Sei sulla pagina 1di 6

L’età dei bilanci

In qualche modo, si può dire che la vecchiaia (terza? quarta età) è l’età dei bilanci, certamente
consuntivi ma forse, chissà?, anche preventivi, progetti da intessere con mano leggera, per
quanto rugosa e magari un poco artritica.
Bilanci come ripensamenti, sguardi a volo d’uccello su tanti episodi che rotolano davanti agli
occhi, riflessioni che cercano di ingabbiare sentimenti ed emozioni, domande mai acquietate
con risposte che galleggiano intorno. Ma anche, forse, bilanci per definire il significato, il senso
ultimo della propria esistenza, tentare di coglierlo, inafferrabile com’è, com’è sempre stato
nonostante le mille volte in cui abbiamo creduto di intenderlo del tutto.
Ma se, come credo, ci vuole una vita intera per vivere la vita, se per tutti si profila la vecchiaia
come alternativa dilatoria alla morte, beh, allora forse vale la pena di programmarla, questa
vecchiaia, di farne un progetto, una prospettiva. Perché, lo sappiamo bene per quanto non ci
faccia piacere mettercelo distintamente davanti agli occhi, a questi passaggi non si sfugge:
dunque, guardarli in faccia, si può?

Invecchiare come progetto

Invecchiare come? E quando si deve cominciare a progettare? E che cosa vuol dire, poi?
Vivere in funzione di una buona vecchiaia (ma può esistere, veramente?) oppure vivere a
perdifiato prima di essere raggiunti da lei? Non voglio qui negare l’angoscia che sale in gola
perché la vecchiaia può far (spesso fa) paura, un’incognita scivolosa su cui si teme di finire
inghiottiti. Mi diceva una signora novantenne: ero pronta a morire ma non sapevo che dovevo
invecchiare. Non ne aveva notizia, le persone pensano di vivere e poi di morire e per alcuni
accade così, per altri, molti altri, si invecchia, a lungo, e poi si muore. E non sapremmo dire
bene come è meglio morire: da sani, da malati, giovani, vecchi, al culmine del successo o dopo
aver succhiato fin l’ultima goccia, da soli, in silenzio, guardando il mare o circondati dai
familiari, nel sonno, a occhi aperti e consapevoli…difficile da dirsi, no?
Ma forse, sull’invecchiamento qualche traccia possiamo cominciare a segnarla, fino a che
ancora non ci siamo dentro ma prendendo spunto e esempio dall’invecchiamento stesso per le
stagioni di prima, di oggi, di domani.

Il tempo, ad esempio, che cosa vogliamo pensarne, che cosa vogliamo farne? Lasciare che
passi e noi ci scostiamo per non esserne toccati, guardarlo come un fiume che monta e ci
travolgerà, entrarci piano, il piede esitante, fino a farsene avvolgere pienamente? Quando si è
vecchi, il tempo è difficile governarlo, sembra troppo forte, prepotente, sordo ai richiami. Ma
oggi, prima di allora, possiamo decidere che rapporto vogliamo averne? Se lo accompagniamo
passo passo, con il corpo che si segna, il pensiero che si modifica e si slabbra, i rapporti con gli
altri che si trasformano, talvolta sfuggendoci dalle dita, se non ci impuntiamo a negarlo, forse,
chissà?, potrebbe farsi compagno di strada che dà cadenza e significato. Certo, comporta
uscire dal mito abbagliante dell’eterna giovinezza, una goccia di umiltà per rinunciare a
governare tutto da soli, adattarsi con una grazia cedevole che ci restituisca il governo in una
magica giravolta. Certo, comporta sapere bene, fino in fondo, che la morte è confine sicuro del
significato della nostra vita. Talvolta, possiamo pensare che no, vogliamo vivere la nostra vita
a sorsi incontrollati, senza malinconie, oggi è oggi, domani si vedrà: scelte, ma scelte che
riposano nelle nostre mani. E nulla e nessuno ci esonera, anche se possiamo far finta che non
ne avevamo di scelte.

Il tempo si dilata

Quando si è vecchi, sembra che la giornata divenga uno sguardo vuoto, una distesa faticosa da
ritagliare, modellare. Soprattutto perché, in questa nostra società inconsulta, siamo abituati a
che il tempo venga scandito dagli impegni di lavoro, banalmente dalla nostra capacità di
produrre. E una giornata che non produce, è una giornata inutile? E noi che non produciamo,
siamo dunque inutili anche noi? La costa pericolosa sembra essere la corsa a una qualunque
attività in qualche modo “produttiva”, come se non si potesse che inverare questa tragica

1
equivalenza. Ma, a pensarci appena un poco, non è la trappola in cui i giovani si lamentano di
essere costretti? Non è il lamento che ascoltiamo tutti i giorni, la fatica di essere incalzati da
un’attività ad un’altra, dal lavoro alla piscina, alla meditazione, all’incontro intelligente, alla
tintoria, al lavoro da revisionare, all’onnipresente sessione davanti al computer? I cellulari
stanno mangiando financo le briciole del tempo “intermedio”, i trenta passi per la fermata della
metropolitana, un’occhiata alle vetrine, la guida dell’auto, anche in casa, sempre acceso perché
dobbiamo essere sempre a disposizione, ci potrebbero chiamare. Avete notato? Non si
risponde più dicendo “come stai?” ma “dove stai?”, da una domanda affettiva a un’inchiesta
che finisce per assumere inconsapevole sapore di controllo. Parlare male della tecnologia è
solamente una cosa sciocca ma la tecnologia va governata, al servizio nostro e di ciò che
vogliamo. Computer e cellulari sono strumenti preziosissimi anche per gli anziani, mezzi di
comunicazione indispensabili. Ma come potremo reggere il tempo sguarnito della vecchiaia se
non sapremo già oggi e domani gustare un tempo vuoto senza affrettarsi a riempirlo o a
farselo riempire? Il tempo non produttivo può dilatare il passo del pensiero, addensare le
emozioni dando loro tutto lo spazio per espandersi e fiorire, ma richiede il coraggio di reggere
lo sguardo fisso sul vuoto, di non ricolmare di mobili, magari bellissimi, le stanze della nostra
persona. E il coraggio che pretendiamo dagli anziani perché ci lascino del tempo per noi,
perché sopportino i loro malesseri, perché non ci trasmettano le loro paure, quando deve
nascere, questo coraggio? Se cominciassimo a coltivarlo fin d’ora, forse saremmo un poco più
addestrati a vivere la vecchiaia, e, anche, potremmo sintonizzarci con chi vecchio lo è già e
questo coraggio lo usa, lo teme, lo maneggia a fatica. E se adesso, proprio adesso, spengessi il
cellulare?

Il diritto di essere anziani

In parole semplici, mi sembra, dunque, che gli anziani debbano poter rivendicare il diritto di
essere anziani, non essere costretti a patetiche mascherate giovanilistiche allo scopo di non
essere emarginati. Perché non li vogliamo, nei fatti, sono pesanti (ripetono mille volte le stesse
cose), vorrebbero la nostra attenzione (e abbiamo già tanto da fare), costano in termini di
tempo, denaro, affetti, energie. Meno male che ci sono le badanti, tanto loro sono contente, ci
mantengono la famiglia là, dall’altra parte del mondo, e poi sono abituate, che altro farebbero,
in fondo? E si affezionano facilmente, sradicate come sono e sole in questi nostri paesi. Una
signora sudamericana, che lavorava, appunto, come badante, diceva, stupefatta: ma voi
affidate a noi le vostre persone più care e importanti, vecchi e bambini! Eppure è una soluzione
talmente diffusa e logica, sembra, che il pensiero non va a contrastarla ma a governarla, una
volta di più. Sceverare con attenzione ciò che è bene che la badante faccia e cosa spetta a noi,
in cosa è bene che non entriamo e cosa è riservato solo a noi e solo noi possiamo gestirlo.
Perché credo sia una ideologia malata quella di sbandierare come ovvia e moralmente
obbligata la soluzione di prendersi in casa l’anziano. Il diritto dell’anziano, come di chiunque,
comincia dove cominciano e non dove finiscono quelli di tutti gli altri.
Crudele e stolido contrapporre i diritti: non sarà anche sulla base di questa banalizzazione che
hanno origine tanti maltrattamenti, tante violenze familiari? Alla vecchiaia non c’è rimedio, non
è un male di cui farsi responsabili e colpevoli per poi, inevitabilmente, ribaltare la nostra
sofferenza sull’anziano stesso. Situazioni di non autonomia, Alzheimer, allettamenti, demenza
senile, non possono essere rimbalzati dall’anziano ai più giovani e poi ancora indietro in un
tragico ping pong in un’angosciosa, impossibile ricerca della soluzione miracolosa. Il diritto
dell’anziano viene garantito e custodito dal diritto dei più giovani: in un serio confrontarsi su
ciò che può essere fatto, su ciò che occorre all’uno e agli altri per vivere appieno la loro vita.
Diritti inalienabili che non vanno attenuati ma esaltati, anche perché in una contrapposizione
frontale si perde tutti. È saggio inserire un anziano, magari malato, in una famiglia con degli
adolescenti? È giusto privilegiare il genitore sul rapporto con il partner? È necessario rinunciare
alla libertà della single per riempire la vita dei genitori? Si deve tornare a vivere in casa
quando un genitore è rimasto vedovo? Certo che sì, certo che no. Certo che vanno ascoltate le
esigenze di cura e di affetto e di accudimento ma credo che una maldestra oblatività divenga
un maligno e crudele cappio al collo di tutti. La badante, l’infermiere al nostro fianco attenua
l’angoscia e il senso dell’impotenza. E permette l’azione utile. Con la badante, con l’infermiere,
l’anziano può mostrarsi nella sua nudità, fisica e mentale, senza offendere l’intimità del
rapporto d’amore con i figli e i familiari. Riservatezza, rispetto, che spettano all’anziano non più

2
in grado di proteggersi, ai più giovani che di questa protezione hanno diritto. Per poter andare
a trovarlo senza essere costretti a impudiche frequentazioni ma attestandosi nel territorio
possibile d’incontro e d’affetti. Per non restare inorriditi di fronte a certi disfacimenti, a certi
degradi, con un moto di ripulsa che impedirebbe la levità del bacio sulla guancia. Lontano dal
mondo degli eroi (ricordi Brecht?) e degli asceti, camminiamo a nostro modo nel terreno in cui
le vite dei giovani e degli anziani si sovrappongono. Attenti alle nostre esigenze vitali (e non
solo) per essere in grado di rispettare le sue, di esigenze. Vitali, di essere curato e accudito,
ma anche di mantenere un rapporto con i familiari, libero di fare capricci e di rifiutare il cibo
che non ama, di sputare le medicine e di piagnucolare, se crede, lontano dagli occhi dei
familiari. Non per nascondere la realtà, che comunque ci mangia il cuore, ma per preservare il
pudore. Suo, nostro.

La sessualità dell’età matura

La persistenza delle parole che usiamo spesso ci induce in fraintendimenti, in scorrette


equivalenze: il gioco del sesso fra i ragazzi, l’importanza del sesso per i giovani adulti e per
quelli meno giovani fa quasi confinare la sessualità nelle età dei corpi giovani, tonici, non
ancora scalfiti dalle esperienze lunghe e da un qualche tormento esistenziale, dalle sconfitte
delle porte che si chiudono all’improvviso, dagli abbandoni inconsolabili, dai lenti e faticosi
ritorni su terreni meno scivolosi. Sì che l’idea di una sessualità fra corpi maturi, senescenti, fa
un po’ impressione, quasi un moto d’indecenza, non va, non va bene. E sì che pensavamo,
dopo un qualche decennio, di aver saputo scorporare il rapporto sessuale dalla procreazione!
Decenni di pillole anticoncezionali e siamo ancora lì a storcere il naso e stringere le labbra con
disapprovazione, intimamente bacchettoni sotto l’aspetto spigliato e politicamente corretto.
Forse anche segretamente timorosi che venga partecipato (invaso?) un terreno che vorremmo
tutto per noi e che, magari, tastiamo con qualche difficoltà. Ah, l’antica competizione con i
genitori, sempre presente sotto la pelle, quel drammatico doversi svincolare che si richiude
nell’abbraccio di cui non sappiamo né possiamo fare a meno.
Sessualità franca a sessanta, settanta, ottant’anni? Senza vergogna? Posso tollerare l’idea di
una sessualità fra vecchi coniugi, anche se ne distolgo lo sguardo, ma fuori dai sacri vincoli?
Ah, è certo, si tratta di plagio, circonvenzione d’incapace, l’ho ben vista che faceva la
seduttiva, so io come poco a poco l’ha fatto su, l’ho notato come si guardavano: scandalo,
lacrime, rimproveri aggressivi, rinuncia, ritrosia o scontro dolorosissimo.
Non voglio fare Biancaneve, credo di sapere che molte volte è accaduto che degli anziani siano
stati truffati, turlupinati, so bene che accadrà ancora, credo di conoscere lo sgomento dei
familiari di fronte allo spettacolo dell’anziano imbrogliato e confuso sfruttando la sua
debolezza. Qui vorrei solo accendere un lumino che ponga la piccola domanda: è lecito il
desiderio sessuale nel mondo degli anziani? Possiamo tollerarne l’impulso senza dover
immediatamente far finta di non aver visto né compreso, possiamo reggere il pensiero chiaro e
semplice che gli anziani possono, veramente, provare desiderio sessuale? Con la semplice
progressione in cui anche noi desideriamo che l’intesa di un rapporto, la confidenza e l’intimità
affettiva vada a consolidarsi in un incontro sessuale? E se l’accudimento quotidiano, intimo,
che non distoglie lo sguardo né il gesto dalla triste indecenza di un corpo non più autonomo,
che va perdendo i confini e i lineamenti, se questo accudimento suscitasse quella risposta
d’amore, quell’impulso di congiunzione e di fusione che è caratteristico del sesso? Perfino,
vogliamo esagerare?, alla ricerca del piacere?
Argomento difficile e intricato, pieno di tanti rovi, che andrebbe trattato con attenzione in un
tempo dilatato, ampio di riflessione: ma possiamo cercare di non negarlo? Possiamo con
difficoltà addestrarci a distillarne almeno un primo pensiero? Chissà mai che possa servire
anche a noi quando lei si sottrae perché non si sente bella, quando lui sente il sesso come
stoppa in bocca, privo di gusto, quando ci invischiamo in complicate articolazioni fra fedeltà,
desiderio, orgasmi mancati, appagamenti troppo rari, erezioni distratte?

Anche il mio partner invecchia

Se è così difficile, così faticosamente immaginabile il pensiero di invecchiare noi stessi, ecco
che, inopinatamente, è proprio il nostro partner che ci fa da specchio. Eh, già, perché lui/ lei,
invecchia, il passo si fa pesante, meno agile, l’attenzione più labile, la mente, ma dai!, sì, si

3
confonde, si ferma incerta, talvolta alla ricerca di un nome, talaltra del filo del ragionamento
che è scivolato chissà mai dove. La mano ora rovescia il recipiente, l’insofferenza della propria
imprecisione si ribalta a eco nei nostri occhi allarmati: sì, il nostro partner invecchia. E noi?
Già, perché al di là dello struggimento di vedere gradualmente disfarsi davanti a noi la persona
amata, si impone prepotente il confronto, lo specchio si gira a inquadrare le nostre
imprecisioni, i nostri movimenti incerti, gli inseguimenti pateticamente dissimulati del concetto
che sfugge, del nome che non affiora. Ed è anche per questo che si accende quella drammatica
conflittualità che nelle coppie di anziani può sfiorare l’autentica crudeltà, il gusto dell’infliggere
sofferenza, l’inesorabilità del tormentarsi l’un l’altro. Disperazione inconsolabile nell’osservare
l’altro che si appanna, furia angosciata perché non fa nulla per impedire il disfacimento, furiosa
collera perché neanche noi possiamo impedirne l’avanzamento, profondissimo scoramento nel
ritrovarsi faccia a faccia con noi stessi nella drammatica, semplice evidenza: stiamo
invecchiando. Un primo moto d’affanno, di ribellione, diete, sì, ne conoscevo, le cerco, e poi
una cyclette, dicono che bisogna fare movimento, tenere la mente in esercizio, non ti
piacevano, un tempo, le parole crociate? E guarda, ci sono delle conferenze interessanti, non è
tanto lontano, tornando ci prendiamo un gelato così non ceniamo sì, allo yogurt che è meno
grasso, ah, il colesterolo.
Tentativi affannati e un po’ dolenti di contrastare un’evidenza penosa, poi magari accade che le
parole crociate finiscano per divertire sul serio, che vadano a strutturare una competizione
tanto accesa quanto inoffensiva, o che divengano un ulteriore motivo di offese preventive nel
timore di umiliazioni possibili. Magari il centro delle conferenze è un luogo gradevole, in cui
farsi degli amici nuovi, magari è ancora un’edizione dell‘insopportabile peana all’armonia
universale, dove la pace aleggia consolatoria carezzando le rughe del dolore, schiarendo i
pensieri della morte e della solitudine. Certo, qualunque proposta è capace di farsi trappola
minacciosa e occasione di sofferenza, come, anche, di aprire diverse, impensate possibilità.
Ma, forse, si può riassumere così: se comprendiamo fino in fondo che invecchiare è inevitabile,
possiamo utilizzare le nostre energie, fantasia, coraggio, intraprendenza, curiosità per
governare l’invecchiamento e farne strumento nelle mani che si arrugginiscono. Ma occorre
passare dall’accoglienza piena della sconfitta di ogni speranza di elusione, dall’ammissione
lucida della vecchiaia come cammino forse duro ma reale. Da percorrere come vogliamo, come
possiamo: a testa alta, controllando il tremito delle gambe, curvando la schiena sotto un peso
inaccettato, succhiando nell’aria profumi e bave di vento che sanno di luce o sputando rabbiosi
i frammenti di vita e di gioia come citazioni che ricordano tempi passati che non ritorneranno
mai più. Ma di questa scelta, del come percorrere questo cammino che sfocia nella morte, sono
coprotagonisti, non solo attori secondari, i più giovani che stanno intorno all’anziano, alla
coppia anziana. Spesso ancora più drammaticamente incapaci di constatare il degrado senza
riflettere la propria sofferenza sull’altro, spesso troppo giovani per avere già assaporato il
gusto inconsueto, ma non necessariamente disgustoso, dell’impotenza. Combattuti e incongrui
nell’aiuto intempestivo che irrita chi spera di farcela da solo, nella distanza dell’astinenza che
fa sbocciare la rabbia dell’abbandono, nello sguardo che si distoglie, incapace di reggere uno
scacco evidente, per non farsi testimone che accusa.
Non è facile? E chi mai ha potuto pensare che invecchiare fosse facile e facile lo stare accanto
a chi invecchia? Solo perché ci piacerebbe che gli anziani avessero un loro posto garantito e
onorato nella società, e ci ripetiamo con foga che nei tempi andati, nelle culture veramente
civili gli anziani sono la corona e la gloria della collettività, solo per questo possiamo svincolarci
dallo stare al fianco, dall’assorbire la sofferenza, dall’ingoiare violenze osservate e talvolta
subite? Nel nostro mondo non c’è posto per gli anziani, anzi, mi correggo, ci sono molte case di
riposo per tenerli ma non sappiamo averne bisogno. E così, se non usciamo dalla tremenda
semplificazione di voler fare qualcosa per loro, per gli ammalati, per i matti, noi che giovani e
vincenti ci vestiamo da angeli di carità, se non usciamo da lì ogni disponibilità caritatevole si
asciugherà in fretta davanti al padre che biascica, alla madre scomposta e indecente, davanti
al vecchio cattivo che si vendica pateticamente umiliando e disconoscendo, davanti ai capricci
e agli sfoghi eternamente ripetuti, sempre uguali. Se noi non abbiamo bisogno di loro, di
salvarne la dignità e il diritto a esserci come sono, come potremmo salvare la nostra, di
dignità? All’ingresso di un cimitero, è scritto a grandi lettere: Quello che siete, fummo, quelli
che siamo, sarete. Maledizione? Vendetta? Semplice constatazione? Invito alla compunzione?
Sta a noi deciderne il significato, farne uso.

4
Che cosa vorrei per la mia vecchiaia?

È in questo quadro che mi piace pensare all’invecchiamento come progetto. Anche per gli
anziani, perché fino alla loro morte continueranno a invecchiare. Per gli adulti giovani che
sentono così salde in mano le redini della loro vita. Per gli adulti che con uno spasmo di paura
cominciano a constatare qualche piccola, grande invalidità, un furore cieco incontrollato di
fronte al clacson insistente di chi segue, lo schermo del computer che si annebbia, il citofono
che ha squillato ma noi non abbiamo sentito, l’appuntamento tralasciato, l’agenda dell’anno
scorso dove non ritroviamo gli appunti: stiamo invecchiando? Certo che sì, e che vogliamo
farne?
Moltiplichiamo le sessioni in palestra, seduciamo qualcuno più giovane di noi, cambiamo l’auto
per un modello più potente, ci compriamo un abito di lusso o una vacanza strepitosa? Oppure
la mettiamo sul depressivo, ecco, ormai è finita, guarda, ho già le macchie sulle mani, e chissà
quando se ne accorgeranno anche gli altri, anche stasera non son riuscito a fare l’amore, dio
mio quanta pelle appesa alle braccia, farò a tempo a conquistare la guida di quel progetto o
me la toglieranno?

Vecchio, vecchio, un incubo che rimbomba come una sfida maligna e iettatoria per i cultori
dell’eterna giovinezza, per chi adora i riflessi pronti e veloci, la rapidità flessibile di una
modifica, il tono scattante di un passo che si avvicina nel corridoio. E chi mai non ama la
giovinezza, la bellezza fulgente dei contorni fermi di un viso, di muscoli così indifferenti alla
fatica, lo scialo distratto di forze, risorse, occasioni, possibilità? Non è questa la ricchezza della
cornucopia della vita? Non è per continuare a far sorgere giovinezza e bellezza che ci
adoperiamo? Non fa orrore naturale il mento adunco privato dei denti che si avvicina al naso,
le orecchie smisurate che crescono senza che nessun dia loro l’alt? È male, forse, desiderare di
esserne esonerati? Male, no, danno sì perché è negli anni della forza e della speranza che si
attua, è negli anni della maturità piena ed appagata che possiamo impostare il nostro progetto
di invecchiamento. Non per intristire i colori brillanti del successo e lo slancio del progettare
con la mestizia del tempo dietro l’angolo ma per, all’opposto, utilizzare la forza mentale,
psichica e socialmente riconosciuta a servizio del nostro invecchiamento. Nella maturità piena
si possono passare in rassegna ricordi, esperienze, passioni, opportunità, proprietà, affetti di
ogni genere: quale, quali vogliamo custodire con noi e per noi fino alla fine? Che cosa vogliamo
che gli altri vedano di noi quando non avremo più la possibilità di scegliere il modo di
presentarci? L’attaccamento ottuso alla vita di certi vecchi che oggi ci sgomenta e che forse è
la tenacia di chi combatte fino all’ultimo? L’avidità golosa per alcuni cibi, la gelosia di piccole
abitudini, la fissazione esasperante per le finestre aperte, chiuse, socchiuse? E se fossero un
modo di dichiarare la volontà di continuare a governare la propria esistenza? Lo vorremmo?
Vorremmo, invece, lasciarci guidare da mani più giovani delle nostre? Vorremmo continuare a
governare almeno in quell’ambito che ci appartiene e ci assomiglia? Come custodirlo nel
tempo, quell’ambito, oggi del tutto sotto il nostro controllo, con chi condividerne la gestione?
Chi affiancarci nel controllo affinché ne spieghi il significato quando non saremo più in grado di
farlo? Oppure preferiamo che sia la conoscenza di noi che avranno costruito gli altri negli anni
a farci da guaina protettiva, a restituirci l’impronta del nostro essere? Ed eventualmente,
possiamo aiutarli a esserci vicini nella nostra vecchiaia in modo che né noi né loro ci si ferisca
troppo?

Troppo, perché violenza non può non esserci nell’accudimento dell’anziano. Intendo, qui,
escludere ogni forma di violenza crudele che si approfitta dell’inermità: come per i bambini, i
malati, i matti. No, mi riferisco alla violenza inevitabile di chi si prende cura: scegliere per il
bene e in nome dell’altro. Scegliere come gestire il suo tempo, il suo denaro, gli spazi abitativi,
l’assistenza medica, il personale al suo fianco. Perché, violenza, non si può farlo in accordo?
Questo è il sogno utopico di chiunque, con amore e rispetto, si prende cura dell’anziano: figlio,
nipote, badante, personale della casa di riposo che sia. (Ed è fortunato a poterlo fare, di
prendersene realmente cura, lusso di troppo pochi). Chiunque vorrebbe poter essere
esonerato, non dover esercitare violenza ma se deve farsi spazio per la bombola d’ossigeno
occorre spostare la toletta, modificare (eliminare?) il letto di nozze se bisogna far conto su un
letto mobile, che sollevi gambe e spalle dolenti, affidare la cucina di cui era così gelosa a
un’estranea, dar via l’auto che non è più in grado di guidare con sicurezza, scegliere temi e

5
modi e qualità dei farmaci e delle visite mediche. Ogni scelta sembra conclusa in sé ma in
effetti inanella una catena di modifiche che, lentamente o rapidamente che sia, sposta
l’anziano dal centro del governo della sua vita alla posizione marginale di chi è oggetto di
scelte di governo. Per il suo bene, certo che è così, ma la violenza grandemente costosa per i
più giovani che la centellinano goccia goccia è assistere e partecipare attivamente a questa
detronizzazione fino a che, vinto, l’anziano ha lasciato cadere ogni velleità di decisione e si
affida, magari alla fin fine di buon grado, a chi lo gestisce, a chi sceglie se è il momento di
uscire, di dormire, di mangiare ancora un boccone.

Forse, se il nostro sguardo regge lucidamente questo scenario a venire, di alcune cose, di certi
particolari possiamo fare condivisione con i più giovani, via via che avanziamo verso l’età che
ci fa paura. Chiarire, definire richieste ed esigenze, avendo la cura di controllare ogni tanto se
ancora sono attuali, se non sono intervenute altre esigenze. Allora, certamente non avremo
sconfitto il dolore che la nostra situazione indifesa e inerme porterà ai più giovani, certamente
non saremo esonerati dalla sofferenza imprevista o dalle conseguenze di un tempo che rotola
senza controllo. Ma, pure, avremo sia pur lievemente lanciato attraverso il tempo un aiuto e un
conforto ai più giovani, annodando in filigrana un’alleanza fra generazioni che li protegga dalla
desolazione. Invecchieremo e saremo soli in quella dimensione sconosciuta di cui nessuno
potrà darci precedentemente conto, che abbacina e agguanta la nostra attenzione
costringendoci in una fissità immota che ci rinchiude. Ma almeno chi ci sarà al fianco potrà
avere un filo lieve di speranza consolatoria pensando di non averci persi del tutto, di fare in
nostra vece ciò che avremmo voluto noi che venisse fatto. E benedetto, talvolta, il silenzio in
cui l’anziano si raccoglie, un silenzio a luci basse che tutela lui e gli altri da troppa chiarezza. Sì
che i più giovani possono dirsi che è tranquillo, al sicuro. E chissà mai che questo non sia
l’ultimo, estremo gesto d‘amore di chi sta concludendo la sua esistenza. Che i più giovani
possano cibarsene e rassicurarsi, che il breve domani li possa trovare in pace.

Maria Cristina Koch