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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

INTRODUZIONE

I corsi di Meccanica dei Fluidi, Idraulica, Idrodinamica intendono fornire agli studenti di diversi
corsi di laurea le basi per lo studio della dinamica dei fluidi, cio gli strumenti utili per la
descrizione del moto dei fluidi e per la predizione del loro movimento conoscendo le forze
esercitate su di essi.
I corsi citati hanno in comune i principi fondamentali e le equazioni di base, differenziandosi per i
problemi particolari analizzati in dettaglio.

Queste note hanno lo scopo di accompagnare lo studente durante i corsi di Idraulica 1 e


Idrodinamica 1 offerti rispettivamente agli allievi dei corsi di laurea (di 1 livello) in ingegneria
civile e ambientale e ingegneria navale della Facolt di Ingegneria dellUniversit di Genova.
Esse sono altres utilizzate, tutte o in parte per i corsi di Meccanica dei fluidi 1 (CL3 in Ingegneria
Chimica) e Idraulica 1 (CL3 in Ingegneria dellAmbiente SV)

La forma di queste note sintetica. In esse vengono riassunti i contenuti fondamentali delle lezioni
svolte, cercando di seguire, per quanto possibile, la loro cronologia. Esse devono essere intese come
un ausilio alla preparazione dellesame che presuppone la frequenza al corso e un approfondimento
dei temi trattati su testi facilmente reperibili nella biblioteca della Facolt e in quella del
Dipartimento di Ingegneria Ambientale.

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Appunti del corso di Idraulica 1

INDICE

INTRODUZIONE Pag. 1

LEZIONE 1 Lo schema di continuo Pag. 3

LEZIONE 2 Forze agenti su un continuo (fluido) Pag. 7

LEZIONE 3 Fluidi in quiete Pag. 13

LEZIONE 4 Fluidi in quiete: la distribuzione di pressione in un fluido a densita Pag. 17


costante soggetto al campo di forze gravitazionali
LEZIONE 5 Lequazione di stato Pag. 21

LEZIONE 6 La distribuzione di pressione in un gas perfetto a temperatura costante Pag. 25


soggetto al campo di forze gravitazionali
LEZIONE 7 Fenomeni di interfaccia Pag. 27

LEZIONE 8 La spinta esercitata da un fluido su una supeficie piana Pag. 31

LEZIONE 9 La spinta esercitata da un fluido su una supeficie gobba Pag. 45

LEZIONE 10 La tensione in u fluido in movimento Pag. 51

LEZIONE 11 Analisi dimensionale e teorema di Buckingam Pag. 55

LEZIONE 12 Similitudine e modelli Pag. 61

LEZIONE 13 Descrizione del moto dei fluidi Pag. 65

LEZIONE 14 I principi della meccanica dei fluidi Pag. 73

LEZIONE 15 Le correnti fluide Pag. 79


LEZIONE 16 Il principio di conservazione della massa per una corrente: Pag. 85

lequazione di continuit

LEZIONE 17 Il principio della quantit di moto: lequazione del moto Pag. 89

LEZIONE 18 La valutazione di j Pag. 93

LEZIONE 19 Alcuni problemi relativi a condotte a sezione circolare Pag. 97

LEZIONE 20 Perdite concentrate di carico dovute a un brusco allargamento Pag. 103


(perdite di borda)

LEZIONE 21 Perdite concentrate di carico in un impianto Pag. 107

LEZIONE 22 Problemi relativi ad alcuni semplici impianti Pag. 111

LEZIONE 23 Fluidi ideali e teorema di Bernoulli per le correnti Pag. 123

LEZIONE 24 Il teorema di Bernoulli Pag. 127

LEZIONE 25 Teorie delle turbine Pelton Pag. 135

LEZIONE 26 I transitori negli impianti idraulici. Il moto vario nelle correnti Pag. 141
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 1
LO SCHEMA DI CONTINUO
I fluidi, come tutta la materia, hanno una struttura discontinua essendo formati da molecole
(insieme di atomi) poste a distanze grandi rispetto alle loro dimensioni e animate da elevate
velocit relative. In un punto arbitrario dello spazio non quindi possibile definire con
precisione le propriet di un fluido (della materia) perch in tale punto potrebbe non esserci
fluido (materia) o potrebbe trovarsi una particolare molecola dotata di una sua massa, di una sua
velocit .

Esempio:
Nel punto P1 individuato dal vettore posizione x p1

(NOTA 1) non possibile definire alcuna velocit


non essendo presente alcuna molecola. Nel punto
P2 , occupato all'istante in esame dalla particella

B , possiamo definire la velocit v B che tuttavia


molto diversa dalla velocit v D presente nel punto
P3 ove transita la particella D .

NOTA 1
Una lettera sottosegnata indica un vettore, una grandezza cio individuata da un modulo, una
direzione e un verso. Quindi v indica un vettore le cui componenti, rispetto ad un sistema di
riferimento cartesiano costituito dagli assi x1 , x 2 , x3 , sono rispettivamente v1 , v 2 , v3 .

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LEZIONE 1 (Luglio 2002)
Lo schema di continuo

Ci che avviene a livello molecolare non per di nostro interesse. E' possibile prescindere da
questo carattere discontinuo della materia, se si prende in considerazione un volume che
contiene un numero elevato di molecole e si definiscono delle grandezze medie. Ad esempio
possiamo definire la densit 1 associata al volume V1 come il rapporto fra la massa M 1 in
esso contenuta e il volume stesso.
M1
1 =
V1

Similmente possiamo definire

M2
2 =
V2
e in generale
1 2

La densit in un punto

Consideriamo un punto P nello spazio


individuato dal vettore posizione
x = (x 1 , x 2 , x 3 ) e un volume V ' che
racchiude il punto P . Procedendo come prima
possiamo associare al volume V ' una densit
' V

M '
' V =
V '

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LEZIONE 1 (Luglio 2002)
Lo schema di continuo

Scegliendo un altro volume V '' otterremo un valore della densit diverso: '' V . La densit

nel punto P individuato dal vettore x definita come il limite di V per V tendente a valori

piccoli () .

M
( x) = lim
V V

La dimensione del volume deve essere piccola rispetto alle dimensioni di interesse ma comunque
molto maggiore della distanza media fra molecole. Infatti landamento di in funzione di V
rappresentato in figura ove d rappresenta la distanza media fra le molecole.

Le dimensioni della densit sono quelle di una massa divisa per un volume

[ ] = ML3
e lunit di misura il Kg/m3.

La densit di alcuni fluidi riportata in una nota relativa alla lezione 5.

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LEZIONE 1 (Luglio 2002)
Lo schema di continuo

In modo analogo possiamo definire qualunque altra grandezza F di interesse, che risulter una
funzione continua della variabile x (funzione continua dello spazio). In questo modo il fluido
(materia) assume una struttura continua.
Considerando che le caratteristiche del fluido (materia) dipendono anche dal tempo, in generale
avremo:

F = F ( x, t ) = F ( x1 , x2 , x3 , t )

con

lim F ( x, t ) = F ( x 0,t )
x x0

lim F ( x, t ) = F ( x, t0 )
t t0

essendo F una qualunque propriet.

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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 2
FORZE AGENTI SU UN CONTINUO (FLUIDO)

Le molecole che costituiscono la materia esercitano delle forze sulle molecole circostanti che
vengono suddivise in due categorie:

1) forze a corto raggio

2) forze a lungo raggio

Le prime (forze a corto raggio) assumono valori significativi solo quando le molecole si trovano
a distanza dallordine delle loro dimensioni. Le seconde (forze a lungo raggio) decadono molto
lentamente e rimangono significative anche quando le molecole sono a distanze rilevanti cio
molto maggiori delle loro dimensioni.

Utilizzando lo schema di continuo illustrato nella LEZIONE 1, si tiene conto delle osservazioni
sperimentali precedenti, introducendo due categorie di forze:

1) forze di superficie

2) forze di massa

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LEZIONE 2 (Luglio 2002)
Forze agenti su un continuo (fluido)

Le prime (forze di superficie) sono proporzionali alla superficie considerata e sono il risultato delle
forze molecolari di corto raggio. Le seconde (forze di massa) sono invece proporzionali alla massa
presa in considerazione e sono il risultato delle forze molecolari di lungo raggio. Consideriamo un
volume V di un continuo (fluido) e una sua parte V ' . Denotiamo rispettivamente con S e S ' le
superfici che delimitano V e V ' .

Attraverso una porzione piccola dS ' (a rigori infinitesima) di normale n della superficie S ' , il

continuo (fluido) allesterno di S ' esercita una forza d F (anchessa piccola e a rigori infinitesima)

sul continuo (fluido) allinterno. Se raddoppiano dS ' la forza raddoppier. Come detto
precedentemente la forza proporzionale alla superficie. Avremo quindi

d F = tdS

La quantit vettoriale t si dice tensione

Le dimensioni della tensione t sono quelle di una forza divisa per una superficie

[t ] = ML1T 2
( )
Lunit di misura il (NOTA 1) Kg m 1 s 2 o anche il Kg ms 2 m 2 = Nm 2 denominata
anche pascal (Pa). Nellingegneria vengono ancor oggi utilizzate unit di misura diverse. In
particolare:

- il chilogrammo forza su metro quadro

1 Kg f / m 2 = 9.81 N / m 2 = 9.81 Pa

- unatmosfera normale

1 atm = 1,01325 105 Pa

NOTA 1
Kg indica il chilogrammo massa
m indica il metro
s indica il secondo
(
N indica il newton 1N = 1 Kg ms 2 )

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LEZIONE 2 (Luglio 2002)
Forze agenti su un continuo (fluido)

- un bar

1 bar = 10 5 Pa

La tensione t in generale dipende dalla posizione x della superficie infinitesima dS ' , dal tempo
t (non confondere t con t ) e dalla normale n . In uno stesso punto e allo stesso tempo due

superfici infinitesime di ugual area dS ' e diversa normale n saranno caratterizzati da valori
diversi della tensione.

(1) (1)
dF = t dS '

(2 ) (2 )
dF = t dS '

si ha quindi

t = t ( x, t , n )

La forza d F = tdS ' descrive completamente lazione che il continuo (fluido) allesterno di V'

esercita su quello allinterno attraverso la superficie dS ' (ASSIOMA DI CAUCHY).


Volendo determinare la forza complessiva (risultante) che il continuo (fluido) allesterno di S '
esercita su quello allinterno necessario:

1) suddividere la superficie S ' in parti infinitesime dS '

2) valutare su ciascuna parte la forza infinitesima d F esercitata dallesterno: d F = tdS '

3) sommare tutti i contributi individuati

F = tdS '
S'

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LEZIONE 2 (Luglio 2002)
Forze agenti su un continuo (fluido)

La forza F = tdS ' rappresenta lazione del continuo (fluido) allesterno di V ' (ma nelle
S'

immediate vicinanze di S ' ) sul continuo allinterno. Tuttavia altra materia esiste anche a
distanze elevate (molto maggiori delle dimensioni di V ' ) e tali da non consentirne la
rappresentazione nella figura.

Considerando una porzione piccola dV ' (a rigori infinitesima) del volume V ' , si assume che la
materia molto distante da dV ' e non rappresentata in figura eserciti una forza d G sul continuo

contenuto in dV ' proporzionale alla sua massa. Se raddoppiamo dV ' e quindi la massa in
considerazione, la forza raddoppier. Come detto precedentemente la forza proporzionale alla
massa. Per quanto illustrato nella LEZIONE 1, la massa dM contenuta in dV ' esprimibile
come

dM = dV '

avremo quindi

d G = f dV '

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LEZIONE 2 (Luglio 2002)
Forze agenti su un continuo (fluido)

La quantit vettoriale f detta campo di forze

Le dimensioni del campo di forze f sono quelle di una forza divisa per una massa cio quelle
di unaccelerazione.

[ f ] = LT 2

Lunit di misura di f il ms 2

Il campo di forze f in generale dipende dalla posizione x e dal tempo t (non confondere t
con t ).

Volendo determinare la forza complessiva (risultante) che la materia lontana da V ' esercita sul
continuo (fluido) in esso contenuto necessario:

1) suddividere il volume V ' in parti infinitesime dV '

2) valutare su ciascuna parte la forza infinitesima d G (NOTA 2) esercita dallesterno

d G = f dV '

3) sommare tutti i contributi individuati

G = f dV '
'

NOTA 2
Bench diversi campi di forze possano essere considerati, nel seguito il campo di forze che incontreremo
maggiormente il campo di forze gravitazionale in cui f = g . Il vettore g diretto verticalmente verso il

basso e ha un valore che noi assumeremo costanti pari a 9.81ms 2 .

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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 3
FLUIDI IN QUIETE

Come illustrato nella LEZIONE 2, la tensione t allinterno di un continuo (fluido) dipende non
solo dalla posizione individuata dal vettore x e dal tempo t (non confondere t con t ) ma

anche dallorientamento della superficie infinitesima dS ' presa in esame.

In generale

(
t = t x, t , n )
Nei fluidi in quiete, tuttavia, la tensione assume una forma particolarmente semplice
(ASSIOMA DI EULERO). In particolare t risulta sempre ortogonale alla superficie in
considerazione e diretta verso la superficie.

t = pn

La quantit scalare p si dice pressione

Le dimensioni della pressione p sono uguali a quelle


della tensione ([ p ] = ML
1
T 2 ) cos come le unit di

misura.

La pressione p in generale dipende dalla posizione x e dal tempo t (non confondere t con t )

p = p ( x, t )

- 13 -
LEZIONE 3 (Luglio 2002)
Fluidi in quiete

LEQUAZIONE INTEGRALE DELLA STATICA

Consideriamo un volume di fluido V e una sua porzione arbitraria V ' . Per il principio della
quantit di moto (la derivata della quantit di moto di una massa in movimento rispetto al tempo
uguale alla risultante delle forze esercitate
sulla massa dallesterno), la risultante delle
forze che lesterno esercita su V ' deve
annullarsi. Infatti in un fluido in quiete la
quantit di moto sempre nulla, essendo
nulla la velocit. Per quanto esposto nella
LEZIONE 2, la risultante R delle forze

esercitate dallesterno su V ' sar


'
R = t dS + f dV '
S' '

o, tenendo conto che t = p n

R = p n dS ' + f dV '
S' '

Deve quindi risultare

R = 0 oppure p n dS ' = f dV '


S' '

Lequazione precedente detta equazione integrale della statica e deve valere qualunque volume
V'.

- 14 -
LEZIONE 3 (Luglio 2002)
Fluidi in quiete

LEQUAZIONE PUNTUALE DELLA STATICA


Lequazione della statica in forma integrale pu essere trasformata utilizzando il teorema del
gradiente che porge

p ndS = p dV
' '

S '
'

si ottiene quindi

(p f ) dV = 0
'

Considerando che lequazione della statica in forma integrale vale qualunque porzione V ' di V si
consideri, lequazione precedente pu essere soddisfatta solo se si annulla la funzione integranda; se
cio

p = f

Lequazione precedente, detta equazione puntuale della statica, unequazione vettoriale che
corrisponde a tre equazioni scalari

p p p
= f1 ; = f2 ; = f3
x1 x 2 x3

Essa descrive come cambia sullo spazio la pressione p . Tale equazione pu essere integrata una
volta noto il campo di forze f e lequazione di stato che lega la densit allo stato del fluido.

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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Appunti del corso di Idraulica 1

Lezione 4
FLUIDI IN QUIETE:
LA DISTRIBUZIONE DI PRESSIONE
IN UN FLUIDO A DENSITA COSTANTE
SOGGETTO AL CAMPO DI FORZE
GRAVITAZIONALE

In molte circostanze, discusse nella LEZIONE 5, la densit di un fluido pu essere considerata


costante. Qualora il campo di forze sia quello gravitazionale, possibile integrare facilmente
lequazione puntuale della statica e ottenere la distribuzione spaziale della pressione.

Esempio:

Consideriamo il fluido, allinterno del contenitore


in figura, supposto di densit costante . Il campo
di forze sia quello gravitazionale e laccelerazione
g sia diretta verticalmente verso il basso,

lequazione puntuale della statica porge

p p p
=0 ; = g ; =0
x1 x 2 x3

e impone quindi che la pressione non dipenda n da x1 n da x3 : la pressione costante su un piano

orizzontale.

- 17 -
LEZIONE 4 (Luglio 2002)
Fluidi in quiete: la distribuzione di pressione in un fluido a
densit costante soggetto al campo di forze gravitazionale

La seconda equazione si trasforma in unequazione alle derivate ordinarie che pu essere facilmente
integrata

dp
= g
dx 2

p = gx 2 + c1 = x 2 + c1

La pressione aumenta linearmente allaumentare della profondit. Il valore della costante c1 pu


essere determinato solo se nota la pressione in un punto. Il prodotto = g detto peso specifico e
le sue dimensioni sono quelle di una forza divisa per un volume

[ ] = ML 3 LT 2 = ML 2T 2
Lunit di misura il Nm 3 . Nellingegneria viene talvolta utilizzato il chilogrammo forza su metro
cubo.

1Kg f m 3 = 9.81 Nm 3

Con riferimento agli assi in figura,


denotiamo con p 0 la pressione nel piano

z = 0 che risulta essere linterfaccia fra


due fluidi. Non consideriamo per il
momento il fluido sovrastante, che
possiamo pensare essere aria, e
focalizziamo lattenzione su quello
sottostante di peso specifico . Al fine di
analizzare un caso reale possiamo pensare questultimo come acqua. Si ha dunque

p = p0 z

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LEZIONE 4 (Luglio 2002)
Fluidi in quiete: la distribuzione di pressione in un fluido a
densit costante soggetto al campo di forze gravitazionale

Essendo (NOTA 1) pari a 1000 Kg / m 3 ed essendo


p0 pari alla pressione atmosferica cio circa

1,013 105 Pa , landamento della pressione quello


riportato in figura.

La pressione raddoppia ad una profondit di circa 10m


mentre diviene 3 p 0 a una profondit di circa 20m e
cos via. Dal grafico risulta evidente quanto gi detto
in precedenza e sintetizzato dalla formula: la
pressione aumenta in modo lineare con la profondit.

Per motivi che saranno chiari nel seguito, introduciamo la quantit


p
h= z+

detta carico piezometrico.

In un fluido in quiete h risulta costante

Si ha infatti

c1 z
h= z+ = c1

NOTA 1
La densit dellacqua, che in generale dipende dalla pressione e dalla temperatura (vedi LEZIONE 5), in
molti casi pu essere assunta costante e pari a 1000 Kg/m3. Il peso specifico risulta quindi pari a 9810
N/m3. Talvolta viene espresso in chilogrammi forza su metro cubo. In questo caso si ha
= 1000 Kg f / m 3

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LEZIONE 4 (Luglio 2002)
Fluidi in quiete: la distribuzione di pressione in un fluido a
densit costante soggetto al campo di forze gravitazionale

Lequazione della statica per un fluido a densit costante soggetto al campo di forze
gravitazionale

dp
= g =
dz

porge anche

p A p B = ( z A z B )

Cio la differenza di pressione fra due punti pari a per la differenza di quota. Chiaramente il
punto a quota pi bassa ha la pressione maggiore.

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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 5
LEQUAZIONE DI STATO

Per i cosidetti fluidi termodinamici, lo stato del fluido (le sue caratteristiche) dipende da due
variabili, dette variabili di stato. Le due variabili di stato possono essere scelte arbitrariamente,
essendo tutte le altre caratteristiche del fluido legate alle due scelte da equazioni dette
equazioni di stato. Spesso come variabili di stato vengono scelte:

1) la pressione p

2) la temperatura T

Si ha quindi

= ( p, T )
che lequazione di stato che lega la densit alla pressione e alla temperatura. Lequazione
evidenzia che variando la pressione e/o la temperatura varia la densit del fluido. Ogni fluido
caratterizzato da una diversa equazione; cio la sua densit pu variare in modo pi o meno
significativo al variare della pressione e della temperatura.

In forma differenziale lequazione di stato pu essere scritta nella forma


d = dp + dT
p T

Lequazione precedente pu essere riscritta introducendo il coefficiente di comprimibilit


isotermo e quello di dilatabilit isobaro

- Coefficiente di comprimibilit isotermo

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LEZIONE 5 (Luglio 2002)
Lequazione di stato

1
1 =
p

- Coefficiente di dilatabilit isobaro

1
=
T

Lequazione diviene

d = (1 d p dT )

Essendo propriet del fluido, e a loro volta dipendono da p e T . Tuttavia se le variazioni


di p e T non sono elevate, e possono essere considerati costanti e pari a 0 , 0 .

Segue

d
= 01 d p 0 dT


An = 01 ( p p 0 ) 0 (T T0 )
0

= 0 e 0 ( p p 0 ) 0 (T T 0 )
-1

dove 0 la densit alla pressione p 0 e alla temperatura T0 .

- 22 -
LEZIONE 5 (Luglio 2002)
Lequazione di stato

Lequazione precedente pu essere considerata come equazione di stato in quelle situazioni in cui le
variazioni di p e T non sono rilevanti.
Per valori della pressione e della temperatura pari a quelli ambientali
(es.: p = 1,013 105 Pa, T = 20 0C ), i valori di 0 e 0 per lacqua sono molto grandi e molto piccoli

rispettivamente ( 0 = 2.178 109 N / m2 , 0 = 20.66 105 D K 1 ). Per variazioni di pressione piccole

rispetto a 0 e per variazioni di temperatura piccole rispetto a 01 , possibile approssimare

e0 ( p p0 )0 (T T0 )
1
con 1 e considerare il valore di costante e pari a 0 .
Considerazioni analoghe possono essere fatte anche per altri fluidi tenendo presente che per
assumere 0 necessario che siano piccole (molto minori di 1) le quantit ( p p0 ) / 0 e

0 (T T0 ) .

Esistono altre forme di equazione di stato, valide per fluidi o casi particolari. Ad esempio per un
gas perfetto che subisce una trasformazione isoterma lequazione di stato diviene

p p0
=
0

essendo p0 e 0 la pressione e la densit di riferimento. (NOTA 1)

NOTA 1
A temperatura T = 15C e pressione p = 1.013 105 Pa si ha:
Densit dellacqua uguale a 9.99 102 Kg / m 3
Densit dellolio lubrificante uguale a 8.67 102 Kg / m 3
Densit dellaria uguale a 1.22 Kg / m 3
Densit del mercurio uguale a 1.36 104 Kg / m 3

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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 6
LA DISTRIBUZIONE DI PRESSIONE
IN UN GAS PERFETTO A TEMPERATURA
COSTANTE SOGGETTO AL CAMPO DI FORZE
GRAVITAZIONALE

Lequazione puntuale della statica impone

dp
= g
dz

Utilizzando lequazione di stato dei gas perfetti a temperatura costante (LEZIONE 5), si ottiene

dp p
= 0 g
dz p0

dp g
= 0 dz = 0 dz
p p0 p0

p
An = 0 ( z z 0 )
p0 p0


0 ( z zo )
p = p 0e p0

Se consideriamo aria a una temperatura di 15 0C e assumiamo p 0 pari a 1, 013 105 Pa con z 0 = 0 ,

il valore di 0 risulta pari a 11.2 N / m 3 . La figura riporta landamento di p e di con la quota.

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LEZIONE 6 (Luglio 2002)
La distribuzione di pressione in un gas perfetto a temperatura
costante soggetto al campo di forze gravitazionale

Se tuttavia le variazioni di quota sono modeste (per esempio se z z 0 inferiore a 100 m.), la

quantit 0 (z z 0 ) / p0 risulta molto minore di uno ( 0 ( z z0 ) / p0 = 1.1 102 per z z0 = 100 m )

e sia la pressione che la densit possono essere assunte costanti. Infatti per valori piccoli di
(z z ) 1 (z z ) 2
0 (z z 0 ) / p0 si pu scrivere p p 0 1 0 0
+ 0
+ ... . Quindi se (z z 0 )
p0 2 p0

pari a 100 m o inferiore, p pu essere assunta pari a p 0 con un errore di ordine 104 o minore. E
per questo motivo che nei problemi che noi affronteremo, in cui le variazioni di quota sono
modeste, riterremo la pressione atmosferica costante con la quota.

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Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 7
FENOMENI DI INTERFACCIA

LA TENSIONE SUPERFICIALE
I fenomeni che hanno luogo allinterfaccia fra due fluidi sono molto complessi e legati alla
struttura molecolare della materia. Cerchiamo di dare una semplice spiegazione di tali fenomeni.
Con riferimento alla figura supponiamo
che la densit del fluido c sia inferiore a
quella del fluido d. La particella B del
fluido d attirata dalle particelle
limitrofe. Anche la particella A del fluido
d attirata dalle particelle limitrofe.
Tuttavia, essendo la densit del fluido c
inferiore a quella del fluido d, la
risultante non sar nulla ma verso il basso. E evidente quindi che in prossimit della superficie
le particelle tenderanno a formare uno strato pi denso. Situazione analoga si avr nel fluido c.

A livello macroscopico il fenomeno pu essere schematizzato assumendo che linterfaccia sia


una superficie soggetta ad uno stato di
tensione. Con riferimento alla figura, la
superficie S sia linterfaccia fra due fluidi e C
una curva chiusa su S che abbraccia lorigine
O degli assi cartesiani ( x1 , x 2 , x3 ) . Il fenomeno
descritto precedentemente pu essere
schematizzato pensando che sul tratto dC , la
superficie esterna alla zona delimitata dalla
curva C eserciti una forza, sulla superficie
allinterno, di modulo pari a dC , diretta ortogonalmente allelemento di linea dC e tangente alla
superficie. La quantit detta tensione superficiale ed una propriet dellinterfaccia fra due

- 27 -
LEZIONE 7 (Luglio 2002)
Fenomeni di interfaccia

fluidi. Esister quindi la tensione superficiale aria acqua , aria olio, olio acqua ma non la
tensione superficiale di un singolo fluido. Dimensionalmente la tensione superficiale una forza per
unit di lunghezza

[ ] = MLT 2 L1 = MT 2
Lunit di misura il Nm 1 o alternativamente il Kg f m 1 .

Nel seguito sono riportati alcuni valori della tensione superficiale di diversi liquidi con laria a
una temperatura di 15D C e alla pressione di unatmosfera

Acqua 7.3 102 N / m


Glicerina 7.1 102 N / m
Benzene 2.8 102 N / m
Mercurio 47.3 102 N / m

- 28 -
LEZIONE 7 (Luglio 2002)
Fenomeni di interfaccia

CONTINUITA DELLA PRESSIONE ATTRAVERSO UNA


SUPERFICIE PIANA
Consideriamo linterfaccia piana fra due fluidi rispettivamente di peso specifico 1 e 2 e
analizziamo lequilibrio di un cilindro a sezione circolare (vedi figura) di area e altezza 2a per
met immerso nel primo fluido e per laltra met immerso nel secondo fluido. Si denoti con p 1 la
pressione (costante per quanto visto
precedentemente nella LEZIONE 4) sulla base
superiore del cilindro e con p 2 la pressione
sulla base inferiore. Il fluido allesterno del
cilindro eserciter quindi una forza verso il
basso pari a p1 dovuta alla somma di tante
forze infinitesime p 1 d esercitate sullarea
infinitesima d . Analogalmente sar presente
una forza verso lalto pari a p 2 . Infine,
sempre nella direzione verticale, presente il
peso del fluido contenuto dentro al cilindro
pari a 1a + 2 a . Non esiste altra forza
nella direzione verticale; quindi lequilibrio in
tale direzione impone che

p 2 = p1 + a ( 1 + 2 )

Nel limite di a tendente a zero si ottiene

p 2 = p1

Dunque allinterfaccia, la pressione nel fluido c uguale alla pressione del fluido d.

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LEZIONE 7 (Luglio 2002)
Fenomeni di interfaccia

IL SALTO DI PRESSIONE ATTRAVERSO UNA SUPERFICIE


GOBBA
Qualora linterfaccia fra due fluidi non sia piana
la pressione p 1 allinterfaccia nel fluido c sar
diversa dalla pressione p 2 allinterfaccia nel
fluido d. E possibile mostrare che il salto di
pressione p = p1 p 2 pari a

1 1
+
R1 R2

essendo R1 e R2 i raggi principali di curvatura nel punto in considerazione. La pressione sar


maggiore sul fluido che si trova dalla parte concava della superficie.

- 30 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 8
LA SPINTA ESERCITATA DA UN FLUIDO
SU UNA SUPERFICIE PIANA
In primo luogo mostriamo (come assunto precedentemente nella LEZIONE 7) che la spinta su
una superficie piana S prodotta da una distribuzione di pressione costante p 0 una forza F
ortogonale alla superficie stessa diretta verso la superficie e di modulo pari al valore della
pressione per larea della superficie.

Per quanto esposto nella LEZIONE 2 e nella LEZIONE


3 si ha

F = p n dS
S

Nella situazione in esame p = p 0 e n sono costanti.


Segue dunque

F = p 0 n dS = n p 0 S
S

La forza F quindi diritta come n , ha verso opposto e il suo modulo pari a p 0 S .

Consideriamo ora il problema illustrato in


figura dove a sinistra del piano ( x, y ) presente
un liquido di peso specifico . Al di sopra del
liquido e a destra della superficie presente
aria supposta a pressione costante pari alla
pressione atmosferica p atm . Nel disegno

anche raffigurato il piano ( x, y ) ribaltato sul


foglio in modo tale da visualizzare la superficie
S in esso contenuta.

- 31 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Si voglia determinare la forza esercitata dal


liquido sulla superficie.

Nella figura accanto rappresentato


landamento della pressione sul piano ( x, y ) . Da
quanto esposto nella LEZIONE 4 e nella
LEZIONE 5 emerge che

p = p atm + x sen

essendo la profondit del generico punto del piano ( x, y ) rispetto al pelo libero pari a x sen .
Volendo determinare la forza esercitata dal liquido sulla superficie S , necessario determinare

F = p n dS =
S
( p
S
atm + x sen ) ndS

Tenendo conto che n costante, la forza F


pu essere scomposta facilmente in due parti

F = F 1 + F 2 = n p atm S n x sen dS
S

La forza F 1 = n p atm S esattamente bilanciata


da una forza uguale e contraria esercitata
dallaria sulla superficie. Per questo motivo il
problema di determinare F viene trasformato
nella determinazione di F 2

F 2 = ( p p atm ) ndS
S

La pressione p diminuita dalla pressione atmosferica detta pressione relativa p r .

Considerando che luso della pressione relativa pi diffuso di quello della pressione assoluta,
nella rimanente parte di questa lezione e nelle lezioni seguenti indicheremo con p la pressione
relativa e con F la forza da essa indotta.

- 32 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Dalla relazione

F = n x sen dS
S

emerge chiaramente che la forza F ortogonale alla superficie (la direzione di F coincide con
quella di n ) diretta dal liquido verso la superficie e ha intensit F pari a

x sen dS
S
= sen xdS
S
= sen x G S = G S = p G S (NOTA 1)

ove con il pedice G si sono indicate quantit riferite al baricentro G della superficie. Da quanto
ricavato emerge inoltre che lintensit della forza esercitata dal liquido sulla superficie pu essere
ricavata moltiplicando larea della superficie per il valore della pressione (relativa) nel baricentro
della superficie stessa.

Nel seguito ricaviamo le coordinate xG , y G del baricentro di alcune semplici superfici piane

1) Rettangolo

1
h
b
h b2
1 1 b
xG = xdS = xdx dy = 2 =
SS bh 0 0 bh 2

1
1 b h2 h
b h
1
yG = ydS = ydy dx = 2 =
S bh bh 2
S 00

NOTA 1

xdS
S
detto momento statico della superficie S rispetto allasse y . Si ha quindi xdS = x G S essendo

- 33 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

2) Triangolo

h
, h
m
y = mx
y=
mh
(x b )
h mb
h ( h mb ) + b
1 2 y
yG =
S
S
ydS =
bh
0
y
m
mh ydx dy

h mb 1 2 h2 h3 ( h mb h ) 2 bh2 mbh 3bh2 2bh2 h


h
/
2
2
bh
yG = + = + = = =
bh 2 3 bh 2
y b y dy b
mh m mh /
3m 3bh 3
0

La coordinata y G non dipende dal valore di m !

Ripetendo il calcolo ruotando il triangolo facilmente verificabile che il baricentro G dista dalla
base sempre un terzo dellaltezza qualunque lato sia scelto come base.

3) Semicerchio

x = R2 y2 x = R2 y2

xG la coordinata x del baricentro della superficie S .

- 34 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

R2 y2 R
2 2
( )
R R 3
1 2 2 2 4
yG = S ydS = R 2 0 y dxdy = 2
2 y R 2 y 2 dy = 3 R y = 3 R
2 2
S R2 y2
R 0 R 2 0

Nota la direzione, il verso e il modulo della


forza F , per risolvere completamente il
problema necessario determinare la retta
di applicazione di F . La forza F deve
essere infatti equivalente alla somma delle
forze infinitesime n pdS esercitate dal
fluido sulle superfici infinitesime dS che
compongono S . F sar equivalente se avr la stessa risultante e lo stesso momento rispetto ad
un qualsiasi polo. Indicando con C il punto di incontro della retta di applicazione di F con la
superficie S si deve avere

FxC = pxdS FyC = pydS


S S

essendo (xC , y C ) le coordinate del punto C detto centro di spinta.

Le formule precedenti, insieme alla relazione

F = pd S

precedentemente ricavata, evidenziano un importante risultato: le coordinate xC , yC coincidono con


le coordinate del baricentro del cosidetto solido delle pressioni, cio di un solido, nello spazio
( x, y , p ) , individuato dallintersezione delle
superfici p = 0 e p = x sen con un cilindro a
generatrici parallele allasse p e con una
direttrice coincidente con il contorno di S (vedi
figura). E importante anche notare che il valore
Solido delle
pressioni
Baricentro del solido
delle pressioni

- 35 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

di F coincide con il volume del solido delle pressioni.

I risultati illustrati precedentemente suggeriscono una procedura semplice e rapida per il calcolo
della forza F e della sua retta di applicazione

1) Nello spazio ( x, y , p ) , con il piano ( x, y ) contenente la superficie S e lasse p a esso


ortogonale, tracciare landamento di p ( x, y ) .

2) Individuare il solido delle pressioni.

3) Scomporre il solido delle pressioni in parti di cui sia semplice valutare il volume e la posizione
del baricentro.

4) Valutare il volume Vi (i = 1,2,..., N ) delle N parti cos individuate.

5) Valutare le coordinate (xci , y ci ) dei baricentri degli N volumi.

6) Calcolare la forza F

N
F = ( Vi n )
i =1

7) Calcolare le coordinate ( xc , yc ) del centro di spinta

N N

(Vi xci ) (V y ) i ci
xC = i =1
N
; yC = i =1
N

Vi
i =1
V i =1
i

- 36 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Consideriamo le relazioni gi ottenute e discusse

FxC = pxdS FyC = pydS


S

Discende

x sen dS
2

x dS x
2 2
pxdS pxdS dS
xC = S
= S
= S
= S
= S

F S
pdS S
x sen dS xdS
S
xG S

x
2
La quantit dS il momento dinerzia della superficie S rispetto allasse y e viene indicato
S

con J yy . E inoltre noto che J yy = J yG yG + S x G , essendo J yG yG il momento dinerzia rispetto ad


2

un asse parallelo allasse y e passante per il baricentro G. Segue

J yy Sx G2 + J y G y G J yG yG
xC = = = xG +
xG S xG S xG S

Tale risultato mostra in particolare che il centro di spinta sempre a una profondit maggiore o al
pi uguale al baricentro.

In modo analogo si mostra che

yC =
pydS
S
=
xy sen dS =
xydS =
J xy
= yG +
J xG yG

pdS x sen dS xdS xG S xG S

essendo J xy e J xG yG i momenti centrifughi della superficie S rispetto agli assi x, y e ad assi a essi

paralleli passanti per il baricentro G di S .

- 37 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Resta da sottolineare che le formule precedentemente ricavate sono valide per una distribuzione
continua di p e con riferimento ad un sistema di assi coordinati tali che la pressione si annulli
nellorigine e lungo tutto lasse y .

ESERCIZI SULLA DETERMINAZIONE DELLA SPINTA SU UNA


SUPERFICIE PIANA
1) Si consideri il serbatoio in figura riempito di un liquido di densit e si determini il momento
M necessario a mantenere in equilibrio la
paratoia ABCD incernierata (e quindi in
grado di ruotare ma non traslare) lungo il
lato AD. Dati:

a = 0.5m , b = 0.7m , c = 0.2m

= 1000 Kg/m3 (acqua)

Soluzione: Si introduca il sistema di


riferimento in figura. Si ha

p = gx

- 38 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Quindi il solido delle pressioni quello


riportato nella figura seguente insieme a una
sua semplice scomposizione.

Emerge quindi che

b 2c
F = F1 + F 2 = + abc
2

Il risultato ottenuto coincide con la relazione

F = pG S

Infatti la pressione nel baricentro G della superficie pari a

b
pG = a +
2

mentre

S = bc

- 39 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Segue

b
F = abc + bc
2

che coincide con la relazione gi trovata.

Sapendo che il baricentro di un triangolo si trova a una distanza dalla base pari ad un terzo
dellaltezza e che il baricentro di un rettangolo si trova a una distanza dalla base pari a met
dellaltezza facile verificare che

x C = (F1 x C 1 + F2 x C 2 ) / F

b 2 c 2 b b 2c b 2 b b
xC = a + b + abc a + + abc = a + b + a a + a + =
2 3 2 2 2 3 2 2
b b b b b a + b b b2
b b b 2 / 12
= a + + + a a + a + = a + + a + = a + +
2 2 6 2 2 2
2 12 2 2 b
a+
2
Il valore di xC appena determinato coincide con quello ricavabile dalla relazione

S yG yG
xC = xG +
xG S

sapendo che il momento dinerzia di un rettangolo rispetto ad un asse baricentrale pari a un


dodicesimo del prodotto della base con il cubo dellaltezza.
Segue infine che la forza F ortogonale alla superficie (quindi parallela allasse z ),diretta verso la
superficie e di intensit pari a

F = ( 9.81 1000 0.5 0.7 0.2 + 9.81 1000 0.35 0.7 0.2 ) N = 1167 N

Il momento da applicare per mantenere in equilibrio la paratoia sar un vettore diretto lungo lasse
y , nel verso positivo, di modulo pari a


2
M = F (a + b xC ) = F a/ + b a/
b b / 12
2
a+
b

2

- 40 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

E facile verificare che la quantit precedente coincide con

b 2c b b b a
M = + abc = cb 2 +
2 3 2 6 2

Segue quindi

0.7 0.5
M = 9.81 1000 0.2 + Nm = 719 Nm
6 2

2) Assumendo il problema piano e di larghezza unitaria, calcolare la forza esercitata dai fluidi sulla
superficie AB. Siano 1 e 2 il peso specifico del fluido sovrastante e sottostante rispettivamente.

Kg f Kg f
Dati: 1 = 800 3 ; 2 = 1000
m m3

a = 0.5m, b = 0.3m, =
4

Soluzione: Con riferimento agli assi in figura, la

distribuzione di pressione risulta descritta da:

a
p = 1 x sen per x
sin




p = a + x a
sen per x
a
1 2
sen sen

- 41 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

E conveniente scomporre il solido delle pressioni come indicato in figura. Risulter dunque

a2 ab b2
F = 1 +1 + 2
2 sen sin 2 sen

Sostituendo i valori numerici


0.5 0.5 0.32
F = 800 2 + 0.3 + 1000 Kg f = 375Kg f

sen 2 sen
4 4

3) Assumendo il problema piano e di


larghezza unitaria, determinare il
momento M necessario a mantenere
in equilibrio la paratoia ABC
incernierata in C. Si trascuri il peso
specifico del gas (si assuma quindi
costante la sua pressione). La
pressione del gas viene misurata
attraverso il tubo manometrico
contenente il liquido di peso specifico
m rilevando il dislivello . Sia il
peso specifico del liquido allinterno
del serbatoio
Kg Kg
Dati: = 1000 f
3 , m = 13000 f
m m3
= 5cm, a = 25cm, b = 35cm

Soluzione: Il momento M un vettore ortogonale al piano del disegno (M = (0,0, M z )) e con una
componente M z negativa. Focalizziamo ora lattenzione sul calcolo del modulo di M .

- 42 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

Con riferimento alla figura la pressione p 0 nel gas pari alla pressione nel punto P1 che a sua volta

uguale alla pressione nel punto P2 . Si ha dunque

p0 = m

Sulla superficie AB la distribuzione di pressione sar dunque quella qui rappresentata

pA= p0 + a

pB = p0 + (a + b)
pB= p0 + (a + b)

Sulla superficie BC la distribuzione di


pressione sar

- 43 -
LEZIONE 8 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie piana

La forza esercitata dal liquido sulla superficie AB sar dunque orizzontale diretta da destra verso
sinistra e pari alla somma di due contributi F1 + F2

F1 = p A b = ( p 0 + a )b

b b2
F2 = ( p B p A ) =
2 2

Il primo contributo (F1 ) applicato ad una distanza da B pari a b/2, il secondo (F2 ) applicato ad
una distanza da B pari a b/3.

Sulla superficie BC la distribuzione di pressione costante e quindi il liquido eserciter una forza
diretta verticalmente verso il basso di intensit F3 tale che

F3 = p B b = [ p 0 + (a + b )]b

b
Inoltre F3 applicata ad una distanza da C pari a .
2

Il modulo di M risulter quindi

b b b b2 b3 b2 2
M = F1 + F2 + F3 = ( p0 + a ) + + p0 + ( a + b ) = p0 b2 + ab2 + b3 =
2 3 2 2 6 2 3
2 3
= 13000 0.05 ( 0.35) + 1000 0.25 ( 0.35) + 1000 ( 0.35) Kg f m = 139 Kg f m
2 2

- 44 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 9
LA SPINTA ESERCITATA DA UN FLUIDO
SU UNA SUPERFICIE GOBBA

Come illustrato nella LEZIONE 2 e nella LEZIONE 3, la forza esercitata da un fluido in quiete
su una superficie S risulta
F = p ndS
S

Mentre per una superficie piana n indipendente dalla posizione sulla superficie e quindi costante,
facilitando la valutazione dellintegrale, nel caso di una superficie gobba n risulta variabile. Non
possibile illustrare una procedura generale per la valutazione dellintegrale considerando che essa
dipende dalla forma della superficie. Consideriamo il caso particolare illustrato in figura (assunto
piano). Poniamoci lobbiettivo di determinare la forza F esercitata dal liquido di peso specifico
sulla superficie AB assunta di larghezza unitaria. In primo luogo opportuno valutare
separatamente la componente lungo la direzione x e quella lungo la direzione y .

Fx = pn x dS
S

Fy = pn y dS
S

Per valutare gli integrali conveniente utilizzare un


sistema di coordinate polari con lorigine nel punto
O . Nel generico punto P della superficie AB si ha
n = ( cos , sen )

- 45 -
LEZIONE 9 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie gobba

Inoltre dS = Rd avendo assunto la larghezza della superficie unitaria. Infine la pressione p nel
punto P risulter
p = [a + R R sen ] = a + R (1 sen )
Segue quindi
/2

[ a + R(1 sen )]( cos )Rd = (a + R )R[sen ] [cos 2 ]0 / 2 =


/2 1
Fx = 0 + R2
0
4
R 2 R
= (a + R )R = a + R
2 2
/2 /2
1
[ a + R (1 sen )]( sen )Rd = (a + R )R[cos ]
/2
Fy = 0 R sen 2
2
=
0 2 4 0
R 2
= (a + R )R
4
Nel caso in esame si riusciti facilmente a valutare gli integrali che forniscono Fx e Fy . Tuttavia

quando la geometria del problema pi complessa, la valutazione di F utilizzando lespressione

p ndS
S
pu risultare difficile.

Una procedura alternativa che spesso consente il rapido calcolo di F quella illustrata nel
seguito
- Utilizzando superfici piane e la superficie gobba in esame, isolare un volume di fluido.
- Determinare le forze F 1 , F 2 ,..., F N che il fluido allesterno del volume esercita sulle superfici
piane.
- Calcolare la forza F esercitata dal fluido sulla superficie gobba, imponendo lequilibrio del
volume isolato, su cui lesterno esercita F 1 , F 2 ,..., F N , F e la forza peso G
Risulter
N

F
i =1
i F +G = 0

Da cui
N
F = G + Fi
i =1

- 46 -
LEZIONE 9 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie gobba

Al fine di illustrare chiaramente la procedura,


applichiamola al problema considerato
precedentemente. Consideriamo il volume di
fluido delimitato dalla superficie gobba AA ' B ' B ,
dalle superfici piane AA ' O ' O , OO ' B ' B , OAB ,
O ' A' B ' .
Considerando lorientamento delle superfici piane
e indicando con i, j , k i versori degli assi x, y, z

rispettivamente, facile vedere che


F 1 = F1 i; F 2 = F2 j; F 3 = F3 k ; F 4 = F4 k

G = G j

Lequilibrio del volume considerato alla traslazione lungo i tre assi impone
Fx = F1 ; Fy = F2 G; F2 = F4 F3

avendo denotato con (Fx , Fy , Fz ) il vettore F .

Utilizzando i risultati illustrati nella LEZIONE 8 possibile determinare Fi . Si ha

R
F1 = a + R ; F2 = (a + R )R
2

4 R R 2
F3 = F4 = a + R
3 4
Inoltre
R 2
G =
4
Segue
R R 2
Fx = a + R; Fy = (a + R )R ; F =0
2 4 z

- 47 -
LEZIONE 9 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie gobba

I risultati ottenuti coincidono con quelli ricavati precedentemente.


Nel caso di una superficie gobba, il sistema equivalente alla somma delle forze infinitesime
p ndS in generale fornito da una forza e da una coppia. Per individuare la retta di
applicazione di F e il valore della coppia necessario imporre lequilibrio alla rotazione del
volume in esame. Nel nostro caso, considerando che le forze infinitesime passano per la retta
OO ' e per la simmetria del problema, si pu affermare che la forza F passa per la retta OO ' in

un punto equidistante da O e da O ' e il valore della coppia nullo.

ESERCIZI SULLA DETERMINAZIONE DELLA SPINTA SU UNA


SUPERFICIE GOBBA

1)

Si consideri il problema piano rappresentato in


figura e costituito dalla determinazione della
forza F esercitata dal fluido di peso specifico
sulla superficie AB supposta di larghezza
unitaria.

Soluzione: si consideri il volume isolato dalla superficie gobba AB e dalla superficie piana AB ,
come evidenziato nella figura accanto. Per quanto spiegato
precedentemente
F = F1 + G

Da cui
Fx = F1 = (a + R )2 R

- 48 -
LEZIONE 9 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie gobba

R2
Fy = G =
2
con
F 1 = F1 i G = G j F = Fx i Fy j

E evidente inoltre che la forza F passa per il punto O.

2) Si consideri il problema piano rappresentato in figura e costituito dalla determinazione della


forza F esercitata dal fluido di peso specifico sulla superficie AB supposta di larghezza
unitaria.
Soluzione: il modo pi rapido per
risolvere il problema quello di
considerare il serbatoio evidenziato nella
figura a lato e imporre lequilibrio del
volume tratteggiato e costituito dalla
superficie gobba AB e da quella piana
AB .

Su tale volume lesterno eserciter le seguenti


forze:
F, F 1,G

Si ha inoltre
F = ( F x , F y ); F 1 = (F1 sen , F1 cos ); G = (O , G )

Segue
F = F 1 G
F = ( F x , F y ) = ( F1 sen , F1 cos ) + (O , G )

- 49 -
LEZIONE 9 (Luglio 2002)
La spinta esercitata da un fluido su una superficie gobba

oppure
Fx = F1 sen , Fy = F1 cos + G

ove
F1 = (a + R sen )2R

R 2
G =
2

- 50 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 10
LA TENSIONE IN UN FLUIDO IN MOVIMENTO

Abbiamo visto (LEZIONE 3) che in un fluido in quiete la tensione t sempre ortogonale alla
superficie. In altre parole se un fluido in quiete
t = pn

Nei fluidi in movimento, tuttavia, la direzione di t non coincide con quella di n e in generale si
manifestano delle componenti tangenti alla superficie.
Esaminiamo la situazione rappresentata in figura: due piastre parallele fra di loro sono poste ad
una distanza d e costituiscono cos un meato riempito di un fluido di densit . La piastra
inferiore ferma mentre quella superiore viaggia con una velocit U 0 in una direzione parallela

alla piastra stessa.

- 51 -
LEZIONE 10 (Luglio 2002)
La tensione in un fluido in movimento

Introduciamo il sistema di riferimento in figura. Se misurassimo il campo di moto, ci accorgeremmo


che la velocit ha ununica componente nella direzione x che si annulla in corrispondenza y = 0 ,
assume il valore U 0 per y = d e varia linearmente con y

U0
u= y
d

Per mantenere la piastra superiore in movimento con velocit U 0 necessario applicare una forza

nella direzione x che, rapportata alla superficie della piastra, porge un valore che indicheremo con
. E evidente che il valore di uguale e contrario alla componente nella direzione x della
tensione t esercitata dal fluido sulla parete. Misure di mostrano che
1) proporzionale a U 0

2) inversamente proporzionale a d
Si ha cio
U0
~
d
La costante di proporzionalit dipende dal fluido contenuto allinterno del meato ed denominata
viscosit dinamica ( )
U0
= (NOTA 1)
d
Le dimensioni di sono quelle di una massa divisa per una lunghezza e per un tempo

[ ] = ML1T 1
mentre lunit di misura il Kg ( ms ) = Pa s , anche se talvolta viene utilizzato il centipoise

(cP ) , essendo
cP = 103 Kg ( ms )

NOTA 1
Il legame = U 0 d valido per i fluidi cosidetti newtoniani. Laria, lacqua e molti fluidi di interesse
ingegneristico sono newtoniani. Per altri fluidi il legame fra , U 0 , d pu essere pi complicato.

- 52 -
LEZIONE 10 (Luglio 2002)
La tensione in un fluido in movimento

La viscosit dinamica di un fluido, essendo una sua propriet, dipende dallo stato del fluido e
quindi dalla pressione e dalla temperatura. Per lacqua in condizioni ordinarie (pressione
atmosferica e temperatura pari a 20C)
= 1cP

Spesso si utilizza la viscosit cinematica v definita come il rapporto fra la viscosit dinamica
e la densit del fluido

v=

Le dimensioni di v sono quelle di una lunghezza al quadrato su un tempo
[v ] = L2 T

mentre lunit di misura m 2 s .


Anche la viscosit cinematica dipende da pressione e temperatura. Per lacqua in condizioni
ordinarie
v 10 6 m 2 s (NOTA 2)

Il legame = U 0 d un caso particolare di una relazione pi generale che nella geometria in


considerazione pu scriversi
du
=
dy
La tensione tangenziale pu infatti variare al variare di y . In geometrie pi complesse la
relazione fra t e il campo di moto, detta legame costitutivo, diviene pi complessa. Si rimanda lo
studente interessato a corsi successivi.

NOTA 2
Per aria secca alla pressione atmosferica e alla temperatura di 20C si ha
1 .8 10 5 Kg (ms )
5
v 1.5 10 m2 s

- 53 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 11
ANALISI DIMENSIONALE
E TEOREMA DI BUCKINGAM

I problemi a cui non siamo interessati e i problemi della fisica in generale, sono caratterizzati
dalla ricerca della dipendenza di una grandezza fisica Q0 dalle altre grandezze fisiche

Q1 , Q2 ,..., Q N coinvolte nel fenomeno in esame. In altre parole si vuole determinare la funzione

f che lega Q0 a Q1 , Q2 ,..., Q N

Q 0 = f (Q1 , Q 2 ,..., Q N )
Un esempio tipico in idrodinamica la ricerca della resistenza (forza nella direzione del moto)
incontrata da un corpo (per esempio una sfera) che avanza in fluido fermo. Utilizzando un sistema
di riferimento solidale con il corpo (vedi figura), il problema costituito dalla valutazione di R
(modulo di R ).

- 55 -
LEZIONE 11 (Luglio 2002)
Analisi dimensionale e teorema di Buckingam

E evidente che il valore di R sar influenzato


- dalle caratteristiche del fluido (nel caso in esame dalla densit e dalla viscosit cinematica v )
- dalle dimensioni della sfera (il diametro D )
- dalla velocit con cui il fluido investe la sfera (U 0 )

Si cercher quindi di valutare la funzione f tale che


R = f ( , v , D , U 0 )
E evidente che la funzione f di cui sopra un caso particolare di quella scritta inizialmente
Q 0 = f (Q1 , Q 2 ,..., Q N )
con
Q0 = R , N = 4, Q1 = , Q 2 = v, Q3 = D , Q4 = U 0

Alcune volte possibile risolvere il problema in esame risolvendo le equazioni che governano il
fenomeno. In tal caso possibile fornire unespressione analitica di f . In altri casi ci non
possibile e il legame fra Q1 , Q2 ,..., Q N pu essere cercato solo attraverso esperienze di laboratorio.

Se il valore di N elevato il numero di esperimenti da eseguire risulta estremamente alto. In tale


situazione utile il teorema di Buckingam, detto anche teorema .

Teorema
Il teorema stabilisce che la relazione
Q 0 = f (Q1 , Q 2 ,..., Q N )

fra N + 1 grandezze fisiche pu essere trasformata in una nuova relazione fra N + 1 M numeri
adimensionali

0 = f ( 1 , 2 ,..., N M )

- 56 -
LEZIONE 11 (Luglio 2002)
Analisi dimensionale e teorema di Buckingam

essendo M (NOTA 1) il numero massimo di grandezze dimensionalmente indipendenti che pu


essere individuato allinterno delle N + 1 grandezze Q0, Q1 ,..., Q N e i numeri adimensionali.

Dimostrazione:
Si voglia trasformare la relazione
Q 0 = f (Q1 , Q 2 ,..., Q N )
- Si scelga il massimo numero M di grandezze dimensionalmente indipendenti.
Non si perde di generalit se si suppone che le grandezze scelte siano Q1, Q2 ,..., QM .

- Si individui il monomio Q1 0 Q 2 0 Q 3 0 ... Q M 0 che abbia le stesse dimensioni di Q0 .

Dalla definizione di M e di grandezze dimensionalmente indipendenti i valori 0 , 0 , 0, ..., 0

non sono tutti nulli.


- Si divida la relazione di partenza sia a destra che a sinistra per Q1 0 Q 2 0 Q 3 0 ... Q M 0 . Si avr

Q0
= 0 = f 0 (Q1 , Q 2 ,..., Q N )
Q1 Q 2 0 ...Q M 0
0

E evidente che il termine a sinistra della relazione precedente un rapporto adimensionale.


- Si individui il monomio Q1 M +1 Q 2 M +1 ... Q M M +1 che abbia le stesse dimensioni di Q.M +1

- Laddove nella funzione f 0 (evidentemente diversa da f ) compare QM +1 si sostituisca

QM +1
M +1 M +1 M +1
Q1 M +1 Q2 M +1 ...QM M +1 = M +1 Q1 M +1 Q2 M +1 ...QM M +1
Q1 Q2 ...QM
segue dunque
0 = f1 (Q1 , Q2 ,..., QM , M +1 , QM + 2 ,..., QN )

NOTA 1
M grandezze si dicono dimensionalmente indipendenti se il monomio
Q1 Q 2 Q 3 ... Q M
avente dimensioni nulle, implica
= 0, = 0, = 0, ..., = 0
Se esistono valori , ,..., diversi da zero e tali che il monomio
Q1 Q 2 Q 3 ... Q M
ha dimensioni nulle, allora le M grandezze sono dimensionalmente dipendenti.
Il valore massimo di M dipende dalla natura del fenomeno. In particolare se il fenomeno geometrico
M = 1 , se il fenomeno cinematico M = 2 , se il fenomeno di natura dinamica M = 3 e cos via.

- 57 -
LEZIONE 11 (Luglio 2002)
Analisi dimensionale e teorema di Buckingam

- Si ripeta il punto precedente per QM + 2 , QM + 3 ,..., QN per giungere alla relazione

0 = f N M (Q1 , Q2 ,..., QM , M +1 , M + 2 ,..., N )

- Cambiando lunit di misura della sola Q1 (procedura possibile essendo Q1 , Q2 ,..., QM grandezze
dimensionalmente indipendenti), i valori di 0 , M + 1 , M + 2 ,..., N non cambiano essendo

i numeri adimensionali. Neanche i valori di Q2 , Q3 ,..., QM cambiano non essendo variate le

loro unit di misura. Segue quindi che la funzione f N M non pu dipendere esplicitamente da

Q1 .
- Cambiando lunit di misura Q2 e seguendo il ragionamento esposto al punto precedente si
conclude che f N M non pu dipendere esplicitamente da Q2 .

- Analogalmente si pu concludere che f NM non dipende esplicitamente da Q3 , Q4 ,..., QM


- E possibile quindi concludere che
Q 0 = f 0 (Q1 , Q 2 ,..., Q N )
si trasforma in
0 = f ( 1 , 2 ,..., N M )
come si voleva dimostrare.
Lutilit del teorema emerge chiaramente applicandolo allesempio considerato
precedentemente.
R = f ( , v , D , U 0 )

Essendo il problema di natura dinamica M = 3 .


Scegliamo , U 0 , D come grandezze dimensionalmente indipendenti.

In primo luogo verifichiamo che , U 0 , D siano dimensionalmente indipendenti, cio che il


monomio
U 0 D
con dimensioni nulle implichi = 0, = 0, = 0 . Si ha

[ ] = ML3 ; [U 0 ] = LT 1 ; [D ] = L
segue dunque
[
]
U 0 D = M L 3 L T L

- 58 -
LEZIONE 11 (Luglio 2002)
Analisi dimensionale e teorema di Buckingam

[ ]
Dunque U 0 D = 0 se e solo se

=0
3 + + =0
=0
Il sistema algebrico lineare precedente omogeneo e il determinante della matrice dei coefficienti
diverso da zero: la soluzione allora quella identicamente nulla. E quindi possibile concludere che
, U 0 , D , sono grandezze dimensionalmente indipendenti

Cerchiamo ora il monomio U 0 D che ha le stesse dimensioni di R . Sapendo che

[R ] = MLT 2

Si ottiene
M L 3 L T
L = MLT 2

=1 =1
3 + + =1 = 2
= 2 =2

Dunque la relazione iniziale pu essere scritta nella forma

= f 1 ( , U 0 , D , v )
R
U 02 D 2
Cerchiamo ora il monomio U 0 D che ha le dimensioni di v . Sapendo che

[v ] = L2T 1

Si ottiene

M L 3 L T
L = L 2 T 1

=0 =0
3 + + = 2 =1
= 1 =1
Si pu quindi concludere

R v
= f 2
U D 2
0
2
U 0 D

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LEZIONE 11 (Luglio 2002)
Analisi dimensionale e teorema di Buckingam

v
Per motivi storici invece del numero adimensionale si ritiene che R dipenda da
U0D U 02 D 2

U0D
v
Dunque
R U D
= f 0
U D2
0
2
v
U0D
Il numero detto numero di Reynolds e viene usualmente indicato con Re
v
U0D
Re =
v

Il numero R detto numero di Newton e viene usualmente indicato con Ne


U 02 D 2
Applicando il teorema si trasformato il problema iniziale, che prevedeva la determinazione
della funzione f di 4 variabili indipendenti, sulla determinazione della funzione f che dipende da
una sola variabile indipendente con chiaro e indubbio vantaggio.

IL TEOREMA NEI PROBLEMI DI IDRODINAMICA


Nei problemi idrodinamici, oltre al numero di Newton (Ne) e al numero di Reynolds (Re), possono
comparire altri numeri adimensionali. I pi comuni sono
- Il numero di Fronde
U0
Fr =
gD

che compare qualora il fenomeno sia influenzato anche dalla accelerazione di gravit
- Il numero di Mach
U0
Ma =

che compare qualora il fenomeno sia influenzato dalla comprimibilit del fluido
- Il numero di Weber

DU 02
We =

che compare qualora il fenomeno sia influenzato dalla tensione superficiale.

- 60 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 12
SIMILITUDINE E MODELLI

Consideriamo nuovamente il problema descritto nella LEZIONE 11: un fluido di densit e


viscosit cinematica v investe una sfera di diametro D con una velocit U 0

La forza che il fluido esercita sulla sfera nella direzione del moto risulta esprimibile nella forma
(vedi teorema )
U D
R = U 02 D 2 f 0
v
che spesso viene riscritta nella forma

D2 U D
R= U 2
0CD 0
2 4 v
8
ove CD = f detto coefficiente di resistenza e risulta evidentemente funzione di Reynolds.

- 61 -
LEZIONE 12 (Luglio 2002)
Similitudine e modelli

Emerge chiaramente che per conoscere R necessario conoscere il valore di C D per il valore
del numero di Reynolds caratteristico del problema.
Se ad esempio pensiamo la sfera come lapprossimazione di una batisfera investita da una
corrente oceanica di intensit pari a 0 .2 m s e supponiamo che D sia pari a 2 m, il numero di
Reynolds risulter pari a
2 0.2
Re = 6
= 4 105
10
Nel caso in esame dovremo dunque valutare C D per tale valore di Re. Ci per non comporta la
misura della forza esercitata sulla batisfera (D = 2m ) da una corrente di 0 .2 m s . E infatti
possibile misurare C D utilizzando un modello, cio una sfera molto pi piccola, a patto di
aumentare U 0 in modo tale che il numero di Reynolds rimanga inalterato. Indicati con il pedice
m le grandezze relative al modello deve risultare
U 0 D U 0m Dm
=
v vm
Utilizzando nel modello, come di solito avviene, lo stesso fluido del problema originale si ha
U 0m D
=
U0 Dm

Dm U
Tale risultato indica che se il rapporto pari a 1 , il rapporto 0 m dovr essere
D 10 U0

pari a 10. Il valore ricercato di C D sar dunque pari a 8 Rm (U 2


om D m2 )

Consideriamo ora un problema lievemente diverso:


la batisfera si trova in prossimit della superficie libera a una profondit pari a h

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LEZIONE 12 (Luglio 2002)
Similitudine e modelli

Analizzando il problema risulta chiaramente che il valore di R sar influenzato anche dal
valore di h e dal valore dellaccelerazione di gravit g . La presenza della sfera in prossimit
della superficie libera genera infatti unonda la cui evoluzione dipende da g
R = f ( , U 0 , D , v, g , h )
Applicando il teorema si ottiene
D2 h
R= U 02 C D Re, Fr ,
2 4 D
essendo
U 0D U0
Re = ; Fr =
v gD

h
In questo problema per determinare R necessario valutare C D per i valori di Re, Fr,
D
propri del problema originale. Vediamo se possibile utilizzare un modello.
Lm T
Per semplicit indichiamo = la scala di riduzione delle lunghezze e con = m la scala
L T
di riduzione dei tempi. La scala di riduzione di ogni altra grandezza cinematica deriva dalla
conoscenza di e . Infatti
U m Lm T
= = =
U L Tm

La scala di riduzione delle velocit pari dunque a . Similmente possibile determinare

per esempio la scala di riduzione delle accellerazioni. Una corretta modellazione del fenomeno

impone che i valori del numero di Reynolds, del numero di Froude e il rapporto h del
D
prototipo e del modello risultino uguali. E evidente che se il modello ridotto in scala, il
hm h
rapporto risulta uguale al rapporto .
Dm D
Vediamo ora cosa emerge imponendo
Re=Rem
Utilizzando nel modello lo stesso fluido del prototipo si ha
2
L2 L2m T L
= = m = m = 2
T Tm T L

- 63 -
LEZIONE 12 (Luglio 2002)
Similitudine e modelli

Stabilita la scala di riduzione delle lunghezze , luguaglianza dei numeri di Reynolds del
modello e del prototipo determina la scala di riduzione dei tempi pari a 2 e
conseguentemente le scale di riduzione di tutte le altre grandezze cinematiche .
Ad esempio

= = 2 = 1

Vediamo ora cosa segue imponendo
Fr = Frm

L2 Lm Tm Lm 1
= = = = 2
T L Tm Lm T L

Stabilita la scala di riduzione delle lunghezze , luguaglianza dei numeri di Froude del
1
modello e del prototipo determina la scala di riduzione dei tempi pari a 2 .
Emerge che utilizzando nel modello lo stesso fluido del prototipo impossibile mantenere
inalterati i valori di tutti i numeri adimensionali che influenzano il fenomeno. E infatti
possibile mantenere inalterato il valore di un solo numero adimensionale.
Se si mantiene inalterato il numero di Reynolds si effettuer una similitudine di Reynolds . Se
viceversa si manterr inalterato il numero di Froude si effettuer una similitudine di Froude.
In funzione del problema in esame potranno essere considerate similitudine di Mach, Weber,
E evidente che si sceglier di effettuare una certa similitudine invece di unaltra in funzione
dellimportanza degli effetti rappresentati dai diversi numeri.
- Se gli effetti viscosi sono i pi rilevanti si sceglier di effettuare una similitudine di Reynolds
- Se gli effetti gravitazionali sono i pi rilevanti si sceglier di effettuare una similitudine di
Froude
-
Resta da sottolineare che luguaglianza fra il numero di Newton del prototipo e quello del
modello fissa la scala di riduzione delle forze
Ne = Nem
Utilizzando nel prototipo e nel modello lo stesso fluido
4 2
F F F L T
4 2
= 4 m 2 = m = m m = 4 2
LT L m Tm F L T

- 64 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 13
DESCRIZIONE DEL MOTO DEI FLUIDI

Consideriamo un volume di fluido V (t ) in


movimento che allistante iniziale t=0
occupa la regione V0 .

Sia (x1 , x 2 , x3 ) un sistema cartesiano di

riferimento fisso nello spazio e ( X 1 , X 2 , X 3 ) un

secondo sistema di riferimento inizialmente


coincidente con ( x1 , x 2 , x3 ) ma che si deforma nel
tempo essendo solidale con il fluido.

Una qualunque grandezza F del fluido (ad esempio la densit ) pu essere descritta fornendo
la funzione f1
F = f1 (X 1 , X 2 , X 3 , t )

o fornendo la funzione f 2
F = f 2 (x1 , x 2 , x 3 , t )

Nel primo caso (descrizione lagrangiana), fissando i valori di X 1 , X 2 , X 3 , si ottiene una funzione

che descrive la variazione di F di una particolare particella fluida al variare del tempo sapendo che
quella particella fluida occuper posizioni diverse nello spazio al trascorrere del tempo.
Nel secondo caso (descrizione euleriana), fissando i valori di x1 , x 2 , x3 , si ottiene una funzione che
descrive la variazione di F in un punto dello spazio che al variare del tempo sar occupato da
particelle diverse.

- 65 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

Le funzioni f1 e f 2 sono chiaramente diverse e sono legate fra di loro dal moto del fluido. In
particolare nota la funzione f 2 possibile ricavare f1 se sono note le funzioni
x1 = 1 ( X 1 , X 2 , X 3 , t )

x2 = 2 (X 1 , X 2 , X 3 , t )

x3 = 3 ( X 1 , X 2 , X 3 , t )

queste ultime descrivono il moto delle particelle fluide. In particolare fissato il valore di X 1 , X 2 , X 3

le funzioni 1 , 2 , 3 descrivono la traiettoria di una particella fluida. Siccome una particella fluida

non pu occupare due posizioni diverse allo stesso tempo e due particelle fluide non possono
occupare la stessa posizione, le funzioni 1 , 2 , 3 sono invertibili e in particolare si possono
ottenere le funzioni
X 1 = 1 ( x1 , x 2 , x 3 , t )

X 2 = 2 ( x1 , x 2 , x 3 , t )

X 3 = 3 ( x1 , x 2 , x 3 , t )

Le funzioni 1 , 2 , 3 consentono a loro volta di determinare f 2 nota la funzione f1 .

Essendo f 1 diversa da f 2 , evidente che la derivata di f 1 rispetto al tempo sar diversa dalla
derivata parziale rispetto al tempo di f 2
f 1 f 2

t t

In particolare
f1 descrive come cambia nel tempo la grandezza F di una particella fluida che
t

si muove nello spazio. La funzione f 2 descrive invece come varia F in un punto dello spazio
t
che al trascorrere del tempo sar occupato da particelle fluide diverse.
Per descrivere il moto dei fluidi si usa in generale un approccio euleriano, cio si assegna o si
ricerca la funzione
F = f 2 (x1 , x 2 , x 3 , t )

F f
e si indica con la funzione 2 .
t t

- 66 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

f1 dF
Certi concetti della fisica richiedono tuttavia la valutazione di che indicheremo con .
t dt
F
detta derivata locale.
t

dF
detta derivata totale o materiale o sostanziale.
dt

dF
Considerando che spesso necessario valutare e che F usualmente assegnata come funzione
dt
f1
di x1 , x 2 , x3 , t necessario individuare una semplice procedura per valutare nota f2 .
t

Considerando che f1 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) uguale a

f 2 (1 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) , 2 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) , 3 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) , t )

dF f1
= = f 2 (1 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) , 2 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) , 3 ( X 1 , X 2 , X 3 , t ) , t ) =
dt t t X

f 2 f 2 1 f 2 2 f 2 3
= + + +
t x1 t x2 t x3 t

1 2 3
Notando che , , sono le tre componenti della velocit delle particelle fluide, dalla
t t t
formula precedente si ottiene

dF F F F F
= + v1 + v2 + v3
dt t x1 x2 x3

dF F
= + v F
dt t

- 67 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

La derivata materiale dunque fornita dalla somma della derivata locale pi il cosidetto termine
convettivo pari al prodotto scalare fra le velocit e il gradiente di F . (NOTA 1)

NOTA 1
Assegnata la funzione scalare F ( x1 , x 2 , x 3 , t ) , il gradiente di F , indicato con F , un vettore le
cui componenti sono cos definite

F F F
F = , ,
x1 x 2 x 3

Assegnata la funzione vettoriale F ( x1 , x 2 , x 3 , t ) che corrisponde a tre funzioni scalari


F = (F1 ( x , t ), F 2 ( x , t ), F 3 ( x , t )) , la divergenza di F , indicata con F , uno scalare cos
definito

F1 F 2 F3
F = + +
x1 x 2 x3

Il rotore di F , indicato con F , un vettore cos definito

i j k

F F2 F F1 F 2 F1
F = = i 3 j 3 + k
x1 x 2 x3 x 2 x3 x1 x 3 x1 x 2

F1 F2 F3

Assegnati due vettori a, b (a = (a1 , a 2 , a3 ), b = (b1 , b2 , b3 )) il prodotto scalare cos definito


c = a b = a1b1 + a2b2 + a3b3

il prodotto vettoriale cos definito

i j k

c = ab = = i (a 2 b 3 a 3 b 2 ) j (a 1 b 3 a 3 b1 ) + k (a 1 b 2 a 2 b1 )
a1 a2 a3

b1 b2 b3

- 68 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

ALCUNE GRANDEZZE CINEMATICHE


Utilizzando un approccio euleriano, il moto di un fluido viene descritto assegnando il vettore
velocit v come funzione di x e del tempo t :

v = v ( x, t )

v1 = v1 ( x1 , x2 , x3 , t )
v2 = v2 ( x1 , x2 , x3 , t )
v3 = v3 ( x1 , x2 , x3 , t )

Il calcolo dellaccelerazione a pu essere semplicemente eseguito valutando la derivata


materiale di v
dv dv v v v v
a= a1 = 1 = 1 + v1 1 + v2 1 + v3 1
dt dt t x1 x 2 x3

dv2 v2 v v v
a2 = = + v1 2 + v2 2 + v3 2
dt t x1 x2 x3

dv3 v3 v v v
a3 = = + v1 3 + v2 3 + v3 3
dt t x1 x 2 x3

d v v
= + (v ) v
dt t
Le traiettorie, che sono un concetto tipicamente lagrangiano, possono essere calcolate
integrando lequazione
d x = v ( x , t ) dt

note le posizioni iniziali delle particelle fluide.


Le linee di corrente sono definite come quelle linee che in ogni punto sono tangenti, al vettore
velocit. Esse si ricavano integrando lequazione
d x v ( x, t ) = 0

- 69 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

LA DERIVATA MATERIALE DI UNA GRANDEZZA INTEGRATA


SU UN VOLUME MATERIALE
Nello studio del moto dei fluidi spesso necessario calcolare lintegrale di una certa grandezza
F su un volume di fluido in moto e valutare la sua derivata materiale (fatta cio seguendo il moto della
massa fluida) utilizzando un approccio euleriano, cio considerando un volume fisso nello spazio. In
altre parole necessario valutare

d
dt ( )FdV
V t

considerando un volume non in movimento

Per esempio la massa M associata a un volume di fluido in movimento

M = dV
V (t )

Infatti dalla definizione stessa di densit, la massa infinitesima associata a un volume infinitesimo
dV sar dV . Per determinare la massa di V necessario sommare tutti i contributi e quindi

integrare su tutto il volume V (t ) . Il principio di conservazione della massa impone poi che la massa
M associata al volume V (t ) di fluido in movimento rimanga costante.

E necessario dunque imporre

d
dt dV
V (t )
=0

Tale calcolo risulta difficile da effettuarsi pur


essendo nota la funzione ( x1 , x 2 , x 3 , t ) ,

considerato che il volume V (t ) mobile. E

pertanto utile trasformare lintegrale di cui sopra


in uno da effettuarsi su un volume fisso nello
spazio. Vediamo come ci possibile.

- 70 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

Consideriamo il volume V (t ) al tempo t 0 e denotiamolo con V0 . Indichiamo con S 0 la sua


frontiera . Consideriamo quindi il volume
allistante t 0 + t e indichiamolo con V .

Sia S la frontiera di V . Il volume V


sar quasi coincidente con V0 , essendo
trascorso un tempo piccolo (a rigori
infinitesimo) t . Rispetto a V0 , il

volume V avr in pi il volume


tratteggiato e in meno il volume
punteggiato. Cerchiamo di quantificare
tale differenza. Con riferimento alla figura accanto consideriamo una parte infinitesima di S 0 e

denotiamola con dS 0 . Sia n la normale alla superficie uscente per convenzione dal volume V0 .

Se indichiamo con v la velocit del fluido valutata sulla superficie infinitesima dS 0 , dopo un

tempo piccolo t , la particella fluida che si


trovava su dS 0 si sar spostata nello spazio di

una quantit v t . Essendo dS 0 una superficie


infinitesima si possono trascurare le differenze
di velocit fra le diverse particelle fluide che si
trovano su dS 0 . Il volume di fluido che ha

attraversato dS 0 nellintervallo di tempo t e

che occuper il volume delimitato da dS , dS 0


e da una superficie cilindrica con generatrici
parallele a v t (vedi figura) sar dunque

dS 0 ( v n ) t

Tale volume sar positivo se v n positivo (se


cio il fluido esce da V0 ), mentre sar negativo se

v n negativo (se cio il fluido entra in V0 ).

- 71 -
LEZIONE 13 (Luglio 2002)
Descrizione del moto dei fluidi

La differenza fra il volume V e il volume V0 sar dunque

(v n ) t dS 0
S0

Vediamo ora di valutare

d
dt V t
( )FdV

ad un generico tempo t 0 . Applichiamo la definizione di derivata

F ( t0 + t ) dV F ( t ) dV
0 0

d
FdV = lim
dt
=
V V0

t 0 t
V (t ) t0

F (t 0 + t ) dV0 + F (t 0 + t ) ( v n ) tdS 0 F ( t ) dV
0 0

= lim =
V0 S0 V0

t 0 t

F
F ( t ) + t
0 t dV0 +

F (t 0 + t ) ( v n ) tdS 0 F ( t ) dV0 0
t0
= lim =
V0 S0 V0

t 0 t

F
= dV0 + F ( t0 ) ( v n ) dS 0
t t0
V0 S 0

Si quindi dimostrato (dimostrazioni pi rigorose sono disponibili nei libri di testo) il teorema del
trasporto


d F
dt FdV

=
t
dV 0 + F (t ) (v n )
0 dS 0
V (t ) t = t0 V0 t = t0 S0

essendo V0 un volume fisso nello spazio che nellistante in considerazione coincide con il volume

mobile V .

- 72 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 14
I PRINCIPI DELLA MECCANICA DEI FLUIDI

Il moto dei fluidi controllato da alcuni principi fondamentali della fisica. Enuncieremo nel
seguito:
- il principio di conservazione della massa
- il principio della quantit di moto
- il principio del momento della quantit di moto
che verranno utilizzati nel corso

- IL PRINCIPIO DI CONSERVAZIONE DELLA MASSA


La massa associata ad un volume materiale di fluido costante nel tempo

- IL PRINCIPIO DELLA QUANTITA DI MOTO


La derivata rispetto al tempo della quantit di moto di un volume materiale di fluido uguale
alla risultante delle forze che lesterno esercita sul volume di fluido

- IL PRINCIPIO DEL MOMENTO DELLA QUANTITA DI MOTO


La derivata rispetto al tempo del momento della quantit di moto di un volume materiale di
fluido uguale al momento risultante delle forze che lesterno esercita sul volume di fluido

Vediamo ora a quali equazioni conducono i principi enunciati precedentemente

- 73 -
LEZIONE 14 (Luglio 2002)
I principi della meccanica dei fluidi

IL PRINCIPIO DI CONSERVAZIONE DELLA MASSA


Dalla definizione stessa di densit, la massa
infinitesima associata al volume infinitesimo
dV
dV
La massa del volume materiale V (t )
dunque fornita dalla somma dei contributi
derivanti da tutti i volumi infinitesimi che
compongono V (t ) . Si ha dunque

M (t ) = dV
V (t )

e il principio di conservazione della massa impone la costanza di M

d
dt dV = 0
V (t )

Utilizzando il teorema del trasporto si pu anche scrivere


t
dV0 + ( v n ) dS 0 =0
V0 S0

Per quanto esposto nella LEZIONE 13 la quantit

(v n ) dS
S0
0

rappresenta la massa di fluido che attraversa la superficie S 0 nellunit di tempo. Tale quantit
detta portata massica. Il principio della conservazione della massa impone che


(v n )dS
S
0 =
V0
t
dV 0

In altre parole la portata massica deve uguagliare la derivata temporale della massa contenuta
allinterno di V0 cambiata di segno.

In particolare se la densit del fluido costante, essendo inoltre V0 costante, la portata massica

associata a S 0 deve annullarsi. Tanto fluido entra in V0 , tanto deve uscire, non essendo possibile

che il fluido si accumuli in V0 per variazioni di densit.

- 74 -
LEZIONE 14 (Luglio 2002)
I principi della meccanica dei fluidi

IL PRINCIPIO DELLA QUANTITA DI MOTO


Come discusso nel punto precedente la massa
infinitesima associata al volume dV risulta pari a
dV
La quantit di moto della massa dV sar
vd V
Si noti che la quantit di moto una grandezza
vettoriale la cui direzione e verso coincidono con
quelli di v . La quantit di moto del volume V (t )
sar dunque fornita da

vd V
V

Il principio della quantit di moto impone dunque

d
dt vd V = f dV + td S
V (t ) V (t ) S (t )

dove le forze che lesterno esercita su V sono state suddivise in forze di massa e forze di superficie
(vedi LEZIONE 2). Utilizzando il teorema del trasporto si pu anche scrivere

(v)
t
dV0 + v ( v n ) dS 0 = f dV 0 + tdS 0
V0 S0 V0 S0

o in forma compatta
I +M =G+

Dove
(v)
I= t
d V0 il termine di inerzia locale
V0

M = v ( v n ) dS 0 il flusso di quantit di moto attraverso S 0


S0

- 75 -
LEZIONE 14 (Luglio 2002)
I principi della meccanica dei fluidi

G= f dV
V0
0 la risultante delle forze di massa sul volume V0 . Nel caso di campo

di forze gravitazionali G corrisponde al peso di V0

= tdS 0 la risultante delle forze di superficie sulla superficie S 0


S0

Si noti che spesso il termine M viene suddiviso in due contributi

M = Mu Mi
dividendo la superficie S 0 in due parti. Nella prima v n positivo e il fluido esce da V0 , nella

seconda v n negativo e il fluido entra in V0 . M u rappresenta quindi il flusso di quantit di moto

in uscita mentre M i quello in ingresso. Resta da sottolineare che sia M u che M i sono quantit
vettoriali la cui direzione coincidente con quella della velocit v . Segue che M i un vettore
opposto a M i .

IL PRINCIPIO DEL MOMENTO DELLA QUANTITA DI MOTO


Procedendo come nei punti precedenti, il
principio del momento della quantit di moto
fornisce

x ( f )
d
x ( v ) dV = dV +
dt
V (t ) V (t )

x td S
S (t )

o applicando il teorema del trasporto


t x ( v ) dV + ( x v ) ( v n ) dS
0 0 =
V0 S0

= x ( f ) dV + x t
0 dS 0
V0 S0

- 76 -
LEZIONE 14 (Luglio 2002)
I principi della meccanica dei fluidi

Per concludere questa lezione illustriamo una semplice applicazione del principio della quantit
di moto in forma integrale che dimostra la capacit della relativa equazione di consentire la
soluzione di problemi anche complessi.
Si consideri un getto che orizzontalmente va a
urtare una superficie verticale. Siano U 0 e
la velocit del fluido nel getto e la sezione di
questultimo (vedi figura). Si cerchi la forza
F che il getto esercita sulla superficie.
Soluzione: il problema pu essere risolto
utilizzando lequazione del principio della
quantit di moto in forma integrale
I+M u M i =G+

Per procedere necessario in primo luogo individuare il volume V0 . E evidente che lequazione
precedente vale qualunque volume si scelga, ma una scelta opportuna consente la soluzione del
problema mentre altre scelte non conducono a utili espressioni. Per risolvere il problema in esame
consideriamo il volume (detto il
controllo) tratteggiato in figura e
introduciamo un sistema ( x, y , z ) di
riferimento. Notiamo inoltre che per la
simmetria del problema la forza F sar
diretta lungo lasse x . E conveniente
quindi proiettare lequazione del
principio della quantit di moto lungo la
direzione x
I x + M ux M ix = G x + x
Assumendo il problema stazionario il termine
(u )
Ix =
V0
t
dV 0

sar nullo. Si noti che V stato espresso come (U,V,W).

- 77 -
LEZIONE 14 (Luglio 2002)
I principi della meccanica dei fluidi

Se inoltre assumiamo che lasse z sia verticale, il vettore G sar parallelo a z e quindi il termine

Gx = g
V0
x dV 0

sar anchesso nullo.


Notiamo ora che dalle superfici BC e AF non esce n entra della massa in quanto v e n sono

ortogonali. Si ha un flusso di massa e quindi di quantit di moto solo attraverso AB , CD e EF . In


particolare la superficie AB contribuisce a M i mentre le superfici CD e EF contribuiscono a
M u . Infine, notando che il vettore velocit del fluido in uscita parallelo allasse y ( evidente che
il fluido che attraversa le superfici CD e EF si muove parallelamente alla superficie rigida), si
pu concludere che
M ux = 0
Risulta inoltre

M ix = U d = U 02
2
0

essendo la velocit del fluido un ingresso pari a U 0 e uniformemente distribuita su .

Come detto precedentemente rappresenta la risultante delle forze di superficie che lesterno
esercita sul fluido contenuto allinterno di V0 . Sulle superfici AB , BC , CD , EF e FA la
pressione relativa nulla e non esistono (o sono trascurabili) le tensioni tangenziali. Segue quindi
che pari a F (principio di azione e reazione) e in particolare
x = Fx
Si pu quindi concludere
U 02 = F x
oppure

F x = U 02

Il problema illustrato verr poi ripreso nel seguito per illustrare come sia possibile estrarre energia
dal getto e trasformarla in lavoro.

- 78 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 15
LE CORRENTI FLUIDE

Lo studio del moto dei fluidi nel caso generale estremamente complesso e la scrittura delle
equazioni necessarie a determinare il campo di moto e lo stato di tensione cos come la
descrizione delle tecniche di soluzione di tali equazioni sono argomenti propri dei corsi della
laurea specialistica. Ci limiteremo qui ad analizzare un caso particolare ma molto frequente e di
notevole rilevanza applicativa che quello delle correnti.
Le correnti fluide sono definite come un moto in cui la velocit sensibilmente parallela a una
direzione che facile individuare. Con il termine sensibilmente accettiamo che la direzione
della velocit si discosti localmente da quella della corrente anche se gli angoli formati da v e

dalla direzione della corrente devono essere comunque piccoli e tali da poter essere trascurati. Si
dice anche che una corrente un moto quasi indirezionale.
Definiamo ora alcune grandezze tipiche delle correnti:
- Sezione della corrente:
La sezione di una corrente la superficie individuata dallintersezione di un piano ortogonale
alla direzione della corrente con il dominio fluido.
- Asse della corrente e ascissa curvilinea s
Lasse della corrente il luogo geometrico dei baricentri delle diverse sezioni. E possibile
introdurre unascissa curvilinea s lungo lasse della corrente.
- Portata volumetrica della corrente: Q
La portata volumetrica della corrente definita come il flusso di volume (di fluido) attraverso
la generica sezione

Q= (v n ) d

- 79 -
LEZIONE 15 (Luglio 2002)
Le correnti fluide

Abbiamo gi visto (LEZIONE 13) che considerando


una superficie infinitesima (in questo caso d ) di
normale n , il volume di fluido che attraversa d nel

tempo dt fornito dallespressione ( v n ) dtd ,


avendo assunto che tutte le particelle fluide che si
trovano su d allistante iniziale si muovono con la
stessa velocit v e percorrono la distanza vdt nel

tempo dt . Definito il flusso come il volume che


attraversa la superficie rapportato al tempo deriva

Q= (v n ) d

- Portata massica della corrente: Qm


La portata massica della corrente definita come il flusso di massa (di fluido) che attraversa la
generica sezione

Qm = (v n ) d

- Portata ponderale della corrente: Q p

La portata ponderale della corrente definita come il flusso di peso (di fluido) che attraversa la
generica sezione

Qp = g (v n ) d

- La velocit media sulla sezione: U


Muovendosi allinterno di una sezione, la velocit assume valori diversi. E quindi utile definire il
valore medio che la velocit assume su . Considerando che la velocit sensibilmente
ortogonale a opportuno considerare solo la componente di v perpendicolare a . Si ha
quindi
1

U = v n d

- 80 -
LEZIONE 15 (Luglio 2002)
Le correnti fluide

Nei moti laminari (si rimanda ai corsi di laurea specialistica per una definizione precisa del

regime di moto laminare e di quello turbolento) la velocit si discosta anche sensibilmente da U


mentre nei moti turbolenti la distribuzione di velocit sulla sezione tende ad essere molto piatta e
pari ad U .

- Il carico piezometrico h
Nella LEZIONE 4 stato definito il carico piezometrico h come somma della quota z e della
quantit p e si visto che in un fluido in quiete h risulta costante. E possibile dimostrare
(anche se ci non verr qui fatto) che il valore di h non varia muovendosi su una sezione, mentre
h varia al variare di s . E quindi possibile attribuire un valore di h alla sezione.
p
h= z+

- il carico totale H
v2 v v
Al carico piezometrico h possibile aggiungere la quantit = detta carico cinetico e
2g 2g
ottenere il carico totale. E facile vedere che il carico cinetico rappresenta lenergia cinetica del
fluido per unit di peso, cio lenergia cinetica di una massa di fluido divisa per il peso del fluido.
Analogamente possibile vedere che il termine z del carico piezometrico rappresenta lenergia
potenziale per unit di peso.

- 81 -
LEZIONE 15 (Luglio 2002)
Le correnti fluide

Il termine p , detto carico di pressione, rappresenta unenergia per unit di peso non posseduta

p v2
dai corpi rigidi. Dimensionalmente h , H , z , , sono delle lunghezze e si misurano in
2g
metri nel sistema metrico internazionale.
Siccome la velocit non costante sulla sezione opportuno definire il carico totale H mediato
sulla sezione

1 v2 1 v2
H = h + d = h + d
2g 2g

Tenendo conto che la componente della velocit normale alla superficie pu essere scritta come
somma di U pi uno scarto u che per definizione ha media nulla sulla sezione
vn =U +u
con
1

ud = 0

si ha
2
u 2
2 u
( )
1 v2 1 1 2 1 1 U2 1
2g
d =
2g
U + u d =
2g
U

1 +
U
d =
2g 1 + U d

( ) 2
Essendo in generale u U e quindi u U 1 si pu scrivere

U2
H h+
2g
- Flusso di energia meccanica di una corrente
Nei punti precedenti abbiamo visto che a una corrente possiamo associare una portata di fluido
cio un flusso di volume. Q rappresenta il volume di fluido che attraversa nellunit di tempo.
Al volume di fluido che attraversa possiamo associare una massa, un peso ed evidentemente
unenergia. Possiamo quindi definire il flusso di energia associato ad una corrente come

P= ( v n ) Hd

essendo H lenergia per unit di peso.

- 82 -
LEZIONE 15 (Luglio 2002)
Le correnti fluide

Segue
U2
P (v n ) h + 2 g d =

QH
Per ultimo sottolineamo che tutte le grandezze caratterizzanti le correnti (U , Q, h, H ,...) risultano
funzioni dellascissa s e del tempo t .

Per la determinazione di U , Q, h,... si utilizzano delle equazioni che derivano dai principi enunciati
nella LEZIONE 14 e che verranno ricavate nella LEZIONE 16 e nella LEZIONE 17.

- 83 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 16
IL PRINCIPIO DI CONSERVAZIONE
DELLA MASSA PER UNA CORRENTE:
LEQUAZIONE DI CONTINUITA

Nella LEZIONE 14 si visto che il principio di conservazione della massa conduce a



t
V0
dV 0 + (v n ) dS
S0
0 =0

Applichiamo lequazione precedente al volume di controllo V0 (vedi figura) individuato dal

contorno della corrente al tempo t e dalle


sezioni di ascisse s e s + ds (volume
tratteggiato). La linea tratteggiata sia il contorno
della corrente al tempo t + dt .

Il primo termine dellequazione derivante dal


principio di conservazione della massa pu
essere approssimato nel seguente modo:

t
dV 0
t
ds
s ,t
V0


dove ( ) s ,t ds , a meno di termini di ordini ds 2 , rappresenta il volume V0 e dove le quantit
t
e possono essere valutate in s e al tempo t .

- 85 -
LEZIONE 16 (Luglio 2002)
Il principio di conservazione della massa
per una corrente: lequazione di continuit

Il secondo termine rappresenta il flusso di massa attraverso la superficie S 0 che delimita V0 ,

positivo se uscente. Dalla sezione posta in s + ds il flusso [ Q ]s + ds ,t mentre il flusso

corrispondente alla sezione posta in s [ Q ]s , t . La massa uscita nellintervallo dt dalla

superficie laterale del volume di controllo pari al prodotto di per il volume punteggiato in
figura, questultimo essendo pari a

t dt ds
s ,t

il flusso legato alla superficie laterale sar dunque



t ds
s ,t

Lequazione derivante dal principio di conservazione della massa, detta anche equazione di
continuit, risulta dunque

t ds + [ Q ]s + ds ,t [ Q ]s ,t + t ds = 0
s ,t s ,t

( Q )
t ds + [/ Q/ ]s ,t s ds [/ Q/ ]s ,t + t ds = 0
s ,t s ,t s ,t

( ) ( Q)
+ =0
t s

Come detto in precedenza, questa lequazione di continuit per le correnti.


Nel caso di un moto stazionario, un moto cio in cui le grandezze non dipendono dal tempo si
ha
d ( Q )
=0
ds
Si noti che la derivata rispetto a s ora ordinaria, considerato che sia sia Q dipendono solo
da s .

- 86 -
LEZIONE 16 (Luglio 2002)
Il principio di conservazione della massa
per una corrente: lequazione di continuit

Segue
Q = costante
la portata massica lungo le correnti stazionarie si mantiene dunque costante. Se inoltre il fluido
in esame a densit costante lequazione di continuit impone
Q = costante
Essendo Q = U , quando la sezione diminuisce la velocit aumenta, quando invece la
sezione aumenta la velocit diminuisce

Ci non vero se il fluido a densit variabile. In tal caso infatti si deve mantenere costante il
prodotto U .

Nel caso di un condotto a sezione indipendente dal tempo (per esempio un condotto in acciaio) e
di un fluido a densit costante si ha
Q
=0
s
Si noti che la derivata rispetto a s rimane parziale. La funzione Q che soddisfa lequazione
precedente
Q = Q (t ) = ( s )U ( s , t )

Se poi la sezione costante si ha


U = U (t )
cio quello che si definisce un moto in blocco. Infatti in ogni sezione la velocit uguale anche
se essa varia nel tempo.

- 87 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 17
IL PRINCIPIO DELLA QUANTITA DI MOTO:
LEQUAZIONE DEL MOTO

Nella LEZIONE 14 si visto che il principio della quantit di moto conduce a


( v )
V t dV 0 + S v (v n )dS 0 = V f dV 0 + S tdS 0
0 0 0 0

Applichiamo lequazione precedente al volume di controllo V0 (vedi figura) individuato dal

contorno della corrente al tempo t


e dalle sezioni poste allascissa s
e allascissa s + ds (volume
tratteggiato). La linea tratteggiata
sia il contorno della corrente al
tempo t + dt . Infine langolo
denoti langolo formato dallasse
della corrente con un piano
orizzontale e il campo di forze f

sia quello gravitazionale.


Lequazione considerata
unequazione vettoriale. Essendo il
vettore velocit parallelo
allascissa curvilinea s , proiettiamo lequazione lungo s
I s + M us M is = G s + s

- 89 -
LEZIONE 17 (Luglio 2002)
Il principio della quantit
di moto: lequazione del moto

Il termine I s pu essere approssimato dalla relazione

( U )
Is = ( )s ,t ds
t s ,t

dove ( )s,t ds , a meno di termini di ordine ds 2 , rappresenta il volume V0 . La derivata rispetto al

tempo di U pu essere valutata al tempo t e allascissa s comportando ci un errore in I s di

ordine ds 2 e ds dt .
Il fluido entra nel volume di controllo solo attraverso la sezione posta in s . Il flusso di quantit di
moto in ingresso, proiettato nella direzione s quindi
M is = ( QU )s ,t

Il flusso di quantit di moto in uscita dato dalla somma di due termini



M us = ( QU )s + ds ,t + ( )s ,t ds (U )s ,t
t s ,t
Il primo termine rappresenta il flusso di quantit di moto in uscita dalla sezione caratterizzata
dallascissa s + ds , il secondo legato al flusso di quantit di moto attraverso la superficie laterale.
Invero come discusso nella LEZIONE 16 il termine

( )s ,t ds
t s ,t
il flusso di massa attraverso la superficie laterale del volume di controllo che trascina con se
quantit di moto nella direzione s .
Il termine G s facilmente calcolabile e risulta

G s = ( )s ,t ds ( )s ,t g sen

Resta infine da calcolare s . Sulla sezione

caratterizzata dallascissa s , la distribuzione della


pressione idrostatica (vedi LEZIONE 15) cos come
sulla sezione posta in s + ds . Le tensioni tangenziali
agenti sulle sezioni poste in s e s + ds non forniscono
alcun contributo a s .

- 90 -
LEZIONE 17 (Luglio 2002)
Il principio della quantit
di moto: lequazione del moto

Sulla superficie laterale, lesterno esercita una tensione che ha una componente normale alla
superficie e una tangente. Entrambe le componenti forniscono un contributo a s . Con riferimento

alla figura e denotando con langolo (piccolo) che il contorno forma con lasse s , si ha
s = ( p )s ,t ( p )s + ds ,t + ( p )s ,t S A sen ( )s ,t S Ab cos

Nellespressione precedente mentre S A indica tutta la superficie laterale del volume di controllo,

S A b quella parte a contatto con un contorno solido in grado cio di esercitare una resistenza al
moto del fluido. Analizzando la geometria del problema possibile dedurre che

S A sen = ds
s s ,t
S A b = (B )s ,t ds

essendo B la parte del perimetro della generica sezione a contatto con un contorno solido ( B
detto perimetro bagnato).
Lequazione della quantit di moto porge dunque
( U )
t ( )s ,t ds + ( QU )s + ds ,t + t U ds ( QU )s ,t =
s ,t s ,t


( )s ,t g sen ds + ( p )s ,t ( p )s + ds ,t + ( p s ,t ) ds ( B )s ,t ds
s s .t
dove si anche assunto che sia cos piccolo da poter considerare cos 1
Tenendo conto che

( QU )s + ds = ( QU )s + ( QU ) ds + O (ds 2 )
s
( p )s + ds = ( p )s + ( p ) ds
s
e che il sen pu essere espresso come z s indicando con z la quota dellasse della corrente si
ha
U ( Q ) U z p
+U +U + Q + U = p +p B
t t s s t s s s s
essendo tutte le quantit valutate in s al tempo t . Nellequazione precedente la somma dei termini
sottolineati si annulla in forza dellequazione di continuit.

- 91 -
LEZIONE 17 (Luglio 2002)
Il principio della quantit
di moto: lequazione del moto

Segue, dividendo per


1 U 1 U z 1 p B
+ U =
g t g s s s
o ancora

z 1 p U 2 1 U
+ + =
s s s 2 g g t R i

essendo Ri il raggio idraulico della sezione pari al rapporto fra larea della sezione ed il perimetro
bagnato

Ri =
B
Infine per un fluido barotropico (NOTA 1), la cui densit funzione solo della pressione, possibile
scrivere

H 1 U
= j
s g t

dp U2
ove H = z +
+
2g
e j=
Ri

Lequazione precedente costituisce lequazione del moto di una corrente. Essa ci dice che il carico
totale (lenergia per unit di peso del fluido) diminuisce nella direzione del moto a causa del
1 U
termine j ( j infatti una quantit sempre positiva) mentre il termine pu causare
g t
variazioni o positive o negative del carico.
Il termine j corrisponde alle perdite di carico per unit di percorso.

NOTA 1
Se il fluido barotropico, se cio = ( p ) , si ha
dp d dp p 1 p

s
=
dp s s
=

- 92 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 18
LA VALUTAZIONE DI j

Lequazione di continuit e lequazione del moto per le correnti richiedono, per essere risolte,
unespressione che leghi j alle caratteristiche cinematiche della corrente.

Per determinare tale relazione consideriamo un moto stazionario (quindi indipendente dal
tempo) e uniforme (quindi indipendente dalla coordinata s ). La sezione (di forma arbitraria)
deve essere perci costante. Si ricordi che


j=
Ri

Lanalisi del problema mostra che dipende:


- dalle caratteristiche del fluido , v
- dalla dimensione e dalla forma della sezione descrivibile dal raggio idraulico Ri (o

convenzionalmente dalla dimensione 4 Ri ) e da parametri di forma fi

- dalle dimensioni della scabrezza yr che influenza senza dubbio il valore della tensione alla
parete
- dalla velocit media della corrente U

- 93 -
LEZIONE 18 (Luglio 2002)
La valutazione di j

(si potrebbe pensare che sia influenzato anche dalla portata Q . Tuttavia avendo affermato che
dipende da U e e sapendo che Q = U , sarebbe ridondante affermare che dipende anche da
Q)
Si ha dunque
= f (4 R i , fi , y r , U , , v )
Applicando il teorema (vedi LEZIONE 11) e scegliendo come grandezze dimensionalmente
indipendenti 4 R i , U , si ottiene

4R U y
= f 1 i , r , fi
U 2
v 4 Ri
La quantit j pu dunque essere valutata utilizzando lespressione

/ U 2 f 1 U 2 8 f 1 U2
j= = = =
Ri / gR i 2 g 4 Ri 4 Ri 2 g

4 R iU y r
dove = 8 f 1 = , , fi
v 4 Ri
4 RiU
detto coefficiente di resistenza e dipende dal numero di Reynolds Re = , dalla scabrezza
v
yr
relativa e dalla forma della sezione descritta dai parametri fi .
4 Ri

Chiaramente per determinare necessario ricorrere a misure sperimentali. Per un condotto a


D 2/ D
sezione circolare 4 Ri = D , essendo D il diametro del condotto (infatti Ri = / D/ = ).
4 4
Si ha dunque

UD y r
= ,
v D

- 94 -
LEZIONE 18 (Luglio 2002)
La valutazione di j

Nel grafico sottostante (denominato diagramma di Moody) riportato landamento di in


funzione di Re = UD v per diversi valori di = y r D

Sempre per condotti a sezione circolare nel regime di moto turbolento esistono formule empiriche
per la valutazione di . Una delle pi usate, anche se non esplicita, quella di Colebrook
1 2.51
= 2 log 10 +
Re 3.71
Notiamo che per valori di Re tendenti ad infinito, il valore di risulta indipendente da Re .
Quando dipende solo da si ha il regime di parete assolutamente scabra. Per = 0 (parete
liscia) dipende solo da Re . Il regime di transizione quello in cui dipende sia da Re che da
. Si noti infine che la formula di Colebrook valida in regime di moto turbolento

( Re > 2000 2200 ) . Quando il regime di moto laminare ( Re < 2000 2200 ) il valore di pu
essere calcolato analiticamente (ci verr fatto nei corsi previsti sulla laurea specialistica) e risulta
64
=
Re

- 95 -
LEZIONE 18 (Luglio 2002)
La valutazione di j

Per il calcolo di relativo a condotti di forma diversa dalla circolare si consultino libri di testo
o manuali dellingegnere.

Lespressione di j stata ottenuta supponendo il moto stazionario e uniforme. Nel caso di moti
lentamente variabili o di condotti lentamente convergenti o divergenti, si utilizza la stessa
espressione utilizzando i valori locali e istantanei di Re e (NOTA 1).

NOTA 1
Un valore indicativo di y r pu essere dedotto dalla seguente tabella
- Vetro, ottone, rame, piombo, tubi trafilati 0.1 10-4m
- Tubi saldati, amianto - cemento 0.5 10-4m
- Ghisa asfaltata 1.0 10-4m
- Ferro galvanizzato 1.5 10-4m
- Ghisa 3-5 10-4m
- Calcestruzzo 5-50 10-4m
- Tubi chiodati 10-100 10-4m

- 96 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 19
ALCUNI PROBLEMI RELATIVI A CONDOTTE
A SEZIONE CIRCOLARE

Come accennato nella LEZIONE 18, se consideriamo il moto stazionario allinterno di una condotta
a sezione circolare e costante, lequazione di continuit, (per fluido a densit costante) porge
Q = costante U = costante
Questa situazione, anche se particolare, estremamente frequente nella pratica.
Lequazione del moto inoltre si semplifica e diviene
dH U2
=
ds D 2g
Siccome la sezione costante cos come il suo diametro D e la sua scabrezza y r (se la condotta
costruita tutta di uno stesso materiale) segue che anche il coefficiente di resistenza costante.
Infatti
UD y
Re = = costante ; = r = costante
v D
Lequazione del moto pu dunque essere facilmente integrata porgendo
U2
(s 2 s1 ) = U
2
H 2 H1 = L
D 2g D 2g
essendo L la distanza fra due sezioni diverse con ascissa curvilinea s 2 e s1 rispettivamente ( s 2 a
valle di s1 ) e carico totale H 2 e H 1 .
La relazione
U2
H 2 H1 = L
D 2g
o lequivalente

Q2
H 2 H1 = L
D 2 g 2

- 97 -
LEZIONE 19 (Luglio 2002)
Alcuni problemi relativi a condotte a sezione circolare

consentono di determinare una delle caratteristiche della condotta o della corrente note le altre.
(NOTA 1)

1) Problema 1: calcolo delle perdite di carico


Di una condotta in ghisa asfaltata sia assegnato il diametro D e la lunghezza L . Conoscendo il
valore della portata di acqua defluente, valutare le perdite di carico totali subite dalla corrente

fra la sezione iniziale e quella finale. Dati: D = 15cm , L = 500 m, Q = 25 A


s
Soluzione:
Dai dati disponibili immediato calcolare la sezione e quindi la velocit media
D2 Q
= = 1.767 102 m 2 U = = 1.415 m
4 s
Conoscendo il materiale con cui stata realizzata la condotta possibile valutare la scabrezza
assoluta (vedi LEZIONE 18)
y r = 1.0 10 4 m
Segue
UD y
Re = = 2.12 105 = r = 6.67 104
v D
Dal diagramma di Moody possibile stimare
= 0.0195
e quindi le perdite di carico
U2
H 2 H1 = L = 6.63m
D 2g

NOTA 1
Notiamo che in questo caso, essendo la velocit costante, le equazioni precedenti possono essere anche
scritte nella forma
U 2
Q2
H H 1 = h 2 h1 = L = L
D 2 g 2
2
D 2g

- 98 -
LEZIONE 19 (Luglio 2002)
Alcuni problemi relativi a condotte a sezione circolare

2) Problema 2: calcolo della portata


La differenza fra il carico iniziale e quello finale in un tubo in rame lungo L H = H 1 H 2 .
Conoscendo il diametro D del tubo, valutare la portata Q di acqua defluente .
Dati: L = 10 m , H = 5m, D = 2,6cm
Soluzione:
Dallequazione del moto possibile ricavare

2 gHD
Q=
L
La precedente relazione non consente tuttavia il calcolo diretto di Q perch dipende dal
numero di Reynolds e quindi da Q . E necessario dunque procedere per tentativi.

Dalla conoscenza del materiale della condotta (rame) deriva il valore di yr = 0.1 104 m e
quello di
yr
= = 3.85 10 4
D
Se si suppone che il regime di moto sia quello di parete assolutamente scabra (alti valori del
numero di Reynolds) si ottiene un valore di primo tentativo di
1 = 0.0158
Con esso possibile ricavare un valore di primo tentativo di Q

Q1 = 2.13 A
s
da cui discendono

U1 = 4.01 m e Re1 = 1.04 105


s
Avendo ora a disposizione un valore di tentativo del numero di Reynolds possibile controllare
se lipotesi iniziale di regime di parete assolutamente scabra era corretta o no. Dallanalisi del
diagramma di Moody emerge che la condotta nel regime di transizione. La conoscenza di Re
consente di ottenere un secondo valore di
2 = (1.04 10 5 , 3.85 10 4 ) 0.02

- 99 -
LEZIONE 19 (Luglio 2002)
Alcuni problemi relativi a condotte a sezione circolare

Con tale valore di possibile ottenere un secondo valore di Q

Q2 = 1.89 A
s
da cui discendono

U 2 = 3.56 m e Re2 = 9.26 104


s
la conoscenza di Re2 consente di ottenere un terzo valore di

3 = (9.26 10 4 ,3.85 10 4 ) 0.0201


che porta a un valore di Q praticamente coincidente con Q2 . Si ottenuta la convergenza del
risultato. Se Q3 fosse stato sensibilmente diverso da Q2 il calcolo avrebbe dovuto proseguire.

3) Problema 3: calcolo del diametro (Problema di progetto)


Fra due serbatoi, distanti 4 Km, si vuole posare una tubazione in grado di far defluire una
portata Q di acqua. Si decide di utilizzare tubi in ghisa asfaltata ( y r = 0.1mm ) . Sapendo che il
dislivello fra il pelo libero dei due serbatoi H , valutare il diametro del tubo da utilizzare.

Dati: Q = 3 A , H = 10 m
s
Soluzione:
Il calcolo del diametro di una condotta, noti gli altri dati, deve essere fatto per tentativi,
cercando di individuare il valore di D che causa delle perdite di carico lungo la condotta pari a
H . In altre parole si deve trovare D tale che
Q2
H = L
D 2 g 2
A tal fine opportuno precisare che la valutazione di D non deve essere fatta con troppe cifre
significative, considerando che i diametri in commercio sono un numero limitato. Un valore di
primo tentativo per D pu essere individuato imponendo che la velocit media nella condotta

sia pari a 1 m
s

4Q
D1 = = 0.0618m
U1

- 100 -
LEZIONE 19 (Luglio 2002)
Alcuni problemi relativi a condotte a sezione circolare

Con tale valore del diametro (ricordiamo di tentativo) valutiamo Q2


L e confrontiamolo
D 2 g 2

con H pari a 10m.

Si ha
U2
D U Re L
[m ] m 2
[m s ] D 2g

0.0618 3.10 3 1.00 6.18 10 3 1.62 10 3 0.025 82.6m


Il valore delle perdite risulta molto maggiore del dislivello effettivamente disponibile. Ci
suggerisce che il diametro deve essere maggiore, affinch il fluido viaggi a una velocit
inferiore e inferiori siano le perdite. Tentiamo con D = 10cm . Si ha
U2
D U Re L
D 2g
0.1 7.85 10 3 0.38 3.8 10 4 1. 10 3 0.025 7.36 m
Le perdite sono ora inferiori al dislivello. Proviamo D = 9.5cm
U2
D U Re L
D 2g
0.095 7.09 10 3 0.42 3.99 10 4 1. 05 10 3 0.025 9.44 m
Le perdite sono ancora inferiori a H anche se molto vicine. Verifichiamo che con un
diametro di 9 cm esse risultano superiori
U2
D U Re L
D 2g
0.09 6.36 10 3 0.47 4.23 10 4 1. 11 10 3 0.024 12.12 m
Emerge quindi che il diametro da utilizzare compreso fra 9 e 9.5 cm.

- 101 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 20
PERDITE CONCENTRATE DI CARICO
DOVUTE A UN BRUSCO ALLARGAMENTO
(PERDITE DI BORDA)
In un impianto possibile che sia presente il passaggio da un diametro D1 a uno D2 maggiore.
Localmente il moto non pi unidirezionale, generandosi significative componenti di velocit
ortogonali allasse della condotta. Ci fa si che localmente il moto del fluido non possa essere
analizzato con le equazioni delle correnti.

Da un punto di vista qualitativo, uno schizzo del campo di moto riportato nella figura.

- 103 -
LEZIONE 20 (Luglio 2002)
Perdite concentrate di carico dovute a un brusco allargamento
(perdite di Borda)

Per legare le caratteristiche della corrente immediatamente a monte dellallargamento con quelle
della corrente a valle possibile utilizzare il principio della quantit di moto in forma integrale
(LEZIONE 14). Sottolineamo che il moto riprende le caratteristiche di una corrente a una distanza
dallallargamento dellordine di qualche diametro.
Applichiamo dunque il principio della quantit di moto al volume di riferimento tratteggiato in
figura e delimitato dalla sezione c, immediatamente a valle dellallargamento, e dalla sezione d a
una distanza L tale che il moto abbia ripreso le caratteristiche di una corrente. Proiettiamo
lequazione lungo direzione s
I s + M us M is = G s + s

Supposto il moto stazionario, I e quindi I s risultano nulli. Sia 1 = D12 4 e 2 = D22 4 .

Denotando con Q la portata defluente nellimpianto, si ha

M us = QU 2 = 2U 22

M is = QU 1 = 1U 12
Ricordiamo infatti che per il principio di conservazione della massa impone
1U 1 = 2U 2 = Q = costante
E facile verificare che
z 2 z1
G s = 2 L sen = 2 L = 2 ( z1 z 2 )
L
essendo z1 e z 2 le quote dei baricentri delle sezioni di ingresso e di uscita del fluido.

Rimane da quantificare s . Sulla sezione c possiamo assumere che la distribuzione di pressione


sia idrostatica in quanto parte della sezione occupata dalla corrente in arrivo e parte da fluido
praticamente fermo. Anche sulla sezione d possibile assumere che la distribuzione di pressione
sia pari a quella idrostatica. Trascurando le tensioni tangenziali sulla superficie laterale in
considerazione del valore modesto di L , si ha
s = p1 2 p 2 2

essendo p1 e p 2 le pressioni sui baricentri delle sezioni di ingresso e di uscita del fluido.

- 104 -
LEZIONE 20 (Luglio 2002)
Perdite concentrate di carico dovute a un brusco allargamento
(perdite di Borda)

Si ottiene dunque
2U 22 1U 12 = 2 (z1 z 2 ) + p1 2 p 2 2
e dividendo per 2

p1 p2 U 22 1 U 12
z1 + z2 = h1 h 2 =
1 2 g 2 g

Utilizzando quindi la relazione 1U 1 = U 2 2 si pu ottenere

U 22 2 U 12 12 1
h1 h2 = 1 =
g 1 g 22 2

Essendo 2 > 1 , la relazione precedente mostra che h2 > h1 : il carico piezometrico a valle del
restringimento maggiore di quello a monte.
Ricaviamo ora il valore di H 1 H 2 . Si ha

2
U2 U2 U 2 2 U 2 U 2 2 2 22 U 22 2
H 1 H 2 = h1 + 1 h2 2 = h1 h2 + 2 22 2 = 2 2 + 1= 1
2g 2g 2 g 1 2 g 2 g 1 12 2g 1

Lequazione precedente mostra che H 1 > H 2 , cio passando attraverso lallargamento il fluido
dissipa dellenergia e lammontare dellenergia dissipata pari a
2
U 22 2
H c = 1
2 g 1

Tale dissipazione di energia pu essere anche quantificata rispetto al carico cinetico di monte
2
U 12 1
H c = 1
2g 2
Questultima relazione mostra che quando una condotta sfocia in un serbatoio, la corrente in arrivo
dissipa tutta la sua energia cinetica. Infatti lo sbocco di una condotta in un serbatoio pu essere
pensato come un brusco allargamento con 1 2 tendente a zero.
Segue
U 12
H c =
2g

- 105 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 21
PERDITE CONCENTRATE DI CARICO
IN UN IMPIANTO

Nella LEZIONE 20 abbiamo determinato le perdite di carico (perdite di energia per unit di peso
del fluido) dovute a un brusco allargamento e allo sbocco di una condotta in un serbatoio. In un
impianto sono presenti altre sorgenti di perdite di carico localizzate quali imbocchi, valvole, gomiti,
curve, diaframmi, biforcazioni, alcune schematicamente rappresentate in figura.

Le perdite di carico localizzate indotte da tali componenti di un impianto vengono usualmente


espresse con una relazione del tipo
U2
H C =
2g
in cui U la velocit media che si stabilisce in una sezione caratteristica e un parametro che
dipende essenzialmente dalla configurazione geometrica e dal numero di Reynolds. Spesso per la
dipendenza di dal numero di Reynolds trascurabile.

- 107 -
LEZIONE 21 (Luglio 2002)
Perdite concentrate di carico in un impianto

E impossibile qui fornire una panoramica sui valori di a causa della grande variet delle
componenti di un impianto dal punto di vista geometrico. Ricordiamo solamente che la
determinazione di viene fatta attraverso esperienze di laboratorio caso per caso.
A titolo indicativo forniamo i seguenti valori di

Per valvole a piena apertura


- valvole a farfalla = 0.2 0.4
- valvole a fuso = 1.2 2.0
- saracinesca piana = 0.1 0.3
- valvola sferica =0

Gomiti a curve

- 108 -
LEZIONE 21 (Luglio 2002)
Perdite concentrate di carico in un impianto

Imbocco a spigolo vivo


0.5

Giunzioni a T fra tubi di ugual diametro


H i j = i j (U 32 2 g ) .

Per Q1 Q3 variabile da 0,5 a 1,0 si ha corrispondentemente:

a) per confluenza delle correnti 1 e 2 nella 3 13 = da 0,4 a 1,1


23 = da 0,5 a 0,6
b) per suddivisione della corrente 3 nelle 1 e 2 31 = da 0,8 a 1,3
32 = da 0,05 a 0,4

- 109 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 22
PROBLEMI RELATIVI AD ALCUNI SEMPLICI
IMPIANTI

Nel seguito illustreremo alcuni problemi relativi a semplici impianti. Nellillustrare la loro
soluzione introdurremmo le pompe (NOTA 1), organi di un impianto in grado di fornire energia
al fluido, e tracceremo le linee dei carichi totali e piezometrici, utile strumento per determinare
graficamente la pressione in una sezione e per accertarsi del buon funzionamento di un
impianto.
Per impostare la soluzione di un problema relativo a un impianto, necessario analizzare
levoluzione dellenergia del fluido per unit di peso (carico totale) dalla sezione iniziale
dellimpianto a quella finale: il carico iniziale diminuito di tutte le perdite, distribuite e
localizzate, ed eventualmente aumentato del carico fornito da pompe presenti sullimpianto deve
fornire il carico nella sezione finale. Tale bilancio energetico fornisce unequazione che
consente di determinare una delle caratteristiche dellimpianto note ad altre. Per illustrare la
procedura analizziamo nel seguito alcuni problemi particolari.

NOTA 1
Nellambito di un corso di Idraulica 1 non possibile descrivere nei dettagli il funzionamento delle pompe e
le loro caratteristiche. Ci limiteremo qui a dire che le pompe sono essenzialmente caratterizzate dalla
prevalenza h p e dalla portata Q .

La prevalenza il carico che la pompa fornisce al fluido mentre il valore di Q la portata che attraversa la
pompa. Lenergia che la pompa fornisce al fluido nellunit di tempo pari a
P = Qh p
(vedi LEZIONE 15). Unulteriore caratteristica della pompa il rendimento cio il rapporto fra la potenza
P fornita al fluido e la potenza assorbita. Le caratteristiche delle pompe vengono in generale fornite dalle
case costruttrici.

- 111 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Problema 1

Determinare il valore della pressione relativa p 0 nel serbatoio c affinch nellimpianto in figura

defluisca una portata Q di acqua dal serbatoio c al serbatoio d. I tubi siano in ghisa asfaltata con un
valore di scabrezza assoluta y r pari a 0.1 mm .
Dati: a = 40 cm, L1 = 50 m, L2 = 3 m, L3 = 75 m, L4 = 55 m, D1 = 10 cm, D2 = 15 cm, Q = 5 A s .

Soluzione:
Introducendo un asse verticale z diretto verso lalto e con lorigine in corrispondenza del pelo
libero del serbatoio d, il carico totale dellacqua contenuta allinterno del serbatoio c
(indipendente dalla posizione perch il fluido pu considerarsi in quiete) risulta
p0
H 1 = h1 = a +

mentre nel serbatoio d, il carico totale risulta nullo
H2 = 0

- 112 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Si deve quindi avere

U 12 U 22
2
1 1 1 1 2
H1 0 .5 + L1 + 1 + L2 + 1 + L3 + 1 L4 + 1 = H 2
2g D1 D1 D1
2 2 g D2

ove si indicata con U 1 e U 2 le velocit nei tubi di diametro D1 e D2 rispettivamente. 1 e 2


indicano i rispettivi coefficienti di resistenza. Infine si assunto che le perdite concentrate siano
U2
valutabili con lespressione e = 0.5 per limbocco, = 1 per i gomiti e lo sbocco.
2g
Si ha
Q4
U1 = = 0.637 m s Re1 = 6.37 10 4
D12

Q4
U2 = = 0.283 m s Re 2 = 4.25 10 4
D22
Essendo
yr y
1 = = 0.001 , 2 = r = 0.000667
D1 D2

possibile valutare 1 e 2 dal diagramma di Moody.


Risulta
1 0.023 2 0.024

Lequazione di partenza porge dunque


p0 U 12 1 U 22 2
= a + 2 . 809 + ( L + L + L )
3 + 1 + L4

1 2
2g D1 2g D2
2

avendo valutato 1 1 0.309 .
2

Effettuando i calcoli si ha

= [ 0.4 + 0.0207 (2.809 + 29 .4 ) + 0.00408 (1 + 8.8 )]m = 0.307 m


p0

- 113 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Da cui p0 = 3.01 103 N m 2

Nella figura sono riportate le linee dei carichi totali e piezometrici e la quota della condotta. Si noti
che la differenza fra il carico piezometrico e la quota della condotta rappresenta il valore di p .

Problema 2

- 114 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Si valuti la prevalenza h p della pompa necessaria a far defluire unassegnata portata Q di acqua dal

serbatoio c fino alla fine del tubo (vedi figura). Il tubo sia in rame.
Dati: L1 = 10 m, L2 = 2.5 m, L3 = 6 m, a = 1.5 m, D1 = 2.7 cm, Q = 1.5 A s
Soluzione:
Essendo il tubo in rame, si ha y r = 0.01mm . Inoltre dalla conoscenza della portata e del diametro
segue
Q y
U= = 2.62 m s Re = 7.07 104 = r = 3.7 104
D
Dalla conoscenza di Re e , si ottiene dal diagramma di Moody
0.021

Infine, con riferimento a un asse verticale z rivolto verso lalto e con lorigine in corrispondenza
del pelo libero del serbatoio c, si ha
U2
H1 = 0 ; H2 = a +
2g
e
U2 U2 2 2
H 1 0 .5 (L1 + L2 + L3 ) U (1 + 1) + h p = a + U (NOTA 2)
2g D 2g 2g 2g

NOTA 2

- 115 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Segue

U2
hp = a + 3.5 + D (L1 + L2 + L3 )
2g
Effettuando i calcoli si ha
h p = 1.5 + 0.35[3.5 + 14.4] = 7.76 m
Tracciamo ora la linea dei carichi totali e piezometrici

U2
Si noti che le perdite concentrate di imbocco sono state assunte pari a 0.5 mentre quelle causate da un
2g
U2
gomito pari a .
2g

- 116 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Problema 3

Valutare il diametro D necessario a far scorrere una assegnata portata Q di acqua dal serbatoio c
al serbatoio d rappresentati in figura. Si supponga che la condotta sia in ghisa asfaltata.
Dati: a = 20 m, L = 2.5 Km, Q = 50 A s e y r = 0.1mm
Soluzione:
Lequazione da soddisfare
U2 1 Q2
a= +
2 D L + 1 =
2 g 2 1.5 + D L
2g
Procediamo per tentativi
Q2
D [m ] U [m s ] Re 1.5 + L [m ]
2 g 2 D

0.25 1.02 2.5 10 5 4 10 4 ~0.018 9.6

0.15 2.83 4.2 10 5 6.6 10 4 ~0.019 130.9

0.20 1.59 3.2 10 5 5.0 10 4 ~0.018 29.2

0.22 1.32 2.9 10 5 4.5 10 -4 ~0.018 18.3

0.21 1.44 3.0 10 5 4.8 10 -4 ~0.018 22.8

- 117 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Sulla base di questi risultati possibile concludere che il diametro richiesto compreso fra 0.21 e
0.22 m.

IL PROBLEMA DEL SIFONE


Tracciamo, in modo qualitativo, le linee del carico totale, piezometrico e della quota della
condotta, facendo riferimento ad un asse z rivolto verso lalto e con lorigine in corrispondenza
del serbatoio d dellimpianto in figura, uguale a quello considerato nel problema precedente.

- 118 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

E interessante osservare che il funzionamento idraulico della condotta non influenzato, se certi
limiti sono rispettati, dallandamento altimetrico della condotta. Ad esempio nelle condotte A e B
della figura seguente defluisce la stessa portata e landamento del carico totale e piezometrico

- 119 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

uguale (chiaramente a patto che il diametro, la scabrezza e la lunghezza della condotta rimangano
inalterati). Nelle due condotte sar solo diversa la distribuzione della pressione come si pu notare
dalla figura dove sono riportati H (s ), h(s ) e z A (s ) e z B (s ) .

Limpianto funzioner anche quando la quota della condotta sar maggiore della linea dei carichi
piezometrici. In tale situazione la pressione relativa allinterno della condotta sar negativa, cio la
pressione assoluta sar inferiore alla pressione atmosferica (vedi figura seguente). In particolare la
condotta sar in depressione fra la coordinata si e la coordinata s f . Ci sono tuttavia dei limiti

sullandamento altimetrico della condotta. In primo luogo il valore di z (s ) non pu superare a se si


vuole che il fluido inizi a defluire senza problemi. Se anche in un solo punto z > a per innescare il
moto necessario creare una depressione nella condotta.

- 120 -
LEZIONE 22 (Luglio 2002)
Problemi relativi ad alcuni semplici impianti

Anche innescando il moto non possibile superare certi valori di z , il limite facilmente valutabile
sapendo che la pressione assoluta non pu scendere al di sotto di un valore, denominato tensione di
vapore che dipende dal fluido presente nellimpianto. Alzando la condotta al di sopra di tale limite,
p atm p
la portata defluente nellimpianto diminuir, fino a che, quando z superer il valore a + ,

il fluido cesser di scorrere ( p indica la tensione di vapore).

- 121 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 23
FLUIDI IDEALI E
TEOREMA DI BERNOULLI PER LE CORRENTI

Lequazione del moto delle correnti stabilisce che


H 1 U
= j
s g t
cio le variazioni di H lungo lascissa curvilinea s sono causate da accellerazioni o decelerazioni
del moto e dalla resistenza che le pareti oppongono al deflusso del fluido.
Nel caso, estremamente frequente, di moto stazionario si ha
dH
=j=
ds Ri
cio il carico totale varia solo per effetto della resistenza esercitata dal contorno della corrente. Si
noti che il carico totale diminuisce sempre nella direzione del moto.
Tutti i fluidi sono caratterizzati da una viscosit che pu essere pi o meno elevata ma che
comunque sempre presente. Ci implica che sempre diversa da zero e che quindi anche j
sempre non nulla. Tuttavia quando il tratto di condotta oggetto di indagine relativamente breve, le
perdite di carico subite dal fluido possono essere trascurate rispetto al carico stesso. In tale
situazione si pu assumere che il moto del fluido soddisfi lequazione
dH
=0
ds
Tale equazione risulta quindi valida nelle ipotesi che qui ricordiamo
1) Perdite di carico trascurabili
2) Moto stazionario
3) Campo di forze gravitazionali
4) Fluido barotropico ( = ( p ))

- 123 -
LEZIONE 23 (Luglio 2002)
Fluidi ideali e teorema di Bernoulli per le correnti

Sotto tali ipotesi il carico totale H rimane costante lungo s . Tale risultato noto come teorema di
Bernoulli per le correnti. Originariamente il risultato fu ottenuto nellipotesi di fluido ideale ( = 0 )
e di campo di forze conservativo (non necessariamente gravitazionale).
Se il fluido barotropico
dp U2
H = z+ +
(p) 2g
Se il fluido a densit costante
U2
p
H = z+ +
2g
Si noti che il fatto che H sia costante non implica la costanza dellenergia potenziale o di quella di
pressione o dellenergia cinetica: la loro somma che si mantiene costante. Il fluido pu ad esempio
aumentare la sua energia cinetica a scapito di quella potenziale o di quella di pressione e viceversa.

IL VENTURIMETRO E ALTRI MISURATORI DI PORTATA


Il venturimetro un misuratore di portata che, inserito in una condotta, permette di quantificare la
portata che vi scorre
attraverso il rilievo di un
dislivello fra due superfici
libere. Esso costituito da:
un tratto convergente che
porta la sezione dal valore
1 della condotta a un
valore 2 ; un breve tratto
di sezione costante 2 ; un
lungo tratto divergente che
riporta la sezione al valore
originario 1 .
Immediatamente a monte
del tratto convergente, tutto intorno alla sezione sono presenti dei fori collegati ad un tubo a U la cui
altra estremit collegata ad altri fori posizionati attorno alla sezione contratta. Allinterno del tubo
a U (detto tubo manometrico) presente un fluido (in generale mercurio) di peso specifico elevato

- 124 -
LEZIONE 23 (Luglio 2002)
Fluidi ideali e teorema di Bernoulli per le correnti

indicato con m . Quando allinterno della condotta defluisce una portata Q , la pressione nella
sezione 1 risulta diversa da quella nella sezione 2 e ci induce un dislivello fra i due rami del tubo a
U. La lettura di tale dislivello consente di valutare Q . Vediamo ora come.
Fra la sezione 1 e la sezione 2 il moto del fluido accelerato, il tratto molto breve e ci consente
di trascurare le dissipazioni di energia e di supporre quindi il comportamento del fluido ideale. Il
moto supposto stazionario. Il fluido soggetto al campo di forze gravitazionale. Supponiamo
infine di considerare un fluido a densit costante. Esistono i presupposti per poter applicare il
teorema di Bernoulli per le correnti. Segue dunque
U 12 U2
H 1 = h1 + = h2 + 2 = H 2
2g 2g
Lequazione di continuit porge inoltre
Q Q
U 1 1 = U 2 2 = Q e U 1 = ;U2 =
1 2
Si ha quindi

Q2 1 1
2 2 = h1 h2
2 g 2 1

1
Q= 2 2 g ( h1 h2 ) = CQ 2 2 g ( h1 h2 )
2
1 2
1

1
essendo CQ =
2
1 2
1

Il valore di h1 h2 pu essere facilmente legato a h tenendo conto che la pressione p A in A


uguale alla pressione p B in B e che il carico piezometrico nella sezione 1 e nel ramo di sinistra del
tubo manometrico costante cos come costante il carico piezometrico nella sezione 2 e nel ramo
di destra del tubo manometrico. La costanza del carico piezometrico nelle sezioni deriva dal fatto
che il comportamento del fluido quello di una corrente mentre la costanza del carico piezometrico
nei due rami del tubo manometrico discende dal fatto che ivi il fluido fermo.
Si ha

- 125 -
LEZIONE 23 (Luglio 2002)
Fluidi ideali e teorema di Bernoulli per le correnti

pA pC
h1 h2 = h A hC = + zA zC

h1 h2 = h +
1
[ p A ( p B m h )] = h + m h = h m
1

Da cui


Q = CQ 2 2 g h m 1

Altri misuratori di portata sono i diaframmi (figura a sinistra) e i boccagli (figura a destra).

Essi si basano sullo stesso principio di funzionamento dei venturimetri e presuppongono la lettura
della differenza di pressione fra la sezione 1 immediatamente a monte del diaframma e del
boccaglio e la sezione 2 immediatamente a valle.
Si ha

p
Q = CQ 2 2 g

essendo 2 la superficie di efflusso del fluido e CQ un coefficiente che dipende dai dettagli

geometrici (per i valori di CQ si consultino libri di testo o manuali dellingegnere).

- 126 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 24
IL TEOREMA DI BERNOULLI

Nella LEZIONE 23 abbiamo dedotto il teorema di Bernoulli per le correnti fluide, partendo
dallequazione del moto valida in tali circostanze. Il carico totale
dp vv
H =z+ +
2g
definito anche in un moto tridimensionale e rappresenta comunque lenergia meccanica
posseduta dal fluido per unit di peso.
Partendo dalle equazioni tridimensionali che esprimono il principio della quantit di moto per
un fluido stokesiano (equazioni di Navier Stokes) possibile dimostrare il teorema di
Bernoulli nel caso generale. Non siamo in grado di effettuare tale dimostrazione nellambito di
questo corso, perch ci presuppone lo studio del moto tridimensionale dei fluidi che verr
effettuato nei corsi della laurea specialistica.
Tuttavia, visto la sua importanza, considerato che il teorema di Bernoulli nella forma generale
presenta stretta analogia con quello valido per le correnti e tenendo presente che la soluzione di
alcuni problemi che affronteremo nella LEZIONE 25 richiede la sua conoscenza, enuncieremo
qui il teorema di Bernoulli nella forma generale elencando le ipotesi che devono essere
verificate per la sua validit.

Ipotesi:
1) Fluido ideale
Per fluido ideale si intende un fluido privo di viscosit, tale quindi che la tensione da esso
esercitata sia sempre normale alla superficie considerata
t = pn
In natura non esiste un fluido ideale, in quanto tutti i fluidi hanno una viscosit dinamica
diversa da zero e esercitano anche tensioni tangenti alla superficie considerata.

- 127 -
LEZIONE 24 (Luglio 2002)
Il teorema di Bernoulli

Tuttavia in moti accelerati, caratterizzati da alti valori del numero di Reynolds e con contorni
rigidi limitati, il comportamento dei fluidi reali pu essere assimilato a quello dei fluidi ideali.
2) Moto stazionario
Spesso nei problemi si analizzano le situazioni di regime quando tutte le grandezze
caratterizzanti il moto sono indipendenti dal tempo.
3) Campo di forze conservativo (NOTA 1)
Spesso nei problemi ingegneristici, il campo di forze che deve essere considerato quello
gravitazionale che un particolare campo di forze conservativo tale che
= gz
essendo z un asse verticale diretto verso lalto.
4) Fluido barotropico
Un fluido si dice barotropico quando la densit risulta funzione solo della pressione p .
Dovrebbe essere evidente che un fluido a densit costante in particolare fluido barotropico.
Quando le quattro ipotesi sopra elencate sono verificate il carico totale
dp vv
H = + +
g 2g

si mantiene costante lungo una linea di corrente.


Ricordiamo che le linee di corrente sono definite dalla propriet di essere tangenti (quindi
parallele) al vettore velocit in ogni punto. La loro equazione in forma differenziale dunque

dxv = 0

essendo d x lelemento infinitesimo della linea di corrente (vedi LEZIONE 13).

Se il moto stazionario le traiettorie delle particelle fluide, definite dallequazione parametrica

d x = vdt

coincidono con le linee di corrente. Emerge quindi che il carico totale H si mantiene costante
anche lungo le traiettorie.

NOTA 1
Ricordiamo che un campo di forze si dice conservativo quando ammette una funzione potenziale tale che

f =

- 128 -
LEZIONE 24 (Luglio 2002)
Il teorema di Bernoulli

EFFLUSSO DA LUCI APPLICAZIONE DEL TEOREMA DI


BERNOULLI
Consideriamo il serbatoio in figura dove, alla profondit h , praticato un foro circolare di sezione
. Supponiamo che la superficie libera S del
serbatoio sia molto maggiore di in modo tale
da poter assumere che le variazioni del pelo
libero siano lente nel tempo e quindi il moto
generato dallefflusso attraverso il foro sia
praticamente stazionario. Il campo di forze cui
soggetto il fluido sia quello gravitazionale.
Inoltre la densit del fluido sia costante.
Allinterno del serbatoio, lontano dal foro, il
fluido praticamente fermo e gli effetti viscosi
sono trascurabili. In prossimit del foro, il moto
accelerato e ad alti numeri di Reynolds . E possibile dunque assumere ideale il comportamento
del fluido e applicare il teorema di Bernoulli. Consideriamo unasse z rivolto verso lalto con
origine in corrispondenza del livello del foro. Il
carico totale in un qualunque punto allinterno del
serbatoio e lontano dal foro vale h . Invero il
carico cinetico nullo perch il fluido
praticamente fermo e il carico piezometrico
risulta quindi costante. Il getto avr una geometria
simile a quella illustrata nel disegno. Il getto ha
una sezione inferiore a quella del foro perch il
fluido che si trova in prossimit della parete non
esce con una traiettoria ortogonale alla parete
stessa bens con una che inizialmente tangente
alla parete. Le traiettorie delle particelle fluide vicine alla parete, che inizialmente si muovono
parallelamente a essa, non possono infatti presentare un punto angoloso. Larea del getto, in quella
che si definisce sezione contratta dove le traiettorie delle particelle fluide sono fra di loro parallele e
ortogonali alla parete del serbatoio, vale

- 129 -
LEZIONE 24 (Luglio 2002)
Il teorema di Bernoulli

= CC

ove CC il cosidetto coefficiente di contrazione che misure sperimentali mostrano essere circa 0.6.

Considerato che le ipotesi del teorema di Bernoulli sono verificate, applichiamolo lungo una
qualunque linea di corrente passante per un generico punto B della sezione contratta. Si avr

HA = HB

essendo A un punto allinterno del serbatoio. Per i motivi discussi precedentemente

HA = h

indipendentemente dallesatta forma della linea di


corrente e dallesatta posizione del punto A . E
facile vedere che

H B = v B2 2 g

Infatti il valore di z B trascurabile rispetto a h e


la pressione relativa p B nulla (in un getto la
pressione costante sulla generica sezione e pari a
quella atmosferica). Si ha quindi

h = v B2 2 g

da cui

v B = 2 gh

La velocit 2 gh detta velocit torricelliana. La portata uscente dal serbatoio risulta dunque

Q = C C 2 gh

Volendo valutare il tempo necessario affinch h passi dal valore h1 al valore h2 necessario
imporre un bilancio di massa. Semplici considerazioni sul volume di fluido che attraversa la sezione
contratta impongono

Qdt = dhS

- 130 -
LEZIONE 24 (Luglio 2002)
Il teorema di Bernoulli

essendo S larea della superficie libera del serbatoio. Segue

dhS = C C 2 gh dt

dh CC 2 g
= dt
h S

CC 2 g
2 h2 2 h1 = (t 2 t1 )
S

t = (t 2 t1 ) =
2S
CC 2 g
( h2 h1 )

PRESSIONE DI RISTAGNO APPLICAZIONE DEL TEOREMA DI


BERNOULLI
Consideriamo un corpo (ad esempio un cilindro) che si muove con velocit costante U 0 allinterno
di un fluido fermo. Analizziamo il problema utilizzando un sistema di riferimento solidale con il
corpo, trasformando quindi il problema in quello di un oggetto fermo investito da un fluido che
lontano dal corpo animato da una velocit costante pari a U 0 .

- 131 -
LEZIONE 24 (Luglio 2002)
Il teorema di Bernoulli

Se ipotizziamo il fluido ideale, la densit costante, il moto stazionario e il campo di forze


gravitazionale, sappiamo (teorema di Bernoulli) che
2
p v
H = z+ + = cost
2g

lungo una linea di corrente (laccelerazione di gravit qui supposta diretta come lasse z ).

E evidente che sul corpo esister un punto (detto punto di ristagno) in cui la velocit nulla. Nel
caso di un cilindro il punto di ristagno posizionato in ( R,0 ) essendo R il raggio della sezione
del cilindro. Consideriamo ora la linea di corrente che passa per il punto di ristagno (vedi figura) e
un punto A lontano dal corpo.
2 2
pA vA pB vB
Per il teorema di Bernoulli H A = z A + + = zB + + = HB
2g 2g

tuttavia z A = z B e v A = U 0 , v B = 0 . Segue dunque


pB p A = U 02
2

La differenza di pressione p B p A detta pressione di ristagno. Essa cresce con il quadrato della
velocit U 0 ed proporzionale alla densit del fluido. Siccome lontano dal corpo, la pressione

pari alla pressione atmosferica, la quantit U 02 2 semplicemente la pressione relativa nel


punto B .

- 132 -
LEZIONE 24 (Luglio 2002)
Il teorema di Bernoulli

TUBO DI PITOT
E evidente che nel problema precedentemente analizzato, la misura della pressione relativa in B ,
consente la valutazione della velocit U 0 . Nel passato, la misura della velocit U 0 veniva effettuata
con uno strumento denominato tubo di Pitot schematicamente rappresentato in figura.

La velocit nel punto C risulta praticamente quella indisturbata e pari quindi a U 0 (la linea

tratteggiata rappresenta la linea di corrente passante per A, B e C ).

Si ha quindi


p B pC = U 02
2

Inoltre

p B pC = h( m )

Segue


U0 = 2 gh m

- 133 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 25
TEORIA DELLE TURBINE PELTON

Nella LEZIONE 14 abbiamo visto che un getto, che urta una parete piana ferma, esercita su di essa
una forza F
F = U 02
Se la geometria della parete diversa, diverso il valore di F . Consideriamo ad esempio la

situazione in figura

In primo luogo osserviamo che la velocit del fluido che si allontana dalla superficie dopo averla
urtata pari ad U 0 . Tale risultato facilmente ottenibile dal teorema di Bernoulli (si assuma fluido

ideale , densit costante, campo di forze gravitazionali con g diretta lungo lasse z , moto

stazionario e si applichi il teorema di Bernoulli uguagliando i carichi totali del punto A e del punto
B ). Per determinare la forza F esercita dal getto necessario applicare il principio della quantit
di moto nella sua forma integrale al volume delimitato dalla linea tratteggiata in figura.
Considerando la proiezione dellequazione nella direzione x , si ottiene
I x + M ux M ix = G x + x

- 135 -
LEZIONE 25 (Luglio 2002)
Teorie delle turbine Pelton

Come discusso nella LEZIONE 14 si ha


I x = 0, G x = 0, x = Fx , M ix = U 02

Nel caso in esame, inoltre, M ux diverso da zero. Per valutare M ux necessario notare che la

sezione dei getti che abbandonano la superficie deve essere pari a 2 .


Per la conservazione della massa deve infatti risultare
U 0 = 2U B B

Inoltre U B = U 0 e quindi B = 2 .

Tenendo conto che i getti che abbandonano la superficie hanno uninclinazione rispetto al
semiasse negativo x , facile valutare M ux che risulter

M ux = 2 U B2 B cos = U 02 cos
Segue infine
Fx = U 02 (1 + cos )
e anche
Fx = QU 0 (1 + cos )

essendo Q = U 0 la portata del getto.

In particolare se = 0 (vedi figura) la forza Fx


risulta doppia rispetto a quella determinata nella
LEZIONE 14 quando = 2 .

Pur potendo generare forze notevoli, in questa situazione il getto non in grado di compiere alcun
lavoro. La potenza associata al getto (vedi LEZIONE 15)
U 03
Pd = QH =
2
non riesce quindi a essere sfruttata.

- 136 -
LEZIONE 25 (Luglio 2002)
Teorie delle turbine Pelton

Al fine di far fare del lavoro al getto e quindi di sfruttare in parte lenergia posseduta dal getto
necessario fare in modo che la superficie (nel seguito anche pala) si muova. Si denoti con V la

velocit della pala rispetto al convergente che genera il getto.


Questultimo abbia una velocit U 0 rispetto al convergente. Applicando il principio della quantit
di moto adottando un sistema di riferimento solidale con la pala (sistema inerziale perch in moto
con velocit costante) si ottiene

F = (U 0 V ) (1 + cos )
2

La forza inferiore a quella che si ha per la pala ferma poich il termine (U 0 V ) sostituisce il
2

termine U 02
Tenendo conto che
U 02 = QU 0

(U 0 V ) i (U V ) ove Q
=Q i = (U V )
2
0 0

si pu capire che la forza F per la pala in movimento inferiore a quella relativa alla pala ferma
per due motivi.
Il primo legato al fatto che la velocit di impatto passa da U 0 a (U 0 V ) .

Il secondo motivo dovuto al fatto che per la pala in movimento non tutta la portata Q viene
utilizzata, ma una parte di essa (per la precisione V ) viene utilizzata per allungare il getto. Questa
portata pu essere recuperata utilizzando una sequenza di pale: quando una pala si allontana troppo
dal convergente ne subentra unaltra in posizione pi vicina al convergente. Il fluido compreso fra
la prima pala e la nuova pala andr comunque a urtare la prima pala non andando sprecato.

- 137 -
LEZIONE 25 (Luglio 2002)
Teorie delle turbine Pelton

La situazione descritta sinteticamente nelle righe precedenti pu essere ottenuta montando le pale su
una ruota

Intuitivamente si pu arrivare al risultato


F = U 0 (U 0 V )(1 + cos )
essendo F la forza sullinsieme delle pale (ruota). Il lavoro fatto dal getto sulla ruota nellunit di
tempo (potenza ceduta dal getto alla ruota) pu essere valutato con lespressione
PU = FV = U 0 V (U 0 V )(1 + cos )

Pu essere utile valutare quale la velocit V che rende massima la potenza PU . Essa pu essere

calcolata trovando i valori di V che annullano dPU dV

= U 0 (1 + cos )[U 0 V V ]
dPU
dV

dPU U
= 0 per V = 0
dV 2

- 138 -
LEZIONE 25 (Luglio 2002)
Teorie delle turbine Pelton

Segue
U 02 U 03
(PU )max = U 0 (1 + cos ) = (1 + cos )
4 4
In tal caso il rendimento della ruota, rapporto fra la potenza utilizzata e quella disponibile, risulta
(PU )max / /U/ 03 (1 + cos )2 1 + cos
= = =
Pd 4 / / U/ 03 2
E evidente che quando si avvicina a 0, il valore di si avvicina ad 1. Nel caso reale uguale
a circa 0.95 0.97 . Infatti valori di nulli non possono essere realizzati in quanto, per = 0 , i
getti in uscita interferirebbero con la pala seguente. Inoltre bisogna tener conto che gli effetti
viscosi, per quanto piccoli, non sono nulli e quindi la velocit dei getti che lasciano la singola pala
inferiore (anche se di poco) rispetto alla velocit dei getti in arrivo.

La macchina idraulica, il cui funzionamento stato descritto in forma semplice e sintetica nelle
righe precedenti, detta turbina Pelton.

- 139 -
Appunti dei corsi di Idraulica 1 e Idrodinamica 1

Lezione 26
I TRANSITORI NEGLI IMPIANTI IDRAULICI.
IL MOTO VARIO NELLE CORRENTI

La complessit dello studio del moto vario nelle correnti dipende dalle ipotesi che si introducono, le
quali a loro volta dipendono dalla natura dellim pianto in cui si realizza il transitorio.

Si possono individuare due diverse situazioni. Nella prima le variazioni di pressione sono modeste e
quindi il fluido pu essere considerato a densit costante. Nella seconda, invece, si hanno variazioni
di pressione notevoli ed necessario considerare la densit variabile. Consideriamo due casi
esemplificativi.

CASO 1: DENSITA COSTANTE

Nei serbatoi dellimpianto in figura la distribuzione di pressione pu essere ritenuta pari a quella
idrostatica, essendo il fluido contenuto in essi praticamente fermo.

- 141 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

Questo fatto impone dei limiti al valore che la pressione pu assumere allimbocco e allo sbocco
della condotta e quindi alle variazioni di pressione che possono essere osservate in tutto limpianto.
La densit del fluido pu quindi essere considerata costante cos come costante pu essere assunta
la sezione della condotta. Al suo interno lequazione di continuit impone dunque

U
=0
s

U = U (t )

Mentre lequazione del moto fornisce

H 1 U UU
= j ove j=
s g t D 2g

Una semplice analisi delle grandezze che compaiono nellespressione di j mostra che j non
1 U
dipende da s cos come il termine . Lequazione del moto pu quindi essere integrata dalla
g t
sezione iniziale a quella finale fornendo

1 dU
H 2 H 1 = j L
g dt

ove H 2 e H 1 rappresentano il carico totale nelle sezioni finali e iniziali rispettivamente, mentre
U dU
divenuto in quanto U non dipende da s . I valori H 2 e H 1 possono essere legati al
t dt
livello nei serbatoi mettendo in conto le dissipazioni concentrate di energia

UU
H 2 = z + 2
2g

UU
H1 = z 1
2g

- 142 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

ove si indicato con z il livello nel serbatoio c rispetto a quello in condizioni statiche. Avendo
assunto la superficie della sezione dei due serbatoi uguale, deriva che il livello nel serbatoio d
risulta pari a z . 2 vale 1 mentre 1 pari a 0.5, quando U positivo. Quando U negativo,
2 vale 0.5 e 1 pari a 1. Si ha dunque

UU UU 1 dU U U
z +2 z +1 = + L

2g 2g g dt D 2 g

L dU U U L
2z = + 1 + 2 (NOTA 1)
g dt 2g D

Un semplice bilancio di massa allinterno del serbatoio c mostra che

U dt = dz S

Essendo la superficie della sezione della condotta e S la superficie libera dei due serbatoi.
Segue quindi che

S dz
U =
dt

S 1 dz dz L
2
L S d 2z
2z = + 1.5
g dt 2
2 g dt dt D

Tale equazione pu facilmente essere integrata utilizzando un metodo numerico. Unidea sul
comportamento della soluzione pu essere ottenuta trascurando le dissipazioni di energia,
assumendo cio il fluido ideale. In tal caso

d 2 z 2 g
+ z=0
dt 2 LS

2 g 2 g
La soluzione dunque z = c1 sen t + c 2 cos t
LS LS

NOTA 1:
Si noti che sia le perdite di carico distribuite, sia quelle concentrate sono state assunte proporzionali a U U
invece che a U 2 in quanto il moto pu invertire la sua direzione rispetto alla direzione s .

- 143 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

Le costanti c1 e c 2 possono essere determinate imponendo le condizioni iniziali. Ad esempio se per


t = 0 il fluido fermo e z pari a z 0 si ha

z 0 = c2
0 = c1
La soluzione mostra quindi che sia il livello nei serbatoi sia la velocit nella condotta oscillano nel
tempo con periodo
2
T=
2 g
LS
Inoltre fra velocit e pelo libero esiste uno sfasamento di 90

S 2 g
z0
LS

La presenza delle dissipazioni induce unattenuazione delle oscillazioni e il fenomeno non pi


periodico. Lattenuazione tanto maggiore quanto pi grande risulta il termine
S L
+ 1.5
2L D

Per valori elevati delle dissipazioni si pu avere una lenta discesa di z a partire da z 0 senza che il
livello nel serbatoio c assuma valori negativi.

- 144 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

CASO 2: FLUIDO COMPRIMIBILE

Consideriamo ora limpianto in figura, costituito da un serbatoio, una condotta e una valvola posta
nella sezione terminale della condotta (sezione A). Quando la valvola posta in A completamente
aperta e il moto a regime, il fluido defluisce con una velocit media U 0 . Essendo D0 il diametro

della condotta, la portata Q0 pari a U 0 D02 4 . Assumiamo che il carico cinetico, pari a U 02 2 g

sia trascurabile rispetto a h0 . Ci accade quando la condotta termina con un restringimento (vedi
figura) e la velocit del getto uscente dalla condotta molto maggiore della velocit allinterno
della condotta.

- 145 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

Poniamoci il problema di studiare cosa succede quando la valvola posta in A si chiude in un tempo
, detto tempo di chiusura. In tale intervallo temporale la sezione di efflusso passa dal valore 0
(vedi figura) a zero con una legge che detta legge di chiusura
(t )
(t ) =
0

Nonostante U 02 2 g sia trascurabile rispetto a h0 , la velocit U 0 spesso elevata e quindi elevata

linerzia del fluido. Se il tempo di chiusura piccolo, sono necessarie forze e quindi pressioni
elevate per fermare il fluido. In tale situazione la comprimibilit del fluido non pu essere trascurata
cos come non possono essere trascurate le variazioni della sezione della condotta che si modifica
essendo il materiale della condotta dotato di elasticit. Per studiare ci che accade quindi
necessario fare riferimento alle equazioni delle correnti in forma completa
H 1 U
= j
s g t
( ) ( U )
+ =0
t s
Esse vengono comunque semplificate introducendo alcune ipotesi. In primo luogo il fluido pu
essere ipotizzato ideale. Infatti essendo U 02 2 g molto minore di h0 il termine j pu essere
trascurato nellequazione del moto che diviene
H 1 U
=
s g t

Il fluido supposto inoltre barotropico, si assume cio che la densit dipenda solo dalla pressione

- 146 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

= ( p)
Le ultime ipotesi riguardano la natura della soluzione che si suppone di tipo propagativo, cio tale
che
F (s, t ) = F (s + cdt , t + dt )

(
con c costante dimensionale [c ] = LT 1 )
Essendo
F F
dF = dt + ds
t s
risulta dF = 0 se ds = cdt . Quindi
F F F t
d/ t/ + cd/ t/ = 0 c =
t s F s
Si assume infine che
c U

Ci implica che
c F t
= 1
U U F s
Segue dunque che

F F
U
t s

Le ipotesi che la soluzione sia propagatoria e che c U non possono essere verificate in questo

momento, esse saranno controllate una volta che la soluzione sar determinata.
Lequazione del moto conduce a
U2 1 U
h + =
s 2g g t

h 1 U 1 U
+ U =
s g s g t

Tuttavia U U , risulta per le ipotesi fatte, molto minore di U essendo c U e quindi


s t

h 1 U
=
s g t

- 147 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

Essa costituisce la prima delle equazioni semplificate del fenomeno in esame denominato COLPO
DARIETE. La seconda equazione deriva dallequazione di continuit che conduce a
U
+ + U + + U = 0
t t s s s

U
+U + +U + =0
t s t s s

Per le ragioni precedentemente esposte i secondi termini allinterno delle parentesi quadre sono
trascurabili rispetto ai primi e conseguentemente possono essere trascurati
U
+ + =0
t t s

Ora le variazioni nel tempo della densit e della sezione devono essere legate alle variazioni della
pressione che a loro volta sono legate alle variazioni di h . Si ha infatti
h d p
= z +
t t
Tuttavia la quota z della condotta non varia nel tempo e sapendo che = ( p ) , si ha

h 1 p
=
t t

Lequazione di stato (LEZIONE 5) per un fluido barotropico impone


dp
=
d
Segue quindi

d p p h
= = =
t dp t t t

- 148 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

Imponendo lequilibrio alla traslazione verticale di mezza condotta soggetta alle forze che lesterno
esercita su di essa, risulta (trascurando il peso del fluido)

pD = 2 s
essendo s lo spessore della condotta e la tensione allinterno del materiale con cui essa stata
realizzata .

E evidente dunque che variazioni di pressioni comportano variazioni della tensione che a loro
volta sono legate alla deformazione della sezione attraverso il modulo di elasticit E del materiale
della condotta. Risulta
d d p 2s
E= =
dD D d D

E D
dD = dp
D 2s
Tenendo inoltre conto che

D 2 d D d / D/ 4dD 2dD
= , = , = =
4 dD 2 2 / D 2/ D
segue
E d D dp d D
= =
2/ 2/ s dp Es
Infine

- 149 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

d p D h
= =
t dp t Es t

Lequazione di continuit diviene dunque


/ D h
h U
/ / /
+ + /
/ =0
Es t t s

D h 1 U
Es + t = g s

D h 1 U
+ 1 =
Es t g s

h 1 U
=
t g D s
1 + Es

Introducendo la costante

a=
D
1 + Es

le equazioni che governano il moto vario nella condotta possono essere scritte nella forma
h 1 U
=
s g t

h a 2 U
=
t g s
e costituiscono le cosidette equazioni semplificate del colpo dariete perch vedremo nel seguito
che durante il transitorio si possono manifestare notevoli sovrappressioni che possono danneggiare
la condotta stessa. La soluzione delle equazioni pu essere determinata solo dopo aver specificato le
condizioni al contorno. Nel problema in esame, nella sezione immediatamente a valle del serbatoio
si ha:
Sezione B h = h0

Infatti avendo trascurato il carico cinetico rispetto ad h0 e le perdite di carico, si pu affermare che

h H h0 .

- 150 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

La condizione al contorno nella sezione terminale della condotta pu essere ottenuta applicando il
teorema di Bernoulli fra la sezione A e la sezione del getto immediatamente a valle della sezione
contratta (sezione C).
U A2 U2
hA + = hC + C
2g 2g
Nella sezione C la pressione relativa nulla. Inoltre la quota z pu essere trascurata rispetto al
carico h A cos come il carico cinetico U A2 2 g . Segue dunque

U C = 2 gh A

Il principio di conservazione della massa impone inoltre

U A A = U C C = 2 gh A C C (t )

essendo C C il coefficiente di contrazione che lega la sezione contratta alla sezione di efflusso del
fluido al termine del tratto convergente. La relazione precedente deve valere a qualunque tempo e in

particolare anche allistante iniziale.

U A0 A0 = 2 gh A 0 C C 0 0

Segue quindi

- 151 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

UA h A (t )
=
U A0 h A0 0

avendo assunto A0 = A = 0 e C C = C C 0 . Quindi nella Sezione A

= (t )
U h
U0 h0

Riassumendo e introducendo un asse x diretto dalla sezione A verso la sezione B con origine nella
sezione A, si ha
h 1 U
=
x g t

h a 2 U
=
t g x

(NOTA 2)
h = h0 in x = L t

= (t )
U h
in x = 0 t
U0 h0

h = h0 e U = U 0 t0 x

NOTA 2
La costante a introdotta nellequazione del moto ha le dimensioni di una velocit. E possibile dimostrare
che essa corrisponde alla velocit del suono nella condotta. Nelle condotte in acciaio il valore di a si aggira
attorno a 1000 m s mentre in un fluido indefinito a 1400 m s .

- 152 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

La soluzione del problema formulato precedentemente dipende dalla forma della funzione (t ) cio
dalla legge di chiusura. Tuttavia possibile stabilire alcune sue propriet generali.
In primo luogo notiamo che h e U soddisfano la stessa equazione che ha forma

2F 2 F
2
a =0
t 2 x 2
Ci pu essere facilmente verificato per h , derivando la prima equazione per x , moltiplicandola
per a 2 e sottraendo la seconda equazione derivata rispetto al tempo. In modo analogo possibile
verificare che la medesima equazione soddisfatta da U . Le due funzioni incognite dunque sono
caratterizzate dalla medesima dipendenza spazio temporale.

Per determinare tale dipendenza introduciamo le due nuove variabili indipendenti


x x
1 = t ; 2 = t +
a a

Notiamo inoltre che


F F F F 1 F 1 F
= + ; = +
t 1 2 x a 1 a 2

2F 2F 2F 2F 2F 1 2F 2 2F 1 2F
= + 2 + ; = +
t 2 12 1 2 22 x 2 a 2 12 a 2 1 2 a 2 22
Sostituendo tali espressioni nellequazione iniziale si ha
2F 2F 2F 2F 2F 2F
+2 + +2 =0
12 1 2 22 12 1 2 22

2F
=0
1 2
Tale equazione, detta equazione di DAlambert o equazione della corda vibrante, ha come soluzione
generale
F = f1 (1 ) + f 2 ( 2 )
essendo f1 e f 2 funzioni arbitrarie.
Ricordando le espressioni di 1 e 2 si ha

- 153 -
LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

x x
F = f1 t + f 2 t +
a a
E quindi facile verificare che sia f 1 che f 2 verificano la definizione di funzioni propagatorie con
c = a e c = a rispettivamente. Infatti
f1 f df df df a
df 1 = dt + 1 cdt = 1 1 dt + 1 1 adt = 1 dt 1 = 0
t x d 1 t 1 x d 1 a
f2 f df 2 df 2 df a
df 2 = dt + 2 cdt = 2 dt 2 adt = 2 dt 1 = 0
t x d 2 t 2 x d 2 a

Inoltre essendo c = a e sapendo che lordine di a pari a 10 3 m s possibile verificare che

c U , considerato che la velocit del fluido nella condotta in generale dellordine di 1 m s .

Notiamo che la funzione f 1 ( f 2 ) si propaga, non cambiando la sua forma, nella direzione positiva
(negativa) dellasse x con velocit a ( a ) .
A questo punto tutte le ipotesi formulate inizialmente risultano verificate.

Concludendo si ha
x x
h = h0 + f1 t + f 2 t +
a a
x x
U = U 0 + g1 t + g 2 t +
a a
Lintroduzione delle costanti h0 e U 0 possibile essendo le funzioni f1 , f 2 , g1 , g 2 arbitrarie.

Le funzioni f1 , f 2 , g1 , g 2 sono legate fra di loro, come possibile mostrare considerando le


equazioni iniziali
h 1 U
=
x g t

1 df 1 1 df 2 1 dg1 1 dg 2
+ = +
a d 1 a d 2 g d 1 g d 2
Dovendo tale equazione essere verificata qualunque valore assunto da 1 e 2 emerge
a a
g1 = f1 ; g 2 = f 2
g g

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LEZIONE 26 (Luglio 2002)
I transitori negli impianti idraulici Il moto vario nelle correnti

Dunque
g x x
U = U0 f1 t f 2 t +
a a a
Inizialmente essendo h = h0 e U = U 0 , le funzioni fra f1 e f 2 sono entrambe nulle. Non appena

inizia la manovra di chiusura, nella sezione A la condizione al contorno fa s che h e U si


modifichino. Ci pu avvenire solo se f1 e f 2 assumono valori diversi da zero. I valori di f 2
generati in A non sono qui di interesse perch f 2 si propaga nella direzione negativa dellasse x e
quindi i valori generati in A non vanno a interessare la condotta, definita da valori di x tali che
0 x L . La funzione f1 una volta generata in A, si propaga allinterno della condotta verso B dove
giunge dopo un tempo pari a L a .
In B, i valori di f 1 diversi da zero, che arrivano provenienti da A, tenderebbero a far assumere ad h
valori diversi da h0 . Tuttavia la condizione al contorno impone h = h0 e dunque in B, per t

maggiori di L a , si generano valori di f 2 diversi da zero ed in particolari uguali a f1 . Tali valori


non nulli di f 2 , generati in B, si propagano verso A con velocit a e giungono in A solo dopo un
tempo = 2 L a dallinizio della manovra di chiusura. Il tempo che unonda che viaggia con
velocit a impiega a percorrere la distanza 2 L detto durata di fase.
Nella sezione A per tutti i tempi t minori di , il valore di f 2 nullo e si ha

x
h = h0 + f 1 t
a
g x
U = U0 f1 t
a a
Quindi eliminando f 1 si ottiene

h h0 =
a
(U 0 U )
g
Se il tempo di chiusura inferiore a , in A per t si ha U = 0 e quindi
a
h h0 = U0
g
Il valore aU 0 g il sovraccarico che si manifesta in A, in occasione di una chiusura che avviene

in un tempo minore di (chiusura brusca), e che ha una durata pari a . E possibile poi

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dimostrare che tale sovraccarico il massimo sovraccarico possibile. E possibile ricavare la


massima sovrappressione dalla conoscenza del legame fra p e h .
p max p 0 = aU 0

Tenendo presente che a 1000m s , = 1000 Kg e U 0 pu raggiungere valori di 10m s , facile


vedere che le sovrappressioni che si possono generare possono causare la rottura della condotta
stessa.
Per valori di t maggiori di , f 2 assume valori diversi da zero anche in A e non pi possibile
ricavare h e U in modo semplice. Spesso necessario ricorrere a metodi numerici che , tuttavia,
utilizzano una forma diversa delle equazioni che verr ricavata nel seguito.

LE EQUAZIONI LUNGO LE CURVE CARATTERISTICHE


Partiamo dalle equazioni semplificate del colpo dariete
h 1 U
=
x g t

h a 2 U
=
t g x
e moltiplichiamo la prima equazione per una costante e sommiamo la seconda equazione
h h U a 2 U
+ = +
t x g t x

Se = dx dt il termine di sinistra diviene dh dt .

Se a 2 = dx dt anche il termine fra parentesi quadre diviene la derivata di U rispetto al tempo.


Si ha dunque

dh = dU
g
Ci possibile se e sole se

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a2
=

se cio
= a
e quindi se
dx
= a
dt
a
Lequazione dh = dU o dh = dU pu essere facilmente integrata fornendo
g g

h h0 =
a
(U U 0 )
g
Tali relazioni fra h e U hanno per validit solo quando sono soddisfatte le equazioni
dx = adt
che conducono a
x = at + costante

In altre parole solo un osservatore che si muove con velocit + a ( a ) cio con legge

x = + at + cost ( x = at + cost ) nel piano orario vedr il carico h e la velocit U legate dalla

relazione h h0 = ( a g )(U U 0 ) ( hh 0 = ( a g )(U U 0 ) ) .

Le curve (rette) del piano orario definite da x = at + cost sono dette curve caratteristiche e le

equazioni h h0 =
a
(U U 0 ) valgono solo lungo tali curve.
g

Un semplice metodo (grafico) per determinare il valore di h e U nelle sezioni A e B quello di


analizzare il fenomeno nel piano (U , h ) .

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Per esempio consideriamo una chiusura brusca, con legge di chiusura rappresentata in figura

Analizziamo il fenomeno nel piano (U , h )

Per quanto discusso in precedenza, il punto nel piano (U , h ) che rappresenta la situazione in B per
qualunque tempo inferiore o uguale a 2 il punto (U 0 , h0 ) . Indicando con Bn e An la situazione

nella sezione B e nella sezione A rispettivamente al generico tempo t = n , il punto B0.5 si trover

in (U 0 , h0 ) . Un osservatore che si trova in B allistante t = 0.5 e si muove con velocit a verso

A, vi giunger al tempo t = . Durante il movimento losservatore vedr un carico e una velocit


legati dalla relazione

h h0 =
a
(U U 0 )
g

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rappresentata in figura dalla retta c. E dunque evidente che il punto A1 che rappresenta la
situazione in A allistante t = deve trovarsi su tale retta. Dove? La condizione al contorno nella
sezione A impone che

= (t )
U h
U0 h0

Fissando il valore di t , tale condizione al contorno rappresenta nel piano (U , h ) una curva sulla
quale deve trovarsi il punto A al tempo considerato. Nel caso in esame e per t = vale
zero. La curva che rappresenta la condizione al contorno in A degenera quindi nellasse h . Il punto
A1 dovendosi trovare contemporaneamente lungo la retta c e lungo la curva U = 0 , avr

a
coordinate O, h0 + U 0 (vedi figura). La procedura pu essere continuata per esempio per
g
trovare la posizione di B1.5 . Infatti un osservatore che si trova in A allistante t = e si muove

verso B con velocit a , vi giunger al tempo t = 1.5 . Durante il suo movimento vedr una
velocit e un carico legati dalla relazione
a
h hA1 = (U U A1 )
g
(retta d). Quindi il punto B1.5 dovr trovarsi lungo tale retta. Inoltre in B, la condizione al contorno

impone che h = h0 ed quindi facile determinare B1.5 come intersezione della retta d e della retta

h = h0 . Proseguendo nel tempo poi possibile determinare la posizione di A2 , B2.5 , A3 e cos via. Si

osservi che, dopo che nella sezione A al tempo t = si prodotto il massimo sovraccarico, al
tempo t = 2 il carico scende al di sotto di h0 di una quantit pari a (aU 0 ) g . Se il valore di

(aU 0 ) g elevato e h0 non grande, possibile che la pressione raggiunga il valore della tensione
del vapore e che quindi il fluido caviti. In tal caso si formano allinterno della condotta delle bolle
che poi implodono quando la pressione aumenta nuovamente.
Avendo trascurato le dissipazioni, lo stato del sistema oscilla con periodo 2 , infatti B2.5 coincide

con B0.5 , A3 coincide con A1 e cos via.

I risultati ottenuti mostrano che esiste una fase in cui il fluido, inizialmente animato da velocit U 0 ,
rallenta comprimendosi e trasformando la sua energia cinetica in energia elastica di compressione.
Questa fase termina quando il fluido fermo e la pressione massima. A questo punto il fluido si
dilata invertendo la sua velocit che assume valori negativi via via crescenti, mentre la pressione

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diminuisce. Quando la pressione raggiunge il valore iniziale, la velocit negativa massima e pari a
U 0 . A questo punto il fluido rallenta anche se continua a espandersi e quindi ad avere una velocit
negativa. La fase di espansione termina quando la pressione raggiunge il valore minimo. In tale
situazione U = 0 . Inizia quindi una fase di compressione legata al fatto che la velocit ritorna
positiva. Dopo mezza fase la velocit vale U 0 e la pressione ritorna ad avere il suo valore originario
e il fenomeno si ripete identicamente per la mancanza di dissipazioni. Queste ultime causano nella
realt una lenta attenuazione del fenomeno (vedi figura) e al termine del processo si raggiunge una
situazione stazionaria descritta da U = 0 e h = h0 .

Vediamo ora cosa succede in presenza di una manovra lenta tale che . In particolare
esaminiamo il caso in cui la funzione sia quella rappresentata nella figura sottostante

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Analizziamo il fenomeno nel piano (U , h )

Come nel caso precedente B0.5 (U 0 , h0 ) e un osservatore che partendo da B allistante t = 0.5 si

muove verso la sezione A, la raggiunge al tempo t = osservando, durante il tragitto, valori di U e


h descritti dalla retta c

h h0 =
a
(U U 0 )
g

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ove deve cadere il punto A1 . Al tempo t = la valvola posta in A non ancora chiusa e quindi
U 0.

U h
= ( )
U0 h0

Nel caso in esame ( ) pari a 0.5 e la condizione al contorno in A descritta, nel piano (U , h )
dalla parabola d. E evidente dunque che A1 cadr nellintersezione fra la retta c e la curva d. Un
osservatore che, trovandosi in A allistante t = , si muove con velocit + a verso la sezione B vi
giunger al tempo t = 1.5 , osservando valori di h e U legati dalla relazione (retta e)

h h A1 =
a
(U U A1 )
g

Tenendo conto che in B h deve essere uguale a h0 , facile posizionare B1.5 . Continuando nella

procedura poi possibile ottenere A2 , B2.5 ,...

Si noti che il sovraccarico che si realizza in A in questo caso inferiore a (aU 0 ) g .

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