Sei sulla pagina 1di 8

IL MIO NOME E

OMEGA
preview

1
INCIPIT

Dicono che la durata della vita di un uomo dovrebbe essere da lui
stesso programmata. Si dice che ogni uomo o donna, raggiunta let
della maturit, o meglio della piena coscienza della propria esistenza e
dei propri istinti, dovrebbe decidere arbitrariamente la data della
propria morte. Dicono che sia lunico modo per vivere davvero e non
morire mai. Avevo letto ci pi volte, lo avevo anche sentito dire. Mi
imbattei per la prima volta in questo concetto per caso, leggendolo in
uno di quegli opuscoli che ti regalano la domenica col giornale. Certo,
non una di quelle discussioni che fai al bar con un amico che non vedi
da un po. Devi sapere apprezzare. Pensandoci, nella mia vita avevo
sempre programmato tutto, con un orizzonte temporale di circa due
anni di anticipo. Quando ero pi giovane mi capitava di trascorrere
intere giornate in cameretta a studiare teoremi che non mi sarebbero
serviti. Ricordo che riuscivo a passare senza uscire da quella camera
anche due, tre giorni. Lunico momento di svago era il tragitto tra casa
e il supermercato. Il che, comunque, era sinceramente un bel cammino
tra alberi altissimi, in mezzo a uno di quei parchi dove porti a passeggio
il cane. Ero un gran giocatore dazzardo, nel senso: ognuno di noi
scommette sul fatto che vivr abbastanza a lungo da potere realizzare
i propri sogni e avere modo, alla fine, di giustificare questi giorni vuoti

2
che descrivevo prima. Ho speso quei giorni per crearmi un futuro.
Senza quelli non saresti dove sei adesso. Ma dove sono adesso?...
Questo ci che penserai poi, mi dicevo. Avevo ragione, effettivamente.
Ma scommettevo di potere avere un futuro. Non deve essere un tab
parlare di queste cose, pensavo. Ma le poche volte che prendevo
questo discorso, forse perch scomodo, trovavo ostilit. Ma era
semplice esercizio e speculazione intellettuale. Se sapessi di morire tra
un anno probabilmente mollerei tutto e vivrei facendo ci che mi rende
felice per quel tempo che mi rimane. Lidea era questa, quella che
leggevo sui libri. Fissa la data della fine della tua storia, vedendo
lepilogo avvicinarsi capirai cosa ti rende felice davvero perch sar
quello che vorrai fare prima di andartene. Potrai capire chi sei. Tuttavia,
ancora non sostengo questa visione della vita. Ma sicuramente non la
demonizzo. Ci di cui son certo che comunque, anche nelle giornate
pi scure della mia esistenza, quelle giornate in cui andando a letto la
sera sapevo di non aver migliorato la mia condizione umana, quelle
sere in cui la vita ti ha voltato le spalle togliendoti quel poco di sensato
che avevi costruito o ottenuto fino a quel momento, beh, anche in quei
giorni, io il tempo non lo avevo mai lasciato scivolare sulla mia pelle.
Anche in quei giorni, il tempo si doveva trascinare con pesantezza e
stanchezza prima di attraversarmi e trafiggermi soavemente il corpo,
prima di solcarmi il volto con rughe o macchie. Io il tempo lo dovevo
analizzare e lui doveva analizzare me. Lui doveva dirmi il perch.
Dovevo sapere cosa stesse accadendo e il tempo mai avrebbe preso
possesso della mia vita scorrendo senza avere il mio coscienzioso
lascia passare. Attorno a me, vedevo persone che vivevano per inerzia.
Il tempo li ama, pensai. Il tempo risucchia la loro linfa vitale e ne fa
dolce miele per i suoi scopi, sfruttandoli come api a lavoro in miniere
doro. Ragionavo spesso sul tempo. Anni fa, quando le manifatture
tabacchi erano sotto il controllo statale, cera una prova che andava
superata se si voleva essere assunti come operai. Dovevi portare in
3
spalla per cento metri, in andata e poi di ritorno, un sacco di circa
cinquanta kilogrammi. Non cera un tempo limite per compiere latto,
non cerano regole ben chiare. La maggior parte dei candidati prendeva
su questo pacco in spalla e in fretta si dirigeva verso la fine del
percorso, trascinando con fatica la propria persona, e lanciando il sacco
goffamente al termine dellimpresa. Questa era la scena che si
presentava pi spesso. Ancora mi chiedo se facessero cos perch
volevano dimostrare di esser pi rapidi degli altri o solamente perch
la prova era talmente stancante che pur di finire in fretta facevano il
tutto molto velocemente. Solamente pochi individui, e pi di rado, con
ordine e strategia sopraffina, prendevano in spalla il sacco e con calma
lo trasportavano come fosse naturale prolungamento del loro corpo.
Facevano cento metri avanti e centro indietro. Appoggiavano con
delicatezza il sacco sul terreno come fosse un bambino da accucciare
sulla culla. Gli esaminatori osservavano questo, e lo apprezzavano. Non
era il tempo in se ad essere fondamentale, era la cura con cui il lavoro
andava fatto, era la sicurezza mostrata nel farlo. Io non avevo fretta di
agire, volevo prendermi il tempo necessario, guardare faccia a faccia il
tempo e parlargli da pari a pari perch luomo stesso lo aveva creato
e solamente da noi uomini poteva trarre divertimento e sazio. Nessun
animale o pianta avrebbe mai dato vita al tempo, semplicemente perch
non nella sua natura. La natura non umana non prevede il concetto di
tempo, prevede solamente il concetto di ciclicit del momento.
Momento che, per se, risulta atemporale. Perch solo noi siam coscienti
di invecchiare, solo noi siam coscienti di vivere. Solo noi, viviamo il
tempo nel tempo. E il tempo illusoria illusione di esistere. E ogni qual
volta mi guardavo allo specchio vedevo me, pi giovane o pi vecchio
era solo una formalit. Il mio animo era sempre uguale, forse solo un
po pi saggio, e questo, non era che un bene. E ci che mi rasserenava
il cuore e la mente era sapere che nel cosmo, anche io essere umano
finito e con evidenti limiti intellettivi e tattili, per quanto insignificante
4
nella dimensione fisica ma non nella chimica pi elementare, potessi
dare vita a qualcosa che di per se consideriamo infinito e palesemente
al di l del facilmente concepibile: il tempo, o, in altre parole, il pensiero.
Tempo e pensiero sono conseguenza e causa, causa e conseguenza.
Sono anime gemelle. Vanno a braccetto come fidanzato e fidanzata,
prima che il primo si arrabbi con la seconda per il ritardo palese con la
quale si presentata allappuntamento. Forse, e dico forse, lidea di
potere anche credere di padroneggiare il concetto di tempo mi rendeva
infinito, immortale. Immortale tuttavia solamente nellastratto, non nel
concreto, perch il tempo esiste solamente nella nostra mente che lo
concepisce, e ne risulta che anche il suo essere infinito limitato al
nostro pensarlo. E in effetti il tempo, come anche il pensiero, infinito
dentro il finito. Dunque finito. Ma , il pensiero, esistente e reale? Mi
viene da dire di si, anche se non concreto. Ma allora il frutto del
pensiero, il tempo, anchesso reale? Mi viene da dire di no. Ma allora,
verrebbe da credere che il pensiero da vita a cose non reali. Mi viene
da dire che sia il suo compito principale. Mi viene da dire che se cos
non fosse ci saremmo gi tutti sotterrati tre metri sotto terra. Noi siamo
padroni di concepire il tempo infinito nellillusoria dimensione finita che
il nostro pensiero ci fa vivere. Unillusoria dimensione falsa e insipida,
a dire il vero, perch siamo solamente burattini del nostro stesso
pensiero che ci abbindola oscillando il pendolo e girando le lancette, e
io non sono realmente immortale, se non in questa dimensione fittizia.
Noi creiamo il tempo, che larma che il nostro pensiero utilizza per
scherzarci, per farci credere di potere concepire linfinito e farci
aspirare alleternit, e a noi va bene cos, ci piace perch il tempo
la scusa che noi usiamo per giustificare la nostra vita e la nostra
pigrizia. Tranquillo, c tempo. Perci fissai anche io la fine della mia
vita. Un po per diletto, un po per ordine mentale. Un po perch
solamente cos potevo prendere possesso delle regole del gioco. Ma
prima fissai il giorno in cui avrei smesso di essere colui che ero e avrei
5
iniziato ad essere chi ero. Il che, era un bel punto di domanda. Me lo
ero sempre chiesto, mi ero sempre sentito diverso. Vedevo persone,
attorno a me. Sempre le stesse api di prima. Loro non sapevano chi
erano, si limitavano a sognare chi volevano diventare, come volevano
raggiungere quello status, che spesso era solamente uno status sociale
e non umano. Loro volevano diventare qualcuno senza essere nessuno.
Volevano essere riconosciuti come nessuno da tanti nessuno. Volevano
essere anonimi. Il fatto di cui ora mi pento, pensando a quei giorni,
che probabilmente io stesso mi sbagliavo. Sbagliavo a paragonarmi ad
altri di cui vedevo solamente una matrioska. Credo, oggi, che tutti si
chiedano ci che tormenta la mia anima. Molti, tuttavia, sorvolano. Ed
giusto, dannatamente corretto. Avrei evitato di scriverne pagine, avrei
evitato di guardarmi allo specchio fino a raggiungere il buio delle mie
iridi opache. Se solo avessi sorvolato anche io a questora sarei stato
dovero qualche tempo fa a condurre una vita normale, tra gente
normale che va a cena e si diverte tra i negozi del centro, aspettando
il Natale per fare dei regali. Passeggiare per negozi appunto,
bombardati da pubblicit, da loghi, da marche, da brand. Il che, sia
chiaro, mi riusciva e mi divertiva parecchio quando cercavo di adattarmi
a quel concetto di realt che avevamo costruito negli anni. Loro sono
pi intelligenti, non cera tempo per fermarsi a pensare a questo o
quello, non cera tempo per inutili domande. Erano pi produttivi, meno
egoisti e meno egocentrici. Cinici, il giusto da vivere bene. Cinici, il
giusto da vivere in pace in mezzo alla guerra. Cinici tanto quanto
bastava da essere coscienti della loro superficiale incoscienza di se.
Parlandone con superficialit dicevo che avrei vissuto cos trentanni, e
ridevo. Trenta, si.



CAPITOLO I (PREVIEW) LINIZIO


EGADI

Avevo visto, e rivisto quella scena. Lavevo osservato. Quel
panorama. Almeno mille volte. Il lenzuolo azzurro stropicciato a
tratti e il sinuoso profilo femminile su di esso. Dopo che, passata
la notte, la luce dellalba riusciva a colorarle i lineamenti leggeri,
contorni del viso, le guance rosse trasformate di giallo pallido. Il
mare, di fatti, si presentava divino. Ero in pace col mondo, in pace
con me stesso... Il che, lasciatemelo dire, era la conquista pi
grande. Dato che, il mondo... mi era sempre stato sotto i piedi,
facilitandomi il passo. Ero dentro questo squarcio di monte, pietra
viva, pietra rossa, semiabbandonata. Avevo conosciuto questo
posto una decina di anni fa. Ero venuto con un amico, un fratello
non di sangue ma di vita, che mi aveva condotto qui, per caso.
Questa grotta, anche se preferisco definirlo uno squarcio, perch
tale , era nascosto ben bene sul fianco della montagna. Ci
salimmo a stento, ma velocemente. Sterpaglie ci solleticavano le
caviglie, saremmo stati pasto domenicale per qualche insetto o,
peggio, qualche zecca, pensai. Bene cos, mi dissi. Che sar mai.
Di fronte ad esso il faraglione dellIsola che mi ospita e mi culla ad
7
oggi. Dal faraglione, spostando lo sguardo su, si mira il mare.
Immenso, nel suo blu cobalto e azzurro cielo dalle striature
bianche e, un profilo. Un profilo sinuoso, formoso. Quasi fosse una
delle mie donne dormiente e assonnata accanto a me. O meglio,
una delle donne che ho desiderato e osservato, metaforicamente,
solo da lontano, dalla finestra del palazzo di fronte. Unisola
elegante, davanti ai miei occhi, si erge, si posa e si culla sul
Mediterraneo. Con serenit. Con tenerezza. Fronteggiando onde
potenti, onde che furono rosse di sangue, quando i tonni
trovavano nel loro cammino la fame delluomo. Non fame o
bramosia come quella mia, una decina di anni fa. Una eternit di
tempo fa. Ma la fame vera, la fame che stringe lo stomaco, svuota
la mente e riempie il cuore. Di speranza, di necessit. Era un
quadretto, come quelli che mio pap appende in salotto.