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Malvaldi Marco

Il gioco delle tre carte

<1974> / Marco Malvaldi.


Palermo : Sellerio, 2008.

Il gioco delle tre carte

A Vittorio

Chi mi ruba la borsa;


ruba ciarpame;
qualcosa, nulla;
era mia, sua,
ed stata schiava di mille altri.
Ma chi mi toglie il mio buon nome
ruba qualcosa che non lo arricchisce,
e rende me povero davvero.
William Shakespeare, Otello, atto terzo, scena terza

Prologo
Se questa era confusione, allora l'Italia doveva essere il paese pi bello del mondo. Questo
pensava Koichi Kawaguchi, appena sceso dal volo JL3476 che lo aveva preso in consegna
all'aeroporto di Narita e lo aveva fatto atterrare, tra incomprensibili applausi degli italiani
presenti sull'aereo, su una delle piste di Roma Fiumicino.
Koichi Kawaguchi era preoccupato perch era la prima volta che usciva dal Giappone, non
solo per andare ad un congresso ma in generale, e gli avevano detto che l'Italia era un
paese bellissimo, ma estremamente confusionario e disorganizzato. Per di pi, Koichi era
una persona apprensiva in modo quasi patologico. Quindi, l'idea di trovarsi da solo, in un
aeroporto sconosciuto, in un paese di cui non conosceva la lingua, a dover prendere un
volo interno che partiva solo due ore dopo l'atterraggio da Tokyo gli aveva messo addosso
l'ansia da circa un mese.
E invece, era andata molto meglio del previsto.
Tanto per cominciare, gi alla partenza da Narita aveva riconosciuto alcune persone che
andavano al congresso. Pur non conoscendoli di persona, Koichi aveva visto alcuni
ragazzi che tra i bagagli avevano appeso a tracolla un tubo di plastica portadisegni, il che
li identificava immediatamente come persone che vanno ad un congresso scientifico.
Ad un congresso, infatti, i giovani raramente tengono una conferenza o una
comunicazione orale. Di solito, per loro viene organizzata una cosiddetta poster session,
ovvero un ritaglio di tempo nel quale ogni giovine cosiddetto scienziato spiega di persona
ad ogni congressista che si fermi davanti al suo poster che tipo di ricerca ha svolto, in
modo molto informale. Il poster in questione di solito viene conservato dal suo
proprietario, arrotolato con cura, dentro ad uno di quei tubi portadisegni di cui si diceva
prima, e che di solito non passano inosservati. Questo, sia detto per inciso, non per merito
del loro design elegante, ma piuttosto per colpa della loro perversa funzionalit: detti
marchingegni, infatti, sono progettati con cura al fine di incastrarsi in modo improvviso in
ogni apertura che ne dia loro la possibilit, ivi comprese le gambe dell'imberbe
proprietario e dei suoi vicini pi prossimi. L'imprevedibile dinamica dell'oggetto da
quindi sovente luogo ad un corollario di inciampi, semicadute e scippi involontari che
rompono in modo vistoso la monotonia del terminal.
Al di l delle loro fastidiose conseguenze a livello meccanico, i tubi avevano permesso a
Koichi di riconoscere dei potenziali congressisti, e dai discorsi colti al volo aveva capito
che andavano esattamente allo stesso congresso.
Per cui, aveva deciso con un misto di timidezza e decisione tipicamente nipponica di non
perdere di vista il gruppo di compatrioti e di seguirli con discrezione, senza tuttavia
presentarsi. Era il suo primo viaggio all'estero, infatti, e voleva gustarselo da solo il pi
possibile. Nonostante questo, era ben deciso a non pedinare i suoi connazionali e a
sfruttarli come cani guida, specialmente all'arrivo a Fiumicino dove, era convinto, si
sarebbe trovato di fronte ad una confusione dantesca.
E invece, aveva trovato l'aeroporto romano sorprendentemente tranquillo. Nessuna traccia
di quelle straripanti fiumane di gente vociante, popolate da orde di borseggiatori avidi di
portafogli del Sol Levante, che caratterizzavano i suoi incubi a occhi aperti da qualche
settimana. Nessun urlo, nessuno schiamazzo, e anzi una quantit di persone
sorprendentemente bassa. Metterla a confronto con quella in cui si trovava immerso nella
stazione di Shinjuku della metropolitana di Tokyo, a cui scendeva tutte le mattine, era
come paragonare la densit di giocatori presenti su un campo di calcio rispetto a quella di
gente in curva.
L'impressione dell'aeroporto, a prima vista, era abbastanza deludente, con un che di
provinciale. Brutti i pochi negozi che occupavano il primo piano, decisamente poco
invitanti, il ristorantepizzeriacaffetteria e i due bar che si contendevano il diritto di
sfamare l'atterrato viandante.
Eppure, inaspettatamente, il posto gli piaceva.
Gli piaceva l'evidente calma con cui gli italiani facevano le cose, il sorriso con cui l'agente
di polizia gli aveva controllato il documento e augurato buon soggiorno in un inglese
zoppicante nonostante il lavoro in un aeroporto. L'inspiegabile eppure evidente
compiacimento del barista a cui aveva chiesto un caff, come se prendere un caff a
quell'ora e in quel bar fosse la cosa giusta da fare per uno che sa stare al mondo. E il caff,
scuro e concentrato, servito in una tazzina gi riscaldata, era buonissimo.
Altre cose gli erano piaciute di meno, come le toilette. Aveva sentito dire che gli italiani
erano il popolo pi pulito d'Europa; evidentemente, si era trovato a pensare, le toilette
dell'aeroporto devono essere pensate per i tedeschi. Ampie, senza dubbio, ma col
pavimento bagnaticcio e sudicio all'inverosimile, il rubinetto senza mezze misure che se
aperto meno della met stillava una misera e striminzita gocciolina a intervalli di due o tre
secondi oppure se aperto oltre dava l'impressione di avere forato una diga. E poi, la tazza
con la tavoletta non riscaldata. A Tokyo tutti i bagni pubblici avevano la tazza con
tavoletta riscaldata. C'era disaccordo, tra Italia e Giappone, su quali tazze fosse opportuno
riscaldare.
Recatosi nella sala checkin, Koichi vide che l'aereo che avrebbe dovuto partire appena due
ore dopo l'atterraggio del volo da Tokyo era dato con ulteriori due ore di confortevole
ritardo.
Questo lo rasseren ulteriormente. Anzi, lo tranquillizz a tal punto che decise, in piena
sintonia con lo spirito italiano, di tornare al bar e prendere un altro caff.

- Un caff, per favore. Voi cosa volete?


- Anche per me un caff.
- Per me un succo d'arancia. Se prendo un altro caff entro in risonanza.
Quella mattina, quando il barista dell'aeroporto Galilei di Pisa li aveva visti per la prima
volta, i tre giovani avevano un aspetto decisamente migliore.
Adesso, alle cinque di sera, dopo sette ore di attesa davanti all'unico terminal
dell'aeroporto, avevano un'aria un po' disastrata. Le camicie, nonostante i continui
rimboccamenti, fuoriuscivano dai pantaloni in rassegnati sbuffi asimmetrici, e uno dei tre
aveva sotto le ascelle due vasti aloni di sudore. Le facce erano sbattute, e la conversazione
languiva tra grugniti e lamenti generici.
- Comunque, l'ultima volta che mi faccio fregare cos.
- S, come no. Anche l'anno scorso hai detto la stessa cosa. E comunque, automatico che
l'ultima volta che ci facciamo fregare cos. Non so a voi, ma a me la borsa vedrai che non
me la rinnovano.
A parlare cos era il pi anziano - per quanto questo termine potesse sembrare fuori luogo
per descrivere dei trentenni - dei tre ragazzi, un tipo alto alto e con le spalle larghe, con un
viso dai lineamenti marcati e vari orecchini al lobo destro. La borsa cui si riferiva era
nient'altro che la borsa di studio da euri 1.238,56 mensili, della durata di anni uno, che gli
era stata generosamente concessa l'anno precedente dal Dipartimento di Chimica e
Chimica Industriale di Pisa dopo aver conseguito il dottorato in attesa che come gli aveva
detto il suo professore maturino tempi migliori per vedere di ritagliarti qualcosina di un
po' pi stabile o alternativamente come diceva lui che qualcuno di questi vecchiardi che
fanno tanto finta di preoccuparsi di noi si accorga di avere centotrent'anni, si ritiri in
campagna a coltivare le rape e liberi un posto, maremma maiala.
Gli altri due suoi sodali, invece, erano ancora studenti di dottorato, e la posizione di tutti e
tre comportava, come sempre nel caso dei precari universitari, oneri non scritti ai quali
non era pensabile sottrarsi; uno di questi, ad esempio, prevedeva che nel caso in cui il tuo
Dipartimento organizzi un congresso tu debba far parte in modo ufficioso, ma
obbligatorio, del comitato organizzatore. Il che significa, tradotto in pratica, doverti
occupare dell'arrivo e dei bisogni dei partecipanti esterni al congresso.
Per questo, nell'ambito del dodicesimo International Workshop on Macromolecular and
Biomacromolecular Chemistry i tre erano stati precettati dalla responsabile
amministrativa del Dipartimento di Chimica per andare a prendere all'aeroporto i vari
gruppi di professori e studenti esteri e scortarli all'albergo. Dopo aver accolto severi
professori scandinavi, someggiato bauli di anziane studiose americane, ritrovato bagagli e
figli di isteriche ricercatrici spagnole e guidato armenti di scienziati giapponesi verso il
capiente autobus che li avrebbe portati all'albergo, al momento i tre erano quasi alla fine
dell'impresa. Per concluderla mancava solo una persona che sarebbe dovuta arrivare con
l'ultimo volo, dopodich i tre sarebbero stati liberi di andare a casa. Come spesso accade
quando la fine di un compito ingrato vicina, non ne potevano pi.
- Insomma, speriamo che questo tizio olandese arrivi presto - disse uno degli altri due,
tentando di mettere da parte il discorso della borsa che avrebbe condotto sicuramente a
conseguenze poco piacevoli per tutti e tre. Nel corso della giornata, infatti, la
conversazione si era sviluppata intorno alla loro situazione in quanto precari universitari.
La conclusione a cui erano arrivati, in sostanza, era che i precari della ricerca erano
considerati dall'universit e dal Ministero pi o meno come la flora batterica intestinale:
ovvero, dei parassiti. Parassiti buoni, s'intende; necessari per il buon funzionamento
dell'organismo (in quanto sono i precari quelli che stanno realmente in laboratorio), ma
mantenuti in vita con gli ultimi residui delle risorse ingerite e, in ultima analisi, in una
situazione oggettivamente di merda.
- Qualcuno lo conosce, questo Snijders? - chiese il terzo. - Non che ci tocca rincorrerlo per
tutto l'aeroporto come l'ungherese di prima, vero?
- No, no - disse il ragazzo alto. - Lo conosco io, l'ho gi visto ad un paio di congressi. Non
c' rischio di confonderlo.
- In che senso?
- Ora lo vedi.
- Proprio ora, guarda - disse il terzo sorridendo. - Sono arrivati. Vedo movimento.
- Grande! Vai, andiamo a prendere il crucco e poi si va a casa.
- E' olandese.
- Olandese o svedese, l'importante che sia l'ultimo.
Giunti davanti al terminal, il ragazzo alto innalz sulla sua testa un cartello che portava
scritto (a mano, i mezzi sono quelli che sono) International Workshop on Macromolecular
and Biomacromolecular Chemistry. Quasi subito, dal gruppo di persone in uscita dal
terminal si stacc un tizio sui quarantacinque, alto un metro e settanta scarsi, vestito con
un kway verde militare che dava particolare risalto alla sottostante maglietta arancione,
inserita alla meno peggio dentro un paio di jeans particolarmente grinzosi e privi di
cintura che terminavano dieci centimetri sopra la caviglia, la quale spuntava da un paio di
sandali ultratecnologici" da trekking. Il tipo, che sembrava privo di bagagli a parte uno
zainetto, si avvicin ai ragazzi e li salut alzando una mano.
- Buongiorno, professor Snijders. Fatto buon viaggio? - chiese il ragazzo alto in italiano.
- S, s. Buon viaggio, davvero - rispose, in italiano e con uno strano accento marcato, il
tizio.
Decisamente, Antonius Celsius Jacopus Snijders (per gli amici, cio per un gran numero di
gente, Anton) non aveva l'aspetto di chi di lavoro fa il professore. A dire la verit, non
aveva nemmeno l'aspetto di uno che avesse un lavoro di qualsiasi genere, o che avesse mai
lavorato un minuto in vita sua. In realt, per quanto curiosa potesse risultare la sua
facciata esterna, Anton Snijders era un ottimo docente ed un buon ricercatore, in grado di
gestire un gruppo di una decina di persone che facevano ricerca in modo dignitoso e
originale.
- Lei parla italiano? - chiese uno dei due dottorandi, facendo una domanda evidentemente
inutile per pura cortesia.
- Ho una moglie italiana - rispose con praticit Snijders a quella che aveva supposto
correttamente essere la domanda autentica, ovvero Perch lei parla italiano?. Quella era
una cosa degli italiani che non mancava mai di incuriosirlo: perch raramente facessero
domande dirette. Il ragazzo trovava strano che un olandese parlasse italiano, ma avrebbe
ritenuto maleducato chiedergli direttamente Perch parla italiano?. Lui non si sarebbe
fatto questo problema in fatto di educazione, Snijders non si faceva mai troppi problemi
ma loro s. Bizzarro. Si concentr su uno dei ragazzi che gli stava dando spiegazioni
logistiche.
- L'hotel ad un quarto d'ora di taxi da qui. Gliene chiamiamo uno subito.
- No, grazie. Non necessario che chiamate.
- Ha gi qualcuno che la aspetta? - chiese uno dei tre.
- No, pensavo camminare fino all'albergo.
I tre si guardarono tra loro. Dalle espressioni che avevano, era chiaro che pensavano di
aver capito male.
- Guardi, professore - disse uno dei tre dando risalto alla parola professore, forse per
ricordargli che di solito da un intellettuale ci si aspetta una forma fisica scadente - che
l'hotel a dieci chilometri da qui.
- Lo so - disse Snijders sempre sorridendo. - Sono stato seduto tre ore. Ho voglia per
muovere le gambe.
- sicuro? Sono dieci chilometri. Ci metter due ore.
- Non ho molta fretta.

Inizio
La scena potrebbe far pensare ad un rito religioso. Il che strano, perch si svolge tra i
tavoli di un bar all'aperto.
L'officiante un tipo sulla trentina, alto, con un grosso naso adunco e un'aria vagamente
mediorientale. Si muove con calma ieratica tra tamerici e tavolini, il passo sistematico e
solenne. In braccio regge come un bambino un piccolo computer portatile, che consulta
con aria che oscilla continuamente tra il soddisfatto e l'accigliato mentre esplora la giungla
di sedie ed ombrelloni. Dev'essere pratico del posto: si muove senza alzare gli occhi dallo
schermo, ma riesce comunque ad evitare di travolgere i vari arredi. Talvolta, in quelle che
si potrebbero pensare stazioni particolarmente significative della liturgia, comincia a
tracciare strani segni vagamente cruciformi con il computer mentre le sue labbra si
muovono in sommessa preghiera. Da lontano giungono solo slegati frammenti
dell'orazione, qualcosa tipo ma porca puttana guardal se possibile c'era segnale fino a
un secondo fa.
Al posto delle beghine che solitamente affollano i luoghi di culto, c' una bella ragazza dai
capelli rossi che indossa una maglietta bianca con su scritto Il BarLume. Il resto
dell'abbigliamento uno non lo nota, ma la maglietta resta impressa. Va bene, non proprio
la maglietta. La ragazza guarda il presunto sacerdote con poca fede e molta
preoccupazione, e fa delle crocette su un foglio di carta su cui disegnato
schematicamente l'esterno del bar.
Poco lontano dall'officiante, con aria placida e distesa, lo seguono quattro strani
chierichetti. Strani per l'et, perch di solito i chierichetti hanno tra i dieci e i quindici anni,
mentre i personaggi in questione volteggiano intorno alla settantina. Strani per il
linguaggio perch, anche se normale che i chierichetti parlino durante la messa, se
utilizzassero il lessico del vecchietto con il basco e il pullover verrebbero squalificati a vita.
A volte il celebrante si volta e li guarda malissimo, ma come autentici chierichetti loro
manco lo considerano e continuano a parlare.
- Come ha detto che si chiama questo troiaio nvo?
- Uirless.
- Come?
- Uirless. E' inglese, Ampelio. Significa senza fili. E' un modo per collegarsi alla rete
telematica.
A parlare stato Aldo, vedovo settantenne di bell'aspetto. Aldo l'unico rappresentante
del quartetto di stagionati giovincelli a non aver ancora ceduto alle lusinghe della
pensione: da diversi anni possiede e gestisce un'osteria, che si chiama Boccaccio. Il
Boccaccio ha un servizio spiccio ma cortese, una cantina sterminata che va dalla Francia
alla Nuova Zelanda, e un cuoco eccezionale, Otello Brondi, detto amichevolmente
Tavolone per la dimensione delle mani.
Amante della musica barocca, della letteratura classica e delle donne che respirano, Aldo
attualmente una delle tre o quattro persone viventi in grado di esprimersi in un italiano
grammaticalmente corretto, assolutamente privo di anglicismi e decisamente forbito.
Cosa della quale orgogliosamente incapace il suo interlocutore diretto, che si chiama
Ampelio, ha ottantatr anni ed il nonno del barista (pardon, del barrista). Ha avuto un
felice passato di capostazione, sindacalista e ciclista dilettante, ed ha adesso un sereno
presente di pomeriggi e serate passati in compagnia dei suoi attempati amici al bar del
nipote. Che quello che sta vagando col computer in mano.
- Ah. Ma cos', come Interne'?
- Internet. Per senza fili. Se hai un calcolatore portatile, vieni al bar e ti colleghi
direttamente senza bisogno di fili.
- Ho capito, vai. Te arrivi ar barre e invece di parla' con Ugo e Gino ti colleghi a Interne' e
guardi cosa succede in Australia. Intanto che te guardi l'Australia, a du' metri da te Ugo e
Gino parlano di come tromba bene la tu' fidanzata. Ma fammi ir piacere, fammi...
- Ampelio, non fare discorsi a beota. Internet un mezzo. Dipende da come lo usi. Hai
accesso a miliardi di informazioni. Sai tutto di tutti, le cose vere e anche quelle false. E
tutto questo a velocit spaventosa e senza muoverti di casa.
- Ha ragione Ardo - dice il Del Tacca. - Sai tutto di tutti appena succede, anche quando 'un
succede nulla. E senza usci' da casa. come la tu' moglie, Ampelio, per la puoi spengere.
Il terzo uomo che ha parlato, come detto, noto agli abitanti di Pineta semplicemente
come il Del Tacca del Comune; questo per distinguerlo da il Del Tacca di Foce Nova
che abita vicino alla foce nuova, dal Del Tacca del trammino che faceva il bigliettaio sul
tram e dal Del Tacca dell'Agip sul viale sulla cui attivit lavorativa ci sembra opportuno
sorvolare, diciamo che non fa il benzinaio. Il Del Tacca del Comune un ometto grasso,
quasi pi largo che alto, che a prima vista pu sembrare un po' supponente, ma che in
realt antipatico come una cacca pestata. Virt sviluppata, insieme alla larga percentuale
di tessuto adiposo, nel corso degli anni di cosiddetto lavoro al Comune di Pineta: anni di
colazioni forzate, pratiche perse e partite semiclandestine di tressette con la fila allo
sportello davanti ad un cartellino con scritto torno subito.
Intanto il ministro del culto ha chiuso lo schermo del computer e si seduto al tavolo della
ragazza procace. La ragazza si chiama Tiziana e lavora al BarLume da due o tre anni come
tuttofare. Il succitato BarLume di propriet di Massimo, che corrisponde come persona
fisica sia al ministro del culto che al nipote di Ampelio. Insomma, il tizio che si seduto si
chiama Massimo, ed il barista.
Massimo si accende una sigaretta, guarda il foglio che Tiziana gli porge ed aggrotta le
sopracciglia.
- Tutto qua. - Non una domanda, un'affermazione. Anche un po' sconsolata.
- Eh s. Tutto qua. - Tiziana non aggiunge altro. Avrebbe voglia di parlare perch una
ragazza allegra e solare, ma d'altra parte anche una persona intelligente. Quindi, ha
capito alla svelta che il suo datore di stipendio detesta in modo particolare le domande
inutili e, pur con un certo sforzo, se ne astiene.
- Allora, ricapitoliamo. I quattro tavoli accanto alle tamerici non hanno segnale.
- S. Cio no, non ne hanno.
- I tre vicino alla colonna, segnale debole.
- Esatto.
- E al tavolo sotto l'olmo, segnale pieno.
- Esatto. Allora...
Allora una mazza, pensa Massimo. Non possibile, cacchio. una congiura. Io vado a
mettere Internet via satellite nel bar, ci spendo una mezza fortuna, ci perdo quei tre o
quattro neuroni ancora collegati che mi sono rimasti a installarlo, settarlo correttamente e
tutto, e alla fine cosa succede? Non va. Peggio, va a singhiozzo. Il segnale fa schifo. Oscilla,
si smorza, sputacchia. In un solo punto, cazzo, c' segnale. Forte, preciso e incrollabile. A
un tavolo solo. Al tavolo sotto l'olmo. Al tavolo a cui mio nonno e quegli altri adoratori del
Gerovital passano tutto il pomeriggio tutti i pomeriggi, da aprile a ottobre, da quando ho
aperto. Mi dispiace, ma cavoli loro. Io, di quel tavolo, ne ho bisogno.
pomeriggio e il bar, insieme alla maggior parte del paese, si sta concedendo il lungo
pisolino pomeridiano che precede l'ora dell'aperitivo. Fuori, ai tavoli, ci sono solo due
ragazze con un computer portatile e due caff shakerati, vicino alle tamerici, e i quattro
alfieri della terza et, orgogliosamente troneggianti sulle sedie del tavolo sotto l'olmo.
Tiziana, dopo aver preso gli ordini dai suddetti, rientra nel bar.
- Massimo?
- Presente.
- Allora, due caff, uno normale per il nonno e uno corretto al sassolino per Aldo. Un
Averna col ghiaccio per Pilade e un chinotto per il Rimediotti.
- Bene. Mi fai i caff, Tiziana, per favore. Al resto penso io.
Massimo prende un vassoio di legno e lo appoggia sul bancone, si china sotto il bancone e
ne estrae una bottiglina di liquido scuro. La guarda amorevole per un attimo, poi la
impugna e la scuote fortemente per una decina di secondi.
La poggia con delicatezza sul vassoio con l'apribottiglie accanto, quindi versa un dito di
amaro in un bicchiere, aggiungendoci per completezza un altro mezzo dito di aceto
balsamico; poscia, prende un cubetto di ghiaccio direttamente con le dita e lo lascia cadere
con aria professionale nel bicchiere. Infine, esamina coscienziosamente i due caff che
Tiziana ha preparato e poggiato sul vassoio. Beve un deciso sorso da entrambi, quindi con
fare autorevole rabbocca il contenuto delle tazzine con acqua gassata presa direttamente
dal frigo, e aggiunge uno schizzo di succo di limone per Aldo che, d'altronde, lo vuole
corretto.?;
- Pronto. Porta pure.
- Massimo, dai...
- Cosa?
- Non fare il cretino, dai.
- Non si offende il principale. E maleducazione e mancanza di furbizia. Ti licenzio, sai?
- Non ho detto che sei cretino, ho detto che fai il cretino. Poveri vecchi, scusa.
- Poveri vecchi una mazza. Gli ho chiesto o no per favore se cambiavano tavolo?
- S, Massimo, ma anche te devi capire che...
- Non anche te. Solo te. Massimo deve capire. Massimo deve capire che i vecchi,
poverini, hanno le loro abitudini. Massimo deve capire che sotto l'olmo fa fresco.
D'altronde, non vedo perch Massimo debba prendersela tanto. In fondo il bar mica suo.
Glielo hanno espropriato i vecchi. Si rassegni.
- Io comunque quella roba non gliela porto.
- Non c' problema. Sta arrivando il Rimediotti.
Difatti, nel bar entrato un vecchietto messo lievemente peggio degli altri. alto e
macilento, con una maglietta azzurra a righine orizzontali e pantaloni color anziano; il
tutto gli dona un'aria ambigua, a met tra un lungodegente ed un evaso.
Massimo lo ha sempre sentito chiamare il Rimediotti, e solo dopo molti anni ha scoperto
che un tempo lontano era stato battezzato col nome di Gino. E un vecchietto tranquillo, di
idee vagamente nostalgiche del ventennio, e notevole giocatore di biliardo.
- Hai fatto, Massimo? Lo posso piglia'?
- Prego Rimediotti, prenda pure.
Il Rimediotti prende il vassoio e si avvia. Massimo sente che la radio sta mandando
Y.M.C.A. dei Village People, aumenta il volume e si mette a lavare i bicchieri a tempo.
Quando alza la testa, dalla vetrata vede al tavolo i quattro vecchi che gesticolano,
apparentemente impegnati in una improbabile danza al ritmo del gruppo di simpatici
invertiti californiani che risuona all'interno del bar. A un certo punto, si alzano tutti e
quattro decisi; ma invece di fare Uaaaiemsii con le braccia, come la fantasia di Massimo
si aspetterebbe, puntano guidati da Ampelio verso il bar.
Entrano parlando, o meglio urlando, tutti insieme. Attraverso una paziente opera di
deconvoluzione del segnale acustico, necessaria per separare le voci dei vegliardi dagli
allegri ululati provenienti dalla radio, si capisce che il Rimediotti accusa Massimo di
avergli rovinato i vestiti, Aldo lo accusa di avergli bloccato la digestione, e Ampelio lo
accusa di avere la mamma puttana. Solo il Del Tacca sta zitto e guarda Massimo molto
male. Massimo si sente in dovere di chiedergli:
- E lei, Pilade, non ha niente di cui lamentarsi?
- Secondo te l'ho bevuto l'amaro? - risponde il Del Tacca continuando a guardarlo male.
- Ma te non sei normale! Te - sbraita il Rimediotti da sotto il riporto imbrillantinato di
chinotto, causato dall'esplosione della bottiglietta, che gli d un'aria ancora pi disastrata -
sei un criminale! Sei un deficiente, sei! Ecco cosa sei! Un idiota, sei! Ma com' possibile?
- Mi dispiace, Rimediotti - dice Massimo mentre continua a lavare i bicchieri. - A volte
capita, lo sa anche lei. I tappi delle bottiglie saltano. a causa della pressione dell'anidride
carbonica all'interno, credo. O meglio, della differenza di pressione tra interno ed esterno.
Fra l'altro, ho letto da qualche parte che questa differenza di pressione pi accentuata
sotto gli olmi. Secondo me vicino alle tamerici non sarebbe successo niente. Posso offrirvi
qualcos'altro? - chiede Massimo con solerte tono da barman.
Un tetro silenzio segue da parte dei vecchi alla proposta di Massimo.
Quando due volont forti condividono un obiettivo, e nessuna delle due ha intenzione di
retrocedere dalle proprie posizioni, arrivare allo scontro inevitabile. Come due
monoblocchi, i contendenti procedono l'uno verso l'altro senza nessuna preoccupazione
delle conseguenze, e senza alcuna possibilit di ripensamento. Chi pi duro, vince.
La storia piena di episodi siffatti. Pensate, per esempio, a Cesare e Antonio. Pensate a
Churchill e Stalin. Pensate a Zidane e Materazzi.
Anche qui, arrivato il Momento. Siamo allo scontro diretto. L'aria sembra vetrificarsi,
come si conviene al momento del duello, mentre i contendenti si guatano guardinghi.
Purtroppo, al posto della musica di Morricone che ci starebbe tanto bene, la colonna
sonora della situazione costituita dall'inopportuno barrito entusiasta dei Village People
che sostengono in coro che non c' modo di essere infelici se partecipi ad una bella festa
piena di finocchi.
Incuranti dell'ameno sottofondo, i duellanti si studiano con aria minacciosa.
E piano, ma ineluttabilmente, il volume della musica si abbassa.
La canzone sta per finire.
Tra poco, il momento.
- Scusate...
Questa una voce timida, educata, che si affaccia appena. Ma pi che sufficiente a
rompere l'incantesimo.
La voce appartiene ad una delle due ragazze che stavano fuori, al tavolo accanto alle
tamerici, che entrata nel bar e guarda il gruppo con un paio di occhi azzurri grandi
grandi, come quelli dei cartoni animati giapponesi. Dietro di lei, entra anche la sua amica;
ha un'espressione da bimba innocente e una scollatura, invece, decisamente molto
materna. Massimo guarda la prima ragazza con fare interrogativo/cortese, mentre i vecchi
approvano incondizionatamente l'amica.
- Volevo chiedervi un favore. Avrei bisogno di usare Internet, per al tavolo nostro non
funziona molto bene. Ehm... siccome avrei visto che al tavolo accanto invece c' molto
segnale, volevo chiedere se era possibile fare a cambio di tavolo.
Segue un momento di tangibile imbarazzo.
- Non lo deve chiedere a me. Chieda pure a questi signori, il tavolo loro - dice Massimo
con velata perfidia indicando i vecchietti con un cenno.
La ragazza, individuato in Ampelio il capo con misteriosa saggezza femminile, lo guarda e
gli sorride.
- A voi dispiacerebbe fare cambio?
Correda il tutto aprendo e chiudendo gli occhioni in modo persuasivo. Ampelio borbotta
imbarazzato qualcosa, mentre il Rimediotti tutto galante dice:
- Ma dio bno, signorina, non lo chieda nemmeno. Prego, ci mancherebbe artro.
- Se a voi davvero non disturba...
- Ma si figuri - assicura Aldo - non c' problema.
- Davvero? Grazie, allora.
La ragazza ringrazia con un ulteriore sorrisone ed esce con l'amica.
Il silenzio segue a questa scenetta. Silenzio totale, visto che Tiziana ha spento la radio. I
vecchietti, che prima puntavano Massimo latrando all'unisono come un branco di lupi
presbiti, adesso guardano ognuno in una direzione diversa e ricordano vagamente un
gruppo di sconosciuti in attesa del 31 barrato.
Massimo, invece, prende un vassoio e incomincia a riempirlo con celerit. Si china sotto il
bancone a prendere un chinotto e intanto dice:
- Tiziana, un caff normale e un corretto al sassolino. E poi dopo ricordami che devo
andare dall'ottico.
- Va bene. Hai problemi?
- No, no. Vado solo a comprarmi un paio di lenti a contatto azzurre. Magari la prossima
volta, se chiedo qualcosa sbattendo gli occhioni, qualcuno mi potrebbe ascoltare.
- Magari noleggiati anche un ber paio di puppe - dice Ampelio in modo burbero. - Tanto, i
discorzi a cazzo come quelli delle donne incominci gi a falli.
- Lei cosa desidera, Pilade? Un amaro? - chiede Massimo in modo indifferente da sotto il
banco.
- Per vedi Massimo - continua Ampelio imperturbabile - ir problema che anche con le
lenti a contatto, le puppe finte e quant'artro, brutto tremendo eri e brutto tremendo rimani.
- Lo so - dice Massimo riemergendo da sotto al bancone. - Del resto, una cosa di famiglia.
Tutti brutti tremendi, da generazioni. Con qualche picco, come la zia Enza.
Massimo e il nonno si guardano, e cominciano a ridacchiare entrambi.
Quando Enza Viviani nei Barontini, sorella di Ampelio e zia della madre di Massimo, era
venuta al mondo, la signora Ofelia Viviani nata Medori (bisnonna di Massimo e mamma
di Ampelio, nota in tutta la famiglia come Ofelia di Windsor per la quantit di ori e
gioiellame che indossava per le occasioni solenni) aveva ricevuto la visita di tutto il
parentado e di conoscenti vari, incluso Romualdo Griffa, padre di Aldo e amico di lunga
data della famiglia. Romualdo, chinatosi sulla culla e offerto all'infante un dito grosso
come una baguette, aveva tuonato rialzandosi con voce stentorea:
- Boia Ofelia, complimenti. veramente un bel maschio.
- Guarda, Romualdo, che una femmina.
- Davvero? - E Romualdo si era chinato di nuovo sulla culla, incredulo. - Boia, povera
bimba. >
Tornando a oggi, anche gli altri avventori ridacchiano, dato che conoscono la storia perch
Ampelio l'avr raccontata una cinquantina di volte pr capite. Tiziana, che non conosce la
storia, invece sorride poich ha capito che la tempesta passata. Con lo stesso sorriso va
dal Rimediotti, che continua nonostante tutto a bofonchiare mentre il chinotto gli stilla
implacabile dall'effervescente ciuffo; lo blandisce col sorriso medesimo, gli china la testa
lievemente verso il basso e gli asciuga la chioma. Il vegliardo, che grazie alla posizione
della testa si trova improvvisamente di fronte il petto di Tiziana, ringrazia e diventa rosso.
Insomma, adesso la tempesta ha lasciato posto al sereno: il clima di fraterno
cameratismo, e grazie al ricordo di Massimo adesso Ampelio si sente incline a rivangare il
passato e a cominciare a raccontare le migliaia di storie di quando lui e gli altri cavalieri
dell'INPS erano giovini, e prima ancora. Siccome per bloccare Ampelio quando ha deciso
di raccontare qualcosa che risale ai tempi della sua remota giovinezza necessario
l'intervento della Nato, e dato che il nostro stagionato eroe un narratore di indiscusso
talento ancorch di repertorio circoscritto, gli astanti restanti si dispongono di buon grado
ad ascoltare.
Il Del Tacca, con davanti un bicchiere di amaro al 100%, ascolta Ampelio senza guardare e
ridacchia fra s e s. Il Rimediotti e Aldo ascoltano in piedi, testeggiando sapienti quando
Ampelio introduce un personaggio del passato per mostrare che se lo ricordano e che
certo era un bel tipo. Tiziana ascolta divertita le storie inverosimili del ribaldo vecchietto
dalla memoria scandalosamente immune dagli effetti degli anni e delle arterie indurite;
ogni tanto guarda male Massimo, che continua a far finta di fare il barrista tagliando,
spostando, mescendo e lavando per non dare soddisfazione al nonno anche se, in realt,
ascolta anche lui.
A un certo punto, Ampelio incomincia a raccontare di quando lui e Aldo lavoravano a Pisa
e sostituivano per scherzo i men esposti fuori dai ristoranti turistici vicino a Piazza dei
Miracoli con altri men prodotti artigianalmente, in cui figuravano piatti improbabili
come il carpaccio di culo di cammello o la minestra di peli. Massimo, che ha sentito la
storia n volte, prende un vassoio e va fuori a portare via i bicchieri delle due ragazze che
hanno conquistato il tavolo sotto l'olmo.
Le trova in uno stato di grande agitazione.
La ragazza con gli occhioni e la sua amica stanno cliccando freneticamente col mouse e
aprendo tutti i file presenti sul desktop, alla ricerca di qualcosa che non trovano. La
ragazza con gli occhioni ha la disperazione in volto e sta per farsi venire un attacco
isterico; la sua amica invece rannicchiata su se stessa e ha messo su un'espressione
commovente che fa molto cagnolino incolpevole. Chiede timidamente all'amica:
- Ma non c' proprio pi?
- Oh, io non la trovo. Ma guarda... ma come ca... ma come possibile... ma c'era! Era qui!
Ma Dio Cristo...
- Con permesso - dice Massimo prendendo il portatile dalle mani della ragazza e
posandolo velocemente su un tavolo accanto alle tamerici. Quindi torna dalle due bimbe
che lo guardano con aria allibita.
- Tranquilla, l non c' segnale. Non ho potuto fare a meno di vedere lo schermo. Ti si sono
corrotti dei file. Hai aperto una finestra di un browser?
- S... s - risponde l'amica prosperosa, perch la ragazza con gli occhioni sta ancora
guardando Massimo come se fosse una lepre parlante. - Ho aperto una finestra perch le
volevo far vedere un posto a Barcellona, e a un certo punto... non lo so, a un certo punto...
- A un certo punto la finestra ha cambiato colore e si bloccata.
- Eh! proprio cos. La finestra diventata verde e...
- Hm. un virus che in questi due o tre giorni sta girando parecchio. Funziona solo se il
computer in rete, per cui adesso non c' da preoccuparsi. Avevi qualche documento
importante?
La ragazza con gli occhioni fa di s con la testa, ancora in stato semicatatonico.
- La mia presentazione.
- Come?
- La presentazione del mio seminario. I lucidi con cui dovevo fare il seminario.
- Con cui dovrai fare un seminario - puntualizza Massimo con un tantinello di pignoleria. ;
- Con cui avrei dovuto fare il seminario - ribatte la ragazza arrabbiandosi. - Con cui avrei
dovuto fare il seminario dopodomani! E ora cosa ca...
- Scusa se ti faccio domande inutili, ma sei sicura che non hai salvato il seminario da
nessuna altra parte?
- Ma no, perch avrei dovuto?
- Per tanti buoni motivi. Quello che appena successo, per esempio.
La ragazza lo guarda con odio.
- Ho lavorato sempre su quel computer. Ma io cosa ne so che uno si collega a Internet e ci
sono dei figli di puttana che ti fanno dei giochini del genere?
Massimo potrebbe obiettare che virus del genere giravano da qualche anno e che
ignorarne l'esistenza, se uno possedeva un computer, era un atteggiamento da donna di
Neanderthal; per, da persona che ha vissuto, Massimo sa bene che argomentando con
coerenza riguardo ad una leggerezza commessa da una femmina isterica con la femmina
medesima non approderebbe ad alcun risultato. Perci sceglie la via della decisione.
- Conosco abbastanza bene il sistema operativo che usi. Credo di essere in grado di
ritrovare una versione recente del file. Quando lo hai creato?
- Ma... una settimana fa, pi o meno.
- Quando lo hai aperto l'ultima volta?
- Era aperto quando successo 'sto casino. Mezz'ora fa, direi. Ma guarda...
Troppo tardi. Massimo si seduto davanti al portatile e adesso le sue dita danzano sulla
tastiera come piccoli martelletti rosa con uno strano ritmo senza troppo senso. La ragazza
prova a dire qualcosa, ma Massimo la zittisce con un gesto della mano mentre con l'altra
continua a ritmare comandi sulla tastiera. Allora guarda Tiziana che arrivata da qualche
minuto e sta seguendo la scena da osservatore neutrale.
- Ma... il mio computer...
- Non preoccuparti. Massimo un mostro con questi aggeggi.
- S, ma...
- laureato, tra l'altro. In matematica. E se ti posso dire una cosa, io Massimo lo conosco
da qualche anno. Ha tanti difetti, ma non parla mai a sproposito. Se te lo ha detto, lo sa
fare.
- S, ma...
- Tiziana - dice Massimo mentre le sue dita continuano a martellare i tasti - tra i miei molti
difetti c' anche una certa difficolt a fare le cose quando la gente mi sta intorno. Andate
dentro, per favore?
- Ma... - dice la ragazza con gli occhioni, poi guarda Massimo e vede che ha ritrovato il file
con la sua presentazione. Sta per sorridere ma Massimo la blocca.
- Non ancora finito. Ho bisogno di tempo. Andate dentro, per favore. :|
Le ragazze seguono Tiziana con obbedienza. ''.
Una mezz'ora dopo, la ragazza con gli occhioni si calmata. La sua amica ha smesso la
faccia da cagnone preoccupato e adesso indossa un'espressione di tranquilla allegria che le
si addice molto di pi. I vecchietti intanto sono di nuovo usciti e facendo finta di niente si
sono rimessi al tavolo sotto l'olmo a giocare a carte. Le ragazze sono rimaste nel bar e
stanno chiacchierando del per e del diviso con Tiziana quando Massimo rientra nel bar
con un sorriso soddisfatto. Porge il computer alla ragazza. :;
- Credo di aver ricostruito tutto. Controlla.
La ragazza prende il computer e lo appoggia direttamente sul bancone. Col mouse fa
scorrere la presentazione dall'inizio alla fine. Si vedono strane molecole a forma di
quadrato, incasinatissimi diagrammi di sintesi e spettri di assorbimento di raggi
ultravioletti. Il tutto con una notevole attenzione al design.
- Ma dai! C' tutto!
- Sei sicura? Hai controllato bene?
. S, s. Sicura. Mi hai salvato la vita.
- Be', proprio la vita no. Ti ho reso pi tranquillo l'immediato futuro.
- Davvero, io... non so come ringraziarti.
L'amica prende la parola.
- Io un modo lo conosco.
Per un attimo, Massimo si immagina la ragazza con gli occhioni e l'amica vestite solo di
panna che lo chiamano dal lettone di casa sua. Per dal tono con cui la ragazza ha parlato,
lei e Massimo non hanno pensato alla stessa cosa. L'amica guarda il locale e continua:
- Questo posto caruccio. Soprattutto fuori. Potremmo organizzare qui una festicciola
dopo la cena sociale di gioved. Qualcosa che sia ben chiaro - dice la ragazza ammiccando
- che chi vuol venire viene, per in un posto del genere e dopo cena chiaro che
dovrebbero venire solo i giovani. Cos veniamo qui, facciamo vita sociale come vuole il
boss e ci leviamo da tre passi tutti i vari vecchi rincretiniti. Non so te, ma io dopo un po'
tutti quei vecchi seduti a tavola che parlano a sproposito non li sopporto pi.
Siamo in due, pensa Massimo guardando fuori verso la sua involontaria collezione di
antiquariato vivente.
- Quasi quasi... - dice la ragazza con gli occhioni.
- Guarda, facciamo cos - dice l'altra con aria decisa. - Lo diciamo al boss stasera, al mix
together, e poi domani torniamo direttamente qui a dirtelo - aggiunge guardando
Massimo.
- Va bene - risponde Massimo. - Se decidete prima puoi dirmelo anche stasera. Tanto sono
l con voi.
- In che senso?
- Prima hai detto che stasera c' il mix together, e la tua amica diceva che dopodomani
deve tenere una presentazione. Quindi significa che state parlando di un congresso. A
quanto ne so, l'unico congresso nelle vicinanze - dice prendendo una brochure da dietro
il bancone - il dodicesimo International Workshop on Macromolecular and
Biomacromolecular Chemistry, madonna che spreco di maiuscole, che si svolger a
Pineta presso l'Hotel Santa Bona dal 21 al 26 maggio.
- S, certo. Ma come mai hai quella brochure?
- Perch anche i congressisti devono mangiare, e in questi casi si ricorre ad un servizio di
catering. E in questo caso particolare, il servizio di catering lo faccio io.
- Tu e Aldo - puntualizza Tiziana.
- S, va bene. Io e Aldo, che quel signore l fuori con i capelli bianchi che sta offendendo
il signore col basco, siamo i responsabili del catering. Per cui, a meno di sorprese, stasera
dovrei essere al congresso anch'io.

La giornata in cui accadr una disgrazia inizia sempre come tutte le altre; fino a quando
non succede nulla, una giornata qualsiasi.
Anche il primo giorno del dodicesimo International Workshop eccetera eccetera non fa
eccezione: come un congresso qualsiasi, in cui non verr ucciso nessuno, inizia con un
oratore di particolare pregio che tiene una conferenza riassuntiva del lavoro di una vita.
Dopodich, si parte con la prima tranche di seminari che dura dalle nove fino alle undici,
quando (come da programma) ha luogo il primo coffee break. Dalle undici e trenta si
riprende per arrivare all'ora di pranzo, in cui di solito si hanno tra le una e le due ore a
disposizione. Infine, il congresso riprende di pomeriggio dalle tre fino alle quattro e
mezzo, quando si tiene il secondo coffee break, seguito dall'ultima tranche di conferenze
alla fine della quale, purtroppo, non previsto alcunch.
Il coffee break fondamentale per ritemprare i congressisti, sfiancati da due ore di duro
ascolto seduti su di una poltroncina in una stanza semibuia. Solitamente, in questi
frangenti la gran parte dei sapienti perde ogni parvenza di ritegno: si avventano sui
vassoi, riempiono i piatti di carta con malsicure piramidi di grissini e tartine e,
ingurgitando quanto conquistato, ascoltano qualche collega che gli capitato accanto
parlando a bocca piena, mentre masticano con entusiasmo.
Massimo e Aldo, impeccabili nelle loro tenute rispettivamente da cameriere e da maitre,
sono, in tutto questo, figure di contorno, che agiscono con tempi e stili differenti: Massimo
versa e Aldo mesce, Massimo annuisce e Aldo approva, Aldo propone e Massimo propina.
All'inizio non si scambia nemmeno una parola, ovviamente: c' da tenere testa ai saggi
all'arrembaggio. In seguito, quando la maggior parte del cibo stata depredata la
situazione si calma e diventa possibile scambiare qualche parola.
- Non credevo ci fosse cos tanta gente.
- Non sono tanti, alla fine. Saranno duecento, circa. Ho visto congressi da pi di mille
persone.
- Mille persone? Io avevo in mente le foto dei congressi storici, quelli che vedi sui giornali
quando ci sono degli anniversari, per intenderci. Il congresso Solvay, o qualcosa del
genere. Venti, trenta persone al massimo.
Aldo sorride e serve il caff a due giapponesi che lo ringraziano sorridendo a loro volta,
poi continua:
- Poi, fra l'altro, io non me ne intendo, ma a cosa serve un congresso da mille partecipanti?
Come fai a discutere?
- Ma non mica il congresso di Vienna, Aldo. A parte che di discussioni serie ai congressi,
per i pochi a cui sono andato, ne ho viste poche.
- Ha ragione. Si discute sempre poco, ai congressi, Posso avere un caff?
A parlare stato un tipo bassino, con una maglietta gialla e un paio di pantaloncini da
surfista; ha parlato in italiano, ma l'accento e l'aspetto lo classificano come nordico. Il
cartellino appeso in fondo alla maglietta infatti lo identifica come A. C. J. Snijders,
Rijksuniversiteit Groningen, The Netherlands. Massimo, a cui il tipo fa immediatamente
simpatia, gli versa quanto richiesto in una tazza di plastica e contemporaneamente dice:
- Se questo me lo chiama caff...
- Grazie. Guarda, basta che contiene caffeina, e va bene. Ho bisogno di svegliarmi.
- Noioso, l dentro?
- Un po'. E' che non il mio campo. Io sono un teorico, e stamani parlano gli sperimentali.
Il primo speaker di oggi, quello che ha aperto il congresso, era un teorico. Ma veramente
tremendo.
Da un sorso ispirato al caff, e fa un verso che sembra significare non cos male.
- Kiminobu Asahara. Un giapponese - dice come se questo spiegasse tutto.
- Chi sarebbe? - si introduce Aldo cos, tanto per ciacciare un po'.
- Quello laggi, molto vecchio, in quel gruppo. Quello alto.
Il gruppetto indicato da Snijders composto esclusivamente da giapponesi che hanno l'et
per aver bombardato Pearl Harbour, quindi una fortuna che nel l'indicare Snijders
specifichi che Asahara alto; in effetti, uno degli anziani orientali supera di tutta la testa la
media del gruppo. Il soggetto ha un bicchiere in mano e sembra in catalessi; mentre gli
parlano, gli occhi si chiudono e il tronco si piega lievemente in avanti. Il movimento fa
debordare il liquido contenuto nel bicchiere sulla mano del vegliardo, che (forse) per
l'effetto della temperatura si sveglia una ventina di secondi, e poi ricomincia a precipitare
piano piano nell'oblio.
- Ma cosa fa, dorme? - chiede Aldo ancora.
- Pi o meno. Prende sonno molto facilmente. Anche mentre parla. E mentre parla la voce
diventa sempre pi confusa. Tutta la conferenza avr perso conoscenza cento volte. E stata
una tortura. Dieci secondi di silenzio e poi una parola. Per quale motivo ancora lo fanno
parlare, uno cos vecchio, non so.
- Be', sar una persona importante. E probabilmente rispettata - dice Aldo con un po' di
acrimonia, dato che non gli sembra cos grave essere vecchio.
- Ma sicuro, importante. Ha fatto molte cose buone, come scienza. Ma farlo parlare non
il caso. La gente si addormenta. Dovrebbe fare presenza, basta.
Snijders finisce il caff in due sorsate, quindi guarda verso il collegio dei sapienti con aria
sconsolata.
- Bene, per questa mattina credo aver ascoltato abbastanza. Sapete dirmi se ci sono spiagge
libere, qui vicino?
- Qui vicino no. Ci sono gli stabilimenti balneari, sulla spiaggia. Si pu affittare un
ombrellone o una cabina e si ha accesso al mare - dice Aldo mentre versa del succo di
frutta ad una giovane magra con l'aria di chi torna dal funerale del gatto, che il cartellino
rende noto essere Maria de Jesus Siqueira, Universidade de Coimbra, Portugal.
- E quanto costa affittare un ombrellone? - chiede Snijders, con un tono tale da rendere
chiaro che il costo dell'affitto potrebbe essere decisivo nello stabilire se il litorale gli piace o
meno.
- Mah, dipende. Tra i cinque e i dieci euro a giornata. Non tanto - risponde Aldo in modo
asciuttino, dopo aver squadrato Snijders come se si chiedesse se un tipo del genere abbia
mai visto dieci euro tutti insieme in vita sua.
- Mmmh. caro, indeed. Bene, posso tornare alla conferenza... - dice con aria sorridente,
ma lievemente afflitta. La portoghese, che restata l ferma con il suo bicchiere pieno in
mano, non capendo presumibilmente nulla tenta un abbozzo di sorriso che poi nasconde
affondandolo nel succo di frutta.
- Se le interessa - interviene Massimo - l'hotel ha una piscina. l dietro le siepi di
oleandro. riservata ai clienti dell'albergo.
Io sono cliente dell'albergo, dice la luce che si accende negli occhi di Snijders.

Seduto nel buio della sala conferenze, Koichi Kawaguchi soffriva atrocemente.
In primo luogo, soffriva per le conferenze. Tutte le conferenze previste per la giornata
erano tenute da chimici sperimentali, e lui non era n un chimico, n uno sperimentale.
Koichi Kawaguchi era un informatico, che aveva sviluppato insieme ad altri ricercatori del
suo dipartimento un codice per il calcolo delle propriet meccaniche dei compositi a base
polimerica. Poich questo codice poteva in linea di principio essere usato ed appetito da
tutti quelli che facevano ricerca nel campo delle macromolecole, il suo dipartimento aveva
spedito un rappresentante a presentare il codice ed a fare un po' di pubblicit ad ogni
congresso il cui argomento riguardasse i polimeri, anche solo lontanamente. Incluso il
presente congresso, il cui fulcro era la sintesi e la caratterizzazione di polimeri
funzionalizzati e biofunzionalizzati. Ovvero, roba nella quale Koichi non riponeva il
minimo interesse, studiata da gente a cui presumibilmente non interessava il suo codice.
Quindi, quello che si prospettava a Koichi era un congresso in cui avrebbe passato le
sessioni orali (di bucare le conferenze non se ne parla) ascoltando relazioni delle quali non
capiva nulla e che in ogni caso non gli interessavano affatto.
Ma questo, Koichi poteva sopportarlo.
L'altro aspetto che si prospettava a Koichi era quello di passare l'intero turno di poster
session davanti al suo poster, in giacca e cravatta, come il costume giapponese impone a
tutti coloro che presentano un lavoro con un poster o in una sessione orale. Poster di
fronte al quale, presumibilmente, non si sarebbe fermato nessuno, costringendo Koichi a
qualche ora di avvilente ed immobile attesa in piedi davanti al suo tabellone.
Ma anche questo, Koichi poteva sopportarlo.
Tutto ci si sarebbe svolto nella sala conferenze dell'Hotel Santa Bona, le cui sedie di
plastica rigida si combinavano mirabilmente con il funzionamento discontinuo dell'aria
condizionata per infastidire il congressista, il quale per i dieci minuti in cui il
condizionamento era in ferie sudava come un maratoneta e per i seguenti dieci (nei quali
l'impianto, sentendosi probabilmente in colpa, tentava di recuperare credito soffiando aria
fredda in modo vigoroso) rischiava una patologia a piacere tra la pleurite e il colpo della
strega.
Ma pure questo, Koichi sarebbe riuscito a sopportarlo.
Quello che proprio non riusciva a sopportare, era causato dal fatto che la sala conferenze
dell'hotel aveva una parete a vetri. E dalla parete a vetri, si vedeva una siepe di oleandro.
Dietro quella siepe di oleandro, qualche minuto prima, Koichi aveva visto sparire quello
strano professore olandese, in costume e ciambella gonfiabile, con un libro in mano. E
adesso, dagli squarci in mezzo alla siepe, si vedeva ogni tanto apparire la placida
silhouette di A. C. J. Snijders seduto nella ciambella, con una mano che reggeva il libro e
l'altra mollemente abbandonata in acqua, evidentemente in pace con il mondo e con se
stesso. - Ma secondo te ce la fanno a finire tutto?
- Non saprei. Se ce la fanno, li ammiro moltissimo. E porter un fiore sulla loro tomba.
- Va be', adesso non esagerare. '
- Mica esagero. Guarda quanta roba. Se davvero 'sti vecchi finiscono tutto qualcuno ci
lascia le rughe.
Erano le quattro e mezzo del pomeriggio, e mentre si svolgeva la prima parte della
sessione pomeridiana del congresso, dal misterioso titolo Protein binding, folding and
recognition, Massimo e Aldo stavano terminando di sistemare sui tavoli davanti alla
piscina i vassoi e le caraffe destinati alla merenda dei sapienti.
La parte alimentare del pomeriggio era stata curata personalmente da Tavolone, chef del
ristorante di Aldo e convinto assertore del binomio quantit-qualit.
Dovendo organizzare un aperitivo-spuntino-assaggio di met pomeriggio, Tavolone
aveva pensato bene di sfruttare le sue recenti vacanze in Spagna e di tassellare i dieci metri
quadri di tavoli a sua disposizione con una magnifica distesa di tapas di ogni sorta. Da
dietro al tavolo, Massimo ammirava salivando lo schieramento di tartine variopinte:
tortillas di patate, crostini col baccal mantecato, piccole salsicce bardate da un velo di
carciofo, cimette di broccolo ammantate di pancetta e spolverate di granella di cipollina
croccante, pomodorini ripieni di caprino ed erbette, e altro. Una cosa che mette allegria
solo a vederla. E fame, certo. Di quella Massimo sempre ben fornito. Del resto nipote di
Ampelio, e il sangue non acqua.
Per le tartine sono state sistemate troppo bene. Tutte ordinate, in manipoli compatti e
simmetrici. Prenderne una prima che arrivi l'orda senza lasciare un buco evidente non era
possibile. Per questo, Massimo stava cercando di valutare quante possibilit aveva che i
congressisti lasciassero qualche superstite per poterlo poi dichiarare prigioniero e
provvedere quindi all'esecuzione dopo aver rimesso a posto tutto, magari godendosi il
fresco delle sette di sera seduto su una sdraio accanto alla piscina e senza un pensiero al
mondo. Tanto, al bar c' Tiziana fino alle otto. D'altra parte gli eruditi avevano gi dato
prova del loro talento la mattina stessa, quando avevano corseggiato i tavoli del coffee
break senza lasciare altro che tovaglioli spiegazzati e qualche fondo di succo d'ananas.
Per distrarsi dal pensiero del cibo, visto che tutto era pronto per l'inizio del break,
Massimo si era seduto con le cuffie dell'iPod nelle orecchie, e si stava godendo una bella
macedonia di successi commerciali dagli anni '80 ad oggi.
Mentre Massimo ascoltava, sprofondato nella poltroncina di plastica, Aldo aveva tirato
fuori dalla tasca un mazzo di carte da poker, ancora dentro il suo astuccio di cartone
plastificato. Lo apr, estrasse il mazzo e lo dischiuse in un ventaglio perfetto, da manuale,
con ogni carta che mostrava sull'angolo il seme ed il valore prima di venire coperta dalla
precedente. Chiuse il mazzo, lo tagli e lo mescol all'americana. Quindi, estrasse una
carta dal mazzo e la mostr a Massimo con l'aria di chi sta per fare qualcosa di
mirabolante, ma dovette cambiare idea perch quasi subito la rimise nel mazzo e appoggi
lo stesso dietro il tavolo.
- Eccoci. Alzati, levati quei cosi dalle orecchie e dammi una mano.
- E niente giochino per Massimo?
- Niente. Poi te lo faccio, se fai il bravo. Ora stanno arrivando i barbari.
Infatti. Le porte a vetri che davano sulla terrazza si erano aperte, e dalla sala congressi i
dotti si stavano sparpagliando all'aperto, seguendo traiettorie diverse. Alcuni si
attardavano, con passo placido, a parlare con altri colleghi di proteine, altri invece si
dirigevano decisi verso i tavoli con i carboidrati. Altri invece, tirati fuori dalle borse i
computer portatili, stavano cercando un angolo tranquillo in cui si prendesse bene il
segnale wifi per controllare la posta e verificare che, in loro assenza, il mondo continuasse
a girare. Chi prima, chi dopo, tutti comunque trovarono modo di passare dai tavoli e di
riempirsi il piattino come era loro diritto, mentre Massimo e Aldo versavano, porgevano e
aspettavano.
- Comunque, non sei l'unico con le mani leste qui dentro disse Massimo a un certo punto.
- Come?
- Questi tizi tedeschi qui davanti, quello con la camicia bianca e quello coi capelli a
spazzola. Stanno dicendo che hanno rubato un computer stamani, durante il break.
- Ah per. Onesti gli scienziati.
- Mica detto. Pu essere stato chiunque. Magari uno dell'albergo.
- Hai ragione - rispose Aldo. - Pu essere chiunque. Anche il tuo amico.
- Il mio amico?
- S, quello che ce l'ha coi vecchi - disse Aldo ammiccando.
Massimo segu lo sguardo. A poca distanza, A. C. J. Snijders conversava tranquillamente
con alcuni giovani sorseggiando un bicchiere di minerale.
- Mi sembra che la cosa sia reciproca - disse Massimo mentre, con frustrazione crescente,
vedeva le tartine sui vassoi diradarsi, a poco a poco ma inesorabilmente. Specialmente il
baccal mantecato, di cui Massimo era ghiottissimo e che fin dal momento in cui avevano
apparecchiato gli aveva fatto aumentare la salivazione, sembrava uno dei pi richiesti e
ormai c'erano poche speranze che qualche pezzetto potesse sfuggire all'attenzione dei
congressisti.
- Ma via... - disse Aldo dopo aver porto un tovagliolino ad una francese di mezza et che si
era sbrodolata in modo orrendo con il caff. - A parte tutto, ci vuole anche un minimo di
rispetto per se stessi. Tu dimmi se un professore universitario pu andare in giro in quel
modo l. Sembra che l'abbia appena rilasciato l'anonima sequestri.
- Non capisco. Non c'entra niente come uno va vestito - disse Massimo dopo aver dato
un'altra occhiata a Snijders, che in effetti dava l'impressione non tanto di una persona che
si fosse vestita di sua spontanea volont, ma di uno che fosse stato aggredito dai suoi stessi
indumenti. - il cervello che conta. E poi, se uno non fa del male a nessuno, per me pu
andare in giro anche con il culo pitturato di blu.
- Non dirlo a voce troppo alta. Magari qualcuno ti prende sul serio. Invece non vedo il
giapponese alto.
- Hm. Credo che si sia sentito male.
- Come? :
- Alcuni di questi tipi qui vicino prima parlavano del fatto che uno che si chiama Asahara
si fatto male subito dopo la pausa pranzo, in camera sua. Ha inciampato in un tappeto e
ha battuto la testa in un cassettone. Sono sicuro che il vecchio giapponese di cui parlava il
tipo oggi si chiamasse Asahara. Inoltre, inciampare in un tappeto mi sembra in linea con il
personaggio. Per cui, credo che si tratti di lui. Niente di grave, comunque. Si solo ferito e
lo hanno portato al Pronto Soccorso per dargli dei punti.
- Pover'uomo. Mi dispiace - disse Aldo con un tono di voce che lasciava intendere che a lui
di tutti gli Asahara della terra non gliene poteva fregare di meno.
- Anche a me - rispose sinceramente Massimo mentre guardava con rassegnazione una
mano femminile protendersi sul vassoio e ghermire l'ultimo crostino col baccal
mantecato. Segu il crostino lungo il tragitto verso la bocca della proprietaria, e fu ripagato
dal fatto che la bocca in questione apparteneva a una ragazza veramente carina. Anzi,
proprio bella. Capelli biondi, occhi azzurri dal taglio allungato, sopracciglia arcuate.
Eleganti, ma non scostanti. Probabilmente aveva anche un bel sorriso, Massimo questo
poteva solo ipotizzarlo dato che al momento la bionda aveva appena inglobato il crostino
e stava masticando con energia, ma una cos doveva avere un bel sorriso. Una di quelle a
cui racconteresti la storia della tua vita.
Piano piano, senza nessun segnale o avviso, i congressisti cominciarono ad avviarsi verso
la sala conferenze. Mentre rientravano, Massimo segu la bionda con lo sguardo per
qualche secondo tentando di vedere dal suo cartellino come si chiamasse e da dove
venisse. Non ci riusc. Paradossalmente, non si sofferm sul resto della persona. Una con
un viso cos bellino, per Massimo, poteva anche essere piatta come una tavola.
Vide i congressisti entrare nella sala, e vide attraverso la porta a vetri uno degli
organizzatori prendere il microfono e dire alcune parole con aria severa. Mentre parlava, i
congressisti cominciarono a guardarsi l'un l'altro in modo incredulo.
- Massimo, sveglia. C' da mettere a posto tutto. - Massimo si volt. Aldo si era arrotolato
le maniche della camicia sopra i gomiti (guardali, uno parla di stile e poi si arrotola le
maniche) e aveva cominciato a radunare i resti di tovaglioli, stecchini ed altro dalla tavola.
- Scusa. Mi sono distratto un attimo. Non capisco cosa succede laggi.
- Laggi dove?
- L nella sala congressi. Deve essere successo qualcosa.
In effetti, molte persone si erano alzate in piedi ed avevano cominciato a parlare tra loro,
mentre lo speaker aveva lasciato il microfono sul tavolo e si era unito ad uno dei
gruppetti. Automaticamente, Aldo si riabbotton i polsini della camicia e si diresse verso
la sala. E figurati se ce la fa a farsi i fatti suoi per un momento, pens Massimo, e si mise a
mettere a posto cominciando ad impilare i vassoi.
Dopo circa un minuto, Aldo torn. Si sbotton nuovamente i polsini e guard Massimo
come uno che ha qualcosa da dire. Massimo lo guard e pos i vassoi da una parte.
- Cosa successo? - chiese senza preamboli, dato che era evidente che era successo
qualcosa.
- Se ho capito bene... - cominci Aldo, e si ferm.
- Se hai capito bene?
- Quel giapponese, Asahara. Pare che sia morto.

La sveglia. la sveglia? Che palle. Alziamoci, gi. Ma come mai fuori cos buio? brutto
tempo? Mamma mia, come piove. Viene gi il mondo. Troppo bello. Via, un caffeino e si
va.
In piedi davanti al finestrone del salotto di casa, con una tazza di caff in mano, Massimo
guardava la pioggia che veniva gi, simile a grosse funi d'acqua che sferzavano la strada.
Quella mattina si era svegliato di buon umore, tra le ultime tracce di un sogno in cui
volava, e quando Massimo sognava di volare si svegliava sempre ben disposto nei
confronti del mondo. La vista della pioggia non gli aveva fatto passare il buon umore,
anzi; quella pioggia scrosciante e violenta, senza tuoni, lo elettrizzava e lo faceva sentire
vivo. Capitava anche quando era piccolo, e doveva andare a scuola sotto il diluvio: era una
mattinata speciale, e mentre camminava verso la scuola, pregustando il conforto della
classe calda e asciutta, si sentiva una specie di eroico viaggiatore sperso nella tormenta.
Arrivato al bar, si tolse l'incerata e i pantaloni da pioggia e li mise in una bustona di
plastica che lasci nello stanzino, quindi cominci il rituale Giro delle Cose da Fare. Ogni
mattina, infatti, quando entrava nel bar, Massimo compiva in ordine non sovvertibile
sempre le stesse rassicuranti cose. Est modus in rebus.
In primo luogo, accese la macchina del caff che part con il suo solito sibilo gorgogliante,
rompendo il silenzio assoluto che regnava nel bar. Quindi, accese il forno, la gelatiera e la
lavastoviglie, dopodich dispose i tavolini e le sedie al loro posto dentro al bar, mentre gli
arredi da esterno, come sempre quando pioveva, vennero messi in punizione nello
sgabuzzino. Poscia, e solo da ultimo, accese le luci del locale; in quel modo si trovava
davanti il bar gi vivo e funzionante. Infine, presa dalla cassetta delle lettere la Gazzetta
che il giornalaio gli consegnava ogni mattina alle sei e mezzo, si sedette a un tavolino con
un bicchiere di t freddo e si immerse nel rosa. E questo era in assoluto il momento pi
bello della giornata. Da solo, senza un pensiero, e in pace con se stesso e con il mondo.
Beata solitudo, sola beatitudo.
In quel momento, il telefono squill.
Massimo guard in direzione del retro, dove si trovava il malefico apparecchio.
In tutta risposta il telefono continu a squillare con crudele indifferenza, col suo suono
simile al rumore della catena di un pozzo che, lasciata libera, comincia a scendere
tintinnando veloce contro la carrucola. E il secchio legato alla catena, con dentro l'umore di
Massimo, che scendeva sempre pi gi.
Ignorare il telefono non si pu, Massimo non c' mai riuscito. Massimo riusciva ad
ignorare le persone, le scadenze, la buona educazione, la burocrazia (quando non si
trattava del bar) e tante altre cose che non riteneva degne della sua attenzione; ma quando
squillava il telefono, doveva rispondere. Di malavoglia, camminando volutamente molto
lento perch magari cos questo spaccacazzo si convince che non c' nessuno e butta gi, il
che significa che non niente di importante. Magari Tiziana che sta male e non pu
venire, e questo affonderebbe l'umore di Massimo ancora di pi.
Arriv al telefono e alz la cornetta:
- Il BarLume buongiorno.
Gli rispose una voce dall'accento Veneto.
- Buongiorno, parlo con il caff BarLume?
- S, ancora il BarLume. Non ho spostato il telefono rispetto a due secondi fa.
- Qui il commissariato di Pineta. Lei il signor Viviani Massimo?
Il commissariato. O questa?
- S, sono io.
Il dottor Fusco vorrebbe parlarle. Pu attendere un attimo in linea, per favore?
- Prego.
Fusco. O Madonna. Mens nana in corpore nano.
Quello che Massimo provava nei confronti del commissario Vinicio Fusco era una sorta di
irritato compatimento; trovava infatti triste e, nello stesso tempo, fastidioso quel misto di
arroganza, pretenziosit, stupidit e testardaggine che, compattate assieme con dubbio
gusto in un blocco alto un metro e cinquantacinque circa, davano vita a Vinicio Fusco. E,
come sempre nelle persone che ci stanno antipatiche, anche caratteristiche di per s di
nessun significato intrinseco, come l'altezza, si tramutavano in difetti imperdonabili, oltre
che in ottimi appigli per prendere per il culo il soggetto in questione.
- Signor Viviani buongiorno - disse la voce di Fusco.
Lo era rispose Massimo pensando alla Gazzetta.
- Avrei bisogno di parlare con lei al pi presto. Pu venire in commissariato?
- Al momento no. Sono solo nel bar. Devo aspettare che arrivi Tiziana.?
- Manca molto?
- Non credo. Dovrebbe arrivare verso le sette.
- Benissimo. Appena arriva la signorina Guazzelfe la pregherei di venire qui in
commissariato.
- Va bene. Mi potrebbe mica dire...
- In commissariato le dir tutto, non si preoccupi - disse Fusco con un tono nel quale a
Massimo sembr di avvertire del sarcasmo. - Buongiorno.
Buongiorno una sega, pens Massimo mentre la Gazzetta lo guardava con aria
sconsolata. Ora mi devo rivestire, tuffarmi nella tormenta, e andare a sentire cosa vuole
questo tritapalle. Bah, intanto che Tiziana arriva, provo a leggere un po' il giornale.
Massimo si mise a sedere comodo, bevve un sorsetto di t ed apr la Gazzetta con
rinnovata cura. In quel momento, la porta si apr ed entr uno strano essere di colore
verde alto un metro e settanta circa, a forma di pera, con due braccia ma senza gambe, e
grondante acqua.
- Boia, che pioggia - disse l'oggetto. - Ma l'hai vista?
Dalla voce Massimo realizz che i suoi sogni di bambino di conoscere dal vero un
Barbapap non si stavano per avverare e che l'ente appena entrato dalla porta era invece
Tiziana, infagottata in una enorme cerata con cappuccio che le nascondeva il viso e
arrivava fino ai piedi. Deluso, anche perch ormai Tiziana era arrivata e quindi toccava
alzarsi, Massimo chiuse il giornale.
- L'ho vista e l'ho sentita - disse alzandosi mentre Tiziana si liberava dalla tuta da
palombaro e cacciava tutto in uno zainetto.
- Mamma mia. Senti, mi vado un attimo a cambiare. Con quel catafalco di cerata addosso
ho fatto una sudata. Poi ci penso io alle paste. Stai pure l a finire il giornale, se vuoi.
- Magari - disse Massimo. - Devo andare in commissariato.
- In commissariato?
- Eh. Mi ha telefonato Fusco cinque minuti fa, pi o meno.
- E cosa vuole?
- Rompere i coglioni, vuole. Per il resto, non lo so. Non mi ha voluto dire niente.
- Simpatico.
- Al solito.
Massimo si rimont addosso il completo impermeabile e guard fuori. Il commissariato
distava qualche centinaio di metri, se tagliava a piedi dalla pineta, o tre chilometri, se
prendeva l'auto. Ma s, dai. Passiamo a piedi dalla pineta sotto la tempesta. E vai, Indiana
Jones.
La scarsa voglia di Massimo di prendere l'automobile era data principalmente dal nuovo
taglio urbanistico con cui l'assessorato al traffico del Comune di Pineta aveva ritenuto, non
chiaro in che modo, di migliorare il traffico del paese o, per dirla nei termini
dell'assessore stesso, dell'agglomerato urbano.
Indifferenti alla presenza di un cervello all'interno della propria scatola cranica, i
responsabili dell'assessorato avevano progettato e realizzato una serie di modifiche
deliranti, senza alcun riguardo per il fatto che una rete stradale dovrebbe servire per farci
viaggiare dei veicoli, e non le fantasie malate di sedicenti Le Corbusier con il senso pratico
di una gallina faraona. Il tutto senza contare che il funzionamento della rete stradale di
Pineta era l'ultimo dei pochi problemi che affliggevano la cittadina. Pardon, l'agglomerato
urbano. A titolo di esempio, una delle fondamentali migliorie che erano state apportate al
tessuto stradale di Pineta era stato il cosiddetto Tracciamento di km. 12 di piste ciclabili
nell'area urbana limitrofa, antistante e parallela al viale dei Cardi proseguente in via del
Lungomare e adeguamento della segnaletica in conformit con le vigenti Norme Europee
per la viabilit urbana destinata a velocipedi.
In pratica, i marciapiedi delle strade del lungomare e delle vie che vi immettevano erano
stati guarniti con una striscia gialla che correva parallela allo zoccolo e di qualche cartello
con un omino in bici, e ribattezzate spudoratamente piste ciclabili.
Con questa ingegnosa trovata, il comune era riuscito ad incamerare i soldi che la
Comunit Europea, sottovalutando sistematicamente la fantasia e l'inventiva del
bisognoso genio italico, destinava alla realizzazione di piste ciclabili, dando un tot al
chilometro di pista messa in opera. Il fatto che i marciapiedi in pav non fossero il
massimo per una bici, unito alla presenza naturale e gi ampiamente sfruttata dalla
cittadinanza di una pista ciclabile data dai sentieri che si dipanavano all'interno della
bellissima pineta, non aveva minimamente scalfito il proposito del Comune. Ad ogni
modo, i pinetani avevano continuato ad usare tranquillamente i sentieri ed il maledetto
tratto PinetaRoubaix era usato solamente dai turisti, dando luogo ad occasionali incidenti.
Per questo ed altri motivi, guidare l'automobile in mezzo a Pineta era diventata una sorta
di gimcana ad ostacoli, e Massimo tentava di evitarlo in ogni modo; quindi, infagottatosi
di nuovo nel sarcofago di tela cerata, si era incamminato verso il commissariato.
Mentre camminava in mezzo alla procella, in cui la pioggia era talmente forte che poteva
avvertire distintamente sulla pelle attraverso la cerata lo schiocco liquido prodotto da ogni
singola goccia, Massimo pensava a quale motivo potesse avere Fusco per convocarlo. E
come spesso gli accadeva, quando era da solo, pensando parlava a voce alta e sulle onde
del discorso il pensiero andava alla deriva.
- Allora. Perch Fusco mi chiami a quest'ora dev'essere una cosa importante... E qualcosa
che vada sul penale... Il bar, no. Non dovrebbe entrarci. Gente equivoca non ne vedo da un
pezzo... a parte l'assessore Curioni, certo... quello venderebbe su' pa' per un voto, se fosse
in grado di trovarlo... io mi chiedo come fa certa gente a dormire tranquilla... e di un
grezzo, poi... ma come far uno cos ignorante a fare il politico... no, meglio non pensarci...
senn mi viene il sangue amaro... io che faccio il barrista sono laureato, e questo che
convinto che il congiuntivo sia una malattia degli occhi assessore... Torniamo a noi.
Ammazzare, non ho ancora ammazzato nessuno. Il mi' nonno ha augurato la morte a
qualche migliaio di persone, ma non dovrebbe essere reato... Tiziana a ammazzare
qualcuno non ce la vedo... e poi cos'altro ho fatto, in questo periodo? Quasi niente... sono
sempre al congresso... oddio, il congresso... successo qualcosa al congresso... successo
qualcosa s, beota, morto un tizio... per per cause naturali... non vedo cosa potrebbe
entrarci Fusco... chiss perch lo penso come Fusco, senza articolo... a tutti quegli altri
che chiamo per cognome lo metto, l'articolo... il Del Tacca, il Pacchiani, il Rimediotti... e
Fusco lo chiamo Fusco, non il Fusco... mancanza di confidenza, forse... e poi non suona
nemmeno bene, il Fusco, artificiale... anche vero che non c' bisogno di specificare, di
Fusco c' solo lui... meno male... via, siamo arrivati...
Appena entrato nel commissariato, grondante acqua come un ombrello gigante, Massimo
venne accolto da un agente giovane, occhialuto e magrissimo, una specie di seminarista in
divisa, che gli si affianc uscendo dalla guardiola.
- Viviani Massimo? - chiese l'agente con la stessa voce dall'accento Veneto che poco prima
lo aveva chiamato al telefono.
- Presente.
- Buongiorno. Sono l'agente Galan. Il dottor Fusco mi ha pregato di introdurla
immediatamente. Per di qua, prego.
Ancora gocciolante, Massimo entr nell'ufficio del dottor commissario, come Fusco amava
pensare alla sua persona, e rest in piedi sulla porta. Davanti a lui, in piedi di fronte al
davanzale, guardando fuori in silenzio, stava Fusco.
Visto che Fusco non proferiva parola, Massimo cominci a togliersi la cerata. Mentre
tentava di disincagliare le scarpe dal fondo dei pantaloni, Fusco si volt e lo guard per un
attimo, poi si volt di nuovo verso la finestra e disse:
- Lei conosce la legge, signor Viviani?
- Pi o meno.
Conosco le basi, pens Massimo mentre finiva di estrarre il proprio piede dalla trappola di
tela. Te invece dell'educazione ignori anche quelle. Buongiorno, si accomodi, mi scusi per
averla fatta venire qui a quest'ora del menga e sotto un uragano. Uno se lo aspetterebbe.
Figurati.
Dalla finestra, Fusco incominci a camminare avanti e indietro per la stanza mentre
ricominciava a parlare:
- La legge dice che, quando una persona muore, un medico deve accertarne le cause del
decesso. E se le cause del decesso sono chiare, le scrive in un certificato e festa finita. Se
invece non sono chiare, o non sono immediatamente riconducibili a cause naturali, il
medico non firma il certificato di morte e chiama in causa l'autorit giudiziaria.
Benissimo, pens Massimo. E a me cosa me ne dovrebbe fregare?
- Per cui, se tanto per fare un esempio a caso un anziano professore giapponese, tanto per
dargli una nazionalit, muore dopo aver battuto violentemente il capo contro uno spigolo
il medico pu firmare il certificato, o non firmarlo. E se non lo firma, chiama l'autorit
giudiziaria. Cio, me.
O cavolo.
- Adesso, le cose stanno cos. - Il professor Fusco guard un foglietto e cominci a sillabare
- Kiminobu Asahara, di anni 74, morto ieri pomeriggio al Santa Chiara di Pisa per arresto
respiratorio sopravvenuto in seguito ad un violento trauma cranico.
- Mi scusi - disse Massimo. - Non ho capito. Arresto respiratorio in seguito ad un trauma
cranico?
Fusco alz gli occhi e lo guard con aria bovina.
- Esattamente. In pratica, questo pover'uomo inciampato in un tappeto ed ha battuto la
testa. In seguito al colpo sembrava in confusione e quindi i suoi colleghi hanno ritenuto
opportuno portarlo in ospedale. Ma in ospedale non c' mai arrivato, o meglio, c' arrivato
cadavere. Il medico che lo ha visitato ne ha constatato il decesso e, in prima
approssimazione, ha attribuito il decesso ad un arresto respiratorio.
- Non capisco.
- Nemmeno io. E nemmeno il medico capiva. Per questo, insieme con il dottor Cattoni, che
sarebbe il nostro medico legale, ha ordinato l'autopsia.
Fusco si diresse alla scrivania e si sedette appoggiando le natiche sul bordo della
medesima, davanti a Massimo.
- In questo momento non ho ancora il rapporto dell'autopsia, quindi non c' niente di
ufficiale. Ma, in buona sostanza, i due dottori erano concordi nel dire che un arresto
respiratorio improvviso in un uomo in buona salute una cosa alquanto improbabile, e
quindi hanno cercato una causa. Fortuitamente, hanno trovato nel portafoglio del
professore un cartellino con delle avvertenze mediche. Sa, uno di quei cartellini che hanno
dietro gli epilettici, o i portatori di una qualche malattia o allergia per cui non possono
assolutamente assumere certi medicinali, e descrivono cosa fare in caso di crisi. Per
fargliela breve, il professor Asahara soffriva di una malattia neurologica piuttosto rara,
chiamata... - Fusco consult il foglietto - ... chiamata miastenia gravis.
E qui viene il bello.
- Cio? - chiese Massimo visto che Fusco sembrava avere bisogno di un incoraggiamento.
- Cio, che siccome le cose non sembravano abbastanza complicate, i dottori non si fanno
bastare nemmeno questo. Va bene la malattia, dicono, ma le condizioni generali del
defunto non erano assolutamente compatibili con questo genere di decesso. Non aveva un
piede nella fossa. Stava in piedi, parlava, non aveva sintomi evidenti della malattia.
Insomma, per i dottori, se fosse stato solo per questa malattia il professore, che per il resto
era in ottima salute, sarebbe campato ancora parecchio.
Notevole, pens Massimo. Quel tizio che sembrava avere circa centosei anni e stava
sveglio per scommessa secondo i dottori era in splendide condizioni. Che tempra 'sti
nipponici. Si vede che il sushi, il t verde e il pesce palla ti tengono in forma nonostante tu
faccia una vita del cazzo. Sveglia, metropolitana, lavoro, inchini... Mentre un emisfero del
cervello di Massimo srotolava questa sequela di scempiaggini, l'altro per fortuna si svegli
improvvisamente e gli sugger un possibile motivo per la chiamata di Fusco.
Intanto Fusco continuava:
- Per fargliela breve, dalle analisi del sangue emerso che il defunto aveva assunto una
massiccia dose di lorazepam, cio di un ansiolitico.
- Ho capito. Il Tavor, tanto per intenderci.
- Cio ancora - continu intanto Fusco - di un medicinale che nessun medico coscienzioso
avrebbe mai prescritto ad un paziente affetto dalla malattia di cui le dicevo prima. Fra
l'altro, da alcune domande fatte con discrezione ad alcuni colleghi, non sembra affatto che
il professore soffrisse di crisi di ansia, depressione o di qualche altro disturbo
comportamentale.
- Ho capito - disse Massimo. Tombola, pens. Ci ho beccato. Via, almeno il cervello mi
funziona ancora.
- E questo quanto. - Fusco si alz dal bordo della scrivania e si and a sedere dietro la
stessa, poi continu: - Secondo i dottori, in un uomo affetto da miastenia gravis la
somministrazione di un medicinale come il lorazepam pu dare difficolt motorie e
confusione mentale. E questo spiega sia perch questo poveraccio inciampato sia perch
dopo essere inciampato, e probabilmente anche prima, era un po' rintronato di testa. Ma
soprattutto, se il paziente si addormenta o perde i sensi, questo medicinale pu causare un
arresto respiratorio.
E questo spiega il conseguente decesso, pens Massimo senza dirlo.
Fusco tacque per un attimo, si guard le palme delle mani sospirando, quindi riprese:
- Adesso, mi rendo conto che non c' ancora niente di ufficiale, ma come lei sa per certe
cose essenziale un certo tempismo. Non posso aspettare il rapporto dell'autopsia per... - e
qui Fusco si ferm, distogliendo lo sguardo da Massimo e facendo un cenno con la mano
che sembrava voler dire ma te guarda in che casino sono finito. Massimo gli and
incontro:
- Per chiedermi se io, da dietro i tavoli, ho visto qualcuno mettere qualcosa dentro un
bicchiere e portarlo al professor Asahara durante il coffee break?
- Ecco. Esatto. Come capir, io non ho nessuna ragione per chiederle questo ufficialmente.
D'altronde, pi tempo faccio passare, e pi aumenta la probabilit che lei si dimentichi
quello che ha visto durante la pausa. Se ha visto qualcosa, s'intende. Per questo le ho
chiesto di venire qui.
Hai capito il Fusco, pens Massimo mettendo inconsciamente l'articolo davanti al nome
del dottor commissario. Stavolta ha preso la mira e l'ha fatta nel vaso. Complimenti. Solo
quelli, per. Massimo non era in grado di aiutarlo.
- Capisco. Io non ho visto niente. Per questo non significa che la cosa non sia potuta
succedere. Anzi. Quando inizia la pausa la gente si assiepa intorno ai tavoli dei rinfreschi.
Per qualche minuto, attorno a ogni tavolo ci sono una ventina di persone, che cambiano in
continuazione. Non posso escludere che sia successo l.
Non posso escludere che sia successo l, o non posso escludere che non sia successo l?
Boh, forse vanno bene tutte e due.
- Capisco - disse Fusco. - E d'altronde, non mi aspettavo una risposta diversa. Diciamo che
ci speravo, ma chi vive sperando...
Non lo dica, la prego. Odio quel modo di dire.
- Bene. Cio, si fa per dire. Comunque, io non ho intenzione n possibilit di interrogarla
adesso. Se ci saranno indagini, dovr per procedere ad interrogarla ufficialmente. Per
questo, io la devo pregare di tentare di ricordarsi anche il minimo particolare che potrebbe
averla colpita.
- Ci tenter. Ma...
- Ad ogni modo, la devo pregare anche di non fare parola con nessuno di quanto le ho
detto. Al momento, devo ripetere, non c' niente di ufficiale. Tutta questa storia potrebbe
avere benissimo un'altra spiegazione. Anche se ci credo poco. Per cui non una parola
sull'argomento, per cortesia.
- Certo. Non si preoccupi.
Fusco annu, poi premette un tasto dell'interfono. Dopo qualche secondo, la porta
dell'ufficio si apr e l'inconfondibile voce da seminarista disse devotamente: Agli ordini.
- Buongiorno Galan. Accompagni pure il signor Viviani e porti qui l'altro.
Mentre l'ineffabile Galan lo portava in processione all'uscita, Massimo vide Aldo seduto in
anticamera che leggeva un rotocalco, con aria serena. Vedendolo, chiuse il giornale e si
alz. Non sembrava sorpreso.
- Buongiorno Aldo. Non sapevo che ti giovassi a leggere questi troiai.
- Ah, questo? - disse Aldo guardando la prima pagina del giornale, che prometteva ampi
ragguagli su ogni possibile tipo di corna sviluppatosi sul cranio di vallette televisive e
pretendenti al trono nell'ambito dell'intero orbe terracqueo. - L'ho trovato qui. Io di solito
leggo il Corriere. Anche stamani l'ho preso e me lo sono messo in tasca. Poi sono venuto
qui a piedi, sotto la pioggia. Al momento, in tasca ho una soluzione acquosa di giornale al
sette per cento. Cosa ti ha chiesto Fusco, del morto al congresso?
- Mi scusi - intervenne il seminarista mentre Massimo stava per aprire bocca - non credo
che sia il caso che due convocati conferiscano tra loro. Signor Griffa, voglia seguirmi,
prego.
- Arrivo, arrivo. Ciao Massimo. Ci vediamo al bar.

Tragedia al congresso, batte la testa e muore. Servizio di Pericle Bartolini. De', te


l'immagini. Se c' una disgrazia mandan sempre lui, pover'omo. Quando lo vede si tocca i
coglioni anche ir prete. Pineta. Sembrava un incidente da nulla, ed invece sfociato in
tragedia quanto successo ieri all'Hotel Santa Bona. La prima giornata del Dodicesimo
congresso internazionale Macrolecul, no, Macromolecul end Biomacr... , inzomma, quello
l, stava volgendo al termine quando la platea di scienziati venuta a sapere, dalla stessa
voce di uno degli organizzatori, dell'improvvisa scomparsa di Ampelio prese una pausa
kiimiinoobu asaahara, scienziato giapponese di fama mondiale nel campo delle
biotecnologie. Il professor Asahara, nel dopopranzo, era incorso in quella che sulle prime
era stata considerata nient'altro che una piccola disavventura, detto cos sembra si sia
cato addosso, inciampato probabilmente in un tappeto, aveva battuto violentemente il
capo contro lo spigolo di un mobile, riportando una ferita lacerocontusa al cranio. Un
incidente da nulla, appunto. Ma, mentre veniva portato in camera in misura
precauzionale, l'anziano professore ha improvvisamente perso i sensi. Avvisati
telefonicamente, i medici del Pronto Soccorso, quelli che 'un erano ar barre, non hanno
potuto fare altro se non invitare gli accompagnatori ad attendere un'ambulanza. Ma,
purtroppo, l'inevitabile era gi in agguato.
Ecco, appunto. Inevitabile. Come la necrofilia di questi vecchiacci qui. Ma com' possibile
che incomincino a leggere il giornale sempre dalle disgrazie? Perch? Sembra che tengano
il punteggio. Al, n'ho seppellito un altro. Ampelio seimilatrecentododici, resto del mondo
zero. Sar l'et. Sar che ti sembra sempre pi improbabile restare vivo. Tanto qui nelle
cose improbabili ci si incomincia a sguazzare. Due omicidi in due estati di fila in una
frazione da cinquemila anime. Va a finire che si diventer come il paese della Signora in
Giallo. S, quella che vive in un paesucolo da tremila persone dove ogni giorno ne
ammazzano una, poi ogni tanto la invitano da qualche parte a passare il weekend e tonfa!
ammazzano qualcuno anche l. Ma possibile che non si siano ancora accorti che la vecchia
signora porta merda? Cosa la invitano a fare in campagna?
Mentre il cervello di Massimo vagava incoerentemente, non dovendo assistere il corpo che
era impegnato a caricare la lavastoviglie, Ampelio continuava a leggere inframmezzando
come di consueto il contenuto dell'articolo con i suoi commenti:
Quando finalmente l'ambulanza arrivata, la situazione era gi precipitata. Una volta
giunto al Pronto Soccorso, l'anziano luminare era gi spirato, e i medici non hanno potuto
fare altro se non constatarne il decesso. E quindi, potevano torna' tutti ar barre.
- Quant'anni aveva? - chiese il Del Tacca mentre zuccherava il caff.
- Settantaquattro - rispose Ampelio piegando il giornale.
- Per. Giovane.
- Davvero - ridacchi Massimo mentre finiva di mettere i cucchiaini nel cestello. - L'ha
strozzato la balia.
- O cosa vorreste di'? Allora siccome Pilade eia settantacinqu'anni vor di' che campato
anche troppo? A me che ce n'ho ottantatr cosa voi fa', ammazzarti.mi a bastonate?
A volte ne sento il desiderio, pens Massimo mentre tentava di inserire il cestello carico di
stoviglie nelle fauci del mostro, causando ad ogni tentativo sbagliato un fastidiosissimo
clangore di posate.
- Era una battuta. Come la vostra. Uno di settantaquattro anni non giovane.
- Dipende. Te ce n'hai trentasette e sembri ir pi vecchio di tutti.
E ti pareva che non se la pigliassero con me. Massimo stava per rispondere, quando venne
interrotto da un rumore di scroscio di pioggia, subito seguito dall'entrata di Aldo nel bar.
- Salve a tutti, belli e brutti - disse mentre si levava l'impermeabile - che si dice?
- Che una vorta s'arrivava puntuali - disse il Del Tacca - un'ora che ti s'aspetta.
- Scusa sai. Non lo sapevo che andare al bar fosse considerato un lavoro.
- Te no - ghign Ampelio - ma Pilade lavorava 'n Comune.
- Comunque ho fatto tardi per un buon motivo - continu Aldo. - Ho dovuto da buon
cittadino assicurare i miei servigi al consorzio civile, come richiestomi dalle Autorit. La
stessa richiesta fatta al nostro valido barrista che ora mi guarda male. Il Rimediotti non
ancora arrivato?
Notizia, si dissero le facce dei vecchietti. Notizia fresca in arrivo. Quando uno chiede in
quel modo finto indifferente se Tizio non ancora arrivato, vuol dire che ha qualcosa da
riferire e ha bisogno della massima audience.
- Va be'. Massimo, me lo fai un caff?
- No, ti faccio una domanda - disse Massimo mentre, mandata la lavastoviglie, infornava i
cornetti nel retrobottega. - Ma non dovevamo evitare di dirlo in giro?
Aldo guard Massimo un attimo, poi si sporse sopra il bancone a prendere il pacchetto di
sigarette del barrista.
- Massimo, io a dieci anni ho capito che per vivere bene non dovevo dar retta a mio padre
e a mia madre. A trenta, per continuare a godermela non stavo a sentire quello che diceva
mia moglie. Dai sessanta in poi, ho dovuto cominciare a ignorare anche il medico. E
secondo te a settantadue dovrei fare quello che mi dice Fusco? Ti frego una sigaretta, le
mie sono un po' bagnate.
Fusco, si ripeterono silenziosamente Ampelio e Pilade guardandosi negli occhi. Cronaca
nera. Fattacci. Promette bene.
- Comunque il Rimediotti oggi vedrai non viene - mise bocca Pilade, assestandosi bene
bene sulla sedia con quest'umido sar mezzo troncato dar mar di schiena.
E quindi, implicitamente, questo vuol dire che siamo gi tutti qui. Non c' bisogno di
aspettare nessun altro. Vai. Ciaccia.
- Insomma, stamani mentre dormivo suona il telefono. Vado a rispondere, e una vocina
gentile gentile mi chiede se posso presentarmi in commissariato. Intanto fuori gi piove
che Dio la manda. E perch, chiedo io. Glielo diremo quando arriva, mi risponde. Devo
venire l subito o posso aspettare che gli animali escano dall'arca, chiedo. E una questione
urgente, quindi le saremmo grati se venisse qui subito, mi risponde la vocina gentile. Ah,
Tiziana, per piacere, visto che Massimo il caff non me lo fa, me lo faresti te?
- Subito - rispose Tiziana, che quindi si diresse verso la macchina e cominci ad
armeggiare velocemente per fare presto e perdersi il meno possibile.
- E quindi, mi metto il bubbaio e vado in commissariato. E l vengo accolto da un
poliziottino tutto perbene che mi dice se si vuole accomodare il dottore sta conferendo
con un'altra persona in merito al fatto in questione. Va bene, mi metto l. Dopo un po', la
porta dell'ufficio del commissario si apre e chi ti esce?
- Eh, chi vuoi che sia uscito. Massimo - disse Tiziana mentre porgeva il caff ad Aldo,
rovinandogli tutto il climax della narrazione.
- O cosa c'entra... - si sorprese Pilade. - O Tiziana, ma allora prima dicevi sur serio?
- Quando t'ho detto che era in commissariato? Diamine! Dicevo sul serio s.
- Ma so assai io. Io credevo tu scherzassi.
- Insomma - continu Aldo riprendendo le redini del discorso - vedo Massimo e faccio due
pi due. Perch chiamare me e Massimo insieme? Perch siamo tutti e due impegnati al
catering del congresso. E quindi successo qualcosa al congresso.
- Non ci credo! Il giapponese morto! - sbott Ampelio. - L'hanno ammazzato?
- Ampelio, il giapponese morto perch intrampolato in un tappeto e ha battuto la testa -
lo chet Pilade con presunta autorit. - Mi spieghi com'avrebbe fatto uno a ammazzallo?
S' travestito da tappeto e gli'ha fatto lo sgambetto?
- No - disse Aldo serio mentre Pilade e Tiziana ridacchiavano. - A quanto dice Fusco,
molto pi semplicemente, questo qualcuno lo ha avvelenato.
- De', ganzo - rincar Ampelio ridacchiando anche lui. - O cosa c'incastra ir veleno?
Esistano veleni che se li dai alla gente li fai inciampa'? Da 'un credessi.
- No, demente. Stammi a sentire senn si fa notte. Pare che quest'uomo, che tra parentesi
secondo me era gi pi di l che di qua, sia morto per arresto respiratorio. In pratica, ha
battuto la testa, l'hanno portato in ospedale e l morto per arresto respiratorio.
- Va bene. E allora? - rispose il Del Tacca, tetragono.
- O Pilade, ma ti sembra regolare? - Aldo prese la sigaretta che aveva poggiato sul tavolo e
fece scattare la fiamma dell'accendino. - Te batti la testa e muori soffocato? Ma dove esiste?
- Dove esista non lo so - intervenne Massimo mentre sorvegliava i cornetti che, sotto la
luce gialla e discreta del fornetto, si stavano dorando bene bene sulla superficie. - Qui
dentro, di sicuro, non esiste che tu fumi.
- O dai, Massimo, fuori c' l'uragano Katrina. Non c' nessuno in giro. Chi vuoi che entri a
dire qualcosa?
- Io non voglio che entri nessuno. Sai com'. Per siamo in un bar, che ha la innegabile
caratteristica di essere un locale pubblico. E nei locali pubblici non si pu fumare.
- Ma se per questo si fa alla sverta - intervenne Ampelio. - Si fa un circolo privato, invece
di un bar. Come ar dopolavoro. Cos 'un pi un locale pubblico e si fuma tutti in santa
pace.
- Ma nemmeno per idea. A parte il fatto che se facessi un circolo privato, piuttosto di dare
la tessera a te mi arruolo nella Legione Straniera. Comunque - Massimo torn a rivolgersi
ad Aldo - al momento questo un bar. Se entrano e ti beccano fanno la multa a me e a te.
Di te mi importa una sega, ma non vedo perch ci debba andare di mezzo io. Tu ci fumi
nel tuo ristorante?
- Ormai accesa - tagli corto Aldo fatalisticamente, come se ad accendere la sigaretta
fosse stata la volont di Manit. - Se entra un vigile la multa la pago io per tutti e due.
Basta che tu non m'interrompa. Dunque, il dottore ha visto come morto quest'uomo e s'
insospettito. E ha ordinato un'autopsia. Per farla breve, quest'uomo aveva in circolo una
robusta quantit di Tavor. stato questo che ha causato l'arresto.
- Ho capito. E allora?
- Ma come allora? Gli avevano dato una valanga di Tavor. Lo avevano avvelenato.
- S, bellino. - Anche Pilade, ormai certo dell'immunit stabilita dal precedente creato da
Aldo, prese il pacchetto di Stop senza filtro e ne tir fuori una. - E chi lo dice che glie
l'hanno dato apposta per avvelenallo? Ir mi' povero fratello Remo l'ha preso per dieci anni,
ir Tavor, e 'un n' mai successo nulla. A parte che rincoglionito, pover'omo, ma quello
era l'et, no 'r Tavor.
Una tecnica fondamentale, nella pratica professionale delle chiacchiere da bar, consiste
nell'opporre ad un dato di fatto o ad un ragionamento generale un controesempio
adeguato, meglio se riferito ad accadimenti occorsi a parenti di primo grado
preferibilmente scomparsi. La parentela, secondo tradizione orale in voga nel paese,
garantisce in qualche modo non chiaro l'autenticit del fatto, e al tempo stesso la non
disponibilit del protagonista dell'esempio causa decesso la rende difficilmente
confutabile.
In effetti l'esempio di Pilade, contrariamente a quanto succede di solito nelle discussioni
da bar, abbastanza pertinente. Viene quasi voglia di dargli ragione, e addio delitto.
Peccato, sembr dire la faccia di Ampelio, ormai ci avevo fatto la bocca. Per fortuna Aldo
era ben informato sui fatti e rincar la dose.
- Il dottore, lo dice. Questo pover'uomo era malato, e non poteva prendere il Tavor. Per lui
era come veleno. A quanto mi ha detto Fusco, nemmeno il dottor Mengele glielo avrebbe
prescritto. Il dottore non ha dubbi. stato avvelenato. Fidati.
- Fidati morto povero - ribatt il Del Tacca sfruttando con maestria un altro
fondamentale pilastro della teoria delle chiacchiere da bar, ovvero il ricorso ad un
proverbio o un modo di dire, da usare (oltre che per prendersi la parola) come leva per
inserirsi nei punti deboli dell'apparato dialettico dell'interlocutore e, successivamente,
scardinarne le argomentazioni. - Te 'un ti fidi der dottore quando ti dice che ciai la
pressione arta, e ti fidi quando ti dice che hanno avvelenato uno. Te lo rirdi cos' successo
l'urtima vorta che ci siamo fidati der dottore?
- Non che non mi fido del dottore, testone. Non lo ascolto. E diverso.
- Ma scusa - intervenne Tiziana - perch...
E qui Tiziana avrebbe voluto chiedere perch una cosa tanto complicata come il Tavor,
quando ci sono tanti bei veleni per uccidere uno, tanto pi in mezzo ad un congresso in
cui evidentemente ci sono tante occasioni e tanti possibili sospettabili. Per in quel
momento da dietro alla porta si intravide tra la pioggia un tizio in kway color blu vigile
urbano, che catalizz immediatamente l'attenzione. Almeno, l'attenzione di Massimo e di
Aldo. Massimo guard malissimo Aldo, mentre quest'ultimo dette una tranquilla tirata
alla cicca come a dire io mi prendo le mie responsabilit. Il tizio, nel frattempo, si era
messo al riparo dalla pioggia sotto al porticato e stava legando la bicicletta a un palo.
- Se quello un vigile la multa la paghi te.
- Non un vigile - ribatt Aldo con tono tranquillizzante. - Li conosco tutti.
Nel frattempo, ultimate le operazioni di ancoraggio, il kway blu si sfreg le mani ed entr
dentro il bar.
- Salve - disse togliendosi il cappuccio. Non era un vigile. Massimo li conosceva tutti anche
lui. Per aveva qualcosa di familiare, anche se indistinto. Mentre Massimo pensava a dove
cacchio potesse aver visto quel tizio, se davvero lo aveva gi visto, il suddetto si tolse il
kway e i dubbi di Massimo svanirono. Con quella maglietta arancione tutta masticata, il
potenziale cliente non poteva che essere il loquace ed amichevole professor A. C. J.
Snijders.
- Un caff lungo, per favore. E... avete cornetti?
- Stanno uscendo ora. Un caff lungo, ha detto? - chiese Tiziana, non perch non avesse
capito ma perch non sentiva ordinare un caff lungo dal 2002, quando il suo datore di
stipendio aveva tenuto un pedantissimo quanto non richiesto comizio ad un improvvido
turista piemontese sull'implicita barbarie insita nel bere un caff troppo diluito. Il turista,
facendo mostra di aver capito, aveva chiesto allora un caff ristretto ed un bicchiere di
minerale, nel quale aveva versato il caff che subito dopo si era ingollato d'un fiato,
andando poi via senza pagare.
- S, grazie. E tre cornetti.
- Alla grazia! - intervenne Ampelio sporgendosi in avanti sul bastone. - Sei rimasto fri di
casa?
- Come?
- Non ci faccia caso - si introdusse Massimo nella speranza di riaffermare che il bar era
suo. - Quel vecchio a tre zampe si stava chiedendo se fossero tutti per lei. Sa, qui la gente
non si fa i cazzacci suoi nemmeno se li ammazzi.
- Ah, capito - rispose Snijders per nulla turbato. - S, sono per me. Devo fare colazione
bene. Pensavo visitare Pisa e non fermarmi a pranzo. Citt turistica. Costa molto.
- E come ci va a Pisa? - chiese Pilade.
- Con quella. L'ho noleggiata in albergo - rispose Snijders indicando la bici.
- In bici fino a Pisa? Con questa pioggia? - chiese Tiziana incredula.
- Perch? Non sono mica fatto di zucchero.
- Gu, ci mancherebbe - approv Ampelio, evidentemente soddisfatto di vedere che
qualcuno, in quest'epoca di vizi e perversioni tipo andare in automobile, usava ancora la
bicicletta come mezzo per spostarsi. - Son dieci chilometri nemmeno, tutti in piano. In
mezz'ora arrivato.
- Mezz'ora. S, tranquillo. Grazie - disse Snijders prendendo il primo cornetto. - Spero di
vedere almeno la piazza e il camposanto, stamattina. Oggi pomeriggio devo tornare al
congresso.
- Ah, lei viene dar congresso? - chiese Ampelio con aria saputa. - Quello dove hanno
ammazzato quer giapponese?
Non possibile. Non ci credo. passata un'ora. Un'ora. Un'ora fa ho saputo di questa
storia, e ho giurato al Fusco che non avrei detto nulla. Adesso mio nonno sta facendo
passare la notizia oltre cortina. Io mi arrendo.
- Ammazzato, s - rispose Snijders, che dopo aver riflettuto un attimo continu: - Cio, no.
Non quello. E' morto. Ma stato un incidente.
- Sur giornale, un incidente - rispose Ampelio. - Anche la fidanzata der Taccini ni disse
che era stato un incidente. Intanto per era rimasta incinta mentre lui era sordato in
Grecia. C' da di' che certi incidenti capitano se li fai capita'.
- No, scusate. Credo che lei si sbagli - prov ad argomentare Snijders, mentre
probabilmente si chiedeva chi fosse il Taccini. - stato un incidente. Ha battuto la testa,
povero vecchio.
- Davvero - disse Massimo amaramente, mentre tentava di diluire lo sconforto nell'amato
t freddo. - Batte la testa sempre il vecchio sbagliato.
- Quel che vuole dire il signore - intervenne il Del Tacca con la buona educazione che i
residenti di Pineta riservano esclusivamente agli stranieri e ai duri di comprendonio -
che questo pover'omo morto per arresto respiratorio. Per un arresto, diciamo, piuttosto
anomalo. Almeno sembra.
- Non capisco - disse Snijders mentre cercava una sedia a tentoni, evidente indizio che
anche se non capiva era sua intenzione trattenersi l fin quando non fosse giunta la luce.
- Se vuole raggiungere Pisa - intervenne Massimo - credo che farebbe bene a mettersi in
viaggio. Non per farmi gli affari suoi...
Pi che altro per continuare a farmi i miei. Se Fusco viene a sapere questa cosa mi arresta e
mi mette in galera con tutto il resto dell'asilo senile. Per cui se lei, gentile e affabile
professore, si togliesse tre passi dai coglioni e non chiedesse altro sull'argomento, magari
avrei ancora una flebile speranza che tutto questo resti circoscritto all'interno del bar per
quella mezza giornata che serve per dare la notizia ufficiale.
- Oh, non importa - disse Snijders sorridendo, dopo aver dato un'occhiata fuori dal bar,
mentre la pioggia continuava imperterrita a tambureggiare sui tetti delle auto. - Credo che
nemmeno la Torre pendente sia fatta di zucchero. Stasera dovrei trovarla ancora al suo
posto. Potrei avere un cappuccino per favore?
- piuttosto incredibile - disse Snijders mentre giochicchiava con le briciole dei cornetti
(cinque) rimaste sul piattino.
C'erano voluti circa venti minuti, suddivisi in due di presentazioni, cinque di racconto
effettivo e tredici di gioco fermo durante il quale i vegliardi si rimbeccavano per
assicurarsi il diritto di parola, per spiegare all'attento e curiosissimo professore batavo lo
svolgersi dei fatti e, soprattutto, dei detti. Adesso, mentre Snijders osservava che la cosa
era incredibile, Massimo pensava pi o meno la stessa cosa.
Incredibile. Attiro i pettegoli come le mosche. Da tutta Europa, arrivano. Devo
incominciare a metterlo sul men. Caff, euro 0.80. Cappuccino, euro 1.00. Sputtanamento
di persone mai viste n conosciute, offre la casa.
- Incredibile, ma vero - continu intanto Aldo per inerzia, visto che Snijders taceva e
insomma, siccome quello era un bar, qualcuno doveva pur dire qualcosa. - Come nella
Settimana Enigmistica.
- Davvero - si immise il Del Tacca. - Il problema che anche chi dovrebbe indaga' 'un
arriva tanto pi in l dei cruciverba. Perch lei deve sapere, caro professor Sneie, che il
commissario di cui si parla 'un esattamente una faina.
- Una faina?
- S, una vorpe, insomma.
- Quel che Pilade vuol dire - tradusse opportunamente Aldo - che la persona preposta
alle indagini non un genio.
- Dipende dal momento - disse Tiziana che si era inserita a pieno titolo nella discussione. -
Dite quel che vi pare, ma stavolta ha fatto una cosa furba.
- Dipende dalla persona - intervenne Massimo, mentre passava lo strofinaccio sui tavoli
tanto per fare qualcosa e per tentare di ripetere a se stesso che quello era il suo bar, magari
ancora per poco perch se uno ammazza il nonno poi lo arrestano e gestire un bar diventa
difficile. - Se lo avesse detto a me e basta, magari si. Sarebbe stata una furbata. Ma dirlo al
banditore ufficiale della cooperativa L'Anziano Molesto non mi sembra una gran
pensata. A chi doveva essere tenuta nascosta la notizia? A quelli del congresso. Chi la
prima persona a cui la rivogano? Un partecipante al congresso. Fai te.
- Ma dai, Massimo, non dire fesserie. Come faceva Fusco a pensare che uno del congresso,
che per di pi parla italiano, potesse capitare qui oggi? E stato un incidente.
Uno degli aspetti pi fastidiosi dell'essere umano e la ridicola convinzione che non siamo
responsabili delle conseguenze delle nostre azioni, come testimonia l'infantile disinvoltura
con cui troppo spesso attribuiamo alla volont del Fato il disastroso esito delle nostre
cazzate. stato un incidente.
stato un incidente, tornava da un matrimonio e aveva brindato un po' e d'altronde quella
donna cosa ci faceva in mezzo alla strada? stata una fatalit, ha mangiato come un
alluvionato e poi andato a farsi una nuotatina per digerire e gli venuto l'infarto. Non
stata colpa sua, ha solo acceso un fuoco il dodici agosto vicino a una pineta.
Quando Massimo sentiva questi discorsi si incazzava a morte. una questione di
probabilit. Se ti comporti in un certo modo, le probabilit che succeda un casino
aumentano. Il fatto che tu non volessi provocare un casino non sminuisce il fatto che hai
oggettivamente fatto un casino. Bastava pensarci un attimo. Le norme di sicurezza, le
norme di comportamento, esistono proprio per quello. Novantanove virgola nove volte su
cento, non servono. Servono solo nello zero virgola uno per cento delle volte in cui
qualcosa va storto. Allora, se tu avessi tenuto acceso il cervello e tu ti fossi attenuto alle
norme come un bravo bambino, magari non sarebbe successo niente.
- Fammi stare zitto, meglio.
- Comunque, Massimo, non si deve preoccupare - disse Snijders. - Non ho intenzione di
dirlo a nessuno del congresso. Ho i miei buoni motivi, per farlo. Anzi. Ora che mi avete
detto questo, ho bisogno di parlare al pi presto con questo commissario.
- Come? - chiese Massimo mentre quattro colli artritici, i cui proprietari avevano capito
benissimo cosa stava per accadere, si orientavano verso il professore.
- Ho bisogno di parlargli. Ieri ho sentito qualcosa, al congresso, che potrebbe avere una
certa importanza.
Silenzio. Assoluto. Capitano, molto di rado, dei momenti pi o meno prolungati in cui non
si sente nessun rumore. La pioggia aveva smesso di scrosciare, nessuna automobile stava
passando lungo il vialone, nessuna massaia straziava secolari motivetti, insomma nessuno
dei rumori che costituivano l'abituale oltre che fastidioso sottofondo mattutino del bar si
permetteva di perturbare la quiete. Sembrava che la Natura avesse coordinato tutti gli
eventi in modo da avere un po' di tranquillit, che qui c' gente che chiacchiera. Massimo
si gust per uno o due secondi questo meraviglioso vuoto di sensazioni, prima che
Snijders rompesse il silenzio schiarendosi la gola, e iniziando quello che aveva tutta l'aria
di essere un lungo preambolo.
- Ieri, ho sentito Asahara parlare con alcuni professori statunitensi. Parlavano
principalmente di altra gente, di quello che faceva come ricerca e cos andare. A un certo
punto, venuto fuori il nome di Watanabe.
Pausa, sorso di cappuccino freddo che fece rabbrividire Massimo solo a vederlo fare.
- Masayoshi Watanabe un professore di Kobe. Un teorico, come me e come Asahara. E
un ricercatore molto conosciuto, pubblica molto e fa cose molto, diciamo, elaborate. Ha a
disposizione un cluster da qualche migliaio di processori, che usa praticamente da solo o
con i suoi studenti. Fa principalmente simulazioni parallele su larga scala del
comportamento meccanico di polimeri e materiali biologici.
Non abbiamo capito un cazzo, dissero in coro le facce dei vecchietti. Snijders se ne accorse
e vir il discorso verso terra:
- Insomma, fa un tipo di ricerca impegnativa, con largo uso di computer e molto costosa.
Lo conosco di vista, come Asahara, ma ho avuto rare occasioni di parlarci. Per non un
mistero che sia antipatico a molti, in Giappone. E particolarmente a Asahara, che un
teorico di vecchia scuola, a cui il modo di fare ricerca di Watanabe non mai piaciuto. Il
fatto che Watanabe dirotta su di s, e sul suo centro, gran parte dei fondi che il governo
giapponese destina alla ricerca. E se vanno a lui, non vanno ad altri.
- Ho capito - disse erroneamente Tiziana. - Per non hanno mica ammazzato lui.
- No, il fatto non questo. Il fatto che il governo giapponese decide come dare i fondi
secondo quello che dicono altri professori, di solito i pi importanti del paese. E Asahara
fa parte di questo... come si dice, counsel?
- Consiglio? - consigli il Del Tacca.
- Consiglio, esatto - approv Snijders. - Consiglio, consiglio. Ora, cosa ho sentito. Ho
sentito Asahara dire cos, che nel suo computer c'era qualcosa che avrebbe distrutto
Watanabe.
Ah, pens Massimo. Vai, s' trovato l'assassino, esclamarono le facce dei vecchietti.
- Ora, voi capite che con quello che mi avete detto, io devo parlare prima di niente alla
polizia.
- De', garantito - disse il Del Tacca. - Per prima telefoni a casa. Quello che comanda
capace d'arrestalla perch ha rubato i vestiti ar cenciaio.
- Prego?
- No no, 'un preghi - continu Ampelio. - 'Un serve a nulla.
- Nonno chetati, per favore - intervenne Massimo. - Scusi, professore, ma c' qualcosa che
non mi torna. Che parole ha usato Asahara esattamente? Ha parlato proprio di
distruggere?
- Proprio, proprio. Ha detto cos - e qui Snijders contorse la voce in una efficacissima
imitazione di un giapponese che si esprime in inglese. - In mai reptp, ai ev somthingu
ret uir destroi purofessor Uatanabe. Nel mio laptop, ho qualcosa che distrugger il
professor Watanabe. E lo diceva ridendo. Ora, io l'avevo preso come scherzo. Ma, indeed...
- E che cosa mai poteva essere, secondo lei? - chiese Aldo col tono di chi dice andiamo,
mica staremo a credere a tutto quel che dice lo spaventapasseri.
- Io ho un sospetto - rispose Snijders senza accorgersi dello stato d'animo dubitativo del
vegliardo. - Come ho detto, un centro di calcolo come quello di Watanabe ha bisogno di
soldi. Tanto soldi. Senza fundings, non va da nessuna parte. Ora, possibile che Asahara
fosse nel panel che deve valutare la richiesta di fondi di Watanabe, ed possibile che
Asahara abbia dato parere negativo. E che quel parere, cio, che il report che sconsiglia o
addirittura impedisce di dare fondi a Watanabe, si trovi sul laptop.
Snijders fin il cappuccino ormai gelido mentre Massimo guardava da un'altra parte,
quindi riprese:
- Questa una, come si dice, ipotesi? Bisogna controllare. Vedere se davvero per Asahara
era possibile di fare questo. Se era cos potente. Se davvero queste commissioni si stanno
riunendo in questo periodo.
- E, chiaramente, se un parere negativo da parte di Asahara avrebbe davvero distrutto
Watanabe - disse Tiziana. - Non un po' troppo categorico?
- Non saprei - rispose A. C. J. sorridendo. - Non so cosa vuoi dire.
- Vuol dire che sembra un po' esagerato che un parere possa distruggere l'attivit di una
persona - disse Aldo. - E devo dire che non sono del tutto in disaccordo. Per quanto non
abbia esperienza di queste cose, e quindi possa giudicare male.
- Dipende - rispose Snijders. - In generale, avete ragione. Ma dipende. Un gruppo pu
essere in difficolt, e contare molto su un finanziamento. Una serie di momenti sfortunati,
anche. No, difficile che un mancato finanziamento porti alla distruzione del gruppo. Ma
pu essere l'inizio della fine. Magari hai sotto di te dei giovani bravi, che vuoi trattenere,
ma senza soldi e senza prospettive non ce la fai. Pu sembrare impossibile. Forse lo .
Snijders si alz, si tir su la lampo del kway e si diresse verso il registratore di cassa per
pagare.
- Sono cinque e settanta per la colazione e seicento per la delazione - disse Massimo.
- Prego?
- Cinque e settanta. Per il commissariato, invece, basta che lei faccia cinqueseicento metri a
piedi attraverso la pineta. Appena fuori di qui, vede un'insegna con scritto Bagno
Poseidon. Lei prende il sentiero appena dopo il bagno e va in direzione opposta al mare.
Dopo seicento metri volta a destra sul sentiero ed arrivato.
- See... - interruppe Pilade. - A questo modo si perde. Dia retta, appena esce da qui va a
diritto sulla strada alberata. Passato il Bagno Caterina volta a destra e entra nel viale dove
c' le troie. Dopo dugento metri, sulla destra, c' un negozio che vende le bicirette. Accanto
ci trova il commissariato.
Al di l del fatto che il bagno citato da Pilade in realt si chiama Catalina, la spiegazione
conteneva un particolare che non sembrava essere alla portata di Snijders, che infatti
chiese lumi:
- Il viale dove c' cosa?
- Le signorine, via - corresse il Rimediotti, in un estremo tentativo di salvare la situazione
facendo ricorso al politically correct. Purtroppo, pur salvando il decoro della cittadina, la
chiosa del Rimediotti non aument la comprensibilit del tragitto. Per fortuna, per, c'era
Aldo, che uomo di mondo e di amori ancillari se ne intende.
- Quelle che voi mettete in vetrina.
- Ah, grazie. Credo aver capito. Bene, buona giornata.
- A lei - disse Ampelio. - Se per caso torna prima dell'una, fa a tempo a trovacci sempre
qui.
- Cognome e nome? - chiese Fusco.
- What's your name, please? - tradusse Massimo.
- Onamae wa, onegai shimasu? - rincar Kawaguchi.
- Masayoshi Watanabe.
- Masayoshi Watanabe.
- Ho capito, ho capito. Masaiosci Uatanabe.
- Come si scrive? - chiese l'agente Galan. Eccoci, pens Massimo. Sar lunga, come
giornata.
Accidenti a me e alla mia curiosit.
Quella mattina, verso le sette e mezzo, Massimo si trovava nel bar insieme a Tiziana, a
cercare di decidere cosa fare della giornata. Il congresso, ormai, non era pi un suo
problema; la sera prima aveva ricevuto una telefonata da una segretaria udibilmente in
preda al panico che gli aveva annunciato che i lavori del congresso erano stati
temporaneamente sospesi dal comitato organizzatore per rispetto alla memoria del
professor Asahara, e che questo comportava anche la sospensione del servizio di catering
per le pause del congresso. Rispetto alla memoria questo paio di gemelli, aveva pensato
Massimo, che per aveva ritenuto opportuno non dire alla segretaria che sapeva
benissimo come stavano le cose. Tanto, sia dentro che fuori dal congresso c'era gi chi era
ampiamente in grado di diffondere le notizie efficacemente. Intanto, per, il programma
della settimana gli era andato allegramente a puttane.
In previsione di passare mattina e pomeriggio al congresso, Massimo aveva precettato
Tiziana per tutta la settimana come straordinario, e quindi Tiziana si era presentata
puntualmente alle sette per prendere possesso del bar. Puntualmente, e inutilmente, visto
che Massimo non aveva pi impegni e visto che, dato il tempo, gli affari per il bar non si
prospettavano un gran che. Noncurante del calendario, che mostrava spavaldo la data del
23 maggio, il cielo aveva infatti deciso di infastidire Pineta e i pinetani con una bella
giornata di freddo, quello sleale freddo primaverile che ti prende alle caviglie e ai polpacci
gi privi di calzini perch ormai estate, e aveva completato il tutto con una di quelle
insulse pioggerelline persistenti che sembrano ungere pi che bagnare, troppo poca per
prendere l'ombrello ma quanto basta per formare delle pozzanghere nelle quali,
camminando velocemente per il freddo, prima o poi inesorabilmente finirai. Comunque,
potendo insultare il cielo ma non cambiarlo, tocca cambiare i programmi della giornata, e
appunto di questo Massimo aveva cominciato a parlare con Tiziana.
- Se vuoi riposarti, nel bar ci sto io - gli aveva detto Tiziana. - Tanto ormai sono qui. Oggi
mi sa che una persona basta e avanza.
- No, non ho bisogno di riposarmi, grazie - aveva risposto Massimo. - In realt non ho
niente da fare. Mi ero organizzato in modo da poter lavorare qui e al congresso. Ora per il
congresso non c' pi niente da fare, e quanto al bar hai ragione. Probabile che non ci sar
quasi nessuno. Per, per stare a grattarmi, preferisco farlo al bar che non a casa.
Dopo un breve silenzio, Tiziana aveva ripreso la parola con una luce furbesca negli occhi:
- Senti Massimo - aveva detto - se davvero vuoi stare tu qui, io avrei da farti una proposta.
Nell'interesse stesso del bar.
- Sentiamo - aveva risposto Massimo mentre si chiedeva quante probabilit ci fossero che
Tiziana gli stesse per proporre di venire a lavorare in topless.
- Dunque, sono quattro anni che lavoro qui, giusto? - Oddio. Vuole l'aumento di stipendio.
- Ora, non ti offendere, ma in quattro anni che sono qui questo posto non cambiato di
una virgola. Sempre le stesse pareti, gli stessi quadri, il megaschermo l, i tavolini l... Ma a
te non t' ancora venuto a noia?
Non lo so, aveva pensato Massimo mentre vagava con lo sguardo lungo le pareti del bar.
Non direi.
- Insomma, io pensavo che non sarebbe male dargli un po' una rinfrescata. Una o due
pareti colorate, magari una spugnata o fatta un po' strana. Delle belle riproduzioni di
quadri o delle belle foto alle pareti, delle belle tendine alle finestre, insomma. Qualcosa che
faccia un po' di allegria. Non fraintendermi, non che sia sporco o mal tenuto, ma in
giornate come questa secondo me uno entra, vede il posto, vede i vecchietti e si chiede
dov' la salma.
Massimo si era guardato intorno. A ben vedere, in effetti, non che Tiziana avesse tutti i
torti. Il fatto che Massimo a certi aspetti non prestava assolutamente attenzione, finch
non glieli facevano notare, e quindi non aveva mai notato il fatto che l'interno del bar stava
assumendo un aspetto un tantino stantio.
- Allora, mi dica, architetto - aveva detto Massimo. - Mi dica cosa cambierebbe.
- Ma guarda, secondo me ci vuole veramente poco - aveva risposto Tiziana con un
sorrisone a trentadue denti e cominciando a mostrare una certa sovreccitazione. - Prima di
tutto due pareti colorate. Io ne farei una gialla, che da luce, e una che stia bene con il
bancone e il pavimento. Certo, col pavimento grigio di gres non ne ho idea di cosa possa
starci bene, ma ora ci penso. Poi metterei tre o quattro riproduzioni di quadri, a me
piacciono tanto quelle stampate direttamente su tela ma qui ci stanno come il cavolo,
magari meglio qualche bella foto in bianco e nero, tipo quelle di Mapplethorpe, non so se
lo hai presente. Una qui, una l, due qui magari un po' sfalsate, che facciano movimento,
senn fa troppo mostra fotografica e suona falso. Buttiamo via prima di subito quei due
troiai appesi l, mettiamo una tenda o una veneziana alla finestra grande e dovremmo
essere sulla strada della decenza. Se ti va bene io oggi faccio un po' di giri, e domani che
il giorno di chiusura mi metto l e ti metto tutto a posto. Che ne dici?
Aiuto. Ho scatenato un mostro.
Massimo aveva vagato di nuovo con lo sguardo lungo le pareti, fino ad arrivare a quella
dove facevano mostra di s quelli che Tiziana aveva definito i due troiai: una pagina di
giornale incorniciata con la formazione del Grande Torino, con la scritta 1942-1949: Solo il
Fato li vinse e una prima pagina della Gazzetta dello Sport, datata 5 dicembre 1993, che
annunciava un montepremi record del Totocalcio. Grazie ad una corrispondenza
biunivoca tra i risultati di quella domenica e quelli scritti da Massimo sulla schedina, il
nostro era venuto in possesso di una parte di quel montepremi e aveva conseguentemente
mandato a fare in culo la matematica, il dottorato e l'incertezza e si era comprato il bar.
Che era suo. Almeno, cos aveva creduto all'inizio. Prima era stato invaso da quel che
restava del battaglione Morbegno, e adesso anche Tiziana gli metteva i pennelli tra le
ruote.
- Che ne dico. E che ne so. Non me lo so immaginare.
- Ma ti piace?
- O Tiziana, ti ho detto ora che non riesco a immaginarmelo. Mi sembri mia nonna, che mi
chiedeva se mi piaceva la zuppa prima ancora che l'avessi assaggiata.
- Va bene, allora. Me lo lasci fare?
Momento di dubbio. Davvero, la ragazza non aveva tutti i torti. Perch no?
In quel momento, il telefono aveva squillato, e Massimo era andato a rispondere.
- Il BarLume buongiorno.
- Pronto, parlo col caff BarLume? - aveva chiesto la voce ciclostilata dell'agente Galan.
- Certo, sempre il BarLume, come prima. Perch non si fida?
Momento di silenzio.
- Qui il commissariato di Pineta. Il dottor Fusco vorrebbe parlarle. Glielo passo. Attenda
in linea, per favore.
- Pronto, signor Viviani? La disturbo?
La disturbo? Che sta succedendo? Fusco educato? Adeguiamoci, va. Se lo merita.
- No, dottor Fusco, dica pure.
- Avrei un enorme favore da chiederle. Prima, per, necessario che verifichi una cosa. Mi
stato detto che lei parla inglese correntemente. E' vero?
O questa? Massimo si era visto per un attimo seduto ad un tavolo, in compagnia di un
Fusco in versione bambino col grembiule azzurro, ma gi coi baffoni, mentre diceva con
voce scandita: Lesson nambr un. Listen end ript. Ve bue is on ve teibl, and ve penzil
is on ve bue. Si riprese e rispose:
- vero.
- Bene. Potrebbe raggiungermi in commissariato? Avrei urgente bisogno di lei. Guardi, le
sto chiedendo un favore. Non posso obbligarla. Ma...
- Non si preoccupi, non c' problema. Arrivo. Almeno faccio qualcosa.
Massimo aveva messo gi, e contemporaneamente visto la faccia sconsolata di Tiziana, che
aveva capito che la telefonata la riconvertiva da architetto a barista.
- Devo restare qui? - aveva detto con una voce che sembrava ridipingere di grigio tutta la
propria giornata. Massimo non aveva avuto il cuore di dirle di s.
- No, non necessario. Tra un po' vedrai che arriva l'asilo senile. Puoi affidare tutto ad
Aldo, tanto vedrai che con questo tempo del cavolo oggi non viene nessuno.
- Quindi? Posso fare quel che ti ho detto? - aveva chiesto ringalluzzita.
- Ma certo. Ascolta, ti do carta bianca. Fai quel che pare a te. Pongo il veto solo su due
cose. Le tendine, o veneziane che siano, te le vieto. C' gi chi scambia questo bar per un
ospizio, non vorrei che incominciassero a prenderlo anche per un lupanare. E quelli che te
chiami i due troiai non si toccano.
Casomai posso cambiargli posto. Casomai. Ma alle pareti sono, e alle pareti rimangono. Io
vado. Ci si vede domani, credo.
- Zi buana. A domani. Grazie.
Arrivato in commissariato, era stato immediatamente introdotto nello studio del dott.
comm., nel quale, oltre al Responsabile della Legge e dell'Ordine, si trovavano un uomo
sulla sessantina e una donna un po' pi giovane, bionda e magrissima, che stava seduta
sull'estremit della sedia scaricando tutto il peso sulla punta dei piedi, la muscolatura
delle gambe contratta come se fosse pronta ad alzarsi in qualsiasi momento. L'uomo,
invece, era completamente appoggiato allo schienale, con le mani intrecciate su una coscia,
ma il continuo tamburellare degli indici mostrava comunque un certo nervosismo. Tutti e
due gli uomini si erano alzati in piedi quando Massimo era entrato, mentre la donna era
rimasta sui blocchi di partenza, voltando solo la testa in un coraggioso ma poco
convincente tentativo di sorriso.
- Buongiorno, signor Viviani. Il professor Marchi e la signora Ricciardi. Il professore
l'organizzatore scientifico del congresso, la signora a capo del comitato organizzativo -
disse Fusco mentre il professor Marchi si individuava con un cenno del capo ed un
buongiorno pronunciato con voce cordiale e un po' chioccia.
- L'ho fatta chiamare - riprese Fusco quando Massimo si fu seduto - perch abbiamo un
problema. Lei ricorder che, due giorni fa, un professore giapponese ospite al congresso
improvvisamente venuto a mancare. Adesso - continu Fusco mentre guardava Massimo
con due occhi che tentavano di accertarsi che Massimo non si facesse sfuggire nulla
riguardo al fatto che gi conosceva tutta la storia - abbiamo un problema.
- Mi dica - rispose Massimo con la voce, tranquillizzando Fusco con un movimento del
capo che sperava risultasse impercettibile, o incomprensibile, agli altri due.
- Purtroppo, il dottore non ha potuto rilasciare il certificato di morte. Anzi, sono emersi
elementi probatori piuttosto evidenti, che indicano chiaramente come la morte del
professore non sia da ascriversi a cause naturali. Tutto questo rende necessario aprire
ufficialmente delle indagini - disse Fusco, inasprendo la voce lievemente sulla parola
necessario, come a ricordare implicitamente a qualcuno nella stanza che lui faceva solo il
suo dovere e che se i chimici si ammazzavano tra loro ai congressi la colpa non era sua. Il
professor Marchi annu per far vedere che capiva.
- Necessarie, ma non indolori - continu il professore, con quella voce chioccia che strideva
un po' con l'aria elegante e disinvolta e la barba folta screziata di grigio. - Cio, noi ci
rendiamo conto che, per come le cose ci sono state presentate dal dottor Fusco,
un'indagine sia necessaria. E siamo d'accordo, su questo. Al tempo stesso, ci troviamo in
una posizione difficile. Sono sicuro che potete capire - disse Marchi, col tono amabile della
persona abituata a non aver bisogno di alzare la voce per essere ascoltato. - Noi
organizziamo un congresso, il che vuol dire che implicitamente ci facciamo carico dei
nostri ospiti. - Pausa, per far assimilare bene il concetto agli ascoltatori. - E' stato gi
abbastanza penoso apprendere della morte di uno. Ora ci viene prospettata la possibilit
che ne venga arrestato un secondo. E questo ci inquieta in quanto responsabili, in un certo
senso, dei nostri ospiti.
- Nessuno ha parlato di arrestare - disse Fusco tamburellando con la matita sulla scrivania.
- Ma ci troviamo nella necessit di fare degli interrogatori. Io l'ho chiamata per dovere di
correttezza, per avvertirla e non metterla di fronte al fatto compiuto. Mi rendo conto
perfettamente che la situazione atipica e, vi prego di credermi, dal mio punto di vista
catastrofica.
Per riassumere la situazione, io ho di fronte la necessit di interrogare un gran numero di
persone che sono potenziali testimoni. La maggior parte di queste persone lascer il
congresso e l'Italia sabato prossimo, il che significa che io ho tre giorni per interrogarle,
perch non posso in nessun modo far richiedere un obbligo di residenza o una custodia
cautelare per duecento persone. Quindi, effettuati gli interrogatori, io dovrei stabilire
quello che successo e, se c' stato effettivamente un crimine, individuare un responsabile
ed effettuare un arresto.
Fusco rallent il ritmo del tamburellare e guard verso i due accademici, quindi
ricominci: - Guardiamoci negli occhi, signori. Data la situazione, e dati i tempi, io ho
scarsissime possibilit di scoprire quello che successo, e non ho la bench minima
speranza di poter arrestare qualcuno. Quello che mi preoccupa, detto fuori dai denti, fare
le cose nel modo migliore possibile. Non fare errori marchiani. Non poter essere criticato o
ripreso da un punto di vista formale, perch da un punto di vista sostanziale, lo ripeto, io
non posso assicurare un risultato. Anzi. Mi sento di potervi assicurare che, chiunque sia
stato, non abbiamo la bench minima possibilit di arrivare ad un risultato.
Fusco pos la matita e guard Massimo. Vai, tocca a me. Mi sa che ho capito, ma stiamo a
sentire.
- Adesso, eccoci a noi. Come ho detto, il tempo poco ed io devo fare delle scelte. Dovrei
interrogare, in teoria, duecentoventisei persone. La maggior parte delle quali non parla
italiano. Per questo motivo, ho bisogno di interpreti. Ho chiesto aiuto al commissariato di
Pisa, che mi ha risposto picche. Ho fatto richiesta a Firenze, che domani mi mander forse
una persona. Non basta. Ho bisogno di aiuto esterno, e non posso avvalermi dei
partecipanti al congresso in quanto, in linea di principio, tutti possibili coinvolti. Quindi,
signor Viviani, ho necessit che lei mi faccia da interprete per la prima parte degli
interrogatori. Accetta?
Be', avevo capito. Ho un'altra possibilit? E, soprattutto, ho qualcos'altro da fare?
- Certo, accetto.
- Bene. Come spiegavo, dovremo fare delle scelte. Innanzitutto...
- Scusi signor commissario - intervenne la signora Ricciardi, che Massimo riconobbe dalla
voce come la segretaria che gli aveva telefonato sei volte al giorno per tutto il mese
antecedente al congresso, minando la tranquillit della sua esistenza e tirando sul prezzo
di qualsiasi cosa - ma avrei bisogno che mi spiegasse una cosa. Il signor Viviani qui
presente - continu indicandolo con il pollice mentre la voce si inacidiva - ha lavorato
anche lui al congresso, come addetto ai coffee break. Perch lui non sospettabile? Non
per averci nulla contro di lui, per carit, volevo solo sapere.
- Il signor Viviani non mi risulta conoscesse la vittima, n nessun altro dei presenti al
congresso - rispose Fusco con l'aria di chi porta pazienza. - Inoltre, il signor Viviani ha gi
dato prova di essere ampiamente utile alle forze dell'ordine in una indagine precedente, e
le sue capacit di osservazione potrebbero essermi preziose.
Beccati questa, strega. Prima mi tratta bene, e poi mi difende. Una potenza, oggi, il Fusco.
- Bene. Adesso... - tagli corto Fusco e premette sul pulsante dell'interfono.
- Comandi - salmodi l'agente Galan.
- Galan, siamo quasi pronti a cominciare. Quando accompagna fuori il professore, aspetti
cinque minuti e poi porti qui il primo dei convocati. Fusco chiuse l'interfono. - Come
dicevo, abbiamo poco tempo e dovremo fare delle scelte. Essendo la vittima giapponese,
cominceremo con i giapponesi. Sono una ventina circa. Sar necessario... perch ride?
- No, no, mi scusi - disse il professor Marchi, che effettivamente si era lasciato sfuggire un
piccolo sbuffo che assomigliava ad una risatina trattenuta - che mi venuto da pensare
che potreste avere dei problemi ad interrogare dei giapponesi.
- Perch? - chiese Fusco sorridendo anche lui, ma in modo tirato. - Menano?
- No, per carit - rispose Marchi - ma, vede, alcuni di loro sono molto anziani. Parlano un
inglese pessimo. In generale, i giapponesi non parlano un buon inglese. A dirla tutta, lo
parlano ancor peggio degli italiani, che gi, vero... Per i giapponesi di una certa et, inoltre,
l'inglese era la lingua del nemico. Insomma, in alcuni casi rischiate di non capire nulla.
Fusco interrog Massimo con gli occhi. Ne ricevette una risposta positiva.
- vero - disse Massimo - per quel poco che ho sentito, i giapponesi in generale sono
difficilmente comprensibili. Mi permetto di preporre una soluzione.
- Dica.
- Tra i giapponesi giovani, ce ne sono alcuni che parlano un ottimo inglese. L'ho sentito nel
corso dei coffee break. Uno, in particolare. Potremmo chiedergli di farci da doppia presa,
nei casi pi difficili. Io faccio la parte dall'italiano all'inglese, lui dall'inglese al nipponico, e
viceversa.
Fusco mugugn, poi incominci ad assentire lentamente.
- E va bene. Facciamo cos. Come si chiama questa persona?
Koichi Kawaguchi era nervoso. Molto nervoso. In primo luogo, era nervoso perch il caff
espresso italiano gli piaceva moltissimo, e non aveva considerato che l'intensit del sapore
andava di pari passo con la concentrazione di caffeina, per cui dopo tre giorni la razione
quotidiana di nr. 6 tazzine a cui si era attenuto, oltre a tenerlo sveglio con gli occhi sbarrati
per due notti di fila, cominciava a dargli un po' di tachicardia e due mani sudate come
spugne. In secondo luogo, lo avevano convocato in commissariato insieme a tutti i suoi
compatrioti per qualche motivo che non si riusciva ad accertare, ma che qualcuno
sosteneva essere collegato alla morte del professor Asahara. In terzo luogo, dopo un po' lo
avevano chiamato in disparte e gli avevano spiegato che avrebbe dovuto aiutare la polizia
italiana ad interrogare alcuni suoi colleghi che avevano difficolt con l'inglese, e questo in
collaborazione con un'altra persona. E anche questo, pur se da un certo punto di vista lo
aveva inorgoglito, non aveva contribuito a renderlo pi calmo. In qualche modo, separato
e discriminato dai suoi conterranei, si sentiva un po' un traditore anche se era cosciente di
non avere fatto niente di male. Per finire, l'altra persona era quel tipo alto con la faccia a
talebano che Koichi aveva visto prima dietro il banco del coffee break, come se fosse un
cameriere, e che ora presenziava agli interrogatori della polizia.
Facendo due pi due, Koichi si era convinto che Massimo fosse dei servizi segreti, e che
sorvegliasse da tempo qualcuno dei congressisti. E questa era la cosa che lo rendeva pi
nervoso di tutte.
- Lei conosceva il professor Asahara? - chiese Fusco, mentre leggeva su un foglio le
domande che si era scritto in precedenza, distogliendo lo sguardo dal professor Watanabe.
E ci credo, pens Massimo.
Masayoshi Watanabe era un omino sulla sessantina, che non arrivava al metro e
cinquanta, vestito impeccabilmente di grigio e diritto come un palo, con un'espressione
immobile, rigida e sprezzante, che ricordava vagamente un capo indiano con l'ulcera. Da
tutta la persona del professor Watanabe promanava un misto di rigore morale, severit e
indisponenza che, nonostante l'altezza risibile, metteva a disagio solo a guardarla.
La domanda venne trasformata in inglese da Massimo e riproposta da Koichi in
giapponese con uno o due inchini di punteggiatura extra. Watanabe, apparentemente
senza staccare i denti di sopra da quelli di sotto, rispose con una specie di rapido ringhio
monocorde, composto quasi esclusivamente da consonanti, in cui a Massimo parve di
distinguere la parola Asahara. Koichi riport la risposta da Kyoto a Londra, e Massimo
la riaccompagn dall'Inghilterra a Pineta:
- Dice che il professor Asahara lo onorava della sua amicizia da molti anni, e che la sua
scomparsa una perdita incolmabile per la scienza e per tutte le persone che lo
conoscevano.
L'interrogatorio and avanti cos per alcune domande: Fusco chiedeva con voce
impersonale, Watanabe ringhiava frasi che avevano tutta l'apparenza di sdegnosi e
complicati insulti, e Koichi riportava risposte educatissime e di circostanza che Massimo
traduceva fedelmente al dottor commissario. Dopo qualche minuto di questo curioso
telefono senza fili, Fusco chiese:
- Il giorno dell'inaugurazione del congresso, la vittima ha fatto riferimento al contenuto
del suo computer esprimendo la certezza che detto contenuto avrebbe potuto distruggerla.
Questa circostanza stata appurata grazie alla dichiarazione di un testimone. Cito
testualmente dalla dichiarazione del professor Antonius Snijders: In my laptop, I have
something that will destroy professor Watanabe. E a conoscenza di questa circostanza?
- No - disse Massimo dopo il solito intermezzo, notando che la faccia di Watanabe si stava
ulteriormente irrigidendo.
- in grado di avanzare una congettura su cosa potesse essere questo particolare
contenuto, o quale argomento potesse riguardare?
- No - ripet Massimo fidandosi di Koichi, ma non potendo fare a meno di notare che il
no detto da Watanabe la seconda volta, per quanto sicuramente negativo nella sostanza,
nella forma gli era sembrato un po' pi articolato e lunghetto di quello precedente.
- Date le circostanze, devo chiederle se lei ha avuto in passato delle motivazioni che
potevano spingerla a desiderare la morte del professor Asahara.
Massimo tradusse, e Koichi lo guard al di sopra degli occhiali con aria preoccupata. Non
mi faccia fare questa domanda, diceva in esperanto la nervosa faccia del nipponico. Ci fu
un momento di imbarazzato silenzio, reso ancora pi pesante dal fatto che Watanabe, a
quanto Massimo vedeva, aveva capito benissimo la domanda.
- Traduca - disse Fusco un po' spazientito.
Watanabe gakucho... - cominci Koichi dopo essersi inchinato a uovo tipo sciatore, ma
venne zittito da Watanabe con un vero e proprio ordine, secco e perentorio, scandito in un
inglese tanto pessimo quanto minaccioso:
- No nd transretion!
Non ci fu bisogno di traduzione, infatti. N per la domanda, n per la risposta.
Nei due minuti seguenti, stando a quello che Koichi riport a Massimo continuando a
inchinarsi come un oscilloscopio, un vulcano a forma di Watanabe spieg, con un tono che
oltrepassava le barriere idiomatiche, i molteplici modi nei quali quella domanda lo
offendeva: come collega, come uomo, come universitario e come giapponese, concludendo
che per la mattinata era stato insultato abbastanza e che non aveva intenzione di
rispondere ad altre domande idiote. Quindi, terminata la fase acuta dell'eruzione, il
luminare giapponese si volt e usc dalla stanza senza nemmeno richiudere la porta e
lasciando in vistoso imbarazzo l'eterogeneo quartetto di inquirenti.
- Sinceramente, preferivo se menava - disse Fusco con aria forzatamente indifferente dopo
qualche secondo, senza aspettare la traduzione di Massimo. - Galan, gi che la porta
aperta, vada a prendere il prossimo e che Dio ce la mandi buona.
Il seguente, come risultava dal ruolino di marcia di Fusco e come venne confermato a voce
dallo stesso personaggio, era il dottor ShinIchi Kubo, ovvero uno dei tre diretti
collaboratori di Asahara tra i congressisti provenienti dallo stesso dipartimento del
defunto. Anche il trentacinquenne Kubo era vestito impeccabilmente di grigio, ma a
differenza di Watanabe (oltre a essere pi alto di un comodino) invece di puntare lo
sguardo su Fusco lo teneva sul pavimento, come se non avesse la forza di alzarlo. Era
evidente, comunque, dagli occhi pesti e dall'aria sbatacchiata, che la scomparsa di Asahara
per lui era stata una disgrazia di non poco conto. Anche a lui vennero poste le domande di
rito, alle quali rispose con semplicit, sempre guardando il pavimento, come se leggesse le
risposte sulle mattonelle. Certo, conosceva il professor Asahara; collaborava con lui da tre
anni, da quando si era trasferito alla Waseda, l'universit di Tokio nella quale lavorava.
No, non sapeva che il professore avesse la miastenia. No, Asahara non soffriva di
depressione, o perlomeno non ne aveva mai mostrato alcun segno. S, sapeva che Asahara
aveva detto quelle parole; gli erano state riferite da un suo collega, Goro Kimura. Lui non
aveva sentito direttamente, perch non era presente al coffee break della mattina: dato che
doveva tenere una presentazione piuttosto importante il mercoled, durante tutti i coffee
break era rimasto nella sala congressi con il suo portatile, a terminare la presentazione e a
ripassarla. No, non sapeva a che cosa si riferisse il professor Asahara con quelle parole.
- Adesso, dottor Kubo - disse Fusco con una sfumatura di gentilezza che colp Massimo -
debbo chiederle un ulteriore sforzo di collaborazione. Noi abbiamo qui il portatile del
professor Asahara, che abbiamo preso dalla sua camera. A questo punto, data la scarsit di
elementi, dobbiamo analizzare il suo contenuto. Abbiamo bisogno di una persona che
conoscesse il defunto e che ci aiuti ad analizzarlo, alla presenza dei nostri esperti - chiese
Fusco, minimizzando sul fatto che l'efficiente e numeroso gruppo di persone lasciato
presagire dalla definizione i nostri esperti in realt coincideva malinconicamente con il
singolo agente Turturro, che si era arruolato in polizia dopo due anni di ingegneria
informatica.
Detto questo, Fusco si chin e prese una valigetta da cui estrasse un computer portatile
nuovissimo, che appoggi sulla scrivania mentre Massimo e Koichi traducevano. Kubo
ascolt la traduzione di Koichi aggrottando le sopracciglia, e dopo aver guardato il
portatile si rivolse sorpreso verso Koichi dicendo qualcosa velocemente. Prima che la
traduzione arrivasse, Massimo aveva la sensazione di aver capito cosa gli sarebbe toccato
dire a Fusco, e contrariamente al solito la sensazione si rivel giusta:
- Dice che questo non il computer del defunto professor Asahara.
Fusco lo guard storto e rispose:
- Come sarebbe a dire? Lo abbiamo preso dalla sua camera. Certo che del defunto.
Dopo un breve conciliabolo italoanglonipponico, del quale non sembrava in realt esserci
un gran bisogno in quanto Kubo pareva capire perfettamente le domande in inglese,
Massimo fu in grado di riportare una spiegazione pi esauriente:
- Il dottor Kubo dice che questo non il portatile sul quale ha sempre visto lavorare
Asahara, e che si era portato anche qui in Italia. Questo un modello diverso.
- Ho capito. Ma non vedo perch non potrebbe essere suo anche questo. Lo abbiamo
trovato in camera sua. Va bene che talvolta nelle camere d'albergo si verificano dei furti;
ma si tratta di furti, per l'appunto. Mica di baratti. Possiamo provare ad accenderlo, ad
ogni modo, e vedere cosa c' dentro. Se questo computer fosse del defunto, il dottor Kubo,
qui, sarebbe in grado di riconoscerlo, forse.
Segu un conciliabolo di media lunghezza.
- Il dottor Kubo dice che si pu provare, e che se il computer di Asahara si pu verificare
facilmente. Pare che il defunto mettesse sempre la stessa password, su ogni computer a cui
aveva accesso, e il dottor Kubo, cos come tutti gli altri membri del gruppo, la conosce.
Per sostiene anche che il professor Asahara lavorava abitualmente su di un altro
portatile, quello cui si riferiva prima, e che probabile che si riferisse a quello durante il
coffee break. Sostiene che se non l'avete trovato, significa che stato fatto sparire.
- Ho capito, ho capito - rispose Fusco. - Ci ero arrivato anche da solo. Lo so benissimo cosa
vuol dire, se c'era un altro portatile e non lo abbiamo trovato. Lo cercheremo. Tanto non
era abbastanza complicato, tutto 'sto casino, ci mancava solo che si fregassero il computer.
Intanto per questo abbiamo, e da questo dobbiamo partire. Me la volete togliere la
soddisfazione di accendere questo e vedere se ci si capisce qualcosa?
Tutti i torti Fusco non ce li aveva. Massimo attese qualche istante, poi, dato che per
qualche misteriosa ragione tutti sembravano aspettarsi che fosse lui ad accendere il
computer, prese l'oggetto, lo apr e premette il pulsante con il cerchio gemmato. L'oggetto
reag con un bip infastidito, quindi incominci a ronzare sommessamente mentre sullo
schermo tante brevi stringhe in caratteri minuscoli si affastellavano l'una dietro l'altra,
scorrendo a una velocit tale da rendere impossibile qualsiasi tentativo di lettura.
Mentre il portatile completava il suo risveglio, Massimo assistette Kubo nel descrivere a
Fusco il modello e la marca del computer mancante. Quindi, tornato al computer, trov
sullo schermo un messaggio in inglese con cui l'oggetto sosteneva di non riuscire ad
accendersi correttamente, accusando velatamente l'utente di non avergli fornito tutti i
driver necessari al suo funzionamento, e suggeriva all'utente di verificare e darsi un po' da
fare perch, questo non era scritto ma si leggeva benissimo tra le righe, se non riusciva a
funzionare non era certamente colpa sua.
- Qualche problema? - chiese Fusco vedendo che Massimo aveva cominciato a battere
convulsamente la barra spaziatrice, come faceva sempre anche a casa quando il computer
si rifiutava di collaborare.
- Non si accende.
- Come?
- Non si accende. O meglio, si accende ma il sistema operativo non parte. Vede? - disse
Massimo indicando lo schermo, tramite il quale lo stolido apparato continuava a sostenere
di non essere assolutamente in grado di fare alcunch.
- Vedo. Cosa significa?
- Eh... - disse Massimo, reprimendo l'istinto di dire so una sega io, cosa significa. - C'
qualcosa che non va. Ma non capisco cosa. Sembra che ci siano dei conflitti interni, che
manchino dei driver. Le ragioni possono essere parecchie. Per esempio...
- Lo so, lo so - disse Fusco con l'aria amareggiata di chi lavora, lavora e poi non funziona
nulla - questi cosi smettono di funzionare quando pare a loro e senza nessun motivo
apparente. Guardi, finiamo l'interrogatorio di questo tizio e poi chiamo l'agente Turturro e
ci pensa un po' lui.
L'interrogatorio si era concluso secondo il rituale: Fusco aveva chiesto a Kubo quando
prevedeva di lasciare l'Italia, e Kubo aveva risposto che sarebbe partito il sabato,
immediatamente dopo la fine del congresso, ma che i suoi colleghi nel gruppo di ricerca,
Komatsu e Saito, avevano programmato di rimanere in Toscana in vacanza per tutta la
settimana successiva. Asahara, in teoria, sarebbe dovuto ritornare con Kubo il sabato.
Dopo una stretta di mano, il dottor Kubo venne lasciato libero e Fusco torn a sedersi sulla
poltroncina a rotelle.
- Splendido - disse in tono sconfortato. - Probabilmente il prossimo mi dir che il defunto
non era un professore ma un attore professionista, e che tutta la faccenda stata uno
scherzo. Almeno, quel che spero. Va be', andiamo avanti con questa farsa. Galan, il
prossimo, per favore.
Terminata la prima tranche di interrogatori, Massimo stava tornando verso il bar per
mangiare qualcosa prima di riprendere la trafila. Che, se si eccettuava la spettacolare
incazzatura di Watanabe, si era rivelata piuttosto monotona. Tutti gli altri nipponici
interrogati, infatti, pur mostrandosi ansiosi di collaborare avevano risposto alle domande
di Fusco quasi invariabilmente con la stessa frase. Qualcosa che cominciava pi o meno
con gomennasai e che in pratica significava mi dispiace moltissimo, ma non so un
cazzo. Tutti. Va be', stavolta per lo meno non me la sono andata a cercare. Ora, una bella
schiacciatina e poi si torna ad adempiere al Dover Nostro. E, su questo pensiero, entr nel
bar. Dentro il quale, ad accoglierlo, si trovava malinconicamente il solo Aldo che
giochicchiava distrattamente con un mazzo di carte.
- Ciao Aldo.
- Ah. Sei te. Con calma, mi raccomando. solo l'una e mezzo.
- Mamma mia come sei permaloso. Io mi faccio una schiacciatina. Il resto del battaglione
a pranzo?
- E come ti sbagli? Tutti a rispondere al richiamo della ganascia. E il povero Aldo qui, a
fare la fattucchiera.
Mentre parlava, Aldo pos il mazzo e lo tagli due o tre volte con un gesto fluido di una
sola mano.
Quindi, prese tre carte dal mazzo e le mostr a Massimo. Due fanti ed un asso. Sorridendo,
prese due carte tra le dita della mano destra e una nella sinistra, tenendole tra pollice e
medio; e con un gesto lento ed elegante, dopo essersi assicurato che Massimo stesse
guardando, le fece scivolare a faccia in gi sul piano del tavolo. Fatto questo, guard
Massimo e gli mostr le carte con la mano.
Troppo facile, pens Massimo. Si mosso con la velocit di un bradipo malato. L'asso
quello nel mezzo.
Con molta meno grazia di Aldo, prese la carta nel mezzo e la volt.
Fante di picche.
Massimo rimase a bocca aperta. Sapeva, perch glielo aveva detto il nonno, che Aldo con
le carte era in grado di fare cose fantastiche, ma non lo aveva mai visto in azione. Aldo lo
guard e sorrise con aria soddisfatta mentre Massimo azzerava il volume dell'iPod.
- Come hai imparato?
- Da giovane - disse Aldo - quando facevo il cameriere sui transatlantici. - Prese il resto del
mazzo e cominci a farle scorrere col pollice. - Non ti puoi immaginare quanto si possa
annoiare una persona su una nave. Devi trovare un modo per passare il tempo. Ma i
passatempi accessibili alla ciurma erano pochi, te lo puoi immaginare, e dovevano essere
di costi e di dimensioni contenute. E di fraternizzare con i viaggiatori neanche a pensarlo.
Alla parola fraternizzare il proiettore mentale di Massimo invi una sequenza sognante
di giovani ereditiere che, con un sorriso a met tra il fanciullesco e il lascivo, passavano
nascostamente ad Aldo la chiave della cabina dentro il tovagliolo, ma si riscosse subito.
Forse dovrei ricominciare a frequentare di nuovo delle ragazze, invece di pensarci e basta,
si disse mentre Aldo continuava a raccontare.
- Per cui, nell'impossibilit di imparare a suonare il contrabbasso, e dato che l'idea di
inchiappettarmi con il resto dell'equipaggio non mi attirava un granch - puntualizz
Aldo, distruggendo l'aura romantica con cui Massimo aveva cominciato ad adornare la
scena - ho cominciato a fare i giochini con le carte.
Passavo le ore davanti allo specchio, a provare e riprovare, senza pensare ad altro. Era un
esercizio ipnotico, che richiedeva concentrazione. Non feroce, attenta. Non potevi pensare
ad altro. E ti rendevi subito conto che non potevi assolutamente permetterti di barare con
te stesso. Se un gioco ti veniva male allo specchio, se l'angolo della carta spuntava anche
solo per un attimo, ti rendevi subito conto che non potevi tentare di fare il gioco in
pubblico. Sarebbe venuta una schifezza, e avresti pi o meno perso la faccia. Un mago
deve essere infallibile, altrimenti fa ridere o fa pena.
Aldo mise a posto le carte nel loro astuccio e lo pos sul tavolo.
- A volte penso che tutto quel tempo davanti allo specchio con le carte mi abbia salvato la
sanit mentale. Ho visto gente bersi letteralmente il cervello. - Aldo tacque un momento,
quindi cambi tono e continu: - Adesso con l'artrite la maggior parte dei movimenti non
mi riescono pi tanto, ma il gioco delle tre carte lo so fare ancora bene. Hai capito come ho
fatto?
- No. E mi piacerebbe arrivarci da solo, per cui non me lo dire. Hai fatto cadere le carte una
dopo l'altra. Molto lentamente. Avevi davvero l'asso in mano, o lo hai sostituito prima di
fare il gioco?
- Ottima domanda. No, l'asso qui - disse Aldo, e volt la prima carta alla sua sinistra.
- Bene. Allora, hai fatto cadere l'asso facendo finta che fosse un fante.
- Esatto. Bravo.
- S, bravo un tubo. Come cacchio hai fatto?
- Guarda.
Aldo prese il fante con la mano destra, tra il pollice e il medio, e l'asso sempre nella stessa
mano, ma tra il pollice e l'indice. Poi volt la mano tenendo la faccia delle carte verso il
basso, in modo che l'asso si trovasse sopra il fante, un po' sfalsato.
- Adesso, lancio solo queste due carte. Tu, che mi vedi fare il gesto, inconsciamente dai per
scontato che io faccia cadere per prima la carta pi in basso. Invece, no. Guarda. Io per
prima lancio verso sinistra la carta che sta sopra, e cio l'asso. Appena lasciata la carta,
poso l'indice che rimasto libero sul bordo della carta che mi rimasta in mano e ci levo il
medio. Quindi, tu avrai l'impressione che la carta che ho in mano quella che avevo in
basso, e che secondo te ho tenuto fin dall'inizio tra pollice ed indice. Ma ti sbagli. A questo
punto, molto lentamente e anche in modo un pochino impacciato, cos tu ti convinci che
ho fatto un po' di casino e che il gioco non mi riuscito, poso la seconda carta ed il trucco
fatto.
E ripet il gesto molto lentamente, in modo che Massimo potesse capire. Quindi, ripose le
carte nel mazzo.
- L'importante attirare la tua attenzione sul posto sbagliato, farti credere quello che io ho
deciso che tu creda. Ho visto gente camparci, nei porti, con questo giochino. Ed ero bravo
come loro. Forse di pi.
- Ho capito. Ma se io becco la carta giusta?
- Non la becchi. Fidati.
- Ma nemmeno per idea. Fidarmi. - Massimo fece un gesto per sottolineare il concetto. -
L'ultima volta che mi sono fidato di qualcuno ci ho rimediato solo due corna grosse come
abeti. Io mi fido solo di quel che vedo.
- Va bene, allora. Vedi, se fossimo al porto, io avrei un complice nascosto tra il pubblico. Se
tu beccassi la carta giusta, io ti chiederei se ti senti cos sicuro da raddoppiare la puntata. E
tu, probabilmente, rimarresti un attimo interdetto. Quel tanto che basta da permettere al
mio complice di urlare la raddoppio io la puntata. Cos quello prende il tuo posto, vince
al posto tuo e dopo mi rid i soldi.
- E se sono pi svelto e ti dico subito raddoppio?
- Non c' problema. Vincerai. A quel punto, il mio complice si avviciner discretamente e
una volta che ti sarai allontanato far in modo di seguirti fino a casa, aspettando il
momento in cui passi per una strada poco illuminata. Dopodich, tirer fuori un bel
randello e ti convincer a dargli tutto quello che hai in tasca. Sempre che la randellata non
te la dia prima. Dipende dal tipo.
- Ho capito. Ma se...
- Ma se, ma se. E che palle, Massimo. Se mio nonno aveva le ruote era un carretto. Muoviti,
fatti questa schiacciatina e mangiala, cos mi racconti un po' cosa si dice in commissariato.
Sono stato qui tutta la mattinata, avr bene il diritto a un po' di notizie in anteprima.

La mattina di un giorno sereno, dopo giornate di pioggia e vento, mette sempre di buon
umore. L'aria tersa, limpida e cristallina, depurata da tutte le sue nanoscopiche schifezze,
e ti entra nei polmoni facilmente, senza nessuno sforzo, dandoti una meravigliosa
sensazione di convalescenza. Da lontano, le montagne si mostrano in tutti i loro
particolari, non pi offuscate dalla coltre di polveri e smog che impesta d'abitudine
l'atmosfera, e la citt stessa pi netta, pi definita e pi reale.
Tutto questo insieme di cose - la giornata, il respiro rinfrancato, l'avere qualcosa da fare -
avevano innalzato l'umore di Massimo a un tale livello che nemmeno la prospettiva di
entrare a Pisa con l'automobile era riuscita a mettergli in moto l'altrimenti automatico
giramento di palle.
Spaventati dalla prospettiva che l'automobilista pisano potesse impigrirsi, i solerti
lavoratori dell'assessorato al traffico avevano infatti creato, con la rete stradale, una vera e
propria citt parallela, una specie di perverso labirinto di sensi vietati, rotonde assurde e
ingorghi danteschi. La citt parallela era a sua volta abitata da cittadini paralleli, gli
automobilisti: temporanei avatar in carne e ossa che imprigionati dentro il loro abitacolo, a
sua volta imbottigliato nella ineludibile densit del traffico urbano, mostravano
esclusivamente il lato Hyde della loro personalit incazzandosi come gorilla con qualsiasi
cosa accadesse, dentro o fuori dall'auto.
La sensazione che Massimo aveva talvolta, guidando dentro questo ammonticchiato
casino, era che il Comune non avesse avuto l'intenzione di ottenere una rete stradale
quanto piuttosto un minigolf. Strisce gialle di piste ciclabili, pralinate di catarifrangenti, ti
delimitavano il percorso; allegri blocchi di plastica bianchi e rossi, disposti a imitare una
rotonda, ti costringevano a insulsi scavalcamenti e rallentamenti; enormi vialoni
immettevano in anguste stradine medievali con tanto di arco, alla fine delle quali un unico
posteggio libero, se eri fortunato, ti attendeva per poter finalmente mettere l'automobile in
buca. Ma nonostante questo, Massimo era di ottimo umore. Il fatto che fosse costretto a
sacrificare una parte del suo giorno libero per riuscire a capire cosa ci fosse dentro il
computer di Asahara non lo scalfiva minimamente. Anzi.
Il giorno prima, il computer era stato riconosciuto da Katsuo Komatsu, un altro dei
collaboratori di Asahara, come il nuovo portatile del professore, di cui era entrato in
possesso da qualche giorno. Dopo aver constatato che il computer non si accendeva,
Massimo aveva proposto a Fusco la soluzione di forza: aprire il computer e leggere l'hard
disk direttamente tramite un altro computer. Fusco aveva approvato, e aveva chiesto
all'agente Turturro se il commissariato aveva a disposizione tutto quello che serviva per
portare a termine l'operazione. Turturro aveva spiegato che no, non avevano praticamente
niente di quello che serviva, e che comunque lui una operazione del genere su di un
portatile non l'aveva mai fatta. A questo punto, mentre Fusco guardava il povero Turturro
come se lo sospettasse di aver sabotato lui il computer, Massimo aveva azzardato una
soluzione:
- Io conosco una persona che ha la possibilit di leggere questo hard disk. un tecnico
dell'universit. molto bravo ed una persona riservata.
- Ah - disse Fusco senza entusiasmo.
- Se ha qualche altra soluzione...
- No, no, per carit. che qui funziona tutto tramite amici. Per via ufficiale non funziona
mai nulla. Uno sta sempre a chiedere, chiedere, chiedere. Non abbiamo computer, non
abbiamo auto, non abbiamo un cavolo di nulla. Va be', non fatemi entrare in questo
discorso, meglio. Facciamo cos come dice lei, signor Viviani. Devo solo richiederle che
l'agente Turturro sia presente. Va bene che ormai l'indagine partita a cazzo di cane, ma
un minimo di ufficialit sono costretto a mantenerla.
E cos, Massimo si era messo d'accordo con l'agente Turturro per trovarsi direttamente il
giorno dopo a Pisa dalla persona di cui sopra. Per cui, adesso Massimo si trovava a Pisa
invece di essere al mare con asciugamano, libro e panino, a tre metri dalla riva e a bagno
nella tranquillit.
Dopo aver eluso tutte le varie trappole che l'assessorato aveva disseminato lungo il
tragitto, Massimo pass il ponte Solferino e parcheggi in via Fermi, per poi andare a piedi
verso via Risorgimento dove sorgeva, o meglio, si sorreggeva il Dipartimento di Chimica e
Chimica Industriale: un triste edificio di stile veterofascista, troppo recente per esercitare il
fascino degli antichi dipartimenti universitari e troppo vecchio per poter ancora
funzionare decentemente, che a guardarlo da fuori sembrava chiedersi cosa ci stesse a fare
ancora l. Per fortuna, per, il Comune non aveva lasciato l'anziano dipartimento da solo:
sull'altro lato della strada, il vetusto reparto di Ortopedia dell'ospedale Santa Chiara gli
teneva compagnia e gli dava man forte nella quotidiana battaglia al bello e al moderno.
Sulla soglia del dipartimento lo aspettava l'agente Turturro con la borsa del portatile in
mano.
- Salve. Bella giornata, eh?
- Davvero. Si va?
Massimo apr la porta ed entr, seguito da Turturro ed accolto all'interno da un tremendo
odore di cassonetto in salamoia che lo prese allo stomaco e lo accompagn fino alla
guardiola della custode, che non sembrava minimamente turbata dall'olezzo.
- Dica.
- Buongiorno. Cercavo Carlo Pittaluga. - E anche un bagno, possibilmente. Perch tra due
secondi vomito.
- Chi devo dire?
- Massimo Viviani e... - Massimo si ferm rendendosi conto di non sapere come presentare
il suo compagno.
Agente Turturro? Il signor Turturro? La mia scorta personale?
- Turturro - disse semplicemente l'agente alla custode.
- Un secondo - rispose la custode componendo un numero al telefono. - Dottor Pittaluga?
Ci sono Viviani e Turturro per lei. Li faccio salire? Va bene. - Pos la cornetta. - Ha detto di
aspettarlo qui e scende lui.
- Grazie.
- Lei ha studiato qui? - chiese Turturro a Massimo.
- No. Io ho studiato matematica. In via Buonarroti. - E potresti anche darmi del tu, puttana
va. Sembro cos vecchio?
- Io ero iscritto a Ingegneria. In via Diotisalvi, laggi - e fece un cenno con la mano, forse a
sottolineare che in via Diotisalvi quell'odore non arrivava. - Due anni ci ho fatto. Tanta
teoria e niente pratica. Sorrise. - Non era per me.
Massimo fece un cenno con la testa e non rispose. Un po' perch voleva evitare di respirare
il pi possibile, un po' perch situazioni come aspettare in compagnia di una persona
praticamente sconosciuta lo mettevano sempre un po' a disagio. Si rendeva conto di
sembrare maleducato a non dire niente, ma d'altra parte, una volta chiarito che era una
bella giornata, che cosa restava da dire? In pi, l'agente Turturro gli sembrava il classico
bietolone supponente che si era iscritto a Ingegneria senza avere bene idea di cosa fosse e
che una volta resosi conto che non bastava essere degli smanettoni fissati con il computer,
ma bisognava anche studiare e capire le cose per passare gli esami, piantava l e si
giustificava dicendo che lui era un tipo pratico, che lui le cose le voleva fare e non aveva
bisogno di studiare tutte quelle robe inutili e via dicendo. A Massimo persone del genere
stavano antipatiche. In realt, pens Massimo, non che sia tanta la gente che mi sta
simpatica. Per fortuna, Massimo sent un rumore di scale percorse con pesante entusiasmo
e cap che Carlo era in arrivo. Si volt, e vide il suddetto finire di scendere i gradini e
dirigersi verso di lui con passo solenne. Carlo Pittaluga cominciava con un paio di scarpe
da tennis numero quarantotto e finiva, due metri buoni pi in su, con un sorrisone a
trentadue denti sormontato da due occhi verdi svegli in modo inquietante. In mezzo, un
camicione a quadri e un paio di pantaloni adeguati alla mole. Oltre ad appartenere al
ristretto insieme di umani che stavano simpatici a Massimo, Carlo era in assoluto una delle
persone pi intelligenti che conosceva. Dopo essersi laureato a pieni voti, era rimasto a
Chimica come tecnico laureato anche se, come curriculum e come capacit, probabilmente
si sarebbe meritato ampiamente un'altra qualifica. Ad ogni modo, adesso era il tecnico
informatico del centro di calcolo del dipartimento, ruolo che svolgeva in modo
discontinuo ma molto competente.
- Salute, Viviani - salut da lontano mentre si avvicinava.
- Salute, Pittaluga - rispose Massimo sorridendo. - Questo l'agente Turturro. Quello in
mano all'agente Turturro il portatile di cui ti ho parlato.
- Va bene. Andiamo direttamente in sala computer e l leggiamo il disco. Poi si va nello
studio e lo riverso su una pennina o su un CD, ora vediamo. - E si avvi lungo le scale.
Massimo e Turturro gli tennero dietro.
- Ma c' sempre quest'odore? - chiese Turturro mentre salivano.
- No, oggi qualcuno deve aver aperto un frigo gi dagli organici. A giudicare dal
retrogusto di escrementi, deve essere roba del Cognetti. Comunque non d tanta noia -
afferm, mentre il colore del viso di Massimo esprimeva l'opinione contraria. - Era peggio
se aprivano il frigo del Crudeli.
- Perch, cosa c' nel frigo del Crudeli? - chiese Massimo. - Roba velenosa?
- Feromoni di insetti. Attrattori sessuali di sintesi per vari tipi di insetti.
- E sono pericolosi?
- Mah, per esempio, tre anni fa hanno rotto uno di questi boccettini e si vede che dovevano
averli sintetizzati bene, 'sti feromoni, perch in un giorno il dipartimento si riempito di
api. Ce n'erano dappertutto, anche dentro i condizionatori, nei cassetti, e anche altrove,
come dire. C' gente che non ha usato i cessi per settimane. Comunque qui di solito gli
odori si sentono meno - disse Carlo fermandosi di fronte ad una porta blindata che apr
con qualche giro di chiave. - Et voil. Prego, prego, prendete una cadrega e sedetevi.
Seguendo Carlo, Massimo e l'agente entrarono in quella che probabilmente era la stanza
pi incasinata d'Europa. Da dietro una porta a vetri, un centinaio di computer di varia
foggia e dimensione ronzavano riempiendo l'aria con un denso rumore di fondo; decine di
fili colorati correvano in mezzo alla stanza semibuia, sui pavimenti, sui muri e intorno ai
tavoli su cui giacevano sventrati alcuni computer, con quelli che un tempo dovevano
essere stati i loro componenti interni sparpagliati in qua e in l.
- Allora - disse Carlo spostando una ventola da uno sgabello e sedendosi coraggiosamente
sul medesimo. - Mi diano, mi diano. Faccio un po' di posto qui sul tavolo - disse spostando
con una manata alcuni pezzi assortiti, che sarebbero crollati direttamente sul pavimento se
Turturro non li avesse presi al volo. - Grazie. Poggia pure l per terra, tanto rumenta.
Bene, vediamo un po' come si apre quest'aggeggio.
Carlo volt il computer e cominci a svitarne il fondo con un cacciavite. Mentre lo svitava
chiese a Massimo:
- Mi avevi detto che quest'affare era di un giapponese, vero?
- S.
- Strano.
- Perch strano?
- Perch di solito i giapponesi hanno sempre dei portatili minuscoli. Tredici pollici. Roba
che si tiene in una mano o gi di l. Questo grosso. Comunque, meglio cos. Ci si lavora
meglio. Fra l'altro questo modello non l'ho mai visto. di quelli assemblati, credo. Vedi,
non un blocco unico. - Carlo mise un ditone dentro il corpo del portatile e fece leva,
producendo un rumore di qualcosa che si rompe e sbalzando fuori dall'armatura un
blocchetto grosso come un pacchetto di sigarette (unit di misura molto utile nel
descrivere oggetti tecnologici di cui si ignora tutto, tranne le dimensioni). - Ooh, bene:
questo che si appena staccato il disco rigido. Adesso lo si attacca e si trasferisce tutto su
Argo.
- Dove?
- Su Argo - ripet Carlo indicando il mostro elettronico che ronzava dietro alla porta a
vetri.
- Argo? Cio, quello un computer solo?
- No, sono tante macchine che lavorano in parallelo, gestite da un server principale che
indirizza i processi. Il server lavora sotto Mosix e gestisce solo la distribuzione alle
macchine afferenti - spieg Carlo con orgoglio mentre collegava il disco ad un cavo uscito
da qualche punto non chiaro della bestia - mentre gli slave multiprocessore sono le vere e
proprie macchine da calcolo. Ognuna lavora per conto suo su un determinato processo. Si
potrebbe anche farle lavorare tutte insieme in parallelo su un singolo processo, ma diventa
un casino per via del redirecting.
- Eh s... - disse Turturro come se avesse capito qualcosa. Ma a cosa servono di preciso tutti
questi computer?
- A fare calcoli.
- Tutti questi?
- Sono anche pochi - disse Carlo. - Sai, i calcoli chimici hanno delle dimensioni piuttosto
imponenti. Una simulazione dinamica, o l'ottimizzazione e il calcolo delle frequenze di un
complesso di un metallo di transizione di solito portano via delle settimane. Anche se
mandate su quattro o otto processori in parallelo. Pi processori usi, e meno tempo ci
metti. Ad ogni modo - disse Carlo - ha quasi finito di copiare. C'era pochissima roba qui
dentro, comunque. Vi torna?
- S - disse Turturro - il computer era quasi nuovo.
- Bene, bene. Ora andiamo su e vi riverso tutto da qualche parte. Avete qualcosa su cui
metterlo?
L'agente Turturro annu e tir fuori dalla borsa un CD. Carlo lo prese delicatamente tra i
ditoni e annu, quindi sollev lo sgabello dal suo incarico e si diresse in silenzio fuori dalla
stanza, seguito dai rappresentanti della Legge e della curiosit.
La stanza di Carlo non era pi incasinata della sala computer, ma quanto a disordine le
teneva testa onorevolmente. Qui, Carlo aveva copiato i dati richiamandoli dal succitato
Argo e li aveva masterizzati su CD. Finita l'operazione, aveva guardato Massimo con due
occhi che sprizzavano curiosit.
- Volete vedere subito cosa c' qui dentro? - Traduzione: se lo guardate subito mica mi
manderete fuori dalla stanza, vero?
Massimo e Turturro si guardarono. Non spetta a me dirlo, pens Massimo, ma...
Turturro alz le sopracciglia, in un gesto che poteva benissimo essere interpretato come
non vedo che male ci sia. Le sopracciglia di Turturro non erano nemmeno arrivate a
destinazione che gi Carlo aveva cliccato due volte sulla prima delle due cartelle.
- Ooh, eccoci qua. Ci sono due documenti di testo. Il primo questo. Natsu, datato 20
maggio alle ore ventitr e ventuno.
Il primo documento apparve sullo schermo, e stavolta alzarono le sopracciglia tutti e tre. Il
documento, ovviamente, era in giapponese.
- Qualcuno di voi sa il giapponese? - chiese Carlo.

Seduto in macchina, con i finestrini abbassati per godersi il vento tiepido generato
dall'auto in corsa, il corpo di Massimo si dirigeva verso la Metro per andare a fare la spesa
e rifornire cos il bar e il frigo di casa. Il cervello di Massimo, invece, si trovava ancora
dentro alla stanza di Carlo, a pensare a quello che avevano trovato dentro al computer
nuovo di Asahara. E, come sempre, per essere sicuro di non perdersi niente di quello che
pensava, Massimo parlava da solo:
- Allora, ricapitoliamo. Dentro al computer ci sono due cartelle. La prima contiene due
documenti scritti in giapponese. Non ci si capisce una mazza perch sono scritti in
ideogrammi, ma comunque si capisce dall'aspetto che non sono documenti ufficiali. Ci
sono anche scritte di colore diverso, figurati. Quelli sono appunti. Di cosa, non lo so. Per
roba scritta per uso personale. Nell'altra cartella, invece, c' un programma scritto in
Fortran con i suoi vari file di input e di output. Un codice di calcolo. Carlo dice che un
programma di dinamica molecolare. E che molto semplice.
Non ha nessuna particolarit. E di Carlo su queste cose mi fido. Quindi, quello a cui 'sto
vecchiaccio nipponico si riferiva dev'essere per forza nei documenti in giapponese. E a
questo punto, finch non si trova il modo di capire cosa c' scritto l dentro, ti tocca non
pensarci. Girala come vuoi, ma cos. Se non hai dati certi su qualcosa non ti puoi mettere
a ragionare sul niente, cos come ti viene. A meno che tu non sia il Papa, certo. Sono il
Papa? No, per il momento no. E allora andiamo a fare la spesa e non pensiamoci pi. Oggi
pomeriggio Fusco fa leggere i documenti a qualche giapponese a caso, tanto sottomano ce
n' parecchi, e poi si vede.
Uscito dalla Metro, Massimo si era diretto verso casa, in San Martino, per mettere la sua
spesa personale in frigo. Arrivato in via San Martino, in teoria, avrebbe dovuto svoltare
sotto l'arco in vicolo Rosselmini per arrivare in piazza San Bernardino, dove avrebbe
potuto comodamente parcheggiare e scaricare la spesa a casa sua, nella piazzetta
medesima. Questo in teoria. Nella realt, invece, un deficiente aveva parcheggiato il suo
scooter del menga proprio in mezzo all'arco, accanto alle fioriere di terracotta del
ristorante che rendevano gi abbastanza difficile entrare nel vicolo senza grattugiare il
paraurti. Bestemmiando, Massimo scese dall'auto e tent di spostare l'inerte mezzo da
sotto l'arco.
Purtroppo, un po' perch lo scooter si ostinava ad obbedire alla legge di gravit, un po'
perch il nostro era oggettivamente sguarnito di mezzi fisici adeguati, tutto quello che
Massimo riusc ad ottenere fu una sudata orrenda e una rinfrescatina al suo gi nutrito
curriculum di blasfemo. Non c'erano versi: il motorino, da l, non si spostava.
Continuando a bestemmiare, Massimo risal in auto sedendosi in punta di sedile per non
toccarlo con la schiena fradicia e cominci a cercare un parcheggio, che trov solo in
piazza dei Facchini, cio lontano. Quindi, carico di buste come un lama, si incammin
pesantemente verso casa.
A volte, quando ti girano, non c' niente di meglio che andare in corso a comprarti
qualcosa. Qualsiasi cosa, anche una scemata, anzi, preferibilmente una scemata: che costi
poco, che sia assolutamente superflua e il cui unico scopo sia di darti soddisfazione. Vedi
una cosa, la desideri, entri e la ottieni; se si esclude lo shopping, non capita spesso.
Per questo, mezz'ora dopo, finito di trasbordare la spesa e ripulito almeno nel fisico da
una bella doccia, Massimo gironzolava in libreria per trovare qualcosa che gli tenesse
compagnia sulla spiaggia e gli facesse passare il giramento di scatole. Dopo aver
volteggiato a lungo tra i Gialli e resistito alle lusinghe dei Nuovi Arrivi, cominci a
sfogliare tra i Classici. Camus, limito di Sisifo. Dev'essere bello. Certo, Camus in spiaggia
come dare un pezzo di pandoro al gatto. Magari quest'inverno, eh? RobeGrillet, La gelosia.
Per carit. Soseki, Io sono un gatto. Mah, quasi quasi. Certo lungo. Madonna che
mattone. No no, qualcosa di agile.
Roald Dahl, Storie impreviste. Racconti. Perfetto. Mai letto niente di questo tizio, ma mi
sembra di ricordare che me ne abbiano parlato bene.
Soddisfatto della scelta, Massimo si avvi a pagare; e, mentre porgeva il libro alla cassiera,
si ritrov a pensare al motorino maledetto. Quasi in contemporanea, tra i libri esposti alla
cassa ne vide uno che, in qualche modo, polarizz la sua attenzione. Massimo sorrise, lo
prese, lo mise con sicurezza sulla cassa accanto al Dahl e prese il portafoglio. La
commessa, che lo conosceva, lo guard con sorpresa prima di domandargli:
- Tre metri sopra il cielo. Di Federico Moccia. un regalo?
- No, per me.
- Leggi questa roba?
- Non ho intenzione di leggerlo. Lo compro come omaggio all'autore. Mi ha appena
suggerito un'idea.
Uscito dalla libreria, Massimo fece cinquanta metri ed entr nel negozio del signor Tellini.
Salut, and al bancone e fece una richiesta. Come sempre, il signor Tellini rispose con
un'altra domanda: una ulteriore richiesta di precisazioni, per individuare bene cosa vuole
il cliente, fatta col tono tranquillo di chi sa gi di avere quello che vi serve. Fatta la
domanda, il signor Tellini si era ritirato nel retrobottega per uscirne subito dopo con
l'oggetto che Massimo aveva in mente.
Messo l'oggetto sul bancone, ne aveva spiegato a Massimo il funzionamento, sia per
accertarsi che il meccanismo non avesse problemi sia per mostrargli quelle piccole
magagne - lo forzi un pochino cos le prime volte, poi vedr che scorre da solo - che ogni
dispositivo meccanico ha, e il cui segreto gli noto da tempo. Mentre pagava, Massimo
chiese al signor Tellini un foglio di carta e una penna, su cui scrisse un breve messaggio.
Direttosi verso casa, vide che lo scooter era ancora al suo posto, e lo raggiunse a passo
svelto; quindi, guardatosi intorno alla svelta per assicurarsi che non ci fosse nessuno, fece
quello che doveva fare.
Due minuti dopo, terminata l'opera, si era allontanato con passo rapido e indifferente
senza attardarsi a guardare. Prima di andarsene, per, aveva preso il foglio con il
messaggio che aveva scritto al negozio e lo aveva attaccato con una spilla al sedile del
motorino.
Sul foglio, con l'odiata calligrafia da elementari da cui Massimo non riusciva a liberarsi,
era riportato il seguente messaggio:
Caro idiota,
a causa del tuo motorino parcheggiato a cazzo di cane io non sono potuto passare di qua
con l'automobile. Per questo, sono dovuto andare a posteggiare in culo al mondo e mi
sono dovuto portare le borse della spesa fino a casa sotto il sole, facendo una fatica bestia.
Come vedi, intorno alla ruota anteriore del tuo motorino adesso c' un bel catenone. Per
liberartene, e poter finalmente andare a spalmarti su qualche muro mentre vai su una
ruota, la cosa migliore da fare aprirlo con la sua chiave. Ti stai chiedendo dov' la
chiave? Non preoccuparti, non me la sono portata via. La chiave nella terra di uno dei
vasi da fiori davanti al ristorante; non ti dico quale per non rovinarti il divertimento.
Sperando che tu faccia fatica per trovarla almeno quanta ne ho fatta io per tornare a casa, ti
auguro una giornata di merda e mi firmo il tuo affezionatissimo
Batman.

Erano le sette di sera circa. Mentre nel cielo l'arancione stava appena incominciando la sua
effimera conquista dell'azzurro, un po' pi in basso Massimo tornava verso Pineta dopo
una giornata di mare oggettivamente buttata via.
Primo, il mare era ancora troppo freddo per poter fare il bagno. Secondo, dato che nei
giorni precedenti era piovuto, la sabbia era ancora troppo bagnata per avere la giusta
consistenza, quando si assesta calda e compatta intorno a tutte le curve e gli angoli del tuo
fisico da ragioniere in pensione, e quindi anche l'ipotesi di un pisolino risultava poco
invitante.
Terzo, portarsi un libro di racconti al mare non era stata una scelta furba. Non che fossero
brutti, anzi: uno o due, poi, erano decisamente geniali. Il fatto che a Massimo era difficile
che piacessero i racconti. Il continuo cambio di atmosfera non riusciva a coinvolgerlo, a
farlo immedesimare, a immaginare bene la fisionomia dei personaggi; in poche parole,
non producevano quell'effetto di isolamento dalla realt che cercava in un libro. Certo,
viene naturale chiedersi per quale motivo avesse comprato un libro di racconti sapendo
che probabilmente non gli sarebbe piaciuto. Purtroppo, il motivo preciso non c' modo di
saperlo. Ognuno di noi ha un modo contorto di usare la libreria delle proprie conoscenze.
un dato di fatto che gli uomini curiosi, spesso, sentono il bisogno di sfilarsi di dosso la
propria esperienza, avvertendola pi come una rigida armatura di abitudini che limita i
movimenti che come una amichevole corazza protettiva, necessario usbergo contro le
forze dell'Ignoto. Siamo pienamente consapevoli, quando sfidiamo le nostre consuetudini,
che le probabilit di vittoria sono esigue; e proprio l'eccezionalit di tale successo gonfia il
vittorioso petto di soddisfazione e lo ammanta di un'aura di eroismo, le rare volte che
riusciamo a buggerare la routine.
Comunque, siccome questo un racconto senza pretese, opportuno rimettere l'Uomo con
la maiuscola tra i polverosi tomi di filosofia e tornare a focalizzarci sull'uomo con la u
minuscola, l'automobile media e il naso enorme. Massimo, appunto. Come si diceva, quel
che non era stato in grado di fare il traffico era stato reso possibile da una poco riuscita
giornata di mare: a Massimo sembrava di aver sprecato un pomeriggio, e quando
Massimo sprecava del tempo gli entrava sempre un gran giramento di palle.
Mentre tornava verso Pineta, cerc sulla radio per un po' qualche canzone che lo tirasse su
di morale; ma dato che quel giorno evidentemente gli dei ce l'avevano con lui, la cosa pi
interessante che riusc a beccare fu un programma di Radio 24 che parlava di mutui a tasso
variabile. A quel punto si arrese, spense la rdio e cominci a pensare ai fatti suoi.
Arrivato a Pineta, parcheggi e si diresse verso il bar, che era chiuso ma con le serrande
alzate, mentre dentro la veneziana era abbassata. Massimo si avvicin, dette un'occhiata
dentro tra le fessure della veneziana e rimase l, a guardare dentro il bar. Il suo bar. O,
almeno, quello che era convinto che fosse il suo bar. Perch il suo bar non aveva le pareti
dipinte di arancione. E nemmeno quei poster. E, soprattutto, chi ce l'ha mai avuta una
veneziana?
In quel momento, dentro il bar, il telefono squill.
Massimo apr con la chiave la porta a vetri e si trov di fronte un'invalicabile barriera di
stecche di legno. Smadonnando, tir su come meglio poteva una bracciata di stecche dal
fondo e si cre un varco per passare mentre lo squillo del telefono, insensibile alla
complessit della manovra, continuava insistentemente a reclamarlo. Uscito dal groviglio,
Massimo si fiond sul telefono e rispose:
- Pronto.
- Pronto, parlo con il caff BarLume? - disse una voce con accento veneto.
- Un attimo, per cortesia.
Massimo si diresse verso la veneziana, e visto che stavolta si trovava all'interno la tir su
nella maniera canonica con le cordicelle e and all'esterno. Lesse l'insegna del bar, rientr
e torn al telefono:
- S, il BarLume. Mi perdoni, stavolta il dubbio era venuto a me. Mi dica.
- Qui il commissariato di Pineta - disse la voce dell'agente Galan. Aspetti in linea, per
cortesia.
- Signor Viviani? - disse dopo un attimo la voce di Fusco.
- Presente.
- L'ho cercata tutto il pomeriggio. Dove diavolo si trovava?
Ma i fatti suoi no, eh? D'altronde, un commissario. Magari una deformazione.
- Ero al mare. Oggi era il mio giorno libero.
- Senta, lei al momento persona informata sui fatti riguardo alla morte del professor
Asahara. Sarebbe importante che lei rimanesse il pi possibile a disposizione. Non ha un
numero di cellulare a cui si possa rintracciarla?
- No. N il numero n il cellulare. Sa com', ci tengo alla mia privacy.
Ci fu un attimo di silenzio.
- Va bene. Padronissimo. A me invece sta a cuore il mio lavoro. E lei oggi era importante
per il mio lavoro. Per questo, devo pregarla in questi giorni di essere sempre rintracciabile
e reperibile. E' fondamentale che lei sia a disposizione. Per una persona intelligente come
lei, non dovrebbe essere un problema capirlo.
- Certamente.
- Adesso, veniamo al dunque. Stamani mattina lei andato con l'agente Turturro
all'universit, dal dottor Pittaluga, che ha proceduto alla lettura del disco rigido
dell'elaboratore portatile del professor Asahara.
Nella sua relazione, il dottor Pittaluga sostiene che, al di l delle cartelle di sistema
necessarie al funzionamento dell'elaboratore, all'interno del medesimo ci fossero solo due
cartelle. Nella prima si trovava un codice di calcolo, molto semplice, secondo il Pittaluga
probabilmente a scopo didattico. Nella seconda si trovavano due file di testo. Lei mi
conferma che nell'elaboratore non ci fosse niente altro?
- Per quanto ho potuto vedere, no. Nel senso che non c'era altro. - Disco rigido?
Elaboratore portatile? Fusco doveva essere l'ultimo uomo sulla terra a usare l'italiano per i
termini informatici.
- Non possibile che il professore abbia tenuto nascosti dei file all'interno delle cartelle di
sistema, dove nessuno sarebbe andato a cercarli?
- Possibile, ma estremamente improbabile. Nessuno sano di mente lo farebbe.
Ecco, e con questo gli ho dato anche del matto.
- Gi. Anche l'agente Turturro la pensa allo stesso modo. Bene. Inoltre, il dottor Pittaluga
ci ha fornito un'altra informazione. Ha detto che quel calcolatore praticamente inutile.
Ci fu un secondo attimo di silenzio. Be', un computer portatile che non funziona inutile.
A meno di non volerlo dare in testa a qualcuno, s'intende.
- In pratica continu Fusco Pittaluga sostiene che dentro il calcolatore non erano stati
installati quei programmi che consentono di utilizzare il calcolatore stesso per il suo scopo.
Non c'era un programma per navigare in Internet. Non c'erano visualizzatori di immagini
o di pdf. A parte un editor di testi molto semplice, non c'era niente di niente.
- Ah. Ho capito. - Si fa per dire. - Mi scusi, ma per quanto riguarda i file di testo...
- Sono stati visionati da uno dei congressisti. Il dottor Kawaguchi, per l'esattezza. La
persona che ci ha aiutato negli interrogatori.
- Ho capito. Quindi il loro contenuto...
- Il loro contenuto al momento di interesse delle sole autorit inquirenti. Mi perdoni,
signor Viviani, ma per oggi non vorrei disturbare ulteriormente la sua privacy con queste
inezie come gli omicidi. Nel caso in cui avessimo bisogno di lei, non si preoccupi, sar
richiamato. Torni pure ai suoi cornetti e buona giornata.
Inutile dire che l'arrivo nel bar, con tanto di rimprovero oltretutto meritato da parte
dell'Autorit Giudiziaria, aveva aumentato l'entit del giramento. Inoltre, si sentiva un po'
spaesato. Dopo il primo attimo di smarrimento, aveva realizzato che Tiziana il giorno
prima gli aveva chiesto di dare una sistemata al bar, ma non si ricordava di preciso cosa
avesse intenzione di fare. E, soprattutto, non credeva che lo avrebbe fatto cos alla svelta.
Va bene, ormai ci siamo. Vediamo un po' se mi piace. Allegro allegro, bisogna
riconoscerlo. La parete arancione proprio bella. Anche i quadri non sono male. Astratti,
certo. Qui dentro qualcosa di classico stonerebbe un po', invece il quadro astratto fa
sempre trendy, come direbbero quegli scioperati che cmpano alle spalle del prossimo con
la scusa di fare gli arredatori. La veneziana, invece, via prima di subito. Ma perch le
donne sono fissate con le tende? Saranno stereotipi ma non c' niente da fare, una base di
verit ce l'hanno. Amano le tende, e odiano il calcio...
E Massimo, pensando alla parola calcio, si accorse che tra le tante cose aggiunte,
installate e spennellate nella stanza, Tiziana aveva trovato il tempo anche di togliere
qualcosa. Nello stesso momento la responsabile, carica di buste, entrava nel bar.
- Ciao. Mi dai una mano? Sto crollando.
- Subito. Ci credo che stai crollando - disse Massimo mentre prendeva le buste. - Con tutto
il lavoro che hai fatto.
- Ti piace?
- Mi piacer.
- Ti piacer?
- Mi piacer non appena ritiri fuori il poster del Grande Torino e la prima pagina della
Gazzetta. Sempre che tu non li abbia buttati via. Nel qual caso, ti toccher ricomprarli.
- Senti, Massimo - inizi Tiziana mettendo le mani avanti con i palmi verso il basso, come a
dire ora non cominciare a rompere che mi sono fatta un mazzo cos a mettere tutto a posto
e te sei buono solo a criticare - ho cercato di tenerli. Davvero. Il fatto che con tutta la
parete rimessa a nuovo, con i quadri astratti, tutto bellino, quei due cosi ci litigavano. Non
sono riuscita a trovargli un posto. Guarda - aggiunse perfidamente - se vedi te un posto
dove starebbero bene rimettili pure. Sono l nel cassonetto, cio, volevo dire, nel cassetto.
- Tiziana, so un tubo io dove starebbero bene - disse Massimo mentre vuotava il contenuto
delle buste nella dispensa dietro il bancone. - A me piacevano dove erano prima.
O meglio, io li ho sempre visti l.
- Perch sei un grezzo privo di gusto.
O questa? A parte l'accusa, questa non era la voce di Tiziana. Infatti, ritirandosi su,
Massimo vide Aldo in piedi in mezzo al bar, che guardava la parete con evidente
approvazione.
- Brava Tiziana. Mi hai fatto passare un pomeriggio a casa a guardare la televisione, ma
devo dire che ne valeva la pena. Proprio bello.
- Bello davvero - disse il Rimediotti, affacciandosi sulla porta del bar. - E poi luminoso,
mette proprio allegria.
E due. Ho aperto da tre minuti e sono gi qui in due. Cos'erano, di vedetta sul terrazzo?
- Vero che allegro? - disse Tiziana. - Meno male, sono contenta che vi piaccia. Quell'altri
compari dove sono?
- Mah, vedrai ora arrivano... - disse il Rimediotti continuando a guardare la parete.
Detto, fatto. In contemporanea, o meglio, quasi in contemporanea perch altrimenti
sarebbero rimasti incastrati nella porta, Ampelio e il Del Tacca entrarono nel bar e si
guardarono intorno senza dire nulla.
- Allora - chiese Tiziana sorridendo. - Vi piace?
Sempre senza dire niente, Ampelio si avvicin a uno dei due quadri astratti uno sfondo
bianco interrotto da una riga nera, che si intrecciava su se stessa formando due cappi, che
l'Artista aveva sentito il bisogno di riempire di giallo e rosso carico, pi altre macchie
sparse e si mise a guardarlo tendendo il collo.
- O questo cos'?
- un quadro, Ampelio - disse Tiziana sorridendo. - Di Mir. Uomo davanti al sole.
- Si vede, vai, che stato tanto ar sole, pover'omo - rispose Ampelio senza togliere gli occhi
dal quadro. - Per de', poteva armeno mettessi un cappellino. Tanto la deve ave' presa
piccina la botta. Guardali che troiaio n' venuto fri.
- Mi sembrava strano che le andasse bene qualcosa - disse Tiziana continuando a sorridere.
- Perch, a te ti garba?
- Mi garba s. Senn non lo mettevo l, le pare? Aldo, lei che ha un minimo di senso
artistico, gli dica qualcosa.
- Ma per carit - rispose Aldo appoggiandosi al bancone. - Insegnare qualcosa di arte ad
Ampelio oltre le mie capacit. E s che di musei ne abbiamo visti tanti.
- Davvero - disse Ampelio ridacchiando. - Be' tempi.
- Musei? Voi due?
- No no, tutti e quattro - rispose il Del Tacca. - Tutti e quattro, e colle mogli. Era le gite
quelle tutto compreso, di quelle che ti montan sull'autobus alle quattro di mattina e ti
fanno fare trecento chilometri tutta una tirata fino a dove devi anda'. E guai fermassi per
andare in bagno, senn si perde tempo. Menomale sull'autobus ti vendevano le pentole,
cos tante vorte tu 'un ce la facessi prendevi una casserla e via. Mamma mia, se ci ripenzo
mi sento spar. D'artronde la mi' moglie 'un se ne perdeva una, e quell'altre uguale. E noi
dietro.
- Me l'immagino - disse Tiziana. - E allora perch Ampelio ridacchiava, prima?
- Perch de' - disse Ampelio - gi che s'era l, un quarche modo per divertissi si doveva
trova'.
- Non voglio sapere - disse Tiziana con un tono di voce che diceva tutto il contrario.
- E un po' difficile da spiega' - disse il Del Tacca. - Aldo, te ce l'hai ancora le cassette?
- Dio bono, ce le ho s. Ogni tanto me le riascolto anche.
- Vai, allora domani portale. Cos gli si spiega ammodo tutto. Abbi pazienza, Tiziana, ti si
potrebbe anche spiegare ora, ma senza cassette 'un ci sarebbe sugo. E inzomma, un tempo
s'andava nei musei, e ora se 'un ci si sta attenti ci rinchiudano a noi in un museo. Tanto
ormai i vecchi 'un servan pi a nulla e rompan solo i coglioni. A proposito di vecchi, si sa
quarcosa di quer professore giapponese?
- Sempre morto - disse Ampelio mentre continuava a vagare per il bar.
- Non dicevo a te, testa di zuba - rispose il Del Tacca. - Dicevo a Massimo.
- In che senso?
- Massimo non comincia' a fare il coglione anche te, per favore. Stamattina 'un dovevi
anda' all'universit a guardare dentro il compiute?
Come, prego? Ma come possibile che 'sto vecchio sappia tutto quel che succede?
- Te come lo sai?
- Era scritto sul giornale.
- Pilade, non mi prendere per il culo. Chi te lo ha detto?
- No no, io per il culo 'un piglio proprio nessuno. Gino, diglielo un po' te a santommaso,
qui.
Il Rimediotti prese un giornale evidentemente gi letto e riletto dalla tasca dietro dei
pantaloni, lo spieg e cominci con la sua voce chiara e priva di espressione:
Il mistero dentro il compiter, punto interrogativo. Pisa. A poche ore dalla morte
inaspettata del professor Kiminobu Asahara, avvenuta in circostanze poco chiare dopo che
l'uomo era stato colto da un improvviso malore, gli inquirenti sono ormai convinti che la
scomparsa dell'anziano docente non sia stata accidentale. stato infatti appurato in via
definitiva che il defunto aveva assunto nelle ore immediatamente precedenti il decesso
delle forti quantit di Tavor, e proprio questo medicinale sarebbe all'origine dell'arresto
respiratorio che risultato fatale. Ma mentre sembra che sia ormai stata gettata piena luce
sulle cause della morte, per tutto il resto le indagini non sono approdate a nessuna
certezza. L'unico dato in possesso degli inquirenti sembra essere il computer portatile
della vittima, a cui la stessa aveva fatto riferimento nei giorni indietro facendo presumere
che il suo contenuto potesse dare fastidio a qualche collega. Alla luce di questi fatti, il
computer portatile del professore assume quindi un ruolo chiave nella vicenda. E proprio
a questo proposito, gli inquirenti hanno disposto per stamani una analisi accurata del
contenuto del computer medesimo in collaborazione con gli esperti dell'Universit, gli
esiti della quale potrebbero essere decisivi ai fini dell'inchiesta. Si ritiene infatti....
- Va bene Gino, s' capito - lo interruppe il Del Tacca.
- Ma se volete finisco, eh.
- No no, 'un importa. - Il Del Tacca guard Massimo. - Hai visto c'era scritto sul giornale?
- Ho capito. E, fra parentesi, agghiacciante che in questo paese nemmeno in
commissariato siano in grado di tenere un segreto. Dev'essere qualcosa nell'aria. Ma l
sopra non c' scritto niente riguardo a me.
- Massimo, non siamo mica nati ieri - disse Aldo.
- Lo so. Si vede.
- Mi stai dando del vecchio? Elegante, non c' che dire. Comunque, visto che sono vecchio,
portami rispetto e stammi ad ascoltare. Ieri eri in commissariato. Stamani qualcuno ha
portato il calcolatore all'universit, da delle persone che sapevano cosa farci. Ora, di tutti
quelli che erano in commissariato ieri, chi era l'unico che conosce abbastanza l'universit e
i calcolatori elettronici da trovare subito una persona che facesse al caso suo? Fusco?
Per, i vecchietti. A volte li sottovaluto.
- Okay, okay, beccato. Stamani sono andato all'universit con Turturro, uno degli agenti
del commissariato. Abbiamo aperto il computer, e l'unica cosa interessante che c'era
dentro erano due documenti di testo. Sembravano appunti. Dico sembravano perch erano
in giapponese. Fusco mi ha telefonato prima per chiedermi se dentro il computer non c'era
altro.
- E dentro quegli appunti l cosa c'era scritto?
- Eh, a saperlo. Fusco non me l'ha voluto dire. Comunque, se mi ha chiesto se nel computer
non c'era altro, vuol dire che non c'era niente di decisivo.
- Non detto - disse Aldo. - Se non ti ha voluto dire cosa c'era scritto negli appunti, allora
magari qualcosa d'importante c'era.
- Hai ragione anche te. Comunque, resta il fatto che io, negli appunti, non so cosa ci fosse
scritto. Voi, nemmeno. E quindi stasera mi sa che chiacchierate di pallone, perch di novit
sul delitto non ce ne sono.
- Abbi pazienza Massimo, - chiese il Del Tacca - ma se gli appunti erano in giapponese,
Fusco com'ha fatto a sape' cosa c'era scritto?
- Li ha fatti leggere a un giapponese. Uno del congresso, che ieri era presente anche agli
interrogatori come interprete aggiunto. Guarda, fra l'altro, se ti volti lo puoi vedere. Si
seduto proprio ora al tavolo sotto l'olmo.
Errore madornale. Tiziana e i vecchietti si voltarono a guardare verso il tavolo, dove un
giapponese giovane in T-shirt e con degli occhialini strettissimi si era appena seduto, dopo
aver aperto il proprio computer portatile con grande cura.
Ora, ogni persona interagisce con gli altri esseri umani in funzione del ruolo che
attribuisce ad ognuno di loro. Davanti al maestro c' chi ascolta e chi si distrae, e alla vista
del Papa c' chi si inchina e chi si incazza. Allo stesso modo, la presenza di Kawaguchi
caus all'interno del bar reazioni piuttosto differenti. Avendo classificato il giovane sotto
la voce cliente, Tiziana prese il men e un taccuino e usc da dietro al bancone. I
vecchietti, diversamente, avevano messo subito il nipponico sotto la voce nostro inviato
dal luogo della disgrazia ed erano rimasti a puntarlo con aria famelica. Il primo a
riscuotersi fu Ampelio, che si volt e disse a Massimo:
- B, allora si chiede a lui!
- Va bene - disse Massimo. - Vai pure.
- Gu, io 'un lo so mia 'r giapponese.
- Ho capito, ma non un problema. Parla anche inglese. Tutti gli scienziati parlano inglese.
- Massimo - disse Aldo - se per quello Ampelio non sa nemmeno l'italiano. Sei l'unico che
parla inglese, qui.
- Lo supponevo. Allora, secondo voi, cosa dovrei fare?
- De', vai fri e glielo chiedi - disse Ampelio col tono di chi pensa madonna se sei duro.
- Allora non ci siamo capiti. Quello un cliente che si seduto al bar a bere qualcosa. Non
posso andare l a chiedergli cosa c'era scritto sugli appunti di Asahara.
Magari vuole stare in pace da solo. Magari l'assassino, e sentendosi braccato tira fuori la
katana e mi scinde. In ogni caso io non posso andare a rompere i coglioni ai clienti. Non si
discute.
- E allora come si fa?
- Ma che ne so. Non un mio problema. Mandateci il Rimediotti. Potrebbe tirare fuori il
ritratto del Duce e ricordargli che un tempo eravamo alleati sotto l'egida del granitico
patto d'acciaio. Magari si commuove e riuscite a stabilire un contatto.
- O io cosa c'entro? - chiese il Rimediotti. - A me 'un mi garbano nemmeno, i giapponesi.
- Mah, nemmeno a me garbano abbastanza - disse il Del Tacca. - Li sento distanti.
- Per forza - disse Aldo. - gente che lavora. Io, per me, al ristorante vorrei solo clienti
giapponesi. Gli piace mangiare, sono educatissimi, fanno le foto ai piatti, e in generale ti
danno una soddisfazione unica. Comunque, io purtroppo il giapponese non lo parlo. Dai,
Massimo, smetti di farti pregare e vai. Dimostrati vitale, per una volta.
- Bel tentativo. Sempre ricorrere ai complimenti, per convincere le persone. Nemmeno per
idea.
I vecchietti si guardarono, con l'aria di quelli a cui hanno portato via il piatto di sotto,
mentre l'aria si saturava di un silenzio imbarazzato. Massimo and verso la macchina del
caff, e chiese in generale:
- Io mi faccio un caff. Qualcuno ne vuole uno?
- Io no - disse Ampelio in tono di rimprovero - tanto la bocca amara ce l'ho gi.
- Per me, un caff, volentieri - disse un'altra voce, mentre Massimo si voltava verso la
macchina per riempire il filtro. Una voce non esattamente sconosciuta. E infatti, rivoltatosi,
vide la ormai nota fisionomia di Anton Snijders che si issava su uno sgabello.
- Come lo vuole?
- Macchiato, grazie.
- A quest'ora, macchiato?
- S, perch? - chiese Snijders con tono sincero. - Non c' pi latte?
Niente da fare, una battaglia persa. Massimo si volt di nuovo verso la macchina. E
mentre incastrava il portafiltro dentro la macchina, sent la voce di Aldo rivolgersi a
Snijders in tono inaspettatamente cortese:
- Professore, mi scusi...
- Dica.
- Potrei chiederle una cortesia?
- Certo, volentieri.
- Ah, bene. Lei lo parla l'inglese, vero?
Fuori, al tavolo sotto l'olmo, Koichi Kawaguchi era perplesso. Fin dal primo giorno del suo
arrivo a Pineta aveva notato quel bel caff con i tavolini sotto gli alberi, e aveva visto che il
caff aveva anche il servizio Internet wifi; per cui, alla prima occasione, aveva preso il
portatile intenzionato a leggere la posta sotto l'ombra mentre sorseggiava qualcosa, in
tutta tranquillit. Ma, dopo aver guardato dentro il bar, la tranquillit si era nascosta e
adesso rifiutava di venire fuori. In sostanza, Koichi si incominciava a chiedere come era
possibile che dovunque andasse ci fosse quel tizio alto con la faccia a talebano. Cameriere
al congresso, interprete al commissariato, e ora barista al caff. Non possibile. Inoltre,
Koichi aveva la netta sensazione che dentro il bar stessero parlando proprio di lui, e
avrebbe giurato che una o due volte uno degli anziani seduti dentro il bar lo avesse anche
indicato col pollice.
Forse mi sto immaginando tutto, pens. Senza troppa convinzione.
- Capito - disse Snijders dopo che gli anziani gli ebbero riepilogato la situazione, mentre
Massimo faceva finta di fare il solerte barista che disprezza tutte quelle chiacchiere. -
Quindi l'unico che sa cosa era scritto sui file quel ragazzo qui fuori.
- Esatto - disse Aldo, che sembrava aver scoperto in Snijders delle qualit nascoste di cui
prima non si era avveduto e adesso era tutto gentile.
- Mah, non vedo niente di male in chiedere. Come dite voi, in Italia? Domandare ...
legico?
- Domandare lecito - corresse il Rimediotti - e rispondere cortesia.
- Esatto. Cos. Domandare lecito. Bene, finisco il caff e vado.
- Scusi eh, professore - disse Ampelio - le potrei chiede' un'artra cosa?
- Dica.
- Gi che c', potrebbe mica chiedere a quer tizio se per cortesia si sposta a un artro
tavolino? ;

Erano passati pochi minuti. Dentro il bar, Massimo stava disponendo tutto per l'aperitivo
serale; era la fine di maggio, e come tutti gli anni l'arrivo della bella stagione faceva uscire
dal letargo numerosi branchi di fannulloni e spalletonde, di et variabile tra gli orgogliosi
venti e i male accetti quaranta, che avevano l'abitudine del bicchierino accompagnato da
stuzzichino omaggio per iniziare quelle belle serate estive aperitivo-cenetta-discoteca che
scandivano la loro inutile esistenza.
A questa abitudine Massimo dava da sempre molta importanza. In primo luogo, pi gente
veniva e meglio era, sia in termini di guadagno che in termini di popolarit; e poi, una
volta preparati i vassoi con gli stuzzichini, c' solo da versare e da controllare che la gente
paghi, e tutto sommato per il barista un'oretta incasinata ma piacevole. Specialmente se il
barista un trentasettenne divorziato che, al di fuori del bar, ha la vita sociale di
un'arsella. Inoltre, di solito a quest'ora i vecchi sono a casa e di questo l'umore di Massimo
non pu che giovarsene. Di solito.
Invece, quella sera, i vecchi erano ancora l, al tavolo sotto l'olmo, con le mani impegnate
in una distratta canasta in attesa che Snijders estorcesse a Kawaguchi un po' di notizie
fresche di giornata. Nel frattempo, infatti, Snijders era andato con la massima tranquillit
al tavolo di Kawaguchi, si era messo a parlare, lo aveva non si sa come fatto spostare a un
tavolo tondo vicino alle tamerici e adesso i due chiacchieravano come amiconi. A un certo
punto, con la coda dell'occhio, Massimo vide Kawaguchi alzarsi, stringere la mano a
Snijders, salutare e andare via.
Senti, star diventando una vecchia comare, ma chi se ne frega. Sono io che ho avuto l'idea
e che ho portato quel computer a Carlo, me lo meriter un minimo di soddisfazione.
Massimo guard i vassoi, li giudic in perfetto ordine, si volt e chiese a Tiziana con il
tono pi naturale possibile:
- Tiziana, mancano il tabule e i crostini col tonno.: Ci pensi te? Io vado un attimo fuori.
- Zi buana, Diziana benzare duddo. Buana non preoccuparsi e andare tranquillo fuori a
spettegolare.
Massimo prese una sigaretta, usc e and direttamente al tavolo sotto l'olmo, dove Snijders
aveva appena raggiunto l'arzillaia. Prese una sedia, si sedette e venne accolto da Ampelio
con un malevolo:
- O te 'un ciavevi da lavora'?
- Dai nonno, non rompere tanto - rispose Massimo mentre si accendeva la sigaretta. - Se il
professore sa qualcosa, non vedo cosa ci sia di male a starlo a sentire. Tanto, visto che lo
dice a voi, tempo trenta secondi lo sapr tutto il paese.
- Qualcosa ha detto - disse Snijders. - Ah, per favore, io mi chiamo Anton. Professore
troppo pompato.
Pompato? Ah, s, pomposo. Comunque, siccome erano tutti troppo curiosi di venire a
sapere cosa avesse scoperto Snijders, nessuno perse tempo a correggere.
- Ho parlato un po' con questo ragazzo. Prima di tutto un po' di scienza, tanto per fare
amicizia. Fa cose carine, tra l'altro. Un po' strane, ma interessanti.
Per te, dissero gli sguardi dei vecchi. Per noi, no. Vai al sodo, che qui c' da anda' a cena e
'un si sa ancora nulla.
- Poi abbiamo parlato un po' del congresso, e alla fine gli ho chiesto del computer. Cos, in
modo indiretto. Mi ha detto che nei file del computer c'erano solo degli haiku.
Silenzio. Poi, dopo due o tre secondi, Aldo si mise a ridere.
- Ce la racconti, cos si ride un po' anche noi? - disse Pilade.
- Scusate. Ma credo che il tipo ci stia prendendo in giro. Gli haiku sono poesie.
- Poesie? - chiese Ampelio mentre Snijders annuiva sorridendo.
- Poesie - continu Aldo. - l'archetipo della poesia giapponese. Non me ne intendo, ma
mi sembra di ricordare che siano componimenti molto brevi, di tre versi, ispirati a un tema
stagionale come l'estate, la primavera...
- S, l'autunno e poi l'inverno - lo interruppe il Del Tacca. - E anche le stagioni si sono
ripassate. Ma 'un che quer giapponese l'ha presa un po' per il culo?
- Questa la so cosa vuol dire - disse Snijders tutto soddisfatto. - No, non mi ha preso per il
culo. Non lo credo proprio. Ha detto anche che gli sembra di ricordare che Asahara
scrivesse poesie. Un hobby come tanti altri.
- S' capito. E allora?
- Allora. Se dentro il computer c'erano solo poesie, significa che non c'era niente di
importante. E con questo, non so.
- Lo so io - disse Massimo.
- Ba', sa quarcosa anche lui - disse Ampelio.
- Pi di te, sicuramente. Quando abbiamo interrogato i nipponici, uno dei collaboratori di
Asahara ha detto che non aveva mai visto quel computer, e ha detto che Asahara ne usava
abitualmente un altro. Gli altri hanno confermato, ma nessuno ha saputo dire se Asahara
si fosse portato due computer o uno solo.
- Che sistema aveva il computer? - chiese Snijders. - Lei lo sa?
- S. Certo. Ho visto le cartelle di sistema. Era sicuramente Linux. Di che distribuzione, non
lo so.
- No, non pensavo alla distribuzione - disse Snijders incartandosi un po' nella pronuncia di
distribuzione. - Pensavo che io ho ascoltato il seminario di Asahara. Era fatto con
PowerPoint. Chiaramente.
- Ah. Ho capito.
- O bravo - disse il Del Tacca. - Noi invece 'un ci si capisce nulla. Quarcuno ce lo spiega?
- Non niente di complicato - disse Massimo. - Un computer per funzionare ha bisogno
del cosiddetto sistema operativo, che non altro che una sorta di collezione di comandi
pi o meno complessi che funge da interprete tra le intenzioni dell'utilizzatore e il
computer stesso. Di solito un computer ha un solo sistema operativo, anche se in linea di
principio possibile averne pi di uno sulla stessa macchina. I sistemi operativi pi in
voga al momento sono grosso modo tre: Windows, Linux e Macintosh. Tutto chiaro?
Fin qui ci arriviamo, dissero le sopracciglia di Aldo.
- Adesso, Anton dice che il seminario di Asahara era fatto con PowerPoint, che un tipo di
editor che gira su Windows e, con qualche modifica, su Mac, ma non su Linux. Linux ha
un editor molto simile, che si chiama OpenOffice, ma visivamente i due si distinguono
bene. Per cui, se il seminario di Asahara era fatto con PowerPoint, vuol dire una cosa sola.
Che era stato preparato su un altro computer.
- Ah - disse il Del Tacca. - E da un compiute a un altro di due tipi diversi non li posso
spostare questi cosi?
- In teoria s, c' un certo grado di compatibilit, ma per le presentazioni grafiche credo che
nessuno sano di mente lo prenderebbe anche solo in considerazione. Ci perderesti una
valanga di tempo.
E borda col sano di mente. Prima l'ho detto a Fusco, e ora a Pilade. Come se tutti quelli con
la testa a posto si dovessero comportare come me.
- Ho capito. Allora vorreste di' che questo tizio ciaveva dietro due compiute.
- Potrebbe essere. Oppure aveva preparato il seminario da un'altra parte e se lo era portato
dietro su un supporto, una pennina USB o altro. Che, a me, sembra la cosa pi probabile.
Non vedo perch uno debba andare in giro con due computer.
- Beato te - disse Ampelio. - Io 'un capisco nemmeno perch te ne devi porta' dietro uno
solo. Sei in Italia, vieni dall'artra parte der mondo, e invece d'anda' un po' a giro ti porti
dietro ir compiute. Ora, poi, si portano tutti dietro ir compiuter. Prima tutti cor cellulare,
ora tutti cor compiuter. Se si va avanti di questo passo, fra tre o quattr'anni ci toccher
anda' a giro colla carriola. Ma fammi ir piacere, fammi.
- Nonno, un po' diverso. Questa gente ci lavora col computer.
- O bravi. Quando sono ar congresso lavorano, e quando ir congresso fa pausa s'attaccano
ar compiute e continuano a lavora'. Meno male ci siete voi, cosa vi devo di'. Mi viene in
mente ir mi' povero babbo.
- Perch, scusa? - chiese Massimo, mentre cercava di immaginarsi il mai conosciuto
bisnonno Remo, con la vanga su una spalla, chino su un computer a navigare in Internet
dopo una dura giornata tra le zolle.
- Perch ir mi' babbo diceva sempre che in punto di morte nessuno si lamenta mai d'ave'
lavorato troppo poco.

Erano le otto e mezzo, e la piena dell'aperitivo si era ritirata lasciando nel bar solo poche
pozzanghere di tiratardi, seduti ai tavolini in attesa di decidere come continuare la serata. I
vecchietti erano andati a mettere le zampe sotto la tavola per una meritata cena, Tiziana
faceva la spola dentro e fuori dal bar per portare dentro i bicchieri e il resto, e all'interno
erano rimasti solo Massimo e Snijders, il quale aveva passato l'oretta precedente seduto
sullo sgabello, a chiacchierare con alcuni congressisti capitati nel bar.
Una volta rimasti soli, come se si fossero messi d'accordo, si erano rimessi a parlare
dell'affaire Asahara, e si erano trovati d'accordo sul fatto che bisognava trovare un modo
possibile per scoprire se Asahara avesse realmente due computer dietro.
- Una cosa si pu fare - disse Snijders. - Si potrebbe telefonare alla segretaria del congresso,
miss Ricciardi, e chiedere se lei si ricorda se Asahara avesse il proprio computer o no.
- Mmmh. Pu essere. Lei dice che se lo ricorda?
- Non so. Mi spiego meglio. Di solito c' un computer ufficiale del congresso, ma se uno
vuole fare con il proprio lo attacca al posto di quello ufficiale e usa quello. Allora, Asahara
pu aver dato agli organizzatori le slide della sua conferenza su una pennina, oppure pu
aver usato il proprio computer. Qualcuno dell'organizzazione lo dovrebbe sapere. Ho
provato a chiedere a questi colleghi che erano qui prima, gli ho spiegato per quale motivo
lo chiedevo, ma nessuno se lo ricorda.
Ecco. La discrezione prima di tutto, anche per te. Non c' nulla da fare, li becco tutti io.
- Ho capito. Mah, si potrebbe anche provare. Se vuole ho il numero di cellulare della
signora Ricciardi. La pu chiamare anche subito.
- Non meglio se la chiama lei?
- No, si fidi. Ho litigato con questa donna per telefono tutti i giorni per una settimana di
fila. Io non me la sento di chiamarla, e lei probabilmente se sentisse la mia voce
riattaccherebbe subito.
- Va bene. Se mi dice il numero.
- E' questo qui, su questo foglietto.
- Ok. Dov' il telefono?
- L dietro il bancone dei gelati.
Snijders si avvi, e Massimo cominci a vagare con il pensiero. Che uno si portasse dietro
due computer gli sembrava strano. Aveva ragione nonno, uno anche troppo. Attento,
Massimo. Mai giudicare quel che possono fare gli altri sulla base di quello che faremmo
noi. Io, per esempio, le corna a mia moglie non le avrei mai fatte. Oddio, non che abbia
mai avuto tutte queste occasioni. Non le avevo prima, e non credo che invecchiando la
situazione migliorer. Pensiamo al delitto, vai, meglio. Almeno per una volta va male
qualcosa a qualcun altro. Magari Asahara era uno estremamente previdente. E, visto che il
primo giorno di congresso avevano subito fregato un portatile, non aveva tutti i torti.
Eppure non mi convince. Mah, stiamo a sentire cosa ha detto la Ricciardi. Se si ricorda
qualcosa. Ma sar difficile.
E invece. Invece Snijders stava tornando indietro con un sorriso che gli andava da un
orecchio a un altro. Arriv al bancone, si sedette sullo sgabello e cominci ad annuire.
- Ahah. Avevo ragione. Miss Ricciardi si ricorda che Asahara ha fatto la conferenza con il
suo computer. Dice che se lo ricorda bene, perch ha dovuto cercare una riduzione. Cos'
una riduzione?
- Una doppia presa particolare, per adattare il cavo dell'alimentazione alle nostre prese. Le
spine variano da paese a paese.
- Gi. Chiss perch. Comunque, eccolo qua. Asahara aveva un altro computer. Un
computer Windows. Io non scommetto, ma se scommettessi su questo, che nel computer
Windows che bisogna cercare, credo vincerei. - Snijders continu ad annuire. - E non sono
il solo.
- In che senso?
- Miss Ricciardi mi ha detto che in albergo ci sono dei poliziotti. Che stanno... - Snijders
sbuff. - Ha usato una parola difficile. Per...
- Perquisendo?
- Ecco. Che stanno perquisendo tutte le camere. Io dico che cercano il computer.
- Mh. Probabile - ammise Massimo. - Il che significa che siamo del gatto.
- No, questa non la so.
- Mi scusi, a forza di stare con i settantenni sto cominciando a parlare come loro. Volevo
dire che se c'era un altro computer oramai chiss dov' andato a finire. Sempre nell'ipotesi
che il movente sia legato a quel che ha detto Asahara. Se al colpevole interessava qualche
file da rubare o da distruggere, vuoi che volessero copiare il file vuoi che non avessero
l'intenzione di farlo, se sono furbi la prima cosa che hanno fatto stata di gettare il
computer in mare. Sono passati tre giorni, hanno avuto tutto il tempo di farlo. E credo che
di scemi a un congresso di chimica ce ne siano pochi.
- Non detto. Ma, indeed, lei ha ragione. E quindi...
- E quindi possiamo tornare alle nostre occupazioni. Lei a fare il ricercatore, e io a fare il
barista. Perch tanto senza quel computer l'unico possibile straccetto di movente va a farsi
fottere, e non abbiamo nessun dato su cui ragionare.
Snijders rest sullo sgabello, visibilmente deluso. Fece una piccola smorfia, poi si alz
dallo sgabello.
- Va a cena? - chiese Massimo, che cominciava a richiedere di stare un po' da solo, visto
che c'erano un po' di cose da fare. Ora, dato che il bar sarebbe mio e che Tiziana ogni due
secondi si ferma a rimirare la parete visibilmente soddisfatta della sua opera, e quindi per
stasera il suo apporto sar trascurabile, indovina chi sar l'unico a lavorare? Purtroppo,
sembrava che Snijders non avesse la minima intenzione di togliersi da l.
- No, quando sono da solo mangio come capita. - Snijders gett l'occhio al di l del
bancone, tra i salumi che troneggiavano nel retrobottega. - Magari, un sandwich... Potrei
avere un sandwich?
- Ma certo. Glielo faccio subito. Prosciutto di cervo, spinaci e olio di noci.
- E altrimenti?
- Spinaci, olio di noci e prosciutto di cervo. Ci sarebbero altre quattro possibilit, ma gliele
risparmio. Si fidi, buonissimo.
- Va bene.
- Ci vuole bere qualcosa, con la focaccina? - chiese Massimo, sperando che il tizio non
volesse pasteggiare a latte: cosa che gli olandesi, come aveva imparato in svariati anni da
barrista, erano capacissimi di fare.
- Una birra, grazie.
Meno male. Massimo and nel retrobottega, install il prosciutto nell'affettatrice e
cominci ad affettare. Mentre preparava la focaccina, Snijders continu:
- molto lontano da qui San Gimignano?
- Eh, parecchio. Ci vogliono almeno due ore in auto.
- Ah. Eh s, lontano.
- Comunque, in una giornata ci va e torna senza problemi. Al di l del fatto che ci sono
parecchie cose da vedere anche qui intorno, senza dover andare a San Gimignano.
- S, sicuramente - rispose Snijders col tono di chi pensa ma io volevo andare a San
Gimignano. - E' che, senza il congresso, qui non c' molto di fare. E anche il congresso
non era molto... - Snijders fece un verso strano con la bocca.
- Non era interessante? Forse era un po' fuori dai suoi argomenti.
- S, anche, ma non solo. che ormai sento sempre le stesse cose. raro trovare un po' di
fantasia, di inventiva. In particolare gli italiani hanno una cosa strana. Come competenza,
intendo.
Ne abbiamo tante di cose strane, bello, a livello di competenza. Sei in un paese in cui le
veline parlano di calcio e i preti parlano di sesso e di famiglia.
- E quale
- Non sono originali. Quasi mai, intendo. Ultimamente vedo gente che fa le stesse cose che
faceva venti anni fa. Raffinano. Limano qualcosa. Fanno roba bellissima, a volte. Molto
complessa. Ma sempre con gli stessi modelli. Io intendo, parlo in generale. Le eccezioni ci
sono. Ma sono rare. E la scienza non questa. Ci vuole originalit, idee nuove. Le
applicazioni le deve fare l'industria. Noi dobbiamo fare ricerca.
Notevole. Nuova sorgente di acqua calda scoperta in localit Pineta dal professor Snijders
dell'universit di Groningen.
- E non capisco il motivo - continu Snijders, dato che evidentemente l'argomento lo
appassionava. - Scientificamente, gli italiani sono sempre stati validi. Preparati bene come
studenti. Non come i russi, o gli indiani, ma molto meglio della media europea. strano.
Massimo si sent punto sul vivo. Su quell'argomento si era fatto venire il sangue amaro
tante di quelle volte che, anche non volendo, ormai sentirne parlare gli attivava un riflesso
pavloviano.
- Non strano - disse mentre porgeva a Snijders la focaccina su un piatto. - Lo sa perch?
La ricerca in Italia non originale perch comandata da dei tirannosauri. In Italia, il
quarantasette per cento dei professori ordinari gente che ha pi di sessant'anni.
Sessant'anni. Non ci riusciva Gioacchino Rossini ad essere originale a sessant'anni, e vuole
che riesca gente come questa qui?
- Ma perch non vanno in pensione, allora? - chiese Snijders a bocca piena. - Non si
rendono conto che non fanno del bene?
- No. Non se ne rendono conto. Perch in questo paese del menga siamo abituati a fare del
bene in modo morboso. Le faccio un esempio semplice. Gran parte dei professori dice:
Non posso andare in pensione ora, anche se ne avrei diritto e anche se non ho pi voglia
di fare una sega, perch prima devo sistemare il mio dottorando, assegnista o qualunque
ruolo abbia lo schiavo di turno. Il concetto che siccome quel tipo ha fatto tesi, dottorato
e tutto il resto con me come tutore allora ho una sorta di obbligo morale a sistemarlo.
Come no. Peccato che se tu ti levassi dai piedi libereresti i soldi necessari a farne tre, dico
tre, di ricercatori. Per magari in questo modo il tuo figlioccio potrebbe non entrare.
Specialmente se una immonda testa di cazzo che ha come unica dote l'ostinazione.
Perch il fatto che negli ultimi anni in Italia non entri all'universit per bravura. Ci entri
soprattutto per sfinimento. E questo il primo problema.
- Ah, c' anche un secondo problema? - chiese Snijders masticando.
- Sissignore. Il secondo problema che, come giovani, eravamo troppi. Troppi, e con in
mezzo troppa gente assolutamente inadatta. Ho visto ammettere al dottorato di ricerca
persone che da studenti faticavano per passare gli esami. E perch sono entrate loro?
Semplicemente perch quelli pi bravi avevano abbastanza iniziativa per andare all'estero,
o per andare a lavorare fuori dall'universit. Quelli che non erano buoni a levarsi un dito
dal culo da soli invece sono rimasti l, e hanno cominciato la trafila. Il contrattino, il
dottorato, la borsa, l'assegno e cazzi vari. Intendiamoci, in questo i professori hanno la loro
buona parte di colpa. Invece di fissare una soglia che garantisse la decenza, hanno
continuato a prendere un numero di persone fisso, e troppo grande rispetto a quello che
sarebbero stati in grado di integrare in futuro. Cos, insieme a gente brava che si meritava
di fare il dottorato e di rimanere a fare ricerca, hanno raccattato morti e feriti. Che per,
dopo aver preso a venticinque anni, dopo il dottorato ne hanno ventotto, e dopo l'assegno
trenta o trentadue. E a quel punto o li assume l'industria farmaceutica come cavie oppure
te li tieni sul gozzo, perch un laureato di trentadue anni, magari con il dottorato, le
industrie al momento non lo vogliono nemmeno in regalo. Io lo so bene. Sono uno di
quelli.
- In che senso? - chiese Snijders, che aveva nel frattempo terminato la focaccina. In trenta
secondi scarsi, circa. Da brivido.
Massimo sbuff brevemente dal naso sorridendo. Tu sapessi.
- una storia un po' lunghetta.
- Quel che ci vuole - rispose Snijders. - Ho bisogno di digerire.
E ci credo. Be', quand' cos...
Massimo era abbastanza restio a raccontare in che modo era passato dal monitor di un
computer al bancone del bar. In primo luogo, perch non credeva che alla gente potesse
interessare molto quello che lo riguardava. In secondo luogo, perch non era convinto di
farci esattamente una gran figura.
- Io mi sono laureato in matematica in quattro anni. Esatti. A novembre del quarto anno. E
ho iniziato il dottorato a gennaio dell'anno successivo. Quello di cui mi sarei dovuto
occupare, va be', non so quanto le interessi. Comunque, era un argomento che riguardava
la matematica della teoria delle stringhe.
Snijders alz le sopracciglia. - Non ne so niente.
- Non si preoccupi, in buona compagnia. Non lo dico per scherzare. L'argomento di cui
mi dovevo occupare era estremamente complicato, e man mano che studiavo, all'inizio del
dottorato, mi sembrava di sprofondare in un incubo. Pi studiavo, meno capivo. A volte,
avevo la sensazione di aver afferrato qualcosa; poi, subito dopo, trovavo un altro articolo
che distruggeva questa mia convinzione. La cosa peggiore, in tutto questo, era che avevo
l'impressione che anche il mio supervisore di tesi, che nella fattispecie era un fisico, non
capisse un gran che di quello che facevo. Intendiamoci, sarebbe stato ampiamente
giustificato; era una persona piuttosto anziana, e l'argomento specifico era abbastanza
nuovo e veramente incasinato. Per, dopo un certo periodo, il dubbio inizi a pesarmi.
Allora, un giorno, sono andato da lui con un pacco di articoli e una pagina di domande.
Insomma, per farla breve: mi sono reso conto che non ci capiva niente nemmeno lui.
Peggio: i dubbi che erano venuti a me, a lui manco lo avevano sfiorato. Ero molto pi
avanti della persona che avrebbe dovuto guidarmi; e, contemporaneamente, ero nel buio
totale. Insomma, quando sono uscito dallo studio, mi sono guardato allo specchio. Lo sa
qual la dote pi importante per un matematico?
- Non saprei. L'intelligenza, forse.
- No. importante, ma non da sola. No, la dote fondamentale per fare il matematico
l'umilt. L'umilt di riconoscere quando non hai capito una cosa, e di non tentare di
prenderti in giro. Se non hai capito una cosa, o non ne sei convinto, non puoi prenderla
per buona. Se fai cos, ti farai solo del male. Devi essere assolutamente sincero con te
stesso. Bene, io per quanto riguardava la matematica ho sempre tentato di essere sincero
con me stesso. E la conclusione che ho raggiunto non poteva che essere la seguente: non
ero abbastanza bravo. Non ero adeguato per quel lavoro. Era al di l delle mie forze. Se
avessi continuato, avrei perso del tempo e mi sarei preso in giro da solo.
Snijders lo guard. Con un dito, indic il bar. - E allora...
- Esattamente. Vede, io sono una persona pignola. Le cose devono essere fatte come dico
io, cio bene, altrimenti mi danno noia. Io sono soddisfatto di me stesso quando faccio una
cosa bene, non importa molto quale. Allora, poco tempo prima di questo fatto ero venuto
in possesso di una discreta quantit di soldi. Non un'enormit, ma abbastanza per aprire
un bar. Allora ho pensato che preferivo la vita alla carriera. Ho scelto di essere un ottimo
barrista, piuttosto che un matematico frustrato.
- E la cosa non le pesa? Non le sembra di essere un po' sprecato, uno come lei, in un bar?
- Dipende. A volte, se penso al tempo che sono stato sui libri, mi darei delle padellate in
testa. Per, se sono la persona che sono, devo ringraziare anche tutto quello che ho
studiato. Sempre che ringraziare sia il termine giusto. Per, sentirmi sprecato, no.
Assolutamente no. Sono molto pi utile al mondo io, che faccio bene un lavoro che mi
piace, di tanti svergognati che magari fanno i manager, e l'unica cosa che sono in grado di
fare creare dei buchi di bilancio profondi come la fossa delle Marianne e assegnarsi una
buonuscita milionaria quando vengono costretti a dare le dimissioni. E poi, lavorare in un
bar non cos male.
Snijders lo guard. Non sembrava troppo convinto.
- Davvero? Non un po' noioso?
- S - disse Massimo mentre tornava verso il retrobottega. - A volte s. Ma a me non
dispiace. E poi, a volte un lavoro noioso pu tirare fuori il meglio di una persona.
Snijders sorrise.
- Qui mi prende in giro.
Non completamente, pens Massimo. Un lavoro noioso pu tirare fuori il meglio di una
persona. Non devi pensare a quel che fai, vai in automatico, e intanto il tuo cervello lavora.
Quando ha elaborato la teoria della relativit, Einstein lavorava all'ufficio brevetti. Boll era
un controllore, e Bulgakov un medico condotto. Pessoa lavorava al catasto, mi sembra.
Borges era un bibliotecario, e Kavafis un impiegato della societ acquedotti.
Dai ad un uomo fantasioso un lavoro schematico, ripetitivo, e che lo metta in contatto con
altre persone, e rischi seriamente di produrre un premio Nobel. Spesso, lasciata libera,
un'esistenza che non viene rimescolata continuamente dall'ansia di dover produrre lascia
decantare spontaneamente i suoi pensieri, che si depositano piano piano sul fondo e
cristallizzano, a volte, in forme di rara bellezza. Certo, io passo i miei pomeriggi liberi
incastonato nel divano a giocare alla PlayStation, ma questo un altro paio di maniche.
Mica sono un poeta, io.
Per fortuna, mentre i pensieri di Massimo rischiavano di incanalarsi in una direzione
deprimente, entr il Del Tacca seguito da Ampelio.
- Bonasera - disse Pilade, mentre Ampelio si andava a sedere a un tavolino. - Di cosa si
chiacchiera?
- Del fatto che Massimo un barista perfetto - disse Snijders indicando Massimo con una
certa enfasi.
- Chie, lui? - mise bocca Ampelio. - Perlamordiddio. E lei lo sta a senti'?
- Perfetto no - ammise Massimo. - Ma molto sopra la media, s. E che cavolo. Uso solo roba
freschissima. Ho sei tipi di caff diversi. Ho quasi quaranta tipi di birre. Sono l'unico bar
nel raggio di venti chilometri che fa le granite con il succo di frutta fresca spremuta con le
mie manine, e non con gli sciroppi di sintesi. Adesso ho una parete arancione, quindi sono
a posto pure sul lato estetico. Avrei anche Internet senza fili, se uno stormo di vecchi
rompicoglioni non mi avesse fatto il nido sull'unico tavolo a cui funziona. Comunque,
resta il fatto che io faccio il barrista, che questo il mio bar e che da oggi in poi nel mio bar
i discorsi su delitti, lutti e tragedie intenzionali sono banditi. Prendete qualcosa?

Allora. Adesso devo andare all'internet point a sentire del segnale. Poi devo telefonare alla
Ricciardi per sentire quando hanno intenzione di pagarmi, che anche se il congresso
stato sospeso io due giorni li ho fatti lo stesso. Lo doveva fare Aldo, ma figurati. Lui
artista nell'animo e ai soldi non ci pensa. Poi, devo trovare il modo di far sparire la
veneziana dalla porta del bar. Poi, c' qualcos'altro? Vediamo. Ah, s, devo andare dai
vigili per il permesso per i tavolini. E poi? Mi sembra che ci sia qualcos'altro, ma non
riesco a ricordarmi cosa. Bah, senti, chi se ne frega. Casomai, mi verr in mente. Dopo
un'ora che avrei dovuto farlo, come al solito.
Camminando, mentre andava verso l'internet point, Massimo si ripeteva nella testa la lista
delle Cose da Fare Oggi, che costituiva uno dei suoi abituali incubi.
La memoria di Massimo infatti cominciava a funzionare in modo simile ad un tubo: eventi
risalenti a mesi o anni prima, fondamentali o meno, rimanevano incrostati alle pareti del
tubo ed erano pressoch impossibili da mandare via. Al contrario, le informazioni che
Massimo acquisiva in modo continuo nel corso della giornata indipendentemente dalla
loro importanza entravano, scorrevano nel tubo rimanendoci dentro un tempo limitato,
dopodich uscivano dall'altra parte e buonanotte. Contemporaneamente, Massimo si
piccava di avere un'ottima memoria e quindi non scriveva mai quello che doveva fare, per
cui quando aveva una lista di impegni alla quale stare dietro se la richiamava alla mente
ogni trenta secondi, con risultati non sempre all'altezza della situazione.
D'altra parte, Massimo stava tentando disperatamente di non pensare al delitto. E per
farlo, l'unico modo possibile era trovare qualcosa da fare per riempirsi il cervello e la
giornata. Una volta scoperto che il computer di Asahara non conteneva assolutamente
niente, Massimo era stato costretto a guardare in faccia la realt. Gi in partenza, l'ipotesi
su cui si stavano muovendo era sottilissima; in pi, non avevano nemmeno gli elementi
per appurarla. E quindi, ciao. Per, siccome Massimo odiava lasciare una cosa a mezzo o
non capire qualcosa, per non farsi venire il giramento di scatole aveva per forza bisogno di
occuparsi di altro. A partire dal problema che lo angustiava in sottofondo da qualche
giorno, ovvero: per quale motivo nel mio bar Internet senza fili non funziona?
Per questo, Massimo si stava dirigendo verso il ConnectZone, l'unico internet caf di
Pineta, allo scopo di chiedere al proprietario se anche lui aveva avuto quei problemi e, nel
caso, come li avesse risolti. In linea di massima, il nostro detestava chiedere favori alle
persone se non le conosceva pi che bene; per, il tipo dell'internet caf era uno alla mano,
e a Massimo stava simpatico perch quando andava al bar prendeva i giornali, li leggeva e
poi li rimetteva a posto perfettamente piegati, come li aveva presi. Particolari, ma
Massimo non sopportava la gente che prendeva il giornale, lo squadernava bene bene e
poi dopo averlo letto lo appallottolava alla meglio oppure lo lasciava l con le piegature
tutte accartocciate, come se poi il giornale fosse suo e non del bar.
Arrivato all'internet caf, Massimo entr e si guard intorno. Ai computer del locale
c'erano quattro o cinque persone, fra cui Massimo riconobbe due o tre congressisti; un
obeso professore americano, il dottor Kubo, cio il giapponese collega di Asahara, e un
tedesco con la faccia da killer che Massimo si ricordava bene in quanto nel corso del primo
coffee break si era riempito il piatto una decina di volte. And in fondo al negozio, dove la
moglie del proprietario stava leggendo un libro mentre piluccava delle fragole da un
sacchettino.
- Salve. Cercavo Davide.
- Ciao. Davide non c'.
- Ah. Sai mica quando lo trovo?
- Guarda, stamani non viene perch a casa a aspettare il caldaista, l'altro giorno s' rotta
la caldaia e sono due giorni che si sta con l'acqua fredda. Se ti posso dare una mano io...
- Mah, se lo sai, volentieri. per la connessione wireless. L'ho messa anch'io, una
settimana fa, per ho qualche problema. Praticamente mi prende il segnale in un punto
solo. Volevo sapere se anche voi avete avuto problemi di questo tipo.
- Ho capito. Senti, non lo so. Questa cosa l'ha fatta tutta Davide, e noi problemi cos non si
sono avuti. vero che noi la connessione wireless la si usa poco, di solito la gente viene e
si siede a uno dei nostri computer. Per che non ci fosse segnale non s' mai lamentato
nessuno.
E ti pareva. A volte mi sembra che certe cose succedano solo a me.
- Ho capito.
- Comunque a pranzo Davide viene qui. Casomai dopo pranzo gli dico di passare a
prendere il caff al bar, cos lo chiedi direttamente a lui.
- Va bene, facciamo cos. Grazie.
Cosa numero Uno, in sospeso. E va be', pace. Adesso, cosa devo fare? Ah, s. Telefonare
alla Ricciardi e poi passare dai vigili. O meglio, aspetta; gi che sono fuori, prima passo dai
vigili e poi telefono alla strega.
Massimo tir fuori dal pacchetto una sigaretta, la guard, decise che l'avrebbe fumata
dopo essere passato dai vigili e la rimise dentro. Poi, s'incammin sulle strisce pedonali
per attraversare il viale. E, a un certo punto, arrivato in mezzo alle strisce, si ferm e
chiuse gli occhi.
Un ciclista baffuto che stava arrivando, e che aveva dato per scontato che uno che
attraversa la strada non si ferma all'improvviso, lo manc di un centimetro e si volt senza
fermarsi per dirgli qualcosa di blasfemo ma, dato il frangente, sacrosanto. Massimo rimase
fermo in mezzo alla strada, con gli occhi chiusi.
Dopo qualche secondo, sent un suono di clacson frammisto a qualche bestemmia: apr gli
occhi e vide che al suo fianco si era formata una colonna di sette o otto auto, i cui guidatori
erano comprensibilmente impazienti di andare dove dovevano andare e che non avevano
bisogno di barristi fra le scatole. Massimo si port sul marciapiede di volata, dopodich si
incammin tentando di non far caso alle offese. Man mano che procedeva, il respiro gli
diventava sempre pi veloce e sentiva il viso formicolare dall'emozione.
Calma, calma, calma. Pu essere un caso. Pu essere che tu ti sbagli. Adesso vai al bar e ci
pensi un attimo. Ci sar qualcosa che posso fare. Prima di tutto, per, devo capire cosa
significa questa cosa. Ma qualcosa significa, ne sono sicuro. Mi ci gioco le palle. Tanto, per
quel che mi servono, ormai. Ora smettila di pensare minchiate e vediamo di concentrarci
un attimo.
Mentre Massimo tentava di concentrarsi, il telefono squill. Massimo sollev la cornetta
meccanicamente, e grazie esclusivamente al suo sistema parasimpatico si produsse in un
distratto Pronto.
- Io son pronto, s. mezz'ora che son pronto.
- Nonno? - chiese Massimo.
- Te invece sei una testa di zuba - continu Ampelio. - E son pi di trent'anni che sei una
testa di zuba. mezz'ora che t'aspetto.
Oddio. Oggi il venticinque. Le poste. Mi sono scordato di portare nonno alle poste. Ecco
cos'era.
Tutti i venticinque del mese, infatti, Ampelio andava alle poste a ritirare la meritata
pensione. Che, a dire la verit, avrebbe anche potuto farsi accreditare direttamente sul
proprio conto corrente postale. Purtroppo, ogni tentativo di convincere il vegliardo a farsi
accreditare i soldi sul conto veniva rintuzzato dal medesimo con la seguente sequenza di
argomentazioni:
1) Gli unici soldi che possiedi sono quelli che spendi, e se ce l'ho sul conto corrente non li
tocco.
2) Ci ottantatr anni sonati e potrei tirare il calzino domattina, e vedrai quando sono
all'inferno coi vani mi ci faccio vento.
3) E comunque, andate tutti in culo.
Data l'intoccabilit della Weltanschauung ampeliana, quindi, tutti i mesi che il Grande
Architetto metteva in terra toccava prendere Ampelio e portarlo a ritirare la pensione.
Cosa che, da quando aveva la patente, era compito di Massimo, per la semplice ragione
che la prima automobile gli era stata regalata da Ampelio medesimo. Tutti i venticinque
del mese. Quindi, anche oggi.
- S, nonno - disse Massimo, tentando di destreggiarsi nell'inusuale situazione di dover
essere gentile con suo nonno. - Abbi pazienza. Ho avuto una mattinata un po' convulsa, e
me lo sono proprio dimenticato.
- Bellino, lui! Se l' dimenticato. Guarda, palle, che sono io che ci ottant'anni e fischia. Te
ce n'hai una cinquantina meno. Se c' qualcuno qui che eia diritto a scordassi le cose sono
io, no te! Ir problema che te ciai memoria solo per le cose che t'interessano a te. Il barre,
s. La matemtia, s. Ir pallone, anche. Ir tu' nonno, no. Perch a te der tu' nonno 'un te ne
frega nulla! Ir giorno che moio te n'accorgerai da quanto ti dura la bottiglia dell'amaro. Se
l' scordato, lui. Ma fammi ir piacere...
- Nonno, fammelo te un piacere per una volta e fatti portare alle poste da qualcun altro.
Poi te lo spiego, eh? Ciao.
E butt gi di colpo.
Eccolo. Ci siamo. Ho capito. Bastava un piccolo aiutino, qualcuno che dicesse la parola
giusta. Stai a vedere che mi tocca ringraziare il nonnaccio. Certo, pu essere che mi sbagli.
C' solo un modo per saperlo.
Massimo respir profondamente, poi risollev il telefono. Mentre faceva il numero si rese
conto di avere il fiatone e tent di respirare profondamente due o tre volte per farselo
passare. Al terzo squillo, una voce femminile rispose:
- Dipartimento di Chimica buongiorno.
- Buongiorno. - Ansim. - Volevo Carlo Pittaluga.
- Un attimo.
Dopo una breve attesa, per fortuna non disturbata da musichette insulse, gli arriv la voce
di Carlo:
- S, pronto.
- Ciao Carlo. - Ansimo doppio. - Scusa se ti assalgo ma ho bisogno di un favore.
fondamentale che tu lo faccia subito. Hai sempre la roba che era nel computer del
giapponese?
- I documenti? Un attimo, forse li ho cancellati ma non sono sicuro. Guardo................
Ci fu un breve silenzio, rotto solo dal rumore del mouse che cliccava freneticamente.
- S, c' tutto. Cosa devo farci? Te li mando?
- No. Dovresti provare a mandare il programma.
- Come?
- In una delle due cartelle c'era un programma in Fortran. Un programma di dinamica
molecolare. Te lo ricordi?
- S, s. Eccolo qua. Un programmino semplice. Sembra una cosa didattica.
- Bene. Per favore, puoi provare a compilarlo e a farlo girare?
- Mah... s, certo. - Carlo ridacchi. - Cosa dovrebbe succedere? Esce il nome dell'assassino?
- possibile. In un certo senso. Ti spiego poi. Mi chiami quando hai fatto?
- Va bene. Per non so quanto tempo ci mette a girare questo coso.
- Non importa. Prova a compilarlo, intanto.
- Subito sir. A dopo.
Massimo riappoggi la cornetta. Prese il pacchetto di sigarette e ne tir fuori una. Adesso
s che mi ci vuole. La accese, fece qualche tirata e tent di rilassarsi. Inutile. Era talmente
emozionato che tremava. Fece qualche altro tiro, poi spense la cicca nel portacenere. In
quel momento, il telefono squill.
Massimo sollev la cornetta e disse:
- Pronto.
- Pronto una sega - rispose la voce di Ampelio. - Ma chi te l'ha insegnata l'eduzione,
Kinkong? Quand'ero giovane se buttavo gi a quer modo ir telefono lo sai cosa succedeva?
- Nonno, quand'eri giovane te c'erano ancora i segnali di fumo. Ho bisogno del telefono
libero. Fra cinque minuti passo a prenderti, va bene? Ciao.
E riattacc. Dopo un attimo, il telefono squill di nuovo. Massimo stavolta sollev con
cautela.
- Pronto.
- Pronto Massimo - disse la voce di Carlo. - Ascolta, ho provato a compilare il programma,
ma c' un problema.
- Quale problema? - chiese Massimo.
- Non funziona. I dimensionamenti sono troppo grossi. Anzi, sono proprio assurdi. Questo
programma in teoria richiederebbe pi di quaranta giga di Ram.
Massimo stacc la cornetta dall'orecchio, mentre il tremore alle gambe si scioglieva e
l'oppressione al petto svaniva come se gliela avessero sfilata di dosso. Si stup di non
sentire una musichetta trionfale.
Non ci credo. Ci ho beccato.
Dopo qualche secondo, la voce di Carlo chiese:
- Che faccio, lo ridimensiono e lo mando?
- No, Carlo. Non importa. perfetto cos.
- Ah. Va bene. Poi me lo spieghi?
- Certo. Almeno, spero. Senti, ti chiamo poi. Grazie.
Dopo aver riattaccato, Massimo rimase in silenzio per una decina di secondi. Certo, non
sono ancora sicuro al cento per cento. Anzi, non sono sicuro per niente.
un'ipotesi. Di sicuro, a questo punto posso fare una cosa sola.
Massimo sollev la cornetta per l'ennesima volta e compose un numero. Al secondo
squillo, una voce gentile rispose:
- Commissariato di Pineta.
- Buongiorno. Sono Massimo Viviani. Vorrei parlare con il dottor Fusco.
- Un attimo, per favore.

Dopo aver telefonato in commissariato, ed essersi messo d'accordo con Fusco sul da farsi,
restava una mezz'oretta per andare a prendere il nonno e portarlo a mettere le zampe
sull'agognata pensione. Compito che, come immaginabile, Massimo detestava e temeva
allo stesso tempo.
In primo luogo, Ampelio pretendeva di essere portato alle poste la mattina presto, al
massimo alle nove. Quindi, trovava modo di mettersi a chiacchiera con quelli che
conosceva all'ufficio postale (cio, tutti) senza che questo comportasse la perdita del posto
in fila, che difendeva verbalmente e con distratte ma intenzionali bastonate sulle tibie dei
furbetti. Dopodich, intascato il contante, rimaneva tranquillamente a parlare con
l'impiegata di turno, disinteressandosi del contrappunto di commenti io la gente che fa
cos l'ammazzerei, ma poverino anziano, anch'io sono anziano per quando sono entrato
qui dentro ero giovane, ci vorrebbe ma una bella botola davanti allo sportello cos quando
uno perde tempo l'impiegata tira la leva e via che fioccavano alle sue spalle. Risultato, in
termini di tempo l'operazione richiedeva non meno di un'ora e mezzo, in cui il bar restava
nelle mani di Tiziana in regime di straordinario.
In secondo luogo, il tragitto in auto era un'autentica tortura perch Ampelio, pur non
guidando, trovava modo di dire qualcosa con la sua bella voce stentorea a qualsiasi
conducente la cui guida non soddisfacesse i suoi personalissimi canoni di correttezza:
quello che va troppo veloce (Corri corri, tanto l'arberi stanno fermi), quello che va
troppo piano (O, gi che trasporti l'ova, me ne vendi un paio?), quello che usa troppo il
clacson (Sonalo quando vai a trova' tu' madre, quer coso, l s che c' traffico) e via
brontolando. Tanto poi la gente, se c'era da litigare, se la prendeva con Massimo, mica con
quel caro nonnino col basco.
Prelevato Ampelio davanti casa, Massimo si era avviato da poco verso l'ufficio postale
quando Ampelio disse:
- Senti Massimo, io e Pilade s'era pensato una cosa.
- Gi tremo. Dimmi.
- Cosa tremi, scialucco. E tutto ner tu' interesse. Te dimmi, ti garberebbe se ti si lasciasse
libero il tavolo sotto l'olmo?
- Mah, direi di s. Avete trovato un altro bar che vi fa entrare?
- No no, si resta l. Che discorzi. Solo ci si mette da un'artra parte.
- E dove, scusa? L'ultima volta che vi siete messi dentro mi hai fatto spengere l'aria
condizionata. Ed era luglio, non so se te lo rammenti.
- N fuori e n dentro. Dietro.
- Dietro?
- Bene dietro. Nello spiazzetto primader giardino der Toncelli.
Lo spiazzetto a cui faceva riferimento Ampelio era una striscia di terra, larga tre metri
circa, che correva lungo tutta la parete a ovest del bar, a cui si accedeva tramite una porta
sul retro. Ombreggiata, certo, visto che accanto ci correva la siepe del giardino del vecchio
Toncelli, ma sull'altro lato lungo era quasi completamente chiusa dalla parete del bar.
Troppo angusto e troppo opprimente, a suo giudizio, per metterci dei tavolini. Ma se a
loro piaceva...
- Ah, se a voi va bene per me va meglio. Prendo un tavolino da quattro e lo metto vicino
alla porta.
- No no, un ce n' bisogno di tavolini. Levano spazio.
- Levano spazio? A cosa?
- De' per le bocce, no? Senn se ci metti 'r tavolino la pista viene troppo corta. Invece cos
guasi venticinque metri, 'un proprio regolamentare ma va pi che bene.
- Va bene questa cippa. A voi va bene. A me, no. Figuriamoci, le bocce. Gi ho voi quattro
sul gobbo tutto il giorno, mattina e sera, che ormai fate parte dell'arredamento. Se metto
anche il campo da bocce sono finito. Mi ritrovo tutti i pensionati di Pineta in fila dentro il
bar. Io non ho nessuna voglia di mettere in bagno l'adesivo per dentiere accanto al sapone.
Minato, te lo faccio, il campo. Altro che bocce.
- Bellino lui! Tiziana gli mette li scaracchi alle pareti e lui 'un dice nulla, per se propongo
quarcosa io guai. O cosa cambia se metti le bocce? Si manda via qualcuno?
- Nonno, cambi il genere di bar. Se vendi noccioline, i tuoi clienti saranno scimmie. Se
metti il campo da bocce, i tuoi clienti saranno veterani dell'Amba Alagi. la legge della
domanda e dell'offerta. Al momento, io la mia dose quotidiana di seniores me la sorbisco
di gi. Per i prossimi trent'anni non ho nessuna intenzione di incrementarla.
Ampelio grugn. Nel frattempo, erano arrivati all'ufficio postale.
- Mi sembri scemo, mi sembri. Vai, fammi scendere. Ora parcheggia, vieni dentro e se ne
ragiona ammodino, vedrai mi dai ragione.
Massimo parcheggi, fece scendere il nonno, lo vide dirigersi verso l'ufficio postale, quindi
appena Ampelio si trov a distanza di sicurezza riaccese l'auto e ripart in direzione del
commissariato.
Mi ci manca anche di discutere delle bocce, ora.
Seduto nella ormai familiare poltroncina senza rotelle, davanti a Fusco, Massimo guardava
il dottor commissario. Che a sua volta guardava Massimo. In silenzio, da circa trenta
secondi.
Pochi minuti prima, Massimo era arrivato in commissariato ed aveva detto a Fusco quello
che gli era venuto in mente quella mattina e la prova che aveva fatto fare a Carlo. Quindi,
aveva proposto a Fusco la sua spiegazione.
Adesso, aspettava.
Dopo qualche altro secondo, Fusco si alz dalla poltroncina a rotelle.
- un casino - disse. Lo so, pens Massimo.
- un casino per vari motivi - continu Fusco appoggiandosi con le natiche al davanzale. -
Motivo numero uno, perch se lei ha torto creiamo un incidente diplomatico senza
precedenti. E io mi fotto la carriera. Motivo numero due, perch ormai certo che questo
signore stato avvelenato qui, in Italia. E quindi, il caso nostro senza ombra di dubbio. E
io, al di l di quello che lei mi ha appena detto, non ho uno straccio di indizio.
Fusco si guard le dita, poi un le mani e cominci ad aprire e chiudere le punte delle dita
ritmicamente. Non sembrava troppo convinto.
- Senta, io non posso prometterle nulla. Possiamo provare. Anzi, dobbiamo provare. Ma
bisogna andare con i piedi di piombo. Una parola sbagliata e scoppia un casino inaudito.
L'interprete della polizia gi tornato a Firenze e non faccio in tempo a richiamarlo.
Perci, dobbiamo fare come l'altra volta. Per, bisogna che lei si renda conto che io posso
partire solo con domande generiche, e per poter fare delle domande pi specifiche
necessario un appiglio, un'incoerenza, qualcosa del genere. Lei traduca quello che dico io,
esattamente, senza aggiungerci una singola parola. Chiaro?
- Certo.
- Allora, va bene. E se scoppia un casino, amen. - Fusco prese l'interfono. - Galan? C'
bisogno di convocare una persona per degli accertamenti. Vuole per favore andare al
Santa Bona e gentilmente, mi raccomando gentilmente, pregare il dottor ShinIchi Kubo e il
dottor Koichi Kawaguchi di seguirla in commissariato? Grazie. Che altro c'? Eh. E io che
ci posso fare? Se la sbrighino i vigili. Ma nemmeno per idea. Galan, se un vecchietto si
incazza davanti alle poste perch se lo sono scordato l e tenta di aggredire un vigile che lo
vuole rabbonire non sono affari nostri. Adesso abbiamo da fare. Finch qualcuno non
spara a qualcun altro, non ce ne frega niente.
Seduto di fianco a Fusco, sulla stessa poltroncina (sulla stessa di prima, non sulla stessa di
Fusco), Massimo guardava in terra e aspettava il momento di cominciare. Kawaguchi e
Kubo erano arrivati da poco, con atteggiamenti diversi; Kawaguchi si era seduto
diligentemente a destra di Massimo e sembrava molto pi calmo della volta precedente.
Kubo, invece, aveva l'aspetto di uno che ha dormito poco e male, gli occhi gonfi di sonno e
i gesti nervosi e scoordinati. Non appena si fu seduto, Fusco attacc:
- Innanzitutto, mi scuso per averla convocata nuovamente, ma necessario che ci chiarisca
alcuni aspetti prima che lei parta.
Ascoltata la traduzione, Kubo annu.
- Come lei ricorder, sulla base di alcune testimonianze, le nostre indagini si erano
incentrate sul computer portatile del professor Asahara. Purtroppo, il contenuto del
portatile da noi esaminato, che risultato essere del professore, non si rivelato in linea
con le nostre aspettative. C' per un aspetto che ci sembrato degno di nota. Traduca, per
favore.
E' una parola. Massimo sfrond l'osservazione di Fusco dalle fitte ramificazioni
dell'italiano burocratico, e la rimodell in un accettabile inglese colloquiale. Dopodich,
udita la versione giapponese, Kubo annu per la seconda volta.
- L'aspetto in questione dato dal fatto che nel computer del professore stato reperito un
codice informatico. Questo codice - prosegu Fusco guardando Massimo con aria complice
- stato esaminato dai nostri esperti, i quali vi hanno ravvisato alcune peculiarit. In
pratica, hanno trovato che un codice cos programmato avrebbe potuto funzionare solo se
fatto girare su calcolatori dotati di un enorme ammontare di memoria Ram. Abbiamo
controllato, e abbiamo verificato che il calcolatore del professore non era dotato di un
quantitativo adeguato di memoria. A meno che, ovviamente, lo stesso computer non fosse
stato in qualche modo manomesso.
Massimo tradusse, e mentre Koichi traduceva a Massimo sembr che Kubo stesse
diventando lievemente pallido. Stavolta non fece un cenno, ma Fusco non ebbe bisogno di
incoraggiamenti.
- A questo punto, dottor Kubo - continu abbassando lo sguardo verso il piano della
scrivania - io devo chiederle se lei ha un computer portatile.
Fatta la traduzione, Kubo annu nuovamente e disse qualcosa.
- Dice che s, ha un computer portatile.
- Bene. Dottor Kubo, io le chiedo formalmente di poter esaminare il suo computer
portatile. In particolare, desidero verificare che le memorie Ram all'interno del suo
portatile non siano compatibili con quelle del portatile di propriet del defunto professor
Asahara, e non posseggano le caratteristiche richieste per far funzionare il codice in
questione.
Massimo tradusse, e trattenne il fiato. Erano al punto cruciale. Massimo non aveva idea di
come avrebbe potuto reagire Kubo. Se quello che Massimo aveva pensato era sbagliato,
probabilmente sarebbe scoppiato a ridere. Oppure li avrebbe guardati con educatissimo
stupore nipponico. O magari non lo sapremo mai, perch appena Koichi ebbe finito di
tradurre il dottor Kubo si alz in piedi, pallido come un cencio. Guard Fusco negli occhi,
e disse qualche parola con voce scandita.
Koichi tradusse, con voce sommessa. Massimo guard Koichi, che annu, e poi guard
Fusco. Parl con un tono che sperava neutro.
- Dice che vuole rendere una dichiarazione. - Fusco guard Massimo, e fece un cenno con
la mano.
Non ci fu bisogno di tradurre. Kubo incominci a parlare con voce decisa, con frasi brevi e
concise, al termine di ognuna delle quali guardava Koichi che, invece, teneva lo sguardo
fisso in terra. Alla fine, Koichi parl.
Mentre Koichi parlava, Massimo si sent prendere da due sentimenti contrastanti.
Da una parte, c'era un fremito d'orgoglio per aver visto giusto. Dall'altra, la
consapevolezza che la persona di fronte a lui, che aveva pi o meno la sua et e che non
sembrava per niente un criminale, stava confessando di aver commesso un omicidio. E a
incastrarlo era stato proprio Massimo. Era stato lui a prendere l'iniziativa, a parlare a
Fusco, a raccontargli quello che secondo lui era successo e a proporgli di interrogare
ShinIchi Kubo.
E invece di inorgoglirlo, questa cosa lo faceva stare male. Come se si fosse intromesso in
qualcosa che non lo riguardava, in uno scherzo destinato ad un estraneo, ed avesse preso
da parte la vittima spifferandogli tutto. Date le circostanze, e per scrollarsi di dosso
l'impressione di essere in qualche modo responsabile di tutto quel casino, anche Massimo
parl con linguaggio burocratico.
- Il dottor Kubo dichiara di aver dato al professor Asahara una dose elevata di una
benzodiazepina, e riconosce di averne in questo modo causato la morte. Sostiene che al
momento dell'atto ignorava che il professore soffrisse di miastenia, e che non intendeva in
nessun modo provocarne la morte. L'intenzione del dottor Kubo era di procurare un lieve
malore al professor Asahara, per poterne distogliere l'attenzione dal computer portatile in
suo possesso, e poter cos impossessarsi delle memorie. Le memorie del computer in
questione sono di tipo sperimentale, sono costruite con una tecnologia rivoluzionaria e
dispongono di oltre sessanta gigabyte di spazio per una. Queste memorie erano state
affidate al professor Asahara in quanto esperto di calcolo numerico direttamente dalla
ditta costruttrice, allo scopo di testare le loro prestazioni nei calcoli di simulazione
molecolare. Il dottor Kubo le ha sottratte allo scopo di consegnarle ad un tecnico di una
compagnia concorrente, il quale aveva promesso al dottor Kubo un posto di lavoro come
direttore del centro di calcolo della filiale di Tokyo se fosse riuscito a consegnargli le
memorie.

Epilogo
La mattina dopo, quando Massimo entr al bar, si trov di fronte una scena abbastanza
curiosa. In piedi dietro al bancone, con un catalogo di una mostra d'arte aperto davanti e le
cuffie del walkman nelle orecchie, Tiziana si stava ribaltando dalle risate, mentre i
vecchietti si guardavano compiaciuti. Non era difficile capire quello che stava succedendo;
semplicemente, i quattro stavano facendo rivivere a Tiziana quello che consideravano uno
dei loro scherzi pi riusciti. Ovvero, la finta audioguida del museo.
Questo marchingegno veniva organizzato regolarmente anni prima, nell'ambito delle
cosiddette gite delle pentole, quando la gita in questione prevedeva una visita ad un
museo. In primo luogo, ci si procurava un catalogo del museo da visitare; dopodich,
venivano scelti dei quadri particolarmente significativi che venivano commentati da Aldo
con la sua bella voce impostata su di una normale audiocassetta, che veniva poi copiata in
pi esemplari. Ognuno di questi esemplari veniva messo dentro un walkman, che i
vecchietti distribuivano ai partecipanti della gita facendo finta che fossero le audioguide
ufficiali del museo.
Ovviamente, i commenti contenuti nelle audiocassette non erano propriamente conformi
ai canoni della storia e della critica dell'arte. Massimo, per esempio, si ricordava per filo e
per segno il commento al quadro che Tiziana stava guardando, una tela di Rembrandt che
raffigurava una anziana signora in cuffietta e gorgiera dall'espressione particolarmente
grifagna, e che iniziava cos:
Rembrandt Harmenszoon van Rijn, Ritratto della mi' socera. In quest'opera, il maestro di
Leida ritrae con efficacia Edelfriede Van Gunsteren, madre della moglie Geltrude,
ricordata dai cronisti dell'epoca come una delle pi terrificanti rompicoglioni del Nord
Europa. La donna, una massaia di umili origini, campava alle spalle del genero
condividendone la casa, criticandone la vita e il lavoro dalla mattina alla sera, e lagnandosi
spesso a tavola, mentre si sceglieva i bocconi migliori, che la figlia non avesse sposato il
ricco mercante di tulipani Jacobsen. Dal canto suo, Rembrandt detestava la donna e, in
presenza di amici, si riferiva a lei chiamandola immancabilmente "avanzo di casino"; ma,
poich amava teneramente la moglie, fu costretto in sua presenza a trattarla con riguardo
e, quando la donna ne fece richiesta, a dipingerne il ritratto. I reali sentimenti di
Rembrandt emergono prepotenti dai colori che il maestro scelse per dipingere il vecchio
puttanone: si notino, in particolare, i chiaroscuri con cui Rembrandt ne mette in risalto la
pappagorgia e il viso avido e calcolatore, da tenutaria di bordello di quart'ordine al quale
il maestro le augurava spesso di fare ritorno.
Mentre Tiziana continuava a ridere, il quartetto lo salut con entusiasmo:
- Alla grazia di Miss Marple! - disse il Del Tacca alzandosi dalla seggiola, cosa che aveva
dell'eccezionale.
- Ben arrivato bimbo - disse Ampelio sorridendo. - Ti s'aspettava da un po'.
Me lo immagino per cosa mi aspettavate, pens Massimo. Il giornale era squadernato sul
tavolino, aperto con cura alle pagine di cronaca, nelle quali veniva descritto come il giorno
prima, nel corso di un accertamento, il dottor ShinIchi Kubo, di trentaquattro anni, avesse
confessato di essere il responsabile della morte del professor Asahara.
Ancora una volta, Massimo si trov a pensare che c'era qualcosa di innaturale nella
velocit con cui i risultati delle indagini, anche parziali, riuscivano a percorrere la distanza
tra il commissariato e la redazione del giornale. La conclusione che Massimo ne aveva
tratto era che il solerte agente Galan, con quell'aria da seminarista, usasse un po' troppo il
confessionale sbagliato.
Massimo, dal canto suo, non aveva per niente voglia di parlare di questa storia; il senso di
colpa del giorno prima gli aveva tenuto compagnia per tutta la notte, facendogli passare
una nottata orrenda, in cui aveva la sensazione di non aver mai chiuso occhio. Insensato,
lo so, ma intanto c', e mandarlo via sar un casino.
I vecchietti, invece, erano gi in postazione, brulicanti di curiosit. Mentre Massimo
andava dietro il bancone, fu Aldo a fare la prima domanda:
- Massimo, dovresti togliermi una curiosit.
- Come no. Vuoi sapere quando ci pagheranno il catering del congresso. Purtroppo non ho
ancora telefonato alla Ricciardi - disse Massimo.
- Ma chi se ne frega della Ricciardi - disse Aldo. - Io vorrei sapere se quello che c' scritto
sul giornale tutto vero.
- Di solito, no. Comunque, in questo caso, s. Quel tizio, ShinIchi Kubo, ha ammesso di
aver ucciso il suo capo. Involontariamente, a quanto pare. Praticamente, la sua intenzione
era quella di procurare un malore a questo tizio dandogli due o tre pastiglie di Tavor.
Purtroppo, non sapeva che il suo capo aveva questa malattia, la miastenia. Per cui
successo quello che successo.
- E questo c' scritto anche sul giornale - rispose Aldo. - Ma cosa voleva fare questo tizio di
preciso io non l'ho capito.
Massimo respir, reprimendo la tentazione di mandare Aldo a quel paese. Per un attimo,
pens a come poteva spiegare al manipolo di vecchietti che non voleva parlare di questa
storia, e che la cosa lo faceva stare male. D'altra parte, per, c'era anche l'orgoglio
personale, insomma; la consapevolezza di aver avuto una bella intuizione (e questo se lo
aspettava) e un certo grado di coraggio (e qui c'era da stupirsi). Dopo una breve battaglia,
il senso di colpa si ritir in un angolo e l'orgoglio prese la parola.
- Allora, partiamo dall'inizio. A cosa serve un computer? Nonno, la domanda retorica. Se
ti azzardi a interrompermi ti intossico il grappino.
Ampelio richiuse la bocca.
- Un computer serve a fare conti. E questo il suo scopo. Fare conti. Computer significa
calcolatore. Tutte le altre cose che si possono fare con il computer scrivere email, guardare
i film porno, andare su Internet per scaricare i film porno e cos via discendono da questa
sua capacit primaria. Detto questo, per, chiaro che lo scopo per cui esiste un oggetto
dato dal modo in cui lo usiamo. E un computer portatile essenzialmente un mezzo per
comunicare. Guardare su Internet, mostrare presentazioni, scrivere relazioni o romanzi, il
tutto mentre sei fuori di casa.
Massimo si sedette su una sedia, ma si alz quasi subito. Per fare quel genere di discorso,
aveva bisogno di muoversi. Camminare, gesticolare, fare qualsiasi cosa ma muoversi.
Intanto, Tiziana aveva chiuso il catalogo e si era tolta le cuffie dalle orecchie.
- Quando ho parlato con Fusco, due giorni fa, lo stesso Fusco mi ha detto che sul computer
non c'era nessuno dei programmi che servono a fare queste cose. E che, quindi, quel
computer era praticamente inutile. E, dal punto di vista usuale, aveva anche ragione. Ma
da un punto di vista generale, no. Il computer poteva essere usato per svolgere il suo ruolo
primario. Cio, fare conti.
I vecchietti annuirono.
- Allora, il portatile del professor Asahara serviva proprio a fare conti. E aveva una
particolarit: montava delle memorie Ram di nuovissima concezione. Queste memorie
hanno una capacit di un ordine di grandezza superiore a quelle di uso comune al
momento. Era a quelle che Asahara si riferiva, sicuramente, quando ha detto un po' a
battuta che nel suo computer c'era qualcosa che avrebbe distrutto Watanabe. Per certi tipi
di calcoli, come quelli che evidentemente fa Watanabe, queste memorie avrebbero un
impatto rivoluzionario. Fin qui tutto chiaro?
- No - disse Pilade. - Io 'un capisco perch queste memorie abbino tutta vest'importanza.
- una questione di tempo - spieg Massimo. - Questi calcoli di cui si parla possono
durare settimane, o anche mesi. Se tu riuscissi a fare lo stesso calcolo in un giorno, potresti
fare molte pi cose. Avresti un vantaggio. Per questo, molta gente fa ricerca per riuscire a
velocizzare questi calcoli. Ci sono due modi: il primo di rendere pi rapido l'algoritmo,
la procedura, con cui fai le cose. Il secondo tentare di costruire una macchina pi veloce.
Watanabe apparteneva alla prima scuola. Non sono un esperto, ma quello che ho capito
che queste memorie avrebbero velocizzato i calcoli a un punto tale da rendere il lavoro di
Watanabe praticamente inutile. Chiaro, adesso?
Le teste dei vecchietti ondeggiarono su e gi. Massimo, che aveva continuato a camminare
in giro per il bar, si ferm.
- Ad ogni modo, i computer c'entravano qualcosa, ma Watanabe non c'entrava niente. E
mentre tentavamo di capire che ruolo avessero i computer, abbiamo commesso un errore
madornale. Abbiamo dato per scontato qualcosa. Lo sapete che differenza c' tra un
letterato, un fisico e un matematico?
- Che i matematici quando raccontano le cose sono pallosi? - azzard Aldo.
- Anche i fisici. E anche parecchi letterati, se per quello. No, una vecchia barzelletta. Un
letterato, un fisico e un matematico stanno viaggiando in treno in Scozia, e ad un certo
punto vedono su un prato una pecora rossa. Il letterato la guarda e dice: Per.
Interessante. In Scozia le pecore sono rosse. Il fisico scuote la testa e risponde: No. In
Scozia esistono anche pecore rosse. Il matematico li guarda con commiserazione, e
conclude: Esiste almeno un prato, in Scozia, su cui esiste una pecora almeno un lato della
quale rosso. E una storiella, ma il concetto che dal punto di vista di un matematico
sbagliato dare per scontata una cosa che non si sa per certo solo perch sembra
perfettamente plausibile e in linea con quanto si sempre visto. Nella fattispecie, che le
pecore sono di colore uniforme. plausibile, non ne ho le prove ma la cosa pi
probabile, e quindi vero. Nella vita, questo ragionamento lo facciamo spesso. In
matematica, o in generale in un'indagine di qualsiasi tipo, questo ragionamento va evitato.
Massimo si ferm un attimo per prendere fiato. Madonna, in che condizioni. Mi viene il
fiatone a camminare dentro il bar. Da domani in piscina tutti i giorni, altro che storie. Ho
trentasette anni, ne dimostro quarantacinque e ci sono giorni in cui me ne sento ottantasei.
Fece un respiro, e continu:
- Noi, invece, abbiamo fatto esattamente questo errore. Abbiamo dato per scontato che la
cosa contenuta dentro il computer fosse qualcosa di scritto, un file, o altro, e non qualcosa
che stava fisicamente dentro il computer. E un po' come il gioco delle tre carte:
guardavamo nella direzione giusta, ma ci siamo concentrati sul particolare che davamo
per scontato che fosse importante, cio il contenuto di informazioni del computer, e invece
abbiamo trascurato il contesto. Quello che permetteva al tutto di funzionare. In questo
caso, il computer stesso.
Massimo si port in fondo al bar, davanti alla porta a vetri, e guardando fuori ripet:
- Il computer stesso, che per non funzionava. E quindi era realmente inservibile. Ma
perch non funzionava? E soprattutto, aveva mai funzionato? Qui, sono stato un demente.
Lo sapevo benissimo che, quando Asahara era arrivato in Italia, il computer funzionava
ancora. Lo sapevo perch, quando Carlo ha aperto il primo file, all'universit, ha letto a
voce alta quando era stato aperto e modificato l'ultima volta. Domenica 20 maggio alle
ventitr. Cio, quando Asahara era in camera sua, al Santa Bona, presumibilmente intento
a dare una ultima limatina alle sue amate poesie prima di andare a letto e addormentarsi
in posizione orizzontale, una volta tanto.
Massimo si volt, lev le mani di tasca e si incammin dietro al bancone.
- Insomma, abbiamo un computer che serve presumibilmente per fare conti, che funziona
di domenica notte e non funziona pi di marted mattina. Che cosa cambiato, da
domenica notte a marted mattina?
Una singola semplice cosa, che si pu smontare e rimontare con facilit. E cio, le
memorie.
Massimo usc da dietro al bancone e si port sul davanti, appoggiandosi con le mani allo
stesso, e continu:
- Praticamente, la ditta che ha sviluppato queste memorie le ha consegnate a Asahara
perch ne testasse le prestazioni su calcoli di dinamica molecolare. A questo serviva il
programma semplice, ma dai dimensionamenti di memoria enormi, che c'era sul portatile.
E se ci ripenso, anche qui sono stato un idiota a non capirlo subito. I programmi semplici
di solito si usano come test, per vedere se tutto funziona. Kubo era stato contattato da
un'altra compagnia, che voleva mettere le mani su queste memorie, per vedere se erano in
grado di carpirne la tecnologia. Per questo, gli hanno promesso che lo avrebbero assunto
con un posto da favola se gli avesse in qualche modo consegnato queste memorie.
- Boia, invece di dargli i quattrini, questo tizio l'han corrotto dicendogli che lo facevano
lavora'? - disse Ampelio. - Gente strana, i giapponesi.
- Dipende dai punti di vista. Ma lasciamo perdere. A questo punto, Kubo ha avuto l'idea
di dare a Asahara il Tavor per fargli avere un lieve malore. Niente di grave, un po' di
offuscamento dei sensi, quel tanto che basta a convincerlo ad andare a sdraiarsi, farsi
vedere da un dottore o comunque distrarlo per una mezz'oretta. Quando Asahara stato
portato al Pronto Soccorso, Kubo ne ha approfittato per mettere le mani sul computer.
Per, prendere tutto il computer era un rischio; fra l'altro, il giorno stesso c'era stato il
furto di un portatile, e Kubo non voleva farsi vedere a giro con un portatile non suo. Ma in
un computer, anche in un portatile, ci sono alcuni tipi di pezzi che si montano e smontano
molto facilmente. E le memorie sono fra questi. Per cui, Kubo ha avuto un'idea geniale: ha
preso le memorie dal computer di Asahara e le ha scambiate con quelle del proprio. In
questo modo, per, nessuno dei due computer poteva funzionare, perch montava un tipo
di memoria incompatibile con l'architettura della macchina.
Pausa. Massimo si and a versare un po' di t freddo dalla caraffa e ne bevve un sorso
frettoloso.
- E questa stata la cosa che lo ha fregato. L'altro giorno, quando sono andato all'internet
point, ho visto che Kubo stava usando uno dei computer. Ho capito che c'era qualcosa di
strano, perch sapevo che Kubo aveva un suo portatile. Lo aveva detto nel corso del primo
interrogatorio. E sapevo che al Santa Bona c' il collegamento Internet. Allora, se hai un
computer e il posto dove stai ha la rete, per quale motivo sei in un internet point a leggere
la posta? La risposta una sola: perch il tuo computer non funziona. E, caso strano, il
secondo computer che non funziona. Tutti e due i computer sono di due giapponesi, che
per giunta si conoscono. Il primo computer funzionava ancora, domenica, quando il suo
proprietario era sbarcato in Italia. E anche il secondo, per ammissione dello stesso
proprietario.
Pausa, altro sorsino.
- A questo punto, non avevo idea di cosa potesse voler dire, ma mi sembrava che come
coincidenza fosse un po' esagerata. Per cui, ho cominciato a pensare. E mi venuta in
mente una cosa. Mi venuto in mente che Kubo aveva detto di non aver mai visto il
computer di Asahara, mentre gli altri suoi collaboratori lo avevano riconosciuto. Un po'
improbabile, a pensarci dopo. Qui Kubo ha tentato il gioco delle tre carte: dicendo che
quello non era il computer di Asahara, e sapendo cosa c'era dentro, ha fatto in modo di
farci pensare che ci fosse un altro computer in giro. Fra l'altro, quando Snijders ha
telefonato alla segreteria per sapere su che computer Asahara aveva fatto la presentazione,
ci stato risposto che aveva usato un computer con Windows. Cio, un altro computer
rispetto a quello che avevamo trovato. Non ci venuto in mente che Asahara avesse
potuto far preparare la presentazione a Kubo, come fanno spesso i professori, sul portatile
Windows di Kubo stesso.
Pausa. Ripensando al fatto che si era bloccato in mezzo alla strada, mentre passavano le
macchine, Massimo ebbe una specie di brivido. Lo mise da parte e and avanti:
- Comunque, mentre pensavo, mi ha telefonato nonno, perch mi ero scordato di
accompagnarlo alle poste.
- Ti sei scordato anche varcos'artro, se per quello - mugugn Ampelio.
- Poi se ne parla. Mentre parlava al telefono, nonno ha detto la parola memoria. stato
quello che mi ha fatto pensare che il computer di Kubo potesse non funzionare perch
qualcuno gli aveva cambiato le memorie, e che in generale tutta la faccenda dei computer
potesse ruotare intorno alle memorie.
Pausa, per accertarsi che tutti stessero seguendo. Gli sembr di s, per cui and avanti.
- Inoltre, nel computer di Asahara c'era un programma semplice, e un programma
semplice di solito ha due scopi: pu essere usato a scopo didattico, vero, ma come dicevo
prima pu essere usato anche come test per verificare le performance di un computer.
Allora ho telefonato a Carlo, e gli ho chiesto di fare una prova. Quello che speravo era che
il programma non funzionasse, e che non funzionasse per un motivo preciso. Che mi
dicesse che cosa aveva di particolare il computer di Asahara per far funzionare quel
programma. Quando Carlo mi ha detto che il programma non funzionava perch
richiedeva troppa memoria, ho capito di aver ragione.
Pausa, sorso. E ora ci fumo anche una bella sigaretta. La prima della mattinata, tra l'altro.
Tanto ormai qui dentro ci fumano cani e porci, per una volta ci fumo anch'io. Massimo
prese l'accendino e dopo aver acceso continu:
- Cambiare una memoria semplicissimo, ci si mettono dieci secondi. Lo saprebbe fare
anche un bambino. A questo punto ho fatto una scommessa. Sono andato da Fusco, e gli
ho spiegato come era andata secondo me. Il resto lo sapete. Quando Fusco ha chiamato
Kubo, e gli ha fatto la domanda precisa sulle memorie, Kubo ha capito di aver perso, e si
arreso. Senza protestare, e senza drammi.
E la cosa mi ha impressionato, pens Massimo. Non avete idea di quanto.
Massimo aveva avuto un moto di ammirazione, inutile negarlo, di fronte a Kubo che,
vistosi con le spalle al muro, aveva obbedito al suo senso di disciplina e si era dichiarato
colpevole. Massimo, come tutti noi, viveva in un mondo che gi da tempo lo aveva
abituato alla autodifesa a priori da parte del colpevole, che immancabilmente si professava
innocente. Con ogni possibile strategia, dalla giustificazione dell'atto come non criminale
fino alla pi ostinata negazione dell'evidenza. Un comportamento del genere, una persona
che si arrende e prende su di s le sue responsabilit, anche quando sono andate ben al di
l delle sue intenzioni, non se lo aspettava. Aveva quasi la certezza che l'immagine di
Kubo, che mostrava pi sicurezza e pi dignit nella confessione che nell'attesa, non lo
avrebbe abbandonato per parecchio tempo.
- Comunque, questo quanto. Colpevole trovato, reo confesso, e festa finita. Adesso, di
questa storia non ne voglio pi sentir parlare.
- S, da domani - disse il Del Tacca guardando fuori dal bar. - Perch oggi mi sa che ti tocca
raccontarla di nvo.
Seguendo lo sguardo di Pilade, Massimo si volt. Fuori dalla porta a vetri, A. C. J. Snijders
aveva appena parcheggiato la bicicletta, e si dirigeva tranquillo e sorridente verso il bar.

Per finire
Questo libro sarebbe rimasto nel limbo se non fosse stato per l'aiuto di alcune persone.
Ringrazio Walter e Francesca Forli per la loro assistenza in campo medico (intesa come
consulenza teorica; Walter un neurochirurgo e, grazie a Dio, non ho ancora avuto
bisogno delle sue cure). Per lo stesso motivo, ringrazio Laura Caponi: ha perfezionato
quanto suggerito dai Forli e ha letto il manoscritto con una cura incredibile, emendandolo
da parecchi errori e suggerendo alcune migliorie.
Ringrazio Virgilio, Serena, Mimmo, Letizia, Christian, mio padre e mia madre e tutti quelli
che hanno letto questo libro quando ancora era un abbozzo.
Pi di tutti, ringrazio Samantha: in primo luogo, per avermi fornito lo spunto principale
della trama ed avermi aiutato a definirla. In secondo, per aver letto e riletto queste pagine
fino alla nausea, e averle parecchio migliorate. Infine, per avermi sopportato mentre lo
scrivevo; credo sia stato di gran lunga il compito pi faticoso.
Per finire, vorrei rendere merito a due persone che mi hanno fornito lo spunto iniziale per
due personaggi.
Ampelio un ritratto abbastanza fedele di mio nonno Varisello, che ha passato novantatr
anni a commentare tutto quello che non gli andava bene del mondo (non era poco). Infine,
nel 1992 ho conosciuto un barista che non digiuno di matematica, e che con Massimo ha
in comune il nome e un modo particolare di trattare il cliente; se andate a Pineta, e
prendete un caff in uno dei bar del centro, rischiate seriamente di incontrarlo.
Pisa, 9 aprile 2008

FINE