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Registro delle lezioni di Analisi Matematica (12 CFU)

Universit`a di Firenze - Facolt`


a di Ingegneria
Corso di Laurea in Ingegneria per lAmbiente, le Risorse ed il Territorio (IART)
Anno accademico 2008/2009 Prof. Massimo Furi

Testo di riferimento:
Bertsch - Dal Passo - Giacomelli, Analisi Matematica, McGraw-Hill.

Testi consigliati per esercizi:


Benevieri, Esercizi di Analisi Matematica 1, De Agostini Editore;
Adams, Calcolo Differenziale 1, Casa Editrice Ambrosiana;
Adams, Calcolo Differenziale 2, Casa Editrice Ambrosiana.

Testi consigliati per eventuali approfondimenti:


Giaquinta - Modica, Note di Analisi Matematica (funzioni di una variabile), Pitagora;
Bertsch - Dal Passo, Elementi di Analisi Matematica, Aracne;
Giaquinta - Modica, Note di Analisi Matematica (funzioni di pi`
u variabili), Pitagora;
Bramanti - Pagani - Salsa, Matematica (calcolo infinitesimale e algebra lineare),
Zanichelli.

Testo consigliato per le nozioni basilari (in caso di difficolt`a nel comprendere le spiegazioni):
Boieri - Chiti, Precorso di Matematica, Zanichelli.

Avvertenza. Sono riportati nei dettagli tutti gli argomenti svolti a lezione la cui impo-
stazione differisce in modo sostanziale da quella del testo di riferimento. Negli altri casi, il
pi`
u delle volte, ci limitiamo semplicemente ad elencare gli argomenti trattati in aula.

Avvertenza. Labbreviazione sd significa senza dimostrazione.

Avvertenza. Labbreviazione fac significa dimostrazione facoltativa (riservata agli stu-


denti pi`
u preparati).

Gli studenti sono invitati a segnalare eventuali errori riscontrati nel registro delle lezioni
scrivendo a massimo.furi@unifi.it e indicando il tipo di errore e il numero della lezione.
` sufficiente scrivere la formula (o frase) errata e il numero della lezione (non la pagina,
E
perche nel file sorgente, in LaTeX, non `e indicata). Ogni errore segnalato comporter`a un
bonus di un voto nel primo compito scritto, successivo alla segnalazione, che lo studente
consegner`a per la correzione (comunicare nome, cognome e numero di matricola).

Per un rapido riscontro con precedenti versioni del registro, le modifiche apportate alle
lezioni svolte da pi`
u di una settimana risulteranno colorate come segue:
- in blu se sono integrazioni di testo;
- in rosso se sono correzioni di errori o modifiche del testo preesistente.

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Prima parte: Analisi Matematica I

1 - Mercoled` 24/09/08 (per maggiori dettagli consultare il testo di riferimento)


Richiami sul concetto di insieme. Elementi di un insieme. Sottoinsiemi di un insieme. In-
sieme vuoto. Unione e intersezione di due insiemi. Complementare di un insieme (rispetto
ad un universo assegnato). Differenza tra due insiemi. Leggi di De Morgan.

2 - Mercoled` 24/09/08 (per maggiori dettagli consultare il testo di riferimento)


Richiami sullinsieme R dei numeri reali e sui seguenti suoi sottoinsiemi: dei numeri naturali
(N), degli interi (Z) e dei razionali (Q).

Esercizio. Provare che la somma di due numeri razionali `e un numero razionale.

Esercizio. Dedurre dallesercizio precedente che la somma di un razionale e di un irrazio-


nale `e un irrazionale. Mostrare con un esempio che la somma di due irrazionali pu`o essere
razionale.

Esercizio. Sia a un numero reale non negativo. Supponiamo che per ogni > 0 si abbia
a . Provare che a = 0.

Esercizio. Provare che il quadrato di un numero (naturale) dispari `e dispari. Pertanto,


se il quadrato di un numero `e pari, tale numero `e necessariamente pari.

Esercizio. Consideriamo la seguente propriet`a dellordinamento dei numeri reali:


P) dati due numeri reali a e b, se a b e c 0, allora ac bc.
Dimostrare, a partire dalla propriet`a P, il seguente risultato: dati due numeri positivi a e
b, risulta a b se e soltanto se a b2 .
2

Teorema. Nellinsieme Q dei razionali non esiste un numero x tale che x2 = 2.


Dimostrazione. Supponiamo per assurdo che esista un numero razionale p/q (con p, q N)
tale che (p/q)2 = 2. Ovviamente si pu`o supporre che la frazione p/q sia irriducibile (cio`e che
il numeratore e il denominatore non abbiano fattori a comune). Dalla suddetta uguaglianza
si ottiene p2 = 2q 2 . Quindi p2 `e pari e, di conseguenza, lo `e anche p. Dunque esiste un
numero naturale k tale che p = 2k, e da ci`o, tenendo conto che p2 = 2q 2 , si deduce 2k 2 = q 2 .
Pertanto anche q `e pari, in contrasto con laver supposto p/q irriducibile. La contraddizione
prova che p/q non pu` o essere un numero razionale.

In seguito proveremo che, dato un numero naturale n ed assegnato un numero reale non
negativo a, esiste ununica soluzione non negativa dellequazione xn = a. Tale soluzione

si chiama radice n-esima aritmetica di a e si denota col simbolo n a (se n = 2 si scrive

a). Se n `e pari e a > 0, allora lequazione xn = a ha due soluzioni, entrambe dette


radici n-esime di a. Ciascuna delle due radici `e opposta dellaltra, ma soltanto quella

positiva si chiama radice aritmetica, ed `e quella denotata n a (laltra `e n a). Se n `e
dispari, allora, qualunque sia il numero a, lequazione xn = a ha ununica soluzione (in

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campo reale), denotata n a anche quando a < 0 (tale notazione, data lunicit`a della radice
reale del polinomio xn = a, non d` a luogo a equivoci). Vedremo in seguito che (per evitare
pedanti distinguo) `e conveniente definire le potenze ad esponente reale soltanto quando la

base `e positiva (a meno che lesponente non sia un intero). Pertanto n a coincide con a1/n

soltanto per a > 0 (se a < 0 ed n `e dispari si ha n a = |a|1/n ).

Consideriamo la proposizione: se domani piover` a allora uscir`


o con lombrello. La propo-
sizione ha unipotesi, domani piover`a, e una tesi, uscir`o con lombrello. Chiamiamo
A lipotesi e B la tesi. La proposizione `e scritta in simboli matematici come A B.
Lindomani si possono verificare i casi seguenti:
piove ed esco con lombrello;
piove ed esco senza lombrello;
non piove ed esco con lombrello;
non piove ed esco senza lombrello.
La proposizione impone a B di essere verificata se si verifica A. Se invece A non si verifica
allora ogni obbligo su B `e sciolto. In altre parole dei quattro casi precedenti solo il secondo
a della proposizione A B. Se lindomani non piove, lipotesi non `e
provoca la falsit`
soddisfatta e non c`e alcun vincolo sulla tesi, cio`e posso uscire con o senza lombrello, a
piacere. Secondo il senso comune diremmo che anche il terzo caso `e in contrasto con la
proposizione. In realt`a, per quanto detto prima, `e invece in accordo.
La proposizione che `e vera quando sono soddisfatti il primo e il quarto dei precedenti casi
`e: se e soltanto se domani piover`a allora uscir`o con lombrello. Essa `e un modo sintetico
di scrivere lunione delle due proposizioni: se domani piover` a allora uscir`
o con lombrello
e uscir`
o con lombrello solo se domani piover` a. In simboli si scrive A B.

Vari modi equivalenti per enunciare un teorema nella forma A B:


A implica B;
se A allora B;
B se A;
da A segue B;
A solo se B.

Ricordiamo che in un teorema nella forma A B, la proposizione A si chiama ipotesi e la


B si dice tesi. Il teorema afferma che un solo fatto non si pu`o verificare: che sia falsa B e
vera A. In simboli logici afferma che `e vera la proposizione (A B) oppure, per le leggi
di De Morgan, che `e vera (A) B; da cui si evince che quando A `e falsa, A B `e vera.

Definizione (di intervallo). Un intervallo `e un sottoinsieme di R con la propriet`a che se


ci stanno due punti, ci stanno anche tutti i punti intermedi. In altre parole, J R `e un
intervallo se `e vera la seguente proposizione: (x1 , x2 J) (x1 < c < x2 ) = c J.

Esercizio. Provare che se un intervallo contiene due punti (distinti), allora ne contiene
infiniti.

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Esercizio. Mostrare che, in base alla suddetta definizione, linsieme vuoto e i singoletti
(cio`e i sottoinsiemi di R costituiti da un sol punto) sono intervalli.
Suggerimento. Ricordarsi che una proposizione del tipo A = B `e falsa solo in un caso:
quando A `e vera e B `e falsa.

Esercizio. Provare che (in base alla suddetta definizione) i seguenti sottoinsiemi di R sono
intervalli (a e b sono due numeri reali assegnati):

(a, b) := x R : a < x < b ;

[a, b] := x R : a x b ;

(a, b] := x R : a < x b ;

(, a] := x R : x a ;

(a, +) := x R : a < x .

Esercizio. Mostrare che R\{0} non `e un intervallo.

Ogni intervallo pu` o essere rappresentato in uno dei seguenti modi: , {a}, (a, b), (a, b],
[a, b), [a, b], (a, +), [a, +), (, a), (, a], R. Gli intervalli (a, +) e [a, +) si
dicono semirette destre (di estremo a), mentre (, a) e (, a] sono semirette sinistre.

Un intervallo costituito da infiniti punti si dice non banale, mentre linsieme vuoto e i
singoletti (delluniverso R) sono intervalli banali.

Ogni sottoinsieme di R pu` o possedere alcune propriet`a che verranno introdotte pi` u avanti.
Come vedremo, pu` o essere (o non essere) chiuso, aperto, limitato superiormente, limitato
inferiormente, limitato. Per ora ci limitiamo ad affermare, come se fosse una definizione,
che gli intervalli , {a}, (a, b), (a, b], [a, b) e [a, b] sono limitati, mentre (a, +), [a, +),
(, a), (, a] e R non lo sono; che (a, b), (, a) e (a, +) sono aperti, e che {a},
[a, b], (, a] e [a, +) sono chiusi; mentre lintervallo (a, b] non `e ne aperto ne chiuso (si
dice che `e aperto a sinistra e chiuso a destra, ma `e unaffermazione che ha senso solo per
gli intervalli e non per gli arbitrari sottoinsiemi di R).

Esercizio. Provare che lintersezione di due intervalli `e un intervallo (eventualmente vuoto


o costituito da un sol punto).

Esercizio. Mostrare con un esempio che lunione di due intervalli pu`o non essere un
intervallo.

Esercizio. Provare che se due intervalli hanno intersezione non vuota, allora la loro unione
`e un intervallo.

3 - Mercoled` 24/09/08
Definizione (di maggiorante e di minorante). Sia X un sottoinsieme di R. Un numero
reale b si dice un maggiorante (o una limitazione superiore) per X se x b per ogni x X.
Analogamente, a `e un minorante (per X) se a x, x X.

Ad esempio, i numeri 5, 6, 4 e 1+ sono dei maggioranti per linsieme X = [1, 0) (2, 4),

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mentre non lo sono 0, 3 e 1. Il numero 1 `e un minorante per X ma non lo sono 0, 3, 5,


6, 4 e 1+.

Definizione (di insieme limitato). Un insieme X R si dice limitato superiormente


se ammette un maggiorante. Analogamente X `e limitato inferiormente se ammette un
minorante. Se X `e limitato sia superiormente sia inferiormente, allora si dice che `e limitato,
e in tal caso esistono due numeri a e b tali che a x b, x X (n.b. ci`o non implica
che X sia un intervallo).

Per esempio, linsieme X = [1, 0) (2, 4) `e limitato sia superiormente sia inferiormente,
e quindi `e limitato (si osservi che ogni x X verifica la condizione 1 x 4, ma X
non `e un intervallo). Il sottoinsieme N di R `e limitato inferiormente ma non superior-
mente, e quindi non `e limitato. Il sottoinsieme Z di R non `e limitato ne inferiormente ne
superiormente, e quindi . . . (completare il discorso)

Si osservi che se b `e un maggiorante per X, allora lo `e anche ogni c > b. Perci`o i maggioranti
di un insieme, se esistono, sono infiniti.

Esercizio. Provare che se un insieme non vuoto ammette un maggiorante, allora linsieme
dei suoi maggioranti `e una semiretta destra (vedremo che tale semiretta `e sempre chiusa).

Esercizio. Provare che un sottoinsieme X di R `e limitato se e solo se esiste un numero c


tale che |x| c, x X.

Il massimo di un sottoinsieme X di R `e, per definizione, un elemento di X maggiore


o uguale ad ogni altro elemento di X. In altre parole, quando esiste, il massimo `e un
maggiorante appartenente allinsieme (se ne provi lunicit`a). In modo analogo si definisce
il concetto di minimo.

4 - Venerd` 26/09/08
Si osservi che non tutti gli insiemi limitati superiormente ammettono massimo (si pensi ad
un intervallo aperto). Ci`o giustifica lintroduzione di un concetto sostitutivo: la nozione di
estremo superiore.

Definizione (di estremo superiore e di estremo inferiore). Sia X un sottoinsieme di R. Se


X `e limitato superiormente, il suo estremo superiore `e il minimo dei maggioranti di X e
si denota col simbolo supX. Analogamente, se X `e limitato inferiormente, il suo estremo
inferiore (inf X) `e il massimo dei minoranti di X. Si scrive inoltre supX = + se X non
`e limitato superiormente e inf X = se non `e limitato inferiormente. E ` conveniente
infine porre inf = + e sup = (linsieme vuoto `e lunico sottoinsieme X di R per
cui non vale la relazione inf X supX).

Esercizio. Mostrare che il massimo di un insieme, quando esiste, coincide con lestre-
mo superiore. Provare inoltre che lestremo superiore di un insieme, quando appartiene
allinsieme, coincide col massimo.

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Teoremasd (Propriet` a di Dedekind, o di completezza, dei numeri reali). Ogni sottoin-


sieme di R limitato superiormente (risp. inferiormente) ammette estremo superiore (risp.
inferiore).

In altre parole, se `e vero, come si `e visto, che non tutti gli insiemi limitati inferiormente
ammettono minimo, `e invece vero che ammette sempre minimo la semiretta dei maggioranti
di un qualsiasi insieme limitato superiormente.
` noto che linsieme Q dei razionali non gode della propriet`a di Dedekind. Ad esempio, si
E
potrebbe provare (ma non lo facciamo) che, nelluniverso dei razionali, linsieme

C = x Q : (x > 0) (x2 < 2)




dei numeri razionali positivi il cui quadrato `e minore di 2 non ammette estremo superiore.

Esercizio. Provare che linsieme C sopra definito ammette estremo inferiore sia nelluni-
verso dei razionali sia in quello dei reali.

Eserciziofac . Provare che il numero 3/2 `e un maggiorante per linsieme C precedentemente


definito. Pertanto, per la propriet`
a di Dedekind, nelluniverso R esiste il numero supC. Si

potrebbe provare (ma non lo facciamo) che (supC)2 = 2, cio`e supC = 2.
Suggerimento Supporre (per assurdo) che 3/2 non sia un maggiorante per C (negando la
proposizione ogni x C `e tale che x 3/2) e usare il fatto che se due numeri a e b
verificano la condizione 0 < a < b allora risulta a2 < b2 .

Esercizio. Dallesercizio precedente dedurre che 2 1, 5.

Esercizio. Provare che il numero 1, 4 appartiene allinsieme C sopra definito. Dedurre da



ci`o che 1, 4 2.

Esercizio. Provare che se A B allora supA supB. Osservare inoltre che, in virt`
u
della convenzione sup = , tale relazione `e verificata anche quando A = .

Dalla Propriet`a di Dedekind `e possibile dedurre la seguente Propriet` a di Archimede


dei numeri reali: il sottoinsieme N di R non `e limitato superiormente. Si osservi che ci`o
equivale ad affermare che per ogni a R esiste un n N tale che n > a (significa che ogni
a R non `e un maggiorante per N, e ci`o non `e altro che la negazione della proposizione
esiste un maggiorante per N).

Esercizio. Si consideri linsieme X = {1/n : n N} e si dimostri, usando le definizioni di


estremo inferiore e di estremo superiore, che inf X = 0 e supX = 1.
Suggerimento (per lestremo inferiore). Si usi la Propriet`a di Archimede per mostrare che
X non ammette minoranti positivi.

Esercizio. Determinare gli estremi superiore e inferiore dei seguenti insiemi (stabilire
anche se ammettono
 massimo e minimo):
S  n n
1) n+2 , n+1 ;
n1

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1 1
S 
2) 2n ,1 n .
n2

5 - Venerd` 26/09/08
Richiami sulle potenze ad esponente intero (la base `e arbitraria, tranne il caso 00 , che non
conviene definire). Richiami sulle potenze ad esponente reale (la base `e positiva).

Le tre propriet` a fondamentali delle potenze (ad esponente reale):


1) ax ay = ax+y ;
2) (ax )y = axy ;
3) ax bx = (ab)x .

Esercizio. Dedurre, dalle tre propriet`a fondamentali delle potenze, le seguenti ulteriori
propriet`a:
4) ax /ay = axy ;
5) (a/b)x = ax /bx .

Il segno di un numero reale x `e cos` definito:



1 se x > 0

sign x = 0 se x = 0

1 se x < 0

Ricordiamo che il valore assoluto di un numero reale `e cos` definito:


(
x se x 0
|x| =
x se x < 0

Tre definizioni
alternative di valore assoluto:
2
|x| = x , |x| = (sign x) x, |x| = max{x, x}.

Talvolta per indicare il valore assoluto di un numero x si usa la notazione abs x.

Esercizio. Provare le seguenti propriet`


a fondamentali del valore assoluto:
|ab| = |a||b|;
|a + b| |a| + |b|.

Esercizio. Provare che |x| < c se e solo se c < x < c (e, analogamente, |x| c se e solo
se c x c).

Esercizio. Sia x0 un punto di R. Dedurre dallesercizio precedente che |x x0 | < c se e


solo se x0 c < x < x0 + c.

Ulteriore propriet` a del valore assoluto (deducibilefac dalle propriet`a fondamentali):


| |a| |b| | |a b|.

Definizione (di distanza). Dati due punti a, b R, il numero non negativo |b a| si


chiama distanza tra a e b.

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Definizione (di intorno). Dato un punto x0 R ed assegnato un numero r > 0, lintorno


di x0 di raggio r `e linsieme

I(x0 , r) = x R : |x x0 | < r

costituito dai punti x che distano da x0 meno di r. Pertanto, I(x0 , r) coincide con
lintervallo aperto (x0 r, x0 + r) di centro x0 e ampiezza 2r.

6 - Mercoled` 01/10/08
Dal punto di vista informale, una funzione (o applicazione) f da un insieme X in un
insieme Y (si scrive f : X Y ) `e una legge che ad ogni elemento x X fa corrispondere
un unico elemento y Y , detto immagine di x e denotato col simbolo f (x). Gli insiemi X
e Y si chiamano, rispettivamente, dominio e codominio di f (questultimo non va confuso
con limmagine di f , che definiremo pi` u avanti). La relazione y = f (x) che lega ogni
elemento del dominio col corrispondente elemento del codominio si chiama equazione del
grafico di f . La lettera che si usa per rappresentare un generico elemento del dominio si
chiama variabile indipendente mentre quella che rappresenta gli elementi del codominio `e
detta variabile dipendente. E ` di uso frequente denotare con x la prima e con y la seconda
ma, ovviamente, si possono usare altre lettere. Limportante, quando `e data lequazione
del grafico, `e che risulti chiaro (almeno dal contesto) quale delle lettere rappresenta gli
elementi del dominio e quale gli elementi del codominio.

Un esempio di funzione `e la legge che ad ogni studente dellaula associa la prima lettera
del suo cognome. Il dominio, in questo caso, `e linsieme degli studenti presenti in aula.
Riguardo alla scelta del codominio, `e prudente considerare linsieme di tutte le lettere
dellalfabeto. Limmagine della funzione, come vedremo, `e linsieme costituito dalle lettere
che corrispondono ad almeno uno studente presente in aula (`e molto probabile che sia un
sottoinsieme proprio del codominio, e in tal caso diremo che la funzione non `e suriettiva).

Definizione (di restrizione di una funzione). La restrizione di una funzione f : X Y ad


un sottoinsieme A di X (denotata f |A : A Y ) `e definita dalla stessa legge che rappresenta
la funzione f , ma considerata da A in Y ; ossia valida soltanto per gli elementi di A.

Per indicare che f associa ad un generico elemento x X lelemento f (x) Y , talvolta si


usa la notazione f : x 7 f (x). Ad esempio, la funzione f : R R definita da f (x) = x2 si
denota anche f : x 7 x2 .

Definizione (di funzione iniettiva). Una funzione f : X Y si dice iniettiva (o 1 1) se


per ogni y Y esiste al pi` u un x X tale che f (x) = y o, equivalentemente, se per ogni
x1 , x2 X tali che x1 6= x2 risulta f (x1 ) 6= f (x2 ).

Ad esempio, la funzione che ad ogni studente presente in aula associa il suo codice fiscale `e
ovviamente iniettiva, mentre non lo `e quella che ad ogni studente in aula fa corrispondere
liniziale del suo cognome (possiamo affermarlo con certezza, dato che gli studenti presenti
sono pi` u di 26).

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Definizione (di immagine). Data una funzione f : X Y e dato un sottoinsieme A di X,


limmagine di A (tramite f ) `e il sottoinsieme f (A) del codominio Y di f costituito dagli
elementi y che sono immagine di almeno un x A. In simboli:
n o
f (A) = y Y : y = f (x) per almeno un x A ,

oppure n o
f (A) = y Y : x A tale che y = f (x) .

Limmagine f (X) di tutto il dominio si chiama anche immagine di f e si denota col simbolo
Imf (oltre che con f (X)).

Esercizio. Stabilire (in base alla suddetta definizione) se i numeri y = 3, y = 0 e y = 2


appartengono allimmagine della seguente funzione (reale di variabile reale):
1
f (x) = .
x+1
Esercizio. Determinare limmagine di
1
f (x) = ,
x+1
usando esclusivamente la definizione di immagine.

Esercizio. Determiniamo limmagine della funzione (reale di variabile reale)


1
f (x) = ,
x2 + 1
usando esclusivamente la definizione di immagine.
Svolgimento. In base alla definizione di immagine dobbiamo determinare i numeri y R
per i quali lequazione f (x) = y ammette almeno una soluzione (x `e lincognita e y `e
un dato del problema). Si pu` o supporre y 6= 0 perche f (x) 6= 0, x R (volendo si
potrebbero considerare solo gli y > 0 ma, come vedremo, non occorre). Consideriamo
quindi lequazione
1
2
= y,
x +1
con y R\{0}. Avendo supposto y 6= 0, tale equazione ammette soluzione (in campo
reale) se e solo se esiste x R tale che
1
x2 = 1,
y
cio`e se e solo se
1
1 0.
y
` noto, infatti, fino dalle scuole superiori, che, fissato un numero c R, lequazione x2 = c
E
non ammette soluzioni se c < 0, ne ammette una sola (quale?) se c = 0 e ne ammette due

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(una negativa e una positiva) se c > 0 (vedremo in seguito come provare tali affermazioni).
Ovviamente la precedente disequazione non `e verificata se y < 0, non ha senso se y = 0,
mentre, quando y > 0 `e verificata se e solo se y 1. Pertanto Imf = (0, 1].

Esercizio. Determinare limmagine della funzione (reale di variabile reale)


1
f (x) = ,
x2 1
usando esclusivamente la definizione di immagine.

7 - Mercoled` 01/10/08
Definizione (di retroimmagine). Data una funzione f : X Y e dato un sottoinsieme B
del suo codominio Y , la retroimmagine (o controimmagine o immagine inversa o preim-
magine.) di B (tramite f ) `e il sottoinsieme f 1 (B) di X costituito dagli elementi la cui
immagine sta in B. In simboli:
n o
f 1 (B) = x X : f (x) B .

Analogamente, fissato un elemento y Y , si pone


n o
f 1 (y) = x X : f (x) = y .

Ad esempio, per f : R R definita da f (x) = x2 risulta f 1 (4) = {2, 2}, f 1 (4) = ,


f 1 ([1, 4]) = [2, 2] e f 1 ((1, 4]) = [2, 1) (1, 2].

Definizione (di funzione suriettiva). Una funzione f : X Y si dice suriettiva se per ogni
y Y esiste almeno un x X tale che f (x) = y; ossia, se Imf = Y .

Ad esempio, la funzione f : R R definita da f (x) = 3x + 2 `e suriettiva perche, dato un


qualunque numero reale y, esiste un x tale che y = 3x + 2. In questo caso x `e addirittura
unico ed `e il numero (y 2)/3 (quindi f `e anche iniettiva). Vedremo in seguito che (come
conseguenza del teorema dei valori intermedi) anche la funzione f (x) = x3 x `e suriettiva,
ma non iniettiva perche lequazione x3 x = 0 ammette pi` u di una soluzione (verificarlo
per esercizio).

Definizione (di funzione biiettiva). Una funzione f : X Y si dice biiettiva (o corrispon-


denza biunivoca) se `e sia iniettiva sia suriettiva.

Definizione (di funzione inversa). Data una funzione iniettiva f : X Y , la sua funzione
inversa, denotata f 1 , `e quella legge che ad ogni y dellimmagine Imf di f associa lunico
elemento x X tale che f (x) = y (in questo caso la lettera y rappresenta la variabile
indipendente e la x `e la variabile dipendente).
` bene precisare che in alcuni testi di Analisi Matematica vengono dette invertibili soltanto
E
le funzioni biiettive (cio`e iniettive e suriettive). Noi preferiamo chiamare invertibili tutte
le funzioni iniettive (senza richiedere la suriettivit`a). In tal caso il dominio della funzione
inversa coincide con limmagine della funzione che si inverte.

25/04/09 10
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Osservazione. Limmagine (risp. il dominio) di una funzione inversa coincide col dominio
(risp. limmagine) della funzione che viene invertita.
` immediato verificare che se f : X Y `e iniettiva, allora
E

f 1 (f (x)) = x, x X, e f (f 1 (y)) = y, y Imf.

8 - Mercoled` 01/10/08
Il prodotto cartesiano di due insiemi X e Y `e linsieme, denotato col simbolo X Y ,
costituito dalle coppie ordinate (x, y) con x X e y Y . Il prodotto X X si denota
anche X 2 . Analogamente, X 3 `e linsieme delle terne ordinate degli elementi di X. Pi`
u in
n
generale, dato n N, X rappresenta linsieme delle n-ple ordinate di numeri reali.

Il grafico di una funzione f : X Y `e il sottoinsieme del prodotto cartesiano X Y


costituito dalle coppie (x, y) che verificano la relazione y = f (x) che, come abbiamo visto,
`e detta equazione del grafico di f .

Fino ad ora ci siamo accontentati soltanto della nozione intuitiva di funzione, senza preci-
sare il significato dellespressione legge che ad ogni elemento del dominio associa un unico
elemento del codominio. La definizione che segue introduce il concetto di funzione in
modo rigoroso (la riportiamo soltanto per le esigenze degli studenti desiderosi di una pi` u
profonda comprensione dei concetti astratti).

Definizione formale di funzione. Una funzione (o applicazione) `e una terna (ordinata)


f = (X, Y, G), dove X `e un insieme, detto dominio, Y `e un insieme, chiamato codominio,
e G, il cosiddetto grafico di f , `e un sottoinsieme del prodotto cartesiano X Y che gode
della seguente propriet`a: per ogni x X esiste un unico y Y per il quale si ha (x, y) G;
tale elemento, univocamente associato ad x, si chiama immagine di x e si denota con f (x).

Una funzione si dice reale quando il suo codominio `e un sottoinsieme di R (indipendente-


mente dal dominio, che pu` o essere un qualunque insieme), si dice di variabile reale quando
il suo dominio `e un sottoinsieme dei reali. Pertanto, una funzione reale di variabile reale
ha sia dominio che codominio nei reali.

Convenzione. Per semplicit` a, a meno che non venga diversamente specificato, suppor-
remo sempre che il codominio di ogni funzione reale sia tutto R. Ci`o ci permetter`a di
combinare tra loro le funzioni reali, mediante operazioni di somma, prodotto, quoziente e
composizione, concentrando la nostra attenzione esclusivamente sulla eventuale determina-
zione del dominio delle funzioni cos` ottenute (chiamato anche campo di esistenza), senza
lobbligo di calcolarne il codominio.

Un modo diretto per rappresentare una funzione reale di variabile reale f `e quello di
scriverne lequazione del grafico. Tale equazione, infatti, individua univocamente il terzo
insieme della terna f = (dominio, codominio, grafico), e una volta noto il grafico G di f
(che in questo caso `e un sottoinsieme di R2 ), il dominio non `e altro che linsieme degli x R

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per cui la retta parallela allasse y e passante per il punto (x, 0) interseca G (ovviamente
in un sol punto, altrimenti G non sarebbe un grafico). Il codominio di f , per convenzione,
`e tutto R (a meno che non venga diversamente specificato). Ad esempio, invece di scrivere
Consideriamo la funzione da R\{0} in R definita da x 7 1/x oppure Consideriamo
la funzione f : R\{0} R definita da f (x) = 1/x, si pu`o pi` u semplicemente scrivere
Consideriamo la funzione y = 1/x. In questo caso si sottintende che il dominio `e linsieme
dei numeri x per cui ha senso (nei reali) il rapporto 1/x (cio`e R\{0}) e il codominio (per
tacita e prudente convenzione) `e tutto R.

Esercizio. Mostrare che linsieme


n o
(x, y) R2 : x2 + y 2 = 1

non `e un grafico, mentre lo `e


n o
(x, y) R2 : x2 + y 2 = 1, y 0 .

Esercizio. Scrivere in forma esplicita la funzione il cui grafico `e dato da


n o
(x, y) R2 : x2 + 4y 2 x = 4, y 0

e determinarne il dominio.

9 - Venerd` 03/10/08
Consideriamo f : R R, f (x) = x2 . Limmagine `e lintervallo [0, +). Se prendiamo due
numeri opposti, osserviamo che f (a) = f (a) = a2 . Il fatto che, data una funzione, due o
pi`
u elementi (eventualmente tutti) abbiano la stessa immagine `e una possibile caratteristica
della funzione in esame e non `e in contrasto con la definizione.

Consideriamo f : [0, 1] R, f (x) = x2 . Il dominio e limmagine di questa funzione so-


no diversi rispetto a quelli dellesempio precedente. Quando due funzioni hanno domini
diversi, anche se hanno la stessa legge, sono da considerarsi due funzioni diverse.
(
1/x se x 6= 0
Consideriamo f : R R, f (x) =
0 se x = 0.
La funzione assume valore 1/x se e solo se x 6= 0. Non si commetta quindi lerrore di dire
che la f non `e definita in x = 0 perche si annulla il denominatore. La precedente funzione
`e ben diversa da g(x) = 1/x, definita in (, 0) (0, +).

I concetti di minorante, maggiorante, limitato inferiormente, limitato superiormente, limi-


tato, estremo inferiore ed estremo superiore (precedentemente definiti per i sottoinsiemi
di R) si estendono alle funzioni reali riferendosi allimmagine. Ad esempio, diremo che
una funzione f : A R `e limitata se `e limitata la sua immagine Imf . Diremo che un
numero b `e un maggiorante per f se lo `e per Imf ; vale a dire se f (x) b per ogni x A.

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Analogamente, gli estremi inferiore e superiore di f , denotati rispettivamente con

inf f (x) e sup f (x)


xA xA

o, pi`
u semplicemente, con inf f e supf , coincidono, per definizione, con gli estremi della
sua immagine. Se B `e un sottoinsieme del dominio A di f : A R,

inf f (x) e sup f (x),


xB xB

denotano, rispettivamente, lestremo inferiore e lestremo superiore della restrizione f |B


di f a B. Ovviamente, ricordando la nozione di immagine di un insieme, tali estremi si
possono denotare anche inf f (B) e supf (B).

Esercizio. Mostrare che f : A R `e limitata se e solo se esiste una costante c 0 per la


quale si ha |f (x)| c, x A.

Definizione (di funzione composta). Siano f : X Y e g : Y Z due applicazioni tra


insiemi. La composizione di f con g, denotata gf , `e quellapplicazione da X in Z (detta
anche funzione composta) che ad ogni x X associa lelemento g(f (x)) di Z.

Ad esempio se f : R R `e la funzione che ad ogni x associa x3 e g : R R `e definita da


g(y) = 1/(2 + y 2 ), allora (gf )(x) = 1/(2 + x6 ).

Notazione. Da ora in avanti il dominio di una funzione f verr`a denotato col simbolo D(f ).

In realt`a per definire la composizione g f di due funzioni f e g, non c`e bisogno che il
dominio di g coincida col codominio di f : la g pu`o essere definita anche in un sottoinsieme
del codominio di f . In tal caso il dominio della composizione gf `e dato da tutti gli x per
cui ha senso scrivere g(f (x)), ovvero dagli x D(f ) tali che f (x) D(g). In simboli:
n o
D(gf ) = f 1 (D(g)) = x D(f ) : f (x) D(g) .

Ad esempio se f e g sono due funzioni (reali di variabile reale) definite, rispettivamente,



da f (x) = x e g(y) = 1/(2 y), allora il dominio di gf `e [0, 4) (4, +).

Una funzione f (reale di variabile reale) si dice crescente se da x1 , x2 D(f ) e x1 < x2


segue f (x1 ) f (x2 ); si dice strettamente crescente se da x1 , x2 D(f ) e x1 < x2 segue
f (x1 ) < f (x2 ). Analogamente, f `e decrescente se f (x1 ) f (x2 ) per ogni x1 , x2 D(f )
tali che x1 < x2 , ed `e strettamente decrescente se . . . (completare il discorso). Si dice che f
`e monotona (laccento tonico cade sulla penultima sillaba) se `e crescente o decrescente, e
che `e strettamente monotona se `e strettamente crescente o strettamente decrescente.

Osservazione. Le funzioni strettamente monotone sono anche monotone.

Si osservi che una funzione f `e monotona se e solo se il prodotto (x2 x1 )(f (x2 ) f (x1 )),
con x1 e x2 nel dominio, non cambia mai segno.
` ovvio che se una funzione reale di variabile reale f : A R `e strettamente monotona,
E
allora `e anche iniettiva (provarlo per esercizio). Pertanto, in tal caso, `e ben definita la sua

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funzione inversa f 1 : Imf R, la cui immagine coincide col dominio A di f . Ricordiamo


che, per convenzione, il codominio di una funzione reale `e R, a meno che non venga diver-
samente specificato (e ci`o vale anche per la funzione inversa f 1 di f ). Pertanto, poiche
limmagine di f 1 coincide col dominio di f , f 1 `e suriettiva se e solo se f `e definita in
tutto R.

Esercizio. Provare che se f : A R `e strettamente crescente (o strettamente decrescente),


allora lo `e anche la sua funzione inversa.

Esercizio. Si osservi che una funzione strettamente crescente `e anche crescente. Mostrare
con un esempio che non vale limplicazione inversa.

Esercizio. Provare che


f : R R, f (x) = x2 non `e monotona,
f : [0, 1] R, f (x) = x2 `e crescente,
f : [1, 0] R, f (x) = x2 `e decrescente.

Esercizio. Scrivere le composizioni f g e g f delle seguenti coppie di funzioni, determi-


nando anche i domini delle composizioni ottenute:
1) f (x) = x + x3 , g(x) = 3 x;

2) f (x) = x2 , g(x) = x;
x+1
3) f (x) = x1 , g(x) = 2 x2 .

10 - Venerd` 03/10/08
Attenzione. Da ora in avanti, a meno che non venga esplicitamente dichiarato diversa-
mente, le funzioni che considereremo avranno dominio contenuto in R e codominio uguale
ad R (da non confondere con limmagine). Pertanto, con una notazione del tipo f : A R
intenderemo D(f ) = A R.

Si fa presente che, data f : A R, col simbolo f (x) si dovrebbe intendere il valore che
la funzione f assume nel punto x (punto che si sottintende appartenente al dominio di
f , altrimenti non ha senso scrivere f (x)). In altre parole, a rigore, f (x) rappresenta un
numero e non una funzione. Talvolta, per`o, per abuso di linguaggio e in conformit`a con
una tradizione dura a morire, spesso con f (x) intenderemo la funzione f , e la lettera x
(detta variabile indipendente) rappresenter`a un generico elemento del dominio, e non un
punto fissato. Comunque, se f (x) rappresenta un numero o una funzione si capisce dal
contesto. Ad esempio, f (2) rappresenta inequivocabilmente un numero (il valore assunto
da f nel punto 2), cos` come la notazione f (x0 ) denota presumibilmente il valore assunto
da f in un punto x0 fissato. Per indicare la funzione coseno non scriveremo cos (come a
rigore si dovrebbe fare) ma cos x o cos t o cos , ecc. (la lettera usata per rappresentare la
variabile indipendente `e spesso suggerita dal suo significato fisico o geometrico).

Definizione (di funzione combinata). Date due funzioni reali di variabile reale f e g, la
loro somma f + g, il loro prodotto f g, il loro quoziente f /g e la loro composizione gf si

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definiscono nel modo seguente:


(f + g)(x) = f (x) + g(x);
(f g)(x) = f (x)g(x);
(f /g)(x) = f (x)/g(x);
(gf )(x) = g(f (x)).

Il dominio di ciascuna delle suddette quattro funzioni (ottenute combinando f e g mediante


le operazioni di somma, prodotto, quoziente e composizione) `e dato dallinsieme dei numeri
reali x per cui ha senso loperazione che la definisce. Per esempio, il dominio di f + g `e
linsieme dei numeri x per cui ha senso scrivere sia f (x) sia g(x), altrimenti non `e definita la
somma f (x)+g(x). Pertanto D(f +g) = D(f )D(g). Analogamente D(f g) = D(f )D(g),
D(f /g) = {x D(f ) D(g) : g(x) 6= 0} e D(gf ) = {x D(f ) : f (x) D(g)}.

Definizione (di funzione pari, dispari, periodica). Una funzione f : A R si dice pari se
xA = x A e f (x) = f (x),
si dice dispari se
xA = x A e f (x) = f (x),
si dice periodica (in futuro) di periodo T > 0 se
xA = x + T A e f (x) = f (x + T ).

Osservazione. Se una funzione `e periodica di periodo T , allora `e periodica anche di


periodo 2T , 3T , ecc. Pertanto, una funzione periodica ha infiniti periodi. Il pi`
u piccolo tra
tutti si chiama periodo minimo.

Si osservi che la somma, il prodotto e il quoziente di funzioni periodiche, tutte dello stesso
periodo T , `e ancora una funzione periodica di periodo T . La minimalit`a del periodo,
tuttavia, non si conserva con dette operazioni. Ad esempio, sen x e cos x sono periodiche
di periodo 2, e quindi, per quanto detto, `e periodica di periodo 2 anche la funzione
tang x := sen x/ cos x; ma mentre 2 `e il periodo minimo per le prime due funzioni, non lo
`e per la terza (il periodo minimo di tang x `e ).

Esempi di funzioni pari: le costanti, x2 , 1/x2 , x4 , x2k (con k Z), cos x, cos 3x, 1/ cos x,
2
1 x2 cos x, x tang x, |x|ex x2 cos x.
2
Esempi di funzioni dispari: sen x, sen 3x, 1/ sen x, sen x cos x, tang x, xex x2 sen x.

Esempi di funzioni periodiche: le costanti, sen x, sen 3x, 1/ sen x, tang x, sen x cos x,
sen 2x + 3 cos 5x.

Esercizio. Consultare, nel testo di riferimento, la definizione di funzione parte intera di


x (denotata [x] o int x) e provare che f (x) = x int x `e una funzione periodica.

Esercizio. Negare la proposizione ogni pecora `e bianca. Analogamente, dato un insieme


X R e un numero b, negare la proposizione ogni x di X verifica la condizione x b
(che equivale ad affermare che b `e un maggiorante per X).

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Esercizio. Negare la proposizione esiste una pecora verde. Analogamente, dato un


insieme X R, negare la proposizione esiste un maggiorante per X (che equivale ad
affermare che X `e limitato superiormente).

Definizione (di massimo e minimo di una funzione). Il massimo dellimmagine di una


funzione (se esiste) si chiama massimo (assoluto) della funzione, ed `e un concetto da non
confondere con i punti in cui tale massimo `e assunto, detti punti di massimo (assoluto).
In maniera analoga si definisce il concetto di minimo (assoluto), e di punto di minimo
(assoluto).

Si osservi che il massimo di una funzione (se esiste) `e unico ed appartiene al codominio (pi`
u
precisamente, appartiene allimmagine), mentre i punti di massimo possono essere anche
pi`
u di uno e stanno nel dominio.

Esempio. Il massimo di cos x `e 1, mentre i punti di massimo sono infiniti (sono i numeri
x = 2k, con k Z). Il minimo di cos x `e 1 ed `e assunto nei punti . . . (quali?).

Esempio. Il massimo di
3
f (x) =
1 + |x + 2|
vale 3 ed `e assunto nel punto in cui `e minima la funzione |x + 2|. Pertanto f ha come unico
punto di massimo x = 2. Poiche f (x) > 0 per ogni x R, 0 `e un minorante per f ma
non `e un minimo. Dato che il denominatore di f (x) si pu`o rendere arbitrariamente grande,
`e lecito supporre che 0 sia lestremo inferiore di f . Per provare che effettivamente 0 = inf f
(cio`e, ricordiamo, che 0 `e il massimo dei minoranti per i numeri f (x)) occorre mostrare
che se a > 0, allora a non `e un minorante; ossia esiste un x per il quale si ha f (
x) < a (`e
la negazione della proposizione per ogni x R si ha f (x) a). In altre parole, occorre
provare che, dato un arbitrario a > 0, la disequazione
3
<a
1 + |x + 2|

ammette almeno una soluzione (verificarlo per esercizio).

Esercizio. Siano V , R, L e C quattro costanti positive. Determinare (se esiste) il massimo


valore assunto dalla seguente funzione:
V
I() = s  2 .
1
R2 + L
C

Esercizio. Provare che se f : [a, b] R `e monotona, allora ammette massimo e minimo


(quindi, in particolare, `e una funzione limitata).

Esercizio. Provare che se una funzione f : (a, b) R `e strettamente monotona, allora non
ammette ne massimo ne minimo.

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11 - Mercoled` 8/10/08
Definizione (topologica di funzione continua). Una funzione (reale di variabile reale) f
si dice continua in un punto x0 del dominio D(f ) se fissato un arbitrario > 0 esiste un
numero > 0 con la propriet` a che da |x x0 | < e x D(f ) segue |f (x) f (x0 )| < .
In caso contrario si dice che f `e discontinua in x0 o che ha una discontinuit`a in x0 . Se f
`e continua in ogni punto del suo dominio, allora si dice semplicemente che `e una funzione
continua, altrimenti si dice che `e discontinua.

In base alla suddetta definizione, f `e discontinua se non `e vero che `e continua in ogni punto
del suo dominio; cio`e se esiste (almeno) un punto del dominio in cui f `e discontinua
(ricordarsi di come si nega la proposizione tutte le pecore sono bianche). Quindi, a
differenza di ci`
o che si legge in alcuni libri, non ha senso laffermazione la funzione 1/x
non `e continua perche ha una discontinuit`a nel punto x0 = 0, dato che detto punto non
appartiene al dominio di 1/x (sarebbe come dire che non `e vero che tutte le pecore sono
bianche perche c`e una capra che non lo `e).

Esercizio. Provare che se una funzione `e continua in un insieme A, allora `e continua anche
la sua restrizione ad un qualunque sottoinsieme di A.

Intuitivamente, affermare che una funzione f `e continua in un punto x0 significa che lim-
magine f (x) di un punto x del dominio di f si pu`o rendere vicina quanto si vuole a f (x0 )
purche si prenda x sufficientemente vicino a x0 . In altre parole, se ci viene dato un arbitra-
rio margine di errore > 0 e ci viene chiesto di far s` che la distanza |f (x) f (x0 )| tra f (x)
e f (x0 ) risulti minore dellerrore assegnato, deve essere possibile (almeno teoricamente)
determinare un intorno I(x0 , ) del punto x0 con la propriet`a che per tutti i punti x di tale
intorno (che appartengono anche al dominio di f ) il valore f (x) approssimi f (x0 ) con un
errore inferiore ad .

In matematichese, per esprimere il fatto che una funzione f `e continua in un punto


x0 D(f ), talvolta si usa dire che per ogni intorno V di f (x0 ) esiste un intorno U di x0
(relativo al dominio di f ) che viene mandato in V da f .

Esempio. La funzione sign x non `e continua nel punto x0 = 0. Infatti in ogni intorno di
x0 ci sono punti che vengono mandati lontano dal valore sign x0 = 0. Pi` u precisamente,
se si fissa lintorno V di sign x0 di raggio = 1/2, non `e possibile trovare un intorno U di
x0 che viene (interamente) mandato in V (cio`e in ogni intorno di x0 ci sono punti x tali
che sign x 6 V ).

Esercizio. Consultare, nel testo di riferimento, la definizione di funzione di Heaviside


(denotata H(x)) e provare che `e discontinua nel punto x0 = 0.

Esercizio. Consultare, nel testo di riferimento, la definizione di funzione parte intera di


x (denotata [x] o int x) e provare che `e discontinua in tutti i punti x Z.

Teoremasd (di continuit`a delle funzioni combinate). Ogni funzione ottenuta combinan-
do funzioni continue tramite operazioni di somma, prodotto, quoziente e composizione `e

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continua.

Nel suddetto teorema si `e supposto, per semplicit`a, che le funzioni siano continue in tutti
i punti del loro dominio. In realt` a vale un risultato pi` u generale (anche se lenunciato `e
meno elegante). Non `e infatti difficile dimostrare (ma non lo facciamo per mancanza di
tempo) che se f `e continua in un punto x0 e g `e continua in y0 = f (x0 ), allora (anche
senza ulteriori ipotesi di continuit`
a di f e g negli altri punti del loro dominio) gf risulta
continua in x0 . Analoghe considerazioni valgono per le funzioni combinate f + g, f g e f /g:
per la continuit`a in un punto x0 del loro dominio `e sufficiente che f e g siano entrambe
continue in x0 .

Si osservi che dalla definizione di continuit`a segue subito che le costanti e la funzione
f (x) = x sono continue (verificarlo per esercizio). Poiche il prodotto di funzioni continue
`e una funzione continua, ogni monomio f (x) = axn `e una funzione continua. Quindi, in
base al precedente teorema, anche i polinomi sono funzioni continue, dato che si ottengono
sommando monomi. Di conseguenza, anche le funzioni razionali, essendo rapporto di
polinomi, sono continue (compresa la funzione f (x) = 1/x).

Esercizio. Mostrare che se due funzioni coincidono in un intorno di un punto x0 e una di


esse `e continua in tal punto, anche laltra lo `e.

Esercizio. Siano f e g due funzioni definite nello stesso dominio. Dedurre, dal teorema di
continuit`a delle funzioni combinate, che se una sola delle due `e discontinua, allora anche
f + g `e discontinua.

12 - Mercoled` 8/10/08
Teorema (della permanenza del segno per funzioni continue). Sia f : A R continua in
un punto x0 A. Se f (x0 ) 6= 0, allora esiste un intorno U di x0 tale che per tutti i punti
x di tale intorno (e appartenenti al dominio di f ) il numero f (x) ha lo stesso segno di
f (x0 ), cio`e f (x)f (x0 ) > 0 per ogni x U A.
Dimostrazione. Senza perdere in generalit`a si pu`o supporre f (x0 ) > 0 (in caso contra-
rio basta considerare la funzione g(x) = f (x)). Fissiamo = f (x0 ). Per lipotesi di
continuit`a esiste un intorno U di x0 tale che

xU A = f (x0 ) < f (x) < f (x0 ) + .

Quindi, in particolare, dato che = f (x0 ), se x U A si ha f (x) > 0.

Esercizio. Sia f : A R continua in un punto x0 A e sia c una costante assegnata.


Dedurre, dal teorema della permanenza del segno, che se f (x0 ) < c (risp. f (x0 ) > c), allora
esiste un intorno U di x0 tale che f (x) < c (risp. f (x) > c) per ogni x U A (si osservi
che per c = 0 si ottiene lenunciato del teorema della permanenza del segno).

Definizione. Sia f una funzione reale di variabile reale e sia x0 D(f ). Si dice che f ha
la propriet`
a della permanenza in x0 se valgono le seguenti due condizioni:

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1) f (x0 ) < b un intorno U di x0 tale che f (x) < b per ogni x U D(f );
2) f (x0 ) > a un intorno V di x0 tale che f (x) > a per ogni x V D(f ).

Si osservi che, in base allesercizio precedente, ogni funzione continua (in un punto x0 ) ha la
propriet`a della permanenza (in x0 ). Si potrebbe provarefac che `e vera anche laffermazione
inversa: se una funzione in un punto ha la propriet` a della permanenza, allora `e continua
in quel punto.

Esercizio. Mostrare che la funzione sign x non ha la propriet`a della permanenza nel punto
x0 = 0, e dedurre da questo che `e discontinua in tal punto.

Esercizio. Sia f una funzione definita in un intervallo (non banale) J R. Supponiamo


che f sia continua in un punto x0 J. Dedurre, dal teorema della permanenza del segno,
che se f (x) = 0 per ogni x J tale che x 6= x0 , allora f (x0 ) = 0.

Esercizio. Dedurre dallesercizio precedente che se due funzioni continue coincidono in


tutti i punti di un intervallo (non banale) tranne uno (dove non si sa se coincidono), allora
coincidono in tutto lintervallo.
Suggerimento. Considerare la differenza delle due funzioni.

Mostriamo che la funzione f (x) = |x| `e continua. Allo scopo occorre fissare un arbitrario
punto x0 R e dimostrare che f (x) `e continua in quel punto. Dalla disuguaglianza
||x| |x0 || |x x0 | segue che, dato > 0, per far s` che |f (x) f (x0 )| risulti minore di
basta che sia minore di la distanza |xx0 | di x da x0 . Quindi, col gergo dellepsilon-delta,
fissato , basta prendere = (o un qualunque altro < , purche positivo).

Si osservi che non vale linverso del teorema delle funzioni combinate. Cio`e combinando tra
loro funzioni non tutte continue si possono ottenere anche funzioni continue. Per esempio
moltiplicando sign x per x si ottiene la funzione |x|, che `e continua.

Esercizio. Ripassare (ad esempio consultando il libro di riferimento) le funzioni trigono-


metriche e le loro principali propriet`a.

Esercizio. Dedurre, dalla definizione trigonometrica della funzione seno, la seguente nota
disuguaglianza (valida per ogni valore dellangolo x in radianti):
| sen x| |x|.
Suggerimento. Provarla per x > 0, e dedurre che `e vera anche per x < 0 dato che la
funzione seno `e dispari.

Esercizio. Dedurre, dalle formule di addizione del seno e del coseno, le seguenti formule
di prostaferesi: x + y  x y 
sen x sen y = 2 cos sen ;
2 2
x + y  y x
cos x cos y = 2 sen sen .
2 2
Suggerimento (per la prima formula). Considerare la differenza sen( + ) sen( ) e

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porre + = x e = y.

Mostriamo che la funzione sen x `e continua. Allo scopo fissiamo un arbitrario x0 e consi-
deriamo la seguente formula di prostaferesi:
x + x  x x 
0 0
sen x sen x0 = 2 cos sen .
2 2
Poiche |cos| 1, si ha
 x + x   x x   x x 
0 0 0
| sen x sen x0 | = 2 cos sen 2 sen

2 2 2

e dalla disuguaglianza | sen | || segue

| sen x sen x0 | |x x0 | .

Pertanto, col solito gergo dellepsilon-delta, fissato , basta scegliere = .

La continuit`
a della funzione cos x si prova in maniera analoga (i dettagli sono lasciati agli
studenti).

Dalla continuit`
a di sen x e cos x si deduce che anche la funzione
sen x
tang x :=
cos x
`e continua (ovviamente nei punti in cui `e definita, cio`e negli x in cui cos x 6= 0).

Proveremo in seguito che anche le funzioni ax , loga x e x sono continue. Vedremo anche

che `e continua la funzione n x, dove n `e un qualunque numero naturale. Ci`o, come potrebbe

sembrare, non deriva dalla continuit` a di x1/n , perche n x `e definita nella semiretta chiusa
[0, +) per n pari e in tutto R per n dispari, mentre x1/n `e definita soltanto nella semiretta

aperta (0, +), e solo l` coincide con n x.

13 - Mercoled` 8/10/08
Teorema (di esistenza degli zeri). Sia f : [a, b] R continua e tale che f (a)f (b) 0.
Allora lequazione f (x) = 0 ammette almeno una soluzione in [a, b].
Dimostrazione fac . Se f (a)f (b) = 0, allora almeno uno dei due estremi dellintervallo [a, b]
`e soluzione dellequazione f (x) = 0. Si pu`o quindi supporre f (a)f (b) < 0. Si pu`o anche
supporre f (a) < 0 (e, di conseguenza, f (b) > 0), altrimenti basta sostituire f con f .
Definiamo linsieme X = {x [a, b] : f (x) < 0} e consideriamo il numero c = supX.
Chiaramente c [a, b], dato che a X e b `e un maggiorante per X. Mostriamo che il
numero f (c) non pu`o essere ne minore di zero ne maggiore di zero e, pertanto, non pu`o
che essere zero.
Se fosse f (c) < 0, si avrebbe c 6= b (avendo supposto f (b) > 0) e quindi c < b (dato
che c b). Allora, per il teorema della permanenza del segno (per funzioni continue),
esisterebbe un intervallo (c, c+) contenuto in [a, b] in cui f risulterebbe negativa. Pertanto,

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a destra di c ci sarebbero dei punti di X, contraddicendo il fatto che c `e un maggiorante


per X. Quindi il numero f (c) non pu`o essere minore di zero.
Se fosse f (c) > 0, si avrebbe c 6= a (dato che f (a) < 0) e quindi c > a. Esisterebbe allora
un sottointervallo (c , c) di [a, b] in cui f risulterebbe positiva. Pertanto, essendo c un
maggiorante per X, e non essendoci elementi di X tra c e c, sarebbe un maggiorante
anche c, contraddicendo il fatto che c `e il pi`u piccolo maggiorante per X. Di conseguenza
f (c) non pu`o essere maggiore di zero.

Illustriamo un semplice algoritmo numerico, detto metodo delle bisezioni, per calcolare
(con lapprossimazione desiderata) una soluzione di unequazione del tipo f (x) = 0, dove
f : [a, b] R verifica le ipotesi del teorema di esistenza degli zeri. Si pu`o supporre f (a) 0.
In caso contrario basta cambiare f in f (le equazioni f (x) = 0 e f (x) = 0 sono
infatti equivalenti). Poniamo, per comodit`a, a0 = a e b0 = b, e consideriamo il punto di
mezzo c0 = (b0 + a0 )/2 dellintervallo [a0 , b0 ]. Se f (c0 ) > 0 poniamo a1 = a0 e b1 = c0 ,
altrimenti poniamo a1 = c0 e b1 = b0 . In altre parole, una volta diviso [a0 , b0 ] in due
intervalli uguali, denotiamo con [a1 , b1 ] quello di sinistra o quello di destra a seconda
che f (c0 ) sia maggiore di zero o non lo sia. In ogni caso si ha f (a1 ) 0 e f (b1 ) > 0.
Pertanto, per il teorema di esistenza degli zeri, nellintervallo chiuso [a1 , b1 ] c`e almeno
una soluzione della nostra equazione. Ripetiamo il procedimento considerando il punto di
mezzo c1 = (b1 + a1 )/2 del nuovo intervallo e calcolando f (c1 ). Se f (c1 ) > 0 poniamo
a2 = a1 e b2 = c1 , altrimenti poniamo a2 = c1 e b2 = b1 . Procedendo ricorsivamente si
considera il punto cn1 = (bn1 + an1 )/2 e si calcola f (cn1 ). Se f (cn1 ) > 0 si pone
an = an1 e bn = cn1 , altrimenti si pone an = cn1 e bn = bn1 . Ad ogni passo si ottiene
un intervallo [an , bn ] di ampiezza la met`a del precedente che contiene almeno una soluzione.
Quindi an `e unapprossimazione per difetto di tale soluzione e bn unapprossimazione per
eccesso. Lerrore massimo che si commette considerando una delle due approssimazioni `e
dato dallampiezza bn an dellennesimo intervallo (`e addirittura la met`a di tale ampiezza se
si approssima la soluzione col punto di mezzo di tale intervallo). Dunque, per determinare
una soluzione dellequazione f (x) = 0 con un errore inferiore ad un assegnato > 0 non
occorre eseguire il test bn an < ad ogni passo: `e sufficiente ripetere la procedura di
bisezione (senza eseguire il test) un numero n di volte, dove n N verifica la disequazione
(b a)/2n < . Risolvendo detta disequazione rispetto allincognita n si ottiene
ba 1 ba
n > log2 = log .
log 2
Il pi`
u piccolo n che verifica tale condizione `e
 
1 ba
n = 1 + int log .
log 2
Ad esempio, se b a = 1, per ottenere una soluzione con un errore inferiore a 103 `e
sufficiente ripetere il procedimento di bisezione dieci volte.

Esempio. Consideriamo lequazione x + ex 3 = 0. La funzione f (x) = x + ex 3 `e


continua, essendo somma di funzioni continue, ed `e definita in tutto R. Per provare che la

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suddetta equazione ammette una soluzione basta determinare, mediante dei sondaggi, due
punti a e b in cui la funzione f assume segno discorde. Per x = 0 si ottiene f (0) = 2 < 0,
mentre per x = 1 si ha f (1) = 1+e3 = 0, 718 > 0. In base al teorema di esistenza degli
zeri si pu`o dunque concludere che la suddetta equazione ammette una soluzione c (0, 1).
Possiamo anche affermare che tale soluzione `e unica perche f (x) `e strettamente crescente,
essendo somma di due funzioni strettamente crescenti e di una costante. Applicando il
procedimento delle bisezioni dieci volte si ottiene c = 0, 792 . . .

Esempio. Consideriamo lequazione ex x2 = 0. La funzione f (x) = ex x2 `e continua ed


`e definita in tutto R. Si osservi che f (0) > 0 e f (1) < 0. Quindi lequazione ex x2 = 0
ammette almeno una soluzione c (1, 0). Applicando venti volte il procedimento delle
bisezioni si ottiene 0, 703468 < c < 0, 703467. Quindi, considerando la media tra le due
approssimazioni (per difetto e per eccesso), si ottiene c = 0, 7034675 5 106 .

14 - Venerd` 10/10/08
Esempio. Lequazione int x 1/2 = 0 non ha soluzioni (dato che int x assume soltanto
valori interi), eppure agli estremi dellintervallo [0, 1] la funzione f (x) = int x 1/2 ha
segno discorde (spiegare lapparente contraddizione).

Il risultato che segue `e una facile conseguenza del teorema di esistenza degli zeri, nonche
una sua generalizzazione.

Teorema (dei valori intermedi). Sia f : J R una funzione continua in un intervallo


J R. Allora limmagine f (J) di f `e un intervallo. In particolare, se f assume valori sia
positivi sia negativi, esiste almeno un punto del dominio in cui si annulla.
Dimostrazione. In base alla definizione di intervallo, occorre provare che se y1 e y2 sono
due punti di f (J) tali che y1 < y2 e y R verifica la condizione y1 < y < y2 , allora anche y
J tale che f (
sta in f (J); cio`e, esiste x x) = y. Per definizione di immagine, esistono due
punti x1 e x2 appartenenti a J tali che f (x1 ) = y1 e f (x2 ) = y2 . Consideriamo lintervallo
I = x1 x2 J di estremi x1 e x2 (cio`e I = [x1 , x2 ] se x1 < x2 e I = [x2 , x1 ] in caso
contrario) e definiamo la funzione continua g : I R nel seguente modo: g(x) = f (x) y.
` immediato verificare che dallipotesi y1 < y < y2 segue g(x1 ) < 0 e g(x2 ) > 0. Pertanto,
E
per il teorema di esistenza degli zeri, esiste un punto x I tale che g(
x) = 0, e da ci`o segue
f (
x) = y.

Ad esempio, la funzione f (x) := x + ex `e continua (essendo somma di funzioni continue)


ed `e definita in un intervallo (tutto R). In base al teorema dei valori intermedi la sua
immagine `e un intervallo di estremi inf xR f (x) e supxR f (x). Poiche f (x) non `e limi-
tata ne inferiormente ne superiormente (verificarlo per esercizio), si ha necessariamente
inf xR f (x) = e supxR f (x) = +. Dunque Imf = R.

Esempio. La funzione f (x) = 1/x, sebbene sia continua, non ha per immagine un
intervallo (perche?).

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Esercizio. Dedurre, dal teorema dei valori intermedi, che le funzioni sign x, int x e H(x)
non sono continue.

Ricordiamo che, in generale, data una qualunque funzione iniettiva f : A R, la legge


f 1 : Imf R che ad ogni y dellimmagine di f associa lunica soluzione dellequazione
f (x) = y si chiama funzione inversa di f . Ricordiamo inoltre che limmagine di f 1 coincide
col dominio A di f , mentre il suo codominio, per convenzione, `e R (se non `e altrimenti
specificato). Pertanto f 1 `e suriettiva se e solo se f `e definita su tutto R.

Esempio (di funzione inversa). La funzione f (x) := x + ex , di cui abbiamo determi-


nato limmagine, `e strettamente crescente (essendo somma di due funzioni strettamente
crescenti). Quindi, fissato un qualunque y R, esiste ununica soluzione x = f 1 (y) del-
lequazione f (x) = y. Tranne che in alcuni casi speciali (come quando y = 1), per trovarla
occorre laiuto di qualche algoritmo numerico come, ad esempio, il metodo delle bisezioni
(applicato alla funzione g(x) = f (x) y ).

15 - Venerd` 10/10/08
Osserviamo che la funzione tangente, essendo periodica, non `e iniettiva e, pertanto, non `e
invertibile. Tuttavia, come vedremo in seguito, la sua restrizione allintervallo (/2, /2) `e
strettamente crescente, e quindi invertibile. La funzione inversa di tale restrizione si chiama
arcotangente (larcotangente di un numero y si denota con arctang y o, pi` u brevemente,
con arctg y). Proveremo in seguito che gli estremi inferiore e superiore della restrizione
della tangente allintervallo (/2, /2) sono, rispettivamente, e +. Pertanto, dato
che la tangente `e una funzione continua (essendo rapporto di funzioni continue), in base al
teorema dei valori intermedi, limmagine di tale restrizione `e tutto R. Si pu`o concludere che
la funzione arcotangente `e definita in tutto R ed ha per immagine lintervallo (/2, /2),
cio`e il dominio della funzione di cui `e linversa.

Applichiamo il teorema dei valori intermedi per provare che, dato un numero naturale
n ed assegnato un numero reale non negativo y, esiste ununica soluzione non negativa
dellequazione xn = y (ricordiamo che tale soluzione si chiama radice n-esima aritmetica di
y). Denotiamo con f (x) la restrizione della funzione xn allintervallo [0, +). La funzione
f (x) `e continua, essendo prodotto di funzioni continue. Pertanto, per il teorema dei valori
intermedi, la sua immagine `e un intervallo. Per determinarlo `e sufficiente calcolare gli
estremi di f . Chiaramente inf f = min f = 0, dato che f (0) = 0 e f (x) 0 per ogni
x [0, +). Poiche f (x) x per ogni x 1, la funzione f non `e limitata superiormente
(vale a dire supf = +). Dunque Imf = [0, +), e ci`o significa che per ogni y 0 esiste
almeno un x 0 tale che xn = y. Per provare che un tale x `e unico si osservi che f `e
strettamente crescente. Infatti, dati a e b in [0, +) con a < b, si ha

bn an = (b a)(bn1 + bn2 a + bn3 a2 + + an1 ) > 0 .

In seguito vedremo un altro metodo, pi` u semplice (anche se meno elementare), per provare
la stretta crescenza in [0, +) della funzione xn (mediante il calcolo della derivata).

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Esercizio. Provare che, se n N `e dispari, la funzione xn ha per immagine tutto R.

Esercizio. Provare che, se n N `e dispari, la funzione xn `e strettamente crescente. Quindi



`e ben definita la sua funzione inversa (denotata n y).

Si osservi che per determinare limmagine della restrizione della funzione 1/x allinter-
vallo (0, +) non occorre scomodare il teorema dei valori intermedi (perche?), mentre `e
necessario per la restrizione a [0, +) della funzione x2 (perche?).

Teorema (di continuit` a per le funzioni monotone). Sia f : A R una funzione monotona.
Se limmagine di f `e un intervallo, allora f `e continua (non occorre che sia definita in un
intervallo).
Dimostrazione fac . Ovviamente si pu`o supporre f crescente, altrimenti basta considerare
la funzione f . Occorre provare che f `e continua in qualunque punto del suo dominio A.
Allo scopo consideriamo un arbitrario x0 A e fissiamo > 0. Si hanno quattro casi:
(1) f (x0 ) /2 f (A) e f (x0 ) + /2 f (A);
(2) f (x0 ) /2 f (A) e f (x0 ) + /2 6 f (A);
(3) f (x0 ) /2 6 f (A) e f (x0 ) + /2 f (A);
(4) f (x0 ) /2 6 f (A) e f (x0 ) + /2 6 f (A).
Nel primo caso esistono x1 e x2 in A tali che f (x1 ) = f (x0 ) /2 e f (x2 ) = f (x0 ) + /2.
Poiche si `e supposto f crescente, si deve avere x1 < x0 < x2 (verificare che in caso contrario
si ha una contraddizione). Sempre per la crescenza di f , fissato un qualunque punto x A
tale che x1 < x < x2 , risulta f (x1 ) f (x) f (x2 ). Dunque, in questo caso, i punti
del dominio di f che appartengono allintervallo [x1 , x2 ] vengono mandati nellintervallo
[f (x1 ), f (x2 )] = [f (x0 ) /2, f (x0 ) + /2] e quindi, a maggior ragione, anche nellintorno
I(f (x0 ), ) = (f (x0 ) , f (x0 ) + ) di f (x0 ). Dunque, nel primo caso, col linguaggio
dellepsilon-delta, basta scegliere un qualunque > 0 in modo che lintorno (x0 , x0 + )
di x0 sia contenuto nellintervallo [x1 , x2 ]. Ad esempio, = min{|x0 x1 |, |x0 x2 |}.
Per inciso si osservi che, in questo primo caso, lipotesi che f (A) sia un intervallo non `e
intervenuta nel nostro ragionamento.
Analizziamo ora il secondo caso. Ragionando come prima si trova un x1 < x0 tale che
f (x1 ) = f (x0 )/2, e tutti i punti x di A che stanno nellintervallo [x1 , x0 ] vengono mandati
da f nellintervallo [f (x0 ) /2, f (x0 )]. Osserviamo ora che i punti di A che appartengono
alla semiretta [x0 , +) vanno a finire nellintervallo [f (x0 ), f (x0 ) + /2]. Infatti, se non
fosse vero, esisterebbe un punto x > x0 tale che x A e f (x) > f (x0 ) + /2 (si osservi
che, per la crescenza di f , f ( x) non pu`o essere minore di f (x0 )), e ci`o contraddirebbe
lipotesi che f (A) sia un intervallo perche ci sarebbero due punti, f (x0 ) e f ( x), in f (A) e
un punto intermedio, f (x0 ) + /2, non appartenente a f (A). Dunque, in questo secondo
caso, tutti i punti della semiretta [x1 , +) che stanno nel dominio A di f vengono mandati
nellintervallo [f (x0 ) /2, f (x0 ) + /2] (e quindi anche nellintorno (f (x0 ) , f (x0 ) + )
di f (x0 )). Pertanto, anche in questo caso esiste un > 0 (trovarlo) tale che se |x x0 | <

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e x A allora |f (x) f (x0 )| < .


Il terzo caso `e analogo al precedente (i dettagli sono lasciati allo studente).
Nel quarto caso, ragionando come prima, si prova addirittura che tutti i punti di A vengono
mandati nellintervallo (f (x0 ) /2, f (x0 ) + /2), e quindi siamo liberi di scegliere un
qualunque > 0.

16 - Mercoled` 15/10/08
Il risultato che segue `e unimportante e diretta conseguenza del teorema di continuit`a per
le funzioni monotone.

Teorema (di continuit` a della funzione inversa). Sia f : J R una funzione strettamente
monotona. Se il dominio J di f `e un intervallo, allora f 1 : f (J) R `e una funzione
continua (non occorre che f sia continua).
Dimostrazione. La funzione f 1 `e strettamente crescente o decrescente, a seconda che sia
strettamente crescente o decrescente la f . La sua immagine, inoltre, coincide col dominio
J della f , che per ipotesi `e un intervallo. Pertanto la continuit`a di f 1 `e assicurata dal
teorema di continuit`a per le funzioni monotone.

Esempio. La funzione f (x) = x + int x `e strettamente crescente ed `e definita in tutto


R. Pertanto, per il teorema di continuit`a di una funzione inversa, f 1 risulta continua,
sebbene f non lo sia.

Esercizio. Dedurre, dal teorema di continuit`a della funzione inversa, che, se n N `e pari,

la funzione g : [0, +) R definita da y 7 n y `e continua.

Esercizio. Dedurre, dal teorema di continuit`a della funzione inversa, che, se n N `e



dispari, la funzione g : R R definita da y 7 n y `e continua.

Esercizio. Dedurre, dal teorema di continuit`a della funzione inversa, che la funzione
arcotangente `e continua.

Esercizio. Dedurre, dal precedente teorema, che la funzione inversa di f (x) = x + ex


`e continua. Applicare il teorema dei valori intermedi per determinare il dominio di tale
funzione inversa.

Ricordiamo che, data una funzione f : A R, un punto x0 del dominio A di f si dice di


minimo assoluto se f (x0 ) f (x), x A. Il valore f (x0 ) `e il minimo di f ed appartiene
al codominio (anzi, allimmagine) di f . Analogamente, x0 `e un punto di massimo assoluto
se . . . (completare il discorso).

Si fa presente che nel piano cartesiano i punti di minimo e di massimo stanno nellasse delle
ascisse (dove giace il dominio della funzione) mentre il minimo e il massimo appartengono
allasse delle ordinate (dove sta limmagine).

Teorema di Weierstrass. Se una funzione `e continua in un intervallo limitato e chiuso,

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allora ammette minimo e massimo assoluti.


Dimostrazione fac (chi dimostra di averla capita merita la lode). Sia f : [a, b] R una
funzione continua. E ` sufficiente provare che f ammette un punto di massimo assoluto.
o `e vero, anche f , essendo una funzione continua, ammette un punto di
Infatti, se ci`
massimo assoluto, e questo `e necessariamente di minimo assoluto per f . Denotiamo con R
linsieme dei numeri reali estesi, ossia linsieme costituito dai numeri reali con laggiunta
dei simboli e +. Si fa la convenzione che ogni numero reale sia maggiore di e
minore di +. Sia [a, b] lintervallo in cui `e definita f e consideriamo la funzione (a valori
reali estesi) : [a, b] R definita da

(s) = sup f (x) : x [a, s] .

In altre parole, fissato s [a, b], il numero reale esteso (s) `e lestremo superiore della
` evidente che `e
restrizione di f allintervallo [a, s]. In particolare risulta (b) = supf . E
crescente (provarlo per esercizio). Pi` u precisamente, tra tutte le funzioni crescenti (a valori
in R), `e la pi`
u piccola tra quelle che maggiorano f . Consideriamo il punto

x0 = inf s [a, b] : (s) = (b)

e proviamo che f (x0 ) `e il massimo valore assunto da f in [a, b]. Ovvero, ricordando che
supf = (b), proviamo che f (x0 ) = (b). Si hanno tre possibilit`a: x0 = a; a < x0 < b;
x0 = b. Analizziamo il secondo caso. Gli altri due, pi`
u facili da trattare, sono lasciati per
eserciziofac agli studenti.

Osserviamo, innanzi tutto, che (s) `e costante nellintervallo (x0 , b], e che tale costante
vale (b) = supf . Ovviamente non pu`o essere f (x0 ) > (b) perche (b) `e un maggiorante
per f (anzi, `e addirittura il pi`
u piccolo dei maggioranti). Supponiamo quindi, per assurdo,
che f (x0 ) sia minore di (b) e fissiamo un numero c compreso tra f (x0 ) e (b). Dal
teorema della permanenza del segno per le funzioni continue segue lesistenza di un intorno,
(x0 , x0 + ), che possiamo supporre interamente contenuto in [a, b], tale che f (x) < c
qualunque sia x in tale intorno. Daltra parte, tenendo conto del fatto che `e una funzione
crescente, dalla definizione di x0 segue che (x0 ) < (b). Quindi il numero

max (x0 ), c ,

che `e minore di (b), maggiora f (x) per tutti gli x [a, x0 + ], e ci`o contrasta col fatto
che (x0 + ), che coincide con (b), `e il pi`
u piccolo maggiorante per f in [a, x0 + ]. La
contraddizione prova che f (x0 ) = (b), e quindi che f (x0 ) f (x) per ogni x [a, b] perche
(b) `e un maggiorante per f (`e addirittura il pi`
u piccolo).

Le ipotesi del Teorema di Weierstrass sono tre: continuit`a della funzione; il dominio `e
un intervallo limitato; il dominio `e un intervallo chiuso. Mostriamo con degli esempi che
nessuna delle tre ipotesi pu`
o essere rimossa (ferme restando le altre due) senza pregiudicare
lesistenza del minimo o del massimo.

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Esempio 1. La funzione f : [0, 1] R definita da f (x) = x int x non ammette massimo


(provarlo per esercizio). Quale ipotesi del Teorema di Weierstrass non `e soddisfatta?

Esempio 2. La funzione f : [0, 1) R definita da f (x) = x non ammette massimo


(provarlo per esercizio). Quale ipotesi del Teorema di Weierstrass non `e soddisfatta?

Esempio 3. La funzione f : [0, +) R definita da f (x) = x non ammette massimo


(provarlo per esercizio). Quale ipotesi del Teorema di Weierstrass non `e soddisfatta?

Esercizio. Trovare un esempio di funzione che, pur non soddisfacendo una (o due, o
anche tre) delle ipotesi del Teorema di Weierstrass, ammetta massimo e minimo assoluti
(ci`o implica che le tre ipotesi non sono necessarie per lesistenza del massimo e del minimo,
ma sono soltanto sufficienti).

Definizione (di punto di accumulazione). Dato un insieme A R e dato un numero reale


x0 (non necessariamente appartenente ad A), si dice che x0 `e un punto di accumulazione
di A se ogni intorno di x0 contiene infiniti punti di A (o, equivalentemente, ogni intorno
di x0 contiene un punto di A diverso da x0 ). Linsieme dei punti di accumulazione di A si
denota con A0 e si chiama derivato di A. I punti di A che non sono di accumulazione si
dicono isolati.

Si invita lo studente a riflettere sui seguenti esempi:


se A = (0, 1], allora A0 = [0, 1];
se A = N, allora A0 = ;
se A = Q, allora A0 = R;
se A = R \ {0}, allora A0 = R;
se A = Z, allora A0 = ;
se A = {1, 2, 3}, allora A0 = ;
se A = {1/n : n N}, allora A0 = {0}.

Definizione (di funzione derivabile in un punto). Sia f : A R una funzione reale di


variabile reale e sia x0 A A0 . Si dice che f `e derivabile in x0 se esiste una funzione
: A R continua in x0 e tale che

f (x) f (x0 ) = (x)(x x0 ), x A.

Il numero (x0 ) si chiama derivata di f in x0 e si denota con uno dei seguenti simboli:

df
f 0 (x0 ), Df (x0 ), (x0 ), Dx0 f, Df (x)|x=x0 .
dx
La restrizione r(x) allinsieme A\{x0 } della funzione (x) che appare nella suddetta defi-
nizione si chiama rapporto incrementale di f nel punto x0 . Il motivo `e che per x 6= x0 (e
x A) si ha necessariamente
f (x) f (x0 )
(x) = ,
x x0

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dove il numeratore, f = f (x) f (x0 ), si chiama incremento della funzione (o della


variabile dipendente) e il denominatore, x = x x0 , si dice incremento della variabile (o
della variabile indipendente).

Definizione (di funzione derivabile). Una funzione f : A R si dice derivabile se `e


derivabile in ogni punto di accumulazione del suo dominio. Quando ci`o accade, la funzione
f 0 : A A0 R che ad ogni x A A0 assegna il numero f 0 (x) si chiama derivata di f .

Esercizio. Provare che se f : R R `e costante, allora `e derivabile e f 0 (x) = 0, x R.

Esercizio. Provare che la funzione f (x) = x `e derivabile e si ha f 0 (x) = 1 per ogni x R.

Vedremo in seguito che dal fatto che la funzione x `e derivabile segue subito che lo `e anche
x2 , essendo prodotto di due funzioni derivabili. Tuttavia, a titolo di esempio, `e istruttivo
a di f (x) = x2 direttamente dalla definizione. Fissato un x0 R si
dedurre la derivabilit`
ha infatti:
x2 x20 = (x + x0 )(x x0 ) , x R .
Dunque, in questo caso, la funzione della definizione `e data da (x) = x+x0 . Poiche tale
funzione `e continua, x2 `e derivabile in x0 e la sua derivata nel punto `e (x0 ) = 2x0 . Data
larbitrariet`
a del punto x0 si pu`o concludere che x2 `e una funzione derivabile e Dx2 = 2x.

Esercizio. Provare che la funzione x3 `e derivabile e che Dx3 = 3x2 . Pi`


u in generale, dato
n N, provare che Dxn = nxn1 .
Suggerimento. Sfruttare luguaglianza bn an = (ba)(bn1 +bn2 a+bn3 a2 + +an1 ).

17 - Mercoled` 15/10/08
Eserciziofac . Sia f : A R una funzione derivabile in x0 A A0 . Dedurre, dal teorema
della permanenza del segno (per funzioni continue), che la funzione della precedente
definizione `e unica. In altre parole, mostrare che se 1 e 2 sono due funzioni (da A in R)
continue in x0 che verificano la condizione

f (x) f (x0 ) = 1 (x)(x x0 ) = 2 (x)(x x0 ), x A,

allora 1 (x) = 2 (x) per ogni x A (si osservi che `e necessario, ma `e anche sufficiente,
provare che le due funzioni coincidono nel punto x0 ).

Osservazione. Se f : A R `e derivabile in un punto x0 , allora in quel punto `e anche


continua. Infatti, dalla definizione di funzione derivabile segue che

f (x) = f (x0 ) + (x)(x x0 ) ,

dove (x) `e continua in x0 . Di conseguenza f (x) si pu`o esprimere come somma e prodotto
di funzioni continue in x0 .

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Teorema (di derivabilit`


a delle funzioni combinate). Se f e g sono due funzioni derivabili,
allora (quando ha senso) lo sono anche f + g, f g, f /g e gf , e risulta:

(f + g)0 (x) = f 0 (x) + g 0 (x),

(f g)0 (x) = f 0 (x)g(x) + f (x)g 0 (x),


f 0 (x)g(x) f (x)g 0 (x)
(f /g)0 (x) = ,
g(x)2
(gf )0 (x) = g 0 (f (x))f 0 (x).

Dimostrazione.
(Somma) Fissato x0 D(f + g), per ipotesi si ha

f (x) = f (x0 ) + (x)(x x0 ) e g(x) = g(x0 ) + (x)(x x0 ),

con e continue in x0 . Quindi . . . (esercizio)


(Prodotto) Fissato x0 D(f g), per ipotesi si ha

f (x) = f (x0 ) + (x)(x x0 ) e g(x) = g(x0 ) + (x)(x x0 ),

con e continue in x0 . Quindi


 
f (x)g(x) = f (x0 )g(x0 ) + (x)g(x0 ) + f (x0 )(x) + (x)(x)(x x0 ) (x x0 ).

Pertanto (f g)(x) (f g)(x0 ) = (x)(x x0 ), dove la funzione

(x) = (x)g(x0 ) + f (x0 )(x) + (x)(x)(x x0 )

`e continua in x0 (essendo espressa tramite somma e prodotto di funzioni continue in x0 ).


Questo prova che f g `e derivabile in x0 e

(f g)0 (x0 ) = (x0 ) = (x0 )g(x0 ) + f (x0 )(x0 ) = f 0 (x0 )g(x0 ) + f (x0 )g 0 (x0 ).

(Quoziente) Fissato un punto x0 nel dominio di 1/g, `e sufficiente provare che se g `e


derivabile in x0 , allora lo `e anche 1/g e

g 0 (x0 )
(1/g)0 (x0 ) = .
g(x0 )2

La derivata del rapporto f /g si ottiene applicando la regola precedente al prodotto di f


con 1/g. Per ipotesi si ha g(x) g(x0 ) = (x)(x x0 ), con continua in x0 . Quindi

1 1 g(x0 ) g(x) (x)


= = (x x0 ) = (x)(x x0 ),
g(x) g(x0 ) g(x)g(x0 ) g(x)g(x0 )
Poiche la funzione
(x)
(x) =
g(x)g(x0 )

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risulta continua in x0 (essendo quoziente di funzioni continue), 1/g `e derivabile in x0 e la


sua derivata `e
g 0 (x0 )
(1/g)0 (x0 ) = (x0 ) = .
g(x0 )2
(Composizione) Fissiamo un punto x0 nel dominio di gf e supponiamo che f sia derivabile
in x0 e che g sia derivabile in y0 = f (x0 ). Per ipotesi si ha

f (x) = f (x0 ) + (x)(x x0 ), x D(f ),


g(y) = g(y0 ) + (y)(y y0 ), y D(g),

dove : D(f ) R e : D(g) R sono due funzioni continue nei punti x0 e y0 , rispet-
tivamente. Osserviamo ora che se x appartiene al dominio di g f , il numero f (x) sta
necessariamente nel dominio D(g) di g (in base alla definizione di dominio di una com-
posizione). Quindi, la seconda uguaglianza, dato che `e valida per ogni numero y in D(g),
rester`a valida anche sostituendo f (x) al posto di y. Dunque, tenendo conto che f (x0 ) = y0 ,
si ottiene

g(f (x)) g(f (x0 )) = (f (x))(f (x) f (x0 )) = [(f (x))(x)] (x x0 ), x D(gf ).

Questo prova che g f `e derivabile in x0 , visto che (f (x))(x) `e continua in x0 essendo


composizione e prodotto di funzioni continue (infatti f e sono continue in x0 e in
y0 = f (x0 )). Pertanto

(gf )0 (x0 ) = (f (x0 ))(x0 ) = (y0 )(x0 ) = g 0 (y0 )f 0 (x0 ),

e la tesi `e dimostrata.

18 - Mercoled` 15/10/08
Definizione (di estensione di una funzione). Data una funzione f : A R ed un insieme
B contenente A, una qualunque funzione g : B R la cui restrizione ad A coincida con f
si dice unestensione di f o un prolungamento di f .

Osservazione. Una funzione continua f : A R `e derivabile in x0 A A0 se e solo se il


rapporto incrementale
f (x) f (x0 )
r(x) =
x x0
(definito soltanto per x A\{x0 }) ammette unestensione continua : A R (si potrebbe
provarefac che, essendo x0 un punto di accumulazione per A, tale estensione `e unica).

Lemmasd . La funzione sen x


se x 6= 0
(x) = x
1 se x = 0

`e continua nel punto x0 = 0 (`e continua anche negli altri punti perche in R\{0} `e rapporto
di funzioni continue).

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Dal suddetto lemma discende immediatamente che la funzione sen x `e derivabile nel punto
x0 = 0. Infatti, dalla definizione di (x) si deduce che sen x sen 0 = (x)(x 0), x R
(compreso il punto x0 = 0). Pertanto, dato che (x) `e continua nel punto x0 = 0, si pu`o
affermare (in base alla definizione di derivabilit`a) che sen x `e derivabile in tal punto e la
sua derivata `e (0) = 1.

Teorema. Le funzioni sen x e cos x sono derivabili e si ha

D sen x = cos x , D cos x = sen x , x R.

Dimostrazione. Fissato un arbitrario x0 R, dalla prima formula di prostaferesi si ha


x + x0 x x0
sen x sen x0 = 2 cos( ) sen( ).
2 2
Quindi, tenendo conto delluguaglianza sen x = (x)x, possiamo scrivere
x + x0 x x0 x x0
sen x sen x0 = 2 cos( )( )( ).
2 2 2
Pertanto
sen x sen x0 = (x)(x x0 ) ,
dove
x + x0 x x0
(x) = cos( )( )
2 2
`e continua (in base al precedente lemma e al teorema di continuit`a delle funzioni combina-
te). Dunque sen x `e derivabile in x0 e D sen x0 = (x0 ) = cos x0 .
La derivabilit`
a di cos x si prova in modo analogo (i dettagli sono lasciati agli studenti).

19 - Venerd` 17/10/08
Esercizio. Usando la regola della derivata del quoziente provare che

D tang x = 1 + tang2 x = 1/ cos2 x.

Esercizio. Provare che la funzione |x| non `e derivabile nel punto x0 = 0 (esistono quindi
funzioni continue ma non derivabili).
Suggerimento. Occorre mostrare che la funzione r(x) = |x|/x (che `e definita e continua
in R\{0}) non ammette unestensione continua : R R. Infatti, se una tale esistesse,
per il teorema dei valori intermedi la sua immagine dovrebbe essere un intervallo, e ci`o `e
impossibile perche . . .

Esercizio. Provare che la funzione |x|x `e derivabile anche nel punto x0 = 0 (quindi il
prodotto di una funzione derivabile e di una non derivabile pu`o essere derivabile).

Esercizio. Dedurre, dal teorema di derivabilit`a delle funzioni combinate, che la seguente
funzione non `e derivabile nel punto x0 = 0:
x2 |x| cos x
f (x) = .
2 + x2

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Suggerimento. Se (per assurdo) f (x) fosse derivabile, allora . . .

Esercizio. Mostrare che la seguente funzione `e derivabile (anche nel punto x0 = 0):

x2 |x| sen x
f (x) = .
2 + x2

Esercizio. Provare che la somma di una funzione derivabile e di una non derivabile non
pu`o essere derivabile. Mostrare con un esempio che la somma di due funzioni non derivabili
pu`o essere derivabile.
` opportuno anticipare alcune nozioni (in parte gi`a incontrate nella scuola secondaria) che
E
avremo modo di approfondire durante il corso. Mediante il concetto di integrale definito
daremo una conveniente definizione di funzione logaritmica (naturale), denotata log x o ln x.
Proveremo che tale funzione `e definita in (0, +), `e strettamente crescente, `e suriettiva
ed `e nulla nel punto x = 1. Di conseguenza, la sua inversa, detta funzione esponenziale
(naturale) e denotata exp y (provvisoriamente `e conveniente indicare con y la variabile),
risulta definita in tutto R (cio`e nellimmagine di log x), `e strettamente crescente, ha per
immagine il dominio di log x (ossia, la semiretta aperta (0, +)) e vale 1 nel punto y = 0.
Vedremo inoltre che le funzioni log x e exp y sono derivabili e risulta: D log x = 1/x,
D exp y = exp y.

Le potenze ad esponente reale si definiscono nel seguente modo: ab = exp(b log a), dove a `e
un numero positivo (altrimenti non ha senso log a) e b `e un qualunque numero reale. Tale
definizione, come vedremo, non `e campata in aria: estende la nozione classica di potenza

ad esponente razionale (i.e. an/m = m an ). Dalla definizione di potenza ad esponente
reale segue facilmente che exp x = (exp 1)x . Il misterioso e importantissimo numero exp 1
si denota (per brevit` a) con la lettera e e si chiama numero di Nepero (`e un irrazionale
compreso tra 2, 7182 e 2, 7183). Pertanto, exp x coincide con la funzione ex , detta funzione
esponenziale in base e (o in base naturale). In generale, ax , dove a `e un qualunque numero
positivo, si dice funzione esponenziale in base a. Se a 6= 1, tale funzione `e invertibile e la
sua inversa si chiama funzione logaritmica in base a e si denota con loga x. Non `e difficile
provare che loge x = log x (e siamo tornati al punto di partenza).

Esercizio. Dedurre, dal teorema di derivabilit`a delle funzioni combinate, che ax e x sono
derivabili e calcolarne le derivate.

Definizione (delle funzioni iperboliche). Le funzioni

ex ex ex + ex
senh x = e cosh x =
2 2
si chiamano, rispettivamente, seno iperbolico e coseno iperbolico. Il rapporto
senh x
tanh x =
cosh x
si dice tangente iperbolica.

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Esercizio. Provare che (cosh t)2 (senh t)2 = 1 per ogni t R. In altre parole, per ogni t in
R, il punto (cosh t, senh t) di R2 appartiene alliperbole di equazione y 2 x2 = 1 (per questo
le due funzioni senh t e cosh t si chiamano iperboliche, mentre le funzioni trigonometriche
cos x e sen x si chiamano anche circolari; infatti . . . bla bla).

Esercizio. Provare che le funzioni iperboliche sono derivabili e calcolarne la derivata.

Definizione (di retta tangente). Data una funzione reale di variabile reale f , consideriamo
un punto (x0 , y0 ) del suo grafico (cio`e tale che x0 D(f ) e y0 = f (x0 )). Se f `e derivabile
in x0 , la retta tangente al grafico di f nel punto corrispondente a x0 `e la retta passante per
(x0 , y0 ) di coefficiente angolare f 0 (x0 ). Ossia, `e la retta di equazione

y y0 = f 0 (x0 )(x x0 ).

Ad esempio, se f (x) = 2x x3 , per x0 = 0 si ottiene la retta y = 2x, per x0 = 1 si ha


y + x + 2 = 0, mentre per x0 = 1 . . . (esercizio)

20 - Venerd` 17/10/08
Teorema (della derivata di una funzione inversa). Sia f : J R una funzione strettamente
monotona in un intervallo. Se f `e derivabile in un punto x0 J e f 0 (x0 ) 6= 0, allora f 1
`e derivabile in y0 = f (x0 ) e
1 1
(f 1 )0 (y0 ) = = .
f 0 (x 0) f 0 (f 1 (y0 ))

Dimostrazione. Essendo f derivabile in x0 , esiste : J R continua in x0 e tale che


f (x) f (x0 ) = (x)(x x0 ) per ogni x J. Poiche (per definizione di funzione inversa)
risulta f 1 (y) J per ogni y f (J), ponendo nella suddetta uguaglianza f 1 (y) al posto
di x (e tenendo conto che x0 = f 1 (y0 ) ), si ottiene

f (f 1 (y)) f (f 1 (y0 )) = (f 1 (y))(f 1 (y) f 1 (y0 ));

che possiamo scrivere nella forma

y y0 = (f 1 (y))(f 1 (y) f 1 (y0 )).

Di conseguenza, se y 6= y0 , si ha necessariamente (f 1 (y)) 6= 0, ed avendo inoltre supposto


(f 1 (y0 )) = (x0 ) = f 0 (x0 ) 6= 0, si ottiene luguaglianza
1
f 1 (y) f 1 (y0 ) = (y y0 ), y f (J).
(f 1 (y))
Osserviamo ora che f 1 : f (J) R `e continua, visto che `e monotona ed ha per immagine
lintervallo J. Risulta quindi continua in y0 anche la funzione 1/(f 1 ). Questo prova
che f 1 `e derivabile in y0 . Inoltre si ha
1 1
(f 1 )0 (y0 ) = = 0 ,
(f 1 (y0 )) f (x0 )

25/04/09 33
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e la tesi `e dimostrata.

Esempio. Calcoliamo la derivata in y0 = 2 della funzione inversa di f (x) = log x +


2x (notiamo che f `e strettamente crescente nellintervallo (0, +) e quindi esiste la sua
funzione inversa). Dal teorema precedente si ha
1 1
(f 1 )0 (2) = = ,
f 0 (x0 ) 1/x0 + 2

dove x0 = f 1 (2). Occorre quindi trovare x0 , cio`e risolvere lequazione f (x) = 2. In


generale unequazione del tipo f (x) = y0 si risolve con metodi numerici (ad esempio col
metodo delle bisezioni), ma nel nostro caso si vede subito che x0 = 1 `e lunica soluzione
dellequazione log x + 2x = 2 (lunicit`a dipende dalla stretta crescenza di f ). Pertanto

(f 1 )0 (2) = 1/3 .

Come applicazione del teorema della derivata di una funzione inversa, mostriamo che
arctg y `e derivabile e
1
D arctg y = .
1 + y2
Fissato un punto y0 R, dal suddetto teorema segue
1 1
D arctg y0 = = ,
D tang x0 1 + tang2 x0

dove x0 = arctg y0 (o, equivalentemente, tang x0 = y0 ). Dunque


1 1
D arctg y0 = = .
1 + tang2 x0 1 + y02

Eserciziofac . Sia f : J R una funzione strettamente monotona in un intervallo. Provare


che se f `e derivabile in un punto x0 J e f 0 (x0 ) = 0 (come nel caso di f (x) = x3 e x0 = 0),
allora f 1 non `e derivabile in y0 = f (x0 ).
Suggerimento. Procedere per assurdo, tenendo conto delluguaglianza f 1 (f (x)) = x.

Esercizio. Dal teorema della derivata di una funzione inversa dedurre che la funzione y
`e derivabile in (0, +) e si ha
1
D y = , y > 0.
2 y

Esercizio. Dal teorema della derivata di una funzione inversa dedurre che la funzione 3 y
`e derivabile in R\{0} e si ha
1
D3y= p
3
, y 6= 0 .
3 y2

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Esercizio. Dal teorema della derivata di una funzione inversa dedurre che le funzioni
arcsen y e arccos y sono derivabili in (1, 1) e risulta
1 1
D arcsen y = p , y (1, 1) e D arccos y = p , y (1, 1).
1 y2 1 y2
Esercizio. Sapendo che D log x = 1/x (lo vedremo subito dopo aver definito la funzio-
ne logaritmica) provare (mediante il teorema della derivata di una funzione inversa) che
D exp y = exp y.

21 - Marted` 04/11/08 (Lezione di recupero)


Ricordiamo che dato un punto x0 R e dato un numero positivo , linsieme dei punti
x R che distano da x0 meno di si chiama intorno di x0 di raggio e si denota I(x0 , ).

Definizione (di punto interno). Un punto x0 R si dice interno ad un sottoinsieme A di


R se esiste un intorno di x0 (interamente) contenuto in A. In altre parole, x0 `e interno ad
A se esiste un intervallo (x0 , x0 + ), con > 0, contenuto in A. Linsieme dei punti
interni ad A si chiama interno di A e si denota A.

Osserviamo che un punto interno ad un insieme deve necessariamente appartenere allinsie-


me, dato che lintorno di un punto (qualunque esso sia) contiene il punto stesso. Tuttavia,
non tutti i punti di un insieme sono necessariamente interni. Ad esempio, se A = [0, 1],
i punti 0 e 1, pur appartenendo ad A, non sono interni perche ogni loro intorno contiene
degli elementi che non stanno in A (come per la negazione della proposizione esiste una
pecora nera, negare che esiste un intorno interamente contenuto in A equivale ad af-
fermare che ogni intorno non `e interamente contenuto in A, e quindi contiene punti del
complementare).

Esercizio. Provare che linsieme dei punti interni ad un intervallo chiuso [a, b] `e lintervallo
aperto (a, b).

Definizione (di punto di frontiera). Un punto x0 R si dice di frontiera per un insieme A


se non `e ne interno ad A ne interno al complementare Ac di A. In altre parole (ricordando
il discorso sulle pecore), x0 `e di frontiera per A se ogni suo intorno contiene sia punti di A
sia punti di Ac . Linsieme dei punti di frontiera per A si denota A.

Ecco alcuni esempi significativi:

(0, 2] = {0, 2}, (R\{0}) = {0}, N = N, (1, +) = {1}, {2} = {2}.

Esercizio. Provare che se un punto non `e interno ad un insieme, ma appartiene allinsieme,


allora `e di frontiera.
A e A
Osservazione. Qualunque sia il sottoinsieme A di R, risulta A A A = .

Un insieme A R si dice aperto se ogni punto di frontiera appartiene al suo complementare


(cio`e se A Ac ), si dice chiuso se contiene tutti i suoi punti di frontiera (cio`e se A A).

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La nozione di chiuso non `e la negazione di aperto (al massimo si pu`o affermare che `e
lopposto). Esistono infatti insiemi che non sono ne chiusi ne aperti (come, ad esempio,
lintervallo (a, b]). Infatti, se un insieme contiene alcuni punti di frontiera, ma non tutti,
non `e ne aperto ne chiuso.

Esercizio. Provare che un insieme A R `e aperto se e solo se ogni suo punto `e interno.

Esercizio. Provare che un insieme A R `e chiuso se e solo Ac `e aperto.

22 - Marted` 04/11/08 (Lezione di recupero)


Definizione (di punto estremante). Sia f : A R una funzione reale di variabile reale.
Un punto x0 A si dice di minimo relativo (o locale) per f in A se esiste un intorno U di
x0 tale che f (x) f (x0 ) per ogni x U A. In modo analogo si definisce il concetto di
massimo relativo. Un punto di minimo o di massimo relativo per f (in A) si dice estremante
per f (in A).

Si osservi che un punto di minimo assoluto per una funzione `e anche di minimo relativo
ma, in generale, non `e vero il contrario. Tuttavia, un punto di minimo relativo `e di minimo
assoluto per la restrizione della funzione ad un opportuno intorno del punto.

Esempio. Il punto x0 = 0 `e di minimo assoluto (e quindi anche relativo) per la funzione


f (x) = 1 + |x|, visto che f (0) = 1 e f (x) 1 per ogni x R.

Esempio. Vedremo in seguito (mediante lo studio del segno della derivata) come sia
possibile stabilire con certezza che il punto x = 0 `e di minimo relativo per la funzione
f (x) = 1 + |x| x2 . Per ora, tanto per avere unidea, accontentiamoci del seguente
ragionamento euristico: per valori piccoli di x il numero 1 + |x| x2 `e approssimativamente
uguale a 1 + |x|, dato che x2 `e molto pi` u piccolo di |x|. Pertanto, vicino al punto x = 0,
f (x) `e circa uguale alla funzione g(x) = 1 + |x|, che ha un minimo per x = 0. Ovviamente
x = 0 non `e di minimo assoluto per f (anche se lo `e per g), perche f (x) in alcuni punti
(quali?) assume valori minori di f (0).

Attenzione. I punti di massimo o di minimo relativo di una funzione (cio`e i punti estre-
manti) stanno nel dominio, e non sul grafico. I minimi e i massimi relativi (o assoluti), cio`e i
valori assunti nei punti estremanti, detti estremi della funzione, appartengono allimmagine
(e neppure quelli stanno sul grafico).

23 - Mercoled` 05/11/08
Teorema di Fermat. Sia f : A R una funzione reale di variabile reale e sia x0 A.
Supponiamo che:
(1) x0 sia interno ad A;
(2) f sia derivabile in x0 ;
(3) x0 sia un punto estremante per f in A.

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Allora f 0 (x0 ) = 0.
Dimostrazione. Supponiamo per assurdo f 0 (x0 ) 6= 0. Ad esempio supponiamo f 0 (x0 ) > 0.
Per lipotesi (2) esiste : A R continua in x0 e tale che f (x) f (x0 ) = (x)(x x0 ) per
ogni x A. Essendo (x0 ) = f 0 (x0 ) > 0, esiste un intorno (x0 , x0 + ) di x0 (che per
lipotesi (1) possiamo supporre contenuto in A) in cui (x) > 0. Quindi, in tale intorno,
f (x) < f (x0 ) per x < x0 e f (x) > f (x0 ) per x > x0 . Ne segue che x0 non pu`o essere ne
un punto di minimo ne un punto di massimo, contraddicendo lipotesi (3). Pertanto non
pu`o essere f 0 (x0 ) > 0. In maniera analoga si prova che non pu`o essere f 0 (x0 ) < 0. Dunque
f 0 (x0 ) = 0.

Si osservi che il Teorema di Fermat si pu`o enunciare anche nel modo seguente (versione
garantista): se in un punto interno al dominio di una funzione la derivata `e diversa da
zero, allora tale punto non `e estremante.

Osserviamo che, in base al Teorema di Fermat, i punti estremanti per f : A R vanno


cercati tra le seguenti tre categorie (sono quelli che rimangono dopo aver scartato i punti
interni ad A con derivata non nulla):
punti di A non interni (quindi di frontiera);
punti di A in cui la funzione non `e derivabile;
punti interni ad A in cui si annulla la derivata.
Nessuna delle suddette tre condizioni ci assicura che un punto sia estremante. Tuttavia,
se lo `e, almeno una delle tre deve necessariamente essere soddisfatta.

Teorema di Rolle. Sia f : [a, b] R una funzione soddisfacente le seguenti condizioni:


(1) f `e continua in [a, b];
(2) f `e derivabile in (a, b);
(3) f (a) = f (b).
Allora esiste un punto c (a, b) tale che f 0 (c) = 0.
Dimostrazione. Poiche f `e continua in un intervallo limitato e chiuso, per il Teorema di
Weierstrass ammette minimo e massimo assoluti. Esistono cio`e (almeno) due punti c1 e
c2 in [a, b] per i quali risulta f (c1 ) f (x) f (c2 ) per ogni x [a, b]. Se uno dei due
punti, ad esempio c = c1 , `e interno allintervallo [a, b], allora, essendo f derivabile in tal
punto, dal Teorema di Fermat segue f 0 (c) = 0 (e la tesi, in questo caso, `e dimostrata). Se,
invece, nessuno dei due punti `e interno ad [a, b], allora sono entrambi di frontiera per [a, b],
e quindi, per lipotesi (3) si ha f (c1 ) = f (c2 ). Pertanto, essendo f (c1 ) f (x) f (c2 ), la
funzione risulta costante e, di conseguenza, la derivata `e nulla in ogni punto c (a, b).

I seguenti esempi mostrano che nessuna delle tre ipotesi del Teorema di Rolle pu`o essere
rimossa, ferme restando le altre due.

Esempio. La funzione f (x) = |x| `e continua in [1, 1] e f (1) = f (1), ma la sua derivata
non si annulla mai in (1, 1). Perche non si pu`o applicare il Teorema di Rolle?

Esempio. La funzione f (x) = x[x] `e definita in [0, 1], `e derivabile in (0, 1) e f (0) = f (1).

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Tuttavia la sua derivata non si annulla mai in (0, 1). Come mai?

Esempio. La funzione f (x) = x `e derivabile in [0, 1] (quindi anche continua), sebbene la


sua derivata non si annulli mai in (0, 1). C`e un motivo?

Il seguente risultato `e unimportante estensione del Teorema di Rolle, nonche una sua facile
conseguenza.

Teorema di Lagrange (o del valor medio). Sia f : [a, b] R una funzione soddisfacente
le seguenti condizioni:
(1) f `e continua in [a, b];
(2) f `e derivabile in (a, b).
Allora esiste un punto c (a, b) tale che

f (b) f (a)
f 0 (c) = .
ba

Dimostrazione. Definiamo una nuova funzione

g(x) := f (x) kx ,

determinando la costante k in modo che g soddisfi (in [a, b]) le ipotesi del Teorema di Rolle.
Le prime due sono ovviamente verificate qualunque sia la costante k. E ` facile mostrare che
lunica costante che rende g(a) = g(b) `e

f (b) f (a)
k= .
ba
Per il Teorema di Rolle esiste c (a, b) tale che g 0 (c) = 0, e la tesi segue immediatamente
osservando che g 0 (x) = f 0 (x) k.

24 - Mercoled` 05/11/08
Dati due arbitrari punti a, b R, lintervallo che ha per estremi tali punti si chiama
segmento di estremi a e b e si denota con ab. In altre parole: ab = [a, b] se a < b, ab = {a}
se a = b e ab = [b, a] se a > b.

Esercizio. Dedurre dal Teorema di Lagrange che se f `e derivabile in un intervallo J,


allora, dati x1 , x2 J, esiste un punto c x1 x2 tale che f (x2 ) f (x1 ) = f 0 (c)(x2 x1 ).

Diamo ora alcune importanti conseguenze del Teorema di Lagrange.

Corollario. Sia f : J R derivabile in un intervallo J e tale che f 0 (x) 0 (risp.


f 0 (x) 0) per ogni x J. Allora f `e crescente (risp. decrescente) in J.
Dimostrazione. Siano x1 , x2 J tali che x1 < x2 . Per il Teorema di Lagrange esiste
un punto c (x1 , x2 ) per cui f (x2 ) f (x1 ) = f 0 (c)(x2 x1 ). Poiche f 0 (c) 0, si ha
f (x1 ) f (x2 ).

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Eserciziofac . Sia f : J R derivabile in un intervallo J. Provare che la condizione


f 0 (x) 0, x J non `e soltanto sufficiente, ma anche necessaria affinche f sia crescente
in J.
Suggerimento. Osservare che se f `e crescente allora, fissato x0 J, risulta

f (x) f (x0 )
(x) = 0, x J, x 6= x0 ,
x x0

e quindi non pu` o essere f 0 (x0 ) < 0, altrimenti, per il teorema della permanenza del segno
per le funzioni continue . . .

Corollario. Sia f : J R derivabile in un intervallo J e tale che f 0 (x) > 0 (risp. f 0 (x) <
0) per ogni x J. Allora f `e strettamente crescente (risp. strettamente decrescente) in J.
Dimostrazione. E` analoga a quella del precedente corollario.

Esercizio. Sia f : J R derivabile in un intervallo J. Mostrare, con un esempio, che


la condizione f 0 (x) > 0 per ogni x J non `e necessaria affinche f sia strettamente
crescente in J (`e soltanto sufficiente).

Si potrebbe provarefac , mediante il Teorema di Lagrange, che una condizione necessaria e


sufficiente affinche una funzione f : J R, derivabile in un intervallo J, sia strettamente
crescente `e che siano soddisfatte le seguenti due condizioni (verificate, ad esempio, dalla
funzione f (x) = x3 ):
f 0 (x) 0 per ogni x J;
in ogni sottointervallo non banale di J esiste almeno un punto c in cui f 0 (c) > 0.

Corollario. Sia f : J R derivabile in un intervallo J e tale che f 0 (x) = 0 per ogni


x J. Allora f `e costante in J.
Dimostrazione. E` analoga a quella del precedente corollario.

Osservazione. Nei tre precedenti corollari, lipotesi che f sia definita in un intervallo
non pu`o essere rimossa. Ad esempio, per quanto riguarda lultimo dei tre, si osservi che
la funzione f (x) = |x|/x `e derivabile nel suo dominio R\{0}, ha derivata nulla, ma non `e
costante (lo `e in ogni sottointervallo del dominio).

Esercizio. Denotiamo con f (x) la restrizione di |x3 + 1| allintervallo [2, 1]. Dopo aver
trovato i punti estremanti di tale restrizione, se ne determini limmagine.
Svolgimento. Innanzitutto osserviamo che f `e continua in un intervallo compatto (cio`e
limitato e chiuso). Pertanto, per il Teorema di Weierstrass, ammette minimo e massimo
assoluti. Inoltre, essendo definita in un intervallo, per il teorema dei valori intermedi, la sua
immagine `e un intervallo (necessariamente limitato e chiuso, dato che f ammette minimo
e massimo). Per trovare i punti estremanti (relativi e assoluti) conviene suddividere il
dominio di f in intervalli in cui risulta monotona. Studiamo perci`o il segno della sua

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derivata. Poiche
x3 1 se 2 x 1
f (x) =
x3 + 1 se 1 x 1 ,
risulta
3x2 se 2 x < 1
f 0 (x) =
3x2 se 1 < x 1 .
Quindi f (x) `e decrescente nellintervallo [2, 1] ed `e crescente in [1, 1]. Da cui si deduce
che x = 2 e x = 1 sono punti di massimo e x = 1 `e un punto di minimo. Calcolando i
valori di f (x) in detti punti si pu`o affermare che il valore massimo di f `e 7 ed `e assunto
in x = 2, mentre il minimo vale 0 ed `e assunto nel punto x = 1. In base al teorema dei
valori intermedi si pu`o concludere che limmagine di f `e lintervallo [0, 7].

Esercizio. Rispondere alla seguente domanda: per quali valori del parametro lequazione
|x3 + 1| + 2 = 0 ammette almeno una soluzione nellintervallo [2, 1]?
Svolgimento. Si osservi che lequazione |x3 + 1| + 2 = 0 ammette almeno una soluzione in
[2, 1] se e solo se il numero 2 appartiene allinsieme dei valori assunti dalla funzione
|x3 + 1| nellintervallo [2, 1], cio`e se e solo se 2 sta nellimmagine della funzione f (x)
definita nel precedente esercizio. Pertanto la suddetta equazione ammette una soluzione in
[2, 1] se e solo se 0 2 7, da cui si ricava (moltiplicando i tre membri della doppia
disequazione per 1/2) che 0 7/2 (ovvero [7/2, 0]).

Esercizio. Determinare i punti estremanti delle seguenti funzioni: xex , |x|ex , |x| x2 .
Suggerimento. Suddividere il dominio di ciascuna funzione in intervalli in cui risulta
monotona.

Esercizio. Determinare i punti estremanti della restrizione di |x|ex allintervallo [1, 2].
Suggerimento. Suddividere il dominio della funzione in intervalli in cui risulta monotona.

Esercizio. Determinare i punti estremanti della restrizione della funzione |x + 1| allinter-


vallo [2, 2]. Si osservi che per il Teorema di Weierstrass tale restrizione deve avere almeno
due punti estremanti.

25 - Mercoled` 05/11/08
Teorema (della derivata non nulla in un estremo). Sia f : [a, b] R derivabile nellestremo
a del suo dominio [a, b]. Se f 0 (a) > 0 (risp. f 0 (a) < 0), allora a `e un punto di minimo
(risp. massimo) relativo. Analogamente, se f `e derivabile in b e f 0 (b) > 0 (risp. f 0 (b) < 0),
allora b `e un punto di massimo (risp. minimo) relativo.
Dimostrazione. Proviamo il caso f 0 (a) > 0 (gli altri tre si trattano in modo analogo).
Per ipotesi esiste una funzione (x) continua in a e tale che f (x) f (a) = (x)(x a),
x [a, b]. Per il teorema della permanenza del segno (per funzioni continue) esiste un
intorno U = (a , a + ) di a tale che per ogni x U [a, b] si ha (x) > 0. Pertanto, se

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x U [a, b], risulta


f = f (x) f (a) = (x)(x a) 0 ,
dato che x a 0.

Osserviamo che il suddetto teorema rappresenta (soltanto) una condizione sufficiente af-
finche un punto sia estremante, mentre il teorema di Fermat d`a (soltanto) una condizione
necessaria.

Esempio. La funzione f : [0, 1] R, definita da f (x) = x2 , mostra che la condizione


f 0 (a) > 0 del precedente teorema non `e necessaria affinche il punto a sia di minimo.
Si invitano gli studenti a dedurre (dal suddetto teorema) che una condizione necessaria
(nellipotesi che f sia derivabile nellestremo a del dominio [a, b]) `e la seguente: f 0 (a) 0.

Definizione (di intorno laterale) Dato un punto x0 R e assegnato un numero >


0, lintorno sinistro (risp. lintorno destro) di x0 di ampiezza (o raggio) `e lintervallo
(x0 , x0 ] (risp. [x0 , x0 + )) costituito dai punti x x0 (risp. x x0 ) che distano da x0
meno di .

Esercizio. Sia x0 un punto interno ad una funzione f : A R. Supponiamo che f sia


decrescente in un intorno sinistro di x0 e crescente in un intorno destro di x0 . Provare
che x0 `e un punto di minimo relativo per f (n.b. x0 appartiene sia allintorno sinistro sia
allintorno destro).

Definizione (di derivata laterale). Data una funzione f : A R e dato un punto x0


interno ad A, la derivata (laterale) sinistra di f in x0 `e (quando esiste) la derivata in x0
della restrizione di f allinsieme (, x0 ] A. Tale derivata si denota con D f (x0 ) o
con f0 (x0 ). In modo analogo si definisce la derivata (laterale) destra di f in x0 , denotata
D+ f (x0 ) o f+0 (x0 ).

Esercizio. Provare che se f : A R `e derivabile in un punto x0 interno ad A, allora


esistono D f (x0 ) e D+ f (x0 ) e coincidono con Df (x0 ).

Si osservi che se due funzioni f e g coincidono in un intorno sinistro (risp. destro) di x0 (x0
incluso), allora hanno la stessa derivata sinistra (risp. destra) in x0 (ammesso che esista).
Quindi, se g `e addirittura derivabile in x0 , allora esiste la derivata sinistra di f in x0 e
risulta D f (x0 ) = g 0 (x0 ). Ad esempio, per f (x) = |x| x|x| si ha D f (0) = 1, perche
per x 0 la funzione f (x) coincide con la funzione derivabile g(x) = x2 x la cui derivata
nel punto x0 = 0 `e 1.

Eserciziofac . Provare che una funzione f `e derivabile in un punto x0 interno al dominio se


(quindi anche solo se, in base allesercizio precedente) entrambe le derivate laterali esistono
e sono uguali.

Definizione (di punto angoloso). Sia f : A R una funzione reale di variabile reale. Un
punto x0 interno ad A si dice angoloso (per f ) se in tal punto f `e derivabile sia a sinistra
sia a destra e le derivate laterali sono diverse. In particolare, una funzione in un punto

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angoloso non `e derivabile (ma non `e difficile provarefac che `e necessariamente continua).

Esercizio. Provare che se un punto x0 `e angoloso per una funzione f e le due derivate
laterali di f in x0 hanno segno discorde, allora x0 `e un punto estremante per f .
Suggerimento. Applicare il teorema della derivata non nulla in un estremo.

Esercizio. Determinare i punti angolosi della funzione f (x) = |x2 1| e provare che tali
punti sono di minimo.

26 - Venerd` 07/11/08
Uno degli assiomi dei numeri naturali `e il cosiddetto Principio di Induzione, formulato per
la prima volta dal matematico italiano Giuseppe Peano (1858-1932).

Principio di Induzione (dei numeri naturali).


Sia A un sottoinsieme di N con le seguenti due propriet`
a:
(1) 1 A;
(2) se n A allora anche n + 1 A.
Allora A = N.

Talvolta si preferisce considerare il numero 0 (invece di 1) come il pi`


u piccolo naturale. In
a (1) del Principio di Induzione va sostituita con 0 A.
tal caso, la propriet`

Il Principio di Induzione dei numeri naturali ha una formulazione equivalente.

Principio di Induzione (per le proposizioni). Sia {Pn } una famiglia di proposizioni


dipendenti da n N. Supponiamo che siano verificate le seguenti condizioni:
(a) P1 `e vera;
(b) se Pn vera, anche Pn+1 `e vera.
Allora Pn `e vera per ogni n N.
Dimostrazione. Chiamiamo A linsieme dei numeri naturali per i quali Pn `e vera. E`
immediato provare che A gode delle propriet`a (1) e (2) del Principio di Induzione (dei
numeri naturali) e quindi deve coincidere con N. Dunque risulta che Pn `e vera per ogni
n N, e la dimostrazione `e conclusa.

Esercizio. Facciamo vedere per induzione (cio`e applicando il Principio di Induzione) che
la somma dei primi n numeri naturali `e data dalla formula

Sn = 1 + 2 + + n = n(n + 1)/2.

` immediato verificare che la formula precedente `e vera per n = 1. Supponiamo sia vera
E
per un certo n fissato. Segue

n(n + 1) (n + 1)(n + 2)
Sn+1 = 1 + 2 + + n + (n + 1) = S(n) + n + 1 = +n+1= ,
2 2
e lesercizio `e completato.

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La precedente somma 1 + 2 + + n si indica in notazione pi`


u compatta come
n
X
k.
k=1

Esercizio. Proviamo per induzione la disuguaglianza

(1 + h)n 1 + nh , con h 1 ,

per ogni n naturale. Se n = 1 la disuguaglianza `e vera in quanto

1 + h 1 + h,

Se Pn `e vera per un dato n N, risulta

(1 + h)n+1 = (1 + h)(1 + h)n (1 + h)(1 + nh) = 1 + (n + 1)h + nh2 1 + (n + 1)h .

Quindi, se supponiamo Pn vera si ottiene che `e vera anche Pn+1 e la disuguaglianza `e


completamente provata.

Esercizio. Provare per induzione le seguenti formule:


n
X n(n + 1)(2n + 1)
1) k2 = ;
6
k=1
n
X n2 (n + 1)2
2) k3 = ;
4
k=1
3) Un insieme con n elementi ha 2n sottoinsiemi;
4) n2 n 0;
5) 1 + 3 + 5 + ... + (2n 1) = n2 ;
6) Se S(n) = nk=1 1/k, si ha S(2n ) > n/2.
P

27 - Venerd` 07/11/08
La derivata della derivata di una funzione f si chiama derivata seconda di f e si indica con
f 00 , con D2 f o con
d2 f
 
d df
= 2.
dx dx dx
In generale, la derivata della derivata (n 1)-esima di f si chiama derivata n-esima e si
denota con f (n) , con Dn f o con

d dn1 f dn f
 
= n.
dx dx dx

Definizione. Una funzione f si dice di classe C 0 se `e continua. Si dice di classe C 1 (o che


appartiene alla classe C 1 ) se `e derivabile e la sua derivata `e di classe C 0 . Pi`
u in generale,
n
f `e (di classe) C , n N, se `e derivabile e la sua derivata prima `e C n1 . Si dice infine che

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f `e (di classe) C se `e C n per ogni n N. Per indicare che f `e di classe C n (risp. C ) si


scrive f C n (risp. f C ).

Abbiamo visto che le funzioni derivabili sono anche continue, pertanto, se f `e C 1 , essendo
derivabile, `e anche di classe C 0 . Pi`
u in generale vale il seguente risultato:

Lemma. Se f `e C n allora `e anche C n1 .


Dimostrazione fac .
Indichiamo con Pn la proposizione C n = C n1 . Abbiamo appena osservato che P1
`e vera. Procediamo per induzione: supponiamo, per ipotesi induttiva, che sia vera Pn1 e
deduciamo da tale ipotesi che `e vera anche Pn . Supponiamo quindi che f sia C n , ossia che
f 0 sia C n1 . Dallipotesi induttiva si deduce che f 0 `e anche C n2 , e quindi f `e C n1 (per
definizione di C n1 ).

Per meglio comprendere il concetto di funzione di classe C n , osserviamo che se f C n ,


allora f 0 , essendo di classe C n1 , `e ancora derivabile e la sua derivata, f 00 , `e di classe C n2 ,
e cos` via fino ad arrivare alla derivata n-esima di f , che deve esistere e risultare continua.
In altre parole, possiamo affermare che f `e C n se (e solo se) `e derivabile n volte e la sua
derivata n-esima `e continua (una dimostrazione rigorosa di tale affermazione richiede il
Principio di Induzione).

Teorema (di regolarit`a delle funzioni combinate). La somma, il prodotto, il quoziente e la


composizione di funzioni di classe C n (C ), `e ancora una funzione di classe C n (C ).
Dimostrazione fac .
(Somma) Sia Pn la proposizione f, g C n = (f + g) C n . Dal teorema della
derivata della somma si ha (f + g)0 = f 0 + g 0 , e questo implica immediatamente che P1
`e vera. Assumiamo vera Pn1 e dimostriamo che allora `e vera anche Pn . Supponiamo
quindi che f, g C n (ovvero che f 0 , g 0 C n1 ) e mostriamo che (f + g) C n (ossia che
(f + g)0 C n1 ). Poiche (f + g)0 = f 0 + g 0 , dallipotesi induttiva si ha (f + g)0 C n1 ,
che per definizione significa (f + g) C n .
(Prodotto) Analogamente alla dimostrazione precedente denotiamo con Pn la proposizione
f, g C n = f g C n . Dal teorema della derivata del prodotto si ha (f g)0 = f 0 g+g 0 f ,
e questo implica che P1 `e vera. Assumiamo (per ipotesi induttiva) vera Pn1 e supponiamo
che f, g C n . Vogliamo provare che il prodotto f g `e di classe C n , ovvero che la funzione
(f g)0 , che coincide con f 0 g + g 0 f , `e di classe C n1 . Questo segue facilmente dal lemma
precedente, dallipotesi induttiva, e da quanto gi`a provato per la somma.
(Quoziente) La dimostrazione `e simile alle due precedenti ed `e lasciata per esercizio allo
studente.
(Composizione) La dimostrazione `e basata sulla formula della derivata di una funzione
composta: (gf )0 (x) = g 0 (f (x))f 0 (x). Questa ci dice che (gf )0 `e prodotto e composizione
di funzioni di una classe inferiore di ununit`a rispetto a quella di appartenenza di f e g.
Come per i casi precedenti, si pu` o procedere per induzione denotando con Pn la proposizione

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f, g C n = gf C n .

Si osservi che le costanti e la funzione f (x) = x sono di classe C (verificarlo per esercizio).
Poiche il prodotto di funzioni C `e una funzione C , ogni monomio axn `e una funzione
di classe C . Quindi, in base al precedente teorema, anche i polinomi sono di classe C ,
dato che si ottengono sommando monomi. Di conseguenza, anche le funzioni razionali,
essendo rapporto di polinomi, sono C (compresa la funzione f (x) = 1/x).

Esercizio. Mostrare che le funzioni sen x, cos x, log x e ex sono di classe C .

Esercizio. Dedurre dallesercizio precedente che la funzione tang x `e di classe C .

Esercizio. Mostrare che la funzione |x| = x sign x `e C 0 ma non C 1 .

Eserciziofac . Provare che la funzione x|x| = x2 sign x `e C 1 ma non C 2 .


Suggerimento. Provare che la derivata di x|x| `e 2|x| (anche nel punto x = 0) ed usare
lesercizio precedente (oltre alla definizione di funzione C 2 ).

Eserciziofac . Provare che la funzione xn |x| `e C n ma non C n+1 .


Suggerimento. Provare che la derivata di xn |x| `e (n + 1)xn1 |x| (anche per x = 0) ed usare
il principio di induzione.

Eserciziofac . Sia f : (a, b) R di classe C n e tale che f 0 (x) > 0 (oppure f 0 (x) < 0),
x (a, b). Provare che anche f 1 `e di classe C n .
Suggerimento. Denotare con Pn laffermazione f C n = f 1 C n ; mostrare che
P0 `e vera (per un importantissimo teorema); supporre Pn1 vera per ipotesi induttiva
e dedurre che allora `e vera anche Pn tramite la seguente formula della derivata di una
funzione inversa:
1
(f 1 )0 (y) = 0 1 .
f (f (y))

28 - Marted` 11/11/08
Da ora in avanti, col simbolo (x) denoteremo una qualunque funzione continua in x = 0
e nulla in tal punto. Per intenderci, diremo che una tale funzione `e infinitesima in zero.
Ovviamente, la variabile di detta funzione potr`a essere indicata con una qualunque lettera
(e non solo con x).

Riguardo al calcolo con funzioni del tipo (x) facciamo le seguenti osservazioni:
la somma (o la differenza) di due funzioni (x) `e una funzione (x);
il prodotto di una funzione continua (nel punto x = 0) per una funzione (x) `e una
funzione (x);
se f `e continua in un punto x = x0 , allora f (x0 + h) = f (x0 ) + (h) o, equivalente-
mente, f (x) = f (x0 ) + (x x0 );
se f (x) `e una funzione continua e nulla in zero, allora la composizione (f (x)) `e una
funzione (x);

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se f (x) `e una funzione continua e nulla in zero, allora la composizione f ((x)) `e una
funzione (x).

Esercizio. Stabilire quali delle seguenti funzioni sono del tipo (x): x cos x, 1 cos x,
sen x + x2 , x/(1 + x), |x|ex , ex , cos x ex , sen3 (x x2 ), x2 log(cos x), tang x, sen x + (x).

Esercizio. Stabilire quali delle seguenti funzioni possono essere scritte nella forma (x)x:
(x)x2 , x cos x, x3 cos x, x sen x + x2 , x/(1 + x), |x|ex , x2 ex , |x|xex , (3x)x, (sen x).

Esercizio. Stabilire quali delle seguenti funzioni possono essere scritte nella forma (x)x2 :
(x)x, (x)x3 , x cos x, x3 cos x, x/(1 + x), |x|ex , x2 ex , |x|xex , |x|x2 cos x.

Sia f : J R definita in un intervallo J e derivabile in un punto x0 J. Per la definizione


di funzione derivabile, sappiamo che esiste : J R continua in x0 e tale che

f (x) f (x0 ) = (x)(x x0 ) , x J.

Denotando con h lincremento x x0 della variabile si ha luguaglianza

f (x0 + h) = f (x0 ) + (x0 + h)h ,

valida per ogni numero h ammissibile, cio`e tale che x0 + h J.

Notiamo che (x0 +h) = (x0 )+(h), dove la funzione (h) := (x0 +h)(x0 ) `e continua
e nulla per h = 0. Quindi, tenendo conto che (x0 ) = f 0 (x0 ) si ottiene luguaglianza

f (x0 + h) = f (x0 ) + f 0 (x0 )h + (h)h ,

valida per ogni h ammissibile. Tale uguaglianza si chiama formula di Taylor del primo
ordine di f in x0 (col resto nella forma di Peano). Dato che h rappresenta lincremento
x x0 della variabile, la stessa uguaglianza pu`o essere scritta anche nel modo seguente:

f (x) = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ) + (x x0 )(x x0 ).

Ovviamente, quando x0 = 0, `e inutile porre h = x x0 : equivarrebbe a cambiare nome


alla variabile x (non servirebbe a un tubo!). Quindi, se x0 = 0 si ottiene luguaglianza

f (x) = f (0) + f 0 (0)x + (x)x ,

detta formula di MacLaurin del primo ordine di f .

Definizione (di formula di Taylor). Siano J un intervallo, f : J R una funzione reale di


variabile reale e x0 un punto di J. La formula di Taylor di ordine n di f in x0 (col resto
nella forma di Peano) `e unuguaglianza del tipo

f (x0 + h) = pn (h) + (h)hn ,

dove pn (h) `e un polinomio di grado minore o uguale ad n (nella variabile h), detto polinomio
di Taylor di ordine n di f in x0 (o di centro x0 ), e la funzione (h)hn , chiamata resto della

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formula, `e il prodotto di hn per una funzione (h) continua in zero e nulla in zero. La
formula di Taylor di centro x0 = 0 si dice anche di MacLaurin. In tal caso anche il
polinomio e il resto si dicono di MacLaurin (oltre che di Taylor di centro zero).

Osservazione. Se f : J R `e continua in x0 J, allora risulta f (x0 + h) = f (x0 ) + (h),


e tale uguaglianza rappresenta la formula di Taylor di f di ordine zero in x0 .

Osservazione. La formula di Taylor di centro x0 di f (x) non `e altro che la formula di


MacLaurin della funzione g(h) := f (x0 + h).

Il polinomio di Taylor di ordine n di una funzione f avr`a la seguente espressione:


pn (h) = a0 + a1 h + a2 h2 + + an hn ,
dove a0 , a1 , . . . , an sono delle opportune costanti (che, come vedremo, sono univocamente
associate ad f ). Non `e detto per` o che il grado di pn (h) sia proprio n (lo `e soltanto quando
an 6= 0). Non confondiamo quindi lordine di una formula di Taylor col grado del suo
polinomio (che non deve superare lordine, ma pu`o essere anche minore). In altre parole,
lordine di una formula di Taylor si giudica dal resto, e non dal polinomio. Ad esempio,
vedremo in seguito che le uguaglianze
sen x = x + (x)x e sen x = x + (x)x2
sono entrambe vere. La prima `e la formula di MacLaurin di sen x del primordine e la
seconda `e del secondordine. Entrambe hanno lo stesso polinomio di MacLaurin, ma la
seconda, ovviamente, d`a pi`
u informazioni della prima. Ad esempio, ci dice che la funzione
sen x x se x 6= 0

f (x) = x2
0 se x = 0
`e del tipo (x), unaffermazione vera che non pu`o essere dedotta dalla prima formula (pur
essendo anchessa vera).

Attenzione: la formula di Taylor di una funzione non `e unapprossimazione della funzione,


ma unuguaglianza. Il polinomio di Taylor, invece, fornisce una buona approssimazione
della funzione in un intorno del centro (pi`
u piccolo `e lintorno e pi`
u elevato `e il grado del
polinomio, migliore `e lapprossimazione).

29 - Marted` 11/11/08
Si ricorda che, dato un numero naturale n, il simbolo n! (che si legge enne fattoriale)
denota il prodotto di tutti i numeri naturali minori o uguali ad n. Pertanto 1! = 1, 2! = 21,
` inoltre conveniente definire 0! = 1 (ci`o semplifica la scrittura di alcune
3! = 3 2 1, ecc. E
formule).

Teoremasd (di esistenza della formula di Taylor). Se f : J R `e di classe C n in un


intervallo J, allora, fissato x0 J, si ha
f (x0 ) f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) 2 f (n) (x0 ) n
f (x0 + h) = + h+ h + + h + (h)hn ,
0! 1! 2! n!

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per ogni h ammissibile (ossia, tale che x0 + h J).

Uno degli scopi della formula di Taylor `e quello di esprimere il valore di una funzione
f in un punto x tramite informazioni riguardanti il suo comportamento in un punto di
riferimento x0 (si osservi infatti che nella suddetta formula il polinomio di Taylor dipende
esclusivamente dai valori assunti da f e dalle sue derivate in x0 ). In generale non sar`a
possibile valutare con esattezza il valore di f in x conoscendo soltanto ci`o che accade in
x0 . Tuttavia, nella suddetta formula, tutto ci`o che non riguarda il comportamento di f in
x0 `e confinato in un solo termine: il resto della formula. Se nel valutare f (x) si trascura il
resto, si commette un errore, ma tale errore, talvolta, pu`o essere maggiorato facilmente se
si sa maggiorare il resto. Vedremo in seguito come ci`o sia possibile.

Esercizio. Applicare il teorema di esistenza della formula di Taylor per determinare le


generiche (cio`e di ordine n arbitrario) formule di MacLaurin di sen x, cos x, ex , log(1 + x).

30 - Mercoled` 12/11/08
Teorema (di unicit`a della formula di Taylor). Sia f : J R di classe C n in un intervallo
J e sia x0 J. Supponiamo che

f (x0 + h) = a0 + a1 h + a2 h2 + + an hn + (h)hn

per ogni h ammissibile (ossia, tale che x0 + h J). Allora

f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) f (n) (x0 )


a0 = f (x0 ), a1 = , a2 = , . . . , an = .
1! 2! n!

Dimostrazione. Il teorema di esistenza della formula di Taylor ci assicura che

f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) 2 f (n) (x0 ) n


f (x0 + h) = f (x0 ) + h+ h + + h + (h)hn ,
1! 2! n!
per ogni h ammissibile. Quindi, sottraendo le due uguaglianze, si ha

f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) 2 f (n) (x0 ) n


0 = (a0 f (x0 )) + (a1 )h + (a2 )h + + (an )h + (h)hn ,
1! 2! n!
per ogni h ammissibile (osserviamo infatti che la differenza di due funzioni (h) `e ancora
una funzione (h)). Dobbiamo dunque dimostrare che se

0 = c0 + c1 h + c2 h2 + + cn hn + (h)hn , h tale che x0 + h J,

allora c0 = 0, c1 = 0, . . . , cn = 0. Poiche la suddetta uguaglianza `e vera anche per h = 0


(ricordarsi che x0 J, e quindi h = 0 `e ammissibile), si ottiene c0 = 0. Conseguentemente,
cancellando c0 , si ha

0 = c1 h + c2 h2 + + cn hn + (h)hn , h tale che x0 + h J.

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Pertanto, raccogliendo h, si ottiene

0 = h (c1 + c2 h + + cn hn1 + (h)hn1 ), h tale che x0 + h J.

La funzione
c1 + c2 h + + cn hn1 + (h)hn1
`e dunque nulla per tutti gli h 6= 0 tali che x0 + h J e, di conseguenza, poiche `e continua
nel punto per h = 0 (essendo somma e prodotto di funzioni continue), possiamo concludere
che `e nulla anche per h = 0 (altrimenti si contraddirebbe il teorema della permanenza del
segno per funzioni continue). Vale allora luguaglianza

0 = c1 + c2 h + + cn hn1 + (h)hn1 , h tale che x0 + h J.

Di conseguenza, ponendo h = 0, si deduce che anche il coefficiente c1 deve essere nullo. Il


risultato si ottiene procedendo allo stesso modo per passi successivi.

31 - Mercoled` 12/11/08
Esercizio. Applicare il teorema di esistenza della formula di Taylor per determinare la
generica formula di MacLaurin di (1 + x) , detta formula (di MacLaurin) binomiale.

Definizione. Dato un numero reale ed un numero naturale k, lespressione

( 1)( 2) . . . ( k + 1)
k!
che, in base allesercizio precedente, `e il coefficiente di xk nella formula di MacLaurin di
(1 + x) , si chiama coefficiente binomiale (generalizzato) e si denota col simbolo
 

k

che si legge su k (da non confondere con il rapporto /k). Per poter scrivere la formula
binomiale in modo sintetico (utilizzando il simbolo di sommatoria) `e conveniente definire
su k anche per k = 0, ponendo  

= 1.
0
Nel caso particolare in cui sia un numero naturale n e k sia un intero tra 0 e n (estremi
inclusi), il coefficiente n su k `e un numero naturale (verificarlo per eserciziofac ) e, come
vedremo in seguito, comparir` a nello sviluppo di (a + b)n (chiamato Binomio di Newton). I
veri coefficienti binomiali (non generalizzati) sono proprio quelli che si riferiscono a questo
caso speciale. Vedremo in seguito il loro significato combinatorio, utile, tra laltro, in
calcolo delle probabilit` a.

Esercizio. Riscrivere la generica formula di MacLaurin di (1+x) utilizzando i coefficienti


binomiali (generalizzati).

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Esercizio. Riscrivere la generica formula di MacLaurin di (1+x) utilizzando i coefficienti


binomiali (generalizzati) e il simbolo di sommatoria.

Esercizio. Scrivere lespressione della generica formula di MacLaurin di (1 + x) nel caso


speciale in cui = 1.

Esercizio. Dedurre, dallesercizio precedente, la formula di MacLaurin di 1/(1 x).

La generica formula di Taylor di log x si deduce facilmente dalla formula di MacLaurin di


log(1 + x). Fissato x0 > 0, si ha infatti
 h  h
log(x0 + h) = log x0 (1 + ) = log x0 + log(1 + )
x0 x0

h h2 h3 hn
= log x0 + 2 + 3 + (1)n+1 n + (h)hn .
x0 2x0 3x0 nx0

Anche la generica formula di Taylor della funzione 1/x pu`o essere facilmente dedotta da
una formula di MacLaurin. Infatti, fissato x0 R, si ha

1 1 1 h h2 hn
= = 2 + 3 + (1)n n+1 + (h)hn .
x0 + h x0 (1 + h/x0 ) x0 x0 x0 x0

Abbiamo visto che il teorema di esistenza della formula di Taylor `e utile per trovare le for-
mule di MacLaurin delle funzioni elementari (cio`e quelle non esprimibili combinandone altre
mediante operazioni di somma, prodotto, quoziente e composizione), per le altre funzioni
`e molto (ma molto) pi` u pratico procedere combinando tra loro le formule di MacLaurin
delle funzioni elementari.

Esempio (di calcolo di una formula di MacLaurin di una funzione combinata). Conside-
riamo la funzione f (x) = x2 sen 2x e determiniamone la formula di MacLaurin del quinto
ordine. Si dovr`
a scrivere unuguaglianza del tipo

f (x) = p5 (x) + (x)x5 ,

dove p5 (x) `e un polinomio di grado minore o uguale a cinque. Grazie alla presenza del
termine x2 , `e sufficiente determinare la formula di MacLaurin del terzo ordine di sen 2x, e
moltiplicarla poi per x2 . Si osservi infatti che il prodotto di x2 per p3 (x) + (x)x3 , dove
p3 (x) `e un polinomio di grado non superiore a tre, diventa p5 (x) + (x)x5 , dove p5 (x) `e di
grado non superiore a cinque. Ricordiamo che per sen x si ha

x3
sen x = x + (x)x3 .
6
Poiche tale uguaglianza `e verificata per ogni numero x, sostituendo il numero 2x al posto
di x si ottiene
4
sen 2x = 2x x3 + 8(2x)x3 ( x R).
3

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Tenendo conto che 8(2x) `e una funzione del tipo (x), si ha


4 3
sen 2x = 2x x + (x)x3
3
e quindi
4 3 4
f (x) = x2 (2x x + (x)x3 ) = 2x3 x5 + (x)x5 .
3 3
Esempio (di calcolo della derivata n-esima in un punto mediante la formula di Taylor).
Determiniamo le derivate quarta e quinta nel punto x0 = 0 della funzione f (x) = x2 sen 2x.
a provato che f (x) = 2x3 34 x5 + (x)x5 , il teorema di unicit`a della
Poiche abbiamo gi`
formula di Taylor ci assicura che f (4) (0)/4! = 0 e f (5) (0)/5! = 4/3. Quindi f (4) (0) = 0 e
f (5) (0) = 160.

Esempio (di calcolo di una formula di MacLaurin di una funzione combinata). Determi-
niamo la formula di MacLaurin del quinto ordine di
x5 ex cos 2x
f (x) = .
|2 x8 + 3x10 |
Si osservi che f (x) = x5 g(x), dove
ex cos 2x
g(x) =
|2 x8 + 3x10 |
`e una funzione continua. Pertanto g(x) g(0) = (x), e da ci`o si deduce che
x5
f (x) = x5 (g(0) + (x)) = + (x)x5 .
2

Esercizio. Si determini la formula di MacLaurin del nono ordine della funzione f (x) =
x5 cos 3x. Si calcoli successivamente f (6) (0) e f (7) (0).
Svolgimento. Dobbiamo arrivare ad unuguaglianza del tipo

f (x) = p9 (x) + (x)x9 ,

dove p9 (x) `e un polinomio di grado non superiore al nono. Se quindi determiniamo la


formula di MacLaurin del quarto ordine della funzione cos 3x, che sar`a del tipo

cos 3x = p4 (x) + (x)x4 ,

con p4 (x) un polinomio di grado non superiore al quarto, otteniamo luguaglianza cercata.
Ricordiamo la formula di MacLaurin del quarto ordine di cos x:
1 1
cos x = 1 x2 + x4 + (x)x4 .
2 4!
Poiche la suddetta uguaglianza `e verificata per ogni numero x R, sostituendo x con 3x,
e osservando che una funzione del tipo 81(3x) `e anche del tipo (x), si ottiene
9 27
cos 3x = 1 x2 + x4 + (x)x4 .
2 8

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Pertanto
9 27
x5 cos 3x = x5 x7 + x9 + (x)x9 ,
2 8
che `e la formula MacLaurin cercata. Poiche, fissato lordine, la formula di MacLaurin `e
unica (teorema di unicit`
a), dal teorema di esistenza si deduce che

f (7) (0) 9
f (6) (0) = 0 e = = f (7) (0) = 22680,
7! 2
che conclude il quesito.

32 - Mercoled` 12/11/08
Esempio (di calcolo di una formula di Taylor di centro x0 6= 0). Calcoliamo la formula di
Taylor del quarto ordine e centro x0 = 1 di

f (x) = 2x + (x + 1)2 cos x .

Poiche il centro x0 non `e zero, conviene effettuare la sostituzione

x = x0 + h = 1 + h .

In questo modo `e come se si calcolasse la formula di MacLaurin di g(h) := f (1 + h).

Si ha
f (1 + h) = 2(1 + h) + h2 cos(h )
= 2 + 2h + h2 [cos(h) cos() sen(h) sen()]
2 2
= 2 + 2h h2 cos(h) = 2 + 2h h2 (1 h + (h)h2 )
2
2 4
= 2 + 2h h2 + h + (h)h4 .
2
Supponiamo ora di voler calcolare la derivata quarta nel punto x0 = 1 della funzione

f (x) = 2x + (x + 1)2 cos x.

Dato che di f (x) abbiamo gi` a determinato la formula di Taylor del quarto ordine in x0 =
1, `e sufficiente applicare il teorema di unicit`a della formula di Taylor, il quale ci assicura
che f (4) (1)/4! coincide col coefficiente 2 /2 del monomio di quarto grado di detta formula.
Pertanto
2
f (4) (1) = 4! = 12 2 .
2

Esercizio. Si determini la formula di Taylor di centro x0 = del quarto ordine della


funzione sen x
se x 6=
f (x) = x
1 se x =

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Si calcoli successivamente f 00 ().


Svolgimento. Dal momento che x0 6= 0, ponendo x x0 = h, si ottiene

sen( + h) sen cos h + cos sen h sen h


f ( + h) = = = per h 6= 0
h h h
e f ( + h) = 1 per h = 0. Determinare la formula di Taylor di f (x) con centro in x0 =
equivale a determinare la formula di MacLaurin della funzione

sen h se h 6= 0

g(h) := f ( + h) = h

1 se h = 0

Per risolvere il quesito dobbiamo quindi ottenere unuguaglianza del tipo

g(h) = p4 (h) + (h)h4 ,

dove p4 (h) `e un polinomio di grado non superiore al quarto. In analogia col precedente
esercizio possiamo pensare di dividere per h la formula di MacLaurin del quinto ordine
di sen h per ottenere quella del quarto ordine della funzione g(h). Tale ragionamento `e
corretto solo se (ma non necessariamente se) il termine noto (quello di grado zero) della
formula di MacLaurin per la funzione seno `e nullo. Ricordando che

h3 h5
sen h = h + + (h)h5 ,
3! 5!
si ottiene 2 4
1 h + h + (h)h4 se h 6= 0

g(h) = 3! 5!

1 se h = 0
e poiche la funzione 1 h2 /3! + h4 /5! + (h)h4 (che coincide con g(h) per h 6= 0) `e definita
anche per h = 0 e vale proprio g(0) in tal punto, `e superfluo distinguere i due casi h 6= 0
e h = 0: possiamo pi` u semplicemente scrivere luguaglianza

h2 h4
f ( + h) = g(h) = 1 + + (h)h4 , h R,
3! 5!
che d`a la formula cercata. Quindi

f 00 () 1 1
= = f 00 () = ,
2! 3! 3
che conclude il quesito.

Esempio (di calcolo della derivata n-esima in un punto mediante la formula di Taylor).
Calcoliamo la derivata quinta nel punto x0 = 2 della funzione

(2 x)6 cos x + (2 x)5 x2


f (x) = .
1 + x7

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Allo scopo `e sufficiente determinare la formula di Taylor di f (x) del quinto ordine in x0 = 2.
Ponendo x = 2 + h e sostituendolo nellespressione di f (x) si ottiene

(h)6 cos(2 + h) + (h)5 (2 + h)2


f (2 + h) =
1 + (2 + h)7

(2 + h)2 4 4 5
= (h)h5 h5 7
= (h)h5 h5 ( + (h)) = h + (h)h5 .
1 + (2 + h) 129 129
Quindi, per lunicit`
a della formula, risulta
4 480 160
f (5) (2) = 5! = = = 3, 72093 . . .
129 129 43

Esempio (di calcolo di una formula di MacLaurin di una funzione combinata). Determi-
niamo la formula di MacLaurin dellottavo ordine della funzione

f (x) = 2x x3 cos 2x + |x|x8 ex cos x .

Osserviamo che il termine |x|x8 ex cos x `e della forma (x)x8 , con (x) = |x|ex cos x.
Quindi `e sufficiente calcolare la formula di MacLaurin del quinto ordine di cos 2x (la
moltiplicazione per x3 produrr` a infatti un resto del tipo (x)x8 ). Poiche luguaglianza

x2 x4
cos x = 1 + + (x)x5
2! 4!
`e verificata per ogni numero x, sostituendo il numero 2x al posto di x si ottiene
2
cos 2x = 1 2x2 + x4 + (x)x5 .
3
In conclusione, si ha
2
f (x) = 2x x3 + 2x5 x7 + (x)x8 .
3

Esercizio. Determinare la derivata quinta e la derivata sesta nel punto x0 = 0 della


funzione f (x) dellesempio precedente.

Esercizio. Determinare la formula di MacLaurin del quinto ordine della funzione

f (x) = |x|x5 cos x x2 sen 2x

e calcolare f (5) (0).

33 - Venerd` 14/11/08
Teorema (della derivata n-esima per i punti estremanti). Sia f : J R di classe C n in
un intervallo J e sia x0 un punto interno a J. Supponiamo che

f 0 (x0 ) = f 00 (x0 ) = = f (n1) (x0 ) = 0

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e f (n) (x0 ) 6= 0 (ossia, supponiamo che la prima derivata che non si annulla in x0 sia di
ordine n). Se n `e pari, allora x0 `e un punto estremante per f e, in particolare, `e di minimo
quando f (n) (x0 ) > 0 ed `e di massimo quando f (n) (x0 ) < 0. Se invece n `e dispari, allora
x0 non `e un punto estremante.
Dimostrazione. Dalla formula di Taylor di centro x0 e ordine n si ottiene

f (n) (x0 ) n
f (x0 + h) f (x0 ) = h + (h)hn , h tale che x0 + h J.
n!
Dunque,
f (x0 , h) = g(h)hn ,
dove f (x0 , h) = f (x0 + h) f (x0 ) `e lincremento subito dalla funzione f nel passare dal
punto x0 al punto x0 + h e g(h) = f (n) (x0 )/n! + (h). Supponiamo, per fissare le idee, che
f (n) (x0 ) sia positiva. Allora, g(0) > 0, e quindi, essendo g(h) continua nel punto h = 0,
per il teorema della permanenza del segno (per funzioni continue) esiste un > 0 per cui
risulta g(h) > 0 per ogni h tale che |h| < . Dunque, se n `e pari si ha f (x0 , h) > 0 per
0 < |h| < e, conseguentemente, x0 `e un punto di minimo relativo per f . Se invece n `e
dispari, si ha f (x0 , h) < 0 per < h < 0 e f (x0 , h) > 0 per 0 < h < . Pertanto x0
non `e un punto estremante. Il caso f (n) (x0 ) < 0 si tratta in modo analogo.

Teoremasd (formula di Taylor col resto nella forma di Lagrange). Sia f : J R una
funzione di classe C n+1 in un intervallo J e sia x0 J. Allora, fissato x J, esiste un
punto c appartenente al segmento x0 x per il quale si ha

f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) f (n) (x0 )


f (x) = f (x0 ) + (x x0 ) + (x x0 )2 + + (x x0 )n + rn (x),
1! 2! n!
dove il resto, ossia la differenza tra f (x) e il polinomio di Taylor di ordine n di f in x0 ,
ha la forma
f (n+1) (c)
rn (x) = (x x0 )n+1 ,
(n + 1)!
detta forma di Lagrange.

Osserviamo che, con la sostituzione x = x0 + h, la suddetta formula si scrive nel modo


seguente:

f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) 2 f (n) (x0 ) n f (n+1) (c) n+1


f (x0 + h) = f (x0 ) + h+ h + + h + h ,
1! 2! n! (n + 1)!

dove il punto c, anche se (in generale) non `e noto, appartiene al segmento di estremi x0 e
x0 + h. Per questo motivo `e talvolta conveniente denotarlo col simbolo c(h), mettendo cos`
in risalto la sua dipendenza da h.

Esercizio. Dedurre, dalla formula di Taylor col resto nella forma di Lagrange, che se una
funzione f : R R ha derivata (n + 1)-esima nulla, allora `e un polinomio di grado minore
o uguale ad n (in particolare, se la derivata prima `e nulla, allora f `e costante).

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Esercizio. Mediante la formula di MacLaurin col resto nella forma di Lagrange, calcolare
il seno di 0, 1 radianti con un errore inferiore a 105 .

Esercizio. Mediante la formula di MacLaurin col resto nella forma di Lagrange, calcolare
il numero e con un errore inferiore a 103 .

34 - Venerd` 14/11/08
Definizione (di limite finito-finito). Sia f : A R una funzione reale di variabile reale e
sia x0 un punto di accumulazione per il dominio A di f (non occorre che x0 appartenga ad
A). Si dice che f (x) tende ad un numero reale l per x che tende ad x0 , e si scrive f (x) l
per x x0 , se per ogni > 0 esiste > 0 tale che da 0 < |x x0 | < e x A segue
|f (x) l| < .

Notazione. Per indicare che f (x) l per x x0 si usa anche dire che il limite per x che
tende ad x0 di f (x) `e uguale a l, e si scrive

lim f (x) = l.
xx0

Lesercizio che segue mostra per quale motivo nel definire il concetto di limite si richiede
che il punto x0 sia di accumulazione.

Eserciziofac (sullunicit` a del limite). Provare che se per x x0 risulta f (x) l1 e


f (x) l2 , allora l1 = l2 .
Suggerimento. Provarlo per assurdo fissando = |l1 l2 |/2 e sfruttando il fatto che x0 `e
un punto di accumulazione per il dominio di f .

Si fa notare che il concetto di limite per x x0 di una funzione `e definito soltanto quando
x0 `e un punto di accumulazione per il dominio della funzione ma non occorre che appartenga
al dominio, mentre per la continuit` a il punto deve stare nel dominio ma non occorre che
sia di accumulazione. Lesercizio che segue illustra il legame tra continuit`a e il concetto
di limite nel caso in cui il punto x0 sia contemporaneamente appartenente al dominio e di
accumulazione.

Esercizio (sul legame tra limite e continuit`a). Sia f : A R una funzione reale di variabile
reale e sia x0 A A0 (ricordiamo che A0 denota linsieme dei punti di accumulazione per
A). Provare che f `e continua in x0 se e solo se f (x) f (x0 ) per x x0 .

Esercizio. Provare che int(cos x) 0 per x 0 (pertanto la funzione int(cos x) non `e


continua nel punto x0 = 0).

Esempio. La funzione f (x) = cos x 1 `e continua, dato che `e ottenuta combinando
funzioni continue, tuttavia il suo dominio `e costituito soltanto da punti isolati (cio`e non di
accumulazione) e pertanto non ha senso il limite per x che tende ad un qualunque punto
x0 D(f ).

25/04/09 56
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Esercizio. Provare che se f `e derivabile in un punto x0 , allora esiste il limite del rapporto
incrementale di f in x0 ed `e uguale a f 0 (x0 ). In simboli si ha
f (x) f (x0 )
lim = f 0 (x0 ) .
xx0 x x0

Eserciziofac . Provare che se


f (x) f (x0 )
lim = l R,
xx0 x x0
allora f `e derivabile in x0 e risulta f 0 (x0 ) = l.
Suggerimento. Definire (x) uguale al rapporto incrementale (di f in x0 ) quando ha senso
(cio`e per x 6= x0 ) ed estenderla in modo che risulti continua nel punto x0 .

Esercizio. Provare che se due funzioni coincidono in un intorno forato di un punto x0


(cio`e un intorno di x0 privato di x0 ), allora hanno lo stesso limite per x x0 (se esiste).

Esempio. Proviamo che


sen x
= 1.
lim
x0 x
In base ad un importante lemma precedentemente enunciato sappiamo che esiste una fun-
zione continua (x) tale che sen x = (x)x per ogni x R, e (0) = 1. Pertanto le funzioni
sen x/x e (x) coincidono quando ha senso (cio`e in un intorno forato di x0 ). Da ci`o segue
(vedere esercizio precedente) che
sen x
lim = lim (x) = (0) = 1 .
x0 x x0

La formula di MacLaurin (o, pi` u in generale, quella di Taylor) `e particolarmente utile per
il calcolo dei limiti. Ad esempio, supponiamo di voler determinare il
sen 2x 2x
lim .
x0 x4 cos x + x3

Ricordiamo che per sen x si ha

x3
sen x = x + (x)x3 .
6
Poiche tale uguaglianza `e valida per ogni numero x, sostituendo 2x al posto di x si ottiene
4 3 4
sen 2x = 2x x + 8(2x)x3 = 2x x3 + (x)x3 ,
3 3
che `e ancora unuguaglianza. Daltra parte x4 cos x = (x cos x)x3 = (x)x3 . Quindi

sen 2x 2x (2x 34 x3 + (x)x3 ) 2x


lim = lim
x0 x4 cos x + x3 x0 (x)x3 + x3

34 x3 + (x)x3 43 + (x) 43 + (0) 4


= lim = lim = = .
x0 (x)x3 + x3 x0 (x) + 1 (0) + 1 3

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Esempio. Calcoliamo il seguente limite:

x sen x + 1 cos(2x)
lim .
x0 x2 + |x|x2 cos(3|x|)

Osserviamo che il denominatore della funzione di cui si vuol calcolare il limite pu`o essere
scritto nella forma x2 g(x), dove g(x) = 1 + |x| cos(3|x|) `e una funzione continua e non
nulla per x0 = 0. Pertanto, per calcolare il limite `e sufficiente determinare la formula di
MacLaurin del secondo ordine del numeratore. Infatti, cos` facendo, lincertezza sulla rap-
presentazione del numeratore `e una funzione del tipo x2 (x). Di conseguenza, lincertezza
sul rapporto coincide, in un intorno forato di x0 = 0, con la funzione continua (x)/g(x),
il cui calcolo del limite per x 0 non ci preoccupa.
Sostituendo il numero 2x al posto del numero x nelluguaglianza

x2
cos x = 1 + (x)x2 ,
2
si ottiene
(2x)2
cos(2x) = 1 + (2x)(2x)2 = 1 2x2 + (x)x2 .
2
Pertanto

x sen x + 1 cos(2x) = x(x + (x)x) + 1 (1 2x2 + (x)x2 ) = 3x2 + (x)x2 .

Quindi

x sen x + 1 cos(2x) 3x2 + (x)x2 3 + (x) 3 + (0)


lim = lim = lim = = 3.
x0 x2 + |x|x2 cos(3|x|) x0 2
x g(x) x0 g(x) g(0)

35 - Marted` 18/11/08
Da ora in avanti, con la notazione R intenderemo linsieme dei numeri reali estesi, ossia
linsieme costituito dai numeri reali con laggiunta dei simboli e +. Per quanto
riguarda la relazione dordine, si fa la convenzione che ogni numero reale sia maggiore di
e minore di +. Si definiscono inoltre le seguenti operazioni (la lettera a rappresenta
un arbitrario numero reale e sta per o +): + a = , + + a = +,
() + () = , (+) + (+) = +, a() = se a > 0 e a() =
se a < 0, a/ = 0, a/0 = se a 6= 0, /0 = . Ogni eventuale definizione delle
espressioni (+) + (), 0/0, 0 e /, chiamate forme indeterminate, porterebbe
a delle incoerenze, e quindi non conviene introdurla.

Esercizio. Mostrare che (in R) il numero reale esteso + non ammette opposto.

Definizione (di limite finito-infinito). Sia x0 un punto di accumulazione per il dominio


di f : A R. Si dice che f (x) tende a + (risp. ) per x che tende ad x0 se per ogni
k > 0 esiste > 0 tale che da 0 < |x x0 | < e x A segue f (x) > k (risp. f (x) < k).

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Ad esempio, risulta
1
lim = + .
x0 x2
Infatti, fissato un arbitrario k > 0, studiamo la disequazione 1/x2 > k e proviamo che `e
soddisfatta in un intorno forato di x0 = 0 (cio`e un intorno di x0 privato del punto x0 ).
Dato che x2 e k sono positivi (ricordarsi che x 6= 0), tale disequazione `e equivalente a

0 < x2 < 1/k. Quindi 1/x2 > k se (e solo se) 0 < |x| < 1/ k . Di conseguenza, un

qualunque intorno forato di raggio (positivo) 1/ k soddisfa il caso nostro.

Ricordiamo che, dato un punto x0 R e assegnato un numero > 0, lintorno sinistro (risp.
lintorno destro) di x0 di ampiezza (o raggio) `e lintervallo (x0 , x0 ] (risp. [x0 , x0 + ))
costituito dai punti x x0 (risp. x x0 ) che distano da x0 meno di .

Definizione (di punto di accumulazione sinistro). Dato un insieme A R e dato un


numero reale x0 (non necessariamente appartenente ad A), si dice che x0 `e un punto di
accumulazione sinistro per A se ogni intorno sinistro di x0 contiene infiniti punti di A (o,
equivalentemente, se x0 `e un punto di accumulazione per linsieme (, x0 ] A).

Esercizio. Definire la nozione di punto di accumulazione destro.

Osservazione. I punti interni ad un insieme sono di accumulazione sia sinistri sia destri.

Esercizio. Determinare i punti di accumulazione sinistri (destri) per i seguenti insiemi:


[1, 3], (1, 3), R\{0}, N, {1/n : n N}.

Definizione (di limite laterale nel caso finito). Sia x0 un punto di accumulazione destro
per il dominio di f : A R. Si dice che f (x) tende ad l per x che tende ad x+0 (o per x
che tende ad x0 da destra) se per ogni > 0 esiste > 0 tale che da x0 < x < x0 + e
x A segue |f (x) l| < . Analogamente, se x0 `e un punto di accumulazione sinistro per
A, si dice che f (x) l per x x
0 se . . . (completare per esercizio).

Definizione (di limite laterale nel caso infinito). Sia x0 un punto di accumulazione destro
per il dominio di f : A R. Si dice che f (x) tende a + (risp. ) per x che tende ad
x+0 se per ogni k > 0 esiste > 0 tale che da x0 < x < x0 + e x A segue f (x) > k (risp.
f (x) < k). Analogamente, se x0 `e un punto di accumulazione sinistro per A, si dice che
f (x) + (risp. ) per x x 0 se . . . (completare per esercizio).

Mostriamo ad esempio che la funzione f (x) = 1/x tende a per x 0 . A tale scopo
fissiamo k > 0 e determiniamo > 0 in modo che si abbia 1/x < k per x (0 , 0).
Occorre quindi studiare la disequazione 1/x < k. Poiche x < 0, moltiplicando per x
entrambi i membri della disequazione si ottiene 1 > kx. Moltiplicando ancora entrambi i
membri per 1/k risulta 1/k < x. Tenendo ancora conto che x < 0, possiamo concludere
che la disequazione 1/x < k `e verificata per x (, 0), dove = 1/k.

Teorema. Sia x0 un punto di accumulazione bilatero (cio`e sia sinistro che destro) per il

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dominio di f : A R. Allora f (x) ( = l, +, ) per x x0 se e solo se

lim f (x) = lim f (x) = .


xx
0 xx+
0

Eserciziofac . Provare il suddetto teorema.

Come applicazione del precedente teorema mostriamo che il limite di sign x per x 0 non
esiste. Infatti, essendo sign x = 1 per x < 0, si ha

lim sign x = 1.
x0

Analogamente, dato che sign x = 1 per x > 0, risulta

lim sign x = 1.
x0+

Dunque, i limiti sinistro e destro per x 0 di sign x non coincidono. In base al precedente
teorema si pu`o concludere che sign x non ammette limite per x 0. Di conseguenza la
funzione sign x `e discontinua nel punto x0 = 0 (per convenzione, a differenza del testo
di riferimento, si suppone che la funzione sign x sia definita anche per x = 0 ponendo
sign 0 = 0).

Esercizio. Dedurre dal teorema precedente che la funzione int x non ammette limite per
x x0 se x0 `e un intero. Pertanto nei punti x Z la funzione non `e continua.

Definizione (di limite infinito-finito). Sia f : A R una funzione reale di variabile reale e
supponiamo che ogni semiretta destra (a, +) contenga infiniti punti del dominio A di f
(per brevit`a si dice che + `e un punto di accumulazione per A). La funzione f (x) tende
ad un numero reale l per x che tende a + se per ogni > 0 esiste h R tale che da
x > h e x A segue |f (x) l| < . Analogamente, se `e un punto di accumulazione
per A (ovvero se ogni semiretta (, b) contiene infiniti punti di A), si dice che f (x) tende
ad l R per x che tende a se fissato > 0 esiste h R tale che da x < h e x A
segue |f (x) l| < .

Ad esempio, la funzione 1/x tende a zero per x (anche per x +). Infatti,
fissato > 0, mostriamo che esiste un intorno di (cio`e una semiretta sinistra) in
cui `e soddisfatta la disequazione |1/x 0| < . Poiche x si pu`o supporre che x
sia negativo (infatti per la verifica del limite basta restringere la funzione 1/x allintorno
(, 0) di ). Per x < 0 la disequazione |1/x 0| < `e equivalente a 1/x < .
Moltiplicando per x entrambi i membri di questultima disequazione (e tenendo conto che
x `e negativo) si ottiene 1 > x. Dato che > 0, dalla moltiplicazione di entrambi i
membri dellultima disequazione per 1/ si ottiene 1/ > x. Possiamo quindi concludere
che, fissato > 0, la disuguaglianza |1/x 0| < `e soddisfatta per x < h, dove h = 1/
(o un qualunque altro numero minore di 1/).

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36 - Marted` 18/11/08
Si potrebbe continuare a dare tutte le possibili definizioni di limite nei seguenti venticinque
casi: f (x) tende a l, l , l+ , , + per x che tende a x0 , x + `
0 , x0 , , +. E invece pi` u
semplice dare ununica definizione valida per tutti i casi, mettendo cos` in evidenza come
il concetto di limite, cos` fondamentale in Analisi Matematica, sia in realt`a unico. Per
questo occorre che sia chiaro il concetto di intorno (e di intorno forato) di uno qualunque
dei seguenti simboli: c, c , c+ , , +, dove c `e un qualunque numero reale (spesso
denotato con x0 quando `e il valore a cui tende la variabile indipendente, e con l quando `e
il valore a cui tende la variabile dipendente).

Un intorno di c, ricordiamo, `e un intervallo del tipo (c r, c + r), dove r (detto raggio


dellintorno) `e un numero positivo. Un intorno di c , per definizione, non `e altro che un
intorno sinistro di c, cio`e un intervallo del tipo (c r, c] con r > 0. In modo analogo si
definisce un intorno di c+ (detto anche intorno destro di c). Un intorno di (nelluniverso
dei reali) non `e altro che una semiretta del tipo (, b), con b R (nei reali estesi si
aggiunge anche il punto e si scrive [, b)). La definizione di intorno di + `e
lasciata allo studente. La panoramica sugli intorni `e quindi conclusa.

Prima di dare la definizione generale di limite `e utile introdurre una comoda nozione che
aiuta a semplificare il linguaggio: la nozione di intorno forato di uno qualunque dei cinque
simboli c, c , c+ , , +.

Definizione (di intorno forato). Sia uno dei seguenti simboli: c, c , c+ , , +. Un


intorno forato di `e un intorno di privato del punto .

Ovviamente i simboli c e c+ come numeri reali rappresentano ancora c. Quindi, ad


esempio, togliere c dal suo intorno (c r, c] significa togliere c (si ottiene cos` lintorno
forato (c r, c) di c ). Al fine di semplificare il calcolo dei limiti `e importante estendere
ai seguenti casi le convenzioni gi`a introdotte per lalgebra dei reali estesi:
1 1 1 1
= + , = , = 0+ , = 0 .
0+ 0 +
Numerosi altri casi si ottengono facilmente dai precedenti quattro. Ecco un paio di esempi:
2 1
= (2) = (2) (+) = ,
0+ 0+
1
= () = () () = + .
0 0
Siamo ora in grado di dare la nozione unitaria di limite comprendente tutti e venticinque
i casi possibili. Nella definizione che segue la lettera rappresenta uno qualunque dei
simboli x0 , x + +
0 , x0 , , + e la lettera uno qualunque dei simboli l, l , l , , +
(x0 e l sono numeri reali). Diremo che (cio`e uno dei cinque simboli rappresentati da
) `e un punto di accumulazione per un sottoinsieme A di R se ogni intorno di contiene
infiniti punti di A o, equivalentemente, ogni intorno forato di contiene almeno un punto
di A (si potrebbe dimostrare, ad esempio per assurdo, che allora ne contiene infiniti).

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Definizione (generale di limite). Supponiamo che sia un punto di accumulazione per il


dominio D(f ) di una funzione f . Si dice che f (x) tende a per x che tende ad (si scrive
f (x) per x ) se per ogni intorno V di esiste un intorno forato U di tale che
se x U e x D(f ) allora f (x) V .

Come per i casi particolari precedentemente analizzati, per indicare che f (x) per
x si usa anche dire che il limite per x che tende ad di f (x) `e uguale a , e si scrive

lim f (x) = .
x

37 - Mercoled` 19/11/08
Abbiamo visto con degli esempi che per verificare un limite (cio`e per provare la veridicit`a di
un limite mediante la definizione) occorre studiare una disequazione. Si osservi, per`o, che
non importa trovarne tutte le soluzioni (talvolta `e unimpresa impossibile senza ricorrere
ai metodi numerici): `e sufficiente provare che la disequazione `e soddisfatta in un intorno
forato del punto a cui tende la variabile indipendente. Ad esempio, facciamo la verifica del
seguente limite:
1
lim = 0.
x+ x2 + x3 + 2 + sen x

Fissato > 0, occorre provare che la disequazione



1
x2 + x3 + 2 + sen x <

`e soddisfatta in un intorno di + (ossia in una semiretta del tipo (h, +)). Per far ci`o `e
conveniente maggiorare

1

x2 + x3 + 2 + sen x
con una funzione pi`u semplice g(x) per la quale risulti facile verificare che g(x) 0 per
x +. Innanzi tutto, poiche x +, si pu`o supporre che x > 0 (basta restringere la
funzione alla semiretta (0, +)). Avendo supposto ci`o, si ha

1 1 1 1 1
x2 + x3 + 2 + sen x = x2 + x3 + 2 + sen x x2 + x3 + 2 1 < x2 + 1 < x2 .

Dunque, la disequazione iniziale `e indubbiamente verificata se 1/x2 < , e questo accade



nella semiretta x > h := 1/ .

Il risultato che segue facilita il calcolo dei limiti evitando di ricorrere ogni volta alla
definizione. Ovviamente per dimostrarlo la definizione `e inevitabile.

Teoremasd (fondamentale per il calcolo dei limiti). Siano f1 ed f2 due funzioni reali di
variabile reale. Supponiamo che per x risulti f1 (x) 1 e f2 (x) 2 . Allora,
quando (nei reali estesi) ha senso, per x si ha:
1) f1 (x) + f2 (x) 1 + 2 ;

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2) f1 (x)f2 (x) 1 2 ;
3) f1 (x)/f2 (x) 1 /2 .

Esempio. Calcoliamo il
lim tang x.
x 2

Poiche sen x e cos x sono funzioni continue, per x /2 risulta

sen x sen(/2) = 1 e cos x cos(/2) = 0.

Daltra parte la funzione cos x `e positiva nellintervallo (/2, /2), e quindi, tenendo conto
che x tende a /2 da sinistra, cos x tende addirittura a 0+ . Dunque, per x (/2) , si
ottiene
sen x 1
tang x = + = +.
cos x 0
Esercizio. Calcolare i seguenti limiti:
1
lim tang x , lim tang x , lim , lim int x , lim int x .
x 2 + x 2 + x0 x x3 x3+

Riportiamo alcuni esempi per mostrare come, nellalgebra dei reali estesi, non sia con-
veniente dare un senso alle espressioni , 0/0, 0 e /, dette anche forme
indeterminate (per motivi di sintesi il simbolo rappresenta + o ). Ogni defini-
zione infatti porterebbe a delle incongruenze. Il significato di forma indeterminata `e il
seguente: se il limite della somma o del prodotto di due funzioni si presenta in uno dei
suddetti quattro casi, senza ulteriori informazioni sulle funzioni non `e possibile concludere
niente. Ad esempio, se per lo studio del limite per x + di f1 (x) + f2 (x) un tizio ci
dice soltanto che f1 (x) + e f2 (x) e ci chiede a cosa tende f1 (x) + f2 (x), la
nostra risposta non pu` o essere che uno sbrigativo boh?! . Ovviamente, se in base ad una
nostra richiesta di ulteriori informazioni il tizio ci precisa che f1 (x) = x2 e f2 (x) = x, la
nostra risposta dovrebbe essere la seguente: caro amico, non ti sei accorto che x2 x si
pu`o scrivere anche x(x 1)? Quindi, in base al teorema fondamentale per il calcolo dei
limiti, si ottiene x(x 1) (+) (+ 1) = +. Ecco quattro esempi di coppie di
forme (apparentemente) indeterminate dal comportamento contrastante:

( ) x x 0 per x +;
( ) x2 x + per x +;

(0 ) x(1/x) 1 per x 0;
(0 ) x2 (1/x) 0 per x 0;

(0/0) x/x 1 per x 0;


(0/0) x2 /x 0 per x 0;

(/) x/x 1 per x +;


2
(/) x /x + per x +.

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38 - Mercoled` 19/11/08
Esercizio. Dimostrare in base alla definizione di limite che lim x2 = 4.
x2
Svolgimento. In base alla definizione fissiamo > 0 e scriviamo le disequazioni <
x2 4 < . La prima delle due, < x2 4, `e verificata per ogni x se > 4. Se invece

4, la disequazione `e verificata se x < 4 oppure x > 4 . La condizione

x < 4 non interessa perche stiamo studiando il comportamento di x vicino a 2. La

condizione x > 4 si scrive in modo equivalente come x > 2 (2 4 ). Scelto

allora 1 = 2 4 (si ricordi che siamo nel caso 4), se 2 1 < x, la disequazione
< x2 4 `e soddisfatta.

La seconda disequazione x2 4 < `e soddisfatta se e solo se 4 + < x < 4 + .

La condizione x < 4 + si scrive in modo equivalente come x < 2 + ( 4 + 2). Se

scegliamo 2 = 4 + 2 (tale numero `e positivo), la disequazione x2 4 < `e soddisfatta

se 4 + < x < 2 + 2 .

In conclusione, fissato > 0, la disequazione |x2 4| < `e verificata se |x 2| < , dove


`e il pi`
u piccolo tra 1 e 2 . Il lettore pu`o osservare che in questo particolare esercizio non
c`e bisogno di imporre la condizione x 6= 2 e che il limite equivale al valore della funzione
in 2.
x3 + x + 3
Esercizio. Calcolare lim .
x0 4x2 2x + 1
3 +x+3
Svolgimento. La funzione 4xx2 2x+1 `e continua, perche rapporto di polinomi, in tutto il suo
dominio, cio`e linsieme dei punti in cui il denominatore non si annulla. Non `e importante
determinare tale insieme quanto piuttosto osservare che zero ne fa parte. In zero il rapporto
vale 3, quindi il precedente limite `e 3.
x3 + x
Esercizio. Calcolare lim .
x0 4x2 2x
Svolgimento. Il metodo dellesercizio precedente qui non funziona. Risulta per`o che in un
intorno di 0, escludendo 0, vale

x3 + x x2 + 1
= .
4x2 2x 4x 2
Questa nuova funzione `e continua nellorigine dove assume valore 1/2.Quindi

x3 + x 1
lim 2
= .
x0 4x 2x 2

esen x 1
Esercizio. Calcolare lim .
x0+ x2
Svolgimento 1. Osserviamo che `e sufficiente determinare la formula di MacLaurin del
secondo ordine della funzione al numeratore (non ci preoccupa, infatti, calcolare il limite
del rapporto tra il resto di detta formula e il denominatore). Ricordando gli sviluppi di

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MacLaurin di seno ed esponenziale scriviamo


2  1 2 2
esen x = ex+(x)x = 1 + x + (x)x2 + x + (x)x2 + x + (x)x2 x + (x)x2

2
1
= 1 + x + x2 + x2 (x).
2
Si abbia cura di provare che la funzione
1 2
(x)x2 + (x)x3 + (x)2 x4 + x + (x)x2 1 + (x)x x2

2
`e del tipo (x)x2 .
Segue

esen x 1 x + 12 x2 + x2 (x)
 
1 1 1
lim = lim = lim + + (x) = + + + 0 = +.
x0+ x2 x0+ x2 x0+ x 2 2

Svolgimento 2. Dalluguaglianza

ex = 1 + x + (x)x

si deduce che
esen x = 1 + sen x + (sen x) sen x.
sen x
Quindi, ricordando che x 1 per x 0, si ottiene

esen x 1 1  sen x sen x 


lim = lim + (sen x) = + (1 + (0) 1) = +.
x0+ x2 x0+ x x x

39 - Mercoled` 19/11/08
Teorema (della permanenza del segno per i limiti). Sia f : A R una funzione reale di
variabile reale e sia un punto di accumulazione per il dominio A di f . Supponiamo che
f (x) 6= 0 per x . Allora esiste un intorno forato U di in cui f (x), quando ha
senso, ha lo stesso segno di .
Dimostrazione Supponiamo, per fissare le idee, che il limite sia positivo. Fissiamo un
intorno V di non contenente il punto 0. Per la definizione di limite, esiste un intorno
forato U di tale che per x U (e x A) si ha f (x) V . Dato che V `e un intervallo,
ogni numero appartenente a V `e positivo (ricordarsi della definizione di intervallo). Quindi
f (x) > 0 per ogni x U A. Il caso < 0 si tratta in modo analogo.

Teorema (del confronto dei limiti). Siano f1 , f2 : A R due funzioni reali di variabile
reale e sia un punto di accumulazione per A. Supponiamo f1 (x) f2 (x) per ogni x A.
Se, per x , f1 (x) 1 e f2 (x) 2 , allora 1 2 .
Dimostrazione. Supponiamo, per assurdo, 1 > 2 . Dal teorema fondamentale per il
calcolo dei limiti segue che f1 (x) f2 (x) 1 2 > 0 per x . Per il teorema della

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permanenza del segno esiste un intorno forato U di tale che f1 (x) f2 (x) > 0 per ogni
x U A, in contrasto con lipotesi f1 (x) f2 (x) per ogni x A.

Esercizio. Sia : A R tale che (x) 0 per ogni x A, e sia un punto di


accumulazione per A. Dedurre, dal teorema del confronto dei limiti, che se esiste

lim (x) = R ,
x

allora 0. Rispondere alla seguente domanda: se (ferme restando le altre ipotesi) si


suppone (x) > 0 per ogni x A, si pu`
o affermare che > 0?

Esercizio. Sia f : R R una funzione derivabile. Provare che se f `e crescente, allora


(necessariamente) risulta f 0 (x) 0 per ogni x R.
Suggerimento. Fissato un x0 R, si osservi che il rapporto incrementale
f (x) f (x0 )
x x0
`e sempre maggiore o uguale a zero. Quindi, per il teorema del confronto dei limiti . . .

Teorema (dei carabinieri). Siano f, g, h : A R tre funzioni reali di variabile reale e sia
un punto di accumulazione per A. Supponiamo f (x) g(x) h(x) per ogni x A. Se
f (x) e h(x) per x , allora anche g(x) (per x ).
Dimostrazione (caso R). Fissiamo > 0. Poiche f (x) , esiste un intorno forato U
di tale che per ogni x U A si ha < f (x) < +. Dato che anche h(x) , esiste
un intorno forato W di tale che x W A = < h(x) < + . Di conseguenza,
se x A appartiene allintorno forato U W di , si ha

< f (x) g(x) h(x) < + .

Tenendo conto soltanto di ci`o che ci serve, si ottiene < g(x) < + per ogni
x U W A, e la definizione di limite `e verificata.
I due casi = e = + sono lasciati per eserciziofac allo studente. Uno dei carabinieri,
per`o, in ciascuno dei due suddetti casi, `e superfluo (quale?).

Esercizio. Dire perche la seguente dimostrazione del teorema dei carabinieri (nel caso
R) `e errata:
Cavolata madornale. Denotiamo con l il limite (per x ) di g(x). Occorre provare che
l = . Poiche f (x) g(x) e f (x) , dal teorema del confronto dei limiti si deduce l.
Analogamente, tenendo conto che g(x) h(x) e che anche h(x) , si ha l . Pertanto
l = .

40 - Venerd` 21/11/08
Esercizio. Provare che una funzione f (x) tende a zero per x se e solo se tende a zero
|f (x)|.
Suggerimento. Scrivere le definizioni di limite per entrambi i casi e confrontarle tra loro.

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Il risultato che segue `e una conseguenza del teorema dei carabinieri e del precedente
esercizio.

Corollario (del teorema dei carabinieri). Siano f e g due funzioni reali di variabile reale.
Supponiamo che f (x) sia limitata e che g(x) 0 per x . Allora (quando ha senso)
f (x)g(x) 0 per x .
Dimostrazione. Supponiamo che il limite abbia senso, cio`e che sia un punto di accu-
mulazione per il dominio D(f ) D(g) della funzione prodotto f (x)g(x). Dato che f (x) `e
limitata, esiste una costante c tale che |f (x)| c per ogni x D(f ). Pertanto (per ogni
x D(f ) D(g)) risulta

0 |f (x)g(x)| = |f (x)||g(x)| c|g(x)| .

La funzione |f (x)g(x)| `e dunque incastrata tra due carabinieri che tendono a zero: il
primo costituito dalla funzione costante uguale a zero (cio`e il carabiniere a sinistra del
prigioniero se ne sta fermo e buono in 0 aspettando che laltro lo raggiunga) e il secondo
rappresentato dalla funzione c|g(x)| (che tende a zero in base allesercizio precedente).
Possiamo dunque concludere che |f (x)g(x)| 0 e quindi (ancora per lesercizio precedente)
anche f (x)g(x) 0.

Per esprimere il fatto che una funzione f (x) tende a zero per x , si usa dire che `e
infinitesima per x o che `e un infinitesimo per x (spesso, quando risulta evidente
dal contesto, la precisazione per x viene omessa). Il precedente corollario pu`o essere
quindi enunciato anche cos`: il prodotto di una funzione limitata per una infinitesima `e una
funzione infinitesima.

Esempio. La funzione f (x) = x2 sen(1/x) `e infinitesima per x 0. Infatti x2 0 per


x 0 e sen(1/x) `e una funzione limitata. Si osservi che il teorema fondamentale per il
calcolo dei limiti non `e applicabile in questo caso perche sen(1/x), come abbiamo gi`a visto,
non ammette limite per x 0.

Esercizio. Provare (mediante il precedente corollario) che


sen x
lim =0
x+ x

e spiegare per quale motivo per ottenere tale risultato non si pu`o applicare il teorema
fondamentale per il calcolo dei limiti.

Esercizio. Provare (mediante il precedente corollario) che


sen x + 2 cos 3x
lim = 0.
x+ x2 + x + x

Definizione. Sia f : A R una funzione reale il cui dominio contenga una semiretta
destra (ossia, un intorno di +). Una retta y = mx + q si dice asintoto destro (o asintoto
per x +) per f , se
lim (f (x) (mx + q)) = 0.
x+

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Se il coefficiente angolare m `e uguale a zero, lasintoto si dice orizzontale, altrimenti si dice


obliquo. Unanaloga definizione vale per il concetto di asintoto sinistro (i dettagli sono
lasciati per esercizio agli studenti).

Esempio. Consideriamo la funzione


sen x
f (x) = 2x 1 + .
x
Dalla definizione di asintoto segue subito che la retta y = 2x1 `e lasintoto destro (e anche
sinistro) per f . Infatti, la funzione sen x/x, che coincide con la differenza f (x) (2x 1),
tende a zero per x (`e il prodotto di una funzione limitata per una infinitesima).

Esempio. La funzione f (x) = x2 non ammette asintoto destro. Infatti, la differenza tra
x2 e un polinomio di primo grado (oppure costante) `e un polinomio di secondo grado, e
non pu`o quindi tendere a zero per x +.

Eserciziofac . Provare che lasintoto destro (sinistro) di una funzione, se esiste, `e unico.

Osservazione. Se f (x) c R per x +, allora la retta y = c `e lasintoto destro


per f .

Esercizio. Provare che la retta y = mx + q `e un asintoto destro per f (x) se e solo se si


pu`o scrivere f (x) = mx + q + r(x), dove r(x) 0 per x +.

Definizione. Una retta x = x0 si dice asintoto verticale per una funzione f : A R se


|f (x)| + per x x0 .

Osserviamo che linformazione x = x0 `e un asintoto verticale per f non dice molto sul
comportamento di f (x) in un intorno di x0 . Per disegnare il grafico di f , infatti, occorre
conoscere i due limiti per x x +
0 e per x x0 di f (x). Pertanto se, ad esempio, in uno
studio di funzione, elencando i limiti importanti si `e gi`a affermato che f (x) + per
x x 0 e f (x) per x x0 , `
+
e inutile aggiungere poi che x = x0 `e un asintoto
verticale per f : cos` facendo non si danno ulteriori informazioni.

Teorema. Condizione necessaria e sufficiente affinche y = mx + q sia lasintoto destro


[sinistro] per una funzione reale di variabile reale f `e che

f (x)
lim =m e lim (f (x) mx) = q .
x+ x x+
 
f (x)
lim =m e lim (f (x) mx) = q .
x x x

Dimostrazione. Supponiamo che la retta y = mx + q sia lasintoto destro di f (x). Allora,


posto r(x) = f (x) mx q, risulta f (x) = mx + q + r(x), dove r(x) 0 per x +.
Pertanto
f (x) mx + q + r(x) q 0
lim = lim =m+ + = m.
x+ x x+ x + +

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e
lim (f (x) mx) = lim (mx + q + r(x) mx) = q.
x+ x+
Viceversa, se
f (x)
lim =m e lim (f (x) mx) = q ,
x+ x x+
allora dal secondo limite si ottiene
   
lim f (x) (mx + q) = lim (f (x) mx) q = q q = 0 .
x+ x+

Attenzione: pu` o capitare che, nonostante esista finito il limite per x + del rapporto
f (x)/x, la funzione f (x) non ammetta asintoto per x +. Ecco un semplice esempio:
f (x) = x + log x.

Si pu`o provare che se una funzione ammette asintoto destro ed esiste il limite per x +
della sua derivata, allora questo coincide col coefficiente angolare dellasintoto. Non `e detto
comunque che se una funzione ammette asintoto per x +, debba necessariamente
esistere il limite per x + della derivata. Ad esempio, lasintoto destro di f (x) =
x + sen(x2 )/x `e la retta y = x, ma non esiste il limite per x + di f 0 (x). Pu`o anche
capitare che una funzione non abbia asintoto destro ma la derivata ammetta limite finito
per x +. Un esempio di questultimo caso `e dato da log x.

Esercizio. Determinare gli (eventuali) asintoti, destro e sinistro, di


p
f (x) = 4x2 + x .

Svolgimento. Osserviamo che il termine 4x2 conta pi` u di x, quando x `e grande in valore
assoluto. Ci`
o ci suggerisce che potrebbe essere conveniente raccogliere tale termine dentro
la radice. Risulta s    1
2
1 1 2
f (x) = 4x 1 + = 2|x| 1 + .
4x 4x
Dalluguaglianza
(1 + x) = 1 + x + (x)x
si ottiene  1
1 2 1 1 1
1+ =1+ + ( ) ,
4x 8x 4x 4x
che `e ancora unuguaglianza. Quindi, in un intorno di + (pi`
u precisamente, per x > 0)
risulta  
1 1 1 1
f (x) = 2x 1 + + ( ) = 2x + + r(x),
8x 4x 4x 4
1
dove r(x) := 12 ( 4x ) 0 per x +. Se ne deduce che la retta y = 2x + 1
4 `e lasintoto
destro della nostra funzione.
Per x < 0 si ha
 
1 1 1 1 1 1
f (x) = 2x 1 + + ( ) = 2x ( )
8x 4x 4x 4 2 4x

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1
e, quindi, y = 2x 4 `e lasintoto sinistro per f .

Esercizio. Determinare gli (eventuali) asintoti, destro e sinistro, di

x2 + x
f (x) = .
|x| + 1

41 - Venerd` 21/11/08
Teorema (del passaggio al limite per funzioni continue). Siano f e g due funzioni reali
di variabile reale. Se f (x) l R per x e g `e continua in l, allora quando ha senso
(cio`e quando `e un punto di accumulazione per g f ) si ha
 
lim g(f (x)) = g lim f (x) = g(l).
x x

Eserciziofac . Provare il suddetto teorema.

Utilizziamo, a titolo di esempio, il teorema del passaggio al limite per funzioni continue (e
la formula di MacLaurin) per calcolare il

x2
p 
lim x2 + 2x + .
x 1+x

Cominciamo col mettere in evidenza (cio`e raccogliere) i termini di


p x2
f (x) = x2 + 2x +
1+x
che prevalgono quando x (`e una buona norma da seguire). Si ha
p x2
f (x) = x2 (1 + 2/x) + =
x(1/x + 1)
x
= |x|(1 + 2/x)1/2 + x(1 + 1/x)1 .
p
|x| 1 + 2/x +
1 + 1/x
Sostituendo, rispettivamente, i numeri 2/x e 1/x al posto del numero x nelle due ugua-
glianze
(1 + x)1/2 = 1 + x/2 + (x)x e (1 + x)1 = 1 x + (x)x
si ha    
2(2/x) (1/x)
f (x) = |x| 1 + 1/x + + x 1 1/x + .
x x
o supporre |x| = x (dato che x ), risulta
Tenendo conto che si pu`

f (x) = x 1 2(2/x) + x 1 + (1/x) = 2 2(2/x) + (1/x).

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Quindi, applicando il teorema del passaggio al limite per funzioni continue, per x
si ottiene
f (x) 2 2(0) + (0) = 2.

Consideriamo il limite per x di una funzione del tipo f (x)g(x) , dove f (x) > 0. Sup-
poniamo che, per x , f (x) a R e g(x) b R. Per la definizione di potenza ad
esponente reale si ha
f (x)g(x) = eg(x) log f (x) .
` importante quindi studiare il limite per x della funzione g(x) log f (x). Per semplicit`a
E
o che segue, facciamo le seguenti convenzioni: e = 0, e+ = +,
di linguaggio, in ci`
log 0 = , log(+) = +. Nel caso che b log a sia un numero reale esteso, non sia cio`e
una forma indeterminata, in base a dette convenzioni risulta

lim f (x)g(x) = lim eg(x) log f (x) = elimx g(x) log f (x) = eb log a .
x x

Nei suddetti passaggi, nel caso che b log a sia un numero reale (e non un reale esteso), si
`e tenuto conto del teorema di passaggio al limite per le funzioni continue. Quando invece
b log a = o b log a = +, luguaglianza

lim f (x)g(x) = eb log a ,


x

`e ancora valida (con le convenzioni e = 0, e+ = +) ma la dimostrazione di ci`o la


lasciamo per eserciziofac agli studenti.

Analizziamo ora in quali casi la forma b log a risulta indeterminata. Si hanno solo due
possibilit`a ( sta per + o ):
1) b = 0 e log a = ;
2) b = e log a = 0.
Il primo caso d` a luogo a due sottocasi: a = 0 e a = +. Il caso 2) pu`o capitare solo se
a = 1. La forma b log a risulta quindi indeterminata nelle seguenti tre situazioni:
a) a = 0 e b = 0 (forma indeterminata 00 );
b) a = + e b = 0 (forma indeterminata 0 );
c) a = 1 e b = (forma indeterminata 1 ).

Nei reali estesi, allinfuori dei casi 00 , 0 e 1 (che rappresentano le tre forme in-
determinate delle potenze), `e conveniente estendere la definizione di potenza nel modo
seguente:
ab = eb log a .
Osserviamo che dalla suddetta definizione (tenendo conto delle convenzioni e = 0,
e+ = +, log 0 = , log(+) = +) si deducono i seguenti casi:
a+ = 0 se 0 a < 1 (in particolare 0+ = 0);
a+ = + se 1 < a + (in particolare ++ = +);
a = 1/a+ quando ha senso (cio`e per 0 a +, a 6= 1);

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+a = + per 0 < a + (di nuovo si ha ++ = +).

Pertanto, se non si ha una forma indeterminata, si pu`o dunque affermare che


  lim g(x)
lim f (x)g(x) = lim f (x) x
x x

Esempi di forme indeterminate delle potenze:

(00 ) lim xx = lim exp(x log x) = exp 0 = 1;


x0 x0
 
1/x log x
(0 ) lim x = lim exp = exp 0 = 1;
x+ x+ x
 
1/x log(1 + x)
(1 ) lim (1 + x) = lim exp = exp 1 = e.
x0 x0 x

Esercizio. Siano f (x) e g(x) due funzioni infinitesime per x . Provare che se
f (x)
lim = R,
x g(x)
allora   1
g(x)
lim 1 + f (x) = e .
x

Svolgimento. In base alla definizione di potenza ad esponente reale, risulta


  1 
log(1 + f (x))

g(x)
1 + f (x) = exp .
g(x)
Inoltre, dalluguaglianza log(1 + x) = x + (x)x si deduce che
 
log 1 + f (x) = f (x) 1 + (f (x)) , x D(f ) .

Quindi
  1 
f (x)  
g(x)
exp (1 + (0)) = e ,

1 + f (x) = exp 1 + (f (x))
g(x)
e lesercizio `e concluso.

Il risultato che segue `e una facile conseguenza della definizione di limite (provarlo per
eserciziofac ).

Teorema (di cambiamento di variabile nei limiti). Siano f (x) e g(t) due funzioni reali
di variabile reale ottenute una dallaltra mediante i cambiamenti di variabile t = (x) e
x = 1 (t), dove `e una funzione iniettiva. Se t (cio`e (x)) tende a per x e x
(cio`e 1 (t)) tende ad per t , allora

lim f (x) = lim g(t) ,


x t

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ossia, se uno dei due limiti esiste, anche laltro esiste, e i limiti coincidono.

Esempio (di calcolo di un limite mediante un cambiamento di variabile). Consideriamo il


seguente limite:
1
lim x sen ,
x x
che pu`o essere scritto nella forma
sen(1/x)
lim .
x 1/x
Ponendo t = 1/x, risulta che t 0 se e solo se x . Quindi, per il precedente
teorema, si ottiene
sen(1/x) sen t
lim = lim = 1.
x 1/x t0 t

42 - Marted` 25/11/08
Ricordiamo che una funzione si dice infinitesima (o che `e un infinitesimo) per x
se tende a zero per x . Analogamente, diremo che una funzione `e infinita (o che `e
un infinito) per x se tende allinfinito per x . I teoremi di De LHopital (o de
LHopital, o LHospital, o LHopital, a seconda dei testi) sono utili strumenti per il calcolo
del limite del rapporto di due funzioni entrambe infinitesime o infinite per x . In altre
parole, rappresentano un artificio (anche se non lunico) per determinare il limite delle
cosiddette forme indeterminate 0/0 e /. Uno dei teoremi di De LHopital riguarda
il rapporto di due infinitesimi per x x0 , un altro il rapporto di due infinitesimi per
x x+ 0 , un altro il rapporto di due infiniti per x x0 , un altro ancora il rapporto di
due infinitesimi per x +, e cos` via fino ad esaurire tutti e dieci i casi. A titolo di
esempio enunciamo quello riguardante il rapporto di due infinitesimi per x x0 . Dopo,
per il gusto della sintesi, daremo un enunciato che li comprende tutti.

Teorema di De LH opital (per la forma 0/0 quando x x0 )sd .


Siano f e g due funzioni infinitesime per x x0 e derivabili in un intorno forato U di
x0 (cio`e U `e un intorno di x0 privato del punto x0 ). Supponiamo che in U sia definito il
rapporto f 0 (x)/g 0 (x) (ossia, supponiamo g 0 (x) 6= 0 per x U ) e che esista il limite (finito
o infinito) per x x0 di f 0 (x)/g 0 (x). Allora risulta
f (x) f 0 (x)
lim = lim 0 .
xx0 g(x) xx0 g (x)

Esercizio. Applicare il precedente teorema per il calcolo del seguente limite:


ex 1
lim .
x0 sen(2x)

Teorema di De LH opital (versione generale)sd .


Siano f, g : A R due funzioni (entrambe) infinitesime o (entrambe) infinite per x .

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Supponiamo che il rapporto f 0 (x)/g 0 (x) sia definito in un intorno forato di e che tale
rapporto tenda ad un limite (finito o infinito) per x . Allora si ha

f (x) f 0 (x)
lim = lim 0 .
x g(x) x g (x)

Il Teorema di De LH
opital si pu`
o applicare anche in alcuni casi in cui il rapporto f (x)/g(x)
non `e immediatamente riconoscibile. Per esempio, il

lim x log x
x0

si pu`o determinare con De LH


opital scrivendo
log x
x log x = .
1/x
Analogamente
lim xx
x0

si determina scrivendo xx = ex log x (cio`e mediante la definizione di potenza in campo reale).

Osservazione. E ` spesso conveniente trasformare una funzione della forma f (x)g(x) nella
forma eg(x) log f (x) , perche in tal modo abbiamo una potenza con la base costante rispetto
alla x.

Nellapplicare il Teorema di De LHopital si deve fare attenzione che le ipotesi siano rispet-
tate; per esempio che il limite di un rapporto f (x)/g(x) sia una forma indeterminata. Se
infatti lo applicassimo al rapporto x/(x + 1), otterremmo
x
lim = 1,
x0 x + 1

che `e palesemente sbagliato.

Unaltra osservazione importante: il Teorema di De LHopital fornisce una condizione suffi-


ciente, ma non necessaria, per il calcolo del limite di un rapporto f (x)/g(x). Consideriamo
infatti la funzione
x + sen x
.
x
Supponiamo di volerne calcolare il limite per x +. Passando alle derivate prime
osserviamo che non esiste il
1 + cos x
lim ,
x+ 1
ma questo non implica la non esistenza di
x + sen x
lim ,
x+ x
che infatti esiste e vale 1 (ricordiamo che il prodotto di una funzione limitata per una
infinitesima `e una funzione infinitesima).

25/04/09 74
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Notiamo che ci sono casi in cui luso del Teorema di De LHopital non porta a nulla. Ad
esempio basta considerare il
x2 + 1
lim .
x+ x

Esercizio. Calcolare i seguenti limiti:

log x ex (x + 2)x+3 8 x sen x


lim , lim , lim , lim .
x+ xb x+ xb x0 x x0 x3
I primi due limiti vanno affrontati al variare di b in R. Nel quarto conviene applicare De
LHopital pi`
u volte; nel senso che dopo averlo applicato conviene applicarlo di nuovo per
studiare f (x)/g 0 (x), dato che ci troviamo ancora di fronte ad una forma indeterminata.
0

Esempio. Da
log x
lim =0
x+ x
si deduce facilmente che x1/x 1 per x +. Infatti
1 log x
lim x x = lim e x = e0 = 1 .
x+ x+

43 - Marted` 25/11/08
Teorema (di esistenza del limite per le funzioni monotone). Sia f : (, ) R una funzio-
ne monotona definita in un intervallo (, ), dove e sono reali estesi. Allora esistono
(nei reali estesi) i limiti per x e per x di f (x), e risulta

lim f (x) = inf f e lim f (x) = supf


x x

se f `e crescente e
lim f (x) = supf e lim f (x) = inf f
x x

se f `e decrescente.
Dimostrazione. Proviamo il risultato nel caso speciale di f crescente e x = +.
Gli altri casi si provano in modo analogo (i dettagli sono lasciati agli studenti). Si hanno
due possibilit`a: supf < + e supf = +. Supponiamo prima che lestremo superiore di
f (x) sia finito e denotiamolo, per brevit`a, con la lettera . Fissiamo un arbitrario > 0.
Occorre trovare una semiretta (h, +) in cui valga < f (x) < + . Poiche (per
definizione di estremo superiore) `e il minimo maggiorante per f (x), il numero non
pu`o essere un maggiorante per f (x). Non `e vero quindi che tutti i numeri f (x) verificano
la condizione f (x) . Ne esiste quindi (almeno) uno, denotiamolo f ( x) , che non
verifica tale condizione (ripensare alla negazione della proposizione tutte le pecore sono
nere). Esiste cio`e un x x) > . Dato che abbiamo supposto f (x)
per il quale risulta f (
crescente, se x `e un qualunque numero maggiore di x x) f (x) e quindi, a maggior
, si ha f (
ragione, < f (x). Daltra parte `e un maggiorante per f (x) e, di conseguenza, per

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ogni x (e non solo per quelli maggiori di x ) risulta f (x) . In conclusione, possiamo
si ha < f (x) < + , e quindi, per la definizione di
affermare che per gli x > h := x
limite, f (x) = sup f .
Supponiamo ora supf = + e fissiamo un k > 0. Poiche (in base al significato della
notazione supf = +) la funzione non `e limitata superiormente, il numero k non pu`o
essere maggiore o uguale di tutti gli f (x). Esiste quindi un numero x per il quale risulta
f (
x) > k (ricordarsi del discorso sulle pecore, ma se non se ne vede il nesso, belare). Dato
che la funzione `e crescente, quando x > h := x si ha f (x) > k. Dunque, per la definizione
di limite, f (x) + = supf .

Come applicazione del teorema (di esistenza) del limite per le funzioni monotone, mostria-
mo che
lim arctg x = /2.
x+

Allo scopo ricordiamo che la funzione arcotangente `e linversa della restrizione della tan-
gente allintervallo (/2, /2). Essendo la tangente, in tale intervallo, una funzione stret-
tamente crescente, anche larcotangente risulta strettamente crescente. Di conseguenza,
ricordandosi che limmagine di una funzione inversa coincide col dominio della funzione
che viene invertita, si ha

lim arctg x = sup arctg x = sup (/2, /2) = /2.


x+ xR

Esercizio. Sia f 1 (y) la funzione inversa di f (x) = log x + 2x3 . Il

lim f 1 (y)
y2

non `e importante per lo studio di f 1 (y). Per quale motivo? Calcolarlo lo stesso, applican-
do un noto teorema (si tenga conto della definizione di funzione inversa per determinare il
punto x0 corrispondente a y0 = 2).

Esercizio. Dal fatto che la funzione esponenziale (naturale) `e linversa della funzione
logaritmica (naturale), dedurre che

lim exp x = 0 e lim exp x = +.


x x+

Esercizio. Provare che la funzione f (x) = log x + 2x3 `e invertibile e studiarne la funzione
inversa (si danno per note le propriet`a basilari di log x, che proveremo in seguito). Deter-
minare cio`e il dominio e limmagine della funzione inversa, mostrare che il dominio `e un
intervallo e calcolare i limiti importanti di f 1 (y), ossia i limiti per y che tende agli estremi
dellintervallo di definizione e per y che tende ad un qualunque punto di discontinuit`a (se
esiste).

Definizione (confronto tra infinitesimi). Siano f (x) e g(x) due infinitesimi per x .
Supponiamo g(x) 6= 0 in un intorno forato di . Si dice che f (x) `e un infinitesimo di

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ordine superiore a g(x), per x , se il rapporto f (x)/g(x) tende a zero per x .


Si dice che f (x) e g(x) sono infinitesimi dello stesso ordine (per x ) se il rapporto
f (x)/g(x) tende ad un numero finito e diverso da zero (per x ). Si dice che f (x) e
g(x) sono due infinitesimi equivalenti (per x ), e si scrive f (x)
= g(x) per x ,
se f (x)/g(x) 1 per x .

Per esempio x2 `e un infinitesimo di ordine superiore a x (in questo caso si pu`o omettere la
precisazione per x 0, perche x2 e x sono infinitesimi soltanto per x 0).

Si osservi che se due infinitesimi sono equivalenti, allora sono anche dello stesso ordine (ma
in generale non `e vero il contrario).

Esempi di infinitesimi per x 0:


p
x, sen x, |x|, x + x2 , 1 cos x, |x|,

x2 /(1 + cos x), 2x, x2 x, tang(x) .


Riguardo ai suddetti esempi, osserviamo che x = sen x, che 1 cos x `e di ordine superiore
ad x, che 1 cos x `e dello stesso ordine di x2 (ma non equivalente), che x `e di ordine
superiore a |x|, che 1 cos x = x2 /2
p
= x2 /(1 + cos x), che 2x e x2 x sono dello stesso
ordine, che tang(x) = x.
Esempi di infinitesimi per x +:

1/x, 1/x2 , 1/|x|, 1/(x + x2 ), sen x/(x cos x),



1/ x, 2/x + 1/x3 , x/(1 + x x2 ), sen(1/x), sen(1/x) + 1/x2 .
Osserviamo che (per x +) 1/x2 `e di ordine superiore a 1/x, che 1/(x+x2 ) `e equivalente
a 1/x2 ; che 1/x `e dello stesso ordine di 2/x + 1/x3 , che x/(1 + x x2 ) e sen(1/x) + 1/x2
sono dello stesso ordine.

Ulteriori esempi di infinitesimi:



sen x per x ; sen x/x per x ; 2 x per x 2; 2 x per x 2 ; |2 x|
p
p
per x 2; |2 x| per x 2+ ; 1/x per x ; 1/x per x +; x + x2 1 per

x ; x x2 1 per x +; tang x per x .

Osservazione. La relazione (tra infinitesimi per x ) di essere equivalenti `e una


effettiva relazione di equivalenza; ossia, `e riflessiva (f (x)
= f (x)), `e simmetrica (se f (x)
=

g(x) allora g(x) = f (x)), ed `e transitiva (se f (x) = g(x) e g(x) = h(x) allora f (x) = h(x)).

La pi`u semplice funzione infinitesima per x 0 `e g(x) = x. Per questo motivo tale
funzione viene spesso considerata un riferimento per gli altri infinitesimi per x 0. Si usa
dire infatti che f (x) `e un infinitesimo del primo ordine se `e dello stesso ordine di x, che `e
del secondo se `e dello stesso ordine di x2 , che `e di ordine superiore al primo se `e di ordine
superiore ad x, e cos` via.

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Definizione (di parte principale di un infinitesimo per x 0). Sia f (x) una funzione reale
definita in un intorno del punto x = 0. Se per qualche k N e c R vale luguaglianza
f (x) = cxk + (x)xk (dove, ricordiamo, (x) denota una qualunque funzione continua e
nulla in zero), allora f (x) `e un infinitesimo per x 0 e il monomio cxk (anchesso un
infinitesimo) si dice la parte principale di f (x). In altre parole (meno precise), la parte
principale di un infinitesimo per x 0 `e, quando ha senso, il monomio di grado minimo
contenuto nella sua formula di MacLaurin.

Esercizio. Determinare la parte principale dei seguenti infinitesimi (ammesso che esista):

sen x, 1 cos x, x sen(2x), x3 , x cos(2x), x2 x3 , 2 4 x.

Esercizio. Un punto materiale di massa (a riposo) m si muove con velocit`a (scalare) v. La


sua energia cinetica (relativistica) T (v) `e data dal prodotto dellincremento di massa m
dovuto al movimento per il quadrato della velocit`a della luce: T (v) = m c2 . Sapendo che
la massa in movimento del punto materiale `e
m
m(v) = p ,
1 v 2 /c2

si determini la formula di MacLaurin del secondo ordine di T (v). Da detta formula si


deduca che la parte principale di T (v) `e 21 mv 2 .

Esercizio. Sia f (x) = g(x)xk , essendo g(x) una funzione continua per x = 0. Mostrare
che la parte principale di f (x) `e il monomio g(0)xk .

Esercizio. Provare che se cxk `e la parte principale di un infinitesimo f (x), allora f (x)
e cxk sono infinitesimi equivalenti. Mostrare inoltre che in tal caso il resto (x)xk della
formula di MacLaurin di ordine k di f (x) `e un infinitesimo di ordine superiore sia a cxk
che a f (x).

44 - Mercoled` 26/11/08
Talvolta, per esprimere il fatto che, per x , f (x) `e un infinitesimo di ordine superiore a
g(x) si usa il cosiddetto simbolo o-piccolo di Landau: si scrive f (x) = o(g(x)) per x
e si legge f (x) uguale ad o-piccolo di g(x) per x tendente ad . Ad esempio x2 = o(x)
per x 0 (in questo caso si potrebbe omettere la precisazione per x 0 perche non ci
sono possibilit`a di equivoci).

Esercizio. Verificare le seguenti propriet`a:


se f (x) = o(xn ), allora xm f (x) = o(xn+m );
se f (x) = o(xn ) e g(x) = o(xm ) allora f (x)g(x) = o(xn+m );
se f (x) = o(xn ) ed m < n, allora f (x) = o(xm );
se f (x) = o(xn ) e g(x) = o(xn ) allora f (x) + g(x) = o(xn );
se f (x) = o(xn ) e g(x) `e continua per x = 0, allora g(x)f (x) = o(xn ).

Osservazione. E ` evidente che se f (x) = (x)xn , allora f (x) = o(xn ). Non `e difficile
provarefac che se f (0) = 0, allora vale anche il contrario e, quindi, in questo caso, le due

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affermazioni f (x) = o(xn ) e f (x) = (x)xn sono addirittura equivalenti.

Mediante il simbolo di Landau, la formula di Taylor di ordine n in x0 di una funzione f (x)


si scrive nel modo seguente:

(55.1) f (x0 + h) = pn (h) + o(hn ) ,

dove pn (h) `e un polinomio di grado non superiore ad n. Ricordiamo inoltre che, per i
teoremi di esistenza e di unicit`
a della formula di Taylor, risulta
n
X f (k) (x0 ) f (x0 ) f 0 (x0 ) f 00 (x0 ) 2 f (n) (x0 ) n
pn (h) = hk = + h+ h + + h .
k! 0! 1! 2! n!
k=0

La (55.1) altro non `e che unaffermazione sul comportamento per h 0 del resto

rn (h) := f (x0 + h) pn (h)

della formula di Taylor: equivale cio`e ad affermare che il resto rn (h) `e un o(hn ), ovvero che

f (x0 + h) pn (h)
lim = 0.
h0 hn
Quindi, a rigor di logica, la formula di Taylor col resto espresso mediante il simbolo di
Landau non pu` o essere considerata unuguaglianza vera e propria, cio`e verificata per ogni
h ammissibile (ossia tale che x0 + h D(f )). Tuttavia, dato che in questo caso risulta
rn (0) = 0 (com`e facile dedurrefac dal suddetto limite sapendo che f `e definita ed `e continua
nel punto x0 ), da ora in avanti, in base alla precedente osservazione, il simbolo o(hn ) della
formula di Taylor verr` a pensato come un sinonimo di (h)hn . Si fa presente che in altri
contesti tale equivalenza non `e scontata: affermare che una funzione `e un o(hn ) non implica
che questa sia definita per h = 0 e, anche quando lo `e, non `e affatto detto che sia nulla in
tal punto.

45 - Mercoled` 26/11/08
Definizione (di successione). Dato un arbitrario insieme X, una successione in X `e
unapplicazione a : N X. Se il codominio X `e un sottoinsieme di R la successione si dice
reale, se X Q si dice di numeri razionali, se X R2 si dice di punti di R2 , ecc.

Data una successione a : N X, per motivi di tradizione e di semplicit`a, limmagine di un


generico n N si denota col simbolo an , invece che con a(n). Il valore an associato ad n
si chiama il termine n-esimo della successione o lelemento di indice n. I numeri naturali
sono detti gli indici della successione.

Vari modi per denotare una successione a : N X:


a : N X (corretto, ma poco usato);
a1 , a2 , . . . , an , . . . (elencando i termini);
{an } (il pi` u comune).

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Esempi di successioni reali:


1, 12 , 13 , . . . , n1 , . . .
1, 1, 1, . . . , (1)n , . . .
2, 4, 6, . . . , 2n, . . .
21 , 23 , 43 , . . . , n+1
n
,...

Da ora in avanti, a meno che non venga diversamente specificato, col termine successione
intenderemo una successione reale.

Alcune successioni sono definite in modo ricorsivo, cio`e:


1) assegnando il primo termine (o i primi k-termini);
2) dando una legge per ricavare il termine n-esimo dai termini precedenti.
Si osservi che una successione definita ricorsivamente `e ben definita (ovvero definita per
ogni n N) grazie al Principio di Induzione.

Un esempio di successione definita in modo ricorsivo `e il seguente:



a1 = 1 , an+1 = 2 + an .

Si potrebbe provarefac (sfruttando il Principio di Induzione) che tale successione gode delle
seguenti due propriet`a:
an < an+1 , n N;
an < 2, n N.

Esercizio. Mediante un foglio elettronico (ad esempio Excel) calcolare, con 16 cifre
decimali, i primi 30 termini della suddetta successione.

Unaltra successione definita in modo ricorsivo `e quella di Fibonacci (matematico pisano


della prima met` a del XIII secolo), dove sono assegnati i primi due termini, a1 = 1 e a2 = 1,
ed ogni altro termine `e somma dei due precedenti, cio`e an+1 = an + an1 . Tale successione
governa alcuni fenomeni naturali come, ad esempio, il numero dei discendenti dei conigli e
il numero degli antenati delle api (nelle varie generazioni).

Esercizio. Calcolare, con lausilio di un foglio elettronico, i primi 50 termini della succes-
sione di Fibonacci.

Attenzione a non fare confusione tra i termini di una successione (che sono sempre infiniti:
il primo, il secondo, il terzo, ecc.) e i valori assunti dalla successione, che possono essere
anche un numero finito. Ad esempio, la successione {an } = {(1)n } assume solo i valori 1
e 1 ma, ciascuno, infinite volte (il primo termine `e 1, il secondo `e 1, il terzo `e 1, . . . ,
ln-esimo `e (1)n , . . . ).

46 - Mercoled` 26/11/08
Definizione. Si dice che una successione {an } tende (o converge) ad ` R, e si scrive
an ` (per n +), se per ogni > 0 esiste un n R tale che per n > n si ha

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|an `| < . In questo caso si dice anche che ` `e il limite di {an } e si scrive

lim an = ` oppure lim an = ` oppure lim an = ` oppure lim an = `.


n+ n n

Le ultime tre notazioni (apparentemente incomplete) sono giustificate dal fatto che (nei
reali estesi) lunico punto di accumulazione per il dominio di una successione `e + (un
concetto che vedremo in seguito), e quindi lunica nozione di limite che ha senso `e per
n +.

Esercizio. Provare (mediante la definizione di limite) che an 0 se e solo se |an | 0 (in


questo caso si dice che la successione {an } `e infinitesima).

Esercizio. Verificare, mediante la definizione di limite, che


n
1.
n+1
Svolgimento. Fissiamo > 0. Occorre provare che esiste un n
tale che

n
n>n = n + 1 1 < .

La disequazione `e equivalente alla coppia di disequazioni


n
< 1 < .
n+1
n
La disuguaglianza n+1 1 < `e vera per ogni n N in quanto il primo membro `e negativo,
mentre < n+1 `e vera se n `e maggiore di 1 1 oppure se `e maggiore di un qualsiasi altro
1

numero maggiore di 1 1. Scegliendo n = 1 1 si ha che, se n > n
n
, allora n+1 1 < .

Esercizio. Verificare, mediante la definizione di limite, che


1
an = 0.
n
Svolgimento. Fissiamo > 0. Consideriamo la disequazione n1 < , che `e equivalente a

1
< < .
n
Dato che n1 > 0 per ogni n, la prima delle due precedenti disequazioni `e sempre verificata.
Vediamo la seconda: n1 < . E ` chiaro che `e verificata se e soltanto se n > 1 . Quindi, se

1
scegliamo il numero n
= , per ogni n > n risulta < n1 < .

= 1 (
Riepiloghiamo il procedimento: se si prende un qualsiasi > 0 e poi si sceglie n n `e
1 1
in funzione di ), allora n > n
risulta n < e la convergenza di n a zero `e provata.

Si osservi che n
dipende da , ma non `e univocamente determinato. Se infatti fissiamo un
maggiore o uguale a 1 `e vero che n1 < per ogni n > n

qualsiasi n .

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Definizione. Si dice che {an } tende (o diverge) a + (si scrive an +) se per ogni
k > 0 esiste n
tale che per n > n
si ha an > k. In questo caso si dice anche che il limite di
{an } `e + e si scrive

lim an = + oppure lim an = +.


n

Analogamente, una successione {an } tende (o diverge) a se per ogni k > 0 esiste n
si ha an < k. Per indicare che `e il limite di {an } si pu`o usare una
tale che per n > n
delle seguenti notazioni:

an , lim an = , lim an = .
n

Esercizio. Verificare, mediante la definizione di limite, che

n2 +, n , n3 + 3n + 1 + e n 3n3 .

Esercizio. Verificare, mediante la definizione di limite, che (1)n non ha limite.

Definizione. Una successione {an } si dice convergente se ammette limite finito, divergente
se il limite `e o + e indeterminata negli altri casi (cio`e quando non ammette limite
nei reali estesi). Le successioni che ammettono limite (finito o infinito) si dicono regolari.

Non tutte le successioni sono regolari. Ad esempio {(1)n } non ammette limite (ne finito
ne infinito).

Teoremasd (di unicit`


a del limite). Il limite di una successione, se esiste, `e unico (finito o
infinito che sia).

Eserciziofac . Provare il teorema di unicit`a del limite per le successioni.

Teoremasd (fondamentale dei limiti per le successioni, detto anche Algebra dei limiti).
Siano {an } e {bn } due successioni tali che an e bn (dove , R). Allora,
quando ha senso nei reali estesi (cio`e tranne i casi , 0/0, 0 , /, 1+ , 0 e
00 ), si ha:
1) an + bn + ;
2) an bn ;
3) an /bn /;
4) abnn .

Teorema (di collegamento per i limiti). Sia f una funzione reale di variabile reale. Con-
dizione necessaria e sufficiente affinche f (x) per x `e che per ogni successione
{xn } in D(f )\{} tale che xn si abbia f (xn ) .

Eserciziofac . Provare il teorema di collegamento dei limiti.

Il teorema di collegamento `e particolarmente utile per provare la non esistenza (ma anche
lesistenza) di alcuni limiti. Mostriamo, ad esempio, che la funzione sen x non ammette

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limite per x +. Consideriamo infatti le due successioni {an } = {2n} e {bn } =


{/2 + 2n}. E ` immediato verificare che entrambe tendono ad = + (e che i loro
termini sono sempre diversi da ). Poiche sen an 0 e sen bn 1, la funzione sen x non
ha limite per x +. Abbiamo infatti provato che non `e vero che per tutte le successioni
{xn } che tendono a + la successione {sen xn } ha sempre lo stesso limite (per provare
che non `e vero che tutte le pecore hanno lo stesso colore `e sufficiente trovare due pecore di
colore diverso).

La non esistenza del limite per x 0 di sen(1/x) si pu`o provare in modo analogo. Basta
infatti considerare le successioni
1 1
an = e bn =
2n /2 + 2n
e osservare che lim sen(1/an ) = 0 mentre lim sen(1/bn ) = 1.
n n

Esercizio. Usare il teorema di collegamento per provare che non esiste il limite per x 0
di sign x.

Il risultato che segue `e una facile conseguenza del teorema di collegamento per i limiti.

Teorema (di collegamento per la continuit`a). Sia f una funzione reale di variabile reale e
sia x0 D(f ). Condizione necessaria e sufficiente affinche f sia continua in x0 `e che per
ogni successione {xn } in D(f ) tale che xn x0 si abbia f (xn ) f (x0 ).

Esercizio. Dedurre il teorema di collegamento per la continuit`a dal teorema di collega-


mento per i limiti.

47 - Venerd` 28/11/08
La nozione di successione monotona `e un caso particolare di un concetto gi`a introdotto
per le funzioni a valori reali: una successione, infatti, `e una funzione a valori reali definita
in un particolare sottoinsieme dei reali: N. E ` bene ricordarsi che ci stiamo occupando
esclusivamente di successioni reali, a meno che non venga diversamente specificato.

Definizione. Una successione {an } `e detta crescente se an an+1 per ogni n e stretta-
mente crescente se an < an+1 per ogni n. E ` detta decrescente se an an+1 per ogni n e
strettamente decrescente se an > an+1 per ogni n. Una successione `e detta monotona (con
laccento tonico sulla penultima sillaba) se `e crescente o decrescente. Si dice che `e stretta-
mente monotona se `e strettamente crescente oppure strettamente decrescente (ovviamente
ogni successione strettamente monotona `e anche monotona).

La nozione di successione limitata `e un caso particolare di un concetto gi`a introdotto per


le funzioni a valori reali.

Definizione. Una successione `e detta limitata se linsieme dei valori assunti `e un sottoin-
sieme limitato di R.

Eserciziofac . Provare che ogni successione convergente `e limitata.

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Si faccia attenzione a non confondere il concetto di successione limitata con quello di


limite. Il limite tiene conto dellinsieme dei valori assunti della successione in relazione
alla loro dipendenza dallindice n, cio`e il limite studia il comportamento dei termini an al
crescere di n. La limitatezza di una successione `e un concetto insiemistico, pi` u povero, e
d`a informazioni sullinsieme dei valori assunti indipendentemente dal loro comportamento
al crescere di n.

Eserciziofac . Trovare un esempio di successione limitata che non ammette limite.

Teorema (di esistenza del limite per le successioni monotone). Se {an } `e una successione
monotona, allora `e regolare (cio`e ammette limite). Precisamente si ha lim an = sup an se
{an } `e crescente e lim an = inf an se `e decrescente. In particolare se {an }, oltre ad essere
monotona, `e anche limitata, allora `e convergente. Se invece non `e limitata, `e divergente.
Dimostrazione. Assumiamo, per fissare le idee, che la successione {an } sia crescente (il
caso {an } decrescente `e lasciato per esercizio agli studenti).
Supponiamo prima che lestremo superiore di {an } sia finito e denotiamolo, per brevit`a, con
la lettera a. Fissiamo un arbitrario > 0. Poiche (per definizione di estremo superiore) a `e
il minimo maggiorante per {an }, il numero a non pu`o essere un maggiorante (per {an }).
Non `e vero quindi che tutti gli an verificano la condizione an a . Ne esiste quindi
(almeno) uno, denotiamolo an , che non verifica tale condizione (ripensare alla negazione
della proposizione tutte le pecore sono nere). Esiste cio`e un indice n per il quale risulta
an > a. Dato che abbiamo supposto {an } crescente, se n `e un qualunque indice maggiore
, si ha an an e quindi, a maggior ragione, a < an . Daltra parte a `e un maggiorante
di n
per gli an e, di conseguenza, per ogni n (e non solo per quelli maggiori di n ) risulta an a.
In conclusione, possiamo affermare che per gli n > n si ha a < an < a + , e quindi,
per la definizione di limite, an a = sup an .
Supponiamo ora sup an = + e fissiamo un k > 0. Poiche (in base al significato della
notazione sup an = +) la successione non `e limitata superiormente, il numero k non pu`o
essere un maggiorante per tutti gli an . Esiste quindi un indice n
per il quale risulta an > k
(ricordarsi del discorso sulle pecore, ma se non se ne vede il nesso, belare). Dato che la
successione `e crescente, quando n > n si ha an > k. Dunque, per la definizione di limite,
an + = sup an .

Osservazione. Dal suddetto teorema segue immediatamente che una successione mono-
tona converge se (e solo se) `e limitata e diverge se (e solo se) non `e limitata.

Eserciziofac . Provare che la successione (definita in modo ricorsivo)



a1 = 1 , an+1 = 2 + an

`e convergente e che il suo limite `e 2.

Inizio parte facoltativa n. 1 (complementi sulle successioni)

25/04/09 84
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Teorema della permanenza del segno (per le successioni). Sia {an } una successione
reale. Se an a > 0, allora esiste un n
N per il quale si ha an > 0 per ogni n > n (ossia
an > 0 definitivamente). Analogamente, se an a < 0, allora an < 0 definitivamente. In
altre parole, se {an } ammette limite non nullo (finito o infinito), allora ha definitivamente
lo stesso segno del limite.
Dimostrazione. Dimostriamo il primo risultato e il secondo viene lasciato per esercizio.
Supponiamo che il limite a sia finito e positivo (gli altri casi sono lasciati per esercizio
agli studenti). Fissato = a, dalla definizione di limite si deduce che a < an < a +
definitivamente. Quindi, essendo a = 0, si ottiene 0 < an definitivamente. Analizziamo
ora il caso a = +. Fissato un qualunque k > 0, si ha (sempre per la definizione di limite)
an > k definitivamente e quindi, a maggior ragione, an > 0 definitivamente.

Il risultato che segue `e una facile conseguenza del teorema della permanenza del segno.

Teorema del confronto dei limiti (per le successioni). Se an a, bn b e an bn


per ogni n, allora a b.
Dimostrazione. Se, per assurdo, a fosse maggiore di b, la successione {an bn } tenderebbe
al numero positivo a b. Di conseguenza, per il teorema della permanenza del segno,
risulterebbe an bn > 0 definitivamente, in contrasto con lipotesi an bn , n N .

Corollario del confronto del limite (per le successioni). Se {an } `e una successione
reale a termini non negativi (rispettivamente non positivi), e tende ad a, allora risulta
a 0 (risp. a 0).
Esercizio. Dedurre il precedente corollario dal teorema del confronto dei limiti.

Esercizio. Dedurre, dal teorema del confronto dei limiti, che se an a, bn b e an < bn
per ogni n, allora a b. Rispondere alla seguente domanda con una dimostrazione (in
caso di risposta affermativa) o con un esempio (in caso di risposta negativa): le suddette
ipotesi implicano a < b ?

Teorema dei carabinieri (per le successioni). Siano {an }, {bn } e {cn } tre successioni
tali che
an bn cn , n N.
Se an a e cn a, allora anche bn a.
Dimostrazione. Proviamo il risultato nel caso che il limite a sia finito. I casi a = e
a = + sono lasciati per eserciziofac agli studenti (si osservi che se a = il carabiniere
a sinistra del prigioniero non serve, e se a = + non serve quello a destra). Fissiamo un
> 0. Poiche an a, esiste un n1 tale che a < an < a + per tutti gli n > n1 . Per lo
stesso `e possibile determinare un n2 tale che a < cn < a + per n > n2 . Quindi, se
n>n := max{n1 , n2 }, allora a < an bn cn < a + . Tenendo conto soltanto di ci`o
che ci serve, si ottiene a < bn < a + per tutti gli n > n
.

Esempio. La successione n sen n o


n

25/04/09 85
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`e rapporto di due successioni: {sen n} e {n}. Il suo limite non si pu`o determinare applicando
il teorema fondamentale dei limiti perche la successione {sen n}, come vedremo pi` u avanti,
non ha limite per n . Daltra parte si ha
1 sen n 1
,
n n n
e quindi dal teorema dei carabinieri si deduce che
sen n
0.
n
Osserviamo che il teorema dei carabinieri `e ancora valido se si suppone che la condizione
an bn cn (ferme restando le altre ipotesi) valga definitivamente (non occorre sia vera
per ogni n N). Limportante `e che i carabinieri {an } e {cn } prima o poi catturino {bn }
e si dirigano entrambi dalla stessa parte.

la dimostrazione del seguente risultato `e lasciata per esercizio.

Teorema del carabiniere. Date {an } e {bn }, tali che an bn per ogni n, se an +
allora anche bn +, mentre se bn , segue che anche an .

Esercizio. Dire perche la seguente dimostrazione del teorema dei carabinieri `e errata:
Cavolata madornale. Denotiamo con b il limite di {bn }. Poiche an bn (per ogni n) e
an a, dal teorema del confronto dei limiti si deduce a b. Analogamente, tenendo conto
che bn cn e che anche cn a, si ha b a. Pertanto a = b, e quindi bn a.

Esercizio (Corollario del teorema dei carabinieri). Dedurre, dal teorema dei carabinie-
ri, che il prodotto di una successione limitata per una infinitesima `e una successione
infinitesima.

Definizione. Sia data una successione {an }. Sia data anche una successione {kn } a
valori in N e strettamente crescente. La successione {bn } definita come bn = akn `e detta
sottosuccessione di {an } o successione estratta.

La scrittura akn pu` o apparire ostica al lettore. In realt`a il concetto di sottosuccessione `e


semplice: si parte da una successione an , poi si prendono infiniti indici n, senza ripetizioni,
si ordinano in senso crescente e si prendono i corrispondenti elementi an . Si `e ottenuta
una nuova successione. Per esempio potremmo prendere la successione degli an con n
pari, oppure con n dispari, oppure con n multiplo di un numero dato, o altro ancora. La
successione degli n pari `e a2 , a4 , a6 ,. . . Per denotarla con indici progressivi da 1 a +, cio`e
senza salti, scriveremo b1 = a2 , b2 = a4 , b3 = a6 , ... Risulta allora kn = 2n e bn = a2n .

Teorema. Se una successione {an } tende a un limite (finito o infinito) allora ogni
sottosuccessione di {an } tende allo stesso limite.

Il precedente teorema trova unutile applicazione per dimostrare che una successione `e
irregolare (cio`e che non ammette limite). Data infatti {an }, se si riesce a determinare due
sottosuccessioni che tendono a due limiti distinti oppure una sottosuccessione che non ha
limite, allora {an } `e irregolare.

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Fine parte facoltativa n. 1

48 - Venerd` 28/11/08
Vediamo una particolare classe di successioni e partiamo con un esempio. Consideriamo le
due successioni {1/n} e {1/n2 }. Esse hanno varie cose in comune: sono entrambe positive,
strettamente decrescenti e tendono a zero.

Le due successioni, ottenute a partire dalle precedenti,


k k
X 1 X 1
Sk = e Tk = ,
n n2
n=1 n=1

sono positive e strettamente crescenti. Per il teorema sullesistenza del limite delle succes-
sioni monotone esse ammettono limite, rispettivamente S e T . Per i teoremi di confronto
sui limiti, dato che Sk > Tk per ogni k N, si ha S T . A questo punto si verifica
una differenza sostanziale tra le due successioni {Sk } e {Tk }: T `e un numero reale mentre
S = +. La dimostrazione di questo fatto non viene svolta qui, ma sar`a affrontata pi` u
avanti.

u in generale, a partire da una successione {an } si ottiene una nuova successione:


Pi`
k
X
Sk = a1 + a2 + + ak = an .
n=1

Ci interessa studiare il limite


lim Sk .
k+

Tale limite si indica con il simbolo



X
an ,
n=1

detto serie (numerica), e si legge somma per n che va da 1 a infinito di an . Ovviamente


al posto di n si pu`
o usare un qualunque altro indice (si pensi al significato di sommatoria).

In altre parole: col simbolo



X
an ,
n=1

si intende
k
X
lim an .
k+
n=1

La successione {Sk } si dice successione delle somme parziali (o delle ridotte) della serie,
mentre an `e detto il termine generale. Il carattere della serie `e, per definizione, il carattere
della successione {Sk }. In altre parole: se {Sk } converge, si dice che converge la serie; se

25/04/09 87
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{Sk } diverge, la serie diverge; se il limite di {Sk } non esiste, la serie `e indeterminata. Il
limite S (finito o infinito) di {Sk }, quando esiste, si dice somma della serie e si scrive

X
S= an .
n=1

Talvolta, invece di sommare a partire da n = 1, si parte da un indice n0 Z (anche


negativo). Scriveremo allora
X
an .
n=n0

La definizione pu` o apparire non del tutto chiara. Che significa infatti somma per n che va
da 1 a infinito di an ? Per capirlo si pensi al fatto che lintroduzione del concetto di serie
nasce dal tentativo di sommare infiniti numeri, pi` u precisamente uninfinit`a numerabile
di numeri, cio`e i termini di una successione {an }. In altre parole il tentativo `e quello di
` ovvio che tale operazione
svolgere la somma a1 + a2 + a3 + . . . e cos` via fino allinfinito. E
non `e materialmente possibile. Si pu`o tuttavia osservare che se, per esempio, consideriamo
una successione costante, supponiamo an = 2 per ogni n, a mano a mano che si sommano
i termini della successione, la somma cresce sempre di pi` u e tende allinfinito.

In altri termini: sommare infiniti addendi non `e possibile (richiederebbe un tempo infinito),
per`o `e possibile fare unoperazione che in qualche modo tenta di somigliarle e che `e appunto
il limite della successione delle somme parziali.

Si osservi che se una serie


P
n=n0 an `
e a termini positivi (ossia an > 0 per ogni n), allora
la successione {Sk } delle sue somme parziali `e crescente (anzi, `e strettamente crescente)
e quindi non pu` o essere indeterminata (per quale teorema?). In tal caso la somma della
serie `e ben definita e rappresenta un numero reale esteso (ovviamente positivo).

Il risultato che segue `e utile per provare la non convergenza di alcune serie (non di tutte).
Afferma infatti che se il termine generale di una serie non tende a zero, allora la serie non
converge o, equivalentemente, se una serie converge, allora (necessariamente) il suo termine
generale tende a zero. E ` bene mettere in guardia gli studenti che tale risultato non pu`o (e
non deve) essere utilizzato per mostrare la convergenza di una serie (`e un errore frequente
nei compiti desame).

Teorema (Criterio di non convergenza per le serie). Condizione necessaria affinche una
serie sia convergente `e che il termine generale tenda a zero.
Dimostrazione. Sia
P
n=n0 an una serie convergente. Ci`o significa, per definizione, che la
successione {Sk } delle somme parziali converge ad un numero finito S. Osserviamo che
an = Sn Sn1 e che anche Sn1 converge ad S (infatti la proposizione |Sn S| < per
n>n implica |Sn1 S| < per n > n + 1). Si ha allora

lim (Sn Sn1 ) = S S = 0 ,


n

e quindi an 0.

25/04/09 88
Registro di Analisi Matematica c.l. IART a.a. 2008/2009 M. Furi

La suddetta condizione necessaria per la convergenza di una serie non `e sufficiente. Infatti
vedremo che la serie
P
n=1 1/n dei reciproci dei numeri naturali (detta serie armonica) non
`e convergente, sebbene il suo termine generale sia infinitesimo. Pi`u in generale proveremo
(mediante la teoria degli integrali impropri) che la serie

X 1
,
n
n=1

detta serie armonica generalizzata, converge se e solo se > 1. In particolare la serie


armonica (che si ottiene per = 1) `e divergente (non pu`o essere indeterminata perche `e a
termini positivi).

Definizione. Una serie


P
n=n0 an `e detta geometrica se il rapporto an+1 /an `e costante
(ossia, non dipende da n). In tal caso il rapporto si chiama ragione della serie.

Esercizio. Provare che ogni serie geometrica pu`o essere scritta nella forma

X
aq n .
n=0

Teorema. Una serie geometrica converge se e solo se la sua ragione `e in valore assoluto
minore di uno. In tal caso, denotato con a il primo termine della serie e con q (1, 1)
la sua ragione, la serie converge e la sua somma `e a/(1 q).
Dimostrazione. Sia n
P
n=0 aq una serie geometrica di ragione q e primo termine a (che
possiamo supporre diverso da zero, altrimenti la serie non esiste). Abbiamo gi`a visto
che, affinche la serie converga, il termine generale aq n deve tendere a zero. Si pu`o quindi
supporre |q| < 1, altrimenti la serie non converge perche aq n 6 0 (infatti |q| 1 =
|aq n | = |a||q|n |a|, e quindi |aq n | non pu`o essere definitivamente minore di = |a| > 0).
Moltiplicando per 1 q entrambi i membri delluguaglianza

Sn = a + aq + aq 2 + + aq n1

si ha
(1 q)Sn = (1 q)(a + aq + aq 2 + + aq n1 ) =
a aq + aq aq 2 + aq 2 aq n1 + aq n1 aq n = a aq n .
Pertanto, essendo q 6= 1, si ottiene
a(1 q n )
Sn = .
1q
Poiche |q| < 1, si ha |q n | = |q|n 0 = q n 0. Pertanto Sn a/(1 q).

A titolo di esempio, consideriamo il numero decimale periodico 3, 17 = 3, 17777... Si pu`o


scrivere
7 7 7
3, 1
7 = 3, 1 + 0, 07 + 0, 007 + 0, 0007 + = 3, 1 + 2
+ 3 + 4 + ...
10 10 10

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Ovvero

31 X 7
3, 17 = + .
10 10n
n=2
P
La serie n=2 7/10n `e geometrica di ragione 1/10 e il suo primo termine `e 7/100. Si ha
pertanto
31 7/100 143
3, 1
7= + = .
10 1 1/10 45
In modo analogo si prova che ogni numero decimale periodico `e razionale e se ne determina
la frazione generatrice.

Esercizio. Provare che se due serie differiscono per un numero finito di termini, allora
hanno lo stesso carattere (entrambe convergenti, divergenti o indeterminate).

Talvolta non ha interesse calcolare esplicitamente la somma di una serie, ma stabilirne


soltanto il carattere. Successivamente, dopo aver provato che una serie converge, la sua
somma (se interessa) potr` a essere stimata con metodi numerici mediante lausilio di un
elaboratore elettronico (ad esempio con un foglio elettronico tipo Excel).

Il risultato che segue `e un utile criterio per stabilire il carattere delle serie, purche siano
a termini positivi. Per comprenderne il significato `e indispensabile ricordarsi che le serie
a termini positivi non possono essere indeterminate (`e una conseguenza del teorema di
esistenza del limite delle successioni monotone). Tali serie, pertanto, rappresentano sempre
un numero reale esteso.

Criterio del confronto (per le serie numeriche). Siano



X
X
an e bn
n=n0 n=n0

due serie a termini positivi. Se an bn per ogni n n0 , allora risulta



X
X
an bn .
n=n0 n=n0

Pertanto, se converge la seconda serie (detta maggiorante), converge anche la prima (la
minorante), e se diverge la prima, diverge anche la seconda.
Dimostrazione fac . Consideriamo le somme parziali
k
X k
X
Sk = an e Tk = bn .
n=n0 n=n0

Poinche an bn per n n0 , si ha Sk Tk per ogni k n0 . La tesi segue immediatamente


facendo tendere k a + e applicando il teorema del confronto dei limiti (il teorema si pu`o
applicare perche, nei reali estesi, i limiti per k + delle successioni monotone {Sk } e
{Tk } esistono).

25/04/09 90
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Esercizio. Provare che la serie



X 1
2n + 1
n=1

converge e che, in particolare, la sua somma `e compresa tra 1/3 e 1.

Criterio della convergenza assolutasd (per le serie numeriche).


P P
Data una serie n=n0 an , se converge la serie n=n0 |an | dei valori assoluti degli an ,
allora converge anche la serie data, e risulta


X X
an |an |.



n=n0 n=n0

49 - Marted` 02/12/08
Definizione (di funzione convessa). Una funzione reale definita in un intervallo si dice
convessa [concava ] se la corda (cio`e il segmento) che congiunge due punti qualunque del
suo grafico sta sopra [sotto] il grafico.

Teoremasd . Sia f : J R derivabile in un intervallo J. Allora f `e convessa [concava] se


e solo se la retta tangente ad un punto qualunque del suo grafico sta sotto [sopra] il grafico.

Esercizio. Sia f : J R una funzione convessa. Dedurre dal precedente teorema che se
x0 J `e un punto critico per f (cio`e f `e derivabile in x0 e f 0 (x0 ) = 0), allora `e un punto
di minimo assoluto per f .

Teoremasd . Sia f : J R derivabile in un intervallo J. Allora f `e convessa [concava] se


e solo se la sua derivata `e crescente [decrescente].

Il risultato che segue `e unimmediata conseguenza del precedente teorema.

Teorema. Sia f : J R derivabile due volte in un intervallo J. Allora f `e convessa


[concava] se e solo se f 00 (x) 0 [f 00 (x) 0] per ogni x in J.

Definizione (di punto di flesso). Un punto x0 interno al dominio di una funzione f si dice
di flesso (per f ) se f `e derivabile in x0 e se in un suo semi-intorno la funzione `e convessa e
nellaltro semi-intorno `e concava (ossia, se esistono un intorno destro e un intorno sinistro
di x0 con concavit` a discordi: da una parte la funzione `e convessa e dallaltra `e concava).

In base al precedente teorema, se una funzione `e di classe C 2 , una condizione che assicura
che in un punto x0 del dominio si abbia un flesso `e che la derivata seconda cambi segno in x0
(da una parte positiva e dallaltra negativa). In tal caso si ha necessariamente f 00 (x0 ) = 0
(perche?).

Esempio. La funzione f (x) = x + x3 ha un flesso nel punto x0 = 0, perche in tal punto


(appartenente al dominio) f 00 (x) cambia segno.

25/04/09 91
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Esempio. La derivata seconda di f (x) = x + x4 si annulla nel punto x0 = 0, ma f non


ha un flesso in tal punto, perche la sua derivata seconda `e positiva in un intorno forato di
x0 = 0 (cio`e privato del punto x0 = 0) e quindi non esiste un semi-intorno del punto in cui
la funzione `e concava.

Esempio. La funzione f (x) = 1/x non ha un flesso in x0 = 0, perche tal punto non
appartiene al dominio di f (anche se f `e concava per x < 0 e convessa per x > 0).

Esempio. La funzione f (x) = |x| + x3 non ha un flesso in x0 = 0, perche (pur essendo


continua) non `e derivabile in quel punto (sebbene f sia concava per x < 0 e convessa per
x > 0).

50 - Marted` 02/12/08
1 4
Esercizio. Sia f : R R definita da f (x) = 12 x + 65 x3 3x2 . Determinare gli intervalli
nei quali f `e convessa.
Svolgimento. La funzione f (x) `e derivabile e
1 5
f 0 (x) = x3 + x2 6x .
3 2
Anche f 0 (x) `e derivabile e
f 00 (x) = x2 + 5x 6 .
Sappiamo che, se f `e derivabile due volte in un intervallo J, f `e convessa (in tale intervallo)
se e solo se f 00 (x) 0 per ogni x J. Studiamo quindi linsieme in cui f 00 (x) 0:

x2 + 5x 6 0 x2 5x + 6 0 2 x 3.

Ponendo quindi A = [2, 3], risulta che:


f `e convessa in A;
se f `e convessa in un intervallo J, allora J A.
Inoltre, dato che f `e derivabile in x1 = 2 e x2 = 3, e che in un intorno di ciascuno
dei suddetti punti f 00 (x) cambia segno (cio`e in un semi-intorno `e positiva e nellaltro `e
negativa), x1 e x2 sono punti di flesso per f .

Esercizio. Studiare la funzione f (x) = |x|ex .


Svolgimento. Si osservi che:
D(f ) = R ;
f `e continua su tutto R;
f (x) 0, x R;
f (0) f (x), x R; pertanto x = 0 `e un punto di minimo assoluto per f .
I limiti importanti per lo studio di f sono

lim |x|ex = +
x+

25/04/09 92
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e
x
lim |x|ex = lim xex = lim ,
x x x ex

che `e una forma indeterminata del tipo


. Sussistono tutte le
ipotesi del teorema di De
LHopital. Pertanto possiamo derivare denominatore e numeratore ottenendo
D(x) 1 1
x
= x
= x = ex ,
D(e ) e e
che tende a zero per x tendente a meno infinito. Quindi

lim |x|ex = 0.
x

Individuiamo gli eventuali asintoti. Risulta


|x|ex
lim = lim ex = + .
x+ x x+

Quindi f non ha asintoto destro. Inoltre, come abbiamo gi`a visto, risulta

lim |x|ex = 0 ,
x

da cui si deduce facilmente (in base alla definizione di asintoto) che lasse delle x (cio`e la
retta y = 0) `e lasintoto (ovviamente orizzontale) sinistro per f .
La f `e prodotto di due funzioni derivabili in R\{0}, e quindi anchessa `e derivabile in
R\{0}. Non `e derivabile in x = 0, dato che in tal punto la sua derivata destra vale 1
(essendo la derivata in x = 0 di fd (x) = xex ) mentre la derivata sinistra vale 1 (dato
che `e la derivata in x = 0 di fs (x) = xex ). Possiamo quindi affermare che x = 0 `e un
punto angoloso (ed `e un punto di minimo perche la derivata sinistra `e negativa e la derivata
destra `e positiva).
Risulta: (
0 ex (x + 1) se x > 0
f (x) =
ex (x + 1) se x < 0
Da cui segue che f 0 (x) = 0 x = 1. Inoltre

f 0 (x) > 0 (x > 0) (x < 1) e f 0 (x) < 0 1 < x < 0 ,

da cui si deduce (studiando gli intervalli di crescenza e di decrescenza della f ) che la


funzione ha un massimo relativo (ma non assoluto) in x = 1 ed un minimo relativo (che
avevamo gi`a trovato) in x = 0. Inoltre, osservando che f (0) = 0 e sapendo che f `e non
negativa, x = 0 `e addirittura un punto di minimo assoluto per f .
La funzione `e continua e definita su tutto R, quindi la sua immagine `e un intervallo, e da
quanto abbiamo visto segue che Imf = [0, +). Risulta anche che f 0 (x) `e derivabile in
R\{0} e (
ex (x + 2) se x > 0
f 00 (x) =
ex (x + 2) se x < 0

25/04/09 93
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Da cui segue che f 00 (x) = 0 x = 2. Inoltre

f 00 (x) > 0 (x > 0) (x < 2) e f 00 (x) < 0 2 < x < 0 .

Quindi f `e convessa negli intervalli (, 2] e [0, +), ed ha un flesso in x = 2, cosa


che invece non accade in x = 0 perche f non `e derivabile in quel punto. Possiamo ora
descrivere il grafico di f partendo da meno infinito:
f `e asintoticamente vicino a zero, cresce, ed `e convessa fino a x = 2, dove ha un flesso
e diventa concava continuando a crescere fino ad x = 1, dove ha un massimo relativo
(per la restrizione di f allintervallo [2, 0] `e di massimo assoluto... perche?). Dopodiche
f decresce (`e sempre concava) fino ad assumere il valore zero in x = 0, dove ha un punto
angoloso (di minimo assoluto). Successivamente f diventa convessa e crescente in tutto
[0, +), tendendo a pi` u infinito.

Esercizio. Rispondere alla seguente domanda: si pu`o affermare che la funzione che
abbiamo appena studiato (i.e. f (x) = |x|ex ) `e convessa nellinsieme (, 2) (0, +)?

51 - Mercoled` 03/12/08
Esercizio. Dire in quali punti `e derivabile la funzione
(
x2 cos x1 se x 6= 0,
f (x) =
0 se x = 0.

Svolgimento. La restrizione di f (x) allinsieme (, 0) (0, +) vale x2 cos x1 ed `e quindi


derivabile con f 0 (x) = 2x cos x1 + sen x1 . Per vedere se c`e derivabilit`a anche in zero si prova
a calcolare il limite del rapporto incrementale. Risulta

x2 cos x1 1
lim = lim x cos = 0
x0 x x0 x
(si tratta del prodotto di una funzione che tende a zero per una limitata). Quindi f (x) `e
derivabile in tutto il suo dominio con
(
2x cos x1 + sen x1 se x 6= 0,
f 0 (x) =
0 se x = 0.

La f 0 (x) `e continua in (, 0) (0, +), ma `e discontinua in zero. Infatti il


 
1 1
lim 2x cos + sen
x0 x x

non esiste. Un tipico errore che si rischia di commettere nellaffrontare questo esercizio (e
altri simili) `e quello di affermare che la funzione non `e derivabile in zero perche la derivata
2x cos x1 + sen x1 non `e calcolabile in x = 0 (in quanto si annulla un denominatore). Tale
ragionamento `e sbagliato per il seguente motivo: la funzione 2x cos x1 + sen x1 `e la derivata
di g(x) = x2 cos x1 che non `e definita in zero ed `e unaltra funzione rispetto alla nostra f (x)

25/04/09 94
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iniziale. Quindi anche 2x cos x1 + sen x1 deve essere considerata esclusivamente per x 6= 0.
In altre parole non c`e nessun motivo per dire che la possibile derivata della funzione f (x)
di partenza debba essere 2x cos x1 + sen x1 calcolata in x = 0.
log |x|
Esercizio. Studiare i punti di massimo e di minimo relativo di f (x) = .
x
Svolgimento. La funzione `e definita e derivabile in tutto il suo dominio (, 0) (0, +).
Tale insieme `e aperto e allora conviene cercare i punti di massimo e di minimo relativo
usando il Teorema di Fermat. Si ha f 0 (x) = 1log(|x|)
x2
, che si annulla in e e +e, `e positiva
in (e, 0) e in (0, e), e negativa in (, e) e in (e, +).

Quindi f `e crescente strettamente in (e, 0) e in (0, e) e decrescente strettamente in


(, e) e in (e, +). Risulta perci`o e punto di minimo relativo ed e punto di massimo
relativo. Tali punti non sono estremanti assoluti perche

lim f (x) = + e lim f (x) = .


x0 x0+

Confrontare i risultati ottenuti con il fatto che f (x) `e dispari.

Se dobbiamo studiare il problema ristretto a [3, 0), scriviamo f (x) = log(x)


x . Si ha f 0 (x) =
1log(x)
x2
, che si annulla in e, `e positiva in (e, 0) e negativa in [3, e). Attenzione: `e
sbagliato dire che la derivata si annulla in e. E ` chiaro il perche?

Per il Teorema di Fermat e il teorema visto a lezione riguardante la derivata agli estremi
del dominio, e `e punto di minimo assoluto e il minimo di f `e 1/e e 3 `e punto di
massimo relativo, mentre il massimo assoluto non esiste perche lim f (x) = +.
x0

52 - Mercoled` 03/12/08
Esercizio. Tra tutti i rettangoli di perimetro assegnato determinare quello di area massi-
ma. Si riesce a determinare quello di area minima?

Svolgimento. Indicando con b e h la base e laltezza di un rettangolo, larea e il perimetro


sono rispettivamente A = bh e P = 2(b+h). Consideriamo linsieme degli infiniti rettangoli
di perimetro assegnato P = 2c. Per ciascuno di loro la base e laltezza sono in relazione
b = ch. Di conseguenza, per questo insieme di rettangoli, larea `e in funzione dellaltezza,
A(h) = h(c h) con h [0, c]. I valori di h uguali a 0 e c danno luogo a rettangoli degeneri
che si riducono a un segmento. La funzione A(h) `e derivabile, e A0 (h) = c 2h si annulla in
h = c/2. Tale punto `e necessariamente di massimo assoluto per A(h), perche la funzione,
per il teorema di Weierstrass, ammette massimo e minimo in tale intervallo. Si osservi,
infatti, che il minimo vale zero ed `e assunto negli estremi di [0, c] e, di conseguenza, il
massimo deve essere assunto in un punto interno allintervallo. Il Teorema di Fermat ci
assicura che lunico candidato ad essere un punto di massimo `e c/2 (i.e. il punto di mezzo
dellintervallo [0, c]). Per h = c/2 si ottiene b = c/2. Quindi il rettangolo di area massima
tra quelli aventi perimetro 2c `e il quadrato di lato c/2, la cui area `e A(c/2) = c2 /4.

25/04/09 95
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La funzione A(h), essendo continua in [0, c], tende a zero sia per h 0+ che per h c e
non esiste il rettangolo di area minima tra quelli di perimetro fissato 2c (se non si desidera
accogliere, nella famiglia dei rettangoli, il caso degenere con area zero).

Esercizio. Tra tutti i rettangoli di area assegnata determinare quello di perimetro minimo.
Si riesce a determinare quello di perimetro massimo?

Esercizio. Facciamo finta che il disegno in figura rappresenti una spiaggia dove nel punto
B abbiamo il nostro ombrellone. Vogliamo andare al bar che si trova nel punto C. Dal
punto O parte una passerella di legno che raggiunge il bar e sulla quale si cammina pi` u
velocemente che sulla sabbia. Precisamente: supponiamo che sulla sabbia si cammini alla
velocit`a di 1 metro al secondo, mentre sulla passerella alla velocit`a di 2 m/s. Supponiamo
anche che i segmenti OB e OC siano tra loro perpendicolari. Inoltre la passerella `e lunga
10 metri, mentre il tratto OB `e 15 m. Partendo da B, determinare in quale punto della
passerella conviene salire, per poi raggiungere il bar continuando a camminare su di essa,
al fine di rendere minimo il tempo per arrivare dallombrellone al bar.

. C

B O
. .

Svolgimento. Sia P il punto in cui si inizia a camminare sulla passerella. Chiamiamo x la


misura del segmento OP . Il tratto percorso, indichiamolo con s, `e funzione di x [0, 10].

Precisamente s(x) = BP + P C = 225 + x2 + (10 x). Anche il tempo impiegato t(x) `e

funzione di x e si ottiene dal rapporto spazio/velocit`a: t(x) = 225 + x2 + 10x
2 .

. C

. P

B
. . O


Studiando la funzione t si ricava che 5 3 `e il punto di minimo assoluto. Pertanto conviene

salire sulla passerella nel punto P che dista 5 3 metri da O. Quale sarebbe stata la
conclusione dellesercizio se la distanza OB fosse stata 18 metri? (si interpretino i calcoli
con attenzione).
1
Esercizio. Calcolare lim x2 sin .
x+ ex

25/04/09 96
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Svolgimento. Si osserva che e1x tende a zero per x tendente a +. Essendo sin x continua
e nulla in zero segue subito che lim sin e1x = 0. Daltra parte x2 tende a + e quindi il
x+
limite iniziale si presenta in una forma indeterminata.

Tra i risultati noti che coinvolgono il seno c`e il limite notevole lim sinx x = 1. Applicando il
x0
teorema sul cambiamento di variabile per i limiti, visto in una delle lezioni precedenti, si
ottiene
sin e1x
lim 1 = 1.
x+
ex
A questo punto lesercizio `e risolto osservando che

1 sin e1x x2
x2 sin = 1 .
ex ex
ex

Luguaglianza precedente permette di applicare la formula sul prodotto dei limiti:

1 sin e1x x2
lim x2 sin = lim lim = 1 0 = 0,
x+ ex x+ e1x x+ ex

e ci`o conclude lesercizio.

Esercizio. Studiare la funzione


(
|x 2| se x [0, 4]
f (x) =
tang x se x (4, 5], x 6= 32

Svolgimento. La funzione `e continua nel suo dominio eccetto in x = 4. E` derivabile in tutti


3
i punti tranne 2 e 4. Dato che 2 `e (strettamente) compreso tra 4 e 5, si ha

lim f (x) = lim tang x = +,


x(3/2) x(3/2)

lim f (x) = lim tang x = .


x(3/2)+ x(3/2)+

In particolare x = 32 `e un asintoto verticale.

Il punto x = 0 `e di massimo relativo, ma non assoluto per i precedenti limiti. Analogamente


x = 2 `e di minimo relativo, ma non assoluto.

Non `e immediato (ma neppure difficile) capire se x = 4 `e di massimo relativo. Senza



bisogno di prendere in mano una calcolatrice, `e rapido calcolare tang 43 = 3 < 2 = f (4).
Daltra parte, essendo > 3, si ha 43 > 4. Allora, sapendo anche che tang x `e crescente in
4, 3 si conclude che f (4) = 2 > f (x) per ogni x 4, 43 . Quindi x = 4 `e di massimo
 
2
relativo (non assoluto).

Infine, sempre perche la tangente `e crescente se ristretta a un qualsiasi intervallo in cui `e


definita, si ha che x = 5 `e punto di massimo relativo (si osservi che 5 < 2).

25/04/09 97
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53 - Mercoled` 03/12/08
Una partizione di un intervallo limitato e chiuso [a, b] `e un insieme finito

P = {a0 , a1 , . . . , an }

di punti con la seguente propriet`


a:

a = a0 < a1 < a2 < < an1 < an = b .

Gli intervalli
J1 = [a0 , a1 ], J2 = [a1 , a2 ], . . . , Jn = [an1 , an ]
si dicono intervalli (parziali) della partizione. Una scelta di punti nella partizione P `e un
insieme finito S = {x1 , x2 , . . . , xn } tale che

x1 J1 , x2 J2 , . . . , xn Jn .

Una coppia = (P, S) costituita da una partizione P di [a, b] e da una scelta S di punti
in P si dice una partizione puntata.

Sia ora assegnata una funzione f : [a, b] R (per convenzione, se una funzione non `e
definita in alcuni punti di [a, b], la estendiamo considerandola nulla in tali punti, purche
questi siano un numero finito). Ad ogni partizione puntata = (P, S) di [a, b] possiamo
associare il numero
Xn
() = f (xi )(x)i ,
i=1

dove i numeri (x)i = ai ai1 denotano le ampiezze degli intervalli Ji della partizione
P = {a0 , a1 , . . . , an } e gli xi sono i punti della scelta S = {x1 , x2 , . . . , xn }. Si ha cos` una
funzione reale (di variabile non reale) : P R definita nellinsieme P delle partizioni
puntate di [a, b].

Intuitivamente lintegrale (classico) in [a, b] della funzione f `e, quando esiste, il valore
limite che si ottiene facendo tendere a zero le ampiezze (x)i degli intervalli delle possibili
partizioni puntate. Diremo infatti che un numero I `e lintegrale di f in [a, b] se, fissato un
errore > 0, esiste un > 0 tale che, comunque si assegni una partizione puntata con
intervalli parziali tutti di ampiezza minore di , la somma () sopra definita dista da I
meno di . In altre parole, denotando con || la massima ampiezza degli intervalli della
partizione puntata (|| si legge parametro di finezza di e non valore assoluto di
), lintegrale I di f in [a, b] `e il limite per || 0 della sommatoria (). In simboli

lim () = I
||0

significa che per ogni > 0 esiste > 0 tale che se || < allora |() I| < . Diremo
che la funzione f `e integrabile (in [a, b]) secondo Cauchy-Riemann quando tale limite esiste

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finito (si invita lo studente a verificarne lunicit`a). Detto limite si denota (provvisoriamente)
con uno dei seguenti simboli:
Z Z
f, f (x) dx ,
[a,b] [a,b]

il primo dei quali si legge integrale in [a,b] di f (o di f in [a,b]) e il secondo integrale


in [a,b] di f (x) in dx . La f si chiama funzione integranda e la variabile x che appare
nella seconda delle due notazioni si dice variabile di integrazione. Detta variabile, non in-
tervenendo nella definizione di integrale, potr`a anche essere omessa (come nella prima delle
due notazioni) o essere indicata con una qualunque altra lettera. Ad esempio, lintegrale
in [a, b] di f si pu`
o scrivere anche
Z Z
f (t) dt oppure f (s) ds .
[a,b] [a,b]

Talvolta per`o la variabile di integrazione, per evitare ambiguit`a, non potr`a essere omessa.
`
E il caso, ad esempio, di un integrale del tipo
Z
f (x, y) dx ,
[a,b]

dove f : R2 R `e una funzione di due variabili, che in questo caso viene pensata funzione
della sola variabile x fissando un qualunque valore della y (si dice funzione parziale). In
tale integrale il simbolo dx sta ad indicare che, delle due funzioni parziali, lintegranda `e
quella di variabile x (pensando y come un parametro assegnato). Riguardo a tale integrale,
si osservi che Z
f (x, y) dx ,
[a,b]

essendo un numero per ogni valore della y, rappresenta una funzione g(y) di una sola
variabile.

Eserciziofac . Provare che se una funzione f : [a, b] R non `e limitata, allora il

lim () ,
||0

ammesso che esista, non pu`


o essere finito (e pertanto f non pu`o essere integrabile).
Suggerimento. Fissare una qualunque partizione P di [a, b] e variare la scelta S in P in
modo da rendere |()| arbitrariamente grande (ci`o implica che |()| pu`o essere grande
quanto si vuole indipendentemente dal parametro di finezza di ).

Eserciziofac . Sia f una funzione integrabile in [a, b]. Provare che se g : [a, b] R differisce
da f in un sol punto (o in un numero finito di punti), allora
Z Z
g(x) dx = f (x) dx .
[a,b] [a,b]

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Suggerimento. Provare che, fissato > 0, `e possibile trovare una partizione puntata (P, S)
con parametro di finezza minore di e tale che f (xi ) = g(xi ) per ogni xi S.

Il risultato che segue `e una facile conseguenza del teorema fondamentale per il calcolo dei
limiti (valido anche in questo contesto).

Teorema (propriet` a dellintegrale definito). Siano f, g : [a, b] R due funzioni


a di linearit`
integrabili (in [a, b]) e una costante. Allora anche f + g e f sono integrabili e risulta
Z Z Z
(f (x) + g(x)) dx = f (x) dx + g(x) dx (additivit` a),
[a,b] [a,b] [a,b]
Z Z
f (x) dx = f (x) dx (omogeneit` a).
[a,b] [a,b]

Il seguente risultato `e unimmediata conseguenza del teorema del confronto per i limiti
(valido anche in questo contesto).

Teorema (propriet` a di monotonia dellintegrale definito). Siano f, g : [a, b] R integrabili


e tali che f (x) g(x) per ogni x [a, b]. Allora
Z Z
f (x) dx g(x) dx .
[a,b] [a,b]

Esercizio. Provare che (analogamente alla ben nota disuguaglianza che afferma che il
valore assoluto di una sommatoria `e minore o uguale alla sommatoria dei valori assoluti)
per lintegrale si ha Z Z

f (x) dx |f (x)| dx .


[a,b] [a,b]

Suggerimento. Partire dalla disuguaglianza |f (x)| f (x) |f (x)| e applicare la pro-


priet`a di monotonia degli integrali.

54 - Venerd` 05/12/08
Si dice che due insiemi A e B hanno la stessa cardinalit` a (o la stessa potenza), e si scrive
card A = card B, se esiste unapplicazione biiettiva f : A B. In altre parole, due insiemi
hanno la stessa cardinalit`
a se si possono mettere in corrispondenza biunivoca. Ovviamente,
in caso contrario, si dice che i due insiemi hanno cardinalit`a diversa, e si scrive card A 6=
card B.

Si dice che la cardinalit`


a di un insieme A `e minore o uguale alla cardinalit`a di un altro
insieme B, e si scrive card A card B, se A pu`o essere messo in corrispondenza biunivoca
con un sottoinsieme di B. Se card A 6= card B e card A card B, si dice che la cardinalit`a
di A `e minore di quella di B e si scrive card A < card B.

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Teorema (di Cantor-Bernstein)sd . Se card A card B e card B card A, allora A e B


hanno la stessa cardinalit`
a.

Definizione (di insieme numerabile). Un insieme si dice numerabile se ha la stessa


cardinalit`
a dei numeri naturali; si dice contabile se `e numerabile o finito.

Teorema. Lunione di un numero finito (o anche di uninfinit`


a numerabile) di insiemi
numerabili `e un insieme numerabile.
Dimostrazione. Per eserciziofac .

Esercizio. Provare che linsieme Z dei numeri interi `e numerabile.

Teorema. Linsieme Q dei numeri razionali `e numerabile.


Dimostrazione. Per eserciziofac .

Teoremasd . Linsieme R dei numeri reali non `e numerabile.

Esercizio. Dedurre dai due precedenti teoremi che linsieme dei numeri irrazionali non `e
numerabile.

Il seguente risultato, dovuto a Cantor, mostra che esistono infiniti tipi di infinito.

Teoremasd . Dato un qualunque insieme A, esiste un insieme B tale che card A < card B.

Definizione (di insieme trascurabile in R). Un sottoinsieme A di R si dice trascurabile, o


di misura nulla secondo Lebesgue (si legge lebeg) se fissato un arbitrario > 0 si pu`o
ricoprire A con una famiglia F (finita o infinita) di intervalli aperti di lunghezza complessiva
minore o uguale ad (significa che se si considera una qualunque sottofamiglia finita di
intervalli di F, la somma delle loro lunghezze non deve superare ).

Ovviamente gli insiemi finiti sono trascurabili. Infatti, se si considerano n punti e si fissa
> 0, basta coprire ciascun punto con un intervallo di ampiezza /n.

Anche gli insiemi numerabili (cio`e quelli che possono essere messi in corrispondenza biu-
nivoca con i numeri naturali) sono trascurabili. Infatti, se A = {a1 , a2 , . . . , an , . . . } `e un
insieme numerabile, allora, fissato , per ricoprire A con intervalli di ampiezza complessiva
minore o uguale ad `e sufficiente coprire il primo punto con un intervallo di ampiezza /2,
il secondo con un intervallo di ampiezza /4, e cos` via dividendo per due, ad ogni passo,
lampiezza del precedente intervallo. In base alla teoria delle serie geometriche, lampiezza
totale di tali intervalli `e data da

X /2
n
= = .
2 1 1/2
n=1
Esercizio. Provare che se A `e trascurabile e B A, allora anche B `e trascurabile.

Eserciziofac . Provare che lunione di due insiemi trascurabili `e un insieme trascurabile.

a)sd . Una funzione f : [a, b] R `e integrabile (secondo Cauchy-


Teorema (di integrabilit`
Riemann) in [a, b] se e solo se `e limitata e linsieme dei suoi punti di discontinuit`a `e

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trascurabile.

Definizione (di polo di una funzione). Un punto a0 si dice un polo di una funzione f se

lim |f (x)| = + .
xa0

Esercizio. Provare che una funzione limitata non pu`o avere poli.

Non `e detto che una funzione f : [a, b] R priva di poli sia limitata. Esistono cio`e funzioni
non limitate, definite in un intervallo limitato e chiuso, prive di poli. Una di queste `e
f : [0, 1] R cos` definita:

sen(1/x)
se x (0, 1]
f (x) = x
0 se x = 0 .

Si invitano gli studenti a verificarlo per eserciziofac (mediante il teorema di collegamento).

Osservazione. Se una funzione f ha un polo in [a, b], allora, in base allesercizio prece-
dente, non `e limitata in [a, b]. Pertanto, per il teorema di integrabilit`a, non `e integrabile
in tale intervallo. In altre parole Z
f (x) dx
[a,b]

non rappresenta un numero (`e un simbolo privo di significato concreto).

Esercizio. Provare che se due funzioni sono limitate, allora anche la loro somma, il loro
prodotto e la loro composizione sono funzioni limitate (non `e cos` per il quoziente).

Una facile conseguenza del teorema di integrabilit`a `e che la somma, il prodotto e la compo-
sizione di funzioni integrabili `e ancora integrabile (il quoziente potrebbe essere una funzione
non limitata, e quindi non integrabile). Facciamo notare, inoltre, che se una funzione `e
continua in un intervallo limitato e chiuso [a, b], allora `e anche integrabile (in tale inter-
vallo), essendo limitata per il Teorema di Weierstrass, ed avendo un insieme vuoto (quindi
trascurabile) di punti di discontinuit` a. Pi`
u in generale, se una funzione ha un numero finito
(o uninfinit`
a numerabile) di punti di discontinuit`a, allora, purche sia limitata, `e integrabile
(la limitatezza, questa volta, non `e assicurata). Si potrebbe dimostrare che le funzioni mo-
notone in un intervallo limitato e chiuso [a, b] hanno al massimo uninfinit`a numerabile di
punti di discontinuit` a. Quindi anchesse, essendo limitate (visto che ammettono massimo
e minimo agli estremi dellintervallo [a, b]), sono integrabili.

In pratica possiamo affermare che tutte le funzioni che uno studente di ingegneria pu`o in-
contrare nello svolgere gli esercizi hanno un insieme trascurabile di punti di discontinuit`a.
Il motivo `e dovuto al fatto che ogni ragionevole funzione pu`o essere ottenuta combinando
(con un numero finito di operazioni di somma, prodotto, quoziente, composizione, restri-
zione ad un intervallo e inversione) le seguenti funzioni (dette fondamentali ), che hanno
un insieme trascurabile di punti di discontinuit`a (c `e una costante):

c, x, sen x , ln x , sign x , int x .

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Diremo che f `e una funzione dedotta o deducibile (dalle sei funzioni fondamentali) se si pu`o
ottenere dalle suddette funzioni con un numero finito di operazioni di somma, prodotto,
quoziente, composizione, restrizione ad un intervallo e inversione. Ecco alcuni esempi di
funzioni deducibili:
cos x si ottiene componendo x + /2 con sen x (ossia cos x = sen(x + /2));
tang x `e il rapporto tra sen x e cos x;
arctg x si ottiene invertendo la restrizione di tang x allintervallo (/2, /2);
|x| = x sign x;
exp x si ottiene invertendo ln x;
ax = exp(x ln a);
x2 `e il prodotto di x per x;

x `e linversa della restrizione di x2 allintervallo [0, +);

3 x `e linversa di x3 ;
la funzione di Heaviside `e H(x) = (1 + sign x)/2.

Teoremasd . Ogni funzione dedotta ha un insieme trascurabile di punti di discontinuit`


a.

Tenendo conto del suddetto risultato e del teorema di integrabilit`a, data una funzione
dedotta f e dato un intervallo compatto [a, b] (cio`e limitato e chiuso), per controllare se
Z
f (x) dx
[a,b]

rappresenta un numero, ossia se f `e integrabile in [a, b], `e necessario (ed `e anche sufficiente)
verificare che f sia definita in [a, b] tranne al pi`
u un numero finito di punti (possiamo infatti
estenderla supponendo che valga zero nei punti in cui non `e definita) e che sia limitata in
tale intervallo.

Ad esempio
ex
Z Z
sen x
dx e dx
[0,2] x2 9 [1,1] x
sono numeri reali (si calcolano con metodi numerici), mentre non lo sono

ex
Z Z
cos x
29
dx e dx .
[2,4] x [1,1] x

Per quale motivo?

Definizione. Una funzione f : A R si dice localmente integrabile se `e integrabile in ogni


sottointervallo compatto (cio`e limitato e chiuso) del suo dominio A.

Si osservi che, in base al teorema di integrabilit`a, le funzioni continue sono localmente inte-
grabili, dato che in ogni intervallo compatto sono limitate (per il Teorema di Weierstrass)
e linsieme dei punti di discontinuit`a `e trascurabile (essendo vuoto).

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Definizione (di integrale orientato). Sia f : J R localmente integrabile in un intervallo


J. Dati due arbitrari punti a, b J (n.b. a non `e necessariamente minore di b), si pone
R
[a,b] f (x) dx se a < b;
Z b


f (x) dx = 0 se a = b;
a

R
[b,a]f (x) dx se a > b.
Rb
Si osservi che quando a > b il numero af (x) dx non rappresenta lintegrale della funzione
f nellintervallo [b, a], ma il suo opposto.

Vale la seguente propriet`


a:

Teoremasd (di additivit` a rispetto allintervallo). Sia f : J R localmente integrabile in


un intervallo J. Allora, dati tre arbitrari punti a, b, c J, si ha
Z b Z c Z b
f (x) dx = f (x) dx + f (x) dx .
a a c

Non presentiamo la dimostrazione del precedente teorema. Si osservi comunque che la


suddetta formula risulta piuttosto intuitiva nel caso in cui a < c < b. Si suggerisce allo
studente di dimostrare per esercizio che tale formula vale in generale, supponendone la
Rb Ra
validit`a nel caso a < c < b (si sfrutti luguaglianza af (x) dx = b f (x) dx).

55 - Venerd` 05/12/08
Il concetto di integrale fornisce un utile strumento per introdurre nuove funzioni, dette
funzioni integrali. Ad esempio, definiamo
Z x
cos t
F (x) = dt .
0 1t

Il dominio di F `e linsieme dei numeri x R per i quali il suddetto integrale rappresenta


un numero. In altre parole, `e linsieme dei numeri x per i quali la funzione integranda
cos t
f (t) =
1t
risulta integrabile (secondo Cauchy-Riemann) nellintervallo compatto 0x di estremi 0 e
x. Il teorema di integrabilit`
a `e tutto ci`o che occorre per determinare tale dominio. Per
esempio, se x = 2 si ha Z 2
cos t
F (2) = dt ,
0 1t
e tale integrale non definisce un numero (`e un puro simbolo privo di significato) perche
la funzione integranda f (t) non `e limitata nellintervallo di integrazione [0, 2] e quindi
non `e integrabile (secondo Cauchy-Riemann) in tale intervallo (infatti |f (t)| + per
t 1). Il numero F (2) `e invece ben definito (anche se per calcolarlo occorre lausilio di

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un computer) perche f (t) `e continua nellintervallo [2, 0] e, di conseguenza, integrabile in


tale intervallo. In conclusione, tenendo conto del teorema di integrabilit`a, si pu`o affermare
che un numero x sta nel dominio di F se e solo se lintervallo (compatto) di estremi 0 e x
non contiene il punto t = 1. Dato che uno dei due estremi `e minore di 1, x sta nel dominio
se e solo se `e anchesso minore di 1. Quindi D(F ) = (, 1).

Esercizio. Determinare il dominio della funzione


Z 12x
cos t
F (x) = dt .
x t + t2

Suggerimento. La funzione integranda tende allinfinito, in valore assoluto, per t che tende
a 0 e per t che tende a 1. Pertanto, in base al teorema di integrabilit`a (parte necessaria),
affinche F (x) rappresenti un numero occorre che lintervallo di integrazione non contenga
nessuno dei due punti 0 e 1 (in caso contrario la funzione integranda non `e limitata in
tale intervallo). Daltra parte, sempre per il teorema di integrabilit`a (parte sufficiente), se
lintervallo di integrazione non contiene nessuno dei due punti 0 e 1, allora la funzione
integranda risulta integrabile in tale intervallo. Infatti . . . (completare il discorso).

Riordinando un po le idee, abbiamo visto la definizione di integrale di una funzione in


un intervallo [a, b] e la caratterizzazione delle funzioni integrabili tramite il teorema di
integrabilit`
a. Tale teorema, essendo formulato attraverso il concetto di insieme trascurabile,
non `e di immediata comprensione, ma almeno siamo in grado di capire con chiarezza una
sua utile conseguenza: se f : [a, b] R `e limitata e ha al pi`
u uninfinit`
a numerabile di punti
di discontinuit`
a, allora `e integrabile.

Ci poniamo il seguente problema: data f : [a, b] R integrabile, abbiamo strumenti di


Rb
calcolo agili per ricavare il numero a f (x) dx senza far ricorso alla definizione? Non c`e
una risposta univoca a tale domanda. In alcuni casi favorevoli, come vedremo, la risposta
`e affermativa. In altri casi `e necessario ricorrere ad algoritmi numerici, i quali non si
discostano molto dalla definizione di integrale come limite di una sommatoria.

56 - Mercoled` 10/12/08
Prima di dare un importante strumento analitico per il calcolo degli integrali defini-
ti (la formula fondamentale del calcolo integrale) occorrono alcuni risultati preliminari.
Cominciamo con unutile propriet`a degli integrali (vedere lesercizio che segue).

Esercizio. Provare (mediante la definizione di integrale) che


Z b
c dx = c(b a) ,
a

dove c R `e una (funzione) costante.

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Registro di Analisi Matematica c.l. IART a.a. 2008/2009 M. Furi

Primo teorema della media per gli integrali (Teorema della media semplice). Sia
f : [a, b] R una funzione integrabile. Allora la media di f in [a, b], ossia
Rb
a f (x) dx
,
ba
`e un numero compreso tra lestremo inferiore e lestremo superiore di f . In particolare, se
f `e continua, allora (per il teorema dei valori intermedi) esiste un punto c [a, b] per il
quale si ha
Z b
f (x) dx = f (c)(b a) .
a

Dimostrazione. Denotiamo, rispettivamente, con m e M lestremo inferiore e lestremo


superiore della funzione f (x) per x [a, b]. Si ha

m f (x) M , x [a, b].

Quindi, per la propriet`


a di monotonia, risulta
Z b Z b Z b
m dx f (x) dx M dx .
a a a

Dividendo i tre membri della suddetta disuguaglianza per b a (e tenendo conto delleser-
cizio precedente) si ottiene la tesi.

La dimostrazione del seguente risultato `e analoga a quella del teorema precedente ed `e


lasciata per esercizio agli studenti.

Secondo teorema della media per gli integrali (Teorema della media ponderata).
Siano f, g : [a, b] R due funzioni integrabili. Supponiamo che g(x) non cambi segno in
[a, b]. Allora (quando ha senso) la media ponderata di f in [a, b] (con peso g), ossia
Rb
a f (x)g(x) dx
Rb ,
a g(x) dx

`e un numero compreso tra lestremo inferiore e lestremo superiore di f . Inoltre, se f `e


continua, esiste un punto c [a, b] per il quale si ha
Z b Z b
f (x)g(x) dx = f (c) g(x) dx ,
a a

incluso il caso in cui lintegrale di g sia zero.


Dimostrazione (traccia). Senza perdere in generalit`a si pu`o supporre g(x) 0 in [a, b].
Denotiamo, rispettivamente, con m e M lestremo inferiore e lestremo superiore della
funzione f (x) per x [a, b]. Si ha

m f (x) M , x [a, b]

25/04/09 106
Registro di Analisi Matematica c.l. IART a.a. 2008/2009 M. Furi

e, di conseguenza (tenendo conto che g(x) 0), risulta

m g(x) f (x)g(x) M g(x) , x [a, b].

Quindi, per la propriet`


a di monotonia dellintegrale, si ottiene . . . (completare, per esercizio,
la dimostrazione).

57 - Mercoled` 10/12/08
Il seguente importantissimo risultato mostra che ogni funzione continua su un intervallo
`e la derivata di unaltra funzione (detta primitiva), anche se per calcolare tale funzione `e
spesso necessario ricorrere a metodi di integrazione numerica.

Teorema fondamentale del calcolo integrale. Sia f una funzione continua in un


intervallo J e sia a J un punto assegnato (non occorre che a sia un estremo di J).
Allora la funzione F : J R definita da
Z x
F (x) = f (t) dt
a

`e derivabile, e per ogni x J si ha F 0 (x) = f (x).


Dimostrazione fac . Fissiamo un arbitrario punto x0 J. Occorre provare che F `e derivabile
in tal punto e risulta F 0 (x0 ) = f (x0 ). A tale scopo calcoliamo il
F (x) F (x0 )
lim
xx0 x x0
mediante il teorema di collegamento. Consideriamo quindi una qualunque successione {xn }
in J\{x0 } tale che xn x0 e studiamo il seguente limite:
R xn R x0
F (xn ) F (x0 ) a f (t) dt a f (t) dt
lim = lim .
n xn x0 n xn x0
Per la propriet` a di additivit` a rispetto allintervallo di integrazione, risulta
R xn R x0 R x0 R xn R x0

Z xn
a f (t) dt a f (t) dt a f (t) dt + x 0
f (t) dt a f (t) dt 1
= = f (t) dt.
xn x0 xn x0 x n x 0 x0
Essendo f continua, per il primo teorema della media per gli integrali, per ogni n N
esiste un punto cn appartenente allintervallo x0 xn di estremi x0 e xn tale che
Z xn
1
f (cn ) = f (t) dt.
xn x0 x0

Poiche xn x0 , anche cn x0 (si osservi infatti che 0 |cn x0 | |xn x0 |, dato


che la distanza di un punto di un intervallo da uno qualunque dei due estremi non supera
lampiezza dellintervallo). Quindi, essendo f continua, risulta
F (xn ) F (x0 )
= f (cn ) f (x0 ),
xn x0

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a di {xn }.
e la tesi segue dallarbitrariet`

Con riferimento al suddetto teorema, si osservi che la funzione integranda f (t), essendo
(per ipotesi) continua, risulta localmente integrabile, e quindi la funzione integrale F (x) `e
ben definita per tutti gli x J.

Esercizio. Determinare il dominio della seguente funzione e calcolarne la derivata:


Z 2x2
sen t
(x) = dt .
0 1 t2

Suggerimento. Si osservi che (x) = F (2x2 ), dove


Z x
sen t
F (x) = 2
dt.
0 1t

Pertanto (per il teorema della derivata di una funzione composta) si ha

0 (x) = 4xF 0 (2x2 ).

Quindi, dato che F 0 (x) = . . . , risulta 0 (x) = . . .

Esercizio. Determinare il dominio delle seguenti funzioni e calcolarne la derivata:


Z x2 Z x2
cos t cos t
(x) = dt , (x) = dt .
x t x t

Suggerimento. Fissato un opportuno x0 R, si ha


Z (x) Z (x) Z (x)
f (t) dt = f (t) dt f (t) dt .
(x) x0 x0

Si ricorda che una funzione f : A R si dice periodica di periodo T > 0 (o T -periodica) se


per ogni x A si ha x + T A e f (x) = f (x + T ).

Esercizio. Provare che se f : R R `e continua e T -periodica, allora lintegrale


Z a+T
f (x) dx
a

non dipende da a (il risultato `e vero anche se f non `e continua, ma meno semplice da
provare).
Suggerimento. Mostrare che la funzione : R R definita da
Z a+T
(a) = f (x) dx
a

ha derivata nulla, e quindi `e costante.

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Esercizio. Calcolare Z 100


int x dx .
0
Suggerimento. Usare la seguente nota formula per il calcolo della somma dei primi n
numeri naturali:
n(n + 1)
1 + 2 + 3 + + n = .
2

58 - Mercoled` 10/12/08
La pi`
u conveniente definizione della funzione logaritmica (naturale) `e la seguente:
Z x
1
ln x = dt.
1 t

Poiche un estremo di integrazione `e positivo, in base al teorema di integrabilit`a, affinche


il suddetto integrale abbia senso, `e necessario e sufficiente che sia positivo anche laltro
estremo. Quindi il dominio della funzione logaritmica `e la semiretta (0, +). Dal teorema
fondamentale del calcolo integrale si deduce che tale funzione `e derivabile e la sua derivata `e
1/x. Da ci`o segue che la funzione logaritmica `e strettamente crescente (essendo positiva la
sua derivata) e quindi invertibile. La sua inversa si chiama funzione esponenziale (naturale)
e si denota (per ora) con exp y (poi, pi`u comunemente, con exp x).

Osservazione. Dalla definizione di ln x segue immediatamente ln 1 = 0. Quindi, per la


stretta crescenza di ln x, risulta ln x < 0 se x (0, 1) e ln x > 0 se x > 1.

Osservazione. La funzione ln x `e concava, essendo la sua derivata seconda negativa in


tutto il dominio (0, +), che `e un intervallo.

Esercizio. Mostrare che exp 0 = 1.

Il dominio della funzione esponenziale coincide (per definizione di funzione inversa) con
limmagine della funzione logaritmica, che `e necessariamente un intervallo in base al teo-
rema dei valori intermedi (si osservi che la funzione logaritmica `e continua, dato che `e
derivabile). Mostriamo che tale intervallo `e R (cio`e la funzione logaritmica `e suriettiva).
A tale scopo `e utile la seguente importantissima propriet` a fondamentale della funzione
logaritmica:
ln ab = ln a + ln b, a, b > 0,
la cui dimostrazione `e basata sul fatto che, fissato b > 0, la funzione g : (0, +) R
definita da
g(a) = ln ab ln a ln b
`e costante (come si vede facilmente derivando rispetto alla variabile a) e quindi identica-
mente nulla (essendo g(1) = 0). Da tale propriet`a si deduce che, fissati a > 0 e n Z,
risulta ln an = n ln a. Dunque, essendo ln 2 > 0, si ha

sup ln 2n = + e inf ln 2n = .
nN nN

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Limmagine della funzione logaritmica non `e quindi ne limitata superiormente ne limitata


inferiormente e, di conseguenza, coincide con R. Possiamo dunque concludere che la fun-
zione esponenziale, essendo linversa della funzione logaritmica, `e definita in tutto R ed ha
per immagine la semiretta aperta (0, +).

Osservazione. Dal teorema del limite per le funzioni monotone segue che

lim exp x = inf (0, +) = 0 e lim exp x = sup (0, +) = +.


x x+

Esercizio. Provare che la funzione esponenziale `e derivabile e risulta D exp y = exp y per
ogni y R.
Suggerimento. Applicare il teorema della derivata di una funzione inversa.

Esercizio. Provare che

lim ln x = e lim ln x = +.
x0+ x+

Suggerimento. Applicare il teorema del limite per le funzioni monotone.

Si osservi che, se a > 0 e n Z, risulta an = exp(ln an ) = exp(n ln a). Tale propriet`a


(vera per le potenze ad esponente intero) suggerisce la seguente definizione di potenza ad
esponente reale:

Definizione (di potenza ad esponente reale). Dati a > 0 e b R, si definisce

ab = exp(b ln a).

La funzione ax si chiama funzione esponenziale in base a. Si osservi che a deve essere un


numero positivo, altrimenti ln a `e privo di significato.

Esercizio. Dedurre, dalla precedente definizione di potenza ad esponente reale, che la


funzione exp x coincide con la funzione esponenziale avente per base il numero exp 1, detto
numero di Nepero e denotato con la lettera e. In altre parole, provare che

exp x = (exp 1)x , x R.

Si osservi che il numero e `e lunica soluzione dellequazione ln x = 1. Si potrebbe provare,


ad esempio con metodi numerici, che 2, 718281 < e < 2, 718282.

Esercizio (propriet`a fondamentale della funzione esponenziale). Provare che, dati due
arbitrari numeri reali x e y, si ha exp(x + y) = exp x exp y.
Suggerimento. Poiche la funzione logaritmica `e iniettiva, basta verificare che

ln(exp(x + y)) = ln(exp x exp y).

Esercizio. Dedurre, dallesercizio precedente, che exp(x) = 1/ exp x.

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Esercizio. Provare le seguenti propriet`a delle potenze (valide per ogni a > 0 e per ogni
x, y R):
1) ax+y = ax ay ;
2) (ax )y = axy ;
3) ax bx = (ab)x ;
4) a0 = 1;
5) ax = 1/ax .

Esercizio. Calcolare la derivata della funzione x (dove `e una costante reale).

Esercizio. Mostrare che la funzione ax `e strettamente crescente se a > 1 ed `e strettamente


decrescente se 0 < a < 1.

Definizione (di logaritmo con base arbitraria). Dato un numero a > 0, a 6= 1, la funzione
logaritmica in base a, denotata con loga y, `e la funzione inversa di ax . In altre parole,
fissato y > 0, il numero loga y `e lunica soluzione dellequazione ax = y. In particolare, la
funzione loge y si chiama funzione logaritmica in base naturale (per convenzione, quando
la base `e naturale, si pu`
o semplicemente scrivere log y al posto di loge y).

Osserviamo che dalla definizione di logaritmo in base a segue subito che loga x `e decrescente
se a (0, 1) ed `e crescente se a > 1.

Eserciziofac . Mostrare che log x = ln x (per questo motivo il numero e si dice anche base
dei logaritmi naturali, o neperiani).

Eserciziofac . Dato un numero a > 0, a 6= 1, calcolare la derivata della funzione loga x.

Eserciziofac . Provare la seguente formula di cambiamento di base per i logaritmi:

loga b = loga c logc b.

Suggerimento. Usare le propriet`


a delle potenze e, ovviamente, la definizione di logaritmo
con base arbitraria.

Esercizio. Dedurre dallesercizio precedente che loga b = 1/ logb a.

59 - Venerd` 12/12/08
Definizione (di primitiva). Sia f : A R una funzione reale di variabile reale. Si dice che
una funzione derivabile F : A R `e una primitiva di f se F 0 (x) = f (x) per ogni x A.
` evidente che se f (x) ammette una primitiva F (x), allora ogni funzione della forma
E
F (x) + c, dove c `e una costante reale, `e ancora una primitiva di f (x). Ad esempio, ogni
funzione del tipo log |x| + c `e una primitiva di 1/x, come si verifica facilmente derivando.
Tuttavia, non tutte le primitive di 1/x si possono esprimere nella forma log |x| + c. Si
osservi infatti che anche log |x| + x/|x| `e una primitiva di 1/x, ma non si ottiene da log |x|
aggiungendo una costante. Ci` o `e dovuto al fatto che il dominio di 1/x non `e un intervallo.

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Il risultato che segue mostra che, data una funzione f (x) definita in un intervallo e
data una sua primitiva F (x), ogni altra primitiva di f (x) si ottiene da F (x) aggiungendo
unopportuna costante. Ossia, linsieme delle primitive di f (x) si esprime nella forma
` bene ricordarsi che tale affermazione `e falsa se viene
F (x) + c, con c costante arbitraria. E
rimossa lipotesi che il dominio di f sia un intervallo.

Teorema. Se f `e una funzione definita in un intervallo e F e G sono due primitive di f ,


allora la loro differenza `e costante.
Dimostrazione. Denotiamo con J lintervallo in cui `e definita f . Si ha

F 0 (x) G0 (x) = f (x) f (x) = 0, x J.

Quindi, per un noto corollario del Teorema di Lagrange (valido per le funzioni definite in
un intervallo), F (x) G(x) `e una funzione costante.

La seguente importante conseguenza del teorema fondamentale del calcolo integrale fornisce
un utilissimo strumento per il calcolo di alcuni integrali. Tuttavia, come vedremo, non
sempre `e possibile utilizzare tale strumento: in alcuni casi non rimane che rivolgersi ai
metodi numerici (pi`u aderenti alla definizione di integrale).

Formula fondamentale del calcolo integrale. Sia f : J R continua in un intervallo.


Se G : J R `e una primitiva di f , allora, fissati a, b J, si ha
Z b
f (x) dx = G(b) G(a) .
a

Dimostrazione. Il teorema fondamentale del calcolo integrale ci assicura che anche la


funzione F : J R, definita da Z x
F (x) = f (t) dt,
a
`e una primitiva di f . Quindi la funzione G(x) F (x), avendo derivata nulla nellintervallo
J, `e costante. Poiche dalla definizione di F si deduce che F (a) = 0, tale costante coincide
con G(a). Dunque Z x
G(x) f (t) dt = G(a), x J.
a
La tesi segue ponendo x = b.

Notazione. Data una funzione G : A R e due punti a, b A, col simbolo [G(x)]ba si


denota la differenza G(b) G(a). La formula fondamentale del calcolo integrale pu`o essere
quindi scritta nel seguente modo:
Z b h ib
f (x) dx = G(x) ,
a a

dove G(x) `e una primitiva di f (x).

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60 - Venerd` 12/12/08
Supponiamo, per esempio, di voler calcolare
Z /2
sen x dx.
0

Una primitiva di sen x `e cos x. Quindi


Z /2 h i/2
sen x dx = cos x = cos(/2) + cos 0 = 1.
0 0

Sempre a titolo di esempio, vediamo se `e possibile calcolare, con carta e penna, la seguente
funzione integrale: Z x
F (x) = et dt.
0
Una primitiva di et `e et .Quindi
Z x h ix
F (x) = et dt = et = 1 ex .
0 0

Si osservi che 1 ex `e una funzione crescente, essendo decrescente ex . Tale propriet`a si


poteva anche dedurre direttamente dal teorema fondamentale del calcolo integrale, perche
la derivata di F calcolata in un punto x non `e altro che la funzione integranda calcolata nello
stesso punto x (non t). Quindi F 0 (x) = ex > 0. Osserviamo inoltre la funzione 1 ex
si annulla per x = 0, e ci` o `e in accordo con la definizione di integrale orientato, perche,
per definizione, quando gli estremi di integrazione di un integrale coincidono, lintegrale `e
nullo.

Non tutte le funzioni integrali si possono calcolare con carta e penna: alcune di queste
non sono deducibili dalle sei funzioni fondamentali (che, ricordiamo, sono c, x, sen x, ln x,
sign x e int x). Un importante esempio di funzione non deducibile `e dato da
Z x
2
F (x) = et dt,
0

la cui funzione integranda e t2


`e la famosa campana di Gauss. Se ne avremo il tempo
proveremo (ma non prima di aver introdotto gli integrali doppi) che il
Z x
2
lim et dt = /2 .
x+ 0

Pertanto la funzione Z x
2 2
erf x = et dt ,
0
detta funzione degli errori (error-function in inglese), particolarmente utile in statistica e
calcolo della probabilit`
a, ha la seguente propriet`a:

lim erf x = 1 .
x+

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Propriet`a importante perche, nel calcolo delle probabilit`a, il numero 1 rappresenta la


certezza.

Possiamo ora tentare di dare una risposta alla domanda sulla possibilit`a di ottenere stru-
Rb
menti di calcolo degli integrali definiti. Se vogliamo calcolare a f (x) dx ed f `e continua
in [a, b], possiamo tentare di ricavare una primitiva di f . Questa ricerca non `e sempre
facile; anzi, in molti casi si rivela assai complessa. Esistono, come vedremo, tecniche per
la determinazione di primitive per alcune funzioni continue, ma in molti casi il calcolo di
Rb
a f (x) dx `
e affidato ad algoritmi numerici (che forniscono accurate approssimazioni del
valore cercato).

Sebbene ogni funzione continua definita in un intervallo ammetta una primitiva (ce las-
sicura il teorema fondamentale del calcolo integrale), dal punto di vista pratico ricavarla
mediante carta e penna, in molti casi, `e praticamente impossibile. Ecco il senso di tale af-
fermazione: esistono (e sono molte) delle funzioni deducibili dalle sei funzioni fondamentali
la cui primitiva non `e deducibile da dette funzioni.

Concludiamo con unosservazione che cerca di fare chiarezza sul rapporto fra integrazione
e derivazione. Spesso, purtroppo, alle scuole medie superiori, si insegna che lintegrale `e
il contrario della derivata e viceversa. In matematica lespressione `e il contrario di vuol
dire ben poco. E ` bene pensare che la teoria dellintegrazione (che risale ad Archimede)
nasce come tentativo di risolvere il problema del calcolo delle aree (siamo nel III secolo
a. C.), mentre la pi`
u recente teoria della derivazione, basata sui contributi fondamentali di
Newton e Leibniz (siamo nella seconda met`a del secolo XVII), affronta il problema della
determinazione delle tangenti: due problemi assai diversi tra loro.

Il legame che si instaura tra integrazione e derivazione `e dovuto al teorema fondamentale del
calcolo integrale, perche, se f `e continua in un intervallo, allora la funzione integrale F (x) =
Rx
x0 f (t) dt `
e una primitiva della funzione integranda. Di conseguenza, come abbiamo visto,
Rb
il calcolo di a f (x) dx `e riconducibile a quello della differenza G(b) G(a), dove G(x) `e
una qualsiasi primitiva di f (x).

Osservazione. Dalla formula fondamentale (del calcolo integrale) si potrebbe impropria-


mente dedurre che se c `e una funzione costante, allora, fissati a, b R, risulta
Z b
c dx = c(b a).
a
Tuttavia non `e lecito utilizzare la formula fondamentale per provare la suddetta uguaglian-
za. Il motivo `e il seguente: la formula fondamentale si deduce dal teorema fondamentale,
che a sua volta `e figlio del teorema della media, nella cui dimostrazione si fa uso, guarda
caso, proprio della suddetta formula (riguardare la dimostrazione).

61 - Mercoled` 17/12/08
Data una funzione f di classe C 1 , il prodotto f 0 (x)dx della derivata di f (in x) per il simbolo
dx si chiama differenziale di f (in x) e si denota df (x). In seguito daremo una definizione

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u ragionevole di differenziale e lespressione df (x) = f 0 (x)dx sar`a una conseguenza di tale


pi`
definizione.

Unespressione del tipo A(x)dx, dove A(x) `e una funzione continua, si dice una forma
differenziale (in R). Una primitiva di una forma differenziale `e una funzione F (x), di
classe C 1 , tale che dF (x) = . Quindi, se = A(x)dx, F (x) `e una primitiva della forma
differenziale A(x)dx se e solo se F 0 (x) = A(x), cio`e se e solo se F (x) `e una primitiva della
funzione A(x). In altre parole: se F 0 (x) = A(x), allora F (x) `e una primitiva sia della
funzione A(x) sia della forma differenziale A(x)dx.

Osservazione. Il prodotto di una funzione continua per una forma differenziale `e una
forma differenziale.

Esercizio. Provare che (quando ha senso):


df (g(x)) = f 0 (g(x))dg(x);
d(f (x) + g(x)) = df (x) + dg(x);
d(f (x)g(x)) = f (x)dg(x) + g(x)df (x).

Esercizio. Dedurre dallesercizio precedente (prima propriet`a) che se F (x) `e una primi-
tiva di f (x) e g(x) `e classe C 1 , allora F (g(x)) `e una primitiva della forma differenziale
f (g(x))dg(x).

Osservazione. Col concetto di forma differenziale la formula fondamentale del calcolo


integrale pu`
o essere cos` riformulata:
Z b
dG(x) = G(b) G(a) .
a

Formula di integrazione per parti per gli integrali definiti. Siano f e g due funzioni
C 1 in un intervallo J. Allora, fissati a, b J, vale la seguente formula:
Z b h ib Z b
0
f (t)g (t) dt = f (t)g(t) g(t)f 0 (t) dt,
a a a

che pu`
o essere scritta anche nella forma
Z b h ib Z b
f (t) dg(t) = f (t)g(t) g(t) df (t).
a a a

Dimostrazione. Posto
Z x h ix Z x
0
(x) = f (t)g (t) dt f (t)g(t) + g(t)f 0 (t) dt,
a a a

o segue immediatamente dal fatto che (a) = 0 e 0 (x) = 0


basta provare che (b) = 0. Ci`
per ogni x ab.

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Esempio. Supponiamo di voler calcolare il seguente integrale:


Z 1
xex dx .
0

In base alla suddetta notazione risulta


Z 1 Z 1
x
xe dx = x dex .
0 0

Quindi, applicando la formula di integrazione per parti, si ottiene


Z 1 h i1 Z 1 h i1
x x
x de = xe ex dx = e ex = 1 .
0 0 0 0

Esempio. Calcoliamo il seguente integrale:


Z 2
log x dx .
1

Risulta
Z 2 h i2 Z 2 Z 2
log x dx = (log x) x x d log x = 2 log 2 dx = 2 log 2 1 .
1 1 1 1

Esempio. Calcoliamo il seguente integrale:


Z
cos2 x dx .
0

Si ha Z h i Z Z
cos x d sen x = cos x sen x sen x d cos x = sen2 x dx .
0 0 0 0
Quindi
Z Z Z Z
2 2 2
cos x dx = sen x dx = (1 cos x) dx = cos2 x dx .
0 0 0 0

Da cui si deduce che Z



cos2 x dx = .
0 2

62 - Mercoled` 17/12/08
Osservazione (utile per comprendere le ipotesi della seguente formula di integrazione
per sostituzione). Supponiamo che la composizione f ((t)) di due funzioni sia definita
per ogni t appartenente ad un segmento di estremi , R. Allora, se `e continua, la
funzione f (x) `e necessariamente definita per ogni x appartenente al segmento di estremi
() e (). Tale segmento, infatti, per il teorema dei valori intermedi, `e contenuto

25/04/09 116
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nellimmagine () di , e tale immagine (avendo supposto f ((t)) definita per ogni


t ) deve essere contenuta nel dominio di f (x).

Formula di integrazione per sostituzione (o di cambiamento di variabile) per


gli integrali definiti. Sia f (x) una funzione continua e sia x = (t) unapplicazione di
classe C 1 (non occorre che sia monotona). Allora, fissati due punti e nel dominio di
, purche f ((t)) sia definita per ogni t , risulta
Z () Z
f (x) dx = f ((t)) d(t) .
()

Dimostrazione. Consideriamo la funzione g : R definita da


Z (s) Z s
g(s) = f (x) dx f ((t)) 0 (t) dt .
()

Occorre provare che g() = 0. Dalla definizione di g(s) si ricava immediatamente g() = 0.
Derivando si ha

g 0 (s) = f ((s))0 (s) f ((s)) 0 (s) = 0 , s .

Quindi g `e costante e, conseguentemente, g() = g() = 0.

Esempio. Calcoliamo il seguente integrale:


Z ap
a2 x2 dx ,
a

dove a `e un numero positivo. Ponendo x = a sen t si ottiene


p
a2 x2 = a|cos t| e dx = a cos t dt.

Occorre trovare due punti, e , tali che () = a e () = a, dove, in questo caso,


(t) = a sen t. Di punti tali che a sen t = a ce ne sono tanti (addirittura infiniti)
e lo stesso vale per i punti tali che a sen t = a. Come si effettua allora la scelta dei
punti? La risposta `e: come ci pare e piace, dato che, qualunque intervallo si scelga,

la funzione f ((t)) = a2 a2 sen2 t risulta definita per ogni t (non occorre che (t)
sia monotona in tale intervallo). E allora? Cosa conviene fare? Ecco la risposta: poiche
nella nuova funzione integranda compare il valore assoluto di cos t, `e bene fare in modo
che in la funzione cos t non cambi mai segno, cos` si potr` a tranquillamente togliere il
valore assoluto (eventualmente moltiplicando cos t per 1) senza essere costretti a spezzare
u parti. Scegliendo = /2 e = /2 e tenendo conto che cos t 0 per
lintegrale in pi`
t (/2, /2), si ottiene
a /2 /2
a2
Z p Z Z
2
2 2
a x dx = a| cos t| d(a sen t) = a cos2 t dt = .
a /2 /2 2

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Esercizio. Siano f , , e come formula di integrazione per sostituzione per gli integrali
definiti. Provare, ad esempio deducendolo dalla suddetta formula, che se F (x) `e una
primitiva di f (x), allora
Z
 
f ((t)) d(t) = F ((t)) .

Esempio. Calcoliamo il seguente integrale:


Z /2
cos3 t dt .
0

Svolgimento. Risulta
Z /2 Z /2 Z /2
3 2
cos t dt = cos t d sen t = (1 sen2 t) d sen t .
0 0 0

A questo punto si pu` o procedere in due modi: operare la sostituzione x = sen t, ricor-
dandosi per` o di cambiare gli estremi di integrazione (in base alla formula di cambiamento
di variabile per gli integrali definiti), oppure utilizzare la formula del precedente esercizio.
Procediamo nel secondo modo:
Z /2 /2
sen3 t

2 2
(1 sen t) d sen t = sen t = .
0 3 0 3

Esercizio. Calcolare gli integrali


Z /2 Z /2
cos3 x dx e cos3 s ds ,
0 0

e osservare che il risultato non dipende dalla variabile di integrazione.

63 - Mercoled` 17/12/08
Definizione (di integrale indefinito). Sia f : J R una funzione definita in un intervallo
J R. Col simbolo Z
f (x) dx ,

detto integrale indefinito di f (x) in dx, si denota linsieme delle primitive della funzione
integranda f (x) o, equivalentemente, della forma differenziale integranda = f (x)dx.

Poiche nella suddetta definizione abbiamo supposto che il dominio di f sia un intervallo,
se F `e una primitiva di f , si ha
Z
f (x) dx = F (x) + c ,

dove c R `e unarbitraria costante. Se il dominio di una funzione f : A R non `e un


intervallo (come nel caso di f (x) = 1/x), col simbolo
Z
f (x) dx ,

25/04/09 118
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si intender`
a (tacitamente) linsieme delle primitive della restrizione di f ad un qualunque
sottointervallo del dominio e, di conseguenza, se F `e una di queste primitive, sar`a ancora
valido scrivere Z
f (x) dx = F (x) + c .

Per esempio, scriveremo Z


1
dx = log |x| + c ,
x
sottintendendo di avere scelto uno dei due intervalli (, 0) o (0, +) che compongono
il dominio R\{0} della funzione f (x) = 1/x. La scelta dipende dallo scopo che si vuole
raggiungere (se si vuole calcolare un integrale definito si deve scegliere lintervallo che
contiene entrambi gli estremi di integrazione).

Analogamente si ha Z
1
dx = tang x + c ,
cos2 x
sottintendendo di avere scelto uno degli infiniti intervalli che compongono il dominio della
funzione integranda (o, equivalentemente, di tang x).

Esempi di integrali indefiniti elementari:


x+1
Z Z

x dx = + c ( 6= 1) , x1 dx = log |x| + c ,
+1
Z Z Z
sen x dx = cos x + c , cos x dx = sen x + c , ex dx = ex + c ,
Z Z
senh x dx = cosh x + c , cosh x dx = senh x + c ,
Z Z
1 1
2
dx = arctg x + c , dx = arcsen x + c .
1+x 1 x2

Esercizio. Verificare che lintegrale indefinito gode delle seguenti due propriet`a:
Z Z Z
(f (x) + g(x)) dx = f (x) dx + g(x) dx ;
Z Z
cf (x) dx = c f (x) dx (dove c R) .

Vediamo alcune tecniche standard per la ricerca delle primitive di alcune classi di funzioni
continue.

Calcoliamo
x2
Z
dx.
(x2 + 1)
Si ha
x2 (x2 + 1) 1
Z Z Z Z
1
dx = dx = dx dx = x arctg x + c.
x2 + 1 x2 + 1 x2 +1

25/04/09 119
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` utile, nella ricerca della primitiva di una funzione, imparare a riconoscere quando la
E
funzione integranda `e la derivata di una funzione composta (o, equivalentemente, quando
la forma differenziale integranda `e il differenziale di una funzione composta).

Per esempio studiamo Z Z


x 3x
2
dx e dx.
x +1 (x2 + 1)2
Nel primo integrale, ponendo f (x) = x2 + 1, si ha
x 1 f 0 (x)
=
x2 + 1 2 f (x)
oppure, se si preferisce,
x 1 1 1
dx = df (x) = d log |f (x)|.
x2 + 1 2 f (x) 2
Si ottiene quindi
Z Z 0
x 1 f (x) 1 1 2
p
dx = dx = log |f (x)| + c = log(x + 1) + c = log x2 + 1 + c
x2 + 1 2 f (x) 2 2
oppure, se ci piace di pi`
u,
d(x2 + 1)
Z Z Z
x 1 1 1 p
2
dx = 2
= d log(x2 + 1) = log(x2 + 1) + c = log x2 + 1 + c.
x +1 2 x +1 2 2

Nel secondo esempio si ricorda che la derivata di 1/x `e 1/x2 . Posto f (x) = 1/(1 + x2 ), si
vede che
3x 3
= f 0 (x).
(x2 + 1)2 2
Allora si ha Z
3x 3 1
2 2
dx = +c
(x + 1) 2 x2 + 1
oppure, se si vuole,
Z Z
3x 3 3
dx = (x2 + 1)2 d(x2 + 1) = (x2 + 1)1 + c
(x2 + 1)2 2 2

Consideriamo ora Z
sen x
dx.
cos2 x
Si ha Z Z
sen x 1
dx = (cos x)2 d cos x = + c.
cos2 x cos x

64 - Venerd` 19/12/08
Repetita iuvant. Ricordiamo che, data una funzione derivabile f , il prodotto f 0 (x) dx
della derivata di f (in x) per il simbolo dx (che rappresenta il differenziale della funzione
x) `e il differenziale di f (in x) e si denota col simbolo df (x).

25/04/09 120
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Ad esempio, scrivere Z
sen2 x dx
oppure Z
sen x d cos x

non fa alcuna differenza.

Formula di integrazione per sostituzione (o di cambiamento di variabili) per gli


integrali indefiniti. Sia f una funzione definita su un intervallo I e sia : J I una
funzione derivabile su un intervallo J, a valori nel dominio I di f . Se F `e una primitiva
di f , allora la funzione composta G(t) = F ((t)) `e una primitiva di f ((t))0 (t). Vale
quindi la relazione
Z Z
f (x) dx = f ((t)) 0 (t) dt (modulo x = (t)),

il cui significato `e il seguente: ogni funzione del secondo insieme si ottiene da una del
primo con la sostituzione x = (t).
Dimostrazione. Data una primitiva F di f , per il teorema di derivazione di una funzione
composta si ha
d
F ((t)) = F 0 ((t))0 (t) = f ((t))0 (t) .
dt
Pertanto F ((t)) `e una primitiva di f ((t))0 (t).

Nella formula di integrazione per sostituzione il termine 0 (t) dt rappresenta il differenziale


di (t). Si potr`
a quindi scrivere
Z Z
f (x) dx = f ((t)) d(t) (modulo x = (t)),

mettendo cos` in risalto come si possa ricondurre il calcolo di un integrale del secondo tipo
ad uno del primo: in pratica, per calcolare il secondo integrale, basta trovare una primitiva
F (x) di f (x) e sostituire poi (t) al posto della variabile x, e per far ci`o linvertibilit`a di
non `e necessaria. Pi` u problematico `e invece il calcolo di un integrale del primo tipo
riconducendolo ad uno del secondo. Il motivo `e che, dopo aver effettuato la sostituzione
x = (t) ed aver calcolato una primitiva G(t) di f ((t))0 (t), per trovarne una di f (x)
occorre ricavare t in funzione di x dalla relazione x = (t), che costituisce lequazione del
grafico di . Ci` o `e possibile (almeno teoricamente) se si suppone : J I strettamente
monotona. Ad ogni modo, se lo scopo `e il calcolo di un integrale definito, tra a e b di f (x)
in dx, e si effettua la sostituzione x = (t), non occorre trovare una primitiva di f (x),

Esempio. Calcoliamo x cos(x2 ) dx. Si ha, per i ragionamenti fatti sopra, x dx = 21 dx2 .
R

Allora x cos(x2 ) dx = 12 cos(x2 ) dx2 = 12 sin(x2 ) + c.


R R

R
Esempio. Calcoliamo tang x dx. Si ha
Z Z Z
sen x 1
tang x dx = dx = d cos x = log | cos x| + c.
cos x cos x

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esen x cos x dx.


R
Esercizio. Calcolare

65 - Venerd` 19/12/08
Torniamo ora alle tecniche per la ricerca delle primitive e vediamo lintegrazione per
parti. E` una conseguenza della formula di derivazione del prodotto e si usa spesso, ma
non solo, in presenza di funzioni scritte in forma di prodotto.

Consideriamo due funzioni f (x) e g(x) derivabili in un intervallo. Si ha


d
(f (x)g(x)) = f 0 (x)g(x) + f (x)g 0 (x).
dx
Quindi Z
f 0 (x)g(x) + f (x)g 0 (x) dx = f (x)g(x) + c


Per ladditivit`
a dellintegrale indefinito (vedere esercizio a pag. 119), si ottiene
Z Z
f (x)g(x) dx + f (x)g 0 (x) dx = f (x)g(x) + c
0

Inglobando la costante c nel primo integrale, si ha infine


Z Z
f (x)g (x) dx = f (x)g(x) f 0 (x)g(x) dx.
0

Abbiamo quindi provato la

Formula di integrazione per parti per gli integrali indefiniti. Siano f (x) e g(x)
due funzioni derivabili in un intervallo. Allora risulta
Z Z
f (x)g 0 (x) dx = f (x)g(x) f 0 (x)g(x) dx

o, equivalentemente,
Z Z
f (x) dg(x) = f (x)g(x) g(x) df (x).

In base alla suddetta formula, se dobbiamo calcolare un integrale del tipo


Z
h(x)k(x) dx,

si pu`o determinare una primitiva di una delle due funzioni h(x) e k(x), per esempio H(x)
primitiva di h(x), e poi scrivere
Z Z
h(x)k(x) dx = H(x)k(x) H(x)k 0 (x) dx.

Affinche il procedimento sia possibile (con carta e penna), h(x) deve avere una primitiva
deducibile dalle sei funzioni fondamentali (pag. 102) e k(x) deve essere derivabile. La scelta

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di integrare h e derivare k o viceversa `e quella che rende i calcoli pi`


u semplici (sempre che
entrambe le scelte siano possibili).

Esempio. Z Z
(x + 1)ex dx = (x + 1)ex ex dx = xex + c.

Esempio. La funzione log x non sembra scritta in forma di prodotto, ma lo diventa se la


pensiamo come 1 log x. Allora
Z Z
log x dx = x log x dx = x log x x + c.

Se si preferisce, la forma differenziale integranda log x dx, `e gi`a scritta come prodotto di
una funzione per il differenziale di unaltra: la prima funzione `e f (x) = log x e la seconda
`e g(x) = x. Quindi
Z Z Z
log x dx = x log x x d log x = x log x dx = x log x x + c.

Esempio.
Z Z  Z 
sen2 x dx = sen x d cos x = sen x cos x cos x d sen x
Z
= sen x cos x + (1 sen2 x) dx.

Quindi Z
1
sen2 x dx = (x sen x cos x) + c.
2

66 - Mercoled` 25/02/09
Integrazione di funzioni razionali. Per trovare una primitiva di una funzione della
forma
A(x)
(1) f (x) = ,
B(x)

dove A(x) e B(x) sono due polinomi, per prima cosa si confrontano i gradi. Se il grado di
A(x) `e maggiore o uguale a quello di B(x), allora si esegue la divisione tra il dividendo A(x)
e il divisore B(x). Ci`o ci permette di esprimere la funzione razionale f (x) come somma di
un polinomio (il quoziente della divisione) e di un rapporto tra polinomi in cui il grado del
numeratore (il resto della divisione) `e minore del grado del denominatore (costituito dal
divisore). Infatti, eseguita la divisione, si ha luguaglianza

A(x) = B(x)Q(x) + R(x),

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dove Q(x) `e il quoziente ed R(x) il resto, il cui grado `e minore di quello del divisore B(x).
Pertanto
R(x)
f (x) = Q(x) + .
B(x)
Supponiamo allora che nella (1) il grado di A(x) sia minore di quello di B(x). Vediamo
alcuni semplici esempi.

Esempio. Z
2x + 1
dx.
x2 + x 2
Il denominatore `e di secondo grado con due radici reali distinte: 1 e 2. Si scrive allora
2x + 1 A B
(2) = + ,
x2 + x 2 x1 x+2
dove A e B sono due costanti da determinare in modo che luguaglianza sia verificata per
ogni x (esclusi ovviamente 2 e 1). Quindi si ha
2x + 1 A(x + 2) + B(x 1) (A + B)x + 2A B
= = .
x2 +x2 (x 1)(x + 2) (x 1)(x + 2)
La (2) `e verificata se (A + B)x = 2x e 2A B = 1, cio`e se A e B verificano il sistema
(
A+B =2
2A B = 1

che ha come soluzioni A = 1 e B = 1. Quindi si ottiene


2x + 1 1 1
= + ,
x2 + x 2 x1 x+2
e in conclusione
Z
2x + 1
2
dx = log |x 1| + log |x + 2| + c = log(x2 + x 2) + c.
x +x2

In questo caso speciale c`e un modo quasi immediato per svolgere lintegrale (ma non
sempre e cos`): si osservi che (2x + 1)dx `e il differenziale della funzione x2 + x 2, e
pertanto
d(x2 + x 2)
Z Z
2x + 1
dx = = log(x2 + x 2) + c.
x2 + x 2 x2 + x 2

Esempio.
x2
Z
dx.
(x + 3)2
Il denominatore `e, come nellesempio precedente, di secondo grado, ma in questo caso ha
una radice reale doppia. Si studia luguaglianza
x2 A B
(3) = +
(x + 3)2 (x + 3)2 x + 3

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dove A e B sono le due costanti da determinare. Risulta allora


x2 A + B(x + 3)
2
= .
(x + 3) (x + 3)2
La (3) `e verificata se B = 1 e A + 3B = 2, da cui si ricava A = 5. Quindi
x2 5 1
2
= 2
+
(x + 3) (x + 3) x+3
e infine
x2
Z
5
2
dx = + log |x + 3| + c.
(x + 3) x+3

67 - Mercoled` 25/02/09
Esempio. Consideriamo lintegrale
Z
1
dx,
x2 + a2
dove a `e una costante positiva. Quando a = 1 lintegrale `e immediato: si osservi che la
funzione integranda `e la derivata di arctg x. Se a 6= 1 procediamo come segue:
Z Z Z
1 1 1 1 1 1 x
dx = dx = d(x/a) = arctg +c
x2 + a2 a2 (x/a)2 + 1 a (x/a)2 + 1 a a

Esempio. Z
1
dx.
x2
+x+2
Notiamo che il denominatore `e sempre positivo. In questo caso `e possibile ricondursi
allesempio precedente. Si ha infatti
Z Z Z
1 1 1
dx = dx = dx.
x2 + x + 2 x2 + x + 1/4 + 2 1/4 (x + 1/2)2 + 7/4
Si ottiene quindi
Z Z  
1 1 2 2x + 1
dx = 2 2 dx = arctg + c.
x2 + x + 2
p
x + 1/2 + 7/4 7 7

Esempio. Z
x
dx.
x2
+x+2
Lintegrale differisce dal precedente soltanto per il fatto che al numeratore c`e un polino-
mio di primo grado (invece che di grado zero). Ecco com`e possibile ricondursi al caso
precedente:

(2x + 1) 1
Z Z Z
x 1 2x 1
2
dx = 2
dx = dx
x +x+2 2 x +x+2 2 x2 + x + 2

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d(x2 + x + 2) 1
Z Z  
1 1 1 2x + 1
= dx = log(x2 + x + 2) arctg + c.
2 x2 + x + 2 2 2
x +x+2 7 7

68 - Mercoled` 25/02/09
Abbiamo visto che se una funzione `e integrabile (secondo Cauchy-Riemann) in un intervallo
compatto [a, b], allora (per il teorema di integrabilit`a) deve essere necessariamente limitata
in tale intervallo. Supponiamo ora che una funzione f sia definita in un intervallo non
compatto (a, b] e che in tale intervallo risulti localmente integrabile, cio`e supponiamo che
sia integrabile in ogni intervallo compatto [c, b] con a < c < b (ad esempio, f potrebbe
essere continua in (a, b], ma non definita in a). Il fatto che f possa non essere definita in
a non costituisce un problema: `e sempre possibile estenderla assegnandole un arbitrario
valore f (a) (ad esempio, si pu` o porre f (a) = 0). Comunque, che si estenda o no, i casi sono
due: o f `e limitata o non lo `e. Nel primo caso non ci sono problemi: ogni sua estensione
`e integrabile (secondo Cauchy-Riemann), ed `e facile provarefac che lintegrale non dipende
dal valore f (a) scelto. Se invece f `e non limitata (in questo caso si dice che f ha una
singolarit`a in a), nessuna sua estensione ad [a, b] potr`a eliminare tale difetto (per fissare
le idee si pensi ad una f continua in (a, b] e tale che |f (x)| + per x a+ ). In questo
secondo caso lintegrale
Z b
f (x) dx
a
non ha senso secondo la teoria di Cauchy-Riemann e per questo viene detto improprio.
Tuttavia, usando il fatto che f `e integrabile (nel senso di Cauchy-Riemann) in ogni sot-
tointervallo compatto di (a, b], `e possibile attribuirgli un significato. Il suo valore (quando
esiste nei reali estesi) `e cos` definito:
Z b Z b
f (x) dx = lim f (x) dx .
a ca+ c

Se tale limite `e finito, diremo che lintegrale (di f in [a, b]) `e convergente, se vale + o
diremo che `e divergente (a + o a , rispettivamente). Se il limite non esiste,
lintegrale improprio si dir`a indeterminato.

Analogamente, se una funzione f `e localmente integrabile in [a, b), ma non limitata,


definiamo Z b Z c
f (x) dx = lim f (x) dx .
a cb a
Come per il caso della singolarit`
a in a, tale integrale potr`a essere convergente, divergente
o indeterminato.

Esempio. Lintegrale improprio


Z 1
1
dx , > 0,
0 x
converge se 0 < < 1 e diverge se 1 (verificarlo per esercizio).

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Consideriamo ora una funzione f localmente integrabile in un intervallo [a, b] privato di


un punto interno x0 . Si pensi, ad esempio, ad una funzione continua in [a, b]\{x0 } ma
non definita in x0 . Se f `e limitata, non ci sono problemi: basta definirla in un modo
qualunque nel punto x0 , e la nuova funzione risulter`a integrabile secondo Cauchy-Riemann
(e lintegrale risulter`
a indipendente dal valore assegnato in x0 ). Se invece f non `e limitata
(ad esempio, se x0 `e un polo per f ), allora lintegrale tra a e b di f `e improprio e si definisce
riconducendosi ai casi precedentemente visti:
Z b Z x0 Z b
f (x) dx = f (x) dx + f (x) dx ,
a a x0

purche non si abbia la forma indeterminata .

Ovviamente si possono presentare casi di funzioni con pi` u di una singolarit`a in [a, b]. Se
queste sono in numero finito, `e sufficiente spezzare lintegrale nella somma di integrali con
singolarit`a in uno solo dei due estremi di integrazione, riconducendosi cos` ai due casi gi`a
trattati.

69 - Venerd` 27/02/09
Sia f : [a, +) R una funzione localmente integrabile. Poiche lintervallo [a, +) non `e
limitato, lintegrale Z +
f (x) dx
a
non ha senso secondo Cauchy-Riemann (si osservi infatti che ogni partizione dellintervallo
di integrazione non pu`o avere parametro di finezza finito). Tale integrale si dice improprio
e il suo valore (quando esiste, finito o infinito) si definisce nel modo seguente:
Z + Z c
f (x) dx = lim f (x) dx .
a c+ a

In altre parole, lintegrale tra a e + di f non `e altro che il limite per c + della
funzione integrale Z c
F (c) := f (x) dx .
a
Se tale limite `e finito, diremo che lintegrale `e convergente, se vale + o diremo che `e
divergente (a + o a , rispettivamente). Se il limite non esiste, lintegrale improprio
si dir`a indeterminato.

Esercizio. Provare che lintegrale Z +


1
dx
1 x
converge se e solo se > 1.

Esercizio. Provare che Z +


1
2
dx = .
0 1+x 2

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Osservazione. Sia f : [a, +) R una funzione localmente integrabile. Supponiamo


f (x) 0 per ogni x a. Allora la funzione integrale
Z c
F (c) := f (x) dx
a

`e crescente. Pertanto, per il teorema del limite per le funzioni monotone, lintegrale di f in
[a, +) converge o diverge a + (non pu`o essere indeterminato). Rappresenta quindi un
ben definito numero reale esteso diverso da (per quale ragione non pu`o essere ?).

Criterio del confronto (per gli integrali impropri su una semiretta destra). Siano
f, g : [a, +) R due funzioni positive e localmente integrabili. Se f (x) g(x) per ogni
x a, allora risulta Z + Z +
f (x) dx g(x) dx .
a a
Pertanto, se converge (in [a, +)) lintegrale della funzione g (detta maggiorante), con-
verge anche lintegrale della f (detta minorante), e se diverge lintegrale della f , diverge
anche lintegrale della g.
Dimostrazione. Consideriamo le funzioni integrali
Z c Z c
F (c) = f (x) dx e G(c) = g(x) dx
a a

e osserviamo che, per la propriet`a di monotonia dellintegrale, risulta F (c) G(c) per ogni
c a. La tesi segue immediatamente facendo tendere c a + e applicando il teorema del
o applicare perche, nei reali estesi, i limiti per c +
confronto dei limiti (il teorema si pu`
delle funzioni monotone F (c) e G(c) esistono).

Esempio. Studiamo il carattere del seguente integrale:


Z +
dx
2
.
1 x + 1 cos x
Poiche 1 cos x 0, si ha
1 1
2 ( x 1).
x2 + 1 cos x x
Quindi, dato che la funzione integranda `e positiva (condizione senza la quale il criterio del
confronto non `e applicabile) e lintegrale (tra 1 e +) di 1/x2 `e convergente, risulta con-
vergente anche lintegrale assegnato. In base alla disuguaglianza del criterio del confronto
possiamo addirittura affermare che detto integrale `e un numero compreso tra 0 e 1.

Esempio. Studiamo il carattere del seguente integrale:


Z +
dx
.
1 x + cos x
La funzione integranda `e sicuramente positiva nellintervallo di integrazione e quindi pos-
siamo tentare di applicare il criterio del confronto. Il fatto che per valori grandi di x la

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funzione integranda sia approssimativamente uguale a 1/ x ci fa nascere il sospetto

che lintegrale assegnato sia divergente (come lo `e, infatti, lintegrale di 1/ x). Proviamo
a vedere se si pu` o minorare la funzione integranda con una funzione il cui integrale sia

divergente. Dato che (nellintervallo di integrazione) x 1, risulta anche x cos x.
Quindi
1 1
( x 1)
2 x x + cos x
e, di conseguenza, lintegrale assegnato `e divergente.

70 - Venerd` 27/02/09
Esercizio. Sia f : [a, +) R una funzione localmente integrabile e positiva (o negativa).
Dalla propriet`
a di additivit`
a dellintegrale (classico) rispetto allintervallo e dal teorema
fondamentale per il calcolo dei limiti dedurre che (nei reali estesi) si ha
Z + Z b Z +
f (x) dx = f (x) dx + f (x) dx , b a.
a a b

Criterio del confronto asintotico (per gli integrali impropri su una semiretta destra).
Siano f, g : [a, +) R due funzioni localmente integrabili e positive. Se

f (x)
lim = ` < +,
x+ g(x)

allora, se converge lintegrale di g, converge anche lintegrale di f (quindi se lintegrale di


f diverge, lintegrale di g non pu` o convergere). Di conseguenza, se `, oltre ad essere un
numero finito, `e anche diverso da zero, gli integrali di f e di g hanno lo stesso carattere.
Dimostrazione fac . Fissato = 1, per la definizione di limite esiste x
a tale che da x x

segue
f (x)
`1< < ` + 1.
g(x)
Quindi, per il criterio del confronto, risulta
Z + Z +
f (x) dx (` + 1) g(x) dx .
x
x

Il risultato segue dal fatto che, nei reali estesi, lintegrale (sia di f che di g) esteso alla
semiretta [a, +) `e uguale allintegrale tra a e x pi`u lintegrale tra x
e +.

Esercizio. Provare la convergenza del seguente integrale improprio:


Z +
2
ex dx .
0

Suggerimento. Applicare il criterio del confronto asintotico con g(x) = 1/x2 .

25/04/09 129
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` noto che
E Z +
2
ex dx = /2 .
0
Pertanto la funzione integrale
Z x Z x
2 t2 1 2
erf x = e dt = et dt ,
0 x

detta funzione degli errori (error-function in inglese), particolarmente utile in statistica e


calcolo della probabilit`
a, ha la seguente propriet`a:

lim erf x = 1 .
x+

Esercizio. Determinare il carattere dei seguenti integrali:


Z + Z +r Z +   Z +
r
1 1 1 1
sen 2 dx , sen 2 dx , 1 cos dx , 1 cos dx .
1 x 1 x 1 x 1 x

Il risultato che segue `e importante per provare la convergenza (e mai la non convergenza)
di integrali impropri di funzioni di segno non costante (si osservi che lo studio dellintegrale
di una funzione negativa si riconduce a quello di una funzione positiva portando 1 fuori
dallintegrale).

Criterio della convergenza assolutasd (per gli integrali impropri su una semiretta
destra). Sia f : [a, +) R una funzione localmente integrabile. Se converge (in [a, +))
lintegrale di |f (x)|, allora converge anche lintegrale di f (x), e risulta
Z + Z +


f (x) dx |f (x)| dx .
a a

Si fa notare che la suddetta disuguaglianza ha senso in virt` u del fatto che lintegrale di
f `e convergente (in questo caso si dice che lintegrale di f `e assolutamente convergente).
Infatti, detto integrale rappresenta un numero reale, e quindi ha senso il suo valore assoluto.

Esercizio. Determinare il carattere del seguente integrale:


Z +
cos x
dx .
0 1 + x2

Analogamente a come si `e definito lintegrale improprio su una semiretta destra, data una
funzione localmente integrabile f : (, b] R, il suo integrale improprio, che denoteremo
col simbolo Z b
f (x) dx ,

`e il limite per c della funzione
Z b
F (c) = f (x) dx.
c

25/04/09 130
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` evidente che per gli integrali impropri su una semiretta sinistra valgono ancora, con ovvie
E
modifiche, i criteri del confronto, del confronto asintotico e della convergenza assoluta (si
invitano gli studenti a formularne gli enunciati). Criteri analoghi valgono anche per gli
integrali impropri di funzioni non limitate in intervalli limitati.

71 - Mercoled` 04/03/09
Criterio integrale (per le serie numeriche). Sia n0 Z e sia f : [n0 , +) R una
funzione positiva e decrescente. Allora

X Z +
f (n) e f (x)dx
n=n0 n0

hanno lo stesso carattere. Pi`


u precisamente si ha
Z +
X Z +
f (x) dx f (n) f (x) dx .
n0 +1 n=n0 +1 n0

Dimostrazione fac . Vedere gli appunti presi a lezione.

Esercizio. Dal criterio integrale per le serie numeriche dedurre che la serie

X 1
n
n=1

converge se e solo se > 1.

Eserciziofac . Mediante un elaboratore elettronico (o una calcolatrice scientifica) valutare,


con un errore inferiore a 105 , la somma S della serie 3
P
n=1 1/n .
Suggerimento. Usare la disuguaglianza del criterio integrale per stimare il resto

X
Rn = S Sn = 1/n3
n=
n+1

della serie. Determinare (anche a tentativi) n n di


in modo che la stima approssimata R
5
Pn 3
Rn differisca da Rn meno di 10 . Calcolare la somma finita Sn = n=1 1/n (mediante
un computer) e aggiungere R n a Sn .

25/04/09 131