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Archivio selezionato: Sentenze Cassazione penale

Autorit: Cassazione penale sez. IV


Data: 18/01/2013
n. 39158
Classificazioni: Danno emergente e lucro cessante

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE QUARTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. BRUSCO Carlo Giuseppe - Presidente -
Dott. BIANCHI Luisa - Consigliere -
Dott. CIAMPI Francesco - rel. Consigliere -
Dott. DOVERE Salvatore - Consigliere -
Dott. DELL'UTRI Marco - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
1. Z.E.P. N. IL (OMISSIS);
2. R.A. N. IL (OMISSIS);
3. S.M. N. IL (OMISSIS);
4. P.V. N. IL (OMISSIS);
5. ZO.PA. N. IL (OMISSIS);
avverso la sentenza della CORTE D'APPELLO DI TRIESTE in data
01.02.2012;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA
CIAMPI;
udite le conclusioni del PG in persona del Dott. Vito D'Ambrosio che
ha chiesto il rigetto dei ricorsi; per il ricorrente Z.
l'avvocato Paolo Pacileo; per R. e S. l'avvocato
Francesco Donolato, per P. e Zo. l'avvocato Nereo Battello
che hanno insistito per l'accoglimento del ricorso.

Fatto
RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 1 febbraio 2012 la Corte d'Appello di Trieste confermava la sentenza del
Tribunale di Gorizia in data 22 giugno 2009, appellata da P.V., Zo.Pa., G. A., Z.E.P., R.A., S. M..
Questi erano stati tratti a giudizio, unitamente ad altri imputati, per rispondere del delitto p.e p.
dall'art. 113 c.p., e art. 589 c.p., comma 2, per aver, ai fini che qui rilevano, lo Z. quale institore e
membro del Comitato Esecutivo del Consiglio di Amministrazione della Fornaci Giuliana S.p.A.,
lo Zo. quale Presidente della cooperativa Alba S.c.ar.; il R. quale vice presidente della stessa
cooperativa, la P. quale coordinatrice sempre della Alba s.c.ar., lo S. quale dipendente della
Fornaci Giuliana s.p.A., cagionato per colpa, negligenza e imprudenza e violazione delle norme
antinfortunistiche segnatamente indicate nel capo di imputazione, la morte di B.D. che, seppure
formalmente dipendente della cooperativa Alba, con mansioni di addetto alle pulizie, da effettuarsi
secondo il contratto simulato presso lo stabilimento di (OMISSIS) della Fornaci Guliana S.p.A.,
veniva in realt impiegato, nella consapevolezza e con l'assenso dei vertici della cooperativa
ALBA, nel ciclo produttivo dello stabilimento anzidetto con turni di otto ore, di cui l'ultimo
14,00/22,00 con l'effettiva mansione di controllare che pietre di eccessiva grandezza non finissero
nel frantumatore BEDESCHI della terra/argilla e di rimuovere le pietre che eventualmente vi
finissero dentro - turno nel corso del quale, entrato nel frantumatore mentre stazionava sui rulli
frantumatori per rimuovere una pietra incastratasi tra gli stessi, per l'errato avviamento del
macchinario da parte dell'addetto ai comandi ed il non funzionamento dei previsti presidi tecnici
antinfortunistici, veniva attirato all'interno degli ingranaggi per le gambe che gli venivano
strappate con conseguente schock emorragico e quindi il decesso.
2. Avverso tale decisione proponevano ricorso a mezzo dei rispettivi difensori.

2.1 Z.E.P., deducendo:

- la violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), con riguardo alla posizione di garanzia
ascritta all'imputato ed ai principi in materia di delega di funzioni e la mancanza contraddittoriet
o manifesta illogicit della motivazione in ordine alla ritenuta inefficacia della delega; la nullit
della sentenza per violazione dell'art. 521 c.p.p., con riguardo al ritenuto omesso controllo sul
delegato;

- la violazione dell'art. 606 c.p.p., lett. b), con riguardo agli artt. 40 e 589 c.p., e la mancanza
contraddittoriet o manifesta illogicit della motivazione in ordine al ritenuto nesso causale tra
presunte omissioni ed evento;

- la violazione dell'art. 606 c.p.p., lett. b), con riguardo agli artt. 40 e 41 c.p.p., e la mancanza
contraddittoriet o manifesta illogicit della motivazione circa il ruolo di causa esclusiva
sopravvenuta ascrivibile alla manomissione di fine corsa;

- la violazione dell'art. 606 c.p., lett. b), con riguardo agli artt. 133 e 62 bis c.p., e la mancanza
contraddittoriet o manifesta illogicit della motivazione in ordine alla mancata concessione delle
attenuanti generiche;

2.2 P.V. e Zo.Pa. deducendo con un unico motivo la violazione dell'art. 606, lett. b), in relazione
all'art. 113 c.p., art. 589 c.p., comma 2, deducendo la unica responsabilit del datore di lavoro
effettivo dell'infortunato;

2.3 S.M. deducendo parimenti con unico motivo la violazione dell'art. 606 lett. b) con riferimento
all'art. 113 c.p., art. 589 c.p., comma 2, in quanto integrati ai fini della colpa, dagli artt. 5 D.lgs. n.
626/1994 applicabile ratione temporis;

2.4 R.A. deducendo:

- la violazione dell'art. 606, lett. e), e la mancanza contraddittoriet o manifesta illogicit della
motivazione in ordine alla posizione di garanzia rivestita dall'imputato ed il travisamento del fatto
in ordine al ruolo rivestito in quanto i poteri che per statuto gli erano attribuiti erano esercitabili
non pieno jure, ma solo in via vicaria in caso di assenza o impedimento del Presidente Zo.Pa.;

- la violazione dell'art. 606, lett. e), e la mancanza contraddittoriet o manifesta illogicit della
motivazione ed il travisamento del fatto in ordine ai modelli richiesta cliente (OMISSIS);

- la violazione dell'art. 606 lett. b) in relazione all'art. 113 c.p., art. 589 c.p., comma 2, in quanto
integrati ai fini della colpa dalla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, artt. 1 e 2, e D.Lgs. 10 settembre
2003, n. 276, art. 18, art. 22, comma 1, art. 23, comma 5.

3. R.A. presentava motivi aggiunti deducendo:

- la violazione dell'art. 606, lett. c) ed e), per mancanza contraddittoriet o manifesta illogicit
della motivazione laddove ritiene che "sia difficile ritenere che l'appellante, per la sua posizione ai
vertici delle due cooperative fosse all'oscuro del fatto che i soci venivano impiegati dalle aziende
con mansioni diverse da quelle compatibili con il contratto di somministrazione" e che sia "del
pari difficile credere che la P., coordinatrice della cooperativa e quindi., subordinata rispetto a Zo.
e R., operasse a loro insaputa..." mentre la documentazione di segno assolutamente difforme;

- la violazione dell'art. 606, lett. b), in relazione al D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 2, comma 1, lett. b),
(pro tempore vigente - oggi D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 2, lett. b), che definisce il "datore di lavoro"
ai fini della applicazione delle norme antinfortunistiche.

Diritto
CONSIDERATO IN DIRITTO

4. L'infortunio stato cos ricostruito nella gravata sentenza: il B. era socio lavoratore della
cooperativa ALBA Scarl, formalmente comandato per prestazioni di pulizia e servizi all'interno
dello stabilimento di (OMISSIS) della Fornaci Giuliane S.p.A. Al momento dell'infortunio stava
effettuando un turno di lavoro con orario 14,00-22,00, sul macchinario denominato frantumatore
B. ed, in particolare, aveva la specifica mansione di effettuare la cernita manuale di pietre e sassi
dell'argilla trascinata sul nastro per evitare che le pietre di eccessiva grandezza finissero nel
frantumatore e mandassero in blocco la linea di lavorazione. In tale contesto, infatti, era
fisiologico che alcune pietre finissero fra i rulli del macchinario; di conseguenza l'addetto alla
cernita aveva appunto il compito di rimuovere le pietre dall'interno dei rulli.

Il B. proprio allo scopo di rimuovere una pietra che si era incastrata, era entrato nel vano di
alloggiamento dei rulli e vi era salito con i piedi; a quel punto il suo compagno di lavoro, G.,
addetto alla cabina dei comandi, evidentemente ignaro della presenza del collega all'interno del
macchinario, ne aveva disposto il riavvio e le gambe della vittima erano rimaste intrappolate dai
rulli e maciullate, cos determinando un imponente shock emorragico ed il conseguente decesso.

A seguito della ispezione venivano riscontrate, all'interno dello stabilimento in cui si era verificato
l'infortunio mortale, numerosissime infrazioni alla normativa in tema di sicurezza sul lavoro,
alcune delle quali causalmente legate all'infortunio. In particolare il dispositivo di sicurezza
montato sulla portella di accesso al frantumatore, cio un microinterruttore che avrebbe dovuto
consentire il funzionamento della macchina soltanto a porta chiusa e determinare il suo arresto a
porta ferma, era incompleto nella parte centrale e non funzionante e non vi era alcun dispositivo
che consentisse di inviare dalla cabina comandi del macchinario, distante circa sedici metri e
chiusa, un segnale acustico o luminoso di preavviso della rimessa in moto. Non era funzionante
neppure il pulsante di emergenza. Il Tribunale riteneva che l'assenza o l'inefficienza di questi
basilari presidi di sicurezza fosse stata determinante nella causazione dell'infortunio, unitamente
alla condotta sicuramente colposa del G., che ebbe a riavviare la macchina senza accertarsi che il
collega di lavoro fosse uscito dal vano di alloggiamento dei rulli.

La gravata sentenza ha premesso che l'attenzione del primo giudice si era soffermata solo su alcuni
addebiti specifici. Di contro il capo di imputazione era assai pi vasto, ricomprendendo ulteriori
violazioni della normativa antinfortunistica, quali l'aver adibito il B. a mansioni assolutamente
incompatibili con quelle corrispondenti al contratto di lavoro per cui era stato formalmente
assunto, l'aver omesso comunque di verificare l'idoneit tecnico professionale del lavoratore
relativamente alle effettive mansioni affidategli e di fornire allo stesso dettagliate informazioni sui
rischi specifici esistenti nell'ambiente di lavoro, l'aver contravvenuto al disposto del D.Lgs. n. 626
del 1994, art. 7, comma 2, per aver omesso di cooperare per l'attuazione delle necessarie misure di
prevenzione e protezione dei rischi. Ha confermato la Corte territoriale che tuttavia, pur trattandosi
dell'ultima di una serie di macroscopiche inefficienze dei sistemi di protezione dei lavoratori, la
causa pi eclatante dell'infortunio poteva essere ravvisata nel mancato funzionamento del
dispositivo di fine corsa che impediva l'avvio del macchinario con il portellone aperto. Ha
comunque rimarcato come l'esecuzione in sicurezza di un'operazione ad altissimo rischio, quale
quella di entrare in un macchinario per effettuare operazioni di pulizia non poteva dipendere sic et
simpliciter dalla presenza del microinterruttore, ma doveva essere garantita da una pluralit di
ulteriori presidi e come il B. non avendo ricevuto appunto alcuna formazione circa l'impiego della
macchina aveva certamente sottovalutato il rischio insito nell'operazione di pulizia dei rulli.
Esaminando poi le posizioni di garanzia dei singoli imputati e ritenutele per tutte esistenti, la Corte
di merito pervenuta alla conferma della sentenza impugnata.

5. I ricorsi sono infondati. Quanto al ricorso dello Z. osserva la Corte : il ricorrente sostiene in
primo luogo, reiterando quanto aveva gi formato oggetto di un motivo di appello, la insussistenza
di una posizione di garanzia in capo ad esso ricorrente, il quale avrebbe conferito una valida
delega, i n materia di sicurezza, ai direttori di stabilimento C. ed O., che hanno definito con
patteggiamento la propria posizione processuale. Secondo il ricorrente a fronte dei puntuali rilievi
formulati in sede di gravame, la Corte territoriale si sarebbe limitata ad affermare a pagina sei
della gravata sentenza che: "Gi il Tribunale ha osservato come l'esistenza della delega non
rilasciata in forma scritta, non sia stata sufficientemente provata e come risulti per contro una
concreta ingerenza da parte dello Z. nella gestione dell'unit produttiva", cos privando per, non
solo l'appellante di una doverosa risposta, ma in senso assoluto, impedendo al lettore di conoscere
gli elementi a sostegno di simili affermazioni.

In realt la Corte territoriale ha posto altres in rilievo - cfr.

pagina sette della gravata sentenza - (con ci compiutamente rispondendo ai motivi di gravame)
come anche in caso di delega compete al datore di lavoro un'attenta vigilanza ed un controllo sul
corretto adempimento delle mansioni delegate, come non sia emerso che il C. e l' O. ammesso e
non concesso che fossero validamente delegati a seguire il problema della sicurezza, dovessero
riferire periodicamente al datore di lavoro, n che costui li chiamasse a rispondere delle iniziative
prese; come l'asserita inconsapevolezza da parte di Z. del fatto che B. fosse impiegato all'interno
del normale ciclo produttivo, smentita dalle chiare affermazioni di C., che, peraltro non
sospetto di aver voluto aggravare la posizione del proprio dominus; ed ancora come facesse carico
comunque al datore di lavoro l'elaborazione di un documento di valutazione in cui venissero
adeguatamente considerati i rischi specifici, elaborate le procedure per il contenimento dei
medesimi (fra cui per esempio la comunicazione fra addetti ad uno stesso macchinario in
posizione di non reciproca visibilit), poste le direttive in materia di formazione ed affrontata la
problematica dell'impiego dei lavoratori assunti da cooperative esterne.

6. Quanto alla denunciata violazione del principio di correlazione tra sentenza e accusa contestata
(la violazione del dovere di vigilanza sul delegato non sarebbe stata originariamente contestata nel
capo di imputazione), per pacifica giurisprudenza lo stesso violato soltanto quando il fatto
ritenuto in sentenza si trovi rispetto a quello contestato in rapporto di eterogeneit o di
incompatibilit sostanziale, nel senso che si sia realizzata una vera e propria
trasformazione,sostituzione o variazione dei contenuti essenziali dell'addebito nei confronti
dell'imputato, posto cos, a sorpresa, di fronte ad un fatto del tutto nuovo senza avere avuto la
possibilit di effettiva difesa. Tale principio non invece violato quando nei fatti, contestati e
ritenuti, si possa agevolmente individuare un nucleo comune e, in particolare, quando essi si
trovano in rapporto di continenza (cfr., tra le tante, Sez. 4, 29 gennaio 2007, Di Vincenzo). Ci che
nella specie deve ritenersi, non potendosi revocare in dubbio che lo Z. si sia trovato a rispondere
della sua condotta, ritenuta colposa, senza che ne siano derivati pregiudizi per le sue scelte
difensive.

Invero, le norme richiamate la cui inosservanza stata ritualmente contestata (e lo stesso capo di
imputazione), operano riferimento agli obblighi di garantire la sicurezza dei lavoratori. Non
quindi dubitabile, che il richiamo operato, in via generale a tali obblighi, rispetto ad una
ricostruzione fattuale della vicenda qui non sindacabile, non si pone in posizione di sostanziale
difformit rispetto alla normativa di prevenzione de qua a fondamento della ritenuta colpa
specifica.

Del resto, decisivamente, per smentire la fondatezza della censura, va ricordato (con affermazioni
di principio qui pertinenti) che, in tema di reati colposi, non sussiste la violazione del principio di
correlazione tra l'accusa e la sentenza di condanna se la contestazione concerne globalmente la
condotta addebitata come colposa (se si fa, in altri termini, riferimento alla colpa generica),
essendo quindi consentito al giudice di aggiungere agli elementi di fatto contestati altri estremi di
comportamento colposo o di specificazione della colpa, emergenti dagli atti processuali e quindi
non sottratti al concreto esercizio del diritto di difesa.
Analogamente, non sussiste la violazione dell'anzidetto principio anche qualora, nel capo di
imputazione, siano stati contestati elementi generici e specifici di colpa ed il giudice abbia
affermato la responsabilit dell'imputato per un'ipotesi di colpa diversa da quella specifica
contestata, ma rientrante nella colpa generica, giacch il riferimento alla colpa generica, anche se
seguito dall'indicazione di un determinato e specifico profilo di colpa, pone in risalto che la
contestazione riguarda la condotta dell'imputato globalmente considerata, sicch questi in grado
di difendersi relativamente a tutti gli aspetti del comportamento tenuto in occasione del fatto di cui
chiamato a rispondere, indipendentemente dalla specifica norma che si assume violata (Sez. 4,
16 settembre 2008, Tomietto).

Tanto premesso va ulteriormente osservato che per attribuire ad una condotta omissiva umana una
efficacia causale, necessario che l'agente abbia in capo a s la c.d. "posizione di garanzia" e che
cio, in ragione della sua prossimit con il bene da tutelare, sia titolare di poteri ed obblighi che gli
consentono di attivarsi onde evitare la lesione o messa in pericolo del bene giuridico la cui
integrit egli deve garantire (art. 40 c.p., comma 2: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo
giuridico di impedire, equivale a cagionarlo"). La ratio della disposizione va ricercata
nell'intenzione dell'ordinamento di assicurare a determinati beni una tutela rafforzata, attribuendo
ad altri soggetti, diversi dall'interessato, l'obbligo di evitarne la lesione e ci perch il titolare non
ha il completo dominio delle situazioni che potrebbero metterne a rischio l'integrit. In sintesi,
perch nasca una posizione di garanzia, necessario che: vi sia un bene giuridico che necessiti di
protezione e che da solo il titolare non in grado di proteggere; che una fonte giuridica (anche
negoziale) abbia la finalit della sua tutela; che tale obbligo gravi su una o pi specifiche persone;
che queste ultime siano dotate di poteri impeditivi della lesione del bene che hanno "preso in
carico".

Invero, i titolari della posizione di garanzia devono essere forniti dei necessari poteri impeditivi
degli eventi dannosi. Il che non significa che dei poteri impeditivi debba essere direttamente
fornito il garante, sufficiente che gli siano riservati mezzi idonei a sollecitare gli interventi
necessari per evitare che l'evento dannoso venga cagionato, per la operativit di altri elementi
condizionanti di natura dinamica. Nel caso di specie, non pu porsi in dubbio che lo Z., per il
ruolo rivestito, avesse la posizione di garanzia (datore di lavoro-committente) che gli imponesse di
adottare, o controllare che fossero adottate, le cautele omesse e che hanno determinato l'evento. In
un caso analogo questa Corte di legittimit ha statuito che "In tema di prevenzione degli infortuni
sul lavoro, la posizione di garanzia dell'amministratore delegato di una societ, in quanto datore di
lavoro, inderogabile quanto ai doveri di vigilanza e controllo per la tutela della sicurezza, in
conseguenza del principio di effettivit, il quale rende riferibile l'inosservanza alle norme
precauzionali a chi munito dei poteri di gestione e di Spesa" (Sez. 3 sent. 29229 del 3-8- 2005
(ud. 19-4- 2005) rv. 232307). Sul punto la difesa dell'imputato ha rilevato - come gi ricordato -
che tali poteri erano stati trasferiti ad altri soggetti, i quali avevano una tale autonomia da poter
stipulare i contratti di lavoro. Ma la attribuzione di tali poteri non ha determinato la assunzione da
parte di tali soggetti della qualit di datore di lavoro, n in capo ad essi sono stati trasferiti i
relativi obblighi di sicurezza. A tal fine, infatti sarebbe stato necessario conferirgli una specifica
"delega" che nel caso di specie, come rilevato dai giudici di merito, non risulta provata. In tema
questa Corte di legittimit, gi prima della codificazione prevista nel D.Lgs. n. 81 del 2008, artt.
16 e 17, ha statuito che sebbene "in materia di infortuni sul lavoro, gli obblighi di prevenzione,
assicurazione e sorveglianza gravanti sul datore di lavoro possono essere delegati, con
conseguente subentro del delegato nella posizione di garanzia che fa capo al datore di lavoro,
tuttavia, il relativo atto di delega deve essere espresso, inequivoco e certo e deve investire persona
tecnicamente capace, dotata delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri decisionali e
di intervento, che abbia accettato lo specifico incarico, fermo comunque l'obbligo per il datore di
lavoro di vigilare e di controllare che il delegato usi, poi, concretamente la delega, secondo quanto
la legge prescrive (Sez. 4 sent. 38425 dei 22-11-2006 (ud. 19-6-2006) rv.

235184). Nel caso in questione, come rilevato dalla Corte distrettuale, nessuna inequivoca delega
di funzioni antinfortunistiche risulta essere stata affidata; n tale delega risulta essere stata
conferita di fatto, non avendolo l'imputato efficacemente documentato (cfr. Cass. Sez. 4 sent.
37470 del 2-10- 2003 (ud. 9-7-2003) rv. 226228). Ne consegue da quanto detto, che Z., quale
datore di lavoro, aveva intatta la sua posizione di garanzia al momento dei fatti, ai sensi del D.Lgs.
n. 626 del 1994, artt. 4 e 7.

Con il secondo ed il terzo motivo di gravame lo Z. contesta la ritenuta sussistenza del nesso
causale fra la condotta addebitatagli e l'evento, essendo emersa la volontaria manomissione di un
presidio di sicurezza (il fine corsa che, se in funzione, avrebbe impedito il riavvio della macchina)
la cui presenza avrebbe, quindi, sicuramente scongiurato l'evento. Come ricordato dallo stesso
ricorrente, la Corte d'appello di Trieste si soffermata su tale aspetto, evidenziando - come sopra
ricordato - le plurime violazioni riscontrate (e debitamente contestate nel capo di imputazione) ed
il loro rapporto con il verificarsi dell'evento. La mancanza del fine corsa-anche a voler considerare
pacifica l'intervenuta manomissione- non poteva rivestire quindi il ruolo di causa esclusiva
sopravvenuta.

Tale logica impostazione vale a contrastare le censure proposte dallo Z. che, in primo luogo per la
rivestita posizione di garanzia era tenuto a sorvegliare circa le attivit che si svolgevano presso il
luogo di lavoro, quali quelle avvenute in occasione dell'incidente. E' da considerare, inoltre, che le
omissioni relative alle dotazioni di sicurezza attengono a manchevolezze attinenti a presidi da
attuare in epoca precedente al giorno dell'infortunio e, quindi, rientranti nella sfera di controllo di
quest'ultimo. D'altra parte la Corte territoriale ha posto altres in evidenza le macroscopiche
omissioni degli obblighi concernenti l'informazione e la formazione del personale In presenza
della descritta situazione la responsabilit dell'evento non pu essere ascritta esclusivamente alla
manomissione del fine corsa, ma anche alle macroscopiche pregresse violazioni relative alla
sicurezza. Le argomentazioni svolte consentono di escludere la sussistenza del dedotto vizio di
mancanza o manifesta illogicit della motivazione.

Quanto alle censure relative al diniego della prevalenza delle attenuanti generiche ed al
complessivo trattamento sanzionatorio, anche in tal caso le censure sono infondate. Il giudice di
merito, per negare la prevalenza delle attenuanti generiche e determinare la pena ha valutato la
gravit del fatto, nonch i preminenti profili di colpa e la personalit dell'imputato.

Va ricordato che questa Corte di legittimit, con giurisprudenza consolidata ha stabilito che le
statuizioni relative alla pena ed al giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti ed
attenuanti sono censurabili in cassazione soltanto nella ipotesi in cui siano frutto di mero arbitrio o
di ragionamento illogico, essendo sufficiente a giustificare la soluzione della equivalenza aver
ritenuto detta soluzione la pi idonea a realizzare l'adeguatezza della pena irrogata in concreto"
(cfr. Cass. 1, 15542/01, Pelini).

Nel caso di specie, il giudice di merito, con adeguata motivazione, ha spiegato di non ritenere il
ricorrente meritevole della prevalenza delle attenuanti. Si tratta di considerazioni ampiamente
giustificative del diniego della prevalenza, che le censure proposte non valgono a scalfire.

7. P.V. e Zo.Pa. sostengono non essere titolari di alcuna posizione di garanzia e di non aver alcun
potere decisionale all'interno della cooperativa. L'infondatezza di tale assunto stata sottolineata
con adeguata e congrua motivazione che si sottrae quindi ad ogni censura dalla gravata sentenza
che ha a riguardo posto in rilievo come fosse stata proprio la P. ad individuare il B. quale la
persona adatta ad essere inserita - contrariamente alle previsioni contrattuali relative a sole
operazioni di pulizia - nel ciclo produttivo della Fornaci Giuliane e a raccogliere le lamentele del
M., destinato a sostituire il B. (pag. 9 della gravata sentenza) e quanto al Zo. come lo stesso
rappresentasse il vertice della cooperativa Alba e come abbia sottoscritto un modulo da cui
risultava con chiarezza il numero delle ore lavorate incompatibile con la sola attivit di pulizia. La
gravata sentenza ha inoltre sottolineato (p. 10) come lo Zo.

ebbe a sollecitare successivamente all'infortunio il M. a tacere sulla reale attivit da lui svolta e
tale condotta oltre a lumeggiare in termini assai negativi la personalit dell'appellante, implica la
consapevolezza, da parte sua, della irregolarit della posizione lavorativa della vittima e della
prassi seguita nei rapporti fra la cooperativa da lui diretta e la Fornaci Giuliane (pag. 104 dep. M.).

Quanto alla censura secondo cui, essendo stato posto in essere un contratto di somministrazione
simulato, gli obblighi di sicurezza gravavano esclusivamente sul datore di lavoro, alle cui dirette
dipendenze doveva ritenersi assunto il B., sufficiente ribadire che come gi osservato nella
gravata sentenza non vadano confusi i piani della responsabilit per le obbligazioni di natura
retributiva, assicurativa e previdenziale e le relative sanzioni, poste a tutela dei lavoratori, con
quelli attinenti alla sfera della sicurezza sul lavoro. Nei confronti del socio lavoratore, invero, ai
fini della normativa antinfortunistica, il datore di lavoro costituito garante dell'incolumit fisica e
della salvaguardia della personalit morale dei prestatori di lavoro, resta comunque la cooperativa
(ed i suoi responsabili), cui compete il dovere di accertarsi che l'ambiente di lavoro abbia i
requisiti di affidabilit e di legalit quanto a presidi antinfortunistici, idonei a realizzare la tutela
del lavoratore, e di vigilare costantemente a che le condizioni di sicurezza siano mantenute per
tutto il tempo in cui prestata l'opera. Con la conseguenza che, ove egli non ottemperi agli
obblighi di tutela, l'evento lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo
reattivo previsto dall'art. 40 c.p., comma 2.

Va poi da ultimo ricordato a questo riguardo come, in ogni caso, in tema di infortuni sul lavoro,
l'accertamento della qualit di destinatario delle norme antinfortunistiche va condotto con
riferimento alle mansioni in concreto svolte e alla specifica sfera di responsabilit attribuita (Cass.
n. 47173/07); e dunque, prescindendo dalla riconducibilit al soggetto di una veste istituzionale
all'interno dell'impresa, tale qualit non pu non essergli riconosciuta allorch egli si comporti, di
fatto, come se l'avesse, impartendo disposizioni nell'esecuzione di quali il lavoratore subisca danni
per il mancato rispetto di norme prevenzionali (Cass. n. 43343/02).

8. Parimenti lo S., rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e la prevenzione, sostanzialmente


contesta la posizione di garanzia attribuitagli dalle sentenze di merito.

Osserva la Corte: il RSPP, pu essere ritenuto (cor)responsabile del verificarsi di un infortunio,


ogni qualvolta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli
avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere che alla segnalazione
avrebbe fatto seguito l'adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a
neutralizzare detta situazione (v. in tal senso Sez. 4, 21 dicembre 2010, Di Mascio, rv. 249626,ed i
riferimenti in essa contenuti). Il RSPP, quindi, chiamato a rispondere qualora, agendo con
imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un
suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, cos, il
datore di lavoro ad omettere l'adozione di una doverosa misura prevenzionale, risponder insieme
a questi dell'evento dannoso derivatone, essendo a lui ascrivibile un titolo di colpa professionale
che pu assumere anche un carattere addirittura esclusivo (Sezione 4, 15 luglio 2010, Scagliarini).
Ci perch, in tale evenienza, l'omissione colposa al potere-dovere di segnalazione in capo al
RSPP, impedendo l'attivazione da parte dei soggetti muniti delle necessarie possibilit di
intervento, finirebbe con il costituire (con)causa dell'evento dannoso verificatosi in ragione della
mancata rimozione della condizione di rischio: con la conseguenza, quindi, che, qualora il RSPP,
agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un
suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, cos, il
datore di lavoro ad omettere l'adozione di una doverosa misura prevenzionale, ben pu e deve
essere chiamato a rispondere insieme a questi in virt del combinato disposto dell'art. 113 c.p., e
art. 41 c.p., comma 1, dell'evento dannoso derivatone.

Nel caso di specie emerso che il mancato funzionamento del microinterruttore era stato segnalato
allo S. il giorno precedente all'infortunio mortale con il conseguente obbligo per il rappresentante
dei lavoratori di segnalarlo e di ottenerne l'urgente ripristino, trattandosi del principale presidio
antinfortunistico, diretto ad eliminare il rischio di schiacciamento all'interno del macchinario. Va
peraltro ricordato che la posizione di garanzia del RSPP si estrinseca anche in poteri impeditivi,
quali quello di sospendere le lavorazioni in caso di pericolo grave ed imminente.

9. R.A., vicepresidente della cooperativa ALBA, sostiene sia nel ricorso, sia nei motivi aggiunti,
che i giudici di merito sarebbero pervenuti all'affermazione della sua penale responsabilit
sull'erroneo presupposto che egli avrebbe avuto un ruolo di comando nell'ambito della
cooperativa. In realt - sostiene il ricorrente - dai documenti presi in considerazione dalla Corte
territoriale si evincerebbe unicamente che egli avrebbe utilizzato l'impiego del B. per meri lavori
di pulizia e che la gravata sentenza si sarebbe limitata sul punto ad affermazioni generiche e
presuntive.

Va a riguardo in primo luogo osservato che - come da costante giurisprudenza di questa Corte (cfr.
ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 13926 del 01/12/2011, Valerio, Rv. 252615), le sentenze di primo
e di secondo grado si saldano tra loro e formano un unico complesso motivazionale, qualora -
come avvenuto nel caso di specie - i giudici di appello abbiano esaminato le censure proposte
dall'appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle
determinazioni ivi prese ed ai fondamentali passaggi logico-giuridici della decisione e, a maggior
ragione, quando i motivi di gravame non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a
prospettare circostanze gi esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione impugnata. Nella
specie la sentenza di primo grado si diffusa ampiamente sulle risultanze documentali che hanno
permesso di accertare che abitualmente il B. era inserito nel ciclo produttivo della Fornaci
Giuliane. Da dette risultanze emerge poi (con riferimento allo specifici motivo di gravame
concernente il ruolo rivestito dal R. all'interno della cooperativa) che questi aveva svolto in
concreto (da ci derivando la assunzione della relativa posizione di garanzia) il ruolo vicario
statutariamente riconosciutogli in caso di assenza o di impedimento del presidente Zo..

Quanto alle ulteriori censure si rimanda in primo luogo a quanto osservato in merito ai ricorsi della
P. e dello Zo., mentre con riferimento al lo specifico motivo di gravame in ordine all'innesco di
una serie causale autonoma determinata dall'intervento di un soggetto terzo (colui che aveva
manomesso il microinterruttore) si rinvia a quanto in proposito osservato per lo Z..

9. Per quanto detto i ricorsi sono infondati e devono essere rigettati. Segue, a norma dell'art. 616
c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento.

PQM
P.Q.M.

rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Cos deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 18 gennaio 2013.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2013

Note
Utente: unirp01 UNIV. DI ROMA TRE
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