità tra le due entità. In particolare si pose un problema di

legittimità sull'elezione di Gregorio VII, osteggiata dall'arcivescovo di Ravenna. Tuttavia la forza del progetto riformatore del papa riuscì ad appianare, in un primo momento, le divergenze: egli infatti proponeva un modello organizzativo della chiesa di stampo monarchico, ponendo l'accento sulla desacralizzazione della carica imperiale, motivi che furono all'origine di una forte conflittualità. Il papa inviò in Germania dei legati e, cercando di ricondurre a proprio vantaggio il malumore di alcuni grandi del regno, ma l'intromissione dei legati provocò la reazione dei vescovi tedeschi, che si schierarono con l'imperatore scatenando una serie di delegittimazioni tra papa e imperatore. Per dare fondamento dottrinale al primato papale, Gregorio VII promulgò il Dictus papae, un insieme di 27 proposizioni che ridefinivano i ruoli e le funzioni del papato, ratificando ufficialmente la nuova struttura verticistica della chiesa che culminava nella figura del papa. A fronte dell'opera di delegittimazione operata dal pontefice, Enrico VII convocò nel 1076 un concilio di vescovi a Worms che dichiarò deposto Gregorio VII, il quale a sua volta scomunicò l'imperatore. Gli oppositori interni dell'imperatore approfittarono della scomunica per indebolire il suo potere. In questo contesto si ricorda il famoso episodio di Canossa, durante il quale l'imperatore dovette venire a patti con il papa. Nel 1077 Enrico IV si recò a Canossa, dove la contessa Matilde ospitava il papa. L'imperatore, in veste da penitente, dovette aspettare tre giorni e tre notti prima di essere ammesso al cospetto del papa, costretto

però a ritirare la scomunica. Rilegittimato del suo potere, l'imperatore riprese la precedente politica con maggior vigore e, approfittando dell'indebolimento militare del papa, convocò a Bressanone una sinodo

di vescovi filoimperiali che elesse papa l'arcivescovo di Ravenna, Clemente III. L'anno seguente

l'imperatore occupò Roma e insediò Clemente III, mentre Gregorio VII fu portato in salvo da Roberto il Guiscardo a Salerno, dove morì l'anno successivo. Dopo la morte di Gregorio VII i suoi successori cercarono di applicare una politica più flessibile, tentando di distinguere nella figura dei vescovi il potere religioso da quello temporale. Nel 1122 la lotta per le investiture fu risolta con il concordato di Worms, sottoscritto dall'imperatore Enrico V e il papa Callisto II, nel quale si conveniva che l'elezione dei vescovi doveva essere fatta ovunque nel rispetto dei canoni ma che in Germania era ammessa la presenza dell'imperatore, che poteva investire i vescovi di funzioni e beni temporali. Dalle vicende del conflitto tra papato e impero derivò un modello di chiesa monarchico, gerarchicamente strutturato in modo verticistico.

La costruzione delle monarchie feudali (secoli XI-XII)

In questo processo comune a molte signorie europee ebbe molto peso il ruolo delle relazioni

vassallatico-beneficiarie, infatti le nuove monarchie se ne servirono per mantenere la propria superiorità rispetto ai principi e ai signori locali, in modo da costituire una struttura politica gerarchica che aveva al proprio vertice il sovrano. L'uso politico dei rapporti feudali da parte delle monarchie: durante il XI secolo, con il consolidamento dell'aspetto territoriale dei poteri politici, il principio di unificazione dei popoli non era più la sola relazione personale del re con il popolo, ma anche il fatto che tali società vivessero in uno spazio determinato, un territorio. Le monarchie provvidero a differenziarsi dai signori locali in due modi distinti: rivendicando titoli, carismi e funzioni superiori da quelle delle aristocrazie signorili e instaurando con lo stesso gruppo relazioni vassallatico-beneficiarie da cui apparisse chiaramente la loro posizione di preminenza. L'affermazione della supremazia del sovrano avvenne attraverso diverse vie: la rivendicazione della natura sacra del loro potere, attraverso l'adozione della consuetudine di complesse liturgie di incoronazione, spesso accompagnate dall'unzione da parte delle autorità ecclesiastiche, l'uso di appellativi aulici e del collegamento a precedenti esperienze legittimanti. La riformulazione dei legami vassallatici avvenne nel momento in cui la gestione del potere era nel suo momento di massima frammentazione, alla quale si erano adeguate le relazioni feudali, con una notevole riduzione del carico

di obblighi a cui era tenuto il vassallo (in particolare era venuto meno l'obbligo del servizio armato, di

secolo i principi territoriali iniziarono a restaurare le propria autorità sui vassalli: imposero di prestare un omaggio ligio, che in caso di conflitto era considerato superiore a tutti gli omaggi prestati e iniziarono a fare ricorso al feudo di ripresa, pratica con la quale il vassallo cedeva loro un bene che veniva tuttavia immediatamente riconosciuto in feudo allo stesso vassallo, in modo che il signore ottenesse il riconoscimento formale della propria supremazia. Inoltre i re iniziarono ad amministrare

direttamente i territori senza doverli concedere in feudo, attraverso ufficiali e fecero scrivere i diritti e i doveri del vassalli, iniziando un processo di ripresa dello studio del diritto scritto. Stabilirono inoltre che i sudditi dovevano rivolgersi al tribunale regio in caso di delitti particolarmente gravi. La monarchia normanna in Inghilterra: con la battaglia di Hastingd del 1066, Guglielmo duca di Normandia conquistò l'Inghilterra. Prima della conquista la società locale era organizzata in tun (mod town), insediamenti rurali i cui abitanti partecipavano alle Hundreds, corti giudiziali locali, a loro volta raggruppate nelle shires, circoscrizioni regionali comandate dall'earl, in cui lo sherif riscuoteva le imposte regie. I Normanni smantellarono il potere degli earls e impiantarono una fitta maglia di castelli, posti su unità fondiarie, i manors, che Guglielmo concesse in cambio dell'omaggio feudale. Inoltre la corona fece in modo che i manors di un unico detentore fossero distanti tra loro, in modo da evitare accorpamenti territoriali. Inoltre provvide a censire i manors nel Domesday Book (1086), che divenne la base dell'imposizione dei tributi e si affermò anche dal punto di vista simbolico quale segno del controllo esercitato dal re. Dell'organizzazione politica precedente si mantennero i tribunali delle centene e gli shires; gli sherifs, assimilati ai visconti normanni, continuarono ad esistere e aloro fu dato l'appalto di custodire i castelli regi e i manors, oltre alla funzione esattoriale, ottenendo un cospicuo vantaggio economico. Durante il lungo regno di Enrico II (1154-89) primo re della famiglia dei Plantageneti, si cercò di ridurre il margine di potere acquisito dalla grande nobiltà, recuperando i diritti regi, facendo distruggere numerose fortezze e migliorando l'amministrazione. In particolare stabilì che i baroni potessero pagare un'imposta che li esentava dalla prestazione del servizio militare, facendo sì che questi si occupassero anche dell'amministrazione e della giustizia, aprendo la partecipazione ai baroni nei tribunali locali. Enrico II cercò di sottometter alla giustizia regia anche il clero a scapito del privilegio dell'immunità. Con le Assise di Claredon, una sorta di elenco dei diritti rivendicati dalla corona, definì in termini larghissimi la potestà giudiziaria del re ma Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, si oppose, innescando un conflitto con il sovrano che nel 1170 gli costò la vita: l'omicidio

di Becket scatenò una vasta reazione e costrinse lo stesos re a fare penitenza inchinandosi sulla sua

tomba, atto formale di sottomissione a cui seguirono diverse concessioni alla chiesa. Tuttavia la

giurisdizione regia ne uscì rafforzata: questa divenne il centro di un sistema, poi definito common law,

in

cui le varie giurisdizione particolari potevano essere private di cause che venivano invece sottoposte

al

re. Alla morte di Enrico II esisteva dunque in Inghilterra un potere politico forte e organizzato, con al

proprio vertice il re. Questa efficiente macchina statale cominciò a vacillare dopo la morte del successore di Enrico, Riccardo Cuor di Leone. Nel corso del regno di Giovanni senza terra (1199-1216)

la corona perdette la maggior parte dei suoi possedimenti oltre Manica, di pertinenza del ducato di

Normandia, territori che avevano ostacolato l'espansione del regno di Francia. Anche all'interno del regno gli equilibri si ruppero:si riaffacciarono le pretese della chiesa e dei baroni e si espresse la crescente politica delle città mercantili, Londra in particolare. La coalizzazione di queste forze portò alla scrittura della Magna Charta (1215), un documento che voleva limitare l'eccessiva autorità che il

potere regio aveva assunto nel regno di Enrico II e tornava a riconoscere le prerogative di città, chiese e nobili all'interno del sistema dominato dalla corona.

I Capetingi in Francia: i primi cinque sovrani della dinastia capetingia esercitarono il proprio potere su

una ristretta fascia posta tra la Loira e la Senna, dominio che era costituito da un sistema di principati. Luigi VI (1108-37) rivolse la sua azione a reprimere l'indipendenza dei signori di banno, che all'intenro del demanio regio si erano ormai completamente appropriati delle prerogative pubbliche e imponevano tasse a chiese e a mercanti. In quest'epoca il principato dei Capetingi non fu l'unico principato francese

a rafforzarsi ai danni dei signori di castello: si tratta di un elemento chiavo per comprendere li progressi

futuri della monarchia francese. I territori che questa avrebbe acquisito per vie dinastiche a partire dal XII secolo erano strutture politicamente stabili grazie alle politiche di accentramento già compiute al loro interno dai principi prima della conquista regia. Da una questione di diritto feudale iniziò lo scontro dei sovrani francesi con i più potenti dei loro vicini, i Plantageneti, signori del Maine, Normandia e re d'Inghilterra, che limitavano a Ovest l'espansione del regno di Francia. Nel 1150 Goffredo Plantageneto investì suo figlio Enrico del ducato senza chiedere il permesso al re Luigi VII, il quale, interpretando l'atto come un'ostile affermazione d'indipendenza, minacciò la guerra e riuscì ad ottenere l'omaggio da parte del giovane Enrico, che pochi mesi più tardi ereditò tutti i domini divenendo principe. Nel 1152 la moglie di Luigi VII divorziò e sposò Enrico, portando in dote l'Aquitania e due anni dopo Enrico divenne re d'Inghilterra, accrescendo molto il potere dei Plantageneti. La guerra, apertasi con il divorzio di Luigi. Proseguì fino al 1177 quando una pace sancì il riconoscimento del rapporto vassallatico e il mantenimento dello status quo territoriale. Il regno di luigi VII fece registrare una notevole crescita dell'autorità regia, attraverso un processo di razionalizzazione amministrativa e istituzionale, in cui cardine fu la formalizzazione dei rapporti vassallatici: l'imposizione regia dell'omaggio ligio e l'affermazione del tribunale regio come

riferimento. Tale formalizzazione proseguì con il regno di Filippo Augusto (1180-1223), caratterizzato dall'espansione territoriale e dalla centralizzazione politica e amministrativa. Il re sposò Isabella di Hai naut, che portò in dote la ricca regione dell'Artois e proseguì le conquiste militari ai danni dei Plantageneti e con la morte di Enrico II, Filippo riuscì a strappare tutti i domini al di qua della Manica ai suoi eredi. Su questo territorio formato da unità politiche differenti Filippo Augusto intensificò il controllo attraverso un doppio ordine di funzionari: i balivi che controllavano i beni posseduto dalla corona in signoria, mentre delle altre entità politiche si occupavano i prevosti, funzionari itineranti addetti alla riscossione delle imposte, alla raccolta degli omaggi prestati da signori e comunità, all'amministrazione della giustizia regia. Le truppe di tutti i signori feudali furono costrette a rendere omaggio al re e venne meno il principio, ammesso fino ad allora, secondo cui “il vassallo del mio vassallo non è il mio vassallo”: in virtù di questa forzatura istituzionale, le relazioni feudali cominciarono ad assumere l'aspetto di una piramide gerarchica.

La

monarchia normanna in Italia meridionale: quando i Normanni giunsero nel mezzogiorno (fine del

XI

secolo) le tensioni politiche e l'accentuarsi dei particolarismi favorirono il loro radicamento nel

territorio e l'insediamento dei poteri locali. La nascita delle due potenze locali a guida normanna di Anversa e Melfi conclude la prima fase dell'insediamento normanno, legata alla loro attività di mercenari. Dopo che Leone IX tentò di sconfiggere i Normanni fallendo, i suoi successori scesero a patti con loro, stipulando un concordato con due capi, Riccardo d'Anversa e Guiscardo di Altavilla, divenuto signore di parte delle Puglie: in cambio della sottomissione feudale al papato i due ricevettero rispettivamente il principato di Capua e il ducato di Puglia Calabria e Sicilia. Tale concessione, nella strategia del papato, serviva ad ostacolare i suoi avversari, i bizantini e i musulmani, mentre a Guiscardo serviva a ribadire e legittimare il suo potere di fatto sulle regioni (unione dell'elemento feudale con quello spirituale). La conquista della Sicilia ai musulmani, ad opera del fratello di Riccardo, Ruggero, si svolse senza problemi e si concluse nel XI secolo. Al sostanziale mantenimento dell'amministrazione islamica e dei suoi funzionari, fece riscontro la completa ridefinizione delle circoscrizioni ecclesiastiche. La nomina dei titolari della diocesi fu il principale strumento di affermazione dei Normanni. Con la morte dei due fratelli d'Altavilla i destini della Sicilia e del continente vennero a divergere: la Sicilia mantenne la propria coesione durante l'interegno dei figli di Ruggero, mentre il continente si disgregò, lasciando così la possibilità a Ruggero II di Sicilia di assumere il controllo nei domini continentali, unificando per la prima volta i poteri dei Normanni ,

facendosi ungere dal vescovo di Salerno e prestando omaggio al papa per il ducato di Puglia, Calabria e Sicilia (1128). subito dopo ottenne dall'antipapa Anacleto II non solo la conferma dei diritti sui ducati,

ma anche dignità e il titolo di re per i propri eredi, che simboleggiavano la superiorità assoluta rispetto

ai poteri esistenti nel nuovo regno. Inoltre nel 1120 Ruggero promulgò una serie di ordinamenti volti ad

estendere il controllo del re sulle giurisdizioni particolari: questo gruppo ancora forte venne controllato attraverso la divisione della curia feudale in competenze specializzate e un censimento dei feudatari e dei loro obblighi. Tuttavia fu una costruzione fragile, come dimostra la crisi apertasi alla morte di Ruggero II (1154), al quale sucedettero il figlio Guglielmo I e il figlio di questi Guglielmo II; in mancanza di eredi diretti la corona passò a Costanza, figlia superstite di Ruggero che, sposando l'imperatore Enrico VI portò il regno di Sicilia nella casa di Svevia. I regni iberici e la reconquista: processo mediante il quale alcuni piccoli regni cristiani del nord riuscirono a conquistare vasti territori in mano ai mussulmani(X-IV). Alla base di ciò vi fu la generale crisi del mondo musulmano: il califfato iberico era diviso in tante signorie territoriali, alcuni di emanazione dello sceicco, altri sorti spontaneamente, controllati dai berberi. La morte del califfo Al- Mansur (1002) e la rinascita di sentimenti religiosi nella penisola (Asturie e Leon, Navarra, Barcellona), favorito dall'introduzione della riforma clunicense (pellegrinaggio a Santiago). Nel XI secolo dal regno di Navarra si separò la contea di Castiglia e estese la propria egemonia su Navarra, Asturia e Leon; dall'unione di alcuni principati franchi nacque l'Aragona (dal XI secolo comprende anche la contea di Barcellona). Nel 1086 il califfato venne conquistato dalla dinastia berbera degli Almoravidi, che ne consolidò le strutture politiche; intanto l'avanzata cristiana aveva raggiunto le regioni centrali della Spagna musulmana, più urbanizzate e densamente popolate, e quindi difficili da conquistare. A frenare l'avanzata musulmana aveva contribuito l'evoluzione interna dei regno di Castiglia-Leon, dominato da un'aristocrazia inizialmente relativamente povera, che nel corso del XII secolo si era arricchita, accresciuta di potenza e minacciava la stessa corona. Si manifestava quindi la necessità di riscrivere le relazioni tra regno e baroni. Nel regno di Castiglia e Leon, Alfonso VI fu il primo a cercare la sacralizzazione del potere monarchico: nel 1085 conquistò Toledo (strateticamente decisiva) e si proclamò imperatore di tutta la Spagna, ottenendo il riconoscimento del re di Aragona; egli assunse inoltre il titolo di “imperatore delle due religioni” per manifestare la libertà di culto concessa ai mussulmani, ma fu solo con il suo successore Alfonso VII (1126-57) che la monarchia castigliana provvide a riorganizzare le strutture feudali imponendo prestazioni collettive e legando i benefici dei vassalli alla prestazione dell'omaggio al re. Intanto in Catalogna il re Raimondo Berenguer aveva fatto redigere un codice di leggi che faceva derivare dal conte l'autorità degli altri signori. Sia in Castiglia sia in Aragona alla fine del XII secolo il problema legato al ruolo delle componenti politiche del regno trovò spazio nei parlamenti, le grandi assemblee rappresentative in cui si era evoluta la curia feudale del re.

Capitolo 18 - Società contadina e origine degli ordinamenti comunali (secoli XI-XII) Come nacquero i comuni? Tra la fine del XI e gli inizi del XII secolo nacquero all'interno delle società urbane ordinamenti e magistrature tendenzialmente indipendenti, che miravano all'autogoverno delle città. In Italia la progressiva frammentazione del potere pubblico si accompagnò all'acquisizione di fatto da parte dei vescovi dell'intera gamma dei poteri pubblici all'interno delle città. Ma questi non era l'unica forza della città: nelle comunità cittadine assunse importanza un insieme di persone che contribuì all'effettivo governo nella concretezza dell'amministrazione e nella scelta dei suoi vertici politici. Il vescovo veniva eletto dall'insieme dei canonici e dai maggiorenti cittadini. Milano e gli “ordines” della società cittadina: nella prima metà del Xi secolo il vescovo Ariberto d'Intimiano era espressione del gruppo sociale dei capitànei, i grandi signori stretti da legami vassalatico-beneficiari con la chiesa vescovile, i quali avevano a loro volta stretto legami simili con altri soggetti, i valvassores, i quali, durante gli anni Trenta, avevano acceso un duro conflitto per l'ereditarietà dei loro benefici. L'arcivescovo si schierò con i capitànei e gli esponenti della nobiltà minore, in un primo momento, ne uscirono sconfitti; tuttavia l'intervento dell'imperatore Corrado II complicò il quadro. Questi infatti, attraverso una disposizione legislativa, voleva garantire ai valvassores la trasmissione ereditaria dei benefici. Questa disposizione non garantì all'imperatore il controllo effettivo di Milano: quando infatti decise di processare l'arcivescovo milanese e pose sotto

assedio la città, si trovò a dover fronteggiare la difesa compatta dell'intera cittadinanza, decisa a fare fronte comune rispetto a un potere esterno che intendesse aggredirne l'indipendenza (e vinsero). La partizione della società cittadina in ordines, ossia strati caratterizzati da una diversa condizione giuridica tipica di Milano in quel periodo, non costituisce un modello esportabile nelle altri città centro settentrionali, nelle quali troviamo solamente la distinzione tra miles e populus. I comuni cittadini nella lotta per le investiture: nel Xi secolo l'azione politica degli imperatori della dinastia salica e la riforma della chiesa determinarono una profonda crisi dell'equilibrio interno delle città italiane poiché entrambe le istituzioni pretendevano di sottoporre al proprio controllo la nomina dei vescovi cittadini e di contrarre il clero alle strette relazioni parentali e sociali che ne facevano l'espressione più autentica della realtà cittadina. Unitamente, parte della cittadinanza esprimeva la propria insofferenza al dominio dei tradizionali ceti dominanti attraverso fenomeni di reazione alle abitudini mondane dei chierici. A partire dalla seconda metà del XI secolo, sia il potere imperiale sia l'autorità papale imposero alle città vescovi estranei alla società locale, nel tentativo di avviare un processo di riforma del clero urbano. La prima reazione delle comunità cittadine fu la formazione di due opposti schieramenti, l'uno, costituito dal ceto dominante urbano e volto alla conservazione delle

autonomie locali, l'altro, composto n prevalenza dagli esclusi dal regime precedente, favorevole ai cambiamenti proposti dalla riforma. Negli ultimi anni del XI secolo le città italiane furono dilaniate da violente lotte intestine. Le prime istituzioni comunali: da questa situazione di conflitto riconducibile allo scontro della lotta per

le investiture emerse nella città una volontà di pacificazione sociale, da cui prese avvio un nuovo

sistema politico, l'ordinamento comunale. I cittadini si distaccarono dalla figura del vescovo,

sostituendo la tradizionale riunione spontanea dei cittadini davanti alla cattedrale con assemblee non elettive, gli arenghi, che elessero come rappresentati dei consoli, che costituivano una magistratura collegiale (da due a ventiquattro membri) che fu posta a guida del comune.

Si usa datare l'esperienza comunale nelle diverse città dal momento in cui nella documentazione

appaiono agire i consoli; altri storici invece sostengono che si possa parlare di comune semplicemente

quando la cittadinanza agisce in modo autonomo (anticipando la vicenda al X secolo), altri studiosi

invece negano che si possa considerare comunale una città quando i consoli paiono agire ancora sotto

la protezione e la direzione vescovile.

Basi culturali e ideologiche del movimento comunale: le discussioni storiografiche sui consolati sono estranee alla percezione dei contemporanei, i quali consideravano il momento fondante della loro autonomia quando incominciarono a conservare la documentazione relativa ai loro diritti patrimoniali e giurisdizionali, momento in cui venne meno la cosiddetta egemonia ecclesiastica della produzione e conservazione della documentazione scritta. Il ricorso a forme contrattuali, l'esigenza di fissare in forma scritta i tempi e i modi delle conquiste del nuovo organismo cittadino procedettero di pari passo con la riscoperta del diritto romano come strumento alla base della convivenza civile (si ravvisa anche dall'adozione di nomi e istituzioni che richiamano alla romanità repubblicana: consoles per definire i magistrati, partizione amministrativa in regiones, la definizione giuridica della cittadinanza in base al principio di residenza entro la cinta urbana). La conquista del contado: il fattore che discrimina la storia delle città comunali del centro nord da quella delle altre regioni europee fu la capacità di proiettarsi al di fuori delle mura alla conquista di un

territorio, il quale coincideva spesso con quello della diocesi cittadina, ossia il territorium civitatis, la vasta area su cui la città antica aveva esercitato una centrale funzione di coordinamento. Tale processo

di conquista fu spesso rapido ed estremamente violento. Gran parte dei poteri signorili del territorio

dovettero venire a patti con le città e molti aristocratici che risiedevano nelle campagne scelsero di spostarsi nelle città, partecipando alle nuove forme di azione politica. Il controllo del contado costituiva un obiettivo imprescindibile soprattutto dal punto di vista economico, poiché il sostentamento materiale delle città dipendeva dalla capacità delle classi dominanti di garantire un regolare approvvigionamento, risultato ottenuto attraverso l'assoggettamento politico e fiscale delle comunità del contado, che

prevedeva la corresponsione di derrate alimentari e con provvedimenti che tutelavano la proprietà cittadina e ne favorivano l'incremento. Questo processo provocò un cambiamento nell'organizzazione del lavoro nelle campagne: per i possessori urbani il rendimento della terra era ciò che li spingeva ad investire il loro denaro nella proprietà fondiaria. Essi si sostituirono a una proprietà aristocratica che identificava invece nel possesso fondiario la base per l'esercizio dei poteri signorili e di controllo personale degli uomini. Specchio di questo cambiamento furono le operazioni di affrancamento dei servi messe in atto da alcuni governi cittadini che perseguivano il triplice scopo di sottrarre

manovalanza alle clientele aristocratiche, aumentare l'introito fiscale (in quanto liberi erano tassabili) e favorire la circolazione di manodopera a profitto nelle attività manifatturiere urbane. Altra conseguenza

fu la trasformazione dei rapporti di lavoro: i contratti agrari che prima prevedevano una durata vitalizia

ed ereditaria e canoni di tipo parziario (legati all'effettiva produttività della terra) in seguito cominciarono ad essere stipulati per periodi più brevi e contemplarono canoni fissi. Dal XII secolo la legislazione urbana intervenne a regolamentare i modi della produzione agricola sia per motivi di pubblico interesse, sia per interesse di classe. La specificità del fenomeno: città europee e dell'Italia meridionale: lo sviluppo demografico e

commerciale erano stati fenomeni comuni a tutte le città occidentali ma gli sviluppi istituzionali che coinvolsero le città dell'Italia settentrionale non ebbe riscontri altrove. Nelle città europee la popolazione delle città avevano un'origine sociale molto più omogenea: si trattava di artigiani e mercanti che reinvestivano i loro proventi nella proprietà fondiaria e non avevano legami vassallatico- beneficiari con l'aristocrazia delle terre circostanti.

In Francia le cittadinanze lottarono per ottenere dal re o dal signore territoriale il riconoscimento di uno

statuto giuridico privilegiato: si crearono così i comuni, dove l'autogoverno cittadino veniva ufficialmente riconosciuto con un diploma regio e le città di franchigia dove venivano concessi stretti margini di autonomia, mentre il governo della città rimaneva d competenza di funzionari regi. Le città tedesche rimasero a lungo soggette al potere dei vescovi e sottoposte al governo delle dinastie ducali; tuttavia si svilupparono forme assembleari che riunivano le articolare componenti della cittadinanza, senza però ottenere mai forme di indipendenza politica. Una vicenda analoga coinvolse le città dell'Italia meridionale, che vennero progressivamente assoggettate al dominio normanno e non riuscirono a sviluppare istituzioni autonome.

La nascita della cavalleria e l'invenzione delle crociate (secoli XI-XIII) La cavalleria: un nuovo protagonista della storia europea? Bloch: Lega l'origine della cavalleria allo sviluppo del cristianesimo: distingue tra una prima età feudale legata all'importanza dell'omaggio (giuramento) e una seconda età(dal XI sec), legata invece al

beneficio (beni). L'affermazione del feudalesimo ha portato a circoscrivere nell'organizzazione sociale coloro che si occupavano di “armi” in un élite formata dai signori e i vassalli. Questo processo di specializzazione viene attestato dalla comparsa di una cerimonia simbolica (aboudement) che ha fatto

sì che dal XII secolo i cavalieri si percepissero come un gruppo sociale distinto, dal quale si sarebbe

sviluppata una nuova classe basata su uno statuto giuridico, la nobiltà. In passato l'aggettivo nobile designava genericamente gli appartenenti ai ceti dirigenti, con riferimento alla loro ascendenza familiare: Boch propone di chiamare nobiltà di fatto o aristocrazia questo primo tipo di nobiltà, e di chiamare nobiltà di diritto la nuova classe sociale, giuridicamente definita sviluppatasi con l'affermazione della cavalleria. Duby: a partire da uno studio dettagliato di una regione francese, egli si convinse che dalla seconda metà del X secolo il termine miles aveva iniziato ad assumere un nuovo significato, indicando sia i

guerrieri che i signori di castello. Poco dopo il titolo di cavaliere si estese e divenne il titolo distintivo

di tutto il ceto aristocratico , cristallizzandosi intorno al mestiere delle armi e ai privilegi sul piano

giuridico che questo comportava. Flori: sostiene che la cavalleria non costituì né un ordine né una classe fino al XIII secolo, ma che era

una professione esercitata da persone di ceto sociale diversificato. Nel '200 si assiste invece a una graduale chiusura della cavalleria: al contrario di quello che afferma Bloch, Flori non crede che la cavalleria si trasformò in nobiltà ma, al contrario, fu la nobiltà a monopolizzare gradualmente la cavalleria.

I primi cavalieri: intorno al Mille la diffusione delle signorie di banno aveva reso necessario un numero

crescente di specialisti della guerra: questi furono originariamente i milites, spesso di umili origini. Nel corso dell'XI secolo il mestiere del cavaliere venne sempre più specializzandosi e la tipologia di combattimenti in cui i cavalieri erano coinvolti determinò lo sviluppo di nuove tecniche di combattimento, basate sullo scontro individuale, e quindi di armi, come per esempio la lancia (ma anche armatura, elmi, scudi). In tal modo l'armatura del cavaliere divenne sempre più costosa. Inoltre le spettacolari azioni di guerra determinarono il successo e il prestigio personale dei cavalieri (si pensi

anche alla pratica dei tornei). Il crescente costo delle armi e il prestigio furono due fattori della graduale chiusura della cavalleria in un élite, composta di persone d'alto rango. Un'altro fattore fu l'affermazione

in ambito nobiliare di una struttura familiare di tipo verticale, che privilegiava i primogeniti, a causa

dello sviluppo delle signorie di banno (non si poteva dividere il già piccolo territorio tra gli eredi). I

cadetti delle famiglie nobili quindi, privi di beni personali, cercavano di guadagnarsi la sicurezza economica attraverso il mestiere delle armi: i cavalieri non ancora affermati si univano a compagnie che si spostavano di corte in corte, partecipando a combattimenti e tornei, il cui principale fine era quello di costituire una base economica e di sposarsi. Per disciplinare il comportamento di queste compagnie di cavalieri, su ispirazione di ambiti ecclesiastici riformatori si diffuse il movimento della “pace di Dio”: vista l'incapacità dei signori di disciplinare il territorio, i vescovi con l'appoggio dei

signori locali fecero giurare ai cavalieri di astenersi da violenze ingiustificate, cercando di definire un modello etico al quale il cavaliere doveva attenersi (doveva essere un difensore dei deboli, delle donne

e dei bambini). La cornice ideologica di questa concezione della cavalleria fu un modello di società

tripartita in un insieme organico di tre ordini: oratores (pregano per la salvezza dell'anima di tutti), bellatores (combattono per la difesa della comunità) e laboratores (lavorano per il sostentamento comune) che insieme agiscono per l'unico fine della difesa e propagazione della cristianità. Cavalieri e pellegrini:l'invenzione della crociata: una della manifestazioni del rinnovamento della chiesa fu la crescente diffusione della pratica dei pellegrinaggi a Roma, Gerusalemme e Santiago de

Compostela (durante la reconquista era stato fondato il culto di san Giacomo, secondo la leggenda uno dei primi evangelizzatori della penisola). Durante la reconquista quindi il pellegrinaggio favorì l'arrivo

di migliaia di cristiani in una zona dove si combatteva contro i mussulmani; inoltre l'appoggio diretto

alla reconquista di papa Alessandro II che, attraverso una bolla, concesse l'indulgenza a tutti coloro che partecipavano alla lotta contro i Mori, sancì in maniera definitiva l'idea di difendere con le armi

l'espansione della chiesa cristiana. A questo contesto va collegato l'appello che papa Urbano II fece durante un concilio tenutosi in Francia nel 1095, che chiedeva la pacificazione ai nobili e cavalieri

cristiani che da decenni si contrapponevano in lotte fratricide. Per espiare i loro peccati il papa li esortò

a intraprendere un pellegrinaggio armato verso Gerusalemme, occupata dai Turchi. Sulla base di fonti e

testi successivi si è voluto vedere che Urbano II avesse bandito la prima crociata, con l'idea precisa di

sostenere una spedizione militare volta alla conquista di Gerusalemme. Tuttavia si è visto come il concetto di crociata venne in realtà elaborato nel Duecento, per indicare spedizioni militari avviate per espandere militarmente la cristianità e per reprimere i nemici della chiesa, gli eretici. Quelle che noi chiamiamo crociate in realtà comprendevano una serie frammentaria di attività religiose e civili prive di una coerenza ideologica, episodi determinati da cause religiose, politiche, economiche di volta in volta diverse, a cui solo tardivamente venne conferita una presunta unità.

In armi verso la Terrasanta: l'appelle di Urbano II non fu mosso né dalla richiesta dell'imperatore di

Bisanzio contro il pericolo turco, né da una presunta oppressione dei mussulmani sui pellegrini cristiani: il pontefice voleva ricondurre l'azione dei ceti eminenti e dei cavalieri nell'alveo dell'etica cristiana. L'invito a un pellegrinaggio verso la Terrasanta fu accolto con fervore dai ceti popolari, ai

quali si affiancarono un gruppo di cavalieri poveri, animati da una miscela di sentimenti religiosi e desideri di rivalsa sociale. Nacque così la cosiddetta crociata popolare, costituita da gruppi di pellegrini, armati e non, e da predicatori itineranti. Dopo aver percorso la penisola balcanica i pellegrini giunsero in Anatolia, dove si scontrarono militarmente contro i Turchi con esito disastroso. Intanto Urbano II era riuscito a coinvolgere nell'impresa alcuni esponenti dell'aristocrazia francese e normanna:

partita nel 1096 la spedizione arrivò a Gerusalemme e nel 1099, dopo massacri e sanguinose battaglie, Gerusalemme fu conquistata. Qui si formarono diversi regni, il più importante fu quello di Gerusalemme, affidato a Goffredo di Buglione. Il ceto dirigente di questi regni era formato dai nobili e dai cavalieri che avevano partecipato alla crociata e l'organizzazione politica si basava su legami feudali. In questi regni crociati ebbe grande importanza la fondazione di ordini religiosi istituiti per difendere i luoghi sacri e per ospitare e proteggere i pellegrini (i Templari, Ospedalieri di san Giovanni, l'ordine Teutonico), ordini composti da monaci guerrieri votati a difendere i luoghi della cristianità con le armi. La Terrasanta non era importante solo per il suo valore simbolico, ma anche a livello commerciale, essendo un avamposto per i commerci con l'Oriente: nelle città costiere degli stati crociati si stabilirono i mercanti europei, soprattutto provenienti da Venezia, Genova, Pisa e Amalfi che cercarono di sviluppare nuove reti commerciali. Essendo diversi gli intenti che spingevano i vari componenti della società degli stati crociati, questi furono caratterizzati da una forte conflittualità interna, di cui approfittarono le popolazioni mussulmane. Quando l'esercito mussulmano conquistò la città di Edessa, posta vicino a un importante rete commerciale, nel regno di Francia Luigi VII si fece promotore di una nuova spedizione in Terrasanta e riuscì a coinvolgere anche il papa Eugenio III e l'imperatore Corrado III. Questa seconda crociata (1147-48) fallì a causa dei contrasti tra i due sovrani che guidavano la spedizione e dei difficili rapporti con l'impero bizantino. Nel frattempo la conflittualità tra gli stati crociati cresceva, e questi non seppero far fronte al nuovo attacco dei mussulmani, proveniente dall'Egitto dove si era rafforzato il regno di un condottiero di origine curda noto alle cronache occidentali come Saladino. Gerusalemme fu conquistata nel 1187. l'evento suscitò una forte impressione in Occidente e sollecitò una nuova spedizione in Terrasanta, la terza crociata (1189-92) guidata dall'imperatore Federico Barbarossa, il re di Francia Filippo Augusto, il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone. Anche in questo caso non vi fu un reale coordinamento tra azione e sovrani. Il risultato fu disastroso, Gerusalemme rimase in mano mussulmana, mentre gli occidentali mantennero solamente alcuni territori costieri. Le molte crociate del XIII secolo: i tre episodi sopra descritti non sono riconducibili ad un unico disegno ma iniziarono ad essere rappresentati come una concatenazione di eventi nel XIII secolo, sotto il pontificato di Innocenzio III, che fece dell'idea di crociata un tema di approfondimento dottrinale:

essa venne definita come un tentativo di ricondurre alla cristianità tutti i territori che un tempo le erano appartenuti (quindi anche l'impero bizantino, diviso dallo scisma). La quarta crociata (1202-04):

sovrapposizione di istanze papali, progetti militari guidati dall'interesse economico, soprattutto di Venezia, che fece si che l'obiettivo della crociata mutò: essi volevano sottrarre Costantinopoli ai cristiani (quelli nati dallo scisma), che venne brutalmente saccheggiata. Lo stesso Innocenzo III indisse una crociata contro una popolazione considerata eretica della Francia meridionale, i catari. Il conte di Tolosa prese le loro difese e quindi la crociata fu scatenata contro entrambi. Il desiderio papale di controllare la cristianità si fuse a quello del re di Francia di estendere effettivamente il suo potere in tutti i territori del regno. Crociate del nord: per sottomettere i popoli pagani del nord, i Balti, i Livoni e i Lettoni, spedizioni militari condotte da specialisti, i cavalieri dell'ordine Teutonico, che crearono uno stato crociato nell'est della Germania. Innocenzo III si fece promotore anche della quinta crociata (1217-21) alla quale tuttavia non presero parte i principali sovrani occidentali; l'obiettivo era questa volta l'Egitto, am i contrasti interni all'esecito determinarono il fallimento anche di questa crociata.

Più fortunata fu la spedizione condotta dall'imperatore Federico II, che nel momento in cui partì (1228)

era appena stato scomunicato da papa Gregorio IX. Federico riuscì ad ottenere Gerusalemme dopo una

lunga trattativa con il sultano Al-Kamil, durante la quale furono trovate soluzioni di compromesso, che però non furono accolte favorevolmente dal papa, e così Gerusalemme finì dopo poco nelle mani dei mussulmani.

Le

ultime due crociate verso il Medio Oriente (1248-54 e 1270) ebbero un unico protagonista, re Luigi

IX

di Francia che, mosso da una profonda e inquieta religiosità, si pose alla guida di due spedizioni,

entrambe fallimentari e con la sua morte, il progetto di riconquista di Gerusalemme fu definitivamente abbandonato.

Capitolo 20 – L'impero bizantino e l'est europeo (secoli VII- XV)

Il restringimento territoriale: durante l'espansione islamica del VII secolo, l'impero bizantino perse gran

parte dei suoi territori (Siria, Mesopotamia, Armenia, Egitto e altre provincie africane), nonché il dominio sul mare (isole di Cipro, Creta e Rodi). Gli Arabi condussero il loro attacco fino a Costantinopoli, dove però vennero respinti definitivamente nel 678. intanto a nord-est premevano sulle frontiere bizantine le popolazioni seminomadi degli Slavi e dei Bulgari: dopo primi stanziamenti nelle aree della penisola balcanica, i Bulgari fondarono all'interno del territorio imperiale uno stato indipendente riconosciuto da Bisanzio nel 681.

Il riassetto amministrativo: le strutture amministrative dell'impero vennero ridisegnate: la base

dell'organizzazione dello stato divenne il thema (territori di frontiera) affiato alla guida di un funzionario, lo stratego, che concentrava nella sua persona poteri militari e civili (viene meno la tradizione della divisione delle funzioni amministrative e militari di origine romana). Una delle finalità principali del nuovo ordinamento era quella di favorire lo stanziamento stabile dei soldati, concedendo loro terre a trasmissione ereditaria in cambio dell'obbligo al servizio militare; questi erano anche esentati dalle tasse e stipendiati per il servizio militare, e vennero dunque a formare un esercito nazionale, estremamente efficacie per la difesa del territorio imperiale. Vennero inoltre favorite la piccola proprietà contadina e le comunità di villaggio rurali che divennero l'unità di base per l'amministrazione e l'esazione fiscale, a scapito del ruolo tradizionale delle città e delle autonomie municipali, abolite definitivamente dall'imperatore Leone VI (886-912). l'amministrazione centrale dell'impero venne radicalmente riformata: vennero creati quattro grandi ministeri preposti all'esercito, alle finanze, agli affari imperiali e alle comunicazioni. Una spia dei cambiamenti in atto fu l'abbandono del altino, sostituito dal greco. Anche il diritto giustinianeo venne progressivamente sostituito da consuetudini di origine orientale. Per quanto riguarda le modalità di successione imperiale, l'ideologia bizantina non prevedeva la

successione ereditaria al trono, ma gli imperatori fecero in modo di mantenere la carica in ambito familiare. Fino al IX secolo la via per accedere all'elezione imperiale fu la carriera militare, mentre dal

X secolo prevalse il concetto dinastico; parallelamente, nella società civile, si distinse una nuova

aristocrazia che aveva le proprie basi nell'esercizio delle armi e nella proprietà fondiaria.

La controversia iconoclasta: l'impero bizantino del VIII secolo era profondamente diverso da quello

che era stato l'impero romano d'oriente, dal punto di vista territoriale, amministrativo e culturale. Aveva infatit frontiere ristrette, un'economia basata sull'agricoltura e un impianto amministrativo basato su centri rurali; l'unico baluardo di un'identità collettiva, il cristianesimo, aveva subito pesanti scossoni. Ciò aiuta a spiegare come un controversia di carattere religioso (se si dovesse o meno venerare Dio attraverso la riproduzione pittorica delle loro immagini) riuscisse a travagliare la vita politica dell'impero per ottant'anni. Gli iconoclasti (distrutturi di immagini) negavano che il divino fosse rappresentabile (influenze delle religioni monoteiste, Islam e ebraismo) mentre gli iconoduli (adoratori

di immagini) ritenevano invece che proprio l'incarnazione di Cristo rendesse legittima la sua

rappresentazione pittorica. La controversia divenne affare politico nel 726, quando l'imperatore emanò

un decreto che vietava il culti delle immagini in tutto l'impero (alcuni creodno che questo decreto fosse

un aperto attacco agli ordini monastici, estremamente ricchi e autonomi dal potere imperiale, altri invece sostengono che egli volesse accogliere istanze spirituali delle aree più a contatto con i mussulmani e gli ebrei). In tal modo l'impero si ristrutturò in un riassetto geopolitico e ideologico nuovo, che lasciava ai margini le aree occidentali come la Grecia e le regioni bizantine in Italia. Quando il pericolo arabo alle frontiere venne meno, si risolse anche la lotta iconoclasta. Nel 843 il culto delle immagini venne riabilitato. Il periodo d'oro: sotto la dinastia Macedone (867-1057) l'impero bizantino visse le positive conseguenze della riorganizzazione territoriale, politica, amministrativa e ideologica che ne aveva segnato le vicende dei secoli VII e VIII. Alla notevole floridezza economica corrisposero una grande rinascita culturale e una nuova fase espansionistica ( a est contro gli Arabi, a ovest contro i Bulgari, poi l'Armenia, il regno di Bulgaria nel 1014; riconquistarono anche Bari e ampia parte del territorio peninsulare (Calabria, Lucania e Puglia); nell'Egeo riconquistarono Creta, determinando la fine dell'egemonia araba sulla navigazione e la ripresa degli scambi commerciali). La nuova politica di espansione determinò una ridefinizione degli assetti amministrativi: l'esercito iniziò ad essere stipendiato e reclutato tra professionisti stipendiati, mentre le alte cariche rimanevano nelle mani di funzionari molto vicini all'imperatore. La fioritura economica e culturale fece recuperare un ruolo importante alle città, ma la classe produttiva rimase assoggettata a forti vincoli da parte dello stato, che regolava i prezzi, le modalità di produzione, di acquisto e vendita dei prodotti. Questi vincoli in un primo periodo sostennero una crescita ordinata, ma sul lungo periodo si trasformò in un fattore di debolezza, soprattutto davanti all'ascesa di potenze mercantili spregiudicate, come Venezia. La rinascita culturale di Bisanzio si riflette in molto ambiti: venne prodotta una nuova raccolta di leggi. Si assiste anche a un fenomeno di cardinale importanza, ossia la bizantinizzazione delle popolazioni slave, processo che si incardinò sulla conversione al cristianesimo ma anche su un bagaglio culturale che portava con se un'idea di stato, nuove forme di governo e un nuovo diritto. Il distacco dell'impero bizantino dall'occidente divenne chiaro con la frattura fra la chiesa orientale e quella occidentale: il conflitto nacque su diverse questioni, sia di carattere dottrinale che politico. Lo scisma si verificò nel 1054, con la reciproca scomunica del papa e del vescovo di Costantinopoli (il principale motivo di contrasto rimase, insieme a questioni dottrinali, l'adesione della chiesa ortodossa a una struttura organizzativa di tipo orizzontale (e non verticale come quella romana), fondata sull'autonomia delle chiese locali e su un governo assembleare costituito dai vescovi. Il mercato mediterraneo e le crociate: durante il XI secolo l'attività commerciale dell'occidente si rivolse verso oriente per opera di gruppi mercantili delle città costiere italiane (Amalfi, Venezia, Genova e Pisa), città che condussero una politica estremamente aggressiva nei confronti dei mussulmani, che vennero cacciati dalla Corsica e dalla Sardegna da Genova e Pisa, che si garantirono libera e sicura navigazione commerciale. Intanto i Normanni, dopo aver conquistato Bari (1071) avevano condotto un attacco per via marittima alla penisola balcanica; Venezia venne chiamata in aiuto dalla flotta bizantina, in cambio della possibilità di attraccare esente da dazi e imposte in tutti i porti bizantini (dal 1126 anche Cipro e Creta), situazione che creò il completo monopolio veneziano sulle rotte degli scambi con l'Oriente. Il riflesso della nuova situazione economica sullo stato bizantino fu drammatico, sia dal punto di vista economico che territoriale. Gli imperatori della dinastia dei Comneni tentarono di arginare il restringimento territoriale dell'impero, ma ai nemici tradizionali si aggiunsero i crociati, i quali, nel corso della quarta crociata, furono dirottati dai veneziani nella conquista di Costantinopoli, che venne assediata, presa e saccheggiata. L'impero latino d'oriente: dopo la conquista di Costantinopoli l'impero fu diviso in diveris principati feudali: l'impero latino di Costantinopoli, il principato di Acaia e il regno di Tessalonica, mentre i veneziani assunsero il controllo dei principali centri mercantili. Quanto restava delle classi dominanti bizantine si organizzò in tre formazioni politiche: l'impero di Nicea, il regno di Trebisonda e il despotato di Epiro. A Nicea maturò un progetto di riconquista del frantumato territorio imperiale e la

difesa dell'ortodossia costituì il collante ideologico del progetto. Costantinopoli fu ripresa nel 1216 e sotto la dinastia dei Paleòlogi mutò anche la compagine amministrativa dello stato, nella quale la grande aristocrazia fondiaria aveva sempre più peso, ma il commercio e la finanza rimasero in mano ai veneziani e ai genovesi. Nella prima metà del XIV i Turchi ottomani conquistarono la maggior parte dei territori soggetti ai bizantini; restavano indipendenti solo Costantinopoli, il despotato di Mistà e iu regno di Trebisonda. Nel 1453 anche la capitale venne conquistata dal sultano Maometto II, sancendo così la fine dell'impero bizantino.

Capitolo 21 – Il rinnovamento culturale (secolo XII) Nuovi modi di scrivere e leggere: la crescita economica iniziata in età carolingia scatenò il bisogno di

affidare per mezzo di scrittura diritti, transizioni e soluzioni di conflitti e fece emergere la necessità di creare differenze tra i gruppi di nuova formazione. Inoltre la ricomposizione politico-territoriale ebbe la conseguenza di creare gruppi di funzionari che impiegavano la scrittura per scopi burocratici. Nacquero così nuovi sedi di trasmissione del sapere e un nuovo pubblico, interessato a nuovi generi letterari. Dal

XII alla crescita quantitativa delle persone alfabetizzate e al connesso allargamento del ceto degli

intellettuali si affiancò una svolta qualitativa. Dal XII secolo il libro divenne uno strumento fatto per essere letto e usato, non più solo decorativo. Si moltiplicarono quindi gli apparati testuali (intitolazioni, distinzioni in capitoli, paragrafi, note marginali, indici e richiami). La nascita delle università: nel XII secolo con il termine universitas si designava qualsiasi comunità organizzata e dotata di proprio statuto giuridico. Esse furono originariamente caratterizzate dalla spontaneità: a Bologna per esempio l'iniziativa partì dagli studenti, in massima parte laici, che s riunivano in società al fine di pagare un maestro che leggesse e spiegasse loro il corpus legislativo romano. A Parigi invece l'iniziativa partì dai professori di teologia, per la maggior parte chierici, provenienti dalle principali scuole cittadine, preoccupati per l'ingombrante presenta del cancelliere dell'arcivescovo, unico depositario del potere di conferire diplomi validi per insegnare. Le università,

una volta divenute importanti sedi di trasmissione del sapere, dovettero affrontare i tentativi egemonici

dei poteri vicini. Nel 1158 Fedrico Barbarossa rilasciò agli studenti di Bologna il privilegio di non essere giudicati dai tribunali locali ma da quelli presieduti dai vescovi e dai loro maestri; lo stesso venne fatto per Parigi da Filippo Augusto nel 1200. ancora più rilevanti furono gli interventi pontifici:

nel 1219 Onorio III riconobbe il diritto di sciopero contro l'amministrazione cittadina agli studenti di

diritto dell'università di Bologna e l'emigrazione in altre sedi, ma affermò anche che l'arcidiacono di Bologna era l'unico che aveva il diritto di rilasciare licenze di insegnamento. A Parigi la migrazione degli studenti nel 1229 diede vita ad un conflitto in cui intervenne il pontefice Gregorio IX che ridisegnò l'organizzazione universitaria affermandone l'autonomia rispetto al cancelliere, alle autorità civili e agli ordini mendicanti. Nel 1224, per iniziativa di Federico II di Svevia nacque l'università di Napoli. L'organizzazione scolastica del sapere: vedi libro pag 189 Recupero dei testi greci: molti testi greci non erano stati tradotti in latino e la mancanza di questi testi fondamentali per il canone scientifico e filosofico occidentale si fece sentire a partire dal VI secolo. Due modi di tradurre in latino le opere della tradizione greca: traduzione dall'arabo, dall0ebraico e dalle altre lingue orientali e traduzione diretta dal greco. Il confronto tra le due tradizioni rese evidente che i testi forniti dalle prime erano poco attendibili, tuttavia il tramite della cultura araba si rivelò fondamentale, in quanto i commentatori mussulmani avevano arricchito la tradizione scientifica classica, utilizzandola per scopi speculativi e pratici. La scrittura delle lingue volgari: tra il XI e il XIII secolo mutò il significato della contrapposizione tra litterati e illitterati: prima rimandava a due sfere completamente separate, la prima composta dai chierici in grado di utilizzare il latino e la scrittura, la seconda formata da quanto non conoscevano il latino e non padroneggiavano la scrittura. Dopo il XII il termine litteratus iniziò ad indicare la superiorità culturale acquisita da quanti, clerici e laici, sapevano leggere e scrivere in latino. A

quest'epoca risalgono le prime tracce della scrittura di testi volgari. Nelle culture sassoni e germanici questo processo avvenne prima rispetto a quei paesi, come Francia, Italia e penisola iberica in cui la lingua parlata e quella scritta dei chierici avevano la medesima origine: la continuità tra il volgare e la lingua della chiesa ritardò il processo di codificazione della lingua nazionale. Alla fine del XI secolo furono scritti in Francia alcuni canti religiosi in volgare, nel XII secolo compaiono la Chanson de Roland e le prime rime trobadorico di Guglielmo IX d'Aquitania. In Italia i primi ritmi religiosi in volgari sono del XII secolo, i primi poemetti didattico-morali dei primi del '200, poco dopo appare il Cantico delle Creature. Con la riforma della chiesa monaci e preti tentavano di lanciare un ponte verso al società urbana e rurale mentre la formazione di corti signorili avevano innalzato al vertice della società un laicato

militare incapace di scriver in latino ma bisognoso di manifestare i propri valori. Inoltre nelle città emergevano diverse figure alfabetizzati per statuto professionale (dottori di diritto, giudici, notai) che iniziarono a esprimere istanze e valori differenti da quelle tradizionali, che avrebbero pesato molto sulla nascita di nuove esperienze culturali e di nuove letterature. Capitolo 22 – L'impero e la dinastia sveva (secoli XII – XIII)

I regni dei tre sovrani svevi (Federico I, Enrico VI e Federico II) sono legate dal comune tentativo di

definire giuridicamente, attraverso il recupero del diritto romano e la formalizzazione del diritto feudale, gli ambiti legittimi di azione del potere imperiale. Un regno elettivo e universale: nel regno germanico non si era affermato il principio dell'ereditarietà e

della trasmissione dinastica del titolo regio, infatti ogni nomina al titolo doveva essere soggetta all'approvazione dell'assemblea dei principi. Inoltre al regno germanico era connessa la dignità

imperiale, a sua volta strettamente legata all'unzione pontificia e conferiva un valore di tipo universale

e sacrale al potere del sovrano germanico.

Quando nel 1125 morì l'ultimo erede della dinastia salica, venne eletto Lotario di Supplimburgo, della dinastia di Baviera, nonostante il sovrano morente avesse designato come successore un esponente della famiglia Hohenstaufen, i principi di Svevia. Analogamente alla morte di Lotario, in luogo del genero Enrico di Baviera, i principi tedeschi scelsero Corrado III di Hohenstaufen, ribadendo la loro autorità nella scelta del sovrano e negando l'ereditarietà automatica del titolo. Grazie alla buona condotta matrimoniale di Corrado III, alla sua morte venne eletto re il duca di Svevia Federico, la cui madre Giuditta apparteneva alla casa di Baviera, l'altra principale dinastia che mirava al trono germanico. La politica italiana di Federico I: nel 1154 Federico I giunse per la prima volta in Italia, spinto dalle richieste di aiuto del papa e di alcune piccole città lombarde, entrambi minacciati dall'espansionismo delle maggiori città, più ricche e forti, prima fra tutte Milano. Arrivato nella penisola, l'imperatore riunì un'assemblea che condannò Milano per aver mosso guerra alle città vicine e si recò a Roma, dove sostenne il papa nel conflitto con il comune cittadino. Nel 1158 Federico I convocò a Roncaglia una dieta (assemblea pubblica) nel corso della quale, con la collaborazione dei giuristi italiani, emanò un decreto, nel quale si definivano le prerogative dell'autorità regia: controllo delle vie di comunicazione, esercizio della giustizia, riscossione delle imposte, autorità di battere moneta e diritto di muovere guerra. Insieme emanò la Constitutio pacis, con la quale proibiva le leghe tra le città comunali e le guerre fra privati, rivendicando solo al potere imperiale il diritto di pace e di guerra. Inoltre l'imperatore riordinò l'intreccio di poteri signorili del territorio, garantendo la continuità di potere di coloro che già lo detenevano, imponendo però il riconoscimento della sia autorità superiore, attraverso la formale sottoscrizione di un rapporto feudale. Milano non si assoggettò all'autorità imperiale e venne attaccata e sconfitta dall'esercito di Federico, al quale si unirono i comuni di Cremona, Lodi e Como; le mura della città furono abbattute e fu inviato un funzionario imperiale che doveva far rispettare quanto sancito a Roncaglia. Tuttavia l'esercizio delle prerogative regie si tradusse in una forte pressione fiscale, che spinse i comuni ad unirsi nella cosiddetta “lega lombarda”, che poté contare sull'appoggio di papa Alessandro III, determinato ad

ostacolare la forte presenza imperiale sulla penisola. Dopo una lunga serie di battaglie, lo scontro decisivo avvenne a Legnano nel 1176, dove l'esercito imperiale fu sconfitto. l'anno successivo, Federico fu costretto a firmare con il papa la pace di Venezia, mentre il conflitto con i comuni si risolse con la pace di Costanza: i comuni avevano la possibilità di esercizio sulle prerogative regie in cambio di un riconoscimento formale dell'autorità imperiale (questo testo venne considerato dai contemporanei il primo riconoscimento ufficiale della legittimità del governi cittadini). Nel 1190 Federico I, detto Barbarossa, morì annegato nel tentativo di guadare un fiume dell'Anatolia, mentre prendeva parte alla terza crociata. L'unione con il regno normanno: Una delle mosse più significative del regno di Federico I fu di carattere matrimoniale: suo figlio Enrico IV sposò infatti la figlia del re Normanno Ruggero, Costanza d'Altavilla, permettendo ad Enrico di inserirsi nelle lotte per la successione al regno di Sicilia, quando alla morte di Guglielmo II (1189) l'assenza di eredi legittimi provocò la designazione di diversi candidati. Nel 1194 Enrico fu incoronato re di Sicilia ma morì tre anni dopo, così come la moglie Costanza. Rimase allora erede del regno il loro unico figlio Federico, che nel 1198 aveva appena quattro anni. La madre, per garantire la successione al regno, ne aveva affidato la tutela al pontefice Innocenzo III e nel 1208 Federico venne incoronato re di Sicilia. Nello stesso momento Innocenzo III si fece arbitro della contesa che si era aperta per la successione imperiale: ancora una volta a contendersi il regno erano un rappresentante della dinastia di Baviera (Ottone di Brunswick) e uno della dinastia Sveva: con il determinante appoggio papale Ottone fu incoronato ma, poco dopo, si rese indipendente dalla protezione del papa e rivendicò all'impero la sovranità dei territori su cui Innocenzo III stava consolidando l'autorità temporale della chiesa. Tale atteggiamento ne determinò la scomunica, seguita dall'appoggio del papa a una nuova cnadidatura sveva, quella del giovane Federico II. Incoronato re di Germania nel 1212 dopo essersi solennemente impegnato a non riunire mai le corone di Germania e Sicilia. Nel 1214, dopo uno scontro armato tra Ottone da Brunswick, appoggiato dall'esercito di Giovanni Senza Terra e l'esercito di Federico, appoggiato a sua volta dall'esercito del re di Francia Filippo Augusto: la vittoria sul campo di battaglia consacrò Federico II nuovo re di Germania, re di Sicilia e, dal 1220, imperatore. Federico II: durante il viaggio che portò Federico II dalla Sicilia alla Germania, egli fu vittima di numerosi attentati personali. La travagliata vicenda della sua nomina mostra chiaramente come in Germania non si fosse ancora affermato il principio di successione dinastica e quanto fossero limitate nella concretezza le prerogative del re. Infatti nei principati tedeschi il potere dei principi non poteva essere ostacolato dal re, in quanto vigeva ancora la consuetudine che prevedeva che “il vassallo del mio vassallo non è mio vassallo”. Federico II cercò di riordinare questa situazione: nel 1212 riconobbe al re di Boemia una completa indipendenza giurisdizionale e nel 1213 emanò un privilegio, la bolla d'oro, con la quale rinunciava ai diritti che il concordato di Worms gli aveva attribuito in merito alle elezioni vescovili. Nel 1220 strinse un accordo con i principi tedeschi che, in cambio di fedeltà al re, legittimava l'esercizio da parte dei principi delle prerogative regie (battere moneta, riscuotere dazi e costruire fortezze); limitò inoltre le prerogative del sovrano riguardo alle fondazioni di città. Nel 1220, dopo la solenne incoronazione imperiale a Roma, Federico si diresse verso il regno di Sicilia, dove la lunga assenza di un'autorità centrale aveva lasciato spazio alle dominazioni locali dei signori. L'azione politica del sovrano qui fu radicalmente opposta da quella che aveva praticato in Germania:

egli rivendicò a sé tutti i diritti regi usurpati negli ultimi trent'anni, ordinò la demolizione dei castelli costruiti da privati sulle loro terre e si appropriò di quelli edificati su suolo pubblico e ribadì la soggezione delle comunità urbane al governo centrale, ottenendo il pieno controllo sui governi cittadini autonomi. Nel 1224 Federico condusse importanti battaglie contro i mussulmani in Sicilia, che vennero definitivamente sconfitti e deportati a Lucera; da essi il sovrano trasse le truppe per l'esercito e uno speciale corpo di arcieri. Punti di forza della politica di Federico furono la promozione di un commercio di stato, il controllo del territorio attraverso una fitta rete di castelli e la formazione di un efficiente apparato amministrativo

indipendente dall'esercizio della milizia (fondò anche uno studium a Napoli, la prima università regia, volta a garantire la formazione di un grupo di specialisti del diritto e del governo da impiegare alle dipendenze del sovrano) nel 1231 a Melfi vennero raccolte e strutturate in modo organico l'insieme di

leggi emanate da Federico, fatto che testimonia la volontà del re di riappropriarsi delle sue prerogative,

di riorganizzare l'esercizio della giustizia in base a una precisa rete di circoscrizioni, di istituire un

apparato finanziario volto alla gestione del patrimonio demaniale e a riscuotere dazi. Solo il clero nel regno godeva di una totale autonomia e immunità. Inoltre Federico II era un uomo di notevole cultura personale: fu autore di un celebre trattato sulla falconeria, nella corte palermitana si circondò di poeti, giuristi, filosofi e scienziati; durante il suo regnò si affermò anche la suola siciliana. Tra il 1235-37 l'imperatore tornò in Germania in seguito alla ribellione del figlio suo erede al trono, che fece arrestare e continuò a condurre una politica di segno opposto a quella perseguita in Italia e emanò

la “costituzione di pace imperiale”, un testo in cui erano ordinati tutti i principi del diritto del regno.

L'ultima fase della vita di Federico fu impegnata da contrasto che lo oppose ai comuni dell'Italia centro settentrionale, che si erano ricostituiti nelle lega lombarda sotto la guida di Milano. L'esordio del conflitto fu favorevole all'imperatore ma i comuni della lega ottennero l'aiuto del pontefice Gregorio IX che scomunicò l'imperatore e scatenò contro di lui una violenta campagna diffamatoria. Gli ultimi Svevi: Nel 1250 Federico morì nei pressi di Lucera e con la sua morte terminò anche la concezione di potere imperiale capace di coordinare l'intera fascia centrale europea, ma non terminò invece il conflitto che nell'Italia centro-settentrionale aveva contrapposto le città favorevoli all'impero a quelle a lui ostili. Inoltre alla morte di Federico si riaccese il problema della successione alle corone di Sicilia e Germania: l'imperatore aveva disposto che l'unico successore fosse suo figlio Corrado, escludendo gli altri e venendo meno all'accordo con il pontefice sull'unione dei due regno. Corrado morì poco dopo e il figlio Corradino, di appena dieci anni, salì al trono sotto tutela. Approfittando della situazione un altro figlio di Federico II, Manfredi, si impadronì del regno nel 1258. il conflitto tra gli Svevi consentì al papato di affidare il regno di Sicilia a una dinastia fedele, che potesse coordinar ele forze guelfe dell'Italia centro-settentrionale. Pertanto, in qualità di signore feudale del regno di Sicilia, il papa chiamò alla guida del regno Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia. Nel 1266 a Benevento Carlo sconfisse Manfredi e l'ultimo esponente degli Svevi, Corradino, appoggiato dai maggiori esponenti del ghibellinismo italiano, cercò di riconquistare il regno ma fu sconfitto nel 1268.

Capitolo 23 – I comuni italiani (secoli XII- XIV) Con la Pace di Costanza del 1183 l'impero riconobbe la legittimità dei governi autonomi delle città italiane; l'impero e le signorie locali cessarono di essere le strutture di inquadramento dei territori e cedettero il passo ai regimi cittadini, disposti in reti di alleanze che, con il tempo, si sarebbero trasformate in vaste coordinazioni politiche (nel 1350 intorno ai comuni si erano sviluppati dei grandi stati territoriali). I nuovi conflitti sociali e l'istituto del podestà: la crescita economica che accompagnò la nascita delle monarchie europee, in Italia prese corpo attorno alle città comunali, dove in assenza di una corte e di un re, la maggior parte della cittadinanza beneficiò della crescita. Tale sviluppo favorì l'immigrazione in città di componenti della società rurale: ovunque la crescita demografica urbana è testimoniata dalla costruzione di tre cerchie di mura concentriche. La società divenne quindi più ricca e complessa, ma cneh meno stabile. Nel XIII secolo entrò in crisi il sistema basato sul consolato, che si traduceva di fatto in una sorta di accordo tra le famiglie ricche della città, che alternavano i propri membri alla carica di console. Le decisioni prese dai consoli dovevano talvolta essera ratificate dal parlamento, l'assemblea generale dei cittadini, che tuttavia si limitava ad approvare per acclamazione. Inoltre,

l'affluenza di famiglie ricche provenienti dalla campagna ampliò il vertice sociale della città e resero sempre più difficile trovare accordi in merito alle politiche da adottare, facendo sì che il ceto consolare

si dividesse in fazioni. Le tensioni derivanti dalle guerre contro l'impero spinse i cittadini a intervenire

aul sistema politico, sperimentando diverse esperienze. In quasi tutte le città si crearono nuovi consigli

più larghi del consolato, formati attraverso elezioni e dotati di potere decisionale. Altri conferirono il potere supremo a una sola persona per tempi limitati, designato con il termine generico di podestà. Nei primi decenni del '200 tutte le città si trovarono a convergere verso il medesimo sistema: l'affidamento della massima magistratura cittadina per un periodo limitato a una sola persona, un forestiero affinché fosse al di sopra delle parti. Una volta scelto il podestà firmava con il comune un contratto: tra i suoi compiti vi erano la presidenza del consiglio comunale, la direzione dei tribunali cittadini, la conduzione dell'esercito in guerra e il mantenimento dell'ordine interno. Al temrine del proprio incarico il podestà era sottoposto a un processo amministrativo che stabiliva se aveva esercitato correttamente le sue funzioni: solo in caso affermativo gli veniva versato il salario. Il podestà era quindi un professionista della politica. Assieme a questo sistema di governo altri elementi si affermarono al fine di assicurare la

trasparenza del governo e la sua separazione dagli interessi privati. I primi podestà furono soprattutto milanesi e cremonesi, ossia cittadini di quelle città che dominavano i principali sistemi di alleanze in cui l'Italia era divisa; questo sistema di governo infatti costituì un sistema messo in atto dalle città-leader per controllare gli alleati meno potenti. In seguito, quando si andavano cristallizzandosi i fronti guelfo e ghibellino, si cominciò a scegliere il podestà all'interno dle proprio schieramento.

Il conflitto sociale:popolo e parti la crescita della popolazione favorì l'inasprirsi dei rapporti tra

l'aristocrazia e i ceti popolari (mercanti, banchieri, artigiani) che erano esclusi dalla partecipazione politica. Quando il gruppo dei cavalieri (che godeva di largi benefici) si ampliò, i popolari incominciarono a rivendicare una più equa ripartizione delle imposte e la possibilità di accedere ai consigli. Alla metà del '200 i popolari avevano raggiunto importanti traguardi: erano entrati nel

consiglio del comune e avevano consolidato la loro presenza politica unificando in un organismo generale, la società del popolo, le proprie associazioni particolari (corporative e territoriali). Le società del popolo avevano un proprio consiglio generale e un collegio più ristretto, ed erano presiedute da una magistratura di vertice speculare a quella del podestà, il capitano del popolo, anch'esso forestiero. In alcune città si arrivò al punto che le società del popolo divennero il vero e unico centro della politica cittadina. Verso la fine del secolo si emanarono le cosiddette norme antimagnatizie, un insieme di leggi che prevedevano una protezione particolare per i magistrati e i membri delle società del popolo, punendo con gravi pene coloro che li avessero offesi, chiamati magnati (tendenzialmente i cittadini più ricchi). Anche i discendenti degli antichi cavalieri e i nuovi ricchi iniziarono ad organizzarsi: nascono società

di milites, associazioni i cui membri si giuravano reciproca fedeltà e dedicavano le proprie energie a

contrastare le rivendicazioni del popolo. Dopo la morte di Federico II le aristocrazie urbane si organizzarono in partes, associazioni che avevano l'obiettivo di mantenere la propria città all'interno di

una delle alleanze cittadine che si erano formate, anti-imperiali (guelfe) e filo-imperiali(ghibelline). Quando una parte trionfava provvedeva all'esclusione dalla città dei nemici della parte avversa. La caratteristica più significativa dell'Italia centro-settentrionale di questo periodo sembra la spontaneità delle vicende politiche (la nascita spontanea di movimenti sociali come il popolo o le partes). La trasformazione delle istituzioni cittadine nel Trecento e l'eredità del comune un tratto comune nelle città italiane verso la fine del '200 fu il conferimento straordinario di importanti funzioni politiche a membri dell'aristocrazia cittadina: talvolta la delega passò attraverso il prolungamento della carica di

podestà (Milano), oppure la città conferì il titolo di signore per un periodo limitato e con poteri definiti (Firenze e Piacenza). All'inizio del '300 le cose cominciarono a cambiare: i signori che dominavano le città cercarono di legittimare il proprio potere attraverso l'acquisizione del titolo di vicario concesso dall'imperatore. Con il passare del tempo alcuni signori cominciarono a trasmettere la loro carica ai figli. Altrove congiure di palazzo e colpi di stato favorirono il passaggio a un governo monarchico.

In generale negli anni '30 del XIV secolo si provvide a progettare una coerente riscrittura dell'assetto

istituzionale delle città: le varie istituzioni sorte spontaneamente furono disposte in ordine gerarchico.

L'assestamento di una nuova aristocrazia destinata a durare e il crescere della distanza tra questo vertice

e il resto della società favorirono la stabilizzazione dell'assetto politico esistente.

Tuttavia l'eredità dell'esperienza comunale fu fondamentale per la formazione degli stati territoriali: per esempio l'impulso dei comuni nella produzione e conservazione di scritture documentarie, che favorì la nascita di un apparato burocratico-amministrativo di cui nessun regime successivo potè più fare a

meno.

Capitolo 24 – Il consolidamento dei regni europei (secolo XIII) Gli stati monarchici del Duecento:l'affermazione dello stato monarchico ebbe luogo là dove, attraverso l'uso dei rapporti feudali, alcuni sovrani erano riusciti a costruire una nuova base per il loro potere

(Francia, Inghilterra e penisola iberica). Tratti che accomunano gli stati in questo processo: espansione territoriale, i sovrani tentarono di ricondurre sotto il loro dominio i territori del loro dominio che erano controllati dai signori feudali e di conquistare anche nuovi territori. Tale espansione necessitava di una riorganizzazione degli eserciti regi, nei quali assunsero un ruolo molto rilevante le milizie mercenarie; inoltre, il crescente costo delle spedizioni militari spinse i sovrani a introdurre nuove forme di prelievo fiscale che per essere efficaci richiedevano una rete amministrativa che collegasse il centro alla periferia. Il rafforzamento del potere regio causò spesso forme di conflittualità tra nobili e il re in alcuni casi, in altri comportò il riconoscimento dei poteri di fatto attraverso soluzioni di compromesso. Inoltre i sovrani dovettero confrontarsi con il potere crescente dei ceti urbani.

Il regno di Francia: re Luigi VIII (1223-26), durante la crociata contro gli albigesi, avviò una graduale

espansione territoriale del regno di Francia verso sud, in territori tradizionalmente autonomi: il re riuscì

a ricondurre sotto il proprio controllo la Linguadoca. Luigi VIII provvide al consolidamento della

monarchia anche sul piano ideologico, richiamandosi al passato e proponendo i Capetingi come gli eredi diretti dei Carolingi. Il figlio e successore del re, luigi IX, mosso da una profonda religiosità e promotore di due sfortunate crociate, proseguì il tentativo di consolidamento iniziato dal padre, dando enfasi, nella figura del re, alle componenti sacre della regalità (religione regia). La sua azione non si fermò sul piano ideologico, ma provvide a un rilancio amministrativo e militare del regno: durante il suo regno si consolidò l'acquisizione dei domini francesi dei Plantageneti avvenuta nel 1259 con la

pace di Parigi e se ne aggiunse un altro, il regno di Sicilia conquistato dal fratello del re Carlo d'Angiò che, dopo un accordo con il papato, sconfisse gli eredi di Federico II. A livello amministrativo istituì le “inchieste”: egli inviò in tutto il regno degli inquirenti con il compito di registrare gli abusi fatti dai funzionari pubblici e dare una sorta di rimborso a chi li aveva patiti; egli inquadrava questa operazione come una sorta di purificazione dei peccati compiuti in nome del re. Inoltre, sul piano amministrativo,

il re abolì i duelli giudiziari, introdusse l'obbligo per tutti i vassalli di giurare fedeltà non solo al loro signore ma anche al re; venne inoltre rafforzato il ruolo della corte regia, il cuore dell'amministrazione statale e si avviò un processo di unificazione delle diverse tradizioni normative e giuridiche del regno. Gli immediati successori di Luigi IX ebbero il compito di consolidare le sue conquiste, in una situazione in cui l'impero risultava sempre più in declino. In particolare Filippo IV, contrapponendosi a

papa Bonifacio VIII, portò direttamente sotto il controllo francese il papato, trasferendo la sede apostolica da Roma ad Avignone. Questo fu l'esito di una politica dei sovrani francesi del XIII secolo i quali, nel processo di rafforzamento della monarchia, cercarono di limitare l'autonomia della giurisdizione ecclesiastica, entrando spesso in conflitto con la chiesa di Roma. Nacque così in Francia una sorta di chiesa nazionale (la cosiddetta chiesa gallicana) che riconosceva il magistero papale e il suo primato in ambito di fede ma era contemporaneamente considerata uno dei corpi dello stato.

Il regno d'Inghilterra: nel corso del '200 i sovrani inglesi dovettero affrontare un lungo periodo di

conflittualità durante il quale dovettero confrontarsi con l'alta nobiltà, la piccola nobiltà rurale (gentry)

e la borghesia cittadina. In particolare Enrico III (1216-72) fu costretto a effettuare concessioni che limitavano notevolmente il potere regio: nel 1258 concedette le cosiddette Provvisioni di Oxford che

imponevano il controllo dei baroni sulla politica regia. La gentry reagì al crescente potere baronale, infatti i decenni successivi furono caratterizzati da una conflittualità endemica, che si concluse durante la battaglia di Eversham, che vide la vittoria del sovrano. Il periodo di temporanea pace interna andò di pari passo con il rafforzamento dell'organizzazione amministrativa e dei rapporti vassallatici: la prima importante conseguenza fu il rapido incremento delle entrate fiscali che permisero al nuovo re Edoardo I (1272.1302) di avviare imprese militari volte alla conquista dell'intera isola. Dopo aver annesso il Galles nel 1285, egli intervenne nella crisi dinastica del regno di Scozia. Invasa la Scozia, il sovrano dovette sedare una rivolta dell'aristocrazia terriera.

I

regni iberici: durante il XII secolo nella penisola iberica si erano affermati quattro regni cristiani

(Portogallo, Castiglia, Aragona e Navarra) che con il sostegno ideologico della chiesa romana e con il

sostegno militare di molti cavalieri di altre regioni europee, avevano intrapreso spedizioni militari volte

a minare il potere mussulmano sulla penisola. Durante il XIII secolo questo processo conobbe

un'ulteriore accelerazione: nel 1212 l'esercito musulmano fu sconfitto presso Tolosa. Gli anni successivi a questa conquista furono segnati da ulteriori conquiste a favore del regno di Castiglia che nel giro di pochi decenni arrivò a comprendere Cordova e Siviglia, mentre il regno di Aragona, che comprendeva anche la Catalogna, rafforzò le sue posizioni sulla costa mediterranea (Valencia e Baleari); intanto il Portogallo consolidò le proprie posizioni sulla costa atlantica. Il regno di Navarra, schiacciato dai regni di Castiglia e Aragona, non riuscì ad allargarsi mentre ai mussulmani rimaneva solo il regno di Granada. Regno di Castiglia: era costituito dalle grandi pianure interne della penisola, regione nella quale i Castigliani promossero nuovi insediameni urbani, tramite la concessione di terre e carte di franchigia, mentre nelle vaste aree rurali la scarsità di uomini favorì l'emergere di grandi proprietà signorili, che spesso entrarono in collisione con la volontà dei sovrani castigliani di dare coesione istituzionale e amministrativa al regno. La convocazione di parlamenti fece trovare al potere regio e signorile nuove forme di controllo reciproco. L'economia del regno era di tipo agrario e si basava sul latifondo. Regno di Aragona: era costituito da una serie di regioni di tradizione eterogenea, in cui era presente una nobiltà fortemente radicata nel territorio. La sovranità dei re aragonesi si basava su un giuramento tra il re i gruppi sociali eminenti nel regno, finalizzato al mantenimento e al rispetto delle norme consuetudinarie. Per questo carattere del regno, le cortes assunsero un ruolo centrale nel controllo da parte della nobiltà delle disposizioni regie. L'economia del regno era di tipo commerciale, legata ai grandi traffici marittimi sul Mediterraneo. Nel 1282 gli Aragonesi intervennero nella crisi che si era aperta nel regno di Sicilia contro Carlo d'Angiò (rivolta dei “vespri siciliani”, scoppiata da un episodio tra giovani siciliani e soldati francesi che avrebbero molestato una nobildonna di Palermo). Questo episodio diede il pretesto agli aragonesi per intervenire in Sicilia dove, dopo vent'anni di scontri, fu riconosciuto il loro potere (1302).

Capitolo 25 – Papato universale e stato della chiesa (secoli XII – XIV) L'elezione del papa e il cardinalato: il decreto che nel 1059 aveva stabilito una procedura per l'elezione dei cardinali (cardinali vescovi, cardinali preti e infine acclamazione del clero e del popolo) aveva dato luogo a nuovi scontri , che si risolse solo nel terzo concilio lateranense (1179) durante il quale papa Alessandro III introdusse la possibilità per tutti i cardinali (vescovi, preti e diaconi)di partecipare all'assemblea per eleggere il papa e che l'elezione sarebbe stata valida solo in caso di maggioranza dei due terzi: tale riforma affermò l'idea secondo cui l'elezione del papa non doveva essere soggetta né all'influenza dell'impero né a quella del popolo di Roma. Durante il pontificato di Gregorio X (1271- 76), per evitare che il periodo di vacanza della sede papale venisse prolungato eccessivamente dai cardinali per differenti motivi, venne istituito il conclave: tutti i cardinali elettori sarebbero stati costretti a risiedere in uno spazio chiuso a chiave nel quale nessun altro avrebbe avuto accesso; con il prolungarsi dell'elezione avrebbero visto progressivamente ridursi il cibo a loro disposizione e non

avrebbero potuto godere delle entrate normalmente dovute al papa. Compiti dei cardinali: erano i principali collaboratori del papa, lo assistevano nel concistoro, il più importante consiglio della curia romana nel quale si emettevano le sentenze relative alle più importanti questioni spirituali e temporali. Inoltre i cardinali firmavano le lettere e i privilegi emessi dal papa e formavano commissioni che dibattevano le cause indirizzate alla curia romana, sulle quali il papa emetteva il proprio giudizio. Per diventare cardinale occorreva la nomina papale; durante il XIV il numero di cardinali si ridusse notevolmente, con il risultato dell'accrescimento del potere personale dei singoli cardinali. Si comprende come le nomine cardinalizie fossero un importante strumento nelle mani dei pontefici. Durante il XII secolo i cardinali furono prettamente italiani, mentre nel '200 aumentarono i francesi. Lo stato pontificio: la riforma della chiesa, facendo crescere i poteri del papa, fu la premessa indispensabile per la creazione dello stato della chiesa. Alla crescita del poter pontificio si opponevano i baroni, i signori territoriali del Lazio e i comuni cittadini, mentre dall'esterno la minaccia arrivava dai Normanni. Dalla metà del XII secolo tornò a farsi sentire in Italia anche la presenza dell'impero. Per difendersi da queste minacce il papato rinsaldò i legami diplomatici con le altre forze anti-imperiali, soprattutto i comuni del nord Italia. Dopo il conflitto con Federico I, Alessandro III riuscì ad ottenere le concessioni delle regalìe (pace di Venezia 1177). tuttavia la congiunzione delle corone di Germania e Sicilia che si realizzò con Enrico VI, che stringeva lo stato pontificio a nord e a sud, sembrò arrestarne lo sviluppo, ma con la precoce morte dell'imperatore, l'opera di allargamento poté riprendere. La prima fase di questa espansione fi condotta da Innocenzo III, che presentò l'operazione come una ricostruzione dell'antico ordine. Innocenzo si fece giurare fedeltà dai nobili del Lazio, delle Marche e dell'Umbria e, approfittando della crisi di successione apertasi nell'impero, si fece riconoscere gli acquisti territoriali dai deboli pretendenti alla corona (Ottone IV prima e Federico II poi). Al termine del pontificato di Innocenzo III, lo stato pontificio era articolato in quattro provincie maggiori a cui si aggiunsero, nel corso del XIII secolo, altre circoscrizioni minori. I cardinali presidiavano i parlamenti locali, a cui partecipavano signori territoriali e rappresentati delle città. Lo stato pontificio avevano una funzione strategica importante: esso separava le due regioni che nella prima metà del XIII secolo si trovavano sotto l'influenza imperiale. Dopo la morte di Federico II papa Urbano IV(francese), sentendosi accerchiato, sollecitò il fratello del re di Francia Carlo d'Angiò a intervenire in Sicilia al fine di cacciare gli ultimi eredi della dinasti sveva (Manfredi e Corradino). Dopo averli sconfitti Carlo si sciolse dalla tutela papale, iniziando lui stesso a condizionare la politica papale. Durante il dominio angioino il papa dispose di un efficace esercito che gli consentì di rafforzare il territorio e di estenderlo fino alla Romagna (1278). tuttavia l'espansione territoriale non rimosse gli strutturali fattori di debolezza che emersero, in particolare, sotto il pontificato di Bonifacio VIII: lo stato pontificio infatti non disponeva né di una dinastia che ne tutelasse la continuità nel tempo, né dell'appoggio di ampi strati sociali cointeressati all'espansione dello stato. Le relazioni con le chiese locali e l'universalità del papato l'apparato burocratico-amministrativo: a partire dalla riforma il papa aveva rivendicato funzioni di coordinamento delle strutture ecclesiastiche; inoltre l'affermarsi della figura del papa come vertice supremo della cristianità significava riscuotere tasse da tutta Europa ma soprattutto, sul piano ideologico, elaborare una figura di sovranità assoluta che sarebbe diventata da modello ai poteri laici. Finanziariamente al papa spettavano i tributi che i sudditi gli dovevano come sovrano, quelli che riscuoteva in quanto signore territoriale, le decime locali (versamenti obbligatori dei proprietari alle chiese locali e ai monasteri) e le decime ecclesiastiche (dai titolari dei benefici). Venne quindi a crearsi un sistema fiscale complesso, nel quale un collettore generale delegava la riscossione a subcollettori, i quali depositavano gli introiti presso le sedi vescovili. A loro volta gli introiti confluivano nella camera apostolica il cui capo, il camerlengo, si occupava di registrarli, custodirli e reimpiegarli. In '200 segnò anche un momento di crescita del potere del papato, che iniziò a controllare direttamente le chiese locali e estese il suo controllo in ambiti che tradizionalmente erano affidati all'autonomia dei

vescovi. Parallelamente si sviluppava e veniva approfondito il diritto canonico. Tali sviluppi provocarono l'istituzione di nuove figure come i giudici delegati, incaricati di istituire processi su delega papale. Inoltre i pontefici acquisirono sempre più poteri nel controllo dei benefici, ossia delle rendite assegnate a chi riceveva incarichi ecclesiastici. L'ambito d'azione dei pontefici si estese anche nell'ambito più strettamente spirituale, mediante una più stretta disciplina dei fenomeni di religiosità spontanea e del culto della santità. Il largo numero di documenti e lettere rese necessario di distinguere la cancelleria dalla camera apostolica. La peculiarità del potere papale risiedeva nel fatto che il papa, oltre ad avere il potere temporale, come gli altri sovrani suoi contemporanei, era detentore anche del potere spirituale: da questa idea derivano le tesi di Innocenzo III che sosteneva che il potere spirituale dei papi era superiore a quello temporale e che in caso di necessità il papa avrebbe dovuto sostituirsi agli altri sovrani. Innocenzo IV precisò l'idea affermando il diritto papale di scegliere tra i vari candidati all'impero; fu tuttavia con Bonifacio VIII che questa idea di superiorità raggiunse il suo punto massimo, quando riscrisse l'intera gerarchia dei poteri ponendone al vertice il papato. Il papato ad Avignone: l'azione di Bonifacio VIII si inserisce nel quadro di una politica volta a rilanciare la centralità di Roma e la figura stessa del papa in un momento in cui le voci di protesta per un ritorno ai valori del Vangelo si facevano sempre più imponenti. Per canalizzare queste spinte, il pontefice stabilì il primo giubileo (1300), con il quale concesse l'indulgenza a chiunque avesse visitato Roma in stato di grazia, cioè confessato e comunicato. Non ebbero lo stesso successo invece altre iniziative politiche di Bonifacio, volte soprattutto contro la corona francese che nella riorganizzazione fiscale del regno, aveva sottoposto a tassazione anche il clero. Il re di Francia Filippo il Bello rispose con una campagna di discredito e con l'organizzazione di una spedizione ad Anagni, in quel momento sede della curia, che avrebbe dovuto prelevare il papa e portarlo davanti a una corte francese, imputato del reato di lesa maestà. L'operazione non riuscì ma, dopo la morte di Bonifacio (1303) e il breve pontificato del suo successore, il re riuscì a far eleggere papa un suo candidato, il vescovo di Bordeaux, che salì al soglio pontificio con il nome di Clemente V (1305-14) e decretò nel 1309, il trasferimento della curia ad Avignone. In questo periodo avignonese l'organizzazione della curia, libera dai conflitti delle famiglie baronali romane, fu perfezionata in senso statale: attorno al palazzo di Avignone si intensificò l'attività finanziaria dei banchieri italiani e le chiese locali vennero private delle poche autonomie che gli rimanevano. Inoltre i papi francesi contribuirono in politica estera a creare un asse guelfo che estendesse la sua sfera d'influenza in tutta europa. Solo nel 1378, alla fine del periodo avignonese, si aprì un nuovo conflitto interno al collegio cardinalizio, per la prima volta dopo anni spaccato al punto da eleggere due papi diversi.

Capitolo 26 – Eresie e ordini mendicanti (secoli XII – XIV) La crescita del potere temporale del papato causò forti disagi all'interno della cristianità occidentale, che nell'azione dei pontefici vedeva dimenticati gli ideali evangelici. La risposta del potere ecclesiastico alle correnti religiosi generate da tale disagio furono due: alcuni movimenti furono ricondotti in seno alla chiesa, altri condannati sul piano teologico e giudiziario come eresie. Le prime eresie (XI e XII secolo): all'inizio del XI secolo uno scoppio improvviso di predicazioni eterodosse scosse la Francia meridionale e gli uomini della chiesa le rilegarono nella sfera del demoniaco, della follia e della marginalità. “marginali” erano anche i protagonisti, di estrazione estremamente umile. Comuni agli episodi ereticali di questi anni sono il ricorso a pratiche ascetiche di purificazione, il rifiuto della mediazione ecclesiastica e dei sacramenti, la lettura integrale della Bibbia che assicurava un contatto diretto con Dio. Queste spinte latentemente religiose si sovrapponevano a un più esplicito processo di contestazione delle strutture ecclesiastiche ufficiali da parte delle popolazioni urbane: molti laici infatti si erano levati contro la corruzione del clero, la ricchezza delle cattedrali e la prepotenza politica die vescovi. Si trattava di una rivolta morale nei confronti della chiesa e non di un rifiuto della dottrina cristiana. Molti movimenti evangelici infatti non avevano elaborato alcuna dottrina

estranea a i dettami cristiani, ma vennero comunque definiti ereticali dalla chiesa. Per esempio alla fine del XII secolo Valdo, un mercante lionese che dopo aver rinunciato ai suoi beni visse in povertà predicando il Vangelo, venne condannato come eretico e scomunicato, non per la scelta di vivere in povertà ma a causa della presunzione di predicare nonostante il divieto delle gerarchie ecclesiastiche. Nascita e sviluppo dell'eresia catara: il catarismo era basato su presupposti dottrinali fortemente in contrasto con la dottrina cristiana: professavano una religione di stampo dualistico, che credeva cioè nell'esistenza di due principi eterni, il bene e il male, che si affrontano in una lotta incessante. Quando venne individuata l'eresia catara si era già diffusa in tutti gli strati sociali, organizzata in chiese con strutture ricalcate su quelle cattoliche, guidata da una gerarchia di vescovi che svolgevano un'intensa opera pastorale. Secondo i dettami di questa dottrina, la lotta tra bene e male coinvolgeva tutti e la sola via di salvezza era liberarsi della materia attraverso una continua opera di purificazione. Ciò spiega la severità dei riti riservati ai “perfetti”, la fascia superiore della gerarchia catara che aveva ricevuto il consolamento, una sorta di battesimo nel quale si riceveva lo spirito santo. La promessa della liberazione dal male, il fascino dell'anti-chiesa e l'esempio folgorante dei perfetti favorirono la diffusione del catarismo nelle regioni più culturalmente evolute del tempo, soprattutto in Italia settentrionale. L'ampia base sociale di questa eresia assicurò loro un rilievo politico altrove impensabile: i catari occuparono le magistrature pubbliche e si opposero violentemente alle disposizioni pontificie. I pontefici tentarono di punire l'eresia catare sempre più duramente finché nel 1208 papa Innocenzo III bandì una crociata contro i catari di Albi e della contea di Tolosa, nella Francia meridionale, che provocò il massacro della popolazione. Anche Federico II condannò l'eresia catara come reato capitale nelle leggi del 1220. La risposta della chiesa: gli ordini mendicanti l'esigenza di riappropriarsi del primato nella predicazione e nel proselitismo, soprattutto tra le masse urbane fece sì che, durante il pontificato di Innocenzo III, due movimenti vennero accettati nell'ortodossia religiosa, i domenicani e i francescani. Domenicani: Domenico era un sacerdote castigliano che decise di dedicarsi alla conversione degli eretici della Francia meridionale, proponendo attraverso la predicazione un ideale di cristianità ortodossa fondato su una solida cultura teologica e su una vita ascetica esemplare. Egli organizzò dapprima una comunità itinerante, costituita da sacerdoti suoi seguaci e nel 1213 si stabilì a Tolosa, dove ottenne per il suo ordine l'approvazione vescovile e nel 1216 quella del pontefice Onorio III. Da quel momento i frati “predicatori” poterono espandersi in tutto il territorio europeo. Questi seguivano la regola agostiniana, la stessa adottata dai canonici regolari, alla quale fu aggiunto l'obbligo di povertà non solo personale, ma anche di tutto l'ordine. Nel 1221 i domenicani tennero a Bologna un capitolo generale, che diede un definitivo assetto organizzativo all'ordine, suddiviso in provincie. Francescani: Francesco nacque ad Assisi nel 1182 da una famiglia di ricchi mercanti; a vent'anni si associò come eremita alla comunità benedettina ma, dopo tre anni di eremitaggio, ritornò alla vita associata, dedicandosi in piena povertà alla predicazioni itinerante. Attorno alla sua figura si strinsero un gruppo di seguaci, i cosiddetti confratelli minori. Inizialmente osteggiati dalla chiesa, con la salita al soglio pontificio di Onorio III i francescani cominciarono a godere delle simpatie degli ambienti romani e in breve tempo la confraternita crebbe notevolmente e iniziò la sua espansione in Francia, Germania, Spagna e Ungheria. Francesco era contrario all'istituzionalizzazione del movimento ma si decise a stendere una regola che, eliminati agli aspetti più radicali della sua predicazione, potesse essere approvata a Roma. Nel 1226 Francesco moìr e dopo soli due anno venne fatto santo. Dopo la sua morte l'ordine si divise in correnti diverse, alcune delle quali si trovarono spesso in bilico sul crinale dell'eresia, mentr ei francescani più moderati trovarono un pieno inquadramento nella chiesa cattolica. Gli ordini mendicanti, domenicani e francescani, furono protagonisti della vita cittadina sia per l'attività di predicazione sia per la nascita di conventi posti ai margini delle città, che promuovevano un associazionismo religioso favorevole alla pacificazione sociale. Tuttavia il grande successo degli ordini mendicanti creò attriti con il clero tradizionale e la querelle tra i due cleri si allargò anche agli ambiti culturali e speculativi.

Il tribunale dell'inquisizione: agli ordini mendicanti fu affidato il compito di presiedere la santa inquisizione, un tribunale dipendente dal papa, con poteri giurisdizionali speciali in materia di fede. Tra il 1268-80 una grande ondata di processi portò alla distruzione di importanti comunità ereticali. Sul piano politico l'eresia era difficile da gestire: l0egemonia sulle città guelfe e sui comuni dell'Italia settentrionale degli angioini aveva favorito un conformismo religioso che confondeva eresia e opposizione politica, infatti nel '300 i grandi nemici del papato (ghibellini) furono combattuti con l'accusa di eresia. Le eresia del '300: apostolici, seguaci di Segarelli, che con le sue predicazioni causò la dura repressione della chiesa. La sua opera fu continuata da Dolcino da Novara, un frate, che riorganizzò il movimento con intenti più spiccatamente politici. Dolcino infatti si alleò con i signori ghibellini, combatté la chiesa sul campo e per quattro anni tenne testa alle forze papali, fino alla sconfitto con l'esercito crociato mossogli contro da Clemente V. durante la fine del '300 e il '400, le eresie assunsero spesso un esplicito significato di rivolta sociale e di opposizione politica alla potenza della chiesa di Roma.

Capitolo 27 – Crisi e nuovi equilibri (secolo XIV) Prima della crisi: lo sviluppo economico del '200: il '200 segna un momento positivo per l'economia europea, soprattutto nella produzione di manufatti e nei commerci su larga scala, sostenuti dalla nuova stabilità politica e dal ripristino di condizioni sicure lunghe le vie carovaniere. La produzione di tessuti ebbe un notevole incremento quantitativo e qualitativo, grazie anche all'impiego di nuovi macchinari (telaio a pedali orizzontale). L'intensificazione dei commerci stimolò la produzione di nuova moneta, inizialmente d'argento e poi d'oro. Inoltre l'ampliamento dei commerci spinse molti mercanti a costruire compagnie volte a sostenere imprese commerciali. Nascono anche le nuove attività creditizie, specializzate nello scambio di moneta e nel prestito (banchi). Lo sviluppo economico provocò importanti flussi migratori verso le aree produttive, soprattutto urbane. Il processo di inurbamento portò contemporaneamente a un calo della manodopera rurale e alla crescita del fabbisogno alimentare delle città. Negli ultimi decenni del '200 quindi la crescita della popolazione urbana e la messa a coltura di terre marginali per ovviare al fabbisogno alimentare delle città posero le premesse per la crisi che scoppiò nel secolo successivo. Il ritorno della carestia e della peste: in tutta Europa, tra il 1313 e il 1317, una serie di cattivi raccolti portò a gravi carestie. Rispetto alle passate carestia, la congiura negativa era aggravata dalla penuria generalizzata che riduceva al minimo le capacità compensative del mercato, in particolare nelle città, dove recentemente la popolazione rurale era immigrata, la condizione divenne insostenibile. Anche le campagne furono duramente colpite: molti coltivatori furono coinvolti dalla crisi, dando vita a nuovi flussi migratori verso le città. Dopo molti decenni di prosperità, in Europa si moriva ancora di fame. Tuttavia gli eventi meteorologici furono una concausa di una crisi strutturale che aveva la sua principale origine negli scompensi generati dall'evoluzione economica e demografica degli ultimi decenni del '200. Ad aggravare la situazione arrivò la peste nera, che dal 1348, nel giro di pochi mesi, dilaniò l'Europa. Si tratta di una tremenda malattia infettiva che nella sua forma bubbonica ha un altissimo tasso di mortalità. La diffusione della peste fu improvvisa e rapidissima: oggi noi sappiamo che la malattia si diffonde attraverso un bacillo, trasmesso tramite la puntura di pulci parassite del ratto nero, probabilmente trasportato dall'Asia minore dalle carovane prima e dalle navi genovesi poi. Tuttavia i contemporanei interpretarono l'arrivo della malattia come una punizione divina e come manifestazione del maligno, tanto che in alcune zone d'Europa furono intraprese spedizioni punitive contro i presunti nemici della cristianità, in particolare le comunità ebraiche. La peste e il dibattito storiografico sulla crisi del '300:

Malthus: Dal momento che la popolazione tende a crescere in progressione geometrica (1,2,4,8,16), mentre i mezzi di sostentamento crescono in maniera aritmetica (1,2,3,4), la causa primaria fu la prolificità dei ceti più bassi. L'aumento ciclico della miseria quindi sarebbe salutare in quanto, impedendo ai poveri di fare figli e alzando il loro indice di mortalità, provocherebbe un riequilibrio del

rapporto risorse/popolazione a vantaggio della collettività. Interpretazioni neomalthusiane: Abel e Postan leggono la crisi del '300 e la catastrofe demografica causata dalla peste come un avvenimento positivo per la storia economica europea. Nella sua versione

depressionista questa teoria legge la crisi come iniziata in precedenza e arrivata al suo culmine nel '300.

la concentrazione delle ricchezze in mano ad un gruppo ristretto di persone permise di reinvestire i

capitali sia in attività produttive che in attività artistiche e culturali (spiegando così la prolificità culturale del periodo di crisi, altrimenti inspiegabile). Marx: secondo lui i trends demografici devono essere spiegati a partire dalle strutture economiche, Marx individua quattro modi di produzione fondamentali, che caratterizzano quattro epoche storiche:

asiatico, schiavistico, feudale e capitalistico. La crisi del '300 si inserirebbe nel periodo di transizione tra il modo feudale e quello capitalistico. Oggi gli storici concordano sul fatto che le carestie e la peste del 1348 vanno inserite in un più ampio processo di trasformazione economica e sociale, su come il processo si debba interpretare, le posizioni rimangono discordi. Verso una nuova organizzazione sociale: le campagne i primi effetti della crisi e dell'epidemia furono

l'abbandono delle terre marginali a bassa redditività e la diminuzione del numero di contadini, fatto che andò di pari pasos con l'aumento della pastorizia, in particolare quella ovina e con la riorganizzazione dei coltivi, cui, venuta meno la richiesta di cereali, iniziarono ad affermarsi nuove culture specializzate, come il riso, il lino e il gelso. Questi fenomeni portarono al cambiamento degli habitat e delle modalità

di lavoro dei contadini: in Italia settentrionale per esempio, il crollo demografico produsse una

razionalizzazione della gestione fondiaria e un aumento degli investimenti produttivi. Capitale fu la possibilità di rinnovare i patti agrari. Per esempio in Toscana e in Emilia i proprietari iniziarono ad accorpare i loro beni fondiari strutturandoli in poderi, aziende compatte dotate di una casa colonica e delle infrastrutture necessarie al lavoro. Questi poderi venivano ceduti a famiglie di contadini con contratti a breve durata che prevedevano una serie di investimenti da parte del proprietario in cambio della miglioria dei terreni e della consegna di metà del raccolto. Questi contratti furono chiamati di mezzadria. In altre regioni europee la riorganizzazione della produzione provocò nuove forme di oppressione, che a loro volta diedero luogo a moti e a rivolte: per esempio quella che scoppiò a Parigi nel 1358, denominata jacquerie (il nome jaque era assai diffuso tra i contadini). La rivolta era volta a dare voce alle istanze dei contadini e a contrastare una crescente oppressione nelle campagne e fu repressa con estrema durezza. Miglior esito invece ebbe la rivolta scoppiata in Inghilterra nel 1381, quando i contadini e i salariati urbani insorsero contro l'aumento della tassa che ogni singola persona doveva versare al re per le spese militari della guerra dei cent'anni. Grazie all'appoggio che i rivoltosi ottennero dal clero, fu trovata una soluzione di compromesso. Manifatture e commerci: gli artigiani che svolgevano tutte le fasi di lavorazione del loro prodotto divennero minoritari rispetto a un nuovo sistema basato sulla divisione del lavoro e sull'impiego di operai salariati, spesso urbani, che non avevano alcuna rappresentanza nelle associazioni di mestiere. Queste associazioni si erano appunto costituite al fine di tutelare gli interessi di persone che operavano nel medesimo settore produttivo e ben presto assunsero una sorta di monopolio sul proprio settore,

dandosi strumenti di autogoverno e regole valide per tutti coloro che ne facevano parte. Le arti accoglievano i proprietari delle botteghe e i loro collaboratori, ma non i lavoratori salariati, ai quali non era neanche consentito di formare corporazioni. Privi di tutele, i lavoratori salariati furono protagonisti

di numerose rivolte urbane: per esempio il tumulto dei ciompi (1378) a Firenze, quanod gli operai

dell'industria tessile cercarono di rivendicare maggiori salari e la possibilità di essere istituzionalmente rappresentati. Come molte altre la rivolta dei ciompi fu repressa duramente. Le nuove esigenze commerciali portarono a un parallelo sviluppo delle attività creditizie: oltre che i mercanti, anche i sovrani ricorsero all'aiuto di banchieri, soprattutto fiorentini ( a caus delle insolvenze dei sovrani europei tra il 1343-43 vi fu il primo crollo bancario europeo, che portò al fallimento delle principali banche fiorentine dell'epoca e, a causa di una sorta di reazione a catena, anche di numerose

compagnie mercantili. Si provvide quindi ad una ristrutturazione del sistema bancario: per evitare l'effetto domino, si decise di dotare le varie filiali di indipendenza amministrativa e finanziaria, così che il fallimento di una non portasse al crollo dell'intera impresa.

Capitolo 28 – Gli stati regionali in Italia (secoli XIV-XV) Dalla fine del '200 a metà '400 i piccoli comuni e le signorie territoriali italiane lasciarono il posto a cinque stati regionali che si dividevano tutta la penisola. Il risultato fu l'esito di una lunga serie di guerre, al termine delle quali i poteri più forti inglobarono i più deboli.

Guelfi e ghibellini: alla fine del '200 si assiste all'inquadramento dei conflitti locali in due schieramenti,

i guelfi e i ghibellini, favorevoli rispettivamente alla chiesa e all'impero. Questi fronti attrassero

progressivamente nella loro orbita le città e il gruppi che all'interno di queste si scontravano, collegando così realtà fino a quel momento scollegate. In tal modo grandi eventi di politica internazionale ebbero immediate ripercussioni in ogni luogo. Nel regno meridionale, in seguito alla rivolta dei Vespri siciliani, il regno si divise in due: le regioni continentali rimasero in mano agli Angiò, storici alleati del papato, mentre la Sicilia fu conquistata dagli Aragonesi, che si trovarono a gravitare nello schieramento ghibellino, che non avendo una figura di riferimento all'interno dell'impero, trovarono la propria ragion d'essere nell'opposizione all'asse creatosi tra papato e sovrani angioini. Dopo essere stato incoronato imperatore, Enrico VII fu coinvolto nello schieramento ghibellino, capeggiato dai Visconti e dagli Scaligeri. I privilegi imperiali a loro concessi gli permisero di estendere la propria influenza oltre i confini del contado cittadino. Tale espansione provocò la reazione del papa Giovanni XXII, che non riuscì però a bloccare la prevalenza dei signori ghibellini. I Visconti a Milano assunsero il controllo di gran parte della Lombardia, gli scaligeri sulle città venete, mentre una lega di città toscane ghibelline guidate da Pisa si impose su Firenze e sui Guelfi. Spinti da questi successi i comuni ghibellini sollecitarono una spedizione italiana dell'imperatore Ludovico il Bavaro, che tuttavia servì solamente a consolidare le posizioni ghibelline, senza imporre in Italia la stabile presenza imperiale.

I nuovi stati terrotoriali: guerra finanza e burocrazia: l'ampliamento di scala dei conflitti portò gli

eserciti cittadini a combattere a grande distanza dalle città di origine, motivo per cui cessò il sistema di leva generale e fece scaturire invece il bisogno di truppe mercenarie, che a sua volta comportò un aumento delle spese militari. A ciò si aggiunse la necessità di ampliare il numero degli ufficiali, della burocrazia e dell'apparato. A tal fine furono istituiti sistemi di prelievo fiscale e redistribuzione delle risorse. Si affermò in particolare la pratica del debito pubblico, secondo cui i cittadini investivano in titoli statali, che davano diritto alla riscossione di un interesse e potevano essere scambiati. Con la crescita della ricchezza si diffuse anche il fenomeno della venalità delle cariche, ossia della vendita di cariche pubbliche che davano diritto a rendite economiche. Si sviluppò anche una nuova burocrazia centralizzata che aveva il compito di prelevare e redistribuire le risorse, nonché di smistare informazioni. Molti sovrani crearono anche università nei propri domini, al fine di formare i loro stessi funzionari. Dal comune cittadine allo stato regionale Milano: già nel '200 fece i primi passi verso la signoria, quando i Della Torre guidarono lo schieramento popolare monopolizzando la carica di anziano del popolo. I Visconti invece si fecero nominare dall'imperatore vicari imperiali, mentre nel 1395 Gian Galeazzo Visconti ottenne dall'imperatore il titolo di principe e duca. La città aveva da sempre un contado vasto e intratteneva rapporti privilegiati con i comuni vicini, rapporti che nel corso del '300 assunsero la forma di soggezione. Firenze: mantenne a lungo forme di partecipazione allargata tipiche dell'esperienza comunale. Solo dopo la rivolta dei ciompi si cominciò a limitare a un numero ristretto di famiglie l'accesso alle istituzioni di vertice. Qualche tempo prima Firenze aveva cominciato a conquistare il proprio contado, ma dal XIII secolo iniziò ad egemonizzare in maniera indiretta le città circostanti, nelle quali inviava i

propri podestà e chiedeva forme di contribuzione economica e militare. Tipico del governo fiorentino

fu la ridefinizione o il frazionamento dei contadi o addirittura l'annullamento di ogni potere della città

sottomessa (Pisa). Venezia: durante il XIII secolo si era andata cristallizzando una classe di governo ristretta e compatta che trovò la propria espressione istituzionale nel Maggior Consiglio. L'accesso a questo collegio fu limitato a coloro che ne avessero fatto parte negli ultimi quattro anni e coloro che fossero stati cooptati dal consiglio stesso. Venezia, diversamente da Firenze, nel corso del '200 non mise in atto alcuna strategia per la conquista del contado. I regni meridionali: divisione apertasi nel 1282 con i Vespri e conquista della Sicilia da parte del re d'Aragona Pietro III e nel 1442 conquista di Napoli da parte di Alfonso V. Sicilia: nel 1296 i baroni si intromisero nella contesa tra i successori al trono di Pietro determinando l'ascesa al trono di Federico III, facendo sì che la corona passasse a un ramo parallelo della casa aragonese. I signori locali nel corso del tempo si organizzarono in fazioni (catalani e latini) che tendevano a dividersi gli uffici e combattere per il controllo delle risorse provenienti dalle città demaniali.

Napoli: la debolezza della corona fu aggravata dopo la morte di Roberto d'Angiò (1343) dall'indebitamento dei monarchi con i banchieri fiorentini, base dell'alleanza guelfo-angioina e dalle lotte dinastiche tra i vari rami della casa angioina. Intanto i poteri locali minacciavano l'egemonia della corona e il conflitto dinastico ne favoriva l'organizzazione in fazioni: il re dovette ricorrere alla convocazione di assemblee rappresentative della nobiltà e delle città. Lo stato pontificio: l'abbandono del progetto teocratico universale spinse i pontefici a coltivare la propria vocazione di stato regionale. Durante la permanenza dei papi ad Avignone, nello stato pontificio si erano sviluppati poteri signorili, mentre Roma, privata delle entrate della curia pontificia, aveva visto crescere il malcontento che consentì l'avventura di Cola di Rienzo, un notaio che nel 1347 occupò il Campidoglio presentandosi come tribuno garante di una rinnovata grandezza imperiale, per poi finire vittima di una congiura aristocratica che ne decretò la morte nel 1354.

A queste istanze il papato avignonese rispose inviando a Roma il legato Albornoz, che provvide ad un

energico riordinamento dello stato cercando di costringere i signori locali al riconoscimento dell'autorità papale e instaurando un sistema di fortificazioni.

Dalla guerra all'equilibrio: dopo la conquista dei territori più piccoli da parte di quelli più grandi, scoppiò il conflitto tra queste ultime: scoppiata a metà del '300, essa prese la forma di una lotta tra la potenza più forte, quella dei Visconti, e le altre, confederate in leghe antiviscontee. L'espansione viscontea raggiunse il suo culmine con Gian Galeazzo (1385-1402), che riuscì a conquistare Verona e Padova, Pisa , Siena, Perugia, Spoleto e Bologna. La morte di Galeazzo e la crisi di successione furono

il motivo scatenante dell'espansione di Venezia e Firenze, che nel giro di 25 anni arrivarono ad

estendersi su enormi territori. Firenze conquistò Arezzo e Pisa, sua rivale storica e città molto ricca

mentre Venezia, motivata dalle minacce della concorrenza genovese sul Mediterraneo e dalla necessità

di investire in terraferma gli enormi profitti ricavati dal commercio, iniziò a prendere possesso delle

città e dei contadi già sottomessi, mentre all'inizio del '400 assoggettò Brescia e Bergamo.

Il regno di Napoli: al termine della reggenza di Giovanna I (1381) si aprì una crisi di successione, i cui

protagonisti furono Carlo di Durazzo, appoggiato dal papa, e Luigi d'Angiò, appoggiato dalla stessa Giovanna. La lotta tra i due sprì il campo alla conquista del regno da parte del re d'Aragona (1442). una sorta di crisi di successione si aprì anche nello stato pontificio: nel 1378 la curia venne trasferita nuovamente a Roma, ma si aprì nel collegio cardinalizio una divisione tra i cardinali francesi che volevano riportare la curia a Avignone e quanti, eleggendo Urbano VI, optavano per la sede romana. Da questa divisione, seguita dall'elezione di un secondo papa filofrancese, Clemente VII, prese origine lo scisma d'Occidente, che per più di trent'anni avrebbe visto l'Europa dividersi nella fedeltà a due diversi papi. Il concilio di Pisa, che doveva sanare la situazione, ebbe il paradossale effetto di portare all'elezione di un terzo papa, solo nel 1417 il concilio di Costanza riuscì ad imporre Martino V come

unico pontefice. Una volta sanato lo scisma, i papi cominciarono a radicare il loro potere temporale sul territorio, in particolare regolando i rapporti con le grandi città. Solo con Filippo Maria (1412-47) lo stato visconteo si risollevò e avviò una politica di recupero dei territori perduti. Quanto nel 1450 fu acclamato duca Francesco Sforza, egli si trovò a governare un territorio che pur andando dalla Svizzera alla Liguria era lontano dalle dimensioni di fine '300.

Il ridimensionamento della forza espansiva di alcuni stati regionali spinsero verso la ricerca di un

compromesso che garantisse il mantenimento degli equilibri raggiunti. Durante la pace di Lodi nel 1454 vennero fissati i confini di ogni singolo stato: l'Italia settentrionale era suddivisa tra Milano e Venezia a cui si affiancarono territori minori (ducato di Savoia, marchesati di Saluzzo e Monferrato, repubblica di Genova e le signorie di Mantova e Ferrara). Al centro restavano Firenze, la piccola Siena

e lo stato pontificio, mentre i regni meridionali rimasero unificati sotto gli aragonesi.

Capitolo 29 – Verso la formazione degli stati nazionali ( secoli XIV – XV) Tendenze comuni: presenza al loro interno di poteri eterogenei e contraddittori; ascesa di nuove elites sociali, ricorrenti crisi economiche; crisi dinastiche; motivi che portarono ad elaborare nuovi strumenti per controllare in modo diretto il territorio. Centrale era l'idea che il re dovesse essere il garante della

pace e garantire l'ordine pubblico. Per soddisfare questa esigenza fu istituita una rete amministrativa di funzionari detti ufficiali, dei dipendenti del re che ricevevano un salario in cambio della prestazione. Queste nuove forme amministrative prevedevano l'istituzione di organi centrali e di organi di raccordo periferici, che a loro volta presupponevano l'effettivo controllo del territorio (attraverso la creazione di corpi armati stabili) e un'ampia disponibilità finanziaria(introduzione di nuove imposte, dirette e indirette). Il rafforzamento del potere regio innescò nuove conflittualità con coloro che venivano privati

di alcuni ambiti di potere, uno strumento che permise ai sovrani di mediare con questi furono le

assemblee rappresentative, che assunsero un ruolo centrale nei rapporti tra sovrani e società. Questo fu un passo decisivo per la costruzione di una coscienza unitaria che trasformasse un regno in un paese,

ossia una comunità caratterizzata da interessi condivisi. Francia: rafforzamento degli apparati amministrativi locali e centrali, creando una fitta rete di ufficiali, incaricati di garantire il funzionamento della fiscalità (mappatura delle possibili entrate fiscali, redazione di catasti, introduzione di imposte dirette che colpivano i nuclei famigliari in modo uguale, motivo scatenante di moti sociali sia in città che in campagna). Il rafforzamento dell'autorità regia entrò spesso in conflitto con i poteri locali: la risposta fu un tentativo di integrazione nella nuova organizzazione del regno (per esempio la prima convocazione degli stati generali del 1302, un assemblea in cui erano rappresentati i tre principali ordini del regno, clero, nobiltà ed élites urbane). Solo nel XV secolo, alla fine della guerra dei cent'anni, il potere monarchico francese conobbe un rafforzamento decisivo: i lunghi anni di guerra avevano favorito la creazione di un sentire comune. Inghilterra: durante il '300 si assiste alla definitiva affermazione del parlamento: già la Magna Charta aveva conferito un ruolo essenziale all'assemblea dei rappresentanti di nobiltà e clero, ma solo con il regno di Edoardo I (1272-1307) il parlamento cominci ad essere convocato con regolarità. Verso la metà del XIV secolo si affermò un modello bicamerale del parlamento, suddiviso in camera dei lord e camera dei comuni (media e piccola nobiltà, gentry). Si creò così un sistema politico bilanciato, in cui i

re disponevano di una struttura amministrativa ampia e radicata e in cui i gruppi sociali erano

rappresentati nei loro diversi interessi. Questo sistema permise alla monarchia inglese di superare le

difficoltà legate alle insurrezioni popolari scoppiate per l'eccessivo carico fiscale dovuto dalla guerra dei cent'anni, e della guerra delle due rose. La guerra dei cent'anni: vedi libro

il rafforzamento del potere regio francese rendeva sempre più inacettabile la presenza di interessi e

diritti dei sovrani ingleis sul suolo francese. Nel 1328 re Carlo IV (fr) muore senza eredi ed Edoardo III (ingh) rivendica il diritto di succedergli per parentela, ma il regno venne affidato a Filippo IV e Edoardo invase la Francia (edoardo oltre a voler mantenere i suoi possedimenti in Francia voleva controllare le Fiandre, regione strategica per il commercio della lana inglese). Inizialmente l'esercito

inglese sbaragliò quello francese (ancora legato alla cavalleria pesante) ma i conflitti sociali scoppiati

in Inghilterra fecero frenare l'avanzata inglese. La ripresa degli scontri si ebbe all'inizio del '400, con

una nuova crisi dinastica causata dalla malattia di Carlo VI (Fr): gli inglesi ottennero importanti vittorie conquistando gran parte della Francia nord-occidentale. Le vicende della guerra furono sconvolte da una giovane contadina della Lorena, Giovanna d'Arco, mossa da una religiosità visionaria e dal

lealismo verso il re di Francia, si mise a capo di alcuni contingenti militari e riuscì a liberare la città di Orleans dall'assedio inglese. Catturata dai duchi di Borgogna che erano alleati con gli inglesi, Giovanna

fu condannata e bruciata al rogo per stregoneria nel 1431. con una serie di vittorie decisive il re di

Francia Carlo VII riuscì a porre fine al conflitto. Impero: declino delle pretese universalistiche, otere e ruolo imperiali già ridimensionate durante il ventennio di interregno successivo alla morte di Federico II, durante i quali in Italia e in Germania si erano affermati poteri locali autonomi e svincolati dall'autorità regia. L'ambito d'influenza imperiale si restrinse al solo territorio tedesco; per svincolare l'elezione imperiale dall'approvazione papale, venne emanata la bolla d'oro, una costituzione che assegnò ai sette grandi principi territoriali tedeschi il privilegio di eleggere il re di Germania, a cui sarebbe stato collegato il titolo imperiale senza dover ottenere anche la corona italiana. Il processo di rafforzamento dei poteri in Germania non riguardò l'impero ma i singoli stati territoriali che lo componevano: essi si diedero solide rappresentanze (potere diretto o assemblee parlamentari) e tramite il divieto di fare guerra in lunghi periodi molti signori riuscirono a debellare la conflittualità endemica e a rafforzare la propria posizione dal punto di vista

militare e politico. Se i signori erano i garanti della pace interna al loro territorio, l'imperatore doveva garantire invece una pace superiore, tra i singoli stati.

In questo periodo solo due stati si affermarono al di fuori dell'ambito imperiale: la confederazione

svizzera e il principato religioso dell'Ordine teutonico.

I regni nordici: vedi libro pag 264

I regni della penisola iberica: quattro regni cattolici: Aragona, Castiglia, Navarra e Portogallo, sviluppi

politici ed economici diversi, caratterizzati tutti da instabilità politica e crisi dinastiche. Solo nel '400

furono poste le basi per un regno nazionale, con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona. Il collante tra i due regni fu trovato nella fede religiosa, infatti i sovrani sostennero la lotta contro l'eresia, la persecuzione degli ebrei e la ripresa della reconquista, che nel 1492 portò alla caduta

di Granada. Intanto le forze economiche congiunte dei due regni diedero nuovo impulso all'espansione

economica (spedizione marittime al di fuori del mediterraneo, alla ricerca di nuove rotte commerciali

verso oriente).